Partidul Comunist Internațional

Battaglia Comunista 1945/I/5

In Inghilterra e dovunque il riformismo agirà come forza d'ordine e di conservazione borghese contro le aspirazioni rivoluzionarie del proletariato

Cambio della guardia in Inghilterra

Churchill, non appena sono noti i risultati delle elezioni, rassegna le dimissioni e il re affida ad Attlee l’incarico di formare il nuovo governo. I laburisti assumono le responsabilità della direzione dello stato, mentre i conservatori passano all’opposizione. In verità, nulla di nuovo in questa rotazione di forze al vertice della più tradizionale ed aristocratica monarchia costituzionale. Soltanto che, mentre all’epoca della seconda rivoluzione (1688) due furono i classici partiti parlamentari, quello dei conservatori (tories), espressione della nobiltà inglese, e quello dei liberali (whigs), espressione del nuovo capitalismo apparso vittorioso con la sua grande rivoluzione industriale, attualmente il ruolo del partito liberale è stato preso in pieno da quello laburista, espressione sociale e politica del vasto movimento operaio inglese, mentre le autentiche forze della tradizione capitalistica sono andate convogliandosi nel partito conservatore.

Così sono tuttora due le forze essenziali della monarchia quella del governo di Sua Maestà quella dell’opposizione di Sua Maestà. Oggi tocca ai laburisti, e non è questo il loro primo esperimento, essere al governo di Sua Maestà; ed in ciò, caratteri del tipicamente fascista cambio della guardia sono di un’evidenza palmare.

D’altro canto non va sottovalutato il fatto che l’avvento al potere del laburismo si è avuto per effetto di un suffragio elettorale che ha indicato senza possibilità di equivoco come gli operai inglesi esigano un orientamento a sinistra nella politica del loro paese. Questo è il punto essenziale.

Che forse gli operai non hanno sempre espresso questa loro esigenza a sinistra dacché si muovono attraverso gli organismi di lotta della loro classe? Se così è, perché il governo di Sua Maestà non ha espresso in permanenza questa precisa volontà popolare.

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Gli è che la macchina elettorale, sia essa inglese o di qualsiasi altro paese, ha in sè questa virtù tutta borghese di saper esprimere come vuole e quando vuole quel determinato indirizzo politico che sia conforme a questo o a quel determinato interesse della classe dominante.

Oggi, soltanto i laburisti possono assicurare le condizioni più favorevoli a questa classe dominante, che non è proletaria, perchè possa agevolmente vincere la pace dopo aver vinto la guerra.

Per vincere la pace è condizione prima la collaborazione costante, fattiva e sentita delle masse, masse operaie, allo sforzo economico e politico della ricostruzione. Bisognerà produrre di più e meglio per riparare i danni incalcolabili della guerra; e poiché il capitalismo non vorrà perdere un centesimo del suo plusvalore, la ricostruzione dovrà incidere unicamente e seriamente sul salario degli operai.

E’ in previsione perciò una ripresa della lotta di classe; sta per aprirsi l’epoca classica degli scioperi, delle agitazioni sociali e degli squilibri politici. In questa previsione, chi potrà seriamente far opera di persuasione fra le masse, arginare il loro intervento e convogliarne le agitazioni nell’alveo della legalità? Soltanto laburisti, che hanno l’incontrastato dominio delle masse e monopolizzano di fatto i loro organismi di lotta, sono in grado di operare il grande miracolo della pacifica collaborazione degli operai allo sforzo immane della ricostruzione.

Questo, e soltanto questo, hanno voluto dire le urne inglesi traducendo in termini politici le esigenze attuali ed imperiose della classe dirigente.

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Entro questo quadro realistico ed obiettivo, va considerato l’eventuale modificarsi delle relazioni intercorrenti tra l’Inghilterra vittoriosa e a regime laburista e l’Italia vinta retta a regime democratico.

Che cosa possono attendersi gli italiani da questo cambio della guardia? La politica delle concezioni nei nostri riguardi sarà tale da rendere possibile un aumento di prestigio del partito socialista, il pupillo del laburismo, ma sarà in ogni caso armonizzata a quella inglese e non sarà tale da porre in discussione, tanto meno in sottordine, certi fondamentali interessi, sia pure contingenti, del vittorioso imperialismo inglese.

Tutti, ad esempio, considerano come ormai risolta per virtù laburista, la sentenza istituzionale che tanto appassiona i partiti di casa nostra; noi invece pensiamo che i laburisti oseranno disilludere gli italiani e continueranno la politica di Churchill se la pedina monarchica sabauda potrà ancora giocare favorevolmente per gli interessi della corona di S. M. Britannica.

Come si cede, la logica degli interessi non coincide quasi mai con la logica di certe passioni.

Estendiamo ora l’analisi del problema su scala internazionale.

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Una pace vittoriosa per la borghesia inglese sarà possibile se le forze centrifughe delle colonie e dei dominions saranno sapientemente contenute nell’ambito dell’interesse fondamentale unitario della madrepatria. C’è un capitalismo indigeno che mira alla sua completa emancipazione; c’è un proletariato indigeno che è portato a battersi e contro il capitalismo del suo paese e contro quello della madrepatria. La guerra ha profondamente inciso sul loro potenziale umano e sul loro potenziale economico senza che ciò corrispondesse un interesse vitale, storico, al formarsi una loro nazionalità. E’ prevedibile che il moto di tali forze centrifughe sarà tanto più vasto, profondo e violento, quanto più gretta, cieca e conservatrice sarà la politica del governo centrale. Ed ecco la macchina elettorale indicare nei laburisti il partito più adatto ad ordire e portare a compimento il nuovo inganno politico verso le colonie, e i dominions.

E’ assolutamente necessaria l’elaborazione di un programma di libertà per le colonie che risolva nel contempo la loro permanenza, in quanto entità economiche, nell’ambito del superiore interesse nazionale inglese

E i laburisti, soltanto essi, per il contenuto democratico e progressista della loro politica, possono intelligentemente operare questa sottile manovra di conservazione imperiale. Tanto più che le masse operaie laburiste debbano all’esistenza di questo patrimonio coloniale e allo sfruttamento del proletariato indigeno la ragione prime e più vera d’un loro tenore di vita superiore a quello di altri complessi proletari, che hanno raggiunto lo stesso grado di sviluppo storico di quello inglese.

Perciò questa è l’ora del laburismo. Ma il socialismo non c’entra; e se il socialismo entrerà un giorno nell’impero inglese, non lo sarà certo in virtù del laburismo, ma contro di esso e per effetto delle contraddizioni che sorgeranno profonde e ricche di storia dal suo stesso esperimento.

Come la guerra ha spremuto il partito conservatore, così la pace spremerà il partito laburista; e il cambio della guardia di Sua Maestà continuerà fino a che la rivoluzione proletaria non avrà infranto per sempre questo gioco ingannatore della più illuminata borghesia liberale.

Liquidazione del fascismo

Il problema della liquidazione del fascismo non ha alcun senso, in quanto il fascismo è il moderno contenuto del regime borghese, e si può superarlo storicamente ed annientarlo solo rovesciando il potere della classe capitalistica ed i suoi istituti, compito che non può essere assolto da coalizioni politiche tanto ibride quanto impotenti e per nulla intenzionate a demolire il fascismo, ma solo dall’azione rivoluzionaria del proletariato. Per conseguenza, il partito squalifica e respinge tutto l’armamentario di repressione del fascismo, inscenato dagli attuali governi d’Italia. L’unica seria lotta contro il fascismo non consiste nel rintracciare e perseguitare i militanti, gli squadristi, i gerarchi del periodo fascista, in gran numero già annidati nelle presenti gerarchie, con metodo e stile immutati, ma nello scoprire e colpire gli interessi di classe e gli strati sociali che compirono quella mobilitazione, e che sono i medesimi che tentano oggi di serbare il controllo dello Stato. Questi colpi possono essere portati solo da forze di classe; e quando saranno per esserlo, tutti gli organismi più diversi e le gerarchie più disparate che oggi parlano di sradicare il fascismo (chiesa, monarchia, burocrazia civile e militare, strati dei professionisti della politica e del giornalismo ecc.) faranno blocco dalla parte controrivoluzionaria della barricata.

Il proletariato politicamente riorganizzato respinge quindi la parola dell’epurazione dell’organismo statale che interessa soltanto la conservazione borghese. I comunisti perseguono il progressivo disfacimento di questo organismo, la sua demolizione, e il seppellimento dei suoi infetti residui, nel senso della frase marxista sul capitalismo che crea i suoi affossatori.

La ipocrita profilassi dell’epurazione va quindi abbandonata ai reazionari. Viene anche respinta e derisa la politica delle sanzioni antifasciste che, nel suo apparato giuridico, si apre col 3 gennaio 1925 (accettando come storica una delle abusate date mussoliniane) e tradisce la precisa tesi che il fascismo fu ben accetto e benemerito finché picchiò sulle correnti rivoluzionarie e sugli organismi indipendenti del proletariato estremista, mentre andrebbe chiamato delinquente solo per i colpi che successivamente, con evidente logica storica, fu in grado di assestare ai suoi complici necessari della prima fase, capi e gerarchi politici del rancido parlamentarismo borghese.

(Dalla «Piattaforma politica del Partito»)

Da Schio a Casale

È la più recente strada della provocazione e dell’assassinio politico scelta dal Pci per colpire il nostro Partito. A Schio si è inscenata una stupida e mostruosa montatura contro il compagno Salvador e il nostro Partito, che doveva preparare il terreno ad essere premessa psicologica e giustificazione preventiva d’ordine giuridico, politico e morale all’assassinio di uno dei nostri migliori: Mario Acquaviva. Intanto, per i fatti di Schio le cose sono andate in senso diametralmente opposto ai desideri dei centristi. L’esecuzione sommaria dei detenuti di quel carcere non è avvenuta né per opera di nostri compagni né per loro istigazione diretta o indiretta né per influenze morali e politiche del nostro Partito. Noi l’abbiamo immediatamente e luminosamente provato. E allora, a che cosa mirano e l’insinuazione e l’accusa lanciata dall’Unità contro un nostro compagno e in definitiva contro il nostro movimento? È semplice; serviva a sviare le indagini, a nascondere, più che gli esecutori, i mandanti, i moralmente e politicamente responsabili. Ma, a quanto pare, gli Alleati non si sono lasciati abbindolare.

La figura morale di Vito Pandolfi, questo ex-fascista divenuto per meriti…mussoliniani redattore viaggiante dell’Unità, che si è prestato a manipolazioni così ripugnanti, non ci riguarda più di quella dello squadrista fanatico o prezzolato, facente parte delle formazioni cosiddette volanti del Pci (già, quello dell’ordine e della pacificazione nazionale), che a Casale ha rivoltellato Acquaviva. Gli strumenti ciechi dell’esecuzione potrebbero interessare gli organi della polizia, se esistessero, ma al nostro Partito preme l’individuazione e l’esame di quel torbido ambiente politico su cui il delitto è stato pensato e reso possibile.

Quando il Pci – che a giusta ragione è ritenuto uno dei partiti più influenti del Governo Parri, per il noto cordone ombelicale che lo lega alla Russia staliniana, e il maneggione per eccellenza del CLN, il dominatore delle grandi masse – si preoccupa dell’attività aperta e leale di noi comunisti internazionalisti, segno è che teme in noi non tanto la forza e l’influenza attuali del nostro Partito, quanto la giustezza della sua linea politica. Il Pci vede oggi in noi non un antagonista pericoloso, ma il solo, autentico polo di attrazione politica verso cui il proletariato convoglierà via via le sue forze più sane e combattive.

Questo spiega perché il Pci non potendo battersi con noi sul terreno della lotta ideologica, abbia scelto il terreno assai più facile della calunnia, della delazione e dell’assassinio.

Saggezza politica vuole che non si accetti a cuor leggero il terreno di lotta offerto dall’avversario e sul quale esso è incontestabilmente maestro. Oggi il nostro Partito ha scelto come risposta il terreno politico, costringendo il Pci a rispondere…col silenzio, che è quanto dire a incassare l’accusa circostanziata di delazione e di assassinio lanciatagli di fronte al proletariato, facendosi scudo di una impunità che proviene dalla presenza di Togliatti al Ministero della Giustizia. E domani… si vedrà, possibilmente al lune di migliorati rapporti di forza.

A vent’anni di distanza dal delitto, e in clima politico diverso, è possibile oggi il processo contro gli assassini di Matteotti; a quando quello contro l’assassinio di Mario Acquaviva?

La concezione socialdemocratica dei consigli di gestione

L’articolo di un nostro collaboratore sui Consigli di Gestione (Battaglia Comunista, n.3) ha fatto preventivamente il punto su un problema che va sempre più diventando d’attualità, e ha messo in luce il carattere controrivoluzionario, conciliativo, collaborazionista di quell’istituto nell’ambito dell’economia e del diritto borghesi.

La conferma della nostra interpretazione è venuta, proprio questi giorni, da parte socialista, sull’Avanti! del 26 luglio, H. Molinari ha affrontato il problema con una spregiudicatezza dobbiamo rendergli di cui dobbiamo rendergli atto. E egli ha osservato con melanconia come «lo sviluppo del capitalismo abbia approfondito la frattura sociale fra le classi» e come l’operaio, sentendosi estraneo l’azienda in cui lavora, non trova «ragioni né materiali né morali che lo spingano a sviluppare il proprio spirito d’iniziativa e di collaborazione a favore del miglior rendimento del lavoro e del successo dell’impresa. Bisogna dunque cambiare, nell’azienda stessa, i rapporti fra capitale e lavoro, e fare dei Consigli di Gestione degli strumenti dell’effettiva partecipazione dei lavoratori alla gestione della produzione, che devono servire a far agire solidalmente lavoratori e datori di lavoro» (Il corsivo è nostro, come nella frase precedente). Ne segue anche che l’esistenza e il funzionamento di questi organi «non comporta cambiamenti nel sistema di amministrazione del capitale, non sminuisce l’autorità dei dirigenti, non modifica la necessità della disciplina indispensabile per sicurare miglior rendimento del lavoro di tutti. Modifica però il concetto di autorità nell’impresa, finora devoluta esclusivamente al capitale». Non solo: ma, mentre nelle aziende nazionalizzate i Consigli di Gestione avranno una vera e propria funzione dirigente, nelle aziende rimaste in mano privata «non potranno organi deliberativi su tutte questioni che interessano l’azienda per non togliere al capitale lo spirito d’iniziativa: tuttavia devono essere qualcosa di più di semplici organi consultivi».

In queste frasi è più che chiaramente sintetizzata la teoria socialdemocratica dei Consigli di Gestione: 1) sono organi di conciliazione e collaborazione fra le classi; 2) tendono ad ottenere il rendimento massimo dall’azienda; 3) non alterano la struttura fondamentale, la base sociale ed economica dell’azienda, ne modi solo «lo spirito»; 4) si sostituiscono al capitale solo là dove il capitale privato non esiste.

E’, come si vede, sia nel punto partenza ideologico, sia nel punto di arrivo pratico, una ripetizione della teoria della socializzazione cara agli ultimi esperimenti del fascismo, saldata alla teoria pur essa tipicamente corporativista del superamento dell’antitesi fra capitale lavoro. Né vale che quella era una buffonata e questa sarà una realtà operante, poiché dal punto di vista proletario, le due posizioni si identificano, e la pratica della collaborazione riesce tanto più pericolosa, tanto più controrivoluzionari, quanto più esce dal campo della speculazione teorica o dal regno della demagogia per tradursi in indirizzi pratici concreti. La prassi dei Consigli di Gestione, concepiti non come organi post-rivoluzionari esprimenti l’effettivo dominio del proletariato sul meccanismo della produzione, ma come organi legali della produzione capitalistica, coincide insomma col supremo sforzo del regime borghese d’immettere le forze del lavoro nel ciclo di responsabilità in cui si esprime il funzionamento del capitalismo: è, in altre parole, un’arma di dominio politico ed economico del capitale sul lavoro.

Il curioso è che, nell’atto stesso di porre così il problema, si tenda a far passare di contrabbando il socialismo attraverso i Consigli di Gestione. Si fa un «socialismo d’azienda», quasi che, in un’economia di mercato, in un ambiente di produzione e distribuzione a carattere mercantile, la partecipazione dell’operaio alla direzione dell’azienda potesse mutar nulla alla sostanza economica dei rapporti fra le classi, quasi che l’azienda funzionante in quell’ambiente e sotto l’imperio delle leggi del mercato non fosse costretta necessariamente a funzionare come una qualsiasi azienda capitalistica vecchio stile – secondo, cioè, criteri di profitto.

Il socialismo non ha nulla che fare né con la partecipazione «morale» e metafisica all’autorità direttiva dell’azienda, né con la autonomia amministrativa in senso democratico dell’azienda stessa, né, infine, con l’introduzione un’economia a piani, che non rivoluzioni tuttavia le leggi della distribuzione dello scambio. Che se quello fosse il socialismo, nostro compito sarebbe bell’é finito, poiché l’economia capitalistica è passibile di quella e di altre riforme, e potrebbe perciò rivendicare a sé – come spesso tenta di farlo – il titolo di socialismo.

H. Molinari ha concluso così il ciclo della sua evoluzione politica (sulla quale è onesto tacere) come membro della direzione del Partito Socialista. Noi gli siamo grati di aver così espresso il pensiero del suo partito. Non c’è nulla di nuovo, sotto il sole del riformismo!

Democrazia progressiva o rivoluzione? Pt.1

Confronto fra la posizione del proletariato nei due dopo-guerra 1918-1945

Qual’era la posizione politica del proletariato alla fine della guerra 1914-18? Una posizione classista di lotta intransigente contro il suo sfruttatore capitalista.

Chi gli operai accusavano allora di aver provocato la guerra? Il capitalismo internazionale con le sue insanabili contradizioni e le sue crisi di produzione.

Da chi fu fatta [parola illeggibile] l’azione rivoluzionaria per la conquista del potere, che avrebbe affiancato il proletariato italiano a quello russo vittorioso? Dalle forze congiunte del socialismo riformista e del centrismo, che oggi si mascherano sotto la denominazione di «Democrazia progressiva».

Qual’è la posizione politica del proletariato d’oggi? Alla fine della guerra più terribile che si sia mai combattuta, la sua posizione è nettamente negativa e orientata contro i propri interessi di classe. Infatti, ventitré anni di oscurantismo fascista, privandolo di qualunque libertà di stampa e di riunione, e sottoponendolo sistematicamente al terrore, lo hanno disorientato e disabituato alle discussioni politiche, e il suo spirito critico, che una volta rappresentava un grande mezzo di controllo attivo sulle forze opportuniste, si è completamente atrofizzato. Oggi, il proletariato italiano crede nella «Democrazia Progressiva» persuaso di trovarvi la salvezza, e si appresta a battersi non per la propria classe, per la dittatura del proletariato, come la generazione di vent’anni fa, ma per la ricostruzione del paese, vale a dire per la salvezza del proprio sfruttatore e il consolidamento di un sistema di schiavitù.

E’ possibile la collaborazione di classe?

Il proletariato, partecipando all’opera dio ricostruzione, collabora col proprio sfruttatore. La guerra è stata scatenata dal capitalismo internazionale, vero e solo responsabile del terribile macello che ha insanguinato il mondo. Il proletariato dovrebbe dunque collaborare con quella che fu la causa di tante distruzioni?

Per realizzare la collaborazione fra classi sarebbe indispensabile ch’esse vivessero in condizioni di eguaglianza nell’ambito dello Stato e che le leggi di questo fossero veramente uguali per tutti i cittadini. Ma vi può essere uguaglianza tra sfruttatori e sfruttati? Sarebbe un’eguaglianza impossibile, assurda e antistorica. Lenin è molto esplicito nel condannare questa utopia:

«Prendete le leggi fondamentali dello Stato moderno – egli scrive -, prendete gli apparati governativi, le libertà di riunione e di stampa, prendete l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, e riconoscerete a ogni piè sospinto l’ipocrisia della democrazia borghese, ben nota a ogni lavoratore onesto e cosciente. In ogni Stato, anche il più democratico, si trovano nella Costituzione clausole e limitazioni che assicurano la borghesia la possibilità di precedere manu militari contro i lavoratori, di dichiarare lo stato di guerra ecc. per il mantenimento dell’ordine; in realtà, nel caso di una «scossa» data dalla classe sfruttata alla sua posizione di schiavitù»i.

Lenin ha ragione. Che cosa è infatti avvenuto di diverso nel periodo prefascista, negli anni cioè del primo dopoguerra? Era ben la democrazia che allora governava! Non erano suoi capi i Nitti, gli Orlando, i Giolitti, i Bonomi, che, assieme ad altri minori, avvicendarono al potere e permisero che sotto il loro governo fossero distratte le Camere del lavoro, le Cooperative, i Circoli Politici ecc., e venissero bastonati e uccisi gli operai? Questi signori hanno compiuto il proprio dovere di difensori della loro classe, quella capitalista, e dal punto di vista storico, non sono colpevoli. Colpevoli, se mai, sono quei partiti operai che vedono nello Stato non un istituto di dominazione di classe, ma un organismo neutro che credono al disopra di ogni contesa e le cui leggi sarebbero applicate imparzialmente nei confronti tanto della borghesia quanto del proletariato.

Quello che è avvenuto nel primo dopoguerra si ripeterà nel secondo, e quando gli operai cominceranno a considerare i fatti nella loro vera luce, si accorgeranno che, mentre essi vivono nelle nubi dell’utopia di un’impossibile antistorica collaborazione fra le classi, i loro sfruttatori, più realisti, avevano provveduto tempestivamente a rafforzare i gangli della propria organizzazione difensiva.

Illusione dello stato liberale

Non è da oggi che la borghesia tenta d’invischiare il proletariato nella pania della collaborazione fra le classi. Ogni qualvolta avvenimenti gravi rompono l’equilibrio necessario alla sua dominazione e si profila all’orizzonte politico la minaccia rivoluzionaria del proletariato, si levano cori osannanti alla pace sociale e si mobilitano i più famosi tromboni del campo intellettuale per allontanarlo dalla giusta via e attirarlo coll’inganno nell’orbita del proprio predominio. La propaganda svolta in tali periodi collima di solito, come avviene oggi per il problema della ricostruzione, coi fatti puramente contingenti che sembrano aderire così bene alle necessità collettive, da illudere talvolta anche gli operai, sempre sensibili alle battaglie da combattere per la libertà e la giustizia.

La borghesia, in tali occasioni, toglie dai suoi ripostigli le vecchie insegne che le servirono un secolo e mezzo fa per abbattere forze feudali e assolutiste a lei avverse. Ma la sua speranza di sopravvivere al destino che le è riservato è una pura illusione. Da quando è stata partorita dal disfacimento del regime feudale, molta acqua passata sotto i ponti della storia, e le condizioni economiche sociali, che determinarono la sua nascita e il suo florido sviluppo, si sono trasformate gradatamente a profitto del proletariato da essa figliato, che ora non è più bambino né adolescente, ma tanto robusto e maturo da poter imporre la propria economia comunista.

Il capitalismo ha percorso tutte le tappe assegnategli dalla storia. Conquistato il potere nella sua fase eroica e di ascesa, si è difeso per lungo tempo dalle forze retrograde col concorso del proletariato. Nella fase successiva, consolidatosi definitivamente, ha raggiunto splendore generando il sistema economico politico liberale, periodo aureo che gli ha permesso di dominare col metodo democratico. Ma l’accentramento sempre più rapido dei capitali, trasformando l’economia dalla forma liberale in quella monopolistica, ha annullato per sempre le premesse indispensabili pel mantenimento di questo sistema politico.

Oggi l’indipendenza economica e con essa, naturalmente, quella politica, non esiste più, e la maggior parte delle nazioni sono ridotte al rango di stati vassalli o valvassori a profitto di una oligarchia di paesi capitalistici, i quali impongono necessariamente il proprio meccanismo funzionale ai loro sottoposti. E’ pura illusione, quindi, parlare ancora, nei singoli paesi, di una libertà politico-economica.

Il capitalismo internazionale nella sua forma plutocratica ha eliminato per sempre le possibilità di vita democratica dei singoli stati. La sua dominazione è tragica e procede con intervalli sempre più brevi da una guerra all’altra esaurendo sempre più le possibilità di vita che ancora gli rimangono. Esso domina ormai coi soli mezzi drastici e costringendo i paesi vassalli a fare lo stesso, cioè a governare i proletariati sottoposti col bastone perché nessun altro mezzo è più possibile adoperare.

Il non è morto e non morirà assolutamente che con la conquista rivoluzionaria del potere da parte degli sfruttati. E’ allo scopo di ritardare quest’inevitabile evento che la borghesia nostrana si affanna a costruire trabocchetti in serie entro cui far cadere la classe operaia italiana, nella speranza di salvarsi dalla resa dei conti che un giorno sarà chiamata a regolare. Ma è sacrosanto dovere del proletariato guardarsi dal cadervi. Esso deve riprendersi, svegliarsi, riassumere la sua fisionomia classista. Deve interrogare il passato, esaminare le cause delle sue antiche sconfitte, trarne gl’insegnamenti che lo garantiscono dal cadere in agguati fatali e dal commettere imperdonabili errori.

La lotta contro la monarchia

Un primo errore della falsa posizione in cui si trova il proletariato italiano lo riscontra nella sopravvalutazione della lotta autimonarchica.

La monarchia in Italia ha esaurito da molto tempo la sua funzione storica, per assumere una funzione di sovrastruttura parassitaria che serve tutt’al più a coprire la vera forza che domina la vita politica ed economica del paese: la potenza del capitalismo. Le responsabilità della monarchia nei riguardi del fascismo consistono nell’aver avvallato col proprio consenso ciò che il capitalismo aveva creato. Domani, questa funzione spetterà al presidente della repubblica borghese, che agirà nello stesso modo e con gli stessi mezzi per assicurare e facilitare la nascita e lo sviluppo del fascismo, quando si crederà opportuno di organizzarlo.

Forse che il proletariato delle nazioni repubblicane è meno sfruttato di quello che vive in regime di monarchi? Il nazismo schiavista sorto nella Germania repubblicana? Ecco come Federico Engels definisce la repubblica borghese:

«…ma in realtà lo Stato non è altro che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, e precisamente nella repubblica democratica non meno che nella monarchia».

Quando i capitalisti sentono il pericolo che li minaccia da vicino, come nel periodo intensamente rivoluzionario che stiamo attraversando, cercano di distogliere l’attenzione del proletariato dal nocciolo centrale della sua lotta di emancipazione, per convogliare la sua lotta verso le questioni di dettaglio. Questa volta pare che ci si sia riusciti a farlo abboccare all’amo della lotta anti-monarchica.

iI brani di Lenin, di Marx, di Engels citati in questo opusolo sono stati trascritti dall’opera di Lenin «La dittatura del proletariato e il traditore Kautsky», ediz. Avanti! 1921.