Al coperto di un "Governo di affari" l’attesa del pateracchio internazionale
Il proletario che, avendo avuto la straordinaria ventura di dormire per tutto il periodo immediatamente successivo alle elezioni ed alle interminabili e bellicose polemiche fra i partiti, improvvisamente si svegliasse, si fregherebbe gli occhi stupefatto di fronte allo spettacolo di placida e zuccherina distensione che ha accompagnato la nascita del gabinetto Pella.
Che cos’è dunque successo per far sì che le acque tornassero tanto tranquille da conferire ai rapporti fra Partiti l’aspetto di una cavalleresca tenzone; terminata la quale gli «avversari» sembrano non soltanto disposti ma ansiosi di stringersi la mano e far lega, come ai tempi beati dell’esarchia? È forse bastata la momentanea scomparsa dal proscenio di De Gasperi? Eppure è facile constatare che il suo successore ha rifatto un governo che solo per tacita e comune intesa non si chiama più monocolore, i cui uomini-chiave sono gli stessi di prima e che prosegue, proprio al vertice – in lui, il difensore della lira — una politica alla quale si era finora attribuita la responsabilità di tutti i guai economici e sociali che fornivano alla così detta opposizione pascolo e materia di roboante critica.
Qualcuno ha celebrato la novità e originalità del programma governativo. Era d’obbligo farlo. Ma, a parte che di buoni propositi è lastricato l’inferno, di tutti i successivi governi da cui noi siamo deliziati, non c’è nulla, nelle dichiarazioni programmatiche governative, che non sia vago, caotico, stantio e contraddittorio, la contraddizione più palese essendo quella di un governo che si autodefinisce di amministrazione e si autogiustifica come transitorio e tuttavia proclama di voler «aggredire» chissà quali intricati problemi e di rinnovare, ringiovanire e tonificare l’ambiente politico ed economico italiano.
Ammesso anche (e noi non lo ammettiamo) che un governo borghese qualsiasi abbia oggi il potere di risolvere la malattia cronica del regime, da tutti meno che da Pella i teorici delle «riforme di struttura» e degli investimenti produttivi, i Di Vittorio, i Nenni, i Togliatti, potrebbero attendere, in benevola attesa e in «cortese opposizione», un cambiamento di rotta.
Non è dunque lì – in nessuna «virtù» della compagine governativa – il segreto dell’atmosfera di conciliazione generale che spira sulla Repubblica papalina. Né regge la pretesa che i partiti di centro e di «sinistra» vadano, all’ombra del gabinetto «di transizione», svolgendo per forza autonoma un processo di mutua revisione e chiarificazione. La verità è una sola: che tutti hanno visto nella commediola di un governo «di affari» (e quale governo borghese non è di affari?) l’occasione sospirata di prender tempo in attesa che non da loro, ma dall’esterno, dalle grandi centrali dell’imperialismo, maturi la decisione di un collettivo abbraccio. Tutti hanno sentito che c’era nell’aria qualcosa di nuovo: non qui, nella nostra povera Italietta e nei suoi uomini e partiti e programmi ammuffiti, ma nei bruti rapporti di forza del mondo internazionale borghese. E, per non correre il rischio di prendere iniziative contrastanti con l’evoluzione di questi rapporti hanno salutato con gioia la vacanza di un governo di ordinaria amministrazione. È la necessaria battuta di attesa, di vibrante attesa dell’ordine da eseguire, dell’abbraccio da compiere o della nuova baruffa da recitare.
E poiché l’evoluzione internazionale sembra essere verso l’abbraccio – anche se è lenta e faticosa, non perché volontà e desiderio manchino, ma perché la faccia va pur sempre salvata – prepariamoci alla possibilità che, insieme alla amnistia promessa da Pella, venga da parte dei partiti già «nemici» l’assoluzione plenaria dei reciproci peccati, e tutti insieme, oppositori e governanti di ieri, ridivenuti buoni democratici tutti, si uniscano a reggere il timone della Patria, ad amministrare – come già hanno fatto e, in questi giorni, hanno pubblicamente e nostalgicamente ricordato di aver fatto – il regime nazionale dello sfruttamento del lavoro. In verità, non c’è ragione che rimangano divisi, se il nuovo pateracchio internazionale vedrà America e Russia, con la mediazione del Churchill caro a Scoccimarro (e come potrebbe non essere caro ai liquidatori internazionali della Rivoluzione d’ottobre l’organizzatore dell’intervento armato contro la Russia rivoluzionaria del 1919-20?), riaccordarsi per una comune gestione ed un comune sfruttamento delle risorse del mondo.
La «chiarificazione» che i Partiti attendono all’ombra del super-amministratore Pella è tutta lì. Il sogno di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure è di ritrovarsi intorno allo stesso tavolo del Viminale, per incassare insieme i profitti della rinnovata Santa Alleanza mondiale dei borghesi. Non altro senso ha e può avere la tanto auspicata «apertura a sinistra»!
Si scoprono gli altarini
È raro che l’umanitarismo capitalista giochi a carte scoperte. Quando l’America decise di elargire all’Europa i suoi munifici «aiuti», non proclamò certo che questi rientravano in un calcolo ben ponderato di conservazione: li mise in conto alla filantropia democratica.
Oggi che tanta acqua è passata sotto i ponti, Washington può tranquillamente dichiarare che, nella politica degli aiuti, l’umanitarismo non c’entrava per nulla. «Gli aiuti sono una forma di assicurazione contro il comunismo», ha proclamato Eisenhower, invitando il Congresso a votarne la continuazione. E per «comunismo» non intendeva certo il concorrente imperialista sovietico, ma le forze eversive che il regime borghese evoca dal proprio seno, la rivolta sempre in agguato del proletariato mondiale. Non per nulla, sollevatisi gli operai berlinesi, Washington si è affrettata a mandare oltre cortina milioni di pacchi-aiuto: urgeva «assicurarsi» contro il comunismo. Il regalo non era agli operai di Berlino: era ai colleghi dirigenti di Mosca.
Gli scioperi francesi denunciano una crisi che non è soltanto della Francia
Quando, nel numero scorso, un nostro corrispondente analizzò la situazione francese e avvertì come nessun espediente di governo, nessun palliativo avrebbero potuto risolvere una crisi che è ormai cronica ed investe tutta la struttura economica e sociale della Francia, era difficile prevedere che la situazione sarebbe precipitata in così breve volgere di tempo e con manifestazioni così aperte e clamorose, come quelle che hanno caratterizzato (e stanno in parte ancora caratterizzando) l’ultimo scorcio dell’estate.
Questa volta, la stampa borghese non ha potuto contrabbandare l’ormai stantia interpretazione degli scioperi, che vede in essi – o finge di vedere – il frutto del diabolico lavorio di quinte colonne sovietiche. Gli scioperi francesi avevano una chiara origine economica, la loro iniziativa ufficiale risaliva dichiaratamente a correnti sindacali legate alla politica atlantica e alla democrazia parlamentare: la confederazione staliniana era scesa ultima nell’agone per non lasciare agli «avversari» il controllo esclusivo e i frutti ultimi dell’agitazione. In realtà, entrambe le correnti, la socialdemocratica-democristiana e la staliniana, hanno, le une lanciando la parola d’ordine originaria dello sciopero, le altre riprendendola quando le prime l’ebbero lasciata cadere, cercato di sfruttare ai propri fini, contenendola nell’ambito costituzionale e democratico, un malcontento e uno spirito di insoddisfazione e di rivolta largamente diffusi.
Si sono, in certo modo, divise le parti in un gioco destinato per entrambe a risolversi nell’ambito della democrazia e del parlamento, e diretto a scaricare nella legalità una tensione sociale che minaccia tutte le forze di conservazione del regime. Dopo che le redini del movimento erano loro sfuggite, e gli scioperi dilagavano investendo l’intero apparato economico francese, i sindacati socialdemocratici e democristiani hanno, prima, patteggiato col governo, poi passata la mano agli stalinisti perché liquidassero gli ultimi sussulti dell’agitazione. Ma la realtà rimane; gli scioperi, di cui la stampa borghese ammette che si sono svolti fra il favore di larghi strati sociali – più larghi comunque delle categorie interessate direttamente, e incuranti dei disagi causati dal moto – denunciano una situazione di crisi, di marasma, di disfunzionamento, che nessuna Assemblea Nazionale borghese riuscirà mai a risolvere.
Non saremo noi a sopravvalutare la portata politica e sociale dei grandi scioperi francesi: per imponenti ch’essi siano stati o possano ancora essere, essi non hanno scrollato il giogo delle forze politiche che pur sempre controllano la classe operaia francese. Ma sono il sintomo di un fermentare di contraddizioni interne che non si limita alla Francia, che è di tutto l’Occidente e di tutto l’Oriente capitalistico. Sono le contraddizioni interne del capitalismo imperialistico, tanto più acute quanto più arretrata è la struttura economica nazionale, quanto meno essa è in grado di reggere il peso del mantenimento di posizioni imperiali e coloniali indispensabili alla conservazione della classe dominante, ma per lei stessa terribilmente onerose.
La crisi interna della Francia e la crisi del suo impero coloniale (le cui recenti e clamorose vicende meriteranno ulteriore esame) sono due facce di una sola crisi d’ordine non locale, ma mondiale.
Berlino dalla rivolta proletaria alla guerra dei pacchi
Dopo aver assistito tremando di spavento allo scoppio della rivolta proletaria in Berlino Est e in altri centri industriali della Germania sovietizzata, ed essersi augurati che l’infezione non superasse i fili spinati della cortina di ferro, gli americani, constatato che i carri armati russi avevano assolto bene il loro dovere mentre nel settore opposto i partiti della democrazia avevano impedito che gli operai scendessero in lotta per solidarietà verso i loro fratelli dell’altra sponda, hanno fatto di tutto per riguadagnare il tempo perduto e passare alla controffensiva per sfruttare ai loro fini, ai fini generali dell’imperialismo e della conservazione borghese, un episodio generoso e potente di lotta di classe. Lasciato tranquillamente che i carri armati sovietici spazzassero via la ”canaglia” dei rivoltosi, assistito con un sospiro di sollievo ai colpi di bastone, hanno lanciato di là dalla cortina la loro classica carota: i pacchi-dono, questo ultimo ritrovato truffaldino e gesuitico della tecnica e della conservazione capitalistica mondiale.
E hanno creato e diffuso la loro versione leggendaria dei fatti: hanno pianto sui morti, hanno maledetto i carri armati dell’implacabile dittatura sovietica e hanno loro contrapposto l'”umanitaria” distribuzione di viveri alla popolazione. Era da stupirsi che, su questo terreno, vincessero una nuova versione della guerra fredda?
In realtà, miglior servizio non potevano rendere – e ne erano perfettamente coscienti – ai dominanti sovietici; e perciò a sé stessi, visto che tutto si lega nel mondo dell’imperialismo. Hanno trasferito un elementare scoppio di rivolta proletaria sul piano dei contrasti imperialistici, hanno richiamato nel girone della democrazia un moto che non aveva nulla di democratico, hanno gettato l’offa di un po’ di pane ai vinti della sommossa di giugno, hanno inaugurato – sui cadaveri degli operai dell’Alexanderplatz – un nuovo ciclo di propaganda occidentale. Non questo può spaventare i dirigenti sovietici: nessun carro armato si è mosso per allontanare la folla dai centri di distribuzione dei ”doni”. Non l’America capitalista, ma la Germania proletaria, turba i sonni dei marescialli d’oltre cortina. Obiettivamente, i pacchi-regalo venivano a loro, alla stabilità dei loro domini.
Ma non si compra con scatolette made in U.S.A. la cessazione della lotta di classe; nessuna barriera di elemosine della ventiquattresima ora ha mai fermato o sventato lo scoppio della tempesta rivoluzionaria. Ha vinto il regime borghese, ch’è una cosa sola di qua e di là della cortina di ferro: crollerà, da entrambe le parti, sotto il colpo di scure del loro comune nemico. Al bastone borghese è seguita la carota: il turno è al bastone proletario.
L’Iran cambia rotta annegando nel petrolio
La situazione persiana è precipitata in questi giorni lungo la china che un accumularsi di aggrovigliate vicende lasciava intravedere, e il cui punto di partenza va cercato ben oltre la cronaca di manovre interne ed internazionali.
I sanguinosi sommovimenti politici che hanno scosso nei giorni scorsi la Persia, sembrano, a prima vista, dare ragione a coloro, che sotto questa o quella formula ideologica, credono all’intervento del romanzesco nelle vicende storiche. Infatti, a prima vista, il feroce duello combattuto tra il rovesciato regime di Mossadeq giovantesi della alleanza tattica del partito stalinista del Tudeh, e la coalizione dei suoi nemici polarizzati attorno alla corte dello Scià e alla chiesa musulmana, ha sembrato obbedire alle leggi di un sensazionale intrigo cinematografico basato sul colpo di scena.
Mentre al contrario è chiaro che la stupefacente politica del paese, manifestatasi clamorosamente nella rivolta monarchica di Teheran discende necessariamente dal profondo squilibrio economico e sociale della Persia, complicato paese che oggi conserverebbe completamente intatti gli stessi ordinamenti dei secoli passati, se pochi decenni or sono l’industrialismo ed il mercantilismo capitalista di Occidente, avido di petrolio più che i vampiri di sangue, non avessero tirato alla luce il prezioso combustibile della fascia costiera del Golfo persico. L’industrializzazione non è andata oltre: Abadan, la città proletaria, non conta che 40.000 abitanti. Su una massa di popolazione di poco più di 19 milioni di persone, quasi 15 milioni sono dediti all’agricoltura, ancora mummificata negli stampi feudali. C’è di più. La grande estensione del territorio stepposo fa sì che vi sia diffusa la pastorizia, e molta parte della popolazione è ancora nomade. Per trovare, nella storia dell’Europa, una fase storica dello stesso livello, bisogna retrocedere di millenni.
D’altra parte la dispersione della popolazione su un territorio immenso, grande cinque volte l’Italia, e la scarsità estrema di comunicazioni sono alla base del dispotismo del potere centrale di Teheran, come pure della sua cronica instabilità. Come si è più volte affermato su queste colonne, tutti i Paesi «semicoloniali» del mondo sono oggi travagliati dalle spinte parallele e contraddittorie di un confuso moto di emancipazione della borghesia indigena e dell’impossibilità per quest’ultima di tenere il passo con le sole forze proprie col livello tecnico e le esigenze economiche dello apparato industriale ereditato dalla borghesia colonizzatrice o ad essa violentemente strappato. È qui la radice delle ricorrenti convulsioni interne dalle quali sono travagliati e che, di riflesso, risospingono le forze nascenti del nazionalismo e della xenofobia locale nelle braccia della stessa o di un’altra potenza imperialistica.
Si ricorderà che il clamoroso successo di Mossadeq era direttamente legato alla contesa per l’avocazione alla Persia delle raffinerie inglesi dell’Anglo Iranian Oil Company. Era stata la realizzazione del sogno della borghesia nazionale di eliminare ogni ingerenza e partecipazione straniera nella direzione e nei profitti dell’unico, modernissimo e potentissimo complesso industriale dell’Iran, a saldare al vecchio ministro le forze disparate e contraddittorie della società persiana attuale. Gli agrari di Mossadeq si attendevano dalle maggiori entrate dello Stato, ottenute attraverso la «nazionalizzazione» degli stabilimenti di Abadan, l’abbandono dei progetti di riforma terriera; i ceti commerciali e industriali contavano di godere i frutti indivisi dell’industria petrolifera e di quelle comunque legate ad essa: il proletariato sfogava nella lotta contro «lo straniero» l’inquietudine, il malessere e l’istinto di rivolta di una classe atrocemente sfruttata.
Basti dire che nel settembre 1951, all’epoca cioè della cacciata degli inglesi da Abadan, sede degli uffici e degli impianti della Anglo Iranian Oil Company, le forze politiche che ieri dovevano affrontarsi nelle vie di Teheran e cannoneggiare furiosamente dalle torrette dei carri armati, potevano inneggiare a quello che, tutti insieme anche se divisi, considerarono una grande vittoria: «il petrolio persiano ai persiani».
Si ricorderà, d’altra parte, come il blocco costituitosi intorno a Mossadeq si sfasciasse non appena superata la fase immediata della nazionalizzazione. Non soltanto risorgevano gli antagonismi d’interesse fra agrari e commercianti-industriali, ma il compito di far funzionare regolarmente e in modo produttivo gli impianti di Abadan si dimostrava disperato, all’Inghilterra non riusciva difficile spostare energie e capitali in altri centri di produzione del petrolio e rifornire il mercato mondiale di prodotti più a buon mercato provocando la paralisi quasi totale dello smercio, e quindi della produzione, persiana. Di riflesso, la crisi dilagò in tutti i rami della vita economica nazionale, nel commercio in primo luogo, nelle condizioni di vita dei lavoratori d’altro lato. Il capitalismo nazionale si rivelava, come si diceva, impotente a tenere il passo con le esigenze economiche e il livello tecnico elevatissimo dell’industria che aveva nazionalizzato, e a far fronte coi propri mezzi alla concorrenza internazionale. L’Inghilterra lavorò di usura; il gracile capitalismo iraniano non poteva reggere alla sua offensiva di logoramento.
La monarchia d’altra parte giammai nascose le sue esitazioni e riserve nelle dimostrazioni contro l’Inghilterra, però l’appoggio dato dalla chiesa musulmana rappresentata da Kasciani, al Fronte Nazionale di Mossadeq, doveva neutralizzare le opposizioni al Governo della nazionalizzazione. Ma il successo politico non fu seguito da un miglioramento economico, non intendiamo dire delle popolazioni povere della Persia, ma neppure delle classi privilegiate e della burocrazia statale. Anzi, gli introiti che lo Stato persiano ricavava tassando la Anglo Iranian, proprietaria degli impianti di estrazione e di raffinazione del petrolio, non dovevano essere sostituiti nemmeno da un equivalente utile industriale. La «rivoluzione» del partito di Mossadeq doveva, in definitiva, scontentare e disilludere fieramente le bande di avventurieri della finanza che progettavano di operare con maggiorati margini di profitto sul petrolio «nazionale» e la burocrazia statale che sperava di raddoppiare i suoi più o meno legali prelievi. D’altra parte, il pieno fallimento della gestione statale delle raffinerie doveva rincuorare i nemici del regime facenti capo alla Corte imperiale e, apertamente, ai Governi di Londra e di Washington.
Si sa che dopo la nazionalizzazione degli impianti della A.I.O.C., la produzione petrolifera persiana che pure figurava al quarto posto nella classifica mondiale, dopo gli U.S.A., l’U.R.S.S. e il Venezuela, discese praticamente a zero. Ciò per il semplice fatto che l’espropriazione della A.I.O.C., se scacciava l’Inghilterra dal flusso dell’oro nero, non metteva per questo nelle mani del Governo di Teheran, i mezzi di trasporto, cioè una potente flotta petroliera, senza di che il petrolio rinserrato nelle viscere della Persia rimane quello che era nella notte dei tempi: un capitolo della geologia. Senza navi petroliere capaci di trasportare il petrolio sui mercati mondiali questo non diventa merce, cioè non può tramutarsi in denaro sonante. Se è vero che «senza denaro non si cantano messe», a più forte ragione è vero che una rivoluzione borghese che non produca denaro non ha ragione di esistere. Dall’epoca della nazionalizzazione degli impianti di Abadan, appena un paio di carichi poterono su navi italiane e giapponesi rompere il blocco britannico. La rivoluzione di Mossadeq si rivelò un cattivo affare fin da principio. Presto o tardi, la coalizione anti-britannica che al tempo della cacciata degli inglesi da Abadan, andava dalla Corte al Tudeh imperniandosi sul partito di Mossadeq, doveva sciogliersi malamente, così come avviene per le società commerciali sfortunate. Non stupisce che sia toccato la peggio ai fallimentari imprenditori e gestori della nazionalizzazione.
La violenta riscossa delle forze monarchiche sorprese il mondo intero. Essa seguì di solo due giorni un altro colpo di scena: il fallimento della rivolta dello Stato Maggiore e la fuga a Bagdad dello Scià, che parve segnare la fine di ogni opposizione di destra al regime di Mossadeq. Ecco invece la mattina del 19, i seguaci dell’Ayatollah Kasciani, che pure avevano assistito passivamente alla liquidazione del conato di rivolta dei generali, invadono le strade di Teheran minacciando di morte il Governo; ai dimostranti si uniscono l’esercito e la polizia che prendono d’assalto, non risparmiando né i carri armati né l’artiglieria, gli edifici governativi, la radio, le case di Mossadeq e dei suoi seguaci. Il sangue scorre a fiotti. Il regime di Mossadeq cade come un frutto marcio. L’esito della furibonda lotta sorprende persino lo Scià, conigliescamente rifugiatosi in un lussuoso albergo di Roma, in compagnia della moglie Soraya, la bellissima dagli occhi verdi.
In realtà, nulla di casuale si deve registrare nella sostanza dei recenti moti persiani. Abbiamo visto come la rovinosa gestione dell’azienda nazionale del petrolio, che seppure da decenni alimentava le orge affaristiche dell’A.I.O.C. nondimeno saziava gli appetiti del locale parassitismo, avesse fatto svanire l’entusiasmo delle classi privilegiate per Mossadeq. Facile è immaginare come le esigue schiere di operai, di artigiani, di intellettuali, che nel passato si lasciarono incantare dalla sporca demagogia della nazionalizzazione, presentata come un interesse di «tutti» i persiani, dovessero nei trascorsi mesi digerire malinconicamente le residue illusioni, giungendo sfiduciati e stanchi al momento della sanguinosa rivolta della reazione monarchica e militarista, appoggiata all’imperialismo occidentale. Sotterrati i caduti, gli esponenti dello sconfitto regime di Mossadeq, che poi costituiscono una parte integrante e non certamente la meno reazionaria, dello schieramento politico dominante, finiranno con l’intendersela, volenti o nolenti, con la monarchia. Chi veramente ha sentito la sconfitta, nelle carni e nelle illusioni, è stato il proletariato locale e internazionale che, sotto l’influenza nefasta dello stalinismo, veramente ha creduto, e ancora crede che il dispositivo di forza mondiale dell’imperialismo si possa intaccare alla periferia, con azioni che se pure adombrano i metodi rivoluzionari di lotta, si svolgono nella assenza di una concomitante battaglia contro i centri europei ed americani dell’imperialismo. Né riesce a vedere come lo stalinismo che pure si atteggiava a gran protettore delle rivolte nazionali asiatiche contro l’imperialismo anglo-sassone, lavora indefessamente per raggiungere uno stabile accordo con le Potenze occidentali, che, se attuato, varrà a differire la scadenza delle inevitabili contraddizioni capitalistiche, quindi a facilitare la vita all’imperialismo, a prolungarne l’infame esistenza.
I partiti che dichiaratamente professano la loro dipendenza dai centri imperialistici non faticano troppo, allorché scoppiano situazioni come quella persiana, nel dover prendere posizione a favore di questo o quello schieramento in lotta. Gli stalinisti, che echeggiano la politica del governo di Mosca tendente in Persia agli stessi obiettivi dei rivali Stati Uniti ed Inghilterra, e cioè al controllo del petrolio e delle basi persiane, non hanno esitato un istante ad acclamare al filorusso Tudeh, propugnatore della repubblica e della nazionalizzazione del petrolio, vista principalmente come allontanamento dell’influenza inglese dall’Iran. Ma la nazionalizzazione del petrolio, come qualsiasi altra misura del genere, è un modo di essere dell’affarismo, come sta a dimostrarlo praticamente il fatto che a volerla siano stati i reazionari di Mossadeq. D’altra parte troppo profondi sono i rapporti di interdipendenza tra le zone arretrate e i centri super-industrializzati dell’imperialismo bianco, perché si possa parlare di azioni autonome delle nazioni a basso e bassissimo livello economico nel mercato mondiale.
Qui, a nostro parere, la ragione profonda della crisi, rispetto alla quale non è necessario correr dietro alla cronaca nera delle manovre, dei contrasti di persona e dei mercanteggiamenti tra forze interne ed estere. Indubbiamente, non siamo all’ultimo atto del dramma: l’Occidente e, in particolare, l’Inghilterra possono segnare un punto a loro vantaggio nel colpo di Stato dello Scià, ma la crisi della Persia non è per questo risolta, come non è risolta – anzi, è ai suoi primi inizi – la crisi di tutti i Paesi semicoloniali e coloniali, e bruschi ritorni indietro, situazioni sempre più caotiche, antagonismi e controreazioni rimangono sempre possibili lasciando la porta aperta a nuove crisi, nuovi colpi di scena e nuove soluzioni di emergenza, dominati tuttavia dallo stesso problema, dalla stessa sproporzione tra le forze della borghesia nativa e i giganteschi investimenti di capitale, l’altissimo grado di specializzazione tecnica e la capacità di competere sul mercato mondiale, che i grandi complessi industriali fondati sullo sfruttamento delle materie prime autoctone presuppongono. La borghesia nazionale di questi Paesi non può, alla lunga, evitare di ributtarsi nelle braccia del capitale straniero: non essa, ma la classe lavoratrice indigena, è la vittima delle convulsioni che l’industrializzazione dei Paesi semicoloniali determina.
Ben difficile è quindi il compito del partito marxista. Noi combattiamo apertamente le menzogne umanitarie dei colonizzatori capitalisti, ma appunto perché ci proponiamo di denunciare l’oppressione e lo sfruttamento delle popolazioni di colore, non possiamo simpatizzare con le borghesie nascenti indigene che mirano ad ereditare il ruolo dell’oppressore bianco. Le lotte e le rivolte nazionali nelle colonie ci interessano soprattutto perché, in condizioni di dissesto dei centri mondiali imperialistici e di ripresa rivoluzionaria, i moti nazional-popolari nei paesi arretrati confluiranno, seppure in vista di obiettivi particolari, nell’operazione di strangolamento delle centrali imperialistiche bianche condotta dal proletariato metropolitano.
La nazionalizzazione degli impianti petroliferi persiani non ha modificato in nulla il mosaico sociale locale, né ha arrecato dissesto allo schieramento imperialistico. È un altro capitolo di sangue nella storia turbinosa del capitalismo internazionale.
Ma le masse oppresse di Persia hanno pur sempre un compito rivoluzionario da svolgere. Il momento verrà.
In Corea - Dagli affari in guerra agli affari in pace
Pare (ma non è detta l’ultima parola, almeno per quanto riguarda le scaramucce che potrebbero anche avvenire – non è la prima volta – fra gli alleati di ieri) che la guerra in Corea sia finita. Tre anni di una guerra che, agli effetti degli obiettivi dichiarati, si proclama inutile, ma che ha pure risposto agli obiettivi sottaciuti, quelli di rianimare l’economia americana e di consentire fruttiferi investimenti bellici. È finita, evidentemente, perché gli utili non compensavano più le perdite.
Ciò non significa che la Corea abbia cessato di rappresentare un fertile campo d’investimento. La guerra rende, al capitalismo, al di la della sua durata: è una distruzione necessaria sia per smaltire prodotti giacenti, sia – e soprattutto – per riattivare un nuovo ciclo di produzione. Perciò Foster Dulles ha dichiarato che le truppe americane rimarranno in Corea per condurre a termine l’opera della… ricostruzione. Quello che potrebbe sembrare un paradosso è tuttavia la chiave del “progresso” capitalistico: si distrugge per ricostruire, si ricostruisce per riaprire sorgenti di profitto. Ricostruiscono gli stessi distruttori: benefattori due volte, liberatori due volte. La Corea, che ha avuto il sovrano beneficio di essere distrutta in nome della libertà, sarà nello stesso nome ricostruita.
Il meccanismo dell’operazione é chiaro: tutto il dopoguerra europeo lo illustra. In Germania e in Giappone le truppe “liberatrici” hanno continuato a soggiornare per rendere possibile la ricostruzione. Vi soggiornarono in parte per ragioni strategiche: vi soggiorneranno soprattutto per riservare ai vittoriosi un campo d’investimento ben difeso, un mercato di merci e di capitali, un settore cui riversare le elemosine materiali e i “beni dello spirito”, – un libero territorio di esercitazioni poliziesche contro la rivolta degli affamati. La Corea, uscita dalla guerra calda, entra nel girone della guerra fredda, altrimenti detta ricostruzione (e, s’intende, democratica). Sarà il regno delle scatolette, delle assistenze, dei traffico di sigarette americane, degli investimenti produttivi, un’appendice della colonia statunitense del Giappone. L’industria americana non ha perciò nulla da temere dalla cessazione delle ostilità. A parte l’incertezza di un armistizio le cui clausole sono state congegnate apposta per lasciare uno spiraglio a nuovi colpi di cannone, la “liberazione” della penisola, la sua “ricostruzione democratica”, chiederà alle macchine americane di girare ancora a pieno ritmo.
La generosità del capitalismo può essere infinita fino alla rivoluzione proletaria.
Le grotte della ricostruzione nazionale
La realtà della situazione e della «ricostruzione» edilizia in Italia è stata ripetutamente denunciata su queste colonne. Ma si tratta di una realtà al fondo della quale è difficile arrivare, tanto arruffato è il labirinto nel quale ci si muove tante sono le «sorprese» che, dalle stesse fonti borghesi, di giorno in giorno vengono alla luce.
Il 13 agosto u.s., un numero del Tempo di Milano viene fresco fresco a rivelare che, contro 2985 appartamenti signorili costruiti a Milano, solo 125 ne sono stati allestiti di tipo popolare e che i censimenti comunali della fine del 1951 annotavano ancora, nella «capitale morale d’Italia», «5927 fra baracche, cantine e grotte, abitate da ben 6114 famiglie, il che significa che in 7370 vani di tale misera condizione abitavano almeno dalle 15 alle 20 mila persone»; aggiungeva che a Milano, non a Matera o in altri centri tradizionali del troglodismo edilizio, il 18% delle abitazioni sono prive d’acqua potabile, il 32% di servizi igienici, il 56% del bagno, il 66% del termosifone. Milano formicola di grattacieli, di edifici di gran lusso, di palazzi di ufficio: se si stesse alla pura statistica dei vani, l’affollamento non vi sarebbe eccessivo, ma la verità è che i vani sono per gran parte adibiti ad ufficio ed è enorme la percentuale degli appartamenti di molti vani occupati da famiglie di ristrettissimo numero di persone. Il resto è sovraffollato e, come si è visto, in condizioni da definirsi rispetto al «progresso» capitalistico, preistoriche, mentre l’attività edilizia tende a diminuire e la popolazione cresce.
Il bilancio della ricostruzione edilizia non potrebbe essere maggiormente di classe.
Un capitalismo che ingrassa
La caduta di Lavrenti Beria, Ministro degli Interni e, in quanto tale, capo di tutte le polizie segrete ed ordinarie di Russia, assestò senza dubbio un fiero colpo al prestigio del Governo di Mosca, rivelandone le intime contraddizioni. L’argomento è servito, serve ancora, ad alimentare la massiccia propaganda antirussa della stampa democratica atlantica. Ma è un fatto che con Beria cadde finalmente un mito abusato, crollò la stupida formula che pretendeva di spiegare le ragioni della schiacciante potenza dello Stato di Mosca, e del suo durare, con l’ammassarsi di mezzi materiali di dominazione (armi e formazioni di uomini armati) nelle mani di una ristretta oligarchia. Anzi, coniando la frase «Stato di polizia» si volle addirittura attribuire alle forze poliziesche, e soprattutto alla tanto favoleggiata polizia segreta, il comando supremo della mastodonica macchina di potere che fa capo al Cremlino. Quante fole per non dire: dominazione di classe!
Il fatto che Beria sia stato spodestato e messo sotto accusa sta a dimostrare come l’impiego degli organi dello Stato, anche dei più delicati e fondamentali, non sia riferibile a nomi e glorie personali. L’uomo che era stato immortalato da vivo come il padrone di tutta la Russia, doveva essere licenziato dalla carica con un semplice, per quanto gesuitico ed enfatico, comunicato del Comitato Centrale del partito russo. Un altro colpo alla interpretazione individualista della storia. Ma quale giornale borghese ha accusato il colpo?
Che cosa dunque costituisce il fondamento della potenza dello Stato russo e, quello che conta, come si spiega l’appoggio che il Governo di Mosca riceve dalle grandi masse, è fatto che deve considerarsi al di fuori del ciarpame delle usurpazioni di cricche, delle macchinazioni poliziesche, e tantomeno, del carattere nazionale del popolo russo, presentato quale martire che benedice il proprio carnefice. Che il governo di Mosca riscuota l’appoggio, o la passiva accettazione, delle masse su cui impera, è dimostrato dal fatto che il partito stalinista e, soprattutto, l’armata, in cui sono inquadrate le grandi masse proletarie e contadine si schieravano compatte, nell’affare di Beria, dietro il Governo. C’è di più. Nella rivolta di Berlino del 17 giugno, le truppe della guarnigione russa non si rifiutarono di svolgere lo stesso ruolo delle soldatesche versagliesi scagliate contro la Comune di Parigi del 1871.
La stabilità della società russa poggia su due fattori obiettivi: il processo di sviluppo della classe dominante rafforzantesi progressivamente per l’avanzare del modo di produzione da cui essa si esprime; l’incapacità del proletariato di distinguere la «sua» strada da quella su cui marcia tutta la compagine sociale in fase di sviluppo. Dice Lenin in «Estremismo»: «Soltanto quando gli ”strati inferiori” non vogliono vivere alla vecchia maniera e gli ”strati superiori” non possono vivere alla vecchia maniera, soltanto allora la rivoluzione può vincere». È legittimo ritenere che in Russia, oggi, questa duplice condizione del franare della stabilità sociale sia in atto? Evidentemente, no.
Molteplici sono le ragioni del rafforzarsi della classe dominante russa. Sul piano internazionale: la vittoria nella seconda guerra mondiale e la scomparsa dello Stato tedesco autonomo che dovevano conferire al Governo di Mosca il rango di grande potenza mondiale, i cui successi in Asia dovevano aggiungere nuovo vigore e influenza. All’interno delle frontiere, il dilagare vertiginoso dell’industrialismo che spesse volte, come avviene nelle plaghe dell’Asia russa, salta intere epoche storiche. La rivoluzione industriale che nel decrepito capitalismo euro-americano è una voce di enciclopedia, nel continente russo è bruciante realtà, in certe zone asiatiche addirittura storia inedita, di là da venire. Sicché spesse volte, la vecchia maniera in cui gli «strati inferiori non vogliono vivere» è quella preborghese, o del capitalismo iniziale, che la classe dominante e il Governo di Mosca tendono ugualmente a superare, a lasciarsi dietro, nella gara di supremazia mondiale ingaggiata con le potenze occidentali.
Il fatto è che né la classe dominante né il proletariato «vogliono vivere alla vecchia maniera», che è la maniera di vivere dello zarismo, dell’arretratezza economica e sociale, della predominanza dell’economia agraria. La rivoluzione bolscevica dell’Ottobre 1917 si propose di liquidare l’eredità zarista nel quadro dell’abbattimento mondiale del capitalismo, che fu il compito affidato ai partiti comunisti affiliati alla Terza Internazionale. Nell’assenza della rivoluzione socialista mondiale, la rivoluzione russa dovette continuarsi nelle forme dell’industrialismo capitalista. Oggi, alla data 1953, la rivoluzione borghese russa continua, ha ancora della strada da fare. Ora quale individuo, sia pure eccezionale, può dirigere e correggere il prorompere delle forze produttive? Perciò avviene che gli Jagoda, gli Jezov, i Beria passino, sia pure provocando scosse sismiche nell’apparato statale di Mosca, che funziona più da freno che da stimolo del processo produttivo, mentre il flusso industrializzatore percorre le immense distese russe, suscita nuove forze produttive, ingloba vaste zone sociali nel vortice mercantile.
La Russia ha percorso sotto i nostri occhi, e deve ancora percorrere, la curva asperrima della industrializzazione borghese. Si è già lasciato alle spalle il torbido periodo iniziale che significò fucilazioni e deportazioni in massa di contadini e di operai digiuni di tecnica industriale e insofferenti della disciplina aziendale, che comportò orari massacranti di lavoro, basso regime di vita. Checché ne dicano gli ipocriti difensori della libertà, i primi piani quinquennali furono la versione in russo, per quel che riguarda il trattamento usato alla mano d’opera, delle infami pagine di oppressione sanguinosa e di inumano sfruttamento di cui è piena la storia dei primordi del capitalismo in Inghilterra, Francia, Stati Uniti. Ma fattori obiettivi come le enormi ricchezze in materie prime nascoste nelle viscere del territorio russo, o spiegate al sole sulla sua superficie, l’inesauribile potenziale di forza di lavoro, e, condizione non secondaria, le annessioni più o meno larvate di nazioni industrialmente sviluppate (Cecoslovacchia, Germania Est, ecc.) dovevano far girare avanti la ruota della storia. Avanti verso il socialismo? No. Al contrario, nella direzione capitalista, ma avanti.
È chiaro che al trapasso non hanno concorso cambiamenti di uomini al vertice dello Stato o di programmi politici, ma sibbene i sotterranei cambiamenti quantitativi operatisi nella struttura economica. Allo stesso modo, all’Inghilterra della repressione anticartista del principio dell’800 e agli Stati Uniti delle forche di Chicago della fine del secolo seguirono le nazioni che oggi conosciamo: ad alto livello di vita, formalmente tolleranti, governanti più con la corruzione opportunista che con le sparatorie repressive. Ben vero è che l’accumularsi di enormi potenziali produttivi nell’area euro-americana produce i noti fenomeni dell’imperialismo e della guerra. Ma è altrettanto inoppugnabile che il proletariato delle grandi potenze mondiali, che dispongono del controllo di vaste riserve di materie prime e di impianti come delle vie di comunicazione intercontinentali, può ottenere salari relativamente alti e maggior sicurezza di impiego. Il fenomeno dell’enuclearsi dal seno delle masse lavoratrici di strati superiori, permeati da mentalità conservatrici piccolo borghesi, venne analizzato fin dalla prima metà del secolo scorso da Marx ed Engels, e spiegato appunto con la concentrazione del capitale in rapporto agli Stati nazionali.
La Russia odierna marcia verso questi obiettivi. Si darà un ordinamento democratico simile a quello che funziona furfantescamente nell’Occidente? Nessuno può dirlo, nonostante le parole melate di Malenkov. Ma che il capitalismo russo, passata la tempestosa fase iniziale, tenda necessariamente ad essere sempre meno rivoluzionario, e sempre più borghese, che tenda ad assicurare la continuità dello sfruttamento salariale con la corruzione opportunista delle masse (secondo il modello anglo-americano costituito da alti salari, pensioni, assistenza sociale, premi ed altri ammennicoli, tra cui non manca l’automobile operaia) è previsione che si trae non da astratto schematismo, ma dall’esame dell’effettivo svolgimento dell’economia russa e del solidificarsi delle discriminazioni sociali che essa produce.
Ma, e ciò non sorprende i marxisti, il capitalismo russo già manifesta i segni del suo invecchiare: la produzione per la produzione, la tendenza a esportare per produrre di più, il dilatarsi della speculazione, le stesse contraddizioni che caratterizzano il capitalismo occidentale e che preparano le esplosioni delle grandi crisi mondiali. La fine del capitalismo, come sta a dimostrare l’esperienza del cinquantennio trascorso, potrà venire soltanto al culmine di un marasma sociale e politico di portata mondiale. La Russia, mentre rafforza per naturale sviluppo della sua ascendente economia, la propria stabilità interna, agisce contemporaneamente rivaleggiando con gli interessi costituiti dall’imperialismo come un formidabile quanto involontario fattore di sconvolgimento dell’equilibrio mondiale. Così facendo, prepara anche la sua fine. Questa non potrà venire dalle lotte fra gruppi e camarille del Comitato Centrale di Mosca, ma sibbene dallo sgretolamento delle basi mondiali della dominazione capitalista.
IV Repubblica e Marocco
Dopo l’Indocina il Marocco: l’Impero coloniale francese, monumento di pirateria e teatro di vertiginose speculazioni, sta in piedi soltanto grazie all’esercizio aperto della violenza e all’uso spregiudicato della corruzione.
La borghesia ha vantato, lungo tutta la sua storia, la funzione civilizzatrice delle potenze coloniali. La realtà è che queste hanno retto il proprio dominio sulla miseria e sul sangue e, lungi dallo sviluppare le risorse economiche dei Paesi dominati, le hanno mortificate e intristite. Di più, applicando su vasta scala il principio romano del «divide et impera», hanno fatto e fanno leva, per conservare il proprio dominio, sugli strati sociali più retrogradi dei cosiddetti Paesi di colore.
In Indocina, la Francia si è appoggiata a Bao Dai contro il Vietmin; in Marocco, si appoggia al gran feudatario berbero di Marrakech contro un sultano colpevole di prestar troppo orecchio ai partigiani dell’indipendenza nazionale e del rammodernamento politico ed economico del Paese. Con mossa degna delle migliori tradizioni coloniali, attizza le rivalità fra i due gruppi (che non sono soltanto gruppi razziali diversi ma gruppi sociali contrapposti da secolari vicende storiche); finge poi di intervenire come mediatrice imparziale; infine, butta la maschera e rovescia il «sovrano legittimo», reo fra l’altro di aver favorito le proposte americane di un esame all’O.N.U. della politica coloniale francese.
La stampa occidentale, che fa tanto strepito sui colpi di Stato – miscela di astuzia e di violenza – in cui si è specializzato il Cremlino, non sembra trovar motivo di critica nei fatti marocchini.
Comunque questi si concludano, Marocco e Indocina continueranno a pesare duramente sul bilancio della Francia, e ad aggravare uno stato di crisi permanente di cui le recenti agitazioni sociali sono un sintomo impressionante, mentre alzano ancora una volta il velo sulla spietata, ferrea realtà dell’imperialismo.
È morto a Piombino il compagno Daddi
La sezione di Piombino ha il dolore di annunciare la morte, avvenuta il 21 luglio u.s. in seguito a grave e dolorosa malattia, del compagno Giuseppe Daddi, di anni 63. Militante fin da giovane nel movimento operaio, membro del Partito di Livorno. Egli non aveva cessato di combattere specie durante il terrore fascista, per la causa del proletariato, ed era stato dei primi, nell’ultima fase della seconda guerra mondiale – quando si costituì la nostra sezione di Piombino – ad aderirvi. Da allora aveva posto al servizio del movimento il tesoro della sua esperienza ,e della sua fede incorrotta. Ripetuti interventi chirurgici non sono riusciti a sradicare il tumore di cui soffriva. Il proletariato piombinese ricorda la sua figura di militante generoso ed instancabile. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Sezione della sua città ed al Partito.
Vita del Partito
RIUNIONI
A Ventimiglia il 26 luglio e a Luino il 3 agosto si sono tenute le riunioni rispettivamente, della federazione ligure e della sezione luinese. In entrambe si è fatto il punto sul lavoro politico e teorico svolto nel corso degli ultimi mesi dal movimento e sulla situazione organizzativa. Gli avvenimenti più significativi del momento politico internazionale sono stati passati in rassegna, mentre si è fatto il bilancio dell’opera di diffusione della stampa e di propaganda in generale. Sono stati raccolti fondi per la stampa e pro vittime politiche.