Sulla strada di sempre
Categorie: Party Doctrine
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- Inglese: On the Same Road as Always (2024)
- Francese: Sur le chemin de toujours
- Italiano: Sulla strada di sempre
- serbo-croata: Na istom putu kao i uvijek
2024
La più che secolare vicenda storica della nostra corrente politica ha conosciuto momenti di difficoltà interna in cui la chiarezza del nostro indirizzo è stata in parte offuscata dall’emergere di atteggiamenti dissonanti con le nostre tesi politiche, la nostra dottrina e la nostra tradizione pratica tramandata da generazioni di compagni. Tali tendenze, le quali dapprima si manifestano in modo dissimulato e in seguito sempre più conclamato, sono state il più delle volte il frutto dell’operare di una frazione costituitasi attorno al centro operativo del partito: per questo motivo già in altra occasione parlammo di “frazionismo dall’alto”.
Dobbiamo ammettere che un momento di difficoltà sia stato vissuto di recente dal nostro partito e che il suo esito sia stata una spaccatura impostaci come unica alternativa a un atto di sottomissione all’opportunismo personalistico che si era imposto all’interno dell’organizzazione. Ancora una volta dobbiamo prendere atto che con una certa ricorrenza momenti di debolezza della nostra parte politica si presentano con caratteri simili, come se periodicamente l’orologio della storia non potesse fare a meno di fare risuonare il cucù dell’opportunismo e del conformismo ideologico.
Tali crisi, per quanto dolorose, sono state e saranno almeno in parte inevitabili, fino a quando il dominio del regime del capitale non sarà ovunque rovesciato per via rivoluzionaria dalla classe dei proletari. Questi fenomeni di incipiente degenerazione interna sono, infatti, la naturale conseguenza dell’influsso che il veleno ideologico borghese riesce ancora a insinuare nelle nostre fila in questi durante i tempi di prolungata e cupa controrivoluzione. Certo noi ci siamo sempre organicamente riproposti di creare tra le fila del nel nostro partito un ambiente ferocemente antiborghese, un gruppo compatto di comunisti uniti nella lotta per al fine di fare valere gli interessi immediati e storici del proletariato. Ma siamo anche consapevoli della difficoltà che trova ad affermarsi nella pratica, una rappresentazione teorica che debba scontrarsi con una realtà presente ostile.
Nel partito comunista, che noi ci ostiniamo a considerare la prefigurazione della società futura, il militante trova un ambiente nel quale è non solo una aspirazione, ma una condizione imprescindibile che i compagni applichino quella che chiamiamo “fraterna considerazione”; il che significa che nel partito si dice solo la verità, che ai compagni si attribuiscono solo intenti costruttivi e sinceri, senza retropensieri, per non parlare di secondi fini o lotte per il potere. A queste condizioni il partito è forte, indistruttibile; ma, se per qualche ragione, questo atteggiamento si indebolisce e rischia di perdersi, è compito dell’intero partito impegnarsi a ritrovare la giusta armonia ed equilibrio. Queste debolezze possono a volte sorgere all’interno del centro stesso del partito provocando quei danni che alla lunga minano la vita interna della nostra organizzazione. Si parva licet, questo è quanto accadde in Russia negli anni venti, e che accadde a questa compagine nel 1973: si tratta di frazionismo dall’alto, e le conseguenze sono sempre gravi. Così è stato anche questa volta.
In un testo di qualche decennio fa riferendoci a una crisi che aveva attraversato il nostro partito con gravi conseguenze, scrivemmo: “Affermiamo che il massimo rendimento nell’utilizzo di tutte le forze del partito risiede nei metodi unitari di lavoro poggianti sulla “fraterna solidarietà e considerazione fra compagni”, relegando quindi e finalmente nel museo della preistoria, anche dell’organizzazione proletaria, i metodi oggi distruttivi, che solo per immaturità storica del nostro movimento dovettero avere in essa dei precedenti, del “combattimento” fra compagni e fra frazioni con tutto l’armamentario fatto di democrazia, confronti numerici, ma anche esagerazioni e forzature polemiche, fino la frazione di sinistra dover sopportare attacchi personali, calunnie, pettegolezzi, manovre fra personaggi più in vista, manipolazioni di adulate basi”.
Le ragioni del comunismo sono più forti di ogni tentativo di affossamento, fosse anche quello di chi accetta di fare passare per ridicola la nostra critica scientifica alla merce, al lavoro salariato, all’economia politica e, dunque, allo Stato politico di cui abbiamo dissacrato l’idolo scansando il velo che copre la nuda essenza di violenza organizzata della classe dominante sulla classe dominata. Anche il nostro programma per realizzarsi avrà bisogno della violenza e della dittatura rivoluzionarie della classe proletaria. Ma nella misura in cui la società di transizione recherà ancora visibili le fattezze del vecchio mondo; non sarà certo un insensato culto della violenza la fonte d’ispirazione di modelli di comportamento. D’altronde se a noi marxisti è alieno sia l’essere autoritari che libertari per principio, affermiamo con certezza che, trascorso il tempo della dittatura del proletariato, non potrà sussistere alcuna autorità politica.
Consapevoli dunque di quel che si cela dietro lo spaventapasseri dell’autorità per l’autorità, sappiamo che il migliore antidoto a ogni sbandamento personalistico sarà un partito comunista organizzato sulla base dell’autentico centralismo organico: in esso la disciplina che farà marciare uniti e composti i ranghi della nostra compagine, sarà il frutto della passione comunista e del senso di responsabilità di ciascun compagno la cui consapevolezza e le cui certezze cresceranno nel partito, rendendo superflui i rituali richiami all’ordine da parte dell’aspirante caporale di giornata e superando il ridicolo ricorso a provvedimenti disciplinari.
Le deviazioni dal tracciato del centralismo organico si presentano sempre a seguito di differenti proposte sul piano tattico, dove più difficile è trovare una soluzione univoca: difficile, ma non impossibile. La nostra storia, i nostri testi, da Marx in poi, hanno già tutte le risposte, basta lavorare a cercarle. Questo è l’insegnamento dei nostri maestri. Quando invece si pretende che la giusta risposta venga da un interprete massimo e indiscutibile della dottrina e che l’organizzazione si adegui alle sue direttive in base al semplice e caporalesco, richiamo alla disciplina, siamo fuori dalla Sinistra, siamo a Stalin.
I comunisti hanno brama di lottare e sanno imporsi tutta la disciplina che il Partito richiede nell’affrontare un nemico di classe violento e feroce. Ma il mondo che vogliono, e che immancabilmente verrà, sarà senza classi e senza autorità politica. Di questo futuro luminoso i comunisti vogliono essere, in qualche misura partecipi, qui e ora; tale futuro, d’altronde, già agisce fra le macerie del mondo borghese che va morendo perché deve morire. La possibilità di sperimentare una rinnovata comunità organica e armonica viene ora offerta alla milizia nelle file del suo Partito, il Partito Comunista Internazionale che si ritrova ancor oggi sulla strada di sempre.
1974
Da Il Partito Comunista n.1, settembre 1974.
La testata il partito comunista e la rete organizzata di militanti che si raccoglie e che si raccoglierà intorno ad essa sono il frutto di una selezione operatasi nel corso della «dura opera di ricostituzione della teoria e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco», che la Sinistra comunista d’Italia ha intrapreso dopo il crollo nel 1926 dell’Internazionale Comunista, preda dello stalinismo e della deforme teoria del “socialismo in un solo paese”.
La storia della ricostituzione reale del partito rivoluzionario di classe non può non essere contrassegnata da queste periodiche selezioni che esprimono in campo organizzativo il chiarimento, la messa a punto o semplicemente il porsi all’ordine del giorno di grandi problemi di teoria, di programma, di tattica, di metodo di lavoro interno e di organizzazione che la realtà stessa e non la volontà di uomini porta il partito ad affrontare, a dover ribadire e precisare.
La Sinistra comunista d’Italia dopo il 1926 riprese il cammino di restaurazione del partito, prima di tutto riaffermando in tutta la loro portata quei dati che erano stati alla base della vittoria di Russia e della costituzione della Terza Internazionale al suo secondo Congresso nel 1920. Necessità assoluta del partito politico di classe, organizzato alla scala mondiale, in maniera centralizzata e non federalistica, e fondato sulla teoria e la dottrina marxista considerate invarianti; necessità della rivoluzione violenta e della dittatura del proletariato, diretta in prima persona dal partito di classe; riaffermazione, contro lo stalinismo imperante, della tesi, ben viva al tempo di Lenin, che il proletariato vittorioso in un paese deve subordinare tutti i suoi sforzi alla vittoria proletaria mondiale: di conseguenza la gerarchia del partito comunista mondiale deve essere Internazionale comunista – Partito al potere – Stato proletario.
Riaffermando queste posizioni chiave la Sinistra doveva necessariamente marciare contro lo stalinismo, separata da tutte quelle posizioni e raggruppamenti che, dal crollo dell’Internazionale, avevano tratta la lezione contro la necessità del partito centralizzato e dello stato dittatoriale a partito unico, posizioni e raggruppamenti “antistalinisti” che si ricongiungevano di fatto alle posizioni kapedeiste, già battute al secondo Congresso.
Altra, determinante posizione della Sinistra d’Italia fu che le cause della degenerazione dell’Internazionale andavano ricercate non solo nella serie di eventi oggettivi sfavorevoli che avevano contrassegnato il cammino del proletariato rivoluzionario nell’arco 1917-1926, ma in una serie di debolezze soggettive, ascrivibili a gravi lacune nel processo di formazione dell’Internazionale stessa e dei partiti aderenti, processo che la necessità della battaglia immediata aveva reso imperfetto: una mancata elaborazione e sistemazione del campo della tattica, pari a quella magistrale che si era avuta per opera dei bolscevichi nel campo della restaurazione teorica e programmatica; in una non corretta pratica organizzativa fin dal quarto Congresso, da noi denunciata come pericolosa e foriera di disgregazione (fusioni, noyautage, partiti simpatizzanti ecc.); infine in un non corretto metodo di funzionamento e di lavoro interno che cominciò a farsi strada almeno dalla risoluzione del problema tedesco del 1923 e diventò predominante nell’Internazionale sotto il termine aberrante di “bolscevizzazione”.
Le lezioni della tragedia storica andavano tratte, per la Sinistra, facendo un bilancio critico di tutta l’opera dell’Internazionale dal 1920 al 1926, bilancio, del resto, già contenuto nelle nostre Tesi di Lione al terzo Congresso del P.C.I..
Questa impostazione della questione provocò necessariamente un’altra separazione di strade storiche: quella fra la nostra corrente e quelle di Trotski e dell’Opposizione di Sinistra russa, che questo bilancio rifiutava, per ragioni materiali e non certo per mancanza di volontà.
Nel 1945, giunto materialmente a compimento il processo del passaggio nel campo controrivoluzionario della Russia e dei partiti stalinizzati, si pose all’ordine del giorno la ricostituzione del partito comunista rivoluzionario sulle basi suddette. Ormai la nostra strada e quella della “Internazionale” trotskista o dei ritornati allo spontaneismo divergevano su tutti i punti ed irreversibilmente. A base della ricostituzione organizzativa non poté dunque essere posto il generico antistalinismo di vari raggruppamenti. Fu posta invece, con la Piattaforma Politica del 1945, l’esperienza storica elaborata dalla Sinistra italiana e su questa strada si cominciò la “dura opera” con il quindicinale Battaglia Comunista e la rivista Prometeo.
L’epoca aperta dal secondo dopoguerra dettò al partito la necessità di risolvere diversi problemi reali, di prospettiva e di tattica. Il punto cruciale di questo mastodontico lavoro, condotto dal 1945 al 1952, furono le Tesi Caratteristiche del partito, del 1952, che costituirono la base per l’adesione al partito. Coloro che non accettarono in blocco le Tesi Caratteristiche si trovarono automaticamente fuori dell’organizzazione. Nessuno ebbe a cacciarli: da soli se ne andarono non condividendo i risultati a cui era giunto il lavoro del partito nei diversi campi. Poterono, secondo le parole delle nostre Tesi del 1965, prendere “qualunque altra strada che dalla nostra diverga”. La presero, e la stanno seguendo, a quanta distanza dal partito non ci importa stabilire.
La situazione stessa del crescere e del solidificarsi dell’organizzazione di partito, intorno al quindicinale Il Programma Comunista ed anche alla scala internazionale, pur permanendo una situazione morta ed amorfa dal punto di vista della crisi rivoluzionaria, pose all’ordine del giorno nel 1964 la necessità di affrontare i problemi relativi ai compiti perenni del partito ed al modulo di funzionamento interno della organizzazione. Ancora una volta la situazione, non la volontà di Tizio o di Caio, fecero venire in primo piano problemi che, già contenuti in cento nostre enunciazioni databili fin dal 1920, dovevano ora trovare una sistemazione definitiva: i problemi dell’organizzazione del partito ricostituito, seppure come ridotta rete. Si procedette a questa necessità secondo il nostro metodo che non conta le opinioni dei singoli o dei gruppi, ma ricerca nel passato e nel futuro la risposta ai problemi dell’oggi e del domani. Furono, dal 1964 al 1966, allineati, con metodo marxista, le esperienze e i bilanci della vita organizzata del partito comunista mondiale dal 1848 al 1926, rimettendo al loro posto i vari fattori che definiscono l’essere del partito comunista, teoria, programma, tattica ed organizzazione. E da queste esperienze furono tratte conclusioni oggettive e definitive riassunte nei corpi di Tesi 1964-1966, che sono anche esse da accettare o da rigettare in blocco, perché costituiscono non il frutto del parere opinabile di qualcuno, grande capo o gregario, ma un risultato di tutto il modo di vedere della Sinistra nell’arco di cinquanta anni.
Posta sul cammino della ricostituzione del partito quest’altra pietra miliare, secondari ed in un certo senso indifferenti ne furono i riflessi organizzativi. Alcuni, molti o pochi, se ne andarono. Erano anch’essi liberi di prendere qualsiasi altra strada diversa dalla nostra. Non avevamo da prendere nessun provvedimento né per spingerli fuori, né per trattenerli dentro. Le nostre strade divergevano e divergono, e la divergenza è rappresentata da un blocco monolitico di tesi ed enunciazioni che sono quelle tipiche della Sinistra.
Nelle Tesi del 1964-1966, e nella storia reale del partito che abbiamo tratteggiato e che esse riassumono, è contenuta una descrizione della dinamica organica del partito che si può riassumere in questi termini:
«Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito. Nemmeno dopo avvenuta la conquista del potere possiamo concepire la iscrizione forzata nelle nostre file; è perciò che restano fuori dalla giusta accezione del centralismo organico le compressioni terroristiche nel campo disciplinare, che non possono non copiare il loro stesso vocabolario da abusate forme costituzionali borghesi, come la facoltà del potere esecutivo di sciogliere e di ricomporre le formazioni elettive – tutte forme che da molto tempo si considerano superate non diremo per lo stesso partito proletario, ma perfino per lo Stato rivoluzionario e temporaneo del proletariato».
È sempre, dunque, per Marx, per Lenin e per la Sinistra, il lavoro di scolpimento dei cardini teorici, programmatici, tattici del partito che può portare come conseguenza a lacerazioni e scissioni dell’organizzazione. Quando la scissione avviene su questa base essa è il risultato del delinearsi di posizioni politiche divergenti ed è fatto naturale, organico, storicamente positivo. Ma nella concezione del centralismo organico, cioè in una concezione correttamente marxista della dinamica interna del partito, la compressione organizzativa non può essere ritenuta un metodo per risolvere problemi e divergenze interne senza che questo metodo non arrivi pian piano a snaturare la stessa concezione del partito. Tanto le Tesi sanciscono senza esitazioni come risultato dell’esperienza storica.
Dal 1970 al 1973 la storia ha posto all’ordine del giorno del partito diversi problemi. Secondo il nostro classico metodo si doveva procedere alla ricerca oggettiva e razionale della soluzione, dal che soltanto poteva scaturire o l’accordo unanime di tutta l’organizzazione o il delinearsi netto di opposte posizioni e di conseguenza la spontanea, naturale ed organica separazione organizzativa. Tutta una serie di ragioni materiali hanno impedito che il metodo rivendicato da sempre e codificato nel 1965 fosse praticamente applicato alla risoluzione di questi problemi reali. Si è usato il metodo opposto, riportando all’interno dell’organizzazione i metodi della lotta politica, del terrorismo ideologico, della pressione organizzativa verso militanti i quali si dichiaravano assolutamente d’accordo sul blocco di posizioni fondamentali del partito ed accettavano nella maniera più assoluta la disciplina esecutiva nell’organizzazione. L’uso di questi metodi ha fatto sì che la selezione che dà ora vita alla testata Il partito comunista si sia manifestata, per la prima volta nella storia del partito, non come un’uscita volontaria di militanti in disaccordo su qualche fondamentale posizione, ma come espulsione d’ufficio di chi dichiara di accettare tutto intero il patrimonio teorico, programmatico, tattico della Sinistra Comunista.
L’uso di questi metodi contravviene praticamente alle tesi del partito sul centralismo organico, il che significa che contravviene, dato che queste tesi non sono un lusso teorico, all’unico metodo che la storia ha selezionato per costruire in pratica la forte e compatta organizzazione rivoluzionaria di cui il proletariato ha bisogno per la sua emancipazione. Con questi metodi non si costruisce il partito – è l’esperienza storica che lo insegna con sanguinose lezioni – anzi si apre il partito ad ulteriori deviazioni anche nel campo programmatico e tattico, venendogli meno una delle principali “garanzie” di mantenere la giusta rotta: il metodo di lavoro interno, terza direzione in cui la Sinistra denunciò il risorgere dell’opportunismo nell’Internazionale di Mosca.
Non la nostra volontà, ma i fatti materiali tracciano a questo punto la nostra rotta: difesa aperta ed integrale delle posizioni classiche di sempre della Sinistra come le sole sulle quali possa ritessersi la rete organizzata del partito di classe compatto e potente. Costretti a prendere atto dell’esistenza di due organizzazioni, che non abbiamo voluta né provocata, non abbiamo da scrivere sulla nostra bandiera nient’altro che la completa adesione e fedeltà alla tradizione di Marx, di Lenin, della Sinistra Comunista, codificata nei corpi di tesi che si chiamano: Tesi di Roma, Tesi di Lione, Tesi caratteristiche del 1952, Tesi sul centralismo organico del 1964-66. E da rivendicare che solo su quelle basi intangibili ed immodificabili è nato, si è sviluppato e deve vivere e potenziarsi il Partito Comunista Internazionale.