Partidul Comunist Internațional

Carlo Marx e i sindacati Pt.2

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II.

Noi troviamo nel manifesto dei Comunisti la stessa definizione espressa in termini leggermente differenti. Esaminando lo sviluppo storico del proletariato, il Manifesto accenna la sua organizzazione sindacale.

La lotta del proletariato – esso dice in sostanza – incomincia colla sua esistenza. Dapprima gli operai lottano isolatamente; poi quelli d’una stessa impresa si raggruppano e successivamente quelli d’una stessa industria in una determinata località si uniscono contro certi sfruttatori. A poco a poco, si formano delle coalizioni sempre più vaste, per la difesa dei salari. Vengono infine create delle associazioni permanenti per sostenere i lavoratori nei momenti di lotta attiva. A un dato punto, l’organizzazione professionale o locale assume un carattere politico ed abbraccia tutta la classe operaia del paese.

Dopo la rivoluzione del 1848-49, Carlo Marx dovette trasferirsi per lungo tempo in Inghilterra. Egli ebbe così la possibilità di osservare sul posto la fase nuova del movimento sindacale inglese. I cartisti – partito politico della classe operaia – avevano condiviso la disfatta del proletariato europeo. Gli operai inglesi si rialzarono a combattere energicamente per le Trades Unions, ormai alla testa del movimento di sciopero. I loro successi provocarono anzi un certo entusiasmo esagerato a favore dei Sindacati, considerati da alcuni come la sola e più efficace delle forme del movimento operaio.

Marx, allora, stava studiando la società capitalista. Egli era già riuscito a penetrare il mistero dello sfruttamento borghese e a chiarire il processo di formazione del plus-valore (beneficio). A differenza degli economisti borghesi, egli aveva stabilito che il salario non era che il risultato d’una trasformazione del valore della mano d’opera – o forza di lavoro – venduta dagli operai ai capitalisti. Obbligando l’operaio a lavorare più di quello che occorre per ricuperare il valore della mano d’opera comperata, lo industriale acquista una certa quantità di plus-valore. Da ciò – da questo lavoro straordinario e dei salari – trae origine la lotta incessante tra capitalisti ed operai. Questa lotta, per la diminuzione della giornata di lavoro e la conservazione dei salari, è sostenuta dagli operai per tramite dei Sindacati, che permetta loro di opporre delle forze collettive: ma essa ha limiti ben definiti, fissati dal meccanismo stesso della società capitalista. Fino a quando la mano d’opera viene considerata come merce, il suo prezzo non può elevarsi che in certi limiti. E se prendiamo una media – risultante d’un certo numero di anni, mediante i quali la produzione capitalista attraversa diverse fasi: calma, animazione, prosperità, crack, stasi – noi vediamo che il salario non si eleva mai fino al punto di permettere all’operaio di liberarsi dalla necessità di vendere il suo lavoro.

Poco dopo il 1860, gli operai inglesi arrivarono a convincersi che era indispensabile allargare le basi della loro organizzazione, di completare e di affermare il vincolo cogli operai stranieri, principalmente francesi e belgi. Il risultato di questi sforzi fu la prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, alla cui fondazione partecipò Marx (1864). Carlo Marx ebbe così l’occasione di entrare praticamente e strettamente in contatto colle Trades Unions inglesi, i cui dirigenti più in vista appartennero al Consiglio Generale dell’Internazionale. Con essi parteciparono al movimento i membri delle vecchie organizzazioni socialiste e politiche, i discepoli di Roberto Owen, i cartisti, i cooperatori che erano lungi dal comprendere l’importanza del movimento sindacale.

Marx volle approfittare di queste discordanze, per tenere, nell’estate del 1865, una conferenza sulla funzione dei sindacati o delle Trades Unions nella lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro, e sui limiti assegnati all’efficacia della loro azione.

Prospettando le basi della sua teoria del valore e del falso valore, egli espose le leggi che, in una società capitalista, reggono i salari, i rapporti necessari tra i prezzi, i salari ed i benefizi. Egli dimostrò quanto erano puerili le obbiezioni dei membri del Consiglio Generale, avversari degli scioperi e delle Trades Unions, che li sostenevano, perché – dicevano – «il rialzo dei salari doveva forzatamente avere per conseguenza quello dei prezzi, e quindi non serviva a nulla».