Insegnamenti del "Quarantennio"
Il nostro recente lavoro sull’ Estremismo di Lenin, e ancora più particolarmente la finale Appendice sulle questioni italiane, sono venuti proprio in tempo a mettere le cose a posto circa l’attuale chiassosa «commemorazione» della fondazione del Partito Comunista d’Italia.
Noi non siamo commemoratori di professione, ma quanto scrivono i falsificatori discendenti di Livorno ribadisce il nostro metodo di trarre «sul filo del tempo» la documentazione dell’esperienza passata; e non decidere sulla storia di mesi, ma su quella di decenni e decenni.
Bene la documentazione dell’Unità e di Rinascita, salvo minori dettagli. Accettiamo i loro documenti e riferimenti sulla sinistra comunista e sulla preparazione di Livorno. Confermiamo tutti i testi della sinistra che essi, eseguendo acrobazie storiche da «slalom gigante» rimettono a denti stretti in circolazione. Ai compagni e ai lettori fare l’ampio confronto.
Rileviamo solo con quanto debole disagio Terracini cerca di replicare a Nenni. Questi rimastica la vecchia storia: che la scissione di Livorno divise il proletariato per avere il partito puro; e per tanto vinse il fascismo.
Terracini tenta di rispondere che la scissione fu necessaria ed utile. Ma non potrà mai spiegare come scissionisti ed antiscissionisti sono così ben d’accordo nell’esaltare la unità partigiana, antifascista e democratica su cui gloriosamente convergono oggi.
Nenni, che viene da quei primi gruppi di interventisti scontenti da cui uscì il fascismo, e che ha il toupet di ricordarli, è coerente come deprecatore di scissione quarant’anni fa ed oggi. Ma i comunisti fanno pena nel momento in cui qui tentano ancora di speculare sulla tradizione di Livorno, non morta nelle file proletarie italiane; e devono seguire le consegne del manifesto suino di Mosca per cui (come per Nenni) la scissione fu rovina e oggi occorre la unificazione dei partiti operai.
Tornando alla situazione di quarant’anni fa gli «ordinovisti» fanno ben tardiva ammenda dell’unitarismo ostinato, e del ritardo ad accettare la tesi del Soviet per la scissione; ritardo di due anni che rovinò la causa rivoluzionaria. Noi restiamo fermi sui testi di allora e di oggi; la vera lezione di quarant’anni di storia, contro la quale oramai male il partitone si contorce.
Nenni ricorda che, secondo Treves, veniva il fascismo prima della rivoluzione operaia. Treves conteneva cento volte più marxismo dei Togliatti, e mille volte più dei Nenni. La tesi fognosa e carognesca è che veniva il fascismo per far dopo luogo ad una rifrittura carognesca della rivoluzione borghese liberale, in cui gli avanzi dei partiti comunisti e socialisti sono naufragati in sconfinata vergogna.
Botteghe in concorrenza
La celebrazione del 40° anniversario della fondazione del P.C.d’Italia ha rimesso in polemica Nenni e le Botteghe Oscure e viceversa.
La polemica non riguarda affatto le questioni di fondo: tanto Nenni quanto Terracini ritengono infatti che il «vero» P.C. cominci non da Livorno ma dalla negazione di Livorno, cioè dal 1926 del Congresso di Lione, dall’abbandono del programma comunista a favore di un programma democratico-antifascista, e sotto quest’aspetto don Pietro avrebbe ragione di dire che tanto valeva non essersi divisi e aver affermato decisamente quel programma nel 1921-22, agitando il tema della lotta «per la Costituente e la Repubblica». Coerente è lui, non loro: lui il patriota, il democratico, il legalitario; non loro, i pentiti d’essere stati, per breve ora, e per giovanile baldanza, rivoluzionari. Ciò che invelenisce i compari delle Botteghe Oscure contro il compare della bottega di fronte è la sua odierna navigazione nelle acque dell’ «autonomismo», autonomismo che, per Nenni ha sempre significato agganciamento a qualcos’altro: la d.c. e il p.s.d.i. dopo il p.c.i. come, quarantacinque anni fa, l’irredentismo e, quarantadue anni addietro, il filofascismo. E’ quindi facile profetizzare che, se l’ «autonomizzazione» di Nenni proseguirà incancrenendosi, dalle Botteghe Oscure partiranno all’indirizzo dell’amico-per-la-pelle di ieri valanghe di ingiurie e si rispolvereranno gli archivi più o meno segreti per ricordare ai proletari le «strane vicende», come dice Terracini, del congresso socialista di Roma del 1923, lo «strano» arresto di Serrati e lo «strano» passaggio dell’Avanti! nelle mani abili e rapaci di don Pietro, e mille altri episodi (forse gli articoli sulla guerra liberatrice del 1915-18? o quelli di elogio agli squadristi dopo l’incendio all’Avanti!?) della vita del più camaleontico fra i camaleonti politici nostrani. E, di colpo, il corteggiatissimo Don Pietro, il Premio Stalin, il compagno delle mille «battaglie» (ma sempre per la patria e la democrazia) potrà ridivenire il «socialfascista».
Contrasti fra bottegai che vendono la stessa merce, ma pretendono ciascuno di offrire la più scelta! Ecco tutto, ahinoi…
La miseria crescente è una legge storica Pt.2
(Nella prima parte di questo articolo si è esposta la tesi sovietica, salutata con entusiasmo da un giornate tedesco-occidentale, secondo cui l’immiserimento crescente sarebbe non una legge storica, ma una tendenza sempre contrastata dalle «conquiste salariali» dei lavoratori e dalle riforme imposte al regime borghese; e si è ribadito l’opposto principio marxista).
* * *
Il banale argomento che la disponibilità di prodotti da parte degli operai è cresciuta (il che, per i borghesi, suona miglioramento delle condizioni di esistenza), nulla ha a che vedere con la legge della miseria crescente come venne formulata già nel 1847, in un momento in cui la lotta di classe e l’organizzazione economica (che pei i russi sarebbero fattori contrastanti la tendenza) erano in pieno sviluppo e non erano affatto ignorate da Marx. La ripresentiamo nelle stesse parole in cui apparve in «Lavoro salarialo e capitale», non essendo intervenuto, per il marxismo, nessun «fatto nuovo» a invalidarle:
«Se cresce il capitale, cresce la massa del lavoro salariato, cresce il numero dei salariati, in una parola: il dominio del capitale si estende su una più grande massa di individui» [dunque, i piccoli produttori cadono nel numero dei nullatenenti, che cresce sempre più].
«E supponiamo pure il caso più favorevole: se cresce il capitale produttivo cresce la domanda di lavoro, sale dunque il prezzo dei lavoro, il salario», [l’operaio… compra la televisione]. «…Un aumento sensibile del salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo. Il rapido accrescersi del capitale produttivo provoca un’altrettanto rapida crescita della ricchezza, del lusso, dei bisogni sociali e dei godimenti sociali. Sebbene dunque i godimenti del lavoratore siano aumentati, la soddisfazione sociale che essi procurano è diminuita in confronto agli accresciuti godimenti del capitalista, che sono inaccessibili all’operaio; in confronto al grado di sviluppo della società in generale» [ossia, il proletario dispone di una quantità sempre minore del prodotto sociale totale]. «I nostri bisogni e godimenti scaturiscono dalla società; noi perciò li misuriamo in base alla società, non in base all’oggetto della loro soddisfazione. Poiché sono di natura sociale essi sono dì natura relativa».
«…Qual’è ora la legge generale che determina l’aumento e la diminuzione del salario e del profitto nel loro rapporto reciproco? Essi stanno in rapporto inverso. La quota del capitale, il profitto, sale nello stesso rapporto in cui cade la quota del lavoro, il salario, e viceversa. Il profitto sale nella misura in cui il salario cade, esso cade nella misura in cui il salario sale». [corsivo di Marx].
«… Un rapido aumento del capitale è parimenti un rapido aumento del profitto. Il profitto può crescere rapidamente solo se il prezzo del lavoro, il salario relativo, diminuisce con la stessa rapidità.
Il salario relativo può diminuire, anche se il salario reale sale insieme al salario nominale, al valore in denaro del lavoro; ma non nello stesso rapporto in cui sale il profitto. Se, per esempio, il salario cresce, in un buon periodo d’affari, del 5 per cento, mentre il profitto aumenta del 30 per cento, il salario relativo, proporzionale, non è aumentato, bensì diminuito.
Se, dunque, con la rapida crescita del capitale, aumentano le entrate del lavoratore, aumenta nello stesso tempo l’abisso sociale che separa i lavoratori dai capitalisti; si accresce nello stesso tempo la potenza del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale».
Questa è la miseria crescente che è insieme «pena di lavoro» nel senso più vasto. Non si tratta di negare l’aumento della capacità d’acquisto dei proletari (che si realizza quasi sempre in una maggior disposizione di prodotti industriali), ma di mostrare come quanto più essi ricevono tanto maggiore è lo sfruttamento cui sono sottoposti.
E ancora:
«… Se il capitale aumenta rapidamente, per quanto possa crescere il salario del lavoro, il profitto del capitale cresce in modo sproporzionatamente più rapido. La condizione materiale del lavoratore è migliorata, ma a prezzo della sua condizione sociale.
L’abisso sociale che lo separa dai capitalisti si è approfondito».
È questo il punto (anche a prescindere dalla considerazione generale che, calcolate le grandi crisi, le catastrofi economiche, le guerre, ecc., lo stesso aumento assoluto del «tenor di vita» si riduce ad una beffa): l’«idealismo» borghese riduce l’esistenza umana – malgrado tutte le sue giaculatorie idealistiche – alla sua nuda espressione monetaria; il materialismo marxista la riporta al suo contenuto sociale, anzi umano; la giudica impoverita nella stessa misura di cui si impoverisce questo contenuto.
Infine:
«Quanto più rapidamente la classe operaia accresce ed ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e che la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare ad un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, ad un aumento del potere del capitale, e di forgiare essa stessa le catene dorate con cui la borghesia se la trascina dietro».
Su questa critica si fonda, per noi marxisti e per tutta la durata del capitalismo, la realtà dei rapporti fra lavoro e capitale, e quindi delle condizioni di esistenza degli operai. Non ci interessano né i periodici aggiornamenti russi né le rivelazioni sensazionali della stampa borghese, certi come siamo che sarà lo sviluppo del capitalismo, e quindi dei contrasti di classe, a dimostrare il corollario della legge della miseria crescente: la ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato. Ci importa solo dimostrare come l’apparente contrasto ideologico si risolva, per ambo le parti, in un’esaltazione della pura lotta rivendicativa e legalitaria degli sfruttati nel quadro del regime esistente, e trarne una confessione della identità di natura economica e sociale fra i due blocchi.
Commissioni interne e sindacato "aziendale"
In una serie di articoli apparsi nei numeri precedenti, abbiamo sottolineato i diversi aspetti negativi, dal punto di vista dei lavoratori, delle innovazioni tecnologiche ed organizzative di cui il ”capitalismo nuovo” si vanta, e il comportamento delle direzioni aziendali quando decidono di introdurle nel processo produttivo. Abbiamo cioè visto come gli operai vengano posti, nella più completa ignoranza, di fronte al fatto compiuto delle ”innovazioni” anche quando esse comportano rischi fisici e conseguenze economiche gravi come il licenziamento, la dequalificazione, il trasferimento, ecc. Tutto ciò a riprova documentaria della dittatura del capitale e della sua posizione di forza nelle aziende, malgrado la stamburata capacità di resistenza e di lotta dei sindacati.
Riportiamo ora dalla già citata inchiesta svolta dall’ Allione nella zona industriale di Milano altri dati relativi alla politica della maggioranza delle aziende in merito al cosiddetto libero esercizio dell’attività degli organi sindacali aziendali. Prendiamo, ad esempio, i rapporti fra Commissioni Interne ed organi tecnici aziendali nel campo della fissazione dei tempi dei cottimi.
Come è noto, le C.I. non contrattano con gli organi della direzione il tempo assegnato alle operazioni di lavoro. Ma, una volta che la direzione ha stabilito questo tempo, come le C.I. ne prendono conoscenza? Nel solo settore metalmeccanico, l’unico nel quale, per ragioni facilmente intuibili, tutti i membri delle C.I. ammettano che nelle rispettive fabbriche esistono i cottimi, l’inchiesta Allione ha appurato che, secondo appena il 46,43% degli intervistati, la C.I. viene a conoscenza dei tempi assegnati alle lavorazioni in seguito a comunicazione degli operai; secondo il 36,43%, solo caso per caso e su richiesta rivolta agli organi tecnici aziendali o alla stessa direzione; secondo il 6,24% non lo sa mai.
Il quadro è evidente. Nella maggioranza dei casi (ma in numero sempre inferiore alla metà del totale), la C.I. ha ancora un certo rapporto diretto con gli operai, tale per cui (ed è già poco) i metalmeccanici che giudicano troppo ”stretto” il tempo loro fissato possono ”comunicare” con la C.I., e questa ”chiedere” all’ufficio cottimi o ad altro organo dell’azienda di rivederlo. In un secondo gruppo di aziende la situazione è nettamente peggiore, perchè il contatto diretto fra C.I. ed operai è ridotto al minimo, è saltuario e casuale; nel terzo gruppo, non esiste addirittura. Nel quadro generale, inoltre, scrive l’Allione, solo il 10% delle C.I. è in condizione di svolgere la sua ”massima funzione”, percentuale insignificante, se si pensa che il contratto di lavoro dei metalmeccanici riconosce sulla carta alla C.U. il diritto all’accesso allo schedario dei tempi. Inutile dire che, in altri settori dell’industria, la situazione è ancora più negativa.
Questi dati, forniti dalle stesse C.I., sono tanto più eloquenti in quanto sulla loro esattezza (nel senso della difesa degli interessi operai) è lecito avere qualche dubbio: è noto infatti che alcune imprese riconoscono solo i membri delle C.I. che sono di loro gradimento, cioè i più disposti a piegarsi alla volontà della direzione. Si ha così – a ennesima conferma di elementari tesi marxiste – la chiara contrapposizione della strapotenza del capitale nell’ambito dell’azienda da un lato e dell’impotenza di organi sindacali aziendali nella tutela degli interessi operai dall’altro. La cosa riveste una particolare importanza oggi che i bonzi dei diversi sindacati esistenti su scala nazionale propugnano l’istituzione del sindacato d’azienda e il principio della contrattazione aziendale come unico mezzo idoneo non solo a fronteggiare la dittatura delle direzioni, ma ad ottenere le migliorie salariali imposte dal maggior sfruttamento della forza -lavoro che , come si è visto, le ”innovazioni tecnologiche” comportano. La teoria di questi signori è che la più complessa ”strutturazione” delle imprese capitalistiche rende oggi necessario un adeguamento ad esso della struttura sindacale: il risultato, per noi, è una riduzione costante del potere di lotta e di contrattazione dell’organizzazione economica operaia di fronte al padronato.
Nei giorni scorsi, il segretario della C.G.I.L., Novella, ha dichiarato trionfalmente: «L’anno sindacale 1960 ha segnato una tappa importante verso il rinnovamento del sistema contrattuale… Per la prima volta nella storia sindacale, abbiamo visto la lotta per le integrazioni contrattuali sul piano settoriale e sul piano aziendale ». Qui si trasforma in una… geniale scoperta e conquista del sindacato, postosi in grado di adattarsi plasticamente alle modificazioni strutturali dell’ azienda capitalistica moderna per contrastarne il potere dittatoriale sulla forza-lavoro, quello che è invece l’effetto (e l’ulteriore causa) di un infame politica di rinunzia ai metodi della lotta di classe, di sbriciolamento e sezionamento delle agitazioni e degli scioperi, di abbandono degli obiettivi generali, comuni a tutte le categorie, delle sindacali ed economiche. E, in attesa di ”imporre il riconoscimento della sezione sindacale di mestiere” nell’azienda, gli alti papaveri delle organizzazioni sindacali partecipano agli « incontri triangolari» promossi con perfetto stile fascista e corporativo dal governo, per discutere coi rappresentanti della grande industria e della grande finanza i problemi dello sviluppo economico del Paese, degli investimenti produttivi ecc. Al basso, si spezzetta il sindacato (come già le agitazioni e gli scioperi) in un pulviscolo di sezioni di azienda, come tali ancor più impotenti e prive di contatto reciproco; all’alto, si stabilisce una unità non fra operai, ma fra operai, padroni e Stato. Un altro ”passo avanti”, certo; ma non nel senso dello sviluppo della lotta proletaria contro la classe padronale e il suo organo esecutivo, lo Stato, bensì nel senso della distruzione di ogni autonomia degli organi di difesa economica e in quello della conciliazione tra le classi, cioè di capitolazione dei lavoratori di fronte al Capitale e di inserimento delle loro organizzazioni nel meccanismo statale borghese.
Dire infatti che la sezione sindacale di azienda non è un organo aziendale come la C.I., ma ”una propaggine” del sindacato nell azienda (formula deila C.G. I.L.) o ”un anello di congiunzione” tra vita sindacale e vita aziendale. (formula della C.I. S.L.) è solo un modo elegante di eludere la realtà. In quanto vive ed opera nell’azienda. come sezione staccata, la sezione sindacale non potrà sfuggire alle suggestioni, ai vincoli, alle influenze corruttrici, alle quali soggiace la C.I., non potrà non aderire ai limiti dell’azienda medesima e trasformarsi in organo locale soggetto alle stesse limitazioni delle attuali Commissioni Interne; ciò tanto più, in quanto sarà investita di poteri contrattuali e quindi sarà automaticamente trasformata in sindacato aziendistico autonomo. Non è difficile prevedere i riflessi che un simile capovolgimento funzionale (non soltanto organizzativo) del sindacato avrà sul movimento operaio: ulteriore polverizzazione delle agitazioni, degli scioperi e delle contrattazioni, accentuato paternalismo aziendale, allargamento della ”forbice” fra le categorie operaie privilegiate dalle grandissime aziende e quelle più svantaggiate delle piccole e medie, approfondimento del divario fra questi strati diversi non soltanto come livello di retribuzione e di condizioni di lavoro, ma come spirito di lotta; sempre minore solidarietà generale e collettiva, sempre maggior degradazione del fronte proletario in gruppi separati ed eterogenei; insomma, una versione peggiorata dell’ ordinovismo e dell’ immediatismo.
E’ vero che i sindacati gialli, rosa e bianchi non hanno atteso una simile riforma strutturale per applicare la politica degli scioperi al contagocce, al cronometro, per settore, per reparto e così via: ma è chiaro che, sancito anche sul piano organico-sindacale il frazionamento per imprese, quella politica assumerà forme ancora più infami e rovinose, svuotando il sindacato come organo unitario di classe, renderà sempre più ovvia e ”necessaria” la collaborazione permanente al vertice con il padronato e col governo. Una volta di più, « posizioni nuove per nuovi balzi all’indietro », cioè verso il completo svuotamento del contenuto classista dell’organizzazione di mestiere.