Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Programma Comunista 1962/5

La lotta di classe o è unitaria o non è nulla

Nel Manifesto dei Comunisti, Marx ed Engels descrivono in una sintesi vigorosa, valida oggi come cento anni fa, il processo attraverso il quale gli operai, sotto la pressione della dittatura borghese e dello sfruttamento capitalistico, si organizzano in classe. Chiuso il periodo iniziale di lotte individuali fra lavoratori  e singoli padroni, superata la fase storica in cui essi lottano accanto ai borghesi «contro i nemici dei loro nemici»  i rappresentanti del vecchio regime feudale, il proletariato è spinto dall’incertezza delle sue condizioni di esistenza, dalla concentrazione in masse sempre crescenti, dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione e dallo stesso accentramento del meccanismo produttivo, non solo a lottare i contro la borghesia già alleata,  ma a superare l’isolamento degli scontri e delle collisioni locali e  a coalizzarsi in organismi di battaglia a carattere stabile e centralizzato.

Essi lottano unitariamente per « tutelare le loro mercedi » e resistere alla continua degradazione delle loro condizioni di vita: «di quando in quando vincono, ma sono vittorie effimere. Il vero risultato delle loro lotte non è ill successo immediato, ma è la sempre crescente solidarietà degli operai», solidarietà che,  «spezzata ad ogni istante dalla concorrenza che si fanno i lavoratori stessi, rinasce tuttavia continuamente per effetto sia dello sviluppo economico capitalistico, sia delle necessità della lotta proletaria nel suo seno, in un processo al cui termine » è l’organizzazione dei proletari in classe,  e quindi in partito politico», condizione a sua volta della rivoluzionaria «costituzione del proletariato in classe dominante» presa del potere violenta, esercizio violento della dittatura comunista.

In questo processo, l’organizzazione sindacale è soltanto un gradino, ma un gradino necessario: essa è la prima forma nella quale gli operai, superando la concorrenza reciproca e la divisione del lavoro determinate dal capitalismo, uniscono le loro forze per una lotta comune e generale contro il padronato. E’ un’organizzazione immediate nel senso che è determinata dalle condizioni di vita e di lavoro nel seno della società borghese e mira a tutelarle contro la minaccia di una crescente incertezza da un lato e di un costante peggioramento dall’altro; non ancora a sferrare l’offensiva per distruggere le basi sulle quali lo sfruttamento capitalistico poggia, che è il compito dell’ulteriore e ben più alta (perché non più immediata, ma cosciente) forma di organizzazione del proletariato, il partito politico, nel quale soltanto il proletariato secondo il Manifesto diventa classe storicamente proiettata verso la conquista del potere e la costituzione in classe dominante. D’altra parte, l’importanza permanente dell’organizzazione economica immediata e delle lotte rivendicative che le danno origine non è, incalza il Manifesto, nelle transitorie conquiste salariali e, come si dice oggi, normative — conquiste che, finché dura il capitalismo, non saranno mai durature -, ma nella crescente solidarietà che esse creano fra gli operai di ogni condizione, di qualunque origine, di qualsiasi affiliazione politica. I comunisti, organizzazione dei proletari in partito politico, e quindi  in classe, non negano dunque le organizzazioni immediate; anzi, ne riconoscono l’importanza essenziale come prime forme di coalizione di tutti gli operai, e operano dentro di esse allo scopo: 1) di rendere sempre più viva ed efficiente la solidarietà fra proletari; 2) per diffondere sempre più la coscienza che «ogni lotta  economica è lotta politica», lotta di vita o di morte fra due classi inconciliabili; 3) per agitare il programma del partito politico rivoluzionario, che non è di limitarsi a curare gli effetti del regime esistente, ma di distruggerne le cause e che, per dirla  con Marx, non iscrive sulla sua bandiera «la parola d’ordine CONSERVATRICE «Un salario  equo per un’equa giornata di lavoro», ma la parola d’ordine  RIVOLUZIONARIA: «Abolizione del salariato»».

Bastano questi richiami per giudicare l’operato dei partiti cosiddetti operai di oggi, e per chiarire il compito che i comunisti degni di questo nome si assumono, oggi come ieri e come sempre, nelle organizzazioni economiche.

I partiti cosiddetti operai oggi imperanti nelle organizzazioni sindacali, hanno tradito e tradiscono quotidianamente il compito che ad essi assegna la dottrina marxista perchè: 1) invece di promuovere con la massima energia la «crescente solidarietà degli operai», reagendo agli effetti distruttivi della concorrenza, spezzettano le lotte rivendicative per azienda e per settore e quindi aggiungono agli effetti obiettivi della divisione del lavoro capitalistica gli effetti politici della disunione fra proletari (perchè, nella grande concentra zione proletaria di Torino gli operai della Lancia sono stati fatti lottare da soli e quelli della Michelin continuano a scioperare con la… solidarietà pidocchiosa e interessata delle parrocchie? Uno sciopero unitario non avrebbe da tempo ottenuto vittoria?); 2) aggravano questo frantumamento con una politica salariale differenziata per qualifiche, o legata a rendimenti che sono per forza di cose diversi da un’azienda all’altra, da zona a zona, da mestiere a mestiere; 3) posti di fronte alla creazione artificiale  di sindacati di ispirazione padronale in concorrenza col sindacato tradizionale (nel caso nostro la CGIL), non reagiscono a questa ulteriore divisione con una politica unitaria e di classe in grado di attirare a sé il maggior numero possibile di operai, ma si prefiggono una politica di alleanza proprio con quelle organizzazioni ultrafetenti (unità non fra operai, ma fra organizzazioni tradizionalmente create da operai e organizzazioni create dalla classe padronale e dai suoi agenti per indebolirle: la CISI.. l’UIL ecc.); 4) invece di diffondere fra gli organizzati la coscienza che le lotte rivendicative, necessarie per rafforzare la solidarietà contro il padronato, non risolvono né possono risolvere il problema politico dell’abbattimento definitivo della causa dello sfruttamento della forza-lavoro problema che solo la organizzazione in partito politico, la conquista violenta del potere e l’esercizio della dittatura proletaria possono risolvere, insegnano e predicano che la classe operaia può, mediante riforme, successi graduali, norme legislative e costituzionali, pacificamente e attraverso il meccanismo parlamentare, accedere al potere.

I comunisti internazionalisti, fedeli alla tradizione rivoluzionaria marxista, operano nel sindacato tradizionale contro questa politica forcaiola: per la ricostituzione del sindacato unitario e classista, per la massima unificazione ed estensione delle lotte operaie, contro il loro frazionamento nello spazio e nel tempo, per la diffusione del programma rivoluzionario comunista, contro le illusioni pacifistiche, democratiche, gradualiste, per lo schieramento del proletariato su un fronte compatto che, dalle lotte rivendicative, salga sotto la guida del partito politico fino alla lotta generale per la distruzione della società borghese e l’instaurazione della dittatura del proletariato. Essi non solo nascondono questo fine, ma lo professano apertamente, e chiamano i proletari a stringersi intorno alla bandiera non tricolore né bianco-turchina, ma rossa e soltanto ressa, della rivoluzione comunista.

Un aspetto particolare della degenerazione e del tradimento dei partiti cosiddetti operai nel loro modo di dirigere i sindacati e di condurre le lotte rivendicative è rappresentato dalle commissioni interne, alla cui rielezione proprio in questi e nei prossimi giorni si procede. Nella visione marxista, questi organi periferici devono essere la lunga mano del sindacato unitario operaio nell’azienda, non organi autonomi ma cinghie di trasmissione della politica generale dell’organizzazione sindacale fra le maestranze di ogni singolo complesso produttivo; non strumenti di conciliazione fra direzione aziendale e manodopera, ma di contrapposizione costante fra questa e quella e di rottura dell’angusto orizzonte aziendale delle lotte sul piano della fabbrica. I sindacati di oggi, come invocano il riconoscimento giuridico, cioè il loro inserimento in quello Stato borghese che si tratta invece di distruggere con la forza organizzata dei proletari, cosi hanno trasformato le commissioni interne in organi statutari di collaborazione col padronato, di incremento della produzione «nazionale » e « aziendale », di controllo e ratifica dei licenziamenti, di instaurazione di rapporti «umani» e «cordiali» fra le classi avverse.

I comunisti internazionalisti si battono, nei sindacati e fuori, perché anche questi organi periferici ritornino ad essere strumenti di lotta operaia aperta e frontale: organi subordinati al sindacato unitario, come questo dev’essere subordinato al programma e all’azione del partito politico unico di classe, il partito marxista, e svincolati da qualunque impegno statutario che li vincoli alla collaborazione e conciliazione fra capitale e lavoro condizione senza la quale non accetteranno mai di parteciparvi e di dirigerli.
Iscritti ai sindacato unitario tradizionale, presenti in tutte le lotte immediate e le battaglie fisiche della classe operaia, i comunisti internazionalisti difendono in entrambi il principio marxista, così ben espresso da Lenin in Stato e Rivoluzione: «Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi fino al riconoscimento della dittatura del proletariato ». Solo in questa prospettiva la lotta di classe può essere e rimanere unitaria; cioè essere e rimanere veramente di classe. Per questo obbiettivo gli operai devono battersi giacchè ad esso sono legate sia le possibilità di successo a breve scadenza, sia la vittoria finale e generale sul nemico capitalista. O questa via o, ancora una volta, la capitolazione e la sconfitta.

L’ora dei preti

Sapevamo — per sentito dire fin dall’asilo — che le via del Signore sono infinite, e fino ad ora nessuna creatura o «ente» terreno aveva mai osato limitarle.

Oggi, tuttavia, sotto la spinta del «progresso», sarà bene che il Signore si aggiorni e aumenti ancor più le sue «vie» perché, sul mercato ideologico, un concorrente come «le vie nazionali al socialismo» gli minaccia la piazza e gli contesta il primato.

Un esempio? Sempre sotto in spinta della «realtà che si evolve» il partito comunista inglese, molto democraticamente e senza preconcetti dogmatici, ha definitivamente aperto una nuova «via», già da lungo prospettata dal centro moscovita e ampiamente teorizzata dai «rivoluzionari» delle Botteghe Oscure: la conciliazione fra scienza marxista e idealismo religioso cristiano. E l’ha fatto, ovviamente, in pieno spirito «leninista»!

La parola all’azione «leninista» della via inglese: «i comunisti di Sheffield voteranno la settimana prossima (riportato dal Giorno del 11 — 2) per il vicario della chiesa anglicana, il reverendo Alan Ecclestone, vigoroso sostenitore della conciliabilità fra marxismo e cristianesimo, ha infatti accettato la candidatura del partito alle prossime elezioni comunali. Il reverendo Ecclestone è regolarmente iscritto al P.C. inglese dal 1948. Nel suo studio, al vicariato, campeggia un grande ritratto di Lenin».

O grande era di impossibili connubi!

Vogliamo un po’ leggere che cosa scriveva Lenin?. Avvenne, ai tempi in cui il partito bolscevico esisteva ancora come frazione, che si pose il problema se fosse ammissibile la entrata di un prete nell’organizzazione rivoluzionaria. Sarebbe stato — precisò subito Lenin — un  caso rarissimo; ciò nondimeno se questa «rara eccezione» si fosse presentata, il criterio da seguire era chiaro: «Se un prete entrasse nel partito socialdemocratico e cominciasse (sic!) a svolgere, in questo partito come lavoro principale e quasi esclusivo, un’attività predicazionale di concezioni religiose, il partito dovrebbe necessariamente espellerlo dal suo seno».

Quindi per Lenin, come per ogni rivoluzionario comunista, se era possibile accettare nelle fila del partito la «rara eccezione» di un prete che cessasse di fare il prete, cioè non svolgesse nell’interno del partito alcuna attività religiosa essendo questa contraria alle stesse condizioni di vita e di esistenza  di un partito marxista, era però da escludersi a priori, per principio, che lo si accettasse come non solo un militante della chiesa ma come un aperto sostenitore della tesi della aperta conciliabilità fra marxismo e la fede religiosa, fra rivoluzione e chiesa: la chiesa cui [gli] interessi sarebbero anzi difesi meglio entrando nel partito che rimanendone fuori. Per Lenin il prete-rara-eccezione è ammesso in quanto sia diventato un rivoluzionario e quindi abbia anche accettato di combattere contro la chiesa come istituto  e arma di conservazione della società presente; per i cosiddetti leninisti di oggi, si può essere nello stesso tempo preti e comunisti.

Come stupirsene? Una volta ammessa la coesistenza pacifica fra socialismo e capitalismo, è ovvio che si coesiste con tutte le istituzioni della società dominante: Stato, chiesa, banche, borse, polizia, e chi più ne ha più ne metta. D’altronde, di preti senza sottana l’opportunismo è pieno e i sacerdoti anglicani viaggiano in pantaloni.