Il campione della lotta contro la guerra e della rivoluzione proletaria
Il 14 luglio un laconico telegramma da Torino ci avvertiva che Mario Acquaviva era stato colpito gravemente a Casale. Lo stesso giorno, l’edizione torinese dell’Avanti! recava: «Casale, 13 luglio. Si è diffusa ieri improvvisamente la grave notizia di un altro efferato delitto compiuto da sconosciuti a Casale, notizia che ha prodotto in tutta la cittadinanza la più viva emozione: il rag. Mario Acquaviva è stato assassinato con sei colpi di rivoltella. Pur non militando nelle nostre file egli aveva diviso con noi tormenti e persecuzioni durante 22 anni di dominazione fascista e aveva subito dal Tribunale Speciale una condanna a otto anni interamente scontata per non aver voluto firmare una domanda di grazia. Apparteneva ai comunisti dissidenti, rimasti fedeli alla concezione sostenuta al Congresso di Livorno, ma era da tutti gli astigiani, senza distinzione di partito, stimato per la sua dirittura morale e politica».
I fatti si erano svolti così, Mario Acquaviva rientrava poco dopo le 18 dalla Società Prodotti Chimici Tazzetti (di cui era direttore), quando era avvicinato da un giovane in bicicletta che gli sparava a bruciapelo sei colpi di rivoltella, di cui tre lo colpivano l’addome, e si dileguava poi rapidamente gridando: «È un fascista! È un fascista!» Immediatamente riconosciuto dagli accorsi, il ferito veniva portato alla vicina stazione e di qui all’ospedale, dove i medici riscontravano immediatamente la gravità del caso: gli organi vitali erano stati colpiti e un solo filo di speranza restava, quello della resistenza eccezionale della Sua fibra.
Purtroppo, nel corso della serata questa speranza dileguava. Rimasto cosciente e ammirevolmente sereno fino all’ultimo, Mario Acquaviva potè rivedere per l’ultima volta la moglie accorsa da Asti, qualche amico, ripetere ai presenti: «Ecco di che cosa son capaci i centristi! dire ai compagni: Lavorate, è il momento!», rispondere al medico che gli faceva coraggio: «Coraggio ce ne vuole per vivere, non per morire!», pregare la moglie di consegnarci un pacco di documenti, e chiudere serenamente gli occhi.
La notizia, diffusasi rapidamente a Casale e ad Asti (dove Mario Acquaviva abitava da molti anni), destò enorme impressione. Il Compagno era conosciuto da tutti come il Combattente senza macchia e senza paura, come l’Uomo che aveva subito senza piegare le persecuzioni fasciste, e che non aveva mai esitate, in nessuna occasione, ad affermare a fronte alta le sue idee: gli operai lo conoscevano come quegli che aveva fatto sua fin da giovane la loro causa: gli avversari politici non potevano nascondere una profonda ammirazione per la sua natura adamantina di lottatore.
Le indagini, iniziate dalla polizia di Casale Monferrato, non approdavano tuttavia a nulla, per quanto, sia a Casale che ad Asti, si polarizzassero soprattutto sull’ambiente del Partito Comunista Italiano. L’assassino (che era assistito da un altro sconosciuto) si era dileguato senza lasciar traccia: ma si sapeva che, come aveva già documentato il 6 luglio il nostro giornale, Mario Acquaviva era stato impedito di parlare nella zona di Valenza e minacciato di gravi rappresaglie qualora continuasse la sua attività e che, essendo stato sollecitato poco dopo a rientrare nel partito centrista, come uno degli dementi più capaci e più onesti (come si vede, noi siamo per il P.C.I., a seconda della convenienza, delle canaglie fasciste o dei puri!), e avendo rifiutato energicamente di prestarsi al gioco, due dirigenti della Sezione del P. C. I. di Casale Monferrato, Scamuzzi e Navazzotti, gli avevano ricordato come il Partito abbia suoi tribunali segreti e che le loro sentenze sono senza appello al che Mario Acquaviva aveva risposto, sorridendo e scrollando le spalle: «Così avrete una buona occasione: di dire che aveste ammazzato un fascista». Si sapeva anche, ad Asti, che un anno prima la Federazione astigiana del P. C. I. aveva diffuso nelle fabbriche e negli ambienti operai un volantino in cui si denunciava pubblicamente l’intensa attività internazionalista svolta da Acquaviva e, nel contempo, lo si accusava d’essere una spia al soldo dei nazifascisti, non trascurando, nel finale del ripugnante libello, la solita minaccia di morte. Né si ignorava che le stesse accuse, le stesse calunnie, le stesse minacce erano state periodicamente lanciate in diverse occasioni contro il nostro Partito e contro i suoi uomini migliori. La responsabilità era chiara; e andava molto oltre le responsabilità specifiche dell’esecutore, investendo i metodi di lotta di tutto un Partito.
E tuttavia, le indagini si sono disperse, e una specie di congiura del silenzio si è creata nei giornali della «coalizione democratica» su uno dei più foschi e nello stesso tempo scoperti delitti della reazione antiproletaria. La stampa borghese o pseudo-operaia, che versa fumi di lacrime sugli episodi di violenza scatenata da masse in tumulto contro fascisti protetti e coccolati dalla «giustizia», ha relegato in secondo piano (o, fuori del Piemonte, ha addirittura taciuto) l’assassinio di un Combattente comunista, di quello che un oratore socialista commemorava come il «Cavaliere dell’onestà». E si tollerava in sede di riunione del C.L.N. di Asti che intervenisse nella commemorazione, con alte parole di elogio, proprio l’avv. Platone, uno dei dirigenti di quella Federazione astigiana del P.C.I. alla quale (come fece rilevare in un’appassionata protesta la vedova di Mario Acquaviva) risale l’ingiurioso libello cui abbiamo accennato; quello stesso Platone che, in un articolo pubblicato nell’aprile 1945 sulla rivista di Togliatti «Rinascita» riunendo sotto il nome generico di trotzkisti tutti i comunisti non ligi alla politica del centrismo, risolveva il problema di questi movimenti dissidenti, «più apparentati con la malavita che con la politica e nei quali si fondono vecchi e nuovi trotzkisti, tenitori di tabarins e di bische clandestine, speculatori del mercato nero ed eroi del brigantaggio notturno», in un «problema di polizia». Intanto, all’ora dei funerali di Mario Acquaviva, gli operai di Asti sospendevano per 10 minuti il lavoro: lo sospendevano per l’Uomo in cui dirigenti della Federazione Astigiana del P.C.I. e i responsabili massimi del Partito avevano additato pubblicamente una «spia fascista», un «agente provocatore», un «emissario della Ghestapo». E, nello spazio di pochi giorni, la cosa, in omaggio alla santa alleanza di tutti i partiti antifascisti, sarà archiviata. Un comunista di meno, dopo tutto!
L’uomo, il capo
Nato quarantacinque anni fa ad Acquapendente da antica famiglia napoletana, Mario Acquaviva era entrato nella Federazione giovanile comunista a Livorno. Dotato di un temperamento ardente, volitivo, appassionato e, nello stesso tempo, di un’intelligenza lucida e precisa, Egli aveva subito rivelato quelle qualità di condottiero che dovevano, passato nei ranghi del Partito, dargli in mano le leve di comando della Federazione di Asti. E s’era gettato a capofitto nella lotta, com’era nel suo temperamento, proprio nel periodo della diserzione in massa, quando, sotto i colpi della reazione fascista, i quadri ancora giovani del Partito minacciavano di cedere all’urto. Facendo leva su pochissimi elementi giovani che lo coadiuvarono volonterosamente, con un tenace e minuto lavoro propagandistico fra la massa operaia e contadina, Egli riusci a creare nell’Astigiano una Federazione agguerrita, organizzata, efficiente; e ne fu, per riconoscimento generale, il capo, ma occorre subito dire che, per lui, essere capo significava essere il più attivo, il più all’avanguardia, il più pronto ad affrontare il rischio.
Arrestato con altri compagni nel 1926 e condannato dal Tribunale Speciale a otto anni di detenzione, ne passò sei in diverse galere (Avellino, Finalborgo, Saluzzo, ecc.) uscendone solo con l’amnistia del decennale , e distinguendosi in tutta questa odissea per l’incrollabile fermezza d’animo e la costante serenità morale. Erano gli anni che Mario Acquaviva amava ricordare come quelli della sua definitiva maturazione ideologica e della sua netta presa di posizione contro la degenerazione centrista, gli anni in cui, non assillato dal lavoro quotidiano di organizzazione, aveva potuto orientarsi sulla politica nazionale e internazionale del Partito e, lui ch’era stato ferreamente ligio alla disciplina nelle prime lotte sostenute dal centro contro la sinistra, optare proprio per questa. La Frazione, dispersa dall’ondata reazionaria nelle galere e nei confini, vi, gettava il suo seme, e Mario Acquaviva rientrava nella vita sociale più agguerrito, deciso a non transigere neanche a costo di rimanere solo.
Ma non rimase solo. Battagliero, intransigente, incapace di manovre e di compromessi, cominciò un paziente lavoro di diffusione delle sue idee e di chiarificazione ideologica nel clima avvelenato del fronte-popolarismo e venne così, a poco a poco, costituendo un piccolo nucleo di compagni preparati, saldi e decisi, attendendo con l’abituale serenità e con la sua tipica sicurezza interiore che il cerchio dell’isolamento si rompesse, e il suo manipolo si saldasse a quelli che, Egli non ne dubitava, si sarebbero formati altrove.
E venne, nel gennaio del 43, il primo contatto con noi: contatto pieno e totale, che non richiese preamboli e si risolse nella completa adesione al Partito. Da allora, la storia sua si è confusa con quella del Partito: chiamato immediatamente a far parte del Comitato Centrale, nominato segretario regionale per il Piemonte, Egli è da allora l’anima non solo della Federazione astigiana e della Sezione casalese, ma di tutto il movimento nel Piemonte e, in generale, dell’Alta Italia. Arrestato in periodo repubblicano con altri esponenti dell’antifascismo locale e, come questi, rilasciato, fu, dall’ottobre del 44 al 25 aprile 45, costretto a darsi alla macchia perché nuovamente ricercato, ma continuò la sua fervida attività di propagandista di animatore nel Piemonte e di membro della direzione del Partito, viaggiando instancabile fra Torino, Asti, Casale, Milano, Piombino e portando dovunque l’inestimabile contributo della sua energia di lottatore e della sua chiarezza ideologica. È caduto mentre stava raccogliendo i frutti del suo tenace e intelligente lavoro, mentre si svolgeva quel processo di sbloccamento delle forze proletarie verso la Sinistra, ch’egli aveva atteso e preparato. Era, per la nuova reazione centrista, un avversario pericoloso, un concorrente difficile da battere sul terreno della lotta politica aperta, uno di quegli uomini che non conoscono il compromesso e non temono la minaccia. È caduto mentre, con la saldatura del nostro movimento nel nord e nel sud, con l’afflusso di elementi della Frazione all’estero, con lo spostamento sempre più forte degli strati d’avanguardia della classe operaia verso di noi, il Partito usciva dal chiuso dei duri anni della lotta su due fronti e vedeva nuovi orizzonti aprirglisi dinnanzi. È caduto perché era, in tutte le sue fibre, un rivoluzionario.
Ci sono uomini che si possono scomporre nei loro elementi per analizzarne pregi e difetti, virtù ed errori: non “Paolo” (come noi chiamavamo abitualmente Mario Acquaviva). Paolo era tutto d’un pezzo, da prendere o da rigettare in blocco, da amare o da temere, inattaccabile. Era, dietro la corazza esteriore di una grande, severa rigidezza, semplice limpido come un fanciullo, aperto come un libro. Era facile leggere nell’anima di Paolo.
Ci sono uomini – la quasi totalità degli uomini – che il tempo modifica, che la lotta sfianca, che il successo deforma. Paolo, noi lo ricordiamo l’ultima volta che l’abbiamo visto come la prima, uguale a se stesso, ora burbero severo ora espansivo, come fuori del tempo. Paolo era il Partito.
Chi l’ha mai visto stanco, sfiduciato, perplesso? Non conosceva le crisi periodiche dell’uomo comune, le incertezze del debole o del malato, la pigra acquiescenza del vile, di quel tanto di vile di acquiescente ch’è in ciascuno di noi: o almeno non le rivelava, tanta era la forza che veniva da lui e che imponeva a se stesso ed agli altri. Era nato, lui così semplice, per dominare.
Eppure, dietro la scorza dura di quest’uomo tutto vibrante di energia e di volontà di azione, c’era una sensibilità delicata, un’enorme capacità di affetto. La scorza se l’era creata lui, se l’era formata in lunghi durissimi anni di lotta, da quella perenne minaccia, da quella debolezza, che sono i sentimenti. Era duro per eccesso di bontà: per questo imponeva. Pochi come lui hanno saputo ottenere dagli altri quello che desideravano, solo perché chiedevano prima di tutto a se stessi. Non l’abbiamo mai sentito lamentarsi se non per ischerzo, lui che accettava qualunque missione, che era sempre dovunque era necessario che fosse. Incuteva qualcosa simile alla paura, Paolo, ed era soltanto rispetto, un enorme rispetto per la sua dirittura morale, per la sua incapacità di seguire le vie di mezzo, per la sua ripugnanza al compromesso. Si accettavano le sue sfuriate perché non lo si vedeva mai soddisfatto neppure di sé; si arrossiva di chiedere qualcosa perché si sapeva che per sé non avrebbe mai chiesto nulla.
Questo era il fascino di Paolo: assoluta semplicità, un disinteresse spontaneo, una vitalità incoercibile. E ci voleva proprio la bestialità dell’avversario per lanciare contro di lui l’arma spuntata della calunnia. Solo il piombo poteva ferirlo.
Quante volte abbiamo sentito ricorrere nelle parole di quest’uomo che parlava così poco di sé la parola morte. Era come una sfida, uno scherzo buttato là senz’intenzione. Sapeva che, nel giuoco del suo destino, la posta era quella. Non v’era compromesso possibile, per lui, neanche con le forze che reggono il destino dell’uomo. E, senza spavalderia come incertezza, pronto a rischiare il necessario, irruente e lucido ad un tempo, si è gettato contro la morte. Era un raro impasto di lucidità e impeto, di passionalità e di di freddezza, di prudenza e di audacia. Non ha mai rischiato a vuoto, ma ha rischiato.
A guardarlo così, c’è veramente una grandezza eroica, in quest’uomo semplice e modesto, attaccato alla sua piccola zona, troppo piccola per le sue inestinguibili riserve d’energia e d’intelligenza, privo d’ambizioni personali, più affezionato all’umile e paziente lavoro di base che al lavoro direttivo di membro del C.C.: in quet’uomo che sa di rischiare, rimanendo nei luoghi che hanno visto il crescere rapido della sua opera, ma vi rimane; che prevede la vendetta, ma l’affronta. Era incapace di diserzione, Paolo.
A noi che gli siamo stati vicini in questi anni di faticosa vigilia pare, ancor oggi, possibile che una mano assassina ce l’abbia strappato. Quando discutiamo lo vediamo fra noi, sentiamo la sua voce; quando lavoriamo la sua parola ci aiuta e ci guida. Ma c’è un grande vuoto fra noi, un incolmabile vuoto. Possa il suo ricordo aiutarci a colmarlo lavorando, lavorando, lavorando, come ci ha raccomandato lui prima di chiudere gli occhi su un mondo che voleva migliore.
Sia questa, compagni, la nostra divisa, la nostra unica ragione di conforto.
Il compagno Riccardo Salvador, quello stesso che l’Unità del 13 u.s. accusava di aver provocato l’eccidio di Schio, aggiungendo all’accusa e alla delazione la calunnia, ci scrive questa lettera che, per noi, chiude definitivamente un’altra losca pagina della malafede centrista.
Cari compagni,
Mi trovavo a Vicenza nella Camera del Lavoro, quando appresi dall’Unità che uno dei principali responsabili dell’eccidio ero io in persona. È stata così grossa la vergognosa accusa che non riuscivo a capacitarmi come questo animale che si chiama uomo, e per giunta comunista, potesse giungere fino a questo punto.
Tornato in serata a Schio, mi presentai alla Tenenza dei Carabinieri col giornale in mano, per mettermi a loro disposizione. Il maresciallo di servizio mi rispose che sul mio conto non c’era nessuna accusa e che potevo tornarmene a casa. Il mattino seguente mi presentai al governatore inglese col giornale, ripetendo quanto avevo detto ai carabinieri. Il governatore lesse attentamente l’articolo; lo tradusse in inglese, notò la dissonanza tra la prima e la seconda parte dell’articolo e poi mi chiese perché mi si accusava così apertamente. Gli spiegai che si tentava di colpire il sottoscritto non tanto per la mia persona, quanto per mettere in cattiva luce un movimento politico che per la sua intransigenza, e dirittura politica e morale, li poneva sempre più in imbarazzo di fronte al popolo italiano. E poi con l’intenzione di addossare a questo movimento un eccidio che politicamente è deplorevole. Gli feci inoltre osservare che il giornalista, per meglio giocare il colpo, mi ha calunniato sul mio passato politico e gli spiegai quanto aveva detto di falso nei miei confronti. Il governatore, finito il colloquio, mi rilasciò una lettera da consegnare a mano al cap. Baker (capo della Polizia alleata di Vicenza) il quale mi fece due o tre domande per dirmi soltanto che questa faccenda non sta a loro risolverla, ma alle autorità italiane.
Ritornato a casa, scrissi una Lettera Aperta al comunista Vito Pandolfi, che troverete qui acclusa, per farla pubblicare in qualche giornale locale, ma, visto che perdevo il mio tempo inutilmente, pensai, col permesso dello stesso governatore di Schio, di farla stampare in un manifesto per Schio e dintorni. E così ho fatto… Vi dirò che il Sindaco comunista di Schio, uno dei pochi onesti, venuto a conoscenza del manifesto, mi mandò a chiamare per dirmi il suo disgusto e pregarmi di sospendere l’affissione del manifesto, perché ne aveva mandato a mezzo dell’avvocato Vezzani (o Vezzolin, non ricordo bene) una copia all’Unità per una smentita. Perciò mi pregava, per non rovinare la reputazione del partito di Schio, di attendere qualche giorno. Mi riservai di dargli una risposta in giornata e, mentre vi scrivo queste righe, ho deciso che prima di sera lo farò affiggere. Primo, perché il fatto è avvenuto a Schio; secondo, perché la pugnalata è partita da Schio; terzo, perché a Schio sono conosciuto e non posso aspettare a mettere alla gogna dei delinquenti che non ci hanno pensato su due volte per colpirmi in una maniera così vergognosa,
Nell’articolo “Si fa luce sull’eccidio di Schio” voi avete pubblicato sul giornale Unità del 12 corrente un’accusa di provocazione da parte di un sedicente Partito Comunista Internazionalista, il cui principale propagandista dovrebbe essere un certo Salvatori.
Vi dico esplicitamente che non spendo una sola parola per difendermi da una calunnia così infame e stupida al tempo stesso. Credo che le indagini su questo eccidio non si faranno fuorviare da tale losca manovra. Voglio piuttosto mettere in luce la vostra malafede per ciò che avete scritto sul mio passato politico. Non mi chiamo Salvatori ma Salvador. Sono stato, è vero, arrestato nel maggio 1928 col compagno d’Onofrio e altri, fra i quali il compagno Prof. Girolamo Licausi. Essi possono far fede del mio atteggiamento dall’arresto fino al processo e alla condanna di anni 12 e mezzo.
Del mio contegno durante il periodo di prigionia possono deporre centinaia di compagni, e sfido chiunque a dimostrare che io abbia, come si dice nel vostro articolo, tenuto un atteggiamento pavido. So di certo, invece, che qualche vostro compagno di Schio non può dire altrettanto.
Poi, come dite voi, io sono stato in Francia e qui, collaborando a “Prometeo” davo elementi alla Polizia fascista per rintracciare i nostri compagni. Mi dispiace, signor Pandolfi, di non aver mai messo piede in Francia né prima né dopo la mia uscita dal carcere.
Quanto al “Prometeo”, mi rincresce ancora di più non solo di non avervi mai potuto collaborare, ma di non esser mai riuscito ad averne uno tra le mani; poiché era noto fra i vecchi compagni comunisti (quelli cioè che credevano e che credono tuttora alla dignità politica e morale) che “Prometeo” rappresentava l’espressione più pura e più alta del nostro movimento rivoluzionario.
Egr. Sig. Pandolfi, il Proletariato italiano e con esso tutti i galantuomini, a qualsiasi ceto appartengano, e che voi intendete rappresentare nel campo del giornalismo, nonostante i 23 anni di silenzio fascista, non sono del tutto incretiniti, come vorreste voi, ma conservano ancora, per fortuna, un tantino d’intelligenza e di spirito critico per potervi giudicare, e con voi tutti i piccoli Machiavelli d’Italia.
Riccardo Salvador
N.d.R. – Il compagno Salvador ha fatto bene a rispondere per le rime. Ma non dia troppa importanza al signor Vito Pandolfi: è uno dei tanti piccoli intellettuali che si occupavano di teatro ai tempi dei Gufa, Gruppi universitari fascisti, e che il centrismo ha trasformato di colpo in… uomini politici! Pietà di loro: non sanno quel che si fanno.
Com’è noto, il Giappone subì circa un ottantennio fa una profonda crisi interna che trasformò le basi della struttura economica produttiva del paese. Di fronte alla pressione esercitata dall’espansionismo bianco, e più particolarmente americano, il Giappone liquidò la sua organizzazione economica feudale per adottare i moderni sistemi di produzione.
Ma, nel campo sociale, la struttura fisica della classe dominante rimase nel suo complesso inalterata pur dopo la violenta rivoluzione che trasferì il potere dello shogunsto all’imperatore. Nobili e samurai ricevettero per la perdita dei loro privilegi favolose indennità, che permisero loro di diventare i padroni delle neo-costituendo industrie ed imprese, col risultato che non vi fu un vero e proprio trapasso fisico da un ceto all’altro e gran parte delle vecchia mentalità delle passate istituzioni si tramandarono intatte.
La rinnovata struttura economico-sociale giapponese continuò e continua tuttora a gravare sulle classi inferiori coi caratteri della più feroce tirannia e del più dispotico assolutismo. Queste classi sono condannate ad un lavoro bestiale da schiavi, ricevendo in compenso un salario di fame. Esse non hanno alcun diritto né politico, né civile. Le condizioni di vita sono spaventose. Le ore di lavoro non conoscono limiti: i sindacati sono inesistenti e la mano d’opera è completamente abbandonata all’arbitrio del datore di lavoro, mentre lo sfruttamento del lavoro fa sì che nell’industria vengano impiegate di preferenza donne e bambini.
Questo stato di cose ha naturalmente dei riflessi psicologici, in quanto le masse sono completamente abbrutite e quindi pressoché incapaci di organizzarsi e di combattere per fini precisi, ma d’altro lato, fa sì che le agitazioni sociali del Giappone assumano le caratteristiche di moti nazionali e spontanei che non conoscono barriere. Ne sono prova le numerosissime sommosse che si sono verificate in Giappone dopo l’instaurazione del nuovo governo imperiale: sommosse soffocate nel sangue di migliaia di contadini poveri ed operai. Né si deve dimenticare che l’industria presenta un forte accentramento e che la riduzione dei costi, preludio al dumping, è stata ottenuta, oltre che con una piratesca compressione delle mercedi, con la modernizzazione degli impianti, cosicché l’attrezzatura capitalistica della grande industria si può dire oggi molto avanzata.
Contemporaneamente, la dominazione dell’antica classe nobiliare e feudale si riflette nell’importanza e influenza delle forze armate nella vita del paese. Di fronte ad esse gli ambienti che noi definiremmo borghesi hanno invece una fragile consistenza e passano in seconda linea rispetto al potere politico. I «tre grandi» – il Capo di stato maggiore generale dell’esercito, l’Ispettore Generale dell’Educazione militare, ed il Ministero della Guerra – sono i veri padroni del Giappone ed hanno fino ad oggi potuto fare e disfare a loro arbitrio Governi e Ministeri imponendo in tutti i campi la volontà della casta militare. La procedura dell’assassinio dei Ministri e Capi di governo che si rendono per un atto qualsiasi invisi all’esercito è comunissima. L’armata si serve di numerose organizzazioni sciovinistiche ultranazionaliste, come la Società del Drago Nero, La Società dei Produttori del Grande Giappone, l’Associazione di Fondazione nazionale, ecc. per dominare e terrorizzare i ceti soggetti né più né meno di come le SS e le milizie fasciste dominavano e terrorizzavano i popoli tedesco e italiano.
Questa composizione sociale, le ribellioni in massa di contadini stanchi d’essere sfruttati, la rivolta comunista scoppiata verso il 1930 e seguita dall’impiccagione di tutti i capi rivoluzionari, rendono il Giappone un paese particolarmente interessante per gli eventuali futuri sviluppi sociali e rivoluzionari. E poiché è prevedibile che la sconfitta militare ormai imminente elimini la classe militarista e nobiliare, verrà a verificarsi in Giappone una situazione analoga a quella presentatasi nella Russia zarista nel 1917.
La classe feudale e guerriera che si era in certo modo adattata ad assumere parte della struttura sociale imposta dalle nuove forme capitaliste di produzione crollerà improvvisamente per opera di pressioni esterne. La classe borghese, i civili, i commercianti, gli industriali non hanno potuto darsi una struttura né una organizzazione di dominio che permetta di considerarsi al riparo della tempesta, e cioè di cambiare senza pericolo le forme ed i modi di dominazione di classe per conservare indisturbati i loro privilegi. Al di fuori le masse premono. Tutto questo apre grandi possibilità e interessanti prospettive alle organizzazioni proletarie e rivoluzionarie nazionali. E’ la classica situazione degli sviluppi accelerati della storia, per cui questa o quella società non è tenuta, per modernizzarsi, a passare attraverso tutti gli stadi ma, al contrario, è portata a seguire le più moderne esigenze che lo stato sociale contemporaneo impone.
Per il Giappone feudale non ha alcun senso passare attraverso una esperienza borghese; al contrario, esso sarà portato dalla dialettica della storia alla lotta per le massime rivendicazioni proletarie che costituiscono le stesse aspirazioni dell’occidente bianco, e sarà favorito in questa lotta della maggior debolezza e confusione delle classi dominanti. Tutto dipenderà perciò dal partito rivoluzionario. Né più né meno quel che accadde nella Russia di Nicola II e di Lenin.