L’attenzione di tutto il mondo è oggi ansiosamente concentrata su Genova, dove si svolge su scala mondiale uno dei più grandiosi episodi della lotta tra sfruttatori e sfruttati.
La conferenza è destinata ad avere immensa portata storica. Non per quello che essa delibererà o non delibererà. Sarebbe vano infatti attendersi che essa riesca ad attuare sia pure parzialmente il programma assegnatole da coloro che la promossero: vale a dire la ricostruzione su basi capitalistiche della sconvolta e depauperata economia europea. Noi comunisti sappiamo che tale programma è ineffettuabile, utopistico. Nella fase in cui è giunto, il capitalismo non può rispondere alle esigenze dello sviluppo odierno delle forze produttive. Esso è diventato impedimento a tale sviluppo. Soltanto un altro sistema indirizzato all’aumento della produzione, e non già del profitto privato, può trarre per l’umanità una nuova vita e un nuovo avvenire dalle ruine accumulate dalla lotta imperialista del capitalismo moribondo. Questo, finché dura la sua travagliosa e lenta agonia, non può far altro che accumulare nuove rovine, ostacolando l’integrale valorizzazione dei beni naturali e della forza di lavoro umana, accendendo nuovi conflitti imperialistici.
Pertanto, senza alcuna illusione noi comunisti italiani, noi comunisti di tutto il mondo, guardiamo a Genova. Da questa accolta di alte cime dal capitalismo, accorse ad un tentativo supremo di salvare un mondo condannato dalla storia, non può uscire la parola della salvezza.
E tuttavia, il nostro interessamento per il grande evento storico non è inferiore a quello di chi milita nella trincea opposta alla nostra. Il capitalismo è andato a Genova con la speranza di trovare il bandolo dell’ intricata matassa del caos economico, in cui le sue intime contraddizioni l’ hanno cacciato. Ma a Genova apparrà evidente anche ai più devoti ammiratori della civiltà borghese, che questa non è in grado di trovare il bandolo, che ogni suo tentativo in questo senso non fa che arruffare ancor più la matassa. Dialetticamente ne uscirà la dimostrazione definitiva, palpabile, dell’ incapacità del regime borghese a risolvere la crisi in cui esso è caduto, ad assicurare sia pure soltanto la nuda esistenza dell’ umanità, e quindi della necessità, se l’umanità non vuol perire, di eliminarlo e di passare ad altre superiori forme di vita e di produzione. Questa « lezione oggettiva non rimarrà senza efficacia sulla coscienza delle masse lavoratrici di tutto il mondo. Essa contribuirà potentemente ad illuminarle, a risvegliarle, a raccoglierle in una salda unità di coscienza e di volontà di lotta per la salvezza loro, che è salvezza dell’ umanità.
Genova, dando la prova definitiva dell’ incapacità del capitalismo a salvare l’ umanità dal baratro in cui esso la ha spinta, opererà per il rivoluzionamento delle masse e per l’avvicinamento della rivoluzione proletaria più di ogni nostro lavoro di propaganda e di agitazione. Per ció, sopratutto, le anime nostre oggi si tendono verso Genova.
A Genova si combatte una grande battaglia tra il passato e l’avvenire, tra il capitalismo e il comunismo, tra la borghesia e il proletariato. Quest’ultimo vi è formalmente rappresentato soltanto dai compagni russi, apparentemente soli contro tutta l’avida geldra degli agenti politici dell’ imperialismo. Ma dietro i compagni russi sta, trattenendo il respiro, il proletariato cosciente di tutto il mondo. A Genova i delegati soviettisti non rappresentano soltanto uno Stato, il primo e finora unico Stato di operai e di contadini che abbia rotto il cerchio magico del l’onnipotenza capitalistica, ma rappresentano la più grande potenza storica dell’avvenire, il proletariato mondiale. È appunto questa circostanza quella che richiama sui commissari della repubblica soviettista l’attenzione quasi spasmodica non soltanto dei proletari di tutto il mondo, ma anche dei loro avversari di classe.
La riunione della Conferenza è stata di per sé la confessione. da parte dei gruppi dirigenti del capitalismo europeo, di non essere riusciti, dopo tre anni dalla «pace», ad assicurare le necessarie condizioni di vita all’Europa, nei quadri da loro ritenuti necessari ed immutabili del capitalismo. L’invito alla Russia soviettista è stato la confessione che tali gruppi, sebbene in apparenza padroni del mondo, si sentono incapaci anche per l’avvenire di stabilire un ordine qualsiasi, senza il concorso del proletariato, afforzato nella prima posizione politica da esso conquistata e validamente difesa.
Genova, qualunque cosa accada, è già di per sé una sconfitta del capitalismo. Non a caso le potenze capitalistiche che ancora si sentono forti e s’illudono di poter superare la crisi con mezzi propri, come gli Stati Uniti e la Francia, hanno disertato la Conferenza o hanno tentato e tentano di sabotarla. Essi con l’infallibile istinto di classe sentono che questa radunata è una vittoria della classe avversaria.
La crisi economica, frutto della guerra imperialista e della pace più imperialista ancora, spinge le potenze capitalistiche a sforzarsi di allargare l’area di sfruttamento a tutto il mondo, a metter la mano rapace sulle sorgenti di materie prime di tutto il mondo, sulla mano d’opera a buon mercato dei paesi non capitalistici. Una delle più vaste zone ancora esenti dallo sfruttamento capitalista è l’immensa Russia, coi suoi sterminati e in gran parte fertilissimi piani, con le sue inesauribili e quasi intatte ricchezze naturali. Il capitalismo europeo ed americano tentò di metter le mani su questa immensa riserva, trascinando la Russia zarista e kerenskiana nei vortici della guerra imperialista, mirando ad assicurarsi, con la concessione di prestiti, il diritto attuale di servirsi degli operai e contadini russi come carne da cannone, e in avvenire come bestie da fatica da adoperare a strappare dalla terra russa i suoi tesori a beneficio dell ingordigia capitalistica di profitto. La rivoluzione d’Ottobre ha spezzato il giuoco. Questo fu ritentato più tardi, mediante l’organizzazione degli eserciti bianchi. Anche questa volta la resistenza eroica dei proletari e dei contadini russi lo fece fallire. Il capitalismo si è convinto che con le armi non può aver ragione dello Stato soviettista, sostenuto dalla fede e dallo spirito di sacrificio degli operai e dei contadini russi, e dalle ardenti simpatie delle avanguardie proletarie di tutto il mondo. E siccome ha bisogno delle ricchezze latenti della Russia per fare almeno il tentativo di ricostituirsi, ha per necessità dovuto offrire un armistizio allo Stato dei Soviety.
Bene hanno fatto i compagni russi ad accettare l’armistizio. La prima ondata della rivoluzione proletaria, se ha lasciato in mano del proletariato posizioni preziose per la continuazione futura della lotta, quali le repubbliche soviettiste e i partiti comunisti, non è tuttavia riuscita ad abbattere il capitalismo. I due eserciti si fronteggiano ancora. Ciascuno di essi ha i suoi morti da seppellire, i suoi feriti da curare, le sue truppe affaticate da fare riposare. Finché il capitalismo, pur colpito a morte, continua ad esistere; finché esso continua a detenere in tutto il mondo, tranne che in Russia, il possesso dei mezzi di produzione; i comunisti russi sono costretti ad entrare con esso in trattative per ottenere i mezzi di cui hanno bisogno per risanare l’economia russa. E questa preziosa posizione proletaria di lotta, che è lo Stato soviettista, potrà così esser conservata nelle mani dei comunisti, per rendere i più incalcolabili servizi al proletariato il giorno in cui esso riprenderà la lotta su tutto il fronte.
La Russia soviettista dovrà pagare l’armistizio con sacrifici più o meno grandi, consentendo al capitalismo mondiale una più o men vasta sfera d’azione sfruttatrice anche in Russia. E sia. Il capitalismo non avrà tuttavia fatto un buon affare politico. Esso avrà a sua volta dovuto acconsentire non solo all’esistenza, ma al rafforzamento dello Stato dei contadini ed operai in Russia, speranza oggi, centro d’azione domani del proletariato mondiale in lotta coi suoi oppressori.
In questo momento il proletariato, grazie al tradimento e all’opera di avvelenamento morale compiuta dai socialtraditori, non è ancora in grado di venire direttamente in aiuto dei compagni russi. Si va lentamente ma sicuramente preparando a questo compito. Ma fin d’ora quanti vi sono in tutti i vari campi, in cui disgraziatamente il proletariato è ancor diviso, lavoratori coscienti, possono e debbono fare il possibile per sostenere i compagni che a Genova lottano apertamente, sul campo insidioso di un tappeto verde, contro il capitalismo imperialista. Questi debbono avere la sensazione che il proletariato di tutto il mondo condivide le loro ansie, esulta dei loro successi, palpita dei loro palpiti.
I delegati russi si trovano isolati, a Genova, contro un mondo nemico, che non ha altra mira se non quella di obbligarli a consentire allo sfruttamento del proletariato russo e tedesco. Essi hanno però anche non trascurabili elementi a loro vantaggio: le rivalità tra i vari gruppi capitalistici e i rispettivi Stati, e la pressione che su tali Stati può esercitare la classe lavoratrice. Bisogna che questa pressione sia intensificata al possibile, bisogna che i lavoratori manifestino in maniera chiara ed incontrovertibile la loro ostilità alla politica delle riparazioni che tende a sottoporre il proletariato tedesco — non la borghesia tedesca — a condizioni spaventose di servitù, di miseria, di sfruttamento, a renderlo contro sua volontà strumento dell’offensiva capitalistica in tutto il mondo; alla politica di restaurazione capitalistica e di asservimento della Russia soviettista, che mira ad infrangere questo massimo baluardo proletario e a strappare al proletariato di tutto il mondo la sua arma più affilata.
Questo dovere incombe soprattutto al proletariato italiano. Non soltanto nè principalmente perchè il trionfo della politica imperialista della Francia o dell’Inghilterra lo escluderebbe senza cerimonie dai benefici immediati derivanti dalla riapertura del mercato russo. Ma specialmente e principalmente perchè il proletariato italiano è forse quello che, in tutta l’ Europa oc cidentale, nonostante le male arti usate dai riformisti e dai loro complici massimalisti per allontanarlo dalla causa della rivoluzione russa, è rimasto più ardentemente devoto a questa causa.
Il compito dei lavoratori italiani è chiaro. I rappresentanti del popolo lavoratore russo si battono a Genova contro le prepotenze e le insidie del capitalismo mondiale. Si battono per i poveri di Russia, per gli affamati del Volga, ma allo stesso tempo si battono per la causa del proletariato mondiale. Mentre ad essi noi comunisti italiani inviamo il nostro fraterno saluto augurale, diciamo a tutti i lavoratori italiani, a qualunque partito appartengano: Fratelli, aiutate i vostri fratelli in lotta! Aiutateli col largo respiro della vostra solidarietà completa, incondizionata! Aiutateli, ché essi lavorano per la vostra causa, per l’emancipazione del proletariato!».
Quanto è venuto svolgendosi a Genova, dopocché era stato scritto quanto precede, mostra che la lotta tra i compagni russi e il capitalismo internazionale è diventata ancor più aspra e serrata di quanto si prevedesse. Di fronte all’attitudine chiara e concretamente risoluta dei rappresentanti soviettisti decisi a non permetter la colonizzazione della gloriosa repubblica dei lavoratori; di fronte ai parziali successi riportati da tale attitudine-specialmente all’ accordo con la Germania che apre una prima breccia nel fronte capitalista il capitalismo si raccoglie, mette da parte per un momento le sue rivalità, tenta ricostituire il blocco per jugulare la repubblica soviettista. Tanto più energica dev’esser la risposta dei lavoratori di tutto il mondo.
Cenni intorno alla loro formazione e alla loro vita
Le affittanze collettive costituiscono, in Italia, una delle forme più recenti e caratteristiche del movimento agrario cooperativo. Infatti, la loro costituzione rimonta a poco più d’ un trentennio. Sono, esse, associazioni di lavoratori agricoli che si prefiggono lo scopo di procacciare ai soci il frutto della terra da essi coltivata, mediante contratti di affittanza di terreni appartenenti al Demanio o ai Comuni, alle Opere pie, e anche ai privati proprietari.
I primi esperimenti ebbero a fallire miseramente. Ma, in seguito, siffatta nuova forma di cooperazione s’estese notevolmente, in particolar modo nell’ Italia settentrionale e in Sicilia.
In Sicilia, le affittanze collettive si riconnettono intimissimamente col problema, d’importanza vitale per l’economia dell’ isola, del latifondo o, per meglio dire, del latifondismo.
Il che esige qualche fugace cenno sul maggior malanno ond’è afflitta l’esistenza stessa della Sicilia.
Il latifondo e il latifondismo siciliano
Da che cosa è caratterizzato il latifondo? Se dovessimo stare al significato letterale della parola, dovremmo dedurne soltanto il concetto geometrico d’una grande superficie continua, si che latifondo equivarrebbe a fondo lato, vasto. Poiché facilmente si comprende che codesto concetto di grandezza dei poderi nulla ha di assoluto, preferiamo ritenere che la sola vasta estensione dei fondi non è sufficiente a integrare ciò che, volgarmente, s’intende col nome di latifondo, in Sicilia. Il quale, pertanto, è vero che costituisce una più o meno grande estensione agraria formante un’unica azienda ma anche, e con più precipua accezione, ad esso va associata l’ idea di un particolar modo di esercitarvi l’industria agraria.
Per latifondi ormai è convenuto intendere quelle grandi estensioni di terreno coltivabile — per lo più ex-feudi — appartenenti, secondo le risultanze catastali, ad un solo proprietario o a anche a più pro indiviso, che superano i 200 ettari di estensione e che sono facilmente riconoscibili in catasto dall’imponibile relativamente grosso che li grava e dalla qualità delle colture, in prevalenza a grano e pascolo.
Secondo statistiche in massima attendibili, il numero dei latifondi di oltre 200 ettari di superficie risulta essere, per tutta la Sicilia, di 1400; e comprendono un’estensione totale di ettari 717.729.16 cioè il 29.7º, dell’ estensione catastale totale di tutta l’isola. Sì che ogni latifondo viene ad avere un’estensione media, in cifra tonda, di 512 ettari. Le province a maggior estensione di latifondi sono quelle di Caltanissetta (41,7%), di Palermo (35%), di Girgenti (35.2%), seguono Catania (30.7%), che è quasi uguale alla media dell’ isola, Siracusa (22.9%), Trapani (20.20%) e Messina (18.5%).
Quanto alla concentrazione reale della proprietà, non è prospettata esattamente e sinceramente nelle statistiche, secondo le quali 787 proprietari possederebbero quasi un terzo della superficie catastale di un’ isola abitata da circa quattro milioni d’abitanti; e quasi un sesto di esse sarebbe posseduto da soli 173 individui.
Codeste cifre, però, non tengono conto che dei proprietari di quei latifondi che hanno un’estensione superiore a 200 ettari, tralasciando sia i latifondi di minore estensione, sia le grandi proprietà, le quali pur avendo un’estensione superiore a 200 ettari, non vanno chiamate latifondi a causa della loro coltura intensiva, limitata però a zone ora più ora meno vaste.
Si può assumere come caratteristica fondamentale del latifondo siciliano e del complesso fenomeno che vi si svolge — il latifondismo — la mancanza di ogni opera miglioratrice permanente, soltanto se stabiliamo in rapporto a che cosa va messa siffatta deficienza: non già al solo fatto che l’azienda sia costituita da una grande superficie, sibbene in rapporto 1) ai sistemi di amministrazione — 2) ai sistemi di coltura—3) alla costituzione della proprietà.
Le quali costituiscono, appunto, quel complesso di condizioni sfavorevoli ond’è caratterizzato, nella sua essenza e nella sua manifestazione, il latifondo siciliano. Quanto ai sistemi d’amministrazione, è noto che tuttavia il latifondo siciliano è, in linea di massima, non amministrato direttamente dal proprietario, ma dato tutto intiero al gabellotto, il tipo sui generis dell’ affittuario siciliano, prodotto dell’assentismo dei latifondisti, solleciti soltanto di costituirsi o godere una rendita più o meno sicura dai loro fondi.
Il quale gabellotto, che offrendo una sicura garenzia al proprietario, ne ottiene in fitto il fondo, attende, poi, per suo conto, ad esercitarvi la più esosa speculazione che fa innalzare il prezzo della terra che, divisa, vien da lui concessa o a mezzadria—che, talora, equivale a una parte su sei—o in subaffitto. Tanto l’agricoltore, sul quale gravano le numerose e svariate condizioni contrattuali, sempre o quasi sempre usuraie ed angariche, costretto a prendere in fitto una data parcella di latifondo per un tempo limitato, quanto il gabellotto che ha solo interesse alla speculazione, sfruttano il povero terreno per guadagnarvi quanto più è possibile, sì che la produzione di anno in anno diminuisce. Per ciò che riguarda il raccolto, non potendo a lungo intrattenerci su quest’argomento, diremo soltanto che, giunta l’epoca di esso, quando ne sono compiute le numerose e svariate prelevazioni, al coltivatore resta poco o nulla.
Veniamo alla seconda caratteristica del latifondo, cioè i sistemi di coltura.
Premettiamo che l’economia rurale distingue due diversi sistemi di coltura: a) coltura intensiva – b) coltura estensiva. Parlando di coltura intensiva, non dobbiamo intendere soltanto e unicamente coltura di piante arboree o arbustive (che per la Sicilia sono, principalmente, agrumi, mandorli, pistacchi, noccioli, olivi, vite, sommacco, carrubi), poiché non è il genere delle piante coltivate che determina la maggiore o minore attività della coltivazione, chiaro essendo che una stessa pianta – arborea, arbustiva od erbosa che sia – può essere coltivata con maggiore o minore attività, cioè più o meno intensivamente. Pertanto, l’agricoltura intensiva rappresenta un’agricoltura economica, industriale, nella quale al prevalente influsso dei fattori naturali è venuto sostituendosi quello del lavoro e dei capitali per trarre il massimo vantaggio. Ne proviene un rapporto necessario fra il grado d’intensità e tutte le condizioni che esercitano la loro efficacia sulla formazione e sull’impiego del lavoro e del capitale. In altre parole l’intensità, e, quindi, l’attività maggiore o minore della coltura consiste nella maggiore o minore proporzione in cui sta il capitale d’ esercizio (capitale-scorte e circolante nel quale ultimo è compresa la retribuzione del lavoro) col valore della terra. Una semplice e pratica definizione è questa: il sistema di coltura intensiva è quello delle concimazioni e dei raccolti massimi, in cui predominano i grandi capitali e le forze artificiali; il sistema di coltura estensivo è quello dei raccolti medii e minimi, in cui predominano le forze spontanee della natura, l’esigua o nessuna concimazione, lo scarso impiego di capitali.
Quale di questi due sistemi viene praticato nel latifondo siciliano? -tenendo conto, a) del piccolo reddito lordo e netto, b) del predominio delle forze naturali sulle artificiali, c) delle scarse e quasi nulle concimazioni, d) del rapporto minimo fra il capitale d’esercizio e il capitale fondiario – risulta che il sistema adoperato è quello della coltura estensiva. Non solo, ma nella scala dei gradini che si possono percorrere per arrivare all’agricoltura propriamente detta(1) esso s’è fermato ai primi, in quanto non è ancor uscito, generalmente parlando, dal sistema pascolativo col maggese.
E accenniamo, infine, alla terza caratteristica del latifondo siciliano, la costituzione della proprietà.
Come abbiamo rilevato, il latifondo siciliano soggiace alla istituzione della proprietà concentrata in poche mani – la grande proprietà. Dall’accoppiamento della grande proprietà con l’esercizio della coltura estensiva derivano i più funesti effetti all’economia del latifondo; effetti che si fanno addirittura disastrosi, ove e quando – come avviene in Sicilia – coesistono la grande proprietà, la coltura estensiva e la piccola estensione delle unità colturali.
Ecco, in breve, il complesso delle condizioni, degli elementi e dei fattori sfavorevoli ond’è, fondamentalmente, caratterizzato il latifondo siciliano.
Ove esso fosse provveduto di tutti i mezzi necessarii per esercitarvi una coltura intensiva e questa si esercitasse davvero, fornita di sufficienti cognizioni tecniche e di proporzionati capitali, il latifondo vedrebbe diminuire la sua resistenza alle vicende storiche e ai progressi economico-sociali che, nei secoli, si sono venuti effettuando e, insieme, si perverrebbe a distinguere con bastante chiarezza quelli tra i suoi fattori che hanno caratteri d’ immanenza e quelli che invece sono modificabili.
Causa principale del sorgere delle attuali affittanze collettive
È noto che tra i fattori più deleterii e, nell’ istesso tempo, meno difficilmente eliminabili, sta il gabellotto, questo gran parassita delle campagne siciliane, formato da esigenze. ambientali e da tradizioni capitalistiche. Eliminare, nei rapporti fra il proprietario e i coltivatori, il gabellotto: ecco quale è stato il primo concetto onde furono promosse, in Sicilia, le affittanze collettive. Cinquanta, cento, duecento agricoltori, uniti in una Cooperativa per azioni, cercano di formare un determinato e sufficiente capitale da offrire come garanzia al proprietario del latifondo. Preso il latifondo in fitto, ne assegnano una quota ad ogni socio; risulta così costituita l’affittanza collettiva.
Come primo tentativo di affittanza collettiva, nel 1893, a Corleone (prov. di Palermo) per opera di Bernardino Verro, furono gabellati dei fondi ai contadini al prezzo della stessa gabella, aumentato solamente delle spese conseguenti.
Nel 1894 un’ altra ne sorse a Castrogiovanni (prov. di Caltanissetta) col nome La Madre terra – per opera dei socialisti: e nel 1898 prese in fitto dei fondi. – Nel 1900, don L. Sturzo ne creò un’altra a Caltagirone (Catania) col nome di Società Piccola Industria S. Isidoro. Nell’ istesso anno per opera del Prof. Tucci, direttore del R. Istituto Zootecnico di Paler-mo, a Falco sorse, con caratteri di neutralità politica (nè socialista nè cattolico), la Federazione agraria operaia. Nel 1901 il socialista avv. Montalto fondò a Paceco (prov. di Trapani) una Cooperativa agricola.
Ad opera dei socialisti e dei cattolici, dunque, venne, in Sicilia, diffondendosi il nuovo tipo dell’ azienda agraria denominata affittanza collettiva. A tutto il 1906 le affittanze collettive ammontavano, nell’ Italia continentale (settentrionale veramente) e in Sicilia, a 108; in sui primi del 1920 il loro numero s’accrebbe a 200.
Immediatamente prima dello scoppio della guerra, nel 1913, i diversi paesi erano ordinati nella serie seguente quanto a grandezza del rispettivo commercio estero (importazione più esportazione):
1913
Milioni di marchi
Percentuale del commercio estero di tutta la terra
Gran Bretagna
28633
16.1%
Germania
22547
12.6%
S.U.d’America
17971
10.1%
Francia
15987
9%
Questi quattro paesi distanziano di gran lunga col loro commercio estero tutti gli altri, e quindi a ragione vengono considerati come veri e propri popoli di commercio mon-diale. Ad essi tengon dietro, per ampiezza di commercio estero, i paesi che tipicamente fungono da intermediari commerciali:
Olanda
11902
6.7%
Belgio
10948
6.1%
Invece le altre grandi potenze stanno molto addietro alle quattro già indicate.
Austria-Ungheria
5522
3.1%
Italia
5141
2.9%
Giappone
2860
1.6%
Un semplice sguardo mostra che solamente per i primi quattro Stati vi può esser questione di seria concorrenza sul terreno del commercio mondiale. Tuttavia è interessante ai fini della nostra dimostrazione di conoscere anche il commercio estero delle più importanti colonie e dei paesi semicoloniali. Tra questi vanno menzionati:
Canadà
5522
3.1%
Argentina
3665
2.1%
Australia
3100
1.8%
Cina
3098
1.8%
Brasile
2649
1.5%
Straits Settlem.
1980
1.1%
Affrica merid.
1466
0.8%
Cuba
1250
0.7%
Egitto
1247
0.7%
Ci serviremo di queste cifre nel corso della nostra trat-tazione; e perciò le abbiamo ricordate. Ma per ora vogliamo limitarci alle quattro nazioni di commercio mondiale.
La precedenza della Granbrettagna, che supera per ben un quarto il commercio estero della Potenza immediatamente successiva, cioè della Germania, aumenta in modo straordinario se a ciascuno Stato si aggiungono le sue colonie. Allora la parte dell’ impero britannico nel commercio mondiale sale al 22.4%, mentre le colonie degli altri paesi non hanno importanza. Lo stesso grande impero coloniale della Francia partecipa al commercio mondiale appena con l’1.3%. Infine, è noto che il Canadà, l’Australia, l’Affrica meridionale e la Nuova Zelanda stanno in rapporti particolarmente stretti con la Granbrettagna; e se si aggiunge il loro commercio estero, la parte dell’impero mondiale britannico sale al 28%. Sicchè, assai più di un quarto del complessivo commercio estero della terra apparteneva all’Inghilterra o a colonie e Stati con essa collegati; e solo a grande distanza seguivano la Germania (incluso le colonie) col 12.8%, gli Stati Uniti col 10.8% e la Francia 10.3%.
Tuttavia la prevalenza inglese non era incontrastata. Anche in questo campo la Germania di anno in anno andava avvicinandosi all’ Inghilterra; e sorte comune con quest’ultima avevano anche le altre grandi potenze commerciali di fronte allo sviluppo della Germania, che procedeva più rapidamente di tutte le altre. Confrontiamo infatti i dati per il 1900 con quelli per il 1913. Il commercio estero (esportazione più importazione) si ragguagliava a:
1900
1913
Mil.m.
Percent. del comm. mon.
Mil. m.
Percent. del comm. mon.
Gran Bret.
17900
19.5%
28633
16.1%
Colonie
5218
5.8%
11278
6.3%
Dominions
4471
4.8%
10020
5.6%
Totale
27589
30.1%
49931
28%
Germania
11089
12.1%
22547
12.6%
Colonie
59
0.1%
307
0.2%
Totale
11148
12.2%
22854
12.8%
Stati Uniti
9427
10.3%
17791
10.1%
Cuba
534
0.6%
1250
0.7%
Totale
9961
10.9%
19221
10.8%
Francia
9208
10%
15987
9%
Colonie
1089
1.2%
2376
1.3%
Totale
10297
11.2%
18363
10.3%
Ci pare che questa semplice esposizione di cifre tolga qualsiasi fondamento alla ciarla della «gelosia di concorrenza». Giacchè in nessuna parte si può osservare un reale indietreggiamento. L’arretramento è soltanto apparente, e si esprime soltanto nelle cifre percentuali. In realtà durante questo periodo tutte e quattro le grandi potenze commerciali mondiali accrebbero fortemente il loro commercio estero. In maniera affatto particolare ciò si rileva dalle cifre della sola esportazione, che, escluse le colonie, ascendeva a:
Media 1901-1905 in mil. di m.
1913 in mil. di m.
Granbrettagna
5936
10485
Germania
5016
10077
Stati Uniti
5973
10202
Francia
3494
5504
Ora: posto che in un paese l’esportazione aumenta di anno in anno; che gli si schiudono sempre nuovi mercati; che il numero dei suoi acquirenti esteri aumenta continuamente, e che aumentano proporzionatamente i guadagni ch’esso ritrae dal commercio estero; si può in generale supporre che tal paese dia di piglio alle armi per semplice «gelosia di concorrente», solo perchè in un altro paese l’incremento dell’ esportazione è ancor più rapido? – No. Le vere correlazioni si posson trovare soltanto allorchè si ricercano le vie dell’esportazione, e si domanda dove sieno esportate le merci.
IV
Purtroppo qui non possiamo indicare tutte le sottili diramazioni, per le quali si opera il commercio d’esportazione. Ciò richiederebbe lunghe filze di cifre, che non solo sorpasserebbero di molto i limiti di questa rivista, ma alla maggior parte dei lettori causerebbero più confusione che non chiarezza. Invece vogliamo tentare di dare un quadro esatto a grandi tratti.
Anzitutto risulta subito evidente, che per le quattro potenze commerciali mondiali aveva una parte assai varia dall’una all’altra il commercio con paesi del tutto o a metà coloniali. Se si ripartisse il loro commercio estero a seconda che esso si dirigeva su paesi capitalistici, o su paesi di carattere coloniale, si presenta il seguente quadro. L’esportazione in paesi puramente capitalistici, o per essere più esatti, in paesi che una data grande potenza non può considerare come sue colonie, dava le seguenti percentuali sull’esportazione totale:
Media 1901/1905
1913
Germania
81.9%81.9%
79.3%
Francia
86.3%
63.3%
Stati Uniti
58.9%
46.2%
Inghilterra
31%* (media 1901/1904)
28.5%
Si vede come per l’Inghilterra il commercio con le colonie avesse assai maggiore importanza di tutto il suo rimanente commercio estero. Negli Stati Uniti si aveva quasi l’equilibrio, in Francia soltanto un terzo circa dell’esportazione si dirigeva su paesi coloniali, in Germania soltanto un quinto circa.
Come risulta dalle cifre, tra il 1900 e il 1913 questa situazione non subì mutamenti essenziali, finchè la si considera dal lato dei paesi esportatori. Che l’Inghilterra mandi in paesi capitalistici il 31% o il 28% della sua esportazione totale (e corrispondentemente una inaggiore percentuale in paesi coloniali), alla fin dei conti non cambia molto.
Solo negli Stati Uniti la differenza è di maggiore rilievo. Ma affatto diversamente appaiono le cose, quando le consideriamo dal lato dei paesi importatori. Per i su accennati motivi di brevità vogliamo stabilire un solo calcolo, ad intendere il quale è necessario premettere quanto segue.
Nel gruppo II (paesi semicoloniali) la parte del leone spettava alla sola Germania. I numeri del gruppo I (paesi capitalistici) vanno apprezzati altrimenti, giacchè qui tra i clienti della Germania si trovano anche tanto l’Inghilterra quanto la Francia e gli Stati Uniti; e viceversa. Quindi occorrerebbe anzitutto ricercare quale parte avesse il reciproco commercio tra questi Stati, ciò che è irrilevante ai nostri fini. Inoltre, il carattere del mercato coloniale è diverso. Ciascun paese capitalista ne abbisogna ogni anno in misura maggiore, per esitare la sua crescente produzione di merci. Pertanto in questo campo l’espansione di un’altra potenza è veramente pericolosa, anche se il proprio commercio con le colonie si trova sempre sulla linea ascensionale.
Sicchè la tabella ci offre un quadro pienamente concordante con la teoria di Rosa Luxemburg. La potenza mondiale inglese si sentiva minacciata non dal fatto che il commercio esterno della Germania aumentasse in sè e per sè -chè a ciò contribuiva anche ciò che la stessa Inghilterra acquistava dalla Germania, e che tuttavia non le poteva esser pericoloso, per il semplice fatto che la Germania produceva di più ma perchè vedeva che il mercato coloniale ancor rimasto libero le veniva sempre più ridotto dalla Germania.
In un altro lavoro esamineremo come si concilii con la teoria di Rosa Luxemburg il corso degli avvenimenti svoltisi dopo la guerra.
In tutto il mondo i gazzettieri stipendiati della borghesia, e anche i loro concorrenti socialdemocratici, si sgolano acclamando all’«iniziato risanamento dell’economia capitalistica». Ha fondamento tale affermazione? Nemmeno per sogno. Tutti gli sforzi fatti, mediante una serie interminabile di conferenze, per «restaurare l’economia mondiale» (capitalistica), sconvolta dalla guerra, sono sostanzialmente falliti. Nonostante alcuni successi iniziali, affatto parziali, il risanamento non s’è avuto. Tanto il disordine della valuta, quanto il continuo aumento della disoccupazione, mostrano che la decadenza del capitalismo prosegue inesorabilmente, interrotta solo apparentemente da brevi soste, che presto cedono il posto a una nuova discesa tanto più rapida e profonda. Il capitalismo ha bensì recuperato la direzione e la sicurezza di sè nel campo politico, ma non come effetto di un sano processo di rafforzamento economico, bensì grazie allo stato transitorio d’incertezza e di disunione del suo avversario naturale, della classe lavoratrice.
E così, il capitalismo imperialista dei trusts e delle grandi banche può vantare ancora, in apparenza, brillanti successi: ma essi non significano affatto che il capitalismo come tale sia sulla via della guarigione, bensì soltanto che esso, sebbene mortalmente e inguaribilmente malato, tuttavia vive, e finchè vive deve seguire le sue leggi naturali di vita, manifestantisi in forme apparentemente grandiose di concentrazione della ricchezza e della produzione superstiti.
* * *
Le grandi banche, dominatrici dell’industria in tutti i paesi capitalisticamente sviluppati, continuano a signoreggiare l’economia e quindi la vita di tutto il mondo, ponendo uno sterminato potere nelle mani dei loro capi, di questo piccolo gruppo di «re senza corona», come li chiama R. Starr in un recente articolo sul nostro giornale inglese, The Communist, dal quale rileviamo i dati seguenti. Le cinque grandi banche inglesi nel 1921 hanno pagato i seguenti dividendi:
Banche
%
London County Westminster & Parrs
20
London Joint City & Midlands
18
Lloyds
16.66
National Provincial & Union
16
Barclay’s Azioni A
10
Barclay’s Azioni B
14
Si può calcolare che queste cinque banche in tutto abbiano pagato per dividendi non meno di cinquanta milioni di sterline (circa quattro miliardi e un quarto in lire). E ciò senza contare le forti somme immobilizzate nelle riserve!
Naturalmente, i baroni bancari sono alla testa dell’ offensiva capitalistica contro i salari operai. Il sig. Mac Kenna (London City and Midland) e il sig. Goodenough (Barclays) l’anno scorso lanciarono l’appello per la diminuzione dei salari, e quest’anno si vanno affaticando al successo della grande offensiva iniziata dal capitalismo inglese con la serrata dei metallurgici. Essi sostengono che è urgentemente necessario fare economia in tutto, naturalmente, fuorché nel pagamento dei dividendi.
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Più che mai la grande banca domina e dirige l’industria imprimendole il suo caratteristico tono imperialista. Questa connessione e questo carattere si mostrano all’evidenza nella lotta mondiale che si combatte attualmente tra l’alta finanza degli Stati Uniti e quella dell’ Inghilterra per il monopolio del petrolio, lotta che racchiude in sé i germi di una nuova più disastrosa guerra imperialista, se il proletariato rivoluzionario non interviene a tempo. I dati che seguono sono tratti specialmente da articoli di A. Friedrich (Rote Fahne di Berlino, n. 41) e di W. van Ravenstein Inprekorr n. 8).
E’ noto come negli ultimi anni il petrolio come combustibile sia andato sempre più soppiantando il carbone. Non soltanto il petrolio ha un potere calorifico varie volte superiore a quello del carbone, ma è anche di molto più facile accensione, ed offre altri vantaggi nei riguardi della facilità di trasportarlo, di caricarlo sulle navi, di convogliarlo mediante gigantesche tubature. Questi vantaggi assicurano al petrolio una decisa superiorità di fronte al carbone, come combustibile di uso generale. Infatti, dato il maggior potere calorifico del petrolio, questo dà alle navi che lo usano come combustibile un raggio d’azione superiore a quello delle navi a carbone; e in conseguenza è fortemente aumentato il numero delle navi a petrolio, che costituiscono già oltre la metà del numero complessivo delle navi. Anche nelle ferrovie si è parzialmente passati dal carbone al petrolio, specialmente negli Stati Uniti; e si annunzia ora che anche in Francia si procede a riadattare la Paris-Lyon-Méditerranée per il riscaldamento a petrolio. A dimostrare lo straordinario aumento d’ importanza assunto da questo combustibile liquido basta ricordare che la produzione mondiale di esso da 149 milioni di barili nel 1900 sali nel 1920 a 690 milioni di barili. Nel 1920 la produzione del petrolio si distribuiva così: Stati Uniti milioni di barili 443, Messico 160, Russia 30, Indie olandesi 18, India inglese 9,5, Romenia 7. Persia 6, altri paesi complessivamente 17.0. Si può dire che il petrolio ha assunto nell’economia mondiale l’importanza già avuta dal carbon fossile. La sua applicazione come forza motrice gli dà un posto preminente anche nei riguardi militari. Per tutto ciò, esso è diventato il prodotto più importante per l’imperialismo.
E quindi da vari decenni si combatte tra i più potenti trusts finanziari mondiali una lotta accanita per l’accaparramento dei giacimenti petroliferi del mondo. Nel 1900 un potente trust americano, la banca Morgan e Rockfeller, fondò la Standard Oil Company, con un capitale di 150 milioni di sterline, salito già a 550 milioni di sterline nel 1915. La lotta che esso dovette sostenere nel 1906 con la «Deutsche Bank» e le imprese petroliere a questa facenti capo costituisce uno dei capitoli piú interessanti ed istruttivi della storia del moderno capitalismo (cf. Lenin L’imperialismo come più recente fase del capitalismo, p. 64 sgg. dell’ediz. italiana). Essa terminò con la vittoria di Rockfeller e con la completa sottomissione del gruppo tedesco. Oggi poi la Germania è affatto fuori combattimento in questo campo. Senonchè il monopolio americano ha trovato un altro ben più pericoloso avversario nel capitale inglese.
Già prima della guerra accanto ai concerti petrolieri americano e tedesco s’era venuto costituendo un gruppo inglese, che mirava sopratutto ad accaparrarsi i ricchi giacimenti delle Indie olandesi. Il trust petrolifero inglese Shell si fuse con l’olandese Società reale, dando origine ad un altro gigantesco trust, conosciuto in tutto il mondo col nome di Royal Dutch (olandese reale), che col gruppo Rockfeller condivide attualmente il controllo di quasi tutta la produzione petrolifera mondiale – esclusa quella degli Stati soviettisti. Tra i due colossi si combatte una lotta accanita il cui sbocco inevitabile sarà la guerra tra Stati Uniti e Inghilterra.
Come si vede dalle cifre su riferite, la maggiore produzione mondiale del petrolio è quella degli Stati Uniti, rappresentando essa sola il 60% dell’intiera produzione mondiale. Ma nonostante ciò, e nonostante che anche la produzione del Messico sia esportata quasi esclusivamente negli Stati Uniti, sicchè questi dispongono dell’ 87% di tutta la produzione mondiale del petrolio, tuttavia negli Stati Uniti si nutrono serie preoccupazioni di dover cadere in avvenire in dipendenza del trust anglo-olandese. Infatti, se è enorme la produzione petroliera degli Stati Uniti, è enorme anche il loro consumo di petrolio non solo per i dieci milioni di automobili che si contano nella Federazione, ma anche perchè questa usa già su larga scala il petrolio in tutti gli altri mezzi di trasporto e soprattutto nelle fabbriche. Nel. 1920 è stato calcolato da parte americana che il 40% delle riserve di petrolio degli Stati Uniti era già esaurito, e che i 7 miliardi di barili ancora esistenti si esauriranno in meno di venti anni. Sebbene verosimilmente tali calcoli sieno manipolati allo scopo di favorire presso l’ opinione pubblica americana le mire imperialiste dei baroni indigeni del petrolio, è innegabile che gli Stati Uniti si sentono minacciati. Non per il presente, giacché la produzione del trust americano è ancora tre volte superiore a quella del trust inglese; ma per l’avvenire, quando, come il Royal Dutch faceva dire orgogliosamente sul «Times» nel Marzo del 1921, «entro dieci anni gli Americani saranno costretti a importare 500 milioni di barili di petrolio per un miliardo di dollari». Anche nel campo dell’accaparramento delle materie prime si verifica insomma ciò che il Borchardt ha messo bene in rilievo su queste coronne relativamente all’ accaparramento dei mercati coloniali di spaccio dei prodotti industriali: non è la gelosia della prosperità attuale dei concorrenti la molla delle tendenze egemoniche e imperialiste, ma, il presentimento che il capitalismo ha nel suo complesso d’ aver raggiunto i limiti posti dalla natura al suo sviluppo normale, e quindi l’ansia di ciascun gruppo di procurarsi uno sfogo, di acquistare per sé un altro periodo di respiro respingendo da quei limiti tutti gli altri gruppi.
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La lotta cominciò appena cessata la guerra. Il «Royal Dutch» (Shell trust) nonostante la sua cattiva situazione finanziaria iniziò un’ attiva politica di espansione, abilmente sostenuta dalla diplomazia inglese. Uno scrittore borghese di Francia, F. Delaisi, in un libro pubblicato nel 1920 (Le pétrole: son influence sur la politique), ha rivelato le accorte macchinazioni, mediante le quali il trust inglese, sfruttando l’interesse privato della finanza francese, ha saputo attrarla nella sua sfera di interessi, impedendo in tal modo – deplora patriotticamente il D.- che sorgesse un indipendente gruppo petroliero francese, il quale avrebbe potuto disporre inizialmente di ricchi territori petroliferi in Affrica, e, dopo la pace, anche in Romenia, in Galizia, in Russia, in Oriente. Dal 1920 le cose sono alquanto cambiate: e anche su questo terreno il capitalismo francese ha incominciato ad entrar come concorrente, col recente accaparramento delle sorgenti petrolifere di Galizia e, in parte, di Romenia. – A sua volta, il Ravenstein nell’ articolo citato dà un esempio interessante e d’attualità di tali «macchinazioni», che crediamo di riportare integralmente per mostrare al proletariato con quali mezzi lavori il capitalismo imperialista, salvo poi a coprire le brutture del suo avido egoismo col mantello dell’«interesse nazionale», e anche della «difesa della patria», e perfino della «indipendenza dei piccoli popoli»!
Ecco dunque quanto dice il nostro compagno olandese. La «Società batava», che nonostante il suo nome olandese è semplicemente una filiazione del «Royal Dutch», nel 1915 riuscì ad ottenere dal Governo olandese il monopolio dei ricchi ed ancor intatti giacimenti petroliferi di Giambi (is. di Sumatra), estendentesi su una superficie di 1.746.000 ettari. Ma la cosa non riuscì per l’opposizione della stampa e del Parlamento, che per ragioni nazionaliste temevano di veder cadere un prodotto militarmente così importante in mani inglesi. Più tardi il Governo olandese fece un nuovo tentativo per giungere di sottomano allo scopo, ma anche questa volta senza successo. Ma il capitale trustistico non si diede per vinto, e continuò a lavorare silenziosamente: e nell’ Aprile del 1921 il Governo olandese presentò un terzo progetto all’approvazione del Parlamento, sebbene, come risulto, tutto fosse già stato deciso precedentemente nei corridoi ministeriali. Questa volta si procedette più accortamente. «La proposta ministeriale conteneva soltanto la fondazione di una società anonima, le cui azioni sarebbero state attribuite per metà allo Stato e per metà a persone private da designarsi prossimamente». Tuttavia il Governo presto fu costretto a confessare che quelle «persone private» non erano altro che la «Società batava», la filiale del Royal Dutch. In tutto l’ affare il Governo era incorso in una serie di «errori». Negli atti relativi era stato dapprima inserito per errore un foglio a tenore del quale si concedevano al trust non solo i campi petroliferi di Giambi, ma anche quelli di tutte le Indie olandesi. Il Governo olandese ebbe la faccia tosta di negare continuamente ciò ch’era noto a tutti, cioè che il «Royal Dutch» rappresenta essenzialmente il capitale inglese, sostenendo invece la spudorata menzogna ch’esso fosse una «intrapresa puramente olandese»! E tuttavia la proposta passò. Apparve in seguito che il Governo olandese aveva senz’altro nascosto una corrispondenza avuta al riguardo col Governo americano, e che sarebbe stata di sommo interesse per il giudizio di tutto l’affare. Infatti il Governo americano, spalleggiando a sua volta gli interessi del proprio trust, aveva chiesto la porta aperta per l’estrazione del petrolio nell’ India olandese, protestando continuamente contro il modo con cui si conducevano le trattative, mentre il Governo olandese fingeva di non saper nulla e non entrava mai nel vivo delle questione. Nonostante le proteste provocate da queste rivelazioni, il Parlamento olandese non accettò nessuna delle proposte fatte per ritornare sulla precedente deliberazione. Come è potuto avvenire tutto ciò? si domanda il Ravenstein – Ecco. «Anzitutto occorre rilevare che il capitalismo olandese s’inchina oggi davanti al capitalismo intesista precisamente come prima s’inchinava davanti a quello tedesco… Inoltre, del gruppo olandese che anteriormente voleva per sé le concessioni, è rimasto poco: uno di coloro, che a suo tempo avevano messo in guardia contro i disegni del Royal Dutch, nel frattempo è stato messo fuori combattimento come personalità politica dagli uomini di paglia del potente trust per pretesi motivi di «moralità» (!) politica. Ricordiamo inoltre che due ex ministri, già governatori delle Indie e ora capi di uno dei partiti di governo, Colyn e Idenburgh, durante le relative discussioni parlamentari furono nominati direttori prima della Batava e poi dello stesso Royal Dutch, mentre un altro ex-ministro, cognato dell’ attuale ministro degli esteri, ottenne un posto elevato nel trust. Inoltre già in precedenza facevano parte della direzione del Royal Dutch altre personalità che avevano coperto alte cariche nel governo delle Indie. Le tangenti di questi signori ascendono a milioni di fiorini ».
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Con questi metodi l’«onesto» capitale inglese, e la puritana diplomazia inglese, che non voleva «insudiciarsi» trattando coi «briganti bolscevichi», seppero silenziosamente accaparrarsi la maggior parte dei distretti petroliferi del mondo. Quando nell’Ottobre del 1919 la «Standard Oil» si mise alla ricerca di nuovi territori da sfruttare, trovò dappertutto le porte già chiuse. Il Royal Dutch controllava i 2/3 di tutte le sorgenti petrolifere dell’antico Continente, e dell’America centrale e meridionale. Allora intervenne lo Stato americano a proteggere gli interessi dei suoi capitalisti e da questo punto comincia a disegnarsi anche nel campo politico la rivalità tra Stati Uniti ed Inghilterra, solo provvisoriamente sospesa o meglio mascherata dal quadruplice accordo di Washington. Il diretto intervento dello Stato americano si manifestò con la costante opposizione di esso alla posizione privilegiata acquistata dall’Inghilterra in Mesopotamia, col trattato concluso nell’ Aprile del 1921 con la Columbia, avente l’esplicito scopo di attrarre nella sfera americana gli sterminati campi petroliferi che si suppongono esistenti in quel paese, con l’intervento negli affari interni dəl Messico allo scopo di stabilirvi il controllo politico americano e quindi il monopolio della Standard Oil. Questa con gli stessi metodi del trust rivale cerca di ottenere anch’essa concessioni non solo nel Messico, ma anche nell’America meridionale, nella Persia, nelle Indie olandesi. E sopratutto cerca di rovinare il rivale ricorrendo al supremo mezzo di potenza che il capitalismo possiede contro i concorrenti prima di ricorrere apertamente alle armi: cioè con la diminuzione artificiale del prezzo del petrolio, pericolosissima per il Royal Dutch già finanziariamente poco bene in gambe. Infatti il prezzo del petrolio negli Stati Uniti, il cui mercato è sotto questo rapporto dominato completamente dalla Standard Oil, da 24 1/2, cent. a gallone (4 litri) nel Gennaio del 1921, scese a 16 cent. nel Giugno, a 15 nel Dicembre, a 14 nel Gennaio del 1922. Con ciò il potente trust di Rockfeller conta non solo di battere il rivale inglese, ma anche di eliminare tutti i piccoli produttori di petrolio ancora esistenti negli Stati Uniti, e di perfezionare il proprio monopolio. Naturalmente, la conseguenza è una diminuzione della produzione: ed è in tal guisa che il capitalismo provvede alla «ricostruzione economica» e pretende che i lavoratori soffrano la fame per essa.
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La lotta per adesso si limita al campo politico-diplomatico. Una posizione importante sul terreno di essa è rappresentata dai ricchi giacimenti petroliferi russi, specialmente della regione caucasica. E’ una buona pedina che i nostri compagni russi potranno manovrare a Genova e dopo. La Russia dei Soviety ha la possibilità non solo di coprire il suo fabbisogno di petrolio indipendentemente dagli interessi di profitto dei grandi trusts petrolieri americano e inglese, e di sventarne quindi la politica monopolistica; ma, mediante accorte concessioni all’uno o all’altro gruppo, può servirsi della loro rivalità ai fini della propria indipendenza economica e politica.
Ma dentro i quadri del capitalismo la lotta per il petrolio è destinata ad assumere nei prossimi anni importanza sempre maggiore, e a diventare il focolare di conflitti politici e bellici. Dall’armistizio in poi si può dire che il petrolio abbia determinato il corso della diplomazia e abbia fatto la storia in senso letterale. Dietro gli uomini politici, in un mondo che sfugge completamente alla vista dei lavoratori, si combatte una lotta titanica: Shell-Royal Dutch contro Standard Oil, Sir Marcus Samuel e lord Cowdray contro Rockfeller, Gran Britannia contro Stati Uniti. E’ una guerra d’interessi finanziari nella quale popoli e Governi sono trascinati come dalla mano inesorabile del destino. A meno che, come speriamo e crediamo, il capitalismo non sia abbattuto a tempo, per tutta un’altra generazione la politica estera sarà determinata da questo giuoco di forza tra un mostro capitalistico e l’altro: e di fronte ad esso gli uomini di Stato saranno delle marionette, impotenti non meno dei popoli ch’essi dicono di rappresentare e tradiscono. I destini di milioni di uomini dipendono dall’esito di questa lotta; e noi navighiamo allegramente su un mare d’olio verso la nuova grande guerra «per la libertà e l’emancipazione delle nazioni sofferenti».
La situazione política mondiale alla vigilia della Conferenza di Genova
La fase odierna dell’imperialismo
Il capitalismo, sebbene finito come forma storica della società per effetto della maturazione dei suoi intimi contrasti, tuttavia è riuscito a respingere il primo urto della rivoluzione mondiale, e in attesa che le successive ondate di essa lo travolgano definitivamente, continua ad esistere, ed, esistendo, a svolgere la propria specifica funzionalitá. Questa, nella fase attuale, è caratterizzata dall’imperialismo; ed infatti il mondo, almeno nella sua sovrastruttura esterna, è tuttavia dominato dall’ imperialismo.
L’imperialismo, come manifestazione politico militare della tendenza monopolistica sostituitasi nell’economia alla libera concorrenza, sorge dal fatto storico che l’avvenuta ripartizione e appropriazione di tutto il mondo da parte dei singoli gruppi capitalistici nazionalmente organizzati (Stati) ha chiuso la possibilità di allargare la complessiva base produttiva del capitalismo mediante l’attrazione nella sfera di azione di esso di sempre nuovi paesi non capitalistici, per cui ciascuno dei predetti gruppi cerca di assicurare a sé la più grande base di produzione accaparrando il maggior numero possibile di mercati e di sorgenti di materie prime, ad esclusione di tutti gli altri gruppi, allontanati con la violenza o con la minaccia di essa. Il termine logico di questo processo, se esso potesse svilupparsi indefinitamente senza trovare altra resistenza all’infuori di quella dei gruppi capitalistici minori minacciati di distruzione o di assorbimento, sarebbe il concentramento finale di tutta la produzione mondiale in potere di un unico gruppo, di quello rimasto vittorioso su tutti gli altri nella lotta: vale a dire l’organizzazione dell’ economia mondiale sotto la direzione di un più o meno grande grande gruppo capitalistico unitario organizzazione operante nell’ interesse del gruppo stesso e sorretta politicamente e militarmente dall’impero mondiale dello Stato rappresentante gli interessi di quel gruppo. Alla costituzione di tale impero mondiale unitario tende effettivamente ciascuna delle grandi potenze capitalistiche.
Prima della recente guerra, le grandi potenze capitalistiche le quali si contendevano il dominio economico del mondo erano: l’Inghilterra, la Germania, gli Stati Uniti d’ America, la Francia. Le altre cosidette grandi Potenze (Russia, Giappone, Austria-Ungheria, Italia), e a più forte ragione le potenze minori e i paesi semicoloniali e coloniali, partecipavano alla lotta solo in qualità di membri secondari e più o meno subordinati dell’uno o dell’altro dei quattro sistemi imperialistici.
Conseguenza della guerra è stata l’eliminazione dalla gara del sistema facente capo alla Germania. Tuttavia il numero dei concorrenti non è scemato, perché sempre più va delineandosi l’accessione del Giappone nel numero delle grandi potenze imperialistiche. Sicché la guerra non è neppure riuscita ad avviare la soluzione del problema dell’ unico impero mondiale, come ulteriore possibilità di esistenza del capitalismo, come nuova fase di esso. Il blocco capitalistico, risultato dal completo trionfo dell’Intesa e dalla scomparsa de l’antagonista tedesco, è spezzato, la Lega delle nazioni è una finzione giuridica, e la lotta tra i quattro grandi gruppi capitalistici nazionali superstiti, vulgo Inghilterra, Stati Uniti, Francia e Giappone, è più ardente che mai, inasprita dall’insuperabile crisi economica, cui ciascuno di essi tenta disperatamente di sottrarsi a spese di tutti gli altri.
Dopo tre anni dalla cessazione della guerra, è sempre in pieno corso la gara degli armamenti. La Lega delle nazioni ha dovuto impiegare ben due anni per giungere a nominare una Commissione incaricata di esaminare la questione della riduzione degli armamenti. Ma a questa Commissione soltanto il Belgio, l’Olanda e la Svizzera hanno fatto conoscere lo stato dei rispettivi armamenti; ed essa dopo dieci mesi di lavoro ha dovuto constatare che per ora non si può parlare di un trattato internazionale di disarmo; e senza dubbio al solo fine di giustificare la propria ulteriore permanenza ha deliberato di riunirsi nuovamente in Luglio per discutere intorno alle direttive di un piano generale di riduzione degli armamenti, che ciascuna delle potenze interessate si guarderà poi bene dall’attuare. Come vedremo, anche la parziale limitazione degli armamenti marittimi convenuta a Washington è semplicemente una lustra. Intanto, le spese militari delle quattro Potenze ascendono attualmente, in cifra tonda, a:
Esercito
Flotta
Complessivamente
Milioni lire
Milioni lire
Milioni lire
Stati Uniti
6000
11000
17000
Inghilterra
9000
7500
16500
Francia
6900
Giappone
4000
Queste cifre esprimono in maniera tangibile uno dei più gravi contrasti interni che rodono l’esistenza del capitalismo imperialista. Il mondo capitalista soffre per diminuzione della produzione, conseguenza della distruzione di ricchezze, di mezzi produttivi, operatasi nella guerra; ma le sue necessità imperialiste lo spingono ad accrescere ancor più lo sperpero dei mezzi di produzione, trasformandoli oggi in mezzi potenziali di distruzione, rinnovandone domani, nella nuova inevitabile guerra imperialista, la diretta distruzione.
La lotta imperialista tende oggi a polarizzarsi nel contrasto tra Inghilterra e Stati Uniti, sostenuti questi dalla Francia, l’Inghilterra dal Giappone. Ma anche nell’interno di ciascuno di questi due aggruppamenti rivali si determinano particolari attriti e contrasti, tra Stati Uniti e Francia da un lato, tra Inghilterra e Giappone dall’altro, che mostrano già come, anche se la prossima guerra imperialista portasse all’eliminazione degli Stati Uniti o dell’Inghilterra dal campo della concorrenza, la lotta per il dominio del mondo risorgerebbe subito tra i superstiti e altri gruppi frattanto rafforzatisi. Da ciò nasce un’altra contraddizione del capitalismo moribondo, del capitalismo imperialista: mentre lo sviluppo tecnico assunto dalle forze produttive sotto il capitalismo esige l’organizzazione di esse su scala internazionale, il formarsi e il rafforzarsi continuamente, anarchicamente, di nuovi gruppi capitalistici nazionali o plurinazionali rende sempre di nuovo impossibile la concentrazione unitaria della produzione mondiale, l’organizzazione di essa nei quadri capitalistici.
Infine l’imperialismo, concentrando nelle mani dei gruppi capitalistici predominanti nel mondo sempre più ingenti mezzi di potenza, permette loro di intensificare proporzionatamente lo sfruttamento delle classi lavoratrici, esasperando un altro dei contrasti tipicamente insiti nel seno dell’ordinamento capitalista della società, vale a dire la lotta di classe tra i due elementi sociali che nel detto ordinamento concorrono nel processo produttivo, tra imprenditori e lavoratori.
Di quest’inasprimento della lotta di classe sono manifestazione, nell’attuale periodo storico, dal lato capitalista la dittatura borghese e il terrore bianco instaurati più o meno in tutto il mondo, dal lato proletario l’avvenuta cristallizzazione delle avanguardie coscientemente e costruttivamente rivoluzionarie nei Partiti comunisti e nella loro Internazionale, e il loro incessante sviluppo a spese delle tendenze pacifiste superstiti dal periodo storico precedente. Nel momento attuale, la lotta di classe del proletariato mondiale è rafforzata dal possesso di una poderosa arma. l’organizzazione statale dei Soviety; e inoltre dalla resistenza che il capitalismo imperialista trova anche in campi non proletari, residuati da periodi storici precedenti, vale a dire le classi contadine e in generale piccolo-borghesi, nell’interno stesso delle formazioni statali capitaliste, e le borghesie dei paesi coloniali e semicoloniali che compiono la prima fase del loro sviluppo e quindi restano fuori e contro la tendenza monopolistica dell’evoluto capitalismo delle grandi potenze imperialiste.
Questi i caratteri generali dell’evoluzione storica al momento in cui si riunisce la Conferenza di Genova. Tentiamo ora di individuarli nei singoli Stati ed aggruppamenti di Stati capitalistici.
Stati Uniti
Il capitalismo degli Stati Uniti è stato il vero vincitore della guerra imperialista, avendo nel corso e per virtù di essa acquistato una posizione predominante, di monopolio, nell’economia mondiale. Il capitalismo nordamericano è quello che oggi mostra maggiore spirito di disciplina e senso di realtà. Esso ha compiuto e va compiendo con la massima rapidità e interezza il processo di concentrazione della produzione nelle mani di pochi potentissimi trusts, completamente dominati dalla grande banca. Infatti, nella guerra il capitale finanziario ha potuto vincere definitiva-mente il capitale industriale e sottometterselo senza restrizioni. I piccoli intraprenditori industriali autonomi scompaiono con crescente rapidità. La concentrazione capitalistica si estende sempre più anche alla campagna. Negli Stati Uniti il capitale finanziario è riuscito a sopprimere l’indipendenza acquistata durante la guerra dai farmers, e a ristabilire il dominio della città, della banca, sulla campagna. Senza dubbio, tra tutti i gruppi capitalistici nazionali, quello degli Stati Uniti presenta oggi le maggiori capacità di resistenza e di vitalità. Esso si è straordinariamente ingrandito durante la guerra, ampliando senza confronti il proprio apparato produttivo. Da nazione debitrice, gli Stati Uniti sono diventati nazione creditrice di tutto il mondo. Gli Stati dell’Intesa debbono loro circa 10 miliardi di dollari (185 miliardi di lire). Metà dell’oro esistente in tutto il mondo è concentrato negli Stati Uniti. Questi hanno sviluppato la loro flotta mercantile, da un milione di tonnellate nel 1913 a 10 milioni nel 1920, la loro esportazione da 2, 5 miliardi di dollari nel 1913 a 7, 4 miliardi nel 1919, e hanno conquistato alla produzione americana, immensamente cresciuta, tutta una serie di nuovi mercati, tra cui perfino alcuni tra i più importanti dominions inglesi, come l’Australia e il Canadà. Gli Stati Uniti senza dubbio rappresentano oggi il maggior accumulamento mondiale di mezzi di produzione: denaro, impianti tecnici, mezzi di trasporto, prodotti alimentari, materie prime.
Senonchè, proprio questa grandiosa concentrazione di mezzi produttivi ha spinto il capitalismo americano in una profonda crisi, che se ha aspetti e origine diversi da quella che imperversa in altri paesi, non è perciò meno grave né pericolosa per l’ordinamento sociale esistente. Gli Stati Uniti soffrono più di ogni altro gruppo capitalistico del mondo di eccesso di mezzi produttivi, che non possono essere integralmente messi in azione in modo da assicurare il profitto capitalistico. Gli Stati Uniti sono troppo ricchi in un mondo impoverito. La massa sempre crescente di prodotti, che l’ingrandito apparato produttivo nordamericano è in grado di lanciare sui mercati, non trova più smercio, e quindi deve restringersi la produzione. Diminuisce l’esportazione, si chiudono fabbriche o se ne riduce l’attività, le imprese meno forti falliscono, la disoccupazione dilaga.
Quali le cause di questa crisi di inaudite proporzioni che colpisce la produzione del più ricco e capitalisticamente sviluppato paese del mondo?
Sono note. Se è vero che la guerra ha procurato agli Stati Uniti nuovi mercati, è anche vero che molti dei mercati, antichi e nuovi, per vari motivi diventano sempre meno capaci di assorbire la produzione americana. L’Europa centrale, devastata e immiserita dalla guerra e più ancora dalla pace, con una valuta sempre più deprezzata, non può comprare la merce americana. La Russia, vale a dire un sesto della superficie e un decimo della popolazione di tutta la terra, è violentemente esclusa dal mercato; e inoltre anche senza ciò si trova anch’essa in condizioni di immiserimento. Tra Russia, Europa centrale e paesi balcanici, sono circa 300 milioni di uomini, un quinto della popolazione terrestre, ai quali è venuta a mancare ogni capacità d’acquisto.
Durante la guerra alcuni paesi capitalistici, come il Giappone, hanno sviluppato la propria industria, che ora su numerosi mercati fa concorrenza a quella americana e ne restringe lo spaccio; e sopratutto alcuni paesi, che prima della guerra presentavano ancora un’economia precapitalistica, come l’America meridionale, la Cina, l’India, hanno creato una propria industria capitalistica, che naturalmente restringe ancora il campo di espansione del prodotto estero. La concorrenza dei paesi industriali a bassa valuta, come la Germania, l’Austria, la Cecoslovacchia ecc., strappa numerosi mercati all’industria americana, specialmente nel Messico e nell’America del Sud, e la minaccia seriamente perfino nel territorio stesso dell’Unione, ad onta di tutta i provvedimenti restrittivi. Infine, come effetto e ad un tempo causa concomitante della crisi, sta il fatto che dal 1921 è fortemente diminuita la capacità d’acquisto della massa della stessa popolazione degli Stati Uniti, specialmente degli operai e dei medi e piccoli coltivatori agricoli. Secondo calcoli dell’Ufficio economico dell’ Università di New York, la diminuzione della forza d’acquisto è stata di circa il 40% per la popolazione rurale, di circa il 12% per la campagna.
In quest’evoluzione si rispecchia nitidamente la contraddizione esasperata e improrogabile, che investe tutta la funzionalità del capitalismo imperialista. Questo, mentre non può impedire durevolmente che sul terreno dell’anarchia produttiva che è propria del regime sorgano altri centri capitalistici in luogo di quelli eliminati nella lotta, rinnovando così incessantemente le premesse e la necessità di quest’ultima, d’altra parte non può conseguire l’allargamento della propria base di produzione se non con la rovina violenta, mediante la guerra, dei paesi capitalistici concorrenti, i quali però allora cessano anche di essere acquirenti, e quindi la base produttiva si restringe per effetto della lotta imperialista, anzicchè allargarsi.
Il capitalismo americano è ricorso a tutti i mezzi « pacifici » per superare la crisi. Per suo conto lo Stato ha elevato altissime barriere doganali: ma queste, mentre non son riuscite ad eliminar neppure dal mercato interno la concorrenza tedesca, ed anche inglese e francese, rincarando per contraccolpo tutti i generi hanno aumentato le spese di produzione e diminuito la capacità di concorrenza dell’ industria indigena e d’acquisto delle masse, concorrendo ad aggravar la crisi anzicchè ad attenuarla.
E cosi, il capitalismo nordamericano continua a dibattersi nella sua caratteristica crisi, che non è propriamente di sovraproduzione, ma di sproporzione tra i mezzi produttivi di cui esso dispone, tra le forze produttive da esso sviluppate, e la capacità di consumo del mondo capitalistico quale è uscito dalla guerra. Le affrettate speranze di risanamento, espresse dalla stampa borghese americana sulla base dell’elevamento della produzione ultimamente verificatosi, per ragioni affatto speciali e transitorie, in singoli rami industriali, in complesso alla stregua dei fatti si sono mostrate illusorie. La situazione reale dell’economia degli Stati Uniti è ben lungi dal permettere rosee illusioni al capitalismo. Il numero dei fallimenti da 10 mila nel 1920 salì a 20 mila nel 1921, e i rapporti ufficiali lasciano prevedere un ulteriore aumento di essi nei mesi prossimi. Nel 1920 le ferrovie erano in deficit. Nel 1921 presentarono un avanzo, ma solo sulla carta. Infatti esso fu ottenuto in parte a spese del materiale (si ha il 23% delle locomotive fuori uso invece del 10% dei tempi normali, e il 15% dei carri-merci invece del 4%), e in parte con la riduzione dei salari e degli stipendi del personale, ciò che ha già provocato e provocherà nuovamente tra breve aspre lotte, aumentando la disorganizzazione dei servizi. Anche peggiori sono le condizioni della navigazione; e i rapporti ufficiali delle imprese armatrici riconoscono non esservì il minimo indizio di miglioramento. Su 1500 piroscafi in acciaio, sono realmente in esercizio soltanto 300; il lavoro nei bacini scema di mese in mese; e allo scopo di ridurre la produzione le più grandi ditte armatrici si vanno concentrando in consorzi trustistici. La produzione del ferro accusa una fortissima diminuzione: 15,7 milioni di tonnellate di ferro greggio e 20 di acciaio nel 1921 invece di 36, 7 e 42 rispettivamente nel 1920. L’industria siderurgica degli Stati Uniti produce oggi soltanto il 20% di ciò che potrebbe produrre; e benché la produzione mondiale del ferro sia calata del 30%, tuttavia la parte spettante in essa agli Stati Uniti dai, ch’era nel 1920 è scesa nel 1921 alla metà. Fortemente diminuita è anche la produzione del carbone e del rame; e così pure quella degli articoli fabbricati, com’è dimostrato dalle cifre dell’esportazione:
1920
1921
Miliardi di dol.
Miliardi di dol.
Derrate alimentari
2,5
1,7
Materie prime
1,9
1,3
Articoli di fabbrica
3,8
1,2
=7,2
=4,2
L’esportazione nordamericana ha dunque subito una diminuzione complessiva del 42%, che sale al 58% per i fabbricati. Gli Stati Uniti ridiventano, come prima della guerra, a preferenza esportatori di materie prime; e la loro industria di prodotti lavorati, nonostante i rigori delle tariffe doganali, è battuta dalla tedesca, specialmente negli articoli di rame, di elettrotecnica, nei giuocattoli ecc. L’abbassamento dei prezzi, e quindi della produzione, è stato nell’agricoltura ancor più forte che nell’industria. Il prezzo del grano è diminuito del 50%; quello del cotone da 43 cents a libbra nel 1920 a 16-17 nel 1921. E ciò nonostante la sistematica riduzione della produzione, che è preveduto doversi intensificare nell’anno in corso.
Anche la situazione finanziaria degli Stati Uniti, nonostante le apparenze, e nonostante che la Banca federale abbia una copertura aurea del 71% circa, è tutt’altro che rosea, e contrasta stranamente con le illusioni nutrite dalla naufraga borghesia europea di poter esser salvata da quella degli Stati Uniti mediante la rinunzia ai crediti vecchi e l’apertura di nuovi. La finanza statale americana è gravata da un enorme debito interno. Per fare la guerra e finanziare gli alleati, lo Stato ha contratto coi capitalisti indigeni debiti per 24 miliardi di dollari, il cui solo interesse annuo ammonta ad 1 miliardo d. (18 miliardi di lire). Il bilancio da 1,1 miliardi nel 1916 è salito ad oltre 4 miliardi d. (72 miliardi di lire). Tanto le maggiori spese statali, quanto gli interessi del debito interno naturalmente son coperti dalle imposte: e così la popolazione degli Stati Uniti soffre sotto un enorme peso tributario, causa di largo malcontento: le masse popolari recalcitrano contro le imposte sui consumi, le banche e i trusts contro le imposte patrimoniali. D’altra parte, gli Istituti di credito sono bloccati da crediti congelati, immobilizzati, il capitale fluido è poco abbondante, e per i crediti all’estero vige un tasso medio dell’8%. I capitalisti che diedero i miliardi allo Stato ne esigono il rimborso e il pagamento degli interessi, per dar aria agli affari.
Questa situazione ha causato negli Stati Uniti la scissione del blocco borghese formatosi durante la guerra. L’entrata degli Stati Uniti nel conflitto imperialistico tra Inghilterra e Germania segnò la vittoria del capitale bancario sul capitale industriale sin allora prevalente. I due gruppi furono riconciliati dalla guerra, che mentre favoriva l’alta finanza coi prestiti allo Stato e agli alleati, dava un immenso impulso allo sviluppo industriale. Espressione di questo blocco fu la sconfitta di Wilson nelle elezioni presidenziali e la vittoria del partito repubblicano con la presidenza di Harding, l’uomo di paglia della « Standard Oil Company ». Il domínio politico del grande capitale significò all’interno la dittatura borghese nella sua forma più aspra e all’esterno la più netta politica imperialista, la tendenza ad utilizzare la posizione di monopolio dei mezzi di produzione acquistata attraverso la guerra e il nuovo apparato militare creato durante la guerra allo scopo di dominare economicamente e politicamente il mondo. Abbiamo già visto come gli Stati Uniti ormai tengano il record delle spese militari. Le aumentate forze produttive nordamericane esigevano una sempre più vasta area di azione. Quindi l’imperialismo nordamericano adottò la formula delle mani libere nei paesi coloniali e semicoloniali, che in realtà significa libertà per gli Stati Uniti di combattervi oggi il monopolio altrui e di stabilirvi domani il proprio, così come all’interno l’altra formula della libertà nelle fabbriche significa semplicemente libertà di schiacciare coi mezzi repressivi dello Stato le organizzazioni operaie per stabilire nell’ industria l’incontrastata dittatura dei finanzieri della Wall-Street. Per attuare il proprio disegno di dominio mondiale, l’imperialismo norda-mericano mira anzitutto all’assoggettamento dell’America centrale e meridionale (intervento negli affari interni del Messico, «accordi» con la Columbia ecc.), trasformando la formula monroviana della «America agli Americani» nell’altra della «America agli Stati Uniti», come strumento e base d’operazione e di reclutamento di carne da cannone per l’assoggettamento del mondo alla cricca dei banchieri americani.
Oltrechè sull’America, le mire dell’ imperialismo degli Stati Uniti si appuntano principalmente sull’Estremo Oriente, specialmente su quell’immenso serbatoio di materie prime e ad un tempo mercato di smercio di prodotti di fabbrica e di collocamento di capitali che può diventare la Cina. La lotta per il dominio dei paesi del Pacifico (America, Estremo Oriente, Indie olandesi, Oceania) mette gli Stati Uniti, naturalmente, in conflitto con le altre potenze imperialistiche, oggi specialmente col Giappone, ma domani, quando questo fosse eliminato, con l’ Inghilterra e con la Francia. La lotta per il Pacifico mette gli Stati Uniti in una situazione strana e contraddittoria verso il problema russo. Gli Stati Uniti vedono di malocchio la presenza delle truppe giapponesi nei porti della Siberia orientale carpiti alla rivoluzione russa, e perciò inclinano a sostenere la repubblica dell’Estremo Oriente nella lotta che essa, in alleanza con i Soviety, conduce contro l’occupazione giapponese; anzi la sostengono senz’altro già col solo fatto della loro politica generale antigiapponese. Ma d’altra parte la dittatura imperialista all’interno esige di combattere nel modo più aspro i comunisti indigeni, e quindi anche i Bolscevichi russi; e inoltre il trust petroliero di Rockfeller tiene anch’esso l’occhio al petrolio di Bakù, di cui il capitalismo mondiale non può impadronirsi se non rovesciandovi il regime soviettista. Da ciò nascono le incertezze della politica americana di fronte alla Russia, l’incongruenza p.e. tra le continue dichiarazioni ufficiali di recisa ostilità ai Soviety e la grandiosa organizzazione americana di soccorsi agli affamati del Volga. Lo stesso contrasto d’interessi spiega anche, in parte, l’assenza degli Stati Uniti da Genova.
Un altro campo su cui, specialmente dopo la cessazione della guerra, si appuntano le cupidigie nordamericane, è l’Asia anteriore. Qui la lotta ha per oggetto il monopolio dei campi petroliferi della Persia, del Curdistan meridionale, della Palestina, di quelli che si spera rintracciare nell’ Anatolia; e si svolge tra i due potenti trusts petrolieri, la «Standard Oil Company» americana e lo Shell – trust inglese, naturalmente spalleggiati dai rispettivi Governi. Come vedremo, il pirata inglese è stato più sollecito del suo rivale americano, e la maggior parte di quei territori si trovano oggi sotto il dominio politico e militare dell’Inghilterra. Ma la repubblica stellata va sempre più gettando nella bilancia, silenziosamente ma metodicamente, il peso della sua forza contro l’Inghilterra. Già il trust americano ha ottenuto la maggior parte delle sorgenti petrolifere di Palestina e altre concessioni ha ottenuto in Persia, in cambio di un prestito di 250 mila sterline fatto dagli Stati Uniti al Governo persiano. Il ministro degli esteri degli Stati Uniti sig. Hughes ha dichiarato di non riconoscere il trattato anglo-francese che lascia all’Inghilterra l’esclusività del petrolio di Mossul, affermando che il Governo americano si riserva il diritto di partecipare a tutte le concessioni di petrolio o d’altra specie nella Mesopotamia e nel Curdistan. Con ciò è posto uno dei germi del conflitto anglo-americano, che si svolge ormai in tutto il mondo. In questa lotta, gli Stati Uniti sono spalleggiati dall’altra rivale dell’Inghilterra, dalla Francia, che in molti casi agisce da semplice strumento volontario dell’imperialismo nordamericano. La «Standard Oil» lavora in Cina sotto la copertura del capitale bancario francese; e su per giù altrettanto avviene nell’ alta Slesia e nell’Oriente.
Senonchè l’acuirsi della crisi economica, se da un lato spinge il capitalismo nordamericano alla ricerca di nuovi sbocchi alimentando così le tendenze imperialiste, d’altra parte desta in esso la preoccupazione dei mancati profitti e dell’ordine sociale minacciato, determinando il sorgere in seno ad esso di correnti che contrastano, per il momento, con l’imperialismo ad oltranza, fonte delle colossali spese statali, e preconizzano una politica di risparmio, che permetta di ridurre le imposte, rendendo il mercato interno più suscettibile di assorbire la produzione. Si determina così la tendenza del capitalismo nordamericano a ristabilire il proprio equilibrio, e risolvere la questione della disoccupazione, mediante la restaurazione dell’interna capacità d’ acquisto e lo sviluppo del mercato centro e sud-americano. Questa tendenza, e insieme la confusione e l’incertezza generali della situazione politica ed economica, hanno spezzata il blocco borghese di guerra. Il partito repubblicano non ha potuto mantenere le promesse imperialistiche grazie alle quali giunse al potere ciò è causa di un’acuta crisi in permanenza e di scissioni nelle sue file, mentre riacquista favore il wilsonismo.
La nuova tendenza ad una politica di risparmio, che diminuendo i costi di produzione permetta alla merce americana di sostener la concorrenza estera e di ravvivare il mercato interno, ha già avuto notevoli manifestazioni. Il Congresso americano ha approvato una riduzione di 120 milioni di dollari sul bilancio della marina e di 200 su quello dell’esercito, e il ritiro delle forze americane d’occupazione dalla regione renana e dalla Cina. Alle stesse cause va ricondotta la recente richiesta americana all’ Intesa circa il pagamento dei suoi debiti. Il 3 Febbraio fu infatti ratificata la legge che prevede il pagamento degli interessi relativi e l’ammortamento in venticinque anni; e più recentemente è giunta l’inaspettata nota con cui gli Stati Uniti chiesero che sulle riparazioni da pagarsi dalla Germania venissero anzitutto rimborsate le loro spese per le forze di occupazione, calcolate in 241 milioni di dollari. E’ credibile che in queste richieste si nasconda anche la volontà di far sentire all’ Europa il peso del proprio predominio economico: ma esse sono dettate anzitutto dalle reali necessità della borghesia americana. I capitalisti americani vogliono rientrare in possesso dei loro capitali, per fronteggiare la crisi: o pagano i debitori europei, o pagano i contribuenti americani.
Appare da ciò quanto sieno fallaci le speranze nutrite in Francia e altrove che gli stati Uniti avrebbero rinunziato ai loro crediti verso gli alleati. Gli Stati Uniti, anche volendo, non possono finanziare l’Europa, neppure sotto la forma negativa della rinunzia ai crediti. Harding ha detto che gli Stati Uniti non possono distrugger se stessi per salvare gli altri. Così si spiega, in prima linea, la mancata loro partecipazione a Genova. D’altra parte, anche le correnti imperialiste americane sono poco propense a dare all’Europa denari, che con molta probabilità, sotto forma di nuovi armamenti, si rivolgerebbero poi contro lo stesso capitalismo americano. Da ciò nasce una delle più singolari contraddizioni della politica americana. Infatti, mentre questa per i suoi piani d’espansione mondiale s’appoggia alla Francia e al contrasto di questa con l’Inghilterra, d’altra parte nella questione del pagamento dei debiti e del disarmo è in contrasto con l’imperialismo francese, causa principale dell’impossibilità di quella riduzione di spese militari, che è in questo momento desiderata dagli Stati Uniti. E siccome nè la dissestata finanza francese può sopportare l’onere del pagamento dei debiti, né l’imperialismo francese può accedere ad una diminuzione di armamenti che comprometterebbe la posizione predominante da esso acquistata in Europa e gli toglierebbe l’unica valida garanzia del pagamento delle indennità tedesche; così sullo sfondo del generale conflitto anglo-americano si disegna un altro contraddittorio conflitto franco-americano.
Come abbiamo già osservato, le necessità economiche create dalla crisi alimentano anche negli Stati Uniti il desiderio di riaprire all’attività capitalistica la Russia, e li spingono ad una politica sostanzialmente filo-soviettista in contrasto stridente con la loro politica interna assolutamente antioperaia. La guerra fornì al capitalismo americano l’occasione d’instaurare la sua più sfacciata e brutale dittatura di classe ammantata di patriottismo, e con la creazione di un esercito anche lo strumento materiale necessario. Questo nuovo indirizzo della gloriosa democrazia americana di Franklin e di Wilson è condiviso tanto dalla corrente imperialista, che in un forte e cosciente movimento operaio vede un ostacolo ai suoi piani, quanto dalla corrente pacifista, che fonda le speranze di risanamento del capitalismo sulla riduzione dei costi di produzione, e quindi in prima linea dei salari e del tenor di vita dei lavoratori. Nell’offensiva contro il proletariato si ricostituisce automaticamente il blocco borghese. Ma qui sta precisamente il punto più debole del capitalismo negli Stati Uniti come dappertutto. Dato il regime di dittatura borghese, da una parte i lavoratori si staccano sempre più dalle illusioni democratiche, dall’altra ogni lotta economica si trasforma senz’ altro, spontaneamente, in lotta politica per il potere, Il lavoratore degli Stati Uniti, finora alieno dalla politica e in complesso non penetrato da sentimenti anti-capitalistici come il suo compagno europeo, dalla crisi economica è portato anch’esso a riconoscere l’ insensatezza del sistema capitalistico, e ad inclinare sempre più verso la rivoluzione.
Concludendo, il più forte sistema capitalistico oggi esistente, quello degli Stati Uniti, ci offre anch’esso la dimostrazione più evidente dell’ acuirsi al sommo grado degli antagonismi interni ed esterni di questo regime sociale, e della sua incapacità a trarre l’umanità dal baratro in cui l’ ha cacciata la guerra imperialista.
Inghilterra
Il capitalismo inglese ha tratto frutti opimi dalla vittoria della «democrazia e del diritto» nella guerra imperialista. La scomparsa dell’ imperialismo russo l’ha liberata da ogni concorrente nel dominio dell’Asia occidentale e centrale, e da ogni pericolo esterno per l’India. Anche più vantaggiosa gli è riuscita la caduta dell’ imperialismo tedesco. Anzitutto le ha permesso di liberarsi coi mezzi imperialistici della violenza e delle armi della concorrenza tedesca sul mercato coloniale, diventata preoccupante negli anni immediatamente anteriori alla guerra. È vero che tale concorrenza, alimentata oggi dal basso costo di produzione in Germania dovuto al rinvilimento del marco, disturba ancora i disegni dei capitalisti inglesi; ma l’esportazione tedesca è già ridotta ad un terzo di ciò ch’era prima della guerra, e lo jugulamento delle riparazioni secondo il modello inglese farà il resto. Alcuni dei mercati già dominati dal capitalismo tedesco sono passati in mani inglesi; e il mandato ricevuto dall’Inghilterra sulle colonie affricane della Germania, specialmente nell’Affrica orientale, le hanno permesso di veder coronata l’antica aspirazione di un impero affricano stendentesi senza soluzione di continuità dal Capo a Suez. La minaccia tedesca al dominio inglese dell’India, rappresentata dalla ferrovia di Bagdad, è scomparsa, e invece l’Inghilterra, a mezzo del mandato sulla Mesopotamia e dell’influenza acquistata per effetto, del trattato di Sèvres e di altri maneggi diplomatici sulla Turchia, sulla Persia, sull’Arabia, è riuscita a costituire la sua egemonia sull’Asia anteriore e a trasformare l’Oceano Indiano in un mare inglese. L’influenza inglese si è consolidata anche nelle Indie olandesi e nella Cina; e nonostante l’opposizione della Standard Oil Company, la maggiore e miglior parte delle importantissime sorgenti petrolifere dell’Asia anteriore è in mani inglesi. L’effettivo possesso di Costantinopoli e degli Stretti assicura l’impero anglo-indiano da una minaccia di fianco ed apre all’imperialismo inglese le vie della penetrazione nella regione caucasica e russa. Infine, il trattato di Versailles e tutti i posteriori accordi danno all’Inghilterra, accanto alla Francia, un’influenza di prim’ordine nella vita politica ed economica dell’Europa centrale.
Mai forse si è mostrata con tanta evidenza la verità, che l’ imperialismo è incapace a risolvere le questioni da esso sollevate e a dare un qualsiasi equilibrio al mondo, come nella rapida decadenza dell’ imperialismo inglese a pochi anni di distanza dal suo apparente completo trionfo. Il capitalismo inglese riteneva di aver risoluto definitivamente a proprio vantaggio la secolare questione orientale, e di essersi assicurato il diritto incontrastato di sfruttamento in tutto l’Oriente prossimo e medio ed ecco contro i suoi progetti sorgere, conseguenza necessaria della guerra imperialista, il movimento dei popoli coloniali e semicoloniali per l’indipendenza economica e politica, che minaccia le fondamenta stesse dell’impero inglese. L’imperialismo inglese riteneva d’aver vinto l’antica partita col rivale russo e la più recente col rivale tedesco: ed ecco sorgere di contro ad esso altri nuovi rivali non meno pericolosi nella Francia e negli Stati Uniti.
Il trattato di Sèvres, opera della potenza inglese allora inconcussa, significava la liquidazione della Turchia, cui venivano tolte la Tracia con Adrianopoli, Smirne e tutta la costa occidentale e meridionale dell’Asia minore, la Cilicia, la Mesopotamia, la Siria, l’Arabia; Costantinopoli rimaneva nominalmente al Sultano, ma sotto la sorveglianza di corpi d’occupazione inglesi e francesi. La Turchia veniva disarmata ed esposta senza difesa a tutte le cupidigie territoriali dei piccoli Stati orientali manovrati dall’Intesa; veniva paralizzata economicamente con le «riparazioni» e col distacco di tutti i suoi porti. Strumento di questa politica fu la Grecia, che avendo sopportato relativamente pochi danni nella guerra mondiale, era sola tra i piccoli Stati orientali in grado di compiere l’ ufficio di lanzichenecco dell’Intesa, e che si mise completamente sotto la dipendenza inglese. Ma contro lo spogliamento e l’annullamento nazionale i contadini turchi dell’Anatolia, guidati dalla loro nobiltà feudale, opposero una tanto inaspettata quanto energica e vittoriosa resistenza. Sotto la guida del governatore generale dell’Anatolia, Kemal pascia, si ricostituire un esercito ed un Governo turchi, con sede ad Aogora, e i Greci, dopo una guerriglia devastatrice, furono solennemente battuti nell’Ottobre dell’ anno scorso. Fu il primo grave colpo al prestigio e alla posizione mondiale dall’Inghilterra; tanto più che il moto turco si allargò subito a quasi tutti i paesi coloniali dominati dall’Inghilterra. Già Kemal pascia aveva provveduto a guardarsi le spalle a Nord e a procurarsi un forte punto d’ appoggio morale stringendo, nel Marzo del 1921, un trattato d’amicizia e di reciproca garanzia con la repubblica soviettista russa, il cui prestigio va sempre più crescendo tra i popoli orientali. Altri accordi consimili furono poi firmati con le repubbliche soviettiste d’Armenia, di Georgia, dell’Azerbaigian, dell’Ucraina, ed espliciti trattati d’alleanza con la Persia e l’Afghanistan. Tutto ciò significava già il capovolgimento della situazione dell’Asia anteriore a danno dell’imperialismo inglese.