Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Partito Comunista 79

Polonia: emergenza nazionale o lotta di classe

La nomina del generale Jaruzelski a primo ministro in Polonia ha avuto finora il successo sperato. Il generale, a quanto pare, gode del favore popolare essendosi distinto nelle giornate di agosto per scongiurare l’intervento dell’esercito contro gli operai in sciopero. La nomina va viceversa interpretata come il primo passo verso la «normalizzazione» della situazione polacca. Del resto lo stesso Allende era il generale di fiducia di Pinochet ed ebbe buon gioco a eliminare la corrente riformista dopo aver ricevuto nelle proprie mani da Allende stesso il totale disarmo degli operai cileni.
«Sarà forse possibile evitare l’aiuto» russo al «socialismo» polacco, ma ben difficilmente la normalizzazione interna potrà avvenire senza una sanguinosa repressione: l’attuale acquiescenza di Solidarietà al nuovo corso del governo polacco lo fa ben prevedere. Alle dichiarazioni di Jaruzelski al momento della sua nomina, al suo esplicito invito al «patriottismo e al senso di responsabilità di tutta la popolazione polacca» unito alla altrettanto esplicita minaccia che «lo stato possiede la forza sufficiente per recuperare la piena fiducia della società», ha fatto eco la seguente dichiarazione della direzione di Solidarietà:
«D’ora in avanti ogni sciopero dovrà essere proclamato dopo un accordo preventivo con la Commissione Nazionale. Se la regola non sarà rispettata dalle organizzazioni locali Solidarietà si dissocerà da azioni che intaccano l’unità del sindacato» (Corriere della Sera 14. 2.81).

​Jaruzelski ha anche chiesto 3 mesi di cessazione degli scioperi e certo la direzione di Solidarietà non poteva spingersi fino ad una esplicita accettazione dell’invito senza smascherarsi completamente di fronte alla base operaia che non tutta è disposta a cedere sui compromessi di Walesa calcati come una goccia d’acqua sul metodo usato nei paesi occidentali dalle direzioni sindacali per sacrificare immancabilmente gli interessi proletari sull’altare delle esigenze dell’economia nazionale. Ma che la direzione di Solidarietà spinga verso la rapida evoluzione dei «sindacati liberi» polacchi verso i modelli nazionali-corporativi dell’Occidente è ormai innegabile: del resto già uno sciopero generale era stato revocato nel novembre scorso, quando era stato minacciato nel caso in cui la Corte Suprema non avesse tolto dallo statuto di Solidarietà alcune clausole aggiunte unilateralmente dal governo agli accordi di Danzica. Già in quella occasione la Corte Suprema accolse il ricorso di Solidarietà, lo sciopero generale fu revocato e l’avvenimento fu festeggiato con canti e balli come una grande festa nazionale. Perfino negli accordi di Danzica uno dei punti più importanti era costituito dalla dichiarazione che «la riforma economica deve basarsi sull’autonomia, fondamentalmente aumentata, delle aziende… per promuovere e realizzare il programma del riassetto della nostra economia».
Era già dunque chiaro che la direzione politica del movimento che ha prodotto Solidarietà era orientata verso rivendicazioni di tipo schiettamente nazionalista, come poi la vicenda felicemente conclusasi della organizzazione contadina Solidarietà Rurale dimostra ancora più chiaramente. Alcuni dati sulla vicenda trattati da Le Monde del 13.1.81: le rivendicazioni essenziali sono contenute in 12 capitoli con 68 punti, in cui si indicano dettagliatamente le misure grazie alle quali sono discriminati i coltivatori privati; il 75% della terra coltivabile è tutt’oggi assegnata a privati e secondo i piccoli contadini il settore collettivizzato dissipa capitali e forza-lavoro mentre nel settore privato non si riesce ad investire nemmeno quanto si è guadagnato perché gli interventi statali sono favorevoli alla collettivizzazione; gli umori dei contadini che protestavano per la mancata registrazione della loro organizzazione erano ben evidenziati nella seguente dichiarazione: «se quest’anno non guadagneremo nulla non produrremo più per tutti ma solo per noi stessi; è per questo che gli operai debbono sostenerci».
Dati più che sufficienti per permetterci di ricordare come il contadiname sia sempre stato legato alle prospettive di sviluppo nazionale e come la posizione classista sia sempre stata caratterizzata dalla autonoma organizzazione dei salariati agricoli contro eventuali organizzazioni anche di piccoli contadini proprietari, perfino nelle condizioni di doppia rivoluzione in cui gli stessi contadini poveri e senza terra potevano svolgere una autonoma funzione rivoluzionaria accanto al proletariato agricolo e industriale.
Nonostante ciò la spinta poderosa della base operaia polacca non manca e sicuramente agiscono nella stessa Solidarietà forze genuinamente classiste, come ci dimostrano i numerosi scioperi spontanei alcuni dei quali sconfessati da Solidarietà stessa, come ci dimostra la dichiarazione della direzione di Solidarietà sopra riportata, come ci dimostrano le accuse di anarco-sindacalismo contenute nel giornale delle forze armate polacche del 17.1 scorso. E’ per questo che sosteniamo che, a differenza dell’occidente in cui le direzioni pienamente borghesi dei sindacati operai si sono consolidate ormai in un arco ultracinquantennale di tradimenti delle aspirazioni proletarie, in Solidarietà polacca, pur essendosi finora affermata una direzione politica (quella legata alla chiesa cattolica) non meno borghese di quelle occidentali, la partita non è ancora chiusa. Riusciranno Walesa e soci a imporre alla classe operaia polacca i 3 mesi di tregua richiesti dal generale capo del governo? Tutti — ad occidente come ad oriente — fanno a gara negli ultimi tempi ad «aiutare» la Polonia, ma se ciò può contribuire ad allontanare nuove esplosioni sociali, certo non risolverà la questione della difesa delle condizioni di vita del proletariato polacco, sul quale anzi nel prossimo futuro peserà anche il gioco di dover restituire gli «aiuti» con adeguati interessi. In Polonia, come dappertutto, il proletariato ha di fronte a sé l’unica via dello smascheramento di tutti i falsi dirigenti e della ricostituzione dei suoi sindacati di classe.
Gli avvenimenti successivi agli scioperi d’agosto hanno clamorosamente smentito quanti sostengono (nei vari campi sedicenti rivoluzionari) che sia prevedibile un brusco salto di qualità dalla ripresa della lotta di classe alla lotta politica rivoluzionaria. Confermano viceversa le posizioni classiche del marxismo rivoluzionario e sempre sostenute dalla Sinistra — oggi più che mai ridotta ai minimi termini — che le lotte di classe, perché abbiano un peso sociale di segno proletario, devono essere condotte da organizzazioni di classe. I proletari devono essere organizzati almeno nella loro organizzazione economica di classe. Altrimenti le lotte stesse prendono indirizzi e vie diametralmente opposte a quella della immediata difesa delle condizioni di vita del proletariato e della futura rivoluzione comunista della fine di una lunga traiettoria che ha appunto come base di partenza la rinascita di sindacati veramente classisti. In Polonia sta prevalendo il nazionalismo come ben dimostrano l’egemonia cattolica e la vicenda di Solidarietà Rurale. Nei paesi occidentali ogni lotta proletaria viene ricondotta nell’alveo dell’enorme potenziale che ancora resiste — anche se tutti gli indicatori ci dicono fortunatamente ancora per poco — della suddivisione delle briciole imperialistiche attraverso il metodo pervasante delle contrattazioni corporative. Noi sosteniamo che il sindacato di classe, l’organizzazione di classe di tutti coloro che hanno necessità di vendere per sopravvivere le proprie capacità di lavoro indipendentemente dal contenuto del lavoro che sono costretti a fare ed indipendentemente dal l’essere momentaneamente occupati o disoccupati, è sempre più urgentemente una necessità vitale. E’ tuttavia da prevedere che proprio perciò una tale riorganizzazione incontrerà notevoli difficoltà per risorgere ed affermarsi e tutte le altre soluzioni verranno imposte al proletariato con amore o per forza, ma essa risorgerà per necessità materiali insopprimibili, come è possibile riscontrare anche nelle lotte della classe operaia polacca, nonostante i risultati non ancora espliciti in tale senso. E’ possibile riscontrare tali necessità anche nelle lotte di varie categorie di lavoratori salariati dei paesi europei occidentali, dove il consolidamento della rinata organizzazione economica di classe sconta l’estrema difficoltà di dover necessariamente risorgere fuori e contro gli attuali sindacati di regime. E’ una difficoltà che è il riflesso della mancata disponibilità alla lotta da parte della generalità della classe, riflesso a sua volta delle non ancora esaurite riserve accumulate per grazia concessione imperialistica nella sua passata fase di sviluppo sfrenato. Che tale fase è però ormai chiusa lo dimostrano meglio di ogni dato «specialistico» (ma solo per chi vuol far quattrini) le recenti misure «antisociali» del nuovo governo USA che si ripercuoteranno come bombe atomiche in tutto il mondo capitalistico. Dobbiamo dunque aspettarci nel prossimo futuro nuove e potenti lotte di classe in ogni paese. Ma quanto più queste saranno estese — e tanto più quanto più interesseranno il cuore del proletariato, cioè le vaste concentrazioni di operai delle grandi industrie — tanto più le sirene dell’emergenza nazionale si faranno sentire. A queste sirene, di qualunque colore saranno vestite, che proclamino la violenza o la pace sociale, il proletariato dovrà rispondere con la sua riorganizzazione, ponendosi fuori e contro soprattutto ogni nazionalismo. E sarebbe anch’esso un vano risultato se non si accompagnasse al rafforzamento del Partito di classe, al rafforzamento e alla estensione della nostra organizzazione, perché la rinascita del Sindacato di classe perfino alla scala mondiale non risolve di per sé la questione centrale che
è e resta quella della conquista del potere e dell’esercizio della dittatura proletaria, impossibile senza che alla direzione dell’organizzazione proletaria si trovi saldamente e organicamente il Partito Comunista Internazionale.

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.5

Verso la “riforma agraria”, giugno 1950

Nell’anno 1949 si ha la totale sconfitta degli eserciti nazionalisti da parte di quelli dell’Armata Nazionale di Liberazione che, dopo le vittorie riportate nella Manciuria nel novembre 1948, erano oramai in stato di evidente superiorità sia per armamento sia per numero. Nel gennaio viene conquistata Pechino e nell’aprile le truppe maoiste sono già dislocate su tutto il fronte dello Yang-tze-Kiang (Fiume Azzurro), ultima linea difensiva degli eserciti di Jiang Jieshi; il 20-21 aprile avviene in più punti lo sfondamento di quest’ultima barriera e nell’ottobre, a Cina totalmente conquistata, proclamata la Repubblica Popolare Cinese.

Come abbiamo già visto, già nel 1948 il PCC aveva iniziato a tirare le briglia al movimento contadino e tutti i suoi sforzi tendevano ad incanalare la “riforma agraria” nella legalità in quanto il suo procedere impetuoso ed incontrollato minacciava non solo la produzione agricola ma anche l’intero ordinamento sociale nelle campagne e nelle città, dove, fra l’altro il PCC, era un pesce fuori dall’acqua, con flebili legami soltanto nell’ambiente studentesco e dell’intelligenza della borghesia democratica ed “illuminata”, e con le masse operaie immobili dopo le cruenti e feroci sconfitte della fine degli anni Venti che ne avevano decapitato le avanguardie.

Nel marzo 1949, la seconda riunione plenaria del CC del PCC ribadì che con il necessario spostarsi del centro di gravità dalle campagne alle città, veniva bandito ogni “terrore rivoluzionario” e tutto indirizzato all’apprendimento dei metodi migliori per accrescere la produzione ed il benessere della Cina.

«Fin dal primo giorno in cui occupiamo una città, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla riattivazione e allo sviluppo della sua produzione», ammoniva il rapporto di Mao Zedong, che continuava con panegirici elogiativi dello sviluppo capitalistico della Cina: «È necessario e utile che noi mettiamo in pratica il “controllo sul capitale”, la parola d’ordine lanciata da Sun Yat-sen. Tuttavia nell’interesse di tutta l’economia nazionale e nell’interesse presente e futuro della classe operaia e del popolo lavoratore, non dobbiamo limitare troppo o in maniera troppo rigida l’economia privata capitalistica, ma dobbiamo lasciarle la possibilità di esistere e di svilupparsi nel quadro della politica e della pianificazione economica della Repubblica Popolare».

E, nell’interesse dell’economia nazionale, il PCC conseguentemente porse il ramoscello d’olivo della concordia sociale fra le classi a tutti quei democratici che erano stati impauriti, bastonati ed uccisi negli eventi degli ultimi anni in cui dominava «uno stile di chiuso settarismo (…) riapparso nel 1947 durante l’alta marea della riforma agraria».

La nascente RPC necessitava di questa concordia fra le classi, ed il PCC, da vero Guo-min-dang, si apprestava a realizzare questo compito schiettamente nazionale, democratico.

Ma i destini di una Cina forte ed industriale erano legati indissolubilmente alla produzione agricola, al suo accrescimento, perché era ed è dallo sviluppo di questa (nel 1949 rappresentava il 70% dell’intera produzione cinese) che lo Stato centrale traeva le proprie risorse ed i propri mezzi; il nodo da sciogliere era lì perché sotto l’incedere della “riforma agraria”, armi alla mano da parte dei contadini, tale produzione era precipitata ad 1/4 rispetto ai migliori risultati dell’anteguerra.

Il nuovo Stato doveva arrestare il movimento contadino, pena la sua stessa dissoluzione, e varare senza indugi una nuova Legge Agraria che ridesse fiducia alla proprietà contadina e fiato alla produzione.

Nuovo Stato, nuova Legge Agraria

Alla fine del 1949 venne formulata la nuova legge approvata dal Governo Popolare il 28 giugno 1950 e che fu oggetto di un circostanziato rapporto di Liu Shaoqi il 14 giugno dello stesso anno alla Conferenza Consuntiva del Popolo cinese; da questo rapporto attingiamo le seguenti note.

La legge 1950 non aveva un effetto retroattivo, non veniva quindi ad interessare tutte quelle zone in cui era stata applicata la legge del 1947 la quale era nettamente più radicale, ma si riferiva soltanto a quelle zone nelle quali la riforma agraria non era stata ancora incominciata. Già questa divisione fa risaltare il carattere di polizia che aveva determinato la promulgazione della legge: le zone in cui la riforma agraria aveva da incominciare erano principalmente le regioni della Cina meridionale, risicole che, come abbiamo già visto, erano le regioni in cui la questione della terra era espressa nella maniera più drammatica per la grande polverizzazione delle aziende e la conseguente povertà dei contadini.

Liu dichiarò con vigore che anche nelle zone in cui gli stessi contadini avevano iniziato la “riforma agraria”, bisognava bloccarla. Nelle aree nelle quali la riforma era decisa per l’inverno di quell’anno (1950) bisognava concentrare gli sforzi prima di tutto nel completamento del raccolto e nella colletta del grano pubblico (cioè le tasse statali e le consegne di grano), solo poi passare alle confische. Liu avvertì che se la riforma doveva condurre a “tendenze” che avrebbero provocato confusione era necessario arrestarla immediatamente; gli errori degli anni precedenti andavano rettificati:

«Nel periodo intercorrente tra il luglio 1946 e l’ottobre 1947, le masse contadine e i nostri quadri rurali di molte zone della Cina settentrionale, Shantung e Manciuria, nella realizzazione della riforma agraria, non hanno sufficientemente osservato la Direttiva del Comitato Centrale del Partito del 4 maggio 1946, ma hanno agito per conto loro; e hanno immediatamente confiscato la terra e le proprietà dei contadini ricchi. Questo era comprensibile, perché era un periodo nel quale il popolo cinese era impegnato in una dura lotta contro il Guo-min-dang reazionario. Durante questo periodo è avvenuta la maggior parte delle deviazioni nella riforma agraria: gli interessi di una parte dei contadini medi furono violati, l’industria ed il commercio furono in parte distrutti nelle regioni rurali, ed in alcune aree vi furono fenomeni di bastonature ed assassini indiscriminati. Questi fatti si spiegano soprattutto per la tensione della situazione politica e militare del momento ed anche per la mancanza di esperienza dei nostri quadri rurali. Questi non avevano chiara la situazione delle classi nelle campagne e commisero l’errore di considerare i contadini medi come quelli ricchi».

Ne conseguiva che la riforma agraria doveva svolgersi in maniera graduale, poggiare sì, sui contadini poveri e sui braccianti, ma senza alienarsi le simpatie dei contadini medi e dei contadini ricchi neutrali. I consigli contadini sarebbero diventati «la forma organizzativa e gli organi esecutivi» della riforma agraria, ma il nucleo guida di questi consigli doveva essere il “quadro” inviato dal partito, senza l’autorizzazione del quale non si doveva procedere, norme di comportamento queste che erano già state enunciate da Mao Zedong nel 1948.

L’intento della legge 1950 era chiaro: il radicalismo agrario estremista aveva determinato gravi difficoltà di produzione perciò se si doveva continuare con la distribuzione della terra, questa non doveva interferire con la produzione.

Ancora dal rapporto di Liu: «Il problema della povertà delle masse contadine sarà definitivamente risolto solamente se la produzione sarà notevolmente aumentata, se la industrializzazione della Cina sarà portata a buon fine, se il livello di vita si eleverà in tutti gli angoli del territorio cinese e se la Cina si incamminerà finalmente nella via dello sviluppo socialista. L’applicazione della riforma agraria non può risolvere che una parte dei problemi della povertà dei contadini. La riforma agraria deve mirare essenzialmente e prima di tutto all’accrescimento della produzione».

L’appello riprendeva l’articolo 1 della Legge il quale scandiva: «si realizzerà il sistema della proprietà fondiaria contadina, per liberare le forze produttive delle regioni rurali e per sviluppare la produzione agricola, per aprire la via dell’industrializzazione della nuova Cina».

Nelle parti essenziali, la nuova Legge garantiva a ogni individuo che avesse compiuto i 16 anni un minimo da 2 a 3 mu di terra a seconda delle regioni. In pratica, una famiglia di cinque persone doveva quindi poter disporre di un ettaro circa. Le attribuzioni di terra, legalizzate da titoli di possesso, davano al nuovo proprietario non soltanto i diritti di libero sfruttamento, ma anche quelli di acquisto, di vendita e di affitto (art. 30).

La distribuzione della terra fu fatta innanzitutto a detrimento delle terre dei clan, dei templi e monasteri buddisti e taoisti, chiese cristiane e collettività diverse (art. 3); quindi a detrimento dei proprietari fondiari le cui terre, animali da tiro, materiale agricolo, eccedenze di grani e di costruzioni rurali vennero confiscate senza compenso (art. 2). I proprietari fondiari conservavano tuttavia il diritto di ricevere come tutti da 2 a 3 mu, di terra (art. 10).

Le imprese industriali e commerciali dei proprietari fondiari non vennero confiscate. Beni commerciali e industriali erano protetti ed era proibito danneggiarli (art. 4).

Salvo in casi eccezionali, precisati dalla Legge, le terre dei contadini ricchi, coltivate da loro stessi con l’aiuto di mano d’opera salariata, ed anche gli altri loro beni, erano protetti e non potevano essere toccati. Protetti anche tutti i piccoli lotti di terra dati in affitto dai contadini ricchi (art. 6). Le terre dei contadini medi compresi i più agiati di loro, erano inviolabili senza eccezione alcuna.

Al fine di perturbare al minimo la produzione in corso, le ridistribuzioni di terra erano fatte per ingrandimento e diminuzione a partire dai lotti esistenti.

Le differenze con la Legge 1947 erano essenzialmente tre:
     1) la Legge 1947 confiscava oltre a tutte le terre e tutti gli animali da tiro anche tutte le scorte, l’attrezzaggio agricolo e tutti gli altri beni industriali e commerciali dei proprietari fondiari; la Legge 1950 riguardo alle scorte e alle costruzioni rurali ammetteva la confisca per le sole eccedenze, mentre tutti gli altri beni industriali e commerciali venivano protetti;
     2) la Legge 1947 ammetteva la confisca delle eccedenze dei contadini ricchi; la Legge 1950 lo proibiva;
     3) la Legge 1950 conteneva un articolo preciso sulla distribuzione delle terre confiscate ai proprietari fondiari; la Legge 1947 niente diceva di specifico sull’argomento e c’è da credere che i contadini poco si curassero dei loro antichi oppressori.

Inoltre, da un punto di vista organizzativo-esecutivo, i Consigli di Contadini che dovevano adempiere alla confisca e ridistribuzione della terra siccome riguardavano dai 10 ai 50 villaggi furono subito organi pletorici ed improduttivi che lasciarono le loro funzioni in mano a comitati di “quadri” scelti e fedeli. Ne conseguì immediatamente che le vecchie “bande di contadini poveri”, p’innung-t’uan, vennero subitamente sciolte.

Le nuove direttive politiche introdotte alla fine del 1949 e nel 1950, se non arrestarono del tutto la “marea contadina”, che, come aveva confessato Mao, era stata la causa delle misure agrarie prese da un impaurito PCC, certo riuscirono ad attenuare i danni anche solo per le loro limitazioni nel tempo e nello spazio.

Limitazioni nel tempo, perché la riforma si sviluppò progressivamente a partire dal Nord-Est (1947-49), per propagarsi nel 1950 nella regione dello Hebei e dello Shanxi, nel 1951 nel Sud e finalmente nell’Ovest, Tibet escluso. Limitazioni nel tempo perché furono necessari 6 anni dal 1947 alla primavera 1953, perché lo Stato organizzasse “dall’alto”, con i suoi “quadri”, metodicamente, le operazioni di confisca e di redistribuzione le quali assunsero rapidamente l’aspetto di una misura amministrativa e di ordine sociale in cui si dovette reprimere la tendenza dei contadi poveri e senza terra alla distribuzione egualitaria, alla eliminazione dei contadini ricchi, ad opporsi ai contadini medi, per farli rientrare nei ranghi della “nuova democrazia», della democrazia popolare.

Con ciò il lettore non intenda che questa che andiamo descrivendo sia stata una passeggiata di educande linde e timorose. Secondo calcoli demografici di quel periodo la popolazione rurale era di circa 465-485 milioni di persone con la rata del 4-5%, i proprietari fondiari sarebbero stati dai 18 ai 20 milioni, cifra che gli studiosi più seri, cioè meno famosi, danno indicativamente come il bilancio del “terrore” che si dispiegò nelle campagne cinesi nei 6 anni che vanno dal 1947 al 1952 e che travolse, nonostante il PCC ed i suoi proclami contro gli “eccessi” (il 18 febbraio 1951 l’Ufficio Politico del PCC doveva «esortare i contadini a non ricorrere alle torture, spiegando che sono illegali e non vantaggiose»), la vecchia nobiltà, i proprietari fondiari, i contadini ricchi, le milizie padronali e le mille figure che giravano intorno ai loro interessi.

Questo sia detto non solo per verità storica, ma anche perché la critica all’avversario di classe va fatta senza misconoscere caratteri suoi propri, il che può portare anche a render loro l’onore che meritano, e certo Mao ed il PCC, pur facendo parte dell’uguale filone stalinista, sono di una spanna più alti ai Partiti sedicenti comunisti dell’Occidente ed ai loro capi, allora Togliatti e Thorez, oggi Berlinguer e Marchais.

Effetti sociali ed economici della Riforma Agraria

Quali furono i risultati economici della confisca e redistribuzione delle terre ? Quasi la metà della superficie coltivata (47 milioni di ettari) fu ripartita fra 300 milioni di contadini, poco più di 15 are a testa, insieme a circa 3 milioni di animali da tiro su 50 milioni della Cina dell’anteguerra.

Ciò portò ad una ripartizione della terra (lo vediamo nella tabella ufficiale) dei contadini medi, che ugualmente però languivano per mancanza di terra e di mezzi di produzione, poveri e miseri ma su un loro orticello garantito dalla Legge e dalla Costituzione del 1954.

RIPARTIZIONE PERCENTUALE DELLA TERRA PRIMA E DOPO LA DISTRIBUZIONE
1947
Contadini poveri e braccianti70 
Contadini medi20 
Contadini ricchi 5-6 
Proprietari fondiari4-5 
1955
Contadini poveri20 
Vecchi contadini medi20 
Nuovi contadini medi50 
Vecchi contadini ricchi4,5 
Nuovi contadini ricchi
Proprietari fondiari3,5

Tale risultato di impasse economico era inevitabile perché, come abbiamo già detto, la ripartizione della terra non poteva costituire per la Cina la soluzione della questione agraria, dato il carattere particolare della conduzione già da secoli estremamente parcellizzata. Infatti la terra era sì posseduta da un esiguo numero di proprietari fondiari, ma questi la davano in affitto in piccoli lotti ai contadini. La terra era dunque già divisa ed una sua ulteriore massiccia ripartizione era tanto poco possibile che nel 1927 la rivendicazione del proletariato era stata quella della nazionalizzazione, che fra l’altro avrebbe facilitato la formazione di grandi aziende statali condotte da lavoratori salariati e con l’impiego di mezzi tecnici moderni. La parola d’ordine della ripartizione era però la tipica rivendicazione dei contadini medi, cioè di quei contadini che già coltivavano un piccolo lotto di terra ma che volevano liberarsi del pesante affitto dovuto al proprietario fondiario. L’affitto fu sostituito da una tassa statale che ammontava al 17-19% del valore del raccolto.

L’unico strato che beneficiò della ripartizione fu perciò appunto questo: non solo, i contadini poveri, cioè privi di terra o con un appezzamento insufficiente, continuarono a rappresentare una parte notevole della popolazione, ma rimasero anche i proprietari fondiari e i contadini ricchi, sebbene i loro lotti fossero ridotti in estensione.“Ogni contadino abbia il suo pezzo di terra”, era questa la formula piccolo borghese di Mao; ma ogni contadino non poteva, nella situazione della Cina, avere il “suo pezzo di terra” e la maggior parte dei contadini poveri rimase tale nonostante le promesse del Partito al Governo. Citiamo dai resoconti dell’VIII Congresso del PCC, tenuto nel 1956 (cioè tre anni dopo la fine della riforma agraria), per ben illustrare con il rapporto di Liu Shaoqi la situazione dei contadini: «La popolazione rurale della vecchia Cina contava dal 60 al 70% di contadini poveri e di operai agricoli (…) Dopo la riforma, la situazione economica delle grandi masse si è sensibilmente elevata e numerosi contadini poveri e operai agricoli si sono elevati (?) allo stato di contadini medi. Tuttavia vista la debole estensione delle terre arabili nelle nostre regioni rurali in rapporto ad una popolazione molto forte, i contadini nell’insieme del paese possiedono in media solo tre mu a testa od anche qualche decimo di mu. Così sussistono ancora nelle regioni rurali dei contadini poveri e degli strati inferiori di contadini medi che comprendono dal 60 al 70% della popolazione». Il rapporto quindi rimane lo stesso !

Tale risultato era inevitabile: se la “riforma agraria” aveva eliminato parte della classe dei proprietari terrieri, parte dei contadini ricchi, se aveva distribuito tutta la terra dei primi e parte della terra dei secondi, liberando così i contadini affittuari dalla necessità di pagare i canoni e tutti gli obblighi collegati al proletariato fondiario, tali innegabili vantaggi non potevano realizzare una benché minima modifica dei rapporti di produzione nelle campagne, anche proprio per l’estrema parcellizzazione della conduzione agricola e per l’estrema arretratezza della struttura tecnica e produttiva agraria che cozzava frontalmente con le esigenze di accumulazione di capitale. In tali condizioni la riforma non faceva altro che riprodurre le medesime condizioni della situazione esistente, e sarà la irrisoluta situazione sociale descritta da Liu la difficoltà principale che caratterizzerà la seconda fase delle misure agrarie: la collettivizzazione.

Ma anche per quello che concerne lo sviluppo produttivo, l’obiettivo primo del Partito e del Governo, la riforma condusse ad una situazione di stallo. Certamente le cifre assolute della produzione agricola dell’anteguerra furono raggiunte; ad esempio la migliore produzione cerealicola prima del 1949 era stata di 150 mil. di tonnellate, soia compresa, mentre dal 1949 al 1953 si raggiunse: 113,2; 129,8; 140,1; 163,9; 168,8 mil. di tonnellate. Ma tali risultati vennero giudicati dagli stessi dirigenti cinesi del tutto insufficienti ai bisogni del consumo e dell’edificazione industriale, tanto che Deng Zihui, responsabile dell’Agricoltura, sul “Quotidiano del Popolo” del 23 luglio 1953 stimava che una produzione annua da 275 a 300 mil. di tonnellate era indispensabile, d’altra parte realizzabile «dopo uno o due piani quinquennali o un po’ di più».

Ma l’ingenua speranza di Deng Zihui (più in là Mao per non essere da meno proclamerà che la Cina in 15 anni avrebbe raggiunto l’Inghilterra ed il Comunismo) era senza dubbio la chiave di volta dell’industrializzazione cinese, cioè la costituzione di un surplus agricolo per giungere di lì al traguardo di una efficace ripartizione degli investimenti industriali.

E invece nessun surplus dalle campagne ! Infatti la divisone delle terre, se portò ad un miglioramento immediato delle condizioni di vita dei contadini sempre ad un livello di sussistenza, non provocò per nulla, né non poteva provocare, un accrescimento delle forze produttive e quindi liberare eccedenze agricole.

Da una parte i contadini “liberati” si preoccuparono soprattutto di raggiungere un tenore di vita migliore e la conduzione dei piccoli fazzoletti di terra rimase ai metodi arretrati in uso da millenni; dall’altra la stessa limitata estensione della proprietà non permetteva il ricorso a tecniche più moderne anche se l’industria fosse stata in grado di fornire i mezzi per la meccanizzazione agricola. Possibilità che non esisteva del resto perché senza le eccedenze veniva a mancare all’origine il sostegno finanziario all’industrializzazione e precludeva anche l’alternativa di esportare prodotti agricoli in cambio di macchinari. Il nodo sarà sciolto con l’aiuto russo, ma la soluzione intrapresa, la collettivizzazione si arresterà ugualmente nelle secche dell’immenso mondo contadino.

Le città rimasero pertanto mal approvvigionate ed il proletariato urbano fece subito le spese della timida riforma agraria in regresso sui suoi programmi più cauti, sui suoi provvedimenti passati e sull’iniziativa delle masse contadine.

Alla vigilia della collettivizzazione, l’11 aprile 1953, il “Quotidiano del Popolo doveva confessare: «In seguito alla riforma agraria, ed a causa della divisione delle aziende, modello di sviluppo conseguente di una economia di piccoli contadini autosufficienti, la quantità di derrate alimentari sul mercato può diminuire (ed infatti diminuì) e questo influirà sull’approvvigionamento delle città».

Le cifre auspicate da Deng Zihui e che dovevano promuovere l’industrializzazione e approvvigionamento delle città, saranno raggiunte negli anni 1978-80, anni nei quali la disponibilità pro-capite dei cereali raggiungerà i suoi record: nel 1978, 333 kg. di cereali pro-capite che, sebbene siano ben superiori ai 206 kg, del 1949, sono ancora insufficienti sia ad assicurare l’industrializzazione, sia a regolarizzare l’approvvigionamento delle città, le quali nell’ultimo anno hanno ritrovato sia il mercato nero a prezzi ben superiori a quelli statali, sia una minima ma significativa inflazione, fino a ieri considerata male tipicamente occidentale !

Gli anni trascorsi dall’auspicio ottimista di Deng Zihui sono stati quindi 25 equivalenti a 5 piani quinquennali ed a una rivoluzione culturale che vide l’incauto pianificatore sul banco degli accusati, per essere oggi pienamente riabilitato.