Partidul Comunist Internațional

Prometeo (II) 137

Per il raddrizzamento della situazione in Spagna

Il proletariato italiano si pone questa questione: in Italia, nel 1921-22, la classe operaia di fronte all’attacco delle bande degli assassini fascisti, si è difesa con estremo vigore e,  se alla fine essa è stata sconfitta, questo è dipeso unicamente dal fatto che il nemico possedeva una superiorità schiacciante dal punto di vista armato. Ma a nessun proletario veniva in testa di richiedere ai governi liberali democratici e „antifascisti” dell’epoca le armi necessarie per la difesa. La situazione era chiara, tragicamente netta: i governi erano lì per disarmare le masse e permettere il successo delle ulteriori spedizioni punitive: Turati lanciava la parola d’ordine della resistenza evangelica, i riformisti in generale lottavano per „il governo migliore”, i massimalisti trattenevano le masse nel pantano di un  equivoco che le immobilizzava, la polizia non vedeva di mal occhio le manovre dei Secondari e dei Mingrino che cercavano di prendere il controllo — attraverso gli Arditi del Popolo – della spinta delle masse verso la lotta armata e solo il Partito Comunista lanciava alle masse la parola dello scatenamento della lotta di classe, si rifiutava ad entrare in coalizioni politiche ed armate con altri partiti e gruppi e passava alla costituzione dei gruppi armati direttamente controllati e disciplinati al partito di classe. Frattanto dovunque, in ogni centro che era attaccato la risposta immediata degli operai era quella dell’immediato sciopero generale. Abbiamo perduto in Italia? Disgraziatamente sì ma questo perché la situazione era di già definitivamente compromessa dopo l’occupazione delle fabbriche nel corso della quale non i fascisti, ma i riformisti erano riusciti a salvare l’edificio capitalista ed i riformisti avevano potuto fare questo perché mancava il partito di classe capace di portare a termine l’azione rivoluzionaria delle masse. Non bastava che la direzione del partito socialista fosse nelle mani della sinistra e dell’estrema sinistra. In Italia la direzione di estrema sinistra del partito socialista era composta degli stessi elementi che, nel 1919, si erano opposti al programma che Bordiga aveva sostenuto per fondare il partito di classe e questa direzione non poteva essere che un nuovo elemento di confusione e di disarmo materiale e politico delle masse. Ma questo non toglie che in una situazione estremamente, definitivamente compromessa il proletariato italiano ha contrastato il passo al nemico durante due anni di sanguinose lotte.

In Ispagna il 19 luglio il proletariato aveva preso lo stesso cammino che aveva seguito la classe operaia in Italia. Il nemico, invece di attaccare località per località attaccava in pieno in tutto il territorio. Il governo „antifascista” del Fronte Popolare aveva lasciato organizzare meticolosamente quella che si è chiamata la „sommossa” dei generali e questo è nella logica degli avvenimenti: come in Italia ed in Germania la sinistra borghese preparava il letto alla destra. Quando scoppia l’attacco della destra, il proletariato spagnolo come risponde? Con lo sciopero generale ed è quest’arma di classe che arresta l’attacco nemico in molti centri importanti, in tutte le zone industriali. In Italia, di fronte  all’attacco fascista che si svolge località per località, scioperi locali che il partito comunista si sforza, attraverso L’Alleanza del Lavoro, di generalizzare in un’azione nazionale di difesa delle masse. In Ispagna di fronte all’attacco nazionale, risposta nazionale della classe operaia. La prima settimana degli avvenimenti attuali si pone nettamente su questa base di classe ed è questa la ragione che arresta l’avanzata della destra: questa e unicamente questa. Il Manifesto dei Comunisti, il programma dell’ Internazionale, la nostra piattaforma ricevono una luminosa conferma da parte della classe operaia spagnola. In questo momento, per portare a termine il primo successo proletario era indispensabile un partito di classe, lo strumento indispensabile a dare corpo pratico all’impulso spontaneo e di classe delle masse. Questo partito non c’era e l’inevitabile si è prodotto: le situazioni non possono restare nell’equivoco: la soluzione proletaria non si prospetta a causa della mancanza del partito, la risposta capitalista si proietta dolorosamente, crudelmente, ineluttabilmente.

Il governo del Fronte Popolare  che aveva lasciato prepararsi l’attacco della destra, che nella prima settimana era stato immobilizzato dalle masse rientra in campo. Ma in quale direzione? In quella di favorire lo sviluppo e la vittoria della destra. Esso entra in campo per spiazzare le masse dal loro terreno di classe e renderle così prigioniere del capitalismo. Non più scioperi generali, non più il solo attacco, l’unico concepibile. Quello che si dirige contro il meccanismo economico e politico del capitalismo da cui ha origine il fascismo, ma salvazione di quest’apparato per condurre con successo l’attacco militare contro il fascismo. Il proletariato spagnolo è attratto nel tranello, vi è accalappiato e progressivamente vi è strangolato. Di fronte ai fascisti che non hanno per loro che l’armata, il proletariato — questo si dice dappertutto nel mese di luglio – non può che essere vincitore: il governo del Fronte Popolare ha fabbriche di armi, milioni di pesetas nella Banca, la simpatia del governo di Blum, l’appoggio del governo inglese che è interessato ad evitare che il suo competitore italiano rafforzi le sue posizioni nel Mediterraneo, tutte le carte sono dalla parte dell’”antifascismo”. In effetti dal momento che il proletariato era stato sloggiato dalle sue posizioni di classe, tutte le condizioni erano realizzate per la sua disfatta. Dal momento che al dilemma capitalismo-proletariato era stato opposto l’altro fascismo-antifascismo la battaglia era definitivamente compromessa.

Fra la prima settimana degli avvenimenti e le successive vi è un’opposizione fondamentale e questo spiega unicamente perché la destra la quale non aveva che delle posizioni estremamente inferiori ha poi potuto svilupparsi fino ad un capovolgimento totale delle situazioni.

Il solo fattore sociale che può sconfiggere il fascismo, la sola classe che può schiantarlo, il proletariato, questa forza non esiste più dal momento stesso in cui invece di restare sul suo terreno di classe degli scioperi era stata accalappiata dal nemico che l’aveva inchiodato nel suo terreno e, come in Italia e in Germania, attraverso il Fronte Popolare, era arrivato ad ucciderlo perché ne aveva distrutto la sua natura.

E gli avvenimenti seguono la loro logica di ferro. La destra vince a Badajoz, a Irun, a San Sebastiano, a Toledo, perché contro di essa vi è un’armata che lotta sullo stesso fronte storico e politico capitalista, sul fronte dell’antifascismo. Contro di essa non vi è più un’armata di classe che combatte contro la macchina statale capitalista. E ve ne sono voluti di diversivi per stornare il proletariato spagnolo dal primitivo fronte di classe sul quale egli si era battuto e aveva vinto in un primo momento. L’inganno si estende sempre più. Quale era l’essenziale per il capitalismo spagnolo? Che si abbandonasse il terreno di classe, che si cessassero gli scioperi i quali, minando la macchina capitalista di Catalonia, di Valenza, di Madrid, minavano nel contempo stesso la macchina nemica nei territori primitivamente  conquistati dalla destra. Ed allora, poiché l’essenziale era di strappare il proletariato dalle sue basi, tutte le concessioni saranno fatte, a Barcellona sovratutto, dove la tensione sociale era estrema. Socializzazione, governo di estrema sinistra, fuga dei capitalisti, spartizione delle terra, caduta del clero, ecc.

Ahi! Sì il capitalismo spagnolo avrebbe voluto finirla d’un colpo, esso lo aveva tentato ma non vi era  riuscito. Ed allora ha scelto l’altro cammino più complicato. Di fronte alle masse che esso non può vincere di un colpo, esso è costretto di subire provvisoriamente i colpi di fianco del proletariato a Barcellona soprattutto. Ma la vertebra è intatta, essa è infine salva. Le masse sono state attirate nel vortice di un’impostazione che conduce al sicuro massacro del proletariato spagnolo, e minaccia di estendersi al macello del proletariato di tutti i paesi nella guerra imperialista mondiale.

Vi sono state delle sconfitte nelle Asturie? Ebbene il capitalismo va oltre nella sua manovra di accalappiamento delle masse  per trattenerle nella sua orbita. Il governo Caballero è costituito. Vi è la nuova disfatta a Toledo? Ebbene si va ancora oltre, nella manovra di accalappiamento. Il governo è costituito a Barcellona con la collaborazione di anarchici e del Poum.

Dal primitivo fronte di classe il proletariato è stato strappato. Occorre ad ogni costo che esso non lo reintegri. Le disfatte avrebbero potuto operare un raddrizzamento delle situazioni. Per impedire questo la manovra si sviluppa in una direzione sempre più perfida. Era inevitabile che anarchici e Poum cadessero nel tranello giacché essi non si basano sulla politica marxista della lotta di classe. Era inevitabile che essi scavassero la tomba delle loro ideologie. Ma il proletariato spagnolo non cade. Esso, dai tragici avvenimenti attuali riceverà gl’insegnamenti che lo condurranno infine alla costruzione del suo partito di classe, di quello strumento di cui egli aveva bisogno per portare il suo slancio spontaneo della prima settimana verso la vittoria definitiva contro il capitalismo, per la vittoria comunista in Ispagna e nel mondo intiero.

Punti oscuri

Esiste nel corso degli avvenimenti di Spagna tutta una serie di quelli che chiameremo „punti oscuri”.

La ribellione dei generali scoppia con una preparazione talmente meticolosa che non può essere avvenuta senza che sentori siano giunti al governo al potere, quello del Fronte Popolare. Generali notoriamente ostili ad esso riempiono i quadri dell’esercito e possono liberamente dislocarsi per complottare. Il governo nulla sa. Scoppiato il movimento, il suo primo atto è quello di cercare il compromesso coi „faziosi”. Ecco un primo punto oscuro. Sono i proletari che s’armano di loro iniziativa e spazzano di botto la rivolta degli ufficiali e dei preti loro alleati a Barcellona ed a Madrid. Il governo non può che „legalizzare” il fatto compiuto. Arma o meglio lascia armarsi i proletari e li invia su un fronte militare dove saranno impotenti davanti ad una forza numericamente inferiore ma tecnicamente troppo preponderante. Lascia sino dal primo momento al „nemico” il vantaggio dell’iniziativa pur disponendo delle linee interne che avrebbero dovuto essere decisive. Subisce passivamente il corso degli avvenimenti che gli vengono imposti. Mentre resta impotente davanti Saragozza, a Toledo dove non riesce neppur espugnar l’Alcazar, davanti Oviedo, lascia cadere successivamente Irun, San Sebastiano, liberar Toledo, preparar la marcia su Madrid. Ecco un secondo punto oscuro. La superiorità tecnica del nemico è troppo schiacciante, si obietterà. Oggi forse sì. Ma in un primo momento in cui „teoricamente” sarebbe stato padrone del mare — gran parte della flotta e tutti i piroscafi mercantili facilmente trasformabili in incrociatori ausiliari — il governo del Fronte Popolare ha lasciato impunemente sbarcare ripetuti rinforzi dal Marocco, covo dei ribelli, nella penisola. Tutta la sua iniziativa è stata una inutile spedizione contro le Baleari, conclusasi ai suoi danni e beffe. Mancano i fucili? Ma chi vorrà seriamente sostenere che in possesso di grandi città come Barcellona, Madrid o Valenza, dotate di industria metallurgica ed almeno in un primo tempo anche dei centri minori dove esistevano fabbriche di armi, sia impossibile approntare un materiale bellico per la lotta? L’Abissinia no che non poteva improvvisare una industria di guerra, ciò che non si può asserire per la Spagna certamente anche se deficiente per non aver partecipato al conflitto mondiale. Sorvolo l’argomento decisivo che di fronte al „nemico” meglio armato ma numericamente altrettanto inferiore ci sarebbero state nelle masse proletarie —se realmente si avessero volute mobilizzare- possibilità inesauribili di resistenza. Il governo fa del suo meglio adunque per essere battuto. Altro punto oscuro…

I bollettini del governo —vederne i titoli di scatola anche nella Batalla organo del Poum- cantano vittoria su tutti i fronti. Ma questi asseriti successi si concretizzano, nella realtà, con massacri di operai ed avanzata continua del „nemico”. Perché il proletariato non venga allertato sulla sorte che lo attende e che già gli sovrasta. A Irun i proletari che sono restati per battersi sono stati privati delle armi e gettati inermi in preda alle iene del fascismo. Davanti l’Alcazar le truppe del governo battono in ritirata abbandonando alla loro sorte nuclei di proletari che non possono che finire col soccombere nella impari lotta.

La reazione militar-fascista fucila spietatamente a centinaia, a migliaia, i proletari in tutte le località che rioccupa o dove è imbattuta: a Badaioz, a Irun, a Toledo come a Saragozza, a Merida. A Corugna, al Ferrol… Vuole col terrore premunirsi da ogni conato di riscossa. Dove impera il Fronte Popolare sono generalmente solo i pesciolini piccoli che pagano le spese: qualche ufficiale subalterno, qualche gerarca locale… Solo tre generali sono stati finora passati per le armi. Altri, semplicemente arrestati, sono lasciati fuggire come il famigerato Anido, il boia del proletariato di Barcellona. I magnati, i pescicani della finanza e della industria, il grosso clero, i ministri reazionari sfuggono traverso le maglie allentate dei „tribunali del popolo”.

Si potrebbe continuare a sazietà nella elencazione di questi „punti oscuri”.

Ma come diventano chiari, cristallinamente chiari appena che si pensi che destra o sinistra, Franco o Azana, hanno un unico nemico comune, un vero nemico: il proletariato che lotti per la sua emancipazione!

Via libera ai fascisti?

I fascisti sono a Saragozza, essi vorrebbero conquistare Barcellona; il nostro dovere è di arrestare la marcia fascista, nello stesso tempo in cui allarghiamo il fronte delle conquiste sociali a Barcellona o che almeno lottiamo in questa direzione. Non restiamo dunque sulla base della lotta sui due fronti: quello di Saragozza, l’altro di Barcellona. Nel fronte militare lottiamo per il proletariato perché combattiamo contro il fascismo, in quello sociale di Barcellona, combattiamo per il comunismo perché, lungi dall’accettare la collaborazione di classe, lottiamo per lo sviluppo delle lotte di classe.

Questa è in generale la posizione di larghi strati di proletari rivoluzionari, soprattutto italiani, i quali rimproverano alla nostra posizione di minacciare le sorti della lotta perché i fascisti potrebbero più facilmente invadere i territori che non hanno conquistato.

La lotta di classe ha due protagonisti, due contendenti, due fronti e due soli: capitalismo e proletariato. L’uno o l’altro e giammai l’uno e l’altro. Vi sono molti settori della lotta? Ma in ognuno di essi vi sono due contendenti, capitalismo e proletariato. Nei due settori, fascista ed antifascista, la confusione di classe si è verificata, e questo è sacrificio della classe operaia nelle mani del capitalismo. Queste verità elementari sembra non abbiano più corso nella crudele situazione attuale.

Di più gli avvenimenti definitivi seguono alternative definitive e non secondarie. Quale è oggi, in Ispagna, l’alternativa fondamentale? Contestare al nemico questa o l’altra località, strappargli questo o l’altro centro. In definitiva esiste un solo fronte reale, quello dove le masse si battono con le armi. Tutto l’altro è accessorio, tutto l’altro è condizionato alla sorte degli avvenimenti sul fronte militare. Il problema resta dunque di vedere se questo fronte militare che è l’essenziale, è capitalista o proletario, giacché esso non può essere l’uno e l’altro, esso è l’uno o l’altro. Questa opposizione terribile non può essere scartata, pena di tradire il proletariato. Se la si scartasse poiché il dilemma di classe comanda ogni istante della vita sociale e tanto più grave è la sua portata, per quanto più terribile sono gli avvenimenti, si abbandona il proletariato nelle mani del nemico.

Ora chi dirige il fronte militare? Lo stato maggiore delle operazioni. È esso unicamente che, poiché è l’unico che è in grado di conoscere lo scacchiere generale delle operazioni, può anche stabilire se ci si deve difendere in tale località, contrattaccare in un’altra per arrestare il nemico nell’offensiva che ha scatenato in questo o quel centro. In una parola, le sorti delle battaglie militari non possono dipendere che da chi dirige l’insieme della lotta. È una menzogna crudele far credere agli operai che sono a Saragozza che l’esito della loro lotta dipende da loro. No: esso dipende e non può dipendere che dallo stato maggiore generale. E chi dirige questo stato maggiore? Il capitalismo, il quale evidentemente non può che fare quello che corrisponde ai suoi interessi. Lasciare per due mesi i cadetti nell’Alcazar e quando esso sa che la destra attacca Toledo, non ritirare gli operai, opporsi persino a che essi escano da Toledo per lasciarli massacrare alle spalle dai cadetti che escono dall’Alcazar, di fronte dall’esercito che arriva. Questo è perfettamente logico e Caballero non si smentisce affatto quando dirige, negli interessi della classe che lo ha chiamato al potere, l’opera di massacro degli operai spagnoli.

Analogamente ad Huesca dove si trova il battaglione Lenin. I bianchi sono al centro della città ed attendono l’ora in cui sarà possibile passare all’attacco degli operai che sono alla periferia. Molto probabilmente anche ad Huesca, il giorno in cui la destra borghese deciderà di passare all’attacco, la sinistra darà ordine di non abbandonare la lotta ed il macello avrà luogo come a Toledo. E si tenga conto che ad Huesca la sinistra borghese ha potuto completarsi con l’appoggio degli anarchici e del P.O.U.M. che oggi sono al governo.

Di fronte a questa situazione resta la posizione della maggioranza della nostra frazione. Non si può vincere il capitalismo confidandosi al capitalismo. Abbandonare i fronti militari che sono il fronte sociale del nemico per scendere nei fronti della lotta di classe dappertutto, riprendere il cammino della prima settimana degli avvenimenti. Questo significa forse che Franco arriverà più presto a Barcellona? Possibile, benché questo non sia nullamente sicuro. Ma ammettiamone l’ipotesi la quale significherebbe che le sorti della lotta sono definitivamente compromesse.

Se una sola possibilità di successo esiste questa non può essere trovata che sul terreno della lotta di classe. A Barcellona la rottura della collaborazione di classe determinerebbe la rottura della catena che porta le masse alla sicura disfatta, come è successo negli altri centri. E se anche la disfatta dovesse verificarsi essa si verificherebbe quando almeno il capitalismo non è riuscito a schiantare in pieno il proletariato come è successo a Irun, a Toledo. Ma il chiarimento della situazione, il ristabilimento del fronte proletario di lotta (oggi esso non esiste) darebbe vita allo sviluppo di quelle possibilità di resistenza che esistono ancora. La battaglia si svolgerebbe allora fra le armate di Franco che avrebbe contro di esse delle armate proletarie, le sole che possono batterlo, perché mitraglierebbero la compagine militare dell’esercito bianco. Invece di opporre una rivoltella al cannone nemico, gli operai tirerebbero con le armi delle loro rivendicazioni politiche e di classe. Un colpo di revolver allora avrebbe mille volte più forza che un colpo di cannone fascista perché esso distruggerebbe la catena che lega oggi le armate di Franco, perché gli oppressi, irreggimentati da Franco, riconoscerebbero nella barricata opposta, i loro fratelli di classe, che metterebbero a profitto la loro più alta coscienza di classe non per restare sotto la direzione capitalista del Fronte Popolare, ma per scatenare la battaglia di classe, la loro battaglia, sugli obbiettivi sociali comuni.

E’ così che hanno vinto gli operai il 19 luglio, è su questa sola via che essi possono salvarsi. Sull’opposta via essi sono massacrati. Sull’opposta via essi sono consegnati dalla sinistra capitalista alla destra capitalista. Come in Italia, come in Germania, come in tutti i paesi. Chi lascia la via libera ai fascisti è il Fronte Popolare che dirige gli avvenimenti militari con la collaborazione del P.O.U.M. e degli anarchici.

Chi si oppone al fascismo, chi lo difende, è quegli che sostiene che l’unico mezzo per salvarsi, per resistere e vincere e che consiste a strappare le masse dal capitalismo ed a rimetterle sul loro terreno di classe. Lo scatenamento della lotta di classe a Barcellona è l’unica via per farla ripercuotere nelle armate bianche, è l’unica via al termine della quale può porsi la vittoria delle masse. Gli avvenimenti che sono trascorsi provano crudelmente che l’altra è la via del tradimento degli interessi del proletariato, è quella che conduce alla vittoria del fascismo.

Per una posizione di classe in Ispagna

È chiaro che la sedizione militare in Spagna non rappresenta una ripetizione dei «pronunciamenti passati», ma bensì un attacco ben preparato da parte della borghesia contro le organizzazioni proletarie e le masse lavoratrici in generale. Non si tratta dunque di soffermarsi agli aspetti esteriori della lotta per concludere aprioristicamente che dal momento che è l’esercito che scatena la lotta noi ci troviamo di fronte ad un sollevamento rituale di caste militari, il cui obbiettivo si limita come nel passato ad imporre tale e tale altra condizione agli organi esecutivi dello Stato borghese, ma occorre stabilire come e perché la borghesia, la classe dominatrice, abbia creduto giunto il momento per sferrare un attacco frontale contro la classe proletaria.

La borghesia spagnola, con la sua struttura confusa e ritardataria doveva tentare una serie di esperimenti nella direzione di ridurre il margine che la separava dallo sviluppo degli altri capitalismi più evoluti soprattutto in vista dei nuovi conflitti inter-imperialisti.

È in questa direzione che si spiega prima della Repubblica il dominio di Primo de Rivera, e nella stessa direzione che si spiegano tutti i tentativi dopo l’avvento della repubblica.

Anche il governo del Fronte Popolare doveva rappresentare per la borghesia un’arma tendente a corrompere le classi lavoratrici al fine di perseguire il suo piano di sviluppo industriale e di maggiore oppressione delle masse lavoratrici. Solo la resistenza affermata dalle masse lavoratrici spagnole attraverso una serie ininterrotta di scioperi e di movimenti proletari doveva spingere la borghesia a delle misure più radicali. Il governo del Fronte Popolare avrebbe ben volentieri lasciato il posto di esecuzione ad altri uomini al servizio della stessa classe se non fosse intervenuta in maniera autonoma ed a tempo la massa lavoratrice di Barcellona e Catalonia in particolare e di qualche altro centro. Non è dunque il falso “cliché” che giornalmente viene servito dalla stampa asservita al Capitale di una lotta fra democrazia e fascismo che si apre in Spagna il 18-19 luglio, ma il tentativo da parte della borghesia di destra e di sinistra di rompere la schiena al proletariato spagnolo che in questi ultimi anni aveva dato prova di una combattività ammirevole. Ed è nella stessa direzione poi che gli Azana e i Companys, i Caballero, ingannano le masse per fuorviarle dai loro obbiettivi di classe e consegnarle così disarmate al fuoco delle mitragliatrici, dei tanks e degli aeroplani dei propri compari Franco e Mola. Non vi è come qualche compagno sembra affermare una capacità demoniaca da parte della borghesia di sapere in anticipo ripartire dei compiti alle proprie comparse, ma semplicemente una continuità “storica” da parte di queste forze che sono l’espressione di una determinata classe. Il proletariato non può vincere e nemmeno difendersi sotto la bandiera e sotto la direzione del suo irriconciliabile nemico, esso non può, se accetta questa impostazione, che scavare la propria fossa. Stabilito dunque che la posta della lotta è fra rivoluzione e contro-rivoluzione, fra borghesia e proletariato, fra comunismo e capitalismo, restano da stabilire i compiti delle masse e le condizioni che possono determinare la sua vittoria.

Doveva il proletariato spagnolo prendere le armi il 18 e il 19 luglio? Indubbiamente sì. Mille volte sì, e nessuno credo abbia il coraggio di affermare il contrario. Quello che ci divide oggi non è che vi siano fra noi dei “neutralisti” ma piuttosto differenti impostazioni del problema della lotta proletaria.

Cosa doveva fare il proletariato quando a Barcellona si era reso padrone della città e della provincia? Doveva lasciare ingannare le masse facendo credere loro che la conquista del potere politico avrebbe rappresentato per lui un indebolimento della lotta contro Franco od invece dire apertamente che solo questa conquista, e la più completa, rappresentava la condizione fondamentale per una lotta vittoriosa e definitiva contro tutte le forme di oppressione della borghesia? È qui che si trova il nocciolo della questione e non altrove.

Per un comunista è indubbio che in ogni movimento di masse, in ogni sollevazione sociale, il problema capitale resta quello di sapere quale è la classe che detiene ancora il potere per saper distinguere il carattere della lotta e determinare la sola posizione che può occupare la classe proletaria.

Dunque fino dal primo giorno la parola d’ordine di un partito comunista o anche di una frazione comunista (che in tale clima si trasforma immediatamente in partito) era quella della conquista del potere politico attraverso la instaurazione dei suoi organi naturali: i Soviet. Gli avversari di questa parola d’ordine, cioè di tutto il potere al proletariato in armi, in buona fede o in mala fede, fatto che non ha nessuna importanza in dette circostanze, non possono essere giudicati che come delle forze ostili agli interessi delle masse lavoratrici e di cui il proletariato, maggiormente quando una grandissima parte si trova armata, deve liberarsi se vuole vincere.

Solo questa impostazione avrebbe e potrebbe rompere la manovra accerchiante di tutti i traditori che fanno del sangue del proletariato spagnolo versato un’arma di speculazione per meglio incatenare il proletariato mondiale al carro delle rispettive borghesie in vista della preparazione della guerra. Ma — dei compagni possono aggiungere — : nella assenza di questa forza capace di impostare il problema sulle sue vere basi di classe, la frazione non potrebbe orientare i suoi sforzi per coadiuvare con quel Partito o quella corrente più affine alle nostre posizioni, per poi, all’apparire di una tendenza fondamentalmente omogenea e comunista nel seno di questa, determinare una scissione e passare così alla fondazione di un partito comunista?

Il grado di affinità non si misura col metro delle declamazioni rivoluzionarie ma al contrario sulla base della fedeltà ai principi fondamentali della rivoluzione proletaria che questi organismi hanno durante avvenimenti e convulsioni sociali in cui questi vengono messi dagli avvenimenti stessi in gioco. Se ieri le nostre divergenze con il P.O.U.M., gli anarchici ed i sindacalisti, dovevano limitarsi al campo della dottrina, dando adito a delle polemiche che molti proletari potevano giudicare come oziose, oggi, quando questi organismi compongono con la borghesia, quando partecipano ad un governo di coalizione, la nostra separazione deve essere brutale ed inequivocabile. È allora che ogni affinità di classe scompare perché queste forze hanno rotto col proletariato trasformandosi in organi di collaborazione fra le classi.

Non è concepibile un “armistizio” della lotta su uno dei fronti della borghesia. È vero che esistono differenti fasi della lotta, ma esse si sviluppano alla sola condizione di conservare nell’azione una continuità di classe inequivocabile. I bolscevichi, nel 1917, un mese avanti la rivoluzione, potevano vincere Kornilov appunto perché sviluppavano in una maniera marcante la loro lotta contro Kerenski. E questa vittoria si spiega non sulla falsa riga che potrebbe far credere ad alcuni compagni ad un “armistizio” tacito fra bolscevichi e governo provvisorio, ma bensì sulla linea opposta dello spostarsi delle masse ad una velocità fantastica sul piano della rivoluzione proletaria che si esprimeva nell’azione dei bolscevichi. E questo spostamento era determinato fondamentalmente dal fatto della lotta senza quartiere contro il governo provvisorio che aveva partorito Kornilov e che rappresentava il pericolo minacciante di tutti i giorni per la vittoria rivoluzionaria del proletariato.

Il concetto della indipendenza non ha valore declamatorio per il partito della rivoluzione, ma questo rappresenta la pietra angolare di tutta la sua azione di classe. Questa indipendenza cessa di esistere quando si ammette di poter far parte, in omaggio anche ai più alti ideali od intenzioni, ad un’organizzazione di un partito il quale prima si differenziava su questioni fondamentali di programma dalla nostra frazione ed appunto per questo oggi partecipa al governo di coalizione della Catalonia. Indipendenza forse, questa, di intenzioni ma non di azione. E dato che in politica le intenzioni, anche le più sublimi, possono coprire le azioni più pericolose e più perniciose per le masse lavoratrici, un comunista — se vuole restare tale — deve attenersi a giudicare esclusivamente i partiti ed i suoi aderenti sul campo materiale e controllabile dell’azione.

Ma allora, si dirà, voi scartate che i proletari spagnoli si battano con la convinzione di immolarsi alla loro causa, alla causa di tutti gli sfruttati? È certo che il proletariato spagnolo ha la piena convinzione di lottare per i suoi interessi di classe; ed in effetti, tutte le manifestazioni, come quelle dell’espropriazione parziale delle terre, delle officine, o della giustizia fredda, senza contorni giuridici dei suoi nemici più odiati, clero e polizia, portano il suo sigillo e rappresentano la forza dinamica che solo questa classe rappresenta; ma se queste azioni rappresentano tante manifestazioni spontanee, esse disgraziatamente non arrivano a capovolgere l’edificio, tutto l’edificio, del regime di oppressione. Per questo il problema centrale resta ancor più impellentemente quello di orientare queste energie verso i suoi obbiettivi storici, smascherando tutte quelle forze che nel corso della lotta, rappresentano un freno all’azione di classe trasformandosi in tante forze conservatrici.

Prima Franco e poi Companys, prima Saragozza e poi Barcellona è il leit-motiv di tutti i nuovi ministeriabili. Questo fa ricordare un tempo recente, quando il proletariato cinese, in piena effervescenza, tentava di trasportare sul piano dell’azione le proprie rivendicazioni di classe. Anche allora lo stesso ritornello: prima schiacciamo i nordisti e poi faremo i Soviet. Prima schiacciamo Cian-So-Lin e poi abbatteremo Cian-Kai-Chek. I risultati li conosciamo. Solo un eroico gruppo di proletari di Sciangai dovevano nel sangue immolare le loro energie alla causa del proletariato. E l’azione di poi non fu più quella del proletariato ma quella del suo boia che dopo aver asservito con l’aiuto diretto del centrismo contro-rivoluzionario le masse sfruttate ad una causa diametralmente opposta, le faceva decimare dai suoi plotoni di esecuzione. Oggi nella Spagna la borghesia ha compreso che per evitare o per rinviare all’ultimo istante una reazione spontanea delle masse lavoratrici contro il suo edificio barcollante doveva servirsi nelle zone controllate dai “governamentali” degli stessi responsabili delle organizzazioni operaie.

Si comprende che questa operazione doveva comportare nella forma le più larghe concessioni, dando luogo, come dice giustamente Michel, ad un “riformismo epilettico” pur di conservare anche sotto questa forma il potere politico. Per essa si trattava di rifrenare una spinta ulteriore delle masse che avrebbero potuto compromettere non solo il controllo del regime nella Catalonia, ma che avrebbero con questo potuto determinare una ascesa vertiginosa della lotta di classe anche nelle zone martoriate dal militarismo di Mola e di Franco. La collusione fra Franco e Campanys, fra Campanys ed i nuovi ministeriabili, si realizza dunque non in omaggio ad una capacità demoniaca e sopranaturale stabilita in anticipo dalla borghesia, ma bensì sul piano reale e concreto della lotta di classi che trova negli avvenimenti spagnoli i suoi attori, determinando per ciascuno il ruolo specifico, scaraventandoli sulla ribalta pubblica, in cui la prerogativa del buffone, o del brillante o del comico, viene appunto recitata dagli anarchici i quali, da nemici di ogni autorità, di ogni organizzazione, di ogni governo anche proletario, partecipano in veste di ministri al fianco di autentici ministri borghesi al governo della Generalidad.

E se individualmente si esaminano le forze politiche che agiscono attualmente nella Spagna, con la più completa serenità, senza nessun apriorismo, non si può che concludere che il proletariato spagnolo sarà massacrato, non perché a lui manchi un eroismo ed una combattività come d’altronde tutto il proletariato mondiale è solo capace, non perché gli manchino dei mezzi o dei quadri tecnici militari, ma esclusivamente perché si trova politicamente disarmato ed internazionalmente isolato.

Non è possibile con queste forze asservite ormai al carro della borghesia stabilire una tregua, fosse essa di 24 ore. E pure la formula di prima Franco e poi Campanys racchiude appunto questa tregua. Essa compromette e non permette una fase più evoluta della lotta. Essa disarma e non arma le masse proletarie. Essa le disarma anche se questo dovesse comportare — agli effetti — un maggior numero di fucili o di mitragliatrici.

Essa rappresenta lo stesso inganno della formula ufficiale del Fronte Popolare che invita le masse operaie a fare pressione sui rispettivi governi borghesi per inviare delle armi e degli aeroplani al proletariato spagnolo. Si possono avere delle divergenze sulle origini degli avvenimenti e sul peso che nei primi giorni aveva rappresentato la massa operaia. Si possono avere anche delle divergenze sul grado di spontaneità raggiunto dalle masse il 18 e 19 luglio e sul grado di resistenza eroica di nuclei proletari di domani ed anche sulla eventualità di una Comune come tentativo disperato ed estremo delle masse che si accorgono di essere state ingannate, ma esse non oltrepassano i limiti e le frontiere delle posizioni fondamentali della frazione. Le divergenze però diventano incompatibili quando nell’azione si sacrifica la indipendenza politica e ci si arruola nelle milizie di un Partito prima che non era fondato sui principi comunisti e poi si resta ad esserlo anche quando questo partecipa al governo con la borghesia.

Si possono avere delle divergenze sulla parola d’ordine della diserzione dei fronti, ma non si possono avere quando questo dovesse tradursi come risultato inevitabile dello sviluppo della lotta di classe. La disciplina ed il comando unico che si sta realizzando rappresenta la fusoliera che si vuole imporre alle masse ed alle milizie nel nome della vittoria contro Franco, ma in effetti per conservare e rifrenare lo sviluppo dell’azione rivoluzionaria del proletariato. Nessuna esitazione è possibile in tale circostanza per un comunista. Esso deve opporsi con tutti i mezzi perché anche il subirlo significherebbe partecipare al disarmo politico delle masse. Ed a tali parole d’ordine non è possibile affermarsi che su quelle di tutto il potere politico al proletariato perché lui solo può determinare una disciplina volontaria e realizzare il comando unico.

Si possono avere delle divergenze sul fatto di giudicare l’armamento proletario in sé, spontaneo, come elemento negativo o positivo per l’apertura di una crisi rivoluzionaria; ma anche qui la divergenza si limita al campo della prospettiva e solo gli avvenimenti possono darne poi la risposta definitiva. Per concludere, si può anche ritenere, come io ancora sono convinto, che gli avvenimenti presenti possono fecondare ed orientare delle forze ristrette, è vero, verso la fondazione dei quadri di un partito comunista, anche se questo dovesse avvenire dopo una disfatta ed all’estero; ma tutte queste divergenze scompaiono di fronte ad una impostazione che comporta l’abbandono delle posizioni fondamentali della frazione, quando si fa della indipendenza politica un semplice paravento od una semplice affermazione declamatoria.

Il dilemma per il proletariato spagnolo si racchiude in due frasi, per vincere Franco occorre vincere il capitalismo, e la vittoria di questo si realizza dove questi è il più debole. Mentre il concetto inverso, della vittoria prima su Franco e poi su Campanys, porta non alla rivoluzione ma alla fossa comune, al massacro dei proletari, come a Bandajoz, come a Irun, Come a San Sebastiano, come a Toledo.

PIERI

La parola alla minoranza

Comunicato della Commissione Esecutiva

La crisi sorta nella frazione, in conseguenza degli avvenimenti di Spagna, ha segnato un primo punto della sua evoluzione. Le divergenze fondamentali che abbiamo enunciato nel nostro precedente comunicato, si sono nuovamente manifestate nel corso delle discussioni avvenute nel seno dell’organizzazione.

Queste discussioni non si sono ancora incamminate verso la chiarificazione dei problemi fondamentali controversi e ciò sovratutto perché la minoranza non si è trovata ancora nella possibilità di procedere ad una analisi degli ultimi avvenimenti di Spagna, che potesse servire di conferma alle posizioni centrali che essa difende.

La C.E., basandosi sulle posizioni programmatiche che essa difende nei riguardi della costituzione del partito, di fronte a divergenze d’ordine capitale che non solo rendono possibile una disciplina comune, ma fanno sì che questa disciplina divenga un ostacolo rendendo impossibile l’espressione e lo sviluppo delle due posizioni politiche, ha considerato fosse necessario di giungere, sul terreno dell’organizzazione, ad una separazione così netta come quella esistente nel dominio politico nel quale le due concezioni sono in realtà un’eco della opposizione che esiste fra il capitalismo ed il proletariato.

La C.E. ha preso atto che nella medesima direzione che si è orientata la minoranza che ha costituito il “Comitato di Coordinazione”. Questo Comitato ha preso una serie di decisioni che la C.E. si è limitata a registrarle senza opporle critica alcuna ed ha preso le misure necessarie per facilitare la più completa attività della minoranza. Tuttavia la C.E. ha creduto bene di rifiutare la domanda di riconoscimento della Federazione di Barcellona, perché questa è stata fondata sulla base dell’arruolamento di milizie che sono diventate progressivamente degli organismi alle dipendenze dello Stato capitalista. Le divergenze con certi membri della Frazione su questa questione delle milizie può essere ancora sottomessa all’apprezzamento del prossimo congresso della nostra Frazione, perché questo contrasto è sorto sul fondo di una solidarietà che si afferma sui documenti fondamentali dell’organizzazione. È ben diverso per quanto concerne quelli che vorrebbero aderire all’organizzazione sulla base politica dell’arruolamento nelle milizie, problema la cui compatibilità coi documenti programmatici della Frazione non potrà essere risolto che dal Congresso. Per queste ragioni la C.E. ha deciso di non riconoscere la Federazione di Barcellona e di far entrare in conto i voti dei compagni che vi appartengono nel seno dei gruppi cui facevano parte prima della loro partenza.

La C.E. riafferma che l’unità della Frazione, che è stata infranta dagli avvenimenti di Spagna, non potrà ristabilirsi che sulla base della esclusione delle idee politiche che lungi dal poter apportare un solidale aiuto al proletariato spagnolo, hanno accreditato fra le masse forze che le sono profondamente ostili e di cui il capitalismo si serve per lo sterminio della classe operaia in Ispagna ed in tutti i paesi.

La solidarietà commossa della Frazione verso le migliaia di operai che attirati nel tranello dei fronti militari e capitalisti, sono preda del sanguinoso attacco fascista, non può esprimersi che attraverso la lotta contro il capitalismo di ciascun paese in cui si trovano i militanti della nostra Frazione.

In Ispana il dovere essenziale consiste nell’opporsi al duplice attacco dei fascisti e del Fronte Popolare, l’unica base possibile proletaria: la lotta contro il capitalismo per degli obbiettivi e traverso l’istrumento di classe.


Comunicato del comitato di coordinazione

La minoranza della Frazione italiana della sinistra comunista, esaminati gli avvenimenti spagnoli, preso atto delle informazioni ricevute a voce da un delegato recatosi sul posto,

NEGA ogni sua solidarietà e responsabilità sulle posizioni prese dalla maggioranza della frazione attraverso la stampa (“Prometeo”. “Bilan” e manifesti, ecc);

APPROVA l’atteggiamento preso dal gruppo di compagni che contro il veto opposto dalla C.E., si sono recati in Ispagna per difendere, con le armi alla mano, la rivoluzione spagnola anche sul fronte militare;

CONSIDERA che sono già poste le condizioni per la scissione, ma che l’assenza dei compagni combattenti toglierebbe oggi alla discussione un elemento indispensabile politico e morale di chiarificazione;

ACCETTANO il criterio di rinviare ad un prossimo congresso la soluzione definitiva da dare alle divergenze; RIMANE quindi organizzativamente — se non può ideologicamente — nelle fila della Frazione, a condizione che sia data libera espressione al pensiero della minoranza sia sulla stampa che nelle riunioni pubbliche.

DECIDE

DI INVIARE subito in Ispagna un suo delegato e successivamente, se sarà necessario, un gruppo di compagni per svolgere un lavoro politico conseguente in seno e d’accordo con lo spirito dell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato spagnolo, ovunque esso si trovi, per accelerare il corso dell’evoluzione politica del proletariato in lotta fino alla completa emancipazione di ogni influenza capitalista e da ogni occasione di collaborazione di classe, associando, quando sarà possibile a questo lavoro politico anche i compagni che oggi si trovano al fronte;

DI NOMINARE un Comitato di Coordinazione che regolerà i rapporti fra i compagni della Federazione di Barcellona (di cui si chiede il riconoscimento immediato) ed i compagni degli altri paesi per definire nei confronti della C.E. i rapporti che la minoranza avrà con essa;

AUTORIZZA i compagni della minoranza a combattere le posizioni della maggioranza e a non diffondere la stampa ed ogni altro documento basato sulle posizioni ufficiali della Frazione;

ESIGE che il presente ordine del giorno sia pubblicato nel prossimo numero di “Prometeo” e “Bilan”;

CONCLUDE inviando un saluto fraterno e l’augurio solidale al proletariato spagnolo che, nelle milizie operaie, difende la rivoluzione mondiale.

28-9-36


La rivoluzione spagnola

Questo articolo di un compagno della minoranza della Frazione è stato scritto l’8 agosto, in un momento dunque in cui l’estrema penuria di notizie non permetteva ancora una analisi degli avvenimenti in corso. Non è stato possibile all’autore di rivedere il suo testo per apportarvi le rettifiche necessarie a certi fatti ivi esposti. Il lettore lo vorrà tener presente.

La caduta della monarchia, sia pure avvenuta in modo pacifico e cavalleresco in un ambiente di tripudio anziché di lotta, apre la crisi rivoluzionaria in Ispagna. La dittatura di Primo de Rivera anzi ne è un sintomo. La struttura politica ed economica della Spagna è tutta costruita sulla impalcatura politica ed economica feudale di uno Stato che per quattro secoli ha gavazzato, in un parassitismo gaudente, sullo sfruttamento di uno sterminato impero coloniale, fonte di inesauribili ricchezze. Alla fine del 19° secolo, con la perdita degli ultimi possessi coloniali, il ruolo della Spagna è ridotto a quello di un paese di terz’ordine, vivacchiante con l’esportazione della sua produzione agricola. La crisi mondiale succeduta alla guerra, restringe considerevolmente i mercati di sbocco, assottiglia le riserve dell’accumulazione economica del paese. Lo stimolo delle forze produttive tendenti a creare un moderno apparato industriale ed a suscitare un mercato interno alla produzione industriale, attraverso la trasformazione dei sistemi produttivi nelle campagne, urta contro il conservatorismo delle vecchie caste feudali privilegiate.

Cinque anni di governo di sinistra e di destra non risolvono neppure il problema politico nella forma costituzionale: la stessa repubblica è minacciata da un deciso ed agguerrito partito monarchico.

Nessuna soluzione è invece apportata al problema economico che non può trovare una soluzione definitiva se non attraverso una rottura violenta dei rapporti nelle campagne. La questione agraria è di importanza primordiale, ma essa non può essere risolta nei quadri delle istituzioni borghesi, bensì per la via rivoluzionaria, con l’espropriazione senza indennizzo dei latifondi e delle tenute signorili. Su mezzo milione di chilometri quadrati che rappresenta la superficie della Spagna, due terzi delle terre appartengono a 20.000 proprietari. Le briciole sono lasciate a 20 milioni di esseri umani, che consumano la loro miseria nell’abbruttimento e nell’ignoranza secolare.

Il tentativo di riforma agraria di Azana non può dare che risultati negativi. La confisca con l’indennità ai proprietari opera un parcellamento oneroso per il contadino che deve iniziare i lavori di coltura di terre spesso aride e trascurate, con un debito iniziale e senza capitali di circolazione. Ove è avvenuta la ripartizione delle terre espropriate si è prodotta una irritazione dei contadini che non hanno potuto ritrarre alcun vantaggio dal possesso delle terre loro attribuite. Questa situazione di malcontento può spiegare come i ribelli abbiano trovato, in alcune province agrarie, un appoggio da parte della popolazione locale.

La minaccia di un attacco reazionario a fondo, dopo due anni di governo della destra, provocano la formazione di una coalizione dei partiti repubblicani ed operai e determina la vittoria elettorale del 16 febbraio. La pressione delle masse che aprono le carceri ai 30.000 imprigionati politici anche prima che sia promulgato il decreto di amnistia, sposta il rapporto di forze, ma l’aspettativa delle masse in gran parte è delusa. Nei cinque mesi di azione del governo di Fronte Popolare nessun cambiamento radicale della situazione si verifica. La situazione economica non perde il suo carattere di gravità. Nulla è fatto per tentare una soluzione definitiva, dato il carattere borghese del nuovo governo che si limita alla difensiva verso il partito monarchico, dislocando nel Marocco un gran numero di ufficiali infidi al regime repubblicano. Questo spiega perché il Marocco sia stato il covo della ribellione militare, ed in pochi giorni poté contare su un esercito di 40.000 uomini in pieno assetto, isolato da ogni minaccia repressiva. La Legione Straniera, la Bandiera, che ha formato la base di questo esercito, è solo in minima parte composta di elementi stranieri (10-15 p.c.), mentre nella sua maggioranza raccoglie spagnoli assoldati: disoccupati, declasses, criminali, cioè dei veri mercenari che è facile con il miraggio di un soldo più grasso.

L’uccisione del tenente Castello, socialista, seguita l’indomani, per rappresaglia, dall’uccisione di Carlo Stelo, capo monarchico (9 e 10 luglio), decide la destra ad agire. Il 17 luglio ha inizio l’insurrezione. Essa non ha il carattere di un pronunciamento militare tipico che conta sulla sorpresa, la rapidità, ed ha sempre scopi ed obbiettivi limitati: in genere il cambiamento del personale di governo.

La durata e l’intensità della lotta stanno a provare che siamo di fronte ad un vasto movimento sociale che squassa dalle radici la società spagnola. E la riprova si può avere considerando che il governo democratico, rinnovato in due volte in poche ore, invece di ripiegare ed affrettarsi a patteggiare un compromesso con i capi militari insorti, preferisce allearsi alle organizzazioni operaie e consegnare le armi al proletariato.

Questo avvenimento ha un’importanza enorme.

La lotta, pur restando formalmente inserita nel quadro di una competizione fra gruppi borghesi, pur traendo pretesto dalla difesa della repubblica democratica contro la minaccia della dittatura fascista, assurge ora ad un significato più ampio, ad un più profondo valore di classe; essa diventa il lievito, il fermento, il propulsore di una vera guerra sociale.

L’autorità del governo è in frantumi; in pochi giorni, il controllo delle operazioni militari passa nelle mani della milizia operaia; i servizi logistici, la direzione in genere degli affari inerenti alla condotta della guerra, la circolazione, la produzione, la distribuzione, tutto è demandato alle organizzazioni operaie.

Il governo di fatto è loro; l’altro, il governo legale, è un guscio vuoto, un simulacro, un prigioniero inetto della situazione.

Incendi di tutte le chiese, confische di beni, occupazioni di case e proprietà, requisizioni di giornali, condanne ed esecuzioni sommarie, anche di stranieri, sono le espressioni clamorose, ardenti, plebee di questo profondo rivolgimento dei rapporti di classe che il governo borghese non può più impedire. Intanto il governo interviene non tanto per annullare, ma per legalizzare l’“arbitrio”. Si allunga la mano sulle banche e sulla proprietà delle officine ed aziende abbandonate dai padroni; si nazionalizzano le fabbriche che producono per la guerra. Provvedimenti sociali sono attuati: settimana di 40 ore, 15 p.c. di aumento dei salari, riduzione del 50 per cento degli affitti.

Il 6 agosto, un rimaneggiamento ministeriale ha luogo in Catalonia, sotto la pressione della C.N.T.. Companys, presidente della Generalità, è obbligato, pare dalle organizzazioni operaie, a restare al suo posto per evitare complicazioni internazionali, che del resto non mancheranno di prodursi nel corso degli avvenimenti.

Il governo borghese è ancora in piedi. Senza dubbio, a pericolo sventato, tenderà di riprendere disperatamente l’autorità svanita. Una nuova fase della lotta comincerà per la classe operaia.

* * *

E’ innegabile che la lotta è stata scatenata dalla competizione fra due frazioni borghesi. La classe operaia si è schierata a favore di una di esse dominata dalla ideologia del Fronte Popolare. Il governo democratico arma il proletariato, come estremo mezzo della sua difesa. Ma lo stato di dissoluzione della economia borghese esclude ogni possibilità di riassetto, sia con la vittoria del fascismo, sia con la vittoria della democrazia. Solo un successivo intervento autonomo del proletariato potrà risolvere la crisi di regime della società spagnola. Ma anche l’esito di questo intervento è condizionato alla situazione internazionale. La rivoluzione spagnola è collegata strettamente al problema della rivoluzione mondiale. La vittoria di un gruppo o dell’altro non può risolvere il problema generale che consiste nella modificazione dei rapporti fondamentali delle classi su scala internazionale e del disintossicamento delle masse ipnotizzate dal serpente del Fronte Popolare.

Tuttavia la vittoria di un gruppo piuttosto di un altro trae ripercussioni politiche e psicologiche di cui occorre tenere conto nel fare l’analisi della situazione.. La vittoria dei militari non avrebbe il solo significato di vittoria sul metodo democratico della borghesia, ma significherebbe altresì la vittoria clamorosa e senza mercé sulla classe operaia che si è impegnata a fondo e come tale nella mischia. La classe operaia sarebbe inchiodata alla croce della sua disfatta, in modo irremissibile e totale, come è avvenuto in Italia ed in Germania. Inoltre, tutta la situazione internazionale sarebbe plasmata e permeata dalla vittoria del fascismo spagnolo. Una più violenta raffica di repressione si abbatterebbe sulla classe lavoratrice in tutto il mondo.

Non discutiamo neppure la concezione che dopo la vittoria dei reazionari, il proletariato ritroverebbe con più speditezza la sua coscienza di classe.

La vittoria governativa creerebbe spostamenti di grande importanza nella situazione internazionale, ridando coscienza e baldanza al proletariato nei vari paesi. Senza dubbio questi vantaggi sarebbero in parte neutralizzati dalla influenza deleteria della propaganda a fondo nazionale, antifascista e preparatrice della guerra dei partiti del Fronte Popolare ed in prima linea del Partito Comunista.

È dubbio che il rovesciamento dei militari porti come conseguenza ineluttabile un rafforzamento del governo democratico. È sicuro invece che le masse ancora armate, nell’orgoglio della vittoria dolorosa e contestata, e forti di una esperienza acquisita durante l’ampiezza della battaglia, chiederanno di fare i conti con questo governo. Le cartucce ideologiche, date dal Fronte Popolare per confondere le masse, potrebbero scoppiare nelle mani della borghesia stessa.

Solo un’estrema sfiducia nell’intelligenza di classe delle masse può portare ad ammettere che la smobilitazione di milioni di operai che hanno sostenuto un duro e lungo combattimento possa avvenire senza urti e senza procelle.

Ma anche nell’ipotesi che alla vittoria del governo succeda, senza frizioni, il disarmo materiale e spirituale del proletariato, non si può escludere che tutti i rapporti di classe sarebbero spostati. Energie nuove e possenti saranno emerse da questa vasta conflagrazione sociale e l’evoluzione verso la formazione del partito di classe sarebbe accelerata.

La lotta di classe non è una cera molle che si modella secondo i nostri schemi e le nostre preferenze: essa si determina in modo dialettico. In politica, la previsione rappresenta sempre un’approssimazione alla realtà. Chiudere gli occhi davanti alla realtà solo perché essa non corrisponde allo schema mentale che noi ci siamo formati, significa straniarsi dal movimento ed essere espulsi in modo definitivo dalla dinamica della lotta.

La corruzione ideologica del Fronte Popolare e la mancanza del partito di classe sono due elementi negativi e di schiacciante importanza. Ma è proprio per questo che oggi il nostro sforzo deve portarsi al fianco degli operai spagnoli.

Dire ad essi: questo pericolo vi minaccia e non intervenire noi stessi per combattere questo pericolo, è segno di insensibilità e di dilettantismo.

Il nostro astensionismo nella questione spagnola significa la liquidazione della nostra frazione, una specie di suicidio per indigestione di formula dottrinarie.

Invaghiti di noi stessi come Narciso anneghiamo nell’acqua delle astrazioni in cui ci specchiamo, mentre Eco muore di languore e d’amore per noi.

TITO

Risposta del compagno Tre alla risoluzione adottata dalla C.E. del 27.8.1936 sulla situazione in Ispana

Nulla da ridire sulla situazione internazionale.

1. — Ribatto sul tema del cosiddetto temporeggiare oggi con l’antifascismo per battere il fascismo, per poi passare alla seconda fase della lotta. Come già vi dissi nell’altra mia non si tratta di fare blocco e nemmeno di mischiarsi con l’antifascismo; i compagni che sono al fronte non si sono mischiati con nessuno e la lettera del comp. Biondo ne fa fede. Si tratta, lo ripeto, di vincere la reazione militar-fascista, perché la sua vittoria significa la morte completa per vario tempo di ogni movimento proletario in Ispagna e di contraccolpo anche di quello mondiale. Mi domando: dato che non esiste né partito e nemmeno frazione, dove andrebbe a ricostruire o tentare di formare un movimento dopo la vittoria militare? È fortuna che nessuno vi segue sulla vostra strada settaria.

2. — Date al capitalismo spagnolo una forza ultra-demoniaca, una intelligenza superiore. Infatti ha scatenato l’attacco dalle due parti ed i proletari, poveri fessi, cadono a mucchi per Azana o per Franco. Come se siete voialtri da Bruxelles che avete risposto, immediatamente all’attacco sia a Barcellona che a Madrid. Eppure nessuna organizzazione aveva davanzo chiamato quei proletari a raccolta. È logico che la borghesia abbia due sistemi di dominio: il fascista ed il democratico. Ma che nel medesimo tempo li faccia funzionare tutti e due onde massacrare il proletariato, scusatemi, mi fate ridere; uno dei due era di troppo in Spagna, come era di troppo in Italia ed in Germania. E questo di troppo era il regime democratico. Più in là nelle concessioni, la borghesia spagnola non poteva andare; ecco perché ha scatenato la rivolta fascista, tenetene ben conto e non datene con la vostra super teoria troppo merito a chi non ne ha.

3. — Voi scrivete che „la proclamazione dell’indipendenza del proletariato nel seno del Fronte Popolare è lo stesso che castrare il proletariato e dirgli che può procreare in seguito”. Bartosek ha dimostrato con gli sterilizzati di Bordeaux ed anche di Lione che essi con una semplicissima ed innocua operazione potevano riprocreare quando volevano. Vedete dunque che a tutte le regole vi è un’eccezione ed anche alle vostre tirate scientifiche si può rispondere. Cercando di vincere il militarismo secondo il modo attuale il proletariato spagnolo si sterilizza data la mancanza del partito di classe. La vittoria ottenuta con le esperienze del passato e della lotta presente, con l’aiuto dell’avanguardia del proletariato mondiale formerà il suo partito di classe (operazione permettente di riprocreare) e marcerà verso la vittoria definitiva. Con il vostro sistema voi lo castrate sul serio, o meglio lo rinviate in pieno nei cimiteri e nei campi di concentramento.

4. — Voi affermate che l’”armamento delle masse rappresenta una condizione negativa”. Le masse non hanno per nulla sospeso le lotte sociali dove vi sono gruppi audaci di avanguardia essi espropriano, dirigono le officine, ecc.; dove arrivano le colonne, specie italiane, ogni vestigia del vecchio governo è sconvolta. Non è certo standosene comodamente a Barcellona, o nei centri dove i proletari non vi sono poiché sul fronte, che si può influire sulla situazione. Non è condizione negativa l’armamento poiché da informazioni dirette, sicure (ma voialtri tanto non ne tenete conto) il proletariato non si batte per nulla per la repubblica, questa se si lascia in piedi è un paravento per il momento; i proletari spagnoli non sono al servizio del loro governo capitalista ed ancora meno dell’imperialismo europeo. Tutti gli Stati dalla Russia all’Italia temono una vittoria del proletariato spagnolo. Solo voialtri ed i cekisti di Marsiglia volete ad ogni costo che gli operai di Spagna difendano le comunicazioni dello Stretto di Gibilterra.

5. — Io, come pure i compagni della Federazione di Barcellona, non abbiamo mai detto di entrare nel Fronte Popolare o nemmeno di difendere le sue idee. Se io credo per il momento che l’applicazione della tattica applicata contro Kornilov sia ancora buona (checché ne dica Michel) è perché, tenuto conto del fatto che in Spagna non esiste un partito e nemmeno la Frazione, si tratta di costruire questi organismi se si vuole la vittoria rivoluzionari. Ora la vittoria militare, distruggendo fino alle radici ogni movimento classista, esclude per dei lustri ogni ripresa operaia. Avete un buon dire, non siete ancora riusciti a provare che un regime democratico possa distruggere in pieno il movimento classista. Nemmeno Noske (direte erano altre situazioni) riuscì a domare il proletariato tedesco. Nel 1934, dopo la vittoria sui minatori delle Asturie, Gil Roblès non distrusse la compagine proletaria. Non è così nei paesi dittatoriali. Tiratemi fuori un movimento in Italia, Germania e Portogallo.

7. — Altra cosa è collaborazione come ministri in un governo borghese, altra cosa è lo stato attuale di cose in Catalonia. Topo dice chiaramente che non esiste nemmeno più la dualità di potere.. Essa è infranta. Dunque non cercate delle storie: ci è laggiù qualche cosa di cambiato. Riconoscetelo apertamente. È da rivoluzionari. Ma siccome sono gli anarchici che predominano, il vostro settarismo vi porta a mentire sapendo di mentire. Si può temere il peggio dagli anarchici, dato il loro “contro ogni potere”, ma il compagno Biondo che è sul posto e non a Bruxelles o Lione dice: “ma stanno riconoscendo da parte loro (gli anarchici) il principio organizzativo disciplinare :::”. Dunque?

8. — Il proletariato spagnolo difende la sua libertà e non quella dei borghesi; si batte sopra il fronte di classe; per l’imperialismo si batteranno sicuramente i proletari di altri paesi, quelli di Spagna no. Non sente interessi imperialisti benché sia mancato finora un partito classista. Ha saputo attraverso lotte eroiche sanguinose tenere alta la bandiera della rivoluzione; non si può dire certamente lo stesso di quello tedesco, disciplinato ed organizzato in pieno, ma massa di pecore, pronta al segnale dei capi che 99 volte su cento tradiscono. Di questo il proletariato spagnolo ha saputo finora farne a meno, e non sarete certamente voialtri con i vostri teoremi della torre d’avorio che potete influire. Ci vuole altro …

9. — Il capitalismo spagnolo non ha scelto un bel nulla, ha vinto di sorpresa nei centri agricoli, credeva facile anche nelle città come è provato nei documenti, non aveva tenuto nessun conto della resistenza proletaria, come pure fate voialtri. Invece la risposta è stata violenta; ciò non toglie che le vostre super-teorie vedono ad ogni costo una forza di organizzazione, direzione del capitalismo spagnolo ed internazionale che per fortuna non hanno.

Quelli che si battono contro Franco non sono eserciti di Unione Nazionale, specie in Catalonia; sono uomini liberi da ogni pregiudizio militare ed il loro fine è molto differente [da quello] che voi volete darci. Disgraziatamente vi sono in questo momento due fasi di lotta. Liberi voi di vederne una sola. Mancano tutti i fattori. Liberi voi di volere il trionfo della reazione onde volere riformare dopo il movimento. Ma nei cimiteri. Questo lo volevano anche i centristi in Germania. Liberi voi di seguirli, io no.

La Frazione e la situazione in Ispagna

10. — Il capitalismo non ha incorporato un bel nulla. Le lotte attuali, le espropriazioni, ecc. lo provano. I fatti diranno chi avrà ragione.

11. — Non esiste nessun organismo dal quale possano germinare le tendenze rivoluzionarie, dite voi, ma è solamente dagli operai che seguono questi organismo che nascerà questo embrione di organizzazione: altrimenti dove andrete a trovarli? Nelle falangi fasciste? Ma per toccare questi operai bisogna seguirli nelle colonne, s’intende che qualche buon elemento resti nelle città, ma come dice Topo, gli anarchici sono spicciativi. Perciò la propaganda se si vuole sul serio va fatta nei luoghi adatti senza venir meno alle proprie concezioni proletarie. Questo i compagni della Frazione di Barcellona non hanno mancato di farlo.

12. — Voi dite: „La Frazione afferma di non potere importare il Partito”. D’accordo per gli elementi che rompono con le altre organizzazioni. A proposito di fortezza, nessuno è nella fortezza del nemico. I compagni della colonna sono liberi, non sono sotto il comando che di compagni della frazione. Le milizie catalane sono volontarie e libere. Non sono milizie capitaliste, come volete far credere. Oltre le lettere dei compagni ho altri documenti diretti e non è certo la vostra teoria che può convincermi. Ci vogliono fatti e non discorsi.

13. — Voi affermate che a Barcellona dove la conflagrazione sociale è scoppiata, occorre dirigersi verso l’impostazione dei problemi del potere. Vi aspettano voialtri per passare alla formazione di nuove forme di governo. Ecco il paradosso in cui cadete. Non esiste nessun organismo nostro, i due terzi anche più del proletariato catalano seguono volontariamente la C.N.T. e la F.A.I., organismi contro ogni forma di governo e voi, su due piedi lanciate la parola d’ordine così al vento. Credo che i compagni della colonna hanno capito in modo migliore. Col loro esempio possono anche parlare, discutere e fare proseliti, ed è solo così che si riuscirà a sfondare. L’esempio russo haservito a tutti, molto meglio anche agli anarchici.

14 e 15. — Credo anch’io che le situazioni attuali pongano il problema della scissione. Alla vostra scomunica dei compagni di Barcellona rispondo dando la mia piena solidarietà a quei compagni che regolarmente hanno lavorato e lavorano per la Frazione e la rivoluzione. Lascio ai cekisti del gruppo di Marsiglia ed a chi li segue di domandare l’espulsione del comp. Candiani e di inviare nel posto uomini „seri”. Non si fanno scomuniche, non si domandano espulsioni prima di conoscere i fatti. Non si stampano manifesti senza tener conto di una metà della Federazione. A simile gesti l’unica risposta è la divisione. Ed io l’applico, passando ad una lotta decisa contro le posizioni contenute nella risoluzione della C.E.

TRE


Sulla situazione spagnola

La drammatica situazione spagnola ha fatto sorgere nella nostra frazione una divergenza profonda, sì che, malgrado la professione di fede da ambo le parti dei nostri testi fondamentali e dei principi teorici, essa è divisa in due capi sull’apprezzamento della situazione spagnola e sulla messa in pratica di questi principi teorici e tattici, dando loro interpretazioni diverse. A mio avviso tutto ciò era inevitabile perché già da molto tempo, vale a dire dagli avvenimenti passati, dal conflitto italo-etiopico in poi, la nostra frazione ha brillato per la sua assenza su tutti questi avvenimenti, quello di Spagna compreso. Così che, per una sua mancata presa di posizione, mise dei compagni nella condizione di partire a portare il loro contributo politico, morale e materiale al proletariato spagnolo, in condizioni tutt’affatto slegate dalla C.E. e dalla Frazione. Questa quindi dell’atto di indisciplina di questi compagni (se in tal caso vi è indisciplina) ne porta la maggiore responsabilità. Tutto questo giustappunto per una falsa interpretazione delle nostre tesi fondamentali, che ha dato luogo sempre a prese di posizione troppo in ritardo qualche volta ad avvenimenti passati, lanciando in tal modo , anche se minimo nella situazione attuale, il suo peso nel vuoto, e malgrado le decisioni ben che confuse del Congresso è rimasta sempre una accademia di studi teorici e filosofici, perdendo ogni carattere di organismo rivoluzionario.

Risultato di tutto ciò: dopo un mese di tentennamenti, la C.E. [fa uscire] una risoluzione che sconfessa quei compagni che hanno fatto olocausto della propria vita con la convinzione che ciò era il dovere di rivoluzionari di avanguardia, partendo da altri apprezzamenti che la ritardataria C.E., per apportare il loro concorso politico e materiale al proletariato spagnolo. Ed insieme ad essi vengono sconfessati anche tutti quei compagni che hanno solidarizzato con i partenti e che solidarizzeranno, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, fino a che questi compagni manterranno la loro indipendenza politica, salvando in tal modo con la [loro] presenza effettiva negli avvenimenti di Spagna, l’onore politico e rivoluzionario della frazione italiana della sinistra comunista.

Cosa dice la C.E. benché confusamente nelle sue linee generali? In Spagna vi è una guerra fra le due frazioni della borghesia, la destra e la sinistra, fra Azana e Franco, di conseguenza il proletariato non ha alcun interesse a difendersi in questa contesa e se qualche cosa deve fare, deve volgere le armi e contro Franco e contro Azana, contro la reazione e contro la democrazia. Nello stesso tempo lancia la parola di disertare il fronte della Guadarrama e di Saragozza, per portare la battaglia a Madrid e Barcellona e in tutti i centro importanti industriali, e qualche d’uno dei suoi seguaci va anche più oltre dicendo non un soldo per quei proletari che partono per la Spagna e domandano di questi l’espulsione dalla frazione. Perché in Spagna si combatte una guerra imperialista e correre in aiuto politico e materiale al proletariato spagnolo è del garibaldinismo ed invita i proletari a rifiutare di portare un concorso effettivo all’esperimento spagnolo, aggiungendo che l’intervento deve limitarsi a delle indicazioni teoriche.

Dopo tali dichiarazioni fatti da elementi della Frazione che, a mio giudizio, di rivoluzionario non hanno che la pretenzione e l’ambizione, è bene scindere ogni responsabilità di fronte al proletariato internazionale e la frazione italiana della sinistra comunista che fortunatamente non è composta dei soli elementi che vivono ed amano vivere in santa pace in Francia o nel Belgio, ma che ha le sue radici e la sua vita ben altrove nel crogiolo della lotta quotidiana e solo quando questa maggioranza effettiva avrà la possibilità di pronunciarsi in cognizioni di causa, avrà valore la sconfessione dell’una o dell’altra parte.

Per quanto mi concerne, mi dichiaro solidale con i compagni partiti in Spagna e con le dichiarazioni fattemi da questi ultimi prima di partire: vale a dire che costoro partivano con la convinzione che era necessaria la presenza effettiva politica e materiale della frazione in questi avvenimenti senza alcun compromesso politico, in piena indipendenza e libertà di parola e di azione con ogni aggruppamento e partito politico.

Questa mia solidarietà risulta dai miei apprezzamenti sulla situazione spagnola e dalla interpretazione in buona fede dei nostri testi fondamentali: le tesi di Roma.

Per me gli avvenimenti spagnoli sono la risultante di una economia arretrata con, da una parte una borghesia in pieno sforzo di assestamento del passaggio dalla monarchia semi-feudale alla repubblica, e dall’altra un proletariato ed una massa contadina affamata in agitazione continua per le sue rivendicazioni economiche le quali hanno preso una forma inquietante per suddetta borghesia. Da questo i vari esperimenti governativi repubblicani, dal democratico, al reazionario, al socialdemocratico, al fronte popolare, ma, perché questo ultimo esperimento riuscisse nel suo intento di asservimento del proletariato, mantenendo in parte le promesse fatte a quest’ultimo, domandava un duro sacrificio alla grossa borghesia industriale ed alla semi-feudale proprietà agraria, da qui il dissenso fra borghesia di destra e di sinistra.

La borghesia di destra con il suo alleato il più naturale, il clero, incoraggiata, aiutata e forse anche istigata dalla borghesia la più reazionaria di altri paesi, ha sferrato l’attacco frontale contro il proletariato e le sue istituzioni di classe, con l’apparato il più efficace che la borghesia nella situazione attuale abbia in suo possesso: l’esercito quasi al completo. Nella situazione attuale in cui il proletariato è sconfitto e tradito in tutti i paesi, e per di più mancando del suo partito di classe, non poteva e non ha avuto l’iniziativa dell’attacco, ma ha dovuto correre alla difensiva coi pochi mezzi a sua disposizione: le sue organizzazioni sindacali correndo all’appello di questi unici organismi di classe: la C.N.T. e la F.A.I.. [Questo] organismo politico non comunista fece solo quello che logicamente poteva fare in tale situazione, con uno slancio eroico andava all’assalto là dove il nemico lo attaccava; lo vinceva a Barcellona, a Madrid e in altri centri importanti; prendeva le armi, si armava, e per la mancanza del suo bagaglio politico ed il suo partito di classe correva là dove il nemico sferrava il suo attacco violento senza preoccuparsi del potere politico. La borghesia di sinistra con il suo fronte popolare profittava di questo errore politico del proletariato e, fingendo di essere al suo fianco, ha cercato nella misura del possibile di prendere il controllo con la speranza di mantenerlo con la turlupinatura dell’antifascismo nel quadro degli interessi e la salvaguardia della repubblica borghese. Vi è riuscita in parte, ma l’ultima parola non è ancora detta, ed è il proletariato spagnolo che dovrà dirla. Se questi sono i fatti, si può chiamare questa una guerra borghese? Io non lo credo e non lo penso; essa è una guerra civile, con da una parte la borghesia e dall’altra il proletariato con tutti i suoi difetti, tutte le sue deficienze, e che la borghesia di sinistra, per opera del fronte popolare, cerca di aggrapparsi alla sua veste affinché esso, pur vincendola borghesia di destra, rispetti nel suo insieme le istituzioni borghesi. Può in tali circostanze e situazioni che si trova nella difensiva e quasi disarmato politicamente per la mancanza del suo partito di classe passare all’offensiva sui due fronti: quello della reazione e quello della democrazia? A mio avviso non lo può ed il dovere della frazione è quello di aiutare il proletariato spagnolo a compiere il suo esperimento mostrando a quest’ultimo la vera faccia del fronte popolare. Quando la destra sarà battuta, la sinistra col fronte popolare dovrà gettare la maschera per impedire al proletariato di andare più oltre, e da questo esperimento doloroso ma, a mio avviso, necessario il proletariato spagnolo ed internazionale ne trarrà un utile insegnamento per la costituzione del suo partito di classe e per la ripresa della sua marcia in avanti.

La Frazione o Partito devono essere effettivamente presenti per tutto dove il proletariato è in lotta non solo con delle parole d’ordine, ma pure con l’azione nella misura delle sue possibilità, e su questo le tesi di Roma sono chiare. Infatti, sui rapporti col proletariato le suddette tesi dicono a pag. 15 acc. 20: „Se è scopo essenziale per il partito comunista il guadagnare terreno in mezzo al proletariato accrescendo i suoi effettivi e la sua influenza a scapito dei partiti e correnti politiche proletarie dissidenti, questo scopo deve essere raggiunto partecipando alla realtà della lotta proletaria su un terreno che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito”. Ed al capitolo V°, Elementi della tattica del partito ecc. 24, par. 17: „questo dunque (il partito) deve sforzarsi di prevedere lo sviluppo delle situazioni per applicare in esse quel grado di influenza che gli è possibile; ma l’attendere le situazioni per subire in modo eclettico e discontinuo le indicazioni e le suggestioni è metodo caratteristico dell’opportunismo social-democratico”. È chiaro, non è vero? Ed è proprio ciò che si può rimproverare alla nostra frazione ed alla C.E. in particolare. A pag. 22 acc. 31, sempre sulla tattica e sulla divisione della borghesia in due blocchi di destra e di sinistra le tesi dicono: „lo svolgimento di questa contesa non è indifferente al partito comunista, sia perché esso verte su punti e rivendicazioni che interessano le masse proletaria e ne richiamano l’attenzione, sia perché la sua soluzione con una vittoria della sinistra può realmente spianare la via alla rivoluzione proletaria”.

Quanto sopra è detto in rapporto alla possibilità di organizzazione ed il suo sviluppo, e dell’accompimento dell’esperienza che il proletariato per liberarsi definitivamente della democrazia borghese deve fare per poter passare all’ultima fase della sua lotta per la presa del potere; infatti all’accapo 32 è detto: „Il contenuto dei dissensi fra la destra e la sinistra borghese, per la massima parte viene a commuovere il proletariato solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica, ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica e nel vivo della lotta”.

Tutto ciò significa che la frazione o partito devono inserirsi nella lotta che il proletariato mena per poterlo strappare alla influenza della democrazia borghese. All’accapo 39 le tesi aggiungono: „Un’altra ipotesi è che il governo ed i partiti di sinistra che lo compongono invitassero il proletariato a partecipare alla lotta armata contro l’assalto della destra. Questo invito non può che preparare un tranello, ed il Partito Comunista lo accoglierà proclamando che le armi nella mano dei proletari significano l’avvento del potere dello Stato proletario ed il disarmo della macchina tradizionale burocratica e militare dello Stato …”.

Quindi il partito non rifiuterà la lotta armata, mettendo in guardia nello stesso tempo i proletari armati che la sua salvezza sarà possibile solo quando avranno battuto l’una e l’altra delle due tendenze borghesi e preso il potere rovesciando il vecchio regime. Più avanti ancora all’articolo 7, Azione tattica del partito, acc. 43 pag. 31, sulla possibilità che il partito può chiamare il proletariato alla lotta pur sapendo di avanzo che non potrà essere definitiva, ma che solo può far fare un passo in avanti al proletariato nella direzione della presa del potere. Le tesi dicono:

„In tal caso il Partito chiamerà le masse alla lotta formulando una serie di obbiettivi che potranno essere quelli stessi da raggiungere, o apparire più limitati di quelli che il partito si propone di realizzare nel caso che la lotta si svolga con successo”. E qui spiegano che ogni obbiettivo raggiunto deve essere consolidato in caso di una sosta, per passare poi in una seconda fase all’altro assalto o spinta in avanti. Per questo la necessità che in certe situazioni dello scaglionamento della lotta in più tempi e fasi. E sempre allo stesso articolo a pag. 32, acc. 45, le tesi aggiungono: „Il partito si servirà tuttavia delle sue forze e del suo inquadramento per azioni ben controllate nel progetto e nella esecuzione, da parte di gruppi armati, di organizzazioni operaie, e di folle, che abbiano valore dimostrativo e difensivo (come caso in Spagna) allo scopo di dare alla massa la prova concreta che è possibile con la organizzazione e la preparazione fronteggiare certe resistenze e ritorni offensivi della classe dominante sia come imposizioni terroristiche di gruppi reazionari armati, sia come impedimento poliziesco a dare forme di organizzazione e di attività proletaria”.

Questi brevi accenni sulle nostre tesi io credo che siano sufficienti per comprendere che il Partito o Frazione deve essere presente la dove il proletariato è in lotta e mai neppure quando questa lotta fosse anche capitanata dalla democrazia borghese, il Partito o Frazione non deve dare delle parole d’ordine dell’abbandono della lotta contro una parte del proprio nemico di classe o trasportarla simultaneamente su due fronti cosa che, come dicono le tesi, non potrebbe essere in un primo tempo compresa dalla massa in armi, ma che la porterebbe alla disfatta sicura con la sua distruzione fisica e delle sue istituzioni di classe, senza neppure il vantaggio dell’esperimento democratico il cui eventuale smascheramento per il proletariato illuso potrebbe servire come insegnamento per la sua orientazione per la formazione del suo partito di classe e la sua ripresa per la lotta finale. Quindi io credo che la Frazione deve essere presente negli avvenimenti di Spagna non solamente con formule ed indicazioni teoriche ma pure con l’azione pratica, sempre bene inteso con la sua indipendenza politica, per poter indicare la via da seguire al proletariato spagnolo che in una prima fase è portato per difendersi fisicamente a combattere con le armi alla mano la borghesia di destra; in una seconda fase, il suo ruolo è quello di impadronirsi del potere politico e della distruzione completa e della borghesia di destra e di sinistra. Nelle limitate possibilità di un piccolo nucleo che essi sono, i nostri compagni sono partiti con la piena convinzione di aiutare il proletariato spagnolo a spingere fino all’estremo limite la sua lotta là dove esso è attaccato e gli si volesse sbarrare il suo cammino.

Fino ad oggi nulla mi dimostra che essi abbiano abdicato alla propria autonomia politica e si siano lasciati imbavagliare; di conseguenza il sottoscritto si dichiara pienamente solidale con questi compagni che con il loro sacrificio tentano di salvare non solo il proletariato spagnolo e internazionale dalla demagogia del fronte popolare e dell’antifascismo, ma la nostra frazione stessa dal disonore politico di fronte a questo proletariato.

A meno di rinnegare tutto un passato la nostra Frazione non può fare altrimenti, noi abbiamo sempre combattuto coloro che, per reazione d’opportunismo, sconsigliavano i proletari a battersi, o perché mancava il grano come in Italia, o perché la situazione non era matura, come pur contro il social-fascismo, parola di confusione e di aberrazione, la quale impediva al proletariato di avere una visione esatta e di avere la propria esperienza su ciò che questi rappresentavano per potersene distaccare [a giammai]. Per la frazione borghesia di destra, o socialdemocrazia, con l’aggiunta oggi del centrismo che è borghesia di sinistra, sono sempre state la stessa cosa, ma così non lo è per le masse in gran parte trascinate al rimorchio di quest’ultima; di conseguenza politicamente devono essere combattute con lo stesso metodo, materialmente abbiamo sempre riconosciuto la differenza di azione nella prima fase, vale a dire fino allo smascheramento della democrazia, e che solo allora sarà possibile passare all’attacco finale per la presa del potere.

Il voler portare la stessa battaglia su due fronti quando ancora una parte preponderante del proletariato è legato al carro della borghesia di sinistra è pura e dannosa demagogia. La frazione deve aiutare questo esperimento con lo spingere la lotta delle masse spagnole fino ai suoi estremi limiti e solo allora il fronte popolare con la democrazia borghese dovranno gettare la maschera per sbarrare la strada alla rivoluzione proletaria, e solo in questo caso, se anche nella situazione attuale il proletariato sarà battuto dalla destra e dalla sinistra borghese egli avrà fatto il suo esperimento utile per liberarlo definitivamente dal marchio del fronte popolare e dell’antifascismo per prendere una buona volta la via sicura della sua liberazione definitiva. È per queste considerazioni suesposte che il sottoscritto è solidale con tutto il proletariato spagnolo, e i rivoluzionari che sono corsi in suo aiuto con queste intenzioni. E dopo le gravi dichiarazioni ed il contegno della C.E. e di una parte della nostra Frazione, tengo a scindere ogni responsabilità da quest’ultima, riservandomi la libertà di critica aperta e pubblica di fronte al proletariato internazionale ed alla storia

IL MAREMMANO