Il primo passo per fermare la guerra imperialista è scioperare per rifiutare di pagarne i costi
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Assemblea nazionale Usb contro la guerra e per il sindacato di classe
Il capitalismo mondiale sta entrando in una nuova recessione. Ciò avviene senza che la maggior parte dei paesi capitalisticamente maturi – cosiddetti occidentali – abbia recuperato i livelli produttivi antecedenti la crisi del 2008.
Questi paesi sprofondano nella crisi di sovrapproduzione iniziata nel 1973-’74, a cui hanno potuto sopravvivere, per ormai mezzo secolo, grazie a un crescente attacco alle conquiste del movimento operaio, all’indebitamento statale e privato, al pieno dispiegarsi del capitalismo nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” che, col loro basso costo del lavoro e i loro ritmi di crescita di giovani capitalismi, hanno frenato la caduta del saggio del profitto.
Ma le inesorabili leggi economiche del capitalismo – che solo il marxismo ha saputo conoscere e spiegare – stanno facendo entrare anche quei capitalismi, ormai non più giovani, nella crisi di sovrapproduzione, fatto storico di cui è stato sintomo la recente esplosione della bolla speculativa immobiliare in Cina.
Il capitalismo mondiale marcia verso la sua inevitabile rovina economica, sprofondando ogni giorno di più l’umanità intera nella barbarie.
Il peggiore e peculiare prodotto della crisi economica capitalista è la guerra imperialista. I punti di attrito fra gli imperialismi mondiali e regionali, e fra gli Stati capitalisti loro vassalli, aumentano di numero e si surriscaldano: Medio Oriente, Balcani, Europa Orientale, Asia Centrale, confine indo-pakistano, Asia Meridionale, Taiwan….
Inevitabilmente la guerra scoppia e la responsabilità è del capitalismo nella sua interezza, nonostante ogni regime borghese cerchi di additarne la colpa all’avversario.
L’imperialismo russo deve reagire alla crisi economica capitalista che lo attanaglia all’interno. Quello statunitense – non meno decadente e logorato dalla crisi – opera per frenare il suo declino di potenza dominante, provocando conflitti che danneggino gli avversari: l’emergente imperialismo cinese, nonché i vecchi imperialismi d’Europa, nascosti dietro il mantello di una unità che nel capitalismo è impossibile e fasulla.
Gli imperialismi tutti operano sulla base della medesima spinta economica, come pure i minori Stati capitalisti, che sono però solo vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Della indipendenza dell’Ucraina e delle condizioni di vita della sua popolazione, come di quelle della popolazione del Donbass, non frega nulla ai regimi borghesi da una parte o dall’altra del conflitto. La guerra imperialista è solo questione di interessi economici e politici della borghesia: democrazia, resistenza, indipendenza, antifascismo sono solo turlupinature agitate da una parte e dall’altra del fronte per mandare i lavoratori a macello al fronte a combattere per gli interessi dei loro sfruttatori.
Perché, infine, la realtà storica più profonda della guerra imperialista, che matura di nuovo sotto i nostri occhi, è la lotta di classe: la guerra è un prodotto della crisi del capitalismo e al contempo il solo mezzo che esso ha per sopravvivere a se stesso, a spese, col sangue e contro la classe operaia e contro il comunismo.
Il vero “aggredito” nella guerra imperialista non è uno Stato capitalista, o un fronte di Stati, ma il proletariato internazionale, i lavoratori di tutto il mondo, mandati al macello per far sopravvivere questo modo di produzione disumano e reazionario.
Ma i lavoratori, se inquadrati nel loro sindacato di classe e guidati dal loro partito rivoluzionario, hanno la forza per fermare il nuovo macello mondiale a cui la borghesia li spinge per salvare se stessa.
La guerra imperialista per la borghesia mondiale è una questione di vita o di morte: deve scoppiare ed essere quanto più devastante possibile, perché solo distruggendo fabbriche, infrastrutture, città e merci d’ogni genere, compresa la merce forza lavoro, il capitalismo può riavviare un nuovo ciclo di accumulazione. La crescita economica degli anni ‘50 e ‘60 del secolo passato fu possibile grazie ai 50 milioni di vittime del secondo conflitto mondiale, anch’esso – come quello odierno – imperialista su entrambi i fronti.
La parola d’ordine del partito comunista rivoluzionario di fronte alla guerra imperialista è – come fu in Russia nell’ottobre 1917 – il disfattismo rivoluzionario: sostenere e organizzare il rifiuto dei soldati-lavoratori a combattere, invocare e fomentare la fraternizzazione coi lavoratori del fronte opposto, invocare e lavorare per la sconfitta militare del proprio paese.
L’unico modo per fermare la guerra imperialista è che in un settore nazionale del fronte di una guerra, che sarà ancora una volta mondiale, i lavoratori diano l’esempio, iniziando a rivolgere i fucili, non contro i loro fratelli di classe in diversa divisa con cui sono costretti a scannarsi dai rispettivi governi borghesi, ma contro il proprio comando militare e il proprio governo. Perché un simile esempio contagerà tutto il fronte, tutti i soldati, tutti gli eserciti nazionali. Ciò che fu tentato nel primo conflitto mondiale, dopo l’esempio dato dai soldati russi.
Per far questo è necessario un partito internazionale, comunista, della classe lavoratrice.
Ma è anche necessario che i lavoratori siano abituati e organizzati a lottare per i propri bisogni immediati, elementari: per aumenti salariali, per la riduzione dell’orario di lavoro, per il salario ai lavoratori disoccupati.
Perché questi bisogni, e la lotta per essi, uniscono i lavoratori al di sopra di ogni falsa divisione fra aziende, categorie, etnie, sesso e infine nazioni, e sono già disfattisti degli obiettivi e degli interessi dei borghesi: più profitti, più sfruttamento, sacrificio dei lavoratori per il bene dell’azienda e del capitalismo nazionale, guerra.
Per questo il primo passo del disfattismo proletario e rivoluzionario nella guerra imperialista è l’organizzazione della lotta per i bisogni economici, elementari, dei lavoratori: il primo passo per fermare la guerra imperialista è scioperare per rifiutare di pagarne i costi.
A questo scopo è necessario un autentico sindacato di classe, ancora assente in Italia come in tutti i paesi del mondo, risultato – al pari della debolezza del partito rivoluzionario – del lungo corso storico inaugurato dalla controrivoluzione staliniana, che ha distrutto e snaturato l’organizzazione e i principi del comunismo, condannando i proletari di tutto il mondo al supplizio di un altro secolo di capitalismo in putrefazione.
In Italia i sindacati di base da anni rappresentano un tentativo di costruzione di un sindacato di classe ma le divisioni frutto dell’opportunismo delle loro dirigenze aiutano i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) a mantenere il controllo dei lavoratori, il che contribuisce a impedirne la mobilitazione.
Nell’ultimo anno finalmente sono state compiute importanti azioni unitarie: lo sciopero generale dell’11 ottobre dell’anno passato e quello contro la guerra del 20 maggio scorso.
Di fronte alla grave crescita dell’inflazione che erode i salari, i militanti e i lavoratori di tutti i sindacati di base devono battersi affinché sia organizzata una lotta unitaria – che coinvolga anche le opposizioni di classe nella Cgil – che abbia al centro la rivendicazione di forti aumenti salariali.
In molti paesi del mondo, di giovane come di vecchio capitalismo – dal Pakistan al Regno Unito, dall’America Latina agli Stati Uniti – sono già in corso forti scioperi per ottenere aumenti salariali.
Nessuna energia deve essere invece dispersa nel demenziale e ingannevole teatrino elettorale borghese! Un movimento di sciopero di centinaia di migliaia di lavoratori è in grado di conquistare aumenti salariali che migliorino concretamente la loro vita mentre nulla possono milioni di voti. Decine di migliaia di lavoratori inquadrati nell’internazionale partito comunista rivoluzionario nei principali paesi del mondo, alla testa di un movimento sindacale di classe, è quanto sarà necessario per togliere il potere politico alla classe dominante e darlo alla classe lavoratrice.
Oggi, un fronte unico sindacale di classe per organizzare la lotta per aumentare i salari nel prossimo autunno è il primo passo concreto per costruire un vero sindacato di classe e opporsi alla guerra imperialista!