Proprietà, possesso e società comunista
Categorie: Class Society, Communism, History of the Modes of Production, Primitive Communism
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Questa esposizione prende le mosse da una richiesta di chiarimento relativa al rapporto che intercorrerà tra proprietà privata e proprietà personale in seno alla futura società comunista.
Affronteremo la questione con il nostro metodo, ossia il materialismo dialettico. Si necessita perciò di una più particolareggiata spiegazione della filogenesi della proprietà in seno alla società umana, inseparabile dallo sviluppo delle forze produttive, dei rapporti di produzione, e di determinati fattori ambientali. In poche parole, in relazione a un determinato modo di produzione. Affrontare il tema della proprietà privata in modo isolato ci farebbe cadere nella metafisica.
Alcuni intellettuali piccolo-borghesi, prodi “volgarizzatori” del marxismo, con la buona compagnia di certi teorici operaisti, sindacalisti rivoluzionari e consiliaristi (di cui gli ordinovisti di stampo gramsciano, d’oggi e di ieri, sono un italico esempio), ritenevano e ritengono prioritaria la sottrazione dei mezzi di produzione alla classe borghese rispetto alla lotta politica, rilegando quindi la trasformazione della società tutta ad aspetto secondario, se non addirittura superfluo. Dimostreremo come tutto ciò, oltre a essere falso, sia persino controrivoluzionario. Per farlo, inizieremo con una citazione di Marx precisando che, per noi tutti, quanto scritto dai nostri “padri” abbia una funzione non solo descrittiva, ma anche prescrittiva; non tanto perché sia geniale pensata di quello o quell’altro individuo, che noi consideriamo semplice attore storico, ma perché essa sia la risultante del metodo usato per studiare la realtà. Viene dunque enunciato che:
«Il proletariato non fonda la sua azione nella storia sul possesso di certi mezzi di produzione e quindi su una possibilità di liberazione parziale dell’uomo, ma sul non-possesso della natura umana, che esso vuole appropriarsi e in tal modo emancipare l’umanità; una sfera che non è in nessuna antitesi particolare con le conseguenze, ma in un’antitesi generale con le premesse, del sistema politico tedesco; una sfera, infine, che non può emanciparsi senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società, e quindi senza emanciparle tutte; che, in una parola, è la perdita totale dell’uomo e perciò può riconquistare sé stessa solo mediante la riconquista totale dell’uomo.» (Critica della Filosofia del Diritto di Hegel)
Ne consegue quindi come, la dottrina dei comunisti non consista semplicemente in “tesi di dettaglio” (tattica, sindacati, organizzazione, ecc.) separate l’una dall’altra o sommate computisticamente l’una con l’altra o, peggio ancora, come nei casi suindicati, rendendone una predominante rispetto alle altre; ma consista propriamente in una nuova concezione del mondo e della sua conoscenza. Come matura questa consapevolezza in Marx ed Engels? Nel testo di Partito “Origine e funzione della forma partito” (Il Programma comunista” n. 13 del 1961), viene data questa chiarissima spiegazione: «Dall’osservazione della lotta del proletariato nasce in Marx e in Engels l’idea che la soluzione illuministica non è la vera, la reale, nel momento stesso in cui essi vedono dove la nuova soluzione si trova – nella lotta della classe proletaria. Essi si rendono conto che il problema dell’emancipazione dell’umanità non può essere risolto teoricamente perché non lo si è posto praticamente, perché i borghesi ragionano in nome di un uomo astratto, nella cui categoria il proletariato non entra. La liberazione dell’uomo dev’essere vista sul terreno pratico, e si deve considerare l’uomo reale, cioè la specie umana.»
Questo sta a significare che il marxismo non è solo la teoria della classe proletaria, ma di tutta la specie umana. Il borghese, trattando, per l’appunto, l’uomo come un’entità astratta, non arriva e non potrà mai arrivare a formulare una teoria che concepisca l’umanità in movimento, nella sua trasformazione nel tempo e nello spazio, in relazione ai fattori materiali che ne determinano l’esistenza. Se gli Illuministi, avevano la pretesa di elevare la Ragione a principio intelleggibile unico utile per la comprensione del mondo, non si rendevano certo conto che la loro ragione non era altri che la ratio delle forze produttive sviluppate dalla borghesia, fattore progressivo certo, rispetto al feudalesimo, ma incapace di collocare nel giusto posto l’Uomo all’interno della Storia e dell’Universo, correttamente inteso come totalità. Va precisato inoltre che, seppur siano state combattute aspre battaglie teoriche dentro e fuori al movimento proletario, necessarie per scolpire il nostro corpus dottrinale, monoliticamente inteso, e per dimostrarne la superiorità rispetto alle teorie borghesi o piccolo-borghesi che siano, la nostra “ragione” non vada affermata sui banchi di scuola, nelle Università statali o popolari che siano, in circoli e circoletti, ma con la forza vera e propria. Facciamo nostro perciò il detto di Gracco Babeuf «chi ha la forza, ha ragione», non certo per professar la dottrina dell’energumeno, ma per meglio spiegare quanto vani possano essere i chiacchiericci – oggi più che mai diffusi e amplificati tramite quelle cloache democratiche noti come social network – a fronte di una necessaria e imprescindibile violenta presa del potere politico, che rivoluzionerà certo l’economia, ma anche la conoscenza tutta.
Ne consegue quindi come il marxismo non sia una semplice teoria politica, aspetto parziale e non certo secondario della dottrina, che la colloca invece nella giusta dimensione, ossia come forma fenomenologica dello scontro tra due modi di produzione antitetici (il capitalismo e il socialismo), i quali dispiegheranno i loro effettivi sul campo di battaglia.
L’abolizione della proprietà privata, tornando all’argomento di questa esposizione, non è dunque una “bella pensata” o una “invenzione” di Marx e di Engels, ma il punto di arrivo di un processo storico che muove da determinate premesse materiali. E si arriva a questa conoscenza grazie al metodo che studia il movimento della materia e, in questo caso particolare, della successione dei modi di produzione, all’interno della quale la proprietà privata si trasforma. Con “movimento” non si intenda altresì il moto della fisica, che è certo una forma specifica del movimento, ma la trasformazione dinamica della materia stessa nello spazio-tempo, dal quale è inseparabile.
Inizieremo a esporre partendo, per ovvie necessità, dalla forma di produzione primaria, riassumendo parte del lavoro di Partito intitolato “La successione dei modi di produzione nella teoria marxista” pubblicata a partire dal n. 79 di “Comunismo”.
COMUNISMO PRIMITIVO
Le prime forme di organizzazione sociale furono caratterizzate dalla proprietà collettiva e dalla vita comunitaria. La riproduzione della specie e i legami familiari si basavano su relazioni naturali, con la discendenza che seguiva la linea materna, in assenza di proprietà privata, classi sociali o Stato. Inizialmente, lo sviluppo delle forze produttive è ancora basso è la divisione del lavoro avviene in base al sesso e all’età.
Famiglia come gruppo di produzione collettivo
In queste società primitive, la famiglia non era solo un gruppo di parenti ma anche un gruppo di lavoro, dove tutti i membri si occupavano insieme della gestione delle risorse naturali. Una corretta definizione della famiglia in termini materialistici è quella che la inquadra come un rapporto di produzione, da non confondersi quindi con la sua rappresentazione “romantica” della famiglia borghese che è, di fatto, una ideologia atta a mantenere questo rapporto di produzione invariato nel tempo.
Tornando alla nostra società primitiva, sottolineiamo come non fosse presente ancora la divisione della proprietà e come la famiglia avesse un rapporto collettivo con l’ambiente.
Evoluzione dei legami familiari e scissione della famiglia
Con l’aumento delle forze produttive, i legami familiari basati sulla consanguineità (in particolare sulla linea femminile) si indebolirono. Per evitare l’incesto, la famiglia si scinse a e si evolvette in forme più complesse, come la “punalua”, dove si sviluppavano rapporti più strutturati tra le diverse generazioni.
Con il tempo quindi, la famiglia primitiva si trasformò, passando dal matrimonio di gruppo al matrimonio di coppia, consolidandosi in una struttura familiare che inizialmente manteneva ancora legami collettivi, ma che gradualmente vedeva emergere la proprietà privata.
In un primo momento, questo avvenne per motivi strettamente genetici. Difatti notiamo come, in una fase iniziale, in un gruppo di vaste dimensioni, con accoppiamenti promiscui, le frequenze geniche rimangano stabili nel tempo e favoriscano una grande diversità genetica; tuttavia, a lungo andare, l’endogamia produce il rischio di malattie genetiche, con conseguente necessità di transitare a una forma familiare successiva, la “punalua”, per l’appunto. L’evoluzione dalla famiglia consanguinea verso questa forma familiare può essere interpretata quindi come una selezione naturale che minimizza gli effetti negativi dell’endogamia. Questo percorso segue un principio adattativo: le società che riducono la consanguineità migliorano la salute della prole e hanno un vantaggio evolutivo, portando alla progressiva regolamentazione dei matrimoni.
A determinare invece le successive forme familiare saranno lo sviluppo delle forze produttive e la divisione del lavoro. Notiamo infatti come con l’introduzione dell’allevamento degli animali, si sviluppò una nuova forma di ricchezza che apparteneva prima alla gens, ma che presto cominciò a passare nelle mani dei capifamiglia, segnando l’inizio della proprietà privata e dei beni, come il bestiame e gli schiavi. Lo sviluppo dell’agricoltura e della vita sedentaria, inoltre, portò a un aumento della popolazione e a un aumento delle risorse disponibili. Questo segna il passaggio dalla società comunista primitiva a una società in cui la proprietà privata (in particolare della terra e delle risorse) diventa determinante per il controllo sociale ed economico.
Ora, dobbiamo precisare come la parcellizzazione dei territori all’interno di una gens sia sorta dalla necessità di migliorare l’organizzazione produttiva, in seguito a una crescente specializzazione e divisione del lavoro e che favorì perciò un aumento della produttività generale della società. Quindi non deve essere intesa come una prima cesura nei confronti della proprietà collettiva. Siccome, spesso e volentieri, ci mancano i termini per poter descrivere e comprendere le dinamiche delle società senza classi, possiamo affermare, utilizzando, seppur impropriamente, la terminologia del diritto borghese, che la terra fosse “data in gestione” alle varie gens.
Transizione dal matriarcato al patriarcato
Con la proprietà privata e l’accumulo di ricchezza nelle mani dei capifamiglia, la discendenza passò dalla linea femminile alla linea maschile, dando inizio al patriarcato. La donna, che prima aveva un ruolo centrale come custode della gens, divenne subordinata, e la sua funzione principale si limitò alla procreazione.
La famiglia patriarcale si consolidò come struttura sociale, con un capofamiglia che deteneva la proprietà e l’autorità. In questo stadio, la famiglia non era più solo un gruppo di lavoro, ma divenne anche il nucleo dell’organizzazione sociale ed economica, con il patrimonio che si trasmetteva principalmente ai figli maschi.
Con l’affermazione del patriarcato e della proprietà privata, la famiglia divenne sinonimo di proprietà, includendo non solo beni materiali ma anche schiavi, che erano considerati parte della proprietà familiare. La “familia” – che prende il nome, non a caso, dal famulus, lo schiavo domestico – indicava quindi il dominio del capofamiglia, che possedeva non solo la terra e il bestiame, ma anche le persone, segnando il culmine della concentrazione della proprietà nelle mani di pochi.
Schematizzando:
I fattori che porteranno alla disgregazione del comunismo primitivo sono quindi da ricercarsi, riassumendo e integrando con nuovi dettagli, quanto scritto in precedenza, in:
- Divisione del lavoro e aumento di surplus in seno a una gens. La maggiore redditività di un terreno rispetto a un altro comporta un maggiore controllo delle risorse e una maggiore importanza, di una gens prima, e di una singola famiglia poi, in seno a una società.
- Commercio. Il crescente prodotto eccedente in relazione ai bisogni collettivi di una società tribale, conseguente a una maggiore redditività del lavoro, favorisce gli scambi tra diverse comunità per accaparrarsi beni altrimenti non disponibili. Si sviluppano figure specializzate nel commercio e si introduce gradualmente la moneta come equivalente generale di scambio.
- Introduzione di schiavi. In una società che non produce un eccessivo sovrappiù non si presenta la necessità dell’introduzione degli schiavi nel processo produttivo. I prigionieri di guerra -che formeranno in determinati contesti la prima forza-lavoro subordinata coattamente- ad un basso livello di produzione saranno perciò o sterminati o usati per rafforzare il “pool genetico” della collettività.
SOCIETÀ DIVISE IN CLASSI
Le società di classe, si possono dividere, in relazione alla successione dei modi di produzione in:
- Forma secondaria, che presenta tre varianti:
a. Variante “asiatica”
b. Variante “antico-classica”
c. Variante “germanica” - Forma terziaria: feudalesimo.
- Capitalismo.
Senza soffermarci sull’analisi di ogni modo di produzione, ci soffermiamo unicamente su alcuni dei loro tratti invarianti utili a questa esposizione e trasversali a ogni società divisa in classe.
- STATO. Esso può essere correttamente definito, stando a quanto scritto da Lenin in “Stato e Rivoluzione”, come «l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un ‘ordine’ che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi», ossia, «l’organizzazione della violenza destinata a reprimere una certa classe». Viene precisato inoltre in “Classe, Burocrazia e Stato nella teoria marxista” come lo Stato sia «una forma di proprietà che corrisponde a dati rapporti economici, che con essi apparve, e che tende poi a conservarli e li difende con la forza anche quando sono diventati “catene per le nuove forze produttive” capaci di far progredire il generale benessere.»
Lo Stato quindi assolve a una duplice funzione:
– Moderare il conflitto tra le classi sopprimendo «a suo modo le differenze di nascita, di condizione, di cultura, di professione, dichiarando che nascita, condizione, cultura, professione non sono differenze politiche, proclamando ciascun membro del popolo partecipe in egual misura della sovranità popolare, senza riguardo a tali differenze, trattando tutti gli elementi della vita reale del popolo dal punto di vista dello Stato.» (K. Marx, Sulla questione ebraica). Lo fa quindi usando la sua forza ideologica, giuridica e istituzionale.
– Perpetuare il dominio di una classe su un’altra. Tramite il suo apparato burocratico repressivo fatto di giudici e di sbirri, poiché «Il potere politico, nel senso proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra.» (Manifesto del Partito Comunista).
In senso squisitamente borghese lo Stato, che rappresenta nient’altro che «un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese» si presenta sin da subito come un capitalista vero e proprio, propulsore della economia capitalistica (i Comuni e le Repubbliche Marinare sorte nel medioevo ne sono un esempio lampante), per poi riaffermare questo suo ruolo in pieno sviluppo del modo di produzione capitalistico dove, citando Engels, si presenta come il «capitalista collettivo ideale», accentratore di forze produttive e capitali. - CLASSI SOCIALI. Se possono essere definite certo in base alla relazione che specifici gruppi sociali intrattengono con i rapporti di produzione e, in termini statistici, si possa affermare che una classe tenda a riprodurre sé stessa, questa definizione si rivela però insufficiente per inquadrare le classi nella loro dinamica evolutiva in seno ai diversi modi di produzione, all’interno dei quali, due classi sociali si contrappongono dialetticamente determinando un salto di fase verso il modo di produzione successivo. Le classi sociali non sono quindi mera «finca di registro» presentate alla linneiana maniera, ma si definiscono, oltre che in relazione ai rapporti di produzione, come scritto in precedenza, a partire dalla loro evoluzione storica. Le società divise in classe, inoltre, presentano la peculiarità della estrazione del plusprodotto di una classe su un’altra, come ad esempio il plusvalore dello schiavo, il plusprodotto del contadino e, infine, il plusvalore prodotto dall’operaio.
Trattando in modo specifico del ruolo del proletariato nel modo di produzione capitalistico, possiamo notare come la sua azione si articoli in due fasi: dapprima presentandosi come classe “in sé”, quando è semplicemente un gruppo di individui che condividono la stessa posizione nei rapporti di produzione e si limitano a lotte rivendicative per migliorare la propria condizione di vita, per poi diventare classe “per sé” quando pervengono a una coscienza politica, mediante il Partito – geloso custode della sua dottrina, vera coscienza di classe – comprendendo la necessità di un trapasso rivoluzionario verso il comunismo pena, è il caso di dirlo, l’estinzione della specie umana stessa. - PROPRIETÀ PRIVATA. Di cui stiamo, per l’appunto, analizzando il decorso e che si consolida nella società di classi.