Nella Nigeria dilaniata dalla crisi il proletariato lotta per il salario
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Nella Nigeria dilaniata dalla crisi il proletariato lotta per il salario
L’erompere delle proteste antigovernative in Kenya nello scorso giugno, e la cruenta repressione che ne è seguita, non hanno affatto oscurato l’aggirarsi dello spettro della turbolenza sociale anche in Nigeria. Nel più popoloso paese dell’Africa, dove da tempo dilaga la peggiore fiammata di carovita mai sperimentata dalle giovani generazioni di proletari, si è riaccesa la brace dell’insubordinazione di classe e si è assistito a un formidabile sciopero che potrebbe perturbare la pace sociale in tutto il continente africano. Il 31 maggio, il Congresso del lavoro nigeriano (NLC) e il Congresso dei sindacati (TUC), cioè le maggiori organizzazioni sindacati nigeriane, hanno proclamato uno sciopero generale a tempo indeterminato. Questo sciopero nazionale si è manifestato sotto forma di una risposta all’indifferenza del governo nei confronti del tema del salario minimo: i sindacati chiedono un aumento da 30.000 naire nigeriane (poco più di 18 dollari Usa al cambio attuale) a 494.000 naire (circa 300 dollari Usa). Ma questa mobilitazione esprime anche la crescente determinazione dei lavoratori di sfidare il dominio capitalistico nazionale e internazionale.
La Nigeria non è un paese fra i più poveri della fascia subsahariana. Eppure le condizioni di vita e di lavoro dei proletari sono assai dure. Gli operai della declinante industria tessile fanno turni di 12 ore e producono articoli per l’abbigliamento di lusso a paghe orarie di pochi centesimi. L’economia, fortemente dipendente dalla volatilità dei prezzi del petrolio, è assediata dalla corruzione e risente di una gestione inefficiente. Il solo Ministero degli Affari Umanitari nell’anno in corso ha visto dileguarsi 640mila dollari per peculato e malversazioni varie. L’economia clientelare è fiorente, con nuovi enti pubblici che sorgono da un giorno all’altro per offrire posizioni di prestigio al sottobosco del già parassitario ceto politico. Molti giovani, ormai disillusi circa le loro prospettive di vita future in città sovraffollate, imboccano sempre più spesso la strada del banditismo o dell’estremismo religioso. Altri di loro vanno a ingrossare i ranghi dell’esercito industriale di riserva, intensificando la competizione per i posti di lavoro e la conseguente, ulteriore depressione dei salari.
La Nigeria è un paese dotato di risorse naturali che nei primi anni del secolo aveva conosciuto una sostenuta crescita economica. Se per noi marxisti i dati del Pil non sono quelli più significativi per descrivere la ricchezza di un paese, mentre per i paesi più sviluppati è assai più importante valutare la produzione industriale, nel caso della Nigeria abbiamo a che fare con un paese in cui il grosso della ricchezza nazionale dipende dalla rendita petrolifera: le esportazioni infatti sono costituite per oltre il 90% dal petrolio che concorre anche all’80% del bilancio nazionale. Il PIL nominale del paese è di 470 miliardi di dollari nel 2022, ma le stime del FMI per il 2024 lo danno al di sotto dei 253 miliardi di dollari, mentre nel 2015, aveva raggiunto il suo picco massimo con 574 miliardi di dollari. Oltre alla perdita di oltre duecento miliardi di PIL nominale in nove anni, a determinare una difficile situazione economica, si deve considerare anche il sostenuto aumento della popolazione che è passata dai 184 milioni di abitanti del 2015 agli oltre 229 milioni del 2024. Tuttavia il quadro non sembra essere così catastrofico come appare dai dati in termini nominali del PIL, sono apparentemente catastrofici. Infatti il prodotto interno lordo pro capite a parità di potere d’acquisto è sceso dal 2015 ad oggi di circa un quinto dimostrando un impoverimento sensibile, ma non così drastico come si potrebbe desumere dal PIL nominale, al quale hanno contribuito in maniera vistosa le continue svalutazioni della Naira, la cui quotazione rispetto al dollaro si è più che dimezzata nel corso dell’ultimo anno.
In questo contesto di cronica crisi economica, le dure riforme economiche del presidente Bola Tinubu, tra cui il taglio dei sussidi alla benzina che ne ha triplicato il prezzo e l’aumento delle tariffe, non hanno fatto altro che aggravare ulteriormente le difficoltà che devono affrontare ogni giorno i proletari e i gli strati semiproletari che sono la stragrande maggioranza della popolazione della Nigeria.
Tuttavia i lavoratori stanno reagendo ai nuovi attacchi alle loro condizioni di vita e di lavoro. Una repentina e generalizzata ondata di lotte ha scosso il paese a partire dalla prima settimana di giugno. I lavoratori sindacalizzati dei settori dell’elettricità e delle compagnie aeree hanno incrociato le braccia il 3 giugno, provocando il blocco completo della rete elettrica nazionale e del trasporto aereo in tutto il Paese. I crumiri della rete elettrica che non hanno aderito allo sciopero sono stati allontanati con la forza dalle loro postazioni di lavoro e alcuni di loro sono stati picchiati. Con la rete elettrica disattivata, gli aeroporti di Lagos e Abuja si sono fermati, le scuole hanno chiuso i battenti e gli ospedali non hanno più potuto funzionare, in conseguenza della della determinazione alla lotta dimostrata dal proletariato nigeriano. Le forniture di elettricità e acqua sono state interrotte anche all’Assemblea Nazionale, a conferma dello scarso rispetto del proletariato verso il sordido bivacco borghese del parlamento, mentre le proteste bloccavano i cancelli dell’edificio e paralizzavano di fatto tutte le funzioni governative. I lavoratori in sciopero sono stati anche fotografati mentre ordinavano ai funzionari dell’agenzia delle entrate nigeriana di uscire dai loro uffici. Banche e ospedali sono rimasti chiusi e un medico ha dichiarato che il sistema sanitario nigeriano era “sull’orlo del collasso”, poiché gli ospedali non potevano più funzionare senza elettricità. I sindacati del settore scolastico hanno manifestato la loro solidarietà alla mobilitazione sindacale, annunciando scioperi, rivendicando gli stipendi arretrati e denunciando l’indifferenza del governo nei confronti della loro difficile condizione economica. I sindacati dell’industria petrolifera hanno minacciato di scioperare, ma il governo è riuscito a imporre la prosecuzione dell’estrazione di petrolio.
Con l’evolversi dello sciopero, il governo ha pensato di fare fronte alla determinazione dei lavoratori con le riserve di capitale accumulate a spese dei lavoratori stessi. Tuttavia, la borghesia internazionale è intervenuta per mezzo della Banca Mondiale che ha prestato 500 milioni di dollari per sostenere il vacillante settore elettrico nigeriano, una misura provvisoria che ha evidenziato la gravità della crisi.
Il governo si è visto costretto a fare concessioni rispetto a rivendicazioni come l’eliminazione degli enormi aumenti delle tariffe dell’elettricità e del carburante che avevano ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori. Dopo sei settimane di sciopero, le trattative con il governo hanno portato a un accordo che prevede del salario minimo a 70.000 naire (42 dollari Usa), molto meno di quanto richiesto dai sindacati. Il governo ha anche promesso di rivedere le tariffe dell’elettricità e di considerare il loro impatto sui consumatori più poveri, impegnandosi a aumentare gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto e nelle energie rinnovabili. Con il consenso della NLC e del TUC a questo compromesso, i lavoratori sono stati rimandati al loro posto di lavoro, anche se con un salario minimo che prevede 40.000 naire (24 dollari) in più in busta paga.