Partido Comunista Internacional

Il Comunista 1921-07-31

Mentre si prepara la "spedizione pacificatrice"

Ancora due parole

Il socialismo rivoluzionario riconosce che, in un determinato momento storico, per ragioni che qui è superfluo ripetere, l’urto fra le due classi sociali assume gli aspetti della guerra civile. Questa, ch’è guerra combattuta con tutte le armi, si manifesta dapprima episodica, come cozzo di pattuglie le quali aumentano di numero e moltiplicano la loro attività e la loro asprezza aggressiva. C’è taluni che vogliono dettare norme cavalleresche nella guerra combattuta. Come tali iniziative siano infallibili e lontane dalla realtà che si vive angosciamene sul campo dell’azione, l’esperienza bellica dimostra, e lo dimostra anche l’esperienza delle rivoluzioni passate e recenti.

Distinguere la violenza collettiva dalla violenza individuale in guerra vuol dire cavillare intorno alla possibilità di un combattimento dal quale possa essere bandita la violenza individuale; e – al più spesso – significa non voler combattere la guerra. Si è apertamente contro la guerra civile, e cioè si nega la lotta di classe (giacché non è socialisticamente ammissibile la lotta di classe che non giunga – per le ragioni stesse che la originano – alla guerra civile); allora si ha il dovere di chiaramente parlare al proletariato, come troppe volte hanno fatto gli uomini della destra socialista. Ma se si accede alla necessità storica della guerra civile, si deve accettare questa con tutte le intemperanze che l’accompagnano, pur domandandone, attraverso una disciplina politica, l’indirizzo e prevedendone gli sbocchi.

È difficile stabilire quale sia la “violenza per la rivoluzione” e la “violenza per la violenza”. Soltanto pochi malati possono definirsi esteti della violenza, ma il proletariato che è – generalmente – sano, adopera una violenza cosciente, determinata da alcune situazioni storiche ed economiche che noi sappiamo.

Il proletariato toscano che al fronte aveva fama di pusillanimità e che dette una forte percentuale di diserzione, è quello che meglio combatte contro le bande bianche. Può dirsi forse che questo proletariato sia violento per amore della violenza?

***

Noi comunisti affermammo da qualche anno – e l’affermazione trovò consenso in tutte le tendenze che vivono sotto la bandiera del Partito Socialista Italiano, giacché non era essa una nostra opinione personale – che la situazione internazionale apertasi con lo scoppiare della guerra europea è una situazione chiaramente rivoluzionaria. La rivoluzione russa nacque datale situazione e apre l’era delle rivoluzioni proletarie. Tali affermazioni suffragate dalla critica dei fatti che si svolsero e si svolgono nel mondo furono – sino a ieri – patrimonio della polemica del Partito Socialista Italiano. Usciti dal Partito Socialista Italiano noi ci proponiamo di trarre, dai motivi storici che accelerano la crisi dell’economia borghese e dalle esperienze delle rivoluzioni proletarie vittoriose e vinte, le conclusioni di ordine tattico, le quali ci dicono che il proletariato non può risolvere gli angosciosi problemi del suo presente e del suo divenire se non impossessandosi del potere politico e che il potere politico non può che avvenire violentemente. Il concetto della dittatura del proletariato, che oggi è un fatto in una grande nazione, non è che un mezzo per distruggere a poco a poco i residui di capitalismo che il potere proletario porta seco e permette a questo di iniziare il trasferimento della proprietà individuale alla collettività. Questi concetti sono popolari, ormai, sebbene non siano più ribaditi nella stampa e nella propaganda del Partito Socialista Italiano.

Noi quindi abbiamo una linea logica di principio e di tattica, e non ci si può sorprendere in contraddizione.

Siamo perciò vivamente sorpresi allorché leggiamo sull’Avanti! parole come queste:

“Il neonato Partito Comunista può nascondersi dietro di noi, la sua stessa dappochezza, la stessa sua mancanza d’istituti formati e di organismi in pieno sviluppo, gli permettono di fare la voce grossa e di appiattarsi alle nostre spalle, godendo così il doppio privilegio di indicare noi al bersaglio del nemico comune, e di farsi bello, dinanzi alla folla, di una opposizione che esso compie soltanto in quanto ha trovato in noi i suoi genenti responsabili. La sua forza in fine dei conti è come la forza dei fascisti: è fatta d’irresponsabilità. Quando non si ha nulla da perdere, quando il babbo ricco pensa alle spese, si può fare anche la voce grossa!”.

Queste parole sono davvero atroci per la malafede cui sono ispirate. È troppo facile ai nostri avversari socialdemocratici tacciar d’incompetenza, d’incoerenza di eccessiva vivacità polemica: ma noi non sappiamo davvero contenerci dinanzi a manifestazioni così evidenti d’impudenza.

Noi abbiamo il diritto di chiedere ai nostri perfidi nemici della socialdemocrazia:

a) in quale occasione il Partito Comunista d’Italia si nascose dietro le ampie spalle del Partito Socialista Italiano? Già dai giorni che precedettero il Congresso di Livorno noi separammo dinanzi alle masse le nostre dalle responsabilità controrivoluzionarie del Partito Socialista Italiano; e molte volte abbiamo assunte le responsabilità che ci spettavano. Non abbiamo mai persa l’occasione di dire il nostro pensiero anche quando non era “igienico” essere sinceri. Ed oggi chi è che si mantiene nella breccia solo contro un mondo di nemici tra i quali vediamo i nostri compagni di ieri? Ah, no, non è onesto mentire così spudoratamente! Noi, anzi, preghiamo i nostri ex compagni di dichiarare pubblicamente che tutte le responsabilità dell’educazione rivoluzionaria del proletariato spettano a noi comunisti: noi gradiremo dai socialdemocratici questo atto di onestà e di sincerità. Per conto nostro noi li rassicuriamo che noi ripeteremo sempre che essi nessuna colpa hanno dello stato convulso in cui vivono il proletariato e la borghesia; che essi sono contro ogni violenza, che essi combattono il comunismo come si combatte un avversario, che essi sono disposti alla sincera pacificazione con il fascismo il cui terreno antisocialista fu dovuto ad un equivoco frutto d’ignoranza nei dirigenti del fascismo italiano. Se anche fossimo stati poco chiari fino a ieri – ci sembra di no – speriamo oggi con questa nostra dichiarazione della quale preghiamo i socialdemocratici di prendere atto.

b) che la nostra forza sia fatta d’irresponsabilità, questo lo contestiamo in nome dell’intelligenza. Modestia a parte, ma i dirigenti socialisti sono indegni di occupare i posti che occupano. Non bastano cinquanta o sassant’anni di età per avere il diritto di dirigere le masse. Con questo criterio l’onorevole Paolo Borselli potrebbe essere un ottimo segretario del Partito Socialista Italiano. Occorre preparazione, lucidità mentale, ed un poco almeno di passione. L’idea vuole essere amata perdutamente. Noi abbiamo molto radicato il senso della responsabilità ed il Serrati varie volte ha dovuto constatare che qualcuno fra noi ha ben piantata la testa sulle spalle.

c) Sì, è vero: noi non abbiamo nulla da perdere ma non c’è contraddizione fra questa affermazione e l’altra che spesso ci accade di sentire, che cioè noi siamo dei volgari arrivisti e magari degli accaparratori di stipendi? Noi sappiamo che quest’ultima accusa schizza incosciente dal furore polemico! Se fossimo rimasti nel partito socialista italiano, lo dicano sinceramente i capi socialisti, avremmo potuto sperare qualche facile gloria ed anche qualche … “posto”. Noi accettiamo, perché rispondente al vero, l’affermazione più recente: “noi comunisti non abbiamo nulla da perdere”. Potremmo allargare il concetto e ripetere con Marx “il proletariato non ha nulla da perdere, con la sua rivoluzione, fuorché le proprie catene” E dunque per il timore di perdere qualcosa i socialisti (molti di essi) paventano la rivoluzione proletaria. Ciò dice chiaramente che il Partito Socialista non è il partito della classe lavoratrice. È vero?

La malignità poi del “babbo ricco” che pensa alle “spese” è cattiva. Papà si è impoverito per pagare i vizi dei nostri fratellastri scioperati. E dire che papà avrebbe tanto bisogno di un poco d’aiuto, di un poco, di un poco di cuore! Ma questo è un argomento assai spinoso: soltanto chi vive in mezzo a noi può conoscere i sacrifici che si compiono.

C’è un’altra cattiveria nelle parole socialiste: “Noi comunisti facciamo la voce grossa” e basta …

Rispondano i nostri morti, i nostri esuli i nostri affamati all’insulto banale e stupido. E se tuttora non chiaramente può delinearsi il sacrificio dei comunisti italiani per l’equivoco che fascisti e socialisti han generato, domani – per merito di queste stesse due correnti politiche – il nostro piccolo “neonato” partito si erigerà come una figura sanguinante, sola, eroica, illuminata dal sorriso della gioia di aver tenuto alta e forte, in una prova d’amore sublime la bandiera sbrindellata e sanguinante della Rivoluzione proletaria.

Il valore dell'isolamento Pt.2

Nell’articolo precedente abbiamo citato a mo’ d’esempio alcuni casi, scelti tra altri moltissimi, di punti di incontro e di contatti tra quei movimenti di sinistra del proletariato che si differenziano da noi comunisti per vedute particolari (sindacalisti ed anarchici) con altri movimenti falsamente rivoluzionari e che racchiudono in sé solo un inganno per il proletariato ed una serie di risorse conservatrici per il regime borghese.

Di questi non abbiamo parlato distintamente ed ordinatamente, ma solo vi abbiamo largamente accennato man mano che venivano a taglio negli esempi suddetti. Non crediamo diffonderci molto a dimostrare come movimenti che campeggiano tra il partito repubblicano, quello socialista, il sindacalismo “corridoniano”, il dannunzianesimo che dai legionari si stende agli arditi e ai fascisti (mentre per le più volte dette ragioni ci rifiutiamo di vedere tra essi il movimento che farà il colpo di Stato per la “dittatura di destra”), coi loro programmi di rinnovamento dell’attuale reggimento sociale e politico italiano, svolgono un’opera deviatrice delle energie rivoluzionarie del proletariato e complice della conservazione dei privilegi della classe dominante. Tutti quei movimenti indistintamente, come più volte abbiamo dimostrato, e come si potrebbe sempre più porre in evidenza con dichiarazioni recenti ed atteggiamenti caratteristici dei loro capi, anche quando si servono della violenza, si pongono su di un terreno parlamentare e democratico, che sono per noi indiscutibilmente le condizioni migliori di difesa del principio borghese. Che alcuni ostentino il loro liberalismo formale e la loro simpatia per le organizzazioni professionali proletarie, altri dichiarino di condizionare tutto ciò ad un disarmo del proletariato ad ogni proposito di rovesciare il regime borghese (ossia di realizzare la dittatura bolscevica, distruggendo le nostre libere istituzioni, sabotando la nazione ecc.!) e fin allora esercitino la controffensiva più sanguinosa, non toglie che resti il medesimo fondamentale inquadramento storico degli uni e degli altri. Voler fermare l’avanzata proletaria entro le colonne d’Ercole della democrazia equivale per noi, e per diretta ferrea conseguenza storica, ad accingersi ad affrontarla con le mitragliatrici e le rivoltelle della reazione.

È quindi fuori di discussione per i comunisti l’opportunità tattica di intese ed alleanze con questi complottatori da palcoscenico di pseudo rivoluzionari che ci regalerebbero la repubblica di Eugenio Chiesa e il soviettismo politico di D’Annunzio, o la “repubblica dei sindacati” più o meno giuliettizzati.

Si potrebbe pensare che questi movimenti, una volta iniziati, creerebbero quella situazione di instabilità del potere statale in cui l’assalto a fondo del proletariato potrebbe inserirsi efficacemente, e ciò è anche possibile, ma non bisogna dimenticare che in questa seconda fase i peggiori nemici sarebbero i rivoluzionari del momento precedente, che sarebbe sommamente pericoloso che quella avanguardia del proletariato che segue il programma comunista fosse dominata dalla speranza di avere in coloro degli amici, come avverrebbe se nella prima fase si marciasse gomito a gomito con essi. Nessuno nega che il divenire della storia può allacciare e sciogliere coincidenze di sforzo e di obbiettivo, ma è buona tattica solo quella che prepara tali forze e tale organizzazione di forze materiali e spirituali che si possa superare il momento più critico, quello cioè in cui si deve lottare da soli. Il più grande pericolo per la preparazione rivoluzionaria è quello di accedere ad un’alleanza, poniamo coi repubblicani o i socialisti, in una situazione in cui questi, ad esempio, dicano di essere d’accordo coi comunisti in una difensiva contro gli eccessi fascisti, perché questo equivale a rinunziare al nostro specifico compito di partito, consistente nel dare alle masse la coscienza delle situazioni che si prepareranno nel corso della lotta e di quella che sarà la posta della battaglia suprema tra rivoluzione e controrivoluzione.

Ora questa tattica, che scaturisce chiaramente dalle premesse dottrinali e dalle pratiche esperienze tattiche del Partito Comunista, è difficilissimo farla intendere a sindacalisti rivoluzionari e anarchici. Ecco perché dalla considerazione tattica che conviene al nostro partito escludere ogni “fronte unico” con repubblicani, socialisti, ed altri irregolari della rivoluzione – conclusione che forse riesce accetta alla quasi totalità dei compagni del nostro partito – non passiamo ad un’altra che forse è di più difficile accettazione, ostandovi tutto il sentimentalismo ed il facilonismo rivoluzionario che è appunto uno dei più grandi ostacoli per l’organizzazione di una seria preparazione rivoluzionaria in Italia, alla valutazione cioè dei gravi errori ai quali si potrà essere tratti se si accetterà il criterio di una stretta collaborazione con anarchici e sindacalisti.

Questi non hanno le ragioni che noi abbiamo per intendere l’incompatibilità ad intendersi ed allearsi con movimenti semiborghesi dal rivoluzionarismo esteriore, e, come abbiamo già mostrato con altri esempi, valorizzano certe correnti e certi atteggiamenti che la nostra critica discerne come squisitamente reazionari solo perché sedotti dalle loro pose di estremismo di forma, di apparenza.

Ora noi affermiamo che generalmente il movimento comunista deve rifuggire da ogni intesa organizzativa con movimenti i quali non dirigono le loro preparazioni nel senso delle esigenze della lotta decisiva. Prima di chiarire meglio perché i sindacalisti e gli anarchici sono gravemente lontani da avere quella coscienza e quell’orientamento tattico spieghiamo in modo assai semplice cosa intendiamo per “intesa organizzativa”. Ogni azione ha bisogno di preparazione, perciò stesso di organizzazione, perciò stesso di disciplina. Noi dichiariamo che per i comunisti sovrapporre alla disciplina organizzativa del loro partito l’impegno, ad esempio, ad eseguire le disposizione di un “comando unico” costituito da delegati di vari partiti – e ciò non solo se si tratta di legarsi in questo reciproco impegno con i movimenti rivoluzionari falsificati di cui prima si parlava, ma altresì nei riguardi dei sindacalisti e degli anarchici.

Si noti che l’escludere intese organizzative non esclude che si svolgano azioni nelle quali le forze comuniste possono agire in direzione concomitante ad altre forze politiche; ma occorre conservare il pieno controllo delle nostre forze per quel momento in cui le alleanze di un periodo transitorio potranno e dovranno decomporsi ed in cui si porrà in tutta la sua integrità il problema rivoluzionario.

Non discutiamo l’ipotesi di accedere a quelle intese organizzative col proposito di “tradirle” o sfruttarle nel loro complesso di forze nel nostro senso alla prima occasione. E scartiamo questa tattica non per scrupoli di ordine morale, ma perché, data appunto la funesta influenza di quel “confusionismo rivoluzionario” di cui trattiamo, anche purtroppo sulle masse che seguono il nostro partito, il gioco sarebbe troppo pericoloso, e la manovra del disimpegno riuscirebbe a nostro danno. Per preparare le masse alla severa disciplina dell’azione rivoluzionaria occorre grandissima chiarezza di atteggiamenti e di movimenti, e quindi occorre portarsi fin dal principio su di una piattaforma ben definita e sicura: “nostra”. Altrimenti fabbricheremo le piattaforme per altri, per movimenti che o sono scientemente reazionari malgrado le pose rinnovatrici, o sono rivoluzionari, ma non hanno del processo rivoluzionario la giusta visione.

Quanto abbiamo detto ci servirà discretamente, chiusa la parentesi, a definire il problema importantissimo di quale sarà il momento critico, decisivo, quale sarà per servirci ancora una volta della espressione la posta della suprema partita rivoluzionaria, quale la posizione ultima su cui le falangi nemiche si affronteranno, ed alla quale appunto occorre aver predisposto le nostre forze. E qui si vedrà perché in questo gli anarchici e i sindacalisti pericolosamente errano, in un senso che a parole li fa più “rivoluzionari” dei comunisti, ma in realtà li porta sul terreno di quei movimenti obliqui ed equivoci che uccidono il contenuto stesso della “unica possibile rivoluzione” che possa essere chiamata tale.

Noi dunque diciamo: nessuna intesa organizzativa con movimenti che non siano impostati nella direzione dell’urto definitivo e che non si preparino a quel preciso obbiettivo. Come noi possiamo chiaramente definire quell’obbiettivo rivoluzionario al di fuori del quale vi è il pericolo di fare il gioco del nemico, fissandone i caratteri principalissimi, generali, il non riconoscimento di uno solo dei quali conduce in realtà a cadere nel tranello controrivoluzionario?

Noi crediamo che a base della nostra tattica debba stare questo criterio: nessuna intesa organizzativa, ossia nessun fronte unico con quegli elementi che non si prefiggono: la lotta rivoluzionaria armata del proletariato contro lo Stato costituito, intesa come un’offensiva, un’iniziativa rivoluzionaria – l’abolizione, attraverso questa lotta, della democrazia parlamentare assieme al meccanismo esecutivo dello Stato attuale – la costituzione della dittatura politica del proletariato che porrà fuori della legge rivoluzionaria tutti gli avversari della rivoluzione.

Queste basi fondamentali di un’intesa tattica non le facciamo discendere dal gusto puramente astratto di dire: collaboreremo nella preparazione pratica della rivoluzione solo con quelli che ne condividono sostanzialmente il nostro concetto teorico comunista. No, non si tratta di un lusso dottrinario, se pure le considerazioni che ci conducono a quel criterio tattico stanno a confermare ancora una volta quale magnifica guida dell’azione sia la nostra dottrina marxista. Si tratta proprio di utilizzare razionalmente gli insegnamenti pratici dell’esperienza.

Finora si è sempre riscontrata una tendenza quasi naturale a stabilire di quelle intese tra partiti diversi per una serie di finalità limitate e specifiche: difesa di vittime politiche, agitazioni particolari ecc. Su basi strettamente definite si potrebbe considerare come meno allarmante la costituzione dei cosiddetti comitati unici, ma vi è sempre la grave obiezione che è imprudente abituare i compagni e la massa a questo modo semplicista ed apparentemente facile di trovare aiuto e moltiplicare la propria forza e la propria influenza da un momento all’altro. Ma dove la incompatibilità tattica dei “fronti unici” diviene evidente e allorché essi si prefiggono un obiettivo più largamente politico, e soprattutto sul terreno dell’azione armata. Quando arriviamo al concetto di “agitazione per il ristabilimento delle pubbliche libertà” ossia per la “conservazione delle posizioni conquistate dal proletariato” allora si comincia a delineare l’insidia della tattica delle intese. Il “ritorno alla vita normale” ossia alla vita dell’anteguerra e dell’ “antecrisi” propugnato dai socialdemocratici è un obiettivo conservatore e reazionario perché è in contrasto con la fondamentale tesi dei comunisti che questo è il periodo della crisi ultima del capitalismo che non può trovare altri punti di equilibrio che la dittatura borghese e il terrore bianco reggentesi sulla cieca distruzione, o la rivoluzione proletaria, unica premessa di un riassestamento dei rapporti sociali. Un’azione per la difesa del proletariato contro la reazione non può essere concepita che come una azione del proletariato per rovesciare il regime. Ecco perché i comunisti devono rifiutare di partecipare ad iniziative di intese politiche aventi carattere “difensivo” contro gli eccessi dei bianchi, ma con l’obiettivo insidioso di ristabilire “l’ordine” e fermarsi li. Gli stessi lanzichenecchi fascisti non hanno altro obiettivo politico che quello di “ristabilire l’ordine” e dinnanzi ad un proletariato incapace o rinunciatario all’offensiva rivoluzionaria essi desisterebbero dalle loro gesta.

Norme per la costituzione e la organizzazione dei Gruppi Comunisti

Molte sezioni e federazioni comuniste hanno richiesto che l’Esecutivo Sindacale emani norme precise per la organizzazione dei Gruppi Comunisti. La richiesta, opportuna, è stata presa in considerazione da questo comitato, che stabilisce con il presente comunicato le disposizioni complete per la formazione dei Gruppi Comunisti alle quali dovranno rigidamente attenersi tutte le sezioni del Partito. Vogliamo sperare che tutti i compagni, compresa la grande importanza che viene ad assumere la nostra opera di penetrazione nei sindacati, daranno tutta la loro attività alla organizzazione dei nostri gruppi dai quali il Partito si deve ripromettere innanzitutto una efficace opera di propaganda in mezzo alla massa lavoratrice.

Ed ecco le norme per la costituzione e la riorganizzazione di essi:

1) in tutte le località la sezione comunista dovrà provvedere di riunire i compagni iscritti al Partito ed alla Federazione Giovanile che lavorino presso uno stesso stabilimento, ufficio o azienda industriale o agricola, e costituire fra di essi il Gruppo Comunista. Questo però deve essere costituito da almeno tre soci: ove gli iscritti al Partito non raggiungano questo numero, non si dovrà logicamente costituire il gruppo. Questo si dovrà comporre come abbiamo detto di soli iscritti al Partito. Potranno però aderire anche i simpatizzanti, dei quali dovrà essere tenuto un elenco separato; essi assumeranno la qualifica di soci simpatizzanti.

I Gruppi Comunisti dovranno essere costituiti anche in seno alle Leghe di mestiere, sindacati, cooperative di lavoro, di consumo, agricole, ecc.. Anche qui si dovrà procedere come detto più sopra. Avverrà così che singoli compagni si trovino ad essere contemporaneamente soci di due o più gruppi. Sarà tanto di guadagnato, in quanto essi potranno dare la loro attività così nella propria azienda come nelle organizzazioni sindacali e economiche.

Per gli iscritti ai Gruppi comunisti è obbligatorio l’acquisto del solo contrassegno di adesione alla Internazionale dei Sindacati Rossi. È lasciata facoltà ai singoli gruppi di imporre un contributo ai propri iscritti, il quale in ogni modo deve essere in misura minima. I fondi che eventualmente venissero raccolti con questi contributi debbono essere esclusivamente dedicati alle spese di organizzazione interne e di propaganda.

2) I Gruppi comunisti devono dedicare la loro maggiore attività all’opera di propaganda nella massa lavoratrice organizzata e non organizzata, devono fare opera di collegamento fra il Partito e gli operai, divulgando in mezzo ad essi le principali deliberazioni e manifestazioni di ordine politico e sindacale del Partito Comunista, in modo che queste vengano subito portate a conoscenza dei proletari che dovranno essere indotti a seguire il nostro Partito in tutte quelle azioni che verranno di volta in volta deliberate. In una parola, il Gruppo comunista deve essere la lunga mano del Partito nella fabbrica, nella Lega, nella cooperativa, nel circolo, ecc..

Speciale funzione hanno i Gruppi comunisti nei sindacati di mestiere. Laddove i nostri compagni sono in minoranza essi devono lavorare continuamente per divenire maggioranza sia inducendo i disorganizzati ad entrare nella organizzazione onde rafforzare la loro azione, sia riaffermando continuamente nelle assemblee e nelle riunioni i nostri principi e presentando in qualunque votazione una propria lista di candidati alle cariche sociali, che deve essere sempre di maggioranza e composta soltanto di comunisti e di fidati simpatizzanti, possibilmente iscritti ai Gruppi. Ove invece i nostri siano già ai posti direttivi, i Gruppi comunisti devono fare opera perché i compagni che coprono cariche nella organizzazione sappiano acquistare e mantenere la fiducia delle masse, suggerendo ad esse l’opportunità o meno di seguire un determinato indirizzo a seconda di quanto viene consigliato da speciali condizioni e situazioni e a seconda anche del sentimento degli organizzati.

3) Ogni gruppo dovrà eleggere nel proprio seno un comitato composto di tre e di cinque membri, a seconda del numero dei soci che devono essere scelti esclusivamente fra gli iscritti del Partito. Il Comitato del Gruppo dovrà poi scegliersi un proprio fiduciario che entrerà a far parte del Comitato Sindacale comunista locale, il quale viene composto, come si è detto, dai fiduciari dei singoli Gruppi. Anche il Comitato Sindacale comunista si eleggerà il proprio organo direttivo. In quest’ultimo entrerà a far parte, di diritto, un membro appositamente designato dall’Esecutivo della Sezione comunista. Il Comitato Sindacale ha il compito di mantenere affiatati tra loro i singoli Gruppi disciplinandone l’azione e curandone lo sviluppo. Esso dovrà tenere continuamente aggiornato un elenco esatto dei Gruppi costituiti e del numero dei soci aderenti; si dovrà tenere in continuo contatto con l’Esecutivo centrale sindacale, informandolo della situazione locale dei Gruppi costituiti, dei bisogni e delle necessità delle singole zone. I Comitati Sindacali dovranno poi provvedere al ritiro delle marchette di adesione alla Internazionale dei Sindacati Rossi e diffonderle, attraverso ai Gruppi, nella massa lavoratrice …

I Comitati delle Federazioni provinciali dovranno per loro conto curare la costituzione e l’azione dei Comitati Sindacali locali. Saranno poi, a cura della Centrale Sindacale, costituiti Comitati Nazionali tra i Gruppi comunisti della stessa industria e aderenti alla stessa Federazione nazionale. Questi comitati, dei quali in questi giorni è stato costituito il primo fra i lavoratori panettieri, avranno il compito di disciplinare nazionalmente le minoranze comuniste, onde organizzarle per un’unica azione da svolgere nell’interno delle singole organizzazioni nazionali.

Crediamo di aver dato sufficienti e chiare norme per la costituzione e l’organizzazione dei Gruppi comunisti. Ad ogni modo, i singoli compagni, le Sezioni e le Federazioni si rivolgano, ove lo ritengano necessario, al Comitato Esecutivo Sindacale che darà tutti quei chiarimenti e delucidazioni che saranno chiesti. Ed ora, con maggior fede e con maggior entusiasmo, al lavoro per la nostra vittoria, per la vittoria del comunismo!

Il Comitato Esecutivo Sindacale.

Inquadramento

Comunicato del Comitato Esecutivo

Poiché siamo tempestati da una copiosa corrispondenza con la quale ci si domandano informazioni intorno all’inquadramento del Partito, avvertiamo i compagni che sono a capo delle federazioni e delle sezioni che norme sono state da noi date pubblicamente a tale proposito, alle quali seguiranno altre più dettagliate a giorni, e che i comunisti non possono aderire ad altre iniziative che non ci riguardano. In tale occasione ribadendo i concetti di disciplina cui tutti gli iscritti ad un partito comunista debbono obbedire, dobbiamo avvertire che l’inquadramento militare del Partito non può essere compiuto e rispondere allo scopo se non attraverso la rinunzia nei compagni a particolari punti di vista tattici che possono essere sostenuti solamente in sede opportuna (assemblee, congressi).

L’ordine di inquadramento militare del Partito è stato dato dal CE in accordo col CE della Federazione Giovanile e non solo da questo, come taluni compagni hanno erroneamente creduto.

L’inquadramento militare del Partito Comunista d’Italia non è da noi “inventato” per imitazione di altre organizzazioni simili oggi create. Il nostro inquadramento risponde ai criteri di organizzazione rivoluzionaria di tutti i Partiti Comunisti aderenti alla Terza Internazionale. E se esso non fu da noi iniziato prima d’ora, ciò trova ragione nel fatto che l’inquadramento militare dei Partiti Comunisti deve essere preceduto dall’inquadramento politico, al quale furono rivolte le nostre cure speciali dal Congresso di Livorno in poi.

I due inquadramenti non si sostituiscono né si ostacolano, ma si completano a vicenda.