Internationella Kommunistiska Partiet

Il Partito Comunista 8

PCI partito della conservazione sociale

Un fatto nuovo, rispetto alle «teorizzazioni» del passato, ha segnato il rito del «14° Congresso», officiante il reverendo Berlinguer, per il resto saldamente deciso a correre sino alle estreme conseguenze la nefanda strada dell’«unione nazionale», della bastarda saldatura del proletariato con gli strati reazionari piccolo-borghesi: il riconoscimento che esiste una crisi generale del sistema capitalistico – dalla quale, bontà sua, si escluderebbero i paesi «socialisti» (ma nel testo del rapporto questa rimane soltanto una affermazione di principio non dimostrata) – non «inventata», ma reale, operante: «come sappiamo dalla nostra dottrina e dall’esperienza dell’ultimo secolo, le crisi cicliche del sistema capitalistico sono la fase in cui esplodono tutte le contraddizioni dell’accumulazione capitalistica, ma esse sono sempre state la fase che ha preceduto una ripresa». Ove il Rev. Berlinguer dimentica, né il pacifismo connaturtato all’opportunismo altro gli permette, che le crisi sono risolte dal capitalismo proprio dalla guerra, come la «nostra» dottrina e la storia passata hanno dimostrato. Proprio la vastità di questa crisi e le fosche prospettive, per i borghesi, quanto alla saldezza del loro modo di produzione capitalistico, e per gli opportunisti, quanto al mantenimento della loro funzione storica di tener legata la classe operaia al corso dello stato borghese, hanno fatto accelerare i tempi ai grandi strateghi del partitaccio per essere accolti finalmente forza riconosciuta di governo con tutti gli «oneri» che loro competono, perché il «Paese» ha «necessità di ricercare una via d’uscita fuori dalla logica del capitalismo, e della urgenza di adottare soluzioni che contengono elementi di socialismo»; la quale partecipazione sarebbe, tra l’altro, un passo avanti verso l’obiettivo del socialismo, «in quanto indica una via generale di lotta che tende a far fronte alle contraddizioni e ai problemi gravi del presente con soluzioni reali che introducano già oggi nell’involucro del vecchio mondo, concreti elementi di socialismo». Siamo perfettamente convinti che a queste fantasiose iniezioni di socialismo, vera cura ricostituente della pace sociale, supremo loro obiettivo, solo il PCI potrebbe dare una patina di credibilità, nello sbrindellato panorama parlamentare in Italia: la proposta diretta ai partiti della borghesia è manifesta: a questi lumi di luna, soltanto al governo della cosa pubblica possiamo continuare, meglio che dai «banchi della opposizione», a tenere ferme le rivendicazioni operaie nella illusione del «socialismo» per via pacifica. Ma non si creda la teorizzazione di lorsignori così grezza ed approssimativa; la crisi è internazionale, non locale (e come potrebbe darsi in un mondo sempre più agitato dai sussulti economici e politici una Italietta prospera e felice, sia pure a forza di cure di «socialismo locale»?). Ed ecco che l’opportunismo mastica un altro aspetto della sua ideologia, quello del «pacifismo internazionale», della serena cooperazione tra i ladroni capitalistici, la fraterna coesistenza, nel sereno sfruttamento delle private «aree» di competenza, e niente importa se tutta la nostra dottrina ed i fatti storici mille volte hanno confermata utopia la pace fra Stati borghesi. «È altrettanto evidente che per costruire un sistema di cooperazione con obiettivi così ambiziosi è oggettivamente indispensabile che gli Usa abbiano in esso una parte adeguata al peso decisivo che la loro politica può avere per le sorti della pace, alla loro forza e potenzialità economica… Se vogliamo gettare uno sguardo più lontano si può pensare che lo sviluppo della coesistenza pacifica e di un sistema di cooperazione ed integrazione così vasto da superare progressivamente la logica (!) dell’imperialismo e del capitalismo… potrebbe anche rendere realistica l’ipotesi di un governo mondiale che sia espressione del consenso e del libero concorso di tutti i paesi». La «chiave universale» del compromesso storico, proiettata nell’ambito internazionale, spalanca agli occhi dell’umanità un futuro di rose e fiori, rivolto a placare le angoscie della piccola-borghesia ed esorcizzare lo spettro della caduta nelle file dei senza riserve, sotto l’urto della crisi ed illudere i proletari con la speranza di un domani senza sfruttamento, mantenendo il regime del lavoro salariato. In questo quadro, anche la permanenza dell’Italia nella NATO diventa elemento di stabilizzazione: «Non risponde all’interesse e alle opinioni più profonde delle masse lavoratrici e dell’intera nazione collocarsi in una posizione di ostilità verso l’Unione Sovietica e verso gli Stati Uniti», ed ancora, paladini di questa bastarda «Santa alleanza» nazionale ed internazionale, «sul piano interno poi, porre come pregiudiziale l’obiettivo dell’uscita dal Patto Atlantico, significherebbe riaprire un solco tra le forze popolari e democratiche del nostro paese».

Miserabile ideologia che cozza con la nostra visione storica dell’impossibilità – giusta la polemica di Lenin con Kautsky – degli Stati capitalistici a «coesistere» pacificamente sì che veramente una sola è l’alternativa, «o guerra fra gli Stati o guerra tra le classi». Nel tentativo di trasformare l’amaro oceano del contrasto tra le classi nel lattemiele dell’armonizzazione sociale, la visione catastrofica che nasce dalle cose è che tutta la nostra storia passata ha puntualmente confermato, viene sostituita dal volontarismo idealistico del «si può rimediare, tutto è possibile, basta volere». Così la «politica internazionale» giustifica e spiega l’azione nel campo nazionale che è poi l’unico che realmente abbia un valore per costoro, cui niente importa della «finalità del movimento di classe» perché la collaborazione di classe è compito quotidiano, non storico e sul filo quotidiano si svolge la loro azione; con Bernstein «il fine è nulla, il movimento è tutto», per cui, al di là delle «teorizzazioni inutili», quello che veramente conta sono le tappe che di volta in volta si raggiungono. È sintomatico che in quest’orgia «pragmatica», nel rapporto Berlinguer, neppure si accenni alle famigerate «riforme di struttura», come strumenti operativi che avrebbero dovuto servire – secondo loro – a «trasformare il modo di produzione e l’aspetto sociale in senso socialista»; non viene più indicato nemmeno uno strumento operativo, né tappe intermedie; solo ha importanza realizzare il blocco governativo con le altre correnti maggioritarie svanita ormai l’illusione, pure coltivata dai proletari, del famoso 51% di suffragi. Che angosciosa domanda: – «ma può un marxista pensare che vi sia un qualsiasi aspetto della realtà sociale e politica destinato a non mutare?». Ed ecco che, bagnati dalle acque di questo fiume che sgorgato da niente scorrendo in nessun posto va a gettarsi non importa dove, lor signori possono permettersi tutte le acrobazie e tutti i pateracchi possibili, perché tanto ciò che è può non più essere, ciò che non è potrà essere, e se in fondo per quasi quaranta anni la DC è stata il partito che meglio ha rappresentato alla guida dello Stato gli interessi generali del grande capitale, non è detto che in futuro non cambi sposando tali interessi a quelli delle mezze classi; anzi, forse sta cambiando, anzi certi suoi settori… e via problematizzando in questa danza macabra per salutare la sottomissione proletaria nella crisi all’ingordigia delle mezze classi, per i superiori interessi della Patria. E questo si teorizza: lo Stato non è più, nato com’è dalla resistenza, uno Stato di una classe per schiacciarne un’altra, ma una struttura aperta, indirizzabile a piacimento, secondo chi al governo ne maneggi le leve di comando. Sempre Berlinguer ce lo ha rammentato, una volta «realizzato l’avvento del movimento operaio nel suo insieme alla direzione politica dello Stato» (il che in soldoni sta a dire soltanto, entrata al governo del PCI) la meta ultima sarà raggiunta, il tessuto democratico pazientemente cucito e ricucito – enti vari, regioni, comuni, cooperative e via pilloleggiando «democrazia diretta» – permetterà un passaggio quanto più indolore al socialismo, ma un socialismo strano, che i «classici» non avevano previsto, un socialismo «articolato» in una pluralità di partiti e opinioni, di raggruppamenti politici, in una sana «dialettica democratica». «… Ha concorso a farci porre in quel modo nuovo che tutti conoscono sia i problemi del pluralismo politico (attraverso la precisa definizione di uno Stato socialista e di una società socialista fondati sulla pluralità dei partiti e su un sistema di autonomie)… sia la stessa questione dell’unità politica della classe operaia, non più vista in termini di partito unico, ma di rapporti positivi e di concreti processi unitari fra partiti della classe operaia e di tutte le forze che – anche per effetto di una autentica e profonda coscienza religiosa – aspirano al socialismo e vogliono lottare per una società più giusta e più libera». Un bel colpo per il vecchio sano materialismo che aveva sempre creduto i partiti sapessero ed agissero quali espressioni di gruppi sociali nella società divisa in classi, e dalla maturità di tale divisione fossero un indice. Anche l’antifascismo, porta aperta per la collaborazione di classe, riesce conseguente nelle loro teorizzazioni: solo il governo ha da intervenire, per mano dello Stato, perché altrimenti il quadro politico potrebbe subire alterazioni pericolose: «occorre dare risposta pronta e combattiva all’aggressioni di tipo fascista adottando obiettivi e forme di lotta – di massa e largamente unitarie – che isolino avventurieri e provocatori di ogni risma e sconfiggano quanti, nei partiti, puntano ad utilizzare forme di scontro tali da spostare a destra parti importanti della popolazione e tutta la situazione politica». Insomma, il fascismo sarebbe solo una manifestazione di «individui da emarginare» e non la risposta della borghesia al movimento proletario: non occorre spostare «a destra» l’asse politico, per tener fermi gli operai niente fascisti… Amendola dalla tribuna congressuale getta sul piatto dell’ammissione al governo il peso del proprio partito, come l’unico in grado di esercitare un controllo veramente efficace sugli scioperi. «Quale forza può avere un linguaggio severo verso i lavoratori se non la nostra», mentre Berlinguer se l’era presa col corporativismo di certe spinte sociali, «nel rifiuto di ogni regola temperatrice e della dovuta considerazione degli interessi generali della collettività», perché «in alcuni casi, nel corso di lotte e di vertenze che pure hanno rappresentato momenti importanti del generale movimento volto ad imporre un nuovo corso di politica, abbiamo avvertito ora spinte corporative e particolaristiche, non interamente riassorbite in obiettivi unificanti, ora spinte moderate (?), ora suggestioni estremistiche (!)». Il compromesso storico rivela così la sua funzione e vano è cercare altri significati in questa «strategia», come ama definirla il partito opportunista: nessuno ha saputo indicarli.

Quali gli obiettivi da raggiungere, quale il «modello» – una parola tanto di moda nella società delle scienze matematiche, delle previsioni dei futurologi del benessere – di società da sostituire all’attuale, come giustificare storicamente ed operativamente, garantire il passaggio ad un nuovo modo di produrre – non si ha nemmeno il coraggio di chiamarlo «abolizione del lavoro salariato» – insieme al mantenimento delle «libertà democratiche» così come la società borghese ha saputo costruire quando si creda da materialisti che simili libertà proprio da un particolare modo di produzione nascono e si sostengono? Niente di tutto questo è detto, perché niente può essere spiegato e giustificato da costoro perché niente l’opportunismo può teoricamente conoscere, non avendo storicamente futuro, vivendo solo per il presente borghese per ingannare il proletariato, per mantenere l’ordine costituito; il che è funzione da esplicare giorno per giorno, senza un «domani», perché futuro, quindi teoria e scienza, è solo della rivoluzione, e solo il partito della rivoluzione ha teoria, fa scienza, indica gli obiettivi, gli sviluppi, le tappe, i mezzi e gli strumenti, ed ha chiari i fini, della «futura società» possedendo conoscenza scientifica: e questa è la via che il proletariato dovrà percorrere se l’umanità ha da avere un futuro: solo del Partito Comunista è l’azione storica, solo inganno e tragedia all’infuori di questa strada.

È nel determinismo dei fatti materiali la stasi attuale e la ripresa futura del moto di classe

La situazione attuale, caratterizzata dall’aggravarsi costante ed irreversibile della crisi capitalistica mondiale che spezza i vecchi equilibri usciti dalla seconda guerra mondiale, sconvolge i rapporti interstatali e crea le premesse e la necessità di un nuovo riassetto che pacifico non sarà, non offre, almeno in Europa e nei paesi di capitalismo avanzato, esempi di rottura dell’equilibrio «interno», della «pace sociale» fra le classi con il ritorno della classe operaia alla lotta almeno per obiettivi di difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Sembra che il saldo anello, il sanguinoso anello, che legò 25 anni fa la classe operaia europea al carro delle proprie rispettive borghesie e che ha permesso il perdurare della pace «interna» nei paesi superindustrializzati e di conseguenza il massacro e l’affamamento del mondo colorato, l’unico che abbia tentato la lotta armata contro i grandi mostri imperiali, non accenni alcuna incrinatura. A scorno dei pochi marxisti e comunisti rimasti sulla breccia nell’universale muoversi e scompigliarsi delle cose sembra che l’unica a rimanere immobile sia la classe proletaria, quella classe alla quale il marxismo attribuisce il ruolo di classe rivoluzionaria per eccellenza.

Che cosa determina questa immobilità della classe proletaria, dell’unica classe che può travolgere con il suo slancio rivoluzionario la società presente, gettando nella disperazione e nella demoralizzazione tutti quei rivoluzionari da operetta che non sanno leggere nella storia e che si affannano, oggi più che mai a cercare «nuove vie» e ad ideare «nuove ricette», mentre noi comunisti rivoluzionari restiamo ben fermi alle vecchie prospettive ed alla invariante impostazione marxista del problema sociale? È proprio questa la situazione che dimostra come soltanto un movimento fornito di una teoria rivoluzionaria, cioè capace di leggere gli eventi storici e di prevederne lo svolgimento, può restare nonostante tutto con il timone fermo al nord rivoluzionario mentre tutti gli altri sono destinati a sbandarsi ed a far gettito, in una ritirata rovinosa, delle loro passate enunciazioni, magari estremiste, magari formalmente rivoluzionarie. La classe rivoluzionaria fino in fondo è ferma, la classe rivoluzionaria fino in fondo si muoverà e ritornerà alla lotta, come il marxismo ha previsto e descritto e come a grandi svolti della storia si è verificato. Nessuna prospettiva è da modificare, nulla c’è da aggiornare. Basta leggere le situazioni storiche e questo può farlo solo il vero partito di classe.

L’immobilità attuale della classe operaia europea ha le sue radici nel decorso storico del mezzo secolo trascorso. È una realtà che la borghesia è riuscita, dopo il grandioso sussulto rivoluzionario internazionale del periodo 1914-1926, a legare il proletariato alle sorti della conservazione sociale, ad impedire ad esso qualsiasi movimento di classe, a condurlo al massacro della seconda guerra imperialista ed a mantenere la pace sociale nel secondo dopoguerra. Il perno di questa possibilità della borghesia è costituito dalla presenza e dal predominio nelle file operaie della politica opportunista. Ma l’opportunismo non è fenomeno di natura morale od etica; esso ha le sue basi materiali nella esistenza delle «aristocrazie operaie» cioè nella possibilità per la borghesia dei grandi paesi industrializzati di corrompere strati più o meno vasti della classe attraverso le briciole dei sovrapprofitti realizzati nello sfruttamento e nel saccheggio di tutto il mondo da parte di un pugno di Stati «ricchi».

A questo ruolo disfattista delle «aristocrazie operaie» e della loro espressione politica, i partiti opportunisti, il fascismo ha aggiunto un altro fattore di immobilizzazione della classe che è stato ereditato in pieno dalle democrazie postfasciste. Ereditando e facendo propri i postulati del riformismo il fascismo realizzò l’interventismo della macchina statale nella vita economica, non solo allo scopo di regolamentare in qualche modo la produzione, ma per imporre l’accantonamento di una parte dei profitti a scopo di conservazione sociale: fu il fascismo a realizzare tutta quella serie di «misure sociali», «assistenziali» nei confronti della classe operaia che formano oggi il patrimonio di tutti gli Stati borghesi. Lo Stato, comitato di amministrazione della classe dominante, è l’unico organo che rappresenta gli interessi generali del modo di produzione capitalistico. E lo Stato provvede con tutta una serie di misure a creare delle riserve alla classe operaia, riserve che fa piovere in mezzo agli operai nei momenti più critici e che costituiscono il sostegno materiale dell’opportunismo politico e del sindacalismo tricolore. Tutta una impalcatura di «assistenze sociali» circonda la classe proletaria europea ed americana, attutisce in essa l’istinto di classe, divide le singole categorie operaie, crea strati privilegiati che «hanno qualcosa da perdere» e che perciò si dimostrano esitanti nella lotta. Tutta questa serie di «provvidenze» materiali permette la penetrazione delle ideologie borghesi nel seno della classe operaia e fornisce la base materiale del sempre più stretto legame fra sindacati operai e Stato borghese che è una caratteristica essenziale dell’epoca attuale. Ma tutto quello che abbiamo descritto non è una novità per il partito, né una scoperta che debba spingerci a cambiare rotta. Il ruolo delle aristocrazie operaie è stato magnificamente descritto da Marx ed Engels e Lenin nel suo «Imperialismo» ha fornito una precisa analisi delle basi sociali e materiali dell’opportunismo. La sinistra ha descritto questa situazione della classe operaia in relazione allo svolgersi dell’epoca imperiale del capitalismo traendone la più netta riconferma della prospettiva rivoluzionaria marxista.

C’è chi, leggendo questa situazione della classe operaia, ne trae una conclusione disfattista sulla futura ripresa rivoluzionaria. Il partito deve avere coscienza di questa situazione, ma ne trae, al contrario la conferma che la ripresa ci sarà e sarà più profonda di tutte quelle del passato. La descrizione del presente serve a conoscere le armi dell’avversario di classe e ad approntare le armi dell’assalto futuro. Perché la situazione in cui la classe operaia europea versa attualmente non è frutto di virtù immanenti del regime capitalistico o di altre balle del genere: è il risultato attuale di una guerra di classe che si svolge da un secolo attraverso vicende grandiose e della sconfitta che il proletariato ha subito in questa guerra. L’influenza dell’opportunismo sulla classe operaia, totalitaria da cinquant’anni, è anch’essa non un dato immanente ed eterno, ma un risultato della lotta fra le classi. La capacità dello Stato borghese di ritardare con una serie di misure economiche e sociali l’urto frontale fra le classi poggia sui risultati negativi di una battaglia in cui il proletariato è stato battuto: lo Stato «assistenziale» non è una scoperta del moderno capitalismo; è una possibilità che il moderno capitalismo ha, dati certi determinati rapporti di forza fra le classi. Lo Stato borghese e l’opportunismo politico e sindacale giocano un ruolo strettamente congiunto per mantenere il proletariato legato alla politica ed alle sorti dell’economia in crisi, domani della patria in guerra. Ma la riuscita del loro lavoro controrivoluzionario non è un dato scontato a priori, una volta per sempre: è, al contrario, il risultato di una battaglia storica in cui la rivoluzione ha ceduto alla controrivoluzione. Ma la rivoluzione risorge dalle viscere stesse del modo di produzione capitalistico del quale nessuna volontà umana può bloccare o «superare» le contraddizioni oggettive. L’opera congiunta dello Stato borghese e dell’opportunismo può rendere più lento e difficile, può ritardare il ritorno alla lotta del proletariato, ma non può risolvere la crisi economica che attanaglia il sistema senza schiacciare e massacrare il proletariato, senza macinare le sue basi stesse, gli strati delle aristocrazie operaie, senza una nuova spartizione del mondo fra giganti imperialistici. Le condizioni oggettive del sottofondo economico spingono irresistibilmente la classe operaia a ritornare sulla scena della storia; le forze della controrivoluzione, vittoriose da mezzo secolo e forti di un lavoro capillare di disfattismo svolto in seno al proletariato tentano di resistere a questo ritorno inevitabile; soprattutto cercano, è questa la loro vera preoccupazione, di preparare tutte le armi per la inevitabile battaglia futura, di fare in modo che il proletariato giunga a questo «appuntamento con la storia» disarmato materialmente e spiritualmente. È naturale che questo congiungersi di diversi fattori renda complesso il rapporto che intercorre fra crisi economica e crisi sociale e politica; molto più complesso e contraddittorio oggi di quanto fosse cinquant’anni fa o un secolo fa. Complesso, contraddittorio e doloroso, perché il proletariato deve risollevarsi da una sconfitta storica in cui ha perduto tutto, le sue organizzazioni di classe, il suo partito ed il suo indirizzo politico autonomo, da una prassi di cinquant’anni di collaborazione di classe. Ma la garanzia del ritorno della classe operaia alla lotta è iscritta nei fatti oggettivi, nel crollo catastrofico verso cui marcia irreversibilmente il capitalismo mondiale. La marcia inesorabile della crisi porrà inevitabilmente ancora una volta la grande alternativa storica: o guerra mondiale fra gli Stati per la salvezza e la conservazione del regime capitalistico o guerra rivoluzionaria fra le classi per la distruzione di questo regime. Stato borghese ed opportunismo non pretendono di evitare questo storico bivio: lottano con tutte le loro forze perché il proletariato rimanga incatenato alla prima soluzione. I comunisti, a loro volta, non hanno da disperare e da dubitare della ripresa della lotta per quanto complessa e contraddittoria possa essere. Il loro compito è di armare il proletariato indicandogli gli strumenti ed i mezzi necessari alla battaglia, chiamando i suoi elementi più coscienti a ricostituire le condizioni uniche per cui l’inevitabile scontro sociale potrà risolversi a favore della classe operaia e della rivoluzione: la rinascita di una rete di organizzazioni economiche di classe non infeudate allo Stato borghese, non vendute alla difesa dell’economia nazionale; la resurrezione del Partito comunista rivoluzionario mondiale dallo stringersi delle giovani generazioni proletarie intorno all’intatto ed invariante programma marxista.

Il voto ai diciottenni: l’orgia continua

Il voto ai diciottenni: l’orgia continua

Gli ultimi mesi sono trascorsi all’insegna della «crisi», dell’austerità, dell’approssimarsi della grande recessione. Molti miti e molte illusioni sono crollate, non si parla più di benessere, pace, riforme sociali, ma di «far uscire il paese dalla crisi». Ma con miracolosa abilità, da veri prestigiatori consumati, i lacché di questo sporco regime sono riusciti a mantenere in piedi il mito più consunto, l’inganno più vergognoso, l’illusione più pericolosa: la democrazia, la libertà, intese come valori assoluti, astratti, patrimonio di tutto il «popolo», che dovrebbero essere difesi ad ogni costo e di fronte ai quali gli operai si dovrebbero inchinare come di fronte all’altare, rinunciando alla lotta di classe.

Non è certo un caso se il progressivo avanzare della crisi, l’avvicinarsi del grande crollo, è stato segnato da eclatanti «vittorie democratiche» che gli esponenti dei partiti opportunisti e i bonzi sindacali, hanno fatto passare per «conquiste della classe operaia».

Quante meraviglie sono uscite, e quante ne usciranno ancora dal cappello a cilindro di questi illusionisti? Il referendum sul divorzio, gli organi collegiali della scuola, il voto ai diciottenni, l’aborto, ecc.

Gli operai hanno osservato attoniti gli effetti della crisi che piombavano sulle loro spalle. Ingannati dai loro dirigenti sindacali, non sono stati in grado di difendere il loro salario e i loro compagni che venivano licenziati. Ma purtroppo non hanno avuto esitazioni quando i loro falsi dirigenti li hanno chiamati alla battaglia… elettorale, per difendere false conquiste, per raggiungere falsi obiettivi.

E qui sta il vero significato della incantata elettorale di questi ultimi tempi: la democrazia è il miglior puntello del regime. Finché gli operai lotteranno per «conquiste democratiche», la lotta di classe non si scatenerà; la pace sociale sarà salva!

L’ultima conquista è stata il voto ai diciottenni, provvedimento sul quale tutti i partiti si sono dichiarati d’accordo. Perché lasciare migliaia di giovani fuori dalla festa? Che partecipino anche loro con la loro brava scheda. Sarà un’altra «conquista» da aggiungere alla collezione.

Anche la Russia rivoluzionaria, esattamente 57 anni fa, deliberò in materia di «diritto elettorale», ma in modo ben diverso:

Dalla Costituzione della Repubblica Socialista Federale dei Soviet di Russia (deliberazione del V congresso Panrusso dei Soviet. 10.7.1918):

«Art. 64. Il diritto di eleggere e di essere eletto ai Soviet, appartiene ai cittadini dei due sessi della Repubblica socialista federale dei Soviet di Russia, senza distinzione di confessione, nazionalità, abitazione, ecc… a tutti coloro che nel giorno delle elezioni, hanno 18 anni compiuti e rientrano nelle categorie seguenti:

a) Tutti coloro che si guadagnano la vita con un lavoro produttivo ed utile alla società, nonché le persone che eseguiscono lavori domestici per permettere ai primi di attendere ai loro lavori: operai e impiegati di ogni specie e categoria, che lavorano nell’industria, nel commercio, nell’agricoltura, ecc., contadini e cosacchi, agricoltori che non si valgano del lavoro di altri per trarne profitto.

b) I soldati dell’esercito e della marina dei Soviet.

c) I cittadini delle categorie sopra enumerate che hanno perduto in una certa misura la loro capacità di lavoro».

«Art. 65. Non possono eleggere né essere eletti, anche se rientrano in una delle categorie sopra enumerate:

a) Coloro che si valgono del lavoro altrui per trarne profitto.

b) Coloro che vivono di un reddito non prodotto dal loro lavoro; rendita di capitali, reddito di imprese industriali e di proprietà fondiarie.

c) Negozianti privati, intermediari e agenti di commercio.

d) Monaci e preti dei culti ecclesiastici e religiosi.

e) Agenti e impiegati dell’ex polizia, dei corpi speciali di gendarmi e dell’Okrana, nonché i membri dell’ex dinastia regnante di Russia.

f) Le persone riconosciute legalmente affette da malattie mentali, gli alienati, le persone sotto tutela.

g) Le persone condannate per delitti infamanti o commessi a scopo di lucro, durante il periodo fissato dalla legge e dalla sentenza del tribunale».

Giriamo gli articoli 64 e 65 in primo luogo agli adoratori ufficiali della democrazia, borghesi e semi-borghesi, poi ai corrotti dalla democrazia: i falsi partiti proletari.

Nel prossimo regime proletario finalmente nemmeno si voterà. Tuttavia la gioventù proletaria sarà la parte più combattiva e determinante della edificazione della società non mercantile, senza mistificazioni e, soprattutto, senza democrazia.

Allora soltanto la gioventù operaia e rivoluzionaria sarà davvero protagonista della storia.

Ribadendo i chiodi: Il "trifoglio" - farsa dei "costruttori" del partito

Esiste, e non da oggi, un variopinto sottobosco di «ricostruttori del Partito». Solita premessa: troviamoci insieme, discutiamo, scambiamoci esperienze, noi che stiamo tutti da uno stesso versante. La necessità del Partito, affermano questi signori, è stata sentita da moltissimi compagni; e di gruppi che si definiscono «Partito», ce ne sono parecchi: l’esperienza di questi anni ha dimostrato che questi gruppi tendono sempre più a chiudersi e irrigidirsi nelle loro posizioni, senza che nessuno riesca a «fagocitare» l’altro, restando quindi minoranze settarie. Da qui la necessità che su di una base comune, da tutti accettata, inizino le discussioni per la formazione di un qualcosa che, essendo più numeroso, non sia soltanto un gruppo, la cui tattica, nata da uno «scambio di esperienze, sia più digeribile alle masse operaie, e che finalmente liquidi confusioni che possono nascere dal proclamare da più parti «quasi» le stesse cose. La parola d’ordine sarebbe insomma il superamento di questa «fase pulviscolare del movimento comunista». Senza voler mettere in dubbio la buona fede di chi questo ingrato compito si è assunto, c’è da chiedersi se costui, o costoro, hanno ben capito cosa sia il Partito, come si formi, quale leggi regolino il suo sviluppo, quali siano le sue finalità. Perché altrimenti l’appello a ricostruire oggi il Partito? Forse che questa esigenza non c’era all’indomani della cosiddetta «liberazione», o ancora più indietro, negli anni bui dello stalinismo? Che una bufera controrivoluzionaria senza precedenti abbia distrutto dalle radici una organizzazione di battaglia che sembrava definitiva, non fa fatica ammetterlo; quali però siano state le conseguenze su una «tradizione», sul filo rosso e programmatico che lega e scandisce tutte le tappe dello sviluppo del movimento appare meno chiaro, anzi non risulta per niente a questi cultori del «compagni riuniamoci». Qual è infatti il Partito che costoro intenderebbero ricostituire, in che modo si dovrebbe legare a tutta la passata esperienza?

Marx chiarisce in una lettera a Freiligrath cosa ha da intendersi per partito: «La lega, come la Società delle Stagioni, e cento altre società, non è stato se non un episodio della storia del Partito, che nasce spontaneamente dal suolo della società moderna», ed allora: «Ho cercato di eliminare il malinteso che mi farebbe intendere per ”partito” una Lega morta da anni o una redazione di giornale sciolta da dodici anni. Io intendo il termine ”Partito” nella sua larga accezione storica, cioé come prefigurazione della società futura, dell’Uomo futuro, dell’Essere umano, che è il vero Gemeinwesen dell’uomo. E’ l’attaccamento a questo Essere, che nei periodi di controrivoluzione sembra negato dalla storia (come oggi la rivoluzione sembra alla generalità un’utopia), è questo attaccamento che permette di resistere. La lotta per restare su questa posizione è la nostra azione». La tesi 12 delle ”Considerazioni sull’organica attività del Partito quando la situazione è storicamente sfavorevole” (datate 1965), ribadisce lo stesso concetto: «Partito storico e partito formale. Questa distinzione sta in Marx ed Engels, ed essi ebbero il diritto di dedurne che, stando con la loro opera sulla linea del partito storico, disprezzavano di appartenere ad ogni partito formale. Da ciò nesun militante odierno può inferire il diritto ad una scelta: di avere le carte in regola col «partito storico”, e infischiarsi del partito formale». O di fare viceversa, si può aggiungere. Poi, più oltre: ”Marx dice: partito nella sua accezione storica, nel senso storico e partito formale od effimero. Nel primo concetto è la continuità, e da esso abbiamo derivato la nostra tesi caratteristica della invarianza della dottrina da quando Marx la formulò non come invenzione di un genio, ma come scoperta di un risultato della evoluzione umana».

Una organizzazione quindi di uomini, su di un programma non da essi inventato o preso a prestito, ma dalla storia scelto, e definitivamente. L’organizzazione di allora non è più, ma la continuità del programma non è stata spezzata, e proprio per la strenua difesa fattane dalla Sinistra su tutti i piani, teorico, programmatico, tattico. In un insieme di tesi sono stati ordinati i dati programmatici, non con la pretesa di avere scoperto alcunché di nuovo da ascrivere a merito di qualche cervello potente, ma per rinsaldare l’antica ”catena del marxismo rivoluzionario”, perché il tradizionale filo rosso condensasse, l’esperienza di fatti e generazioni, da trasmettere a generazioni più giovani, per sistemare i dati permanenti del programma, che i nuovi avvenimento hanno soltanto confermato. Le tappe di questa lotta, dopo il 1921 si chiamano anche Tesi di Roma, Tesi di Lione, Lavoro della frazione all’estero nell’interguerra. Natura, funzione e tattica del Partito comunista, Tesi caratteristiche del Partito, Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del Partito comunista mondiale nel II dopoguerra. In tale continuità storica di posizioni e di indirizzo, invarianti al mutar di tempi, di uomini e di situazioni, i marxisti rivoluzionari vedono chiaramente il partito, il partito di sempre. E’ in tutto l’arco dello scontro di classe la riprova che il proletariato abbandona il suo programma nei periodi di disfatta: questo è allora mantenuto saldo da un’esile minoranza, ma non esce da ciò indebolito, o negato in alcuna parte, che anzi proprio in tali situazioni esso si rafforza e conferma: e questo è provato dalla lotta condotta dal ’26 ai merdosi giorni nostri. Il nucleo di militanti che rimane stretto – quale che sia il numero! – su queste posizioni, sa benissimo che le basi per la rinascita alla scala mondiale del movimento, che la ricostruzione del partito come organizzazione estesa, non è demandata alla volontà, o da strani pasticci basati sulla formula dell’incontriamoci, ma proprio ad un acuirsi di tensioni sociali, fino al loro esplodere, al sommuoversi di larghe masse umane sotto la spinta di fatti materiali, del cui determinismo i comunisti non hanno alcun dubbio, essendo una conquista teorica e pratica del determinismo materialistico, in faccia alle scuole borghesi e piccolo borghesi, la conoscenza dello sviluppo delle forze produttive, la certezza delle cicliche crisi generali del capitalismo, da cui il nostro catastrofismo rivoluzionario. Proprio da queste crisi larghe masse saranno poste, volenti o no, non è un fatto di ”coscienza” sulla strada della rivoluzione, ove hanno da ritrovare le posizioni di sempre, il loro partito, la loro tradizione di lotta. Tale determinismo non significa però una fatalistica attesa degli avvenimenti, perché compito fondamentale del Partito è il far penetrare nel corpo della classe le posizioni della rivoluzione, che le deformi dottrine e pratiche dell’opportunismo hanno soppiantato. Dalle Tesi caratteristiche del Partito datate 1951 (nn.8 e 9):

«Il Partito, malgrado il ristretto numero dei suoi aderenti, determinato dalle condizioni nettamente controrivoluzionarie, non cessa il proselitismo e la propaganda dei principi in tutte le forme orali e scritte, anche se le sue riunioni sono di pochi partecipanti e la stampa di limitata diffusione». E poi ancora la 9:

«Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il Partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore sarà grandemente ampliato e divenuto dominante».

Le vicende storiche hanno selezionato, scolpito, ribadito, non a tavolino in una discussione, ma nel fuoco della lotta tutta una serie di dati che solo la nostra corrente, la Sinistra comunista, ha saputo leggere in maniera coerente alla teoria marxista. Le vicende storiche hanno tracciato alla classe proletaria una strada sul quale solo la nostra corrente ha saputo rimanere. E’ questo il percorso storico reale del partito di classe che si codifica in testi ed in tesi teoriche, perché la teoria non è altro che la codificazione dell’esperienza della lotta di classe proletaria alla scala mondiale. Il partito è questo corpo di dottrina, e perciò di esperienza storica del proletariato. E rispetto a questo corpo unitario di dottrina, di teoria, di programma, di norme tattiche non ci possono essere ”distanze” più o meno grandi. O lo si accetta tutto o non se ne accetta alcuna parte. La figura del comunista in percentuale o in via di divenire un comunista al cento per cento per virtù di illuminazione didattica non è mai esistita e tanto meno esiste oggi.

«Il Partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti. Questa posizione del Partito ha un valore essenzialmente storico, e lo distingue nel campo tattico da ogni altro, esattamente come lo contraddistingue la sua originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica» (da Natura, funzione e tattica del Partito rivoluzionario della classe operaia, 1945).

Sono queste conclusioni definitive per il Partito, che la nostra organizzazione ha fatto proprie, e che non hanno da esser ”discusse” con chicchessia; o si accettano, e ci si pone su una linea ben precisa, o si è perfettamente liberi di seguire le proprie inclinazioni, e il vento che tira.

Quanto distante sia dall’unica concezione del partito che sia lecita ad un marxista rivoluzionario, chi quegli accorati appelli al ”riuniamoci” pubblica, ogni riga dei nostri testi lo indica,il ”discutiamone” è l’epitaffio che il Partito ha messo sulla tomba di tutti i ricostruttori: passati, presenti e futuri.

«Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette bell’e pronte. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il Partito quale è veramente, ma un travisamento dalla sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del Partito, abilitato a questo, soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica.

La Sinistra italiana ha sempre combattuto l’espedientismo per rimanere sempre a galla, denunciandolo come deviazione di principio e per nulla aderente al determinismo marxista.

Il Partito, sulla linea di passate esperienze si astiene, quindi, dal lanciare ed accettare inviti, lettere aperte e parole di agitazione per comitati, fronti, ed intese miste, con qualsivoglia altro movimento o organizzazione politica» (Dalle ”Tesi caratteristiche del Partito”, 1952).

Se la linea di costituzione e di demarcazione del partito di classe da tutti gli altri raggruppamenti politici anche richiamantisi alla classe proletaria, alla lotta rivoluzionaria e perfino alla tradizione della Sinistra comunista è quella che abbiamo tracciato ne discende una conseguenza nel campo dell’azione pratica. Come il partito di classe, organo di combattimento ”compatto e potente indispensabile alla conduzione della rivoluzione” non si costituirà dal convergere su una ”piattaforma comune” di più raggruppamenti tutti più o meno sedicenti marxisti e sedicenti rivoluzionari, ma vive fin da oggi solo ed esclusivamente nel nucleo ristrettissimo di quei proletari che militano sulla base delle posizioni contenute nei testi che abbiamo citati, così il rafforzamento di questo nucleo, il suo ritorno a contatto e alla testa delle masse proletarie non avverrà attraverso le manovre, gli approcci, i contatti con gruppi e forze presuntemente affini che non esistono e non possono esistere, ma attraverso l’incontro tra la coerente impostazione teorica, programmatica e tattica del partito attuale ed il ”ribollire della realtà sociale” cioè il ritorno del proletariato alla battaglia di classe, ritorno che sarà determinato non dalla ”volontà” di chicchessia, ma dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico che spingeranno la classe proletaria a muoversi ed a lottare. Ma se a questo si crede e questo si rivendica ne discende, e tutte le nostre tesi lo dicono, che il partito esclude qualsiasi azione, fronte o manovra comune ad altri raggruppamenti politici anche sul terreno pratico e immediato. Miserabile deformazione della tattica del fronte unico adottata dalla Sinistra, l’idea che si possa divergere sul terreno della teoria, del programma, dei principi e convergere sul piano dell’azione pratica anche per rivendicazioni immediate. Dal 1921 la sinistra ha combattuto la tattica del ”fronte unico politico”, dei blocchi fra forze di segno politico diverso su qualsiasi terreno. La Sinistra contrappose e contrappone a questa visione aberrante e stupida che vedrebbe delle forze politiche mantenere le loro diverse caratteristiche di principio pur agendo insieme nella pratica, la tattica del ”fronte unico sindacale” detto anche per gli immemori, ”fronte unico dal basso” con la quale si chiamavano ad unirsi intorno a determinate rivendicazioni interessanti la vita delle masse proletarie non gli altri partiti o raggruppamenti politici, ma i proletari aderenti ad altri partiti o a nessun partito e militanti nei sindacati. Lo scopo di questa tattica preconizzata ed attuata dalla sinistra era di dimostrare praticamente agli operai in lotta che gli altri partiti non solo erano contro la rivoluzione, ma perfino contrari alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro degli operai e che solo il partito comunista era in grado di condurre la lotta della classe anche per i suoi interessi immediati. Lo scopo era dunque di strappare agli altri partiti politici i loro aderenti proletari dimostrando loro nella pratica dell’azione all’interno degli organismi di classe che la politica di questi partiti era contraria agli interessi anche più limitati degli operai stessi. Non si lanciò mai da parte del partito comunista diretto dalla sinistra un appello al PSI o agli anarchici, perché convergessero con i comunisti in una qualche ”azione pratica” ”fermo restando le divergenze di principio”. Sapevamo troppo bene, e fu la base della nostra lotta dal 1922 al 1926 contro la tattica preconizzata dall’Internazionale, che in questo modo avremmo avallato di fronte agli operai l’idea che questi partiti avessero qualcosa di proletario e di rivoluzionario; e sapevamo altrettanto bene che in questo modo prima o poi sarebbe andata a farsi benedire anche la ” divergenza sui principi” ridotta a pura entità culturale. Furono gli operai comunisti militanti nei sindacati (frazione sindacale comunista) a proporre agli operai socialisti ed agli operai anarchici militanti negli stessi sindacati l’unione delle rispettive forze per un’azione pratica comune sul terreno sindacale, cioè nella lotta sindacale che coinvolge per definizione gli operai iscritti a qualsiasi partito o a nessun partito. Ognuno è libero di seguire ”qualsiasi altra strada dalla nostra diverga”, ma a nessuno è concesso di mistificare sotto il manto della Sinistra Comunista posizioni ed atteggiamenti che con la Sinistra non hanno mai avuto e non hanno nulla a che fare. Ognuno è libero di pensare che la Sinistra ”ha sbagliato” e di tacciare la nostra tradizione di astrattismo e di talmudismo, ma nessuno è libero di contrabbandare sotto la bandiera della Sinistra e del partito comunista internazionale che ne è l’espressione attuale, la merce avariata dei fronti unici politici. Miserabile parodia delle posizioni stesse dell’Internazionale comunista la quale aveva a che fare con forze politiche aventi un seguito reale in milioni di operai che la situazione spingeva sul terreno della lotta (la stragrande maggioranza delle masse proletarie di tutti i paesi europei) e non con gruppuscoli velleitari i cui legami con la classe sono meno che nulli ed in una situazione riesce ancora a bloccare qualsiasi azione di lotta anche parziale da parte del proletariato.

«Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle fila della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole d’ordine contingenti comuni a più partiti…”.

Il Partito sulla linea di passate esperienze si astiene, quindi, dal lanciare ed accettare inviti, lettere aperte e parole di agitazione per comitati, fronti ed intese miste, con qualsivoglia altro movimento e organizzazione politica…».

Ognuno è libero di restare o di andare, ma il restare o l’andare deve essere saggiato al fuoco non delle etichette o delle promesse, ma di queste precise, chiare, conosciute e comprensibili da tutti, enunciazioni della nostra tradizione di Partito.

Marxismo e Terrorismo: « Il ritmo fatale della violenza non conchiuderà il suo ciclo storico» sinché il comunismo non avrà trionfato

Avvenimenti anche recenti di « brigate rosse o nere » di « nuclei armati ecc., come altri di « internazionale risonanza » tipo Baader-Meinhof ci impongono di ribadire di fronte agli occhi del proletariato la posizione corretta del partito comunista rivoluzionario nei confronti dei fenomeni terroristici, degli attentati individuali ecc. Lo faremo alla solita maniera dei comunisti: riferendoci in maniera precisa e fedele alla tradizione del partito mondiale, di Marx, di Lenin, della Sinistra comunista.

VIOLENZA, DITTATURA, TERRORE

Ci teniamo in primo luogo a tracciare ben netta una linea di demarcazione: quella dalle mille varianti pacifiste, antiviolente, democratiche che con il marxismo non hanno mai avuto nulla a che fare e che vedono nell’impiego della violenza e del terrore una deroga ai « sacri principi » della « pacifica convivenza » fra uomini o fra Stati. Questi signori sono fuori del nostro campo, anzi sono contro di noi: il loro amore per la pace e per la democrazia, il loro cosiddetto odio per la violenza, li spinge inevitabilmente e sempre a maledire la violenza delle classi oppresse e sfruttate contro i loro oppressori, mentre sono sempre pronti a benedire e giustificare la « sacra » violenza di una guerra fra Stati o la repressione delle classi dominanti. A questi signori si aggiunge da 50 anni l’opportunismo operaio dei partiti socialdemocratici e staliniani i quali hanno fatto anch’essi del pacifismo e della non-violenza una bandiera per combattere contro ogni tentativo rivoluzionario del proletariato. Contro queste posizioni il marxismo sostiene ormai da cento anni, in maniera inequivocabile, che il rivolgimento che condurrà alla liberazione della classe proletaria sarà violento e si esprimerà nell’attacco armato e nella distruzione della macchina statale esistente con i mezzi della guerra civile, della guerra guerreggiata e perciò di tutte le forme di violenza individuale e collettiva che una guerra comporta.

Da questa violenta rivoluzione uscirà lo Stato dittatoriale del proletariato il quale eserciterà il suo potere sulle classi abbattute in maniera violenta e terroristica mirando con tutti i mezzi possibili alla repressione di qualsiasi loro tentativo di restaurazione, alla loro dispersione anche fisica, alla intimazione e al disfacimento della loro volontà collettiva. Violenza, Dittatura, Terrore sono dunque armi della lotta sociale fra le classi; non sono e non possono essere oggetto di « scelta » soggettiva, non si può scegliere di usarle o di non usarle in nome di una qualche etica: la violenza ed il terrore stanno nel fatto che le classi possidenti vivono dello sfruttamento delle classi lavoratrici e non possono mantenere i loro privilegi che adoperando contro queste ultime la violenza armata del proprio Stato politico. Il proletariato non ha dunque altro mezzo per liberarsi che l’uso, a sua volta, della violenza organizzata. Chi, nella società divisa in classi si batte contro l’uso della violenza e del terrore non fa altro che disarmare la classe sfruttata ed appoggiare le classi dominanti.

ELEMENTI DELLA VIOLENZA SOCIALE NELLE SUE VARIE FORME, LE CLASSI, I PARTITI

I rapporti fra gli uomini nelle società divise in classi sono tutti all’insegna della violenza nelle forme più svariate; nella società capitalistica il grado di violenza sociale raggiunge il suo apice essendo questa società quella in cui raggiunge vertici aberranti l’oppressione di classe. Questa violenza che si svolge in mille forme nei mille atti della vita quotidiana, che coinvolge tutti gli aspetti della vita sociale, anche quelli apparentemente più neutrali, che preme sul cervello degli uomini attraverso i mille pulpiti della cosiddetta cultura, arma di terrorismo e di intimidazione se mai ve ne furono, e sul lora corpo fisico attraverso la macina del lavoro coatto, monotono, aberrante, della vita inscatolata nelle grandi concentrazioni urbane, delle mille droghe del moderno commercio mondiale; questa violenza delle classi dominanti, della società antiumana in cui viviamo, genera inevitabilmente delle reazioni individuali o collettive allo schiacciamento ed all’oppressione. Anche le forme più individualistiche e più aberranti di queste reazioni hanno la loro materiale spiegazione nell’oppressione sociale e nei rapporti sociali aberranti e non possono certo essere condannate in nome del riferimento all’etica ed agli « eterni principi » come vorrebbe e fa il puritano piccolo borghese esaltatore dell’ordine pubblico e della « moralizzazione dei pubblici costumi ».

Non abbiamo quindi da associarci ai pubblici lamenti della borghesia contro le manifestazioni della sua delinquenza, cioè della delinquenza prodotta dal suo regime di classe e perpretata dai suoi stessi figli. Sappiamo anche troppo bene dalla storia che la borghesia, al di là dello scandalo pubblico, si è sempre servita e si servirà di tutti i prodotti di putrefazione del suo ordine sociale per scagliarli contro il proletariato dopo averli materialmente stipendiati ed armati e moralmente forniti della classica insegna di « Dio, Patria, Famiglia », Da cento anni, in mille episodi di portata storica, le falangi dell’ordine e della conservazione sociale non hanno mancato di vedere alla loro testa gli eroi del sotto-proletariato in veste di « moralizzatori »: da un punto di vista sociale il fascismo non fu che il reclutamento da parte del grande capitale in funzione antiproletaria di tutti gli elementi socialmente sbandati e sradicati. Ma altro è il comprendere le cause sociali e materiali della violenza in tutte le sue forme e manifestazioni, altro è individuare e definire quale sia lo spiegamento di violenza utile ai fini dell’emancipazione di classe. Usciamo qui dalla generica descrizione della inumana società attuale per spingerci a definire le forze e i mezzi che la faranno saltare in pezzi e che daranno vita ad una società nuova. Ed allora notiamo subito che solo la violenza organizzata di una classe che abbia coscienza delle sue finalità può distruggere l’ordine presente. E notato questo, tutti gli sforzi dei rivoluzionari andranno dedicati a questa organizzazione della classe e perciò del suo organo cosciente, il partito di classe che dovrà essere e sarà il soggetto della violenza rivoluzionaria in tutte le sue forme. Il partito di classe userà coscientemente la violenza ed il terrore nei confronti delle forze nemiche e nessun metodo di violenza può essere a priori escluso. Ma l’uso di qualsiasi metodo viene inserito nel piano tattico generale di cui il partito è il soggetto, risponde alle esigenze della lotta rivoluzionaria di classe, viene subordinato a queste esigenze generali ben chiare al partito. Ecco come si esprime a questo proposito un nostro testo fondamentale, Partito e azione di classe del 1921: « … Nessuno che sia comunista può affacciare pregiudiziali contro l’impiego dell’azione armata, delle rappresaglie, anche del terrore, e negare che il partito comunista debba essere il diretto gerente di queste forme di azione che esigono disciplina ed organizzazione. Così pure è bambinesca quella concezione secondo la quale l’uso della violenza e le azioni armate sono riservate alla « grande giornata » in cui sarà sferrata la lotta suprema per la conquista del potere. È nella realtà dello sviluppo rivoluzionario che urti sanguinosi tra il proletariato e la borghesia avvengano prima della lotta finale, non solo nel senso che potrà trattarsi di tentativi proletari non coronati dal successo, ma nel senso di inevitabili scontri parziali e transitori tra gruppi di proletari spinti ad insorgere e le forze della difesa borghese, ed anche tra manipoli delle « guardie bianche » borghesi e lavoratori da esse attaccati e provocati. Né è giusto dire che i partiti comunisti debbano sconfessare tali azioni e riservare ogni sforzo per un certo momento finale, poiché per ogni lotta è necessario un allenamento ed un periodo di istruzione, e la capacità rivoluzionaria di inquadramento del partito deve cominciare a formarsi ed a saggiarsi in queste preliminari azioni. Darebbe però a queste considerazioni una valutazione errata chi concepisce senz’altro l’azione dei partito politico di classe come quella di uno stato maggiore dalla volontà dal quale unicamente dipenda lo spostamento delle forze armate e il loro impiego; che si costruisse la prospettiva tattica immaginaria del partito che, dopo essersi fatta una rete militare, ad un certo momento, pensandola abbastanza sviluppata, sferri un attacco credendo di potere con quelle forze battere le forze difensive borghesi. L’azione offensiva del partito non è concepibile che allorquando la realtà delle situazioni economiche e sociali pone le masse in movimento per la soluzione di problemi che direttamente interessano la loro sorte, e la interessano sulla più grande estensione, creando un sommovimento, per lo sviluppo del quale nel vero senso rivoluzionario, è indispensabile l’intervento del partito, che ne fissi chiaramente gli obiettivi generali, che lo inquadri in una razionale azione bene organizzata anche come tecnica militare. Anche in movimenti parziali delle masse è indubbio che la preparazione rivoluzionaria del partito può cominciare a tradursi in azioni preordinate, come – indispensabile mezzo tattico è la rappresaglia dinanzi al terrore dei bianchi che tende a dare al proletario la sensazione di essere definitivamente più debole dell’avversario, e farlo desistere dalla preparazione rivoluzionaria. Ma credere che col gioco di queste forze, sia pure egregiamente e largamente organizzate, si possano spostare le situazioni e determinare, da uno stato di ristagno, la messa in moto della lotta generale rivoluzionaria, questa è ancora una concezione volontaristica che non può e non deve trovar posto nei metodi della Internazionale marxista. Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali, allo scopo di assicurare i migliori coefficienti di vittoria del proletario nella battaglia che è l’immancabile sbocco dell’epoca storica che viviamo. A questo ci pare di dover concludere. E i criteri fondamentali direttivi dell’azione delle masse che si estrinsecano nelle norme di organizzazione e di tattica che la Internazionale deve fissare per tutti i partiti aderenti, non possono rag- giungere un limite illusorio di manipolazione diretta di partiti con tutte le dimensioni e caratteristiche adatte per garantire la rivoluzione, ma devono ispirarsi alle considerazioni della dialettica marxista basandosi soprattutto sulla chiarezza e omogeneità programmatica da un lato alla disciplina accentratrice tattica dall’altro. Due ci sembrano le degenerazioni « opportuniste » dalla buona via. Quella di dedurre la natura e i caratteri del partito dalla valutazione della possibilità o meno, allo stato delle cose, di aggruppare forze notevoli – ossia farsi dettare dalle situazioni le norme organizzative del partito per dare al partito stesso dall’estero una costituzione diversa da quella cui lo ha condotto la situazione – l’altra di credere che un partito purché sia numeroso e giunga ad avere una preparazione militare possa determinare con ordini di attacco le situazioni rivoluzionarie -ossia di pretendere di creare le situazioni storiche con la volontà del partito. Sia quella che si vuole la deviazione di « sinistra » o di « destra » è certo che entrambe si allontanano dalla sana via marxista. Nel primo caso si rinunzia a quello che può e deve essere il legittimo intervento di una sistemazione internazionale del movimento, a quel tanto di influenza della nostra volontà – derivato da una precisa coscienza ed esperienza storica – sullo svolgimento del processo rivoluzionario, che è possibile e doveroso realizzare; nell’altro si attribuiscono alla volontà delle minoranze influenze eccessive ed irreali rischiando di creare soltanto delle disastrose sconfitte. I rivoluzionari comunisti devono invece essere quelli che, temprati collettivamente dalle esperienze della lotta contro le degenerazioni del movimento del proletariato. credono fermamente nella rivoluzione, vogliano la rivoluzione ma non col credito e col desiderio che si ha di conseguire il saldo di un pagamento, esposti a cedere alla disperazione e alla sfiducia se passa un giorno dalla scadenza della cambiale ».

La lunga citazione esprime bene la corretta visione marxista dell’im- piego dell’azione violenta nelle sue diverse forme. L’uso della violenza non si limita alla « grande giornata » rivoluzionaria, né esclude azioni parziali sia di difesa che di offesa da parte del partito, delle sue forze, come di raggruppamenti proletari attaccati dal nemico di classe. Nessun metodo di azione armata è negato a priori dal partito il quale forgia a questo scopo la sua organizzazione di combattimento. Ma l’azione armata è per i comunisti non un qualcosa di fine a se stesso né tanto meno uno « stimolante » dell’azione di classe: è, al contrario, uno degli strumenti dell’azione di classe strettamente collegato al movimento ascendente delle masse proletarie in lotta ed alle esigenze reali di questo movimento stesso. In poche parole, per noi marxisti il compito determinante e che condiziona tutti gli altri è la preparazione di un nucleo combattente di partito su basi teoriche, programmatiche, tattiche ed organizzative salde. Questo organo, ben lo dice la nostra citazione, possiede una coscienza, una volontà ed una organizzazione che lo rende adatto a dirigire i movimenti che le masse proletarie intraprendono per la difesa dei loro interessi materiali e ad indirizzarli verso lo scontro rivoluzionario contro lo Stato borghese. Nell’attuazione di questo compito, che può essere quanto si vuole complesso e contraddittorio, ma che prevede come termini sine qua non il movimento del proletariato organizzato nelle sue organizzazioni spontanee e la presenza del partito ferreamente ancorato alle sue basi programmatiche e tattiche, si inserisce la necessità di una organizzazione e di una azione armata, di azioni di tutti i generi di individui o di gruppi; queste hanno però una caratteristica inequivocabile: si svolgono sotto la direzione cosciente e preordinata del partito ed affondano le loro radici nel movimento della classe in lotta di cui sono funzione. Lo diciamo in parole ancora più povere: il proletariato che scende nelle piazze spinto a combattere dai suoi materiali bisogni ed esprime le sue organizzazioni di combattimento. i suoi organi di difesa economica veramente di classe, i suoi organi anche di lotta armata (consigli operai, soviet o qualsiasi altro); il partito comunista che interviene attivamente ad influenzare e a dirigere questi movimenti e questi organismi della classe operaia attraverso i suoi militanti, i suoi gruppi sindacali e di fabbrica. Questa è la situazione in cui qualunque metodo di azione violenta, individuale o collettiva, può essere ordinato dal partito di eseguire, cioè essere contenuto nel piano tattico del partito per sostenere e dirigere in senso favorevole alla rivoluzione il movimento delle masse. I comunisti non hanno da rinnegare nessun metodo di violenza e di lotta armata; ma i comunisti sono quelli che ·vedono la lotta fra le classi sorgere, non dalla volontà o dall’incitamento o dall’esempio di singoli e gruppi, bensì dalle materiali contraddizioni della economia e dell’assetto sociale. Non si creano né i partiti, né le rivoluzioni, dice il nostro testo: le lotte che il proletariato scatenerà hanno la loro radice oggettiva nelle contraddizioni del modo capitalistico di produzione che costringeranno gli operai a intraprendere la battaglia. Nel partito viene preparato l’organo indispensabile a dirigere questa battaglia in senso rivoluzionario e questo organo è adatto al suo scopo in quanto ha saputo « assimilare le utili esperienze internazionali » e sa muoversi sulla base di esse. L’organo partito comunista rivoluzionario è dunque l’unico in grado di tessere sulla base delle « utili esperienze » di tutta la storia proletaria un « piano tattico » adeguato alla conduzione della lotta rivoluzionaria e quindi è solo il partito il soggetto della violenza di classe cosciente- mente utilizzata, non ad arbitrio ed a piacere, ma secondo le necessità della lotta reale fra le classi. Naturalmente i comunisti non hanno ragione di sconfessare qualsiasi episodio di violenza individuale o collettiva che contrapponga dei proletari alle forze dello Stato borghese o ai suoi manutengoli « illegali », come non possano e non si sognano di sconfessare qualsiasi insurrezione locale o qualsiasi disperata reazione di proletari allo sfruttamento capitalistico qualsiasi forma anche incoerente essa prenda. Non ci dissociamo certo dalla violenza del disoccupato che colpisce il padrone di casa o del proletario che individualmente si difende da un attacco delle guardie bianche. Il compito del partito rimane tuttavia quello di indicare i limiti di questi movimenti incoerenti e di indirizzarli verso l’azione organizzata e pianificata di cui solo la classe organizzata ed il partito stesso possono essere i soggetti. Ci dissociamo invece chiaramente ed inequivocabile da tutte quelle tendenze anti- marxiste ed anticomuniste che vedono nell’uso della violenza un elemento astratto e separato dalla lotta di classe o peggio uno « stimolante » un « esempio » che dovrebbe servire a fomentare la lotta di classe. Questa concezione dell’uso di metodi violenti non ha nulla a che fare con la concezione comunista, ma rientra in visioni deformi ed idealistiche che sono controproducenti allo svolgimento stesso della lotta proletaria. La netta separazione fra il marxismo e queste tendenze è stata tracciata in maniera precisa da Lenin di cui riportiamo qui alcune significative citazioni.

Nell’articolo « Da che cosa inco- minciare?» pubblicato sul numero 1 dell’Iskra nel maggio del 1901 Lenin scrive: « In linea di principio, noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo. È un’operazione militare che può perfettamente servire, ed essere perfino necessaria, in un determinato momento della battaglia, quando le truppe si trovano in una determinata situazione ed esistono determinate condizioni. Ma la sostanza del problema è precisamente che oggi il terrorismo non viene affatto proposto come un’operazione dell’esercito operante, strettamente legata ed adeguata a tutto il sistema di lotta, ma come un mezzo di attacco singolo, autonomo e indipendente da ogni esercito. E quando manca un’organizzazione rivoluzionaria centrale e quelle locali sono deboli, il terrorismo non può essere niente altro. Ecco perché dichiariamo decisamente che nelle circostanze attuali questo mezzo di lotta è intempestivo, inopportuno, in quanto distoglie i combattenti più attivi dal loro vero compito, più importante per tutto il movimento, e disorganizza non le forze governative, ma quelle rivoluzionarie … Il terrorismo non potrà mai diventare un’ordinata azione militare: nel migliore dei casi può servire soltanto come uno dei metodi di assalto decisivo … », Il compito dei comunisti è di preparare appunto « l’esercito rivoluzionario » e la preparazione di questo « esercito » esige la teoria rivoluzionaria, un programma, un piano tattico coerente ai principi ed alle finalità del movimento ed una organizzazione centralizzata e legata con mille fili e mille canali a tutti i reparti della classe in lotta. In queste condizioni, il terrorismo è un’operazione militare « che può perfettamente servire, ed essere perfino necessaria » come strumento di un esercito regolare combattente e diretto dal partito di classe. Lenin contrappone dunque chiaramente all’esaltazione in voga delle « eroiche azioni isolate » il lavoro di preparazione del partito in tutti i suoi aspetti. Nel « Che fare? » infatti egli accomuna apertamente il terrorismo e l’economismo come correnti antimarxiste: ambedue hanno un’unica radice: la sfiducia nel movimento di classe, la negazione del partito, l’esaltazio- ne della volontà e dell’azione degli individui scollegate da qualsiasi visione generale. « Gli economisti e i terroristi della nostra epoca hanno una radice comune: la sottomissione alla spontaneità di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente come di un fenomeno generale e di cui esamineremo ora l’influenza sull’azione e sulla lotta politica. A prima vista, la nostra affermazione può sembrare paradossale, tanto grande sembra la differenza tra coloro che antepongono a tutto ” la grigia lotta quotidiana ” e coloro che propugnano la lotta che esige la massima abnegazione: la lotta di individui isolati. Ma non si tratta per niente di un paradosso. Economisti e terroristi si prosternano davanti ai due poli opposti della tendenza della spontaneità: gli economisti dinanzi alla spontaneità del ” movimento operaio puro”, i terroristi dinanzi alla spontaneità e allo sdegno appassionato degli intellettuali che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio, o non ne hanno la possibilità. È infatti difficile, per chi non ha più fiducia in tale possibilità o non vi ha mai creduto, trovare al proprio sdegno e alla propria energia rivoluzionaria uno sbocco diverso dal terrorismo … L’attività politica ha una propria logica, indipendente dalla coscienza di coloro che, con le migliori intenzioni del mondo, fanno appello al terrorismo oppure domandano che si dia alla stessa lotta economica un carattere politico. L’inferno è lastricato di buone intenzioni e in questo caso le buone intenzioni non salvano ancora dal lasciarsi attrarre dalla ” linea del minimo sforzo ”, dalla linea del programma puramente borghese del Credo. Infatti, non è casuale neppure la circostanza che molti liberali russi – liberali schietti e liberali mascherati da marxisti – simpatizzano con tutta l’anima col terrorismo e si sforzano oggi di appoggiare lo sviluppo delle tendenze terroristiche … ».

Nel 1903 il partito socialdemocratico russo combatte contro la cosiddetta tendenza « socialista rivoluzionaria » erede degenere del populismo. Uno dei cardini, se così si può dire, di questo partito « socialista rivoluzionario » rimasto a metà fra populismo e marxismo era appunto l’esaltazione delle azioni terroristiche. Lenin in un suo scritto del luglio 1902 intitolato « Perché la socialdemocrazia deve dichiarare una guerra risoluta ed implacabile ai socialisti rivoluzionari » scrive al punto 6: « Perché, includendo nel loro programma il terrorismo e pro- pugnandolo, nella sua forma odierna, come mezzo di lotta politica, i socialisti rivoluzionari arrecano un danno gravissimo al movimento, distruggendo il legame inscindibile tra l’attività socialista e le masse della classe rivoluzionaria. Nessuna assicurazione verbale, nessun giuramento può smentire il fatto certo che il terrorismo, come oggi viene esercitato e propugnato dai socialisti rivoluzionari, non ha nessun legame con il lavoro fra le masse, per le masse e insieme alle masse; che gli atti terroristici organizzati dal partito distolgono le nostre forze organizzative, estremamente scarse, dal loro compito difficile, e ancora lontano dall’essere realizzato di organizzare un partito operaio rivoluzionario; che di fatto il terrorismo dei socialisti rivoluzionari non è altro che un duello, condannato in pieno dall’esperienza storica … ».

E nell’articolo dell’agosto intitolato «Avventurismo rivoluzionario», Lenin ribadisce: « Noi non ripetiamo gli errori dei terroristi, non ci distogliamo dal lavoro tra le masse, asseriscono i socialisti rivoluzionari, e nel medesimo tempo insistono nel raccomandare al partito atti come l’uccisione di Sipiaghin da parte di Balmascev, sebbene tutti sappiano e vedano perfettamente che questo atto non ha avuto nessun legame con le masse; e non poteva averlo per il modo come è stato compiuto, che le persone che l’hanno compiuto non facevano assegnamento e non speravano in nessuna azione o appoggio determinati dalla folla. I socialisti rivoluzionari ingenuamente non si accorgono che la loro inclinazione per il terrorismo è legata, con il più stretto nesso causale, al fatto che essi sin dall’inizio erano, e continuano a rimanere, staccati dal movimento operaio e nemmeno cercano di divenire il partito della classe rivoluzionaria che conduce la sua lotta di classe … La socialdemocrazia metterà sempre in guardia contro l’avventurismo e denuncerà in modo implacabile le illusioni che inevitabilmente finiscono con una totale delusione. Noi dobbiamo ricordare che un partito rivoluzionario merita tale nome solo quando dirige effettivamente il movimento della classe rivoluzionaria … Senza negare affatto in linea di principio la violenza e il terrorismo, abbiamo chiesto che si lavorasse per preparare forme di violenza che facessero assegnamento sulla diretta partecipazione delle masse e assicurassero questa partecipazione. Noi non chiudiamo gli occhi sulla difficoltà di questo compito, ma lavoreremo fermamente e tenacemente per adempierlo, senza turbarci se qualcuno ci obietta che si tratta di un avvenire ” indefinitamente lontano ” ».

DUE STRADE STORICAMENTE CONTRAPPOSTE E INCONCILIABILI

La nostra tradizione di partito traccia in maniera inequivoca la opposizione stridente fra coloro che ritengono necessaria l’azione individuale o di pochi eletti ed eroi per « suscitare » lo sdegno e la lotta delle masse ed il marxismo che vede questa lotta sorgere oggettivamente dalle viscere della società ed aver bisogno di un organo di direzione cosciente: il partito di classe. Per i primi il « gesto », l’« esempio », l’« atto » che suscita sdegno e commozione è determinante ed è la premessa dello scatenarsi della lotta sociale. Idealismo e culturalismo si congiungono in questa visione che ritiene che le masse si muoveranno quando avranno « visto e capito ». Per i marxisti ortodossi le masse sono costrette a muoversi non dal « capire » o dall’emozione suscitata da un esempio qualsiasi, bensì dalla pressione materiale che agisce sulle loro condizioni di vita; il problema per i marxisti non è dunque quello di come far muovere le masse, ma di dirigere in senso rivoluzionario il movimento che inevitabilmente si verificherà per la spinta delle condizioni oggettive: e la possibilità di dirigere « la classe che conduce la sua propria lotta » esige il più stretto e multiforme collegamento fra la massa in movimento ed un organo dotato di coscienza teorica, di un piano tattico preciso, di una organizzazione centralizzata. Per i marxisti, di conseguenza, l’uso della violenza non funge da « stimolante » della lotta di classe, ma diviene « un’operazione militare dell’esercito combattente ».

La posizione di quei raggruppamenti, forze politiche ecc. che sostengono la necessità del « terrorismo stimolante » non è perciò né parallela, né convergente con la posizione del partito di classe: ne diverge irrimediabilmente ed in maniera definitiva da almeno un secolo; è disfattista e controproducente agli effetti della ripresa rivoluzionaria che seguirà un binario del tutto opposto.

UNA NECESSARIA DISTINZIONE

È chiaro, e risulta da quanto abbiamo esposto, che ben altra considerazione meritano per noi le azioni di violenza individuale e di terrorismo quando sono espressione di una lotta di classe reale, di una contrapposizione reale di forze sociali, magari non proletarie, ma piccolo borghesi, semiproletarie o nazionaliste. Le lotte sanguinose dei popoli di colore contro la dominazione imperialistica hanno visto l’uso dei metodi del terrorismo appunto come «operazioni militari di un esercito combattente», cioè come armi di lotta strettamente legate ad un reale movimento sociale delle masse oppresse, alle loro esigenze ed alle loro aspirazioni, armi perciò di un movimento reale diretto da un partito anche se non comunista e non proletario. In Europa Occidentale ed in generale nei paesi capitalistici avanzati, i rigurgiti delle azioni terroristiche hanno un significato del tutto opposto: poggia sull’assenza assoluta di un movimento seppur minimo della classe proletaria e sul completo isolamento del partito dalla classe. Non costituisce neanche il sintomo di una generosa e illusoria reazione allo strapotere delle classi dominanti, bensì il rigurgito piccolo borghese, la convulsione reazionaria e parossistica di individui e gruppi condannati ad impotenza storica. È il sintomo non della ripresa di un cammino che conduce alla ripresa della lotta fra le classi, ma della disgregazione morbosa e della putrefazione di questa società che sopravvive a se stessa. L’unica classe rivoluzionaria dei paesi a capitalismo avanzato, il proletariato, aveva superato, nella sua tragica vicenda storica, queste posizioni individualistiche non solo nella dottrina e nelle idee, ma anche nella pratica della lotta reale: il loro risorgere oggi costituisce un ritorno indietro, l’espressione più aberrante del predominio dell’opportunismo sul movimento operaio, dell’assenza del proletariato dalla lotta perfino in difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro. Brigate rosse o verdi o nere non hanno nulla a che fare con il movimento di classe del proletariato; nell’Europa del 1975 le loro azioni non possono essere neanche l’espressione di un ribellismo individuale proprio di una piccola borghesia «carbonara» o di un proletariato ancora storicamente immaturo che lega la sua lotta (come in mille esempi dell’anarchismo latino) a metodi arretrati ed illusori, ma sintomatici di una capacità di slancio generoso. La prova ne è che, nonostante le grida e le montature propagandistiche di tutti i pulpiti, risulta interrotta ed incapace di rinascere attraverso le gesta più che dubbie di questi messeri, la linea storica, a suo modo gloriosa, della bomba sotto il culo di re e di potentati vari i quali camminano sicuri sulla faccia della terra in maniera ben differente che nel periodo delle gesta nihiliste o anarchiche. Secondo Carlo Marx i fenomeni storici si ripetono, ma la loro replica è sempre una parodia ed una satira della loro prima apparizione: l’epoca attuale, fra i mille eventi burleschi doveva farci assistere anche a una edizione di «terrorismo da burla».

L’emancipazione della donna è nell’abolizione della proprietà privata, nel comunismo Pt.2

Nel numero precedente, prendendo spunto dall’attuale campagna sul diritto d’aborto, abbiamo riproposto, molto brevemente, le soluzioni comuniste nei riguardi della famiglia e della donna e di come i comunisti utilizzano le rivendicazioni che, generate dalle esigenze immediate della vita e dei bisogni del proletariato, possono rientrare nel novero dei diritti «democratici»; netta pertanto è stata la linea di demarcazione tra noi e femminismo radicali e gruppetti, ai quali abbiamo negato ogni «utilità rivoluzionaria» e che, in pratica, non fanno che riproporre – se pure ammantate di radicale verbalismo – soluzioni misere e sbiadite.

A questi «rivoluzionari», e in special modo alle femministe abbiamo gettato sul muso una nostra vecchia citazione: «Quando mezzo secolo fa si fece una inchiesta sul femminismo, misera deviazione piccolo borghese dell’atroce sottomissione della donna nelle società proprietarie, il valido marxista Filippo Turati rispose con queste sole parole: la donna … è uomo. Voleva dire: lo sarà nel comunismo, ma per la vostra società borghese è un animale o un oggetto»; quindi, basandoci sulle tesi del III congresso dell’Internazionale Comunista per la propaganda tra le donne, abbiamo ribadito la netta chiusura del partito nei confronti del femminismo, posizione classica dei marxisti che sempre così si sono comportati in presenza di movimenti antiviolenti e antimilitaristi, antipolitici e antipartitici, anticlericali ecc.

Il femminismo, visione del mondo in cui si fronteggiano sessi l’un contro l’altro armati, appartiene alla matrice piccolo borghese che sogna di ricucire gli strappi di questa società con le chiacchiere, le marce della pace, gli appelli agli uomini di buona volontà e che davanti alla riproposizione di classici postulati del marxismo quali classe, lotta di classe, partito politico di classe, violenza rivoluzionaria, dittatura proletaria, scappa come il diavolo davanti all’acqua santa.

Sono movimenti da sempre espressi dalla piccola borghesia, dagli intellettuali, non appartengono nemmeno a deviazioni opportuniste del movimento operaio quali, ad esempio, l’anarchismo, il sindacalismo rivoluzionario, il riformismo; netta è pertanto la loro appartenenza al campo della controrivoluzione dal quale non possono uscire neppure con tutti gli strepiti di cui sono capaci. Mai sarà dato al femminismo, al pacifismo ecc. la possibilità di scegliere fra la via riformista o la via rivoluzionaria, questa gli è organicamente impedita, non sono ad un bivio in cui è data la possibilità di imboccare o l’una o l’altra strada: viaggiano spediti sui binari della controrivoluzione. Paradossalmente, possiamo affermare che, se esiste la possibilità di un’organizzazione di donne che travasi nel campo della rivoluzione questa non è il femminismo ma … l’UDI (!) la quale, per lo meno, non sguazza nel pantano dei diritti civili e della libertà tout court e, a modo suo, presenta soluzioni sociali.

Ma appena smettiamo di fantasticare e ritorniamo con i piedi ben piantati per terra, UDI e femminismo generano in noi lo stesso identico disgusto per le loro insulse ricette per riportare in vita la moribonda famiglia per ritornare un dì certamente prossimo ad essere fonte di gioia per figli, mogli e mariti. La famiglia borghese mai sarà fonte di gioia: è un ghetto, una «necessità sociale» sostenuta dall’ipocrisia borghese; il comunismo non la erediterà. Non abbiamo per questa istituzione arcaica né proposte né programmi e tutte le chiacchiere sulla revisione del Codice Civile, sulla parità giuridica dei coniugi, sul salario alle casalinghe, ci farebbero ridere se non fossero il riflesso delle condizioni di asservimento e di miseria della donna nell’istituzione familiare, istituzione che il capitalismo stesso costantemente distrugge immettendo sempre più la donna nel processo produttivo. Citiamo da Programma Comunista, 89/1960:

«… Il capitalismo ha distrutto il matrimonio monogamico. Anche se tale istituzione formalmente sopravvive, la sua base storica viene mano a mano sgretolandosi. Il lavoro femminile ha dimostrato ormai che tranne gli impedimenti transitori, connessi alla maternità, la donna può sostituire con successo l’uomo in qualsiasi attività produttiva. Un tempo si credeva che solo alla guerra fosse negata. Ma oggi anche questa estrema limitazione è caduta. Proprio come l’uomo, la donna, oltre che produrre beni economici, ha imparato anche a macellare i propri simili. Che si vuole di più?!…».

«Nella famiglia anzi proprio nella famiglia ”moderna” nella quale la moglie porta a casa un salario o uno stipendio, si perpetuano tutte le degenerazioni egoistiche della natura umana. La famiglia è il fortilizio entro il quale l’uomo si trincea contro il proprio simile, la giustificazione di tutte le soperchierie, le bassezze, le viltà che l’uomo commette contro il proprio simile. Per la famiglia, l’uomo si trasforma in una belva rapace ma la preda che porta a casa trionfante è stata strappata dalla bocca del proprio simile. E in ciò l’uomo scende al di sotto del livello delle bestie. L’aquila che esce a caccia non porta al nido il cadavere di un aquilotto. Né i cuccioli del lupo mangiano carne di lupo. Ma la legge morale borghese giustifica e premia chi arricchisce la sua famiglia affamando i bambini altrui. La legge morale borghese mi esonera dall’obbligo di contribuire alla nutrizione e all’allevamento dei bambini tuoi: anzi, poiché questi non ”mi appartengono”, cioè non fanno parte della ”mia” famiglia io posso senza rimorsi affamare i ”tuoi” bambini, se ciò mi permette, non dico di sfamare, ma di procurare il superfluo ai ”miei”. Tale è la legge morale che regola la famiglia borghese.

Il comunismo rivoluzionario respinge simili infamie. La rivoluzione proletaria pone fine al contrasto tra lavoro domestico e lavoro extra-domestico, tra economia domestica e economia sociale. Lo fa sopprimendo il lavoro domestico, trasformando il LAVORO DOMESTICO IN SERVIZIO PUBBLICO. E con ciò liquidando per sempre la famiglia…».

«… Per sapere come Lenin, e quindi il comunismo rivoluzionario, concepiva la trasformazione del lavoro domestico in servizio pubblico, dobbiamo rileggere il testo del suo articolo sul ”Contributo della donna alla edificazione del socialismo” scritto il 28 giugno 1919. Lenin rimprovera al partito bolscevico di non occuparsi abbastanza della questione della emancipazione della donna (rimprovero che potremmo rivolgere a noi stessi). E si preoccupa innanzitutto di chiarire i termini della questione:

«La donna, nonostante tutte le leggi liberatrici, è rimasta una SCHIAVA DELLA CASA, perché oppressa, soffocata, inebetita, umiliata dalla MESCHINA ECONOMIA DOMESTICA, che la incatena alla cucina e ai bambini e ne logora le forze in un lavoro bestialmente meschino, snervante, che inebetisce e opprime. La vera EMANCIPAZIONE DELLA DONNA, il VERO COMUNISMO incomincerà soltanto là dove e quando incomincerà la lotta delle masse (diretta dal proletariato che detiene il potere dello stato) CONTRO LA PICCOLA ECONOMIA DOMESTICA O, MEGLIO, DOVE INCOMINCERÀ LA TRASFORMAZIONE IN MASSA DI QUESTA ECONOMIA NELLA GRANDE ECONOMIA SOCIALISTA».

Il brano che segue è di una potenza eccezionale, perché riassume in poche parole la sostanza della questione:

«Ci occupiamo noi abbastanza, nella pratica, di questa questione, che teoricamente è evidente per ogni comunista? Naturalmente no. Abbiamo sufficiente cura dei GERMI DI COMUNISMO che si hanno in questo campo? Ancora una volta no, no e poi no! I RISTORANTI POPOLARI, I NIDI E I GIARDINI DI INFANZIA: ECCO GLI ESEMPI DI QUESTI GERMI, I MEZZI SEMPLICI, COMUNI, CHE NON HANNO NULLA DI POMPOSO, DI MAGNILOQUENTE, DI SOLENNE, MA CHE SONO REALMENTE IN GRADO DI EMANCIPARE LA DONNA, sono realmente in grado di diminuire ed eliminare – data la funzione che la donna ha nella produzione e nella vita sociale – la sua diseguaglianza con l’uomo. Questi mezzi non sono nuovi: nel capitalismo, però, in primo luogo essi rimangono una rarità, in secondo luogo – e ciò è particolarmente importante – restavano IMPRESE COMMERCIALI con tutti i loro lati peggiori: speculazione, ricerca di guadagno, frode, falsificazione, o ”ACROBAZIA DELLA FILANTROPIA BORGHESE”, che a giusta ragione era odiata e disprezzata dai migliori operai».

Quest’ultimo caposaldo è veramente illuminante. La crisi che matura nel seno del capitalismo suggerisce essa stessa (non quindi la solitaria elucubrazione dell’utopista) i mezzi da usare per uscirne, e questi mezzi sono già virtualmente presenti nel capitalismo. Sono i GERMI DEL COMUNISMO che lo stesso capitalismo obbiettivamente crea. Compito del potere rivoluzionario è la rimozione di tutti gli ostacoli che impediscono loro di espandersi. Ma il lavoro domestico (la cucina, la lavatura degli abiti, l’allevamento dei bambini) può trasformarsi in servizio pubblico gestito dagli stessi che se ne giovano alla sola condizione che sia svincolato dal circolo mercantile e monetario. Altrimenti, il ristorante popolare, che abolisce una parte importante del lavoro domestico, cade nella stessa condizione del ristorante borghese, dove è servito bene chi paga di più, mentre l’intruglio è riservato al cliente squattrinato. E ciò è possibile alla sola condizione che tutta la produzione sociale sia strappata alle leggi dello scambio mercantile.

Ma la soppressione del lavoro domestico, liberando completamente la donna, porta di conseguenza a nuove forme matrimoniali, seppellisce per sempre la famiglia. Chi riduce il comunismo a mera espropriazione dei capitalisti e a sostituzione della proprietà privata con la proprietà statale mostra di non aver capito nulla del marxismo. Il comunismo cambia l’intera esistenza sociale degli uomini quale l’hanno foggiata i lunghi secoli della lotta di classe. Cambia non solo le forme entro cui gli uomini producono i beni economici, ma anche le forme matrimoniali entro cui gli uomini si riproducono…».

Chiaro, no? Si tratta di spezzare, come già mostrammo con le citazioni del «Manifesto» e della «Rivoluzione tradita», la limitata ed egoistica ditta familiare, vero e proprio sperpero di forze produttive altrimenti impiegabili, vero e proprio fortilizio a difesa dell’individualismo, dell’egoismo, delle bassezze umane.

Il comunismo sarà vita dell’individuo nella specie per la specie e per dirla con Marx «subentra una associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti».

La ditta individuo, per farla breve, a noi ci schifa mentre il piccolo borghese non può fare a meno di farne una categoria eterna con la sua concezione della storia intesa come una serie di vittorie, una più «avanzata» dell’altra, che progressivamente allargano le catene che impediscono l’Individuo: liberazione dell’uomo dallo schiavismo, liberazione dell’uomo dal servaggio e dal dispotismo, liberazione dell’uomo dallo «sfruttamento»! Qualche catena in più in verità lega la donna che deve poter partorire quando vuole; il rimedio è lapalissiano: aborto.

Il marxista ragiona così: finché non è possibile strappare l’educazione e il sostentamento dei figli alla famiglia per consegnarli alla collettività, il diritto d’aborto è per la donna, sulla quale ricadono in gran parte queste fatiche, un diritto essenziale.

Il piccolo borghese logicamente chiacchiera in tutt’altro modo: la donna del «suo» corpo deve disporre a «suo» piacimento, deve pertanto partorire quando le pare e piace.

Le cose stanno ben altrimenti, e per accorgersene basta dare uno sguardo alle statistiche di un lungo periodo di tempo delle nascite, qualsiasi paese va bene; ci accorgeremmo in tal caso che la natività – aborto o no – è fatto sociale che segue perfettamente lo sviluppo delle forze produttive con i suoi boom e con le sue crisi. Oggi, ad esempio, fare un figlio «costa», è un cattivo investimento, siamo, come si dice, «in troppi»; la donna, «educata» dal processo di produzione capitalistico nel quale è entrata, di figli non può che «desiderarne» in numero limitato: la volontà, come sempre, viene ultima, e gli sforzi del piccolo borghese per innalzarla a motore del mondo ci fanno sorridere. D’altra parte ognuno ha il suo compito ed il piccolo borghese – femminista o no – non può, nonostante i suoi sforzi, che concepire una società in cui, tiranneggiando Lavoro Salariato e Capitale, maschio e femmina fanno «ciò che loro piace».

Lasciamo le illusioni agli illusi e riaffermiamo con le parole di Bebel che la natività, come tutti i fatti sociali, non sarà nemmeno nel comunismo consegnata all’arbitrio dell’individuo, ma regolata dai bisogni collettivi della SPECIE UMANA:

«… Secondo ogni probabilità la questione della densità della popolazione sarà regolata nel modo più semplice non già da una ridicola paura che vengano a mancare i mezzi di sussistenza, ma dal desiderio di benessere degli stessi interessati. Perciò anche qui ha ragione Carlo Marx quando afferma nel ”Capitale” che ogni periodo economico dello sviluppo dell’umanità ha la sua legge speciale di popolazione.

Nell’assetto socialistico, nel quale soltanto può essere veramente libera e sulla sua base naturale, l’umanità procederà con coscienza nel suo sviluppo secondo le leggi di natura. In tutte le epoche fino ad oggi in riguardo alla produzione, alla distribuzione e alla popolazione, l’umanità procedette senza conoscere le proprie leggi e quindi senza coscienza; nella nuova società essa andrà avanti con piena conoscenza di queste leggi e regolarmente.

IL SOCIALISMO È LA SCIENZA APPLICATA A TUTTI I RAMI DELL’ATTIVITÀ UMANA CON PIENA COSCIENZA E PERFETTA COGNIZIONE» (da «La donna e il socialismo»).

È evidente che questa differenza di concepire il passato il presente e il futuro corrisponde a modi completamente diversi e antitetici di intendere il proselitismo, la propaganda, l’azione tra le donne. Riandiamo alle «tesi della propaganda tra le donne» del III Congresso dell’I.C.; scandiscono dall’inizio alla fine di «rafforzare il lavoro tra il proletariato femminile e in particolare l’educazione comunista delle grandi masse operaie che bisogna coinvolgere nella lotta per il potere dei soviet», e, nello stesso tempo, ammoniscono i partiti comunisti del «grande pericolo rappresentato nella rivoluzione dalle masse inerti delle casalinghe, delle impiegate, delle contadine non affrancate dalle concezioni borghesi, dalla Chiesa e dai pregiudizi e non collegate da un qualsiasi legame al grande movimento di liberazione comunista. Le masse femminili d’Oriente e d’Occidente non coinvolte in questo movimento costituiscono inevitabilmente un appoggio per la borghesia e un pubblico per la propaganda controrivoluzionaria».

Le tesi propugnano la costituzione, all’interno delle sezioni dei partiti comunisti, di commissioni femminili, commissioni che non fossero in alcun modo organizzazioni separate ma organi di lavoro incaricati di mobilitare ed istruire le operaie in vista della lotta per la conquista del potere, che, pur agendo in tutti i settori in qualsiasi momento sotto la direzione del partito, possedevano la libertà di movimento loro necessaria per applicare i metodi e le forme di lavoro e per creare le istituzioni necessarie per le caratteristiche particolari della donna data la sua specifica condizione nella società e nella famiglia.

Commissioni che dovevano assolvere i seguenti compiti:

  1. «Educare le grandi masse femminili nello spirito del comunismo e attirarle nelle file del partito.
  2. Combattere i pregiudizi sulle donne tra le masse del proletariato maschile, rafforzando nello spirito degli operai e delle operaie l’idea della solidarietà degli interessi del proletariato dei due sessi.
  3. Affermare la volontà dell’operaia, utilizzandola nella guerra civile in tutte le forme e gli aspetti, sollecitare la sua attività facendola partecipare alle azioni di massa, alla lotta contro lo sfruttamento capitalistico nei paesi borghesi (contro il caro vita, la crisi degli alloggi, e la disoccupazione), all’organizzazione dell’economia comunista e dell’esistenza in generale nelle repubbliche sovietiche.
  4. Porre all’ordine del giorno del partito e delle istituzioni legislative le questioni relative all’uguaglianza della donna e alla sua difesa come madre.
  5. Lottare sistematicamente contro l’influenza della religione, della tradizione e dei costumi borghesi, al fine di preparare la strada a rapporti più sani e più armoniosi tra i sessi e al risanamento morale e fisico dell’umanità lavoratrice».

Come tante volte riaffermato nel proselitismo, nella propaganda e nell’azione tra le donne i capisaldi che contraddistinguono l’operato dei comunisti rivoluzionari tra il proletariato non sono minimamente scalfiti; classe, lotta di classe, dittatura del proletariato ecco le basi sulle quali si è sempre sviluppata l’azione dei comunisti tra le masse femminili. Azione che sempre si è scontrata con le mille forme della politica interclassista, politica di cui il femminismo è l’aspetto più virulento e mistificatore.

Politica interclassista che ha teatro nelle piazze Navona d’Italia e per contorno musicisti e cantanti che vogliono innalzare chissà dove le coscienze.

Il posto del femminismo è tra la filantropia del buon borghese al quale inavvertitamente sono cadute sotto gli occhi le miserie del proletariato; tale vista gli evoca lo spettro della rivoluzione per cui non può fare a meno, con concretismo e realismo, di metter su qualche iniziativa atta a lenire i bisogni dei miseri. E se lo Stato non è d’accordo e recalcitra un po’ un bell’appello all’opinione pubblica, ai giornalisti, all’intellighenzia e tutto va a posto.

Il proletariato, carne da macello, non viene minimamente interpellato, dopotutto mica è lui, come classe, a subire sulla pelle le manchevolezze del «sistema», come oggi si ama dire!!

Sono le figure fantastiche del cittadino e dell’opinione pubblica le bistrattate!!

Il proletariato: ma chi è costui? Il cerchio si è chiuso; da una parte il riformismo della sinistra parlamentare e dall’altra il verbalismo degli extraparlamentari. Tante chiacchiere che malamente nascondono una stessa identica volontà: ferma risoluzione a non chiamare il proletariato a lottare per le esigenze della sua vita e dei suoi bisogni; la lotta di classe a costoro fa paura e allora ben vengano le false ma popolaresche battaglie tipo referendum, ulteriore presa di giro del proletariato (d’ambo i sessi).

Al proletariato non viene regalato niente, né può demandare ad altri strati e ceti la lotta per le sue esigenze e bisogni; per soddisfarle ha una sola strada da percorrere: lui stesso deve scendere in lotta impugnando le armi della guerra di classe.

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.4

ELEMENTI DELLA TATTICA DEL PARTITO COMUNISTA TRATTI DALL’ESAME DELLE SITUAZIONI

Nel tentativo di affrontare gli elementi di questa quinta ed ultima parte propedeutica ai « termini più propriamente tattici della questione », è necessario « soffermarsi sugli elementi di risoluzione di ogni problema tattico dati dall’esame della situazione del momento che si attraversa ». Il partito non è « libero » di fare quel che vuole e gli piace, per il solo e semplice fatto di essere « il partito » – punto su cui non si batterà mai abbastanza -: « … (punto 26) Il partito non può adoperare la sua volontà e la sua iniziativa in una direzione capricciosa ed in una misura arbitraria; i limiti entro i quali deve e può fissare l’una e l’altra gli sono posti appunto dalle sue direttive programmatiche e dalle possibilità e opportunità di movimento che si deducono dall’esame delle situazioni contingenti ».

Le « direttive programmatiche » sono note a tutti e si sintetizzano nella « invarianza della dottrina » del marxismo rivoluzionario, nell’organo-partito con organizzazione unitaria e centralizzata alla scala mondiale, per la conquista violenta del potere politico, gestito dal solo partito comunista nella Dittatura Proletaria, verso l’instaurazione della società socialista, senza classi e senza Stato politico.

Le « possibilità e opportunità di movimento » « si deducono dall’esame delle situazioni » con i criteri che le Tesi tracciano e che devono essere compatibili con le « direttive programmatiche ». Infatti, non sempre esistono « possibilità ed opportunità di movimento » tali da portare il partito alla testa delle masse proletarie, come per esempio nelle fasi più nere della controrivoluzione imperante, quale quella che stiamo attraversando, e falso sarebbe dedurre che si debba revisionare il programma o adottare nuovi e imprevisti accorgimenti tattici per vincere il muro delle avverse condizioni storiche generali, ovvero che si debba rinunciare ad una parte dei compiti del partito in attesa di tempi migliori.

« Nel programma del partito comunista (punto 24) è contenuta una prospettiva di successive azioni messe in rapporto a successive situazioni, nel processo di svolgimento che di massima loro si attribuisce. Vi è dunque una stretta connessione tra le direttive programmatiche e le regole tattiche. Lo studio della situazione appare quindi come un elemento integratore per la soluzione dei problemi tattici… ».

A che cosa serve, allora, questo « elemento integratore »? Il punto 27 spiega: « Dall’esame della situazione si deve trarre un giudizio sulle forze del partito e sui rapporti tra queste e quelle dei movimenti avversari. Soprattutto bisogna preoccuparsi di giudicare l’ampiezza dello strato del proletariato che seguirebbe il partito quando questo intraprendesse una azione e ingaggiasse una lotta. Si tratta di formarsi un’esatta nozione degli influssi e delle spinte spontanee che la situazione economica determina in seno alle masse, e della possibilità di sviluppo di queste spinte per effetto delle iniziative del partito comunista e dell’atteggiamento degli altri partiti ».

Vogliamo sottolineare ancora una volta che è « la situazione economica » che « determina » « influssi e spinte spontanee » « in seno alle masse », e non la volontà del partito né degli altri partiti, i quali possono, semmai, sviluppare queste spinte per effetto delle loro « iniziative ». Non è il partito che determina il fronte di classe, ribadiamo per i sordi di sempre, che si pavoneggiano nelle loro baldanzose « iniziative » deviatrici e inconcludenti, e per coloro che, avendolo dimenticato, si son messi ad agitare i loro deretani non più di piombo, in nome della Sinistra.

L’esame delle situazioni, svolto in chiave nostra, innanzi tutto deve farci stabilire quali sono « Le influenze della situazione economica sulla combattività di classe del proletariato » (punto 27) « a seconda che siamo in presenza di un periodo di crescente floridezza dell’economia borghese, o di crisi di inasprimento delle sue conseguenze ». Nel prosieguo di questo lavoro constateremo la complessità di queste relazioni sia da un punto di vista storico che geopolitico, esaminando, anche graficamente, le curve delle forze interessate. Il testo imposta, quindi, il problema in termini di determinismo storico e dialettico: « L’effetto di queste fasi sulla vita organizzativa e sulla attività degli organismi proletari è complesso e non può considerarsi prendendo ad esaminare soltanto la situazione economica di un dato momento per dedurne il grado di combattività del proletariato, poiché si deve tener conto della influenza di tutto il percorso delle situazioni precedenti nelle loro oscillazioni e variazioni ». Tutto il lavoro svolto dal partito sul « corso dell’economia mondiale », per esempio, era teso a ritrovare il bandolo delle contraddizioni economiche, sociali e quindi politiche della società presente, non per il gusto di fare opera brillante di accademia, ma per studiare il « percorso » storico che precede la ripresa del moto di classe, da cui dedurre le condizioni favorevoli dell’attacco rivoluzionario, la « situazione contingente » utile all’iniziativa del partito, deducibile non nella contingenza ma nelle premesse anche secolari. Tutto il lavoro, che ai soliti cretini è sembrato enciclopedismo o archeologia aveva ed ha questo potente significato, tanto che è uno dei tratti salienti del partito, di differenziazione tra il vero partito comunista e tutti gli altri movimenti anche sedicenti « sinistri ».

Il testo chiarisce i concetti espressi e serve qui ad introdurre lo studio che seguirà. « Ad esempio, un periodo di floridezza può dar vita ad un potente movimento sindacale che in una crisi successiva di immiserimento si può rapidamente portare su posizioni rivoluzionarie conservando favorevolmente al successo rivoluzionario l’ampiezza del suo inquadramento di masse. Oppure può un periodo di immiserimento progressivo disperdere il movimento sindacale in modo che nel periodo di floridezza successivo esso si trovi in uno stadio di costituzione che non offra bastevole trama ad un inquadramento rivoluzionario. Questi esempi che potrebbero essere capovolti valgono a provare che le curve della situazione economica e della combattività di classe si determinano con leggi complesse, la seconda dalla prima, ma non si assomigliano nella forma. All’ascesa (o discesa) della prima può in dati casi indifferentemente corrispondere l’ascesa o la discesa della seconda ». Ancora martellate, e guai se il braccio si stancasse: la « prima » è la « situazione economica », la « seconda » è la « combattività di classe »; la « prima » « determina » la « seconda », non viceversa.

1) LE FASI DELLE SITUAZIONI

Si è visto che l’obiettivo centrale della ricerca o « esame delle situazioni » da parte del partito consiste nello stabilire le influenze che la situazione economica determina nella classe e nella sua organizzazione naturale, i sindacati, al fine di dedurre l’atteggiamento tattico del partito. Questo punto centrale viene ora ripreso nella tesi 28) e sviluppato: « Gli elementi integratori di questa ricerca sono svariatissimi e consistono nell’esaminare le tendenze effettive della costituzione e dello sviluppo delle organizzazioni del proletariato e delle reazioni anche psicologiche che producono su di esso da una parte le condizioni economiche, dall’altra gli stessi atteggiamenti ed iniziative sociali e politiche della classe dominante e dei suoi partiti. L’esame della situazione viene a completarsi nel campo politico con quello delle posizioni e delle forze delle varie classi e dei vari partiti riguardo al potere dello Stato ».

Ora, le « situazioni » « nelle quali il partito comunista può trovarsi ad agire » « si possono classificare » nelle seguenti « fasi fondamentali »:

1 – Potere feudale assolutistico, 2 – Potere borghese democratico, 3 – Governo socialdemocratico, 4 – Interregno di guerra sociale in cui divengono instabili le basi dello Stato, 5 – Potere proletario nella dittatura dei Consigli.

« Le considerazioni » che le Tesi offrono si riferiscono « soprattutto » alla « fase » del « Potere borghese democratico » e a quella del « Governo socialdemocratico ». Potrebbe destare meraviglia che le Tesi non contemplino una fase « fascista ». In realtà non esiste, sotto il profilo tattico, una fase « fascista » che ponga particolari e speciali problemi all’azione del partito. In ogni caso la fase « fascista », siccome costituisce la fase in cui il potere totalitario della borghesia si manifesta senza veli, democratici e riformisti, come nella sesta parte sull’« azione tattica ”indiretta” del partito comunista » viene svolto, elimina anzi uno degli aspetti perturbatori della tattica e cioè l’illusione nelle masse della conquista pacifica e graduale, democratica e parlamentare del potere, a fronte della quale il partito deve studiare mezzi tattici « indiretti ». Infatti il problema centrale che il partito ha già dovuto affrontare in questa fase « fascista » non è stato tanto quello della sua azione tattica « diretta », quanto quello relativo al modo con cui ributtare indietro i rigurgiti democratici sollevati dal « fascismo », che hanno appestato la classe. Non a caso, e con singolare preveggenza, dicemmo nel 1926 che il nemico maggiore del proletariato sarebbe stato il post-fascismo.

In tal modo la seconda e terza fase, oggetto dello studio delle Tesi, contengono tutti gli elementi essenziali del problema tattico, tenendo conto che « In un certo senso il problema della tattica consiste oltre che nello scegliere la buona via per un’azione efficace, nell’evitare che l’azione del partito esorbiti dai suoi limiti opportuni, ripiegando su metodi corrispondenti a situazioni sorpassate, il che porterebbe come conseguenza un arresto del processo di sviluppo del partito ed un ripiegamento nella preparazione rivoluzionaria ».

2) LE CURVE DI EFFICIENZA

Abbiamo già visto l’importanza fondamentale che le Tesi danno all’« influenza della situazione economica sulla combattività di classe del proletariato » e quanto sia complessa la correlazione tra queste due forze tra loro e tra le altre forze in gioco. La parte che segue si ripromette di dare un contributo a questi fondamentali problemi, indispensabili alle soluzioni tattiche.

Le forze che interessano sono eterogenee per cui non è possibile una loro misurazione, con i mezzi a nostra disposizione, ma solo un confronto delle loro reciproche « efficienze ». Esse sono le seguenti:

1 – efficienza economica o curva della produzione, 2 – efficienza proletaria o curva della spontaneità, 3 – efficienza della rivoluzione o « vettore » dell’azione del partito, 4 – efficienza del capitalismo o « vettore » della potenza dello Stato, 5 – efficienza dell’opportunismo o « vettore » dell’influenza opportunistica.

In ciascuna tavola queste forze sono rappresentate distintamente su due assi: su quello superiore i « vettori » che rappresentano la variazione nel tempo dell’efficienza della « rivoluzione », del « capitalismo » e dell’« opportunismo », in tratti distinti in legenda, mentre sull’asse inferiore sono tracciate le curve della « produzione » e della « spontaneità ».

I « vettori » indicano soprattutto il senso e la direzione delle forze e, in correlazione tra loro, il prevalere relativo dell’una sulle altre.

La « curva della produzione » è espressa in incremento percentuale medio della produzione industriale nei periodi indicati, secondo il noto lavoro svolto dal partito; per « curva della spontaneità » le giornate di sciopero per salariato nell’anno secondo i dati del BIT.

Sulle ascisse la scala degli anni, divisa in anni o decenni; sulle ordinate le scale, a sinistra dell’incremento produttivo, a destra delle giornate di sciopero.

Le tavole così costruite permettono di seguire in corrispondenza temporale tra loro lo sviluppo delle determinazioni economiche, le reazioni istintive o spontanee del proletariato, l’incrociarsi delle influenze attive e passive del partito comunista, dello Stato capitalista e dell’opportunismo.

Molti altri elementi potrebbero essere correlati per ottenere un quadro più completo, non dimenticando, tuttavia, che le risultanti storiche sono il prodotto di leggi complesse che investono anche la psicologia delle masse combattenti e pertanto non riducibili a misurazioni quantitative con i mezzi offerti dalla « scienza » individualistica borghese.

Queste nostre osservazioni empiriche, tuttavia, ci consentiranno delle rilevazioni che confermano i postulati della nostra dottrina e quindi del nostro programma. Risultato questo non disprezzabile in una epoca in cui gli avversari della rivoluzione e i falsi amici del comunismo rinnegano ogni giorno le enunciazioni del giorno prima.

3) LE AREE PRINCIPALI DELL’ESPERIENZA STORICA

Si sono predisposte sei tavole relative a sei distinte aree geo-politiche, cui abbiamo assegnato il nome del paese nel quale si sono manifestate le caratteristiche che intendiamo mettere in evidenza. Il nostro intento è quello di esaminare gli elementi principali dell’esperienza storica di classe, senza pretendere con questo di « imprigionare » la storia in uno schema.

I paesi-aree oggetto dello studio sono i seguenti: Russia, Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia. A nostro avviso questi sei paesi presentano caratteristiche di sviluppo storico tali da costituire un insieme dell’esperienza della classe proletaria. Non abbiamo incluso per esempio la Cina o altro grande paese pervenuto di recente alla sua vittoriosa rivoluzione nazionale, in quanto né in questo paese né in altri di rivoluzione democratica nazionale il proletariato ha espresso un’azione autonoma e indipendente e quando in Cina la classe operaia ha espresso il suo partito politico di classe, questi ha subito le stesse vicissitudini degli altri partiti dell’Internazionale Comunista, che si ritrovano tracciate negli altri paesi qui studiati. In breve, in Cina come negli altri paesi neo-borghesi non vi sono state esperienze nuove e diverse, sebbene, come più volte detto, questi paesi rappresentano, dopo la rivoluzione d’Ottobre, le uniche manifestazioni di vitalità storica in un’era di totale decadenza.

La Russia assomma caratteristiche straordinarie: è l’area della doppia rivoluzione vittoriosa, della tradizione bolscevica, ma è anche l’area in cui la rivoluzione è stata sconfitta non in campo aperto, per degenerazione, e in cui in effetti non vi è stata né tradizione democratica né tradizione opportunista, dato l’irrilevante peso che hanno avuto le poche manifestazioni in tal senso.

Gli Stati Uniti d’America, al contrario della Russia, assommano le caratteristiche essenziali di un’area di sviluppo capitalistico « puro », sia nel senso economico (assenza di feudalesimo), sia nel senso politico (incontrastato dominio della democrazia), e da un punto di vista di classe non è mai esistita una vera e propria tradizione comunista rivoluzionaria, salvo l’esempio troppo breve ed inconsistente del piccolo partito di J. Reed. Inoltre non esiste un reale movimento opportunista.

La Gran Bretagna accomuna ad uno sviluppo economico capitalistico radicale una tradizione democratica secolare, che ha dominato il movimento operaio per mezzo del laburismo, quale forma dell’opportunismo. La tradizione comunista è presso che assente, ad eccezione della sezione inglese dell’I.C. che, come altre sezioni, ha avuto natali piuttosto artificiali, ed ha vissuto più che stentatamente, senza lasciare tracce apprezzabili.

La Francia, patria dell”89 e della democrazia repubblicana, delle mezze classi, è anche la patria dell’anarchismo e della variante sindacalista rivoluzionaria, della socialdemocrazia. La tradizione comunista è rimasta nella intenzione di pochi e quello che fu il partito comunista sezione dell’I.C. assomigliò ad una « sinistra » socialdemocratica cui si cambiò targa.

La Germania ci ha dato i tre artefici della storia moderna: la dottrina del marxismo rivoluzionario, la socialdemocrazia più potente del mondo, e il totalitarismo capitalistico, nella sua forma politica più efficiente, il nazismo o nazionalsocialismo.

Infine, l’Italia, che presenta le stesse caratteristiche della Germania con in più una formidabile tradizione della Sinistra Comunista.

A – AREA RUSSA

Il grafico, che ci accingiamo a leggere, è mancante di un vettore, quello dell’opportunismo che, come abbiamo sommariamente già detto, in Russia non ha avuto manifestazioni determinanti sino all’Ottobre ’17. Quando si sono manifestate posizioni devianti da quelle del marxismo rivoluzionario, queste hanno assunto la forza politica della controrivoluzione e reazione borghese vittoriose sull’Ottobre. Per tali ragioni non abbiamo preso in considerazione, per la Russia, il vettore opportunista, ma quello dell’efficienza capitalistica. Per non complicare il già non semplice quadro, abbiamo lasciata la stessa indicazione grafica per l’efficienza dello Stato russo prima della rivoluzione, sebbene fosse uno Stato feudale-assolutista e non capitalista. Per questo periodo che va sino al Febbraio ’17 definiamo il vettore-Stato in vettore della reazione.

Dal 1903 al 1907, mentre l’economia procede ad un buon ritmo medio, gli scioperi si sviluppano incessantemente per culminare nel 1905 nell’agitazione rivoluzionaria che vede al centro il PSDR. Salgono le curve della produzione e della spontaneità, discende il vettore della reazione e sale quello della influenza del partito. Dopo il fallito tentativo del 1905, si rafforza la reazione, decresce l’influenza del partito, si affievolisce la spontaneità operaia, mentre la produzione continua a svilupparsi sino alla vigilia della guerra mondiale. Dopo una ripresa degli scioperi attorno al 1912 che non segnano una maggior efficienza del partito, scoppia la guerra. La produzione rallenta, gli scioperi cessano del tutto. Sin dal 1916 fino al Febbraio e all’Ottobre 1917 riprende, si intensifica e diventa dominante il movimento di sciopero nelle città, l’agitazione nell’esercito, che si trasformano in insurrezione, sebbene nessuno pensasse – come scrive Trotsky – che il potente sciopero delle operaie tessili di Pietroburgo del 23 Febbraio 1917 con la parola d’ordine « per il pane! » scatenasse lo sciopero tra le altre categorie di operai per trasformarsi in una gigantesca manifestazione di classe al grido di « abbasso l’autocrazia! », « abbasso la guerra! », sino a trasformarsi nel giro di « cinque giornate » in insurrezione popolare. Il partito concresce col movimento spontaneo delle masse lavoratrici sino alla conquista del potere. Il nostro grafico non distingue l’efficienza rivoluzionaria della borghesia (febbraio ’17) dall’efficienza rivoluzionaria del proletariato, in quanto non v’è stata soluzione di continuità nel processo rivoluzionario ed il partito è stato, anche nella fase « democratica » della rivoluzione, il motore principale, ed anche perché la borghesia si trasforma immediatamente in classe reazionaria. Non dovendo esaminare qui lo svolgimento specifico della tattica bolscevica, ma soltanto i rapporti tra le forze sociali in campo, il grafico non segue le variazioni continue tra proletariato e borghesia tra il Febbraio e l’Ottobre. La curva della spontaneità è sempre sostenuta per giganteggiare di nuovo nell’Ottobre sino al 1923-24, a significare l’attiva spontanea partecipazione delle classi lavoratrici, guidate dal partito, alla guerra civile, alla trasformazione dell’economia, alla costruzione dello Stato sovietico: la mobilitazione in permanenza della classe operaia nelle officine, nell’esercito rosso, nei Soviet, nei Sindacati. Col 1921 la produzione riprende a salire ininterrottamente sino al 1940, alla seconda guerra imperialistica. Nel frattempo, però, la rivoluzione proletaria degenera all’insegna del « socialismo in un solo paese ». Scade l’efficienza del partito di classe fino alla distruzione del partito stesso, scade dunque anche la spontanea azione delle masse, ormai imprigionate in organismi passati dal comunismo al totalitarismo statale controrivoluzionario. Il grafico sintetizza questo percorso con l’inversione del senso delle due forze di classe, quella del partito e quella dello Stato. Lo scoppio della 2ª guerra mondiale blocca la produzione, che riprende verso il ’50 a ritmi sostenuti. La spontaneità di classe è decisamente soffocata nella dittatura capitalistica, salvo rari episodi di ribellione.

Nei quadri relativi agli altri paesi, ritroveremo questo dato comune a tutte le aree: il 1926 segna una svolta non solo per la rivoluzione in Russia ma anche negli altri paesi. L’ottobre aveva aperto una estesa e profonda crisi rivoluzionaria nella società capitalista, determinando la rinascita dell’Internazionale. La sconfitta dell’Ottobre e la degenerazione del movimento comunista mondiale, ora, coincidono. La guerra franco-prussiana aveva prodotto la Comune di Parigi del 1871. La guerra russo-giapponese aveva generato la Comune di Pietroburgo del 1905. La « grande guerra » del 1914 aveva potentemente accelerato la crisi rivoluzionaria in Russia e in Asia, riflettendosi anche nella vecchia Europa. La seconda guerra imperialista è stata un fattore determinante diretto della rivoluzione cinese del 1949 e indiretto, a causa dell’estremo indebolimento degli imperialismi inglese, francese, belga e portoghese, delle rivoluzioni nazionali in Asia e Africa. Aree queste, di tipo « russo », cioé di doppia rivoluzione, nelle quali la rivoluzione, però, non è scattata alla fase superiore, quella proletaria. La degenerazione del partito che aveva fatto ripiegare la Russia a compiti borghesi ed i gravi errori tattici dell’I.C. che avevano contribuito fortemente alla mancata vittoria in Germania, hanno distrutto le possibilità di un’azione indipendente ed autonoma del partito comunista mondiale, decretando così il fallimento della rivoluzione socialista in Asia e Africa. Queste constatazioni confermano il carattere incomparabilmente distruttivo della « terza ondata opportunista », e quanto sia esiziale, ai fini della ripresa del moto rivoluzionario di classe, il mito russo. Lo sradicamento di questa turpe mistificazione in seno alle masse lavoratrici è uno dei compiti del partito.

Emigrazione - Ogni lavoratore è un lavoratore straniero

Si è tenuta recentemente a Roma, indetta dal Governo, la “Conferenza nazionale dell’Emigrazione” nella quale i grandi mandarini sindacali si sono alternati alla tribuna a preti e a ministri.

L’opportunismo ha ancora una volta confermato la sua totale sottomissione allo Stato borghese. Il grande partito “comunista e nazionale” infatti, non difende gli interessi degli emigranti in quanto proletari, potenzialmente fratelli degli sfruttati del mondo intero e per natura opposti al fronte internazionale del capitale, ma come “italiani all’estero”, cittadini italiani che si pretende lo Stato italiano protegga. Questo è pieno tradimento della impostazione comunista.

È tanto più confermato con lo sviluppo del regime capitalistico che l’attrezzaggio statale, mettendo in ombra gli altri apparati del dominio borghese, parlamento, potere giudiziario, singoli possessori di capitale, si erge sempre più ad ingombrante protagonista di tutti i momenti della vita sociale (non ti accorgi, romantico sognatore piccolo-borghese di coartare libertà, che con l’”anagrafe tributaria” lo Stato ti conta anche gli spiccioli in tasca?). L’opportunismo, pur blaterando di demagogiche e reazionarie nell’attuale regime “partecipazioni dal basso”, che ad un’analisi attenta si dimostrano di complemento e non di ostacolo allo strapotere statale, sempre si inchina davanti alla “ragion di Stato”. Per esso, esattamente come nella ideologia fascista, la ragion di Stato è la sintesi, superiore, delle varie “ragioni di classe”. Lo Stato è di tutti.

I rivoluzionari marxisti non richiedono allo Stato di fare, dire o proteggere alcunché: ormai soltanto alla classe operaia spetta di “fare”. Nel caso degli emigrati, i proletari d’Italia, come merce forza-lavoro, appartengono allo Stato della borghesia italiana: è l’Abc della nostra dottrina; lo Stato disponendo di questa merce in soprannumero, può anche esportarla, come qualunque altra; gli accordi bilaterali sul reclutamento dei lavoratori per l’estero, del resto, sono redatti sul modello di normali convenzioni commerciali. Sì, lo Stato protegge la sua merce da spedire ben stivata nei treni internazionali. Non solo quindi si identifica per rinnegato il falso comunista che confidi nella paterna influenza statale, ma anche i proletari all’estero non possono attendersi che una conferma della loro oppressione dalle premure di consolati e associazioni assistenziali. Anche la condizione di insicurezza, di segregazione, di lontananza forzata ed artificiale dalle famiglie, torna utile sia al capitale ospitante, sia alla borghesia esportatrice che resta così assicurata delle rimesse monetarie e della vita stessa dei propri operai: nell’Italia meridionale, nel 1968, più di un terzo delle partite attive provenne dalle rimesse degli emigranti.

Ma i rinnegati nostrani, non diversi dagli altri, parlano del “prestigio dell’Italia, dell’autorità internazionale del nostro paese della quale le comunità all’estero sono tra le più valide rappresentanti presso gli altri popoli”. Lo sappiamo, a voi interessa l’Italia, che faccia bella mostra di sé sul mercato, in concorrenza con gli altri paesi esportatori di braccia.

«Come si può negare – insinuerà lo stalinista resistenziale e patriottardo – che esistano reali differenze nazionali, di razza, di abitudini anche fra lavoratori; è necessaria una tattica differenziata, che si rispetti il patrimonio culturale degli emigrati». Si dimentica che ormai la produzione, i commerci, la stessa vita sociale nei paesi più capitalisticamente sviluppati non è più regolata sul metro della nazione: queste, con i loro molteplici elementi prodotti dalla storia dei secoli passati, hanno costituito la base materiale su cui il capitalismo agli albori ha costruito dapprima sì i suoi mercati, ma anche i suoi Stati; oggi sono quest’ultimi che disciplinano la produzione. I confini del mercato coincidono con i confini amministrativi dello Stato e non con i limiti degli insediamenti etnici. Gli uomini sono catalogati all’anagrafe secondo cittadinanza e non per razza. Le guerre le fanno gli Stati borghesi, non più le nazioni, e per scopi statali di ripartizione delle zone di influenza, tanto che ogni guerra sono più le nazioni ed i popoli che divide e baratta al tavolo della pace di quelli che riesce a sistemare nel “legittimo” paese.

Per il proletario all’estero, l’essere cittadino italiano (e lo stesso evidentemente vale per spagnoli, irlandesi e per chiunque i capricci del capitale internazionale costringa ad espatriare), la lingua, la “cultura nazionale” che pretendono si porti dietro, non è che una doppia catena che mantiene la divisione dai compagni stranieri: i proletari non hanno scritto al proprio nome nei registri del paese in cui sono nati né terra, né cose, né interessi da difendere, non hanno né patria, né cittadinanza, né cultura. La cittadinanza per essi, non per i borghesi, è un rapporto a senso unico: obbligo al lavoro, obbligo ad andare in guerra, obbligo a votare anche (già, ora vogliono che “votino”, suprema beffa, anche gli emigranti). Per i borghesi patria significa comode e ben retribuite sinecure statali, scuole ove oziare ed imparare a fregare gli operai, eserciti di avvocati e poliziotti votati alla difesa della sacra proprietà privata; per i proletari solo piombo ogni qualvolta si azzardino ad alzare la testa. È sacrosanta, e la facciamo nostra, la frase che circola fra gli operai in Svizzera: “ogni lavoratore è un lavoratore straniero”, in sintonia, a più di un secolo, col nostro: gli operai non hanno patria, non si può togliere loro quello che non hanno.

Ma se il proletariato è per sua essenza sempre straniero, alla terra dove abita, alla società in cui vive, al suo stesso quotidiano e spossante lavoro, individualmente in concorrenza anche con chi è nelle sue stesse condizioni, come può sperare, ultima classe della società di opporsi o almeno difendersi dall’oppressione borghese? Il nostro materialismo dialettico ha già dato la sua risposta: il proletariato o è rivoluzionario o non è nulla. Ove i borghesi vedono solo nazioni, il marxismo scopre le classi attrici di storia: la classe operaia può manifestare il suo peso e la sua forza non in quanto permei e si confonda in bastarde categorie interclassiste, ma è classe solo quando si muove come tale, cioè è organizzata in strutture solo ad essa proprie e si impegna per obiettivi suoi esclusivi. È classe rivoluzionaria e cosciente solo quando è diretta dal suo partito. Invitare i lavoratori, come fa il PCI, ad una “partecipazione degli emigrati italiani alla vita degli enti locali, a democratizzare i comitati consolari o per la gestione sociale delle scuole all’estero”, significa appunto declassare il proletariato.

Inutile è anche invocare la partecipazione ai sindacati locali se non si rileva che in Svizzera, come altrove, la centrale sindacale, oltre a farsi complice col capitale nell’opera di emarginazione dei lavoratori stranieri, ha alle sue spalle una lunga tradizione di collaborazione col padronato. Ne è una prova il recente rinnovo dell’accordo capestro detto “pace del lavoro”, in vigore in Svizzera fin dal 1937, col quale l’Unione Sindacale Svizzera si impegna preventivamente a non organizzare alcun sciopero, nemmeno in questo periodo di attacco padronale a salari e ad occupazione, ed a reprimere eventuali moti spontanei operai: “Art. 2 – le parti si impegnano a mantenere in modo assoluto la pace del lavoro e a farla rispettare dai loro membri. È esclusa ogni misura di lotta (…) Questa pace assoluta del lavoro vale anche sul piano individuale”.

Questo è il linguaggio non di rappresentanti operai, è l’economia, il capitale nazionale che parla travestito da opportunista.

Il primo passo della ripresa del movimento operaio sarà segnato – con lo smascheramento di questi traditori – da un obiettivo ed inevitabile entrare in contraddizione del moto e del bisogno proletario con il “progresso”, la “pace”, il “benessere” cosiddetti generali. Allora necessiterà alla crescita del movimento anche alla dottrina autonoma del suo partito di classe.

Chi non è con noi è contro di noi

Chi non è con noi è contro di noi. Così, nel lontano 1919 la Sinistra, ancora inquadrata nel PSI, intitolava un articolo pubblicato da Il Soviet in occasione dello sciopero generale per la Russia e l’Ungheria. L’articolo faceva brevemente la storia della defezione dei socialisti francesi e inglesi che avevano in un primo tempo accettato di partecipare allo sciopero non su una posizione di solidarietà con le repubbliche sovietiche bensì su una vaga formula borghese di non intervento negli affari degli altri paesi. L’articolo ammoniva: « … Fondamento del metodo massimalista è che non vi può essere collaborazione nell’azione tra correnti politiche che hanno programmi diversi … », e terminava con: « … Noi siamo rimasti soli, paralizzati dalla defezione, e abbiamo visto svalutare lo stesso significato del nostro movimento … Chi non è con noi è contro di noi! Con una bussola tanto sicura, non bisognava smarrirsi! »

Non era un’uscita estemporanea o momentanea, ma tutta l’azione della Sinistra in campo tattico prima nel PSI, poi nel PCd’I e nell’Internazionale ruota intorno a questo nostro classico caposaldo.

I comunisti non fanno derivare la loro tattica da criteri morali o ideali, da preoccupazioni di purismo dottrinario ecc. ma dalla necessità di non pregiudicare la diffusione in seno al proletariato della coscienza che solo il programma comunista e l’inquadramento attorno al nostro partito lo condurrà alla vittoria.

Non ci interessano tanto le adesioni che una singola azione del partito può riscuotere quanto il mantenimento di tutte le posizioni programmatiche e del relativo netto confine fra noi e tutti gli altri.

La sinistra si è sempre scagliata contro il mito dell’unità, contro i blocchi con le varie tendenze politiche che pullulano « nell’area proletaria », tendenze politiche che corrispondono a differenze teoriche, programmatiche e tattiche, blocchi che significano sacrificare e sottacere una parte del proprio programma per venirsi ad incontrare su una linea intermediaria.

La rivoluzione vince, non quando è condotta da un affasciamento tra movimenti a diverso programma politico ma se ha alla sua testa il Partito unico ed omogeneo che possiede la prospettiva pratica del cammino storico – in virtù di una dottrina per lunghi anni professata – ed è quindi l’unico che può mettersi alla testa delle masse in ebollizione e, contro le deficienze e le colpe di tutti gli altri, condurle alla vittoria.

Brevemente, siamo – vecchia tesi – partito di opposizione rispetto allo Stato e agli altri partiti politici.

Più ancora, non abbiamo inteso, né intenderemo, camuffare e mistificare questo nostro carattere nemmeno davanti a movimenti o offensive fasciste.

Il fascismo non è che una delle forme della dittatura borghese, la più rispondente alle esigenze di conservazione capitalistica nel periodo imperialista quando cioè il gigantesco sviluppo delle forze produttive alla scala mondiale spinge in maniera crescente e sempre più accelerata alla concentrazione del capitale, all’unificazione della produzione in forma monopolistica, e quindi alla massima unificazione e concentrazione dell’esercito proletario. L’imperialismo, ultima fase del capitalismo nel suo sviluppo storico, e cioè di un sistema di produzione che ha già esaurito tutte le sue possibilità progressive, segna anche l’aprirsi di una fase politica di piena e costante reazione dello Stato borghese in difesa dei suoi interessi di classe contro un proletariato non più al suo esordio ma ormai affermatosi alla scala internazionale, potente numericamente e unito sempre più saldamente dal lavoro collettivo nelle grandi concentrazioni industriali; un proletariato storicamente all’attacco, ultima classe della storia che dovrà succedere alla borghesia per liberare le forze produttive dal giogo della proprietà privata dei mezzi di produzione, concentrati in mani sempre più ristrette, e alla cui guardia sta lo Stato capitalistico che sempre più deve negare apparenza democratica e che, calandosi prepotentemente dans les affaires e usando la frusta poliziesca e dittatoriale, unifica la borghesia e picchia sul proletariato.

Lenin definisce l’imperialismo « lo stadio monopolistico del capitalismo », così caratterizzato: 1) concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) fusione del capitale bancario col capitale industriale e formarsi sulla base di questo « capitale finanziario » di una oligarchia finanziaria; 3) grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo; 5) compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze imperialistiche.

« … Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre minore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell’Imperialismo che ne fanno un capitalismo parassitario putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo a formare lo « Stato rentier » lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e « tagliando cedole » … » (da « L’imperialismo » di Lenin).

L’imperialismo quindi è la dittatura del capitale finanziario, dell’oligarchia finanziaria, su tutte quante le istituzioni economiche e politiche siano esse pure democratiche nella loro apparenza esteriore, ed è così che si determina storicamente il superamento dell’utilizzo, da parte della borghesia, dei metodi democratici di governo della macchina statale.

Il fascismo « politico » non rappresentò altro infatti che il movimento unitario della classe dominante organizzata militarmente, contro il movimento unitario del proletariato, cioè rappresentato dal Partito Comunista. In questo senso, la conversione dell’apparato statale borghese di tipo democratico, verso la dittatura aperta, esprime i reali termini storici della lotta di classe, fra proletariato e Stato capitalistico, arrivata al suo sbocco rivoluzionario, la reale alternativa storica, non più velata dalla mistificazione democratica, o dittatura proletaria o dittatura capitalistica. Ecco ciò che la Sinistra sosteneva nelle Tesi di Lione del 1926: « … Il movimento fascista deve interpretarsi come un tentativo di unificazione politica dei contrastanti interessi dei vari gruppi borghesi a scopo controrivoluzionario. Con tale obbiettivo il fascismo, direttamente alimentato e voluto da tutte le classi alte, fondiarie, industriali, commerciali, bancarie al tempo stesso, sorretto soprattutto dall’apparato statale tradizionale, dalla dinastia, dalla chiesa, dalla massoneria, ha realizzato una mobilitazione degli elementi sociali disgregati delle classi medie, che ha scagliati in una alleanza stretta con tutti gli elementi borghesi contro il proletariato … ». Proseguendo le tesi sconfessano gli opportunisti di ieri e di oggi che, falsando il concetto di classe, spostano l’azione rivoluzionaria del proletariato sul terreno borghese nazionalista del « Fronte Popolare », ponendo la falsa alternativa « o fascismo o democrazia », definendo il fascismo una forza esterna allo Stato capitalistico: « … Quanto è avvenuto in Italia non deve spiegarsi né come l’avvento di un nuovo strato sociale al potere, né come la formazione di un nuovo apparato di Stato con ideologia e programma originali, né come la sconfitta di una parte della borghesia i cui interessi si identificassero meglio con la adozione del metodo liberale e parlamentare. I liberali, i democratici, Giolitti e Nitti, sono i protagonisti di una fase di lotta controrivoluzionaria dialetticamente collegata a quella fascista e decisiva agli effetti della sconfitta del proletariato. Infatti la politica delle concessioni, con la complicità dei riformisti e massimalisti, ha permesso la resistenza borghese ed il deviamento della pressione proletaria nel periodo successivo alla guerra e alla smobilitazione, quando la classe dominante e tutti i suoi organi non erano pronti per una resistenza frontale … ».

Quindi, fascismo e democrazia non sono altro che forme diverse della dittatura borghese rispondenti a due periodi diversi dello sviluppo della lotta di classe, in connessione all’acuirsi delle contraddizioni capitalistiche. La forma democratica difesa dai partiti opportunisti non rappresenta una minore oppressione di classe, né una diminuzione del grado di sfruttamento del Capitale sul Lavoro, è soltanto l’espressione sovrastrutturale di un capitalismo relativamente florido, e in grado perciò di disporre di margini di profitto da elargire alla classe operaia ai fini di mantenerla nella posizione passiva di appendice del Capitale. In questo periodo, lo Stato borghese non ha bisogno di mostrare il suo vero volto dittatoriale; la stabilità economica e sociale permette a tutti i Partiti democratici borghesi e, tanto più, ai Partiti opportunisti di esaltare nelle masse l’illusione riformista, di decretare il comunismo morto e non più necessario, di proclamare la pace sociale fra le classi: proprio per questo lo sfruttamento della forza-lavoro nei periodi democratici arriva al massimo culmine.

Ma, sussistendo gli odierni rapporti di produzione, tempi di vacche grasse si trascinano dietro tempi di vacche magre, tempi in cui bisogna stringere la cinghia e, se occorre, morire per la Patria per risolvere le contraddizioni di questo sanguinoso modo di produrre. Ecco i « germi » del fascismo e del nazismo, dell’avvento delle truci camicie nere che gli intellettualoidi moderni ricercano in crisi di spirito e di morale o nella poca attenzione che le « masse » avrebbero riservato alle sorti della democrazia strappazzata e violentata da qualche avventuriero.

« … In determinati paesi e in determinate situazioni, come ad esempio nell’Italia del 1922 e nella Germania del 1933, la tensione dei rapporti sociali, la instabilità del tessuto economico capitalistico, la crisi – in forza di vicende belliche – della stessa impalcatura dello Stato, divennero così acute che la classe dominante intravide vicino il momento ineluttabile in cui, frusti ormai gli inganni della propaganda democratica, avrebbe dovuto attendersi la soluzione dell’urto violento delle opposte classi.

Si verificò allora quella che si definì giustamente come offensiva padronale. La classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l’apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari, riuscita a raggiungere un grado di strategia storica grandemente apprezzabile, ruppe gli indugi e prese l’iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello Stato contro l’assalto della rivoluzione (tendente secondo l’insegnamento di Marx e di Lenin non ad occuparlo, ma a spezzarlo in frantumi fino alle ultime conseguenze) fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed un’azione offensiva volta a infrangere le posizioni di partenza dell’organizzazione proletaria … Lo sbaglio fatale è consistito nel non intendere che in qualunque modo la vigilia rivoluzionaria attesa per tanti decenni avrebbe presentato dinanzi all’avanzata proletaria uno stato borghese schierato a difesa armata e che quindi tale situazione doveva apparire come progressiva e non regressiva rispetto a quella degli anni di apparente pace sociale e di limitato impulso della forza di classe del proletariato. Il male arrecato allo sviluppo delle energie rivoluzionarie e alle prospettive per l’attuazione di una società socialista non è dipeso dal fatto che la borghesia organizzata a tipo fascista sia più potente e più efficiente nella difesa del suo privilegio di una borghesia ancora organizzata a tipo democratico. La potenza e l’energia di classe è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto, il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario … » (da « Forza violenza dittatura nella lotta di classe »).

Completamente rovesciata è la posizione dell’opportunismo di sempre che frena l’azione sovvertitrice delle masse proletarie nella pratica, attraverso la propaganda ideologica, agitando lo spauracchio del « pericolo di destra » come una catastrofe che il proletariato deve evitare ad ogni costo pagando il « bene supremo » dell’apparenza democratica con la rinuncia alla lotta rivoluzionaria; si presenta così, lo Stato capitalistico come un mostro invincibile a cui non conviene disubbidire pena la « sventura » della dittatura aperta. In questa tesi, i partiti opportunisti non si differenziano per niente dalla posizione ipocrita di tutti i partiti borghesi del periodo democratico che fingono un’equidistanza politica dagli estremisti di destra come da quelli di sinistra.

La lezione di cinquant’anni fa, che si sta ripetendo oggi con le solite menzogne, è un esempio limpido della falsificazione di certe posizioni tutte tese in realtà a puntellare il sempre destro Stato del Capitale.

Nel 1919-1920 lo Stato borghese « democratico » era in crisi ed incapace a fronteggiare la crescente azione del proletariato; il movimento fascista, proprio in virtù di questo slancio rivoluzionario, ristagnava ai margini della lotta politica non trovando all’immediato lo spazio necessario al proprio rafforzamento. Infatti la piccola borghesia e le classi medie in generale, che poi costituiranno la base più feroce delle milizie fasciste, seguivano passivamente il proletariato avendo perso ogni fiducia nell’apparato statale borghese. Il Partito Socialista svolse in quel momento obbiettivamente il ruolo di « partito dell’ordine » per conto della borghesia, spostando l’azione violenta del proletariato sul terreno pacifico e legalitario delle elezioni democratiche. Questa benefica tregua darà alla borghesia il tempo di riordinare e unificare le sue truppe e di passare poi all’attacco col partito dell’ordine per eccellenza – il partito fascista – a cui, al momento opportuno, verrà definitivamente « ceduta » la gestione dello Stato. L’ordine borghese prevarrà sulla « barbarie » rivoluzionaria e lo Stato fascista dititerà implacabilmente sul proletariato. Al pari dei partiti borghesi del periodo democratico, il partito fascista non si presenterà come antioperaio in generale, ma specificamente anticomunista: mentre affermerà la sua dittatura rivolta soprattutto contro il partito e gli operai più combattivi, nello stesso tempo esprimerà nella forma più avanzata possibile il riformismo economico sognato da tutti gli opportunisti di sempre che chiedono allo Stato capitalistico le demagogiche riforme nella speranza di evitare lo scontro frontale e violento fra le classi, prova a posteriori della fallace antitesi fascismo-democrazia: « … Il fascismo scatena indubbiamente una maggiore massa di violenze di polizia e di repressioni consumate anche sanguinosamente, ma tale aspetto di energia attuale disturba soprattutto gravemente, insieme ai pochissimi autentici capi e quadri rivoluzionari del movimento operaio, uno strato di mezzi borghesi professionisti della politica che si atteggiano a progressisti e amici della classe operaia, ma in realtà non sono che la milizia dei padroni specializzata per il servizio in tempi di commedia parlamentare. Quelli che non fanno a tempo a mutare stile e livrea sono sgombrati a pedate: di qui la maggior parte delle strida.

Quanto alla massa della classe lavoratrice essa seguita ad essere sfruttata come sempre è stata nel campo economico, e le avanguardie che si formano nel suo seno per l’assalto al regime presente seguitano, appena imboccano la giusta via antilegalitaria di azione, ad avere quel piombo che le attende anche da parte dei governi borghesi democratici, come nei mille esempi da parte dei repubblicani in Francia nel ’48 e ’71, da parte dei socialdemocratici in Germania nel 1919, ecc.

Ma il nuovo metodo pianificatore di condurre l’economia capitalistica, costituendo, rispetto all’illimitato liberismo classico del passato ormai tramontato, una forma di autolimitazione del capitalismo, conduce a livellare intorno ad una media l’estorsione di plusvalore. Vengono adottati i temperamenti riformistici propugnati dai socialisti di destra per tanti decenni, e vengono così ridotte le punte massime e acute dello sfruttamento padronale, mentre le forme di materiale assistenza sociale vanno sviluppandosi. Tutto ciò tende al fine di ritardare le crisi di urto tra le classi e le contraddizioni del metodo capitalistico di produzione, ma indubbiamente sarebbe impossibile pervenirvi senza riuscire a conciliare, in una certa misura, l’aperta repressione delle avanguardie rivoluzionarie, e un tacitamento dei bisogni economici più impellenti delle grandi masse … (da « Forza violenza dittatura nella lotta di classe »).

Questa è la posizione dei comunisti rivoluzionari di fronte alla violenza « particolare » della dittatura aperta rispetto a quella potenziale e camuffata dei periodi democratici.

Dittatura aperta che usa simultaneamente l’arma del manganello e delle riforme per spezzare le organizzazioni proletarie, prime fra tutte il Partito rivoluzionario e assicurarsi un lungo periodo di stabilizzazione e di pacifico sfruttamento della forza-lavoro.

L’analisi della Sinistra è l’unica interpretazione marxista del fenomeno fascista, l’unica che si pone sul terreno della concezione marxista dello Stato, strumento permanente di conservazione degli interessi capitalistici, e dell’analisi marxista dell’imperialismo che nel suo procedere, pur valendosi ancora di apparenze democratiche, trova nelle istanze sociali e politiche espresse dal fascismo quelle più rispondenti alla sua essenza totalitaria. Noi vediamo nell’imperialismo, nella tendenza alla concentrazione e al dirigismo statale nella sfera economica, armamento della borghesia contro il proletariato nella sfera politica (di cui il fascismo è la più tipica espressione), come l’ultimo punto di approdo del capitalismo.

Tutti gli altri, al contrario, vedono in questi due fenomeni sovrastrutturali manifestazioni anomale e reazionarie: combattono pertanto il fascismo negandogli la sua origine capitalistica definendolo espressione di forze arretrate di tipo semi-feudale, combattono la concentrazione monopolistica spacciandola come una forza economica estranea ai tradizionali rapporti di produzione capitalistici.

Così, anziché indirizzare il proletariato contro la distruzione del sistema capitalistico e del suo Stato che dimostra di essere arrivato al suo ultimo sbocco proprio attraverso queste manifestazioni perfettamente aderenti alle sue leggi di sviluppo, si predica la difesa o il ritorno alla forma democratica nelle sovrastrutture politiche e il ritorno alla piccola produzione in economia. È l’angusta visuale del piccolo borghese schiacciato dal grande capitale, che sogna un capitalismo senza crisi e un proletariato senza prospettive rivoluzionarie. Fascismo non indica rigurgiti semifeudali bensì sviluppo ultimo della lotta violenta fra borghesia e proletariato.

Il partito pertanto non vede nel fascismo una « novità » per la quale occorra rivedere e correggere il nostro atteggiamento nei confronti dello Stato e degli altri partiti politici.

Su queste basi si sviluppò l’opposizione della Sinistra alle tesi sul « Fronte unico », adottate dall’Internazionale negli anni ’21-’22, in piena offensiva capitalistica. Il bilancio di questa tattica ben è riassunto da queste due nostre citazioni:

« … Nonostante gli aperti avvertimenti della sinistra italiana e di altri gruppi di opposizione, i capi dell’Internazionale non si resero conto che questa tattica del fronte unico, spingendo le organizzazioni rivoluzionarie a fianco di quelle social-democratiche, social-patriottiche, opportuniste, dalle quali esse si erano appena separate in irriducibile opposizione, non solo avrebbe disorientato le masse, rendendo impossibili i vantaggi che da quella tattica si aspettavano, ma avrebbe – il che era ancora più grave – inquinato gli stessi partiti rivoluzionari. È vero che il partito rivoluzionario è il migliore e il meno vincolato fattore della storia, ma esso non cessa di essere ugualmente un prodotto di essa e subisce mutamenti e spostamenti ad ogni modificazione delle forze sociali. Non si può pensare il problema tattico come il maneggio volontario di un’arma che, volta in qualsiasi direzione, rimane la medesima; la tattica del partito influenza e modifica il partito stesso. Se nessuna tattica può essere condannata in nome di aprioristici dogmi, ogni tattica va pregiudizialmente analizzata e discussa alla luce di un quesito come questo: nel guadagnare una eventuale maggiore influenza del partito sulle masse, non si sarà compromesso il carattere del partito e la sua capacità di guidare queste masse allo scopo finale?

L’adozione della tattica del fronte unico da parte della III Internazionale significava, in realtà, che anche l’Internazionale Comunista si metteva sulla strada dell’opportunismo che aveva condotto la II Internazionale alla disfatta e alla liquidazione. Caratteristica della tattica opportunista era stato il sacrificio della vittoria finale e totale ai parziali successi contingenti; la tattica del fronte unico si rivelava anche essa opportunistica, proprio in quanto essa sacrificava la garanzia prima ed insostituibile della vittoria totale e finale (la capacità rivoluzionaria del partito di classe) all’azione contingente che avrebbe dovuto assicurare vantaggi momentanei e parziali al proletariato (l’aumento dell’influenza del partito sulle masse, ed una maggiore compattezza del proletariato nella lotta per il miglioramento graduale delle sue condizioni materiali e per il mantenimento di eventuali conquiste raggiunte) … » (da « Natura funzione e tattica del partito comunista »).

« … Si tratteggiò per il proletariato ed i partiti comunisti una strategia difensiva e conservativa, e si consigliò ad essi di formare fronte con tutti i gruppi borghesi meno agguerriti ed illuminati (ed anche per questo meno probanti come alleati) che sostenevano doversi garantire agli operai vantaggi immediati, e non sospendere alle classi popolari i diritti d’associazione, di voto, ecc. Non si comprese con ciò, da una parte, che il fascismo o il nazionalsocialismo nulla avevano a che vedere con un tentativo di ritorno a forme di governo dispotiche e feudali e nemmeno con un predominare di pretesi strati borghesi di destra opposti alla più avanzata classe capitalistica della grande industria, o ad un tentativo di governo autonomo di classi intermedie tra padronato e proletariato, dall’altra che mentre il fascismo si liberava della sporca maschera parlamentare, esso ereditava in pieno il riformismo sociale pseudo-marxista, e con una serie di misure, di interventi dello Stato di classe, nell’interesse della conservazione del capitalismo, assicurava non solo dei minimi, ma una serie di progressi sociali ed assistenziali per le maestranze ed altre classi meno abbienti. Fu quindi data la parola d’ordine della lotta per la libertà, e tanto fu comminato fin dal 1926 dal presidente dell’Internazionale al partito italiano, nelle cui file la quasi totalità dei militanti voleva condurre contro il fascismo, al potere da quattro anni, una politica autonoma di classe e non quella del blocco con tutti i partiti democratici e persino monarchici e cattolici per rivendicare con essi il ripristino delle garanzie costituzionali e parlamentari. I comunisti italiani avrebbero voluto fin da allora squalificare il contenuto dell’opposizione al fascismo di tutti i partiti medio borghesi e pseudo-proletari; e quindi previdero invano, fin da allora, che ogni energia rivoluzionaria avrebbe fatto naufragio con l’imboccare quella via degenerativa che finalmente condusse ai Comitati di Liberazione nazionale … » (da « Le Tesi caratteristiche del partito »).

Abbiamo sempre affermato, e continuiamo a farlo, che il peggior prodotto del fascismo è stato ed è l’antifascismo, un antifascismo bolso ed incosciente, privo di connotati e incapace di inquadrare storicamente il proprio avversario; un antifascismo che, anacronisticamente, sa solo maneggiare la mistica della libertà usata, in una fase storica ormai lontana, dalla borghesia per l’abbattimento del feudalesimo e che ha trascinato il proletariato, distogliendolo dalle lotte proprie di classe, alle più disastrose sconfitte.

La storia ha ormai solo posto per i totalitarismi, o quello del capitale mondiale e della pianificazione borghese o quello della rivoluzione proletaria. La libertà e la democrazia, vecchie bagasce aggrinzite, non servono più alla stessa borghesia che le ha ripudiate e che procede nella storia stringendo in maglie sempre più serrate i suoi individui, le sue aziende, le sue iniziative in ogni angolo della terra.

Il fascismo non è stato uno scherzo della storia che in un momento di follia ci ha gettato fra i piedi le risibili figure di Mussolini e di Hitler e ci ha detto: Arrangiati!

Come tutti i processi sociali e storici è legato allo sviluppo delle forze produttive, ha le radici negli eventi che lo precedettero e gli eventi successivi non possono che esserne influenzati. Il fascismo non è una distrazione della storia come i pennivendoli borghesi vorrebbero farci credere per far passare sotto silenzio le proposte da tutti caldeggiate di unità nazionale, di tregua e di collaborazione di classe, vecchi arnesi del riformismo socialdemocratico classico prima, del fascismo poi, degli antifascisti ora.

Oggi come ieri « non crediamo di più all’antitesi tra democrazia e fascismo, di quanto abbiamo creduto all’antitesi tra democrazia e militarismo. E non accorderemo maggior credito per lottare contro il fascismo, al complice naturale della democrazia: il riformismo socialdemocratico ».

Riconoscemmo pertanto nei CLN degli organismi che politicamente e storicamente si richiamavano a finalità e scopi contrari alla politica ed agli interessi proletari.

Riconoscemmo pertanto nell’azione di tutti i partiti che « nobilitarono » con la loro presenza la tanto glorificata Resistenza, Liberazione, Ricostruzione, le stimmate di una politica bloccarda, antiproletaria e controrivoluzionaria, politica continuatrice ed erede delle istanze fasciste, politica che il PCI e i suoi reggicoda spacciano come il non plus ultra dell’abilità tattica, del realismo e del concretismo.

Contro il « realismo » e il « concretismo » di quegli sgherri della controrivoluzione che in nome degli interessi di un fantomatico paese socialista trascinarono prima il proletariato nel bestiale macello della II guerra mondiale imperialista per poi aggiogarlo ai sanguinosi carri delle proprie borghesie nazionali nei patriottici blocchi partigiani di liberazione e nella dura opera di ricostruzione dell’economia nazionale, ribadiamo posizioni di allora e di oggi, per mantenere netto il confine tra noi e tutti gli altri, esigenza vitale del partito che vive e lotta da solo e contro tutti:

« … Il partigiano è quello che combatte per un altro, se lo faccia per fede per dovere o per soldo poco importa.

Il militante del partito rivoluzionario è il lavoratore che combatte per se stesso e per la classe cui appartiene.

Le sorti della ripresa rivoluzionaria dipendono dal poter elevare una nuova insormontabile barriera tra il metodo dell’azione classista di partito e quello demoborghese della lotta partigiana ».

I sindacati tricolore al capezzale dell’economia nazionale

Mentre la lurida impalcatura economica del capitalismo internazionale minaccia di crollare da un momento all’altro, si moltiplicano le voci dei puntellatori volenterosi che, da tutte le parti, offrono la loro opera per mantenere in piedi il pericolante edificio dello sfruttamento borghese.

Le voci più acute ed isteriche provengono da parte di quelle organizzazioni che si definiscono come le rappresentanti della classe operaia: i sindacati di sinistra ed i partiti che, richiamandosi a tradizioni che rinnegano in tutti i loro atti, si proclamano « socialisti » e « comunisti ».

Non passa giorno infatti che la stampa opportunista non proponga nuovi modelli di sviluppo, compromessi storici, riforme e provvedimenti vari tendenti, nelle loro indubbiamente sincere intenzioni, a scampare dallo spettro della crisi, abisso scuro e profondo nel quale tutti i misfatti più truci possono essere consumati, non ultimo il ritorno del fascismo, ineffabile eminenza grigia pronta in ogni momento a ghermire e distruggere, con il potere statale, valori eterni quali la Libertà, la Democrazia, la Cultura.

La tesi dei salvatori è semplice: prima di tutto essi si curano esclusivamente del « loro » paese, considerando il resto del mondo solo nei rapporti politico-economici che questo ha con la Patria; quindi cominciano a magnificare i progressi compiuti dalla fine della guerra ad oggi (tutti naturalmente dovuti ai loro buoni uffici): sconfitta del fascismo, ricostruzione nazionale, democrazia, benessere, libertà.

Oggi a causa di una errata gestione del potere, dell’esistenza di strati parassitari e profittatori, della mancata o errata pianificazione della economia, della eccessiva ingordigia di qualche gruppo capitalistico disonesto, eccetera eccetera, per finire con i capitali in Svizzera e, chissà, forse anche per colpa del diavolo che ci vuole male, tutto ciò può essere perduto: ebbene, ciò non deve accadere, e se lo Stato borghese non ce la fa a stare a galla, deve permettere a questi signori di aiutarlo a sopravvivere, costi quello che costi; naturalmente non è che si voglia salvare il capitalismo, per carità, solo che siamo tutti sulla stessa barca, e se va a fondo l’economia nazionale chi ne risentirà di più saranno gli operai: quindi si deve ingoiare tutto, cassa integrazione, disoccupazione, svalutazione dei salari per l’aumento del costo della vita, aumento delle forze specifiche di repressione dello Stato (ci vuole ordine perdio, democratico però, beninteso!), insomma, bisogna che gli operai dimostrino di meritarsi la democrazia, facendo qualche sacrificio.

Questo argomentare non è per niente nuovo agli orecchi dei comunisti rivoluzionari, ed è la tiritera che la borghesia (sola classe effettivamente rappresentata da questi signori) recita all’avvento di ogni crisi, per cercare di legare il proletariato al suo carro, perché gli operai sopportino le calamità della crisi, e della guerra che periodicamente le segue.

Per il marxismo, l’affermazione che la classe proletaria abbia degli interessi comuni con la classe capitalistica è completamente falsa: come legge generale, maggiori profitti significano maggiore sfruttamento dell’operaio da parte del capitalista, in quanto solo il lavoro dell’operaio produce valore; è vero che in certi paesi e per periodi più o meno lunghi la grande ricchezza dei capitalisti ha significato qualche briciola in più per gli operai (e non per tutti ma solo per le cosiddette aristocrazie operaie), ma ciò ha avuto luogo solo grazie ad uno sfruttamento ancora più bestiale di un numero enormemente più grande di operai e di contadini poveri di paesi meno ricchi.

D’altra parte non si può giudicare la situazione metafisicamente, partendo dall’oggi, né localmente. La crisi deriva da errori o da irrazionalità di individui e di organismi, od è piuttosto un male congenito che questa società si porta dietro dalla nascita, come una maledizione? Per coloro che si definiscono comunisti responsabili, concreti, e che chiamano i comunisti rivoluzionari dogmatici, rivoluzionari romantici, estremisti, nel migliore dei casi, o provocatori e pagati dai padroni, nel peggiore, valgano le parole che qui citiamo, scritte da Marx ed Engels nel 1847, per il « Manifesto del Partito Comunista »: « Le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate. Da qualche decina d’anni la storia dell’industria e del commercio non è che la storia della ribellione delle moderne forze produttive contro i moderni rapporti di produzione, contro i rapporti di proprietà che sono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali, che nei loro ritorni periodici sempre più minacciosamente mettono in forse l’esistenza di tutta la società borghese. Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una gran parte non solo di prodotti già ottenuti, ma anche delle forze produttive che erano già state create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente ricondotta in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra generale di sterminio sembrano averle tolto tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano annientati, e perché?

Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della proprietà borghese; al contrario, esse sono divenute troppo potenti per tali rapporti, sicché ne vengono inceppate; e non appena superano questo impedimento gettano nel disordine tutta quanta la società borghese, minacciano l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotti. Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi ».

Quale è l’unica soluzione, oggi come 150 anni fa? L’instaurazione di un nuovo ordine sociale, il comunismo, ed i comunisti « dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente ».

Poiché queste affermazioni non uscirono per virtù divina dai cervelli dei padri del socialismo scientifico, ma derivavano da una approfondita conoscenza della storia economica e sociale della società, e furono in seguito verificate dagli stessi Marx ed Engels, nonché da Lenin e da tutta la scuola marxista rivoluzionaria, appare chiara la funzione controrivoluzionaria degli opportunisti, che, mentre non riusciranno in nessun modo con le loro trovate da baraccone a cambiare di un filo il corso dell’economia e della crisi, faranno di tutto per impedire agli operai di usare la loro forza organizzata per difendersi dagli attacchi della borghesia alle loro condizioni di vita. D’altronde, anche se le proposte di questi autentici traditori fossero valide nel senso di razionalizzare l’organizzazione e la produzione, ciò servirebbe solo ad allungare l’esistenza di questo sistema, la cui distruzione è invece demandata alla classe operaia dalla storia.

Che i proletari dunque non si facciano incantare dagli slogan di conquista del potere a morsi e bocconi (potere sempre democratico), slogan lanciati ad ogni piè sospinto da questi imbonitori da fiera i quali, paludati di rosso da capo a piedi e circondati da un coro di ancora più fetidi rivoluzionari della domenica, hanno la sola funzione di impedire il collegamento fra la classe operaia ed il suo partito rivoluzionario, collegamento che quando si verificherà porterà alla distruzione di questa società disumana, dalle cui ceneri sorgerà la società comunista, liberata dalle catene dei meschini interessi individuali, e perfetta nell’armonia dell’uomo sociale.