Međunarodna komunistička partija

Prometeo (III) 1946/I/2

Della pace

Le invocazioni alla «pace giusta» e parallelamente gli isterici gridi di sdegno per l’«ingiustizia» del trattamento riservato all’Italia dalle decisioni dei quattro ministri degli esteri, che naturalmente verranno ratificate dalla attuale Conferenza di Parigi, raggiungono in questi giorni i toni più intensi.

Tutti affasciati in un sacro fuoco di ardore patrio i nostri partiti, borghesi e «proletari», minacciano la severità del giudizio della Storia o di Dio a chi non terrà conto dei sacrifici compiuti dall’Italia nella guerra a fianco degli Alleati e dei meriti antifascisti della classe politica che ora dirige il nostro paese.

Non non vogliamo qui dimostrare che le condizioni di pace sono esclusivamente espressione di determinati rapporti di forza nel giuoco delle rivalità tra le varie potenze: questo è ormai chiaro a tutti, anche se a tutti non è affatto chiaro che a questi rapporti la necessarietà storica non consente di sfuggire e che il comportamento dei dirigenti politici delle nazioni vincitrici è imposto nella forma in cui si rivela dal fatto stesso che essi sono i «dirigenti» e che in tanto si può dirigere una nazione in quanto se ne sappiano e possano rappresentare gli interessi predominanti.

Pensare che essi si potrebbero comportare diversamente è un’astrazione, a meno di non pensare che, se le condizioni di cui essi sono l’espressione fossero diverse, anch’essi agirebbero diversamente: il che evidentemente è piuttosto ozioso…

Ciò che a noi preme di mettere in evidenza è che il gran clamore che la nostra classe politica dirigente, in coro con tutta la borghesia italiana, solleva oggi contro l’«ingiustizia» dei vincitori, fa parte del sistema di cui essa costantemente ha fatto uso nella sua necessità di predominare sulla classe avversa avvalendosi del suo stesso appoggio.

Per mantenere questo predominio essa si orienta su due direttrici: quella di fare, l’impossibile per ottenere dai vincitori qualche piccola briciola che le permetta di vivere ancora sullo sfruttamento del proletariato e non divenire essa stessa proletariato sfruttato da una borghesia vincitrice, e quella di porre davanti ai proletari italiani la conquista di queste briciole come una meta comune di fronte alla quale il dovere della unione sacra più che mai si impone. Attraverso questa seconda azione, che è l’unica impor- tante la prima avendo effetti solo nei confronti della seconda, dal momento che i vincitori non si «persuaderanno» mai a concedere più di quanto sia stabilito nei loro piani, i quali d’altronde già prevedono la concessione delle briciole proprio perché si ritiene indispensabile di avere ovunque una borghesia avida e aguzzina, – la classe borghese dirigente riesce a deviare il proletariato dalle sue mete e ad aggiogarlo al suo carro propinandogli tutto l’armamentario di «patria», «giustizia», «democrazia», «pace», «lavoro per tutti», «solidarietà nazionale» ecc. ecc., che già servi a farlo combattere in guerra e ora deve servire per fargli sopportare lo sfruttamento di questa spodestata e inviperita borghesia nostrana.

I partiti «proletari» di oggi, questo fetido prodotto della penetrazione opportunistica borghese nelle file del proletariato, sono lo strumento più efficace e più ripugnante di questa azione.

Ogni tappa della riaffermazione borghese è da loro stessi presentata al proletariato come una luminosa meta da raggiungere nella via del socialismo: e le «tappe» devono susseguirsi continuamente se si vuole che la delusione che consegue al raggiungimento di ognuna di esse non abbia a «degenerare» pericolosamente. Dopo la lotta antifascista, dopo quella per la democrazia, per la costituente, per la repubblica oggi abbiamo quella per la pace.

E il proletariato, che ha pagato finora col suo sangue e con la sua miseria sempre crescente, pagherà anche questa volta; pagherà in qualunque caso: pagherà le riparazioni ai vincitori, farà fruttare le briciole concesse da questi ai suoi sfruttatori. Noi diciamo ai proletari: siate contro la conferenza della pace, siate contro coloro che gridano perché essa è «ingiusta».

L’ingiustizia è in tutto il sistema, è identica nello sfruttamento delle borghesie sconfitte come in quello delle vincitrici: la differenza è solo nella misura delle loro ricchezze che comunque derivano dal lavoro e dalla fame dei proletari: soltanto questo per noi ha un significato; soltanto per il rovesciamento di questo sistema noi dobbiamo lottare.

La classe dominante italiana ed il suo Stato nazionale

Formazione dell’unità italiana

Le parole d’ordine politiche affacciate da tutti i partiti nella fase attuale, non diversamente da quelle del precedente regime, presentano come un patrimonio comune a tutte le classi del popolo italiano la ricostituzione della unità nazionale realizzatasi attraverso il Risorgimento e le guerre dell’indipendenza.

I partiti che pretendono richiamarsi al proletariato accettano in pieno la impostazione politica secondo la quale il fascismo avrebbe assunto la portata di una demolizione delle conquiste del Risorgimento ed il compito storico di oggi sarebbe quello di rifare e ripercorrere la via del risorgimento nazionale. Per conseguenza, ogni contrasto economico di interessi e conflitto politico di classi dovrebbe tacere dinanzi alle esigenze della vita della nazione e della sacra unione di tutti gli italiani.

È bene ripercorrere a larghissimi tratti la storia della formazione dello Stato borghese italiano, per concludere che, mentre è assurda la tesi che tutto questo ciclo debba essere o possa essere ripercorso e rivissuto nelle diversissime condizioni odierne, d’altra parte il preteso patrimonio e le vantate conquiste consistono in ori falsi e merci avariate.

La formazione in Italia di uno Stato unitario e la costituzione del potere della borghesia, pur inquadrandosi nella concezione generale di tali processi stabilita dal marxismo, presentano aspetti particolari e speciali, che soprattutto ne hanno ritardato il processo rispetto a quello presentato dalle grandi nazioni europee, dissimulando in parte la schietta manifestazione delle forze classiste.

Le cause sono ben note, ed anzitutto geografiche oltre che etniche e religiose. L’Italia, tanto continentale che peninsulare, ha costituito per molti secoli, dopo che la diffusione della civiltà oltre i limiti del mondo romano le aveva tolto la posizione centrale rispetto ai territori mediterranei, una via di passaggio delle forze militari dei grandi agglomerati formatisi attorno ad essa, ed un facile ponte per le invasioni e le stesse migrazioni di popoli da tutti i lati. Le varie zone del territorio furono a molte riprese occupate, organizzate e dominate da stirpi conquistatrici venute dall’Est e dall’Ovest, dal Sud e dal Nord. E nessuna di queste poté talmente rompere l’equilibrio a suo favore da costituire uno stabile regime con egemonia su tutta l’estensione del territorio. Quindi, nel periodo medievale feudale, non si gettò la base di uno Stato dinastico, aristocratico, teocratico, unitario, come avvenne negli altri grandi paesi i cui confini geografici e la cui posizione rispetto al giuoco delle forze europee meglio si prestavano a tale stabilizzazione. Influì su questo la presenza del centro della Chiesa con le sue lotte contro il prevalere eccessivo delle caste feudali e delle signorie dinastiche, e quindi si determinò la situazione correntemente definita come dipendenza dallo straniero e suddivisione in molteplici staterelli semi-autonomi.

Alla vigilia del prevalere del capitalismo nell’economia europea, per quanto questo avesse in Italia salde radici e secolari inizi, non era affatto compiuta l’evoluzione statale che poteva permettere alla borghesia italiana di trovare un centro statale solido di cui impadronirsi per accelerare al massimo il ritmo della trasformazione sociale.

Tuttavia l’Italia, per il fatto stesso che nelle pianure del Nord si combattevano e talvolta decidevano le grandi guerre europee e per l’accessibilità dal mare delle sue parti periferiche, subì con stretto legame le influenze della più classica tra le rivoluzioni capitalistiche, quella francese, e vi fu, se non proprio una repubblica borghese italiana unitaria, un’Italia Napoleonica. La borghesia ricevette l’idea dell’unità nazionale dall’esterno, la elaborò ideologicamente e socialmente, la diffuse tra le classi medie, e non meno di altrove si servì delle classi lavoratrici come strumento per realizzarla. Ma tale realizzazione fu più che in ogni altro paese infelice e contorta, e la sua fama riposa sull’immenso uso di falsa retorica, di cui fu infarcito tutto il cammino obliquo e opportunista del sorgere dello Stato borghese italiano.

Dopo aver lungamente esitato fra tutte le forme politiche, dalla teocrazia nazionale alla repubblica federale, alla repubblica unitaria, alla monarchia cosiddetta costituzionale, la soluzione che la storia trovò al giuoco delle forze aveva inizialmente un basso potenziale e una portata disgraziata.

Lo staterello piemontese, gonfiatosi a nazione italiana, non era che un servo sciocco dei grandi poteri europei e la sua monarchia dalle pretese glorie militari una ditta per affittare capitani di ventura e noleggiare, a vicenda, carne da cannone a francesi, spagnoli, austriaci; in ogni caso, al militarismo più prepotente o al miglior pagatore. Solo a questi patti un paese posto in così critica posizione poteva esibire per molti secoli una apparente continuità politica.

Tuttavia il processo, che condusse la dinastia e la burocrazia statale piemontesi a conquistare tutta l’Italia, sfruttò le forze positive della classe borghese, che, attraverso le molto fortunate e per nulla gloriose guerre di indipendenza, riuscì ad attuare la sua rivoluzione sociale, spezzò i predomini feudali e clericali, e, secondo la classica funzione della borghesia mondiale, seppe farsi del proletariato il più efficace alleato, e costruirgli nel nuovo regime lo sfruttamento più esoso. L’operaio italiano fu tradizionalmente il più ricco di libertà retoriche e il più straccione del mondo.

Attraverso questo processo convenzionalmente definito come la conquista dell’indipendenza, dell’unità e dell’uguaglianza politica per tutti gli italiani, i gruppi più progrediti della classe capitalistica industriale del Nord assoggettarono a sé l’economia della penisola, conquistandosi utili sbocchi e mercati e venendo in molte zone a paralizzare lo sviluppo economico-industriale locale, che, sebbene ritardato, si sarebbe esplicato efficacemente sotto un diverso rapporto di forze politiche.

D’altra parte, non solo la classe dei proprietari terrieri del centro e del Sud non esitò affatto a porsi sotto l’egida del nuovo Stato – sempre a conferma della nessuna sopravvivenza di orientamenti feudalistici fra questi strati – ma anche la cosiddetta e famigerata classe dirigente del Mezzogiorno, composta di intellettuali, professionisti ed affaristi, si unì al potere dello Stato italiano in una perfetta simbiosi basata sul concorde sfruttamento dei lavoratori e dei contadini, i quali, mentre dovettero sostenere pesi fiscali sconosciuti ai vecchi regimi per rinsanguare i bilanci del nuovo Stato, furono la materia prima per le manovre dell’elettoralismo, prestandosi a fornire ai ministeri le fedelissime maggioranze ottenute attraverso il mercato tra piccoli signorotti e gerarchi locali, irreggimentatori di voti, e i favori dei poteri centrali.

Questo sistema di scambi di servizi, a cui non fu mai estraneo fin dai tempi del giolittismo l’impiego della reazione di polizia ed anche di mazzieri irregolari, mascherò in realtà una dittatura che anticipava di decenni quella di Mussolini, e si prestò magnificamente all’insediamento del fascismo, realizzato senza colpo ferire dopo il debellamento dei centri proletari e rurali del Nord e delle poche cittadelle rosse del resto dell’Italia.

La via politico-militare del Risorgimento, se può rappresentare un ottimo esempio di abilità politica, percorre tappe segnate sistematicamente dalla sconfitta militare e dal tradimento politico.

La classe dominante italiana, riuscita nel saper intuire a tempo da che parte era il più forte cambiando audacemente di posto nei conflitti tra gli Stati esteri, coerentemente seguì questo sistema nel periodo fascista, ma, quando il sistema venne per la prima volta meno, determinando la catastrofe, non seppe trovare altra via di uscita che un ennesimo tentativo di aggiogarsi al carro del vincitore.

Teoria delle gloriose disfatte

Il Piemonte, schiacciato dall’Austria nel ’48, nel ’59 riesce (sotto la guida del vero capostipite dell’italico ruffianesimo, Camillo Cavour) ad approfittare della vittoria della Francia e guadagnare la Lombardia, volgendosi quindi verso il Sud. Gli è facile liquidare gli staterelli vassalli dell’Austria, ma deve sostare dinanzi agli Stati del Papa per ordine del Padrone Francese. Tuttavia ha l’abilità di impadronirsi senza colpo ferire di tutto il Sud d’Italia occupato da Garibaldi, sotto pretesto di avergli mercanteggiato l’appoggio inglese ed offrendogli la solita cortese alternativa tra la figura di eroe nazionale e la nuova galera monarchica.

Per avere il Veneto occorre, dopo Magenta e Solferino vinte dai francesi, attendere Sadowa vinta dai Prussiani, malgrado le dure batoste di Custoza e di Lissa. Infine, il retorico e pomposo coronamento dell’unità con Roma capitale è realizzato, ancora una volta, non certo attraverso la buffonesca breccia di Porta Pia, ma grazie alle armi prussiane di Sedan.

Il nuovo Stato fece anche i suoi esperimenti sulla via del colonialismo, pur essendo in questo campo l’ultimo venuto e non potendo pretendere di riattaccare i suoi timidi tentativi, tra gli stentati permessi delle Cancellerie di Europa, alle tradizioni delle Repubbliche marinare italiane. Tanto per non fare eccezione al solito metodo, la conquista della colonia del mar Rosso è segnata dalla tremenda sconfitta militare di Adua. La successiva conquista della Libia viene fatta, anche tra gravi errori ed insuccessi militari, a spese della Turchia, colta in una fase di crisi dall’incalzare delle guerre balcaniche.

Già da questa fase di imperialismo a scartamento ridotto sono evidenti nell’economia e nella politica capitalistica italiana i sintomi del nuovo indirizzo sociale che precorrono l’evoluzione fascista del capitalismo. Sorgono gruppi nazionalistici, che vengono a costituire la destra borghese in sostituzione del tradizionale aggruppamento “clericale-moderato” e, prendendo uno spiccato carattere anti-proletario, enunciano le parole d’ordine che saranno poi del fascismo, mentre la loro stampa è direttamente alimentata dall’industria pesante interessata a speculare sulla guerra e sulle imprese d’oltremare. Già l’economia italiana conteneva germi non trascurabili di monopolismo e di protezionismo e lo Stato alimentava con la legislazione fiscale o doganale industrie parassitarie, come ad esempio quella degli zuccheri e degli alcool. In economia, dunque, come in politica, la borghesia italiana, povera rispetto alle altre in senso quantitativo, vari decenni prima di Mussolini evolveva verso la sua fase fascista. L’espressione politica caratteristica di questo metodo borghese fu il Giornale d’Italia, coi Bevione, Federzoni, Bergamini, a cavallo tra il liberalismo e il nazionalismo (il che non toglie che taluno di essi sia oggi considerato un esponente antifascista). Era una corrente più sfrontatamente e modernamente audace di quella del liberalismo economico e politico classico del Corriere della Sera.

Il giuoco politico della classe dominante italiana continua nella Triplice Alleanza con “l’odiato tedesco” dei libri di scuola.

Nel 1914, i vari consulenti della politica dinastica esitarono a pesare il pro e il contro circa l’orientamento in cui andava indirizzato il classico calcio dell’asino. È notevole rilevare che i gruppi nazionalistici dipendenti dall’industria pesante passarono audacemente dal sostenere l’intervento triplicista alla più accesa campagna per l’intervento contro l’Austria, il che dimostra che, per la moderna borghesia industriale, i fini della guerra sono materiali e non ideologici. La clamorosa conversione non impedì agli interventisti della sinistra democratica, socialistoidi o repubblicani, di accogliere a braccia aperte questi alleati nella campagna guerrafondaia del 1915, comprovando così che la genesi del fascismo ebbe la sua incubazione nella storia politica della classe dominante in Italia, fin dalla costituzione nazionale.

Nella guerra europea, con un primo tradimento il Re Italiano resta neutrale, con un secondo interviene contro i suoi alleati, che a Caporetto gli danno la meritata lezione. Ma invano, poiché, grazie al famoso stellone, l’Italia dei Savoia esce dalla guerra ancora ingrandita delle province adriatiche e trentine. Tanto per chiudere il ciclo della cosiddetta politica estera, dopo il magro trattamento fatto più che logicamente alla classe dominante italiana dalle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, la borghesia sabauda ha realizzato ancora una volta il tradimento a danno dei suoi alleati e dei riscattatori delle sue sconfitte sui campi di battaglia, calcolando che nella guerra successiva la bilancia avrebbe traboccato a favore della rinascente potenza del militarismo tedesco. Sorse così l’Asse, che era tanto poco necessariamente condizionato dalla fase fascista, quanto era una ripetizione della politica del ’66 e di quella triplicista. Attraverso la calcolata vittoria della forza germanica, l’Italia del Risorgimento e dei Savoia, dopo avere strappato in anticipo, con una condotta come sempre non priva di audacia nel senso del rischio nel giuoco sulla forza altrui, il simulacro di Impero africano, presumeva, seguitando a cantare il falso ritornello dell’irredentismo, di arrotondarsi ancora. Tunisi, Corsica, anche Nizza e Savoia abilmente vendute nel 1859 dal vecchio Papà imbroglione e maestro del giuoco, dovevano impinguare ancora il grande Stato Italiano.

Ma la continuità indiscutibile di questo giuoco è stata spezzata brutalmente dal corso degli eventi. La vittoria, questa volta, si è messa dalla parte opposta a quella in cui la scaltrita borghesia italiana si era schierata, è sopravvenuta la strepitosa disfatta e l’invasione, anzi la doppia invasione. Questa volta, da una parte e dall’altra, le due coalizioni in conflitto si son dimostrate decise a strappare tutte le residue penne al gonfio pavone dell’Italia Sabauda, di cui egualmente disprezzavano l’impotenza militare.

Eppure, ancora una volta questa borghesia calpestata e travolta dalla storia ha riproposto il suo gioco, e invece di contare le ammaccature e mettere in sesto le ossa, ha avuto l’impudenza di offrirsi per combattere, di parlare ancora di combinazioni da pari a pari, di alleanze, di sforzi bellici, e di ripetere il suo stupido grido di “Vinceremo”, invece di confessare finalmente di avere per sempre perduto.

I rapporti delle forze sociali e politiche

Quali sono i riflessi di queste vicende storiche, per quanto riguarda, nell’ambito dell’Italia, il giuoco delle forze sociali e la lotta dei partiti?

Il proletariato all’inizio non poteva non rispondere all’appello di alleanza che, più che la sotterranea borghesia, gli lanciavano le classi intellettuali, perché sentiva di dover collaborare alla distruzione delle impalcature feudali e delle influenze chiesastiche per poter assurgere ad un suo compito ulteriore.

Quindi, forse più che altrove, per molti decenni gli operai e i contadini italiani camminano sotto le bandiere delle ideologie borghesi giacobine, danno la mano alla scapigliata sinistra borghese, si imbevono delle parole e delle posizioni mentali della democrazia avanzata. Fino al 1900, gli importantissimi movimenti di lavoratori urbani e rurali, nel Sud e nel Nord, pur configurandosi sempre più in una fisionomia classista, appaiono come il settore avanzato del blocco dei cosiddetti partiti popolari. Il Partito Socialista si sviluppa, ma è soprattutto la forza animatrice della classica estrema sinistra parlamentare, che lotta nella piazza come un blocco solo nell’urto avvenuto nel 1898 tra le forze di destra e di sinistra della borghesia, o meglio nel primo esempio storico di un tentativo della borghesia liberale di rivedere i suoi metodi e schierarsi dinanzi al prorompere del movimento sociale sotto l’aspetto della forza armata dello Stato.

Gli stessi quadri del movimento socialista e proletario sono educati alla scuola magniloquente quanto vaniloquente della democrazia carducciana in letteratura, boviana-cavallottiana in politica, torneo di onesti Don Chisciotte in ritardo tuonanti in nome della Libertà, dell’Onesta, della Umanità e di simili gloriose ombre.

Molto più seriamente, nel sottosuolo della vita politica, la borghesia lavora all’imprigionamento ideologico e materiale delle gerarchie proletarie con la sua organizzazione più reazionaria e più adatta a fronteggiare lo spettro della lotta di classe, la Massoneria. Questo organismo ha in quell’epoca un’influenza dominante, e talvolta decisiva, nell’aggiogare al carro dell’opportunismo i primi tentativi di azione autonoma della classe operaia.

La stessa origine spuria della borghesia in Italia spiega il ritardo con cui la teoria rivoluzionaria marxista si diffonde fra le masse e il largo prevalere delle tendenze anarchiche, che non costituiscono che l’esasperazione, per nove decimi letteraria, del liberalismo borghese e dell’individualismo illuminista. Ciò spiega anche come, prima di una solida tendenza marxista, si delineino nel proletariato correnti da un lato riformiste e collaborazioniste, dall’altro di indirizzo sindacalista sul tipo francese soreliano.

Su tutto sovrasta ancora il mito dell’anticlericalismo

La guerra a base di artiglierie retoriche e convenzionali contro la sottana nera del prete è presentata in quest’epoca come il fatto centrale della storia e il suo successo è un postulato dinanzi al quale deve cedere ogni altro; il padrone borghese più esoso può divenire un fratello del lavoratore sfruttato se si degna di lanciare qualche ingiuria al buon Dio ed al suo vicario in terra. La lotta per uscire dalla rete vischiosa di questo inganno anticlassista fu lunga e difficile e prese aspetti che oggi possono apparire secondari: intransigenza alle elezioni politiche di primo e secondo grado, rottura dei blocchi anticlericali amministrativi, incompatibilità tra PS e Massoneria. Contemporaneamente, il partito, lottando contro i due revisionismi riformista e sindacalista, si orientava sulla base marxista, e la sua direzione, al momento dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, era nelle mani della frazione intransigente rivoluzionaria. Capo di questa frazione, dopo la espulsione degli opportunisti di destra, Bonomi e Cabrini (fautori della collaborazione con la monarchia, che si era volta con entusiasmo alla politica massonizzante di sinistra) e Podrecca (apologista della guerra di conquista imperialista in Libia), fu Benito Mussolini, direttore dell’ Avanti!. Egli, non senza qualche sospetta esagerazione in senso volontaristico e blanquistico, aveva diffuso parole di sfida rivoluzionaria alla borghesia dominante, che associava tradizionalmente alle orge letterarie di liberalismo avanzato la repressione senza riguardi, poliziesca e armata, delle rivolte degli affamati e che, tradizionalmente, e prima che fosse celebre il nome di manganello, tutelava con squadre di mazzieri le ladrerie amministrative e la frode nelle cagnare elettorali.

I socialisti e la guerra. Le lotte del dopoguerra

La preparazione classista degli ultimi anni consentì al proletariato d’Italia di reagire meglio che in altri paesi all’opportunismo di guerra.

La coscienza politica della classe lavoratrice permise di resistere al dilagare delle tre menzogne fondamentali della propaganda interventista destinata a far tacere ogni palpito di azione e di lotta di classe: la difesa della Democrazia contro l’imperialismo teutonico, il trionfo del principio di nazionalità con la liberazione dei fratelli irredenti, la difesa del sacro suolo della patria contro l’invasione straniera. Ma, se non capitolarono il proletariato ed il suo partito, capitolò da solo proprio il “capo degli intransigenti”, a dimostrazione di quanto valgano i “capi” nel gioco delle forze sociali. Il tradimento di Benito Mussolini verso il proletariato e la rivoluzione porta la data del 18 ottobre 1914; il 23 marzo 1919 e il 28 ottobre 1922 egli non commise un’aggravante di reato, ma seguì il logico impulso delle leggi storiche e politiche in conseguenza alla premessa di allora.

Passato il ciclone della guerra, il proletariato socialista, che aveva dovuto subirla, ebbe un potente ritorno di combattività classista e tentò di porsi il problema di scaraventare giù dal potere, malgrado la sua vittoria di guerra, la classe che la opprimeva.

Ma le armi materiali e politiche per questo compito non erano appieno forgiate e la intransigenza anticollaborazionista, come la opposizione alla guerra che la centrale del P. S. aveva contenuto nella sterile formula “né aderire né sabotare”, erano piattaforma insufficiente ad intendere e realizzare il postulato storico della conquista insurrezionale del potere e della instaurazione della dittatura proletaria. Non tutto il partito seppe quindi raccogliere l’impulso storico formidabile che veniva dalla Rivoluzione di Russia e che fondeva per la prima volta la teoria politica e l’azione di combattimento rivoluzionario del proletariato mondiale.

Pur nel loro magnifico rifiorimento, le battaglie isolate (date con scioperi vittoriosi sul terreno sindacale, con i grandi scioperi politici delle principali città seguiti dall’occupazione delle fabbriche e di altri centri della vita sociale) non si fusero utilmente in un unico assalto al potere centrale della borghesia.

Questa, a vero dire, comprese la tempesta e seppe affrontarla con sufficiente coscienza del momento storico e realismo di vedute. Nella prima fase del dopoguerra (1919), la politica della classe dominante fu quella tradizionale di diluire lo slancio classista nella parziale soddisfazione delle richieste economiche ed in un’orgia comiziaiola e cartacea di parlamentarismo. Nitti, uno degli abilissimi della casta politica italiana, fece senza esitazione rovesciare nel Parlamento 150 deputati socialisti, mentre il furbo reuccio sculettava di simpatia per la loro ala destra, nella speranza di attrarla in una combinazione di gabinetto.

Successivamente, il vecchio e più consumato Giolitti, senza certo ammainare il bandierone della democrazia, cominciò a preparare le trincee della resistenza armata. Senza nessun timore, l’oculato e furfante maestro della politica italiana lasciò entrare gli operai nelle fabbriche tenendo bene in pugno le questure. La sua formula era stata sempre che l’Italia si governava dal Ministero dell’Interno; il potere del liberalismo italiano è stato sempre affare di polizia.

Il fascismo. I fattori della sua vittoria

Frattanto, il complice di avanguardia della classe dominante italiana, Benito Mussolini, provvedeva a impersonare la riscossa delle forze conservatrici e fondava il movimento fascista. La politica fascista, caratteristica del moderno stadio borghese, faceva in Italia il primo classico esperimento. Col fascismo la borghesia, pur sapendo che lo Stato ufficiale con tutte le sue impalcature è il suo comitato di difesa, cerca di adattare il classico suo individualismo a una coscienza e a un’inquadratura di classe.

Essa ruba così al proletariato il suo segreto storico, e in tale bisogna i suoi migliori pretoriani sono i transfughi dalle file rivoluzionarie. Nella inquadratura fascista, la borghesia italiana seppe in effetti impegnare sé stessa e i suoi giovani personalmente nella lotta, lotta per la vita e per la salvezza dei suoi privilegi di sfruttamento. Ma, naturalmente, il fascismo consisté anche nell’inquadrare nelle file di un partito e di una guardia di combattimento civile gli strati di altre classi tormentate dalla situazione, non esclusi alcuni elementi proletari delusi dalla falsa apparenza dei partiti che da anni parlavano di rivoluzione, ma rivelavano la loro palese impotenza.

Il compito immediato del fascismo è la controffensiva all’azione di classe proletaria, avente scopo non puramente difensivo, secondo il compito tradizionale della politica di stato, ma distruttivo di tutte le forme autonome di organizzazione del proletariato. Quando la situazione sociale è matura nel senso rivoluzionario, sia pure con un processo difficile e pieno di scontri, ogni organo delle classi sfruttate che lo Stato non riesca ad assorbire per irretirlo nella sua pletorica impalcatura, e che seguiti a vivere su una piattaforma autonoma, diventa una posizione di assalto rivoluzionario. La borghesia nella fase fascista comprende che tali organismi, sebbene tollerati dal diritto ufficiale, devono essere soppressi, e, non essendo conveniente inviare a farlo i reparti armati statali, crea la guardia armata irregolare delle squadre d’azione e delle camicie nere.

La lotta si ingaggiò tra i gruppi di avanguardia del proletariato e le nuove formazioni del fascismo e, come è ben noto, fu perduta dai primi. Ma questa sconfitta e la vittoria fascista furono possibili per l’azione di tre concomitanti fattori.

Il primo fattore, il più evidente, il più impressionante nelle manifestazioni esteriori, nelle cronache e nei commenti politici, nelle valutazioni in base ai criteri convenzionali e tradizionali, fu appunto la organizzazione fascista mussoliniana, con le sue squadre, i gagliardetti neri, i teschi, i pugnali, i manganelli, i bidoni di benzina, l’olio di ricino e tutto questo truce armamentario.

Il secondo fattore, quello veramente decisivo, fu l’intiera forza organizzata dell’impalcatura statale borghese, costituita dai suoi organismi. La polizia, quando la vigorosa reazione proletaria (così come da principio avveniva molto spesso) respingeva e pestava i neri, ovunque interveniva attaccando e annientando i rossi vincitori, mentre assisteva indifferente e soddisfatta alle gesta fasciste quando erano coronate da successo. La magistratura, che nei casi di delitti sovversivi e “agguati comunisti” distribuiva trentine di anni di galera ed ergastolo in pieno regime liberale, assolveva quei bravi ragazzi degli squadristi di Mussolini, pescati in pieno esercizio di rivoluzione e di assassinio. L’esercito, in base ad una famosa circolare agli ufficiali del ministro della guerra Bonomi, era impegnato ad appoggiare le azioni di combattimento fascista; e da tutte le altre istituzioni e caste (dinastia, Chiesa, nobiltà, alta burocrazia, parlamento) l’avvento dell’unica forza venuta ad arginare l’incombente pericolo bolscevico era accolta con plauso e con gioia.

Il terzo fattore fu il gioco politico infame e disfattista dell’opportunismo social-democratico e legalitario. Quando si doveva dare la parola d’ordine che all’illegalismo borghese dovesse rispondere (non avendo potuto o saputo precederlo e stroncarlo sotto le sporche vesti democratiche) l’illegalismo proletario, alla violenza fascista la violenza rivoluzionaria, al terrore contro i lavoratori il terrore contro i borghesi e i profittatori di guerra fin nelle loro case e nei luoghi di godimento, al tentativo di affermare la dittatura capitalista quello di uccidere la libertà legale borghese sotto i colpi di classe della dittatura proletaria, si inscenò invece la imbelle campagna del vittimismo pecorile, si dette la parola della legalità contro la violenza, del disarmo contro il terrore, si diffuse in tutti i modi tra le masse la propaganda insensata che non si dovesse correre alle armi, ma si dovesse attendere l’immancabile intervento dell’Autorità costituita dallo Stato, la quale avrebbe ad un certo momento, con le forze della legge e in ossequio alle varie sue carte, garanzie e statuti, provveduto a strappare i denti e le unghie all’illegale movimento fascista.

Come dimostrò l’eroica resistenza proletaria, come attestano le porte delle Camere del Lavoro sfondate dai colpi d’artiglieria attraverso le piazze su cui giacevano i cadaveri degli squadristi, come provarono i rioni operai delle città espugnati, come a Parma dall’esercito, come in Ancona dai carabinieri, come a Bari dai tiri della flotta da guerra, come dimostrò il sabotaggio riformista e confederale di tutti i grandi scioperi locali e nazionali fino a quello dell’agosto 1922 (che, a detta dello stesso Mussolini, segna la decisiva affermazione del fascismo, giacché la pagliaccesca marcia su Roma in vagone letto del 28 ottobre fu fatta solo per i gonzi), senza il gioco concomitante di questi tre fattori il fascismo non avrebbe vinto. E se nella storia ha un senso parlare di fatti non realizzati, la mancata vittoria del fascismo avrebbe significato non la salvezza della democrazia, ma il proseguire della marcia rivoluzionaria rossa e la fine del regime della classe dominante italiana. Questa, ben comprendendolo, in tutti i suoi esponenti, conservatori e social-riformisti, preti e massoni, plaudì freneticamente al suo salvatore.

Se questo giustamente rappresentò il primo dei tre fattori della vittoria, al secondo, la forza dello Stato, vanno dati i nomi dei partiti e degli uomini che governarono l’Italia dal 1910 al 1922, i liberali come Nitti e Giolitti, i social-riformisti come Bonomi e Labriola, i clericali in via di democratizzazione come Meda e Rodinò, i radicali come Gasparotto e così via. Al terzo fattore, costituito dalla politica disfattista dei capi proletari, vanno dati i nomi dei D’Aragona e Baldesi, Turati e Treves, Nenni e compagni, che giunsero, a nome dei loro partiti e dei loro sindacati, a firmare il patto di pacificazione col fascismo, patto che comportava il disarmo di ambo le parti, ma naturalmente valse soltanto a disarmare il proletariato.

La liquidazione dei complici del fascismo

Assunto al potere, il nuovo movimento politico della classe dominante italiana trovò la migliore intesa col Re democratico massone e socialisteggiante e non trovò difficoltà a scegliersi servitori tra i parlamentari giolittiani, liberali, radicali e cattolico-popolari. L’estirpazione di ogni residuo movimento autonomo operaio continuò in forme che potevano ormai rivestire di aspetti ufficiali l’illegalismo.

Ben presto il nuovo sistema, di cui la chiave evidente era la sostituzione del partito unitario borghese al complesso ciarlatanesco dei partiti borghesi tradizionali (prima realizzazione della tendenza del mondo moderno, per cui in tutti i grandi Stati del capitalismo in fase imperiale amministrerà il potere un’unica organizzazione politica) passò alla liquidazione del personale delle vecchie gerarchie politiche, e questi complici del primo periodo furono liquidati ed espulsi a pedate dalla scena politica. L’episodio centrale della resistenza di questo strato che troppo tardi si accorgeva dello sviluppo degli eventi, ma che storicamente mai avrebbe cambiato strada (perché cambiarla a tempo avrebbe significato rinunziare al sabotaggio della rivoluzione) fu costituito dalla lotta sorta dopo l’uccisione di Matteotti.

Questo gruppo ignobile di traditori invocò e pretese l’appoggio e l’alleanza del proletariato per rovesciare il fascismo, ma nello stesso tempo non cessò dal piatire il legale intervento della dinastia, dal fare l’apologia della legge, del diritto e della morale, tutte armi che non scalfivano per niente la grandeggiante inquadratura fascista, e dal deprecare ogni violenza di masse.

L’avanguardia cosciente del proletariato in tale momento non doveva avere lacrime per la violata libertà di questi sporchi servi del fascismo, ma, dopo avere virilmente sostenuta la bufera della controrivoluzione, ben poteva compiacersi della sorte di questi miserandi relitti delle cricche parlamentari. Da allora, invece, comincia a sorgere il prodotto più nauseante del fascismo, l’antifascismo bolso, incosciente, privo di connotati, incapace di classificare storicamente il suo avversario, incapace di capire che, se questo ha potuto vincere, è perché le vecchie risorse della politica borghese erano fruste e fradicie, incapace di intendere che solo la rivoluzione può superare la fase fascista, e che contrapporvi il nostalgico desiderio del ritorno alle istituzioni e alle forme statali del periodo che la precedette è veramente la più reazionaria delle posizioni.

Durante il suo primo periodo, il fascismo sedò le resistenze, liquidò i residui delle vecchie organizzazioni politiche, impostò la sua non originale e non risolutiva soluzione delle questioni sociali prendendo a prestito dai programmi del socialismo riformista la inserzione nello Stato degli organismi sindacali e la creazione di un meccanismo arbitrale centrale, che, al fine supremo della conservazione dello sfruttamento padronale, compensava i guadagni e le rimunerazioni dei lavoratori contenendo a grandi sforzi in un piano economico generale la speculazione capitalistica.

Ma questo primo esperimento di amministrazione politica totalitaria della vita sociale, nell’ambiente economico italiano di scarso potenziale intrinseco, dette risultati assai meschini, e l’apparente solidità del regime si mantenne solo con l’abuso smodato di una retorica parolaia, che fu la continuazione fedele della vuotaggine del tradizionale parlamentarismo italiano.

Dal punto di vista convenzionale e borghese, il fascismo segnò una nuova era rispetto al ciclo precedente della classe dominante italiana, nelle sue vicende di politica interna ed estera. Contro la concorde, benché opposta affermazione di questa antitesi da parte dei dottrinari da operetta del fascismo e dell’antifascismo, una valutazione marxista riconosce la logica e coerente continuità e responsabilità storica nell’opera e nella funzione della classe dominante italiana prima e dopo il 28 ottobre 1922. Tutto ciò che è stato perpetrato e consumato dopo trova le sue premesse necessarie in quanto si svolse nei precedenti decenni.

Lo stesso movimento fascista, con la pseudo-teoria che mai seppe prendere corpo, nasce con continuità di atteggiamenti, di consegne, di organizzazioni e di capi, dal movimento dei fasci interventisti dal 1914, a cui si richiamano quasi tutti i movimenti che si vantano antifascisti.

La diretta continuità di movimenti tra il periodo parlamentare, quello fascista e quello post-fascista odierno, può leggersi nel processo di liquidazione della tradizione antivaticana. Quando la sinistra proletaria ripudiava l’anticlericalismo di maniera, le veniva rimproverato di favorire il pericolo clericale. Ma in realtà, non solo la politica indipendente proletaria si giustificava con la valutazione che tale pericolo non era più grave di quello di snaturare nella collaborazione massonica la fisionomia classista del partito proletario, ma con la certezza che quel pericolo era uno spettro fittizio, e che, in un avvenire non lontano, per quanto allora presentato come ingombrante paurosamente tutto l’orizzonte storico-politico, sarebbe stato disinvoltamente e sfrontatamente dimenticato.

Parallelamente all’intelligente politica del Pontificato verso i nuovi rapporti sociali di classe del mondo borghese, l’intransigente partito clericale si mutava all’indomani della guerra nel “Partito Popolare Italiano”, oggi “Democrazia Cristiana”, operante nell’ambito della costituzione parlamentare italiana.

Il movimento cattolico era stato, come quello socialista, contro la guerra, il Papa Benedetto XV aveva trovata la potente invettiva dell’inutile strage, e dicono fosse morto anzitempo nello spettacolo dei cristiani massacrantisi in nome di Dio. Seguì alla guerra una politica di realismo opportunista. Come tutte le forze borghesi, i cattolici videro con gioia l’azione fascista sventare il pericolo rosso ed al fascismo offrirono nei primi ministeri diretta collaborazione. Liquidati, insieme agli altri servi sciocchi, nella crisi 1924-25, i popolari cattolici operarono la lenta conversione che li presenta oggi come uno dei pilastri d’angolo dell’antifascismo.

Frattanto il Vaticano proseguiva senza interruzione la sua politica di liquidazione delle intransigenze anti-italiane, e, malgrado la polemica teorica contro la pseudo ideologia fascista deificante i concetti di Patria, di Stato, di Razza che esso non poteva tollerare, perveniva alla completa conciliazione, vecchio sogno di tutti i conservatori italiani, attuando all’apogeo del ciclo fascista il Concordato del 1929 e chiudendo la fase storica di conflitto aperta nel 1870.

La dinastia sabauda, al tempo stesso bigotta ed atea, pietista e massonica, credeva di consolidare ulteriormente, con questa conquista, la sua base politica. La rinascente pretesa democrazia di oggi, intenta stupidamente a disfare pietruzza per pietruzza l’edificio fascista, non ha trovato una frase né una parola contro il concordato di Ratti e Mussolini, o per far rivivere, sia pure a scopo commemorativo, la gloria della sua passata retorica anti-vaticana. Quando il dominatore che Re e Papi temettero ed elevarono a loro pari con Collari e Croci, fu travolto da altre forze, la gerarchia del Quirinale e quella del Vaticano furono concordi nella politica di presentarsi come nemiche e demolitrici del potere di Mussolini. Se nel guazzabuglio politico dei partiti dell’antifascismo, qualche timida obiezione sorge alla pretesa di verginità antifascista dei Savoia, o almeno di Vittorio Emanuele III, è quasi completo il silenzio nei confronti dell’analoga manovra politica compiuta dal pontificato attuale. Sta a spiegare, questa differenza di comportamento, insieme alla congenita vigliaccheria dei politicanti italiani, il fatto che, mentre le azioni del re sabaudo sono poi precipitosamente cadute, la curia vaticana è tuttavia una forza storica di assoluta efficienza, non scossa, e forse anzi rinvigorita, dalle vicende della guerra.

E la posizione di questa forza nei rapporti del conflitto tra le classi sociali dimostra ancora una volta la continuità e la rispondenza tra le posizioni borghesi fasciste e quelle antifasciste, che, malgrado la diversità delle presentazioni retoriche, fanno fulcro sui concetti di collaborazione delle classi e sulla propaganda di economie pseudo collettive, che salvano il principio dello sfruttamento borghese tentando di evitare l’opposta pressione dell’organizzazione proletaria.

Il pontificato oggi, nelle comunicazioni fatte nel corso della guerra, se talvolta, quando l’esito di questa era indeciso, è giunto ad enunciare una critica delle sue cause che ne riporta l’origine ad epoca assai più remota del sorgere dei regimi di Mussolini e di Hitler, denunziando le tremende sperequazioni tra le fortune plutocratiche e la miseria operaia caratteristiche della moderna società, nel suo programma positivo, economico e politico, riecheggia i motivi reazionari del corporativismo fascista e della democrazia progressiva, oggi in voga. Fondare in politica la democrazia su qualità morali dei governanti e dello strato professionale governativo, è parola storica tanto retriva quanto l’invocazione di una economia di frammentazione della ricchezza, di polverizzazione della proprietà, che vuol dare agli oppressi economicamente l’illusione che il capitalismo, anziché spingersi sempre più follemente verso i vortici delle disparità economiche, si possa volgere ad un regime dove tutti al tempo stesso saranno lavoratori e proprietari.

Non diversamente parlò alle masse sfruttate il fascismo, e non è meraviglia che gli economisti delle democrazie politiche e sindacali accettino le parole economiche vaticane, convergendo nel piano della socializzazione dei latifondi e dei monopoli,  che non maschera altro che il divenire monopolistico e fascistico del capitalismo statale.

Clericali ed anticlericali ieri, fascisti ed antifascisti oggi, i borghesi, nel mondo come in Italia, sono veduti dal metodo storico proletario percorrere un unico ciclo ed una crisi parallela.

Il ridicolo “bis” del Risorgimento

È per tutto questo che l’odierna parola della ripetizione e della restaurazione delle conquiste del Risorgimento nazionale italiano risulta molto più reazionaria delle stesse parole d’ordine del fascismo. Non solo un “bis” di questo genere è storicamente un non-senso, ma la via del Risorgimento non è altro che la via che ha condotto al regime fascista come al suo sbocco storico.

L’idea che il fascismo vada considerato diversamente da tutti gli altri processi sociali e storici, come una malattia, o se si vuole, come una distrazione della storia, come una parentesi bruscamente aperta e bruscamente chiusa, come un’alzata e calata di sipario su uno spettacolo ributtante, equivale a ritenere che tale fase storica non abbia le sue radici in tutti gli eventi che la precedettero e che gli eventi ad essa successivi possano non essere influenzati da essa. Tale idea è l’opposto della concezione scientifica e marxista della storia, e va da questa spietatamente respinta. Tale idea, infine, equivale a ristabilire ed esaltare, sotto pretesto di radicalismo antifascista, le cause stesse della generazione del fascismo, ed è la più forcaiola delle idee che la politica di questi tempi abbia potuto mettere in circolazione. La coscienza politica del proletariato respinge dunque l’invito a dare alla classe dei suoi sfruttatori nuovo appoggio e nuova alleanza per ripercorrere insieme la strada che ha condotto alla presente situazione, e rifiuta di prendere anche per un momento sul serio la presentazione della borghesia italiana sotto la luce romantica che pretendeva irradiarla nelle prime sue manifestazioni cospirative ed insurrezionali di un secolo addietro. Accreditare la classe dominante italiana con questo colossale trucco storico e politico è meno facile che presentare come candida verginella la più esperta e matura professionista del meretricio.

Comunque, la situazione succeduta al fascismo è di tale miseria politica, che non contiene nemmeno gli elementi retorici che rispondono a queste banali riesumazioni, alla nuova rivoluzione liberale ed al Risorgimento seconda edizione.

Come si può dire che il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l’antifascismo quale oggi lo vediamo, così può dirsi che la stessa caduta del fascismo, il 25 luglio ’43, coprì nel medesimo tempo di vergogna il fascismo stesso, che non trovò nei suoi milioni di moschetti un proiettile pronto ad essere sparato per la difesa del Duce, ed il movimento antifascista nelle sue varie sfumature, che nulla aveva osato dieci minuti prima del crollo, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare la falsificazione storica di averne il merito.

Vi furono negli anni del fascismo ed in quelli di guerra opposizioni, resistenze e rivolte, come vi sono state nelle zone tenute dai fascisti e dai tedeschi lotte condotte da partigiani armati. Ma mentre il politicantismo borghese è riuscito a dare a questi movimenti le sue false etichette liberali e patriottarde, nella realtà sociale tutti quei conati generosi vanno attribuiti a gruppi proletari, che, se nella coscienza politica non si sono saputi svincolare dalle mille menzogne dell’antifascismo ufficiale, nella loro battaglia esprimono il tentativo di una rivincita di classe, di una manifestazione autonoma di forze rivoluzionarie tendenti a schiacciare tutte le forze nemiche degli strati sociali dominanti e sfruttatori.

Il tracollo decisivo del regime fascista è derivato dalla sconfitta militare, dalla logica politica di guerra degli alleati, che, conoscendo la fragilità dell’impalcatura statale militare italiana, hanno localizzato presso di noi i primi formidabili colpi d’ariete della loro riscossa contro i successi tedeschi. Quando il territorio italiano era largamente invaso, il fascismo perse la partita non per il gioco dei suoi rapporti di forza coi partiti italiani antifascisti, ma per il gioco di rapporti di forza tra l’organismo statale militare italiano e quelli nemici.

La crisi della sconfitta e la parodia antifascista

Poiché la crisi culminante dello Stato borghese italiano (e non del solo fascismo che non era che la sua ultima incarnazione) non coincideva affatto nel tempo con la crisi dell’organismo militare tedesco, si determinò la situazione di liquidazione catastrofica di tutta la forza storica della classe dominante italiana. Questa, nel suo tentativo di gettare a mare l’alleato facendosene un merito agli occhi del vincitore, percorse una via rovinosa, perché in realtà non aveva più forza per costituire una seria pedina nel gioco dell’uno o dell’altro dei contendenti. Cercò di non confessarlo, e tutti gli attuali partiti dell’antifascismo furono complici nella responsabilità di questa vergognosa per quanto vana truffa politica.

Monarchia, Stato Maggiore, burocrazia, dapprima gettano a mare Mussolini, ma, non avendo nulla preparato di positivo per affrontare non tanto il fascismo, quanto il suo alleato tedesco, sono costretti a vivere l’ignobile farsa dei 45 giorni, in cui dicono corna di Mussolini ma proclamano che il popolo italiano deve seguitare a combattere la guerra tedesca. Preparano, poi, non il cambiamento di fronte, impossibile ad un popolo e ad un esercito ormai incapaci di combattere e stanchi di sacrificarsi dopo tutte le vicende passate, ma esclusivamente il loro salvataggio di classe, di casta e di gerarchie, poco curandosi che tale salvataggio di responsabili e complici inveterati della politica fascista duplicasse l’amarezza del calvario del popolo lavoratore italiano.

In questo quadro di clamoroso fallimento corrono a rioccupare i loro posti i partiti della pretesa sinistra antifascista, e quelli che sfruttano i vecchi nomi dei partiti della classe proletaria italiana. Ma nessuno di essi rifiuta la corresponsabilità di questa colossale manovra di inganni e di menzogna.

L’Italia che aveva vissuto per 22 anni di bugie politiche convenzionali, rimane nella stessa atmosfera, aggravata dal disastro economico e sociale. Nessuno dei partiti antifascisti trova la forza di contrapporre alla retorica della immancabile vittoria della banda mussoliniana, l’accettazione coraggiosa della realtà della sconfitta. Essi si pongono sul terreno banale della parola antitedesca cercando invano di presentare ai vincitori una Italia che, facendo per quattro anni la guerra contro di essi, fosse in realtà una loro alleata, e promettendo ciò che nessun partito italiano poteva mantenere, cioè un apporto positivo alla guerra contro la Germania, ed in realtà anche dal punto di vista nazionale non riescono ad un salvataggio parziale ma cadono in un peggiore disfattismo.

Le parole dei giornali dei partiti che si dicono rivoluzionari, echeggianti completamente quelle fasciste – unità nazionale, tregua di classe, esercito, guerra, vittoria – parole altrettanto false quanto allora, mascherano soltanto la libidine di dominio delle classi privilegiate, pronte ancora una volta ad un mercato fatto sulla carne e sul sangue dei lavoratori, e rispondono al tentativo di salvare alla borghesia italiana una posizione di classe economica dominatrice, sia pure vassalla di aggruppamenti statali infinitamente più forti, mediante l’offerta della vita, degli sforzi, del lavoro della classe operaia, a vantaggio prima della guerra, poi del peso titanico della ricostruzione. La borghesia italiana, la stessa che si servì di Mussolini, che plaudì a lui, che lo seguì nella guerra finché fu fortunata, firma coi suoi nemici un armistizio che non può pubblicare, perché con esso ha tentato di risalire dal vortice che la inghiotte a tutte spese di quelle classi che da decenni ha ignobilmente sfruttate e che spera di poter seguitare ad opprimere, se non come padrona assoluta, come aguzzina di nuovi padroni. Di questo segreto contratto e del suo spietato carattere di classe sono volontariamente corresponsabili tutti i partiti che agiscono oggi nel campo politico italiano, che accettarono di coprire la manovra con l’adozione delle false parole dell’alleanza, dell’armamento, della guerra, e che non osano, pur abbeverandosi ad un’orgia di liberalismo, avanzare nessuna timida eccezione critica alla dittatura di queste colossali menzogne.

Ritornando alla tesi-base dell’antifascismo di tutte le sfumature, secondo cui il fascismo fu ritorno reazionario di regimi pre-borghesi e feudali, e dopo la sua caduta si pone il postulato di ricominciare la rivoluzione ed il Risorgimento borghese con la solidarietà di tutte le classi, dalla borghesia al proletariato, e dopo di aver dimostrato l’enorme falsità storica e politica di questa posizione, deve concludersi che, se per un momento la tesi fosse vera, la rinascente borghesia avrebbe dovuto ricominciare il suo ciclo nelle forme iniziali che gli furono proprie, forme di dittatura di classe, di direzione totalitaria del potere, e non di tolleranza liberale.

Lo stesso fatto che le gerarchie politiche oggi prevalenti sono state incapaci a scorgere la necessità, per estirpare il fascismo, di una fase di dittatura e di terrore politico, dimostra che tra il fascismo ed esse – come insegna la valutazione fatta secondo le direttive marxiste – non vi è antitesi storica e politica, che il fascismo nei suoi risultati non è storicamente sopprimibile da parte di correnti politiche borghesi o collaboranti, che gli antifascisti di oggi, sotto la maschera della sterile ed impotente negazione, sono del fascismo i continuatori e gli eredi, e prendono atto passivamente di quanto il periodo fascista ha determinato e mutato nell’ambiente sociale italiano.

E a conclusione di quelli che sono gli aspetti internazionali della commedia e della tragica farsa che va dal 25 luglio all’8 settembre, va ribadito che l’armistizio italiano non fu vero armistizio.

È mancato quel mercato militare che è la base del fatto giuridico di armistizio. Era inutile stipularlo, e bastava proclamare ovunque la consegna dei frammenti di territorio italiano alla forza del primo occupante straniero. Il mercato è stato politico e di classe; quei gruppi, espressione della classe dominante, hanno tentato di barattare il privilegio di governare e sfruttare l’Italia, ossia la classe lavoratrice di questo paese, contro la firma di una serie di condizioni di servitù politica ed economica, che la forza del vincitore era ben libera di realizzare col suo diritto storico, ma che tuttavia la sua propaganda può oggi presentare come giuridicamente garantite.

Con l’armistizio, la casta militare italiana, nella immensa maggioranza, non invertì le direttrici del tiro, ma si preoccupò solo di rubare e vendere il contenuto dei depositi, dopo aver buttato via armi e divise. I fascisti, evidentemente, lo facevano per sabotare l’alleato, gli antifascisti per sabotare i tedeschi. Soltanto a tale risultato poteva condurre il capolavoro della tremenda opposizione antifascista italiana che, con la doppia manovra 25 luglio-8 settembre, coronò degnamente il corso della classe dominante italiana in un secolo di storia.  Da allora questo metodo geniale ha preso il nome di “doppio gioco” con la caratteristica della sua miserabilità, e con quella che esso non è servito nemmeno ad ingannare il padrone, da nessuno dei due fronti.

Il collasso delle classi dirigenti in Italia e il proletariato

Se nell’andare alla rovina la classe dominante  in Italia avesse lasciato superstite qualche suo gruppo dotato di forza sociale e politica autonoma, o almeno di una residua coscienza culturale ed intellettuale, lo si sarebbe sentito da ambe le parti del fronte lanciare la parola, sia pure utopistica, della liberazione del territorio da qualunque straniero, e accusare di tradimento della patria tutti i partiti e gli uomini del 25 luglio, dell’8 settembre e del mostruoso blocco antifascista avallatore dell’armistizio, come i fascisti che nel Nord si sono asserviti all’altro campo dell’imperialismo straniero.

Lasciando al loro disastro tutti i relitti borghesi, sia quelli che sono sopravvissuti nel professato vassallaggio ai due grandi contendenti della guerra, sia eventualmente gli ultimi mistici non venduti di una indipendenza e di una patria italiana, il partito nuovo della classe operaia italiana, impostando le sue soluzioni sulle forze internazionali di classe, dovrà in ogni caso sconfessare i due armistizi consumati nel disastro della guerra italiana e condurre la sua lotta politica contro tutti i gruppi che si sono schierati nei due governi della penisola e che hanno parlato di una collaborazione alle forze di guerra da entrambe le parti.

Soprattutto, vinta la guerra da parte degli Alleati, il proletariato italiano non ha alcun interesse a sostenere le rivendicazioni che i gruppi del governo di Roma avanzano per le loro “benemerenze”, in quanto ogni concessione a questi da parte del vincitore sarà pagata dallo sfruttamento dei lavoratori d’Italia, e si porrà contro il loro cammino verso l’emancipazione.

La parola contraria, che vuole invece poggiare tali rivendicazioni sull’unità solidale delle classi e dei partiti d’Italia, deve essere dal proletariato respinta come disfattista e controrivoluzionaria.

Battute di attesa nell'evoluzione internazionale del capitalismo

La situazione internazionale è entrata in una fase di attesa, in cui, dietro il velo superficiale di un lento assestamento dell’economia e dei rapporti politici, si verifica in realtà il processo di maturazione della più grande crisi economica e politica che il capitalismo abbia mai attraversato.

L’aspetto esteriore di questa crisi è dato dall’ormai cronica incapacità dei convegni diplomatici delle massime potenze vincitrici a risolvere i problemi della pace. Più che per trovare un terreno comune d’intesa, sembra che i delegati dei «Tre Grandi» non s’incontrino ormai che per saggiare le loro forze rispettive, spiare i loro disegni e individuare il punto di minor resistenza sul quale l’uno o l’altro farà leva per aprirsi una breccia nel mondo. E non è un caso che le trattative internazionali rivelino ogni giorno più l’esistenza di un contrasto anglo-russo, e vedano invece gli Stati Uniti in un’apparente posizione di arbitrale superiorità sui contendenti, giacché il problema di uscir dalle strettoie dei rapporti economici internazionali è in primo luogo problema russo ed inglese, ed è fra queste due economie a raggio mondiale che più diretta e continua appare la frizione.

Ma il contrasto è, nello stesso tempo, russo-americano ed anglo-americano. C’è conflitto politico e persino militare tra Russia e Stati Uniti in Manciuria, in Cina, in Giappone; c’è conflitto di interessi economici fra queste stesse potenze nell’America latina, con affannosa corsa all’arrembaggio della navicella di Peron1, mentre un più sottile urto d’interessi economici, dai confini incerti e mutevoli ma non per ciò meno reali, si delinea fra Washington e Londra. E tale è l’imponenza delle forze in gioco, che l’ombra di questo nodo di contrasti si proietta giorno per giorno sulla vita politica di ogni Paese, per cui se agli occhi dei proletari italiani può apparire come il più immediato preludio al terzo conflitto mondiale, il più impressionante segno dei tempi la situazione di Trieste, dove operai «slavofili» e «italofili» si combattono nelle strade e nei cantieri e lo schieramento degli imperialismi penetra fin nel cuore del proletariato suscitando artificiali divisioni e falsando il contenuto di classe di ogni lotta operaia, lo stesso contrasto si riproduce in ogni settore nazionale; e in Germania si esprime nei due tronconi antitetici del movimento operaio nelle zone di occupazione occidentale e orientale; e in Francia, Inghilterra, America, Italia, si traduce nelle professioni di relativa «autonomia politica» di partiti – il socialista e il comunista – che nessuna diversità pro- grammatica ormai differenzia ma che gravitano verso opposti blocchi imperialistici; e in Grecia, nei Balcani, in Egitto, oppone in una lotta a parvenze ideologiche le pedine dei «Tre Grandi».

Ma che cosa c’è, nelle cose, dietro questo muoversi inquieto di ombre sul telone grigio del secondo dopoguerra mondiale? Che cosa matura dietro queste manifestazioni esteriori di una realtà più profonda?

Il capitalismo ha oggi di fronte a sé, in tutti i Paesi, problemi non di potenza ma di sopravvivenza. Il capitalismo soffoca.

Fra le altre conseguenze economiche, la guerra ha avuto quella di capovolgere i termini dell’equilibrio commerciale britannico. Nazione importatrice, la Gran Bretagna copriva fino al 1939 il cronico disavanzo della sua bilancia commerciale col reddito degli investimenti all’estero e dei noli e coi proventi della sua attività di centro finanziario internazionale. Il conflitto ha compromesso le basi di quest’attività, mentre ha inaridito le due prime fonti della bilancia invisibile dei pagamenti. Non è tanto il suo costo, quanto la sua composizione, che ha sconvolto la posizione finanziaria britannica. Sui 7 miliardi e mezzo che, secondo calcoli prudenziali, è costata la guerra al popolo inglese (un quarto circa della ricchezza nazionale), ben 4,2 si riferiscono a disinvestimenti all’estero effettuati per pagare merci o servizi e saldare debiti, e poco meno di 1 a perdite di naviglio: mentre i debiti contratti all’estero sommano (secondo un calcolo della Newsweek) a 14 miliardi di sterline, e l’Inghilterra, se per metà potrà farvi fronte procedendo ad altri disinvestimenti all’estero od ottenendo di annullarli, dovrà per il resto assicurarsi altri crediti aggravando così la propria situazione finanziaria.

Di qui il problema centrale dell’Inghilterra d’oggi: aumentare di almeno il 70% le esportazioni, sia invadendo i mercati che le distruzioni belliche hanno aperto in Europa, sia soppiantando antichi concorrenti come il Giappone nel rifornimento di alcuni paesi, sia mantenendo in pugno le tradizionali vie di commercio con le colonie e i dominions. Come riuscirvi? Comprimendo i consumi all’interno, affrettando la conversione delle industrie di guerra in industrie di pace, e razionalizzando le industrie-chiave (i piani di «nazionalizzazione» delle arretratissime industrie carbonifera e siderurgica sono in primo luogo piani di razionalizzazione). E’ quello che si sta facendo, col risultato: 1) che mentre l’occupazione operaia complessiva è a tutt’oggi inferiore al livello dell’anteguerra, nell’industria di esportazione lo supera del 23%; 2) che mentre ancora nel 1. trimestre 1945 il numero indice delle importazioni (base 1938=100) era 124 e quello delle esportazioni 62, nel primo trimestre 1946 i due indici erano rispettivamente 121 e 157; 3) che il razionamento, lungi dall’allentarsi, si è fatto più rigoroso; 4) che la percentuale di reddito nazionale consumato tende a contrarsi rispetto alla percentuale assorbita dallo stato sotto forma di tasse ed imposte, o risparmiata per essere reimmessa nel ciclo produttivo2.

In altre parole, è in atto una tensione di tutto l’apparato produttivo sia dal punto di vista del capitale che dal punto di vista del lavoro: tutta l’economia si orienta, sotto l’egida dello Stato (addio antitotalitarismo), verso l’esportazione. Ma quest’espansione commerciale può avverarsi in condizioni di normalità? La guerra, distruggendo o paralizzando il potenziale produttivo di alcune grandi potenze, ha bensì aperto nuove possibilità di espansione all’industria inglese, ma ha concentrato sugli stessi campi di azione gli sforzi di altre potenze frustate da analoghe necessità di vita; ha allentato le fittissime maglie dei rapporti commerciali interimperiali riducendo le possibilità di esportazione entro il raggio della Commonwealth britannica; ha accentuato il processo d’industrializzazione dei paesi coloniali e semicoloniali, molti dei quali, d’altra parte, sono stati spinti a gravitare economicamente verso gli Stati Uniti; infine, facendo sempre più della Gran Bretagna la debitrice degli Stati Uniti, l’ha costretta a subirne le esigenze di politica economica, per cui il recente e vistosissimo prestito accordato da Wall Street è servito egregiamente da ricatto per ottenere l’impegno inglese alla rinuncia al sistema del commercio preferenziale all’interno dell’area della sterlina e garantire ai membri di quest’ultima la libertà di spendere dove meglio credano i dollari e le sterline finora bloccati presso Londra. Tutto ciò lascia disarmata di fronte al mondo un’industria non attrezzata per l’esportazione e che pur deve esportare, in concorrenza con economie tecnicamente più efficienti, sotto pena di assistere al crollo di tutto l’edificio economico nazionale e di non poter sopportare più a lungo il peso del controllo militare di parte dell’Europa e del mondo.

In questa situazione, due cose sono certe. Da una parte, l’industria inglese sarà spinta ad un ritmo rapidissimo di razionalizzazione. di accentramento, di sviluppo della produttività del lavoro, per rispondere alla primordiale esigenza dell’esportazione: questo processo si rifletterà in un disagio sempre più acuto del proletariato e in un progressivo smantellamento della sopravvissuta democrazia britannica. Dall’altra, la tendenza verso l’esportazione, stimolata da questa stessa trasformazione dell’apparato economico, urterà contro barriere sempre più difficili da superare, rappresentate non soltanto dalla parallela espansione commerciale di altre economie in seguito al conflitto, ma dalle contro-reazioni provocate dallo stesso ritmo espansionistico britannico e dalle sue esigenze di difesa.

D’altra natura sono in parte le forze che spingono sulla via dell’espansione la Russia sovietica. La guerra ha provocato qui, da un lato, una sensibile riduzione della capacità produttiva di alcuni settori, soprattutto di quello agricolo, e, dall’altro, un notevole indebitamento verso la massima potenza finanziaria mondiale, gli Stati Uniti. Il conflitto ha non soltanto colpito duramente il cuore della produzione agraria dell’U.R.S.S. (l’Ucraina), rovinando i seminati, impoverendo le terre e distruggendo le scorte vive e morte, ma reso estremamente difficile il salvataggio di impianti e macchinari (parzialmente riuscito invece nel settore industriale), e provocato nei contadini una diffusa tendenza a spezzare i quadri dell’economia collettiva, alterando l’equilibrio faticosamente raggiunto negli anni dell’industrializzazione accelerata dell’agricoltura. Tutto questo ha accresciuto il disagio del consumatore e reso ancor più grave il peso dei sacrifici sostenuti dalle masse nel corso del conflitto, il quale ha avuto anche l’effetto di accentuare il già esistente squilibrio fra industria pesante e leggera, fra produzione di beni capitali e di beni di consumo (il nuovo piano quinquennale prevede appunto un’estensione di quest’ultima): problema tanto più acuto, in quanto l’iniziata smobilitazione di un gigantesco esercito imponeva il riassorbimento di una larga massa di mano d’opera nelle industrie e nell’agricoltura, e che ha perciò dominato le linee generali della più recente politica di espansione della Russia.

Questa ha dunque come suo primo stimolo la necessità di colmare le lacune e gli squilibri dell’economia nazionale ricostituendo l’attrezzatura industriale e agricola con una spregiudicata politica di smantellamento economico dei Paesi occupati (il caso della Germania orientale, dell’Austria e della Manciuria), rimediando alle deficienze alimentari e in genere di beni di consumo con una parallela politica di requisizione (il caso della Rumenia, dell’Ungheria, della Prussia occupata, dove si è avuta per conseguenza una sensibile rarefazione di prodotti agricoli per la popolazione locale), e provvedendo fin da ora ad assicurarsi vantaggi futuri con una conseguente politica di infeudamento dei Paesi limitrofi ad economia complementare.

Ma ci sono altre forze che agiscono da motivo propulsore dell’espansione sovietica. Anche la Russia è oggi gravata di debiti verso l’estero; anch’essa deve ricostruire, come l’Inghilterra e la Francia, importando beni di produzione e capitali; anch’essa deve «far pagare a qualcuno» quello che è costretta a pagare ad altri. Lo fa assoggettando alla propria l’economia di altri paesi, imponendo ripa- razioni ai vinti senza l’ipocrisia di certe formule anglosassoni che dicono in modo diverso la stessa cosa, e preparandosi una strada all’espansione commerciale. La Russia si avvia a diventare esportatrice di prodotti non soltanto agricoli, ma industriali, e la sua diplomazia non esita ad agire conseguentemente a questa prospettiva non arretrando né di fronte alla rivendicazione di mandati di amministrazione coloniale in questo o quel territorio africano, né di fronte ad una politica di esportazione di capitali attraverso la partecipazione finanziaria ad imprese miste nei paesi più direttamente suscettibili di controllo dell’Oriente vicino, medio e lontano (col risultato di mettere a contribuzione il lavoro dei proletari di zone semicoloniali per pagare gli interessi al capitale nord-americano o britannico), e aprendo gradatamente la via verso il mercato mondiale e i mari liberi, con la pressione diplomatica e se occorre militare, a un’industria che, grazie anche al trapianto di macchinario modernissimo, si va mettendo in grado di affrontare e di battere, come sul mercato balcanico, la concorrenza americana e britannica.

E tuttavia, più nascosta, meno suscettibile di manifestazioni clamorose sul piano dei contrasti politici e militari, è la crisi maturante in seno all’economia degli Stati Uniti che giganteggia nel mondo; e la sua importanza è tanto più decisiva agli effetti dell’evoluzione delle lotte di classe, in quanto a quell’economia è per mille fili legata l’economia di tutti i paesi.

È una grande nazione creditrice interessata a promuovere lo sviluppo economico dei creditori; è la grande fornitrice di merci, di capitali e di servizi ai paesi in ricostruzione (e si sa che, per vendere a credito a qualcuno, bisogna impegnarsi a comprare o a far comprare qualcosa da lui); è la più colossale potenza produttiva del mondo, condannata perciò ad un’espansione insofferente di limiti; è infine una nazione che non vuol ricadere nel baratro della grande crisi e per- segue il sogno del «full employment» (pieno impiego dei fattori produttivi) e perciò del dominio incontrastato del mondo.

La situazione economica degli Stati Uniti è dominata da un complesso di fattori che si possono schematizzare così: 1) gigantesco aumento della produzione (il cui valore passa dagli 88 miliardi del 1938 ai quasi 200 del 1945); 2) aumento vertiginoso della produttività del lavoro (si parla del 180%), dimostrato dal fatto che il raddoppiamento della produzione si è ottenuto ad onta dell’assorbimento nell’esercito di circa 12 milioni di unità produttive e della loro parziale sostituzione con mano d’opera femminile e non qualificata; 3) dilatazione della capacità produttiva assoluta in seguito ai forti investimenti di capitale nell’industria a fin di guerra (il valore complessivo del capitale già immobilizzato prima del conflitto è di appena un quinto superiore a quello dei nuovi investimenti effettuati nel corso di esso); 4) necessità di aumentare di almeno tre volte l’esportazione (si calcola che questa debba raggiungere un valore di almeno 10 miliardi) per mantenere la produzione al livello della sua capacità, e perciò realizzare l’auspicata politica del «pieno impiego»; 5) necessità correlativa di ritornare ad un sistema di liberi scambi internazionali che escluda il commercio preferenziale e bilaterale – politica che gli S.U. hanno messo a base dei recenti accordi finanziari con Inghilterra e Francia e alla quale condizionano e sempre più condizioneranno la concessione di prestiti. O esportare di più, o affrontare il pericolo di una vastissima disoccupazione determinata ad un tempo dall’aumento della produttività del lavoro (per produrre la stessa quantità di merci occorrono oggi assai meno braccia di prima) e dall’aumento dell’offerta di mano d’opera (graduale smobilitazione dell’esercito, aumento naturale della popolazione): questo il più assillante problema per l’America.

Non è perciò strano che, fra il ’45 e il ’46, si sia venuta accentuando l’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni, e che la politica americana si orienti sempre più verso l’accaparramento di punti d’appoggio in tutto il mondo, Potrà mantenersi e moltiplicarsi, questo ritmo di espansione, senza turbare le correnti commerciali già in atto e mettere in forse la ripresa economica di quegli stessi paesi che l’America ha interesse di far vivere perché sono suoi debitori, e verso quali è generosa di aiuti appunto perché comprino da lei e, ristabilendo il proprio equilibrio economico, facciano onore ai propri impegni, e come debitori e come compratori? E, rendendo difficile questo processo di riassestamento, gli S. U. non aggraveranno le proprie condizioni di vita, posto che non si può vendere senza, in un modo o nell’altro, comprare?

È sotto questa luce che va visto l’altro problema scaturito in America alla fine delle ostilità: il problema dei prezzi. Gli Stati Uniti hanno potuto sopportare le loro gigantesche spese di guerra senza diminuire il tenor di vita della popolazione: sono essi l’unico Paese belligerante in cui non solo si sia avuto un aumento reale del reddito nazionale nel corso del conflitto, ma in cui il consumo civile, lungi dal contrarsi, sia notevolmente aumentato. C’è abbondanza di danaro, in America, e una spinta corrispondente agli acquisti, un afflusso rapido e incontrollato di questo danaro sul mercato, significano inflazione. La battaglia svoltasi al Senato intorno al mantenimento del controllo dei prezzi è stata il segno caratteristico di questo processo: abbandonare il controllo dei prezzi significava rimettere in moto il meccanismo delle rivendicazioni salariali appena placate dopo i giganteschi scioperi di primavera, alterare l’esistente equilibrio monetario, limitare le possibilità di esportazione. Perciò il Presidente ha esercitato il suo diritto di veto; il che non ha impedito che, nel frattempo, il prezzo dei generi di più largo consumo aumentasse del 22-25% nel giro di poche settimane, e che il nuovo controllo nascesse su basi e con criteri molto più elastici.

Ora è chiaro che un aumento dei prezzi americani significa automaticamente una riduzione della capacità di acquisto dei dollari prestati un po’ a tutti, una minor capacità di concorrenza dell’economia statunitense sul mercato internazionale e, per converso, una maggior capacità di concorrenza di altre economie su quel mercato; tutto il mercato internazionale delle merci è destinato ad alterarsi perché sono gli Stati Uniti a dominarlo, è con esso subisce nuovi e pericolosi squilibri il già inquieto mercato del lavoro. E poiché, in un modo o nell’altro, e in una misura più o meno grande, i prezzi aumenteranno, e in rapporto ad essi bisognerà aumentare i salari, sarà in atto una nuova spinta alla razionalizzazione, allo sfruttamento del lavoro, alla pianificazione industriale, e saranno questi altrettanti fattori di crisi, ed altrettanti stimoli a superarla mediante una nuova e più forte espansione commerciale. Tante e così aggrovigliate sono le azioni e reazioni dell’economia capitalistica.

Le conclusioni si impongono da sé. Tutte le grandi potenze mondiali sono dominate dal problema di realizzare il «pieno impiego» dei fattori produttivi. Inghilterra e Russia lavorano a pieno ritmo pompando crediti all’America e riparazioni in merci e servizi ai paesi occupati: gli Stati Uniti, mantenendo in moto e potenziando la loro intatta e gigantesca macchina industriale. E’ il processo dell’accumulazione capitalistica che riprende dopo anni di distruzione, e che non vuol conoscere limiti.

Ma i limiti sono posti dalle condizioni in cui deve svolgersi e moltiplicarsi il commercio estero di queste stesse grandi nazioni vincitrici e dominatrici del mondo. Per le due prime, questi limiti sono posti dalla parallela necessità di espansione di ciascuna di esse, del «terzo grande» (gli Stati Uniti) da cui in un modo o nell’altro la loro ricostruzione economica dipende, e di tutte le nazioni alle quali la guerra e il dopoguerra hanno conferito un peso economico nuovo nel giuoco della concorrenza internazionale. Per la terza, sono posti dalla espansione delle altre due (ch’essa è purtuttavia costretta a favorire) e dall’intersecarsi delle linee di sviluppo di tutti gli aggregati politici mondiali.

Questa situazione ha i suoi inevitabili riflessi nei rapporti fra le classi. La ricostruzione, che è il problema dominante della Russia; e la «riconversione», che è il problema dominante dell’Inghilterra e dell’America, poggiano su basi così fragili che non si può prospettarle senza prospettare l’ineluttabilità della crisi. Esse implicano un accelerato ritmo di sfruttamento del lavoro, una prolungata restrizione dei consumi, una spinta ad allargare lo smercio dei prodotti per evitare il grande scoglio della disoccupazione interna, anche a costo di provocarla o aumentarla negli altri paesi.

In questa situazione, per un fatale riprodursi di condizioni storiche obiettive, il problema tedesco è destinato a ritornare al centro della crisi internazionale del capitalismo. E’ nella logica del capitalismo che le tre potenze, dopo aver sostenuto un programma di sbriciolamento dell’economia tedesca, da essi realizzato senza scrupoli e senza rimpianti in quanto si trattava di «decongestionare» il mercato internazionale, aprire nuovi sbocchi alle proprie industrie e riattrezzarsi alla concorrenza nel più breve lasso di tempo possibile, siano ora portate a prospettarne non solo la graduale rinascita, ma la riunificazione. Lo debbono perché ciascuna di esse tende a fare di tutta la Germania una pedina propria, un proprio trampolino di lancio per il futuro così come un serbatoio economico per il presente (e la Russia non esita a pestare i piedi all’ultranazionalismo dei comunisti francesi propugnando un governo centralizzato del Reich); lo debbono perché anche la merci in un deserto; lo debbono infine perché nessuna delle zone sottoposte alla rapina ha le sue leggi economiche, e non si può aprire un mercato alle proprie occupazione militare alleata può vivere da sé; e l’Inghilterra non può pensar di perdere a cuor leggero i 100 milioni di sterline anticipati per finanziare le importazioni nella zona britannica se la zona agricola orientale non li paga esportando in conto pagamento debiti verso l’estero, e se la produttività del lavoro nella Renania e nella Ruhr rimane, proprio per la penuria di generi alimentari, così bassa; mentre la Russia non può contare su uno sfruttamento continuato delle possibilità agricole dell’Est se le barriere doganali che separano zona e zona continuano ad inceppare dall’ovest l’afflusso di prodotti chimici e meccanici ch’essa non è in grado di fornire. La Ruhr e la Renania non esportano a sufficienza carbone, perché ne producono poco (e lo stesso dicasi dell’acciaio, la cui produzione si è ridotta al 10% dell’anteguerra); le regioni orientali non esportano prodotti agricoli se non nell’URSS: è una politica di esaurimento che nuoce alle stesse potenze occupanti. E, se è naturale che la Russia propenda per un’unificazione anche politica della Germania, perché pensa di agevolmente controllarla, mobilitando, se occorre, i partiti di massa che servono al suo gioco, è altrettanto naturale che la Gran Bretagna e l’America propendano per la sua unificazione economica ma per il suo decentramento politico. E poiché come ha dimostrato in una serie di documentatissimi articoli sulla Germania l’Economist gli alleati si stanno accorgendo dell’inattuabilità di un piano che riporterebbe il vinto a un livello economico inferiore a quello del suo più duro anno di vita (il 1932) e lo condannerebbe a rappresentare per gli occupanti un insopportabile peso invece di un possibile mercato di sbocco, si va facendo strada dovunque l’idea che bisogni rianimare l’economia germanica rimettendone in vita le industrie e ridando ossigeno alla sua agricoltura, il che non è possibile senza reintrodurre nel mercato mondiale un nuovo fattore di concorrenza, di squilibrio, di contrasto.

In questo letto di Procuste si agita senza trovar pace il mondo capitalistico, e poiché sarebbe assurdo credere che ad una soluzione pacificamente concordata del problema tedesco si giunga, tanto forte e pressante è in quel settore il giuoco delle competizioni, la Germania potrà essere di nuovo al centro della crisi mondiale non per effetto del famoso «imperialismo teutonico», ma per l’imperialismo di tutti. A dimostrazione, se pur ve n’era bisogno, che la guerra imperialista non comporta responsabilità unilaterali, e non esiste, né obiettivamente né soggettiva- mente, aggressore e aggredito.

Ma le condizioni della crisi capitalistica (e di quella sua estrema manifestazione che è la guerra) sono le stesse della ripresa delle lotte di classe del proletariato. Ed è dai dati della prima che la critica marxista deve partire, senza lasciarsi sviare né dalle suggestioni del momento né dall’artificio di raffronti superficiali tra situazioni storiche radicalmente diverse, se il proletariato dovrà, nel corso della crisi di cui alcuni fatti da noi rilevati rappresentano appunto le «battute di attesa» opporre al capitalismo imperialistico quella che Marx chiamo la critica delle armi.

La qual cosa è, per ora, soltanto nei voti.

NOTE:

Force, Violence, and Dictatorship in the Class Struggle Pt. 1

Actual and Virtual Violence

In the history of social aggregates we recognize the use of material force and violence in an overt form whenever we observe conflicts and clashes among individuals and among groups which result, through many different forms, in the material injury and destruction of physical individuals.

Whenever this aspect comes to the surface in the course of social history, it is received by the most varied reactions of abomination or of exaltation which in turn furnish the most banal foundations of the various successive mystical doctrines that fill and encumber the thought of the collectivities.

Even the most opposing conceptions are in agreement that violence among humans is not only an essential element of social energetics but also an integral factor, if not always a decisive one, of all the transformations of historical forms.

In order to avoid falling into rhetorics and metaphysics, and roaming among the numerous confessions and philosophies which oscillate between either the apriorisms of the worship of force, of the “superman”, or of the superior people, or else the apriorisms of resignation, non‑resistance and pacifism, it is necessary to go back to the basis of that material relationship, physical violence. It is necessary to recognize the fundamental role of violence in all forms of social organization even when it acts only in its latent state, that is through pressure, threat and armed preparation which produce the most widespread historical effects even before it occurs, even beyond, even sine effusione sanguinis (without bloodshed).

* * *

The beginning of the modern age, which is socially characterized by the gigantic development of productive techniques and of the capitalist economy, was accompanied by a fundamental conquest of scientific knowledge of the physical universe that is bound to the names of Galileo and Newton.

It became clear that two fields of phenomena which Aristotelian and scholastic physics had held as absolutely separate and even metaphysically opposite – the field of terrestrial mechanics and the field of celestial mechanics – were in reality one and the same and had to be investigated and represented with the same theoretical scheme.

In other words it was understood for the first time that the force which a body exerts on the ground on which it rests, or on our hand which supports it, not only is the same force which puts the body in motion when it is left free to fall but it is also the same force which governs the movements of the planets in space, their revolutions in apparently immutable orbits, and their possible collisions with each other.

It was not a question of a merely qualitative and philosophical identity but of a scientific and practical one, since the same kind of measurement could establish the dimensions of the fly‑wheel of a machine and determine, for instance, the weight and the velocity of the moon.

The great conquests of knowledge – as could be shown by a study of gnoseology conducted with the Marxist method – do not consist in establishing new eternal and irrevocable truths by means of revealing discoveries, since the road always remains open to further developments and to richer scientific and mathematical representations of the phenomena of a given field. Instead, they consist essentially in definitively breaking down the premises of ancient errors, including the blinding force of tradition which prevented our knowledge from reaching a representation of the real relationships of things.

In fact, even in the mere field of mechanics, science has made and will make discoveries which go beyond the limits of Galileo’s and Newton’s laws and formulas. But the historical fact remains that they demolished the obstacle of the Aristotelian conception according to which an ideal sphere, concentric to the earth, separated two incompatible worlds – the earthly world of ours, that of corruption and wretched mortal life, and the celestial world of incorruptibility and of the icy, splendid immutability. This conception was profitably utilized by the ethical and mystical constructions of christianity and was perfectly adaptable as a social parallel of the relationships in a human world based on the privileges of aristocracies.

The identification of the field of mechanical facts revealed by our immediate experience with the field of cosmic facts allowed for it to be simultaneously established that the energy a body possesses is identical in substance whether its movement with respect to us and its immediate surroundings is empirically evident or whether this body itself is apparently at rest.

The two concepts of potential energy (energy with respect to position or positional energy) and of kinetic energy (the energy of motion) when applied to material bodies will be and have already been subjected to more and more complex interpretations. These interpretations will lead to the point where the quantities of matter and energy which appeared invariable in the formulations of the classical physics texts (and which are still adequate to calculate and construct structures on the human scale that utilize non‑atomic forms of energy) will prove to be transmutable through an incessant exchange whose radius of action extends to the entire cosmos.

However, it still remains that the recognition of the identity in their action between the potential reserves and the kinetic manifestations of energy was a historically decisive step in the formation of scientific knowledge.

The scientific concept has become familiar to everyone living in the modern world. Water contained in an elevated tank is still and appears motionless and lifeless. Let us open the valves of the pipeline with a turbine situated below and the turbine will be set in motion yielding us motive power. The amount of this power was known to us before we opened the valve, since it depends on the mass of the water and on its height: that is to say it is positional energy.

When the water flows and moves, the same energy manifests itself as motion, i.e., as kinetic energy.

By the same token, any child of today knows that if we do not touch the two still, cold wires of an electric circuit, no exchange will take place between them; but if we introduce a conductor, sparks, heat and light are emitted with violent effects on muscles and nerves if the conductor is our body.

The two harmless wires had a certain potential, but woe to whomever transforms this energy into a kinetic state. Today all this is known even by the illiterate but it would have greatly baffled the seven sages of ancient Greece and the doctors of the church.

* * *

Let us now pass from the field of mechanics to that of organic life. Among the much more complex manifestations and transformations of biophysics and biochemistry which govern the birth, nourishment, growth, motion and reproduction of animals, we find the use of muscular power in the struggle against the physical environment as well as against other living beings of the same or of different species.

In these material contacts and in these brutal clashes the parts and the tissues of the animals are hurt and lacerated and in the cases of the most serious injuries, the animal dies.

The intervention of the factor of violence is commonly recognized only when an injury to an organism results from the use of muscular power by one animal against another. We do not see violence, in common language, when a landslide or a hurricane kills animals but only when the classic wolf devours the lamb or comes to blows with another wolf which claims a share of it.

Gradually the common interpretation of these facts slips down into the deceitful field of ethical and mystical constructions. One hates the wolf but one weeps for the lamb. Later on man will legitimize without question the killing of the same lamb for his meal but will scream with horror against cannibals; murderers will be condemned but warriors will be exalted. All these cases of the cutting and tearing of living flesh can be found in an infinite gamut of tones which furnish the prolific soil for endless literary variations. Among them we also could include – according to our judges of actions, all armed with the most varied ethical apparels – the incision of the surgical knife on the cancerous tumor.

The early human representations, with the inadequacy which characterized them, investigated the phenomena of mechanical nature and, due to an infantile anthropomorphism, applied moral criteria to these phenomena.

Earth returned to the earth, water returned to the sea, and air and fire rose because each element sought its own element, its natural position, and shunned its opposites, since love and hatred were the main moving forces of things.

If water or mercury did not drop down from the overturned vessel it was because nature abhorred the vacuum. After Torricelli had obtained a barometric vacuum, it became possible to measure the weight of the air, which also is a body with a mass and tends downwards with such violence that it would crush us to the ground if we were not surrounded and penetrated all over by it. Air therefore does love its opposites after all and should be condemned for an adulterous violation of its duties. In every field, to one extent or another, voluntarism and ethicism lead man to believe in the same stupidities.

Going back to the violent struggle of the animal against adversities or to the struggle for the satisfaction of his needs through the use of his muscular strength (and leaving aside the bourgeois Darwinian discourse on the struggle for survival, natural selection and similar refrains) we shall point out that here too the same motives and effects of the use of force can present themselves as potential or virtual on one side, and as kinetic or actual on the other.

The animal who has experienced the dangers of fire, ice and flood will learn that instead of confronting them it is best to flee as soon as he perceives the danger signs. In the same way violence between two living beings can exercise its effects in many cases without being physically manifested.

The wild dog will never contend with the lion for the killed roebuck since he knows that he would follow the same destiny as the victim. Many times the prey succumbs from terror before being actually seized by the carnivore; sometimes a glance is enough to immobilize it and deprive it not only of the possibility of struggle but also of flight itself.

In all these cases the supremacy of force has a potential effect without the need of being materially carried out.

If our ethical judge should pass sentence on the matter, we doubt that he would acquit the carnivore on the sole ground that his prey had freely chosen to be devoured.

* * *

In the primitive human aggregates the network of the relationships among individuals grows and extends itself progressively. The greater variety of needs and of the means to satisfy them, in addition to the possibility of communication between one being and another due to the differentiations of language, all give rise to a sphere of relationships and influences which in the animal world were only roughly outlined.

Even before it is possible to speak of a true production of objects of use that can be employed for the satisfaction of the needs and necessities of human life, a division of functions and of aptitudes to carry them out is established among the members of the first groups, who devote themselves to the tasks of harvesting wild vegetables, of hunting, of fishing and of the first rudimentary activity in the construction and conservation of shelters and in the preparation of food.

An organized society begins to form itself and with it arises the principle of order and authority.

The individuals who have a superior physical strength and nervous energy no longer resort only to muscular strength to impose fixed limits on others in the use of their time and their labour and in the enjoyment of the useful goods that have been acquired. Rules begin to be established to which the community adapts itself. Respect of these rules is imposed without the needs of using physical coercion every time; it suffices to threaten the would‑be transgressor with fierce punishment and in extreme cases with death.

The individual who, driven by his primitive animality, might want to elude such impositions must either engage in a hand-to-hand combat with the leader (and probably also with the other members of the collectivity who would be ordered to back their leader in exercising the punishment), or else flee from the collectivity. But in this last case he would be compelled to satisfy his material needs less abundantly and with more risks since he would be deprived of the advantages of organized collective activity, however primitive it might be.

The human animal begins to trace his cycle, a cycle which certainly is neither uniform and continuous nor without crises and reversals, but which, in a general sense, is unrestrainable. From his original condition of unlimited personal freedom, of total autonomy of the single individual, he becomes more and more subjected to an increasingly dense network of bonds which takes the features and the names of order, authority, and law.

The general trend of this evolution is the lessening of the frequency of cases in which violence among men is consumed in its kinetic form, i.e., with struggle, corporal punishment and execution. But, at the same time, the cases in which authoritarian orders are executed without resistance become doubly more frequent, since those whom the orders are addressed to know by experience that it would not pay to elude these dictates.

A simplistic schematization and idealization of such a process leads to an abstract conception of society which sees only two entities, the individual and the collectivity, and arbitrarily assumes that all the relationships of each individual to the organized collectivity are equivalent, such as in the illusory perspective of the “Social Contract”. This theory postulates the ongoing march of the human collectivity as being conducted either by an obliging god who leads the drama towards a happy ending, or else by a redeeming inspiration, more mysterious still, which is placed who knows how in each person’s mind and is immanent to his way of thinking, feeling, and behaving. It is presented as a march which leads to a idyllic equilibrium, in which an egalitarian order allows everybody to enjoy the benefits of the common work, while the decisions of each individual are free and freely willed.

Dialectical materialism, on the contrary, scientifically sets into relief the importance of the factor of force and its influence not only when it is overtly manifested, such as in wars among peoples and classes, but also when it is applied in a potential state by means of the functioning of the machinery of authority, of law, of constituted order and of armed power. It explains that the origin and the extension of the use of force springs from the relationships in which individuals are placed as a result of the striving and the possibility to satisfy their needs.

If we analyse the ways and means by which human aggregates since prehistory have procured their means of subsistence, as well as the first rudimentary devices, arms and tools that extend the reach of the limb of animal man to act over external bodies, we will be led to the discovery of an extremely rich variety of relationships and intermediate positions between the individual and the totality of the collectivity which are the basis of a division of this collectivity into many diverse groups, according to attributions, functions and satisfactions. This investigation provides us with the key to the problem of force.

The essential element of that which is commonly called civilization is this: the stronger individual consumes more than the weaker one (and up until this point we remain within the field of the relationships of animal life and, if we want, we can also add that the so‑called nature, which bourgeois theories conceive of as a clever supervisor, provided for the fact that more muscles means more stomach and more food); but the stronger also arranges things in such a way that the major share of the workload falls on the weaker one. If the weaker refuses to grant the richest meal and the easiest job (or no job at all) to the stronger, then muscular superiority subdues him and inflicts on him the third humiliation of being struck.

The distinctive element of social civilization, as we said, is that this simple relationship explained above is materialized innumerable times in all the acts of social life with no need to use coercive force in its actual, kinetic form.

The division of men into groups which are so dissimilar in their material situation of life has its basis initially in a distribution of tasks. It is this which, in a great complexity of manifestations, assures the privileged individual, family, group, or class a recognition of its position. This recognition, which has its origins in a real consideration of the initial utility of the privileged elements, leads to the formation of an attitude of submission among the victimized elements and groups. This attitude is handed down in time and becomes part of tradition since social forms have an inertia which is analogous to that of the physical world; due to this inertia these social forms tend to trace the same orbits and to perpetuate the same relationships if superior causes do not introduce a disruption.

Let us continue our analysis, which even the reader who is unfamiliar with the Marxist method will understand to be a schematic explanation for the sake of brevity. When for the first time the minus habens (the havenot) not only does not constrain his exploiter to use force in order to compel him to execute the orders, but also learns to repeat that rebellion is a great disgrace since it jeopardizes the rules and order on which everybody’s salvation depends – at this point, hats off please, the Law is born.

The first king was a clever hunter, a valiant warrior who risked his life and shed his blood for the defence of the tribe; the first wizard was an intelligent investigator of the secrets of nature, useful for curing illnesses and for the well‑being of the tribe; the first master of slaves or of wage labourers was a capable organizer of the productive efforts for the best yield in the cultivation of the land or in the use of the first technologies. The initial recognition of the useful function they fulfilled led them to build the apparatus of authority and power. This apparatus permitted those who were at the top of the new and more profitable forms of social life to appropriate, for their own enjoyment, a large portion of the increased production that had been realized.

Man first submitted the animals of other species to such a relationship. The wild ox was subjugated to the yoke for the first time only after a harsh struggle and with the sacrifice of the boldest tamers. Later, actual violence was no longer necessary in order to make the animal lower his head. The powerful effort of the ox multiplies the quantity of grain at the master’s disposal and the ox, for its nourishment and for the preservation of its muscular efficiency, receives a fraction of the crops.

The evolved homo sapiens did not wait long to apply this same relationship to his fellow‑man with the rise of slavery. The adversary, defeated in a personal or in a collective conflict, the prisoner of war, crushed and hurt, is forced with further violence to work with the same economic contracts as the ox. At the beginning he may have revolted, rarely being able to overwhelm the oppressor and escape his grip; in the long run the normal situation is that the slave, even if superior to his master in muscular strength just as is the ox, suffers under his yoke and functions like the animal – only providing a much wider range of services than the beast.

Centuries pass and this system builds its own ideology, it is theorized; the priest justifies it in the name of the gods and the judge with his penalties prohibits it from being violated. There is a difference, and a superiority of the man of the oppressed class over the ox: no one could ever teach the ox to recite in a most spontaneous way a doctrine according to which the drag of the plough is an immense advantage for him, a healthy and civilized joy, a fulfilment of God’s will and an accomplishment of the sanctity of the law, nor will it ever happen that the ox officially acknowledges all this by casting votes in a ballot box.

Our long discourse on such an elementary subject aims at this result: to credit the fundamental factor of force with the sum‑total of effects which are derived from it, not only when force is employed in its actual state, with violence against the physical person, but also and above all when it acts in its potential or virtual state without the uproar of the fight and the shedding of blood.

Crossing the centuries (and avoiding a repetition of this analysis for the successive historical forms of production relations, of class privileges, and of political power) we must come to an application of this result and this criterion to present‑day capitalist society.

It is thus possible to defeat the tremendous contemporary mobilization of deceit; the big universal production which provides for the ideological subjugation of the masses to the sinister dictates of the dominant minorities. The fundamental trick of all this machinery is atrocitism: that is, the exhibition (which incidentally is often corroborated by powerful falsifications of facts) of all the episodes of material aggression in which social violence, as a result of the relationships of force, is manifested and consumed in blows, in gunshots, in killings and in atomic massacres – and this last would certainly have appeared as the most infamous if the producer of this show had not had tremendous success in stupefying the world. It will thus be possible to give the proper consideration, the quantitatively and qualitatively preponderant importance, to the countless cases in which aggression, resulting always in misery, suffering and destruction of human life on a tremendous scale, is exercised without resistance, without clashes and – as we said at the beginning – sine effusione sanguinis, even in times and places in which social peace and order seem to be dominant. This is the social peace and order that is boasted of by the professional pimps of spoken and written propaganda as being the full realization of civilization, order, and freedom.

In comparing the importance of both factors – violence in an actual state and violence in a potential state – it will be evident that despite of all the hypocrisies and scandalmongerings, the second factor is the predominant one. It is only on such a basis that it is possible to build a doctrine and to wage a struggle capable of breaking the limits of the present world of exploitation and oppression.

The Tactics of the Comintern from 1926 to 1940 (Pt. 1)

 (This text appeared in serial form in the Internationalist Communist Party paper, “Prometeo”, in August 1946, and November 1947, Nos 2-3, 4-6, 7-8)

In March 1926 the 6th Enlarged Executive met in Moscow, and Bordiga would conclude his intervention by declaring that the time had come for the other parties in the International to repay the Russian Party for having given them so much in the ideological and political spheres, and ask specifically that the Russian Question be put on the agenda of discussions for subsequent meetings of the International.

If from a formal point of view this proposal was accepted, and there was lengthy discussion of the Russian Question at the 7th Enlarged Executive and the successive plenary session of the ECCI, nothing substantial came of it since the parties belonging to the International all united around the theoretical, political and disciplinary solutions previously put forward by the Russian Party. These solutions were entirely at odds with the founding principles of the Communist International and led to those fundamental changes at the heart of the Russian Revolution which would lead to the ruthless repression of the architects of the revolution and the overthrowing of Soviet Russia, eventually to become one of the main instruments of the counter-revolution and of preparations for the imperialist 2nd World War.

Thanks to Zinoviev’s “bolshevisation” which had triumphed at the 5th World Congress in 1924, the fact is that by 1926 every party had already had radical modifications made to their leading cadres. Those currents which in 1920 with the rise of the International had flowed organically towards the same revolutionary outlet which had been affirmed in such a decisive way by the October victory in Russia, would find representatives of other tendencies stepping into their shoes. These parasitic tendencies, who just like horseflies (mosche cocchiere)1 had hitched themselves to the victorious cart of the Russian revolution after contributing nothing to the formation of the communist parties, and lain dormant inside them waiting for their hour to strike, would inevitably rally to the cause of the encroaching counter-revolution, then in its preliminary stages, and help in the job of smashing the cadres of the International.

If we have recalled the Italian Left’s proposals which Bordiga brought before the International’s 6th Enlarged Executive, we have done so to underline the fact that this current had already had a presentiment about the seriousness of incipient events and the central point on which they pivoted: the radical changes brewing in Soviet Russian politics.

The meeting of the 6th Enlarged Executive would also be the last time the Italian Left was allowed to put forward its views as a member of the International and the Party. Within a year it had been expelled from the International along with every other opposition current, and the new conditions of admission would become recognition of the theory of “Socialism in One Country”, representing a clear departure from the programme on which the International had originally been founded.

The enslavement of the Comintern to the interests of the Russian State was now a fait accompli, and rather than working towards the uniquely communist goal of real revolutionary struggle against capitalism, the Comintern now started to use the communist parties of the various nations as pawns in Russia’s diplomatic chess game with the other powers. Eventually, whenever required by diplomatic considerations, the most bankrupt compromises would be struck with the forces of centrist opportunism and the bourgeoisie.

This study, which simply aims to provide facts about the Comintern’s tactics from 1926 to 1940 and doesn’t claim to be an exhaustive treatment of such a huge subject, restricts itself to outlining the main features and progression of these tactics which we list as follows:

  1. Anglo-Russian Committee (1926)
  2. Russian Question (1927)
  3. Chinese Question (1927)
  4. The Tactic of the Offensive and Social-Fascism (1929-1933)
  5. The Tactics of Anti-fascism and the Popular Front (1934-1938)
  6. The Tactics of the Communist Parties during the 2nd Imperialist World Conflict.
     


The Anglo-Russian Committee

In 1926, an extremely important event shattered not only the analysis of the situation given by the International’s 5th Congress (1924), but also the policies for Russia and other countries which derived from it. The global situation had come to be characterised by the “stabilisation” formula. Whilst the formula itself didn’t exclude the possibility of a new revolutionary wave, the tactical consequences which followed on from it in fact fell far short of preparing the International for a revival of the proletarian struggle, and the International party became the prisoner of a set of tactical and organisational formulations which couldn’t just be dropped or changed overnight.

The political process isn’t made up of a mass of different tactical devices such that the party can apply a corresponding tactic to each situation like a doctor after diagnosing an illness. The Party, a living factor of historical evolution, is inevitably shaped by the tactics and politics it employs and is equipped to intervene in a revolutionary situation only insofar as it has made the necessary preparations beforehand. If there is no preparation, clearly the party, trapped in an inappropriate political procedure, will end up getting hemmed in by it and deprive itself of the opportunity of leading the proletarian struggle.

Now, when “stabilisation” was discussed in 1924, obviously the formula wasn’t limited to a purely statistical and technical explanation of economic evolution, rather it referred, on the strength of the indisputable observation that the revolutionary wave had receded after the defeat of the German Revolution in 1923, to a political conclusion which had the additional merit of being in perfect harmony with the tactical decisions of the Comintern. These tactical decisions, in their turn, hinged on the fundamental objective of maintaining communist influence over the broad masses, and since in said unfavourable climate it was only possible to establish contacts with the masses by entering into political relations with the social-democratic organisations who were benefiting from the revolutionary ebb, the formula of “stabilisation” included the tactic of “meshing” with the leaderships of the social-democratic parties and trades unions.

When a huge miners’ strike broke out in Britain in 1926, the International had to therefore accept the consequences of previously established tactical premises. The trade-unionist leaders in Britain hastened to establish permanent treaties with their Soviet counterparts, and the Anglo-Russian Committee was forced to assume the role events had dictated.

When the strike turned into a general strike the economic analyses of the 5th Congress fell apart, and yet the tactics derived from them were kept. The International found itself not only prevented from exposing the counter-revolutionary role of the trade-unionists to the masses, but also forced to carry on maintaining solidarity with them throughout this important proletarian agitation taking place in one of the main sectors of world capitalism.

In order to get a better grasp of the International’s tactical answers to this question we should remember that the right-wing Bukharin-Rykov tendency had triumphed in Russia at the same time. This tendency, which emerged within the general framework of a political line which linked the fate of the Russian State to the fate of the world revolution, now made the politics of the communist parties depend on the necessity of that State. Thus Bukharin was able to justify the tactics adopted by the Anglo-Russian Committee as in the “diplomatic interests of the USSR” (May 1927 meeting of the International Executive).

Suffice to recall that at the Berlin conference of the Anglo-Russian Committee in April 1927 (following the Conferences in Paris, July 1926, and Berlin in August 1926) the Russian delegation, who had recognised the General Council as “the sole representatives and spokesmen of the English trade-union movement”, set itself the task of “not undermining the authority” of the trade-union leaders even after the open betrayal of the social-democratic leadership during the General Strike. And it is not superfluous to recall that as soon as English capitalism had managed to liquidate the General Strike it would repay the Russian leaders for having been so obliging with its customary gratitude: by having the Baldwin Government, directly in London, and indirectly in Peking, launch an offensive against the Soviet diplomatic deputations.

In the review edited by the Italian Communist Party in Paris, Lo Stato Operaio (number 5, July 1927) there is an article on “The Executive [of the International] and the Struggle against the War” which engages in polemics against the Russian Opposition. About the Anglo-Russian Committee, we read: “This tendency [the Opposition -ed.] is revealing itself ever more clearly in the criticisms aimed at the Anglo-Russian meeting. Due consideration must be given to the Berlin meeting of the Anglo-Russian Committee and it should be weighed up attentively in an unhurried and unprejudiced way. When the ARC met in Berlin, it was at an internationally crucial juncture. The Conservative Government of England was getting ready to break with Russia. The campaign to isolate Russia from the rest of the civilised world was in full swing. Was the Russian trade-union delegation well or badly advised to make some concessions at that time with the aim of avoiding a complete rupture with the English trade-unions?”. This document poses in interrogative form the question: how good were the tactics adopted by the Russian trade-union delegation in Berlin? But, as we have seen, Bukharin was much more explicit when he affirmed that in the diplomatic interests of the Russian State the Anglo-Russian Committee shouldn’t be disbanded, even if it was a committee which had served to cover-up the trade-union leaders’ sabotage of the General Strike by officially affording them recognition as the “sole representatives of the English trade-union movement”.

Even official documents posed the problem in an unequivocal way: a powerful proletarian movement would be sacrificed because the defence of the Russian State required it.

Incidentally, here is new evidence of the role played by the ARC within the English movement. In an article by R. Palme Dutt on the subject of the Plenary Assembly of the English Communist Party which appeared in the review L’Internationale Communiste (number 17, 15/8/28), we find the following assertions: “We have here a decisive change in the attitude of the Communist Party towards the masses. Until now the Party has played the role of independent critic and agitator (and therefore of ideological leader) in a movement led by the reformists. From now on the party’s task is to fight the reformist leaders in order to put itself at the head of the masses”, and in a note the author adds: “Sometimes it is said that we have passed from the slogan “struggle for the leadership” to “change of leadership”. Not at all. In fact the slogan “change of leadership” had already been adopted before the new tactic, even when we were fighting against the new tactic, and it meant one thing: that we must substitute the “right” of the Labour Party with the “left” of the same party. At the moment the party is fighting for its own interests, and not to correct the errors of the Labour Party. It is necessary to regroup the masses behind the Communist Party and the elements which are associated with it (minority movement etc.). It is in this sense that the slogan “change the leadership” is valid for the present period”.

The Party’s role in 1926 was therefore that of acting as “ideological head” of the movement led by reformists and “correcting the errors of the Labour Party”. As for the “New Tactics”, which will be just as harmful for the proletarian movement as the Anglo-Russian Committee, we will refer to that in the chapter on the “offensive” and “socialism”.

The Russian Question

In 1926-27 Russia went through a serious economic crisis. Since 1923-24, two opposing positions had been defended within the Russian Party: that of the Bukharin-Rykov Right who, breaking with the prejudicial conditions laid down by Lenin during the NEP (see “The Tax in Kind”), advocated support for the expansion of the capitalist strata, especially in the countryside; the other of the trotskist Left who, on the basis of Lenin’s formulations, tended towards the establishment of an economic plan that focused on strengthening the State and the socialist sector of the economy to the detriment of the private and capitalist sector.

The Russian party moved on to the fight against Trotski; but the ruling bloc going from Bukharin-Rykov to Stalin-Zinoviev-Kamenev, while proceeding united in the fight against a so-called “trotskism”, did not reach a unity of views on what the solutions to the serious economic problems which the establishment of the NEP had given rise to actually were. The Right launched the slogan “peasants, get rich” which openly threatened the monopoly of foreign trade, but neither arrived at an economic and political plan clearly oriented towards the annihilation of the prejudicial conditions posed by Lenin in the NEP, nor differed clearly from the center then personified by Stalin-Zinoviev-Kamenev (to limit itself to the most important Russian leaders). As always, the Right had no need to define clear positions and relies above all on the direct impulse of events, which, in circumstances unfavorable to the revolutionary movement, can only be favorable to it. The essential thing for it is the struggle against the proletarian tendency, and for this purpose it uses the Center, which can carry out this counter-revolutionary task much better than the Right.

The years 1926 and 1927 saw a situation in which the different currents within the Russian Party did not confront each other with a view to particular solutions to be adopted in the face of the serious economic problems with which Russia was struggling with, with the debates being mostly concerned with general and theoretical questions. The practical solutions came later, at the XVI Conference of the Russian Party (1929) in which the first five-year plan will be decided. In 1926-27 the struggle is confined to the essential task of the hour: to disperse any proletarian reaction within the Russian Party. According to the report of the plenary meeting of the Central Committee and the Central Control Commission of the Russian Party (see the Lo Stato Operaio of September 1927) the opposition is divided into three groups: 1st an extreme left group headed by comrades Sapronov and Smirnov; 2nd the group that accepts Trotski’s hegemony and to which belong, among the best known, Zinoviev, Kamenev, etc; 3rd a group that strives to take an intermediate position between the opposition currents and the Central Committee (Kasparova, Bielincaia, etc.)

With regard to the first group the official document characterizes in the following points its analysis of the situation: a) the struggle within the party has a character of class struggle, between the working-class part of the party and an army of bureaucrats; b) this struggle cannot be limited to the interior of the party, but must involve the great masses without whose support the opposition cannot win; c) it is possible that the opposition will be defeated; it must therefore constitute itself as an active agent, which will defend the cause of the proletarian revolution in the future; d) the Trotski-Zinoviev bloc does not understand this vital need and tends to compromise with the Stalin group, has no clear tactical line; having erred in signing the declaration of October 16, 1926 of obedience to the Party, it must trample on its own principles; the hesitations of Trotski and Zinoviev must be denounced and unmasked like those of the Stalin group; e) In recent years the capitalist elements of production have developed more rapidly than the socialist elements; given the technical backwardness of the country and the low level of labor productivity, it is not possible to pass to a true socialist organization of production without the help of the technically advanced countries or without the intervention of the world revolution; f) The main error of the Party’s economic policy consists in the reduction of prices, which benefits not the working class, but all consumers, and therefore also the bourgeoisie and petty bourgeoisie; g) the liquidation of party democracy and workers’ democracy, in 1923, is the prelude to the establishment of a democracy of wealthy peasants; h) in order to change this state of affairs, it is necessary to pass to the organization of large State enterprises with perfected production techniques for the transformation of the products of agriculture; i) the GPU, instead of repressing the counter-revolution, is fighting against the justified discontent of the workers; the Red Army threatens to transform itself into an instrument of Bonapartist adventures; the CC is a “Stalinist” fraction which, by initiating the liquidation of the party will lead to the end of the dictatorship of the proletariat; it is necessary to “restore” the Soviet system.

This current is deemed by the CC as “a group of enemies of the party and the proletarian revolution”.

The same CC states that it «is solidly constituted as an illegal fraction, not only in the sense of the Party, but in the very sense of the Trotski-Zinoviev fraction. It turns out that one of the groups of this fraction, the Omsk group, had set as its program the preparation of a general strike throughout Siberia and the halting of the activity of the large electric companies in the region».

As for the Trotski-Zinoviev group, the same document of the CC of the Russian Party writes: “The Trotski-Zinoviev group is responsible for the most violent attacks on the CC and its political line, and for the most brazen fraction activity developed during 1927, openly breaking the solemn commitments made in the declaration of October 16, 1926. In recent times this group has concentrated its attacks against the party line in international politics (China, England) by speculating on the difficulties that have arisen in this field. It has responded to the preparation for war against the USSR with statements which represent a sabotage of the action which the Party is carrying out for the mobilization of the masses against the war and for resistance. A typical assertion is the characterization of the CC of the Party as a Thermidorian reaction, that the course of Party policy is “national-conservative”, that the Party line is one of “old peasants”, that the greatest danger threatening Russia is not the war but the internal Party regime, etc. These statements were accompanied by acts of violation of discipline and open fractionism: publishing of fraction documents, organization of fraction, circles, conferences, etc., Zinoviev’s speech against the CC at a non-party assembly, Trotski’s attitude at the Executive meeting, accusation of “Thermidorism” brought by Trotski against the Party at a meeting of the controlling CC, public demonstration against the Party at Smilga’s departure from a Moscow station. Finally, a petition campaign was organized against the CC by circulating a document signed by the 83 leading opposition figures. In addition, the Trotski-Zinoviev group maintained a relationship with the extreme left group excluded from the German Party (Maslov-Fischer).

“All this shows that the Trotski-Zinoviev group has not only violated all the commitments it made in the declaration of October 16, 1926, but: 1) has placed itself on a path which leads to being against the unconditional defense of the USSR in the struggle against imperialism; the accusations of Thermidorism hurled against the CC have the logical consequence of proclaiming the necessity of the defense of the USSR only after this CC has been overthrown; 2) it has placed itself on the path leading to the splitting of the Comintern; 3) it has placed itself on the path leading to the splitting of the Russian Party and the organization of a new party in Russia.”

As for the intermediate group, the CC of the Russian Party considers it «a group of vague opposition, probably out of the bafflement that has arisen in some less self-confident elements in the face of the serious difficulties of the moment».

This entire quotation allows us to understand the gravity of the situation existing in Russia at this time. Although there are obvious exaggerations in the way the points of view of the extreme left fraction and the Trotski-Zinoviev fraction are presented, it’s obvious that not even what the hostile CC wrote allows one to conclude that the two opposing groups could be compared to the Mensheviks and the counterrevolutionaries.

As for the positions defended by the right, they undoubtedly represented the vehicle for a restoration of the bourgeois class in Russia according to the classical type of the reconstitution of an economy based on private property and enterprises. But history was to rule out this eventuality. In the phase of monopoly imperialism and State totalitarianism, the reversal of Russian politics would take place along the other path of the five-year plans, which we will discuss later, and State capitalism.

But, as we were saying, before reaching this decisive step, it was necessary to definitively win the battle against the various opposition groups, a battle which was actually directed against the Party itself and against the International, since it concerned the fundamental point of Marxist doctrine: the international and internationalist notion of communism.

The aforementioned resolution of the CC represented a “half-measure” because the issues were not definitively resolved. It was in December 1927, at the 15th Congress of the Russian Party, after the failure of the show of force attempted by the opposition with the demonstration in Leningrad, that the problems would be fully addressed.

The great battle of the XV Congress took place around the new theory of “socialism in one country” and the incompatibility of being a member of the Party and the International and the not accepting this thesis.

On this fundamental point the Seventh Enlarged Executive (November-December 1926) had expressed itself in these terms: «The Party starts from the point of view that our revolution is a socialist revolution, that the October Revolution represents not only the signal for a leap forward and the starting point of the socialist revolution in the West, but: 1) it represents a basis for the future development of the world revolution; 2) it opens up the period of transition from capitalism to socialism in the Soviet Union (the dictatorship of the proletariat), in which the proletariat has the possibility of successfully edifying, by means of a just policy toward the peasant class, a complete socialist society. This construction will be realized, however, only if the strength of the international workers’ movement on the one hand, and the strength of the proletariat of the Soviet Union on the other hand, are so great as to protect the Soviet State from military intervention».

Note how the realization of the “complete socialist society” no longer depends, as in Lenin’s time, on the triumph of the revolution in other countries, but on the ability of the international workers’ movement to “protect the Soviet State from military intervention”. Events have proven that it will be instead the two most powerful imperialist States, Great Britain and the United States, that will “protect” Soviet Russia.

Both at the 7th Enlarged Executive and at the other numerous meetings of the Russian Party and the Executive of the International, the Russian and international proletariat lost the battle. The consecration of this defeat came at the 15th Congress of the Russian Party (December 1927) when the incompatibility between membership in the Party and the denial of the “possibility of the construction of socialism in one country” was proclaimed.

But this defeat was to have decisive consequences both within Russia and in the international communist movement. Class struggle does not allow half-ways, especially in climatic moments, such as those of our epoch. The proclamation of the theory of socialism in one country, since it could not in practice be resolved by the extraction of Russia from a world in which – after the defeat of the Chinese revolution – capitalism was everywhere going on the counter-offensive and, by the very fact of breaking the necessary link between the struggle of the working class of each country against its capitalism and the struggle for socialism within Russia, was denying the proletarian class factor, had inevitably to admit another one, on which Russia was increasingly relying: world capitalism. Evidently, this transition of the Russian State was only possible under two conditions: 1) that the communist parties cease to pose a threat to capitalism; 2) that within Russia the principle of the capitalist economy – the exploitation of the workers – be re-instituted.

In this chapter we shall deal with the second point; in subsequent chapters with the first.


On the basis of a logic which we would like to call “chronological”, the opinion has been formed that the line of degeneration of the Russian State starts from the adoption of the NEP in March 1921 and inevitably arrives at the new course introduced after 1927.

This opinion is superficial and does not correspond to an analysis of events conducted according to Marxist principles.

It must be made clear that this economic maneuver was necessarily required by the events, by the insurmountable difficulties in which the proletarian dictatorship found itself, and it was possible precisely because it was carried out in a regime of proletarian dictatorship. This does not mean, of course, that the bourgeois economic forces didn’t increase and that the political balance of power didn’t tend to change: however, this change in the balance of power that favored bourgeois forces, brought about by NEP, could become dangerous and lethal for the proletarian dictatorship in Russia only if the international balance of power shifted, as it did, towards the prevalence of bourgeois reaction and the ebbing of the revolutionary wave. Otherwise the momentary recovery of the bourgeois forces would have been overwhelmed by the proletarian dictatorship which had maintained its political positions.

Lenin’s position, since 1917, has been based on these main considerations: 1) an absolute political intransigence which will lead the Bolshevik Party to take positions of the most open struggle against all bourgeois political formations, including those of the extreme social-democratic left. It is well known that, in January 1918, Lenin, after having analyzed the results of the elections for the Constituent Assembly not according to the vulgar criteria of parliamentary democracy but rather according to its opposite, to class criteria, having thus ascertained that the Bolsheviks were an arithmetical and global minority in the country, but were a majority in the industrial centers, proceeded to violently disperse the Assembly elected on the basis of democratic principles. 2) A shrewd economic policy which delimited the possibilities of the proletariat – and consequently of the class Party – in connection with the concrete possibilities offered by the modest degree of development of the forces and technique of production. Lenin’s program implied the simple “control of production”, which meant the permanence of the capitalists at the head of industries.

This apparent contradiction between an economic policy of concessions and an extremely intransigent general policy is inexplicable if one does not place oneself – as Lenin constantly did – on the international plane and therefore does not consider the Russian revolution in connection with the development of the world revolution. If, from the Russian national point of view, concessions in the economic field are unavoidable because of the country’s backward industrial development, from the political point of view instead – since the experiment of the proletarian dictatorship is a function of international events – the most intransigent policy becomes not only possible but necessary, since it is ultimately a single episode in the world struggle of the proletariat.

Lenin acted according to Marxist principles both in 1917, when he limited himself to the “control of industries”, and during the phase of war communism between 1918 and 1920, and when he announced in March 1921 the policy of NEP. The whole of his policy stems from an international approach to the Russian question, and the NEP itself will be considered inevitable because of the delay in the revolutionary rise of the world proletariat, while on the other hand the fundamental conditions will be specified under which the concessions contained in the policy of NEP will have to be strictly maintained.

It is well known that Lenin, by substituting the tax in kind (the peasant became free to dispose of the remaining product after the transfer of the share devolved to the State) for the system of requisitions (which deprived the peasant of any possibility of disposing of his product) and by authorizing the re-establishment of the market and of small industry, divided the Russian economy into two sectors: socialist and private. The first sector – the State sector – had to engage in a speedy race to reach the second one in order to defeat it in the economic field thanks to the superiority of the yield of work and the increase in production.

However, the qualification of socialist given to the State sector did not mean that the State form was sufficient to make the nature of this sector socialist. On a thousand occasions, Lenin insisted that the chances of success of the State sector resulted in no way from the fact that, instead of the private sector, it was the State that ran industry, but from the fact that this was a proletarian State closely linked to the course of world revolution.

Lenin established the NEP in March of 1921. It was in 1923-24 that the first results of NEP became apparent, and at the same time the struggle within the Russian Party showed that the predictions based on a development of the socialist sector to the detriment of the private sector were not confirmed by events. While Trotski will advocate provisions destined to the development of the socialist sector and to the struggle against the resurgent bourgeoisie, especially in the countryside, Bukharin’s right wing will see no other solution to the economic problems than a greater freedom in favor of the capitalist elements of the Soviet economy.

In 1926-27 the struggle takes, within the Party and the International, the proportions we have already mentioned, which ends in a total defeat for the leftist elements, who will only be able to remain in the Party if they put aside the international and internationalist principle of the struggle for socialism.

Historical evolution does not obey formalistic criteria to such an extent that a restoration of the economic principles of capitalism could only be considered possible in Russia through the re-establishment of the classical form of individual property. Russia will find itself in 1927 and later more and more in a world situation characterized, as in the last century, not by the reflection of liberal economic principles in the private appropriation of the means of production and surplus value, but in another situation which knows State totalitarianism and the subjugation to it of all forms of private initiative.

After the defeat of the Left within the Russian Party, we do not witness – because of the indicated characteristics of the general historical evolution – a triumph of the Right, due to the fact that the solution of economic problems can only be obtained through a struggle against the capitalist stratifications which arose during the NEP.

But between the policy of the NEP and that which was to triumph later, of the Five-Year Plans, is there or is there not a solution of continuity? In order to answer this question, one must first consider that, as Charles Bettelheim demonstrates in his book Soviet Planning, the NEP had not achieved its objectives either in the political field, since it had led to a hypertrophy of the bureaucracy, or in the economic field, since instead of having ensured the victory of the socialist sector, it had led to a strengthening of the private sector, or finally in the more general economic field, since 1926-27 had seen a serious economic crisis in Russia.

In the presence of what Bettelheim qualifies as “the failure of NEP” the question arises over whether 1927 was to unavoidably mark the hour of reckoning and whether, because of the very unfavorable international circumstances, no further possibility existed of keeping the Russian State in the hands of the proletariat. But we must not concern ourselves with this problem, our task being mainly informative about the course of events.

The indisputable fact is that the re-establishment of the economic principle of capitalist exploitation is enshrined in the Five-Year Plans, the first of which will be decided at the 16th Russian Party Conference in April 1929 and approved by the 5th Congress of Soviets in May 1929; the basic point of these Plans is first the attainment and then the continuous surpassing of production indices taking as reference points both the period prior to 1914 and the results obtained in other countries. In a word, what will be the substance of the new Soviet reconstruction? The official documents make no mystery of it: it is about reconstructing an economy of the same type as the capitalist one, and it will be qualified as “socialist” the higher the heights reached by production will be.

The economic plan conceived by Lenin and approved at the IX Congress of the Russian Communist Party in April 1920 set the whole problem on the increase of consumer industry: this meant that the essential purpose of the Soviet economy was the improvement of the living conditions of the working masses. On the other hand, the theory of the Five-Year Plans aims at the highest development of heavy industry at the expense of consumer industry. The outcome of the Five-Year Plans in the war economy and in the war was therefore just as inevitable as the corresponding arrangement of the economy in the rest of the capitalist world.

Corresponding to the substantial change that will occur in the aims of production, which will be solely those of a constant accumulation of capital in heavy industry, another change will be made in the conception of “socialist industry” whose distinctive criterion will be established in the non-private and State form: the master State will become a God to whom will be immolated not only the sacrifices of the millions of Russian workers who will have to revitalize with zeal in the quantity and quality of production in order not to incur the accusation and condemnation of being “trotskists”, but also the corpses of the creators of the Russian revolution.

The economic principle of increasing exploitation of the workers proper to capitalism, will be re-instituted in Russia in parallel with the general laws of historical evolution that lead to an increasing and totalitarian intervention of the State. Even the Right leader Bukharin and his comrade Rykov will be executed. What triumphs in Russia is what will then triumph in all countries: State totalitarianism; and the consequence can only be the same in Russia: the preparation and the gigantic participation in the Second World War.

The Italian left, foreseeing from the very beginning the substance of the political evolution in Russia, did not allow itself – as Trotski did – to be captivated by the State form of property in Russia, and as early as 1933 it raised the necessity of assimilating Soviet Russia to the capitalist world, foreshadowing the same tactics in the course of the imperialist conflict, where it would inevitably be led by the theory of “socialism in one country” and the theory of the Five-Year Plans.

  1. ’Mosche Cocchiere’, the plural of, literally, coachman fly, is a pun on the word ’mosca’, meaning ’fly’ or ’Moscow’. The mosca cocchiera is the fly which rides on the back of a horse, as though steering the larger animal. ↩︎

Evoluzione dei sindacati e politica salariale nell'URSS

La politica del socialismo in un solo Paese e la conseguente evoluzione della macchina statale sovietica nel senso di un sempre più pesante e oppressivo apparecchio di sfruttamento del lavoro hanno avuto per effetto di alterare profondamente il significato e la funzione degli organismi sindacali nell’URSS1.

Questa funzione era stata definita con grande chiarezza da Lenin nel 1922 in un corpo di tesi che l’XI Congresso del Partito doveva integralmente approvare: «L’adozione di una contabilità commerciale da parte delle aziende di stato – vi si leggeva – l’urgente necessità. di aumentare la produttività del lavoro e di garantire la stabilità economica di ogni azienda di stato, l’inevitabile zelo burocratico delle autorità industriali non possono non provocare nelle imprese conflitti di interesse in materia di lavoro fra la maestranza e i direttori, i tecnici e i comitati preposti alle imprese medesime. E’ perciò dovere assoluto dei sindacati difendere gli interessi degli operai nelle aziende socialiste e di migliorarne in tutti i modi le condizioni materiali correggendo sistematicamente gli errori e le esagerazioni degli uffici economici, in quanto prodotti di una degenerazione burocratica della macchina statale» (Pravda, 17 genn. 1922).

Con questa formulazione, Lenin riconosceva che, nel regime economico misto caratterizzato dalla coesistenza di elementi socialisti e non-socialisti, il processo della lotta di classe continuava e in esso trovava la sua giustificazione la permanenza di organismi di difesa degli interessi operai.

Né il quadro poteva essere alterato dalla successiva politica di industrializzazione dell’URSS e dall’introduzione dei piani quinquennali, che, mentre non abolivano il sistema della contabilità commerciale delle aziende e ponevano anzi a queste ultime in forma categorica il problema dell’equilibrio dei bilanci tipico di tutte le aziende in regime mercantile, esasperavano il ritmo di accrescimento della produttività del lavoro e il pericolo degli «eccessi di zelo» della burocrazia. Ma il dado era tratto, e l’evoluzione politica portava necessariamente a ingranare i sindacati nel gigantesco meccanismo dello Stato-padrone e a toglier loro ogni funzione che non fosse quella di promuovere l’incremento della produzione industriale attraverso l’aumento della produttività del lavoro e il potenziamento della sua disciplina finalità abilmente mascherata dietro lo slogan della «sempre più consapevole e diretta partecipazione delle masse operaie alla costruzione del sociali- smo».

Si iniziava così un processo di svuotamento del sindacato che, nel corso del I piano quinquennale, quando il tasso reale dei salari diminuiva, portava gli organi sindacali a combattere per la «disciplina finanziaria» nelle questioni salariali e per il rigido mantenimento del «fondo salario» e delle quote di produzione fissate dall’amministrazione delle aziende di Stato; ad abbandonare dopo il 1934 la definizione dei contratti collettivi agli organi amministrativi dell’azienda e dello stato e infine, nel gennaio 1933, a perdere ogni influenza sulla determinazione delle quote di produzione nell’ambito di ogni singola attività produttiva.

Nell’estate dello stesso anno, il segretario del Comitato Centrale dei Sindacati per le questioni salariali, Veinberg, dichiarava:

«La corretta impostazione del sistema dei salari e di un sistema di quote di produzione in armonia con le peculiarità di ogni singola branca industriale e in rapporto alle sue particolari condizioni esige che la responsabilità di questo compito sia assegnata direttamente alla direzione tecnica ed economica. Ciò è richiesto anche dalla necessità di introdurre la direzione unica e la contabilità commerciale nell’azienda… Solo funzionari economici possono essere responsabili delle quote tecniche, del livello dei salari, della fissazione di quote di produzione, dei cottimi ecc. In alcuni compagni di fabbrica è radicata oggi la convinzione che il sindacato debba avere voce in capitolo nel fissare i salari a parità con la direzione economica. È questa una deviazione «di sinistra» ed opportunista, un tentativo di metter fine alla direzione unica e di interferire con l’amministrazione. Ciò deve finire» (Trud, 8 luglio 1933).

Parallelamente, a partire dallo stesso anno, erano soppressi gli uffici di collocamento e l’assunzione della mano d’opera diventava compito esclusivo della direzione aziendale, senza alcun controllo da parte dei sindacati. I quali, nel frattempo, erano presi nel girone dello stakhanovismo e dell’«emulazione socialista», e diventavano l’anima della campagna per l’aumento della produttività del lavoro e quindi del suo intensificato sfruttamento. E poiché nella catena della produzione non v’è anello che non ne presupponga un altro, era inevitabile che l’aumento della produttività fosse visto come problema, non sotto l’angolo visuale di un miglioramento delle condizioni generali di lavoro e di vita dell’operaio; ma – in armonia con le esigenze contabili dell’impresa – sotto quello di un irrigidimento della disciplina del lavoro. Punto culmine di questo capovolgimento della politica sindacale dello «stato operaio» è il decreto 26 giugno 1940, che vincola l’operaio al posto di lavoro comminando pene severissime per i casi di violazione, e condizionando alla rigida osservanza di questa disciplina il meccanismo della stessa assistenza sociale (il decreto del 28 dic. 1938 stabiliva già che «gli operai licenziati per infrazioni della disciplina del lavoro o per delitto, e quelli che hanno abbandonato il lavoro di loro spontanea volontà potranno chiedere l’assistenza per malattia solo dopo di aver lavorato non meno di sei mesi al loro nuovo posto»; lo stesso decreto, d’altra parte, riconosceva l’antico criterio dell’assistenza malattia pari al salario solo agli operai che lavoravano da almeno 6 anni nella stessa azienda, mentre la riduceva al 50% per quelli che potevano vantare una permanenza di meno di un biennio). «Il compito dell’assicurazione sociale – scrivevano i Voprosy Truda dell’aprile-maggio 1932 – consiste in una vasta, incessante, quotidiana battaglia per l’aumento della produttività del lavoro… È questo il punto d’onore di tutti i funzionari e di tutti gli organi dell’assicurazione sociale».

Ridotte al minimo anche le funzioni di controllo sul lavoro, i sindacati hanno finito per confinare la loro attività in difesa degli interessi operai ad un settore che potremmo chiamare dopolavoristico, cosicché appare giusta la conclusione a cui è giunto S. Schwarz in uno studio sui sindacati nella vita industriale russa (The Trade Unions in Russian industrial life, in International Postwar Problems V. II, numero 3, lu- glio 1945): «[I Sindacati] hanno finito per occuparsi soprattutto di rafforzare la disciplina del lavoro, di aumentarne la produttività e di curare gli interessi dell’operaio non come prestatore d’opera.. ma come consumatore, attività esercitata largamente in questo Paese da organizzazioni assistenziali di tipo paternalistico».

Ma è chiaro altresì che il fenomeno è di portata troppo vasta e complessa per poterlo chiudere nei confini cari allo Sehwarz di un’antitesi democrazia-antidemocrazia. Per noi, il problema rientra nel quadro generale della lotta di classe e dei rapporti di forza che fra le classi si son venuti a stabilire nell’URSS. Lo svuotamento della vita sindacale non è il punto di approdo di una lotta tra forme politiche o strutture giuridiche diverse (come, sviluppando in certo modo il pensiero dello Schwarz e tracciando una storia ideale della conversione del leninismo in stalinismo, ce lo presenta il Pagliari in un suo recente articolo su I Sindacati operai in Russia in Critica Sociale, a. XVIII, 4-10, 16 maggio 1946), ma è la conclusione di un processo di lotte di classe che va visto sul più vasto orizzonte della situazione internazionale del proletariato. Chi ha trionfato, in questo processo, non è la «dittatura» sulla «democrazia», ma la conservazione capitalistica sulla rivoluzione proletaria.

Il grave non è, in altre parole, che la funzione di difesa di classe del sindacato sia venuta decadendo (come è ovvio che decada nell’ipotesi di una definitiva affermazione delle forme socialistiche sulle forme mercantili della produzione), ma che sia venuta decadendo man mano che si affermavano gli aspetti degenerativi dell’economia e della politica russa, per spegnersi, del tutto quando la macchina statale ed economica si presentava ormai come la concretizzazione mostruosa di capovolti rapporti di forza tra le classi.

Ed è perfettamente ridicolo che i teorici della democrazia o socialdemocrazia occidentale piangano sul tramonto della funzione autonoma del Sindacato in Russia, o sulla sua degradazione ad organismo assistenziale-dopolavoristico, quando in tutti i paesi, cominciando dalla libera America di Truman per finire con le democrazie progressive di cui ci ha fatto dono il dopoguerra in Europa, la stessa tendenza va chiaramente delineandosi nel nome della ricostruzione e della solidarietà nazionale, e come se il sindacato non si ponesse dovunque (perché glielo fan porre i partiti del compromesso) il problema di applicare degli impacchi freddi sulla fronte dell’operaio per fargli sopportare il peso asfissiante della tanto auspicata (vedi le quindicinali omelie di «Critica Sociale» o di «Rinascita») intensificazione della sua capacità produttiva.

Lo stato-padrone è il fenomeno tipico della società borghese nella sua parabola discendente, il punto in cui tendono ad incrociarsi la linea di sviluppo del capitalismo e la linea d’involuzione dello Stato che già fu detto operaio e la sua funzione è dovunque quella di garantire il profitto contro le perturbazioni di un apparato economico in sfacelo. E’ su questo piano che va visto storicamente il fenomeno della «morte del sindacato» nella Russia e nel mondo: e sarebbe davvero il caso di dire che.. chi è senza peccato lanci la prima pietra.

Il criterio della produttività domina il mondo sociale sovietico come tutto il mondo sociale capitalistico.

Evidentemente, il sintomo preoccupante dell’evoluzione politica e sociale russa non è il fatto bruto delle constatate differenze salariali fra categoria e categoria, ma il fatto che queste differenze si fondino sugli stessi criteri mercantili di contabilità aziendale che sono tipici del sistema di produzione capitalistico. Mantenuto per gli operai non qualificati il sistema del salario orario, la base della politica salariale è ormai costituita per le altre categorie produttive dalla quota di produzione, o meglio ancora dal costo, che l’azienda stabilisce preventivamente in vista di un bilancio il più possibile attivo fra entrate ed uscite. La retribuzione aumenta proporzionalmente ai pezzi prodotti in più della quota media fissata, così come un sistema progressivo di multe colpisce il mancato raggiungimento della quota e un sistema di premi compensa il miglioramento realizzato nei metodi di lavoro (si noti che il sistema di corrispondere buoni-acquisto supplementari in rapporto all’aumento della produttività del lavoro riguarda non soltanto l’operaio singolo, ma il caporeparto, il guardaciurma della grande azienda moderna). Il personale tecnico e dirigente non gode soltanto di uno stipendio di gran lunga superiore al salario dell’operaio non- qualificato e qualificato2, ma partecipa agli utili dell’azienda in rapporto percentuale all’aumento della produzione o, che è in definitiva lo stesso, alla riduzione dei costi; riceve dall’azienda merci e servizi gratuiti o semigratuiti; può rifornirsi in spacci aziendali a prezzi bloccati; gode determinati privilegi in fatto di educazione, mentre la tassa sul reddito lo colpisce in misura assai meno forte che nei paesi occidentali. È chiaro che, essendo i prezzi fissati dal governo, il fondo-salari supplementare si costituisce sulla base della differenza fra prezzi e costi di produzione, e l’azienda viene a costituire un’unità chiusa in cui il plusvalore è distribuito secondo criteri contabili schiettamente mercantili sulla doppia base dello sfruttamento del lavoratore non-qualificato il cui salario è ridotto al minimo necessario per vivere, dello stakhanovista sottoposto al massacrante logorio fisico della «emulazione», del consumatore che paga i prodotti ad un prezzo di gran lunga superiore al costo di produzione, o, guardando il problema da un altro punto di vista, su basi di concorrenza tra aziende nella produzione e di monopolio statale nella vendita.

E poiché in una struttura economica di questo genere il criterio discriminante del «lavoro» è di natura essenzialmente sociale, è ovvio ch’esso tenda, da una parte a tener compresso il salario orario dell’operaio non qualificato e, dall’altra, ad aumentare gradatamente ma costantemente il reddito globale del lavoratore qualificato, dello stakhanovista e del dirigente3. Andate, con questo, a parlare di una progressiva scomparsa delle classi o di un avvicinamento alla formula comunista: «a ciascuno secondo il suo bisogno»!

Dobbiamo meravigliarci, dopo tutto questo, della constatazione del Drucker che «il. risultato del contatto col sistema industriale russo è stato sorprendente: alcuni dei più conservatori industriali americani, per i quali tutto ciò che è russo era anatema, esaltano oggi le virtù del sistema russo dei salari a premio»? E che. d’altra parte, l’introduzione di questo sistema e dello stakhanovismo abbia urtato nel 1934-36 contro l’opposizione degli organi sindacali provocando per contraccolpo il loro esautoramento? Il trionfo della nuova politica salariale e la «morte del sindacato» sono due aspetti della stessa evoluzione storica, cioè dell’inversione dei rapporti di forza fra le classi nella fase discendente della rivoluzione russa.

E non c’è che da prenderne atto.

Note:

La terza via del revisionismo

 Il tentativo di dare veste umanistica al marxismo é almeno altrettanto vecchio quanto il movimento operaio, anche se periodicamente c’è chi pretende farne la scoperta. Quando Bernstein lanciava la sua formula: “il fine é nulla, il movimento è tutto”, non faceva che sintetizzare lo sforzo comune ai revisionisti di tutti i tempi, e di tutti i paesi, di svuotare il marxismo delle sue ragioni storiche e del suo contenuto di classe per farne uno dei tanti essenziali contributi alla soluzione dei problemi sociali che travagliano il mondo moderno: un contributo accanto ad altri, buono per quel tanto che può dare alla cosiddetta “storia dello spirito umano”. In sostanza, il revisionismo, quando non é stato una critica economica, si é sempre risolto nel tentativo di dare al movimento proletario una giustificazione non storica, ma morale, e di trasformare il partito di classe in un’agenzia di propaganda redentrice in nome dell’idealismo o addirittura della religione. E aveva, per ironia della storia, una sua ragione di classe, l’insofferenza degli “intellettuali comunisti” per la liquidazione della retorica della “personalità”, dell’“individuo”, e del “cittadino”, essendo l’espressione della resistenza disperata di quei ceti che, nella società capitalistica, sono storicamente votati a rappresentare un ruolo riflesso entro il quadro generale della lotta fra il capitale e lavoro.

Salvare la persona, i cosiddetti valori morali e spirituali, il “caro io”, ha sempre voluto dire ottenere un qualunque posto al sole ai ceti medi e, soprattutto, al ceto molto genericamente chiamato degli “intellettuali”, e presentare la lotta proletaria per il potere politico come un innocuo e beneducato sviluppo (questione di gradi) della democrazia.

E’ pertanto naturale che l’ambiente sociale americano, tanto variegato e composito, in cui la classe operaia é scissa in mille compartimenti stagni che vanno da una potente aristocrazia operaia ad una gigantesca massa grigia fluttuante e continuamente rinnovata, e in cui d’altra parte l’enorme sviluppo della concentrazione capitalistica crea e distrugge di continuo zone neutre di tecnici, impiegati, “managers”, ecc., abbia dato vita alternativamente a correnti rivoluzionarie e a correnti revisioniste, quest’ultime derivate da quelle in fasi storiche di declino della lotta di classe e di relativa stabilità ed equilibrio delle classi. Se il 1935-40 é stato il periodo d’oro (nelle illusioni di quelli che corrono dietro alle promesse) del trotzkismo, il 1940-46 é stato il periodo d’oro del suo frazionamento, da una parte, in aggregati politici minori in aspra lotta gli uni con gli altri e in inquieta ricerca di un “ubi consistam”, e, dall’altra, in correnti ideologiche a tipo revisionista, di quelle che scambiano per “crisi del marxismo” la crisi dei partiti pseudo marxisti e cercanti una soluzione a questa crisi non in una liquidazione delle superfetazioni idealistiche e democratiche generatesi sul tronco del vecchio movimento operaio, ma nell’opposta liquidazione dei valori classisti, rivoluzionari, anti-idealistici del marxismo.

Una di queste correnti ha fatto centro intorno alla rivista Politics1, sulla quale ex-marxisti, ex-trotzkisti, filomarxisti, anti-marxisti, paramarxisti, idealisti, anarchici e isolati torneano in dotte giostre ideologiche cercando una “nuova via”, che è poi, tutto sommato, la vecchia via del revisionismo. Vi si trova perciò, accanto a qualche articolo di vecchi militanti rivoluzionari, rimasti tuttavia isolati dal processo internazionale e nazionale delle lotte di classe (Korsch, Ruth Fisher), il tentativo di distruggere le basi scientifiche del marxismo (Helene Constas spezza una lancia a favore di un marxismo iperstorico, buono per oggi come per i tempi di… Carlomagno, in quanto esigenza morale), quello di creare una filosofia personalistica del socialismo, quello di scindere il concetto di rivoluzione da quello di violenza (Don Calhoun), quello di reintrodurre nella ideologia rivoluzionaria, come surrogato alle troppo taglienti armi del materialismo storico, il proudhoniano concetto di “Giustizia”, e infine, negli scrittori che sentono i problemi più strettamente politici, la ricerca di una scappatoia alla morsa di ferro del Partito di classe (nel senso leninista della parola) e di formule giuridiche per conciliare dittatura proletaria e tradizione democratica (decentramento delle unità produttive, federalismo, democrazia diretta, diritto di frazione, e altri specifici per chi voglia sfuggire almeno in spirito alle realtà della storia).

Ma il gruppo di Politics ci interessa, ai fini dell’analisi storica, per un particolare aspetto che in esso si riflette della crisi della società capitalistica e della sua evoluzione verso forme sempre più rigide di controllo totalitario di tutta la vita sociale, economica e politica.  Il nucleo dirigente di Politics, il quale proviene dal trotzkismo, ha scoperto che la dialettica della storia non genera necessariamente dai fianchi della società borghese il socialismo2, ma che esiste una “terza via” la quale non é né capitalismo né socialismo, e rappresenta una nuova e decisiva variante nel quadro tradizionale della concezione marxista della storia. Questa terza via sarebbe quella che Dwight MacDonald chiama il “collettivismo burocratico”, termine con cui s’intende alludere all’accentramento della produzione in senso monopolistico e statalista e alla formazione di un’economia controllata sul tipo tedesco (nazista) e russo (staliniano), verso la quale tutto il mondo borghese si orienta, e che è caratterizzata dall’assurgere dello Stato a capitalista unico, e dal costituirsi di una classe o ceto di funzionari-esecutori come la nuova forza di guida della storia. Assunte le leve di comando dell’economia, lo Stato capitalista é oggi davvero il Leviatano: esso ha soppresso il capitalista singolo e la proprietà privata (o, dove non l’ha ancora fatto, tende necessariamente a farlo) sostituendo al primo un esercito di “managers” e di burocrati, e alla seconda la proprietà statale.

E poiché il proletariato si é lasciato prendere nell’ingranaggio di questa spaventosa macchina e non rappresenta più una forza di attrito in seno alla società collettivistico-burocratica, quest’ultima non é più una società di classi e la rivolta all’oppressione ed allo sfruttamento non può venire se non dalla reazione individuale di tutte quelle monadi umane che solo la comune soggezione al Moloch tiene unite in un unico interesse di vita. Per usare le parole di D. MacDonald: “Bisogna ridurre l’azione politica ad un livello umile, senza pretese, personale – un livello reale nel senso che soddisfi, qui ed ora, le esigenze psicologiche e i valori etici delle persone singole che vi prendono parte. Dobbiamo cominciare dalla base, da piccoli gruppi di individui in diversi paesi, raccolti intorno a certi principi e sentimenti ad essi comuni… Lo scopo di questi gruppi dovrebbe essere duplice: all’interno, il gruppo esisterebbe in modo tale che i suoi membri riescano a conoscersi nel modo più pieno come esseri umani. . . scambino idee e discutano il più possibile su ciò che è nella loro mente… e, in genere, imparino l’arte difficile di vivere; verso l’esterno, dovrebbero compiere in comune alcune azioni in appoggio a individui, facenti o meno parte del gruppo, che lottino per gli stessi ideali, e predicare questi ideali, a voce o con l’azione, nei diversi contatti quotidiani coi loro compagni”. Come per il Capitalismo c’è dunque anche una terza via per le classi oppresse: contro l’oppressiva bardatura dello Stato burocratico-collettivista non vale né la tattica delle riforme né la strategia della rivoluzione: non c’è che un’azione da quacqueri o il bel gesto romantico ed eroico dei dinamitardi.

Come si vede, il revisionismo tende a giustificarsi con la “novità” di una situazione che il marxismo ha previsto e analizzato da tempo. Monopolismo, statalismo, accentramento dell’economia e dell’attività politica, totalitarismo, sono tutti fenomeni che rientrano nello sviluppo della società borghese così come i marxisti l’hanno teorizzato. E il grande bluff del Burnham e di Dwight MacDonald consiste nel presentare il fenomeno dello Stato-padrone, con relativo codazzo di “managers”, come qualcosa di staccato dalla storia che vada al di là del capitalismo e rappresenti perciò una “terza via” alla dialettica delle classi. Ma il rapporto fra le classi non solo rimane (e non lo si cambia appiccicando al capitalismo monopolistico ed accentratore il termine di “collettivismo”!), ma si fa più duro, e dà un carattere di ancor più palpitante attualità all’azione di massa e al compatto intervento del suo strumento-guida, il Partito. In tutte le grandi crisi sociali che imponevano il riconoscimento freddo e non velato da passione della realtà di fatto, ed una risposta che le equivalesse in potenza, c’è sempre stato chi ha preferito rifugiarsi in un mitico mondo fuori della storia, in una manifestazione di protesta non rivolta all’avvenire, ma ad un passato impossibile a risuscitare. E’ quello che gli americani chiamano “escapisme”, il rifiuto a guardare la realtà faccia a faccia e ad agire in essa, contro di essa, coi mezzi che la realtà storica medesima offre. Inutile cercare di girare indietro la ruota degli avvenimenti. Il capitalismo é oggi quel mostro, e nessuno potrà dire che al suo timone non ci sia, non continui ad esserci, la stessa classe del primo capitalismo. Krupp ha bisogno di Goering, se non altro per farsene schermo: ma la realtà della società borghese é, anche in regime di… “collettivismo burocratico”, la potenza occulta o palese del grande capitale finanziario.

Dalla soffocante pressione esercitata dal Moloch del capitalismo di stato, solo la forza organizzata della classe opposta può aprire una via di uscita, e questa forza organizzata presuppone l’accentramento di tutte le energie rivoluzionarie nel Partito e, in seno a questo, la stessa inflessibile intransigenza che la disperata volontà di resistere del nemico ha avuto nello spezzare le reni al proletariato rivoluzionario: presuppone insomma esattamente l’inverso di quello che gli ideologi di “Politics” vanno fantasticando, di tutto il ciarpame democratico, federalistico, idealistico, che ingombra la mente e l’azione dei sognatori dell’età dell’oro.

Giacché il capitalismo accentratore può allegramente sorridere delle conventicole degli “obiettori di coscienza”, così come delle complesse elucubrazioni sul modo di conciliare accentramento e decentramento, totalitarismo e democrazia, il lavoro associato con la dissociazione degli individui.

La “terza via” é un fenomeno psicologico che serve ottimamente a lasciare in piedi lo status quo. Il capitalismo monopolistico non ne sorride soltanto: se ne rallegra. E’ uno dei suoi puntelli. 

Note:

 

Forze d'avanguardia nel proletariato americano

In un ambiente sociale, economico, politico quale quello degli Stati Uniti, in cui giganteschi moti di classe, come quelli recenti dei minatori e dei ferrovieri, si accompagnano tuttavia a un lentissimo processo di formazione del partito di classe, e gli organi sindacali sono tradizionalmente organi di conciliazione, quando non addirittura di sabotaggio della lotta, è inevitabile che la tradizione rivoluzionaria marxista si concentri in piccoli gruppi di avanguardia in aspro urto con le fondamentali inquadrature politiche del Paese. In realtà, grandi partiti operai sono cresciuti in America, ancora più che in Inghilterra fuori dell’alveo del marxismo, su un terreno essenzialmente sindacale o addirittura corporativo, lo stesso terreno, d’altra parte, sul quale doveva germogliare, alla fine dell’altra guerra, il movimento a tipo sindacalista-rivoluzionario degli Industrial Workers of the World (IWW) e su cui ha finito per muoversi, nella sua stentatissima vita, il Partito Comunista Unificato di America. Ma più che altrove, il primo compito dei nuclei di avanguardia rivoluzionaria appare perciò, secondo un’efficace formula di Lenin, quello «d’importare il socialismo nel proletariato».

La dinamica delle lotte di classe scaturienti dalla rapidissima evoluzione del capitalismo americano e dai profondi squilibri che, nell’economia statunitense questo dopoguerra ha già cominciato a rivelare, aprirà prospettive di sviluppo alle ancor modeste correnti politiche che si sforzano di riprendere, in un ambiente storico così complesso, la tradizione rivoluzionaria dell’ottobre russo e dell’Internazionale leninista? Non parliamo delle multiformi organizzazioni trotzkiste che ripetono in America il processo d’involuzione e i paurosi sbandamenti ideologici e tattici delle consorelle europee, ma dei più modesti raggruppamenti politici che si sono prefissi come compito immediato il ristabilimento sul piano programmatico dei valori rivoluzionari del marxismo, e di cui offre un esempio particolarmente interessante la Revolutionary Workers League con la sua rivista International News e l’organo di battaglia mensile Fighting Worker, entrambi editi a Chicago (Demos Press).

Questo raggruppamento si distingue per la posizione d’intransigenza assunta nei confronti tanto del riformismo della II e della III Internazionale stalinizzata, quanto del centrismo trotzkista, e sulla base di questa posizione polemica si è fatto promotore già prima della seconda guerra mondiale della costituzione di una «Provisional Contact Commission for the New Communist (4th) International», cui aderiscono oggi, oltre la stessa R.W.L. of U.S.A., la consorella Revolutionary Workers League of Great Britain (già Leninist League of G. B.) e il Central Committee of the Red Front of Greater Germany.

La risposta al quesito che ci siamo posti più sopra non può essere data che da un’analisi delle posizioni politiche che la R. W. L. difende.

Dal punto di vista ideologico l’unico che per ora interessi. trattandosi di raggruppamenti a base organizzativa limitatissima la R. W. L. si presenta come la rivendicatrice delle basi tattiche fondamentali del comunismo nella formulazione ad esse date dai primi Congressi dell’Internazionale. Di contro alla tradizione sindacalista e corporativa del movimento operaio americano (tradizione che, come si ricorderà: rese estremamente difficile nel 1920-21 il processo di avvicinamento delle correnti rivoluzionarie statunitensi alla III Internazionale), essa riafferma il ruolo preminente e decisivo del Partito di classe; di contro all’evoluzione in senso laburista democratico-legalitario del Partito Comunista ufficiale, la concezione rivoluzionaria della lotta violenta per la conquista del potere; di contro alla politica dei blocchi cara al trotzkismo, il principio basilare dell’autonomia del Partito della rivoluzione; di contro alla teoria del governo operaio-contadino la teoria della dittatura del proletariato; di contro all’interpretazione della guerra come crociata ideologica, l’interpretazione classica dell’imperialismo; di contro all’atteggiamento genericamente antifascista dei partiti operai in ambiente anglosassone, l’interpretazione del fascismo come tipica esperienza del capitalismo imperialistico e monopolistico; di contro alla prassi schiettamente patriottarda e bellicista dei due partiti tradizionali, la prassi leninista del disfattismo rivoluzionario; considera definitivamente liquidata l’illusione di un possibile raddrizzamento delle organizzazioni centriste e riformiste e, giudicando avventuriero ed antimarxista il processo di costituzione della IV Internazionale di Trotzky, propugna la formazione di una nuova Internazionale su basi programmatiche omogenee anzichè su accordi esteriori fra partiti; condanna infine senza appello le tattiche cosidette transitorie di unità indiscriminata e di appoggio ai «governi di sinistra» che sono fra i tabu classici del trotzkismo internazionale1.

Nel dare atto di queste posizioni, che, ponendo l’accento fondamentale sulla ‘autonomia programmatica e tattica del Partito di classe, in un certo senso convergono con le posizioni tradizionali della Sinistra italiana, dobbiamo tuttavia avvertire che la R. W. L. è ancora lontana dall’aver svolto fino alla sue estreme implicazioni questa posizione di partenza, e che perciò è essa stessa condannata a ricadere prima o poi nelle posizioni che pur combatte dell’intermedismo. Le pietre d’inciampo sono le medesime sulle quali ha finito per ruzzolare il trotzkismo e, se la R. W. L. non ha ancora fatto il capitombolo, è solo in virtù di un onesto, ma politicamente e ideologicamente inconsistente sforzo di equilibrio. Teoria dell’azione parallela (per quanto indipendente) del proletariato e di frazioni della borghesia nella lotta contro ritorni reazionari; tattica dell’appoggio ai movimenti coloniali e nazionali nella lotta contro l’imperialismo; fronte unico; valutazione dell’URSS come stato proletario degenerato sono altrettante tappe di questo fatale oscillare della R. W. L. intorno alle posizioni di sviluppo di un nuovo opportunismo.

La R. W. L. riconosce bensì che non esiste antitesi fra democrazia e fascismo, che la borghesia si vale ora dell’uno ora dell’altro metodo a seconda dell’evolversi dei rapporti di forza fra le classi, che la democrazia odierna, nata dal secondo conflitto mondiale, ha assorbito in sé l’esperienza totalitaria: tuttavia riprende il vecchio slogan della tattica preconizzata da Lenin ai tempi della lotta contro Kornilov, trasporta cioè una tattica usata dal Partito di classe nel momento cruciale del trapasso da un regime feudale a un regime borghese agli episodi di riassestamento interno che periodicamente si verificano in seno alla società capitalistica e, pur insistendo sulla necessità di mantenere anche in quel caso il principio dell’azione indipendente di classe, auspica l’intervento del proletariato nella contesa fra democrazia e fascismo, tra repubblica e monarchia, tra questa o quella frazione borghese, non già come forza politica capace di porre il problema di classe contro entrambe le formazioni avversarie, ma come forza politica di rincalzo, sia pure transitorio, ad una transitoria soluzione capitalistica. È la tattica del «marciare separati e battere uniti», tattica che, spostando continuamente i termini del problema proletario, porta le forze operaie a muoversi sul terreno obiettivo del nemico, e lo illude che un’autonomia organizzativa riesca a garantire l’indipendenza politica del Partito e perciò della classe (anche ammesso che un’autonomia organizzativa sia possibile nel momento stesso in cui si rinuncia all’autonomia programmatica).

L’ombra di questa falsa impostazione tattica si proietta necessariamente sugli altri aspetti del problema rivoluzionario. La R.W.L. nega, per esempio, che nella fase attuale del regime capitalistico, le borghesie coloniali possano giuocare un ruolo indipendente progressivo, e che la liberazione dei popoli coloniali possa avvenire senza l’assalto rivoluzionario del proletariato mondiale e indigeno al potere politico: riconosce anche che il problema dell’indipendenza nazionale per le minoranze oppresse ha cessato di porsi da quando l’evoluzione internazionale del capitalismo ha portato alla dittatura militare, politica, finanziaria delle grandi potenze imperialistiche; ma ciò non le impedisce di ritener valida la tattica dell’«autodecisione dei popoli» sia pure come parola d’ordine ausiliaria, e di preconizzare una tattica di appoggio (indipendente, s’intende!) alle lotte coloniali contro la ferrea catena dell’imperialismo. Applicata praticamente nel caso della Cina e delle lotte fra Ciang-Khai-Scek e la cosidetta «Cina Rossa» (di cui la R.W.L., nega d’altronde il carattere socialista), questa tattica porta all’assurdo che le cosidette milizie operaie e contadine autonome usino nei confronti delle due parti considerate tuttavia entrambe come avverse una doppia tattica di fiancheggiamento verso l’una e di attacco frontale verso l’altra: «ciò non significa sostenere la Cina Rossa o il suo strato dirigente, ma usare armi diverse contro le due parti della Cina, rinviare la lotta militare contro la Cina staliniana fino a che il nemico militare più diretto non sia battuto»2, cioè, praticamente, rinunciare al disfattismo rivoluzionario nei confronti del proprio governo e limitarne l’applicazione al governo e all’esercito altrui o, in altre parole, servire di strumento diretto o indiretto ad un imperialismo, per far la forca all’altro. La fine naturale di queste «doppie tattiche» è sempre una e, dopo di essersi arrampicati sugli specchi per salvare due inconciliabili posizioni di principio, si finisce inevitabilmente per cadere nel pasticcio trotzkista dell’appoggio alle borghesie coloniali contro l’«invasore imperialista».

Per le medesime ragioni, la R. W. L. è per l’appoggio alle lotte rivendicative delle minoranze oppresse, alle lotte d’«indipendenza nazionale», alle rivendicazioni democratiche come parole d’ordine transitorie e, mentre insiste sul principio dell’«azione indipendente di classe», non si accorge che quest’indipendenza non è né può essere un fatto organizzativo esteriore, ma è prima di tutto autonomia di programma e di tattica. La verità è che, come quasi tutti i raggruppamenti politici usciti dal filone dell’opposizione trotzkista. la R. W. L. rimane impigliata in quel falsissimo canone d’interpretazione politica che consiste nel condizionare la tattica del Partito rivoluzionario ai cosidetti caratteri progressivi di una determinata forma borghese in contrasto con la forma ad essa apparentemente antitetica. E’ anche per questo che la R. W. L., ritenendo che la Russia continui ad essere uno stato operaio per quanto degenerato, e che, come tale, abbia tuttora una base economica socialista pur sotto il dominio di uno strato dirigente burocratizzato fondamentalmente borghese, è spinta dalla logica della sua impostazione tattica a porre il problema del disfattismo rivoluzionario in termini condizionali: il disfattismo è valido come tattica negli stati capitalistici dell’Occidente, e non può in essi subire limitazioni, mentre non è più valido nei confronti dell’U.R.S.S.; e poiché, essendo l’U.R.S.S. tuttora compresa nell’orbita della rivoluzione mondiale di cui resta una parte, è prevedibile un prossimo conflitto ideologico fra il mondo capitalista da un lato e l’U.R.S.S. con in più il proletariato mondiale, dall’altro, ne segue che nei primi «noi siamo, durante la guerra, per la disfatta dello Stato, del nostro imperialismo, anche se dovesse significare la vittoria temporanea della potenza nemica; nell’Unione Sovietica, invece, siamo per la vittoria dello Stato contro le potenze imperialistiche»3. E, per giustificare questo rovesciamento di posizioni, si aggiunge: «la politica di difesa dell’U.R.S.S. non significa appoggio allo stalinismo, significa che fra lo stato operaio degenerato e gli stati capitalisti noi prendiamo posizione, ma senza dire agli operai di morire per il piccolo padre Stalin, o di continuare ad essere dei buoni soldati dell’Armata Rossa pur lasciando in pace i loro ufficiali. Noi siamo favorevoli all’arresto degli ufficiali staliniani dell’Armata Rossa come di quelli degli eserciti borghesi, con la sola differenza che qui noi siamo per la liquidazione del fronte, mentre là siamo per la continuazione del fronte al fine di dare un colpo decisivo al capitalismo mondiale». Ma, poichè le questioni inevitabilmente si legano, questa dialettica funambolesca si ripercuote anche sull’atteggiamento della classe operaia nei paesi alleati con l’U.R.S.S., dove il disfattismo, dovrebbe essere, per dichiarazione esplicita della R. W. L.. applicato senza riserva fino al sabotaggio della produzione bellica e alla continuazione della lotta di classe, ma, viceversa, «i rivoluzionari non devono opporsi all’invio [e perciò, pensiamo, neppure alla produzione] di materiale bellico, ecc. all’U.R.S.S.» e, lungi dal sabotare la produzione, «chiederanno il controllo operaio sulle spedizioni e sulla produzione in generale» posizione che finisce per collimare con le più riformistiche postulazioni dell’opportunismo sciovinista4, e poco importa che, accortisi dell’enormità di questo slittamento, i compagni della R. W. L. si sforzino di conciliare il diavolo e l’acqua santa dichiarandosi disposti a fare in modo che il materiale bellico destinato all’U.R.S.S. vada in mano non dello stalinismo, ma di forze di classe e, come tali antistaliniane, dove non si capisce veramente più se parlino sul serio o si divertano a giocare con l’intelligenza del lettore.

Ma su questo punto il problema è, per la R.W.L., complicato dalla particolare concezione che i compagni americani si son fatti dell’U.R.S.S. Violentemente antistaliniani, essi ritengono tuttavia che il regime attuale non sia in Russia qualcosa di stabile o di ben definito, ma rappresenti un ponte di passaggio verso una restaurazione capitalistica con la quale non concide ancora; che insomma, la Russia sia tuttora strutturalmente socialista ma, nell’ambiente politico staliniano, stiano sviluppandosi come in una serra calda i germi di una nuova borghesia che potrà affermarsi come classe solo sbarazzandosi violentemente, attraverso una rivoluzione, della burocrazia medesima. Si sono chiesti, i compagni americani, che pur giustamente negano la possibilità di un regime intermedio fra dittatura borghese e dittatura proletaria, come sia storicamente possibile un regime intermedio fra dittatura proletaria e dittatura borghese? Si sono chiesti come, da un punto di vista marxista, sia concepibile una soprastruttura politica erigentesi su una base economico-sociale da essa divergente?

Evidentemente, non basta l’assenza della proprietà privata personale dei mezzi di produzione a definire socialista o anche solo «operaio» lo Stato russo. La concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione è il limite al quale la stessa società borghese tende, e il proletario russo che cede allo Stato il plus-valore, lo cede sia ad una classe sfruttatrice nazionale, sia al capitalismo internazionale (attraverso il regime delle concessioni, dei prestiti, del commercio internazionale) esattamente come avviene per il proletario francese, italiano, tedesco, inglese nei confronti della borghesia del loro e di altri paesi. Ed è proprio questa sua maschera «proletaria» che dà al «capitalismo di Stato» un carattere di sfruttamento ancor più ripugnante; è la concentrazione massima, la pianificazione dell’economia russa che ne fa un poderoso strumento di appropriazione del plusvalore ed un’efficientissima macchina di guerra; è per questo, infine, che la Russia staliniana dev’essere vista nel quadro della conservazione internazionale borghese come uno dei suoi fondamentali strumenti, e non è concepibile ripresa proletaria e marxista se non si supera il punto morto della «questione russa».

La R.W.L. è l’unica forza politica operante nel campo proletario americano che si sia posto il compito di ristabilire le basi programmatiche del Partito della rivoluzione. Ma e- qui rispondiamo al quesito che ci siamo posti all’inizio di questa nota – questo compito potrà essere realizzato, e all’avanguardia rivoluzionaria e classista potranno aprirsi prospettive di sviluppo nel quadro della grande crisi economica e sociale che travaglia gli Stati Uniti, alla sola condizione che siano superate tutte le posizioni intermedie che ancora tengono vincolato questo raggruppamento proletario al processo di degenerazione dell’Internazionale Comunista e che, analizzate alla luce degli avvenimenti del ’23-46. risultano in aperto contrasto con le stesse formulazioni classiche del leninismo.

Se questa revisione non avvenisse, la R.W.L. subirebbe lo stesso destino del trotzkismo, cosa che noi non auguriamo né ad essa né al proletariato degli Stati Uniti in generale.

Note: