È stato approvato da entrambi i rami del Parlamento della Repubblica la cosiddetta «Legge Reale» sull’ordine pubblico. Scopo esplicito: difesa del regime democratico-parlamentare, dell’ordine costituzionale, cioè degli interessi delle classi possidenti. Tutti i partiti costituzionali sono concordi che lo Stato si difenda dai nemici della costituzione, della democrazia, della Repubblica e si approntino, quindi, delle leggi atte a garantire l’esistenza del regime. Tutti i partiti sono parimenti concordi su un punto fondamentale, e cioè che l’uso della violenza nella lotta politica sia sinonimo di fascismo e che coloro che propagandano lo scontro violento tra le classi siano ritenuti promotori della ricostituzione del partito fascista; concetto, questo, già contenuto nella «legge Scelba». Non interessano qui gli «emendamenti» proposti dai partitacci PCI e PSI, tesi a tutelare meglio la libertà individuale, a stabilire un più «corretto» rapporto tra magistratura e polizia, a «contenere» l’iniziativa della polizia, insomma a coprire le vere intenzioni che il provvedimento legislativo in realtà si propone, che, ripetiamo, consistono nel mettere a disposizione delle forze dello Stato strumenti di repressione contro la classe operaia. Si tratta, in fondo, di una «legge speciale», e la borghesia ne ha più volte, nella sua storia, varate, sia nel suo regime democratico che fascista allorché ha ritenuto di dover sospendere «le garanzie costituzionali» in difesa dei suoi interessi di classe, cioè della sua esistenza come classe. Nulla di nuovo, quindi.
Le giustificazioni che vengono portate a sostegno della «legge speciale» sono pretestuose e vengono smentite dalla legge stessa. Infatti, si dice che l’«ordine pubblico» sarebbe turbato da attentati, rapine, grassazioni, ecc., da delitti, cioè, di natura politica alcuni e di natura delinquenziale altri; e si appronta una legge che fa un fascio unico delle rapine, per esempio, e delle lotte operaie che assumono forme violente. Un gruppo di operai che difende un picchetto di sciopero con le stesse armi che la polizia impiega per scioglierlo è soggetto alla stessa legge del mafioso che taglieggia il suo prossimo. Sono le contraddizioni formali dello «Stato di diritto», per cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, meno una parte che è, per parafrasare George Orwell, «più uguale» dell’altra.
Ciò non meraviglia, né ci scandalizza. Lo Stato ha il «diritto» quello formale, la legge, e quello reale, la violenza organizzata, di difendersi dall’assalto della classe proletaria. Non protestiamo per questo diritto. Così il «diritto» dello Stato borghese ammette implicitamente il «diritto» della classe operaia ad abbatterlo con le stesse armi con cui egli le resiste. La Dittatura Proletaria, lo Stato rivoluzionario del proletariato vittorioso, non chiederà ai borghesi battuti sottomissione giuridica e formale alcuna, per il semplice fatto che i borghesi non avranno riconosciuto dallo Stato proletario alcun diritto politico. La borghesia non può fare a meno dei proletari, del loro lavoro, del sopralavoro che le regalano; il proletariato, al contrario, può deve e farà a meno della borghesia succhiona e di tutte le sue appendici. Da questa posizione materiale e sociale sorge la natura non democratica del regime comunista. Il solo proletariato e, entro certi limiti di spazio e di tempo, anche i «lavoratori» avranno diritto di cittadinanza politica, che per questi ultimi sarà sottoposta a certe condizioni, nello Stato operaio.
La «legge Reale» non costituisce, allora, novità, non ci sorprende. È fedele interprete del bisogno storico della società capitalista di darsi uno Stato vieppiù totalitario, di uno Stato che si riconosce, e giustamente, come l’estremo baluardo, la cittadella fortificata del regime del profitto. Per questo avevamo predetto che il regime post-fascista avrebbe continuato e potenziato il totalitarismo statale inaugurato dal fascismo mussoliniano, come dal nazionalsocialismo hitleriano. Sono le leggi materiali che impongono l’onnipotenza statale per consentire alle classi privilegiate di mantenere i loro privilegi. Non a caso il MSI si frega le mani per questa legge, nella quale vede realizzarsi le sue naturali aspirazioni di partito unico della borghesia capitalistica; e questo partito si giova ovviamente dell’assetto demoparlamentare sino al punto di farsene difensore, sino ad auspicare una legge sull’«ordine pubblico» più feroce di quella approvata. Se è lapalissiano che lo Stato a governo di partiti borghesi dichiarati impegni la sua violenza organizzata contro la classe operaia, soprattutto quando questa sarà costretta dalla crisi economica prima e sociale dopo del regime capitalistico a difendersi dall’offensiva padronale con le armi in pugno; cosa farà questo stesso Stato a eventuale governo «popolare», comunsocialista, di fronte al proletariato in armi, lanciato all’offensiva contro il regime capitalistico? Si comporterà nello stesso modo.
Il PCI sostiene che la «legge Reale» non è una legge «liberticida» e per questo ha «lottato» per «migliorarla» e non per «sabotarne» l’approvazione parlamentare. Infatti, la legge non intacca la «libertà» delle forze dello Stato, la libertà di operare contro il proletariato; anzi, ne allarga il campo di applicazione, ne estende i poteri, ne legalizza le iniziative. Tant’è che la legge non enuncia nuovi principi giuridici, e caso mai ne enuncerebbe di borghesi, ma riafferma la libertà d’intervento statale nella lotta di classe. Il PCI argomenta come se fascismo e Stato fossero in contraddizione, due forze opposte, come se l’esito della loro lotta dipendesse dalla volontà del parlamento, del governo, dei partiti quando è provato in dottrina e storicamente che il fascismo 1921 e il fascismo 1975 rimarrebbero una manifestazione d’impotenza politica, se non avessero avuto l’appoggio continuo e determinante degli organi dello Stato. Ricordiamo per gli immemore che le squadracce fasciste hanno sempre preso una valanga di legnate ogni volta che la polizia, i carabinieri o l’esercito non hanno potuto intervenire al loro fianco. Ma il PCI finge di non ricordare questa verità e si appella allo Stato, cioè alle forze fondamentali in appoggio al fascismo, per pretendere che lo Stato intervenga contro il fascismo. È una vergognosa truffa ai danni degli operai. D’altro canto il PCI e con esso il PSI e tutti i partiti e gruppi politici democratici che si richiamano alla classe operaia, non possono mai più assumere una posizione di classe, non possono più indirizzare le forze del proletariato contro la roccaforte della reazione borghese, perché dovrebbero svolgere una politica autonoma e indipendente dal regime attuale, dallo Stato, quando invece si sono eletti paladini di questo stesso Stato, i difensori delle sue prerogative e funzioni, che si sintetizzano nel proteggere con la violenza organizzata i privilegi capitalistici, in posizione antioperaia, antirivoluzionaria, anticomunista. Stando così le cose, premesso il sostegno dei falsi partiti operai allo Stato, è agevole sentenziare che questi partiti saranno a fianco dello Stato anche e soprattutto quando la classe operaia passerà dalla difensiva sul terreno economico all’offensiva su quello politico. Per queste stesse ragioni si comporteranno allo stesso modo le centrali sindacali attuali. Quando i sindacati tricolori si rifiutano oggi persino di mobilitare la classe in difesa intransigente del salario, del posto di lavoro, della vita dei lavoratori, e proclamano la loro solidarietà con lo Stato, l’economia nazionale, la democrazia, è facile arguire che ostacoleranno con tutti i mezzi il ritorno degli operai alla lotta di classe. Perché ritenere che lo Stato borghese, che per sua natura è la macchina da guerra del capitalismo contro il proletariato, possa essere piegato, e per di più con mezzi legali, agli interessi dei lavoratori, non è oggi, quando il riformismo socialdemocratico è stato fatto proprio dalla politica assistenziale dello Stato capitalista, non è oggi nemmeno riformismo, ma cosciente ed esplicito tradimento degli interessi storici della classe operaia, persino dei suoi interessi immediati.
Già da tempo si cacciano o si respingono dai sindacati gli operai rivoluzionari, si relegano ai margini dell’organizzazione i lavoratori dubbiosi o recalcitranti. Non è forse la «delega» una «legge» repressiva all’interno del sindacato, per impedire ai veri comunisti di legarsi alle masse operaie organizzate?
Da quando gli operai si sono costituiti in classe, cioè in partito politico distinto in programma, tattica ed organizzazione dagli altri partiti delle altre classi, assurda pretesa e al tempo stesso tradimento è la richiesta di una sua lealtà allo Stato borghese. Tanto valeva che il proletariato restasse confuso nei partiti democratici, radicali, repubblicani del secolo scorso. Cosicché quando i partiti che si professano operai perseguono una politica di solidarietà con lo Stato, rigettano di fatto il proletariato nelle braccia della politica, del programma, dell’ideologia democratiche, radicali, repubblicane, ne cancellano l’autonomia e l’indipendenza, lo confondono nelle altre classi, nel guazzabuglio del popolo, ne fanno un’appendice della società capitalistica.
Il campo di classe è già delineato: da un lato le forze dello Stato, quelle che lo sostengono e quelle che non lo avversano; dall’altro, le forze che ne vogliono la distruzione violenta per sostituirlo con lo Stato Proletario; da un lato il fronte unito delle forze controrivoluzionarie e non rivoluzionarie; dall’altro, opposto, il proletariato rivoluzionario ad unica direzione comunista.
La «legge Reale», quindi, non aggiunge nulla alle prerogative totalitarie dello Stato, ma ne aumenta la capacità difensiva contro la classe operaia, ne perfeziona gli strumenti di tutela degli interessi delle altre classi e semiclassi, obbliga i falsi partiti operai e i sindacati tricolore a una più stretta solidarietà col regime capitalista.
Bisogna essere degli imbecilli patentati o dei traditori incalliti per non vedere che è una legge specificatamente costruita per terrorizzare i lavoratori, per reprimerne le manifestazioni di classe, per colpirne l’avanguardia comunista rivoluzionaria. Nascondere queste elementari verità, significa bendare gli occhi agli operai, porli alla mercé dell’offensiva nemica, impedire che riconoscano il loro nemico.
La borghesia ha capito che non le sarà sufficiente l’abbellimento democratico-parlamentare, la politica delle promesse, la tecnica della cortina fumogena, quando dovrà passare all’offensiva su tutta la linea contro la classe operaia. Ha capito che dovrà circondarsi di difese militari, violente, oltre che politiche e legali, addizionali, e potenzia sin da ora la capacità d’azione e di fuoco dei suoi reparti di polizia, incoraggia e finanzia i suoi reparti non ufficiali, le sue bande nere e bianche. Il proletariato dovrà fare lo stesso. Non ha bisogno di promulgare «leggi speciali», di escogitare tattiche nuove, di ricercare armi miracolose. Ha da reimpugnare l’arma che i suoi capi traditori gli hanno strappata di mano, l’arma della preparazione rivoluzionaria le cui prime caratteristiche sono il rifiuto del proletariato a difendere l’economia nazionale, che si estrinseca nella lotta contro l’indirizzo pacifista delle centrali sindacali, nel ricostituire l’organizzazione sindacale di classe sulla base della difesa con tutti i mezzi delle condizioni di lavoro e di vita delle masse dei salariati, nello stringersi attorno alle forze coerentemente comuniste rivoluzionarie, volgendo le spalle ai partitacci dell’ordine costituzionale.
Il Partito comunista rivoluzionario, allora, proclama la guerra rivoluzionaria del proletariato contro l’ordine presente, contro le forze che lo sostengono, per un ordine diverso, per un diverso assetto sociale, e precisamente per il comunismo. Esattamente come nel 1848. Centoventisette anni di coerenza marxista sono la nostra forza, la garanzia che il comunismo vincerà, spezzando tutte le resistenze, legali, illegali, pacifiche, violente del nemico.
Sappiamo ormai tutti la natura del gruppettame che pretende di fare la rivoluzione, dando (così almeno pensano) grattacapi al partitaccio staliniano P.C.I., pungolandolo da «sinistra» a base di proposte «democratiche» di rifondazione del partito rivoluzionario. Nel variopinto schieramento fanno spicco il Manifesto – P.D.U.P. unificati, anche se fedeli della propria «autonomia» (altrimenti che razza di democratici sarebbero?) e Avanguardia Operaia, alla cui guida si è posto quel ponderato storiografo che va sotto il nome di Corvisieri, già esegeta del leggendario Trotzky, e poi ansiosamente teso al recupero della «concretezza» e della realtà attraverso la conquista della leadership di uno dei più esagitati gruppetti sedicenti rivoluzionari, Avanguardia Operaia, appunto.
La caratteristica di queste due formazioni (si fa per dire) è la capacità di dimostrarsi «flessibili», «elastiche», adattabili alla rapida evoluzione e modificazione delle cose. Chi non ricorda l’astiosa polemica de il Manifesto contro la Casa Madre, P.C.I., i cui boss non si peritarono di trattare i «radiati», secondo la classica e gelida ironia togliattiana, da «pidocchi», per la pretesa di starsene appollaiati sulla nobile criniera del cavallo di razza (il P.C.I., per chi non avesse inteso)?
Chi non ricorda lo spreco di rivoluzionarismo a parole del P.S.I.U.P., poi P.D.U.P. contro la malattia socialdemocratica del partitaccio, la proposta di passare alle vie di fatto contro tentennamenti e l’attitudine «dorotea» dei capi staliniani?
Nelle tesi de il Manifesto alla sua fondazione e del P.D.U.P. delle origini (per la verità molto recenti, ma queste specie animali invecchiano molto presto) si era perfino (inaudita audacia!) messo in discussione il metodo elettorale vecchio e inutile da sostituire con l’azione di massa e con la mobilitazione dal basso. Ma l’antielettoralismo di questi inguaribili «massimalisti» stile ex P.S.I. era ed è puramente strumentale, senza principi, ma pura e semplice vendetta per i venti e passa deputati perduti nelle elezioni del 1968. Un antielettoralismo elettorale dunque.
Nella sete di palingenesi e di «rapporto vivo con la base e con le spinte nuove», in occasione delle «regionali» in gestazione, gli strateghi della rivoluzione secondo il verbo «studenti-operai uniti nella lotta» hanno scoperto le straordinarie doti di Avanguardia Operaia, fino a qualche tempo fa (almeno a loro sembrava) il più radicale, astioso e irriducibile gruppetto anti-borghese e anticapitalista. Dopo un breve fidanzamento hanno deciso di unirsi in un matrimonio di occasione, in occasione, guarda caso, delle elezioni! Così gli extraparlamentari, i nemici della mistificazione capitalistica si sono rapidamente convertiti in extra… elettorali! ed hanno deciso di presentarsi sotto l’impressionante etichetta di «Democrazia proletaria».
Intendiamoci, per la platea degli operai e dei cosiddetti studenti in fregola tutte queste acrobazie dovrebbero essere la dimostrazione del dinamismo, della abilità manovriera tipica di chi è aduso alla guerriglia urbana, ma per chi ha una bussola, tutta questa messinscena non è altro che la vecchia brodaglia piccolo-borghese ed ultra-opportunista, proteiforme ma sostanzialmente invariante che implora democrazia, anche se la chiama proletaria, ma respinge come la peste la necessità di una milizia rivoluzionaria disciplinata e integrata sotto la direzione e l’autorità di un programma rivoluzionario fondato su principi sicuri, sull’esperienza storica e non su stati d’animo o su emozioni, su pruriti esistenziali o su impennate romantiche.
Noi li abbiamo recisamente e senza giri di frase definiti una volta per tutte reazione piccolo-borghese tinta di sinistra, frutto della crisi economica, sociale e politica tipica delle fasi congiunturali negative del capitalismo, specie quando queste, come attualmente, toccano momenti acuti in cui più evidente e tragico si dimostra il disagio delle classi medie e dei ceti tendenti alla proletarizzazione.
La tradizione massimalistica di alcuni capi spirituali del P.D.U.P. serve per dare all’alleanza una patina di «storicità» e di «rispettabilità», ma la pappa è sempre quella: onde per il programma comunista, per la dittatura proletaria, per la disciplina e il centralismo in nome della democrazia, dell’autonomia, della libertà di critica, del confronto delle idee etc…
Il tatticismo di questa alleanza diventa più stomachevole, in quanto propone liste autonome dove è possibile mettere in fila un po’ di nomi, e liste unificate con accordi con la Casa Madre, P.C.I., dove questo non è possibile.
Non si lamentino poi se il cavallo di razza cerca di scrollarsi di dosso i pidocchi della loro specie quando gli fa comodo, o se li allevi col suo nobile sangue se la situazione lo richiede. Sarebbe questa la rifondazione della sinistra e del partito rivoluzionario?
Noi abbiamo sempre respinto simili pretese: il partito comunista non si ri-fonda con «riserva di critica», accordi di lista o abboccamenti, perché è già fondato, una volta per tutte, dalla tradizione rivoluzionaria marxista, dalle lotte del proletariato: anche quando il partito «formale» per ragioni non imputabili ad «uomini», ma a forze sociali più forti di loro ha dovuto soccombere, non si è disperso il programma storico che vive in linea continua, ed ha semplicemente bisogno di essere raccolto nella sua interezza, in blocco da nuove ondate di militanti comunisti, disinteressati ed alieni dalla preoccupazione del successo immediato, peggio ancora se «elettorale».
Altro che rifondazioni critiche, o unitarismi della specie di «Democrazia Proletaria!». L’unico «antielettorialismo» coerente è quello del partito comunista che professa e pratica tale principio non per «purezza rivoluzionaria» o consimili preoccupazioni estetiche ma che lo guida e lo giustifica per cinquanta e più anni di esperienza della lotta di classe dopo la rivoluzione di ottobre e il primo macello imperialistico.
L’unico coerente anti-elettorialismo è del nostro partito che non si inginocchia di fronte ai labili e malintesi inviti della «flessibilità» e della capacità di adattamento, non per astratto dogmatismo, ma per necessità inderogabili imposte dalla natura del capitalismo imperialistico e post-fascistico in specie, diabolicamente capace di rinverdire, per i «gonzi» il mito della democrazia e della critica, mentre per i suoi bisogni si guarda bene dall’utilizzare in forma corretta tali logori strumenti, validi in altri tempi, ma attualmente vere e proprie palle al piede di fronte all’urgere della crisi e alla necessità di rapidi ed efficaci interventi contro il nemico di classe, cosciente o meno, non importa.
Saigon è caduta senza battersi la mattina del 30 aprile.
Così le agenzie di stampa hanno riferito informandoci pure che a Saigon e nelle zone limitrofe appena liberate la vita ha ripreso la sua normalità. Subito dopo la radio del GRP ha diffuso i dieci punti del programma che il governo provvisorio intende applicare nel sud Vietnam. Dieci punti che riportiamo di seguito: 1) Tutti i servizi esistenti debbono eseguire la politica del Governo rivoluzionario. Abolizione del vecchio regime, delle sue leggi e dei suoi regolamenti. Scioglimento di «tutti i partiti reazionari e di altre organizzazioni al servizio dell’imperialismo e dei fantocci». 2) Parità fra i sessi, libertà di coscienza e di culto. 3) Divieto di «qualsiasi attività che diffonda la divisione». Appello all’unità per «edificare la zona liberata e costruire una nuova vita». 4) Garanzia del diritto al lavoro e invito a tutti a sostenere la rivoluzione. 5) Tutti i beni dell’amministrazione fantoccio passano sotto la gestione del GRP. 6) «È un dovere nazionale occuparsi degli orfani e degli invalidi». 7) Incoraggiamento al mondo rurale affinché sviluppi la sua produzione. 8) Gli istituti culturali, gli ospedali e le scuole sotto gestione straniera debbono proseguire la loro attività al servizio del popolo. Coloro che abbiano qualità utili all’edificazione del paese debbono essere trattati bene. 9) I militari che hanno abbandonato le file nemiche debbono essere trattati con benevolenza. 10) «Ad eccezione di coloro che si oppongono alla rivoluzione, che saranno puniti, le persone ed i beni degli stranieri saranno garantiti».
Programma che si commenta da solo: il GRP non rappresenta gli interessi né dei lavoratori né dei contadini poveri del sud Vietnam così come la RDV non li rappresenta nel nord.
Ambedue, RDV e GRP, rappresentano invece gli interessi della borghesia vietnamita per la formazione di una nazione indipendente.
Guerra è stata, ma condotta da un movimento borghese democratico nazionalista con un programma di indipendenza nazionale.
Lo enunciammo e lo ripetiamo a chiare lettere in tutta la stampa, passata e presente, del Partito con ampie trattazioni sia della questione coloniale in generale sia della vicenda indocinese in particolare; lavori ai quali rimandiamo il lettore per il bilancio storico del marxismo sui moti nazionali e democratici, bilancio sul quale poggiano tutte le considerazioni che cercheremo di svolgere sulle ultimissime vicende vietnamite.
Come tante volte ripetiamo lavoriamo con i dati dei morti e del passato, per interpretare il presente, per conservare la linea del futuro; in virtù di tale modo di indagine scevro dal concretismo e dall’attualità per noi, marxisti rivoluzionari, il programma e le soluzioni che le vicissitudini odierne reclamano sono già scritti e formulati nei testi di cento e più anni fa.
Tale programma è già sommariamente delineato nell’ultimo capitolo del «Manifesto del Partito Comunista», febbraio 1848 (prima dunque dei grandi moti francesi, tedeschi e austriaci), percorre ed anima senza esitazioni e titubanze le pagine incendiarie della Neue Rheinische Zeitung 1848-1849 in pieno dilagare delle lotte di classe in Francia e in Germania, e forma il nucleo centrale dell’«Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti» (Londra, marzo 1850), che fissa le direttive per la ricostruzione del partito rivoluzionario sul continente dopo le sconfitte del biennio eroico: ricostruzione possibile soltanto sulla base della massima chiarezza ideologica e della precisione ed invarianza programmatica.
Esso si sintetizza così: il proletariato e il suo partito rivoluzionario scendono in lotta ed appoggiano con le armi (ma appoggio – chiarisce in modo inequivocabile l’«indirizzo» – significa intervento gomito a gomito nella battaglia violenta fuori da qualunque «blocco», «alleanza», «coalizione»: è un fatto. Non il prodotto di combinazioni o accordi politici e di mescolanze organizzative) gli strati e i partiti radicali della borghesia e piccola borghesia, quando questi scendono apertamente sul terreno dell’attacco armato contro le residue strutture feudali e contro le sistemazioni territoriali che si oppongono alla soluzione del problema – là dove è ancora vivo – della nazionalità; ma, così agendo, non solo conservano, difendono e ribadiscono la propria completa indipendenza ideologica, programmatica ed organizzativa, non solo non fanno proprie, come parte del loro programma, le parole d’ordine caratteristiche di quelle classi o frazioni di classi e dei loro partiti, ma ne svelano senza attenuazioni o infingimenti la limitatezza, l’ipocrisia, la pavidità, il fondamentale conservatorismo; e proclamano fin dall’inizio che, abbattuto il «comune nemico» volgeranno le loro armi contro gli alleati di ieri, la cui temporanea vittoria salutano solo perché oppone la classe operaia fronte a fronte col suo avversario diretto e finale: la borghesia in tutte le sue sfumature di strati e sottostrati sociali, di ideologia, di organizzazione e di programmi politici – mentre sanno che tale vittoria coinciderà con l’offensiva dei nuovi dominanti contro la classe operaia. Insomma i proletari comunisti dichiarano sul viso alla piccola borghesia radicale: la rivoluzione in permanenza.
Questo, fin dal 1848 e in tutte lettere è il programma dei comunisti; questa è la posizione ribadita nelle parole e negli atti del 1871 parigino, del 1917 russo e della costituzione della III internazionale 1919-1920, i cui punti sulle questioni nazionali e coloniali riprendono testualmente – caso mai accentuandone l’asprezza – i temi del 1848-50.
Non intendiamo qui rifare le tappe dello sfacelo del movimento proletario rivoluzionario internazionale, intendiamo soltanto rimarcare come questo sfacelo si rifletta inesorabilmente nel programma del GRP che, espressione di un movimento borghese democratico rivoluzionario dopo aver togliattianamente affermato che il lavoro è diritto di tutti (chi non ricorda l’articolo 1 della costituzione nostrana che recita: «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro»?), per la sua incapacità – e come potrebbe essere altrimenti – di rompere «l’unità nazionale», bene assoluto da idolatrare e preservare nei millenni, non può che farfugliare: «INCORAGGIAMENTO AL MONDO RURALE AFFINCHÉ SVILUPPI LA SUA PRODUZIONE» dimenticando così le pur timide enunciazioni dell’FLN del 1965 in materia di riforma agraria.
«DIVIETO DI QUALSIASI ATTIVITÀ CHE DIFFONDA LA DIVISIONE» ammonisce e minaccia il GRP conscio che la risoluzione del problema agrario, la «terra a chi la lavora», bandiera di sempre del contadiname, cozzerebbe inesorabilmente con gli interessi dei proprietari fondiari, della chiesa, dei borghesi sud-vietnamiti che, legati a doppio filo con il capitalismo internazionale e costituitisi da tempo in «terza forza», hanno, dopo lunghi e giustificabilissimi nicchiamenti, buttato a mare Tieu e gli americani avvicinandosi con circospezione alla causa dell’indipendenza nazionale. Caratteristici a questo riguardo i solerti inviti alla collaborazione subito rivolti dopo la caduta di Saigon al generale Minh espressione di queste forze sociali.
La storia è vecchia e stantia soprattutto per noi marxisti che in Italia abbiamo avuto la sventura di ben due Risorgimenti: si propina cioè in abbondanza l’oppio dell’unità nazionale per mettere in naftalina le materiali esigenze del proletariato e del contadiname povero ed evitare così la ripetizione degli esecrati incidenti che seguirono la sfolgorante vittoria di Dien Bien Phu e che costrinsero l’esercito della RDV a reprimere con la forza le sollevazioni e le occupazioni delle terre da parte dei contadini poveri i quali avevano interpretato a modo loro la riforma agraria enunciata nel 1953 solo per far fronte alla necessità di guerra con i francesi e di aumento della produzione.
«AD ECCEZIONE DI COLORO CHE SI OPPONGONO ALLA RIVOLUZIONE, CHE SARANNO PUNITI, LE PERSONE ED I BENI DEGLI STRANIERI SARANNO GARANTITI», ribadisce il GRP tranquillizzando con solerzia la borghesia mondiale: no, la guerra nel Vietnam non si trasformerà in guerra civile! Il GRP lo giura e lo spergiura mettendo a difesa di questo comandamento la sua autorità e la sua forza!
Nessun Ottobre rosso, ma che dico!, nessuna Cina nessuna Cuba nessuna Algeria si sta avvicinando, ulteriore beffa per i patimenti e i sacrifici che il popolo vietnamita ha sopportato nella millenaria epopea per la conquista, l’ennesima, della sua indipendenza nazionale.
La lotta delle plebi povere e dei lavoratori vietnamiti inizia ora, ed inizia nelle peggiori condizioni per la mancanza del loro Partito di classe, detentore dell’internazionale programma storico del proletariato che, cacciati gli americani, gli avrebbe subito fatto rivolgere le armi contro la borghesia e i proprietari fondiari.
I due colossi «socialisti», Russia e Cina, con il codazzo di partiti e organizzazioni che ne promanano sono, come i fatti più volte hanno dimostrato, il freno peggiore alla lotta di classe sia in oriente sia in occidente.
La prima sventola la bandiera idiota della coesistenza pacifica solo da quando il cannone ha cessato di tuonare dalla fine del secondo macello imperialista; la seconda si pavoneggia con: «l’imperialismo è una tigre di carta» ma evidentemente è carta filigrana che ben serve per l’accumulazione primitiva di capitale in Cina e allora ben vengano i contatti osceni con le potenze imperialistiche e la consegna del frontismo nelle lotte del «terzo mondo» contro l’imperialismo.
Tutto si giustifica davanti alla ragione di Stato, primo lo iugulamento della rivoluzione.
Questi colossi «socialisti» con i loro partiti incatenano il proletariato delle metropoli dell’Occidente industriale il cui unico aiuto ai popoli colorati in lotta è costituito dalle marce della pace, dagli appelli agli uomini di buona volontà, dalle elemosine bacchettone; di una sola cosa i proletari e i contadini poveri in lotta contro l’imperialismo avevano ed hanno bisogno: che il proletariato dell’Occidente avanzato si sbarazzi delle illusioni riformistiche gradualiste, pacifiste, elettoralesche, ritorni sul terreno della lotta di classe e dia l’assalto allo Stato borghese.
Non esiste altro tipo di internazionalismo proletario.
Ancora una volta è l’occidente che manca all’appello.
Anche se le lotte dei «popoli di colore» non portano alla ribalta della storia la classe operaia indigena né il suo naturale alleato, l’operaio delle grandi metropoli, il partito non può che seguirli con attenta passione.
Questi giganteschi sommovimenti politici, economici e sociali, quando le stridenti contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico, giunto al suo stadio putrescente, l’imperialismo, portano alla massima disperazione e tensione le manifestazioni di violenza e di oppressione, non possono che riprodursi continuamente (a chi tocca adesso?, al Laos, alla Thailandia?) spazzando via i residui di un mondo arcaico e immobile, dando via libera alla inesauribile marcia dell’accumulazione primitiva di capitale, potenziale di crisi rivoluzionarie che domani non mancherà di far sentire il suo formidabile peso sulla bilancia della lotta di classe alla scala del mondo.
Il capitalismo più si sviluppa più aumenta il numero dei suoi becchini, i moderni proletari.
In tutte le categorie di lavoratori, anche in quelle che si potevano ritenere meglio retribuite, il valore del salario è drammaticamente ridotto. L’inflazione ha spesso annullato ogni premio sulla paga di pura sopravvivenza delle famiglie operaie. Mentre lo spettro della disoccupazione contribuisce ad intimidire la combattività dei lavoratori molti contratti di lavoro anche nel pubblico impiego vengono disattesi oppure se ne ritarda l’applicazione a tempo indefinito.
Il bisogno incalza. Istintivamente i proletari si rivolgono a quella che dovrebbe essere la loro organizzazione di difesa economica contro l’egoismo del capitale chiedendo di essere mobilitati, che il sindacato si faccia portavoce delle richieste operaie e della decisione a lottare. Ma quei lavoratori che appellandosi ai propri dirigenti sindacali hanno sollecitato direttive di lotta si sono trovati di fronte ad una banda di carrieristi, politicanti corrotti, che con ogni mezzo hanno cercato di frenare, deviare, sabotare ogni azione, sempre disposti ad accusare i proletari più combattivi ed a difendere il padrone. Tutti i mezzi sono buoni dalla menzogna alle manovre, dalla corruzione all’intimidazione per non organizzare uno sciopero, per allontanare dalla militanza sindacale tutti gli operai che non si pieghino alla loro politica di collaborazione. Il rappresentante della base che non voglia tradire chi lo ha eletto trova nei dirigenti sindacali dei nemici dei quali diffidare e con i quali scontrarsi al pari che col padrone.
Di fronte a questa situazione che vede l’organizzazione operaia infeuddata completamente ad una politica di difesa del sistema capitalistico, della sua economia, delle sue istituzioni e perciò rivolta contro la stessa difesa delle condizioni immediate di vita, i lavoratori cominciano a reagire costretti a farlo dal peggioramento continuo delle loro condizioni economiche. Riportiamo in queste pagine alcuni esempi della politica sindacale ufficiale e delle prime reazioni ad essa da parte di gruppi ancora ristretti di lavoratori di alcune categorie. Non sono i soli episodi, né del tradimento opportunista, né delle reazioni ad esso in senso classista. Anzi, l’opposizione operaia alla politica tricolore dei sindacati si esprime in molteplici forme; si esprime contemporaneamente all’interno ed all’esterno delle organizzazioni ufficiali, nelle assemblee e nelle manifestazioni sindacali che i bonzi sono costretti loro malgrado ad indire, come nel sorgere sempre più frequente di organismi operai spontanei (CUB, collettivi operai, comitati, ecc.) che nascono sui posti di lavoro o all’interno di alcune categorie per lottare in opposizione e al di fuori degli organismi sindacali ufficiali. È il caso dei tramvieri milanesi o dei lavoratori della scuola o dei disoccupati napoletani le cui agitazioni in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro vengono apertamente sconfessate dai sindacati ufficiali.
È il caso recentissimo del personale di volo e di assistenza al volo dell’Alitalia il cui sciopero è stato definito dai bonzi «un atto di grave irresponsabilità». Il partito, mentre saluta con entusiasmo queste prime reazioni della classe operaia al tradimento opportunista ed impegna tutte le sue forze a sostenerle ed a potenziarle riconoscendovi i primi sintomi della ripresa del moto di classe indica la necessità che essi tendano a riunirsi e a fondersi in un movimento generale di opposizione sindacale che deve condurre al risorgere di organismi di difesa economica veramente legati agli interessi della classe, al risorgere dei sindacati di classe, armi della classe operaia nella lotta contro il padronato e contro lo Stato capitalistico, sia nel caso in cui l’opposizione operaia alla politica tricolore possa svolgersi all’interno delle organizzazioni sindacali attuali, sia nel caso che essa sia costretta a svolgersi al di fuori e contro di esse. L’organizzazione di tutti gli operai, che si pongono contro il disfattismo opportunista è necessaria come è necessario il collegamento in una rete sempre più fitta ed estesa degli organismi operai di opposizione sindacale i quali devono, pur partendo dalle esigenze immediate degli operai di una fabbrica e di una categoria e proprio per poter efficacemente difendere queste stesse esigenze, elevarsi alla visione della necessità del risorgere alla scala generale della classe operaia di organismi economici veramente classisti e di indirizzare a questo scopo i loro sforzi e la loro azione.
Su questa strada il partito indica agli organismi operai che spontaneamente sorgono due pericoli concomitanti che devono essere evitati. Il primo è quello del loro chiudersi sulla base della adesione a determinati indirizzi politici, mentre è necessario che essi accolgano tutti quegli operai, a qualsiasi ideologia o posizione politica appartengano, che si pongono sul terreno della difesa senza quartiere delle loro condizioni di vita e di lavoro contro il padronato, lo stato, e la politica tricolore dei sindacati attuali.
Il secondo pericolo è rappresentato dalla tendenza a concepire i propri compiti come un superamento della funzione sindacale stessa, a concepire se stessi come forme superiori e sostitutive della organizzazione sindacale operaia che potrebbe tranquillamente essere lasciata nelle mani dei bonzi opportunisti isolandosi così in una specie di spontaneismo trionfalistico. Mentre deve essere chiaro a tutti i lavoratori che si pongono su questo terreno, che, se essi sono costretti ad organizzarsi, e lo devono, al di fuori delle stesse organizzazioni sindacali ufficiali, è proprio perché l’essenziale funzione della difesa sindacale viene da queste organizzazioni tradita e si tratta di riaffermare la inderogabile necessità per tutti i proletari e di lavorare a ricostituirla strappando all’opportunismo le sue posizioni in seno alle organizzazioni operaie.
Se gli operai sono costretti a difendere il loro pane quotidiano contro le stesse organizzazioni sindacali ufficiali questi loro tentativi non indicano affatto la scoperta di nuove e superiori forme che «farebbero a meno» del sindacato ma, al contrario, la necessità del risorgere del sindacato di classe, non la forza della classe operaia che nuclei forme «superiori» di lotta e di organizzazione ma, al contrario, la debolezza della classe che si è lasciata strappare dalle mani in 50 anni le sue stesse organizzazioni di difesa economica e che è oggi costretta a procedere alla loro riconquista e alla loro ricostituzione.
Creazione ed organizzazione, all’interno ed all’esterno delle attuali organizzazioni sindacali tricolori di organismi aperti ad ogni e qualsiasi operaio sulla base delle rivendicazioni che corrispondono alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro contro la pressione capitalista, riunione di questi organismi in una generale opposizione classista alla politica sindacale opportunista in vista del risorgere della rete associativa economica di classe della classe operaia. Questa è la parola d’ordine del partito a tutti i proletari.
Neppure gli scarni dati di cronaca desunti dai giornali francesi – quelli italiani, preoccupati dell’incombere dei ludi elettorali e presi dalle «faccende di casa nostra», hanno conservato sull’argomento un religioso silenzio – sono riusciti a far passare in secondo piano la drammaticità e la violenza dello scontro che ormai da venti giorni nel settore siderurgico, ha visto migliaia e migliaia di operai delle industrie della Bretagna scendere in sciopero con azioni di picchettaggio e di occupazione di fabbrica durissime e che, partito dalle officine USINOR a Dunkerque, si è poi esteso a macchia d’olio alle altre industrie siderurgiche e metallurgiche della regione, a stento controllato dai bonzi sindacali CGT e CFDT, i quali si sono trovati tra l’incudine dell’irrigidimento delle direzioni aziendali e il martello della lotta operaia, che batteva per l’allargamento delle lotte alla scala nazionale e per la loro radicalizzazione.
L’elemento che ha determinato l’accendersi dello scontro è da ricercarsi in una profonda crisi del settore metallurgico, con una caduta del 30-40% delle commesse, aggravata dal persistente marasma del settore automobilistico, per fronteggiare la quale le direzioni aziendali sono ricorse al sistema delle sospensioni delle maestranze (si lavorava tre settimane su quattro) e l’intensificazione dei ritmi per gli operai alla produzione. La risposta operaia era data agli inizi di maggio con la richiesta della sicurezza del posto di lavoro, un aumento mensile di 250 franchi e la compensazione integrale delle perdite – quella che i francesi chiamano «indennizzo della disoccupazione tecnica» – del 100%. Obiettivi di classe, che raccoglievano l’adesione degli operai e che portavano, per l’intransigenza della direzione, alla occupazione della fabbrica. L’intervento della polizia per sgombrare i locali faceva precipitare la situazione. CGT e CFDT proclamavano ufficialmente uno sciopero di 24 ore per i 10.000 salariati della USINOR, mentre nei giorni seguenti, con la fabbrica ancora bloccata, l’agitazione si propagava anche alle filiali del gruppo. Chiara si poneva agli operai la questione che soltanto un’azione alla scala nazionale avrebbe potuto essere risolutiva; «a Dunkerque non si potrà ottenere niente» e proprio la volontà di lotta in questo senso spingeva i bonzi sindacali ad un tiepido appello per sostenere la lotta della USINOR, mentre continuavano a fioccare le denunce a militanti sindacali da parte della Direzione, che peraltro rifiutava ogni trattativa finché la fabbrica fosse rimasta occupata.
Tanta era la decisione della lotta, che gli stessi sindacati non potevano dare assicurazioni su questo punto mentre fallivano tutti i tentativi di incontro e mediazione tra le due parti. Col passare dei giorni il fronte di lotta si allargava con l’entrata in sciopero della SACILOR di Moselle (un altro colosso del settore) e della SAFE, che per ragioni tecniche aveva sospeso 700 dipendenti, e per la moltiplicazione di scioperi «selvaggi» (in media 100 per settimana) ed occupazioni di fabbriche nel settore della metallurgia.
I sindacati hanno steso a questo punto un cordone sanitario attorno alla zona «infetta», con la parola d’ordine «non generalizzazione, ma democratizzazione delle lotte» e decidendo uno sciopero generale… alla scala locale per la sola USINOR, adoperandosi a risolvere separatamente le altre vertenze (la SAFE aveva chiuso l’agitazione il 16 maggio con soli ottanta franchi di aumento, anche se le richieste presentate dagli operai di questa fabbrica erano le stesse della USINOR). Soltanto con l’isolamento della «infezione», e la sua circoscrizione ad aree ristrette, dopo quasi venti giorni dall’inizio della lotta, i bonzi sindacali si sono detti pronti a dare la parola d’ordine della liberazione dei locali, concludendo con una generica manifestazione a Parigi, da tenersi per il 27 del mese, mentre nulla era stato ancora contrattato con le Direzioni di USINOR e di SACILOR.
Facendo leva sulla stanchezza degli operai, dopo uno scontro così duro e prolungato, questa fiammata di lotta, che minacciava di estendersi, collegandosi alle lotte di altre categorie in sciopero, è stata venduta al mercato della pace sociale; una ennesima lezione per la classe operaia internazionale, perché si renda conto della sua forza, quand’è in lotta, e della necessità di un indirizzo classista per le proprie organizzazioni economiche.
Il sindacato, nato come organizzazione economica di classe per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato dagli attacchi dei capitalisti è, come si suol dire, cresciuto; questo ruolo – a sentire gli attuali capi sindacali – gli è ormai stretto e il sindacato, spalle capaci, è pronto a farsi carico delle esigenze di tutta la società e non di una singola componente sociale quale il proletariato.
Le teorizzazioni di questo nuovo ruolo del sindacato si sono fatte, anche per il cattivo andamento dell’economia mondiale e italiana, sempre più frequenti. Ne è un esempio l’articolo di Lama apparso su L’Unità del 30-3-75 nel quale premesso che «il nodo della crisi economica che colpisce il Paese… non si taglia con la pur necessaria difesa del potere d’acquisto degli occupati», dichiara per l’ennesima volta che «occorrono misure di politica economica in materia di credito, d’investimenti, di tariffe, di fisco, di servizi sociali che investano in larga misura l’impiego delle risorse e il potere pubblico. Ergo, il sindacato ha il sacrosanto „diritto” di intervenire sui problemi della occupazione, della ristrutturazione industriale, degli investimenti nel Mezzogiorno, delle riforme». A sentir Lama però il movimento sindacale unico davanti a queste scadenze – per usare un termine alla moda ben appropriato in verità a definire gli obiettivi delle attuali organizzazioni sindacali e politiche che si spacciano per operaie – scadenza ricorda cambiale: «il movimento è tutto, il fine è nulla» per l’opportunista da sempre immediatista. Così prosegue Lama: «Nel movimento sindacale specie nelle altre organizzazioni sopravvivono ancora, troppo diffuse, tendenze sbagliate che puntano all’esasperazione degli utenti anziché alla loro solidarietà e sostegno». Episodi emblematici di questo riprovevole andazzo sarebbero «il fatto che durante uno sciopero a Torino vengano a mancare le autoambulanze; il fatto che per i lavoratori dell’albergo e mensa e del turismo si decida uno sciopero proprio per il giorno di Pasqua (sciopero revocato quasi prima di essere dichiarato, ma Lama aveva bisogno di esempi di disubbidienza alle sue direttive); il fatto che per decisioni di singoli gruppi si blocchino i servizi aerei a Fiumicino senza preavviso; il fatto che nel settore dei trasporti urbani ed interurbani si effettuino fermate di lavoro sfasate rispetto agli orari di maggiore trasporto dei lavoratori».
Sullo stesso tema, organico inserimento del sindacato alla direzione della cosa pubblica con relativo invio al dimenticatoio delle anacronistiche richieste «corporative», si esprimeva pure Scheda – L’Unità 13-4-75 – ribadendo l’esigenza di un sindacato che dia concretezza alla «strategia del nuovo modello di sviluppo» degno corollario della «politica contrattuale».
Facciamo con la nostra dialettica un indiscreto salto indietro e rimandiamo alla «Carta del Lavoro» approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 21-4-1927: «Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale: i suoi obiettivi unitari si riassumono nel benessere dei singoli e nella potenza nazionale»; «Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà dei vari fattori della produzione mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».
Ecco svelata la natura delle novità anticorporative degli antifascisti per antonomasia: nient’altro che le vecchie e maledette istanze dello Stato corporativo e fascista del fu Mussolini.
Novità che nascono vecchie, già sgominate dal marxismo 130 anni fa, che possiamo benissimo riassumere con queste poche parole: 1) il capitale ed il lavoro salariato hanno uguali interessi; 2) le crisi sono il frutto dell’ingordigia e dell’egoismo di qualche capitalista e sono pertanto evitabili; 3) lo sono nella misura in cui il capitale produttivo aumenta previa somministrazione di benefici investimenti.
Niente di più falso.
Rispondiamo con le parole di Marx; punto uno: «Dire che gli interessi del capitale e gli interessi dell’operaio sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore. Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi tra operaio e capitalista»; punto due e punto tre: «quanto più il capitale produttivo cresce, tanto più si estendono la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine. Quanto più la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine si estendono, tanto più si estende la concorrenza fra gli operai, tanto più si contrae il loro salario… Infine, nella misura in cui i capitalisti sono costretti, dal movimento che abbiamo descritto a sfruttare su una scala più grande i mezzi di produzione giganteschi già esistenti, e a mettere in moto per questo scopo tutte le leve del credito, nella stessa misura aumentano i terremoti industriali, in cui il mondo del commercio si mantiene soltanto sacrificando agli dei inferi una parte della ricchezza, dei prodotti e persino delle forze produttive: in una parola, nella stessa misura aumentano le crisi. Esse diventano più frequenti e più forti per il solo fatto che, nella misura in cui la massa della produzione, cioè il bisogno di estesi mercati, diventa più grande il mercato mondiale sempre più si contrae, i nuovi mercati da sfruttare si fanno sempre più rari, poiché ogni crisi precedente ha già conquistato al commercio mondiale un mercato fino ad allora non conquistato o sfruttato dal commercio soltanto in modo superficiale. Ma il capitale non vive soltanto del lavoro. Signore ad un tempo barbaro e grandioso, egli trascina con sé nell’abisso i cadaveri dei suoi schiavi, intere ecatombe di operai che periscono nelle crisi». (da «Lavoro salariato e Capitale»).
Marx ha letto Lama 130 anni fa, (sempre scherzi del materialismo dialettico) tanto sono attuali le sue battaglie teoriche con gli economisti borghesi di quel tempo lontano. Una cosa è ad ogni modo certa: i nostri sindacalisti indaffarati come sono a «tagliare il nodo della crisi economica del Paese» non fanno professione di marxismo rivoluzionario. Niente di male: lo ricordiamo noi a questi signori e agli operai che sciaguratamente li seguono che cosa significa la parola magica «investimento».
Investimento significa accumulare capitale che deve succhiare profitto, sangue e sudore dal proletariato; e questa società (per Marx non lo era già più l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento!) non è ammalata di pochi investimenti o di poche «riforme di struttura», è ammalata invece di troppi investimenti, di troppe «riforme di struttura». L’attuale crisi economica insegna: il mercato è saturo di merci, è crisi di sovrapproduzione relativa dalla quale non si esce convertendo la produzione dalla merce x alla merce y o, parafrasando l’episodio FIAT, dalle auto agli autobus. Il capitale, sussistendo gli attuali rapporti di produzione e di scambio, si investe – chiunque sia al timone – là dove può trarre il maggior profitto e il più immediato possibile, fregandosene bellamente delle esigenze sociali tanto care a Lama e compagnia.
Il compito del proletariato e delle sue organizzazioni non è quella di caldeggiare la folle accumulazione di capitale ma di limitare e strappare dalle mani della borghesia il dominio sociale che detiene sul lavoro delle generazioni passate, il monopolio, privato o statale, dei mezzi di produzione. Ciò premesso, il sindacato operaio niente si aspetta da qualsiasi «investimento» borghese: chi ciancia di investimenti e di riforme deviando boriosamente sporadiche manifestazioni di lotta del proletariato non è che un manutengolo della borghesia.
Il sanguinoso recente episodio di Napoli in cui le forze dello Stato hanno assalito una dimostrazione di disoccupati che manifestavano per il pane deve ben imprimersi nella memoria di tutti i proletari che sentono i loro interessi di classe e che vogliono combattere per difenderli. Non c’è solo, nell’episodio, lo spiegamento bestiale della violenza dello Stato borghese contro i lavoratori a dimostrazione di quale sia la funzione di salvaguardia del cosiddetto 'ordine pubblico’, cioè difesa dell’ordine borghese contro la classe operaia. C’è la tragica situazione dei disoccupati, delle centinaia di migliaia di lavoratori che la crisi getta quotidianamente sul lastrico togliendo loro il diritto stesso all’esistenza. I disoccupati non sono uno 'strano fenomeno’ di altri tempi e di altri luoghi come vorrebbero far credere gli apologeti della società capitalistica: sono una parte sempre crescente della classe operaia che il capitalismo nella sua crisi priva degli stessi mezzi di sussistenza, sono 'gli schiavi salariati ai quali la borghesia non riesce nemmeno a mantenere la loro esistenza da schiavi’ secondo le parole del Manifesto dei comunisti.
Nessuna effettiva difesa delle condizioni di esistenza di questa parte della classe operaia che l’inesauribile sete di profitto del Capitale condanna inesorabilmente a morte è contenuta, né lo può essere, nella politica dei sindacati attuali. Per il sistema capitalistico e per tutti coloro che si pongono alla sua difesa riconoscendovi l’unico modo possibile, infatti, i disoccupati sono un fenomeno doloroso, ma inevitabile: il Capitale non può fare a meno per sopravvivere di seminare fame e disoccupazione nelle file della classe operaia. Sono i «costi inevitabili» della ripresa produttiva e non ci si può far niente. E così la pensa anche il P.C.I., così la pensano anche i bonzi sindacali, i quali, di fronte all’episodio di Napoli hanno avuto il coraggio di avanzare la tesi della 'presenza di provocatori’ fra i lavoratori che dimostravano per il pane ed il lavoro. Per il P.C.I. e per i bonzi sindacali tricolori sono «provocatori» tutti coloro che turbano l’ordine costituito e siccome la disoccupazione di una parte sempre crescente della classe operaia è indispensabile al mantenimento dell’ordine capitalistico è un provocatore chi non accetta puramente e semplicemente di morire di fame ed è costretto a battersi per strappare un pezzo di pane ai profitti delle classi dominanti. Ecco il significato reale delle recenti leggi «sull’ordine pubblico»!
Mentre i salari delle categorie operaie si sono enormemente svalutati in questi ultimi anni ed un operaio, a qualsiasi categoria appartenga, stenta a vivere con il suo salario, la politica sindacale congiunta alla occhiuta beneficenza statale fa balenare davanti ai suoi occhi aumenti salariali che, più che avere un valore effettivo, servono a mantenere in lui l’illusione che facendo qualche sacrificio, tirando un poco la cinghia e sapendo attendere, forse le cose si rimetteranno a posto. E mentre gli operai occupati vengono cullati dai propri dirigenti politici e sindacali in questa tragica illusione centinaia di migliaia di loro compagni sono cacciati dalle fabbriche e dai posti di lavoro. L’aperto rifiuto di qualsiasi loro difesa da parte delle organizzazioni sindacali ufficiali non può che spingere questi proletari a difendersi come possono in scoppi violenti di sacrosanta collera che, invece di essere fatti propri dalla forza organizzata della classe operaia, sono additati dai traditori opportunisti come «provocazioni», consenziente così alla repressione statale. E contro questi scoppi di collera proletaria lo Stato è pronto ad intervenire «in difesa dell’ordine e della democrazia contro ogni manifestazione di violenza da qualsiasi parte provenga» con il beneplacito di partiti e di dirigenze sindacali che osano dirsi rappresentanti della classe operaia.
Solo il sorgere di una opposizione alla attuale politica sindacale sulla base della difesa degli interessi reali della classe operaia, solo la rinascita, sulla base di genuine rivendicazioni di difesa delle condizioni di vita e di lavoro di tutti gli operai, di organismi sindacali veramente di classe, non asserviti cioè allo scopo di difendere l’economia nazionale e l’ordine borghese potrà assumersi il compito della difesa dei disoccupati, dei semioccupati, dei lavoratori delle categorie operaie più esposte all’attacco capitalistico. Il sistema capitalistico non conosce altri mezzi per 'uscire dalla crisi’ che quello di deprimere il tenore di vita di tutta la classe operaia in generale e di condannarne una parte sempre crescente alla disoccupazione e alla fame. I sindacati e i partiti che hanno per loro bandiera la difesa dell’economia e delle istituzioni capitalistiche non possono difendere efficacemente da questo schiacciamento né gli operai occupati, né tantomeno i disoccupati. Inevitabilmente questi partiti e questi sindacati si mettono dalla parte del padronato e dello Stato contro tutti i tentativi che la classe operaia fa e farà per difendere le sue condizioni di vita. Solo delle organizzazioni economiche che pongano come loro compito inequivocabile la difesa con tutti i mezzi e contro tutti del salario e del posto di lavoro e che perciò rifiutino di sottomettere gli interessi operai agli interessi della economia nazionale e dello Stato borghese possono svolgere efficacemente la difesa della classe operaia contro il padronato e lo Stato, possono unificare ed organizzare le lotte degli occupati e dei disoccupati in una sola battaglia generale. Queste organizzazioni economiche di classe attualmente non esistono, se non in episodi sporadici ed in manifestazioni passeggere. Ma esse devono risorgere perché gli operai siano in grado di difendere il loro pane quotidiano dall’offensiva capitalistica. E la strada della loro resurrezione passa necessariamente attraverso la lotta aperta ed organizzata contro l’attuale politica sindacale e contro i suoi difensori nel campo operaio, da parte di tutti i lavoratori, a qualsiasi categoria, azienda, appartengano, qualunque sia la loro opinione politica che sentono questa necessità impellente ed inderogabile.
Il salario ed il posto di lavoro non si toccano; essi vanno difesi con tutti i mezzi e con tutte le forze di cui la classe operaia dispone; ai disoccupati, ai licenziati, ai pensionati va garantito il salario pieno. Queste sono le rivendicazioni che sole corrispondono ai reali interessi della classe operaia e che devono costituire la base del formarsi e del potenziarsi di una opposizione classista alla politica sindacale attuale in vista del risorgere di veri sindacati di classe sulla cui bandiera, come su quella della gloriosa CGL del primo dopoguerra sia scritto: difesa integrale delle condizioni di vita e di lavoro di tutti gli operai fino alla soppressione del sistema del lavoro salariato. È a questo fine che la classe operaia deve utilizzare le sue forze migliori, perché è su questa strada che avverrà la dissociazione delle sorti della classe proletaria da quelle della economia capitalistica e, di conseguenza, il collegamento fra la classe operaia combattente in difesa delle sue condizioni materiali e l’indirizzo rivoluzionario del partito comunista mondiale.
« Altri tre milioni di lavoratori hanno strappato un positivo accordo sul recupero salariale e l’impegno ad agganciare le pensioni alla dinamica dei salari. Resta ancora la vertenza per braccianti e salariati agricoli, dopodiché tutti i lavoratori avranno compiuto importanti passi avanti per salvaguardare i loro redditi dalla falcidia dell’inflazione ». (Unità 17.4.75).
Così l’organo del P.C.I. commenta l’accordo raggiunto tra governo e sindacati dei dipendenti pubblici sul problema appunto del « recupero salariale » o contingenza.
L’accordo è soltanto una truffa ai danni dei lavoratori statali, a ciascuno dei quali lo Stato ruberà circa 100.000 lire, il tutto benedetto dalla trinità sindacale e dai partiti opportunisti.
La questione sta così:
I dipendenti pubblici avevano, fino a quest’ultimo accordo, un sistema di scala mobile diverso da quello dei dipendenti privati perché i punti di contingenza maturati nell’anno venivano pagati solo al gennaio dell’anno successivo (ad es. solo col gennaio 75 dovevano cominciare a riscuotere i 31 punti di contingenza maturati fino all’1.11.74);
Nel 1974 sono maturati 31 punti di contingenza.
Ciò vuol dire che vi è stato un fortissimo aumento del costo della vita (circa il 25%). Poiché ogni punto viene valutato L. 400, a gennaio 1975 i dipendenti pubblici avrebbero dovuto avere un aumento mensile di L. 12.400 (lorde).
Questo aumento non avrebbe certo mantenuto i salari al livello del 1974: con dodicimila lire mensili di aumento non si può certo rincorrere l’aumento vertiginoso dei fitti, dei generi alimentari, dei servizi, delle tasse, della benzina etc.; ma fatto è che lo Stato non ha voluto dare neanche questo. Con un cinismo da bandito, che dovrebbe far vergognare chi, come sindacati e partiti opportunisti, specula sulla presunta onestà e imparzialità del padrone pubblico rispetto all’egoismo ed alla disonestà di quello privato, lo Stato ha proposto di dare, invece delle dodicimilaquattrocento lire mensili di aumento, cinquemila lire e soltanto nel periodo che va da luglio a dicembre 1975. Un’elemosina, insomma, di trentamila lire (lorde).
È evidente che i rappresentanti dello Stato sapevano bene con chi avevano a che fare: sindacati corrotti e pagati, venduti agli interessi dell’economia nazionale ed una categoria, degli statali, tradizionalmente debole e collaborazionista, ancora illusa di presunti privilegi nei confronti dei dipendenti privati.
Ma nonostante tutto una tale presa in giro non poteva essere accettata nemmeno dai nostri sindacati tricolore ed è così iniziata la « vertenza ». Ci sono stati alcuni scioperi, tra l’altro ben riusciti, il che dimostra il crescente malcontento anche tra queste categorie tradizionalmente « arretrate », ed infine, a tarda sera (chissà perché queste cose si fanno sempre di notte), si è giunti all’accordo. È evidente che per i lavoratori statali, per le categorie più basse degli impiegati, che percepiscono salari da fame, ancora spesso inferiori alle 150.000 lire mensili, non si trattava di arrivare ad un « accordo », ma di ottenere le 12.400 lire che spettavano loro; semmai lottare per avere qualcosa in più, vista l’ascesa vertiginosa dei prezzi. Nulla di tutto questo. Lo Stato era partito dal non concedere niente per concedere poco; i sindacati sono partiti da quello che spettava di diritto ai lavoratori statali già pronti a venire ad un compromesso. Il risultato è stato la truffa di cui si parlava all’inizio. I lavoratori hanno ottenuto il pagamento del 75% dei 31 punti a L. 400 per punto a partire dal 1.7.1975. Il restante 25% dei 31 punti sarà pagato, sempre a L. 400, dal 1.1.76. Lo Stato ha così rubato ad ogni suo dipendente 12.400 lire al mese per i primi sei mesi del 1975 e cioè 74.400 lire e 3.300 lire al mese (cioè il 25% dei 31 punti) per i restanti sei mesi del 1975 e cioè 19.800 lire. In totale ha rubato, nell’anno 1975, 94.200 lire ad ogni suo dipendente. Se si moltiplica questa cifra per 4.000.000, quanti sono cioè i dipendenti dello Stato (3 milioni in servizio ed 1 milione in pensione) si ottiene la bella somma di 400 miliardi circa. 400 miliardi che lo Stato ha estorto ai lavoratori con la complicità dei Sindacati, i quali, di fronte ad una situazione economica e sociale sempre più dura per gli operai, non sanno fare altro che piangere sull’economia nazionale disastrata anziché formare un fronte compatto di lotta contro l’offensiva padronale, anziché organizzare la classe operaia in difesa dei suoi più elementari interessi: la difesa del posto di lavoro e delle sue condizioni di vita.
Ci sovviene che proprio in questi giorni, con l’appoggio di tutte le forze politiche, PCI, PSI e sindacati in testa, sono stati concessi aumenti salariali ai carabinieri ed alle forze di polizia, proprio in questi mesi è in corso un processo di ristrutturazione dell’esercito, vorrà dire che anche i dipendenti dello Stato avranno pagato il loro modesto obolo per rafforzare l’apparato repressivo dello Stato borghese!
Ma i sindacati con quest’accordo hanno ottenuto altre vittorie: il costo della vita aumenta e, per dio, anche il valore del punto di contingenza deve aumentare. Ecco cosa si legge al proposito nel testo dell’accordo: « Il valore del punto resta fissato in L. 948 da raggiungere attraverso le seguenti tappe: L. 500 dal luglio 1976; L. 600 dal gennaio 1977; L. 700 dal luglio 1977; L. 800 dal gennaio 1978; L. 948 dal luglio 1978.
Rallegratevi, o dipendenti pubblici, fra tre anni mangerete le bistecche che dovreste mangiare quest’anno! Campa cavallo che l’erba cresce…
Per quanto riguarda gli assegni familiari, dal 1.9.75 vi sarà un aumento di L. 2.000 (lorde) per ogni figlio a carico e di L. 2.000 per ogni familiare a carico se lo statale è in pensione. Dal 1.7.1976 vi sarà un ulteriore aumento di L. 2.000.
La miseria di questi aumenti, che sono una vera presa in giro per chi, come tanti statali, percepisce un salario di 130-140 mila lire al mese ed è costretto per tirare avanti a fare un secondo lavoro, è talmente palese che non serve commentarla.
Ma si è pensato anche ai pensionati: chi percepisce una pensione inferiore alle 100.000 lire, cioè chi crepa di fame se non ha qualcuno che lo aiuta, avrà un aumento di 13.000 lire.
Non entriamo in ulteriori particolari di questo accordo truffa in quanto a noi interessa rimarcarne gli aspetti principali, di tradimento ai danni della classe operaia.
Gli opportunisti, i bonzi delle tre confederazioni sindacali hanno definito questo accordo, « nel complesso », una vittoria, ma i dipendenti statali peggio pagati, quelli che lavorano e non prendono bustarelle, inghiottiranno amaro.
Non è pensando all’interesse dello Stato, alla salvezza dell’economia nazionale che si difendono gli interessi della classe operaia. Gli interessi del proletariato sono opposti a quelli dello Stato borghese che non è altro che il rappresentante degli interessi generali della classe dominante, la borghesia.
Per difendere la classe operaia, per difendere il suo diritto alla vita ci si deve quindi scontrare con lo Stato borghese e con i suoi lacché, i suoi servi ben pagati. Le sconfitte ci hanno sempre insegnato molto di più delle vittorie. Le sconfitte che la classe operaia sta subendo da cinquant’anni e che continua a subire devono insegnare che se vuole difendere anche soltanto i suoi interessi immediati deve tornare sul terreno del combattimento, della lotta aperta organizzata nel suo proprio organo, il sindacato di classe, sindacato unico e centralizzato di tutti i lavoratori contro la dispersione in falsi sindacatini di categoria, sindacato libero dai dirigenti opportunisti ormai irreversibilmente compromessi col padronato.
I tramvieri di Milano sono riusciti – anche se solo per 24 ore – a tenere in scacco contemporaneamente Azienda e bonzi sindacali, ai quali hanno rifiutato obbedienza, paralizzando per l’intera giornata del 23 aprile tutti i trasporti pubblici della metropoli lombarda.
Questi sono i fatti che i più non conoscono, perché tutti i quotidiani di cosiddetta informazione si sono dati da fare per sminuire l’azione autonoma dei tramvieri milanesi, accusando i lavoratori di essere «provocatori» e «teppisti», col loro gesto «irresponsabile e corporativistico». Si è gridato allo «scandalo» per gli «ingorghi stradali», al «disagio della popolazione»…
I tramvieri hanno tenuto duro per tutta la giornata, e avrebbero resistito di più se l’opera di «persuasione» dei loro dirigenti e il sindacato non li avesse infine costretti a riprendere il lavoro.
Resta il fatto che hanno saputo dare un magnifico esempio di combattività operaia scavalcando le barriere erette dai bonzi confederali per boicottare la riuscita dello sciopero.
La C.G.I.L. nel suo comunicato dice: «È necessario che i lavoratori dell’A.T.M., in questo particolare momento politico e sindacale, tengano in massima considerazione il fatto che ogni azione deve essere condotta ricercando la più ampia unità con i lavoratori e la cittadinanza, potendo altrimenti acuire un clima di incertezza e di tensione. I tramvieri – continua il comunicato sindacale – vengono invitati a respingere qualsiasi strumentalizzazione, difendendo le corrette forme di lotta finora portate avanti e che si inseriscono nella più generale azione del movimento sindacale (riforme, politica dei trasporti, ripresa produttiva)». La Direzione aziendale, da buona alleata, comunica: «Chi organizza queste azioni, anche se si proclama di sinistra (CUB, extraparlamentari, etc.) fa il gioco delle forze che vogliono imporre sull’ondata emotiva creata dal terrorismo di destra, soluzioni autoritarie di stato d’emergenza».
Orrore!: la realtà sfugge ai dirigenti sindacali, che non riescono più a controllare gli aderenti all’organizzazione! La loro autorità è scossa, i loro orientamenti e la loro azione non sono più condivisi dalla maggioranza dei lavoratori. «Un gruppo di oltranzisti» è riuscito a bloccare i mezzi nei depositi e rilanciare la lotta già in mattinata interrotta dai bonzi.
L’agitazione ha avuto inizio 10 mesi fa per il mancato pagamento delle competenze arretrate legate al Contratto Aziendale e dei contributi previdenziali e assistenziali che l’Azienda non versa da molto tempo alla Cassa Soccorso, cosicché se al tramviere necessita medico o medicine, deve tirare fuori i soldi di tasca sua.
Una prima giornata di sciopero era stata proclamata dai sindacati per fine marzo, ma all’ultimo momento fu revocata sulla base di generiche promesse, tanto generiche che a fine aprile tutto era rimasto come prima.
Oggi i sindacati si sono dissociati dalla lotta definendola «corporativa» ed «elemento di divisione tra cittadini e lavoratori». Un volantino sindacale accennava a vaghe promesse ed invitava i lavoratori a cessare lo sciopero, sostenendo che nella notte del 23/4 era stato firmato col Sindaco e l’Assessore un accordo che garantiva il pagamento degli arretrati, quando in verità risultò che l’Assessore era assente da Milano!
Come è facile constatare la rabbia dei pompieri sindacali e politici è stata causata dal modo con cui i tramvieri hanno difeso i loro interessi. Secondo questi signori, i lavoratori dovevano dare una prova di educazione sindacal-democratica, anziché scioperare senza preavviso, in barba alle disposizioni dei loro rappresentanti sindacali «liberamente imposti» ed al «buon costume democratico».
Burocrati d’Azienda e di sindacato sono talmente abituati a mettersi d’accordo sempre e su tutto, che questa «alzata di testa» li ha lasciati di sasso e al momento in balia di un certo panico.
Infatti, non sono stati capaci di organizzare né un decente servizio di emergenza, né il famigerato crumiraggio. Ma questa che i servi prezzolati del padronato chiamano una «bravata corporativistica», è stata la più bella dimostrazione di virilità di classe che il proletariato milanese abbia potuto dare. I tramvieri dell’A.T.M. hanno dimostrato col loro coraggioso esempio per quale strada e con quali mezzi si difendono gli interessi economici del proletariato.
I sindacati e tutto il ciarpame piccolo-borghese cittadino non sono riusciti a dare altra spiegazione di questo bello sciopero se non quella forcaiola della presenza fra i tramvieri di elementi «fanatici», «mestatori» e, in stile coi tempi, «cinesi».
L’insegnamento che ci viene da questa magnifica battaglia operaia è quello che noi andiamo costantemente ripetendo e dimostrando ai proletari: non è possibile battere il padronato se nello stesso tempo non si combatte la politica opportunista e antioperaia dei vertici sindacali e dei partiti traditori. La classe operaia deve combattere su due fronti: contro il padronato e contro i suoi lacché nelle organizzazioni operaie. Solo dalla conduzione di questa battaglia e dal ribaltamento completo dell’attuale politica sindacale può derivare la rinascita del Sindacato Rosso, organo di battaglia, inquadramento campale del proletariato, suscettibile di direzione comunista verso le battaglie più grandi a cui la classe sarà chiamata.
I lavoratori della scuola stanno subendo un nuovo attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro. Un anno fa si trattò delle leggi sullo stato giuridico del personale della scuola: aumento dell’orario di lavoro per il personale insegnante, blocco degli organici per il personale non insegnante, inasprimento per tutti delle norme disciplinari, peggioramento delle norme sul reclutamento del personale ecc. Nel frattempo, è evidente, il salario si svalutava come per tutte le altre categorie di lavoratori.
Ora sono arrivati i cosiddetti corsi abilitanti sia ordinari che speciali.
Si tratta formalmente di corsi di studio nei quali si dovrebbe «imparare ad insegnare» e che devono essere seguiti sia da coloro che già insegnano, ma «non sono abilitati», sia da coloro che sono ancora disoccupati. Per l’occasione tutti i leccapiedi dello Stato ed in primis i bonzi dei sindacati tricolori e gli esponenti dei falsi partiti operai scendono in campo a sostenere con aria compunta e seria che per insegnare occorre una particolare preparazione culturale e metodologica, che l’educazione dei giovani è una cosa troppo preziosa per essere affidata a mani poco esperte ecc. Quando sono particolarmente zelanti arrivano ad affermare che è la classe operaia «ad aver bisogno di un corpo insegnante ben preparato». Anche la caterva degli ultrasinistri batte sui «contenuti culturali da gestire» ed ingaggia battaglie sui programmi dei corsi. In realtà contenuti culturali non ce ne sono ed in quanto al contenuto tutto si riduce alla solita brodaglia di seconda qualità con l’unica scelta se sorbircela dalla bocca di un cattedratico catechizzante o rimescolarsela in gruppo. La funzione dei corsi abilitanti infatti non è affatto quella culturale, né in senso buono né in senso cattivo. Allo Stato che gestisce la scuola nella forma di un’azienda capitalistica poco interessa la «qualità» della cultura che propina ai giovani e dei metodi con cui viene propinata: basta che si tratti della cultura borghese, magari nella forma più letale di tutte: quella del democratismo e delle 'libere opinioni’.
Con i corsi abilitanti lo Stato tende a colpire le condizioni dei lavoratori della scuola, degli occupati come dei disoccupati e dei semioccupati. L’«abilitazione all’insegnamento» è semplicemente la forma che l’attacco contro i lavoratori deve rivestire per essere più efficace ed incontrare minori resistenze in una categoria che, almeno in vaste stratificazioni aristocratiche, è ancora attaccata ad una sua presunta 'funzione speciale’. Il richiamo alla 'preparazione’, alla 'cultura’ permette allo Stato, con l’aiuto dei suoi servitori nel campo operaio, di deviare le reazioni dei lavoratori solleticando quegli strati 'aristocratici’, cioè che hanno condizioni materiali migliori o che semplicemente vedono nella loro stessa 'cultura’ un piccolo patrimonio che li rende diversi dal semplice operaio. Su questa predisposizione 'aristocratica’ gioca lo Stato ed insieme con lui, giocano i traditori dei sindacati confederali e quelli dei sindacati cosiddetti autonomi. Sono tutti ad intonare l’inno alla 'cultura’, al piccolo 'orticello culturale’ che ogni insegnante possederebbe e che sarebbe nella sua volontà far fruttificare o meno. Ma sotto questa maschera sta ben altra realtà! Sta la realtà delle mille forme di rapporto di lavoro a tempo che lo Stato mantiene nella scuola, la realtà dei girovaghi semioccupati e delle migliaia di disoccupati che le università sfornano a ritmo continuo e ai quali il 'piccolo patrimonio’ culturale non serve certo a trovare un lavoro per sopravvivere. Quando lo Stato, il padrone Stato stabilisce, ultimissime disposizioni, che in pratica non debbano esserci classi con un numero di alunni inferiore ai trenta, non pensa certo alla «qualità» dell’insegnamento, pensa a risparmiare sui posti di lavoro sovraccaricando i lavoratori occupati. Quando lo Stato fissa, ultima ordinanza ministeriale, che gli insegnanti attualmente al lavoro che non risulteranno ad ottobre prossimo abilitati con il corso speciale, continueranno a lavorare, ma con incarico a tempo limitato, dimostra con questo che il problema non è quello della cultura bensì quello di impiegare i lavoratori alle condizioni peggiori possibili. In realtà tutta l’attività scolastica è mantenuta attraverso personale 'non di ruolo’, cioè incaricato, assunto a termine. Intorno ad una minoranza di personale 'di ruolo’ sia nel campo degli insegnanti che dei non insegnanti sta questa maggioranza situata a vari gradi di 'licenziabilità’, dagli incaricati a tempo indeterminato ai supplenti temporanei.
Attraverso la restaurazione, prevista dai Decreti delegati, del concorso selettivo per l’entrata in ruolo del nuovo personale, lo Stato non tende certo a migliorare il 'livello culturale’; tende ad impedire alla maggior parte possibile dei suoi dipendenti di entrare in ruolo, cioè a farli rimanere in un rapporto di lavoro precario. Semplicemente perché il lavoro precario viene a costare meno in quanto non è possibile per l’assunto a tempo alcun passaggio ai parametri superiori (tutti gli assunti a tempo sono confinati al parametro più basso del rispettivo 'ruolo’ e lo scatto ai parametri superiori avviene solo dopo l’entrata in ruolo); oltre naturalmente ad altre possibilità di maggior controllo, repressione, ricatto ecc. e perciò di intensificare la concorrenza fra i salariati stessi. Ai disoccupati lo Stato fa balenare la possibilità di un posto di lavoro 'se si abiliteranno’, cioè, formalmente, se adegueranno la loro preparazione culturale alle 'esigenze’; in realtà è questo un volgare trucco per seminare la concorrenza fra i disoccupati stessi e fra di essi e i lavoratori occupati. Mentre contrae e riduce gli stessi posti di lavoro esistenti aumentando gli orari ed i carichi di lavoro per gli occupati e lo fa con il più cinico disprezzo del minimo di possibilità di insegnare qualcosa, il padrone Stato illude mezzo milione di disoccupati e di semioccupati della scuola che essi avranno un posto 'se sapranno insegnare’: è la maniera più cinica e bieca per dire che avranno un posto solo coloro che il padrone vorrà, solo coloro che esso giudicherà «degni» di lavorare alle sue dipendenze.
I corsi abilitanti sono dunque solo un attacco dello Stato contro le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori: i lavoratori devono rispondere allo Stato, al loro padrone, su questo terreno, la difesa delle condizioni di vita e non su quello falso di 'contenuti culturali’ che a nessuno interessano e che sono solo un paravento per far passare l’offensiva contro i lavoratori. I lavoratori occupati non devono accettare nessun aumento dei carichi e degli orari di lavoro che inevitabilmente si trasforma in una riduzione dei posti di lavoro che va contro i disoccupati ed il loro diritto a mangiare. Tutti i lavoratori devono lottare per la eliminazione dei rapporti di lavoro a tempo in tutte le loro forme e per l’immissione negli organici a tutti gli effetti di coloro che lavorano nella scuola. Per essere assunti come supplenti o nelle mille forme precarie è già ora sufficiente il titolo di studio; tutti i lavoratori devono rivendicare che sulla base di questo unico titolo e senza altre formalità coloro che lavorano nella scuola vengano, dopo un limitato periodo di prova, immessi nei ruoli. Su questo terreno i lavoratori della scuola devono muoversi organizzandosi per lottare non solo contro il padrone, lo Stato, ma anche contro quelle forze senza l’apporto determinante delle quali lo Stato stesso non sarebbe in grado di far passare la sua offensiva: l’opportunismo sindacale e politico emanante dai falsi partiti operai asserviti alla difesa della economia nazionale e dello Stato. Dalla lotta congiunta e contemporanea dei lavoratori della scuola in difesa delle loro condizioni di vita contro lo Stato e contro la politica di tradimento dei sindacati attuali deve nascere una opposizione sindacale di classe, capace di ridar vita a veri organismi di difesa delle condizioni di vita e di lavoro. Per questo devono battersi i lavoratori della scuola!
Riallacciandoci a quanto abbiamo scritto nel numero scorso, passiamo ad esporre in che modo la tattica del fronte unico sindacale fu realizzata dal Partito Comunista d’Italia negli anni 1921-22 mentre la direzione dell’Internazionale prendeva ben altra strada. Estraiamo quindi, dalla «Relazione del C.C. del P.C. d’Italia al IV congresso dell’I.C. (ottobre 1922)»:
«Il 15 agosto 1921, di fronte allo sviluppo dell’offensiva capitalistica ed alla manifesta impotenza della tattica seguita dai riformisti dirigenti la CGL a difendere i lavoratori dall’attacco padronale, il Comitato sindacale comunista, con una lettera diretta alla CGL, al Sindacato ferrovieri e alla U.S.I. proponeva la costituzione del fronte unico proletario sul terreno sindacale e lo sciopero generale nazionale in difesa della classe lavoratrice…».
Diverso tempo prima che la direzione dell’Internazionale varasse le sue Tesi sul fronte unico proletario, dunque, il partito italiano diretto dalla Sinistra realizzava la tattica del fronte unico dimostrando nella pratica di essere tutt’altro che sostenitore del partito dei puri chiuso nella torre d’avorio. Ma la tattica adottata dalla Sinistra italiana non si esplica in un appello od invito del partito comunista ad altri organismi politici pretesi affini o aventi con esso qualcosa in comune; si svolge sul terreno sindacale in un invito rivolto dal Comitato sindacale comunista, cioè dagli operai comunisti militanti nei sindacati, alle direzioni delle grandi organizzazioni sindacali italiane, perché venga realizzata l’unità di azione delle forze sindacali. Il partito, ben lontano dall’attendersi qualcosa da queste direzioni (riformista quella della CGL, massimaliste ed anarchiche quelle degli altri due sindacati), si serve di questa proposta, rispondente ai bisogni reali ed immediati della classe, per smascherare agli occhi degli operai la politica traditrice ed antiproletaria di queste stesse direzioni. Infatti alla risposta negativa od esitante di esse:
«La questione fu portata dai comunisti direttamente, fra la massa, nella quale trovò le maggiori simpatie. Contemporaneamente si chiedeva alla CGL di discutere le nostre proposte in un congresso nazionale. Numerose organizzazioni sindacali, pur non essendo dirette da comunisti, accettarono la proposta comunista… La campagna per il fronte unico proseguiva. Dietro richiesta di numerose organizzazioni aderenti, il Consiglio direttivo della CGL fu costretto a convocare il Consiglio nazionale che si tenne a Verona nei primi giorni di Novembre del 1921. Questione centrale intorno alla quale si svolse la discussione, fu quella del fronte unico e dello sciopero generale nazionale, come più valida forma di lotta contro la offensiva capitalistica. Contro tale proposta si schierarono quasi tutti i burocrati sindacali della CGL…».
La mozione comunista a Verona riportò circa un terzo dei voti, ma la campagna per il fronte unico aveva permesso praticamente ai comunisti di dimostrare agli operai che i loro pretesi dirigenti, anche quelli a fraseologia rivoluzionaria, si schieravano contro le esigenze più vitali delle masse. Si parte dai bisogni immediati della classe (offensiva diretta del capitale contro gli operai e necessità vitale di questi di unire tutte le loro forze per difendere le loro condizioni di vita) per impostare una manovra tattica che deve servire a dimostrare in pratica agli operai che tutte le altre forze politiche sono in realtà contro le esigenze del proletariato e che solo il partito comunista realizza e difende queste esigenze. Si rafforza così, nella pratica azione, la fiducia delle masse nel partito comunista e si indebolisce, nella pratica, l’influenza che gli altri partiti hanno sul proletariato.
La cosa non può farsi, anzi si ottiene l’effetto contrario, se il partito comunista rivolge ad altre forze politiche identificate come proletarie un appello alla unità di azione, perché in questo caso si impedirebbe agli operai che «ci giudicano da quello che facciamo e non dalle nostre giustificazioni teoriche» di verificare con la loro stessa esperienza che solo il partito comunista è capace di condurre la lotta del proletariato. Si spingerebbero, in pratica, gli operai riformisti sindacalisti o anarchici a ritenere che, in fondo, anche le loro organizzazioni politiche servono il proletariato e la causa rivoluzionaria, mentre il nostro scopo è che gli operai abbandonino quelle organizzazioni e si stringano intorno a quello che la pratica ha mostrato loro essere l’unico partito che difende realmente e senza esitazioni gli interessi della classe.
«Ma nonostante tutti gli ostacoli e tutti gli impedimenti, la pressione delle masse spinge inesorabilmente verso il fronte unico. La costituzione della Alleanza del Lavoro fra le cinque maggiori organizzazioni sindacali nelle quali è diviso il proletariato italiano, fu un passo notevole verso la costituzione del fronte unico…».
I riformisti furono costretti dalla pressione delle masse a costituire l’Alleanza del Lavoro: il proletariato organizzato nei sindacati ed in lotta contro il padronato e lo Stato si schierava dunque dalla parte del partito contro i suoi stessi dirigenti politici e sindacali che furono costretti a tener conto di questa pressione anche se, nelle loro intenzioni, la Alleanza del Lavoro doveva servire esclusivamente come supporto e pressione per la formazione di un ministero socialista. Anche a questo punto il partito non dichiarò nessuna sua affinità con le altre forze politiche «proletarie»: al contrario, pur dichiarando la sua adesione alla Alleanza sindacale, smascherava gli obbiettivi dei dirigenti ed indicava le condizioni perché la Alleanza divenisse un vero strumento di lotta del proletariato. La Alleanza del Lavoro non fu il frutto della convergenza di più «partiti proletari» su un terreno comune, ma il frutto della sempre crescente ribellione delle masse operaie contro gli altri partiti «proletari» e della loro adesione alle linee d’azione del partito comunista.
«La posizione del nostro partito di fronte alla Alleanza del Lavoro… fu la seguente: denunziando anzitutto il pericolo che gli opportunisti se ne facessero un mezzo per coprire con una maschera di popolarità la politica di collaborazione borghese, accettare però, e riconoscere il centro direttivo della Alleanza impegnando l’azione di tutte le forze sindacali comuniste alla disciplina verso le disposizioni che quel centro emanasse. Condurre però contemporaneamente, nel seno delle masse e servendosi della rete sindacale del partito, ed anche invitando a porsi sullo stesso terreno gli elementi sindacalisti ed anarchici una campagna per questi punti fondamentali:
a) il fronte unico deve essere organizzato su di una vasta rappresentanza delle masse, con comitati locali eletti in tutti i sindacati, e attraverso l’iniziativa di un grande convegno nazionale sindacale, eleggendo un organismo direttivo a cui partecipino tutte le frazioni sindacali proletarie, su di una chiara piattaforma comune;
b) più che una semplice intesa fra gli uffici delle grandi centrali sindacali, il fronte unico deve essere una alleanza di tutte le categorie proletarie e di tutte le Camere del Lavoro locali, che reciprocamente si impegnino alla fusione in una sola battaglia di tutte le vertenze parziali che l’offensiva padronale solleva;
c) devono essere stabiliti i postulati da difendere con questa azione solidale di tutto il proletariato, fra i quali deve primeggiare la difesa della esistenza e della funzione dei sindacati e il mantenimento del livello del salario e il tenore di vita proletario;
d) i mezzi di azione da adoperarsi in comune non devono avere come piattaforma la politica parlamentare statale, ma restare sul terreno della azione diretta sindacale di pressione sulla borghesia e sullo Stato, usando come mezzo centrale e decisivo lo sciopero generale nazionale».
L’iniziativa dell’Alleanza sindacale, presa dal sindacato ferrovieri era infatti intesa come mezzo di pressione per la costituzione di un «gabinetto di sinistra». I bonzi confederali, costretti dalla pressione degli operai a realizzare l’alleanza, avrebbero quindi cercato di svuotarla di ogni contenuto reale e di farne un semplice spauracchio per costringere i borghesi ad assumerli al governo. Il partito comunista aveva bisogno, per combattere efficacemente questo piano disfattista, della sua completa indipendenza, della assoluta possibilità di smascherare anche preventivamente agli occhi del proletariato il tradimento dei socialdemocratici partecipando al tempo stesso disciplinatamente all’azione proletaria e sostenendola con tutti i mezzi. L’Alleanza del Lavoro non aveva certo un indirizzo rivoluzionario, né tanto meno comunista. Dalla riunione dei partiti proletari convocata dal sindacato ferrovieri, alla quale il partito comunista non partecipò, uscì un comunicato «equivoco e pacifista che noi non avremmo potuto in alcun modo sottoscrivere». Eppure il partito era stato il promotore della Alleanza sindacale e manteneva la sua disciplina al centro organizzativo di questa combattendone la politica disfattista. Nel novembre 1922 il partito poteva orgogliosamente commentare:
«La storia della accoglienza data alla nostra proposta dell’agosto 1921 si riassume in poche parole: ostruzionismo dei capi sindacali, simpatia sempre crescente delle masse. Con questa proposta noi divenivamo gli iniziatori del fronte unico proletario, e nello stesso tempo non interrompevamo ma intensificavamo il nostro lavoro per strappare posizioni ai socialisti e agli anarchici. Lo spirito della proposta comunista fu pienamente compreso fra le masse: esse capirono che l’azione parziale di gruppi non avrebbe riportato successo contro l’offensiva borghese, che si imponeva l’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva della borghesia solleva. Fu lo sviluppo della nostra campagna che portò alla formazione dell’Alleanza del Lavoro…»
L’influenza comunista nel seno delle organizzazioni sindacali cresceva infatti in maniera continua. Nel giugno 1922 scesero in sciopero i metalmeccanici e dopo 17 giorni di sciopero fu tenuto un convegno sindacale per decidere l’estensione a tutte le categorie. La proposta comunista per lo sciopero generale non riportò la maggioranza solo per i brogli di cui i bonzi sono sempre stati maestri, ma «le grandi agitazioni operaie che continuamente scoppiarono nella primavera e nell’estate 1922 diffondevano nella massa il concetto dello sciopero generale»; la CGL fu costretta a convocare per i primi di luglio un altro Consiglio Nazionale dal quale l’influenza comunista risultò ancora aumentata «Nella preparazione del Consiglio Nazionale noi avevamo guadagnato parecchi sindacati, e le Camere del lavoro di Trento, Roma, Ravenna, Como, Vercelli, Aquila ed altri minori». Alla fine la direzione della Alleanza del Lavoro non può più dilazionare lo sciopero generale che viene segretamente proclamato per il 1º Agosto 1922. Da parte dei riformisti e degli stessi anarchici che costituivano la direzione dell’Alleanza si trattò di un vero sabotaggio della lotta proletaria. In primo luogo l’ordine di sciopero fu inaspettato per le masse alle quali si era detto il contrario fino al giorno prima e non coincise con nessun fatto particolarmente importante. In secondo luogo l’Alleanza non aveva mezzi organizzativi bastevoli a diramare le disposizioni e queste dovettero passare attraverso la rete sindacale del partito, l’unica che fosse efficiente. Infine l’ordine segreto fu pubblicato da un giornale riformista, Il Lavoro, e ciò permise ai fascisti e allo Stato di tentare la mobilitazione delle loro forze.
Nonostante tutto questo al secondo giorno il movimento era in pieno sviluppo, le masse erano largamente entrate in azione. Approfittando dell’immobilità a cui lo sciopero costringeva le bande fasciste, gli operai cominciarono ad attaccarne le forze locali. Al terzo giorno si prevedeva che lo sciopero sarebbe riuscito imponente, ma la direzione dell’Alleanza dette l’ordine di rientrare al lavoro. Naturalmente, appena l’apparato economico riprese a funzionare ridando possibilità di movimento ai fascisti e alle forze statali, la repressione più violenta fu scatenata contro il proletariato che dovette difendersi, e lo fece con coraggio, dall’attacco congiunto delle forze statali e fasciste. Nel contempo i riformisti confederali ed i massimalisti dimostravano la loro natura sconfessando lo sciopero, piangendo sul suo preteso fallimento, invitando le masse a desistere dall’uso di una forza che, secondo loro, lo sciopero aveva dimostrato non esistere più. Fu svolta un’opera costante di demoralizzazione delle masse che portò alla ulteriore disgregazione dell’apparato sindacale già duramente colpito dalla violenza armata. E dopo lo sciopero di agosto l’opera disfattista del riformismo proseguì e si intensificò anche attraverso il propugnare la trasformazione dei sindacati in organismi «nazionali», cioè legati alla difesa della economia e della nazione, autonomi dai partiti, agenti sotto l’egida dello Stato. È proprio contro questi tentativi tendenti a «portare il sindacato fuori dell’orbita classista» che il partito comunista lanciò l’appello alla difesa dei sindacati nel settembre 1922. L’appello, ancora una volta, non era rivolto dal Partito ad altri organismi politici, ma dal Comitato Sindacale del Partito alle frazioni sindacali di sinistra.
«Oggi il compito preciso è quello di salvare i sindacati dal pericolo di un ulteriore disgregamento, che la reazione accelera con un martellamento senza fine, e di impedire che il sindacato perda i suoi connotati classisti. A tal proposito il nostro comitato sindacale avanzò recentemente la seguente lettera alle frazioni di sinistra dei sindacati:
Al comitato sindacale terzinternazionalista, al comitato sindacale massimalista, al comitato sindacale della frazione sindacalista dell’USI, all’Ufficio sindacale dell’Unione anarchica italiana, al Comitato massimalista ferroviario.
Cari compagni, la situazione presente del movimento sindacale italiano ci spinge alla seguente iniziativa, per il successo della quale non dubitiamo del vostro efficace concorso. Il pericolo che sovrasta in questo momento alle organizzazioni di classe del proletariato non è solo quello della reazione statale e fascista che si prefigge di stroncarle con la violenza. Un’altra insidia si delinea sempre più, proveniente dai capi stessi di una parte del proletariato organizzato che vorrebbe incanalare i sindacati su vie e verso metodi nei quali si snaturerebbe il loro carattere di classe. Equivoche forme collaborazioniste e borghesi vengono da più parti affacciate sotto il nome di sindacalismo nazionale, di movimento operaio entro il campo degli organismi nazionali; e questo piano non significa altro che il proposito di togliere ai sindacati ogni efficienza rivoluzionaria e perfino ogni effettiva capacità di lotta contro il padronato nelle stesse contese economiche. Si tende per tal modo al siluramento del fronte unico e dell’Alleanza del Lavoro e a rendere impossibile ogni schieramento delle forze proletarie sul terreno della lotta diretta contro la reazione e contro il fascismo, con i quali stessi si giungerà in ultima analisi a patteggiare, prima una resa vergognosa, poi una effettiva alleanza. Simili propositi non debbono riuscire a realizzarsi: ad essi tutte le forze sane del movimento proletario devono opporre la gloriosa tradizione rossa di questo, la insopprimibile ragione della lotta di classe, la salda speranza delle masse nell’abbattimento del regime capitalistico. A tale scopo noi riteniamo che le varie tendenze sovversive militanti nel campo sindacale, restando nettamente distinte e serbando libertà d’azione non solo per quello che è il loro programma politico, ma anche nelle loro particolari vedute su dati problemi di tattica sindacale, possano e debbano stringere fra loro una intesa leale per la difesa delle posizioni comuni a quanti sono per la causa della lotta emancipatrice del proletariato. Questi punti, su cui un’intesa dovrebbe effettuarsi con l’impegno reciproco di coalizzarsi nella loro affermazione in tutte le adunate proletarie e i congressi sindacali, sono, a nostro modo di vedere, i seguenti:
Le organizzazioni sindacali devono essere indipendenti da ogni influenza dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, e la loro bandiera deve essere la liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento padronale. Il fronte unico proletario per la difesa contro l’offensiva padronale deve essere mantenuto e rinnovato nell’Alleanza del Lavoro, stretta fra le organizzazioni fra cui sorse e resa tale nella sua costituzione da rispecchiare le forze e la volontà delle masse. Noi, quindi, vi invitiamo ad un convegno nel quale una comune dichiarazione da lanciare al proletariato italiano suggellrebbe una simile intesa, e darebbe a tutte le forze classiste una chiara piattaforma comune di propaganda e di agitazione, suonando severa rampogna ai pochi che tentennano e che defezionano nell’ora del pericolo. Per tal modo si opererà potentemente al fine di salvare la rossa bandiera della classe proletaria da oblique insidie come dalla bufera della violenza reazionaria e di stringere i vincoli dell’unità del fronte del proletariato contro la reazione borghese. Siamo ben certi di ricevere la vostra adesione, ecc. ecc.
Il comitato sindacale comunista. Il comitato comunista ferroviario».
L’azione condotta dal partito è chiara: il terreno di essa rimane costante; è il terreno non di una convergenza, di un fronte fra partiti o gruppi politici, bensì fra gli operai di diverse tendenze politiche organizzati nei sindacati, cioè è il terreno della azione e della organizzazione sindacale. Su questo terreno della lotta per le esigenze immediate delle masse all’interno delle organizzazioni sindacali di classe i militanti del partito si incontrano con operai di altre tendenze e fedi politiche, si incontrano con operai che, pur non appartenendo al partito sono legati a raggruppamenti politici che si pretendono rivoluzionari o di «sinistra». Con questi operai e su questo terreno il partito può stabilire dei contatti che tenderanno contemporaneamente a scagliare il maggior numero di forze contro la dirigenza opportunista e a demolire le illusioni di questi stessi operai dimostrando loro nella pratica che solo il partito comunista è un partito autenticamente rivoluzionario. Non è certo per una questione tecnica organizzativa o di divisione interna del lavoro che il partito affida l’incarico di realizzare il contatto con gli operai organizzati sindacalmente anche se appartenenti ad altre forze politiche al suo «comitato sindacale»; è la comprensione materialistica dei termini reali in cui si svolge e si sviluppa la lotta di classe che detta al partito questo comportamento. Il partito comunista come organo politico non ha mai lanciato un appello agli altri pretesi «gruppi rivoluzionari», massimalisti o anarchici perché convergessero nella comune difesa anche di obbiettivi immediati: gli operai comunisti organizzati nei sindacati hanno lanciato questo appello agli operai, anch’essi organizzati nei sindacati, ed aderenti ad altre formazioni politiche o a nessuna formazione politica. La cosa è completamente opposta e qualsiasi confusione in questo campo non è ammissibile.
PARTITO RIVOLUZIONARIO E «MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO»
La lotta di classe del proletariato nasce su un terreno oggettivo ineliminabile: la lotta che gli operai sono costretti a condurre contro la pressione capitalistica, in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro. Per condurre questa lotta gli operai aderiscono ad una organizzazione adeguata: l’organizzazione economica, l’organizzazione sindacale la quale riunisce gli operai appartenenti a qualsiasi partito e a nessun partito sull’unico presupposto della volontà di combattere contro la pressione capitalistica. Il partito di classe non vede sorgere l’attacco rivoluzionario della classe dalla negazione dei moti parziali e limitati, ma appunto dal loro fondersi in un solo grande movimento che intuisca necessario al solo mantenimento e miglioramento delle condizioni di vita del proletariato l’urto frontale con lo Stato del Capitale, la sua distruzione, l’instaurazione della dittatura di classe diretta dal partito. Organizzazione economica sindacale di classe, lotta per la difesa delle condizioni materiali di vita: è su questo terreno che il partito entra in contatto e stabilisce la sua influenza sulla classe dimostrando che la difesa deve essere coerentemente condotta e che soltanto l’abbattimento del potere politico borghese può garantirne gli effetti. Le organizzazioni economiche di classe, che i proletari creano per la difesa delle condizioni fisiche della loro vita, divengono in questo processo delle organizzazioni «rosse», cioè influenzate dal partito, non negando la loro funzione, ma anzi esaltandola e svolgendola conseguentemente. Nelle alternanze della crisi capitalistica che periodicamente semina tra i proletari fame e disoccupazione, la lotta per il miglioramento o semplicemente per il mantenimento delle condizioni di vita del proletariato non può avere successo duraturo che a due condizioni:
I) di estendersi e potenziarsi fino a coinvolgere l’intera massa proletaria al di sopra dei limiti di fabbrica e di categoria;
II) di rivolgersi contro il centro nevralgico del dominio capitalistico – lo Stato politico – e di sostituirlo con lo stato proletario.
Il partito comunista, organo politico, il cui compito consiste appunto nel dirigere la lotta tendente alla distruzione dello Stato borghese ed alla instaurazione dello stato proletario è dunque il solo partito che possa spingere e guidare la massa degli operai alla difesa senza esitazioni delle loro condizioni di vita. Più questa lotta sarà estesa ed unitaria, più sarà profonda, più saranno potenti le organizzazioni operaie adatte a condurla, più sarà inconciliabile con le esigenze di conservazione del regime capitalistico, più sarà inconsciamente portata ad assumere metodi e forme rivoluzionarie, cioè a sottoporsi alla guida cosciente del partito politico di classe. Tutti i partiti pseudo proletari, tutti i partiti falsamente rivoluzionari hanno dunque interesse ad impedire l’estensione ed il potenziamento delle lotte operaie sul terreno immediato, non possono incitare il proletariato a difendere fino alle estreme conseguenze le sue condizioni di vita e di lavoro, subiscono questa difesa spontanea e cercano di sabotarla. Il partito comunista, al contrario, vede nello spingersi fino in fondo delle lotte operaie immediate la premessa reale al verificarsi dell’assalto rivoluzionario; perciò le incoraggia e le assiste indicando la strada del loro potenziamento e del loro sbocco vittorioso: la rivoluzione di classe. È questa la chiave per comprendere la tattica del fronte unico sindacale realizzata dalla Sinistra come mostreremo con ampie citazioni dai nostri testi. In determinate fasi dello svolgimento della lotta di classe, in cui questa non è ancora sufficientemente sviluppata ed estesa può verificarsi il fatto (mille volte sperimentato) che forze politiche non comuniste, ma presentantisi come tali e «rivoluzionarie», riescano a trascinare sul loro terreno parte del proletariato. In questi periodi sembra che «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario non coincidano perfettamente»; ma questa situazione, in cui il partito non si presenta agli occhi delle masse come l’unica forza dirigente soltanto perché è ancora possibile a forze «falsamente rivoluzionarie», a «false sinistre», illudere il proletariato, evolve nel corso del processo di estensione ed approfondimento delle lotte operaie immediate che, ponendo gli operai nella necessità di usare metodi di fatto rivoluzionari, dimostrano loro come l’unica forza capace ed abilitata ad usare tali metodi sia il partito comunista caratterizzato dal suo inflessibile indirizzo politico, dalla sua dottrina che gli permette di leggere l’esperienza storica e perciò di preservare il proletariato dai mille trabocchetti delle classi dominanti. Al culmine di questo processo, «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario» devono coincidere perfettamente o viene negata la funzione stessa del partito. Al culmine di questo processo, che è il processo materiale della lotta di classe, si ha l’unificazione in un unico fronte delle lotte operaie immediate (i sindacati sono uniti) e alla testa di questo fronte operaio c’è l’unico partito comunista, essendosi perdute e smascherate per strada, nella pratica, tutte le correnti politiche non comuniste, anche se sedicenti rivoluzionarie, cioè tutte le correnti e le forze politiche che stanno contro il moto rivoluzionario non attrezzate alla lotta rivoluzionaria (perché teoria, visione corretta del processo storico, inflessibile indirizzo politico sono armi, attrezzature che solo il partito comunista marxista possiede). Ecco la chiave del fronte unico sindacale contrapposto al fronte unico politico: il partito comunista dimostra costantemente la necessità, per la stessa difesa delle condizioni immediate di vita degli operai, della massima estensione e generalizzazione delle lotte operaie, attraverso i suoi militanti nei sindacati ne dirige e ne incoraggia tutte le manifestazioni anche limitate, anche parziali, anche apparentemente più lontane dalla battaglia rivoluzionaria ben sapendo che su questo terreno materiale nascerà la necessità reale ed immediata dell’attacco rivoluzionario. A questo potenziamento, estensione, generalizzazione gli operai comunisti chiamano all’unione tutti gli operai, qualunque sia la loro fede politica, religiosa, ecc.
Lo scopo primo è raggiunto: unione di tutte le forze operaie sul terreno delle lotte e delle rivendicazioni immediate; lotta contro tutti coloro che sabotano questa unione e le organizzazioni che vi corrispondono. Ma contemporaneamente il partito attraverso lo stesso processo pratico deve raggiungere un altro determinante obbiettivo: la dimostrazione nel fuoco della lotta alla massa del proletariato che, se anche mille raggruppamenti parlano di rivoluzione, di violenza, di conquista insurrezionale del potere, perfino di dittatura proletaria, uno solo è l’organo realmente attrezzato per realizzare questi compiti che la lotta stessa dimostrerà necessari alle più grandi masse. E questa dimostrazione è possibile darla soltanto se il partito è capace, prima di tutto di mantenere in se stesso questa rigorosa nozione di sé e non cede ad opportunistiche dichiarazioni pubbliche secondo cui «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario non coincidono perfettamente», disarmando così il proletariato il quale intenderebbe che si può essere rivoluzionari anche stando al di fuori del partito; in secondo luogo se ogni atto della battaglia pratica serve al partito per dimostrare alle masse la falsità e la inconsistenza di tutti i propositi rivoluzionari degli altri raggruppamenti politici, tanto più quanto più questi sembrano vicini al partito stesso. Guai se il partito permette che si formi nel proletariato la illusione che anche forze politiche che non accettano il patrimonio marxista, le lezioni della esperienza proletaria mondiale e l’indirizzo politico unico e necessario che da questo deriva, possano essere forze rivoluzionarie. Lo sono apparentemente e tutta la azione del partito deve essere tesa a dissipare questo inganno, a dimostrare appunto alle masse che «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario devono coincidere perfettamente».
Toglie questo che il partito comunista, unico e nettamente delimitato nella sua organizzazione proprio perché unico e distinto dagli altri in teoria programma e tattica, possa dichiarare e realizzare una sua pratica solidarietà contro persecuzioni ad opera delle forze borghesi di lavoratori militanti politici non comunisti? Affatto! Ma questa solidarietà pratica che concedevano ad anarchici e massimalisti, come ad operai di qualsiasi tendenza colpiti dalla reazione statale o fascista, non va mai disgiunta dalla denuncia aperta, netta e chiara che le corrispondenti forze politiche sono inconsistenti e devianti dal punto di vista rivoluzionario come dimostra tutta la loro prassi e la loro ideologia e dalla dichiarazione che per la realizzazione del processo rivoluzionario è necessaria la loro scomparsa, cioè la scomparsa della loro influenza sul proletariato. Il partito negherà sempre di far parte di un fronte di forze «rivoluzionarie» generiche: affermerà sempre di essere esso l’unica reale forza rivoluzionaria, l’organo unico della rivoluzione ed il suo compito tattico primordiale sarà appunto quello di approfittare di ogni azione pratica, di ogni lotta anche limitata, per indicare e far comprendere alle masse che esiste un solo organo capace di condurre la lotta rivoluzionaria: appunto il partito comunista.
Nelle aree di rivoluzione univoca come una sola è la classe rivoluzionaria, così uno solo è il partito della rivoluzione: la rivoluzione comunista è uniclassista ed unipartitica. È su questa base che abbiamo sempre escluso in queste aree i fronti unici fra forze e partiti politici anche sedicentemente rivoluzionari; è sbandata su questo che l’Internazionale ha imboccato la strada della sua rovina.
Ecco come nell’articolo intitolato «Il fronte unico» (Il Comunista 28-10-1921) la Sinistra esponeva la sua concezione del fronte unico:
«Il partito comunista sostiene in questo momento nella difficile situazione in cui si trova il proletariato italiano la necessità della « unità proletaria » e la proposta del « fronte unico proletario » per l’azione contro l’offensiva economica e politica della classe padronale…
PER L’INFLUENZA SUL PROLETARIATO DEL SOLO ED UNICO PARTITO COMUNISTA
Per bene intendere la questione senza cadere in semplicistiche e dannose interpretazioni e attitudini, basta rifarsi ai fondamenti del nostro concetto e del nostro metodo di azione proletaria. Il comunismo rivoluzionario si basa sulla unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati e nello stesso tempo si basa sulla organizzazione ben definita in partito politico di quella 'parte’ dei lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per la sua ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia. Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione fra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti ed anche di quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessissima origine. Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate. Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obbiettivo e un metodo comune e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali o di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo dell’azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune. Se dunque nel partito vi è solo una parte dei lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità, vi partecipano sullo stesso piano, colle stesse finalità e la stessa regola di organizzazione… Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente, appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico e col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria. È assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o le furberie dei capi opportunisti danno loro una direttiva poco rivoluzionaria; così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese un’unica centrale sindacale nazionale. Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, la unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato… Mentre sullo stesso piano della Internazionale sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per la unificazione degli organismi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente, anche prima di raggiungere questa unità organizzativa a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: in quello della comune difesa. Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva antioperaia, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalistico e che questo programma è quello tracciato dalla Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese per la dittatura del proletariato. Dal fronte unico del proletariato sindacalmente organizzato contro la offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica di essa insufficiente ogni altro programma… Unità sindacale e fronte unico proletario il partito comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici. Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche – immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario… Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e nel rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro partito severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi, nella disciplina organizzativa e volto nell’interesse della unificazione rivoluzionaria della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori».
Fronte unico sindacale, appello alla unificazione delle lotte operaie immediate non significa dunque che il partito addiviene ad accordi. anche sul terreno di azioni contingenti con altre forze politiche che si richiamano al proletariato; significa al contrario che il partito si serve delle azioni contingenti e delle esperienze che ne derivano alle masse per svergognare gli altri metodi politici, per affermare come unico abilitato alla guida politica della classe il suo metodo, il suo programma, la sua organizzazione. Di conseguenza, mentre il partito spinge alla massima unificazione delle lotte operaie immediate ed è per l’unità delle organizzazioni operaie sul terreno economico esso mantiene contemporaneamente un atteggiamento di rifiuto al riconoscimento di qualsiasi validità rivoluzionaria ad altre forze politiche, lotta per strappare ad esse ogni influenza sulla classe, per togliere loro gli aderenti proletari e lo fa dimostrando praticamente nel corso delle lotte che solo esso è in grado di condurle. Di fronte alle altre forze politiche anche sedicentemente rivoluzionarie che possono esistere nel campo operaio il partito è dunque scissionista ed opposto ad esse in ogni occasione e su tutti i fronti. Non si lanciano appelli all’unità di azione anche sul terreno immediato ad altre forze politiche, se ne dimostra la inconsistenza ed il disfattismo incitando gli operai ad intraprendere le lotte per la difesa delle loro condizioni di vita nella maniera più ampia e più profonda possibile. Perché il proletariato sarà in grado di attaccare la fortezza politica del suo nemico di classe solo quando l’unificazione sul piano economico immediato delle lotte operaie avrà potuto produrre l’unificazione del proletariato intorno all’unico partito comunista, cioè quando la pratica e lo stesso svolgimento delle lotte avranno dimostrato vere le critiche costanti che il partito rivolge alle altre forze politiche aventi un seguito nel proletariato.
«Siamo disposti a sederci allo stesso tavolo con chiunque, sul terreno sindacale» dicemmo al congresso di Roma del PCI d’Italia nel 1922. Agli operai anarchici, agli operai sindacalisti e massimalisti organizzati nei sindacati gli operai comunisti rivolsero nel settembre 1922 l’appello che sopra abbiamo riportato perché unissero le loro forze alle nostre in difesa delle organizzazioni sindacali contro il predominio e la prassi riformista. Non affermammo mai che le organizzazioni anarchiche sindacaliste e massimaliste erano organismi politici a noi affini; intendevamo dimostrare in pratica ai loro aderenti proprio tutto il contrario: che cioè, quando fosse stata intrapresa un’azione visibilmente e chiaramente necessaria a tutti i proletari per la loro difesa e per la difesa delle loro organizzazioni immediate, i metodi e le prospettive sindacalisti, anarchici e massimalisti avrebbero dimostrato nella pratica la loro inconsistenza rivoluzionaria. Intendevamo strappare gli operai ai massimalisti e agli anarchici dimostrando loro in pratica che le posizioni ed i metodi politici a cui essi aderivano erano falsi ed illusori agli effetti della difesa immediata come noi avevamo costantemente e chiaramente affermato.
MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO E PARTITO COMUNISTA NELLE DIVERSE AREE GEOPOLITICHE
L’impostazione della Sinistra per la tattica del Fronte unico proletario è perfettamente coerente alla soluzione data dal II Congresso dell’Internazionale alla concezione dei rapporti fra partito e classe e fra partito ed organismi di classe nelle Tesi sindacali le quali sancivano l’obbligo per i partiti comunisti non solo di intervenire costantemente nelle lotte immediate del proletariato, ma anche quello di lavorare in maniera organizzata all’interno delle organizzazioni economiche di classe per conquistarle all’influenza del partito: fare dei sindacati la «cinghia di trasmissione» del partito politico: questa è la posizione di Lenin e dell’Internazionale e questa posizione non esprime una opportunità o una manovra tattica legata a situazioni particolari, ma un compito fondamentale e perenne del partito di classe, perché è una condizione del processo rivoluzionario. Le situazioni contingenti dettano al partito i modi e gli strumenti attraverso i quali questo compito deve essere assolto, ma esso rimane in ogni situazione compito senza la realizzazione del quale non si può pensare alla conduzione della lotta rivoluzionaria. La Sinistra lo ha sempre ricordato e ha avviato a chiare lettere in questa attività il partito risorto nel secondo dopoguerra. La tattica del fronte unico sindacale era il modo, lo strumento che la situazione dettava per assolvere questo compito, era un modo coerente, l’unico, per accelerare la conquista alla influenza del partito comunista delle organizzazioni economiche del proletariato. La tattica del fronte unico sindacale costituiva dunque una manovra che teneva conto della situazione reale in cui il proletariato si trovava a battersi rimanendo nello stesso tempo aderente ai principi ed alle finalità del partito. La tattica del fronte unico politico invece si dimostrò errata e disfattista in quanto trasportava nella situazione storica e politica dei paesi a vecchio e stabile dominio capitalistico una manovra che era stata possibile e proficua in una situazione come quella russa, di doppia rivoluzione nella quale esistevano diversi partiti rivoluzionari. Vogliamo rapidamente ritornare su questa nostra affermazione: nelle aree di doppia rivoluzione più classi e, di conseguenza, più partiti sono rivoluzionari, cioè sono rivolti contro le istituzioni presenti, contro la macchina statale; nelle aree di rivoluzione univoca, al contrario, esiste un solo partito rivoluzionario: il partito comunista.
Essere rivoluzionari significa tutt’altro che una proclamazione verbale od una intenzione: ed è ancor meno indicativo che si invochi l’uso della violenza: la socialdemocrazia prima e i partiti stalinisti poi ci hanno dato esempi clamorosi e tragici di uso della violenza al fine di conservare la «legalità democratica», cioè al fine della conservazione sociale; gli «arditi del popolo» del 1921-22, pur propugnando la lotta armata contro il fascismo e pur arruolando i loro membri fra i proletari e fra i militanti di partiti 'di sinistra’, non erano un movimento rivoluzionario, ma un movimento rivolto alla conservazione, cioè antirivoluzionario. La stessa cosa deve dirsi, ed il partito l’ha sempre detta, per quanto riguarda la lotta armata contro il fascismo in Spagna «per la difesa delle istituzioni democratiche e repubblicane» e infine movimento armato che coinvolge e mobilita proletari in difesa dell’ordine costituito è stato la cosiddetta resistenza antifascista. Movimenti tutti in cui la violenza e la lotta armata ed illegale servono alla conservazione della macchina statale, cioè movimenti non rivoluzionari. Il partito rivoluzionario è quello che propugna la distruzione con metodi violenti ed illegali delle istituzioni statali della classe dominante per sostituirle con nuove istituzioni statali espressione della vittoria della classe operaia. Nelle aree di doppia rivoluzione le istituzioni legali dello Stato sono rappresentate dal potere precapitalistico che deve essere violentemente sostituito da un nuovo potere, da una nuova macchina statale. In queste aree la macchina statale rivoluzionaria non è necessariamente costituita dalla dittatura del proletariato diretta dal suo unico partito; può benissimo essere rappresentata da uno stato democratico al cui governo partecipino diversi partiti rivoluzionari. Uno Stato del genere è perfettamente in grado di assolvere i compiti della rivoluzione-rovesciamento e distruzione del vecchio potere, conquista della moderna democrazia politica, distruzione degli ostacoli che si frappongono sul terreno economico e sociale allo sviluppo delle moderne forze produttive. Diverse classi e diversi partiti concorrono dunque al processo rivoluzionario, sono dunque realmente, e non a parole, classi e partiti rivoluzionari, in quanto nulla nei loro programmi e nei loro metodi si oppone alla realizzazione delle condizioni materiali che permetteranno alla rivoluzione di riportare la vittoria e di instaurare il proprio ordine. Ma lo 'sdoppiamento’ della «rivoluzione doppia», previsto da Marx per la Germania del 1848 e da Lenin per la Russia consiste proprio nel fatto che una sola classe del fronte rivoluzionario antifeuale, il proletariato, inizia il combattimento contro le altre classi non più rivoluzionarie proprio per abbattere con la violenza quelle istituzioni che tutte le altre classi difendono e per sostituirle con la dittatura di una sola classe e di un solo partito. Nelle situazioni e nelle aree in cui il proletariato è storicamente maturo per ingaggiare questa lotta – l’unica rivoluzionaria – questa è diretta contro tutte le altre classi sociali e perciò contro tutti gli altri partiti i quali in modi e forme diverse si pongono invece sul terreno delle istituzioni legali. Nella situazione in cui si pone all’ordine del giorno l’abbattimento del potere borghese è rivoluzionario solo quell’indirizzo politico e perciò quel partito che propugna la distruzione, violenta dello Stato democratico parlamentare e la sua sostituzione con una macchina statale uniclassista ed unipartitica.
Di fronte a questa chiara e semplice enunciazione di scopi che è l’unica rivoluzionaria, si declassano non solo i partiti legalitari che sono per principio contro l’uso della violenza e adottano solo azioni pacifiche e legali, ma anche i partiti che propugnano l’uso della violenza ed anche coloro, come anarchici e libertari di ogni risma, che sono per l’uso della violenza contro le istituzioni democratiche borghesi, in quanto nessuno di questi movimenti è mai arrivato, né arriverà mai ad ammettere la condizione sine qua non della vittoria e del mantenimento dell’ordine rivoluzionario: la dittatura di un solo partito, la subordinazione ad un solo indirizzo politico di tutte le organizzazioni di classe del proletariato. L’ultima trincea della difesa controrivoluzionaria, ammoniva Engels, sarà la bandiera della «democrazia pura» e in Russia nel 1921 la bandiera della controrivoluzione fu addirittura quella della difesa della «democrazia sovietica» della «democrazia proletaria» contro la dittatura del partito bolscevico: «i soviet senza i bolscevichi»! Sotto questa insegna si ritrovarono tutti i partiti non rivoluzionari, compresi gli anarchici.
OPPOSIZIONE ALLO STATO E A TUTTI I PARTITI LEGALI
Da queste considerazioni discende ciò che affermammo nel 1921 e 1922 difendendo la posizione «di opposizione nei confronti dello Stato e di tutti i partiti legali» che deve essere in ogni situazione la bandiera del partito comunista sotto pena di venir meno ai suoi compiti rivoluzionari:
«Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e, in un certo senso, basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura» (Ordine Nuovo 24 gennaio 1922).
E spiegammo ancor meglio la nostra tesi marxista in un articolo intitolato «Sui 'compromessi’» (da Il Comunista 11/9/1921):
«Accordi quindi con l’obbiettivo di accelerare il momento dell’attacco rivoluzionario allo Stato costituito, ecco ciò che Lenin ammette. Nel regime normale e consolidato della democrazia parlamentare borghese, e nel periodo di preparazione ideologica, quando non sono prevedibili a breve scadenza spostamenti radicali dell’asse del potere costituito, Lenin non può che essere con la tattica sostenuta da tanti anni da noi e da Lazzari: intransigenza assoluta… La tattica della intransigenza marxista nel periodo della propaganda a quale tattica da luogo nel periodo della azione? Rincula essa sulla ammissione dei compromessi, così senz’altro? Lenin non è pazzo e ciò non ha mai detto. Ma questa tattica – secondo lui – vede sotto nuova luce la eventualità di certi accordi, sol perché si è portata con un grande passo innanzi su un nuovo terreno di manovra delle forze proletarie; quello dell’attacco appunto, rivoluzionario, violento, illegale al potere borghese e costituito. Allora il partito rivoluzionario di classe si guarda attorno e se trova un altro partito che è contro la legalità tratta con lui. Di qui il compromesso… alla Lenin. Per conto nostro pensiamo che nella situazione ben delineata dei nostri paesi a regime parlamentare questo sguardo circolare non può che constatare l’assenza di ogni possibile alleato…»
Non distingueremo dunque fra partiti e forze politiche che propugnano solo la azione legalitaria e pacifica e quelle forze che, pur non aderendo al programma comunista ed ai metodi comunisti, propugnano l’uso di metodi violenti di lotta, a volte perfino contro le istituzioni presenti? Una distinzione si impone: i primi li denominiamo traditori e controrivoluzionari; i secondi li chiamiamo pseudo rivoluzionari intendendo che il loro rivoluzionarismo è falso e destinato a deviare il proletariato dalla visione del reale processo rivoluzionario. Ma una cosa è certa ed inequivocabile: nel corso del processo rivoluzionario, nel crescere e nell’approfondirsi della lotta rivoluzionaria dobbiamo tendere a liberare il proletariato dall’influenza degli uni come degli altri, perché questa è condizione essenziale della vittoria che si avrà soltanto quando il partito comunista, inconfondibile nella sua dottrina, tradizione, metodi, organizzazione sarà rimasto il solo a dirigere il proletariato organizzato.
Come nel primo dopoguerra, così anche oggi viene orchestrata dal governo in carica, da tutti i partiti costituzionali, ed anche dallo sbrindellato gruppettame, una campagna tendente a commuovere il proletariato a causa del « risorgente fascismo », riesumando vecchi e stantii motivi democratici, parlamentari, liberali. Anche oggi come allora tutti auspicano un « governo forte », che ristabilisca l’« ordine » e consenta il « civile » confronto delle idee, che dia allo Stato l’« autorità » e la « forza » necessarie al mantenimento e alla difesa delle « pubbliche libertà ». Insomma, tutti si sentono « partito dell’ordine ».
Agli argomenti dell’articolo nostro del 1921, del partito che allora era un autentico partito comunista, antidemocratico, antilegalitario, anticapitalista, e per questo l’unico che volle lottare e lottò conseguentemente contro il fascismo, non abbiamo molto da aggiungere. Semmai, ma a solo fine indicativo, sono cambiati i nomi dei fantocci di allora con quelli dei pagliacci di oggi, mille volte più « idioti » e « farabutti ». Basta aggiungere al PSI, sempre in regola con la sua infame tradizione socialdemocratica, il PCI, suo amico-concorrente, basta sostituire ai Nitti, Modigliani, Dugoni, Vacirca, Mussolini ecc. i corrispondenti odierni e l’eccetera dei più avidi e insaziabili scherani. La scena è la stessa: Montecitorio.
L’articolo può benissimo portare la data di oggi a riprova che nulla nella sostanza è mutato, né presso di noi, partito comunista rivoluzionario, né presso i nostri nemici. Sono semplicemente mutate le forme, e ad oggi si deve rilevare l’estrema debolezza del proletariato rivoluzionario. Ma ciò non ci indurrà mai a ricercare « vie nuove » né a disperare dell’esito della lotta. Il proletariato ritornerà ad essere il protagonista della storia e ad esprimere il suo « governo forte », il governo del suo unico partito di classe, quando abbandonerà i falsi partiti che oggi, come ieri, lo avvincono nelle catene della democrazia, della pace sociale, dell’antifascismo resistenziale. Non ne abbiamo il minimo dubbio.
La posizione dei comunisti dinanzi alle castronerie che dicono alla Camera democratici, socialdemocratici e socialisti, che si accingono a ricominciare la vecchia farsa del blocco di sinistra, è semplicissima.
Non è affatto vero che il fascismo ci sia perché manca un governo capace di reprimerlo. È una turlupinatura far credere che la formazione di un governo di tale natura, e in genere lo sviluppo del rapporto tra l’azione dello Stato e quella del fascismo, possano dipendere dall’andamento delle cose parlamentari.
Se si formasse questo governo forte, tale cioè che garantisse l’imperio della legge attuale, il fascismo si collocherebbe a riposo da sé perché esso non ha altro fine che l’effettivo rispetto della legge borghese, quella legge che il proletariato tende a demolire, che ha cominciato a demolire, e che continuerà a demolire appena dinanzi ad esso si allontaneranno le resistenze conservatrici.
Il governo forte e il fascismo forte sono per il proletariato uguali negli effetti: rappresentano il maximum delle fregature.
Poche delucidazioni a queste tre nostre asserzioni, contrapposte al gioco nauseante della „sinistra” politica che si elabora nei contatti osceni di Montecitorio, e alla quale rinnoviamo di tutto cuore la dichiarazione antica che essa ci fa mille volte più schifo di tutti i reazionismi, i clericalismi, i nazional-fascismi d’altra volta e di adesso.
Lo Stato borghese – la cui macchina effettiva non è nel parlamento ma nella burocrazia, nella polizia, nell’esercito, nella magistratura – non è affatto mortificato di essere scavalcato dall’azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia, esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla combinazione di pagliacci in feluca che reggono il potere.
Per eliminare il fascismo non è necessario un governo più forte dell’attuale. Basterebbe che l’apparato statale cessasse di sostenerlo con la sua forza. Ma sono ben più profonde le ragioni per cui l’apparato statale oggi preferisce adoperare contro il proletariato non la sua forza diretta, ma quella del fascismo sostenuta indirettamente.
Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un „governo forte”. Se pensassimo che quello che chiediamo può essere conseguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci garantisse la assenza dello Stato e della sua formidabile organizzazione dal duello tra bianchi e rossi. Allora si dimostrerebbe a democratici come Labriola, che si tratta proprio di guerra civile, e al duce del fascismo che non è vero che le sue vittorie derivano al panciafichismo dei lavoratori. Il „governo forte” glielo daremo noi, dopo, all’uno e all’altro. Ma l’ipotesi è assurda.
Il fascismo è nato dalla situazione rivoluzionaria perché la baracca borghese non funziona più; rivoluzionaria perché il proletariato si è già messo a darle i primi colpi. Se la volgare demagogia e la insuperabile bassezza delle varie sfumature di falsi capi proletari che ospita i PSI hanno sabotato l’avanzata proletaria, ciò non vorrà dire che non debba al proletariato rivoluzionario d’Italia essere fieramente rivendicata l’iniziativa dell’attacco allo Stato borghese, al governo, all’ordine capitalistico, all’imperio di quella legge che è il presidio dello sfruttamento dei lavoratori.
Il fascismo è nato dalla necessità di contrattaccare la iniziativa sovvertitrice del proletariato rosso con due metodi ad un tempo: la suadente corruzione democratica e parlamentare per cui lo Stato possa continuare a simulare la sua imparzialità sociale, e la repressione violenta, la controffensiva armata, contro i primi nuclei in formazione dell’esercito di combattimento della rivoluzione sociale.
La situazione può mutare, la crisi capitalistica acuirsi o sistemarsi momentaneamente, il proletariato divenire più aggressivo o essere disfatto dai colpi della controffensiva o disperso dalla ignominia dei socialisti; da queste variazioni della situazione, che mettiamo come ipotesi senza qui indicare quale sia la più probabile, dipenderà il modificarsi delle funzioni del fascismo in rapporto alla organizzazione statale.
Se il proletariato sarà sopraffatto, per questo stesso ogni governo figurerà di essere „forte” e le squadracce fasciste si daranno al football e all’ossequio ai sacri codici del diritto vigente. Se il proletariato ricomincerà l’attacco, continuerà per qualche tempo il giochetto del liberismo di governo alleato sottomano alle formazioni fasciste, magari con un ministero Nitti o Modigliani, ma non tarderà a venire il momento in cui e fascisti e democratici del blocco di sinistra saranno concordi in una cosa – che è poi vera – che il solo nemico dell’ordine naturale è il proletariato rivoluzionario ed agiranno insieme per la controrivoluzione, a visiera alzata.
Con l’andamento di questi fenomeni sociali e storici non ha nulla di comune la parata di idioti e di farabutti che si svolge a Montecitorio, né è di alcuna importanza la costituzione della „sinistra” borghese coi suoi 150 deputati tra cui 145 aspiranti a posti di ministri e sottoministri, e neppure muterà, anzi ne sarà un riflesso prevedibile, la andata al potere di qualche Dugoni o di qualche Vavirca, e simili uomini incretiniti nel disfattismo degli interessi di quei lavoratori che hanno il torto di eleggerli e di prendere sul serio le loro geremiadi contro le gesta fasciste.
Ma se tutto ciò fosse possibile, se si potesse per manovre parlamentari arrivare a un governo che avesse per programma di smobilitare il fascismo e rivendicare alle organizzazioni legali dello Stato l’amministrazione della difesa dell’ordine, se questa ipotesi, sostenibile da sottili critici come il Labriola solo in forza di un piatto fenomeno di carriolismo politico, tanto è leggiadramente imbecille, si potesse realizzare, che cosa ne verrebbe al proletariato? Non vogliamo troppo dilungarci, e l’abbiamo già annunciato con un’espressione sintetica: una fregatura, la più solenne fregatura.
Una volta il blocco di sinistra si contrapponeva a quello della destra borghese perché il secondo manteneva l’ordine con mezzi coercitivi, e il primo si proponeva di mantenerlo con mezzi liberali. Adesso l’epoca dei mezzi liberali è finita, e il programma delle sinistre è quello di mantenere l’ordine con più „energia” della destra. Questa pillola dovrebbe essere fatta inghiottire ai lavoratori col pretesto che l’ordine è perturbato dai „reazionari” e che l’energia del governo la assaggerebbero gli squadristi di Mussolini. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vostro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il suo peggiore nemico è chi si propone di mantenerlo con maggiore energia.
Se si potesse credere al liberalismo, il proletariato chiederebbe il liberalismo di governo alla borghesia, per poter con minor sacrificio costituire le basi di bronzo della sua dittatura. Ma sarebbe colpevole dare alle masse una tale illusione. E quindi i comunisti denunziano come fraudolento il programma della „sinistra” sia quando geme per le pubbliche libertà, sia quando si lagna che non c’è il governo forte.
C’è solo da rallegrarsi che man mano si sta svelando il contenuto di questa frode. Il liberale appare sempre più come un gendarme; anche se ne indossa l’uniforme per arrestare Mussolini, resta sempre un gendarme. Che non arresterà di certo Mussolini, ma che certo farà la guardia intorno alle posizioni del nemico della classe operaia, lo Stato attuale.
Non siamo dunque né per il governo debole, né per quello forte, né per quello di destra, né per quello di sinistra. Non beviamo queste distinzioni a effetto puramente parlamentare, sappiamo che la forza dello Stato borghese non dipende dalle manovre di corridoio degli onorevoli e siamo per un solo governo: quello rivoluzionario del proletariato.
Non lo chiediamo a nessuno, lo prepariamo contro tutti, nelle file del proletariato.
Riprendiamo dal n. 8 il lavoro che abbiamo forzatamente interrotto, dovendo assolvere non solo a compiti teorici, ma anche al ristabilimento del programma del partito, per cui nel n. 9 siamo stati costretti a ripubblicare quelle «Tesi caratteristiche – base per l’organizzazione» che troppo spesso vengono dimenticate o distorte e sulle quali soltanto si può erigere un coerente, esteso e forte partito politico di classe, a scala internazionale.
B – AREA AMERICANA
Se nel tratteggiare l’«Area russa» abbiamo potuto trascurare il vettore della efficienza dell’opportunismo in quanto forza impotente prima dell’Ottobre e controrivoluzionaria vittoriosa, e quindi borghese reazionaria, con la sconfitta del primo Stato Proletario del mondo alla scala semicontinentale; ora possiamo trascurare sia il vettore dell’efficienza dell’opportunismo che quello dell’efficienza del Partito relativamente all’«Area americana». Gli Stati Uniti d’America (per «America» intendiamo gli USA) sono nati borghesi, non hanno conosciuto il modo di produzione feudale, e la guerra di secessione ha visto lo scontro tra la borghesia industriale del Nord e i proprietari fondiari «schiavisti» del Sud. Il proletariato industriale, quindi, è nato con la borghesia, dalla borghesia è stato educato ed inquadrato, e non ha conosciuto altra guerra civile che quella tra classi proprietarie della società capitalistica, nell’esercito della più progredita delle quali, della borghesia appunto, ha ritrovato lo stesso spirito della guerra di indipendenza, il nazionalismo. La lotta per le otto ore, i martiri proletari di Chicago dello storico 1º Maggio 1886, le prime associazioni di resistenza operaia, i «Cavalieri del Lavoro», la «Federazione operaia americana» (A.F.L.) furono le manifestazioni di esistenza del proletariato americano. I tentativi di creare un partito con Weitling, celebre comunista utopista tedesco, la «Lega del lavoro» (Arbeiter Bund) dopo il 1848, e successivamente con il comunista tedesco amico di Marx, Giuseppe Weydemeyer, non lasciarono alcun apprezzabile segno. Tuttavia, sebbene senza partito, perché partito non poteva essere considerato il Socialist Party fondato nel 1901 né gli I.W.W. (Industrial Workers of the World) ispirati al sindacalismo soreliano, il proletariato americano diede vita a scioperi formidabili come quello dell’Homestead del 1892 che culminò addirittura in uno scontro armato sulle rive del fiume Monongahela. Decine di migliaia di scioperi per la libertà di associazione, per la giornata lavorativa, per il salario videro come protagonisti gli operai americani.
Nel 1919 l’ala sinistra del Socialist Party fondò l’American Communist Party e contemporaneamente sorse anche il Communist Labour Party, il «partito di John Reed», che si unificarono nel 1920 nel Communist Party of America, sezione della Terza Internazionale. Potenti scioperi con la partecipazione di centinaia di migliaia di operai investirono l’Unione. Ma né il movimento di sciopero né il movimento sindacale furono sufficienti ad esprimere un vero e proprio partito di classe. L’economia americana aveva tratto dalla prima guerra mondiale profitti giganteschi, prima armando l’Europa e poi finanziandone la ricostruzione, in un quindicennio formidabile fino alla «grande depressione» del 1929. Il «New Deal» segna un maggiore intervento dello Stato in funzione assistenziale, per cui gli operai ricevettero una serie di «diritti» sindacali. Furono «diritti» associativi che imprigionarono gli operai in una rete sindacale feroce, legata allo Stato totalitario americano, per mezzo di agenti diretti della stessa borghesia e degli ambienti capitalistici. Non a caso nel 1947, dopo la vittoria contro il fascismo, fu varata la famigerata legge antisciopero Taft-Hartley. Né la ripresa produttiva dopo il 1935, tesa verso il secondo conflitto imperialistico mondiale, né gli scioperi possenti del secondo dopoguerra nella siderurgia, nelle miniere, tra i portuali hanno suscitato il sorgere anche di piccoli ma solidi nuclei comunisti rivoluzionari. Il democratismo più piatto ha dominato e domina il movimento operaio.
Gli USA sono un esempio del manifestarsi allo stato «puro», e si potrebbe dire quasi una rispondenza meccanica, tra fenomeni del campo del determinismo economico e quelli della sovrastruttura politica. Raramente esiste una reazione di sciopero in risposta alla recessione economica. Il più delle volte l’azione di sciopero decresce in funzione alla decrescenza nella produzione o cresce in dipendenza della ripresa produttiva. Ciò sta a significare che non si può parlare nemmeno di laburismo, né di sindacalismo nel senso storico del termine, ma di sindacati considerati più come «assicurazione per i rischi di lavoro» che di associazioni operaie, sebbene ad un livello bassissimo di maturità sindacale. È questo, forse, un esempio unico nella storia del movimento operaio. Si potrebbe azzardare la considerazione sommaria che negli USA deve ancora nascere un movimento sindacale effettivo e che ci si trova di fronte a corporazioni «liberamente» legate allo Stato e dipendenti dagli interessi statali, in maniera aperta. Questa considerazione vale soprattutto per le centrali sindacali, ora unificate nella AFL-CIO, in quanto, per esempio, alcuni sindacati di categoria, come i minatori, hanno dato vita a volte ad azioni di sciopero potenti e robuste. Ma le centrali sono legate alla politica dello Stato tramite l’appoggio diretto ora al partito democratico, ora a quello repubblicano, in specie durante le elezioni presidenziali, unica manifestazione coreografica della democrazia americana.
Se da un punto di vista di classe gli USA rappresentano l’assenza di un movimento operaio, degno di tale nome almeno nelle apparenze, dovuta non alla maturità dei fatti economici, al grado di sfruttamento capitalistico dei proletari, ma soprattutto alla corruzione sociale, politica ed ideologica, accompagnata da una serie di concessioni da parte dello Stato per effetto della solidarietà dei lavoratori con l’imperialismo americano (se gli USA hanno sottomesso il proletariato europeo durante l’occupazione militare dell’ultima guerra, con la «cioccolata e il chewing-gum», ciò significa che gli USA hanno dovuto prima sottomettere il proletariato americano con gli stessi mezzi!), è anche vero che il giorno in cui sorgerà negli States un autentico movimento di classe, l’esplosione sociale sarà colossale. Una eventuale terza guerra imperialistica, che colpirà necessariamente i finora intatti centri metropolitani USA, potrebbe risvegliare la classe operaia americana alla realtà storica. A più forte ragione una vittoria rivoluzionaria del proletariato europeo avrà un effetto molto più diretto e determinante della stessa Rivoluzione d’Ottobre.
Gli USA costituiscono, quindi, un’area non solo di rivoluzione univoca, ma anche di tattica «diretta» del futuro partito comunista rivoluzionario, in quanto è impensabile un governo di «sinistra», una influenza opportunistica per la quale mancano le condizioni storiche (tradizione) e politiche (frammentazione politica ed economica). Riteniamo che negli USA il movimento sorgerà rivoluzionario o non sorgerà affatto per molti decenni ancora. Non si presentano condizioni per vie di mezzo, per sviluppi ingannevoli di tipo socialdemocratico. L’anticomunismo viscerale, aperto, costituzionale degli USA è premessa dialettica al comunismo rivoluzionario altrettanto aperto, deciso, intransigente.
Nell’area americana, come ci mostra il grafico, l’efficienza del capitalismo o vettore dello Stato sembra indipendente dallo sviluppo economico e dalle lotte spontanee del proletariato, in quanto la grande crisi economica e le rare ma possenti lotte operaie se non hanno determinato né oscillazioni né indebolimento della potenza del capitalismo americano, dimostrano anche e soprattutto che senza la presenza del partito politico di classe, comunista e rivoluzionario, non sono in grado di trasformare la quantità in qualità. Forse negli USA, come una volta nella Russia, mutatis mutandis, in condizioni storiche completamente diverse, si renderà determinante per la nascita del partito di classe l’importazione della teoria marxista dalla vecchia Europa comunista. Da un punto di vista politico, il capitalismo americano ha avuto bisogno di dominare i sindacati operai, dopo averli plasmati con la democrazia, per dominare sulla classe operaia. È questo un motivo ricorrente della politica dello Stato capitalista verso la classe operaia. Il fascismo europeo ha distrutto con la forza le associazioni operaie rosse per dominare il proletariato e legarlo al suo carro con sindacati statali. Il totalitarismo statale americano ha avuto la possibilità di trasformare in maniera indolore i sindacati operai in sindacati al suo servizio. Il processo opposto, di rinascita cioè di rosse associazioni operaie di difesa economica, cozzerà direttamente contro lo Stato centrale e coinciderà con il ritorno alla lotta di classe del proletariato americano, che sarà per questo mille volte molto più violenta e feroce che nel passato.
C – AREA INGLESE
I quadri sinottici che stiamo svolgendo prendono in considerazione gli ultimi settantacinque anni dell’era presente ed il tracciato delle curve e più ancora dei vettori appare insufficiente a spiegare i complessi fenomeni che stiamo studiando, di modo che siamo costretti a tratteggiare schematicamente la storia precedente nella quale affondano le radici delle condizioni odierne delle classi protagoniste e delle forze materiali che animano la storia. La storia compie certi «scherzi». Per secoli la borghesia ha covato sotto le ceneri la sua immane forza, ora affermando il suo avvenire in esplosioni momentanee in un punto, ora nell’altro; ora progredendo in uno sforzo ideologico superbo là dove lo scontro sociale ed anche armato si è sopito e le forze produttive hanno spostato la geografia del loro sviluppo in regioni opposte; ora la scienza si è fatta «terrena» spezzando lo spesso e secolare diaframma religioso, anticipata nella geniale intuizione formale dell’arte che deforma in irriverenti e geometriche pose gli ieratici simboli dell’immobilità di un mondo, che può sperare di vivere ancora a patto che gli ordini, chiusi in se stessi, non si trasformino in classi aperte di anonimi individui. La borghesia inglese è la prima a vincere la storia dopo mille battaglie combattute e perdute da altre «repubbliche civiche» che l’avevano violentata e forzata in gloriosi squarci, di cui si insegna solo la bellezza dell’espressione letteraria, figurativa, estetica, e la genialità dell’elemento nazionale e razziale e l’eroismo individuale, ma di cui si nasconde il potente significato storico di classe. Il proletariato inglese è il primo che esprime in maniera robusta un movimento associativo di classe. Appena sorgono le prime macchine a vapore che rivoluzionano la manifattura, questo primo immenso «bagno penale» del lavoro, sorgono le prime coalizioni operaie, le prime lotte sanguinose, i primi scioperi, il primo movimento organizzato, il «luddismo», le prime leggi borghesi per il libero ed indiscriminato sfruttamento della forza-lavoro. Nel 1824 il Parlamento abroga i precedenti divieti e ammette le coalizioni operaie. La borghesia riconosce realisticamente che le conviene legalizzare il mercato del lavoro e inquadrare la classe operaia nelle trade unions, il cui significato letterario ben traduce il carattere corporativo: infatti trade unions significa «unioni di commercio», allo stesso modo che in Francia dove sorsero più tardi le Bourses du Travail, le Borse del lavoro per la contrattazione del prezzo del lavoro, del salario.
LA PRIMA FORMA DI PARTITO
Engels così definì il Cartismo inglese: «Il movimento cartista inglese fu movimento della classe operaia e il primo movimento politico indipendente del proletariato». Un fatto storico di portata mondiale che seguì le violente lotte degli operai e le feroci repressioni della polizia, il movimento per la distruzione delle macchine (luddismo), e il diritto di coalizione. Si separava l’organizzazione politica, il partito politico, da quella economica. Nel separarsi organizzativo si giungeva anche alla separazione dell’azione e del coordinamento politico della lotta economica. Le Unions persero la verve politica per limitarsi alle conquiste economiche e solo nella lotta per le 10 ore e con la nascita della Prima Internazionale si riallacciò il rapporto tra organizzazione sindacale e partito. Ma mano a mano che il sindacato si potenziava numericamente, questo si legava sempre più al regime borghese. La «padrona del mondo», la borghesia inglese, corrompeva la parte aristocratica del proletariato barattando le ultime briciole del bottino coloniale e della rapina imperialistica, in cambio della collaborazione di classe, del silenzio operaio nella storia. In tal modo la borghesia capitalistica inglese poteva spadroneggiare liberamente su tutto e su tutti, imporre al mondo le sue leggi di rapina, i suoi costumi, la sua lingua, insegnando alle sue consorelle come si combatte e si corrompe, come si svirilizza e si acqueta il gigante proletario. Il «modello inglese» è stato di esempio sino alla prima guerra mondiale, sino a quando l’Ottobre, da un lato, e la sua naturale reazione il fascismo, o «modello» italiano, dall’altra, hanno riportato le classi a rendere ragione della loro esistenza, a compiere il loro dovere storico: la società divisa in classi dimostra la sua insipienza, di essere un agglomerato preistorico, proprio quando le classi che la compongono si nascondono, si mimetizzano in una pretesa e informe umanità; lo dimostra ancor di più che nell’urto violento, nello scontro alla morte, in cui, almeno, si esalta la dinamica della classe rivoluzionaria acceleratrice della marcia degli uomini verso un assetto superiore.
Il grafico descrive questi elementi deludenti. Nel paese del capitalismo più forte, meglio organizzato, in cui il proletariato ha costruito le sue estese organizzazioni economiche, ha espresso la prima forma di partito indipendente, ha partecipato attivamente alla Prima Internazionale proletaria, ha un «potere» contrattuale – economico che esercita con azioni di sciopero potenti, il proletariato è incapace di ritrovare se stesso. La curva della spontaneità, degli scioperi, quella tratteggiata, si svolge ininterrottamente fino ad oggi, persino durante le due guerre, malgrado l’adesione dei sindacati alle guerre imperialistiche, cioè ad una più stretta e coerente solidarietà con lo Stato capitalista. Dal 1918 al 1926 il movimento di sciopero assume intensità eccezionale. L’ala sinistra del Partito Socialista aveva aderito a Zimmerwald. Nel 1920 sorge il Partito Comunista dalla unione di questa sinistra socialista, del Partito operaio indipendente e dal Partito operaio socialista scozzese, che durante la guerra aveva tenuto posizione intransigente. Il P.C. muore anch’esso, come tutte le sezioni del Comintern, nella tragedia della rivoluzione russa.
Sarà, il proletariato inglese, capace di esprimere un nuovo e più potente «cartismo» moderno e marxista, ora che vengono meno persino le briciole del banchetto imperialista, per avere perduto Albione il primato nel mondo capitalistico? I fatti confermano il nostro assunto. Il partito «operaio» inglese, il partito laburista, condivide ormai con il classico partito borghese, quello conservatore, responsabilità di governo, alternandosi alla direzione dello Stato a seconda delle esigenze di conservazione sociale. È il partito opportunista per eccellenza, è l’espressione dell’opportunismo in permanenza, la sinistra della borghesia. Per mezzo della sua opera corruttrice lo Stato è uscito indenne dalla tempesta del primo dopoguerra. Per opera dell’opportunismo internazionale, ispirato a Mosca, ha superato la seconda guerra imperialistica. Se la prossima crisi mondiale dell’economia capitalistica riporterà il proletariato alla lotta di classe diretta e l’opportunismo sarà sconfitto, l’immancabile movimento di sciopero del proletariato inglese riavrà le condizioni per esprimere il Partito di classe.
In lingua amarica la terra si indica con la parola «resti», che significa: «proprietà collettiva derivante da conquista». La stirpe che ha diritto di uso sulla terra, viene invece indicata con la parola «restegnà» che significa: «stirpe proprietaria discendente dai conquistatori».
Nel significato di queste due parole è racchiuso tutto il sistema sociale nelle campagne etiopiche che si è tramandato fino ai nostri giorni.
Fino al secondo dopoguerra non è esistita, o è esistita solo in misura irrilevante, la proprietà di tipo capitalistico.
Il suolo della maggior parte dell’Etiopia è caratterizzato da grande fertilità naturale e da grande varietà di clima. L’alta fertilità naturale è testimoniata ad es. dal fatto che questa regione è una delle più ricche di bestiame di tutta l’Africa. Questo bestiame viene allevato per lo più allo stato brado, cioè si nutre dei prodotti spontanei del suolo.
Nel corso dei secoli, varie popolazioni si sono contese il dominio di questa «terra promessa». Gli amhara sono risultati vincitori e hanno imposto il loro dominio su tutta la regione.
Questa razza guerriera che considerava il lavoro produttivo una occupazione indegna, era suddivisa in una complessa gerarchia militare con a capo l’imperatore.
Solo l’imperatore era il padrone assoluto della terra. Egli delegava i suoi diritti ai vari gradi della gerarchia militare, i quali avevano il privilegio di esigere dai contadini quante più tasse potevano; tasse che naturalmente venivano pagate in natura o in lavoro. In cambio, questi capi militari, dovevano a loro volta pagare un tributo all’imperatore e svolgevano nella zona loro affidata, funzioni amministrative e militari.
Le cariche di Negus, Ras, o Deggiac potevano essere revocate dall’imperatore in qualsiasi momento, ma nel corso del tempo divenivano ereditarie, cioè non uscivano da una stessa famiglia.
La nobiltà locale era costituita dai Gultegnà, che rivestivano funzioni simili ai nostrani baroni medioevali. Il loro feudo era chiamato «gulti» e derivava da una concessione del Negus Neghesti, per cui la famiglia dei gultegnà poteva trattenere un decimo del tributo riscosso nella zona, far coltivare a proprio esclusivo vantaggio un decimo del terreno del feudo, confiscare le terre di chi non pagava le tasse; nel caso di divisione dei terreni, aggiudicarsi come tassa un decimo delle terre.
Mentre nel caso dei Ras o Negus non si può parlare di proprietà ereditaria, ma di grado militare ereditario, qui siamo di fronte alla formazione di una proprietà, ma non è ancora la proprietà di tipo individuale, perché è tutta la famiglia che gode i benefici del Gulti.
Fino all’occupazione italiana (1936) nessuno poteva avere dei diritti sulla terra all’infuori degli appartenenti alla razza amhara; nessun straniero, nessuna impresa occidentale poteva perciò acquistare liberamente un terreno.
Era consentito vendere il proprio diritto di uso sulla terra, ma in tal caso, si doveva versare come tassa la metà del prezzo al rappresentante locale dell’imperatore.
Si può dire, parafrasando, che la legge etiopica non ammetteva l’acquisto, ma solo la conquista. Ed infatti, tutti gli studiosi occidentali che nell’esaminare l’organizzazione politica dell’Etiopia si sono affaccendati a ricercare quali erano le «fonti del diritto» hanno dovuto concludere, inorriditi, che questo derivava solo dalla forza. Aggiungiamo che una simile «scoperta» fu uno degli argomenti per giustificare la conquista italiana e che, già da più di un secolo, il marxismo afferma che la forza è la «fonte», l’origine di ogni diritto e di ogni privilegio, soprattutto laddove i codici sono più raffinati.
Il peso di tutta l’impalcatura sociale gravava sugli schiavi (prigionieri di guerra e loro discendenti) e sulle popolazioni sottomesse (Galla, Uollo, Dancali, Somali, ecc.) dedite all’agricoltura e alla pastorizia.
La schiavitù, nonostante gli sforzi più o meno convinti fatti da Menelik II e da Haile Selassie per abolirla, rimase in piedi fino alla occupazione italiana. Le razzie e le vendite di schiavi costituivano la occupazione principale di molti Ras; il Fatha Negasti (libro dei re) afferma che «la legge di guerra e la vittoria fanno i vinti schiavi dei vincitori». Il lavoro degli schiavi aveva inoltre una importanza considerevole per molte regioni.
L’occupazione italiana abolì la schiavitù, costruì strade, dette impulso alle città, installò le prime manifatture; ma i privilegi di cui godeva la nobiltà locale nelle campagne non furono aboliti e si tramandarono fino ai nostri giorni.
Le forze produttive erano compresse sotto la cappa di piombo di un dispotismo secolare, e il loro sviluppo non poteva verificarsi senza la violenta rottura dei rapporti sociali. Perciò, accanto al sorgere delle prime industrie e delle prime aziende agricole moderne, è rimasto fino ad oggi in piedi un sistema di privilegi feudali che grava sulle spalle del contadino e frena lo sviluppo delle forze produttive.
Ancora nel 1966, solo il 10% del territorio è coltivato; il 7% destinato a bosco; il 57% a prati e pascoli; e ben il 26% è incolto.
Eppure l’agricoltura fornisce il 64% del prodotto nazionale lordo. Il patrimonio zootecnico è uno dei più ricchi di tutta l’Africa: nel 1969-70 c’erano 26 milioni di capi bovini, 12.700 mila ovini, 1.400 mila cavalli, 1.400 mila muli, 3.900 mila asini (Annuario statistico ONU 1971).
Le vie di comunicazione sono scarsissime; nel 1965 esistono solo 6300 Km di strade e circa 1000 Km di ferrovia, 24.000 autovetture, 8900 veicoli industriali, appena 54 uffici postali, 28.000 telefoni. Tutto ciò in un paese di 26 milioni di abitanti, grande quasi quattro volte l’Italia.
Un altro dato che mostra la scarsissima industrializzazione è quello relativo alla produzione di energia elettrica, nel 1969 appena 341.000 KW, contro ad es. quella dell’Egitto, che non è certo un paese industrializzato, di oltre 4 milioni di KW. A ciò si deve aggiungere che il territorio essendo montagnoso e ricco di grandi fiumi, offrirebbe grandi possibilità di produzione di energia idroelettrica.
Le poche industrie minerarie o di trasformazione dei prodotti agricoli, sono quasi tutte in mano a stranieri, soprattutto italiani. Gli operai sono meno di 400 mila.
Non è mai stato fatto un censimento della terra e della popolazione, ma secondo le ultime stime, pare che prima della riforma decretata il 4 marzo 1975, la ripartizione della terra fosse la seguente: il 24% ai signorotti feudali; su queste terre lavorava il 60% della popolazione, cioè circa 15 milioni di abitanti. Essi dovevano pagare un canone pari al 75% o più dei prodotti. Alcune di queste proprietà raggiungevano estensioni enormi (600 mila – 800 mila Ha).
Il 16% apparteneva alla famiglia dell’imperatore (le terre più fertili).
Il 60% era coltivato in forma comunitaria da circa 7 milioni di contadini.
Come abbiamo visto, fino ad oggi non si è formata una vera e propria borghesia imprenditoriale e, come è avvenuto in molti paesi arretrati, (Egitto, Algeria, Libia, ecc.) è l’esercito, unica forza organizzata, che costituisce il «partito della borghesia»; che cioè si assume il compito di abbattere il feudalesimo e di attuare la trasformazione economica in senso capitalistico.
Il Derg (comitato militare rivoluzionario) è perciò il legittimo rappresentante della borghesia nazionale etiopica. È una borghesia giovane, appena nata, ma che già presenta una faccia reazionaria. Il Derg ha abbattuto la monarchia assoluta, ma appena si è trovato di fronte gli operai in sciopero ha risposto con il piombo alle loro richieste. Lo stesso ha fatto nei confronti dei contadini, e solo le necessità di guerra, solo il diffondersi del separatismo tra le varie popolazioni, solo il timore di perdere l’Eritrea, unico sbocco a mare, lo ha spinto, più in là delle sue intenzioni, a proclamare la Riforma agraria.
Il Derg dispone di un esercito di poche decine di migliaia di uomini, assolutamente insufficiente a controllare un paese così esteso e con così scarse comunicazioni.
Le spinte secessionistiche, negli ultimi tempi si sono moltiplicate. Le popolazioni che per secoli sono state sottomesse agli amhara rivendicano l’autonomia.
Resta una sola alternativa: mobilitare i contadini e scagliarli contro i secessionisti. Ma che interesse avrebbero i contadini a difendere un regime che non ha fatto niente per loro? Ecco la ragione per cui il Derg si è deciso a proclamare una Riforma agraria dalla formulazione così radicale.
La Riforma decretata il 4 marzo 1975, prevede infatti:
che tutte le terre passino senza indennizzo in proprietà dello Stato;
che i diritti feudali dei nobili e della Chiesa siano aboliti;
l’annullamento di tutti i debiti dei contadini;
la distribuzione della terra a chi la lavora in lotti non superiori a 10 Ha, oppure in forma cooperativa alle comunità di villaggio;
la proibizione dell’impiego di braccianti;
la proibizione della compra-vendita di terre. Nessuno potrà più possedere terre a titolo privato;
che il provvedimento sia dichiarato valido per tutte le regioni (quindi anche per l’Eritrea).
(L’Unità, 5/3; Le Monde, 5/3)
Si tratta di una riforma decretata per necessità di guerra. Non è un fatto nuovo; in molti casi la borghesia, avendo avuto bisogno dei contadini, li ha illusi con la prospettiva della riforma agraria; sempre però alla fine, li ha truffati. Nella migliore delle ipotesi i contadini, liberati del giogo del feudatario, sono passati sotto quello dell’usuraio, del mercante, del contadino ricco.
La terra non basta! Occorrono il bestiame, gli utensili, le macchine e di questo, almeno per quanto se ne sa, la riforma decretata dal Derg non parla. Segno evidente che la borghesia etiopica non ha affatto intenzione di mettere in pratica le sue affermazioni. Per comprendere meglio basta ricordare i provvedimenti che furono attuati dalla Russia Rivoluzionaria. Nel Decreto sulla terra varato dai Soviet in Russia nell’Ottobre 1917, si afferma:
«1. I diritti dei proprietari non contadini sono aboliti immediatamente senza alcun riscatto.
Le loro terre, e quelle dello Stato, dei conventi e delle città, sono messe con tutti gli strumenti di lavoro, il bestiame, e le costruzioni, a disposizione dei comitati terrieri e dei consigli dei delegati contadini riuniti in ogni distretto, fino alla riunione dell’assemblea costituente».
Nella Legge sulla terra varata nel Settembre 1918, si afferma:
«2. La terra trapassa in uso all’intera popolazione lavoratrice, senza alcun compenso, aperto o segreto, ai precedenti proprietari.
Il diritto di uso della terra appartiene a coloro che la coltivano col proprio lavoro…
Tutto il bestiame, le scorte e gli annessi dell’azienda agricola appartenenti a privati o a Enti non lavoratori passano, senza indennità agli organi appositi istituiti nei distretti, nelle province, regioni e Società federali, i quali ne disporranno secondo la loro qualità.
Tutte le costruzioni riguardanti l’azienda, così come tutte le pertinenze agricole, passano pure senza indennità a disposizione degli organi indicati nell’articolo 6.
Il commercio delle macchine agrarie e delle sementi è monopolizzato dal potere degli organi dei soviet».
Anche nella riforma proclamata dal Derg si stabilisce il principio rivoluzionario che la terra appartiene a tutto il popolo e viene data in uso a chi la lavora, ma anche questo non basta: ogni affermazione di principio è destinata a rimanere un cumulo di parole, se non si cerca di metterla in pratica.
L’attuazione della riforma presenta grandi difficoltà di natura tecnica, ma soprattutto uno è l’ostacolo da superare: la resistenza dei proprietari fondiari. Questi, non appena si è saputo della proclamazione della riforma, si sono dati alla macchia con le loro bande armate e difenderanno con la forza i loro privilegi.
I contadini poveri etiopici devono perciò difendersi contro due nemici: da una parte contro la borghesia che, dopo averli utilizzati, quando non avrà più bisogno di loro, li abbandonerà a se stessi.
Dall’altra contro i proprietari fondiari che non vogliono abbandonare i loro privilegi.
Quali garanzie possono avere i contadini che la riforma sarà veramente attuata? Una sola, armarsi e riunirsi in organizzazioni autonome.
Lenin, in un discorso pronunciato nel maggio 1917 al primo congresso panrusso dei deputati contadini, afferma:
«… io ed i miei compagni di partito, in nome del quale ho l’onore di parlare, conosciamo due strade che conducono alla difesa degli interessi del salariato agricolo e dei contadini più poveri e le raccommandiamo all’attenzione dei Soviet contadini. La prima è l’organizzazione dei salariati agricoli e dei contadini più poveri. Noi consigliamo e vogliamo che, in ogni villaggio, in ogni Volost, in ogni distretto e in ogni provincia ogni comitato di contadini comprenda una frazione o un gruppo speciale dei salariati e dei contadini più poveri. Questi debbono dirsi: 'che cosa faremo noi domani quando la terra diventerà proprietà della nazione tutta, poiché questo accadrà certamente in quanto il popolo lo vuole? Come dobbiamo agire noi che non abbiamo né bestiame, né utensili? Dove li prenderemo per poter lavorare la terra? Come fare perché la terra diventata proprietà nazionale non cada nelle mani di quelli soltanto che possiedono ciò che ci manca? Se la terra cade unicamente tra le loro mani, che cosa ci guadagneremo? Ed è per questo che abbiamo fatto la grande rivoluzione…’.
Per uscire da questo capitalismo, perché la terra, divenuta proprietà nazionale, passi realmente agli strati di coloro che la lavorano, non c’è che un mezzo, quello dell’organizzazione dei salariati agricoli, i quali saranno guidati dalla loro esperienza, dalle loro osservazioni, dalla loro diffidenza verso ciò che loro dicono gli sfruttatori del popolo, anche quando ostentano insegne rosse e si danno alla democrazia rivoluzionaria. Solo la loro organizzazione sociale e la loro esperienza varranno qui. E il compito non sarà facile. Noi non promettiamo i fiumi di latte dalle rive di marmellata. No, i grandi proprietari saranno oppressi, poiché il popolo lo vuole, ma il capitalismo persisterà. È molto più difficile abolirlo. Per arrivarci bisogna scegliere un’altra strada, la strada dell’organizzazione separata dei contadini poveri. Ecco quello che il nostro partito mette in prima linea. Solo questa strada permetterà il trapasso difficile, graduale, ma reale, della terra, nelle mani dei lavoratori… La seconda raccomandazione del nostro partito è questa. Bisogna organizzare al più presto le più grandi proprietà (ce ne sono trentamila in Russia) in aziende modello in cui lavoreranno in comune operai agricoli esperti ed agronomi sapienti, valendosi del bestiame degli utensili, ecc.».
Notiamo che dal momento in cui questa riforma è stata varata tutti i giornali (compresi quelli dei partiti opportunisti), prima così solleciti a fornire notizie persino sulla salute dell’ex imperatore, hanno steso una cortina di silenzio sui fatti dell’Etiopia. Certo è scomodo per la borghesia occidentale, che non è stata capace nemmeno di nazionalizzare la terra, constatare che proprio da una nazione così arretrata vengono dei provvedimenti dalla formulazione tanto radicale. La constatazione è ancora più scomoda per i falsi partiti comunisti che tutti i giorni si inginocchiano davanti all’immagine della proprietà e piangono al capezzale dell’economia nazionale.
La borghesia etiopica non ha certamente l’intenzione di mantenere le sue promesse. Essa vuole solo sollevare i contadini quel tanto che basta per salvare l’unità dell’ex impero, per poi ingannarli come a loro volta hanno fatto tutte le borghesie del mondo. Ma le forze sociali non si possono comandare a bacchetta e, in determinate situazioni, anche le parole, anche le affermazioni di principio possono costituire il detonatore che fa scoppiare la bomba di contraddizioni sociali che sono latenti non solo in Etiopia, ma nel Sudan, nel Congo, nel Sud Africa, nella Rhodesia e in tutta l’Africa. Noi ci auguriamo sia presto incendiata dal fuoco della lotta di classe.