Partido Comunista Internacional

Il Programma Comunista 1954/23

L' «Ordine Nuovo» 1919-1920 Pt.2

La portata di questo orientamento, e il suo carattere extramarxista, risultano appieno se si confrontano le formulazioni del gruppo dell’Ordine Nuovo con quelle classiche del «Che fare?» di Lenin, su cui si costruì non soltanto la teoria ma la pratica e l’organizzazione del partito di classe e dell’Internazionale Comunista (e che, val la pena di ricordarlo, aveva per bersaglio lo economismo non soltanto dei sindacalisti ma degli aziendisti). Per l’ordinovismo, il centro del movimento proletario è l’azienda (per dirla con Lenin, l’arena «dei puri rapporti fra operai e padroni»): per Lenin, cioè per il marxismo, è la «sfera dei rapporti di tutte le classi e strati della popolazione con lo Stato, il dominio dei rapporti di tutte le classi fra loro». Per l’ordinovismo la formazione di un’ideologia comunista e di una coscienza di classe è il prodotto automatico dell’associazione dei proletari per azienda e per reparto: per Lenin il quadro della lotta economica – e la lotta aziendale è forzatamente lotta economica – «è troppo ristretto», «la coscienza politica di classe non può essere apportata all’operaio che dal di fuori, cioè dal di fuori della lotta economica, dal di fuori della sfera dei rapporti fra operai e padroni». Per l’ordinovismo la formazione della coscienza di classe, del programma di classe e quindi del partito di classe è un prodotto della «spontaneità» di gruppi di lavoro plasticamente aderenti al processo di produzione: per Lenin, «non può essere questione di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento»: il partito si forma attraverso una «lotta implacabile contro la spontaneità»: inchinarsi alla «spontaneità» è «ricondurre il ruolo della socialdemocrazia (si ricordi che socialdemocrazia era allora termine equivalente a partito di classe) a quello di semplice serva del movimento operaio in quanto tale», e il movimento operaio abbandonato a se stesso scivola inevitabilmente «sotto le ali della borghesia»: «senza teoria rivoluzionaria niente movimento rivoluzionario»: «solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può svolgere il ruolo del combattente di avanguardia». Gramsci ha un bel riempire lo schema del consiglio di fabbrica di obiettivi e contenuti che vanno oltre il tradunionismo, in polemica (e qui giustamente) contro il professionalismo gretto della burocrazia sindacale, assegnandogli una funzione che potremmo chiamare di «levatrice dell’operaio come produttore»; ma dal «quadro ristretto» dell’azienda non si sale, più che dal quadro ristretto del mestiere inquadrato sindacalmente oltre il livello dei «rapporti fra operai e padroni», oltre il livello del tradunionismo. Anzi, peggio ancora: se il sindacalismo chiude la lotta proletaria nell’ambito della lotta economica e della riforma sul terreno delle contrattazioni salariali, l’aziendismo lega l’operaio ad una sorta di fedeltà al reparto, alla «sua macchina», come tanto spesso ripete Gramsci (frase ahimè, fatale!), al suo piccolo campanilismo di operaio della Fiat, della Montecatini, della Snia Viscosa, non lo mette neppure a contatto di quella lotta generale delle classi che, bene o male, inevitabilmente si riflette nel sindacato di mestiere e nella tradizionale camera del lavoro. E’ far torto alla memoria di Gramsci osservare come questa teoria dalla quale il suo artefice principale faticosamente si sollevò sotto la spinta del movimento, ma che doveva riapparire con tutta la sua fatale influenza nei momenti di controrivoluzione, portava diritto alle teorie odierne dei produttivisti, dei collaborazionisti di classe, dei cavalieri erranti della nostra fabbrica, della nostra produzione, delle nostre attrezzature industriali?

Il rapporto era così capovolto: non l’ideologia del partito di classe che va portata entro il chiuso dei «rapporti fra operaio e padrone» per spezzarne il cerchio, e saldare la lotta dell’operaio sul terreno economico-aziendale alla lotta generale di classe per l’abbattimento degli organo centrali del potere borghese: ma dal chiuso di piccole isole aziendali germoglia il programma, (un programma non codificato da un secolo di lotte proletarie e da difendere strenuamente e rabbiosamente contro ogni «rimpicciolimento alla scala del tradunionismo», contro il pericolo di «rifugiarsi sotto le ali della borghesia»), sale via via fino a permeare l’intero tessuto della classe: è il reparto, non il partito, il depositario del programma e di quella unica forma di «coscienza» che noi marxisti possiamo concepire. Non dall’esterno ma dall’interno dei «rapporti fra operaio e padrone», non dal ferreo inquadramento teorico ma dalla spontaneità, non dal centro del movimento proletario ma dalla periferia, è il cammino dell’Ordine Nuovo: e il richiamo a una «teoria dei produttori» è una scappatoia di marca chiaramente idealistica (e infatti soreliana) per riempire di qualcosa che non può dare il perimetro dell’azienda. La quale è un’azienda capitalistica: e agli ordinovisti non si pose neppure il quesito se una «coscienza direttiva» della classe operaia potesse mai formarsi modellandosi sulla schema di un’organizzazione per aziende e a scopi di profitto che  la rivoluzione comunista è destinata a spezzare e a ricostruire su basi completamente diverse. Oggi – a conferma del  «Che fare?» – gli ex ordinovisti chiamano gli operai a difendere la … loro siderurgia, la loro industria pesante, la loro Fiat, la loro galera dorata (e spesso nemmeno dorata).

Volete qualche citazione? «Muovendo da questa cellula, la fabbrica, vista come unità, come atto creatore di un determinato prodotto, l’operaio assurge alla comprensione di sempre più vasta unità… Allora l’operaio è produttore , perché ha acquistato coscienza della sua funzione nel processo produttivo, in tutti i suoi gradi, dalla fabbrica alla nazione, al mondo: allora egli sente la classe, e diventa comunista»: che è proprio l’inverso dell’impostazione leninista e l’esatto equivalente del bersaglio degli strali del «Che fare?». Ovvero: «Amalgamati intimamente nelle comunità di produzione, i lavoratori sono automaticamente portati a esprimere la loro volontà di potere alla stregua di principii strettamente inerenti ai rapporti di produzione e di scambio. Cadranno rapidamente dalla psicologia media proletaria tutte le ideologie mistiche, utopistiche, religiose, piccolo-borghesi: si consoliderà rapidamente e permanentemente la psicologia comunista, lievito costante di entusiasmo rivoluzionario, di tenace perseveranza nella disciplina ferrea del lavoro e della resistenza contro ogni assalto aperto o subdolo del passato… Il partito comunista non può avere competitori nel mondo intimo del lavoro».

Ci si stupirà che Gramsci metta sullo stesso piano l’insegnamento di Lenin e quello di Daniel de Leon, e che, mentre si riunisce a Mosca il II Congresso dell’Internazionale, i suoi occhi si volgano agli IWW americani? Ci si meraviglierà – cosa di cui Gramsci si stupisce e si addolora – se da quel II Congresso venne la condanna dell’aziendismo ordinovista (e nel difendersi, Gramsci ricade nella confusione fra Soviet e consiglio di fabbrica?) Era nella logica di due posizioni non soltanto diverse ma antitetiche.

La spartizione hitlero-staliniana dell’Europa

Noi rifuggiamo dal culto dell’individuo che conduce egualmente alla divinizzazione e alla demonizzazione dei capi politici. Oggi non sprecheremmo un solo rigo di questo foglio ad occuparci della morte di Viscinskj, se il nome suo non fosse legato alla tremenda epurazione staliniana che doveva gettare le basi dell’odierno stato totalitario russo. Comunemente, si rapportano le cause dello sterminio della opposizione interna contro il regime staliniano – opposizione che non fu né unita né omogenea; nonostante la comune etichetta di «trotzkismo» ad essa affibbiata dalla propaganda stalinista – all’assassinio avvenuto nel dicembre 1934 di Sergio Kirov, viceré di Stalin a Leningrado. In realtà l’eliminazione fisica degli oppositori del regime staliniano, che si protrasse fino all’inizio della seconda guerra mondiale – Trotzky fu assassinato dalla Ghepeu nell’agosto 1940 – va vista nel quadro generale dell’evoluzione europea del totalitarismo: Le susseguentisi ondate di persecuzioni che costarono la morte e la deportazione a centinaia di migliaia di persone, inquadrate nel partito bolscevico, nell’amministrazione statale, nei sindacati, nell’Esercito rosso, si spiegano certamente con la lotta interna delle frazioni del regime dominante, ma non si comprenderebbe perché la lotta precipitò per iniziativa del governo di Stalin, verso la sua soluzione di sangue, se si ignorasse il significato degli avvenimenti svoltisi in Europa, e fuori di essa, nel quinquennio che precedette la seconda guerra mondiale.

Il 1936, il 1937, il 1938, il 1939 furono gli anni della avanzata del totalitarismo in Europa, l’epoca di incubazione dei blocchi imperialistici di guerra, la vigilia della guerra. Che avveniva in Europa in questi anni, mentre in Russia, nei processi spettacolari contro gli oppositori del regime, il procuratore generale Viscinskj chiedeva, ed otteneva ancora prima di chiedere, la fucilazione per gli ex capi del partito e del governo bolscevico? Avveniva semplicemente che il fascismo conquistasse una posizione dopo l’altra nella giungla internazionale. Sono note le tappe della sanguinosa avventura: guerra d’Etiopia, rimilitarizzazione della Renania, Asse Roma-Berlino, guerra di Spagna, patto anti-komintern nippo-tedesco-italiano, conflitto nippo-cinese, annessione dell’Austria al Terzo Reich, Monaco. I Paesi dell’Europa orientale: l’Ungheria, la Romania, la Polonia, la Iugoslavia e, nel Mediterraneo, la Grecia, la Spagna, l’Albania cadono sotto il tallone di ferro delle dittature sostenute dalle maggiori potenze nazi-fasciste. Negli Stati che ancora si oppongono all’espansionismo della Germania nazista, e la guerra dimostrerà con quanto impegno lo facessero, il movimento totalitario ingrossa e alleva i futuri «quislings».

Non fu certamente un caso che il terrore staliniano si scatenasse proprio in questa tremenda epoca. Lo stesso stalinismo riconosce ciò, ma in che modo lo fa?

Nei processi fatti celebrare con macabra regia da Stalin contro la Sinistra (Zinoviev, Kamenev ed altri) e la Destra (Bukharin, Rykov, Krestinsky ed altri), la composita opposizione antistaliniana fu dipinta come una infernale cospirazione fascista. Ancora una volta, L’Unità  facendo l’esaltazione di rito del defunto Viscinskj, e alludendo ai processi di Mosca, getta sulla memoria dei condannati l’infame accusa di «agenti hitleriani», la stessa ripetuta con sadica tenacia da Viscinskj nel corso delle udienze. Per giustificare l’assassinio dei capi riconosciuti dell’opposizione (per i nomi oscuri, e furono migliaia, non si badò a tanto) gli stalinisti pretesero di dimostrare che l’opposizione lavorava in maniera cosciente e su istruzioni del Governo di Hitler, a spianare la strada alla conquista hitleriana della Russia. Accuse simili, gettate da Viscinskj in faccia agli imputati, mentre fuori dei confini russi, il nazifascismo asserviva gran parte del continente, e la restante parte minacciava continuamente di aggressione, erano quelle che ci volevano per mandare gli imputati davanti al plotone di esecuzione. Ma da quando fu firmato a Mosca il patto di guerra Stalin-Hitler, chi crede più alle canagliesche invenzioni di Viscinskj?

La marcia del fascismo sull’Europa ebbe una battuta d’arresto a Monaco, anche se lo smembramento e la soggezione della Cecoslovacchia seguì di poco, alcuni mesi, la capitolazione della coalizione franco-inglese di fronte ad Hitler. Per poter attuare il suo programma di conquiste, il nazismo dovette, fino a Monaco, procurarsi con l’arma del ricatto e con minacce, l’appoggio passivo delle democrazie occidentali. Ma dopo Monaco, allorché sulla tabella di marcia della Wehrmacht scattò la Polonia, la Germania nazista ebbe bisogno di un ben altro strumento. Berlino sapeva benissimo che la Cecoslovacchia era stato il massimo sacrificio cui Francia ed Inghilterra si erano rassegnate, e si raffigurava chiaramente che toccare la Polonia sarebbe equivalso a provocare la guerra, come dimostrò l’evolvere degli avvenimenti. Nella certezza di provocare l’intervento armato della Francia e dell’Inghilterra, appena avesse posto le mani addosso alla Polonia, Hitler mirò a procacciarsi l’amicizia di Stalin, al fine di evitare la lotta su due fronti. Da questa necessità strategica scaturì il patto russo-tedesco del 23 agosto 1939.

Il procuratore generale Andrea Viscinskj, in una sua requisitoria contro gli antistaliniani seduti sul banco degli accusati concludeva con la solita teatralità «benedicendo il giorno in cui sulle tombe di quegli esecrabili traditori sarebbero cresciute le erbacce». Ebbene le erbacce cresciute sulle tombe delle ultime vittime della repressione staliniana, i diciotto fucilati del cosiddetto Blocco di destra antisovietico, tra cui Bukharin, Rykov e Krestinskj, messi a morte nella primavera del 1938, non erano ancora completamente disseccate allorché, poco più di un anno dopo la strage, il governo di Stalin accoglieva a braccia aperte Ribbentrop, ministro degli esteri di Hitler, e firmava con lui nel Cremlino il patto nazi-stalinista. Chi, dunque, era l’ «agente di Hitler», chi agiva politicamente in modo da facilitare la guerra nazista? Nulla di tangibile è emerso mai, neppure all’epoca del processo di Norimberga contro i capi nazisti sconfitti, che possa provare le accuse mosse alle vittime del terrorismo stalinista, messe al muro sotto l’imputazione di alto tradimento a favore della Germania. Nessuna prova materiale esiste della pretesa soggezione – su cui Viscinskj lanciò le sue retoriche maledizioni – dell’opposizione interna antistaliniana  alle direttive politiche del nazismo. Al contrario, tutta la prima fase della seconda guerra mondiale sta lì a provare che furono le medesime forze sociali, il medesimo regime politico, le medesime figure di politicanti, che avevano aperto il macello in Russia sotto il pretesto di distruggere le infiltrazioni hitleriane, a spianare la strada alla guerra nazista.

Gli storici su ordinazione e i cagliostri  versipelli dello stalinismo, ricostruendo la storia «a posteriori», sono sempre pronti a raccontare il mirabile doppiogioco che la Russia avrebbe esperito accordandosi con la Germania nazista. Del resto, che potrebbero fare se non spacciare la ridicola panzana che il governo di Stalin mirava, firmando il patto russo-tedesco, a … distruggere il nazismo? Essi non possono ovviamente guardare in faccia la realtà. Ciò non toglie che il patto russo tedesco dell’agosto 1939 diede il via alla seconda guerra mondiale, e costituì il presupposto diplomatico della spartizione dell’Europa nelle zone di influenza russa e tedesca. Sono noti gli avvenimenti che seguirono la firma del patto. Il 1 settembre le truppe tedesche invasero la Polonia; il 3 Gran Bretagna e Francia seguite dall’Unione Sud-Africana e dal Canada, dichiararono guerra alla Germania; il 17, cioè otto giorni dopo l’inizio della battaglia decisiva per Varsavia, le truppe di Stalin invadevano da est la Polonia. Presa di fronte e alle spalle dalle armate tedesche e russe, la Polonia veniva rapidamente sconfitta e spartita dagli invasori. Negli stessi giorni la Russia costrinse le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) a firmare patti che le garantivano diritti di parziale occupazione. La Finlandia che rifiutò di sottostare ad analogo regime fu invasa dalle truppe russe, piegata e costretta a cedere alla Russia l’istmo di Carelia e l’uso della penisola di Hango.

L’anno 1940 vide i pieni risultati dell’intesa russo-tedesca. Nella primavera, le armate hitleriane occuparono la Danimarca e la Norvegia (aprile), l’Olanda e il Belgio (maggio), costrinsero gli inglesi ad imbarcarsi a Dunquerque e piegarono la Francia (giugno). Successivamente si sviluppava l’azione tedesca ad Est: la Bulgaria fu occupata nel marzo 1941, la Romania nell’ottobre; nei Balcani, la guerra iniziata da Mussolini contro la Grecia nell’ottobre 1940, fu condotta a termine, nel maggio dell’anno successivo, per l’intervento dei tedeschi. La Grecia veniva interamente occupata, seguendo di qualche settimana il destino dell’Iugoslavia, sgominata nello spazio di una decina di giorni dai colpi micidiali della «guerra-lampo». Mentre il fascismo hitleriano, avendo le spalle guardate dall’alleato russo, faceva preda a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest, assoggettando praticamente l’intera Europa continentale alla durissima dittatura della «Gestapo» e delle S.S., non meno fruttuosamente la Russia staliniana rapinava a man salva nella zona di influenza che la Germania nazista le aveva riconosciuta. La Lituania, la Lettonia, l’Estonia furono incorporate nell’Urss; la Bessarabia e la Bucovina settentrionale, tolte alla Romania, costituirono la Repubblica sovietica di Moldavia. Dalla spartizione della Polonia e delle annessioni a danno della Finlandia si è già detto. La rottura fra Germania e Russia avvenne poi per l’impossibilità di conciliare gli appetiti imperialisti dei due: non per altro (vedasi l’incontro di Berlino e le richieste di Mosca).

La propaganda staliniana ama diffondersi sulle gloriose imprese guerresche che la Russia condusse dopo il fatale 22 giugno 1941, data dell’attacco di Hitler alla ex alleata Russia. In materia la stampa aulica stalinista abbonda di omeriche esaltazioni del valore e dell’eroismo russo. E’ innegabile che Mosca reagì in maniero furibonda al tradimento tedesco. E lo potette, perché fu involontariamente favorita dalla politica di bestiale oppressione e di sterminio che i nazisti condussero nei territori russi occupati, provocando in tal modo l’odio delle popolazioni che sfociò nel partigianismo, e permettendo al governo e al partito stalinista di invocare l’unione nazionale contro l’invasore. Su tale capovolgimento dei rapporti russo-tedeschi, tutte le «Unità» del mondo sono felicissime di comporre inni. Ma su ciò che accadde prima del 22 giugno 1941, esse preferiscono trattenersi poco, e si capisce il perché. Gli è che questa data concluse il biennale predominio russo-tedesco, nazi-stalinista, sull’Europa, che, qualunque interpretazione si dia al fatto, ebbe, per l’atterramento della Francia e il temporaneo isolamento della Gran Bretagna, due soli padroni: Hitler e Stalin.

E allora si comprende quale fondamento avessero le mostruose accuse che l’ex menscevico Viscinskj lanciava addosso ai vecchi capo bolscevichi che i traditori staliniani gli gettavano in pasto. Agenti hitleriani furono, quelli sì, i capi dei partiti comunisti asserviti al governo di Mosca, i quali, finchè il nazismo e lo stalinismo rimasero attruppati e insieme si spartirono l’Europa, si mantennero neutrali nella lotta scoppiata tra gli occupanti nazifascisti e i partigiani dei partiti democratici antifascisti. Non che si voglia revocare la posizione di assoluto rifiuto, e di schifo, del cosiddetto mondo libero, della democrazia parlamentare, ma solo per seguire per un momento lo stesso modo di ragionare degli stalinisti, bisogna pur dire che mentre il gen De Gaulle, emigrato in Inghilterra, organizzava, fin dall’ottobre 1940, la cosiddetta resistenza all’occupante tedesco, Thorez esaltava la guerra russo-tedesca. Solo all’indomani dello scoppio della guerra tra le alleate Germania e Russia, Thorez diventerà amico e socio di De Gaulle! Prima agenti hitleriani, poi turiferari della democrazia…

Ad onta dei processi e delle fucilazioni ordinate da Stalin ed eseguite dal boia Viscinskj, la distruzione dell’opposizione interna allo stalinismo, non fu altro che l’aspetto russo della marcia mondiale del totalitarismo e della preparazione del secondo massacro imperialista. L’attuale stato totalitario russo non poteva che fondarsi sulla estirpazione di ogni opposizione interna, specialmente in quanto essa si riferiva al movimento rivoluzionario comunista che lo stalinismo aveva arrestato e capovolto.

La nessuna credenza che abbiamo nelle pretese capacità dei «grandi» uomini di funzionare come motori della storia, non ci esime dal detestare, anche personalmente, i nemici del comunismo. Viscinskj è morto com’era vissuto. Fra menzogne convenzionali ed ipocriti formalismi si svolse il film macabro della sua vita di funzionario dello stato sovietico, di riempitore delle fosse comuni di Stalin; fra le fredde e protocollari cerimonie della industrializzazione propagandistica del cadavere «illustre» si è concluso il suo tragitto post mortale, dal marciapiede di Park Avenue, a New York, ove ve lo inchiodava un repentino attacco cardiaco, fino alle feticistiche mura del Cremlino, nel cui spessore hanno depositato, con barbarico rito, le sue ceneri. Era un onorato boia messo in pensione, remunerato dei servizi resi ai padroni con cariche diplomatiche. L’ironia della sorte ha voluto che tirasse le cuoia proprio a New York, nel baluardo della democrazia, per la quale aveva combattuto da menscevico. Da giovane, contro il bolscevismo, aveva auspicato l’avvento in Russia della democrazia parlamentare, e solo rinnegò la democrazia per la dittatura, quando fu ben certo che non era più in piedi la dittatura del proletariato, fondata da Lenin e dai bolscevichi, ma stava prendendo il sopravvento la dittatura capitalista di Stalin. Di quanti Viscinskj sono pieni i partiti comunisti odierni! Come tutti i boia, è morto spargendo puzzo di carneficina e di sangue. Chi poteva commuoversene?

Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.3)

Parte I – Rivoluzione europea ed area “Grande Slava

La Questione Orientale

Negli anni 1853, 54, 55, Carlo Marx rifugiato a Londra dopo la sconfitta della rivoluzione tedesca ed europea, invia al giornale americano New York Tribune una serie di lettere-articoli che hanno per argomento la predominante questione della politica europea del tempo: la questione d’Oriente.

Non si trattava di testi di partito né di collaborazione alla stampa del partito, e nemmeno di un’opera teoretica sui principii del partito stesso, allora ridotto a pochi elementi dispersi della «Lega dei comunisti» che aveva operato negli anni di lotta 1848-49. Il giornale era un giornale di informazione e con tinta ideologica di generica democrazia radicale. Ma hanno sempre avuto torto quelli che hanno ritenuto quegli scritti un comune lavoro giornalistico che Marx, sempre in lotta insieme ai suoi contro la nera miseria, avrebbe dovuto assumere solo, come suol dirsi, «per la campata».

Va reso onore al socialista di destra Claudio Treves, già direttore dell’Avanti! e organizzatore della edizione italiana degli scritti di Marx, che nella sua sensibilità dottrinale – assai meno spenta, malgrado il riformismo dichiarato, di quella degli odierni pretesi estremisti – segnalava ai lettori l’alto contenuto dialettico e socialista di quell’opera.

Si può ammettere che, data la sfera dei lettori di quel giornale, talvolta il corrispondente europeo non si attenesse al rigido formulario della nostra specifica critica teorica, ma la potente efficacia con cui i fatti sono riportati e messi in rapporto, e la linea continua che corre da un capo all’altro, valgono, per chi legga diversamente dal ricercatore distratto dell’ultima notizia, quanto la più esplicita dimostrazione del metodo materialista ortodosso.

Tutta la serie di scritti, che non sono certo di un teste indifferente ed imparziale, hanno al centro o come spina dorsale una rivendicazione sola, quella antirussa, l’istanza che la Russia storica sia respinta, indebolita e battuta. Una qualunque sonata giomalistica? No, un leitmotiv apertamente rivoluzionario.

Sulla zona della questione del vicino Oriente si affacciano tre mostri dei poteri medievali: Austria, Turchia, Russia. Solo su questo terzo sono gli occhi di Marx, si direbbe.

Lo mostrerà una prima citazione, dalla lettera 12 aprile 1853, la quale descrive la forza conquistatrice ed imperiale dello Stato degli zar, col suo titolo.

Il vero sfogo in Turchia

«Ma essendo giunta fin qui sulla via dell’impero universale, è egli probabile che questa gigantesca e gonfia potenza voglia fermarsi nella sua corsa veloce? Le circostanze se non la sua propria volontà, lo impediranno. Con l’annessione della Turchia e della Grecia essa ha eccellenti porti di mare, mentre i greci le forniscono abili marinai per la sua armata. Con Costantinopoli, essa si trova sulla soglia del Mediterraneo; con Durazzo e la costa dell’Albania da Antivari ad Arta, essa è nel vero centro dell’Adriatico, in vista delle isole Jonie Britanniche e a trentasei ora da Malta. Fiancheggiando i domini austriaci al Nord, all’Est e al Sud, la Russia conterà già gli asburghesi tra i suoi vassalli. Ed allora una altra questione si presenta, e anche probabile. Le frontiere occidentali dell’Impero, rotte ed ondulate, mal definite rispetto ai confini naturali, reclamerebbero una rettificazione; apparirebbe naturale che la frontiera naturale della Russia corra da Danzica, o forse da Stettino, a Trieste. E come è vero che la conquista segue la conquista, che l’annessione segue l’annessione, così la conquista della Turchia da parte della Russia non sarebbe che il preludio dell’annessione dell’Ungheria, della Prussia, della Galizia e della realizzazione finale dell’impero slavo, che alcuni fanatici filosofi panslavisti hanno sognato».

«La Russia è indubbiamente una nazione conquistatrice, e fu tale per un secolo, finchè il gran movimento del 1789 evocò un antagonista di natura formidabile. Noi intendiamo la rivoluzione europea, la forza esplodente delle idee democratiche, e della innata sete di libertà dell’uomo. Fin da quell’epoca non vi sono stati in realtà che due poteri sul continente europeo: la Russia e l’assolutismo, la Rivoluzione e la Democrazia. Per momento la rivoluzione sembra soppressa, ma essa vive ed è più che mai fortemente temuta».

«Ne è prova il terrore della reazione all’annuncio dell’ultima rivolta di Milano. Ma lasciate che la Russia prenda possesso della Turchia e la sua forza è cresciuta del doppio ed essa diviene superiore a tutto il resto di Europa preso insieme. Un tale evento sarebbe una calamità indicibile per la causa della rivoluzione. La conservazione dell’indipendenza turca, o, in caso di una possibile dissoluzione dell’Impero ottomato, l’impedimento del disegno russo d’annessione, è una cosa della più grande importanza. In questa emergenza, gli interessi della democrazia rivoluzionaria e quelli dell’Inghilterra vanno di pari passo. Nessuna delle due può permettere allo zar di far di Costantinopoli una delle sue capitali, e noi troviamo che spinte contro il muro, l’una e l’altra gli resisteranno con pari fermezza».

I corsivi sono stati posti da noi, sia per sottolineare il concetto centrale dell’antagonismo Russia-rivoluzione, sia per segnalare la potenza dell’indagine sul futuro storico, il dito posto sulle piaghe di conflitti di un secolo e più, come localizzando Danzica e Trieste sulle coste nord e sud di questa convellentesi Europa.

Venga la guerra!

La serie degli scritti prevede la guerra, plaude alla guerra, invoca la guerra. Era la guerra per Costantinopoli, che di continuo si affaccia, la guerra tra Russia e Turchia per gli stretti, che chiudono la comunicazione tra Mar Nero e Mediterraneo, che impediscono all’immensa potenza militare terrestre russa di divenire una potenza oceanica, e all’incandescente modo di produzione mercantile di incendiare la barriera fra due mondi. Ma la guerra che vuole Marx è l’assistenza alla Turchia, che da sola soccomberebbe, e le potenze che devono impedire il passo avanti della Russia sono Inghilterra e Francia, guadagnate alla rivoluzione borghese.

Abbiamo già detto che in questa fase l’Inghilterra è chiamata ad agire in quanto i suoi interessi convergono con quelli della «democrazia rivoluzionaria».

La serie delle lettere di Marx mostra il versipellismo di entrambi i due grandi partiti borghesi inglesi, che non sempre sono stati così espliciti nell’opposizione al potere dello zar. Esiteranno in avvenire ancora, mentre mai Marx esiterà, come nella successiva guerra russo-turca del 1877 in cui esulterà per la grande vittoria di Plewna, mentre al successivo Congresso di Berlino del 1878 deplorerà che i governi occidentali siano proni alle volontà dello zar. È notevole, come è stato ricordato a proposito delle recenti «rivelazioni» antirusse di Churchill, che non hanno rivelato proprio nulla, come la tradizione inglese abbia sempre veduto di traverso gli approcci colla Russia. Alla debole politica del 1878 del ministro lord Beaconsfield rispose una lettera della stessa regina Vittoria: «Se l’Inghilterra deve baciare i piedi della Russia, la regina non vuol partecipare alla umiliazione del proprio paese, e deporrà piuttosto la Corona … La Regina sente che essa non può continuare a regnare su un paese che si abbassa fino a baciare i piedi di questi grandi barbari …». Tradizione borghese e disprezzo della Russia sono una cosa sola. La Regina borghese e il «red terror doctor» hanno dunque qualcosa in comune? Basta procedere senza bigottismi.

Vogliamo incastrare un altro rilevamento di rotta da capisaldi storici. La prima grande guerra imperialista scoppiò, come avevano previsto Marx ed Engels più tardi, nel 1870, fra i tedeschi e le razze unite degli slavi e dei latini. E la Inghilterra fu a fianco della Russia, ancora zarista. Ma due anni prima, nel 1912, la «stessa» guerra stette per scoppiare sul piano del contrasto anglo-russo, per rivalità imperiali nell’Oriente vicino e lontano.

La lettera data prima era dell’aprile: solo nel luglio 1853 l’esercito russo doveva, al comando del generale Paskevitch, rovesciarsi nella bassa valle del Danubio, ed era distrutta dai russi la squadra turca del Mar Nero. Londra e Parigi rompevano i rapporti diplomatici con Pietroburgo, la stessa Austria portava truppe nei Balcani, ma solo nel febbraio 1854 lo zar proclamava la guerra santa contro Francia ed Inghilterra «nemiche della cristianità».

Con una lettera del 22 maggio 1854, intitolata «Le imprese nel Baltico e nel Mar Nero e il sistema di operazioni anglo-francesi», Engels traccia le prospettive della guerra: oltre alla operazione in Crimea, già in corso da parte di turchi, inglesi, francesi, coi reparti piemontesi inviati dall’abile intrigante Benso di Cavour, egli si prospetta la possibilità della guerra generale in Europa: questa fattrice gravida del feto rivoluzionario tarda sempre al gran parto, nella nostra attesa di un secolo, e in cicli drammatici miserabilmente abortisce.

Guai se anche nella seconda metà del secolo attuale non saprà, da questo utero ancora una volta rigonfio, uscire tra ferro, fuoco e sangue, terribilmente viva, la Sempre Attesa.

«La vicenda della guerra è questa: l’Inghilterra, e specialmente la Francia, sono trascinate «inevitabilmente quantunque con riluttanza» ad impegnare la maggior parte delle loro forze nell’Oriente e nel Baltico, cioè in due ali avanzate di una posizione militare che non ha nessun centro più vicino della Francia. La Russia sacrifica le sue coste, la sua flotta, parte delle sue truppe per indurre le Potenze Occidentali ad impegnarsi completamente in questo movimento antistrategico. Non appena ciò sarà accaduto, non appena il debito numero delle truppe francesi sarà mandato via in paesi molto lontani dal proprio, l’Austria e la Prussia si dichiareranno in favore della Russia e marceranno in un numero superiore su Parigi. Se questo piano riesce, non v’è forza a disposizione di Luigi Napeoleone che possa resistere all’urto. Ma v’è una forza che «può mobilitarsi» da se stessa in ogni emergenza, che può «mobilitare» anche Luigi Bonaparte e i suoi seguaci, come ha mobilitati tanti reggitori prima di questi. Questa forza è in grado di resistere a tutte le invasioni, e lo ha dimostrato già una volta all’Europa coalizzata; questa forza, la Rivoluzione, è certo che non verrà meno, nel giorno in cui la sua azione sarà richiesta».

Sebastopoli all’o.d.g.

Anche quello era un periodo sterile come questo: la guerra di Crimea fínì in episodio locale come la guerra di Corea, senza incendiare il mondo: una buona cazzottata fra le corde di un piccolo ring geografico. Mentre i russi le prendevano in Crimea, segnavano punti sull’altro fronte di contatto coi turchi, nel Caucaso, dove le flotte franco inglesi non potevano arrivare; e dato che gli aerei non c’erano ancora. L’onta della capitolazione di Sebastopoli dopo lungo assedio, esattamente cinquant’anni fa, fu in parte riscattata dalla caduta della Cittadella di Kars nel Caucaso il 24 novembre 1855, e ciò rese possibile, dopo un ultimatum presentato tramite l’Austria, la pace, al congresso di Parigi del 30 marzo 1856, che sancì il celebre divieto a navi da guerra di varcare i Dardanelli.

La freddezza di quella guerra dava sui nervi a Marx, che non ne poteva più di veder prendere Sebastopoli, divenuta simbolo della forza militare russa con la sua disperata difesa. Engels scrive il 14 ottobre 1854 queste parole.

«Sembra alfine che i Francesi e gli Inglesi, possano dare un colpo al potere e al prestigio della Russia, e noi in questo paese guardiamo perciò con un rinnovato interesse al movimento contro Sebastopoli, di cui l’ultima notizia è data particolarmente in altra colonna. Come è naturale, i giornali inglesi e francesi fanno un gran rumore intorno a questa intrapresa, e se noi dobbiamo credere loro, nulla di più grande fu mai udito nella storia militare; ma quelli che esaminano i fatti specifici, gli inesplicabili indugi, le scuse senza senso che accompagnano la partenza della spedizione e tutte le circostanze che la precedono e vi sono connesse – non si lasciano imporre. La fine dell’intrapresa può essere gloriosa ma il suo inizio si direbbe piuttosto disgraziato».

Engels dunque più militarista dei generali inglesi e francesi? Così si domanderebbero quelli che si ostinano a confondere col pacifismo imbelle la posizione dei comunisti di fronte alle guerre. Oggi tutto il proletariato mondiale è imbestiato in una campagna sordidamente pacifistica, ma al tempo stesso, anche nel centro russo di questo imbonimento internazionale, non si desiste dall’esaltare glorie militari come quelle di cui Engels parla. Ma un momento! La questione è semplice: nel periodo storico 1789-1871 il marxismo approva date guerre, e una è quella di Crimea. Poi nel periodo 1914, passa a disapprovare e sabotare la guerra, da tutte e due le parti. Anche però quando le approvava, e incoraggiava, lo faceva da una parte sola! La approvazione della guerra da due parti al tempo stesso non troverà mai posto nel marxismo: essa è ammissibile solo per il più banale nazionalismo e sciovinismo borghese. Nella guerra di Sebastopoli si vedeva la gloria, concetto commestibile per i lettori comuni, solo dal lato degli assediatori, ed era – bussola rivoluzionaria alla mano –una gran bella cosa che questi schiacciassero gli assediati.

Orbene, non molti giorni addietro le radiotrasmissioni hanno annunziato che solennemente il governo attuale di Russia, che ostenta ideologie marxiste, ha conferito una altissima onorificenza alla città di Sebastopoli, nel centenario dell’assedio, per celebrare la gloriosa sua resistenza!

Simile genia potrebbe almeno disinteressarsi di far portare in altra tomba le spoglie di Marx, in quanto i simboli sono – per Marx e per chi lo intende – sempre imbecilli, ma superimbecilli quando, venendo dalla stessa mano, fanno a calci tra loro, si appendono al petto dei ladri e dei derubati, idealizzano carnefice e vittima.

Del resto gli stessi onori sono stati resi alla guarnigione di Port Arthur, per la lunga difesa del 1905 contro i giapponesi al tempo in cui Lenin, come Marx per Sebastopoli, fremeva perché la disfatta russa, come fu, scatenasse la rivoluzione, e faceva di quella resa l’espressione del fiaccarsi dello zarismo.

Non si tratta solo di gesti, ma di prove definitive che il compito storico del governo russo presente è quello di una rivoluzione borghese, uno dei cui aspetti essenziali è la esaltazione dei «valori» nazionali. Ecco Hitler che con piena logica storica innalzava monumenti ad Arminio, o de Gaulle (ultimissimo chiamato a Mosca) che ben si rifaceva all’eroe Vercingetorige.

Europa ed Asia

La forza russa è dunque per Marx pericolo e minaccia: ed il movimento grandeslavista ha per lui il significato stesso di controrivoluzione. Non la minima ombra di preconcetto nazionale o razziale sta sotto questa tesi storica indiscutibile, legata a precisi campi di tempo e di spazio. La valutazione positiva di ogni fatto e dato concreto di forza storica è per i marxisti fondamentale.

Lo vedremo ora valutare la decisione del nuovo Zar Alessandro II, nei suoi propositi di scalzare dalle fondamenta la potenza rivale dell’impero austriaco. Dopo Sebastopoli, il predecessore Nicola I morì più di disperazione che di congestione polmonare, e andò al potere il 2 marzo 1855 Alessandro (per regnare fino al 13 marzo 1881, giorno in cui una bomba anonima se non atomica disintegrò lui e la sua carrozza) che dal successo di Kars prese l’avvio per una fase di riforme all’interno e di espansione all’estero e di ritorno in forze nei Balcani come liberatore dei cristiani dal giogo mussulmano.

Ma nello stesso tempo è con Alessandro II che la Russia si volse verso l’Oriente in modo deciso, occupando i ricchi khanati dell’Asia centrale fino alle frontiere della Persia e dell’Afghanistan ove nuove ragioni di contrasto con gli interessi imperialisti inglesi si vengono a delineare (e sempre più quando si andrà verso la moderna economia del petrolio).

Marx si guarda dall’applicare a queste diverse direttrici della pressione espansiva russa una stessa formuletta bella e fatta. Il passo che ora citiamo è grandemente espressivo, se lo confrontiamo con la situazione di oggi. Chiamando il governo attuale di Mosca governo capitalista, non gli assestiamo nessun ceffone; né gli contestiamo compiti rivoluzionari quando, con la sua enorme attività in Asia, economica, commerciale, di costruzione di comunicazioni e di trasferimento su nuovi piani di organizzazione umana delle dormienti sterminate steppe, fa camminare, come diceva Mehring, la Rivoluzione da occidente ad oriente. Le proclamazioni ideologiche sono sballate, e controrivoluzionarie verso occidente in modo feroce, ma ciò, come per la tendenza ad espandersi della «gonfia potenza» dell’ottocento, dipende dalle circostanze, non dalla sua propria volontà. Inutile, per cambiare questo, processare «banditi» politici, o passare dati soggetti e nominativi da processatori a processati, uso Yagoda, uso Beria, o altri non morti a tempo per restare nell’albo nazionale delle glorie:

«Il panslavismo come teoria politica ha avuto la sua più luminosa e filosofica espressione negli scritti del conte Gurowski. Ma questo dotto e distinto pubblicista, mentre considerava la Russia come il pernio naturale intorno a cui i destini di questo numeroso e vigoroso ramo della famiglia umana può solo trovare un largo sviluppo storico, non concepiva il panslavismo come una lega contro l’Europa e la civiltà europea. Dal suo punto di vista la mira legittima e la forza espansiva delle energie slave era l’Asia. A confronto della desolazione stagnante di quel vecchio continente, la Russia è una forza civilizzatrice e il suo contatto non potrebbe che essere benefico. Questa generalizzazione principale, imponente, non è stata, intanto, accettata da tutte le menti inferiori che del Guroski ha assunto l’idea fondamentale. Il panslavismo ha assunto una varietà di aspetti; ed, ora, alfine, noi lo troviamo impiegato in una nuova forma e con grande effetto apparente, come una minaccia bellica. Come tale esso certamente dà credito all’arditezza del nuovo zar. Ed a che punto la minaccia ha ispirato paura all’Austria ci proponiamo di dimostrare. (7 maggio 1855)».

Rileviamo ancora che questo brano (non possiamo essere ancora più ampii nelle citazioni, che tuttavia, se alla lettura inserta nell’eposto orale forze affaticano, nella forma testuale riprodotta in resoconto non mancheranno di attirare l’attento studio dei compagni), diffondendosi sulla instabilità dell’Austria, ne prevede la dissoluzione, e ciò in un tempo in cui la forza militare di Vienna era ancora intatta e, negli stessi calcoli di Marx, decisiva in Europa, e malgrado la poca simpatia per il prevalere della pressione moscovita e del suo piano di suprema direzione degli slavi minori e balcanici. Anche qui il metodo seguito ha permesso previsioni sicure sugli eventi, ma soprattutto sul senso delle forze che in essi si esplicano.

Il comizio alla Martin’s Hall

Lasciamo il testo del 1853-56 e passiamo a un tempo di dieci anni posteriore: quello della fondazione della Prima Internazionale. Si sono iniziate nel frattempo le guerre chiarificatrici e sistematrici di cui lungamente riportammo nella riunione a Trieste la valutazione marxista. 1859: Francia ed Italia contro Austria, che riceve un potente primo scossone. 1866: Germania e Italia contro Austria, e secondo scossone. 1870: Germania contro Francia e caduta di Napoleone III. In tutto questo cammino la Russia sarà sempre fuori del conflitto, ma sempre con le armi lungo le frontiere, pronta a intervenire. Marx la vedrà sempre come riserva della reazione e tuttavia si avrà l’avvio all’indipendenza nazionale e alla formazione di uno stato unitario in Germania ed Italia.

Nel 1864 si era svolta solo la prima di questo «storico gruppo» di guerre che costruiscono le condizioni di passaggio da un periodo di strategia rivoluzionaria al successivo. Ma una seconda guerra-insurrezione vi era stata, a rompere il grigiore sinistro della fase di controrivoluzione: quella di Polonia, e con esito contrario alle guerre-insurrezioni italiane: la Polonia era stata stritolata dalla forza russa nelle istanze nazionali e democratiche.

Illustrammo allora a lungo con la corrispondenza di Marx ed Engels ed altre fonti il vivo impegno per la insurrezione polacca non solo nelle lettere e negli scritti politici, ma soprattutto nella «ufficiale» attività di partito, che culminò nel comizio di fondazione dell’Internazionale dei lavoratori e nel poderoso indirizzo che Marx ebbe mandato di redigere. In tutto questo materiale la esecrazione per la Russia è senza soste, come vedemmo, e nel documento principe la figura del «mostro» viene a campeggiare nel finale. In effetti la manifestazione era sorta per solidarietà coi ribelli polacchi, e ad opera di Marx era venuto in primo piano l’argomento della lotta proletaria anticapitalista e la fiera critica al moderno regime economico e politico delle potenze democratiche di occidente. Ecco la nota chiusa dell’indirizzo del comizio del 28 sett. 1864.

«Il vergognoso plauso, la simpatia solo apparente o la circoscritta indifferenza, con cui le classi superiori di Europa hanno veduto il baluardo del Caucaso divenire preda della Russia, e l’eroica Polonia annientata dalla Russia; gli attacchi non respinti di questa potenza barbarica, la cui testa è a Pietroburgo, le cui mani stanno in tutti i gabinetti di Europa, hanno insegnato alle classi operaie il dovere di impadronirsi, anch’esse, dei misteri della politica internazionale, di vigilare i tiri diplomatici dei loro governi, di lavorare, all’occorrenza, in controsenso di essi con ogni loro potere e, ove siano messi fuori possibilità di impedire il tiro, di unirsi in una contemporanea pubblica accusa e proclamare le semplici leggi della morale e del diritto, che dovrebbero regolare tanto i rapporti dei singoli come anche le leggi superiori dei mutui rapporti dellle nazioni».

«La lotta per una tale politica estera costituisce una parte della lotta generale per l’emancipazione delle classi lavoratrici».

«Proletari di tutti i paesi, unitevi!».

Come altre volte detto, anche questo testo dovette subire l’impiego di una terminologia non pienamente soddisfacente per il redattore; non solo operai ma anche «rivoluzionarii» intellettuali di varie nazionalità partecipavano a quel comizio, e non era facile sradicare da tali teste ideologie più o meno umanitarie e romantiche.

Ma sotto la forma resta la sostanza storica: l’appoggio alla Polonia non è in Marx un espediente per non rompere subito con quelle forze, ma una reale urgenza del compito del proletariato, armi alla mano. Mostrammo come la chiave di tutto il metodo sia lì: derisione massima per il piagnisteo dei vari radicali patiti di pace e libertà, rispetto e legame stretto con gli insorti in lotta con la polizia e l’esercito oppressore, indipendentemente dalla loro confessione e catalogazione politica.

Poté quindi Marx scrivere ad Engels il 4 nov. 1864 le suggestive parole: «Fui costretto ad ammettere dei passaggi sul dovere, il diritto, la verità, la morale, e la giustizia: ma sono collocati in modo da non rovinare il complesso … quelli stessi tipi avranno in questi giorni dei meeting con Bright e Cobden per il suffragio universale (Leggi: quella fregnaccia). Ci vorrà tempo prima che il risveglio del movimento permetta l’antica libertà di linguaggio … occorre comportarsi fortiter in re, suaviter in modo»: duri nella realtà, dolci nella forma.

Quanti fessoni ci sono oggi, durissimi nelle chiacchiere, molli schifosamente nella realtà.

Qui interessava seguendo il nostro filo far vedere che nel 1864 non meno che nel 1854 le artiglierie non cessano di essere puntate sulla «potenza barbarica» di Pietroburgo.

Bakunin, lo Zar, il panslavismo

Possiamo balzare avanti di un altro decennio giungendo al 1873, dopo che il ciclo delle «guerre rivoluzìonarie» è definitivamente chiuso, e vedremo ancora che la denunzia di una qualunque debolezza verso la Russia è ancora per il marxismo la bussola migliore per trovare il Nord rivoluzionario.

Si tratta della lunga pubblicazione polemica seguita alle scissioni tra comunisti marxisti e anarchici bakuninisti nella storica crisi della I Intemazionale, seguita al tremendo rovescio della Comune di Parigi, all’inizio del nuovo periodo di controrivoluzione.

Come nel 1848, Marx rivolge a Bakunin violenti attacchi: i più gravi sono quelli che si riferiscono alla sua opera politica in Russia nei confronti dello Zar riformatore Alessandro che nel 1861 aveva abolita la servitù della gleba. Bakunin è accusato di avere, con i suoi Manifesti e brochures del 1862, mentre altri rivoluzionari denunziavano il contenuto reazionario della riforma, plaudito allo Zar o quanto meno dichiarato che Alessandro ben poteva porsi alla testa di una nuova Russia popolare, se avesse fatta una politica «antitedesca», condotta la guerra contro l’Austria e la Germania, e tratteggiata una prospettiva di accordo tra lo Zar e il popolo contadino che avrebbe evitata quella rivoluzione, fin d’allora invocata dal movimento populista. Marx, che sappiamo non dolce di sale, superando la ovvia censura di aver lavorato con Bakunin quando questi «fece da internazionalista dopo il 1868» arriva a commentare quei testi con le seguenti dure parole: «Nel 1862, 11 anni or sono, all’età di 51 anni, il grande anarchico Bakunin professava il culto dello Stato ed il patriottismo panslavista».

Non è ora il caso di rivagliare le lunghe polemiche sulla raggiunta prova di tali accuse, ma preme rilevare come il polo negativo rivoluzionario, nel corso di lunghe fasi, seguita ad essere ravvisato nello stato e nella dinastia di Pietroburgo. E siccome abbiamo un primo testo sulla situazione sociale di quel paese nel giudizio di Marx, conviene estrarlo da quei «pamphlets» tanto accesi.

«Il 3 marzo 1861, Alessandro II aveva proclamato l’emancipazione dei servi, riscuotendo il plauso di tutta l’Europa liberale. Gli sforzi di Cernycevskj e del partito rivoluzionario per ottenere la conservazione del possesso comunale del suolo erano riusciti, ma in una maniera così poco soddisfacente, che anche prima della proclamazione emancipatrice Cernycevskj confessava tristemente: “se io avessi saputo che la questione sollevata avrebbe avuto una tale soluzione, avrei amato meglio subire una disfatta che riportare simile vittoria. Avrei preferito che avessero agito alla loro maniera senza alcun riguardo per i nostri reclami”. Infatti, l’atto emancipatore non era che un gioco di astuzia. La terra era tolta in gran parte ai suoi veri possessori e veniva proclamato il sistema del riscatto del suolo da parte dei contadini. In quest’atto di malafede dello Zar, Cernycevskj e il suo partito attingevano un nuovo e irresistibile argomento contro le riforme imperiali. Il liberalismo, schierandosi sotto il vessillo di Herzen, gracchiava a squarciagola: “Tu hai vinto, o Galileo!”. Galileo in bocca a loro voleva dire Alessandro II. Questo partito liberale, il cui organo era il Kolokol di Herzen, da quel momento in poi non fece che cantere le lodi dello Zar liberatore e, per distogliere l’attenzione pubblica dalle lagnanze e dai reclami che sollevava quest’atto impopolare, chiese allo Zar di continuare la sua opera emancipatrice e di iniziare una crociata per la rednezione dei popoli slavi oppressi, per la realizzazione del panslavismo».

In altri termini, Marx assimila la posizione di Bakunin a quella dei liberali russi cui era bastata la riforma agraria, senza neppure la promulgazione di un regime costituzionale, per far propria la prospettiva di una Russia con lo Zar alla testa sulla via di una politica borghese-liberale. Ad una condizione tanto vaga, si sarebbe da costoro potuto ammettere che in Europa le baionette dello zarismo non fossero più la riserva principe della controrivoluzione, ma una forza della civiltà liberale, purché volte contro gli imperi tedeschi. Da tale opinione Marx continuamente aborre, per quanto la rovina anche di quei due imperi sia al sommo dei suoi voti, ed egli anche dopo le guerre del periodo medio dell’ottocento conserva la direttrice che ove è la forza russa, ivi è il nemico numero uno della rivoluzione.

L’opinione opposta, su una missione di civiltà europea delle armi russe, polarizzata in senso diametralmente opposto rispetto alla grande linea storica del marxismo, ben si mostra nel 1914 appropriata a liberali borghesi, a socialisti revisionasti del marxismo (per la via legalitaria o per quella volontarista) ed a non pochi anarchici.

Russia dal di dentro

È soltanto verso il 1875 che con scritti pubblici Marx, e con lui Engels, ci danno trattazioni del problema russo, oltre che sotto il profilo, fin qui da noi ricostruito, del gioco delle guerre – rivoluzioni di formazione della Europa democratico-capitalistica, sotto quello del gioco delle forze sociali all’interno del misterioso immenso paese.

Finora monarchia, stato, esercito russo li abbiamo visti trattati come una forza operante in modo unitario: il che tuttavia non autorizzava al travisamento stupido dell’odio contro il popolo slavo attribuito a Marx. Ora compiamo un trapasso, continuando sempre lo studio della valutazione della Russia nei classici testi marxisti, ma venendo ad esaminare quella concernente le forze interne, dopo aver rilevato i taglienti giudizi sull’azione all’esterno.

Ne abbiamo trovato un primo spunto nell’ultima citazione contro Bakunin, in cui avviene uno schieramento contro il liberalismo borghese russo (di base intellettuale più che sociale) a favore del moto rivoluzionario e terrorista delle plebi contadine, per insufficiente che esso sia rispetto alle lotte del moderno proletariato salariato. Come vedremo nello scritto di Engels sulle «Cose sociali in Russia», ben presto assume importanza primaria la questione del movimento sociale in Russia, non solo in quanto il modo di produzione capitalista comincia a penetrare nelle frontiere in modo imponente, ma anche per la esatta definizione secondo le nostre dottrine della lotta nelle campagne, particolarmente complessa per la presenza di classi ed istituti il cui schema non può ridursi nemmeno a quello dell’agricoltura feudale nell’Europa di secoli addietro. Sono infatti nel campo anche forme più antiche di quella feudale, che hanno i caratteri di un comunismo primordiale, e ci si domanda come una simile evoluzione si svolgerà, come si collegherà ad essa il formidabile risultato rivoluzionario – anche ai fini internazionali – del crollo dello zarismo.

Dicemmo che un tale quesito rimase fuori dal quadro del Manifesto del 1848. Ma esso era già urgente quando il nostro testo fondamentale fu tradotto dalla Vera Zasulich in russo. Stabilisce tale caposaldo, ed apre il passaggio alla seconda parte della nostra ricerca sulla valutazione marxista classica dei problemi russi, la prefazione di Marx ed Engels a tale traduzione, datata 21 gennaio 1882, epoca in cui la lotta interna era in pieno sviluppo, il terrore rivoluzionario aveva risposto al terrore autocratico, e la elaborazione dottrinale dei problemi storici era poderosamente cominciata.

Il brano decisivo che imposta la grande questione è quello che segue. Fu l’ultima prefazione firmata anche da Marx: ulteriormente trattò la cosa direttamente Engels, ripubblicando nel 1894 (ultimo scritto in materia anche per lui) una sua nota del 1875, e facendo leva su una storica lettera di Marx del 1877: testi che dovremo citare e commentare estesamente. In tutto questo corso si esamineranno questioni sociali di primo piano, ma ritornerà ancora e fino alla fine il leitmotiv: non passa la rivoluzione in Europa, se la potenza russa non cade.

«Passiamo alla Russia. Al tempo della rivoluzione del 48-49, non solo i monarchici, ma gli stessi borghesi europei vedevano nell’intervento russo la loro salvezza contro il proletariato che cominciava ad accorgersi delle proprie forze. Essi proclamavano lo zar capo della reazione europea. Oggi questi si chiude nella sua Gatchina, prigioniero di guerra della rivoluzione, e la Russia si è spinta ben avanti nel movimento rivoluzionario di Europa».

«Il compito del Manifesto Comunista fu la proclamazione dell’inevitabile ed imminente crollo della odierna proprietà borghese. Ma, in Russia, accanto all’ordinamento capitalistico che febbrilmente si svolge e alla proprietà borghese della terra si va formando, noi troviamo oltre la metà del suolo tuttora in proprietà comune dei contadini».

«Se si pone il problema: la comunità rurale russa, questa forma già in gran parte dissolta della originaria proprietà comune, potrà essa fare immediato passaggio ad una forma comunistica più alta di proprietà della terra, o dovrà essa prima attraversare lo stesso processo di dissoluzione che ci presenta l’evoluzione storica dell’Occidente?».

«Ecco la risposta oggi possibile: Se la rivoluzione russa darà il segnale ad una rivoluzione dei lavoratori in occidente, per modo che entrambe si completino assieme, in questo caso la odierna proprietà comune russa potrà servire di punto di partenza a una evoluzione comunistica».

Prima di passare dal primo aspetto del grande tema storico, quello dell’antagonismo tra Russia autocratica ed Europa democratica, al secondo, quello del rapporto tra rivoluzione russa e rivoluzione proletaria europea, e tra questione agraria russa e ciclo del capitalismo in Russia, occorrerà tuttavia una digressione.

Disegno di una controtesi disfattista

Sappiamo che la messa a punto di questo argomento della solidarietà, nel dato campo storico, tra moderna classe operaia e guerra di sistemazione nazionale e liberale, e più il collegamento e l’analogia col rapporto attualissimo tra rivoluzione anticapitalistica e movimenti dei popoli di colore, tanto contro i loro regimi interni quanto contro l’imperialismo estero, non lasciano di preoccupare molti compagni.

Non è infatti agevole sistemare bene la differenza grandissima tra l’impostazione marxista della questione e le tante deviazioni del dilagante opportunismo, che, nelle sue varie manifestazioni, non ha lasciato alcun posto allo schieramento aperto di classe del proletariato di fronte al capitalismo pienamente sviluppato, alla integrale autonomia, dalla nostra corrente sempre strenuamente propugnata, della teoria del partito, della sua organizzazione e delle sue istanze storiche e politiche nel movimento, nel reale combattimento.

Per chiarire posizioni di questa natura abbiamo fatto molte volte ricorso al metodo di tracciare noi le controtesi con le quali ci si combatte, e che sono in fondo le stesse, da quando il marxismo si è formato ed imposto. Oggi l’avversario ha preso forme particolarmente flaccide e senza contorno né saldezza, ed i colpi vi affondano senza ferire: questo fattore concorre non poco alla fase di totale smarrimento dell’azione della classe operaia, che ovunque si attraversa.

Urge evitare il rifugio di qualche elemento buono e utile nel rigidismo, nei dualismi senza vita di cui facemmo la critica nella introduzione al rapporto di Trieste, quando mostrammo anche come tale semplicismo sistematico sia molto servito a diffamare la posizione assunta dalla sinistra comunista italiana ed internazionale già nettamente nell’immediato primo dopoguerra, mentre è di grande interesse come tale attitudine di critica e di risoluta opposizione abbia avuto conferme decise, non dalla popolarità, ma dagli stessi eventi storici.

Crediamo quindi utile enucleare come il materiale del grandioso problema della «doppia rivoluzione» ossia dell’innesto del movimento proletario sulla rivoluzione borghese democratica (e nazionale) viene ordinato (se a simile genìa convenisse ordine manifesto, anziché nebbia asfissiante in cui sparisce ogni netto contorno) da quelli che vogliono avvalorare la sfiducia e il disfattismo di classe, e concedere che la rivoluzione propriamente operaia ha perduto tutti gli autobus della storia: non verrà più, anzi non era che un semplice miraggio dei tempi romantici in cui si sollevò la classe eroica per antonomasia: la borghesia, cui nel Manifesto erigemmo un monumento, illudendoci di prepararle altrettanto grandioso il sepolcro: noi, becchini falliti.

Il nostro «avvocato del diavolo» (così si chiama nel linguaggio comune quel prelato che, nei processi di santificazione, ha mandato, ai fini del contraddittorio di causa e di una sicura decisione, di propugnare la tesi contraria, confutare i fatti, i miracoli, addotti a prova della santità del soggetto) abbia quindi la parola. Siamo per la libertà di parola, dunque? Sì, ma quando il contraddittore è fetente, gli dettiamo noi quello che ha da dire.

La storia non ha esempio di una rivoluzione della classe operaia che non abbia preso lo slancio e trovato appoggio in una rivoluzione borghese, ossia scatenata per rivendicazioni borghesi: indipendenza nazionale, libertà politica, uguaglianza giuridica dei cittadini. Così egli esordisce.

Il mondo moderno afferma la sua civiltà colla venuta al potere della borghesia; è questo che in generale avviene col processo detto «Rivoluzione», ossia con la guerra civile, il rovesciamento violento di un regime, l’insurrezione armata, il terrore contro il caduto regime, la dittatura rivoluzionaria. Così egli prosegue.

Solo la necessità di realizzare le istanze che rendono possibile la moderna civiltà liberale, ha la forza di muovere le masse alla battaglia sociale armata. Non sorgeranno pari eventi storici, quando tutte le rivendicazioni della rivoluzione liberale siano state conquistate e il periodo di lotta convulsa sia passato, per iniziativa dei soli lavoratori salariati e per effetto del fattore del contrasto di interessi tra essi e gli imprenditori, che si esplicherà in altre forme e si risolverà per altre vie (vedi riecheggiare da modernissimi studi sindacali ed economici statunitensi queste rancidissime eccezioni).

Può la borghesia e la forza delle istanze sue proprie mobilitare le classi medie, intellettuali, artigiani, contadini, impiegati e cosi via; non lo può, contro la borghesia, il proletariato delle imprese, rivoluzionario sì come classe mobilitabile, ma non come mobilitatore. Così egli, cui potremmo dare cento noti nominativi, seguita a dire.

Sistemata ovunque la moderna civiltà capitalistica, sia pure con altri cicli di guerre locali e generali, ed esauriti i moti proletari che queste tappe avranno istigato, saranno passate tutte le occasioni storiche di un potere autonomo del proletariato, di una società economica non basata sulla proprietà, la azienda e il mercato, e si chiuderà il ciclo di questa grande illusione dottrinale figlia dell’ottocento. Così egli continua.

Le prove del diavolo

Il nostro scettico, cinico, itterico avversario si china sul suo dossier e snocciola la sua documentazione.

Teste Inghilterra. Il proletariato di questo paese non ha fatto rivoluzioni dopo quella borghese, al tempo della quale non era una persona storica, e non fu visto dare una mano a decapitare il re. Sebbene dalle sue condizioni sia stata costruita la classica teoria della inevitabile rivoluzione di classe, non ha avuto e non ha partiti rivoluzionari. Quando nel 48 i marxisti inneggiano al moto cartista, non possono non ammettere che è una ribellione per una completa, conseguente rivoluzione borghese, per una «carta» più borghese.

Teste Francia. Il proletariato di questo campo si è più volte battuto con eccezionale vigore. Ma è sempre scattato dalla rivoluzione borghese, e quando ha rotto colla borghesia e questa lo ha fiaccato, è rimasto lungamente a terra con le reni rotte. 1797: Babeuf lotta per una esasperata uguaglianza: cade eroicamente ma nel vuoto: anche dal punto marxista aveva torto. 1831: avviene lo stesso appena gli operai di Parigi osano pretendere di poter fare altro che cambiare la monarchia codina con quella borghese. 1848-49: idem con patate ossia con borghesia a mani insanguinate fino al gomito, quando gli operai vogliono altro che repubblica borghese. Restano imbelli nel colpo di Stato di Luigi Napoleone; lui, e non essi, mobilita la plebe. 1871: insorgono per risollevare l’onore nazionale, ma appena la loro avanguardia costituisce un governo di dittatura di classe e sono ancora una volta spazzati via, cadendo da eroi, non rialzano più la testa. La Francia non avrà partito rivoluzionario, né marxista, potente: al 1914 il proletariato affogherà nelle istanze scioviniste iperborghesi.

Teste Germania. La nascente classe operaia entrò in qualche modo in scena nel 1848-49 a fianco della borghesia, di cui non condivise una gloriosa vittoria ma una vana impotenza. Si organizzò poi in modo imponente col risultato di far divenire la Germania un paese capitalista, senza mai sollevarsi a fini propri che andassero oltre il suffragio universale o la caduta delle leggi eccezionali. Nel 1914 il socialismo tedesco fu gemello-nemico di quello francese. Dopo la disfatta Berlino tentò, con Carlo e Rosa la sua Comune, collo stesso risultato: eroismo, sgozzamento da parte della repubblica socialdemocratica. Venne Hitler a proletariato assente, cadde a proletariato assente, e al più al servizio di borghesie nemiche.

Teste Italia. Contumace per i troppi peccati di scimmiottamento del Risorgimento borghese, in cui più crassamente (malgrado il generoso comportamento nel dopoguerra I) è caduto colla liberazione partigiana. La deposizione si dà per letta.

Teste America. Capitalismo a mille, rivoluzione e partito rivoluzionario a zero in tutte le epoche. Ed infatti non vi è stata rivoluzione borghese ed antifeudale che scaldasse il sangue ai lavoratori, né poteva tanto la guerra civile 1866 in cui in fondo due mezze borghesie si azzannavano tra loro.

Teste Russia. (Vivi rumori nell’aula, voci di ricusazione, di impugnativa di falsi). Questo proletariato aveva da inforcare il più possente destriero di rivoluzione antimedievale che mai i secoli di storia abbiano allenato. Quella borghesia che «doveva inforcar li suoi arcioni» era una cavallerizza da burla. Fu allora la classe operaia, che in lunghe attese vi si era addestrata, a fare la grande e tremenda cavalcata coi passi obbligati di guerre rivoluzionarie e uccisioni di monarchi, con la dittatura e il terrore, coi Marat e coi Robespierre. Il mito aveva detto che dopo di ciò il destriero della rivoluzione avrebbe saltato, lanciando fiamme dalle froge, l’altro tremendo ostacolo, e iniziata la rivoluzione operaia sullo slancio magnifico che la storia gli aveva offerto, ma al suo balzo tutto l’occidente proletario doveva levarsi in piedi per la carica della morte al capitalismo. È questo oggi in piedi.

Due sono le conclusioni che vi restano, il diabolico coniraddittore che abbiamo evocato, ci grida.

Primo: per la sola via che la storia ammette, la rivoluzione di Marx ha vinto in Russia; riconoscete in essa la vostra economia, la vostra società, la figlia della vera, della Santa Rivoluzione.

Secondo: la seconda delle due rivoluzioni giace abbattuta. Il santo non è santo. La Russia è pieno capitalismo: non avrà più bisogno di rivoluzioni borghesi. Conforme alla conclusione della storia, una rivoluzione non vi esploderà più giammai. Il procuratore forcuto ha concluso. Il pubblico mormora che la nostra causa è perduta.

No. Nel seguito di questa nostra ricostruzione storica, rigetteremo la prima conclusione perché in Russia non è potere proletario e socialismo.

Ma rigetteremo pure la seconda. Ivi e dovunque, non essendo il marxismo un rigurgito di quarantottismo, ma una autoctona energia rivoluzionaria, la morte del capitalismo borghese sarà morte violenta, rivoluzionaria, per ferro e per fuoco.