La situazione sindacale e politica del movimento proletario in Italia
Mentre i Congressi politico e sindacale di Mosca hanno preso decisioni che hanno rapporto ed influenza diretta sulla situazione del proletariato italiano e dei suoi organismi di classe, le condizioni interne del paese, le vicende della sua vita economico-sociale — a loro volta, s’intende, riflessi e conseguenze della complessa situazione internazionale, sfuggente, come mostrano i convegni aulici, al controllo delle classi dominanti — vanno precipitando verso estremità drammatiche.
L’offensiva capitalistica si sferra in Italia in tutto il suo vigore. Essa è stata dapprima politica, e questo aspetto di essa — fascismo e reazione statale armonicamente combinati: aquiescenza della socialdemocrazia sindacale e politica alle prepotenze avversarie — l’abbiamo più volte esaminato in queste note periodiche.
Ma oggi l’offensiva si delinea e si sviluppa in tutta la sua estensione, in tutto il suo vigore, nel campo economico.
Dei rapporti tra classi padronali e lavoratori, siano essi i salariati industriali e agricoli che i piccoli contadini, vanno sconvolgendosi, a tutto danno del proletariato. Già da molti mesi infierisce a disoccupazione e molte fabbriche vanno chiudendo i battenti e riducendo il personale; il movimento fascista nelle campagne ha preparato il terreno per la riduzione dei salari dei lavoratori agricoli e la revoca dei patti colonici, battendo in breccia le forti organizzazioni dei lavoratori agrari italiani; si inizia per le più importanti categorie industriali ( chimici, tessili, lavoranti in legno, metallurgici ) la denunzia da parte del padronato dei concordati nazionali, per arrivare prima alla riduzione dei salari, indi, evidentemente, al ristabilimento della giornata superiore alle otto ore, al livragamento delle clausole di ordine disciplinare e morale, al negare, forse, il riconoscimento della organizzazione.
Su molti fronti di questa lotta il proletariato ha dovuto capitolare. Si può dire che dei tentativi di resistenza locale o di categoria nessuno abbia dato buoni frutti. Il capitalismo tenta di approfittare dello stato di smarrimento che succede a queste disfatte per incalzare nella sua offensiva economica, collaterale a quella politica.
È però nostra convinzione fermissima che le energie del proletariato italiano non solo non sono sopite, ma hanno anzi superato il punto di massima depressione e vanno ovunque ridestandosi. Anzi, l’asprezza della lotta le ha ritemprate, e quando verrà il momento della controffensiva se il proletariato italiano non sarà letteralmente schiacciato sotto un terrore bianco che supererà tutti precedenti, esso muoverà in avanti con uno slancio senza pari, ed esploderà in tutta la sua forza la esasperazione per le sopraffazioni subite. Nelle zone più terrorizzate dal fascismo l’odio di classe cova intensissimo, a mille doppi intensificato, e divamperà indubbiamente un giorno in modo terrificante. Al tempo stesso il rinculo nel trattamento economico e nelle condizioni di vita scioglie le masse dalle esitazioni proprie di chi teme di perdere quanto faticosamente ha conquistato, e dà ad esse un’agilità rivoluzionaria ed una decisione che rendono meno dannoso il lavoro di deviazione della socialdemocrazia.
Questa conversione si svolge, come è naturale, gradualmente se pure rapidamente. Ma essa è ormai evidentissima ad un attento osservatore.
Gli organi di classe del proletariato italiano attendono intanto, in mezzo così palpitante divenire di eventi, la loro sistemazione e il loro orientamento definitivo. Il partito comunista sono mira direttamente alla sua meta e rinsalda la sua organizzazione e la sua preparazione senza dubbi e incertezze sull’indirizzo di esse. Tutti gli altri sono in crisi. Nel campo sindacale le decisioni del secondo Congresso della Internazionale dei sindacati rossi, mettono dinanzi a seri problemi tutti i grandi organismi italiani. La Confederazione del Lavoro aderirà essa a Mosca o si volgerà finalmente e decisamente verso Amsterdam, a cui ha sempre appartenuto, ma ostentando di non avere rotto i ponti con Mosca? E in tal caso, resterà la maggioranza di essa agli attuali dirigenti opportunisti?
L’Unione Sindacale Italiana, che, sembra, aderirà definitivamente a Mosca, quali rapporti stabilirà col Partito Comunista, ed accetterà l’invito di questo a fondersi con la Confederazione, realizzando l’unità sindacale, entro la quale continuerà il lavoro di penetrazione rivoluzionaria contro l’andazzo riformista? Il movimento anarchico sindacalista (esso dai primi anni di guerra va in Italia considerato come un movimento unico) attraversa una innegabile crisi, ha dato luogo a manifestazioni di opportunismo in certi casi, ed ha talvolta preferito orientarsi verso i socialisti anziché verso l’intransigente e ortodosso nostro partito.
Il Congresso del Sindacato Ferrovieri ha bocciata la mozione comunista per l’unità sindacale con una maggioranza bloccata tra sindacalisti anarchici e socialdemocratici. Esso è diretto oggi da quel blocco ibrido e informe, con la esclusione dei comunisti; che attivamente lavorano nel suo seno. Ma la questione internazionale è ancora da risolvere; dopo le decisioni del Congresso sindacale mondiale, saranno i sindacalisti anarchici ancora contrari alla proposta comunista di aderire a Mosca? E che avverrà sbloccandosi su questa grave questione l’unione di essi con i socialisti?
Non minori interrogativi sulla posizione degli organismi politici. Il partito socialista è in piena crisi. Esso ha, tutto concorde, nel suo socialpacifismo, firmato il patto di «pacificazione » coi fascisti di cui già illustrammo il vero valore. Tale fatto ha dato luogo subito alle prime manifestazioni di attacco della reazione statale ai comunisti — mente i conflitti coi bianchi continuano e gli stessi proletari socialisti spesso vi prendono parte.
Ed il partito socialista deve decidersi oggi dinanzi all’ultimatum di Mosca. La recente riunione della sua Direzione ha rimesso la cosa al Congresso nazionale che avrà luogo in ottobre; ma al tempo stesso si è pronunziata contro la tendenza di destra che vuole partecipare al potere borghese, parlando vagamente di una esclusione di coloro che ostinatamente si attenessero alla tattica di entrare nel Ministero borghese.
Questa questione: collaborazione o intransigenza? Sarà discussa anzitutto, e quindi esclusivamente, dal Congresso. In questa proposta procedurale del Serrati vi è un tentativo: far passare la eventuale ( ma molto dubbia ) scissione sulla questione della intransigenza, come un ritorno a Mosca.
Il partito comunista, nelle dichiarazioni della sua stampa, rigetta invece ogni eventualità di una sua unificazione con la sinistra del P.S.I. poiché essa già si delinea costituita su una base, che la differenza si dà la destra turatiana, ma non la pone tuttavia sul terreno delle tesi comuniste, come l’azione del partito mostra all’evidenza.
È argomento questo, di dottrina, di tattica, di disciplina internazionale, di cui la nostra Rassegna tratterà in appositi articoli e in modo completo.
Nella situazione quale la abbiamo tratteggiata il partito comunista adempie energicamente il suo dovere di avanguardia rivoluzionaria.
Con un manifesto al proletariato il partito comunista rende noto ed illustra una comunicazione che il suo Comitato Sindacale ha diretta alle grandi organizzazioni economiche italiane: Confederazione, Unione Sindacale, Sindacato Ferrovieri.
Si tratta di un’esplicita e precisa proposta: lo sciopero generale nazionale per difendere i caposaldi fondamentali che oggi interessano il proletariato: mantenimento dei salari e delle otto ore rispetto dei patti colonici, diritto all’esistenza assicurato ai disoccupati, diritto e libertà di organizzazione.
Questi problemi potrebbero e dovrebbero essere il lievito rivoluzionario della situazione italiana. In ogni caso la sorte di questa proposta — per la quale si tiene la convocazione del Consiglio nazionale confederale — grandemente contribuirà ad illuminare le masse sui problemi della loro tattica e della loro organizzazione.
Il proletariato italiano non tarderà ad orientarsi vigorosamente verso il Partito comunista, per affrontare i suoi due nemici, che non fanno che uno: la borghesia e l’opportunismo socialdemocratico.
Ai lavoratori d'Italia! (Appello dell'internazionale Comunista)
Lavoratori e lavoratrici d’Italia!
Il Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista, che ha luogo in questi giorni a Mosca, nel cuore della Repubblica Soviettista, ove si purificano e pulsano i sentimenti e le speranze di tutti i proletari del mondo, schiavi di mille errori e di mille ingiustizie, il Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista ha discusso sulla vostra situazione e sulle forze rivoluzionarie italiane. Il vostro pensiero e la vostra volontà di lotta e di vittoria, sono qui, fra noi, rappresentate dai delegati del Partito Comunista d’Italia, Sezione dell’Internazionale Comunista. Questo giovane Partito, pieno di speranze ed ardente nel suo lavoro, ricco d’audacia, disciplinato e preparato, è il solo rappresentante del proletariato italiano in questo Congresso.
In ogni nazione, il tempo trascorso tra il secondo ed il terzo Congresso, è stato impiegato ad inquadrare ed a consolidare le armate della rivoluzione proletaria e in un anno i nostri partiti si sono considerevolmente fortificati.
La Terza Internazionale schernita e trattata da Turati come una fantasia ed un « miraggio », riunisce nelle sue file milioni di proletari del mondo intero dall’estremo Oriente all’estremità dell’Africa del Sud. Essa ha riunito nel presente Congresso più di settecento delegati rappresentanti 48 Nazioni, essa rappresenta legittimamente le speranze, le aspirazioni rivoluzionarie dell’immensa maggioranza del proletariato mondiale, essa è oramai la grande forza concepita da Marx ed Engels, i fondatori della prima Internazionale. Essa è la nemica implacabile della borghesia mondiale, delle Internazionali gialle: la Seconda Internazionale, l’Internazionale due e mezzo e quella d’Amsterdam. Essa ha rovesciato in Russia l’oppressione capitalistica e per quasi quattro anni, ha combattuto senza tregua ed ha riportato la vittoria contro le forze coalizzate della borghesia mondiale. Essa è infine l’unica Internazionale, capace di condurre il proletariato del mondo intero alle lotte rivoluzionarie contro il capitale ed alle battaglie finali.
Ma in Italia l’Internazionale Comunista ha disgraziatamente subito delle perdite; un grande partito rappresentava l’Italia al Secondo Congresso, mentre oggi essa è sostituita dal giovane partito comu- nista che non ha certo, come nell’anno scorso il P .S. I .; centinaia di migliaia di membri.
Compagni d’Italia! Voi siete stati a Zimmerwald, voi siete stati tra coloro che, sulle rovine della Seconda Internazionale e contro il tradimento dei suoi capi venduti alle borghesie belligeranti, avevano iniziato l’opera di ricostruzione di un organo internazionale di lotta proletaria. Kienthal, seconda tappa faticosa delle audaci avanguardie, aveva avuto tra gli altri delegati quelli del movimento italiano.
Al I Congresso dell’Internazionale comunista tenuto a Mosca, nel mese di marzo 1919, i rappresentanti italiani non parteciparono, perchè la forza militare e la diplomazia borghese aveva loro sbarrato la strada, ma il vostro spirito rivoluzionario, lavoratori d’Italia, aleggiava nella grande sala del Congresso. Noi sentivamo il soffio possente della vostra forza che si organizzava e si armava per le grandi battaglie. Frattanto il P. S. I., sotto la pressione degli avvenimenti vagliava e modificava i suoi statuti ed il suo programma, malgrado l’opposizione dei riformisti, malgrado i sarcasmi, le invettive, le diffamazioni di Turati e dei suoi amici, raccolte e diffuse in ogni occasione dal governo, dagli industriali e dalla stampa borghese.
Il P. S. I. comprese allora che un compito più grande e più arduo si imponeva a lui, ed esso lo accettò con fede e con gioia.
Il Congresso di Bologna significava l’inizio della nuova lotta. Gli applausi interminabili che salutavano l’adesione alla Terza Internazionale, univano tutti i socialisti d’Italia nel nuovo impegno che essi prendevano. Essi legavano strettamente in un patto solenne il proletariato rivoluzionario italiano con il proletariato mondiale per la lotta definitiva, per la liberazione del mondo dalla schiavitù del capitale, per la dittatura del proletariato e per la realizzazione del Comunismo. L’intero proletariato mondiale assisteva fremente di speranza al rapido sviluppo rivoluzionario del vostro paese e guardava a voi come all’avanguardia dell’armata rivoluzionaria.
I lavoratori Russi come quelli del mondo intero, vedevano, in voi il loro sostegno più sicuro e più vicino.
Le giornate del dicembre 1919, del marzo e del giugno 1920, e l’attacco impetuoso del settembre, nel quale le posizioni dell’avversario furon conquistate e solidamente tenute, di tutto questo noi ci ricordiamo oggi, ma disgraziatamente la vostra forza così possente allora, è colpita e battuta dalla violenza nemica
Cercando i responsabili di questo crollo, noi pensiamo agli uomini ai quali noi accordammo l’anno scorso, al Secondo Congresso, tutta la nostra fiducia, agli uomini che ci avevano garantito tutti i loro sforzi, per il compimento in Italia del compito grandioso dell’Internazionale Comunista.
Essi erano venuti, delegati di un possente Partito, delegati di organizzazioni proletarie, delegati della Confederazione Generale del Lavoro ad affermare di voler concentrare tutti i loro sforzi per le realizzazioni comuniste.
Essi apparivano nella Repubblica dei Soviet, come gli apportatori delle più grandi speranze. Essi ripartirono dopo che in un centinaio di comizii e di manifestazioni tutti — compreso il riformista D’Aragona ed il borghese « comm. Pozzani » travestito da comunista — ebbero annunciato, gridato a squarciagola che la rivoluzione italiana era imminente, dopo aver promesso il loro aiuto e il loro lavoro entusiasta per l’azione rivoluzionaria nel vostro paese. Martire eroico, il popolo russo aveva allora l’illusione di aver loro trasfusa la sua incrollabile volontà. Ma, ritornati in mezzo a voi, allorchè voi eravate impegnati nella battaglia più terribile, più dura, codesta gente tradì. Essa tradì voi quando eravate impegnati nella più aspra lotta, essa tradì il proletariato russo che aveva turpemente ingannato colle sue dichiarazioni e le sue promesse. Essa tradì la causa della rivoluzione proletaria. I D’Aragona, i Dugoni ,i Nofri e compagni, invece della fede vi portarono l’incertezza invece dell’entusiasmo lo scoraggiamento, invece dell’ardore combattivo, la poltroneria.
Essi avevano passato qualche settimana in questa Russia di cui la grande Rivoluzione ci insegna che il proletariato, per vivere, per trionfare nella suprema battaglia, deve riflutarsi a tutti i compro- messi, poichè in una tale occorrenza, ogni transazione non reca vantaggio che alla borghesia e smorza i colpi del proletariato nell’assalto finale. E quando voi, operai d’Italia, eravate chiusi da più di un mese tra le mura delle fabbriche da voi occupate, i capi della vostra organizzazione accoglievano la proposta del governo, come la tavola di salvezza, ignorando e negando i vostri sacrifici e le vostre aspirazioni, essi annullavano le loro promesse ed annientavano tutti i vostri sforzi. I. riformisti e Giolitti si incontravano in quel momento nella sala dell’Hôtel Bologna a Torino, terra benedetta dal primo esperimento della social-democrazia collaborazionista.
Invece di scegliere e di preferire i migliori, i più fermi, i più sicuri dei vostri amici, gli avversari dichiarati della borghesia, in una parola i Comunisti; essi si allearono ai riformisti che sono l’ultimo puntello del dominio capitalista. Ed essi andarono al Congresso della frazione riformista a Reggio Emilia nell’ottobre del 1920. Essi si attaccarono alla tendenza riformista del Partito Socialista. Essi si rivelarono dei perfetti social-democratici che, invece che alla rivoluzione spingono alla collaborazione di classe ed alla partecipazione al potere nello Stato borghese. Essi proclamarono l’offensiva per trascinare il P. S. I. nelle vie traverse del riformismo piccolo-borghese e dei compromessi con la borghesia.
Serrati che era stato considerato dal proletariato e dal II Congresso della Terza Internazionale, come uno dei più fermi teorici del comunismo, come uno dei più valorosi capi della futura rivoluzione proletaria, Serrati che aveva troppo fortemente sostenuto la necessità rivoluzionaria della centralizzazione e della disciplina, perchè lo si potesse ritenere capace di schernire e di sabotare le decisioni solenni dell’Internazionale Comunista, divenne, al suo ritorno in Italia, il difensore e l’amico dei riformisti, dei controrivoluzionari, dei diffamatori del comunismo, che si ostinavano a restare nel P.S.I. per ostacolare e sabotare ogni azione rivoluzionaria.
Serrati con i mezzi più equivoci, con le menzogne più impudenti, si accanì contro i comunisti, a fianco dei quali egli doveva lottare per la espulsione dei riformisti e degli opportunisti. Ed. a Livorno, egli ed i suoi amici opportunisti, camuffati da « comunisti unitari », preferirono separarsi da 58.000 comunisti per non perdere 14.000 riformisti.
Sotto la parola d’ordine « unità del partito », parola d’ordine perniciosa per il movimento proletario rivoluzionario italiano, essi spinsero le masse a distaccarsi dalla Internazionale Comunista e dal proletariato rivoluzionario mondiale. Costretti a scegliere tra i comunisti e la Terza Internazionale da una parte o i riformisti ed i diffamatori del comunismo dall’altra, Serrati ed i suoi amici si unirono strettamente a questi ultimi. Dippiù essi si rivelarono dei socialdemocratici, dei nemici della rivoluzione.
E così, con la loro azione equivoca e perniciosa, il P. S. I. perdette la sua forza. Numerosi rivoluzionari in mezzo a voi indugiano a cercare una nuova guida nel Partito Comunista.
Diremo noi perciò che la Internazionale Comunista si è indebolita nel vostro paese? Non lo pensiamo affatto. Sopratutto noi non abbiamo perduto la fiducia nella sincerità e nello spirito rivoluzionario delle masse d’Italia, per quanto esse siano state ingannate e fuorviate dai falsi pastori e dagli impostori. È vero che noi ci siamo fatte delle illusioni circa qualche « grande uomo », ricco unicamente di promesse, circa qualche elemento venuto a noi per malinteso. Noi vi abbiamo perduto tutti coloro che credevano si potesse essere soldati della Terza Internazionale per burla o per capriccio, senza essere tenuti a degli impegni seri e fermi. Ma l’uscita dalla nostra organizzazione di questi amici non desiderabili è stata per noi della più grande utilità. Avendo fiducia in questi capi e credendo di aderire ancora alla Terza Internazionale, molti tra voi sono restati nelle file del P. S. I. Se voi aveste saputo che la Terza Internazionale aveva rigettato dal suo seno questo partito e che i suoi capi erano rimasti fuori del movimento proletario mondiale, voi non sareste rimasti nelle sue file, poichè la vostra preoccupazione principale è quella di mantenere un legame stretto e costante con i lavoratori di tutto il mondo.
È con tristezza, con dispiacere che noi pensiamo a tutti i lavoratori italiani che non aderiscono alla Internazionale Comunista. Noi li chiamiamo ardentemente, fraternamente a noi. Noi siamo persuasi che è prossimo il momento in cui tutti i lavoratori saranno con noi.
Compagni, lavoratori d’Italia, il III Congresso dell’Internazionale Comunista spezza l’equivoco nel quale, le macchinazioni insensate di qualche uomo che specula sulla vostra fede rivoluzionaria vi hanno avvolto. Respingendo senza tergiversazioni le vane querele con cui gli unitari son venuti a turbare i nostri lavori, respingendo il P. S. I., che sulle decisioni dell’Esecutivo si appellava al Congresso dell’Internazionale, noi abbiamo voluto mostrare che non si può tenere calcolo della difesa e della salute di un uomo o di alcuni uomini, quando si tratta della lotta rivoluzionaria mondiale, noi abbiamo condannato una volta di più coloro che non hanno esitato a spezzare l’arma della vostra liberazione e la solidarietà internazionale per salvare le loro meschine concezioni particolaristiche.
Del resto lo svolgersi degli avvenimenti nel vostro paese conferma ogni giorno di più le previsioni sulle quali il II Congresso dell’Internazionale si basò per domandare a tutti i partiti aderenti l’espulsione dei riformisti.
Il Partito Socialista Italiano che, malgrado l’opera di propaganda compiuta dai comunisti, non ha voluto liberarsi dei suoi elementi socialdemocratici e romperla con essi al Congresso di Livorno, si è oggi trasformato in un loro strumento. Nel Gruppo parlamentare socialista si sostiene apertamente la collaborazione di classe, si vota per questa collaborazione, e si prepara così la partecipazione al potere flanco a fianco della borghesia, si completa l’opera traditrice e controrivoluzionaria, il cui risultato sarà l’avvento dei « Scheidemänner » al potere in Italia.
La voce del Partito Socialista Italiano, che sembrava, l’anno passato, l’appello ad una lotta più vasta e più decisiva contro la borghesia, è divenuta ora un vago invito alla pace. I suoi vessilli che sventolavano fieramente al vento della rivoluzione, si ripiegano oggi quasi senza combattere di fronte alla violenza avversaria. E l’anima rivoluzionaria del proletariato italiano è rappresentata da Turati, il quale, in piena Camera, si beffa della vostra sconfitta e stringe i legami dell’accordo con la classe borghese; è rappresentata da Treves il quale, alla Camera dei Deputati, fa coro con la borghesia per diffamare la Repubblica soviettista russa, e fare l’apologia dei menscevichi controrivoluzionari della Georgia.
Il proletariato mondiale assiste stupefatto alla vergognosa commedia dei conciliaboli — ora pubblici — dei capi riformisti con i massacratori della classe lavoratrice italiana, alle macchinázioni degli arrivisti che ricercano dei portafogli ministeriali e che vogliono imbrattare con la loro infamia la fede nel socialismo, la fede nell’avvenire del proletariato. E ci si domanda con angoscia cosa attendono i lavoratori italiani per maledire i capi traditori ed abbandonarli alla loro vergogna, alla loro ignominia. Pertanto ora noi vediamo apparire tra voi qualche cosa di nuovo: la reazione contro questa indifferenza e questa passività, che facevano il giuoco dei profeti riformisti : ed opportunisti. Questa reazione sta per portare i suoi frutti e ciò proprio nel momento in cui. il P. S. I. rigettando ogni preoccupazione di dignità, permette ai suoi dirigenti di discutere le condizioni della vostra resa ai vostri assassini. Nel momento in cui le guardie bianche ed i socialisti strettamente uniti vogliono procedere al disarmo dei lavoratori, i proletari di Roma dànno il segnale della rivolta. Le eroiche vittime di Grosseto, sulle quali il nostro pensiero si sofferma sempre con ammirazione, hanno fecondato il vostro ardore con il loro sangue. Le diecine di migliaia di lavoratori pronti all’azione riuniti nell’Orto Botanico a Roma e le migliaia di lavoratori che scortano le spoglie di uno dei vostri assassinati a Milano per la nostra causa — Luigi Gadda — mostrano la via al proletariato italiano.
Compagni lavoratori d’Italia, all’appello del Partito Socialista Italiano, il III Congresso dell’Internazionale Comunista risponde con quest’appello che vi indirizza e che è stato votato all’unanimità dai delegati di 48 nazioni.
Questi hanno inteso ed hanno potuto giudicare i discorsi e le spiegazioni dei rappresentanti del P.S.I. e del Partito Comunista Italiano. Essi hanno ammirato senza riserva la fiducia e l’entusiasmo del quale avete dato prova malgrado le barriere elevate tra voi e noi nel vostro paese, malgrado le calunnie innumerevoli con cui venne ricoperta la Internazionale. Di fronte alle forze avversarie il Partito Comunista italiano è riuscito a creare la sua forte organizzazione, in ogni centro operaio od urbano è stata costituita una Sezione, cellula irradiante di coscienza e di attività.
Innumerevoli giornali hanno propagato le idee del Partito Comunista ed esposto il programma della sua attività, il modo e la forma della sua partecipazione alla vita del vostro paese ed a quella del mondo intero. Il giovane Partito Comunista d’Italia ha costantemente preso parte a tutti gli avvenimenti in cui i lavoratori sono stati trascinati e sempre, allorchè i più forti si arrestavano spaventati, esso esprimeva apertamente, pubblicamente il suo pensiero e il suo giudizio, sdegnando l’odio dei suoi nemici e rifiutandosi ad ogni transazione con essi. Anche nella lotta contro il fascismo difensore dei privilegi borghesi, esso ha dato una prova splendida ed evidente della sua forza, esso ha sostenuto tutto il peso ed ogni azione del proletariato rivoluzionario.
E così il Partito Comunista ha mantenuto tra voi i principi della Terza Internazionale. Voi avete frattanto il mezzo e la possibilità di riunirvi per la vostra azione al proletariato del mondo intero. L’internazionale Comunista vuole raggruppar sotto le sue bandiere tutti i lavoratori comunisti italiani, ma essa non può e non vuole, aprire le sue porte ai traditori, ai falsi amici, ai riformisti ed agli opportunisti. Il III Congresso dell’Internazionale Comunista pone ancora una volta al Partito Socialista Italiano l’alternativa, gli chiede di fare nettamente la sua scelta: o con l’Internazionale Comunista, o con la banda dei riformisti e degli opportunisti. O con i nemici dichiarati della borghesia, o con i suoi amici travestiti o manifesti. O a Mosca o ad Amsterdam. O per il comunismo, che richiede sacrifici e battaglie e che darà indubbiamente la vittoria, o por la socialdemocrazia, miscuglio di inerzia, di debolezza e di viltà, per la socialdemocrazia protettrice di una eterna schiavitù. Il Congresso della Terza Internazionale non è preso da alcun dubbio, la crisi mondiale precipita, la tempesta ingigantisce, il crollo definitivo della dominazione borghese si avvicina, gli ultimi bagliori della guerra europea rischiarano ancora il campo di battaglia e già noi vediamo i segni percursori dell’uragano terribile della guerra mondiale. Il sistema della produzione, incapace di ricuperare il suo equilibrio si disgrega ogni giorno dippiù e le rovine si accumulano maggiormente.
In tutti i paesi la borghesia trasgredisce le sue stesse leggi e tenta di salvare con i massacri e gli incendi il suo potere minacciato. Il fermento rivoluzionario si accentua, si annunciano lotte accanite che il proletariato rivoluzionario internazionale deve affrontare armato da capo a piedi, liberato da tutti i suoi nemici (o in primo luogo dai socialdemocratici e dagli opportunisti) e unito ai suoi fratelli che lottano nel mondo intero sotto il controllo e la direzione della Internazionale comunista.
Il proletariato rivoluzionario d’Italia vorrà restare al di fuori di questa lotta? Vorrà esso seguire i capi riformisti ed opportunisti nella loro debolezza e nel loro tradimento?
Il III Congresso dell’Internazionale Comunista — è tranquillo, esso non ha alcun dubbio, i lavoratori italiani, anche quelli che, ingannati, sono restati finora nel P. S. I. sapranno compiere tutto il loro dovere rivoluzionario. Essi non frustreranno la fede e la speranza che il proletariato russo e il proletariato mondiale hanno su di loro. Essi lasceranno i riformisti, i socialdemocratici, i controrivoluzionari ed i capi opportunisti del P. S. I. ed aderiranno al Partito Comunista. E con gioia che essi saranno accolti nella grande famiglia della Internazionale Comunista.
Compagni lavoratori del Partito Socialista Italiano! La Internazionale Comunista si rivolge a voi; esigete immediatamente la convocazione di un Congresso del vostro Partito. Non credete ai « capi » che tenteranno di ingannarvi di nuovo. Al Congresso del vostro Partito non eleggete che dei proletari provati che si impegneranno di votare immediatamente per la esclusione dei riformisti o degli opportunisti dal Partito e per la sottomissione senza riserve alle decisioni del Congresso mondiale della Internazionale. Il vostro Congresso di Livorno ha adottato la mozione « Bentivoglio » nella quale si appellava al III Congresso e dichiarava di sottomettersi alla Internazionale Comunista. Ora l’Internazionale Comunista, ha preso la sua decisione. State in guardia. Vigilate a che Serrati e compari non passino sopra la mozione Bentivoglio, approvata anche dal Congresso di Livorno. Epurate il vostro Partito dai riformisti e dagli opportunisti e per la più grande gioia dei proletari del mondo intero, formate un grande partito comunista unificato d’Italia. Lavoratori, la sorte del vostro Partito è nelle vostre mani. Agitatevi: costituite dei gruppi di partigiani dell’Internazionale Comunista. Espellete i « parlatori » che non cercano che di ingannarvi. Non vi lasciate influenzare dai bei discorsi sulla « unità » con i riformisti, agenti del Capitale.
Confidando nel proletariato rivoluzionario d’Italia, il III Congresso della Internazionale Comunista a lui indirizza tutti i suoi voti.
Viva il proletariato rivoluzionario d’Italia! Viva il Partito Comunista Italiano! Viva l’Internazionale Comunista!
Viva la rivoluzione proletaria mondiale!
L’Esecutivo dell’Internazionale Comunista.
I membri : Russia : Zinovief, Bucharin, Radek, Lenin, Trotski — Germania : Heckert, Froehlich — Francia : Souvarine — Ceco-Slovacchia : Bourian, Krebick — Italia, Gennari, Terracini — Ucraina : Schumsky — Polonia : Glinsky — Bulgaria : Popof — Jugoslavia : Markovitch — Norvegia : Schefflo — Inghilterra : Bell — America : Baldwin — Spagna : Merino Garcia — Finlandia : Sirola — Paesi Bassi : Jansen — Belgio : Van Overstraeten — Lettonia : Stutchka — Svizzera : Arnold — Austria : Koritschoner — Ungheria : Bela Kun.
Tesi sul parlamentarismo della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano
Tesi sul parlamentarismo della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano
Dal Protokoll des II. Weltkongresses der Kommunistische Internationale, Hamburg, 1921 pp. 430-34. Si è però tenuto presente anche il protocollo francese.
Terza Internazionale (Comunista)
2° Congresso — giugno-agosto 1920
1) Il parlamento è la forma di rappresentanza politica propria del regime capitalista. La critica di principio dei comunisti marxisti al parlamentarismo e alla democrazia borghese in genere dimostra che il diritto di voto accordato a tutti i cittadini di tutte le classi sociali nelle elezioni agli organi rappresentativi statali, non può impedire né che tutto l’apparato di governo dello Stato costituisca il comitato di difesa degli interessi della classe dominante capitalistica, né che lo Stato si organizzi come lo strumento storico della lotta della borghesia contro la rivoluzione proletaria.
2) I Comunisti negano recisamente la possibilità che la classe lavoratrice giunga al potere attraverso la maggioranza dei mandati parlamentari, invece di conquistarlo con la lotta rivoluzionaria armata. La conquista del potere politico da parte del proletariato, punto di partenza dell’opera di costruzione economica comunista, implica la soppressione violenta ed immediata degli organi democratici, e la loro sostituzione con gli organi del potere proletario: i Consigli operai. La classe degli sfruttatori essendo così privata di ogni diritto politico, si realizzerà la dittatura del proletariato, vale a dire un sistema di governo e di rappresentanza di classe. La soppressione del parlamentarismo è dunque un fine storico del movimento comunista. Diciamo di più: la prima forma della società borghese che deve essere rovesciata, prima ancora della proprietà capitalistica, prima ancora della stessa macchina burocratica e governativa, è proprio la democrazia rappresentativa.
3) Lo stesso vale per le istituzioni municipali o comunali della borghesia, che è teoricamente falso contrapporre agli organi governativi. Infatti, il loro apparato è identico al meccanismo statale borghese: esse devono parimenti essere distrutte dal proletariato rivoluzionario e sostituite dai soviet locali dei deputati operai.
4) Mentre l’apparato esecutivo, militare e poliziesco dello Stato borghese organizza l’azione diretta contro la rivoluzione proletaria, la democrazia rappresentativa costituisce un mezzo di difesa indiretta, che agisce diffondendo fra le masse l’illusione che la loro emancipazione possa compiersi mediante un pacifico processo e che la forma dello Stato proletario possa anche essere a base parlamentare, con diritto di rappresentanza alla minoranza borghese. Il risultato di questa influenza democratica sulle masse proletarie è stata la corruzione del movimento socialista della II Internazionale nel campo della teoria come in quello dell’azione.
5) Nel momento attuale il compito dei comunisti, nella loro opera di preparazione ideale e materiale della rivoluzione, è prima di tutto di liberare il proletariato da queste illusioni e da questi pregiudizi, diffusi nelle sue file con la complicità degli antichi leader socialdemocratici, che lo deviano dalla sua rotta storica. Nei paesi in cui il regime democratico esiste già da lungo tempo, e si è profondamente radicato nelle abitudini delle masse e nella loro mentalità, non meno che in quella dei partiti socialisti tradizionali, questo compito riveste una particolare importanza e si presenta al primo piano dei problemi della preparazione rivoluzionaria.
6) Nel periodo in cui nel movimento internazionale del proletariato la conquista del potere non si presentava come una possibilità vicina e non si poneva ancora il problema della preparazione diretta alla dittatura proletaria, la partecipazione alle elezioni e all’attività parlamentare poteva ancora offrire delle possibilità di propaganda, agitazione e critica. D’altro lato, in quei paesi in cui una rivoluzione borghese è tuttora in corso e crea istituti nuovi, l’intervento dei comunisti in questi organi rappresentativi in formazione può offrire la possibilità di influire sullo sviluppo degli avvenimenti per far giungere la rivoluzione alla vittoria del proletariato.
7) Nel periodo storico attuale, aperto dalla fine della guerra mondiale con le sue conseguenze sull’organizzazione sociale borghese, dalla rivoluzione russa come prima realizzazione della conquista del potere da parte del proletariato, e dalla costituzione della nuova Internazionale in opposizione al socialdemocratismo dei traditori, e in quei paesi in cui il regime democratico ha completato da tempo la sua formazione, non esiste invece alcuna possibilità di utilizzare per l’opera rivoluzionaria dei comunisti la tribuna parlamentare; e la chiarezza della propaganda non meno che l’efficacia della preparazione alla lotta finale per la dittatura del proletariato esigono che i comunisti conducano un agitazione per il boicottaggio delle elezioni da parte dei lavoratori.
8) In queste condizioni storiche, il problema centrale del movimento essendo divenuto la conquista rivoluzionaria del potere, tutta l’attività politica del partito di classe deve essere consacrata a questo scopo diretto. È necessario spezzare la menzogna borghese secondo cui ogni scontro fra partiti politici avversi, ogni lotta per il potere, debba svolgersi nel quadro del meccanismo democratico, attraverso campagne elettorali e dibattiti parlamentari; e non vi si potrà riuscire senza rompere col metodo tradizionale di chiamare gli operai alle elezioni – alle quali i proletari sono ammessi fianco a fianco coi membri della classe borghese – e senza smetterla con la spettacolo di delegati del proletariato che agiscono sullo stesso terreno parlamentare di quelli dei suoi sfruttatori.
9) La pratica ultraparlamentare dei partiti socialisti tradizionali ha già troppo diffuso la pericolosa concezione che ogni azione politica consista nelle lotte elettorali e nell’attività parlamentare. D’altra parte, il disgusto del proletariato per questa pratica di tradimento ha preparato un terreno favorevole agli errori sindacalisti e anarchici, che negano ogni valore all’azione politica e alla funzione del partito. Perciò i Partiti Comunisti non otterranno mai un largo successo nella propaganda del metodo rivoluzionario marxista, se non poggeranno il lavoro diretto per la dittatura del proletariato e per i Consigli operai sull’abbandono di ogni contatto con l’ingranaggio della democrazia borghese.
10) La grandissima importanza che si attribuisce in pratica alla campagna elettorale e ai suoi risultati, il fatto che, per un periodo abbastanza lungo, il partito consacri ad essa tutte le sue forze e le sue risorse in uomini, in stampa, in mezzi economici, concorre da un lato, malgrado ogni discorso da comizio e ogni dichiarazione teorica, a rafforzare l’impressione che si tratti della vera azione centrale per i fini del comunismo, dall’altro conduce all’abbandono quasi completo del lavoro di organizzazione e di preparazione rivoluzionaria, dando all’organizzazione del partito un carattere tecnico affatto contrastante con le esigenze del lavoro rivoluzionario tanto legale quanto illegale.
11) Per quei partiti che per decisione maggioritaria sono passati alla III Internazionale, il fatto di continuare a svolgere l’azione elettorale impedisce la necessaria selezione dagli elementi socialdemocratici, senza l’eliminazione dei quali l’Internazionale Comunista mancherebbe al suo compito storico e non sarebbe più l’armata disciplinata ed omogenea della rivoluzione mondiale.
12) La natura stessa dei dibattiti che hanno per teatro il parlamento e gli altri organi democratici esclude ogni possibilità di passare dalla critica della politica dei partiti avversi ad una propaganda contro il principio stesso del parlamentarismo, ad una azione che oltrepassi i limiti del regolamento parlamentare; allo stesso modo che non è possibile ottenere il mandato che dà il diritto alla parola se ci si rifiuta di sottomettersi a tutte le formalità stabilite per la procedura elettorale.
Il successo nelle schermaglie parlamentari sarà sempre e soltanto funzione dell’abilità nel maneggio dell’arma comune dei principi sui quali l’istituzione poggia e dei cavilli del regolamento; così come il successo della lotta elettorale si giudicherà sempre e soltanto dal numero dei voti o dei seggi ottenuti.
Ogni sforzo dei partiti comunisti per dare un carattere del tutto diverso alla pratica del parlamentarismo non potrà non condurre al fallimento le energie che si dovranno spendere in questo lavoro di Sisifo, e che la causa della rivoluzione comunista chiama senza indugio sul terreno dell’attacco diretto al regime dello sfruttamento capitalistico.
Sulla questione del parlamentarismo: discorso pronunciato dal compagno Bordiga al 2° congresso dell’IC
Sulla questione del parlamentarismo: discorso pronunciato dal compagno Bordiga al 2° congresso dell’IC
La frazione di sinistra del Partito Socialista Italiano è antiparlamentare per ragioni che non riguardano solo l’Italia, ma hanno un carattere generale.
Si tratta qui di una discussione di principio? Certamente no. In principio siamo tutti antiparlamentari, perché ripudiamo il parlamentarismo come mezzo di emancipazione del proletariato e come forma politica dello Stato proletario.
Gli anarchici sono antiparlamentari per principio, perché sono contro ogni delegazione di potere da un individuo a un altro. Antiparlamentari per principio sono anche i sindacalisti, avversari dell’azione politica del partito, che hanno una concezione del processo dell’emancipazione proletaria completamente diversa dalla nostra. Quanto a noi, il nostro antiparlamentarismo si riallaccia alla critica marxista della democrazia borghese. Non ripeterò qui gli argomenti del comunismo critico che smascherano la menzogna borghese dell’eguaglianza politica, posta al di sopra dell’ineguaglianza economica e della lotta di classe.
A base della nostra concezione sta l’idea di un processo storico nel quale la lotta di classe termina, dopo una violenta battaglia per la dittatura proletaria, con la liberazione del proletariato. Questa concezione teorica, esposta nel Manifesto dei Comunisti, ha trovato la sua prima realizzazione storica nella Rivoluzione Russa.
Un lungo periodo di tempo è trascorso fra questi due avvenimenti, e durante questo periodo lo sviluppo del mondo capitalistico è stato estremamente complesso. Il movimento marxista è degenerato in movimento socialdemocratico, creando un terreno di azione comune ai piccoli interessi corporativi di singoli gruppi operai e alla democrazia borghese. Questa degenerazione si è manifestata nello stesso tempo nei sindacati e nei partiti socialisti. Si dimenticò quasi completamente il dovere del partito di classe di parlare in nome dell’intera classe operaia e richiamarla ai suoi compiti storici rivoluzionari: si creò una ideologia del tutto diversa, senza nulla in comune col marxismo, che respingeva l’uso della violenza e abbandonava la dittatura del proletariato per sostituirle l’illusione di una trasformazione pacifica e democratica della società. La Rivoluzione Russa ha luminosamente riconfermato la teoria marxista, dimostrando la necessità del ricorso al metodo della lotta violenta e della istituzione della dittatura del proletariato. Ma le condizioni storiche in cui la Rivoluzione Russa si è sviluppata non assomigliano a quelle in cui la rivoluzione proletaria si svilupperà nei paesi democratici dell’Europa Occidentale e dell’America. La situazione in Russia ricorda piuttosto quella della Germania nel 1848, perché vi si sono svolte due rivoluzioni una dopo l’altra: la democratica e la proletaria. L’esperienza tattica della Rivoluzione Russa non può quindi essere trasferita agli altri paesi in cui la democrazia borghese funziona già da molto tempo e dove la crisi rivoluzionaria si risolverà nel passaggio diretto da questo regime politico alla dittatura del proletariato.
L’importanza marxista della Rivoluzione Russa è che la sua fase finale (scioglimento dell’Assemblea Costituente e presa del potere ad opera dei Soviet) poté essere combattuta e difesa solo sulla base del marxismo, e diede vita a un nuovo movimento internazionale: quello dell’Internazionale Comunista, che ruppe definitivamente i ponti con la socialdemocrazia, vergognosamente fallita durante la guerra. Per l’Europa Occidentale, il problema rivoluzionario impone prima di tutto la necessità di uscire dai limiti della democrazia borghese, di mostrare che la pretesa della borghesia che ogni lotta politica debba svolgersi nel quadro del meccanismo parlamentare è una menzogna, e che la lotta deve essere portata su un nuovo terreno, quello dell’azione diretta rivoluzionaria per la conquista del potere. A questo fine occorre una nuova organizzazione tecnica del partito, cioè una organizzazione storicamente nuova. Questa organizzazione è realizzata dal Partito Comunista, che, come è detto nelle tesi del CE sui compiti del partito, è suscitato «dall’epoca della lotta diretta per la dittatura del proletariato» (tesi 4).
Il primo meccanismo borghese che dev’essere distrutto prima di passare all’edificazione economica del comunismo, prima ancora di sostituire al vecchio apparato di governo lo Stato proletario, è proprio il parlamento. La democrazia borghese agisce fra le masse come un mezzo di difesa indiretta, mentre l’apparato esecutivo dello Stato è pronto a far uso dei mezzi della violenza diretta non appena gli ultimi tentativi di attirare il proletariato sul terreno della legalità democratica siano falliti.
È quindi di capitale importanza smascherare questo gioco della borghesia e mostrare alle masse tutta la doppiezza del parlamentarismo borghese.
La pratica dei partiti socialisti tradizionali aveva prodotto nelle file del proletariato, già prima della guerra mondiale, una reazione antiparlamentare: la reazione sindacalista-anarchica, che negava ogni valore all’azione politica per concentrare l’attività del proletariato sul terreno delle organizzazioni economiche, diffondendo la falsa idea che non possa esistere attività politica al di fuori dell’attività elettorale e parlamentare. A questa illusione non meno che all’illusione socialdemocratica è necessario reagire, perché essa è ben lontana dal vero metodo rivoluzionario e porta il proletariato su una falsa via nel corso della sua lotta di emancipazione.
La massima chiarezza è necessaria nella propaganda; bisogna dare alle masse delle parole d’ordine semplici ed efficaci. Partendo dai principii marxisti, noi proponiamo che, nei paesi in cui il regime democratico è da lungo tempo sviluppato, l’agitazione per la dittatura del proletariato si basi sul boicottaggio delle elezioni e degli organi democratici borghesi. La grande importanza che si dà in pratica all’attività elettorale comporta un doppio pericolo: da un lato, dà l’impressione che sia questa l’azione essenziale; dall’altro, assorbe tutte le energie e le risorse del partito, portando all’abbandono quasi completo del lavoro negli altri settori del movimento.
I socialdemocratici non sono i soli a dare una grande importanza alle elezioni: le stesse tesi proposte dall’Esecutivo dicono che è utile servirsi nelle campagne elettorali di tutte le azioni di massa e di tutti i mezzi di agitazione (tesi 15). Ora l’organizzazione del partito che esercita l’attività elettorale riveste un carattere tecnico del tutto particolare e nettamente contrastante con il carattere dell’organizzazione che conduce la lotta rivoluzionaria legale ed illegale. Il partito diviene un ingranaggio di comitati elettorali che si occupano esclusivamente della preparazione e della mobilitazione degli elettori. E, se si tratta di un vecchio partito socialdemocratico che passa al movimento comunista, si corre il rischio — di cui si hanno già numerosi esempi — di proseguire nell’attività parlamentare così come la si praticava in passato.
Per quanto concerne le tesi presentate e difese dai relatori, osserverò che esse sono precedute da un’introduzione storica, con la prima parte della quale sono quasi completamente d’accordo. Vi si dice che la I Internazionale si serviva del parlamentarismo a fini di agitazione, critica e propaganda. In seguito, nella II Internazionale, si manifestò l’azione corruttrice del parlamentarismo, che portò al riformismo e alla collaborazione di classe. L’introduzione ne conclude che la III Internazionale deve tornare alla tattica parlamentare della I per distruggere il parlamento dall’interno. Ma la III Internazionale, se accetta la stessa dottrina della I, deve, tenuto conto della grande diversità delle condizioni storiche, servirsi di tutt’altra tattica, e non partecipare alla democrazia borghese.
Anche la prima parte delle tesi che seguono non è affatto in contrasto con le idee da me sostenute. La divergenza comincia solo là dove si parla della utilizzazione delle campagne elettorali e della tribuna parlamentare per azioni di massa. Noi non respingiamo il parlamentarismo perché si tratta di un mezzo legale. Ma non si può proporne l’impiego allo stesso titolo della stampa, della libertà di riunione, ecc. Qui, si tratta di mezzi di azione; là, di un istituto borghese che deve essere sostituito dagli istituti proletari dei Consigli operai. Noi non pensiamo affatto di privarci, dopo la rivoluzione, della stampa, della propaganda ecc., ma contiamo invece d’infrangere l’apparato democratico e di sostituirlo con la dittatura del proletariato.
Noi non avanziamo neppure il solito argomento dei «capi». Non si può far a meno di capi. Sappiamo benissimo, e l’abbiamo sempre detto agli anarchici fin da prima della guerra, che non basta rinunciare al parlamentarismo per fare a meno dei capi. Avremo sempre bisogno di propagandisti, di giornalisti ecc. Alla rivoluzione è necessario un partito centralizzato che diriga l’azione proletaria, ed è evidente che a questo partito occorrono anche dei capi. Ma, come il ruolo del partito, così il ruolo dei capi non ha nulla in comune con la tradizionale prassi socialdemocratica. Il partito dirige l’azione proletaria nel senso che prende su di sé il lavoro più pericoloso e che esige i maggiori sacrifici. I capi del partito non sono soltanto i capi della rivoluzione vittoriosa; sono essi che, in caso di disfatta, cadranno per primi sotto i colpi del nemico. La loro posizione è affatto diversa da quella dei capi parlamentari che prendono i posti più vantaggiosi nella società borghese.
Ci si dice: anche dalla tribuna parlamentare si può fare della propaganda. A questo risponderò con un argomento un po’… infantile: Ciò che si dice dalla tribuna parlamentare è ripetuto nella stampa; se si tratta della stampa borghese, tutto è presentato in una falsa luce; se si tratta della nostra, allora è inutile passare dalla tribuna parlamentare per poi stampare ciò che si è detto.
Gli esempi forniti dai relatori non intaccano minimamente le nostre tesi. Liebknecht ha agito nel Reichstag in un’epoca in cui riconoscevamo la possibilità dell’azione parlamentare, tanto più che allora non si trattava di sanzionare il parlamentarismo, ma di dedicarsi alla critica del potere borghese. Ma, se mettessimo su un piatto della bilancia Liebknecht, Hoeglund e gli altri esempi, poco numerosi, di attività rivoluzionaria in parlamento, e sull’altro tutta la serie di tradimenti dei socialdemocratici, il risultato sarebbe quanto mai sfavorevole al «parlamentarismo rivoluzionario».
L’attività parlamentare dei bolscevichi nella Duma, nel Preparlamento di Kerenski, nell’Assemblea Costituente si esercitò in condizioni completamente diverse da quelle in cui noi proponiamo l’abbandono della tattica parlamentare, e non tornerò sulla differenza fra lo sviluppo della Rivoluzione Russa e lo sviluppo che presenteranno le rivoluzioni negli altri paesi borghesi.
Tanto meno accetto l’idea della conquista con mezzi elettorali delle istituzioni comunali borghesi. È un problema estremamente importante, che non si deve passare sotto silenzio.
Anch’io penso che ci si debba servire delle campagne elettorali per l’agitazione e la propaganda della rivoluzione comunista, ma questa agitazione sarà tanto più efficace, quanto più energicamente noi predicheremo alle masse il boicottaggio delle elezioni borghesi. D’altronde, non si capisce in che cosa potrà consistere il lavoro di distruzione che i comunisti sarebbero in grado di svolgere in parlamento. Il relatore ci presenta a questo proposito lo schema di un regolamento sull’azione dei comunisti nel parlamento borghese. Questo, se mi è permesso dirlo, è pura utopia. Non si riuscirà mai ad organizzare un’attività parlamentare che contraddica ai principii stessi del parlamentarismo ed esca dai limiti del regolamento parlamentare.
Ed ora, due parole sugli argomenti presentati dal compagno Lenin nel suo opuscolo sul «comunismo di sinistra». Io credo che non si possa giudicare la nostra tattica antiparlamentare alla stessa stregua di quella che preconizza l’uscita dai sindacati. Il sindacato è sempre, anche se corrotto, un centro operaio. Uscire dal sindacato socialdemocratico è condividere la concezione di quei sindacalisti che vorrebbero costituire un organo di lotta rivoluzionaria di tipo non politico ma economico. È questo, dal punto di vista marxista, un errore che non ha nulla a che vedere con gli argomenti sui quali poggia il nostro antiparlamentarismo. Le tesi dichiarano del resto che per il movimento comunista la questione del parlamentarismo è secondaria, mentre non lo è altrettanto la questione dei sindacati.
Io credo che dalla opposizione all’attività parlamentare non sia lecito dedurre un giudizio definitivo su singoli compagni o partiti comunisti. Il compagno Lenin nel suo interessante lavoro espone la tattica comunista propugnando un’azione molto agile, corrispondente assai bene a un’analisi attenta e rigorosa del mondo borghese, e propone di applicare a questa analisi nei paesi capitalistici i dati dell’esperienza della Rivoluzione Russa. Egli sostiene anche la necessità di tener conto nel più alto grado delle differenze tra i diversi paesi. Non discuterò questo metodo. Osserverò soltanto che un movimento comunista nei paesi democratici occidentali esige una tattica molto più diretta di quella che fu necessaria alla Rivoluzione Russa.
Il compagno Lenin ci accusa di voler scartare il problema dell’azione comunista in parlamento perché la sua soluzione ci appare troppo difficile, e di preconizzare invece la tattica antiparlamentare perché implica uno sforzo minore. Noi siamo perfettamente d’accordo che i compiti della rivoluzione proletaria sono molto complessi e molto ardui. Ma siamo convinti che, dopo di aver risolto come ci si propone il problema dell’azione parlamentare, gli altri problemi, molto più importanti, ci resteranno sulle braccia, e la loro soluzione non sarà certo così semplice. Appunto per questo proponiamo di concentrare la maggior parte delle energie del movimento comunista su un terreno d’azione molto più importante di quello del parlamento. E ciò non perché le difficoltà ci spaventino. Osserviamo soltanto che i parlamentari opportunisti, che adottano una tattica di più comoda applicazione, non sono perciò meno assorbiti dalla attività parlamentare, e ne concludiamo che, per risolvere il problema del parlamentarismo comunista secondo le tesi del relatore, occorreranno sforzi decuplicati, e al movimento resteranno minori risorse ed energie per l’azione veramente rivoluzionaria.
Nell’evoluzione del mondo borghese, le tappe che si devono necessariamente percorrere, anche dopo la rivoluzione, nel passaggio economico dal capitalismo al comunismo, non si traspongono sul terreno politico. Il passaggio del potere dagli sfruttatori agli sfruttati porta con sé un cambiamento istantaneo dell’apparato rappresentativo. Il parlamentarismo borghese deve essere sostituito dal sistema dei Consigli operai.
La vecchia maschera democratica che tende a celare la lotta di classe deve essere strappata perché si possa passare all’azione rivoluzionaria diretta.
È questo, in sintesi, il nostro punto di vista sul parlamentarismo, punto di vista che collima in tutto e per tutto col metodo rivoluzionario marxista. Posso concludere con una considerazione che ci è comune col compagno Bucharin: questa questione non può e non deve dar luogo ad una scissione nel movimento marxista. Se l’IC decide di assumersi la creazione di un parlamentarismo comunista, noi ci sottoporremo alla sua decisione. Non crediamo che ci si riesca, ma dichiariamo che non faremo nulla per far fallire quest’opera.
E io mi auguro che il prossimo congresso dell’IC non abbia a discutere sui risultati dell’azione parlamentare, ma piuttosto a registrare le vittorie della rivoluzione comunista in un gran numero di paesi. Se ciò non sarà possibile, auguro al compagno Bucharin di poterci presentare un bilancio meno triste del parlamentarismo comunista di quello col quale ha dovuto oggi cominciare il suo rapporto.
La risoluzione del congresso del P.C. russo intorno all’organizzazione del Partito Pt.2
V. Provvedimenti generali per risanare il Partito.
21. — Per effetto della circostanza, che il Partito ha conglobato in sè una parte degli elementi piccolo-borghesi, degli intellettuali piccolo-borghesi non elaborati in senso comunista, e dei semi-intellettuali: per effetto della circostanza che la più gran parte dei lavoratori comunisti sono assorbiti quasi esclusivamente dai bisogni della sempre più intensa ricostruzione soviettista ed è obbligata in larga misura ad astenersi dal lavorare direttamente nelle fabbriche; e anche per effetto delle gravi perdite subite dal Partito sul fronte della guerra civile; sorge la necessità di rivolgere risolutamente il massimo sforzo della politica del Partito verso l’acquisto di lavoratori e la purificazione dagli elementi non comunisti, mediante la classificazione di ogni singolo membro del P. C. R. sia nella qualità di pubblico ufficiale sia in quella di membro del Partito comunista,
22. — Nel caso che nuovi membri del Partito commettano atti di indisciplina, ecc. i comunisti che li hanno raccomandati soggiacciono a procedimento disciplinare che può giungere fino all’esclusione dal Partito; e lo stesso procedimento si ha nel caso di recidiva in raccomandazioni poco oculate e leggere. Come una delle misure atte a preservare il Partito dall’impurità di elementi non degni si introdurrà per i raccomandati un periodo di candidatura. Questo periodo sarà prolungato ad un anno per i candidati non operai o contadini.
23. — Il Partito fa obbligo al Comitato centrale e al suo Ufficio di tener d’occhio i lavoratori che si distinguono, e di chiamarli sistematicamente e continuamente a lavori di responsabilità, sia al centro che localmente. Il Congresso annovera tra i più gravi inconvenienti della vita di Partito la circostanza, che il Partito non sia stato ancora in grado di collocare ai posti adatti tutte le forze disponibili, e di offrir loro sufficiente possibilità di sviluppo.
24. — Il Congresso conferma le deliberazioni della Conferenza nazionale del settembre 1920 e fa obbligo al Comitato Centrale e alla Commissione di controllo di combattere risolutamente l’abuso, per cui dei membri del Partito godono dei privilegi materiali grazie alla loro posizione. Il Congresso approva pienamente la tendenza al pa- reggiamento nel campo dei vantaggi materiali.
25. — Il Congresso considera come compito principale quello di lavorare tra le masse così del Partito come dei senza partito allo scopo di fondere il Partito con le larghe masse proletarie e contadine. A tale scopo è necessario, che tutti i membri responsabili del Partito sottostiano periodicamente ad un congruo periodo di servizio obbligatorio, vale a dire che anche una parte di quei membri del Partito, che hanno altre mansioni, devono stare in permanenza in mezzo alla vita proletaria per compiervi lavoro di propaganda e di organizzazione.
VI. La democrazia operaia e la sistematica ripartizione dei lavoratori.
26. — La ripartizione dei lavoratori deve farsi sotto il riguardo della convenienza pratica, per modo che i compagni comandati dagli organi superiori del Partito di regola debbano esser posti a disposizione dei dipendenti, come lavoratori di questa o quella qualifica, senza speciali mandati complementari.
27. — E’ necessario metter mano alla sistematica attuazione delle deliberazioni, prese già fin dall’VIII Congresso, secondo le quali i lavoratori, che sono stati per lungo tempo a servizio dei Soviety o del Partito, debbano venir occupati nell’industria o nell’agricoltura alle consuete condizioni di vita degli altri lavoratori.
28. — Al fine di richiamare più intensamente la massa del Partito a partecipare, tanto alla vita giornaliera dell’organizzazione, quanto al lavoro degli organi esecutivi di essa, appena è possibile — sebbene non con troppa fretta — le liste di tutti i prescelti per la mobilitazione debbono essere preventivamente notificate all’assemblea plenaria dell’organizzazione con l’indicazione dei motivi per cui nelle liste sono stati compresi appunto quei compagni. Nel caso che ciò risulti impossibile, tali dichiarazioni debbono presentarsi nella prima assemblea plenaria successiva.
29. — Per combattere la tendenza alla routine burocratica, i compagni debbono venir trasferiti sistematicamente da un ramo di lavoro a un altro, osservando però la norma, che ciascun compagno occupi un posto per un certo tempo e possa quindi dimostrare i frutti del suo lavoro ed esserne tenuto responsabile di fronte al Partito.
VII. La democrazia operaia e la vita interna del Partito.
30. — Allo scopo di ravvivare la vita del Partito debbono prendersi i seguenti provvedimenti:
a) debbono tenersi sistematicamente ampie discussioni su tutte le più importanti questioni di politica generale e di vita locale in pubbliche riunioni dei membri del Partito giù giù fino ai gruppi serali, sulla base di un piano determinato, elaborato sistematicamente dagli organi competenti del Partito. In questo piano debbono comprendersi così le questioni generali, che abbiano particolare importanza per quella data località, come anche le questioni che sorgono dalla vita politica del partito e le relazioni degli organi di partito e degli organi soviettisti. I Comitati del Partito devono curare che tali discussioni non si tengano soltanto nelle organizzazioni cittadine, ma si estendano sistematicamente a tutto il Governatorato; a tal fine è necessario che i lavoratori responsabili vengano comandati a turno e secondo un piano metodico per viaggiare determinati distretti. Soltanto simile sistematica opera di rischiaramento di tutte le questioni varrà ad elevare la coscienza del membri del Partito nel prender posizione di fronte ad esse e ai rialzare il livello generale della vita del partito.
b) deve stabilirsi il sistema di tener pubbliche sedute degli organi dirigenti del Partito; il loro ordine del giorno deve compilarsi accuratamente, in modo che i semplici membri del Partito ritraggano il massimo vantaggio dal partecipare a tali sedute.
c) è necessario che vi sia un controllo permanente del lavoro degli organi dirigenti da parte dell’opinione pubblica e una continua e reale influenza reciproca tra gli organi dirigenti e la totalità del Partito; inoltre una sistematica presentazione di relazioni dei rispettivi Comitati non solo da parte delle organizzazioni superiori, ma anche da parte di quelle subordinate. E propriamente ciò si ottiene mediante periodiche relazioni dei Comitati di governatorato nelle assemblee di città o di zone, nelle assemblee di delegati o nelle assemblee plenarie e nelle conferenze distrettuale o comunali. I Comitati rionali delle città e i Comitati comunali dei distretti presentano relazioni periodiche sulla propria attività nelle assemblee dei gruppi più elevati.
31. — Un organo superiore di Partito può sciogliere una organizzazione inferiore solo quando si ha una manifesta trasgressione delle decisioni del Congresso, o delle disposizioni ed ordinanze entrate in vigore sulla base delle deliberazioni del Congresso. In ogni altro caso l’organo superiore convoca una competente conferenza o assemblea di delegati, cui spetta di risolvere la questione insorta o il conflitto. Finchè la questione sia stata risolta nell’ordine su indicato gli organi inferiori non possono porre limitazioni all’esecuzione degli ordini superiori del Partito.
VIII. I gruppi di fabbrica (cellule comuniste) e il loro lavoro.
32. — In seguito al passaggio del paese al lavoro economico, e allo scopo di avvicinare le masse, deve rivolgersi particolare cura a rafforzare nelle aziende i gruppi comunisti. A tal fine entro un mese dal Congresso deve tarsi in tutta la Russia la revisione dei gruppi, e deve inviarsi nelle aziende il maggior numero possibile di comunisti dalle istituzioni soviettiste; inoltre dalle intraprese meno subordinate deve inviarsi nelle più importanti il necessario numero di membri del Partito. Questa redistribuzione deve farsi con la più intima partecipazione degli organi sindacali.
33. — Il rafforzamento dei gruppi non deve consistere in un semplice aumento di numero. Parallelamente a questo deve procedere il lavoro di intensificazione della loro attività; e quindi i gruppi, anzichè limitarsi al semplice lavoro propagandistico-educativo, devono trasformarsi in organi dirigenti della lotta economica del Partito. A tal fine occorre aver cura, che i comunisti adibiti nelle fabbriche e nell’agricoltura siano quanto più è possibile applicati alla produzione immediata, al banco e all’aratro, e non a compiti amministrativo-economici.
34. — L’attività dei gruppi comunisti deve diventare oggetto di particolare attenzione da parte dei Comitati di governatorato e di distretto. Il piano generale di lavoro dei gruppi deve venir elaborato in speciali conferenze di governatorato dei segretari e funzionari delle sezioni d’organizzazione e d’istruzione, con partecipazione dei rappresentanti dei sindacati. Questo piano deve tener conto delle pecularietà economiche del rispettivo governatorato come pure dei compiti economici ad esso spettanti, e deve esser diverso secondocchè si tratta di gruppi urbani o rurali. Sulla base del piano generale stabilito per il Governatorato debbono redigersi, con la stretta partecipazione dei Sindacati, piani distrettuali adattati alle particolari condizioni di ciascun distretto. Pertanto anche il servizio d’informazioni deve rispecchiare esattamente la vita e l’attività dei gruppi comunisti distinguendo i gruppi che posson servir di modello e quelli arretrati e illustrando continuamente in qual modo questo o quel carattere del lavoro dei gruppi comunisti abbia influito sulla produttività dell’azienda.
35. — Il lavoro di tali gruppi deve diventare centro di gravità di tutta la vita del Partito, e all’immediato lavoro in essi gruppi debbono destinarsi i migliori compagni disponibili. Allo stesso tempo devono sistematicamente e con perseveranza guadagnarsi ai gruppi compagni responsabili e controllarsi il lavoro loro assegnato.
Sarebbe desiderabile stabilire un giorno e una settimana, in cui non si tenga alcuna seduta, e che si dedicassero esclusivamente al lavoro di partito (« settimana del partito »).
36. — Nel campo del puro lavoro di partito il gruppo deve : a) registrare esattamente tutti i membri e curare che nessuno di essi rimanga senza lavoro di partito; inoltre prendere tutti i provvedimenti atti a liquidare l’analfabetismo politico tra i suoi membri e curare che tutti i membri frequentino la scuola di partito; b) con l’aiuto dei suoi membri fare propaganda e agitazione tra i senza partito, e ordinare conferenze, discussioni, relazioni, ecc. ; c) per diffondere le idee comuniste devono organizzarsi sistematicamente pubbliche riunioni per trattarvi le questioni di organizzazione soviettista e sindacale, questioni economiche, questioni riguardanti il lavoro, ecc .; e in tali occasioni bisogna curare di attrarre nella discussione quanto più è possibile le masse senza partito; d) nelle pubbliche adunanze dei gruppi debbono discutersi i nuovi decreti, disposizioni: e ordinanze del Governo soviettista, per accostare in tal guisa al Governo dei Soviety le masse senza partito; e) mediante l’esempio personale di tutti i membri del Partito, così a tutela degli interessi di chi lavora come pure in quello dell’immediato lavoro nelle fabbriche nel senso di elevare la produttività, deve condursi una effettiva agitazione tra le grandi masse dei senza partito, e favorire ogni sforzo dei membri del Partito o dei senza partito diretto a migliorare il lavoro di qualsiasi organo soviettista; f) il gruppo partecipa attivamente coi suoi membri alle elezioni e al lavoro dei Comitati d’azienda, dei Comitati d’impiegati, delle Commissioni di controllo, ecc., e cura che l’attività di questi organi si svolga nel senso degli scopi del P.C.; g) il gruppo presenta dal proprio seno i compagni adatti come candidati al passaggio dall’attività nei Soviety a quella di Partito, e sceglie i relativi candidati anche dal seno dei compagni senza partito per i vari lavori soviettisti; h) esso cura continuamente che le forze dei comunisti siano utilizzate quanto più è possibile opportunamente e produttivamente nel lavoro dei Soviety; i provvedimenti occorrenti a correggere gli errori eventualmente rilevati sono presi dal gruppo per il tramite della frazione comunista di quell’organo, alla cui competenza sottostà l’azienda o l’istituzione. Se il gruppo non è d’accordo con le decisioni della frazione, esso si rivolge al rispettivo Comitato di Partito.
IX. Sull’attività del Comitato Centrale.
37. — Il Congresso fa obbligo al Comitato centrale testè eletto di attuare, come suo compito più urgente, la più stretta unità nella struttura del Comitato del Partito; altrettanto necessaria è l’unificazione e semplificazione del servizio d’informazioni, e la redazione di un piano unitario di lavoro, giacchè solo in tal guisa diventerà possibile di dirigere effettivamente il lavoro del Partito in tutto il paese, fondandosi sull’esperienza e sullo studio locali.
38. — Per render possibile l’unità di piano, la sintesi del lavoro quotidiano su tutti i campi e l’accumulazione delle esperienze acquistate, devono convocarsi conferenze nazionali dei funzionari di governatorato.
39. — Debbono aver luogo precisamente due volte all’anno conferenze panrusse di Partito.
40. — L’adunanza plenaria del C. C: deve aver luogo regolarmente almeno ogni due mesi. Per espletare il lavoro corrente di organizzazione e di propaganda sarà mantenuto il sistema degli Uffici di organizzazione e politico del C. C. Alle adunanze plenarie del C. C. possono partecipare con voto consultivo candidati del C. C.
41. — Sarebbe desiderabile che le questioni di principio poste dalla vita del Partito fossero trattate in sedute del C.C., cui partecipassero rappresentanti delle organizzazioni dei maggiori centri di lavoro.
42. — Le tesi su tutte le questioni poste all’ordine del giorno dei Congressi e Conferenze panrussi debbono esser pubblicate non più tardi di un mese avanti all’apertura del Congresso o della Conferenza.
43. — Il numero dei membri del C. C. è elevato a 25; almeno 5 di essi devono occuparsi esclusivamente del lavoro di Partito, e il loro lavoro dovrà consistere nel visitare le organizzazioni locali e principalmente nel partecipare alle conferenze di governatorato.
In queste visite i membri del C. C. imparano a conoscere le condizioni e i funzionari locali, impartiscono loro le necessarie istruzioni in tutte le questioni di Partito, fanno relazioni sull’attività del C. C. e i prossimi compiti e prospettive del Partito e, se si trattengono a lungo in una data località, partecipano al lavoro della locale organizzazione. I rapporti su questi giri dei membri del C.C. verranno pubblicati nel numero immediatamente successivo delle « Izviestiia ».
45. — Inoltre. il. C. C. informa mensilmente con lettere chiuse i Comitati di governatorato intorno alla situazione politica interna ed estera, intorno alle condizioni del Partito e ai compiti immediati, che il C. C. assegna ai Comitati di governatorato.
X. Alcune tra le immediate misure di organizzazione.
46. — Il Congresso si pronunzia per l’abolizione delle sezioni rurali, che sono diventate inutili con lo svilupparsi e rafforzarsi dell’apparato generale dei Comitati di Partito e ostacolano la direzione generale del lavoro di Partito da un unico centro.
Col sopprimere tali sezioni diventa necessario: a) mettere nei collegi delle sezioni di propaganda e di agitazione compagni, che abbiano conoscenza delle condizioni della campagna, per poter lavorare convenientemente tra i contadini, b) avere nelle sezioni di organizzazione e d’istruzione un seminario d’istruttori, cui affidare il lavoro in campagna.
Osservazione: si ammetterranno eccezioni per singoli territori solo col consenso del C. C.
47. — E’ necessario di portare a fine entro un certo termine la trasformazione delle sezioni delle minoranze nazionali in sottosezioni per la propaganda e agitazione, separando le funzioni di carattere organizzatorio generale e trasferendole alle sezioni di organizzazione e d’istruzione. Il C.C. è incaricato di unificare le varie disposizioni sulle sezioni delle minoranze nazionali.
48. — Il Congresso mantiene i « sabati comunisti » come obbligatori per tutti i membri del Partito almeno una volta al mese, affinchè essi possano trasformarsi in effettive scuole di lavoro comunista e possano esser utilizzate per: 1º attuare compiti concreti e chiari ad ogni partecipante sul miglioramento del servizio dei trasporti, sulla lotta contro la deficienza di combustibile, ecc .; 2º migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e dell’Esercito Rosso; 3º elevare il livello culturale dei lavoratori e degli uomini dell’Esercito Rosso.
49. — II.C. C. deve elaborare con speciali istruzioni la questione della reciproca influenza tra i Comitati di Partito, le sezioni sindacali, i diversi uffici e particolarmente le Sezioni politiche e le organizzazioni comuniste dei contingenti militari e le istituzioni che si trovano nel territorio di un Comitato di Partito.
50. — E’ di grande importanza per l’intensificazione della vita interna del Partito e per il completamento delle file di esso mediante una generazione di nuovi comunisti coscienti lo stabilimento di una stretta alleanza e di una comune attività tra il Partito e la Federazione Giovanile Comunista, e l’attrazione di quest’ultima al lavoro di Partito.
A tal fue è necessario quanto segue:
1º Tutti i membri del Partito fino a 20 anni inclusivamente devono esser membri effettivi della Federazione Giovanile Comunista e partecipare attivamente ai lavori di essa.
2º I rappresentanti dei Comitati di Partito nei Comitati della Federazione Giovanile Comunista debbono prender parte alla direzione spirituale della Federazione. Nelle assemblee generali, nelle assemblee di delegati, e nei Congressi di Partito debbono presentarsi relazioni dei rappresentanti sul loro lavoro e lo stato della Federazione.
3º I Comitati di Partito debbono porger aiuto alla Federazione Giovanile Comunista nell’opera di educazione politica dei suoi membri e promuovere l’attrazione dei giovani verso il lavoro costruttivo-economico e soviettista.
4° La composizione dei membri attivi della Federazione Giovanile Comunista deve parzialmente rinnovarsi mediante uno scambio di lavoratori tra la Federazione e il Partito; ma ciò deve esser fatto con oculatezza.
5° Tutti i membri della Federazione Giovanile Comunista, come membri del Partito, son tenuti a partecipare continuamente alla vita del Partito e ad adempiere puntualmente a tutti gli obblighi di Partito.
6° La Federazione Giovanile Comunista deve esser chiamata a discutere le questioni di politica generale e quelle dell’organizzazione dei Soviety e del Partito. Ciò può ottenersi tra l’altro ammettendo i membri della Federazione Giovanile Comunista alle assemblee generali delle organizzazioni di partito come pure mediante la partecipazione di rappresentanti della F. G. C., con voto consultivo, alle assemblee di delegati, alle conferenze e ai congressi.
Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.1
Invece di presentare ai nostri lettori una serie di documenti che mal si connettono fra di loro, preferiamo trarre dal materiale esistente presso l’Esecutivo del Partito sui lavori del III Congresso, e costituenti perciò una fonte attendibile, un’esposizione logica ed organica delle discussioni svoltesi sui diversi argomenti della grande assiste mondiale del proletariato rivoluzionario.
L’inaugurazione del Congresso.
Nella vasta sala dell’ex-teatro della Corte Imperiale, il 22 giugno si è svolta a Mosca la solenne cerimonia inaugurale del III Congresso dell’Internazionale Comunista.
Settecento delegati rappresentano il proletariato rivoluzionario di 48 nazioni.
L’ufficio di presidenza è costituito da Zinoviev (Russia), Koenen (Germania), Loriot (Francia), Kolarov (Bulgaria), e Gennari (Italia). Nuova lega sono eletti presidenti onorari Lenin e Trotzki, nonché Muna (Cecoslovacchia), Brandler (Germania) e Inkpin (Inghilterra), tutti e tre detenuti.
Zinoviev pronuncia il discorso di inaugurazione. Egli ricorda i compagni caduti nell’ultimo anno di lotta per la rivoluzione comunista e le migliaia di carcerati dal potere borghese in tutto il mondo capitalista. Espone quindi la situazione del movimento comunista internazionale, rilevando le ragioni della crescente diffusione della dottrina comunista. Esamina la situazione dei partiti comunisti in tutti i paesi, soffermandosi sull’atteggiamento assunto dall’Internazionale comunista di fronte all’Internazionale di Amsterdam. Rileva i compiti dell’attuale Congresso, compiti che si possono sintetizzare in una decisa riaffermazione della lotta contro il centrismo e semi-centrismo e nel fissare le norme fondamentali per l’attività futura dell’Internazionale comunista, norme che devono avere in sé una certa elasticità affinché ne sia possibile l’applicazione qualunque sia la caratteristica del periodo cui andiamo incontro, sia essa quella di un rapido sviluppo del processo rivoluzionario o di un suo temporaneo rallentamento. L’oratore termina il suo discorso esponendo la situazione della Russia soviettista.
In seguito parlano: Kamenev, presidente del Soviet di Mosca, Vaillant-Coutourier (francese), Froehlich (tedesco), Kolarov (bulgaro), Montagnana (per la gioventù Comunista) e Gennari.
La situazione mondiale ed i compiti dell’Internazionale Comunista
La relazione di Trotzki
Il relatore inizia la sua esposizione, rilevando come la situazione odierna manifesti un evidente cambiamento nel rapporto delle forze politiche. La borghesia si sente oggi più forte di un anno fa, almeno del 1919 e ciò nonostante essa stessa riconosca che i comunisti da piccoli gruppi isolati sono divenuti un grande movimento di masse.
Di fronte a questa realtà dobbiamo sapere se si tratta di un cambiamento radicale o soltanto superficiale.
L’oratore ricorda lo sviluppo assunto dal movimento rivoluzionario dal 1917 ad oggi, e dopo aver passato in rassegna gli avvenimenti più salienti di tale periodo, rileva come quest’ultimo anno di lotta sia stato caratterizzato da una serie di sconfitte della classe operaia.
I riformisti gli opportunisti ravvisano in ciò il fallimento dei comunisti.
Il problema che si pone all’Internazionale comunista ed a tutta la classe operaia, è di sapere in qual misura le nuove relazioni politiche corrispondano al reale rapporto delle forze. Ci sono ragioni tali da farci prevedere che al periodo di convulsione politica e di aspra lotta di classe succeda un’epoca prolungata di restaurazione e di crescenza del capitalismo? Da ciò non consegue la necessità di rivedere il programma e la tattica dell’Internazionale comunista?
Per risolvere il problema propostosi, il relatore sottopone ad una minuta analisi prima la situazione economica mondiale nel suo complesso, poi quella dei singoli Stati capitalisticamente più importanti (Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone).
Per la Russia (dovendo su di ciò presentarsi da Lenin speciale rapporto), egli si limita ad alcune osservazioni circa le cause dell’attuale situazione economica per confutare le false affermazioni in proposito di uomini di Stato ed economisti borghesi.
Da un raffronto poi con la situazione degli anni precedenti, risulta che lo sviluppo e l’animazione verificatasi nelle industrie dopo la primavera del 1919 e nel 1920 non fu che un’apparenza ingannatrice di prosperità economica. Speciali circostanze determinarono una tale situazione, che costituisce una continuazione dell’apparente prosperità creata dalla guerra e non già l’inizio della restaurazione capitalistica. Lo stato reale delle industrie dimostra la verità di tale conclusione.
Le conseguenze di tale apparente prosperità furono diverse nel campo dell’economia e della politica. Nel primo essa non arrestò il processo di disgregazione dell’economia capitalistica, nel secondo determinò la salute provvisoria degli Stati capitalistici.
Ne risulterà da ciò un’epoca nuova per il capitalismo? No, l’epoca attuale non può essere considerata come quella di uno sviluppo organico del capitalismo. Infatti se noi, lungi dal fermare la nostra attenzione alle crisi ed agli sviluppi, ai flussi ed ai riflussi dell’attività industriale, che costituiscono i fenomeni accessori del processo economico, spingiamo invece il nostro esame fino all’essenza stessa di detto processo, essenza che ci è data dallo sviluppo della curva dell’economia capitalistica, allora vediamo che mentre detta curva sale per tutto il mezzo secolo precedente la guerra, essa discende nel periodo successivo. Tale constatazione ci indica che prima della guerra eravamo in un periodo di vero e proprio sviluppo organico del capitalismo, dopo invece si esplica un processo opposto.
Ma una domanda può ancora sorgere: la crisi attuale non può essere seguita da un nuovo periodo di prosperità industriale, e con ciò la rivoluzione non sarà allontanata di parecchi anni? L’esperienza del passato ci insegna che non si deve assolutamente considerare questo legame fra i periodi di crisi e di sviluppo e la rivoluzione.
Ed allora è permesso di considerare come impossibile la restaurazione dell’equilibrio capitalistico? In teoria la cosa è possibile. Ma per noi non si tratta di ciò che si può teoricamente affermare, ma di ciò che è praticamente possibile. Le condizioni reali in pratica rendono impossibile ogni restaurazione dell’equilibrio capitalistico.
Coloro che prescindono da queste condizioni reali sono proprio gli opportunisti, i quali preferiscono riportarsi alla restaurazione automatica dello sviluppo capitalistico, astraendo dall’esasperazione degli antagonismi sociali che si produce a fianco della crisi industriale. Per essi non si tratta di due classi in lotta, ma di un processo meccanico che si compie al di fuori dalla volontà delle masse e di ogni dipendenza dal rapporto politico fra queste classi.
Il relatore, dopo aver osservato come accanto alla diminuzione della produzione, la differenziazione e la lotta di classe progrediscono passi di gigante, esamina i mutamenti avvenuti in seno alla classe lavoratrice ed alla borghesia. La prima è rafforzata dai nuovi strati di lavoratori chiamati dalla guerra alle lotte politiche, la seconda invece, alla cui avanguardia trovasi la borghesia sindacata, tende ad essere abbandonata dalla piccola borghesia, il cui impoverimento e la cui degradazione sociale, finiscono col porla contro la borghesia sindacata, e se nel momento della lotta decisiva non sarà trascinata dal proletariato, per lo meno sarà resa neutrale.
Quanto poi al ristabilimento dell’equilibrio internazionale, l’oratore osserva che è anch’esso, al pari dell’equilibrio sociale, si è reso impossibile. Se lo scopo della guerra era quello di sostituire uno Stato universale ad un gran numero di Stati nazionali, dobbiamo dire che lo scopo è fallito. I risultati sono del tutto opposti, da ciò una serie di crisi politiche internazionali. Cause di nuove guerre sono evidenti; il conflitto fra l’Inghilterra gli Stati Uniti si può prevedere con la massima esattezza.
Concludendo l’oratore rileva che il proletariato si trova di fronte ad un antagonismo sociale crescente da una parte ed a un conflitto imperialista dall’altra. La caduta delle forze produttrici in Europa, il movimento operaio in Oriente, la esasperazione degli antagonismi sociali in America sono indici del permanere della situazione rivoluzionaria e quindi della rettitudine della nostra posizione di principio e del nostro metodo di lotta. Il compito di questo Congresso è di analizzare accuratamente le questioni tattiche per adattarle alle esigenze particolari di ogni paese. Il nostro scopo è di formare nell’Internazionale Comunista dei partiti d’azione, capaci di trionfare di tutti gli ostacoli sulla via della dittatura e della rivoluzione sociale.
La discussione
Primo oratore è il compagno Brandt, rappresentante del Partito Comunista di Polonia, il quale pone in evidenza l’importanza della Conferenza finanziaria di Bruxelles. In essa si è esaminata la questione dei cambi, ma poiché il problema finanziario non è che un sintomo della profonda malattia della società capitalistica, i termini della questione si sono mano mano allargati fino a giungere a stabilire l’abolizione delle riforme economiche. Da ciò risulta che per i capitalisti non basta più gettare gli operai sul lastrico, essi si vedono obbligati ad intensificare lo sfruttamento nella fabbrica e perciò ad attentare alle organizzazioni operaie. È l’offensiva inevitabile del capitale contro il lavoro. Qui sta la radice della crisi sociale.
In questi ultimi tre anni, nei momenti più difficili i socialdemocratici hanno sempre aiutato la borghesia, il cui compito non è più quello di sedurre gli operai, ma di reprimerli e di opprimerli. I socialtraditori sono necessariamente obbligati ad aiutarla in questo compito. Solo i comunisti sono oggi i veri difensori dell’esistenza stessa della classe operaia. Per tal motivo ci felicitiamo che il rapporto economico sia stato fatto dal capo dell’esercito rosso, da Trotzki. Ciò dimostra che l’Internazionale Comunista combatterà non con la statistica e le cifre ma con la spada.
Segue il compagno Schwab, del Partito Comunista operaio di Germania, il quale pone in rilievo due considerazioni non sufficientemente spiegate nelle tesi. La prima è che il capitalismo moderno non si basa sulla produzione, ma sul profitto, perciò la sua ricostruzione è possibile tanto in periodo di crisi quanto di attività industriale, purché conservi il profitto. La seconda, che si è trascurata la differenza essenziale esistente fra la disoccupazione del passato e quella d’oggi. Per il passato i disoccupati costituivano una riserva industriale, oggi essi sono condannate ad un completo deperimento.
Reichenbach, rappresentante dello stesso partito, compie un’analisi della crisi attuale e rileva che il capitalismo ha preso forme nuove ed usa metodi interamente nuovi. Premesso che per noi comunisti è assiomatico il crollo del regime capitalistico, si tratta di vedere come potremo accelerare questo processo, quali nuove forme e metodi d’organizzazione del proletariato rivoluzionario dobbiamo opporre alle nuove forme organiche del capitale. E gli afferma che l’I.C. non deve soltanto indicare una linea di condotta proletariato, ma deve effettivamente guidarlo nella sua lotta rivoluzionaria. Terminando pone in risalto la funzione del capitalismo nella restaurazione dell’industria russa e dei pericoli che ne derivano.
Ha quindi la parola a Pogani, ungherese.
L’oratore incomincia col rilevare esservi alcune contraddizioni e lacune nelle tesi presentate. Mentre in un primo momento in esse si constata che il proletariato occidentale non ha potuto conquistare il potere politico in causa dello sviluppo economico del dopo guerra, più tardi si afferma che un futuro eventuale periodo di prosperità non sarebbe capace di trattenere il movimento rivoluzionario. Trotzki ha citato un esempio tratto dalla storia del movimento operaio russo, per dimostrare che il proletariato sconfitto nel 1905, ha ripreso le sue forze in un periodo di sviluppo economico. Dal movimento operaio ungherese si può avere un altro esempio che dimostra tutto il contrario. Ma questi esempi non hanno valore che per quel dato tempo. Il proletariato russo è stato sconfitto nel 1905, quello ungherese nel 1919, ma il proletariato occidentale non è stato ancora sconfitto. Le sue organizzazioni non sono distrutte. Esse si sono fortificate ed accresciute durante il periodo di sviluppo economico. L’attuale crisi non ci porterà di certo la calma. La borghesia farà di tutto per schiacciare il proletariato. Il proletariato non si arrenderà, non fosse altro che per questa ragione, che oggi il movimento rivoluzionario è ovunque diretto da Partiti Comunisti. Perciò mi sembra che le tesi si fondino troppo sulla futura guerra e non sulla crisi economica attuale. Sarebbe stato necessario trattare un po’ più seriamente e largamente la questione della guerra civile.
L’oratore si sofferma quindi sullo sciopero dei minatori in Inghilterra e sull’azione di marzo in Germania che non sono altro che un atto di difesa contro il tentativo borghese di abbassare i salari. Analizzando la situazione economica mondiale, bisogna prendere in considerazione le tre seguenti particolarità: 1) l’offensiva economica della borghesia su tutto il fronte; 2) la difesa del proletariato contro quest’attacco, da cui fatalmente ne segue una lotta politica; 3) l’impiego del potere governativo riorganizzato durante la guerra contro il proletariato. Ne risulta chiaramente che in tutti gli Stati si produrrà un’epoca di guerra civile. Non si ha dunque il diritto di parlare di guerra mondiale o di sviluppo mondiale, ma al contrario di guerra civile e di crisi. In tal senso l’oratore presenta un emendamento.
Segue Talheimer (Germania), il quale rileva che dalle tesi si scorge che un certo equilibrio si è stabilito in modo che la crisi del capitalismo passerà più tranquillamente. Bisogna notare che questo equilibrio è molto instabile ed il minimo incidente basta a romperlo. Trotzki ha osservato la tensione esistente fra Inghilterra e America e prevede una prossima guerra. Una simile tensione la si può constatare tra Francia e Germania, altro fattore capace di turbare l’equilibrio. L’oratore rileva che il quadro dell’esasperazione degli antagonismi sociali non ha avuto sufficiente rilievo. Ritiene necessarie alcune correzioni alle tesi.
Ha la parola a Bell (Inghilterra). Egli dice che il dibattito sulle tesi di Trotzki deve raggrupparsi su due questioni: 1) la stabilità del regime capitalistico; 2) la tattica del proletariato rivoluzionario di fronte a questa stabilità. L’oratore richiama l’attenzione sulle influenze generali del momento. La guerra ha creato nel mondo capitalista dei nuovi raggruppamenti non solo economici, ma anche politici. Noi dobbiamo osservare attentamente le cause della stabilizzazione del capitalismo dopo la guerra. Queste cause sono: una colossale importazione di capitale americano in Europa, 11 miliardi ripartiti fra i grandi Stati occidentali e 4 fra i piccoli Stati Balcanici; la concentrazione dell’industria tedesca (imprese Stinnes); il buon mercato del credito inglese accordato ai piccoli paesi. Le riparazioni hanno anch’esse avuto una funzione considerevole. Bell dichiara che la stabilità capitalistica che si può notare oggi è soltanto temporanea.
Segue la Zetkin, la quale si dichiara d’accordo con le grandi linee dell’evoluzione capitalistica tracciate da Trotzki. Insiste sull’affermazione di Talheimer per quanto riguarda il conflitto franco-tedesco.
Afferma che non si deve contare su di uno sviluppo automatico del regime capitalistico. Al contrario si devono accelerare gli avvenimenti con delle manifestazioni attive del proletariato rivoluzionario. L’esempio dell’Austria dimostra che è l’impoverimento e l’asservimento delle masse non sopprimono la loro passività. I partiti comunisti devono vincere questa passività delle masse per trascinarle alla conquista del potere politico.
Prenda la parola Roy, delegato indiano.
Egli ritiene eccessiva la previsione di un conflitto armato anglo-americano. Vi sono altrettante ragioni per ritenere che l’Inghilterra e l’America si mettano d’accordo per la divisione del dominio mondiale. Nel caso ciò avvenisse noi dobbiamo impiegare tutte le nostre forze per impedire il ristabilirsi dell’equilibrio economico del capitale. I sintomi di tale accordo esistono già. Bisogna insistere sulla situazione coloniale. Le colonie che prima erano delle grandi sorgenti di materie prime, ora sono divenute delle creatrici di prodotti industriali, con un grande esercito proletario e gli antagonismi sociali che ne derivano. D’altra parte questa crescenza industriale permette al capitale inglese di esportare il suo di più nelle colonie e di farne dei punti d’appoggio per assicurare il suo dominio mondiale. Perciò è necessario indicare nelle tesi l’importanza economica delle colonie e della politica coloniale e studiarne accuratamente le questioni tattiche.
Infine la parola è data a Koenen del Partito Comunista Unificato di Germania.
L’oratore dice che dopo aver parlato dei rapporti fra Inghilterra ed America, tra Francia e Germania, non si è accennato all’Alta Slesia, alla Ruhr, all’Asia Minore.
Rileva che le tesi non esprimono chiaramente l’idea del fallimento del moderno Stato capitalistico, di cui spera venga data una più netta definizione.
La discussione è terminata e la parola è data a Trotzki per la chiusura.
La replica di Trotzki
Il relatore ribatte tutte le critiche e le obiezioni sollevate dai diversi oratori.
Egli incomincia col contestare l’affermazione di Brandt che la borghesia si deve combattere non con la statistica, ma con la spada. Questa è una concezione romantica della guerra. La statistica è indispensabile e la spada non ne è che l’accessorio.
Quanto poi all’affermazione di Reichenbach che noi non dobbiamo soltanto indicare al proletariato occidentale una linea di condotta, ma anche guidarlo, non la comprendiamo nel senso che dobbiamo indicare al proletariato il mezzo di realizzare le sue intenzioni con la forza, dobbiamo dimostrargli che egli deve agire e nello stesso tempo dobbiamo essere alla testa di questa azione. Reichenbach esagera l’importanza dell’elemento soggettivo ed in ciò è simile ai nostri socialisti rivoluzionari che rigettano il marxismo come un’inutilità, basandosi soltanto sull’educazione e sulla maturità della volontà rivoluzionaria delle masse. Questo è l’errore di un metodo puramente soggettivo. Al contrario, i Kautskiani cadono nell’eccesso opposto. Essi considerano l’evoluzione come un processo automatico, non tengono conto che della volontà della classe avversaria e lasciano da parte l’atteggiamento della classe operaia. Questa separazione dell’elemento soggettivo ed oggettivo costituisce dell’avventurismo rivoluzionario. Noi uniamo logicamente e praticamente questi due elementi. Le condizioni economiche obbiettive sono le condizioni reali che con l’aiuto della statistica noi vogliamo mostrare per indicare la via alla classe operaia. In quanto all’affermazione che le relazioni economiche degli Stati capitalisti con la Russia soviettista possono consolidare il capitalismo occidentale, Trotzki pensa che per il momento questo pericolo non esiste.
Egli confuta quindi l’affermazione di Schwab secondo il quale il fatto della curva discendente del regime capitalista non è chiaramente indicato nella tesi. L’equilibrio economico, dice Trotzki, non è una concezione meccanica astratta, esso è un dato sottoposto a tutte le variazioni delle circostanze e delle influenze sociali. Dopo la guerra, grazie all’emissione di carta moneta e ad altre misure straordinarie, la borghesia è riuscita a mantenersi al potere. Ma la distruzione della ricchezza economica non è cessata. Questo il circolo vizioso nel quale si aggira dominio capitalista. Questo il senso delle tesi.
Rispondendo a Pogani, il quale trova nelle tesi una contraddizione per il fatto che in un certo punto è detto che lo sviluppo industriale ha indebolito il movimento rivoluzionario ed in un altro che lo sviluppo prossimo sarà incapace di trattenerlo, Trotzki dice che lo sviluppo nel passato e quello eventuale nell’avvenire hanno un diverso significato storico, ed è di questo che bisogna tener conto. L’esasperazione della crisi ha condotto i capitalisti ad attaccare proletariato. Quest’ultimo si trova oggi in stato di difesa. Il nostro compito consiste nell’approfondire questo stato e nell’allargarlo politicamente fino al punto in cui potrà condurre alla presa del potere.
Ma se si verifica un miglioramento? In un suo opuscolo Varga ha già notato i sintomi di questo prossimo miglioramento. È vero che ciò non avverrà tanto presto, ma se avviene noi non possiamo né allontanarlo, né avvicinarlo. In tal caso quale sarà la nostra tattica? Questo è il soggetto trattato nelle tesi. La differenza fra la prosperità industriale del dopo guerra e le circostanze attuali consiste in ciò, che dopo la guerra gli operai erano pieni d’illusioni, senza un orientamento netto e preciso, essi erano poco coscienti. La borghesia con pochi sacrifici, ha creato per sé un certo equilibrio. Oggi la miseria è di molto aumentata, i partiti comunisti si sono affermati, inoltre nello stesso momento di prosperità, il proletariato si ricorderà delle sofferenze subite e dei sacrifici sopportati.
Quanto al conflitto anglo-americano, bisogna notare che esso non è citato nelle tesi come qualche cosa d’inevitabile e che deve verificarsi a data fissa, ma come illustrazione dell’attuale situazione Internazionale.
Rispondendo a Talheimer ed a Bell, il relatore analizza il contenuto del concetto di equilibrio e di stabilità e conclude che non è né la prosperità né l’impoverimento progressivo, ma l’assenza di equilibrio e di stabilità che costituiscono il fattore di un più profondo spirito rivoluzionario.
La rivoluzione, continua Trotzki, si sviluppa per tre vie: la prima è quella dell’equilibrio sociale in Europa, soprattutto in Inghilterra per la posizione da essa occupata nel mondo; la seconda è data dallo sviluppo febbrile dell’America, sviluppo immenso delle sue industrie che sarà accompagnato da un enorme crisi economica e dalla rivoluzione; la terza dalle colonie, che durante la guerra hanno raggiunto uno sviluppo considerevole ed hanno assunto dell’influenza sui mercati. Le Indie hanno un proletariato arretrato, ma rivoluzionario. In questo paese in cui la classe contadina sta sotto il giogo feudale, la sola speranza delle masse contadine sta nel giovane proletariato indigeno. Il movimento si svolge parallelamente su queste tre vie, con reciproca influenza dell’una sull’altra.
Dopo breve scambio di idee circa la redazione e l’inserzione degli emendamenti proposti da Pogani e la compilazione di un manifesto sulla situazione economica mondiale e la tattica che ne risulta, le tesi vengono approvate e la discussione è chiusa.
La Russia della rivoluzione è in pericolo
Da qualche settimana la canea antibolscevica e menscevica ha trovato nuova materia per la sua campagna di denigrazione contro la rossa Russia: 25 milioni di persone corrono pericolo di morir di fame!
Come corvi si precipitano i pennivendoli borghesi su questo fatto spaventoso, su queste notizie di orrenda profezia, per trarne veleno da inoculare nelle menti dei lavoratori europei, che ancora una volta, come già tante volte nel corso degli ultimi anni, guardano con ansia alla Russia dei Soviety.
La borghesia trionfa. Il giorno della vendetta è giunto! Ciò che non potè fare la controrivoluzione palese e segreta; ciò che non poterono fare gli eserciti di Kolciak, di Denikin e di Wrangel; ciò che non potè fare il giuoco volpino dei diplomatici nè la politica dei cospiratori interni ed esterni; ciò sarà ora operato dalle cieche forze della natura! Come dal vaso di Pandora traboccano le piaghe sul superbo edifizio della repubblica soviettista: siccità, cattivo raccolto, fame; e inoltre ancora il colera, il tifo, un ciclone che distrugge Tasckent e priva di tetto migliaia di persone.
La borghesia gongola. Ma anche gli altri, quei capi di masse operaie che da anni disputano giorno per giorno coi comunisti intorno alla vera via del socialismo, anch’essi si fregano lieti le mani: non erano dunque giuste le loro profezie sulla immancabile catastrofe del regime bolscevico? Essi fanno tesoro della distretta della Russia per dimostrare l’esattezza delle loro teorie e fin d’ora dipingono tutte le possibili prospettive che potranno darsi dopo « la caduta del bolscevismo ».
Anche tra i comunisti sorge la domanda: la crisi della fame non scuoterà tanto le condizioni della Russia, da mettere in pericolo l’esistenza stessa del potere soviettista?
La stampa controrivoluzionaria a una voce sostiene che la soppressione della proprietà privata, e tutta la politica dello Stato soviettista abbiano talmente rovinato la produzione, da esser causa dell’attuale catastrofe.
Noi non abbiamo mai nascosto che le doglie di parto della rivoluzione proletaria e l’annosa guerra civile hanno indebolito il paese, che anche indipendentemente da ciò non aveva solida base produttiva. E’ vero che la superficie coltivata della Russia, che prima della guerra saliva a circa 90 milioni di dessiatine, nel 1920 ammontava soltanto a 61, ed era quindi diminuita di circa un terzo. Ed anche la resa dei raccolti è discesa. Ma la colpa di ciò spetta forse al Governo soviettista ? Dopo la rivoluzione d’ottobre il contadino russo affamato di terra vide esaudito il suo desiderio: mediante la famosa legge del 28 ottobre 1917 egli ottenne la terra, sebbene non come proprietario, ma bensì soltanto come usufruttuario, fino a tanto che egli la coltiva. Ma era impossibile intensificare e razionalizzare l’agricoltura, perchè il paese era in guerra.
Nel 1913 l’industria russa aveva prodotto per circa 6 milioni di pudi (un pud = 16 kg.), di macchine agricole, e altrettante erano state importate dall’estero. Orbene, l’importazione dall’estero è cessata sin dall’inizio della guerra imperialista. Durante la guerra civile le fabbriche della Russia meridionale, che producevano macchine agricole, si trovarono nelle mani delle guardie bianche. E lo stesso deve dirsi del rifornimento dei concimi chimici.
E’ notorio che la crisi alimentare non s’è prodotta in Russia soltanto dopo l’avvento dei bolscevichi al potere, ma che essa era già sensibile sotto Kerenski, anzi ancora sotto gli zar.
La « Gazzetta russa del commercio e dell’industria » scriveva nel N. 119 del 1917 (cioè in un tempo in cui il capitalismo poteva fare e disfare a suo talento): « Durante la guerra i Zemstvos commisero 7935 seminatrici, ma ne ricevettero soltanto 108. Si commisero 119.110 pulitrici e non se ne ricevette una sola. Di 11.110 trebbiatrici commesse, ne furono consegnate, 142. In generale nella primavera del 1917 fu effettuato il 2 per cento delle commesse. Nel corso del secondo anno di guerra l’economia russa dovette restringere la sua richiesta di metalli. Non potè essere conservato dal 50 al 90 per cento dell’inventario agrario.
Fin d’allora persone previdenti, e non soltanto nel campo bolscevico, vedevano dove si sarebbe andati a finire. Il menscevico Valentinof in un opuscolo apparso nell’agosto del 1917, dal titolo « La rivoluzione e il programma agrário dei socialrivoluzionari », scriveva: « Non si tratta soltanto che sia in pericolo lo sviluppo delle forze produttive, anzi noi stiamo addirittura dinanzi al fatto dello sfacelo della economia. Il migliore raccolto può andar perduto per mancanza delle macchine necessarie » (pag. 49). E a pag. 50, Valentinof scrive : « Nel fumo ardente della guerra l’agricoltura va in rovina e ritorna alla tecnica primitiva dell’economia naturale ».
Pertanto fin dal 1917 l’economia e il sistema dei trasporti si trovavano in Russia in pieno sfacelo. Vennero poscia il sabotaggio: la guerra civile, il blocco… Oggi la Russia soviettista si trova nella situazione di un convalescente, che ha sofferto una gravissima malattia: una disgrazia, un mutamento sfavorevole del tempo, e lo stato del convalescente peggiora sensibilmente.
* * *
Non ci passa per il capo, e non sarebbe utile nè al proletariato occidentale nè alla Russia, di negare il fatto di un grande fallimento del raccolto e le possibili conseguenze che ne possono derivare. Negli ultimi anni le città russe hanno sofferto la fame. La completa disorganizzazione dell’economia e dei trasporti, che impedì un regolare scambio tra città e campagna, frappose gravissimi ostacoli alla metodica alimentazione del proletariato russo. Ma la classe lavoratrice russa sapeva, che tendendo tutte le forze le sarebbe riuscito di schiudere le fonti della produzione agricola. La terribile siccità, che ha distrutte il raccolto nelle più fertili regioni della Russia, ha dato un grave colpo alla consistenza dell’economia popolare russa. Perfino la campagna, che sinora avea goduto più sopportabili condizioni di alimentazione, è minacciata dalla fame. La mancanza d’una rete di strade rende straordinariamente difficile trasportare viveri nei distretti minacciati, e contribuisce notevolmente a far si che la carestia abbia assunto così vaste proporzioni. Ma noi abbiamo fiducia che l’energia e la fede dei compagni che sono alla testa della nuova Russia, e la coscienza acquistata in questi quattro anni eroici dalla parte migliore del proletariato è dei contadini di Russia, riusciranno ancora una volta a vincere l’ira della natura, come già tante volte vinsero l’ira degli uomini.
Già il Governo soviettista e tutte le organizzazioni del P. C. russo hanno intrapreso una grandiosa opera di soccorso per alleviare il flagello della fame. Naturalmente la siccità non ha colpito tutto l’immenso territorio agrario. Il Governo soviettista ha tosto cominciato a fare vaste dislocazioni di masse di popolazione dai territori colpiti verso quelli situati più a Nord e non toccati dal fallimento del raccolto. A tal fine occorre evitare il panico della popolazione, che ha per conseguenza una fuga disordinata. Per ottener tale scopo sono abbuonate ai territori colpiti tutte le imposte o prestazioni, e si dà più vasto campo all’acquisto privato di viveri. Già da tutto il resto della Russia si hanno notizie che i lavoratori hanno rinunziato ad una parte dei loro viveri a vantaggio dei milioni di affamati.
E’ in corso anche un’azione internazionale di soccorso mediante le istituzioni della Croce rossa. Tale azione mira sopratutto a provvedere la Russia di medicamenti. Molti uomini politici e dotti russi, rimasti sinora in disparte, hanno accolto l’invito a collaborare mettendosi a disposizione del Governo soviettista. Ma naturalmente tutti questi sono provvedimenti insufficienti, che possono salvare solo una piccola parte degli affamati.
Noi non sappiamo fino a qual punto i provvedimenti presi riusciranno ad assicurare alle città russe il rifornimento dei viveri sia pure nella attuale scarsa misura. In ogni caso, la Russia della rivoluzione, il paese il cui solo nome fa batter più rapido il cuore dei proletari coscienti di tutto il mondo, va incontro a difficoltà e a pericoli gravissimi. Essa finora è passata da una calamità all’altra. Ai giorni terribili dell’invasione tedesca seguirono i vari attacchi concentrici delle guardie bianche controrivoluzionarie, dei Denikin, Kolciak e Wrangel, seguirono le atrocità della guerra civile, la crisi industriale aggravantesi di anno in anno. Ma ad onta di tutto i nostri compagni russi hanno proceduto per la via irta di spine dell’emancipazione proletaria. La catastrofe economica interna sarà accompagnata anche da gravi pericoli di politica estera. La Russia difficilmente potrà adempiere alle consegne cui si era obbligata coi trattati delle concessioni. Già i giornali borghesi hanno annunziato che la Russia si è dichiarata pronta a pagare le penalità contemplate in quei trattati. Forse la notizia è prematura; ma tuttavia non dobbiamo trascurare le enormi difficoltà di politica estera, che possono sorgere dal disastro economico interno. Anche se alla Russia verrà fatto di evitare seri conflitti con gli Stati contraenti, l’impossibilità di fare controprestazioni ritarderà di anni la ricostruzione economica. E a ciò si aggiunge il pericolo che l’odio degli Stati capitalistici e le loro vedute aggressive ricevano nuovo alimento dai torbidi interni provocati dal cattivo raccolto, e possano portare ad un nuovo attacco militare contro la Russia.
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In quest’ora difficile dobbiamo dire alla Russia che abbiamo fiducia nell’abnegazione dei compagni russi e siamo sicuri che essi spiegheranno tutte le loro forze per scongiurare le conseguenze di questa terribile catastrofe naturale, e che, come già tante volte negli anni scorsi, riusciranno ad allontanare il pericolo che minaccia lo Stato soviettista.
Ma non dobbiamo abbandonare gli eroici compagni russi alle sole loro forze.
La Russia deve essere aiutata !
Non però nel modo pensato dal poeta Massimo Gorki allorchè egli si rivolse « agli uomini onesti » e inviò il suo appello ai poeti del nazionalismo. Cosi non si aiuta la Russia. La stampa controrivoluzionaria si vale di tale appello, come già di quello a favore dei dotti russi, come di prezioso materiale di propaganda contro il potere dei Soviety « nemico della civiltà ». Ben a ragione la « Rote Fahne » di Vienna nota che un milite della rivoluzione proletaria avrebbe potuto sapere che gli « uomini onesti » della borghesia non hanno altra mira che quella di far piegare i ginocchi alla Russia soviettista. Già la stampa borghese ha preso occasione dall’appello dettato a Gorki dall’appassionato amore per il popolo russo per gridare al « fallimento del bolscevismo ». Una demagogia senza scrupoli rende responsabile il regime soviettista della fame, della fame in quello stesso paese, in cui questo flagello da secoli ha mietuto numerose vittime quasi ogni anno.
L’appello di Gorki non troverà ascolto.
La stampa borghese risponde con trionfante ironia: « Non abbiamo niente da poter dare: ma se ne avessimo, non ne daremmo ».
Spetta al proletariato europeo di seguire con tutte le forze tese la situazione della Russia pericolante, ed esser pronto ad ogni istante a mettersi di traverso ai rispettivi Governi qualora essi tentassero di profittare della calamità che colpisce così crudelmente i nostri fratelli russi per fare contro di essi opera di carnefici.