Il baraccone nazionale fa acqua: tutti i partiti gli mettono una pezza
Scriveva Il Mondo del 10 novembre:
« È difficile immaginare quali virtù dovrebbe avere un uomo di Stato per fare una politica economica conforme all’interesse del Paese con un Parlamento che vuole continuamente la botte piena e la moglie ubriaca: l’aumento indefinito delle spese pubbliche, senza aggravare la pressione tributaria, né svalutare la moneta; la diminuzione del costo del denaro e la destinazione di una massa sempre maggiore di risparmio negli investimenti statali, senza ridurre il numero degli impiegati bancari e migliorando sempre più le loro retribuzioni; una maggiore efficienza della pubblica amministrazione e la immissione nei ruoli senza concorsi di tutto il personale avventizio; la riforma della burocrazia e la proroga dei «diritti casuali»; la diminuzione del carovita e lo aumento dei dazi doganali, i premi di esportazione, gli ammassi e i prezzi di sostegno per i prodotti agricoli; la lotta contro i gruppi monopolistici e la difesa del mercato interno dalla concorrenza straniera; l’eliminazione delle industrie parassitarie ed i sussidi dello Stato perché siano mantenuti al lavoro tutti gli operai in esse occupati, ecc. ».
Ora noi non abbiamo nessuna tenerezza per i parlamenti, al contrario; ma, se le cose stanno così, la ragione va cercata nella situazione di marcescenza della società borghese italiana, di cui, caso mai, il Parlamento è il riflesso, non la causa. Il capitalismo italiano geme sotto il peso della sua inconsistenza, delle sue esigenze contraddittorie, dei suoi contrasti interni. Fa quello che può fare; e tutto quello che fa è storto. È una logora baracca che sta in piedi non per grazia di Dio né per volontà della nazione, ma perché la tengono in piedi, alleati anche nelle temporanee baruffe, l’America coi suoi aiuti e le sue corazzate e la Russia con quel servizio internazionale di pompieri e affossatori della lotta di classe, che ha nome stalinismo. Ernesto Rossi può, a fil di logica economica classica, lamentare una direzione contraddittoria dell’economia italiana: la realtà è che lo Stato italiano si regge soltanto in forza dei mille compiti contraddittori che la classe dominante gli affida.
Prendiamo il caso dell’I.R.I. Il benemerito istituto è sorto in regime fascista per raccogliere l’eredità dei salvataggi bancari delle industrie deficitarie e accollare allo Stato, cioè al contribuente, le spese del loro fallimento prima, le spese della loro rimessa in esercizio poi. Il peso di quest’onere preoccupa lo Stato: basti dire che, secondo l’articolo citato, negli ultimi otto anni le perdite del solo settore meccanico dell’I.R.I., sopportate dallo Stato (cioè da noi), arrivano ai 100 miliardi di lire circa. Ma può lo Stato, rappresentante degli interessi generali di conservazione della classe dominante, smobilitare l’I.R.I.? Non lo può, sia perché i padroni dello Stato, gli industriali, chiedono a questo loro strumento di pagargli le perdite, sia perché, sempre ai fini della conservazione sociale e della difesa della rivoluzione, esso non può gettare impunemente sul lastrico enormi masse operaie.
Se smobilita — e in qualche caso lo fa, anche perché gli industriali sono stanchi di far funzionare aziende attrezzate male — deve provvedere ad investimenti in opere pubbliche per non buttare gli operai in preda alla disoccupazione e all’epidemia di istinti e ideologie rivoluzionarie, o per aiutare i «poveri» industriali a rimodernare le aziende. Ciò esercita una pressione sulla famosa difesa della stabilità della lira, ma neanche a questa si può rinunciare perché l’aumento dei prezzi e le altre conseguenze dell’inflazione avrebbero pericolose ripercussioni sociali; così si va avanti dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, mentre lo stesso governo che pretende di amministrare economicamente non può, sempre per ragioni di difesa di classe, rinunciare a spendere quattrini nella difesa della italianità, putacaso, di Trieste, o nel fornire capitali ai pirateschi gruppi d’imprese che sfrutteranno le catastrofi calabresi coltivate ad arte.
In questo, il parlamento in tutte le sue ali non svolge che un inevitabile lavoro orchestrato, e destra, centro e sinistra sono concordi nell’invocare la difesa della patria, della lira, dell’industria, del pane, di Trieste, dell’esercito e via discorrendo, e tutti cospirano a tenere insieme una baracca costosa, certo, ma che va avanti solo alla condizione di costare; cioè rende ai pochi solo se costa sempre più ai molti. E così, licenziamenti e investimenti statali, aperture e chiusure di aziende, inflazione e deflazione, taccagneria e prodigalità, danzano insieme all’accompagnamento di flauti monarchico-fascisti, di violoncelli demo-liberali, di pifferi socialdemocratici, e di tromboni staliniani. La barca fa acqua, la miseria dilaga; ma, una pezza da metterci sopra, tutti insieme la trovano; e per la classe dominante è tanto un bene che ci sia chi tira i cordoni della borsa, quanto che ci sia chi li allenta; che ci sia chi vuol smobilitare e che ci sia chi vuol mantenere. È da stupirsi, poi, che tutti insieme cerchino una valvola di sfogo al malcontento nell’eterna, rancidissima questione di Trieste? È da stupirsi che altrettanto faccia, in preda a una crisi economica a lunga durata, la Jugoslavia? Ed è da stupirsi che, mentre eccitano folle incretinite dalla propaganda o dall’abbrutimento, i governanti sappiano che la soluzione di quel problema gli sarà dettata dai padroni oltre atlantici e loro gli faranno tanto di cappello, perché sia Jugoslavia che Italia non possono fare a meno degli aiuti, dei puntelli e del beneplacito di Washington?
La storia è cinica. Ma di quale cinismo non si è dimostrata capace la classe dominante, fetente ovunque ma, per antica tradizione, fetentissima nel nostro Paese?
Churchillismo degli staliniani
I più zelanti nell’elogiare la concessione a Winston Churchill del premio Nobel per la letteratura sono stati gli staliniani, diremmo quasi che siano stati gli unici. La ragione è chiara: per gli staliniani, Churchill passa per un… frondista nei confronti dell’America, un angelo della pace.
Ma la giustificazione del loro entusiasmo per il nuovo premio Nobel è un’altra; quel premio è infatti accordato non soltanto in considerazione di meriti letterari, ma anche in riconoscimento di virtù morali e di benemerenze civili. Churchill ne era, dunque, ben degno.
Immaginiamo che fra questi meriti ci sia quello di essere stato, nel 1919, l’anima dell’intervento militare contro la Russia ancora bolscevica e dell’appoggio a Kolčak, appoggio non soltanto morale ma lautamente materiale, se è vero che, come scrive un biografo di Churchill, questi, allora ministro per le Munizioni, « per circa otto mesi rovesciò in Russia munizioni e materiale per un valore di molti milioni di sterline », senza contare il corpo di spedizione britannico. Rientra fra questi meriti, pensiamo, la dichiarazione resa alla stampa fascista nel 1926: « Se fossi stato un italiano, sono certo che sarei stato cordialmente con voi dal principio alla fine nella vostra lotta trionfale contro i bestiali appetiti e passioni del leninismo… L’Italia ha fornito il necessario antidoto al veleno russo ». Rientra fra questi meriti, pensiamo, l’azione svolta da Churchill, in primo piano fra i membri del governo conservatore nel 1926, per stroncare il grande sciopero minerario inglese.
I meriti staliniani di Churchill sono i meriti churchilliani di Stalin: la comune lotta contro l’avanguardia leninista.
Non attacca con Trieste
Trieste, Novembre
Trieste, questo punto d’attrito e di frizione tra due nazionalismi esasperati fino all’aberrazione, è stata ancora una volta teatro di sanguinosi avvenimenti e di lotte convulse, scatenate dal capitalismo anglo-americano in amorevole combutta con quello italiano e col rinascente imperialismo jugoslavo capeggiato da quell’istrione megalomane che è Tito. Con le sue sparate, questi ha contribuito ad acuire l’odio tra le due razze, e ha intensificato le lotte nazionali tra slavi ed italiani facendo naturalmente il gioco dei due governi a scapito delle popolazioni e del proletariato italiano e jugoslavo.
La situazione economica in Jugoslavia era e permane seria, anzi grave; in Italia, il lavoratore ha un regime di vita inferiore a quasi tutti i popoli europei; condizioni che spiegano il disagio e il malcontento delle masse lavoratrici di entrambi i paesi, e generano inquietudine nelle sfere dei rispettivi governi. Da ciò la solita rispolverata alla non meno solita «polveriera di Trieste», con le tradizionali escandescenze nazionalistiche e scioviniste da ambo le parti e con l’immancabile entrata in scena della gioventù piccolo-borghese, inguaribilmente cretina. Naturalmente, i sindacati asserviti alla classe dominante non hanno mancato di inserirsi nel gioco, non certo per sollevare rivendicazioni di classe, ma per appoggiare la politica della classe dominante.
Che i sindacati agiscano in combutta con la classe padronale, non v’è dubbio alcuno, tanto sfacciatamente essi sostengono la parte del capitalismo padrone, tanto sfacciatamente impongono al proletariato la volontà della classe dirigente. Esempio significativo è quanto accaduto il venerdì 6 novembre.
In seguito ai luttuosi avvenimenti del giorno prima, la Camera del Lavoro di Trieste (organismo prettamente padronale: basti dire che fu creata da don Marzari, un prete acceso nazionalista) proclama lo sciopero generale per tutta la giornata del 6 corr., cosicché gli operai della grande industria avrebbero dovuto scioperare oppure assentarsi dal lavoro, avendo nel frattempo gli industriali proclamato la «serrata» delle fabbriche e dei cantieri.
Dato però il pericolo di ulteriori conflitti tra gli operai da un lato e la polizia ed i guardiani delle fabbriche che si sarebbero opposte alla loro entrata dall’altro, le rispettive direzioni — tranne in qualche azienda — decisero di lasciare in un primo tempo entrare gli operai (da notare che le paghe furono distribuite immediatamente dopo la ripresa del lavoro cioè alle 7,30 mentre abitualmente vengono distribuite alle 15,30, e ciò prova la volontà degli industriali di proclamare la serrata, che, dietro ordini tassativi ricevuti (da Roma?), doveva concretarsi soltanto alle 9 cioè dopo due ore dall’inizio del lavoro). A questa imposizione, gli operai (nella grande industria forse il 7-8 per cento degli operai avevano scioperato in ossequio all’ordine della C.d.L.) risposero radunandosi nella fabbrica Macchine di S. Andrea davanti alla direzione manifestando la propria avversione a un simile sciopero-serrata diretto ad appoggiare rivendicazioni territoriali della classe dominante e a rinfocolare odii tra operai italiani e slavi.
Il comitato di fabbrica (specie di Commissione interna), mandato ad esporre i desiderata degli operai, ritornava esortandoli… ad abbandonare il lavoro tra urli e fischi di disappunto e disapprovazione, dal che si vede che le Commissioni interne o Comitati di fabbrica non sono altro che trampolini di lancio dei voleri della classe padronale.
Intanto a Trieste migliaia di fascisti sono piovuti da chissà dove a far degna corona ai partigiani jugoslavi attestati ai confini del T.L.T., e a fornire il pretesto a nuove repressioni e, se occorre, a scontri bellici. Gli operai italiani e sloveni non si presteranno al loro gioco, anche se i sindacati chiederanno loro, da una parte e dall’altra, di farlo.
La Jugoslavia si occidentalizza
Dopo le misure adottate nel campo agricolo, di cui abbiamo già parlato su queste colonne (permesso ai contadini di uscire dalle cooperative agricole, eliminazione degli ammassi, ecc.), il governo jugoslavo ha preso alcuni provvedimenti che dimostrano come il processo di smantellamento del capitalismo statale totalitario e di avvicinamento al tipo «occidentale» vada facendo sempre maggiori passi avanti.
Leggiamo su Relazioni Internazionali: «… L’iniziativa per la costituzione di nuove imprese economiche, che spettava in passato unicamente agli organi dello Stato, è stata concessa col nuovo decreto anche a gruppi di cittadini e ad associazioni economiche e sociali, col solo limite dell’autorizzazione da parte del Comitato popolare distrettuale». Quanto al commercio, «esso è il campo nel quale la maggior libertà è stata concessa alla popolazione. Innanzi tutto già da tempo è stato annullato il sistema dei prezzi multipli e lasciata una notevole libertà ai movimenti di mercato. Le cooperative agricole di produzione sono state autorizzate ad aprire propri magazzini di vendita».
Che la Jugoslavia proclami, nella sua spinta verso Trieste, di portare sulla punta delle baionette il socialismo e prometta così di liberare la città dalla reazione capitalista, acquista, dopo questi provvedimenti, un sapore ancor più ironico — ironico almeno quanto la pretesa ufficiale italiana di difendere la città dai «barbari».
Dove se ne va la distensione?
I tre «Grandi» (a che metro o millimetro li misureremo?) dell’Occidente si riuniranno prossimamente alle Bermude. Manca un quarto, quello che Churchill avrebbe voluto a coronamento della sua opera di statista e di stratega (ahimè, chi conterà il numero delle sue battaglie perdute?), cioè Malenkov. Infatti, l’ultima nota russa sembra aver lasciato ricadere la cortina di ferro sulla primavera fiorita della distensione, mentre in Corea le trattative battono ormai da molto tempo il passo inutilmente, e incidenti si riproducono a getto continuo, e in America la «caccia alle streghe» si fa tanto più rabbiosa quanto più il bilancio governativo si chiude in passivo.
Si riuniranno, dunque, i «Tre»; studieranno, naturalmente, il modo di assicurare la pace al mondo, con o senza il quarto incomodo. Il mondo, tuttavia, non dimentica; non dimentica che, con o senza il quarto alleato, i grandi reggitori dell’orbe capitalistico si sono, negli ultimi tredici anni, riuniti un numero incalcolabile di volte sempre per organizzare la pace, lontana e vicina e, se sono riusciti a fare insieme la guerra, non sono mai riusciti non diciamo a fare la pace, ma neppure ad accordarsi sul modo di farla. Il pubblico ricorda solo Teheran, Yalta, Potsdam; potremmo ricordarne una ventina di più, da Casablanca a Quebec, da Dumbarton Oaks a San Francisco, ecc., ecc.; ma quello che il pubblico e tutti noi sappiamo è che il mondo «liberato» e illuso attende ancor oggi non diciamo la pace ma neppure la Conferenza della pace; che le grandi promesse di libertà dalle quattro od otto paure non hanno mai trovato realizzazione pratica; che se la pace di Versailles era già mostruosa, mille volte di più lo è la pace senza nome in cui viviamo, irta di cannoni e di bombe atomiche e all’idrogeno, di corazzate e aerei a reazione, sanguinante di guerre localizzate e di conflitti interni.
Né poteva essere diverso. Non sono uomini che decidono della pace del mondo; sono grandi forze storiche di cui quegli uomini sono le pedine, poco importa se candide o astute, sincere o bugiarde, oneste o farabutte. Così è stato per la pace, così è per la distensione, così sarà per una eventuale «pacificazione» finale, altrettanto sudicia quanto l’attuale rottura, altrettanto foriera di nuove guerre quanto l’attuale purgatorio di riarmo generale e di generale «volontà di pace». Sarà così sempre, in regime capitalista.
Ma… tira a campà; il sole delle Bermude deve essere dolce, in questa bizzarra stagione.
Uno di più che riarma, il Giappone
Il 30 ottobre, una delegazione giapponese ha firmato a New York l’accordo nippo-americano, in base al quale il Giappone s’impegna «ad aumentare le forze per la difesa nazionale allo scopo di proteggere il Paese contro eventuali aggressioni e di ridurre l’onere che gli Stati Uniti devono sopportare per quanto riguarda la difesa del Giappone». A questo scopo, come già per la Spagna, gli Stati Uniti, desiderando «ridurre il loro onere», forniranno «i principali materiali per l’equipaggiamento militare delle forze di terra, di mare e di cielo», cioè venderanno invece di regalare. Come si vede, gli Stati Uniti ci fanno un buon affare, e il Giappone riarma.
Il programma di trasformazione della polizia in un corpo armato di difesa, accettato dai partiti di maggioranza il 19 ottobre a Tokyo, prevede la costituzione di un esercito, di una flotta e di un’aviazione di circa 260-270 mila uomini, l’istituzione di basi navali e aeree e la costituzione di Stati maggiori, il tutto da farsi nel giro di cinque anni. 50 milioni di dollari verranno forniti dal Tesoro americano.
Le conversazioni, di natura chiaramente commerciale, hanno anche dimostrato — come si legge nel comunicato ufficiale — «la buona volontà da parte del Giappone di liberalizzare le leggi e le norme giapponesi relative agli investimenti esteri». Così gli Stati Uniti ci fanno un secondo affare. Business is business; le clausole anti-riarmo e anti-investimenti-esteri della Costituzione nipponica saranno opportunamente modificate.
Reparto profilassi
Siamo dolenti di ritornare — ci auguriamo per l’ultima volta — su un argomento che consideriamo del tutto estraneo al nostro lavoro di partito. I compagni non ne hanno bisogno, ma i voluti equivoci hanno avuto fuori delle nostre file un qualche gioco. Il giornale anarchico Umanità Nova ha con giuste considerazioni stigmatizzato un certo convegno di smarriti esponenti di gruppetti pseudo-internazionalistici, anarchici e trotzkisti dissidenti e socialcomunisti indipendenti, soprattutto nella pretesa di dare in tal modo opera alla fondazione, nella unità teorica ed organizzativa, del partito di classe! Ma il giornale anarchico, che certamente vorrà riportare questa nostra chiarificazione, ha considerato il nostro movimento come partecipe di una simile iniziativa.
I pochi che si sono sbandati dalle nostre file non sono da noi considerati come esponenti di un dissenso interpretativo del metodo rivoluzionario, e non sarà mai accettata da noi polemica contro di essi, in quanto (come sanno i compagni ma non sa Umanità Nova) non si sono separati su quell’esplicito terreno ma attraverso un colpo di mano sfruttante le disposizioni burocratico-legali sulla proprietà della nostra stampa, cui abbiamo dovuto mutare i titoli, rifiutando tuttavia di lasciarci anche rubare il nome del partito.
Gli anarchici che si richiamano ai tempi di Malatesta ben sanno che la sinistra comunista italiana, nel seno del partito socialista, del partito comunista di Livorno, e dell’Internazionale comunista, da un lato ha sempre sottolineato in vive e non volgari polemiche l’antitesi tra marxisti e libertari in fatto di dottrina e di organizzazione, dall’altra, verso gli anarchici e verso chicchessia, ha come prima caratteristica il rifiuto deciso del metodo di incontri, negoziati, patti e fronti che siano oltre il confine della dirittura, appunto, di dottrina e di organizzazione del partito di classe.
Non sono infatti quelle manovre mai mosse dal desiderio della unità del proletariato; non hanno mai condotto ad affrettare la rivoluzione, ma solo a generare confusione e smarrimento nella classe operaia, portandola, ve ne fosse o meno il proposito, a leccare gli stivali del capitalismo.
Quelle manovre deplorate da noi e dagli anarchici convinti, ognuno dalla sua sponda, valgono solo alla smania di pubblicità di uomini piccini e al vezzo di adoperare la stampa ad esercitazioni personali di autori, ciascuno dei quali pretende di costruire a modo suo la teoria rivoluzionaria, e afferma il diritto alla libera circolazione dei nonsensi e delle corbellerie più strane, volgendosi versipellescamente là dove è gente pronta ad ospitare simile limacciosa materia, pur di coltivar confusione.
Speriamo non essere più distolti dal nostro lavoro omogeneo, continuo, e sopra ogni altra cosa indipendente dalle persone, dai loro inutili nomi e dai loro pietosi capricci, e dai disturbi patologici — che la situazione generale sfavorevole ben spiega — di sistemi nervosi e cervelli minorati.
È il capitalismo che ci appesta
Le metropoli non sono un prodotto esclusivo del capitalismo. Anche le società asiatiche e schiaviste ne ebbero immense per estensione e popolazione. Ma solo il capitalismo doveva, accumulando entro le cinte urbane o a ridosso di esse le masse di mezzi di produzione del macchinismo industriale, esasperare insopportabilmente le condizioni di vita delle enormi masse cittadine. Città asfissiate dal proprio fumo né Asia né Roma ne conobbero. Ai giorni nostri invece mentre la «fantascienza» precorre le conquiste astrali, avviene che milioni di uomini e donne, ammonticchiati come cimici nei nauseabondi caseggiati urbani (specie se dell’ultimo stile «900» in edizione «popolare»), respirano un micidiale miscuglio carico di veleni minerali allo stato gassoso, e per tutto rimedio gli uomini della scienza prescrivono l’uso permanente delle maschere! Non dipende dal fatto che il capitalismo rende sempre più assurdo e addirittura inabitabile questo disgraziato pianeta, la nuova epidemia di fantastiche evasioni dalla terrestre atmosfera?
Parlando di nebbia e di fumo il pensiero va subito a Londra, ma Londra non è il solo posto, ove la nebbia o per meglio dire l’inquinamento industriale dell’aria atmosferica, fa le sue vittime. I londinesi chiamano «smog» la loro nebbia omicida, perché essa è appunto miscela di aria e di fumo (in inglese «smoke»), del fumo che nel lungo inverno nordico si leva continuamente dai milioni di caminetti alimentati a carbone e dalle ciminiere della zona industriale. Lo «smog» uccise nel dicembre 1952, nello spazio di una settimana, ben quattromila persone. Perciò i londinesi lo chiamano «The Great Killer» – il Grande uccisore.
Recentemente la stampa ha scritto misteriosamente di un terribile gas segreto che sarebbe posseduto sia dagli Stati Uniti che dalla Russia, capace di uccidere in soli quattro minuti enormi agglomerati urbani. Lo «smog» londinese non arriva a tanto, ma con minore teatralità raggiunge lo stesso scopo: soffoca, acceca, intasa stomaci e polmoni. Come la pace rassomiglia alla guerra sotto il capitalismo! Ai londinesi che durante l’assedio aereo dell’isola si portarono addosso per tutte le giornate la maschera antigas, in angosciosa attesa delle bombe a gas di Hitler, oggi viene consigliato dai medici di usare la maschera di garza dei chirurghi per proteggersi dallo «smog». O spegnere i caminetti di Londra, o prescrivere una maschera di tipo governativo – sostengono i medici, e invocano l’intervento del Governo.
La stampa d’informazione riporta che il Governo «sta studiando le cause e gli effetti». Forse il Governo Churchill teme di passare per un fautore della dittatura ordinando il bavaglio agli otto milioni e dispari di abitanti della «Great London»… Intanto è stata nominata una Commissione speciale e un Capo-Investigatore dello Smog, direttore supremo dell’Ufficio ricerche sulla Polluzione dell’atmosfera. Ricaviamo la notizia dal «Tempo» che aggiunge altri particolari.
«La metropoli è stata divisa in sezioni e il cielo di Londra è tutto intersecato da una rete di intercettatori dello «smog»: strumenti che misurano e registrano l’ammontare di residuo di carbone e di ossido di zolfo che il fumo lascia nel cielo di Londra… Gli strumento hanno rivelato cose straordinarie: nella zona di Westminster, una delle aree predilette dallo «smog» si registrano 300 tonnellate di residui di carbone e di ossido di zolfo al mese, per miglio quadrato! Nel quartiere della ricca borghesia di Kensington, i depositi sono alla media di 250 tonnellate al mese. Nella City, quartiere degli affari, si registrano 200 tonnellate di «smog». Ma sul sobborgo di Richmond la media scende a 100 tonnellate, e se poi si viene verso la campagna, nel Surrey, la media mensile è soltanto di 5 tonnellate di veleni atmosferici per miglio quadrato». Dal che deriva ovviamente che il dilemma: o spegnere i caminetti o indossare la maschera, viene superato teoricamente dalla soluzione conforme a natura: non spegnere i caminetti ma accenderli in campagna. Ma chi osa mettersi sotto i piedi le provinciali esaltazioni della metropoli e chiederne lo spiantamento? Più dello «smog» il governo di Londra è accecato da ben più mortiferi pregiudizi di classe e dalle ferree esigenze della conservazione capitalistica.
A prescindere dall’importanza storica che ebbero nel corso delle rivoluzioni antifeudali, che poggiarono sugli agglomerati umani e sociali delle città, ove la borghesia doveva acquistare potenza e dominio, l’urbanesimo è fenomeno intimamente connesso con il modo di produzione capitalista. E’ chiaro che le città saranno i centri della rivoluzione proletaria, quando essa verrà; serviranno ancora alla vittoria di una rivoluzione sociale ma in senso completamente opposto alle esigenze economiche per cui sin dal Medio Evo sorsero e s’ingrandirono. Tuttavia, il capitalismo deve esso stesso addensare il materiale esplosivo da cui sarà alla fine distrutto, ingrandendo senza posa le popolazioni urbane. Non può fare altrimenti perché nel regime del capitale e del lavoro salariato lo sparpagliamento della mano d’opera oltre il perimetro delle metropoli o, il che è lo stesso, il decentramento delle industrie, aumenterebbero i costi di produzione. la produttività del lavoro scenderebbe paurosamente se si dovessero trasportare gli eserciti di salariati dalle campagne alle fabbriche, invece che stanarli a colpi di sirena dalle scatole di murature delle cittadine case operaie. Pensate poi a quale grado di congestione salirebbe il traffico, già così tumultuante! Non si deve chiedere al capitalismo ciò che esso non può dare.
Evidentemente lo spopolamento di quei formicai umani che sono le città e la sistemazione delle popolazioni in sede corrispondenti non più agli interessi tirannici del Capitale, ma ai bisogni di una vita sana, sono esigenze che possono essere soddisfatte solo da un modo di produzione e di organizzazione della convivenza sociale svolgentesi in opposizione diametralmente col capitalismo. Il capitalismo sacrifica gli istinti sociali e la integrità fisica degli uomini accatastati nelle città, ove si vive sotto il crudele assillo di una meccanizzazione spietata, allo scopo supremo dell’indefinito accrescimento della produzione, che viene raggiunto mediante lo sperpero del lavoro sociale (sforzo penoso che non si esaurisce nella fabbrica, ma accompagna il disgraziato abitante della città nella giungla del traffico) in masse enormi di merci e di servizi completamente inutili o addirittura nocivi. Per ottenere che la specie umana torni a padroneggiare i mezzi di produzione, anziché venire da essi schiavizzata, e possa ordinare la propria esistenza spendendo il minimo sforzo, occorre sanare le degenerazioni patologiche della produzione industriale. Ma ciò è possibile solo a mezzo della rivoluzione.
Impedendo radicalmente lo sperpero del lavoro sociale in prodotti inutili o antisociali, verrà a cessare la necessità di usare contemporaneamente immense masse di lavoratori concentrati in ristretto spazio, necessità che è appunto alla base del continuo espandersi delle città. Verrà a scomparire così il selvaggio traffico che trasforma in bolge le strade, in nevrastenici i viaggiatori, quando non serve addirittura alle sciagurate smanie di lusso di parassiti scioperati.
Ma intanto lo «smog» rigoverna bronchi e polmoni. Lo «smog» non ha patria, regna ormai nel cielo di tutte le città capitalistiche, indipendentemente dalla latitudine. A Los Angeles, che sorge a diversi gradi più a sud di Londra, morirono nel 1943 quattromila persone uccise da uno «smog» prodotto dalle emanazioni azzurrine degli stabilimenti industriali che bruciavano nei loro motori la nafta. I chimici trovarono a quel tempo che nelle zone industriali di molte parti degli Stati Uniti l’analisi del fumo o «smog» lasciava nelle ritorte un pauroso detrito di acido citrico e idrocloridrico, ammoniaca pura, formaldeide con aggiuntevi tracce di gas che neppure i belligeranti osarono usare per ammazzarsi più presto («Il Tempo»). Le statistiche non parlano dello «smog» prodotto dai… fumatori di tabacco che ben gareggiano con i bruciatori di nafta.
Eccoli dunque i «Grandi Uccisori» allevati dal capitalismo. Non occorre proprio scomodare la bomba atomica, all’uranio o all’idrogeno; né evocare la guerra. Anche in pace, il capitalismo è il grande carnefice della specie umana.
L’impossibile non-indipendenza dell’Indocina
L’argomento principale usato dalle centrali imperialistiche contro i movimenti indipendentistici nelle colonie, è costituito (quando non si tratta di maneggiare il meccanismo di repressione, come è successo recentemente nella Guyana britannica, ma di «discutere») dalla negazione che la sparuta borghesia locale sia capace di esprimere dal suo seno il personale di governo e gli apparati burocratici e tecnici necessari al funzionamento dello Stato moderno. Tale tesi ben si accorda con i fondamentali capisaldi ideologici borghesi che pur non negando le classi sociali, vedono tuttavia il loro operare come atto cosciente e deliberato. Perciò, in polemica con le aspirazioni indipendentistiche che si levano in Asia e in Africa, la propaganda imperialistica lavora sulla equivalenza capziosa: nessuna o insufficiente classe borghese «colta», nessuna o scarse possibilità di indipendenza nazionale delle colonie. Ora, è un fatto materiale che in Asia nazionalità grosse e piccole hanno, in questo dopoguerra, acquisito la indipendenza nazionale e uno Stato unitario autonomo, senza che l’avvio del processo partisse dalla dinamica della borghesia locale, anzi senza che esistesse neppure una apprezzabile borghesia locale. È nel caso dell’Indonesia che il fenomeno acquista forme di cristallina chiarezza.
L’Indonesia, composta da tremila isole, tra cui le maggiori sono Giava, Sumatra, Borneo (escluso Sarawak e il Borneo britannico), Celebes, Bali, Timor, ecc., abitata da una enorme massa umana assommante a 80 milioni di unità, per cui si classifica al sesto posto nella graduatoria per popolazioni delle nazioni, enormemente ricca sia per la fertilità del suolo che per le riserve del sottosuolo, soltanto dal 1949 è uno Stato indipendente ordinato nelle forme istituzionali della repubblica parlamentare. L’Indonesia, lo Stato indipendente indonesiano, come certe formazioni geologiche emergono a seguito di formidabili cataclismi tellurici, è sorta dalla tremenda convulsione storica che fu la seconda guerra mondiale. Alla sua procreazione politica non contribuì certamente un atto volontario di rinunzia alla dominazione colonialista (seppure formalmente ci fu) da parte dell’Olanda, che possedeva le isole da 300 anni, cioè dall’epoca dello sbarco degli Olandesi a Giava e della fondazione di Batavia (1619) ad opera della Compagnia Generale delle Indie Orientali. Né servì la ipocrita politica liberaleggiante degli Stati Uniti in tema di colonialismo. Forse fu determinata dall’azione militare delle locali formazioni nazionalistiche, oggi depositarie del governo? Meno che mai! Il ribellismo indigeno non superò mai, e non poteva farlo, i limiti di una banale guerriglia da giungla.
In realtà, se esiste oggi un governo indipendente a Giakarta (ex Batavia), è pur vero che esso non è sorto da una rivoluzione sociale né da una guerra di indipendenza, come fu il caso, ad esempio, della rivoluzione americana del 1776, che sottrasse gli attuali territori degli Stati Uniti alla dominazione della Inghilterra. Doveva condurre alla indipendenza indonesiana un concomitante predisporsi di circostanze storiche negative che non permisero uno sbocco diverso e che si produssero sia al di fuori e contro gli interessi e le spinte espansionistiche rispettivamente di Olandesi, Inglesi e Giapponesi, sia al di fuori della volontà del nazionalismo locale. In altre parole, l’Indonesia figura oggi come uno Stato indipendente, e politicamente lo è, proprio perché fu impossibile allo Stato straniero, che a volta a volta presidiò le isole, conservare il proprio diritto di dominazione, e questo accadde non per la resistenza del nazionalismo indipendentista sceso in armi contro lo straniero, ma solo per i mutati rapporti di forza tra gli stessi Stati capitalisti d’oltreocéano.
Se veramente l’intelligenza e la cultura, su cui si fonda la boria del razzismo imperialistico delle borghesie di razza bianca, governasse il corso storico, i paesi arretrati di Asia e Africa non avrebbero potuto raggiungere l’indipendenza nazionale, come invece è accaduto in India, Cina, Pakistan, Birmania, Indonesia, Egitto, ecc., in ogni caso contro gli interessi dell’imperialismo bianco. A supremo ludibrio della albagia intellettuale delle borghesie euro-americane, questi paesi dovevano organizzarsi nelle forme di Stati nazionali indipendenti proprio in conseguenza delle contraddizioni che dilacerano l’imperialismo, in conseguenza cioè del tremendo cozzo di potenze materiali economiche e militari che fu la guerra mondiale.
Quando l’Olanda fu messa fuori combattimento dalle armate della Germania, nel 1940, le Indie Orientali, in cui 200.000 Olandesi ed Eurasiani comandavano allora su 65 milioni di indigeni, si diedero un reggimento politico autonomo. Ma fu una fragile costruzione, che saltò in aria allo sbarco dei Giapponesi nelle isole, nell’anno 1942. Nessun dubbio che il Giappone, pur sbandierando la parola suggestiva dell’«Asia agli asiatici» come arma propagandistica contro l’Occidente, perseguiva esso pure piani di dominazione imperialistica, imposti dallo sviluppo della sua industria. Tuttavia, le formazioni politiche nazionalistiche indonesiane e le popolazioni locali accolsero come liberatori i soldati di pelle gialla che scacciavano l’odiato dominatore olandese. Ma la stessa necessità storica che aveva spazzato via la trisecolare dominazione olandese, si rivolse contro l’effimera occupazione nipponica con eguale effetto annientatore. Sconfitto e atomizzato dagli Stati Uniti, il Giappone dovette mollare la preda, solo potendo concedersi la soddisfazione di passare nelle mani dei nazionalisti indonesiani le armi del corpo di spedizione tagliato fuori dal territorio metropolitano.
Ma non deve credersi che la sicurezza esterna del neo-Stato indonesiano, che proclamò la propria indipendenza due giorni dopo la resa del Giappone, e solo nel 1949 ne ottenne il formale riconoscimento dalle Potenze estere, poggiasse su queste armi. Nonostante le sparate retoriche degli attuali reggitori del governo di Giakarta, le formazioni armate indigene seppero fare bene solo il massacro di donne e bambini olandesi avviati verso i porti di imbarco. Se la sconfitta militare tolse ai Giapponesi le Indie Orientali da poco conquistate, la «vittoria» non permise alla decaduta Olanda di recuperarle. Del resto, l’Olanda neppure prima della guerra fu una grande potenza militare, giovandosi soprattutto dell’equilibrio mondiale garantito dalle grandi Potenze. Né l’Inghilterra, che pure presidiò le isole dopo la resa giapponese, né tanto meno gli Stati Uniti, potevano rinunciare alla alleanza con l’Olanda dandole lo sgambetto in Indonesia, benché gli Americani stiano cacciando gli Olandesi da una posizione economica dopo l’altra da essi detenute nella ex colonia.
In conclusione, il nazionalismo indigeno veniva a capo del potere in Indonesia e poteva edificare un sia pure rudimentale Stato nazionale, tuttora barcollante per le caotiche condizioni politiche delle isole, proprio perché non esisteva la possibilità materiale che vi subentrasse una Potenza straniera. Un fatto positivo e progressivo, quale l’unità e l’indipendenza nazionale delle ex colonie delle Indie Orientali, su cui dovrà impiantarsi il processo industriale generatore del capitalismo, premessa necessaria nella odierna stasi sociale in Occidente delle future lotte rivoluzionarie per il socialismo, doveva essere prodotto dal ferreo concatenarsi di molteplici fattori negativi. Ecco come i fatti confermano la dialettica determinista!
Il caso dell’Indonesia, che non è unico, dato che in non diverse circostanze storiche dovevano maturare le lotte indipendentistiche negli altri paesi di Asia, sta a dimostrare la necessità dei rivolgimenti nelle colonie e nei paesi arretrati. È provato che finché dura il capitalismo imperialista il movimento rivoluzionario nelle colonie non avrà fine; come pure è certo che la creazione di Stati e mercati nazionali in Asia e in Africa, tradizionali produttori di materie prime, delle quali si alimentano l’industria e il commercio del capitalismo bianco, produrranno profondi sconvolgimenti nel mercato mondiale, aggravando la crisi del capitalismo. È proprio il restringersi delle aree non industriali del pianeta e il gonfiarsi mostruoso del flusso di merci eruttate da sempre più crescenti potenziali produttivi, che spingono il capitalismo nel precipizio delle crisi, finora risolte con le guerre.
Il movimento nazionale dell’epoca moderna, iniziò in Europa spezzando gli involucri del feudalesimo, segnò importanti tappe con le rivoluzioni borghesi di Inghilterra, Francia, Stati Uniti nei secoli XVII e XVIII; dilagò in Germania e Italia nel secolo XIX. L’ultima tappa importante la segnò la Russia nel secolo corrente. Oggi dilaga sotto i nostri occhi in Asia e Africa, perché sussistono le stesse forze economiche e sociali, cioè la concentrazione dei mezzi di produzione e l’espansione della trama mercantile, che produssero nei secoli scorsi le rivoluzioni nazionali borghesi in Europa e America.
Finché dura il capitalismo, le colonie e i protettorati non potranno, come nel caso dell’Indonesia, che tendere alla indipendenza nazionale, e lottare per ottenerne l’attuazione. È un movimento storico reale che non si può ignorare.
Le solite delizie italiche
«Statistiche del gennaio 1951 danno una media nazionale di circa 4 ospedali per ogni 100.000 abitanti, ma mentre in alcune regioni settentrionali la media è di circa 12 — come in Lombardia e nella Venezia Tridentina — o di più di 8, come in Piemonte e nell’Emilia — si scende a nemmeno tre negli Abruzzi, in Puglia, in Calabria e a poco più di uno in Lucania. La provincia di Matera, infatti, ha un solo ospedale con 130 posti per 180.000 abitanti. Mentre in Lombardia si dispone di 6,5 posti-letto per ogni mille abitanti, in Calabria tale disponibilità risulta dello 0,7 per mille. Proporzionalmente è lo stesso o peggio per gli ospedali dei bambini, che nei centri minori non esistono affatto. Una statistica sempre del 1951 — che risulta di poco migliorata dopo due anni — dava, per la città di Roma, un letto di ospedale per ogni 2700 bambini. Una rapida rassegna, forse incompleta, ma sostanzialmente esatta, permette di concludere che le madri povere, cui si ammala un figlio e che non possono curarlo a casa, perché «la casa» è una camera promiscua o una cantina o una baracca e per di più esse debbono abbandonarla, per ragioni di lavoro, sono costrette ad un vagabondaggio estenuante alla ricerca di un posto-letto. Avviene spesso che esse debbano lasciare il loro bambino nei depositi degli ospedali, specie di bolge infernali, dove il malato resta due o tre giorni, senza alcuna cura, in attesa di essere esaminato».
(Il Mondo, 10 nov.)
Il cosiddetto "comunismo bianco"
Ce lo siamo sentiti ripetere per radio e per giornale, e recentemente ha ripreso il motivetto un periodico ultraborghese ma serio come Il Mondo: l’economia americana non è più capitalista, si potrebbe definire un comunismo fatto da non-comunisti, un «comunismo bianco». Che cosa sia, avendo cessato di essere capitalista, nessuno dice: quanto al perché non è più capitalista, ecco la ragione: non esiste più un’assoluta libera concorrenza, lo Stato non rimane più a guardare ma interviene nell’economia, le tasse operano un notevole livellamento delle fortune, i salari sono elevati e consentono all’operaio un tenore di vita mai raggiunto.
È il giochetto in cui si sono distinti i laburisti inglesi, i cosiddetti «neofabiani» in particolare: prima si definisce il capitalismo in questi allegri termini (che citiamo dai Nuovi Saggi Fabiani): «una società progredita e industrializzata in cui la maggior parte dell’attività economica è svolta da unità possedute in proprietà privata, operanti senza interferenze statali e sotto la spinta del profitto… un sistema industriale in cui proprietà e controllo del capitale reale sono in mano ad una classe di «capitalisti» privati, e questi prendono le loro decisioni economiche in risposta a influenze di mercato liberamente agenti in condizioni di laissez-faire»; poi, siccome queste condizioni oggi non si verificano più, si dichiara che il capitalismo ha smesso di esistere, e lo dicono insieme laburisti e borghesi tradizionali.
Il guaio è che, se il capitalismo fosse definito dalla libera concorrenza e dal non-intervento statale, non solo esso avrebbe cessato di esistere oggi, ma non sarebbe addirittura mai esistito. Il paradigma della libertà di concorrenza era uno schema teorico; ma l’essenza del capitalismo non ne era perciò definita. L’essenza del capitalismo è la produzione di merci, la riduzione dello stesso lavoro a merce, la produzione in vista del profitto e per aziende, e non occorre neppure la proprietà individuale del capitale per definire capitalista un’azienda, essendo essenziale l’appropriazione privata del prodotto. Tutto questo l’intervento statale nell’economia non solo non l’ha annullato, ma, come dimostrato più volte, l’ha portato alla sua espressione più alta e completa. D’altronde, storicamente il capitalismo è nato statale (nella stessa Inghilterra ed Olanda), né occorrerà ricordare le potenti pagine di Marx sul carattere sociale del Capitale, potenza anonima, e sul carattere sociale della produzione capitalistica. Quanto poi al «livellamento dei redditi», non questo è l’obiettivo del comunismo, e il suddetto «livellamento» non toglie nulla alla spinta al profitto e all’accumulazione crescente, all’imperialismo e alla guerra, giacché quello che «toglie» alla classe dominante lo Stato glielo restituisce sotto altre forme e in altrettanti servizi.
Che poi gli operai americani godano di un alto tenore di vita non lo neghiamo; ma abbiamo con altrettanta chiarezza dimostrato come ben più del reddito del lavoro sia cresciuta la produttività del lavoro; come quindi l’operaio sia sfruttato proporzionalmente di più oggi che ha, magari, il frigorifero; e come queste stesse condizioni siano relative (allo stesso modo delle condizioni del proletariato britannico quarant’anni fa) ad una situazione di privilegio mondiale, e siano labili come questo privilegio, come la «stabilità» del dominio imperiale statunitense della terra.
Il «comunismo bianco» americano non è che capitalismo: capitalismo, anzi, nella sua massima ed esasperata manifestazione.
Prospetto introduttivo alla questione agraria
Il Filo del tempo apparso nel n. 14 di quest’anno era dedicato ad una certa insufficienza di visione anche dei piccoli gruppi comunisti antistalinisti sui due punti della questione agraria e nazionale, culminante nel negare importanza storica ai movimenti dei contadini proprietari e delle nazionalità soggette.
Della questione delle nazionalità, come di quella della razza strettamente connessa, si è occupato il rapporto alla riunione di Trieste del 29-30 agosto 1953. Richiesto dagli ascoltatori che fosse pubblicato subito per esteso il resoconto, questo ha occupato il posto dei Fili del tempo nei nn. 16, 17, 18, 19 e 20… e forse un po’ di posto in più!
Non è assolutamente garantito che tale molto vasta redazione contenga proprio tutto quello che fu detto a Trieste e neppure che tutto quello scritto nel resoconto sia stato verbalmente esposto. Ciò non dice nulla: non si trattava di un discorso storico e tanto meno di un oratore storico. Di questi ne trovate a tutte le cantonate.
Malgrado la mole delle parole e della stampa, il problema non è stato non diciamo esaurito, ma trattato fino alla fine. La questione storica delle lotte per le nazionalità e del contegno — in dottrina e in politica — dei comunisti rispetto ad esse, si è limitata all’area europea, il cui confine geografico abbiamo tuttavia assunto non agli Urali ma al Dnieper
(verso sud e verso nord all’Onega, grosso modo, si intende), e il cui confine storico (quanto ad appoggio politico ai movimenti indipendentisti) al periodo 1789-1871. Resta da trattare l’area asiatica ed in genere il problema delle razze non bianche, per stabilire che un analogo periodo, apertosi circa quando l’altro si chiudeva, è da chiudere ancora. Con la notevole differenza che quel periodo bianco coincideva colla fase di capitalismo nascente, questo colorato accompagna quella di capitalismo imperialista e parassitario. Comunque non servirebbe fare i daltonici. Quindi la prossima riunione affronterà il tema: imperialismo e questione orientale e coloniale.
Non infrequente è l’osservazione che le trattazioni di questo tipo sono ostiche e seccanti, mentre tanto appetibili e allettanti sono gli argomenti «veramente politici» sul muoversi e comportarsi dei capi degli Stati e dei partiti e sul come il decorso dei loro personali processi fisiologici plasma il destino dell’umanità. Non possiamo che avere una risposta data da un termine della linguistica ormai internazionale e che tutti capiscono da quando i marinai americani frequentano le indigene veneri: sorry! Continueremo così, per quanto ci si suoni questa musica antica. Non abbiamo altra moneta da spendere.
Anche questo si riduce ad una questione di classe. Chi ha qualche poco lavorato alla propaganda e all’agitazione nelle file della classe lavoratrice sa come le posizioni tremendamente originali del marxismo rivoluzionario, con le loro conclusioni decisamente difformi da quanto hanno cacciato nella testa degli istruiti chiesa, scuola, esercito, cultura, letteratura e scienza, sono afferrate con incredibile sicurezza, mentre una volta su un milione entrano (provvisoriamente) nel cranio dell’intellettuale.
L’allarme fu dato in tempo quando si cominciò con l’andazzo che per fare più presto a propagandare ed agitare si dovessero usare nelle file proletarie termini e tesi comuni, scorrevoli, accettati da tutti, paralleli a quelli del parroco, del maestro, del caporale, del sapiente, dello scrittore e dello scienziato, per poi fare il comodo giochetto che, sulla piattaforma comune di inconcusse verità sacrosante, trovavamo tutti quelli in difetto e li prendevamo in castagna, con successo «veramente politico».
I risultati sono oggi palesi e non vogliamo con questo dire che cambiando metodo di propaganda, di oratoria o di stampa si dà diverso indirizzo agli eventi. Egli è che in una fase storica in cui la vecchia società puzza di cadavere ma i suoi arti purulenti camminano tuttora sui nostri corpi col loro peso immensamente cresciuto, è logico che si determini quel lurido modo con cui dirigenti venduti pretendono si parli al proletariato.
Chi più è imbevuto della cultura propria di questa società, più è imbevuto di putredine. Il fresco cervello dell’uomo che lavora coi muscoli e sente su questi il bruciore delle frustate dello sfruttamento resiste più a lungo. Oggi tuttavia il capitalismo, infetto ma gigante, è in grado di assalirlo con droghe e purtroppo con qualche maggiore offa. Ma il cervello dell’intellettuale, che ha sempre funzionato sia pure su ritmi obbligati, nella illusione di garantirsi «l’arte lieggia» — il mestiere poco pesante — in pochi decenni è una macchina logora. Un presbitismo della mente affetta gli odierni lavoratori intellettuali che hanno solo la forza di ripetere operazioni abitudinarie, di seguitare sui binari di un’annosa routine, non possono affrontare né risolvere un nuovo problema e anche quando avevano fatto nella loro vita precedenti sforzi in senso eversore della vecchia cultura, sono riassorbiti in essa e nelle sue potenti influenze. Presbitismo e sordità mentale: che obbligano a parlare fingendo di avere sentito e a scrivere fingendo di avere letto, il che si può fare solo rimasticando le vecchie canzoni.
La massa e la potenza, anche inerziale, del capitale nella storia sono giganti. Se ci dovesse salvare la luce del pensiero saremmo fottuti. Ma il fisico ricercare sul comportamento della materia, anche vivente, ci ha reso certi che — finalmente — i sordi sentiranno e i ciechi vedranno.
Formula facile facile per i pastori e le greggi
L’opinione molto corrente sulla «questione agraria» è questa: Marx aveva poggiata tutta la critica della società presente di economia privata e la via per attuare il programma della futura società comunista sull’urto delle forze dei capitalisti industriali e dei lavoratori salariati di fabbrica — in quanto tale forma con moto travolgente andava inghiottendo tutte le altre della produzione sociale. Lenin venne ad innovare e cambiare tutto, portando avanti l’urto di forze tra il piccolo contadino e il proprietario terriero e dimostrando che poteva prendere un posto eguale — se non superiore — a quello della lotta industriale, nella dinamica della rivoluzione. Naturalmente per il filisteo la cosa decisiva sappiamo qual è: Lenin non si è limitato a scriverlo e a dirlo, ma ha «fatta» una rivoluzione colle forze contadine, la sola che storicamente ha trionfato! E gli resta solo da scegliere tra queste due alternative: il leninismo è la rivoluzione contadina anteposta a quella operaia — ovvero: il leninismo è la scoperta del modo di fare fessi i contadini perché compiano la rivoluzione operaia (come il liberalismo fu la scoperta del modo di fare fessi e contadini e operai perché compissero la rivoluzione capitalista).
Ora noi diciamo che tutto questo è falso. Non lo diciamo noi, ma lo dice Lenin. Questi in tutte le sue storiche e potenti polemiche in materia agraria non fa che battersi contro pseudo-marxisti russi e di tutti i paesi che trattano la questione agraria e dimostra le loro bestialità incommensurabili su tutti i punti in cui pretendono di fare una teoria su problemi trascurati da Marx, o peggio ancora di correggere errori di Marx.
Lenin dice che Marx ha trattato in modo originale quanto completo la questione agraria. Non lo dice Lenin… lo dice Marx. Ed infatti col metodo proprio della nostra scuola, lo stesso servito ovunque a fustigare i socialtraditori del 1914-18, lo stesso servito a ribadire la dottrina dello Stato e della dittatura proletaria, Lenin schiaccia coloro sotto una valanga di citazioni dai capitoli di espressa trattazione della questione agraria che sono i fondamentali e non gli accessori, del terzo volume del Capitale e della storia delle Teorie sul plusvalore, che doveva essere il quarto e oggi si diffonde col titolo di Storia delle dottrine economiche. Ma dove mettere poi tutti i passi e interi paragrafi, del primo e secondo volume del Capitale, delle opere storiche su Francia e Germania, degli scritti di Engels sulla Germania, sulla Guerra dei contadini, ecc., e molte classiche lettere del Carteggio, come quella che spiegò il famoso Quadro di Quesnay, lungamente trattato nell’Antidüring? Hanno scritto sulla questione agraria certamente due volte più pagine che sulla questione industriale.
Se Lenin se la piglia coi «colmatori di vuoti» non è meno azzannante con i «rettificatori», poiché se i primi sono quelli che non hanno letto, i secondi sono quelli che hanno letto ma non hanno capito un bel corno. E con enorme pazienza e con lavoro pari nella mole e nella potenza, Lenin spiega instancabilmente ciò che non hanno capito in Marx, ribattendo ad ogni pagina la sua assoluta ortodossia.
Quei signori infatti per fare passare le proprie fesserie si servono della solita etichetta: essi non sono «dogmatici». Ci sono due modi di non essere dogmatici, quello di essere saliti al di sopra del dogma e quello di non essere arrivati all’altezza del dogma. Dei secondi noi, come Lenin, ne abbiamo visti miriadi, dei primi non diremo solo Lenin stesso, ma pochini pochini. E allora i primi fanno un passo avanti se ripetono bene a memoria la dottrinetta e la piantano con le arie.
Per ciò che ci può concernere, la parola dogmatico non la consideriamo davvero come un’offesa. Ma parli Lenin: è ora. Il lavoro del 1901 su La questione agraria e i «critici di Marx» (è Vladimiro che li virgoletta) così si apre:
» ‘Dimostrare (…) che il marxismo dogmatico nel campo delle questioni agrarie è stato sloggiato dalle sue posizioni sarebbe sfondare una porta aperta’. Così dichiarava l’anno scorso il Russkoie Bogatstvo per bocca del signor V. Cernov [il futuro smaccato opportunista. E Lenin prosegue:] Questo ‘marxismo dogmatico’ è dotato di una strana proprietà! Già da molti anni le persone dotte e dottissime d’Europa dichiarano con aria d’importanza (e i gazzettieri e i giornalisti ripetono alla lettera o con altre parole) che la ‘critica’ ha ormai sloggiato il marxismo dalle sue posizioni; tuttavia ogni nuovo critico ricomincia daccapo ad affaticarsi per bombardare queste posizioni che si dicono già distrutte. Il signor V. Cernov, per esempio (…) per ben 240 pagine ‘sfonda una porta aperta’ (…). Il signor Bulgakov [ne riparleremo] (…) ha pubblicato un’analisi in ben due volumi [contro la Agrarfrage di Carlo Kautsky, allora marxista ortodosso]. Ed ora, probabilmente, nessuno riuscirà più a rintracciare neppure i resti del ‘marxismo dogmatico’, morto schiacciato sotto queste montagne di carta stampata critica».
Figuriamoci se dopo altri cinquant’anni di tiri di artiglieria e tanto più quando vediamo, oltre al cannone a proiettile atomico, venire in batteria quello a «fetecchia» (in termine parlamentare: a salve) noi siamo più che mai risoluti a dichiararci dogmatici e a schifare tutti, senza veruna eccezione, i candidati a «critici».
Quale differenza tra il linguaggio di Lenin e quello di Stalin su «i dogmatici, i talmudici», ovvero, con le solite geniali variazioni: «i talmudici, i dogmatici». Talmudici magari, ma non ruffiani, non rinnegati. Una volta una compagna israelita ci commise di trovarle una copia del Talmud in lingua ebraica. La pescammo sulle bancarelle di Napoli pagando per quella rarità pochi soldi; la recammo a Mosca: ci sentimmo alquanto fessi per il fatto che non sapevamo leggerne manco una lettera!
Lenin e i «manuali»
Nel 1899 Lenin scrisse una serie di articoli contro il citato Bulgakov, il quale aveva condotto un’aspra critica della Questione agraria di Kautsky, apparsa in Germania nel 1890, per lo studio «delle tendenze dell’agricoltura moderna e della politica agraria dei socialisti «.
Questo Bulgakov prima di mettersi a strigliare Kautsky si dedicava a stabilire che anche Marx aveva «qualche volta idee sbagliate». Questo sbaglio, di cui riparleremo a suo tempo, consisterebbe nel voler applicare all’agricoltura la legge della diminuzione del saggio di profitto attraverso il miglioramento della composizione organica del capitale (più capitale costante, meno capitale variabile — più macchine e materia, meno lavoro umano) valevole nell’industria.
Lenin dimostra la validità della legge con un impegno tale, che viene in mente quanto in non cale volesse metterla Stalin nel suo noto ultimo scritto teorico.
Naturalmente il Bulgakov si fa forte in materia degli apporti degli specialisti, dei professori di «agronomia «e di «economia «:
«[Kautsky dà prova di] un’uguale povertà sia di vera agronomia che di vera economia…, Kautsky elude i problemi scientifici importanti con delle frasi. [Kautsky] non fa seguire a questi dati [sono quelli sul carattere dell’agricoltura nel tempo feudale] un’analisi [ci siamo!] economica. Tutti questi dati possono essere attinti in qualsiasi manuale di economia agraria».
Lenin smentisce Bulgakov a proposito dei manuali della scienza ufficiale, dopo essersi dato la pena di sorbirseli. Ne cita diversi; in nessuno si trova
«Un quadro del rivolgimento operato dal capitalismo nell’agricoltura, perché (…) non si propongono neppure di dare un quadro generale del passaggio dall’economia feudale all’economia capitalistica».
Qui veramente i due metodi vengono in contrasto. Mentre i tipi alla Bulgakov cercano nella scienza ufficiale, generale, che sarebbe una base comune a marxisti e non marxisti, gli elementi che loro bastano a tracciare la famosa analisi del processo quale intorno a loro si svolge e non si avvedono di cadere nel fondamentale inganno borghese di credere alle leggi eterne e razionali, comuni a tutte le economie, spezzato dal marxismo, la nostra scuola dinanzi ad ogni problema si ripiega anzitutto sulla ricerca della chiave del processo storico. Ed allora solo perviene a stabilire che le pretese leggi eterne sono invece solo leggi proprie di un dato e temporaneo modo di produzione, in ispecie di quello capitalistico.
Lenin nel modo più risoluto difende Kautsky e lo appoggia nell’avere anzitutto dato i caratteri discriminanti tra economia feudale ed economia capitalistica, fermandosi con grande insistenza sui caratteri di quel trapasso.
In ogni trattazione i marxisti procedono in tal modo: essi non descrivono, come in una fredda relazione burocratico-statistica, quello che intorno si scorge, ma vanno alla derivazione, allo svolgimento, allo sviluppo nel tempo, alle origini anche lontane, in modo da stabilire quanto vi è di transeunte e caduco, in quello che al comune studioso appare eterno e stabile.
Non mancano certo al marxista i dati del «trattato» universitario. Comunque se questi, presi sotto legittima suspicione, apportano dieci, la potenza originale del metodo marxista apporta almeno cento. Alla eventuale mancanza di quei dieci suppliscono poche ore di consultazione, ma la risorsa specifica del metodo determinista storico è rara conquista, cui occorrono intere generazioni.
Lo specialista quindi che è al corrente di tutti i manuali, trattati, riviste e monografia non ci incute soggezione veruna.
Economia rurale e storia
Non soltanto al Medioevo ma a tutto il ciclo storico umano va estesa, non vi ha dubbio, la ricerca sul mutarsi delle forme di produzione e di economia agricola che fino ad un tempo avanzatissimo rappresentano la parte preponderante di tutta l’economia sociale.
La scienza occidentale è oggi tanto conformista rispetto agli interessi del capitale, quanto poteva essere prona quella russa ai comandi dello zarismo. Tuttavia, quando una tale scienza era più giovane, qualche «trattatista» indipendente lo si poteva consultare: basta risalire molti decenni indietro e fare a meno di fare pubblicità all’autore, che se ne avesse in vita cercata avrebbe anche lui come gli odierni stampato balle. Noti il lettore, cui per la chiarezza daremo alcuni passi didattici, che si tratta di aperto fautore di una conduzione privata dell’azienda agraria, limitatamente controllata dal pubblico potere: tuttavia si ricorderà da Proprietà e capitale, in «Prometeo «, una decisa critica, davvero su sola base scientifica, della partizione molecolare della terra, causa di stasi e di infinita miseria. A noi qui importa stabilire la preminenza, in così complesso argomento del metodo storico.
«L’agricoltura è l’industria estrattiva per eccellenza, perché, agendo variamente sulla terra col lavoro umano e col capitale, determina l’unione dei componenti chimici del terreno con quelli dell’aria per la produzione di materie destinate, in prevalenza, all’alimentazione umana. Invece le altre industrie estrattive, cioè di caccia, pesca, cave, miniere, saline, ecc. sfruttano prodotti o materie già formate in natura, occupandosi soltanto di estrarli dal suolo o dalle acque grezzi o variamente modificati. A loro volta le industrie estrattive forniscono alle manifatturiere le materie prime che queste trasformano variamente in prodotti utili ai bisogni umani. A sua volta l’agricoltura alimenta coi suoi prodotti alcune di tali industrie (…). «L’industria agraria è caratterizzata dalla prevalenza nella sua opera delle forze naturali, rappresentate dalla produttività del terreno stesso (composizione, giacitura, esposizione, ecc.) e dalle condizioni di clima del luogo. «Mentre l’industria manifatturiera può recare ovunque i suoi impianti l’essere il terreno inamovibile e indistruttibile (in generale) crea un alto grado di limitazione (…). Questa ha un’importanza eccezionale (…) nella nostra disciplina (…) ha un’influenza capitale sulla costituzione economica della società, sulle condizioni ed il grado di benessere dei suoi componenti».
Qui il trattato che citiamo fa già cenno, oltre che al fattore della limitazione della terra, a quello della cosiddetta fertilità decrescente, di cui fu viva polemica tra Bulgakov e Lenin e che ricostruiremo a proposito delle teorie di Ricardo e di Marx. Presto l’elemento storico viene chiamato a chiarire quello sociale:
«Il godimento della terra avviene oggidì in grandissima prevalenza per mezzo della sua proprietà individuale, dimodoché non ve n’è porzione anche minima e pure affatto improduttivo, senza che vi sia qualcuno che abbia diritto a disporne liberamente. Si può dire sparita dai paesi civili o di dominio di nazioni che sono tali la terra libera, su cui un primo sopravveniente poteva stabilirsi senza alcun contrasto. Ove rimangono spazi colonizzabili, gli Stati se ne sono dichiarati proprietari, e non li concedono che a titolo oneroso. Però la costituzione della proprietà individuale tanto assoluta ed estesa, come è ora in molti paesi, può dirsi fatto abbastanza recente; e dappertutto, in un passato variamente remoto, la terra fu per la massima parte di godimento collettivo di gruppi familiari o demografici. Vi fu poi un tempo in cui la terra era, se non libera nel senso che ognuno poteva fissarsi ove meglio gli pareva, soggetta all’uso collettivo, sicché tutti partecipavano al suo sfruttamento senza dover pagarne una rendita qualsiasi o rilasciare a terzi una parte del ricavato».
Ometteremo la descrizione del trapasso presso i vari popoli, come i germani, con prevalenza dei terreni ad uso civico e demanio e del completo svolgimento del sistema allodiale (possesso privato) presso i latini. Per lungo periodo, mentre la terra non era oggetto di valore, lo era il bestiame che ognuno faceva pascolare su spazio a tutti comune. La terra non era ancora articolo di commercio, il bestiame si: la prova sta anche nel fatto che la parola denaro (pecunia) deriva da pecus, che vuol dire bestiame.
I germani, essendo ancora poco numerosi su vaste terre, a differenza dei fitti e progrediti coloni romani, usavano il secolare e millenario sistema dei tre campi, di cui parla spesso Lenin. Esso consisteva nell’occuparsi a turno annuale, da parte di ciascun gruppo familiare, di tre appezzamenti di pari area: uno a grano, uno a segale o orzo od avena, uno a riposo (maggese). Per un anno la terra è sfruttata col più nutritivo dei cereali, il frumento, che le sottrae quasi tutti i suoi elementi utili, per un altro con la meno ricca coltivazione di cereali di minor potere alimentare, per un terzo anno non le si chiede nulla, perché si possano riprodurre le sue risorse di chimismo; in fase progredita la si lavora lo stesso per permettere all’aria atmosferica di circolare e si lasciano sul terreno senza raccoglierle le erbe spontanee.
Il testo ricorda poi che la proprietà privata, se nacque in alcuni casi da una spartizione del terreno collettivo tra famiglie, si generò anche per effetto di violenza, schiavitù e conquista. Come abbiamo tante volte ricordato in Engels, assai tardi sparisce presso i popoli germanici la coltura in comune: se in Italia invece la spartizione individuale è perfino preromana (e con essa il Dio Termine, che rendeva il possesso sacro ed inviolabile) ciò si deve alla lontanissima conoscenza di colture che superano quella cerealicola: la vite, l’ulivo, gli alberati fruttiferi, le prime irrigazioni.
Né citeremo di nuovo i passaggi storici sul rapporto medievale, sulle popolazioni accomandate al signore e guerriero, contro obbligo di personale servigio e nemmeno quelli sulla scarsa influenza e rapida sparizione delle forme feudali in Italia, restando ad esse troppo breve lasso tra la caduta dell’impero bizantino e l’epoca dei Comuni, che comportò agricoltura altamente intensa (orti e giardini) o addirittura pienamente capitalistica.
Uscita dal feudalesimo
Lenin adunque rinfaccia a Bulgakov che abbia considerato superfluo lo studio di Kautsky sui rapporti feudali e lo riporta e commenta in molti brani, come egregio. Non è difficile vedere di quale peso sia la «discriminazione» tra la forma non capitalista e quella capitalista all’indietro: essa fa tanta luce sulla discriminazione in avanti. Col metodo, lo stile filo del tempo, noi abbiamo tanto fatto leva sullo «ieri» perché si capisse il «domani» e il gabellamento per domani di un comunissimo «oggi». Vediamo subito che molte tesi di Kautsky che Lenin rimette su contro le obiezioni di Bulgakov non sono se non quelle che nel Dialogato con Stalin abbiamo usato, mostrando il carattere capitalista della economia agraria russa.
Secondo la bella frase sintetica di Marx, il rapporto feudale differisce da quello moderno perché il servo arrecava al padrone — con giornate di lavoro nel suo giardino e con quote del prodotto del suo campicello — una rendita in derrate o in lavoro (ed eravamo per questo in un’economia naturale); mentre il moderno padrone della terra, il proprietario fondiario, gode di una rendita in denaro. Sopravvive è vero oggi la colonia parziaria, nella quale il contadino versa al proprietario non un canone in denaro ma una data aliquota del prodotto: non si vede come tale
sistema sia tanto vantato dai pretesi e fanfaroneschi estirpatori di forme feudali, se esso è proprio un’esteriore forma semifeudale. Sta però di fatto che sempre più i proprietari si fanno dare dai coloni parziali, o mezzadri, non più gli scomodi generi ma il loro equivalente al prezzo di mercato. Tale sistema, appunto perché non del tutto capitalistico, è un poco più umano, in quanto il coltivatore è coperto dal rischio di dover pagare lo stesso contributo nell’annata grassa e in quella magra.
Comunque la rendita in denaro ha preso il posto della rendita in servizi e in derrate e al tempo stesso il possesso fondiario da inviolabile è diventato alienabile, il lavoratore agrario da vincolato alla terra è diventato «libero». Un tale processo, al suo inizio, non è però determinato solo dalla inarrestabile esigenza di dare sfogo benefico alle forze produttive manifatturiere, ma anche accompagnato da pari esaltazione delle forze produttive agrarie. Lenin cita da Kautsky:
«Nell’epoca feudale non c’era altra agricoltura tranne la piccola, poiché il signore coltivava le proprie terre con lo stesso inventario usato dai contadini. E’ stato il capitalismo il primo a creare la possibilità di una grande produzione nell’agricoltura, tecnicamente più razionale della piccola».
Qui si sfiora la questione della piccola e grande coltura, su cui Lenin si scaglia non meno vigorosamente addosso alle critiche di Bulgakov. Lenin riferisce che nel quinto capitolo si espone la teoria marxista del valore, del profitto e della rendita, cui questa ricerca darà ampio richiamo a suo tempo. Ma Lenin, mentre deride Bulgakov che parla di agricoltura capitalistica solo in quanto la borghesia industriale e commerciale prese il potere al posto dell’aristocrazia terriera, stabilisce chiaramente che nel marxismo l’agricoltura attuale diventa capitalista nella sua interna struttura economica, perché da naturale la forma diventa mercantile. Va riconosciuto che allora, giovane, Carlo Kautsky enunciava le tesi marxiste con esattezza magistrale:
«Senza denaro la produzione agricola odierna è impossibile, ossia, il che è lo stesso, essa è impossibile senza capitale. Infatti, dato l’attuale modo di produzione, ogni somma di denaro che non serve per il consumo personale può trasformarsi in capitale, cioè in un valore che genera plusvalore, e, di regola, si trasforma effettivamente in capitale. La produzione agricola odierna è per conseguenza una produzione capitalistica».
Dunque l’economia agraria feudale, caratterizzata fra l’altro dalla sovrapposizione del lavoro della terra all’industria minima domestica, come Kautsky bene sottolinea, tiene la produzione rurale lontana dal mercato. L’economia capitalistica trae la piccola azienda contadina nel vortice mercantile. E
«quanto più l’agricoltura diventa capitalistica, tanto più essa sviluppa la differenza qualitativa tra la tecnica della piccola produzione e quella della grande produzione». «Tale differenza qualitativa — Lenin ribadisce — non esisteva nell’agricoltura precapitalistica».
L’analisi che mostra come la pretesa indipendenza della piccolissima azienda non conduce che ad un immenso maggiore onere di lavoro per il «proprietario» del fazzoletto di terra, verrà a suo luogo, ed è del resto praticamente ovvia. Importanti sono le considerazioni sul lavoro agrario cooperativo, di cui vi sono molti esempi nel periodo capitalistico, come d’altra parte (Marx lo dice già nel 1851) entro i limiti capitalistici non si può contare sulla sparizione della piccola produzione nell’agricoltura:
«E’ noto quanto gli ideologi della piccola borghesia in generale e i populisti russi in particolare esaltino le cooperative dei piccoli agricoltori (…). Tanto maggiore è perciò l’importanza dell’eccellente analisi di Kautsky sulla funzione delle cooperative. Le cooperative di piccoli agricoltori sono naturalmente un anello del progresso economico, ma esprimono una transizione verso il capitalismo (Fortschritt zum Kapitalismus), non già verso il collettivismo, come si pensa e si afferma sovente» (i corsivi sono nell’originale).
I cardini marxisti della valutazione del trapasso tra i modi della produzione agraria sono dunque gli elementi sostanziali per giudicare dell’attuale agricoltura russa — oltre che della sciocca opinione popolare mondiale su un Lenin ripartitore di terre ai piccoli contadini.
Arte e natura
In tutte le dottrine sull’economia agraria incontriamo, in lotta tra loro, due posizioni. Una mette innanzi le forze naturali e quindi la terra, l’altra mette avanti il lavoro dell’agricoltore, e quindi l’uomo. Chi ci nutre di più, la natura o l’arte?, Dante avrebbe detto.
La grossa divergenza è chiarita nella storia che Marx ci ha dato, sia pure frammentaria (e ricostituita dallo stesso Kautsky), delle dottrine economiche. La polemica sorge sulle fonti della ricchezza, col che non si sa bene nei primi autori se si parla di ricchezza personale degli individui o ricchezza della nazione. La prima borghesia innovatrice audace e rivoluzionaria è tanto lancia
nazionale e le piace di presentare come diretto al bene della patria il suo lavoro meraviglioso per il trionfo dell’individualismo. Sotto questo si cela invero il suo senso di classe, l’identificazione della classe dei capitalisti con l’umanità.
Gli ultimi feudali e i primi borghesi sono ancora per la teoria che dà ragione alla natura, alla terra come fonti sole della ricchezza. La scuola capitalista classica dichiarerà fonte di ogni ricchezza il lavoro.
E’ noto e indiscutibile che il marxismo si pone dalla parte dei secondi: ed infatti la teoria di Marx ci condurrà al risultato che la rendita fondiaria non è un dono della natura al proprietario, connesso alla sua occupazione di un quantum del suolo, ma soltanto una frazione del plusvalore, ossia il lavoro reso dagli agricoli ma non pagato con la loro remunerazione in denaro, o salario.
Ma qui va chiarito il solito equivoco sulla portata della teoria del valore. Essa non è una fredda spiegazione dell’economia moderna, ma una dimostrazione della sua insostenibilità storica, della sua impossibilità di raggiungere un «regime di stabile equilibrio». Essa è la dimostrazione della necessità dell’avvento del comunismo, ma non una descrizione dell’economia comunista, se non per dialettico effetto; non già nel senso che tolto il plusvalore e lasciato il valore la nostra richiesta sarà riempita. Nell’economia degli uomini a lavoro associato non vi sono più valori e non vi sono ricchezze; e perde senso il poggiarne l’origine sulla natura o sull’umano sforzo.
Se un campo, senza essere arato e senza altre operazioni, ciclicamente producesse pane, come il famoso albero tropicale, ecco che avremmo una rendita della natura. Ma Lenin nel maltrattare Bulgakov si arrabbia contro queste favole, che sono alla base del famoso teorema di produttività decrescente. Non si è mai mangiato senza che si fosse lavorato:
«Che l’uomo primitivo ottenesse il necessario come libero dono della natura è una favola sciocca (…). Nel passato non è mai esistita nessuna età dell’oro, e l’uomo primitivo era completamente schiacciato dalle difficoltà dell’esistenza, dalle difficoltà della lotta con la natura».
Ciò non contrasta affatto col collegamento tra le ingenue tradizioni di un’età senza odi e rancori e il comunismo primitivo, senza traccia di privata proprietà: era un comunismo di lavoro, in cui tutti lavoravano per tutti e la non ancora apparsa «limitatezza della terra», rispetto al numero degli uomini, ne era la base. Ma più oltre Lenin distingue essenzialmente tra limitazione della terra come oggetto della produzione e limitazione di essa come oggetto del diritto di proprietà. Giunti al tempo capitalistico, la gestione della terra si fa per aziende private di lavoro, ma la limitazione legale, allodiale romana, ossia il monopolio non della gestione, ma del diritto di proprietà, del diritto di prelevare rendita fondiaria (notate: monopolio uguale proprietà, non solo uguale grande proprietà; monopolio terriero, base della rendita, vale confinazione, terminazione di un qualunque spazio di terra agraria), tale monopolio, senza uscire dal modo capitalistico, può essere passato allo Stato. Ancora dunque un’ennesima citazione prova che per il marxismo più genuino e coerente
«Possiamo benissimo concepire un’organizzazione puramente capitalistica dell’agricoltura nella quale la proprietà privata della terra manchi completamente, nella quale la terra appartenga allo Stato, alle comunità contadine, ecc.».
Tuttavia la discussione tra origine da lavoro o da forza naturale della ricchezza agraria, sia essa quella della classe terriera o del feticcio «nazione», si limita alla decifrazione delle economie di ripartizione privata e di sfruttamento. Ed a questi effetti è centrale la tesi che tutto viene da appropriazione da parte di una classe del lavoro di un’altra, sia nella produzione feudale che in quella capitalistica. Ciò non esclude che nella futura economia, risolta in una razionale difesa della specie contro, come Lenin vigorosamente disse, la natura, la vittoria contro questa matrigna potrà arrivare a tal punto che tutto venga da lei.
Se la faticosa coltivazione del grano fa sì che il nostro corpo sia alimentato, a caldo di vita, grazie al trasferimento in esso, dopo cicli chiusi di chimismo in bilancio pari (ai quali rifiutiamo irrazionalmente la nostra propria carcassa), di una piccola quota dell’energia che il sole irraggia nello spazio e fa pagare tanto poco per la parte che investe la sfera terrestre quanto per quella immensa che viaggia verso i gelidi vuoti interstellari senza trovare schermi; se potremo coltivare con l’aratro e sostituire il bue (che aveva passato con Febo apolline un contratto del genere nostro) con la macchina; se a questa macchina non addurremo nafta (che è poi anch’essa vecchio calore solare «donato» e messo a deposito nelle banche del sottosuolo) ma quella energia idroelettrica che ci viene annualmente da un tributo regolare pagatoci sempre dal grande astro, allora, allora… Resterà, direte, all’uomo l’opera organizzativa, direttiva, il girare le chiavette interruttrici. Ma hanno detto ultimamente che una macchina della macchina sostituirà l’uomo alle manopole di questa, dopo aver registrato con processi elettronici il comportarsi effettivo dell’uomo, il trucco che lo distingue, per ritrasmetterlo identico. Allora sarà invero la natura che ci darà tutto, cominciando dal vassoio della prima colazione che arriverà senza che lo porti nessuno.
Quando nessuno lavorerà sarà raggiunto lo scopo di godere tutti di rendita. Allora vivremo non lavorando, ma rubando a madre natura. Oggi non esiste rendita per un solo individuo che non sia rubata al lavoro dell’uomo. Neghiamo ai ladri l’alibi di scienza economica: il corpo del reato non l’ho sottratto a nessuno, è dono divino della natura, raggio partito col mio indirizzo dalla Stella di fuoco, roteante e rutilante nel Cielo.
Qui la teoria sulla rendita fondiaria.
L’amnistia, gli anarchici e noi
Nello scorso agosto, quando non era di scena la batracomiomachia di Trieste, e la Calabria era ancora in attesa delle consuete innondazioni, i nobili cuori dei nostri uomini politici, dai fascisti agli anarchici passando per i social-comunisti, battevano per un solo altissimo ideale di umanità: l’amnistia. Poiché i fascisti avevano ancora dei briganti da tirar fuori dalle carceri della Repubblica; i social-comunisti residui manipoli di partigiani; e gli anarchici alcuni militanti mangiapreti, si vide allora la concordia e l’unità nazionale realizzarsi sotto il segno della crociata umanitaria contro la Sbarra…
Noi, benché Umanità Nova dubiti dei nostri sentimenti umani, provammo così forte il senso assolutamente umano della nausea, che ci tenemmo fuori dall’indegno baccano, che poi, sotto sotto, era alimentato dallo stesso Governo Pella, desideroso di popolarità. In quell’occasione, i libertari di Umanità Nova che nemmeno un istante sospettarono di agire in maniera maledettamente ridicola facendo il gioco dello sporco politicantismo ufficiale, credettero cosa consona alla nobile impresa di svuotamento dei carceri lanciarci addosso una aspra rampogna, intitolando il pezzo incandescente «Assenteismo presuntuoso». Volevano additarci al pubblico disprezzo e alle vendette dei Vautrin e dei Rastignac tratti fuori dalle patrie galere, accusandoci di che? In sostanza di aver rifiutato di andare a braccetto con fascisti e stalinisti, come loro hanno fatto, nella indegna commedia di chiedere un’amnistia all’ipocrita Pella, che non aspettava altro per apparire uomo magnanimo e generoso. Saremo dunque dannati per l’eternità?
Secondo i «presentisti» di Umanità Nova, che notoriamente sono il fulcro e la potenza della leva… della storia nazionale, forgiatori della pubblica opinione e condottieri di oceaniche dimostrazioni contro «lo Stato e la Magistratura», noialtri «assenteisti presuntuosi» avremmo vergognosamente disertato l’«agitazione rivoluzionaria» condotta contro la Reclusione, indulgendo al nostro vizio capitale. Saremmo rimasti a contemplarci il nostro ombelico. Scriveva Umanità Nova nel torrido agosto: «Il materialismo storico rimasto alla contemplazione del proprio ombelico — secondo Programma Comunista — provvede a tutto». Infatti, è proprio così, provvede a tutto, soprattutto ad evitare di farci cadere in ammirazione davanti alla reclamistica danza del ventre di sudice schiere di arrivisti lanciata all’arrembaggio delle poltrone ministeriali. I San Vincenzo di Sales, o come si chiama il patrono dei carcerati?, che scribacchiano su Umanità Nova, sono invece tanto attivi quanto sciocchi al punto da fare ala all’avanzata dei pelliani sul Viminale. E poi vorrebbero dare ad intendere di possedere il segreto per abbattere la borghesia!
Qualcuno potrà domandarsi perché rispondiamo oggi, inizio di novembre, all’articolo anarcoide apparso nell’agosto. Gli è che quando l’umanitarismo sgonfione e il rammollimento sentimentale, proprio degli impuberi e dei… messi in pensione, effonde le sue cocenti lacrime di commozione cosmica, allora è preferibile tacere, se esiste possibilità di scelta. Non altrimenti si curano gli innamorati impotenti per gli Alti Ideali. Oggi che il Governo Pella, che nel frattempo ha tirato fuori la girandola pirotecnica della questione di Trieste, cinicamente mostra che intende uguagliare la famosa amnistia al topolino partorito dalla montagna, i Fatebenefratelli di Umanità Nova navigano nel ridicolo. Allora il momento è propizio per suonarle di santa ragione. Chi vuole guarire la gente troppo facile alle infatuazioni del cuore, aspetti che giunga il momento ineluttabile della delusione. Aspetti, anche a costo di passare il tempo contemplandosi l’ombelico, che è sempre un gesto più nobile che scalmanarsi a cercare di nascondere un palmo di naso, signori Baiardi di Umanità Nova.
Nella questione dell’amnistia Pella e l’Azione Cattolica hanno vinto la partita. Ancora una volta i gesuiti la spuntano sui feroci quanto stupidi anticlericali, siano della scuola di Podrecca che di quella bakunino-stirneriano-malatestiana. Pochi usciranno di galere. Ma «lo Stato e la sua Magistratura» che l’autore dell’articolo anarchico scritto a nostro danno faceva apparire a momenti come minacciati dalla agitazione rivoluzionaria, come lui definiva la volgare supplica di clemenza al Governo, ne usciranno rafforzati, adornati dall’aureola che splende sul capo dei giusti e dei generosi. Allo stesso modo il Governo democratico-antifascista trasse forza dall’amnistia concessa da Togliatti ai fascisti, in quanto il gesto ruffianesco valse a rassicurare molta borghesia, che davvero credette nel 1946 di vedere spuntare i soviets a Milano e Torino. Ma andatelo a raccontare ai feroci nemici dello Stato e dell’Autorità, del Trono e dell’Altare, dello Stato borghese e della Dittatura del proletariato, che sfarfalleggiano su Umanità Nova…
L’articolo sterminatore apparso sul sopradetto giornale doveva varcare l’Atlantico, ma nel paese ove la fessaggine umana ha le dimensioni dei grattacieli, doveva arricchirsi di una nota di commento. Vale la pena di sorbire quest’altro sorso prima di terminare il pasto luculliano di balle e scemenze offerto dalla stampa anarchica dei Due Mondi…
I malaccorti compilatori del foglio anarchico d’oltre oceano devono, nella loro cecità antiautoritaria, averci confuso con gli stalinisti. Ci accusano infatti di aver partecipato alla campagna lacrimaroria mondiale organizzata dal Cremlino a favore dei coniugi Rosenberg. Siamo sicuri che Umanità Nova e il foglio nuovaiorchese che le tiene bordone ci accuseranno di difendere le istituzioni penali americane e idolatrare la sedia elettrica, ma esigenza di chiarezza ci impone di respingere l’accusa. Mai abbiamo pronunciato parole di compatimento né spremuto lacrime a favore dei protetti del Governo di Mosca. Se abbiamo agito in tal modo è perché non ci sentiamo di essere così cristianamente sciocchi e vili da baciare le mani dei carnefici del capitalismo, come fanno gli svenevoli romanticastri di Umanità Nova, sempre pronti a piangere sul «dolore umano». Acerbamente sofferente di aver a che fare con dei cannibali, l’autore di «Assenteismo presuntuoso» scriveva in pieno delirio sentimentale: «Il problema (quello dell’amnistia) da noi posto è un problema che interessa il genere umano al quale — a quanto pare — quelli di Programma Comunista non appartengono».
Se avessimo deprecato la sorte riservata ai coniugi Rosenberg, agenti dello Stato di Mosca, non avremmo avuto il diritto di inneggiare alla rivolta degli operai di Berlino Est e maledire le imprese dei generali russi che scaraventarono i carri armati addosso ai rivoltosi. I santocchi lacrimorroici di Umanità Nova riescono invece a piangere indifferentemente sui Rosenberg, sugli operai berlinesi spiacciccati sull’asfalto dai carri armati, sui fascisti rinchiusi nelle carceri italiane, su tutti i doloranti e gli oppressi di tutte le classi, perché (scoperta degna di Darwin!) tutti costoro appartengono al genere umano! Non occorre proprio definirsi anarchici per mettere in circolazione simili scipitaggini illuministiche. Nella letteratura delle leghe per la protezione degli animali c’è di meglio, visto che il genere umano è considerato nel più vasto campo del regno animale.
Dalle Tesi di Roma
Natura organica del Partito Comunista
- Il Partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali pei quali gli elementi e i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del Partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre.
- La integrazione di tutte le spinte elementari di un’azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione. Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere o si debbano pretendere dai singoli poiché si realizzano solo per la integrazione dell’attività di molti individui in un organismo collettivo unitario.
- Alla precisa definizione della coscienza teorico-critica del movimento comunista, contenuto nelle dichiarazioni programmatiche dei partiti e dell’Internazionale comunista, come all’organizzarsi degli uni e dell’altra, si è pervenuti e si perviene attraverso l’esame e lo studio della storia della società umana e della sua struttura nella presente epoca capitalistica, svolti coi dati, colle esperienze e nella attiva partecipazione alla reale lotta proletaria…
Processo di sviluppo del Partito Comunista
- L’organizzazione del partito proletario si forma e si sviluppa nella misura in cui esiste, per la maturità di evoluzione della situazione sociale, la possibilità di una coscienza e di un’azione collettiva unitaria nel senso dell’interesse generale e ultimo della classe operaia. D’altra parte il proletariato appare ed agisce nella storia come una classe quando appunto prende forma la tendenza a costruirsi un programma e un metodo comune di azione, e quindi ad organizzare un partito.
- Il processo di formazione e di sviluppo del partito proletario non presenta un andamento continuo e regolare, ma è suscettibile nazionalmente ed internazionalmente di fasi assai complesse e di periodi di crisi generale. Molte volte si è verificato un processo di degenerazione per il quale l’azione dei partiti proletari ha perduto o vi si è andata allontanando anziché avvicinando quel carattere indispensabile di attività unitaria e ispirata alle massime finalità rivoluzionarie, frammentandosi nel dedicarsi alla soddisfazione di interessi di limitati gruppi operai o nel conseguimento di risultati contingenti (riforme) a costo di adottare metodi che compromettevano il lavoro per le finalità rivoluzionarie, e la preparazione ad esse del proletariato. Per tale via i partiti proletari sono spesso giunti ad estendere i limiti della loro organizzazione a sfere di elementi i quali non potevano ancora porsi sul terreno dell’azione collettiva unitaria e massimalista. Questo fatto è sempre stato accompagnato da una revisione deformatrice della dottrina e del programma e da un allentamento della disciplina interna per modo che anziché aversi uno stato maggiore di capi adatti e decisi alla lotta si è consegnato il movimento proletario nelle mani di agenti larvati della borghesia.
- Da una situazione di tal genere, il ritorno, sotto l’influsso di nuove situazioni e sollecitazioni ad agire, esercitate dagli avvenimenti sulla massa operaia, alla organizzazione di un vero partito di classe, si effettua nella forma di una separazione di una parte del partito che, attraverso i dibattiti sul programma, la critica delle esperienze sfavorevoli della lotta, e la formazione in seno al partito di una scuola e di un’organizzazione colla sua gerarchia (frazione), ricostituisce quella continuità di vita di un organismo unitario fondata sul possesso di una coscienza e di una disciplina, da cui sorge il nuovo partito. È questo processo che in generale ha condotto dal fallimento dei partiti della Seconda Internazionale al sorgere della Terza Internazionale comunista.
- Lo sviluppo del partito comunista dopo lo scioglimento di una simile crisi, e con riserva della possibilità di ulteriori fasi critiche prodotte da nuove situazioni, si può per comodità di analisi definire come sviluppo «normale» del partito. Presentando il massimo di continuità nel sostenere un programma e nella vita della gerarchia dirigente (al di sopra delle sostituzioni personali di capi infedeli o logorati) il partito presenta anche il massimo di efficace ed utile lavoro nel guadagnare il proletariato alla causa della lotta rivoluzionaria. Non si tratta qui semplicemente di un effetto di ordine didattico sulle masse e tanto meno della velleità di esibire un partito intrinsecamente puro e perfetto, ma proprio del massimo rendimento nel processo reale per cui, come meglio si vedrà innanzi, attraverso il sistematico lavoro di propaganda, di proselitismo e soprattutto di attiva partecipazione alle lotte sociali, si effettua lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali e immediati a quello organico e unitario della lotta per la rivoluzione comunista; poiché solo quando una simile continuità esiste è possibile, non solo vincere le esistenti diffidenze del proletariato verso il partito, ma incanalare e inquadrare rapidamente ed efficacemente le nuove energie acquisite nel pensiero come nell’azione comune, creando quella unità di movimento che è condizione rivoluzionaria indispensabile.
- Per tutte le stesse ragioni va considerato come un procedimento affatto anormale quello della aggregazione al partito di altri partiti o parti staccate di partiti. Il gruppo che si era fino a un tal momento distinto per una diversa posizione programmatica e per una organizzazione indipendente non arreca un insieme di elementi utilmente assimilabili in blocco e viene ad alterare la saldezza della posizione politica e della struttura interna del vecchio partito dimodochè l’aumento di effettivi numerici è lungi dal corrispondere ad un aumento di forza e di potenzialità del partito, e potrebbe talvolta paralizzare il suo lavoro di inquadramento delle masse in luogo di agevolarlo.
È desiderabile che al più presto si affermi inammissibile nel seno dell’organizzazione comunista mondiale la deroga a due principii fondamentali di organizzazione: non può esservi in ogni paese che un solo partito comunista, e non si può aderire all’Internazionale comunista che per via dell’ammissione individuale nel partito comunista del dato paese.
(1922)
Non attacca
Forlì, novembre
Alla Ditta Bartoletti, fabbrica di carrozzerie per automobili con circa 600 operai è suonato il «cessate lavoro» di 10 minuti per i fatti di Trieste. Due operai, saputo il motivo, hanno continuato a martellare nel silenzio dell’officina inattiva per protesta contro un’iniziativa dovuta ai repubblicani ed accettata in pieno dagli staliniani, loro degni compari in fatto di patriottismo, oltre che dalla neonata confederazione fascista. Al chiasso provocato dai due martelli, gli operai si riunivano attorno ai due… reprobi, sorpresi prima, accondiscendenti poi quando essi spiegarono loro che i fatti di Trieste non riguardano la classe operaia, ma bensì quella padronale in cerca di nuove avventure e nuovi guadagni; che, con o senza Trieste, dovranno sempre lottare per i salari di fame e la disoccupazione; che il «viva Trieste italiana», caro ai figli di papà e a tutti i borghesi, compresi gli appartenenti al partito staliniano e stampato in un manifesto della Federazione Forlivese del P.C.I. in data 15 aprile 1949, è sempre stato un grido di guerra; che ogni operaio cosciente della sua posizione sociale deve rispondere al grido di «viva Trieste italiana» con «abbasso la guerra, abbasso tutti gli avventurieri e trascinasciabole!».
Non è poi mancato l’intervento del capo-gruppo staliniano, accorso a giustificare l’atteggiamento del partito con motivi tattici e costituzionali… e ripetere che, in fondo, loro sono sempre i partigiani della pace.
I due operai hanno ripreso a battere più forte col martello, convinti che quel suono riuscisse più riposante ai compagni di lavoro che il tentativo di capire l’intruglio delle teorie e delle tattiche nazional-staliniste.