Sulla situazione italiana
Premessa del 1990
L’articolo che ripubblichiamo apparse su Prometeo n. 3 del 1928, in piena dittatura fascista, quando una buona parte di autentici democratici aveva aderito, e senza riserve mentali, al fascismo (al riguardo può essere illuminante la lettura del libro di E. Lussu „Marcia su Roma e Dintorni”), quando la CGL proclamandosi disciolta lanciava l’appello ai lavoratori perchè aderissero ai sindacati mussoliniani, quando tra i socialisti si stava formando una corrente di adesione al regime.
Nel n. 8 di Stato Operaio (1928) venivano pubblicate, senza aggiungervi una sola parola di commento, delle dichiarazioni di Pietro Nenni, segretario della Concentrazione Antifascista. Tra le altre cose Nenni, ex-fascista e campione dell’anticomunismo, affermava: «1) La classe operaia e contadina in Italia ha più paura per il bolscevismo che odio per il fascismo. 2) La soluzione sta nel parlamento e nella democrazia e le grandi masse vorrebbero vedere i socialisti pronti ad entrare lealmente, con degli scopi onesti, in una coalizione con la borghesia (non c’è che dire la vocazione del centro sinistra era congenita in Nenni!). 3) In Italia non esiste il terrore. 4) Mussolini può promuovere una repubblica sociale (ed anche questa fu prevista, dal cartomante di Forlì, con ben 15 anni d’anticipo). 5) Fino all’uccisione di Matteotti, nel campo socialista vi era una forte, ma molto forte, corrente per venire ad un accordo con il regime e non è detto che una simile tendenza non possa guadagnare terreno un’altra volta».
Ecco in sintesi, cos’era l’antifascismo descritto personalmente dal suo più illustre rappresentante.
Fin dal tempo della crisi Matteotti noi dicemmo che il movimento antifascista altro non era che un movimento sindacale di categoria dei deputati di professione che vedevano in pericolo i loro privilegi e proventi e quindi ricorrevano allo sciopero.
Infatti, fintanto che i fascisti bruciavano i giornali e le sedi dei rossi, seminavano il terrore tra gli operai e i contadini, assassinavano i proletari disarmati, ed in particolar modo quelli comunisti, nessun democratico gridò allo scandalo, al contrario, tutte le forze dello Stato costituzionale e parlamentare furono messe a loro disposizione.
Lo scandalo successe poi, quando se la presero con il Parlamento ed uccisero Matteotti; solo allora si sentì parlare d’antifascismo. Estromessi definitivamente dalla gestione del potere i democratici, quelli che non ebbero modo di adeguarsi al nuovo stato di cose, condussero una vita stentata organizzando un movimento che non intendeva affatto abbattere il regime fascista, bensì dargli il cambio non appena fosse giunto il momento opportuno. L’antifascismo, nelle sue varie sfumature non fece assolutamente nulla per far crollare il regime dittatoriale, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare di falsificare la storia ed appropriarsene il merito.
Giustamente quindi, nell’articolo che ripresentiamo, si afferma che «la concentrazione antifascista non è che la coalizione anticomunista che prepara i Noske italiani».
La cosa terribile non fu che fascisti e democratici, contendenti per ragioni di bottega ma animati da una stessa coscienza di classe, si siano per ben due volte passati le consegne, nel 1922 e nel 1943, per la difesa e la salvaguardia degli interessi del capitalismo; la cosa terribile fu che, monopolizzate da un falso partito comunista, le generose lotte del proletariato italiano che esprimevano il tentativo di una rivincita di classe, una manifestazione di forze rivoluzionarie tendenti a liberare il campo da tutti gli schieramenti nemici, queste generose ed eroiche lotte furono messe al servizio della conservazione dei rapporti di classe capitalistici. Proprio come la Frazione di Sinistra, già nel 1928, aveva previsto.
SULLA SITUAZIONE ITALIANA
La Dittatura Proletaria
La tesi fondamentale con cui l’Internazionale Comunista ha sbaragliato l’imbroglio e l’inganno socialdemocratico è quella che ha ammaestrato il proletariato comunista a respingere la falsa attesa di „movimenti popolari” da cui si genererebbe la rivoluzione socialista. Contro la formula di Bernstein „il movimento è tutto il fine è nulla”, noi abbiamo sostenuto che la visione del fine, dello scopo è indispensabile per condurre le masse al combattimento ed alla vittoria. Noi abbiamo gridato ai quattro venti che, se manca una chiara coscienza del fine dei movimenti, questi vengono sconfitti ed il proletariato non avanza, ma retrocede; non va verso la rivoluzione, ma verso il fascismo.
Ora, come si stabilisce il fine dei movimenti nell’attuale, concreta situazione in Italia, quando il problema del potere politico balza visibile come una necessità assoluta per le masse?
Questo fine si può precisare solo in relazione al programma con cui si muovono le classi. In altro articolo abbiamo fissato il nostro pensiero sul paragone fra l’Italia fascista e la Russia czarista. Ricordiamo che mai il partito bolscevico ha formulato la confusissima rivendicazione dell’anti-czarismo, ma che esso si è mosso fino al marzo 1917 sulla linea di questo programma del proletariato rivoluzionario: neutralizzazione della borghesia e alleanza con i contadini. Chi potrebbe sostenere che in Italia la borghesia sia una classe da neutralizzare? Per il proletariato italiano, il programma non può essere che distruzione del capitalismo e neutralizzazione delle classi medie.
In Russia, fino al marzo 1917, la parola del partito bolscevico era quella della „dittatura democratica degli operai e dei contadini”. In Italia la parola del partito non può essere che quella della dittatura proletaria.
Una classe, ed una sola classe, guida la rivoluzione ed attraverso la sua organizzazione (per il proletariato, il partito comunista) interviene nel meccanismo dei rapporti fra le classi per impedire che questi rapporti si ristabiliscano a vantaggio della classe nemica e per determinare l’opposto, il nuovo sistema di rapporti che si esprime con la dittatura della classe rivoluzionaria vittoriosa. Come si realizza quest’intervento? Nel periodo pre-rivoluzionario con una politica del partito del proletariato che, in ogni situazione, in ogni movimento, in tutta la sua propaganda, metta veramente in evidenza gli scopi finali e non faccia di questi una formuletta che si lascia nell’archivio per riprenderla nei momenti opportuni. Il partitone socialista ha fallito e noi siamo andati verso il fascismo anche perché le rivendicazioni finali erano strombazzate da destri e sinistri nei comizi e nei giornali, ma praticamente, esse venivano ridotte ad una semplice aspirazione parolaia, ad una vuota riaffermazione dei principi e tutte le volte che le masse si mettevano in movimento, si cercava di raggiungere la piccola vittoria del momento. Invece di questa il partito comunista in ogni occasione, con la sua propaganda politica e con la sua azione deve reagire contro la confusione dei movimenti per staccarne la figura della classe proletaria, assicurare a questa una posizione di comando, per svuotare le classi medie della loro illusione di avere una funzione autonoma, il che in sostanza si riduce nel togliere alla borghesia la possibilità di servirsi delle classi medie per sconfiggere il proletariato.
Nel periodo rivoluzionario la questione si pone, per il partito, nei termini inalterabili del programma comunista e cioè nell’appello alla insurrezione per la conquista violenta del potere.
Ma, per ottenere la vittoria rivoluzionaria, per non diventare una setta di predicatori staccati dalla lotta, i comunisti devono avere già detto prima, nel periodo pre-rivoluzionario, alle masse le stesse parole che dovranno essere dette nell’ora suprema perché altrimenti si va verso la disfatta come lo provano tutte le esperienze rivoluzionarie.
Non è possibile dire oggi una cosa con l’intenzione di cambiarla domani. Prima di tutto le masse operaie non sono un materiale composto di automi da spostare a discrezione, ma un insieme vivente di stratificazioni che, abbandonate a se stesse, possono essere sgominate e che chiedono perciò alla loro organizzazione, al loro partito, di illuminarle e guidarle continuamente, con una ferma coerenza, con un obiettivo unico.
Tutta la realtà delle lotte di classe non è l’uniforme pasticcio „popolare”, ma lo scontro, l’urto fra interessi contrastanti che non possono trovare una effettiva composizione, ma ove la classe borghese manovra e agisce per conservare il suo dominio attraverso il suo possente apparato militare, poliziesco, parlamentare e giornalistico, e la classe operaia opera per preparare e instaurare la sua dittatura attraverso l’organizzazione politica che è rappresentata dal suo partito. Si tratta sempre di una lotta tra proletariato e borghesia per la guida d’ogni movimento anche particolare, per la guida dei grandi conflitti rivoluzionari.
In Russia, il proletariato è stato a guida dei grandiosi rivolgimenti sociali con una politica d’alleanza con i contadini e di neutralizzazione della classe borghese cui si toglieva la possibilità di accordarsi i contadini e di utilizzare il proletariato nella opposizione contro il regime czarista.
Un’applicazione di questa politica all’Italia capitalista non prospetta la marcia della rivoluzione, ma il cammino della controrivoluzione e questo perchè al potere in Italia non c’è una classe pre-borghese, ma la classe capitalista, perché il fascismo è una forma di governo della classe borghese (Ah! Le decisioni dell’IV congresso dell’I.C. sono in soffitta perché… trotskiste) e non la forma di governo di una classe precapitalista.
In Italia, si avanza, si procede, si va verso la rivoluzione alla sola condizione che il proletariato, attraverso il partito comunista, si orienti verso la sua dittatura di classe, verso la violenta dispersione della borghesia e non verso la sua neutralizzazione. Si va invece indietro, verso la consolidazione del regime capitalista se il partito comunista riproduce le deviazioni e degenerazioni che credevamo vinte col Congresso di Livorno, annulla l’egemonia del proletariato, che sarebbe ancora una volta trascinato senza direzione, verso nuove delusioni e disfatte.
Poiché il problema del potere politico è oggi la posta dei movimenti in Italia, occorre analizzare quali sono i programmi che si dispongono a questo proposito e tale analisi non può essere che quella marxista della determinazione degli interessi di classe che essi rappresentano.
Fascismo ed Antifascismo
Innanzi rileviamo che questa nuova categoria dell’”antifascismo” ha trovato il suo sviluppo sovrattutto all’estero mentre in Italia – malgrado le esitazioni del partito all’epoca del periodo Matteotti – è restata sempre nitida la presenza dei tre fattori: fascismo, democrazia, dittatura proletaria. (Riscontrare la polemica Gramsci-Bordiga al Congresso Federale di Napoli del 1924). Ripetiamo ancora che la parola antifascismo è in stridente contrasto con tutti i testi fondamentali dell’Internazionale, e vediamo precisare il significato che essa assume rispetto alla situazione italiana.
Se il fascismo è un metodo di governo della borghesia e non di un’altra classe, l’antifascismo è un diverso metodo di governo della stessa borghesia ed è inconcepibile che il partito comunista ne faccia una sua rivendicazione. Ma il potere politico, lo Stato, non sono che gli organi di dominio di una classe determinata e di fronte allo Stato due soluzioni esistono, e due solamente: dittatura capitalista sotto la forma democratica o fascista e dittatura del proletariato. Come può il proletariato fare sua la soluzione democratica o antifascista che è la soluzione borghese? La spiegazione è offerta dal neo-revisionismo comunista il quale, dopo aver seminato la confusione tra le nostre file, vorrebbe dare ad intendere che l’antifascismo è un movimento profondo delle masse e che per non staccarsi da queste sarebbe indispensabile mettere dell’acqua nel nostro programma. Questo, che non è poi un valido argomento comunista, è anche falso. Le masse italiane sono mature per capire che l’antifascismo e la democrazia a gran cassa nel 1919 hanno portato al fascismo, le masse sono nella crudele situazione attuale confortate da una sola organizzazione, quella comunista. Non vi è altro paese nel mondo ove le situazioni mettano con tanta chiarezza in evidenza la necessità di seguire il programma del partito comunista.
Ricordiamoci del ’19, ’20; allora le masse presero le fabbriche e le piazze ma quale direzione avevano esse? Nessuna, perché il partito socialista non le aveva educate alla coscienza della conquista violenta del potere per l’instaurazione della dittatura proletaria. La ripetizione sarebbe, per il partito comunista, estremamente peggiorata, perché esso avrebbe indirizzato i milioni di lavoratori che insorgono contro il capitalismo, verso la soluzione antifascista.
E non vale a nulla il dire che noi vogliamo trasformare la rivoluzione popolare, la rivoluzione antifascista, in una rivoluzione comunista. Innanzi tutto le parole rivoluzione antifascista e simili significano nulla; le rivoluzioni le fanno le classi e non esiste una „classe popolare” o una „classe antifascista”.
E poi che cosa significa la prima rivoluzione tedesca? Che dopo il massacro bellico i traditori sono riusciti ad avere ragione dell’evolutissimo proletariato tedesco e quelli che tradirono nel ’14 sono gli stessi che hanno massacrato gli spartachisti i quali durante la guerra furono i soli a difendere il proletariato.
Questa esperienza riprova che a nulla serviranno i terribili sacrifici dei comunisti in Italia se non proclamiamo nettamente al proletariato, fin da oggi, quale è lo scopo della resistenza d’oggi, quale sarà l’obiettivo della lotta di domani. Bisogna essere sordi per non capire che la concentrazione antifascista non è che la coalizione anticomunista che prepara i Noske italiani, prontissimi a fucilare in nome dell’antifascismo i proletari comunisti.
L’insurrezione in Italia
Lenin ha scritto che una delle condizioni per la vittoria dell’insurrezione proletaria, è data dal manifestarsi di una grave crisi della classe dominante nel senso che questa perde il pieno controllo del suo grande apparato di dominio e soprattutto delle sue forze armate.
In Italia la natura dello sviluppo delle situazioni contiene fin da oggi gli elementi per la vittoria insurrezionale di domani; irreparabile dissesto economico, profondo orientamento e netta maturità delle masse. Nel contempo il capitalismo italiano che più, o molto più, dei concentrazionisti e di non pochi dirigenti comunisti, è cosciente della catastrofica situazione, rafforza ogni giorno la sua corazza difensiva e fa una guerra a morte contro il partito comunista per guadagnare tempo, per sorvegliare la situazione internazionale nella fiducia soprattutto che un disastro rivoluzionario in Russia gli dia la possibilità di sgominare la spinta rivoluzionaria delle masse.
Tutta la situazione italiana è dominata dalla lotta contro il partito comunista, contro il partito della rivoluzione. Oggi il capitalismo riesce ad assassinare i comunisti che non cedono, e in questi ultimi tempi il Tribunale Speciale funziona con gran lena perché si vuole sbaragliare e definitivamente ogni organizzazione rivoluzionaria. Lo stesso accanimento del fascismo prova che il pericolo esiste, per la borghesia, di movimenti di massa che slegati saranno soffocati, se provvisti di direzione, saranno minacciosi.
Tutto l’apparato capitalista si getta crudelmente contro le forme comuniste che resistono in una lotta atroce, e spetta al nostro partito di sorvegliare realmente la situazione perché la terribile resistenza d’oggi dia il frutto che essa merita e che le masse si aspettano. Non appena sarà dato di coordinare i movimenti, di collegarli, il partito dovrà trasformare le sommosse in rivolte e lanciare la parola delle rappresaglie contro gli sgherri del capitalismo per il massacro dei proletari comunisti.
Tutto l’apparato di dominio del capitalismo potrà essere indebolito e sconvolto solo da un intervento fermo e violento del proletariato comunista in rispondenza ai movimenti delle masse.
L’ultima mozione del C.C., ha modificato la primitiva parola „disarmo delle camicie nere” completandola con l’altra „Armamento del proletariato”. Sta bene, al V congresso dell’I. C., la Sinistra aveva sostenuto questa modificazione, ma ciò non toglie i legittimi dubbi sollevati dal resoconto apparso sulla stampa del partito a proposito dello sciopero di Pordenone quando si rilevavano puramente e semplicemente gli episodi di fraternizzazione fra militi fascisti e scioperanti.
Ma questo non basta. Non si procede a pizzichi con le questioni fondamentali del nostro programma e della nostra azione.
L’antifascismo è una parola che deve essere combattuta, non accettata anche sotto la nuova – altrettanta e più equivoca edizione di „antifascismo rivoluzionario”. È come dire democrazia o social democrazia rivoluzionaria, e noi siamo e resteremo i comunisti che apprendono dalle situazioni le lezioni che esse comportano e ripetono antifascismo controrivoluzionario, lotta su due fronti (quanti sono i dirigenti che hanno oggi dimenticato questa rubrica che sotto l’Esecutivo di Sinistra appariva tutti i giorni sui nostri quotidiani!), dittatura del proletariato.
Il poderoso discorso di Bordiga alla IV° Sessione del Comitato Esecutivo Allargato dell'I.C. Pt.1
Pubblichiamo il sunto di una esposizione che ha durato una intera seduta e che è stato controllato ed approvato dal compagno Bordiga.
Compagni, io penso che è assolutamente impossibile limitare la nostra discussione sul terreno del progetto di tesi e del rapporto.
Abbiamo nell’Internazionale una situazione che non può essere considerata soddisfacente.
In un certo senso, noi abbiamo una crisi. Uno sguardo sommario alla storia dell’I.C. proverà l’esistenza di una crisi; questa è, in fondo, l’opinione di noi tutti, ed è stata più volte riconosciuta.
La formazione dell’I.C., dopo il disastro della II° Internazionale, si è realizzata sulla parola d’ordine della formazione dei partiti comunisti. Ci trovavamo tutti d’accordo nel riconoscere che vi erano delle condizioni oggettive per la lotta, ma che mancava l’organo di questa lotta.
Al III° Congresso, dopo l’esperienza di numerosi avvenimenti, ma soprattutto, dopo l’azione del marzo 1921 in Germania, l’Internazionale è stata costretta a riconoscere che la sola formazione dei partiti comunisti non era stata sufficiente. Nei paesi più importanti si erano formate delle sezioni abbastanza forti, ma il problema dell’azione rivoluzionaria non era stato risolto. Il III° Congresso ha dovuto discutere questo problema e ha dovuto constatare che non basta possedere dei partiti comunisti, anche se vi sono le condizioni oggettive della lotta, ma che è anche necessario che i nostri partiti possano influenzare le larghe masse.
Non sono contrario alla concezione del III° Congresso sulla necessità della conquista delle masse come condizione dell’offensiva finale, ma osservo che in una tale concezione, nel senso cioè del III° Congresso, l’idea della tattica del fronte unico non è ancora completa; questa tattica corrisponde ad una posizione di difensiva, creata dall’offensiva del capitale, contro la quale si cerca di riunire tutti i lavoratori sulla base di rivendicazioni immediate.
L’applicazione del fronte unico ha prodotto degli errori dopo il III° Congresso e soprattutto dopo il IV° Congresso. Secondo noi, questa tattica è stata adottata senza che se ne precisasse il significato. Noi eravamo completamente d’accordo quando si è trattato di porre alla base di questa tattica le rivendicazioni materiali immediate del proletariato, rivendicazioni che erano sollevate dall’offensiva del nemico. Ma quando si è voluto porre alla base del fronte unico le nuove formule del governo operaio, noi ci siamo opposti dicendo che questa parola d’ordine ci faceva uscire dai limiti della buona tattica rivoluzionaria.
Dopo la disfatta dell’ottobre 1923 in Germania, l’Internazionale ha riconosciuto che si era sbagliato.
Ma invece di cambiare in modo radicale ciò che era stato deciso al IV° Congresso, si colpirono soltanto alcuni compagni. Bisognava trovare dei responsabili. Furono trovati nella destra del partito tedesco e non si volle riconoscere che vi era in ciò una responsabilità di tutta l’Internazionale. Tuttavia, al V° Congresso le tesi furono rivedute e fu data una nuova formula del governo operaio.
Perché non siamo stati d’accordo con le tesi del V° Congresso? Secondo noi le revisioni non erano sufficienti. Le tesi ed i discorsi erano molto sinistri, ma non ci siamo accontentati di questo; abbiamo previsto ciò che sarebbe accaduto dopo il V° Congresso, ed è per questa ragione che non siamo stati soddisfatti.
Passo ora alla bolscevizzazione ed affermo che il suo bilancio è sfavorevole sotto tutti i punti di vista. Si diceva un solo partito, il partito bolscevico russo, ha realizzato la vittoria rivoluzionaria. Dobbiamo dunque seguire la medesima strada del partito russo per giungere alla vittoria; questo è perfettamente vero, ma non è sufficiente. Il partito russo lottava in condizioni speciali, cioè in un paese ove l’autocrazia feudale non era stata ancora sopraffatta dalla borghesia capitalista. È necessario per noi sapere come si attacca uno stato borghese democratico moderno, che ha da un lato delle risorse atte a corrompere e a deviare il proletariato, e dall’altro si difende sul terreno della lotta armata con maggiore efficacità che la stessa autocrazia zarista non abbia saputo fare. Questo problema non è contenuto nella storia del partito comunista russo, e se s’interpreta la bolscevizzazione nel senso che alla rivoluzione russa si può domandare la soluzione di tutti i problemi della strategia della lotta rivoluzionaria, la concezione della bolscevizzazione è insufficiente. L’esperienza grandiosa del partito russo è preziosa, ma oltre ad essa, ci bisogna ancora qualche cosa. L’insegnamento della rivoluzione russa e la restaurazione del marxismo sono definitivi solamente nel campo della dottrina.
Una gran parte del problema della bolscevizzazione risiede nella questione della riorganizzazione dei partiti. Nel 1925 si dichiara che tutta l’organizzazione delle sezioni dell’Internazionale è falsa, che l’A.B.C. dei principi d’organizzazione non è stato ancora applicato. È strano che non ce se ne sia accorti prima. Otto anni dopo la vittoria della rivoluzione russa, ci si dice: Gli altri partiti sono impotenti perché non sono organizzati sulla base delle cellule di fabbrica. Ora, Marx e Lenin c’insegnano che l’organizzazione non è l’essenziale nella lotta rivoluzionaria. Per risolvere il problema della rivoluzione non basta dare una formula di organizzazione. Sono dei problemi di forze, e non di forme, che si presentano a noi.
Io contesto che il partito comunista debba necessariamente essere organizzato sulla base delle cellule di fabbrica. Ma, nelle tesi di organizzazione presentate da Lenin al III° Congresso, è più volte ripetuto che riguardo alla questione di organizzazione, non vi sono delle soluzioni di principio valevoli per ogni paese. Noi non neghiamo che nella Russia zarista la situazione determinava precisamente il P.C. verso un’organizzazione sulla base delle cellule di fabbrica.
Ma crediamo che la cellula presenti degli svantaggi per gli altri paesi. Perché?
Prima di tutto perché un gruppo di lavoratori riuniti in una cellula non riesce mai a discutere tutte le questioni politiche.
Voi ci direte che noi domandiamo ciò che tutti gli elementi di destra domandano, cioè la riunione degli operai in sezioni, ove gli intellettuali dirigono tutta la discussione. Ma questo pericolo esisterà sempre, e bisogna tener conto che la classe operaia non può fare a meno degli intellettuali, i quali, checché se ne dica, le sono necessari.
Al movimento sono necessari degli organizzatori, degli agitatori, che sono presi tra i disertori delle altre classi oppure tra gli operai avanzati. Ora, per questi elementi, divenuti capi, il pericolo della corruzione e della demagogia, non è minore che per gli intellettuali. In certi casi, gli ex operai hanno avuto l’attività più losca nel movimento proletario. Infine, l’azione degli intellettuali è forse annullata con l’organizzazione sulla base delle cellule di fabbrica? Essi ora formano – con gli ex operai – tutto il meccanismo del partito, e la loro azione è divenuta più pericolosa. Eppoi, voi non ignorate che esiste una solidarietà tecnica assoluta tra le organizzazioni dello stato ed i padroni, e quando un operaio cerca di organizzare gli altri, il padrone fa intervenire la polizia. L’attività del partito nella fabbrica è perciò molto più pericolosa. Per la borghesia, è una cosa molto semplice scoprire il lavoro che viene fatto nella fabbrica, ed è perciò che proponiamo di tenere l’organizzazione di base del partito al di fuori della fabbrica.
In Russia, i rapporti tra i padroni capitalisti e lo stato erano differenti. D’altronde, il problema del potere si sarebbe posto inevitabilmente, e il pericolo del «labourismo» apolitico che riscontriamo nelle cellule, era molto minore.
Vogliamo per questo trascurare il lavoro del partito nella fabbrica? No, bisogna avere un’organizzazione del partito nelle fabbriche, ma questa non può essere la base del partito. Nelle fabbriche vi devono essere delle organizzazioni del partito per la condotta politica del partito. È impossibile avere un legame con la classe operaia senza un’organizzazione di fabbrica.
Siamo dunque favorevoli al legame delle organizzazioni comuniste nelle fabbriche, ma la discussione politica si deve fare nelle sezioni territoriali.
Passo ad un altro punto di vista: quello del regime interno del Partito e dell’Internazionale Comunista.
Si è fatta un’altra scoperta: quello che ci è mancato fino ad oggi in tutte le sezioni, è la ferrea disciplina bolscevica, di cui la Russia ci ha dato l’esempio. Bisogna proibire la formazione di frazioni e si obbligano tutti i membri del partito, qualunque sia la loro opinione, a partecipare al lavoro comune, anche nella direzione centrale.
È evidente che dobbiamo avere un partito comunista di un’unità assoluta, senza divergenze e senza differenti gruppi all’interno. Ma come bisogna operare per giungere a questo risultato? Come pervenire ad un’unità effettiva, vitale, e non all’immobilizzazione del Partito? Quando in un partito, una crisi si produce, bisogna ricercarne le cause. Secondo noi, queste non possono essere trovate in una specie di codice criminale del Partito. In questi ultimi tempi si impiega nei partiti uno sport che consiste a colpire, intervenire, spezzare, aggredire, ed in questi casi i colpiti sono spesso degli ottimi rivoluzionari. Trovo che questo sport del terrore nell’interno del partito non ha nulla di comune col nostro lavoro. Si tratta di colpire e di spezzare il capitalismo, è su questo terreno che il nostro Partito deve dar prova di sé, e penso che su questo terreno vedremo fallire molti dei nostri terroristi interni dal pugno di ferro!
Il merito non consiste nel soffocare la rivolta; l’essenziale è che non vi sia rivolta. L’unità si giudica dai risultati e non da un regime di minaccia e di terrore. Quando degli elementi deviano in modo evidente dal cammino comune, bisogna colpirli. Ma se, in una società, l’applicazione del codice criminale diviene una regola, ciò significa che la società è imperfetta.
Bisogna che le sanzioni siano eccezionali, e non una regola, uno sport, l’ideale per i dirigenti del Partito. Ecco ciò che bisogna cambiare, se vogliamo formare un blocco compatto.
Vi sono del resto, dei buoni passaggi su questo argomento, nelle tesi qui presentate. Sarà data maggiore libertà. Ma ciò sarà fatto in pratica? Ci occorre assolutamente un regime più sano nel partito, è assolutamente necessaria che si dia al partito la possibilità di costruire la sua opinione. Bisogna raggiungere questo scopo perché vi sia nella grna massa del partito una coscienza politica comune.
La crisi mortale del capitalismo Pt. 2
L’ultima fase del capitalismo
Seguendo Lenin noi siamo entrati nella fase imperialista da circa un trentennio. La guerra ultima non è altrimenti spiegabile che come il portato inevitabile degli antagonismi fra gruppi capitalisti, quando il già congestionato processo economico cozzava contro l’impossibilità di smaltire gli stocks che la produzione ammassava.
La guerra dunque era una manifestazione sia pure grandiosa della crisi del capitalismo. Essa che non ne era la causa scoppiava allorquando, maturate le premesse per la rivoluzione socialista, l’organizzazione del proletariato, la Seconda Internazionale, invece di istradare le masse verso il combattimento decisivo, le consegnava alla discrezione del nemico capitalista.
L’esame delle situazioni del dopo-guerra, non esclusa di quella che viviamo, e di quelle che verranno, per restare inquadrato nella critica e nell’ analisi marxista, il che equivale a dire per un comunista, per illuminarci giustamente e realmente sulla nostra azione rivoluzionaria, non deve operarsi prendendo per dato di partenza la contingenza economica prebellica come se essa fosse di quiete e di sviluppo dell’ economia capitalista. Al contrario tale contingenza era un momento della crisi mortale del capitalismo, l’antecedente diretto della guerra imperialista, che non si è risolta nella fine del regime borghese, solo perchè la Seconda Internazionale ha tradito gli interessi del proletariato rivoluzionario.
Un dato di partenza esatto per la comprensione delle situazioni economiche attuali e successive e più remote e, come dicemmo seguendo Lenin, occorre risalire circa al principio del nostro secolo.
Quand’ anche noi avessimo stabilite che la massa di produzione dell’ ante guerra, che il margine dei risparmi annuali, che il ritmo di produzione dei capitali, hanno toccato od anche oltre passato i termini dell’ ante-guerra in questa o quella nazione, od in tutta l’Europa, noi da questo non potremmo concludere che per la presistenza della crisi mortale del capitalismo mentre tale analisi non ci avrebbe fornito l’elemento essenziale per la nostra azione comunista.
Questo elemento riusciremo a configurarlo solo se applicheremo la stessa indagine marxista che ha permesso a Lenin di accertare la presenza delle premesse rivoluzionarie nell’ avanti guerra attraverso lo studio del congegno economico, delle tavole su cui esso è ingranato, delle leggi della sua vita e del suo funzionamento.
Allora noi non resteremo prigionieri di una contingenza particolare, ma spiegheremo questa secondo le leggi della situazione che l’ha generata, la vedremo come una congiuntura situata nel corso agonico del capitalismo ed opereremo per accelerare la vittoria rivoluzionaria.
Allora non vedremo una inesistente durevole stabilizzazione del capitalismo e tutto il riordinamento economico operato dalla borghesia si profilera’ nettamente non nella direzione della razionalizazione, ma nell’ opposta direzione di un provvisorio assestamento del potente apparato produttivo del capitalismo che la classe nemica ha potuto attuare in seguito alle disfatte dell’ assalto rivoluzionario del proletariato.
Allora i termini di guida dell’ azione comunista non saranno quelli del confronto ante-guerra, dopo-guerra; ma gli altri che costellano nell’ ultima fase del capitalismo la vittoria rivoluzionaria in Russia, le battaglie rivoluzionarie in Germania, in Inghilterra, in Bulgaria, in Estonia, in Italia, in Cina, ed ovunque.
Allora la prospettiva netta che avremo di fronte non sarà quella di un quadro di rapporti di classi dominato dal capitalismo razionalizzatore e di un conseguente attenuazione della lotta rivoluzionaria, ma l’opposta prospettiva dei conflitti decisivi, dei cataclisma sociali da cui potrà uscire per la nostra generazione la catastrofe o la vittoria del proletariato, il fascismo od il comunismo, ma non potrà sortire una fase di composti rapporti fra le classi.
E il dissidio non è quello apparente, relativo alla durata del periodo storico entro il quale il paragone e l’esame devono essere fatti, se deve iniziarsi col 1900-1905 col 1914. Si tratta di un dissidio di ben altra e grande importanza per il movimento rivoluzionario che Lenin aveva già approfondito con il suo studio sull’imperialismo, nella polemica con Kautsky.
La socialdemocrazia ha uno strumento adatto alla spiegazione di tutti i fenomeni dell’ epoca che viviamo. Fascismo, bolscevismo, militarismo, protezionismo, ecc. sono tendenze e fatti appartenenti tutti alle „conseguenze della guerra destinati ad essere riassorbiti dall’ organismo sociale che, guarito dai suoi mali, riprenderebbe il suo tranquillo cammino”. Il binomio chiuso „guerra, conseguenze della guerra” doveva, avere come legittima e naturale conseguenza tutta la politica che puo’ riassumersi nell’ incoraggiamento dalle trasformazioni industriali del capitalismo razionalizzatore. Questa posizione centrale della socialdemocrazia forma l’ossatura dell’ edificio del Bureau International du travail ginevrino che fascisti, socialisti, padroni e governi votano le loro risoluzioni non sulla sabbia di una utopistica collaborazione fra le classi, ma sotto i sinistri bagliori gettati dalla rovente realtà che vede i proletari assassinati perchè non rinunciano alle battaglie rivoluzionarie,
i capitalisti ed i loro lacchè all’ opera
controrivoluzionaria terrorista ed economica anche nella Russia soviettista. La posizione social democratica è controrivoluzionaria non solamente per le ragioni date magistralmente da Marx e lumeggiate da Rosa Luxembourg sulle conseguenze dello sviluppo industriale che comportano un intensificato sfruttamento dei lavoratori e non il loro miglioramento, ma anche per il fatto che sulle tracce del superimperialismo – di Kautzsky – essa occulta alla classe operaia la natura del piano sviluppato dal capitalismo.
Questo procede alla sistemazione ed al perfezionamento del suo apparato non perchè abbia di fronte a sé un domani di sviluppo e di ripresa, ma perchè – allontanato il pericolo immediato della rivoluzione – puo’ estendere i margini del suo profitto sovratutto attraverso una maggiore spogliazione della classe operaia.
Razionalizzare con i termini del linguaggio economico della rivoluzione industriale del secolo scorso significava che, sul cammino del progresso del capitalismo, era concepibile l’ estensione della massa del plusvalore con una linea ascensionale dei salari reali anche se questa non era affatto proporzionale allo sviluppo della produttività del lavoro. Tale razionalizzazione significava altresi’ che l’estensione della produzione era compatibile con l’assorbimento della mano d’opera risultante disoccupata dalla diminuzione del numero degli operai impiegati nella produzione.
La presunta razionalizzazione con i termini del linguaggio del crepuscolo agonico del capitalismo non significa altro che la marcia offensiva contro il proletariato i cui salari diminuiscono di una quota che potrebbe essere valutata solamente tenendo presente il rapporto fra la quantità di lavoro contenuta nei prodotti, quantità di lavoro sempre decrescente per l’aumento della produttività del lavoro e gli indici dei prezzi, mentre la disoccupazione di eserciti di lavoratori diventa una piaga permanente dell’ economia capitalista.
Non è quindi l’apparente diversità del termine iniziale di partenza che separa l’esame marxista e leninista delle situazioni dall’ altro contrastante socialdemocratico. Da una parte abbiamo la comprensione dei fenomeni economici che si succedono in una fase ben definita del capitalismo, nella fase della sua decadenza, dall’ altra abbiamo il semplice binomio della guerra e delle sue conseguenze cioè’ di fenomeni economici eccezionali, patologici destinati a risolversi nel nuovo corso del capitalismo.
Come risultati abbiamo, per noi, insieme con la chiara visione della imminenza delle battaglie rivoluzionarie, la alta valutazione del grado d’influenza che spetta al proletariato sul corso degli avvenimenti, per i socialdemocratici invece, con la prospettiva della „pace industriale” fra capitalismo e proletariato, la più assoluta sfiducia, sulle capacità di lotta di quest’ ultimo. E come sempre il dissenso attiene alla natura stessa dei nostri principi giacchè ci si puo’ muovere nella direzione della socialdemocrazia solo restando ai lati dell’ analisi marxista delle situazioni, solo se invece di penetrare nel vivo del processo economico, si resta alla superficie, scambiando per un male epidermico il tumore che ha il suo fuoco nel cuore dell’ economia capitalista e che ha davanti a se non le crisi periodiche di una volta, ma la guerra, il fascismo, i movimenti rivoluzionari in Europa, in Asia, in Africa, la vittoria rivoluzionaria in Russia.
La tragedia dell'Internazionale
Sotto le forche caudine del „nessun compromesso”, della rinuncia alla „ideologia trotskista” (sic), della condanna „degli errori commessi”, Zinoviev e Kamenev e altri ex membri dell’opposizione russa sono stati riammessi nel partito.
Nel contempo, in un appello del C.C. del Partito Comunista Russo si legge testualmente: «La classe operaia si urta, nel suo cammino, nei membri degenerati dell’apparato, nelle sue parti arrugginite ed in decomposizione. Nelle sue proprie organizzazioni, nei sindacati, nel partito, essa si urta talvolta a dell’imputridimento, a delle degenerazioni burocratiche, a della negligenza, a dell’ubriachezza, e ad una mancanza dell’attenzione voluta per i bisogni delle masse, a una pretesa arrogante, e ad un contegno strisciante verso di dirigenti, a dell’ignoranza, della pigrizia, a del conservatorismo e della „routine”. Con un apparato che, malgrado i suoi meriti, soffre di tali malattie, una lotta vittoriosa contro la resistenza del nemico interiore e contro la malattia segreta del sabotaggio, contro le imperfezioni della nostra classe stessa, contro il ritmo pernicioso del nostro lavoro, in molte parti della nostra economia e del fronte collaterale, deve essere condotta con grande rapidità».
Come si vede, affermazioni gravissime, più gravi di quelle che solo sei mesi fa, furono fatte da coloro che le hanno pagate con l’espulsione dal partito, la deportazione, l’accusa di controrivoluzionari, di alleati di Chamberlain e di Mussolini.
Nel contempo, i prigionieri di Boutyrki sono sottoposti ad un trattamento peggiore di quello fatto ai nepman, Victor Serge viene imprigionato e poi rilasciato, i compagni di sinistra che non capitolano sono abbandonati ad una situazione orribile; e per colpirli si calpesta anche la garanzia del Tribunale rivoluzionario ove essi non sono ammessi ma ove passano tutti gli altri prima di venire condannati, anche i banditi controrivoluzionari. E fuori di Russia, nei partiti comunisti, si tacciono questi fatti, si cerca di parare all’indignazione proletaria assicurando che Trotski sta bene e non gli manca nulla. Già, come se un gruppo di vecchi bolscevichi, che hanno combattuto per tutta la loro vita, che sono passati per il crogiolo di tre rivoluzioni, che hanno capeggiato le armate rosse nella guerra contro l’imperialismo, come se questo gruppo potesse essere trattato quale una mandria di bestie che si trattano bene, come se invece non dovesse entrare in primissima linea la pena loro imposta del sequestro dalla lotta, il colpo di spada trafitto nella loro coscienza di capi rivoluzionari imprigionati dallo stesso governo della cui vittoriosa instaurazione essi sono stati partecipi grandiosi.
Nel contempo viene sciolto il C. C. del Soccorso del Belgio perché aveva chiesto la liberazione dei compagni carcerati.
Nel contempo l’Humanité pubblica un progetto di programma ove accanto a Marx, Engels, Lenin sono molte discutibilissime figure di secondo ordine, ma mancano le altre, quelle che accanto a questi maestri circolavano nel mondo intero negli anni della lotta rivoluzionaria. Ed in questi giorni si commemora l’anniversario e la morte di Plechanov in Russia, spezzando la sua vita in due parti, la prima di teorico del marxismo che si onora, la seconda di traditore che si combatte. Giustamente come si è fatto e si fa per Kautsky, per Serrati, per Lazzari e non pochi altri. Mentre questo non si fa per Trotski e gli altri le cui fotografie sono bandite in Russia, i cui nomi non si leggono più nella stampa comunista. Perché? Ma perché non è possibile provare che essi hanno tradito, perché anzi occorre oggi appropriarsi parzialmente del programma per cui furono indicati al disprezzo del proletariato mondiale.
Nel contempo al processo di Donetz viene provato che l’apparato del partito era talmente inadatto al suo compito, talmente „putrido” (per adoperare la parola attuale del C.C. del Partito Comunista Russo) che, per anni, i controrivoluzionari hanno potuto sabotare il governo soviettista, corrompendo funzionari e operai, passando loro un salario particolare fornito dagli antichi proprietari delle miniere.
Nel contempo tra i proletari comunisti la manovra dell’aggiramento ha pieno sviluppo e si mettono in azione tutti i mezzi per aprire le valvole del sentimento e per far cadere i proletari comunisti di sinistra nel tranello ordito con i motivi sentimentali ma il cui laccio è quello che vincola ad un indirizzo politico che ha portato il proletariato di disfatta in disfatta.
Che cosa avviene? Questa è la domanda che si deve porre ogni membro del partito. È possibile che il C.C. russo possa ripetere come un dovere comunista quello che ieri era considerato come un delitto controrivoluzionario? È possibile che ancora oggi si mettano in prigione quei compagni che sostengono quelle verità? Che cosa avviene, o meglio che cosa è avvenuto? Che la triste politica, consistente nel riversare colpi di insulti e di repressione poliziesca contro i compagni di sinistra, per ogni colpo che la borghesia assestava al proletariato russo, ed internazionale, che questa politica nefasta ha determinato delle profonde reazioni nel seno dei partiti, nel seno soprattutto dell’avanguardia più cosciente del proletariato rivoluzionario.
Che i risultati di una politica nefasta sono divenuti manifesti ed allora il B.P. del Partito russo deve denunciarli per mantenersi in sella e per parare all’indignazione proletaria che potrebbe reclamare il ritorno al comando del partito dei bolscevichi deportati.
E che cosa fa il C.C. del Partito russo, il C.E. dell’Internazionale? Esita, barcolla fra una linea politica che sei mesi or sono veniva proclamata come la sola, la giusta, la leninista ed una opposta linea politica che oggi si dice di accettare e che sei mesi or sono era proclamata la falsa, l’antileninista, la controrivoluzionaria.
Ebbene, no; mille volte nei confronti dei partiti socialdemocratici, i comunisti hanno denunciato questi micidiali zig-zag. La millesima volta i comunisti di sinistra denunciano questa politica. Essi vedono in essa non la via che conduce alla soluzione favorevole della crisi del movimento comunista, ma solo la via che conduce allo sfacelo. Essi sono estremamente consapevoli della situazione in cui vive il proletariato russo, in cui combattono le sue pattuglie di sinistra, di avanguardia. Ieri, per isolarle e disperderle si è montato lo scandalo del trotskismo, oggi nello stesso fine, o per lo meno con lo stesso risultato della loro dispersione, si lancia all’improvviso un manifesto che resta quasi sconosciuto alla massa dei compagni. È utile tutto questo per la nostra causa? No, esso potrà ottenere come meschina conseguenza lo spostamento di qualche compagno, ma il suo risultato vero è la confusione nelle nostre file, la confusione che giova al nemico, alla borghesia per la sua offensiva.
Zinoviev e Kamenev, questo triste binomio nel 1917 era alle porte del tradimento e fu trattenuto dalla travolgente avanzata proletaria e da Lenin. Oggi, dopo aver scritto che nel 1923 in mala fede sostennero l’esistenza di un trotskismo per deviare le masse, hanno nuovamente cambiato casacca. Altri li seguono, alcuni anche in buona fede. Ma questo cammino è quello della perdizione.
Si è voluto piantare nel seno della lotta interna del partito, ove i conflitti potevano e dovevano trovare la loro soluzione, la barriera che separa l’uno dall’altro gruppo con le manette e la repressione poliziesca.
Le rivoluzioni, soprattutto la russa, sono avvenimenti che non marciano secondo la linea dei compromessi, delle composizioni, ma secondo l’opposta linea che precipita i conflitti di classe.
La frazione di sinistra è insorta contro questi sistemi, ed oggi alla vigilia del VI congresso, saluta i deportati, le figure che, cancellate dai giornali comunisti, sono quelle che vivono nel fondo del cuore del proletariato oppresso. Trotski, Bordiga e gli altri bolscevichi russi sono con Marx, Engels, Lenin, figure che capeggeranno i secoli, di fronte alle quali impallidiscono quelle di Cromwell, di Marat, di Robespierre, di Blanqui. Di fronte ad esse le altre, quelle dei capitolardi che mancano alla parola che avevano dato ai proletari di sinistra, rotolano tra il nostro disprezzo.
La tragedia dell’Internazionale è gravissima. Onta a coloro che ne occultano la reale sostanza con mille manovre. Noi abbiamo dato la nostra ferma parola: «Bandire la linea politica che ha portato il disastro, mettere al comando la opposta per cui invece si è condannati all’espulsione dal partito, alla deportazione, alla galera».
Ricorso presentato dalla Sinistra al sesto Congresso dell’I.C.
I compagni di sinistra espulsi dal partito hanno inviato il ricorso al sesto Congresso che riproduciamo. Altri compagni, che sono nel partito, hanno accettato pienamente il ricorso.
Al Sesto Congresso dell’Internazionale Comunista
Cari compagni,
I compagni sottoscritti sono stati espulsi dal partito in conseguenza della situazione internazionale prodotta dalla crisi dell’Internazionale. Accusati d’attività frazionistica, questi compagni, fino al quindicesimo Congresso Russo ed anche al di là, fino al nono Esecutivo Allargato, hanno domandato la loro reintegrazione, pronti a sottomettersi alla disciplina senza perciò rinunciare alle loro idee politiche ed a sostenerle tutte le volte che una discussione veniva decisa. Ma la reintegrazione è stata rifiutata, mentre le ragioni dell’espulsione, la procedura adottata, il disprezzo di ogni disposizione statutaria, restano una vergogna dell’Internazionale.
Dopo l’ultimo Esecutivo Allargato, i compagni della sinistra si sono riuniti per esaminare la nuova situazione creata dalle deportazioni e la repressione contro i compagni della sinistra del partito russo, e dalla decisione presa di considerare incompatibile la permanenza al partito e l’adesione al (!) trotskismo. La loro deliberazione è stata di rispondere con la costituzione della frazione di sinistra che è diventata una necessità assoluta per il movimento comunista quando, sotto il falso pretesto dell’espulsione dell’inesistente trotskismo, si sono ufficialmente, con il nuovo progetto di programma, alterati i programmi fondamentali, si sono scossi i principi dell’Ottobre 1917, si è proclamata come linea ufficiale della tattica dell’Internazionale quella che ha costato le gravi disfatte in Cina, in Inghilterra e di cui le classi nemiche del proletariato hanno largamente profittato nella Russia Soviettista.
Secondo i compagni della sinistra, sarebbe stato necessario un Congresso Internazionale per esaminare le questioni che hanno messo l’una contro l’altra due frazione bolsceviche, che hanno determinato i capi più eminenti della rivoluzione russa a passare all’opposizione e, nel mondo intero, hanno sollevato importanti strati del proletariato comunista.
Ma non lo si è voluto, benché gli statuti dell’Internazionale lo imponessero, benché la linea stabilita dal 4° Congresso dell’Internazionale sulla base del rapporto del compagno Trotski, sia la stessa che è difesa dalla sinistra. Ma gli interessi supremi del proletariato mondiale sono stati coscientemente messi da parte per assicurare la difesa della politica dei dirigenti che la realtà della lotta ha condannato mentre la borghesia ha potuto registrare seri successi. Ma continuatori di Lenin sono stati arrestati o deportati ed è nelle mani di questi gloriosi militanti che è passata la bandiera dell’Internazionale, del proletariato rivoluzionario. In queste condizioni i compagni della sinistra domandano di venire al sesto Congresso per:
1 – Domandare la discussione delle risoluzioni del XV Congresso russo, del 9° Esecutivo Allargato, alla presenza dei compagni russi di opposizione e sotto la presidenza del compagno Trotski.
2 – Sostenere la condanna più categorica delle suddette risoluzioni e l’espulsione dalle nostre file di coloro che ancor oggi solidarizzano con esse.
3 – Provare che le loro espulsioni dal partito sono arbitrarie e che per la maggior parte esse sono il risultato dell’impresa di un agente provocatore che è tenuto nascosto dal partito italiano.
COMPAGNI!
Noi siamo nell’Internazionale dalla sua fondazione, e noi siamo fieri di appartenere alla corrente che ne ha fondato la sezione in Italia. Noi sappiamo contenere la rivolta provocata nella nostra coscienza per la repressione che si esercita contro i capi più amati del proletariato mondiale.
Noi crediamo che il Congresso potrebbe incamminare la nostra crisi verso una soluzione favorevole, ma per ciò è indispensabile che un capovolgimento si produca nel senso delle proposte che noi sosteniamo.
Noi abbiamo piena coscienza che se il Congresso non produce questo capovolgimento interno, la causa della rivoluzione mondiale e della Russia Soviettista saranno seriamente compromesse.
Noi non siamo di quegli elementi che vengono a soggiornare in Russia per dimenticare o tradire in seguito la rivoluzione proletaria. Noi domandiamo di venire per criticare, per combattere la politica che riteniamo disastrosa per il movimento comunista, ed anche per sostenere le tesi della sinistra, della nostra corrente, quelle che sono state stabilite dal compagno Bordiga che è il capo del proletariato al quale spetta il grande merito di aver difeso per primo, in Italia, la vittoria rivoluzionaria russa, il primo nell’Internazionale, il gruppo dei bolscevichi di opposizione.
Al proletariato russo noi diciamo che gli avvenimenti hanno provato che egli deve diffidare dei falsi amici e di quei comunisti che lo hanno isolato nel formidabile arduo compito che egli compie nell’interesse del proletariato mondiale, ma che egli non ha niente da perdere da quei comunisti che non nascondono le loro idee e che hanno conservato il loro posto di combattimento nella lotta crudele contro il fascismo ed il capitalismo.
Il Sesto Congresso è il Congresso decisivo verso il quale l’attenzione del proletariato mondiale si dirige e dal quale molto si attende dalla parte dei comunisti e dei partiti.
Sarete voi all’altezza di questo compito? Sta a voi prendere le decisioni. Ma voi potrete impedire la nostra partecipazione, voi potrete rifiutare di discutere il ricorso presentato da dei compagni che hanno lottato nella guerra di classe, voi potrete rifiutare di ascoltare i compagni di opposizione russi (ciò è estremamente più importante), voi potrete mancare all’attesa del proletariato, ma voi non potrete arrestare la lotta contro l’opportunismo che proseguirà, con maggiore accanimento, per liberare il proletariato dall’opportunismo.
VIVA I BOLSCEVICHI DEPORTATI ED IMPRIGIONATI!
ABBASSO L’OPPORTUNISMO!
VIVA LA RIVOLUZIONE RUSSA!
VIVA IL PROLETARIATO MONDIALE!
VIVA IL PROLETARIATO RUSSO!
VIVA LA RIVOLUZIONE COMUNISTA MONDIALE!
Come gli opportunisti combattono la Sinistra
Cari compagni, i sottoscritti hanno preso conoscenza della lettera dei compagni Ercoli e Humbert-Droz pubblicata nel n. 21-22 dell’Internazionale Comunista e del passaggio contenuto nel n. 118 della Corrispondenza Internazionale. Nessuna prova è stata portata. Nessun interrogatorio è stato fatto.
Notiamo dapprima che nessun esame della questione è stato fatto dagli organismi del partito. Un compagno che aveva saputo per caso che delle accuse di lavoro frazionista erano state fatte contro di lui (e non si trattava di tutte le ingiurie e le calunnie contenute nelle due pubblicazioni summenzionate), ha domandato immediatamente, l’11 ottobre 1927 al C.C. del PCF di essere interrogato e fino ad oggi non ha ricevuto alcuna risposta.
Malgrado ciò, ad onta del nostro statuto, si è pubblicato ciò che abbiamo riportato al solo scopo di fare uno scandalo per distogliere gli operai rivoluzionari dall’esame delle critiche politiche della Sinistra, nella vana speranza di riuscire con un “bourrage de crane” a sviare la sempre maggiore reazione proletaria contro gli errori degli organi dirigenti, e con il solo risultato di aggravare la nostra crisi nell’internazionale comunista, di avvelenare i rapporti tra i militanti comunisti.
Risponderemo punto per punto:
1 – Il preteso lavoro frazionista
È falso che l’opposizione russa eserciti un controllo sui gruppi di opposizione stranieri, ed una direzione effettiva per mezzo dei suoi emissari. Per ciò che riguarda noi, compagni della sinistra, è invece vero: a) che dal 1924 (V congresso dell’I.C.) abbiamo protestato contro la soluzione formale e disciplinare che si stava per dare alla questione russa; b) che all’occasione del III congresso del PCI abbiamo sollevato la medesima questione, soprattutto in un articolo del compagno Bordiga, che conserva ancora oggi tutta la sua importanza; c) che all’Esecutivo Allargato del marzo 1926 il compagno Bordiga ha domandato l’immediata convocazione del VI congresso mondiale per la discussione sulla questione russa.
A questo proposito, dobbiamo notare che non è stato dato seguito alla domanda del compagno Bordiga, ma che al contrario il Comitato Esecutivo dell’I.C. ha preparato apertamente la scissione della nostra internazionale, con delle misure disciplinari che hanno reso impossibile un esame serio della questione russa e hanno prodotto il risultato PROVVISORIO di rendere possibile tra le nostre file i colpi di scena che portano l’uno dei capi della rivoluzione d’Ottobre, il Presidente dell’I.C. e molti compagni che hanno guidato la vittoria rivoluzionaria del proletariato russo, tra le file dei traditori per il solo fatto che invece di piegarsi davanti alla revisione del leninismo, che ha avuto delle conseguenze sanguinose in Cina, sono passati in prima linea nella lotta contro l’opportunismo.
Per ciò che riguarda il preteso frazionismo, affermiamo che alcuni dei compagni sottoscritti hanno avuto delle conversazioni individuali con un compagno che è stato segretario del partito bolscevico a fianco di Lenin. Questi compagni affermano che si sentono molto onorati di una tale amicizia che non presenta d’altronde nessuna derogazione alla disciplina comunista. Noi affermiamo che il nuovo esame delle posizioni teoriche e politiche, alla luce delle ultime esperienze della lotta di classe, potrà rilevare delle differenze, anche con i compagni dell’opposizione russa, ma noi tutti siamo al loro fianco nella lotta che essi conducono per il raddrizzamento dell’I.C.
2 – Il preteso fronte unico con Korsch
Il nostro preteso fronte unico con Korsch è presentato in un modo completamente falso. Tutto lo scandalo si riduce ad una semplice lettera personale, di uno dei nostri compagni, tutt’ora membro del C.E. dell’I.C., a Korsch, scritta nell’ottobre 1926, dalla quale risulta in modo indiscutibile che la nostra posizione politica contrasta con quella del gruppo Kommunistische Politik. È stato mai stabilito che i comunisti non possono avere delle relazioni personali che con i soli aderenti al partito? Ma la questione è un’altra; i dirigenti impegnano la nostra organizzazione in una politica che è contraria al programma dell’I.C. (scissione sindacale nel campo internazionale sostituita dalla tattica dell’unità tra le istituzioni sindacali di Mosca ed Amsterdam. Sottomissione alla volontà dei traditori del proletariato – conferenza anglo-russa di Berlino) e, per nascondere tutti questi errori, preparano lo scandalo trasformando una lettera personale di polemica e di critica, in un fronte unico! È vero che in questa lettera manca una delle note dei revisionisti del leninismo. In effetti il nostro compagno, lungi dal rallegrarsi delle posizioni politiche di Korsch e perché conosceva il suo passato rivoluzionario cercava di mantenerlo nei binari del movimento rivoluzionario. In ogni caso uniamo la lettera in questione.
3 – Nostra pretesa organizzazione – Nostra vigliaccheria
È falso: a) che abbiamo un’organizzazione; b) che un solo elemento della sinistra abbia rifiutato un qualsiasi lavoro del partito; c) che gli elementi della sinistra “coprono la loro passività politica e la loro vigliaccheria personale sotto la bandiera dell’opposizione riducendo la loro attività ad un lavoro distruttivo nel seno del partito”.
Secondo il solo criterio comunista, per poter giudicare della vigliaccheria, domandiamo il nome di un solo compagno della sinistra che abbia rifiutato un ordine del partito per un lavoro che presentava dei pericoli. Al contrario possiamo provare che in tutte le manifestazioni della lotta di classe in Francia, tutti i compagni della sinistra erano costantemente presenti, mentre i funzionari dirigenti consigliavano la tattica dell’imboscamento.
4 – La Sinistra in Italia
Noi non sappiamo ciò che avviene in Italia, ma dalle menzogne che abbiamo potuto constatare per ciò che riguarda l’organizzazione in Francia, abbiamo il diritto di non prestar fede a ciò che si riferisce ai nostri compagni residenti in Italia.
La lotta del proletariato italiano per conservare la sua organizzazione rivoluzionaria è delle più terribili; i compagni della sinistra che risiedono all’estero hanno tutti ottenuto l’autorizzazione del C.C. del PCI, gli altri che sono in Italia hanno dato il loro contingente quasi integrale alle prigioni ed alla deportazione. In conseguenza di ciò, e per il fatto che non abbiamo un’organizzazione potrebbe anche essersi verificata qualche mancanza; ma è nell’abitudine dei nostri nemici di classe, dei Poincaré, dei Mussolini, di sfruttare questi fatti, di farne degli argomenti politici.
5 – I compagni della sinistra e la lotta di classe
Noi affermiamo che nella Sinistra non vi è un solo “compagno stanco e scoraggiato” che abbia lasciato il partito. Se è vero che degli interi strati dell’emigrazione italiana si distolgono da ogni lavoro rivoluzionario, ciò dipende dalla vostra falsa politica. Nessun elemento di sinistra ha lasciato il partito; al contrario “Il Lavoratore Italiano” redatto dai centristi, ha dovuto fare le lodi degli elementi di sinistra, per la loro attività. Al contrario un compagno della sinistra escluso dal partito, si è visto rifiutare, nello spazio di un anno due o tre domande di riammissione al partito. Al contrario, degli elementi che hanno in seguito costituito un gruppo a parte volevano difendere con le armi i loro diritti di militanti della nostra internazionale comunista.
6 – Il gruppo «Avanguardia Rivoluzionaria»
È vero che nell’emigrazione si è recentemente costituito un gruppo di “Avanguardia Rivoluzionaria” che ha riprodotto un documento di Korsch. Noi siamo in dissenso politico con questo gruppo, come risulta dal loro organo “Risveglio Comunista”. Ma noi sosteniamo che è una politica criminale dal punto di vista rivoluzionario quella di cercare di rappresentare come degli “agenti fascisti” degli operai che hanno fondato il nostro partito in Italia, che hanno fatto la guerra civile contro i fascisti, che sono stati in prima linea nella lotta di classe in Francia. Questa politica tende a distruggere delle energie preziose della lotta rivoluzionaria, essa vorrebbe veder sorgere, tra la stessa classe operaia, dei nemici della Russia dei Soviet. Non è un dirigente rivoluzionario, ma al massimo un accademista pseudo-marxista, colui che non comprende il significato dello schiaffo dato da un operaio che lotta per la sua classe da anni ed anni, e che si vede privato del posto nel suo partito, colui che si volge verso questo operaio con lo scopo di farne un nemico.
Noi, compagni della sinistra, non possiamo fare una lotta di chiarificazione politica verso questo gruppo per il solo fatto che non abbiamo una nostra organizzazione, ma in quanto membri del partito, noi affermiamo che bisogna sostituire alle ingiurie la lotta politica seria.
7 – Il legame con la politica fascista
Voi avete scritto:
«Il C.C. italiano ha potuto provare che alcuni uomini di fiducia di questi gruppi di opposizione sono della gente in relazione con la polizia fascista». Questo significa che il lavoro d’opposizione sarebbe favorito dalla polizia fascista. Dal punto di vista politico non vale nemmeno la pena di rispondere a questa questione. Dal punto di vista materiale, noi vi sfidiamo a darci il minimo indizio che provi che qualcuno di noi ha avuto delle relazioni con la polizia fascista diverse da quelle che riguardano la prigione, la condanna a morte, le bastonature, le ferite, le persecuzioni contro le nostre famiglie in Italia.
Se voi volete riferirvi a qualcuno degli elementi che fanno parte del gruppo “Avanguardia Rivoluzionaria” e che restano in relazione con gli operai di tutte le tendenze del nostro partito, voi avete il dovere di darne la prova, voi avete il dovere di indicare a noi come agli altri operai emigranti, questo agente fascista. E noi, gli emigrati, faremo allora quello che voi non fate, vi daremo gli elementi per fare sparire questo agente fascista dai nostri ambienti rivoluzionari. Ma voi non l’avete fatto fino ad oggi, e questo fascista, se esiste, è sempre in mezzo a noi.
È probabile che vi sia un fantoccio fascista e che questo vi resterà perché serve meravigliosamente ai vostri progetti politici per la lotta contro la sinistra.
8 – Gli errori politici
Ma tutto questo castello d’ingiurie e di calunnie, non ha forse lo scopo di offuscare tra le masse la visione delle conseguenze della vostra politica? Questa politica è condannata per il solo fatto che si difende con tali mezzi. Oltre tutte le questioni internazionali, il C.C. del PCI deve nascondere gli errori enormi dei quali rileveremo solamente i principali riservandoci naturalmente di approfondire il nostro studio all’occasione del congresso del PCI e del VI congresso mondiale. Il solo criterio marxista e leninista per poter giudicare dell’attività di un partito politico consiste nell’applicazione fatta del nostro programma comunista nelle analisi delle situazioni e dei rapporti di classe per fissare l’orientazione segnata alla nostra attività nella lotta di classe. Ora noi sosteniamo che se non si produce una mobilitazione radicale nella politica internazionale e, in conseguenza nella politica del PCI, lo sforzo eroico fatto oggi dal proletariato italiano non avrà il risultato che si spera, cioè la vittoria rivoluzionaria. L’attività del partito italiano tra l’emigrazione politica in Francia ci impone di essere molto diffidenti verso gli studi teorici contenuti nello “Stato Operaio”. Questa attività ci impone di considerare che gli elementi che dominano la nostra orientazione sono rappresentati dai microbi antimarxisti contenuti in questi studi mentre le altre parti sono destinate ad avere un’importanza di dettaglio.
Due attività del partito nell’emigrazione che sono legate d’altronde agli elementi essenziali della politica in Italia, meritano un breve esame.
a) I Comitati Antifascisti:
I comitati antifascisti sono stati costituiti nel nostro partito sul seguente programma: a) assemblea repubblicana sulla base dei comitati operai e contadini; b) controllo delle banche; c) terra ai contadini.
Che necessità vi è stata di modificare il nostro programma comunista, mentre in Italia la situazione imponeva l’applicazione del programma iniziale, con la massima evidenza? Perché lasciar da parte la nostra parola d’ordine: dittatura del proletariato? Perché non proclamare che il controllo sulle banche e la terra ai contadini sono rivendicazioni che possono risultare solamente da una lotta rivoluzionaria? Tutto questo perché si parla di «un fronte unico di tutti gli strati oppressi dal fascismo» (edizione per l’Italia del Kuomintang), perché si fonda la nostra politica sulla prospettiva di una «rivoluzione popolare» antecedente alla rivoluzione proletaria (Risoluzione del Presidium dell’Internazionale del 28 gennaio 1927), perché si parla «della passività della classe operaia e del compito rivoluzionario dei contadini», perché si crede che le rivendicazioni della democrazia borghese (elezione libera delle amministrazioni comunali nelle campagne) possono avere un significato rivoluzionario, perché si mette sotto i piedi la teoria leninista sullo Stato e sull’Imperialismo fino al punto di vedere l’esistenza di questioni nazionali in Italia ove lo Stato capitalista «il prodotto e la manifestazione dell’antagonismo inconciliabile delle classi» (Lenin) assume l’aspetto reale unitario in quanto riesce a diventare lo «strumento della dominazione della classe oppressa» (Lenin) e non sarà rovesciato che dalla classe proletaria, alleata alla classe dei contadini poveri. In un tale ambiente ove lo sviluppo imperialista ha detto la sua ultima parola, le rivendicazioni regionaliste possono far parte del programma elettorale dei ciarlatani ed esso deve essere bandito dal nostro partito.
Fatte queste considerazioni, non c’è da stupirsi che i dirigenti del nostro partito abbiano fiducia di un organo sovvenzionato del governo Jugoslavo (“Il Corriere degli Italiani”). Questo giornale si propone di diventare l’organo dei comitati antifascisti ed uno dei suoi redattori è nello stesso tempo uno dei membri del C.C. di questi comitati.
b) La questione sindacale:
Nel febbraio 1927, il C.E. della C.G.L. proclama la bancarotta dell’organizzazione sindacale della classe operaia in Italia e passa al fascismo. Due membri non passano al fascismo, benché abbiano nel 1923 e nel 1924 tentato di collaborare con Mussolini, per la semplice ragione che essi sono in Francia.
Questo fatto non poteva avere che un solo significato, che avremmo dovuto marcare con caratteri di ferro, nella coscienza delle masse operaie in Italia. Questo atto non rappresenta che la conclusione naturale, logica della socialdemocrazia, la quale in determinate circostanze della lotta di classe, non può che unirsi al fascismo.
Il fatto che una situazione tragica ci dava la possibilità di segnalare l’equivalenza fascismo- socialdemocrazia, era della massima importanza. E noi, partito comunista, abbiamo fatto il possibile per offuscare questa esperienza di una importanza formidabile soprattutto perché non possiamo considerare come scomparsa una riserva di dominazione borghese: la socialdemocrazia, nell’Italia stessa.
Il nostro partito ha ricostituito le organizzazioni sindacali in Italia e queste avranno una grande influenza nella ripresa della lotta di classe. Ma nell’occasione del congresso dell’Internazionale d’Amsterdam noi, invece di lanciare – in quanto comitato sindacale comunista – un appello alle masse italiane proclamando che il traditore Buozzi era al suo posto in questo congresso, che l’affiliazione a questa internazionale significava LA CONTINUAZIONE DELLA LINEA POLITICA CADUTA NEL FASCISMO; noi, invece di fare pressione sul comitato dirigente in Italia perché non mandi alcuna delegazione a questo congresso, in seguito a quanto era avvenuto nel febbraio, e perché rimetta la questione dei rapporti internazionali a un congresso regolare ove noi comunisti avremmo dovuto sostenere apertamente l’adesione a Mosca; noi che abbiamo sostenuto durante gli anni la rottura con Amsterdam, abbiamo elemosinato l’entrata al congresso di Amsterdam, abbiamo riconosciuto la necessità di un Buozzi a Parigi, abbiamo consigliato a Jouhaux di riconoscere l’organizzazione in Italia, poiché da questo fatto il suo compito alla Società delle Nazioni ne avrebbe ricavato un vantaggio! La Xa condizione di ammissione di un partito all’Internazionale Comunista dice testualmente: «Ogni partito appartenente all’I.C. ha il dovere di combattere con energia e tenacia l’Internazionale dei sindacati gialli formati ad Amsterdam. Deve invece concorrere con tutte le sue forze all’Unione Internazionale dei sindacati rossi aderenti all’I.C.».
Il paragone tra la nostra tattica e la nostra condizione programmatica è tanto più importante perché, data la situazione internazionale ed il ruolo della socialdemocrazia, noi abbiamo perduto un’ottima occasione per porre dinanzi al proletariato italiano, il problema della guerra contro la Russia nei suoi giusti termini.
Compagni,
Abbiamo risposto a tutte le accuse con la più categorica smentita, siamo sicuri di non aver commesso atti frazionisti, siamo militanti dell’I.C. e crediamo dover restarci per combattere anche il frazionismo dei dirigenti, di cui vi abbiamo dato qualche esempio nella mancanza ai nostri principi programmatici.
Noi pensiamo che la crisi attuale dell’Internazionale dovrà risolversi nelle sue file. E per ciò, nello spirito di Lenin, ci prepariamo a portare il contributo delle nostre esperienze rivoluzionarie nella discussione che avrà luogo nei partiti comunisti, persuasi che questo è il solo mezzo per essere veramente accanto al proletariato russo nella sua lotta contro le difficoltà che saranno vinte perché il proletariato mondiale non ha perduto le probabilità di abbattere il capitalismo in altri paesi.
Con le ingiurie che ci sono state indirizzate, si poteva spingerci a delle reazioni, d’altronde giustificate. Abbiamo trattenuto la nostra impulsività. l’Internazionale comunista è l’organizzazione dell’avanguardia proletaria di tutto il mondo. Essa saprà liberarsi dei metodi che l’hanno offuscata e che ancora l’offuscano.
La nostra Internazionale non è quella ove trionferà il metodo delle canagliate e delle calunnie, metodo che bisogna lasciare ai suoi padri naturali; agli Scheidemann, ai Mussolini. Essa resterà la locomotiva della rivoluzione mondiale.
La sinistra italiana che si richiama alla sola corrente del partito socialista italiano che ha preso la posizione leninista all’occasione della guerra, che ha spiegato, sola, al proletariato italiano, il significato comunista della rivoluzione russa; questa sinistra non è fatta di una banda i vigliacchi.
Essa che ha fondato la sezione dell’I.C. in Italia, saprà compiere il suo grande dovere nelle situazioni future e soprattutto quando la situazione offrirà le premesse della rivoluzione proletaria in Italia.
Viva la mobilitazione di tutti i partiti comunisti per la salvezza della rivoluzione russa che saprà vincere le difficoltà attuali solamente nello spirito di Lenin, e con la collaborazione di tutti coloro che lavorano a suo fianco, nella salda orientazione politica dei nostri programmi, del marxismo, del leninismo.
VIVA IL PROLETARIATO RUSSO, VIVA L’INTERNAZIONALE COMUNISTA.»