Partidul Comunist Internațional

Spartaco 1962/I/2

Dopo Ceccano

I fatti di Ceccano non sono un „disgraziato”, un luttuoso „incidente” che non sarebbe avvenuto – come si vorrebbe far credere – se Montecitorio o Palazzo Madama avessero tempestivamente votato un paio di… riforme di struttura. Da quando, 101 anni fa, è sorto lo stato nazionale italiano (ed è sorto democratico-costituzionale) sempre i proletari in lotta hanno trovato contro di sé le baionette o i fucili delle patriottiche forze dell’ordine; le stesse squadracce nere del fascismo passarono, bruciando e distruggendo, sul terreno che la democrazia aveva già seminato di cadaveri o, che è lo stesso, di condannati all’ergastolo. Legge e manganello si diedero, allora come prima e dopo, come sempre, la mano e tennero insieme il sacco dei borghesi.

Se un insegnamento, l’unico che possa vendicare i loro morti, deve venire ai proletari di tutte le fabbriche e di tutte le regioni dalla cittadella assediata e martoriata di Ceccano – una delle tante in un secolo di storia „gloriosa” dell’Italia capitalistica – è che la democrazia, non meno del fascismo, è la dittatura spietata del capitale sul lavoro, e che alla sua violenza aguzzina la classe operaia può rispondere soltanto con la sua gigantesca forza organizzata in nome non della pacifica conquista del potere, ma della rivoluzione proletaria; non della costituzione, ma della dittatura comunista.

Due metodi di lotta in insanabile contrasto

Quello che distingue come il fuoco dall’acqua l’azione anche rivendicativa dei marxisti rivoluzionari da quella degli opportunisti e dei rinnegati, non è una sfumatura di accento, un più in contrapposto al meno, una rivendicazione più dura contro una più molle; è un metodo opposto di concepire e impostare ogni singola lotta ed ogni singola rivendicazione.

Per noi, ogni battaglia economica ed ogni richiesta sindacale devono riflettere gli interessi GENERALI di una classe che si batte per DISTRUGGERE il regime capitalistico; che per distruggerlo deve superare le divisioni di categoria create in seno ad essa dalla classe nemica, e la separazione dei mezzi dal fine predicata dall’opportunismo; per i rinnegati, per i riformisti, sono azioni e parole d’ordine slegate dal fine ultimo e subordinate agli interessi di conservazione di QUESTA società di grossomercanti-pirati.

Nel volantino che segue, distribuito in occasione del primo sciopero dei metalmeccanici, questo inconciliabile contrasto balza – ci sembra – particolarmente agli occhi e definisce in modo inconfondibile la nostra posizione di battaglia. Perciò lo riproduciamo:


Viva lo sciopero generale!

Proletari!

Oltre un milione e 250.000 metallurgici stanno per scendere in lotta impugnando la formidabile arma dello sciopero generale. È una forza gigantesca che, impiegata con l’inflessibile volontà di non cedere di cui ancora una volta gli operai delle Asturie hanno dato l’esempio luminoso, spezzerebbe come un fuscello qualunque resistenza della classe padronale e dell’organo di amministrazione degli interessi borghesi, lo stato.

Perché, dunque, questa immensa forza unitaria non è stata sistematicamente utilizzata PRIMA? Perché in lunghi mesi di agonia si sono lasciati SOLI in un’impari lotta gli eroici lavoratori di Ceccano? Perché è potuto avvenire che tuttora gli operai del Tecnomassio, della Triplex, della Ri-Ri e di altri stabilimenti milanesi, come già ieri quelli della Lancia e della Michelin a Torino, combattono ISOLATI contro un padrone che può infischiarsene perché non trova schierato con loro il fronte poderoso dell’INTERA classe lavoratrice? Perché gli stessi episodi possono ripetersi in cento altri aggregati industriali? Perché si deve assistere oggi allo scandalo di uno sciopero decretato per sole 24 ore, dopo le quali, scoccato l’ultimo minuto del giorno 13, i lavoratori degli stabilimenti in serrata si troveranno di nuovo soli contro il blocco, che non si è mai spezzato, dei padroni?

Proletari!

Dopo fiumi di chiacchiere sulla tecnica „scientifica” e sulla miracolosa efficacia degli scioperi „articolati”, si è infine proclamato lo sciopero generale di tutta una categoria. Ma l’impostazione ufficiale data allo sciopero è sufficiente? Noi rispondiamo: NO!

Uno sciopero generale proclamato per 24 ore con la dichiarazione preventiva che due giorni dopo si tratterà coi padroni, e che le previste sospensioni del lavoro straordinario sono state rinviate; uno sciopero unitario che l’indomani lascerà altri operai in balìa della pidocchiosa elemosina dei „cittadini” o dell'”assistenza morale” dei preti; uno sciopero che l’arcobaleno sindacale pretende generale quando invece la sua piattaforma contempla come PRIMO articolo l’infame rivendicazione delle contrattazioni SEPARATE; uno sciopero che dovrebbe strappare ai padroni la settimana ridotta e parte con la disdetta della sospensione straordinario; uno sciopero diretto da sindacati i quali dicono di battersi contro le sperequazioni salariali e chiedono NUOVE qualifiche, cioè nuove SPEREQUAZIONI; uno sciopero di questo genere non è concepito come un’azione di lotta di classe, ma come un vile ripiego dei tre „vertici” sindacali per salvare la faccia di fronte alla vostra pressione.

Proletari!

Gridate alto, in seno alla CGIL e fuori, la vostra decisione di scioperare UNITI, SENZA QUARTIERE, A TEMPO INDETERMINATO!

Non accettate la sospensione dello sciopero in attesa di belle promesse; il nemico si piega soltanto con la forza, e la forza è vostra! NON DUNQUE SCIOPERO OGGI E TAVOLO VERDE DOMANI, MA SCIOPERO OGGI E DOMANI FINO ALLA VITTORIA; SCIOPERO NON DEI SOLI METALLURGICI, MA DI TUTTI GLI OPERAI ITALIANI, PER OBIETTIVI E INTERESSI COMUNI A TUTTI!

È questo il grido delle Asturie, è questo il grido di Ceccano!


Dopo di allora, nuova beffa: si sciopererà in due giorni successivi nel settore privato, NON si sciopererà nel settore statale che ha, bontà sua, acconsentito a trattare! Non era forse una ragione di più per lottare UNITI? Ammesso che l’accettazione delle trattative da parte dell’ENI ecc. significasse accettazione delle richieste operaie (ma nessuna garanzia esisteva), non era dovere dei sindacati proclamare, da questa supposta posizione di forza, lo sciopero generale senza limiti di tempo, dovunque?

Ma vai a ragionare con gli opportunisti! Così, ancora una volta, la classe operaia è stata divisa e spezzettata.

Parli per tutti Carlo Marx

«La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; MA I NUMERI PESANO SULLA BILANCIA SOLO QUANDO SONO UNITI DALL’ORGANIZZAZIONE E GUIDATI DALLA CONOSCENZA (cioè dal partito). L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi (quindi, a maggior ragione, delle diverse fabbriche, categorie, regioni dello stesso paese) e spronarli a SOSTENERSI GLI UNI CON GLI ALTRI, venga inesorabilmente punito con la sconfitta COMUNE dei loro sforzi slegati. »

Dall’Indirizzo inaugurale della I Internazionale

Presente e avvenire delle Commissioni Interne

Schifati dell’opera di collaborazione aziendale che oggi le C.I. svolgono, e d’altra parte consapevoli che anche questi organismi dovranno un giorno essere riguadagnati al movimento proletario, alcuni proletari si pongono periodicamente la domanda: votare o no per le commissioni interne? e, in caso affermativo, per chi votare?

Il problema è mal posto. Oggi, prese nell’ingranaggio dell’opportunismo sindacale e politico, ancora più impotenti dei sindacati a resistere alla pressione padronale, perché chiuse nei confini dell’azienda, non solo le C.I. sono adesso strumenti di collaborazione col padronato, ma saranno domani le ULTIME cittadelle che la ripresa di classe proletaria riconquisterà, per farne un’arma, subordinata ma sempre arma, di difesa e di offesa contro il capitale. Oggi, chiunque le diriga è condannato a servire gli interessi dell’azienda: la lotta per restituirle alla loro funzione nella guerra di classe si svolge non sul piano delle elezioni di fabbrica, ma su quello della battaglia politica per la riconquista delle organizzazioni sindacali ad opera del partito rivoluzionario marxista.

Invece di presentare l’ennesima lista di candidati alle C.I. in una competizione fra botteghe politiche e sindacali, noi ricordiamo agli operai, come è detto in un volantino distribuito da una nostra sezione alle maestranze di un complesso industriale, che:


«Nessun organismo a carattere aziendale, meno che mai le C.I. come sono ora congegnate, potrà difendere i vostri interessi e guidarvi nella lotta SE NON HA ALLE SUE SPALLE UNA CAMERA DEL LAVORO CHE ABBRACCI TUTTE LE CATEGORIE, che esprima gli interessi e persegua gli obiettivi COMUNI A TUTTA LA VOSTRA CLASSE, che ispiri la sua lotta quotidiana al programma di un partito operante per gli scopi immediati e finali della classe lavoratrice, e che leghi ogni sua rivendicazione e battaglia al problema centrale della preparazione del proletariato alla conquista rivoluzionaria del potere.

L’AZIENDA È LA VOSTRA GALERA: non dall’interno ma dall’ESTERNO gli operai di qualunque fabbrica e categoria riusciranno non solo domani a spezzare per sempre le proprie catene, ma a difendersi fin da ora e ogni giorno contro lo sfruttamento capitalistico.

La soluzione dei vostri problemi ha dunque inizio NEL SINDACATO sotto la guida del PARTITO DI CLASSE: è nella tradizionale organizzazione unitaria, la CGIL, che deve essere sciolto il nodo che vi tiene stretti alla gola; è lì che si deciderà la grande questione se il proletariato deve restare lo schiavo legato al carro borghese dalle illusioni democratiche legalitarie e pacifiste, o addirittura patriottiche, diffuse dai lacché dell’opportunismo, o tornerà ad essere, come siamo certi che tornerà, una classe rivoluzionaria, affossatrice della società capitalistica. »


È la battaglia che noi conduciamo perché il sindacato cessi di servire la collaborazione fra le classi e riprenda il compito storico di organizzare le forze operaie contro il padronato; dal suo esito dipenderanno le sorti delle C.I. nella rossa luce della riscossa proletaria.

Poscritto a « Due metodi di lotta in insanabile contrasto »

Dopo l’articolo così intitolato in 1ª e 2ª pagina, gli scioperi dei metalmeccanici sono continuati su scala nazionale a intervalli irregolari sempre di un solo giorno e sulla stessa falsariga: scioperano gli operai del settore privato, lavorano quelli del settore statale, sebbene gli stessi sindacati „si accorgano” (era ora!) che qui le direzioni aziendali si comportano esattamente come i padroni delle aziende private.

Un fatto nuovo e clamoroso è stato lo sciopero compatto della FIAT dopo tanti anni di quasi passività. Era su questo dato capitale che bisognava far leva: invece, quando Valletta (fresco degli elogi di Krusciov) ha proclamato la serrata, si è risposto non già con lo sciopero generale, di cui esistevano tutte le condizioni, ma con una lacrimevole sospensione del lavoro per dieci minuti.

Così „guidano” le masse gli uomini di un esercito della salvezza, non dei sindacati degni di chiamarsi operai!

L’emigrante parla all’emigrante Pt.1

„Paese che vai, sfruttamento che trovi”: non dimenticarlo mai compagno che ti accingi a varcare la frontiera in cerca di un pane meno faticato di quello che la patria dei tuoi padroni ti concede.

Il mercato estero è ormai vicino alla saturazione di manodopera. Questa affluisce continuamente, soprattutto dall’Italia del sud, inesauribile serbatoio di forza lavoro disoccupata e, purtroppo, non qualificata; è quindi destinata a coprire i vuoti dei lavori più gravosi, più malsani e meno pagati. Non serve fare il conto di quante lire il Franco Svizzero o Francese, e il Marco Tedesco, valgano di nome; perché dal tuo salario, che corre sul filo del minimo, devi detrarre il necessario per campare miseramente, compresi il fitto dei sempre più cari e introvabili alloggi, le tasse comunali, cantonali e federali se sei in Svizzera e spesso anche quelle per la Chiesa, oltre alle trattenute per malattia, pensione, invalidità.

Stai per abbandonare il paese per rompere il cerchio della miseria su una „via della speranza” seminata di dolori, fatiche e umiliazioni, con la sicura prospettiva di non risolvere nessun problema salvo quello del nudo lavoro e col risultato di sgobbare come un galeotto.

Fraternamente, in base alla mia esperienza, ti spiegherò in una serie di altre lettere il meccanismo di questa fra le tante piraterie borghesi contro le quali nessuna organizzazione sindacale fra le tante esistenti ti protegge.

IL PROLETARIO

Due rivendicazioni permanenti: Aumento del salario base e diminuzione dell’orario di lavoro

Nella storia della lotta del proletariato contro lo sfruttamento capitalistico, due sono sempre state le rivendicazioni fondamentali che i proletari istintivamente assunsero a bandiera di ogni loro ribellione: AUMENTO DEL SALARIO BASE e DIMINUZIONE DELL’ORARIO E DELLO SFORZO DI LAVORO. L’una non è separabile dall’altra in quanto una reale diminuzione del tempo di lavoro è impossibile senza una corrispondente maggiorazione di salario, e l’aumento del salario per essere una conquista non effimera presuppone una parallela lotta per la riduzione della giornata legale di lavoro.

Lo sviluppo storico del capitalismo ha dimostrato ai proletari (i marxisti lo sapevano già in precedenza) che su tali rivendicazioni non si è mai registrata una conquista durevole: le crisi, le guerre, le riprese produttive, lo svolgimento generale della produzione capitalistica hanno sempre compromesso ogni conquista economica anche se, come quella delle otto ore ottenuta attraverso generali ed aspre lotte operaie. Il valore delle battaglie combattute per queste rivendicazioni sta prima di tutto nella crescente solidarietà che esse creano fra gli operai, qualunque sia la sorte delle conquiste di volta in volta ottenute, e nella consapevolezza dei proletari in lotta che la soluzione dei loro fondamentali problemi di vita anche quotidiana è legata alla lotta contro tutto lo schieramento di classe della borghesia, protetto dal suo Stato e benedetto dalle diverse Chiese.

In questa prospettiva, ogni piattaforma economica avanzata dalle organizzazioni operaie ha un valore soltanto se non si limita a rivendicare la riduzione generale, a tutti i livelli della giornata di lavoro (che oggi è ferma alle otto ore solo formalmente, mentre in realtà le supera) e l’aumento generale del salario base per ogni categoria, settore ed azienda, indipendentemente dalle differenziazioni di qualifica e di salario che il processo della produzione capitalistica determina in seno alla classe operaia, ma ribadisce i seguenti principi fondamentali, ricollegati alle necessità della guerra di classe del proletariato contro la borghesia sfruttatrice.

1) LA LOTTA PER LA RIDUZIONE DELLA GIORNATA DI LAVORO

Che già oggi il famoso progresso tecnologico dovrebbe permettere di accorciare ad almeno sei ore (ammessa una settimana di sei giorni) HA SENSO SOLO SE INTEGRATA DALLA LOTTA PER LA SOPPRESSIONE DEL LAVORO STRAORDINARIO. La formula confederale della „non obbligatorietà” del lavoro straordinario equivale in pratica ad una sua accettazione e tolleranza.

2) LOTTA CONTRO COTTIMO E PREMI

LA RIVENDICAZIONE DELLA SOPPRESSIONE DEL LAVORO STRAORDINARIO E DELLA RIDUZIONE GENERALE DEL TEMPO DI LAVORO NORMALE SONO INSEPARABILI DALLA LOTTA CONTRO IL SISTEMA DEL LAVORO A COTTIMO E CONTRO I PREMI DI PRODUTTIVITÀ, mezzi con cui il capitale riguadagna il tempo perduto con la diminuzione della giornata lavorativa, intensifica lo sforzo fisico del proletario e crea nella classe operaia differenziazioni di trattamento e quindi di interessi. Non una parola su questi problemi è contenuta nelle piattaforme rivendicative dell’organizzazione sindacale ufficiale: al massimo si chiede l’illusorio controllo sui cottimi e sui premi.

3) AUMENTO DEL SALARIO BASE

A SUA VOLTA L’AUMENTO DEL SALARIO BASE PRESUPPONE:

a) l’unificazione delle innumerevoli voci che oggi compongono la remunerazione della forza lavoro;

b) LA FISSAZIONE DI UN SALARIO BASE CHE RISPONDA ALLE NECESSITÀ DI VITA DEGLI OPERAI (finché non hanno la forza di abbattere le mura della galera capitalistica) senza costringerli a completarlo con l’erogazione di ore supplementari di lavoro o col ricorso al cottimo e all’arma ricattatoria dei premi di produzione;

c) LA RIDUZIONE AL MINIMO DELLE DIFFERENZIAZIONI DI SALARIO FRA CATEGORIA E CATEGORIA, FRA ZONA E ZONA, FRA LAVORO MASCHILE E LAVORO FEMMINILE, FRA ANZIANI E GIOVANI;

d) LA RIDUZIONE AL MINIMO DELLE QUALIFICHE E RELATIVE DIFFERENZIAZIONI SALARIALI;

e) ANCORA UNA VOLTA LA SOPPRESSIONE DEI PREMI DI PRODUZIONE, E LA RIPRESA DELLA STORICA LOTTA CONTRO IL LAVORO A COTTIMO.


Senza questi postulati, è chiaro che le stesse rivendicazioni permanenti della riduzione del tempo di lavoro e dell’aumento generale del salario, rimangono illusorie e prive di valore ai fini dell’organizzazione del proletariato in un blocco unitario contro il capitale. Le piattaforme rivendicative delle organizzazioni sindacali opportuniste non solo tacciono su questi punti, ma aggravano la situazione insistendo precisamente su una moltiplicazione delle qualifiche, sull’aumento dei premi di produzione e sulla integrazione del salario base nazionale a livello delle aziende. In nessuna si trova l’affermazione che il salario deve essere aumentato proporzionalmente PIÙ PER LE CATEGORIE OPERAIE PEGGIO RETRIBUITE E IN PARTICOLARE PER I MANOVALI.

Su questi punti, in merito ai quali ritorneremo con maggiori chiarimenti in successivi articoli, noi non ci stancheremo di batterci parallelamente alla rivendicazione dell’estensione massima delle lotte rivendicative fino allo sciopero generale di ogni singola categoria e di TUTTE le categorie fraternamente unite.

Le "novità di Novella"

„Caratteristica fondamentale della politica generale della CGIL – anche se la si confronti con quella delle organizzazioni sindacali di altri paesi capitalistici – è sempre stata, fin dalla sua costituzione, quella di non distinguere mai la sua azione per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori da quella riguardante lo sviluppo economico del paese; ma di fare dell’una condizione e strumento dell’altra.”

(A. Novella, „Rassegna Sindacale”, Aprile 1962)


No, egregi signori, la vecchia organizzazione, anche quando era diretta dai più slavati riformisti, non subordinava la sua azione a una politica rivolta allo „sviluppo economico del paese” o al „continuo incremento del reddito nazionale”, cioè del capitale. Caratteristica fondamentale della sua politica, soprattutto alle sue origini di organizzazione di classe dei lavoratori, fu di non distinguere la sua azione per il miglioramento delle condizioni di vita dei proletari dallo scopo finale della distruzione della società capitalistica.

Siete voi, eredi del peggior riformismo, che, trascinandovi nella scia della CISL e dell’UIL, trasformate la già gloriosa CGIL in un docile strumento di collaborazione fra le classi.

E, non contenti di pugnalare il vivo, ora insultate il morto.

Lotte di classe nel mondo

Ancora una volta gli operai di Bilbao, nella Spagna Settentrionale, hanno dato uno splendido esempio di reale solidarietà tra sfruttati entrando in sciopero SENZA LIMITI DI TEMPO A FAVORE DEI LORO FRATELLI ARRESTATI. Altro che i dieci minuti di sospensione del lavoro per i tragici fatti di Ceccano o per la serrata della FIAT!

Ancora una volta gli operai in pelle nera della Rhodesia del Nord, nelle miniere di rame e di cobalto, hanno indicato ai proletari di un’Europa bianca, sfibrata dall’opportunismo e dalla conciliazione di classe, la strada maestra della lotta unitaria e senza quartiere scioperando tutti uniti (30.000!) dal 2 al 22 maggio. I civilissimi rappresentanti dell’ultracivile borghesia bianca hanno risposto con una feroce repressione, durante la quale i lavoratori negri hanno perduto tre morti e una quarantina di feriti. Restino gli eroici proletari di una presunta „razza inferiore” nell’albo d’oro della guerra di classe