Internationella Kommunistiska Partiet

Spartaco 1963/I/9

Basi programmatiche del sindacato unitario di classe

I compagni iscritti al sindacato CGIL-Autoferrotramvieri, in occasione del congresso della categoria della provincia di Firenze, hanno diffuso agli organizzati e ai lavoratori dei trasporti il testo delle posizioni che il nostro Partito ha sempre avanzate e difese in seno alle masse lavoratrici, iscritte o no ai sindacati. Poiché il testo riveste carattere generale e interessa tutti i proletari oltre i lavoratori del settore, lo riproduciamo integralmente. I punti che seguono, nel riconfermare l’assoluta fedeltà del partito al programma storico su cui la sua azione politica si fonda, smentiscono altresì l’interessata menzogna che i comunisti rivoluzionari, in ascetica attesa della taumaturgica ora X della crisi della società capitalistica, non abbiano alcun interesse per le lotte rivendicative del proletariato e le guardino con sufficiente noncuranza dall’alto in basso. Il partito ha sempre affermato l’assoluta necessità di una forte, estesa e unitaria rete sindacale, attraverso cui diffondere all’intera classe i principi rivoluzionari, e chiarire quanto siano indispensabili, per il conseguimento del fine ultimo della liberazione dallo sfruttamento capitalista, la presenza e la guida di un autentico partito comunista, irriducibilmente fedele al marxismo. Il partito ha anche dimostrato, con azioni intraprese dai suoi militanti, là dove le condizioni favorevoli lo consentivano, di saper dirigere le lotte operaie o, comunque, di elevarne il significato di classe dischiudendo ad esse fecondi sviluppi, di proposito celati e temuti dalle centrali sindacali opportuniste.

Il sindacato deve essere riconquistato alla lotta rivoluzionaria di classe e il partito ha il compito di assecondare e dirigere questa riconquista. Il partito vuol conquistare la dirigenza dei sindacati e non nasconde mai e a nessuno quest’impegno, come non cela i suoi propositi di conquista del potere politico.

” Premessa. I comunisti internazionalisti denunciano il carattere corporativista degli attuali Sindacati i quali, ispirandosi alla politica dei partiti dell’opportunismo operaio, si rifiutano nel programma e nell’azione di costituire la ”cinghia di trasmissione” della rivoluzione comunista; promuovono la separazione e lo spezzettamento della classe operaia in mille compartimenti aziendali, favorendo così i disegni fascisti della conservazione capitalistica sotto speciosi pretesti democratici; si rifiutano costantemente di guidare la classe operaia in lotte unitarie per obiettivi immediati tendenti sempre più a superare gli angusti limiti di categoria, che lo stesso capitalismo riproduce a difesa del regime del profitto; si adoperano, quando i salariati per istinto di classe si muovono oltre la categoria e si collegano ai fratelli di altre aziende e settori, per soffocare queste esigenze di naturale solidarietà proletaria e per spegnerne in anticipo i fecondi sviluppi; subordinano gli immediati interessi degli operai ad un utopistico e reazionario programma di riforme – impossibile e, se possibile, controrivoluzionario nell’attuale regime di dittatura feroce del capitale al quale sacrificano le più elementari rivendicazioni salariali, di condizioni di lavoro e di vita delle masse; snaturano e corrompono, con la loro politica di difesa dell’economia aziendale e nazionale, anche quelle conquiste faticosamente raggiunte. per decisa volontà dei proletari, degradandone cosi la stessa efficacia economica; scoraggiano ed avviliscono lo spirito di lotta e di sacrificio della classe, con instancabile opera di frenaggio dell’istinto dei lavoratori, come dimostrano le recenti lotte dei metallurgici in Italia e Germania, dei minatori belgi, francesi e spagnoli, dei metalmeccanici italiani, e il clamoroso esempio della FIVRE di Firenze; temono e scongiurano le violente agitazioni operaie, e si sforzano con ogni tentativo di evitare la lotta o di ritardarla, come hanno insegnato le agitazioni rientrate dei tranvieri fiorentini del 1962 per gli aumenti salariali o quelle recenti per la diminuzione dell’orario di lavoro.

”Di fronte a questa inaudita degenerazione delle organizzazioni sindacali, che hanno sostituito al principio della difesa irriducibile degli interessi contingenti degli operai, quello infame e corporativo della democratica convivenza tra padroni e schiavi moderni, tra classe operaia e nazione, tra socialismo e Stato; i comunisti invitano i proletari a lottare entro e fuori dei Sindacati sulla base dei seguenti punti:

1) Netto rifiuto di qualsiasi forma di collaborazione con le direzioni aziendali, associazioni padronali, governo e apparato centrale e periferico dello Stato, come Regioni, Provincie e Comuni;

2) Lotta a fondo contro la burocrazia sindacale, la quale impedisce che le lotte operaie assumano un effettivo significato di classe in quanto è legata ai partiti opportunisti. I Sindacati, così diretti da dirigenti stipendiati, assumono sempre più l’aspetto di appendici statali, con il preciso intento di dirimere le controversie sociali e di far rispettare le leggi sul lavoro emanate dallo Stato capitalista; ed esigendo alte quote che la maggioranza dei lavoratori non può pagare o paga solo faticosamente, subiscono l’influenza di una ristretta cerchia di lavoratori meglio retribuiti che costituiscono una vera e propria aristocrazia operaia. Il Sindacato di classe deve poggiare soprattutto sui lavoratori più sfruttati e peggio pagati, e l’eventuale apparato funzionariale, il più ristretto possibile, non solo deve svolgere solo compiti tecnici, ma deve essere assolutamente escluso dalle decisioni del Sindacato;

3) Abbandono di ogni intesa con i Sindacati bianchi e gialli, d’ispirazione padronale, socialdemocratica o democratica, quali CISL, UIL, CISNAL. La unità dei lavoratori va ricercata sul terreno della lotta per comuni obiettivi ed intenti;

4) Opposizione a qualunque tentativo, da qualsiasi parte provenga, di creare sindacati aziendali e di proclamare autonomie sindacali di azienda o di fabbrica. Il sindacato di industria è uno, e le sue decisioni impegnano tutti i lavoratori di tutte le aziende;

5) Le lotte in difesa del salario e del posto di lavoro devono avere il loro centro di decisione non nell’azienda ma nel sindacato, fuori dell’azienda, e, se debbono cessare, ciò deve avvenire per ordine del sindacato non per iniziative di organi aziendali, che servono a dividere le forze e a indebolire il fronte di classe;

6) Stabilire rivendicazioni immediate indipendentemente dalle condizioni economiche aziendali e nazionali. Il primo dovere del sindacato è la difesa degli interessi dei lavoratori, i quali sono per natura opposti a quelli del padronato e dello Stato. Imprimere alle lotte economiche il carattere più radicale ed esteso possibile, concordando obiettivi comuni ai proletari di tutti i settori.

7) Essendo impossibile in regime capitalista conquistare benefici reali e duraturi, o comunque mantenerli, è indispensabile che il sindacato conduca lotte per obiettivi che abbiano innanzitutto il compito di unificare e potenziare gli sforzi delle masse lavoratrici: in particolare, che eliminino le differenze salariali tra giovani e adulti, maschi e femmine, Nord e Sud, industria e… agricoltura, settori e categorie; espedienti artificiosi che favoriscono lo sfruttamento capitalista, la concorrenza degli operai tra di loro, e, tramite il diffondersi velenoso dei premi di produzione, la corruzione in seno alla classe. E’ questo il vero metodo di classe per conseguire le effettiva unità degli sfruttati; e non quello degli accordi e dei compromessi sui principi con le centrali dei sindacati reazionari;

8) Opposizione netta e decisiva a qualsivoglia limitazione della propaganda e dell’influenza rivoluzionaria comunista nel sindacato, la sola che possa non solo garantire l’elevazione delle lotte economiche al superiore livello politico, ma anche preservare lo stesso sindacato dalla degenerazione corporativista e difendere i possibili successi immediati delle masse. La presenza dei comunisti internazionalisti nei sindacati e tra le masse lavoratrici è la condizione senza di cui è assolutamente impossibile preparare la rivoluzione proletaria, punto obbligatorio di passaggio alla società socialista”.

Il nodo della questione: ridurre la durata e l'intensità del tempo di lavoro

Al centro della loro lotta in seno all’organizzazione sindacale unitaria, i comunisti internazionalisti pongono come rivendicazione-base la drastica riduzione della durata e dell’intensità della giornata lavorativa.

È qui il nodo della questione, oggi più che mai: lo è perché, contrariamente a tutte le altre rivendicazioni immediate – che hanno un contenuto transeunte (è sacrosanto che gli operai lottino per lo aumento del salario, ma la società comunista non conoscerà salario) -, essa ha un carattere permanente, in quanto si ricollega in modo diretto alla finalità massima del socialismo; lo è perché proprio su questo terreno lo sfruttamento capitalistico si esercita nel modo più spietato; lo è perché la battaglia condotta su questo punto si trascina dietro tutte le altre, con un rigore ed una necessità inesorabili.

Il pilastro della società socialista – come ricorda lo stupendo brano di Marx qui sotto riportato – sarà la riduzione al minimo del tempo di lavoro sociale indispensabile per soddisfare le esigenze materiali della vita e della sua riproduzione, e il conseguimento per tutta la specie del massimo tempo libero per l’esercizio di tutte le attività «non necessarie», per la realizzazione piena della sua «umanità». Per contrapposto, la società capitalistica mostra il suo carattere disumano ed antisociale appunto nel fatto che il suo sviluppo va in senso contrario a questa finalità gigantesca, a quest’aspirazione grandiosa. In anni di fiammeggiante guerra di classe, essa ha dovuto a poco a poco concedere il taglio della giornata lavorativa fino ad otto ore: in Italia, questa che parve ed era effettivamente una grandiosa conquista è vecchia ormai di cinquant’anni, ma in questo mezzo secolo – malgrado i vantati passi avanti della tecnica produttiva – è tanto se gli operai hanno ottenuto di rosicchiare un’altra mezz’ora, al massimo un’ora e mezza, di settimana normale, e d’altra parte è un segreto di Pulcinella che il tempo effettivo di lavoro nella media delle fabbriche supera di gran lunga con gli straordinari e tutto il resto, il famoso «minimo legale».

Non solo l’operaio è costretto normalmente, per arrotondare un magro bilancio, a fare lo straordinario; ma a carico delle ore che egli dovrebbe dedicare al riposo nel senso più lato (che non significa solo dormire, ma anche e soprattutto «pensare a se stesso», ai problemi suoi e della sua classe, e a lottare per risolverli) va oggi sempre più il tempo consumato nel trasporto dall’abitazione al luogo di lavoro, e quello che le esigenze dell’«istruzione» professionale e della «qualificazione» gli rubano. Ben spalleggiato da organizzazioni sindacali super-opportunistiche, il capitalismo è riuscito in questo mezzo secolo ad allungare, nella realtà se non sulla carta, la giornata lavorativa.

Ma questa situazione non si misura soltanto in termini di durata della giornata di lavoro; è una vecchia storia, già scientificamente analizzata da Marx, che l’insaziabile sete di pluslavoro propria del capitale ha reagito alla diminuzione legale del tempo di lavoro mediante quello «sviluppo della forza produttiva» e quell’«economizzazione delle condizioni della produzione» che gli permettono – nel quadro di una giornata di lavoro teoricamente o effettivamente raccorciata – di «imporre all’operaio una tensione più alta della forza-lavoro, un più fitto riempimento dei pori del tempo di lavoro, quindi un’estrema condensazione del lavoro» (Capitale, I, 4º, cap. 13). Il tanto celebrato progresso tecnico, che nel socialismo dovrebbe se mai essere posto al servizio di un alleviamento della fatica umana, in mano al capitale è un’arma per aggravarla: «la macchina diventa il mezzo obiettivo e sistematicamente applicato per estorcere una quantità maggiore di lavoro nel medesimo tempo».

Ciò significa che, grazie all’intensificazione del lavoro, il capitalismo allunga in realtà la giornata di lavoro che è stato costretto a ridurre, – quando l’ha ridotta; se poi sommiamo il tempo di lavoro che si dice straordinario ma che, come tutti i proletari sanno, è divenuto ormai la norma, e il tempo di lavoro «condensato» mediante l’aumento della sua forza produttiva, dobbiamo concludere (anche prescindendo dagli altri fattori limitativi del «riposo») che l’effettiva giornata di fatica è, negli ultimi 50 anni, aumentata di almeno una metà.

Ed è aumentata proporzionalmente ancora di più negli ultimi dieci anni. Il cottimo e i giri di vite sul cottimo, il taglio dei tempi e l’abbinamento delle macchine, tutta la pirateria di cui proprio in questi mesi gli operai dell’Italietta subiscono l’atroce esperienza, tutte le forme di supersfruttamento, – con il loro codazzo di logorio delle energie non solo muscolari ma soprattutto nervose – della forza-lavoro, sono realtà alle quali i sindacati non solo non oppongono alcuna seria resistenza, ma danno al contrario ulteriore impulso invocando premi di produttività, legando il salario al rendimento, battendosi per un intero armamentario di incentivi, interessando l’operaio all’azienda che è la sua prigione e chiudendo in essa l’organizzazione sindacale, insegnando al lavoratore a identificare i suoi interessi di classe con quelli della produzione aziendale e nazionale, della «civiltà» e della «patria».

Ecco perché tutte le questioni si legano al nodo della riduzione della durata e dell’intensità del tempo di lavoro. La settimana lavorativa va ridotta non di mezz’ora o di un’ora e mezza, ma di tutto il tempo che lo stesso sviluppo tecnico oggi consente, cioè almeno a 36 ore: ma non si può ridurla finché la remunerazione è tale che l’operaio si vede costretto a erogare ore straordinarie, ad accettare premi di produzione, a correre dietro all’allettamento degli incentivi, a subire il lavoro a cottimo; la parola d’ordine della drastica diminuzione della giornata lavorativa implica dunque il drastico aumento della remunerazione del lavoro per la soppressione completa del lavoro straordinario, dei cottimi, dei premi di produzione, degli innumerevoli incentivi aziendali;

essa è inseparabile dalla lotta contro una dirigenza sindacale che subordina gli interessi proletari a quelli della produzione nazionale, della democrazia, della legalità;

implica la conquista della direzione dei sindacati da parte del partito rivoluzionario marxista, che lega tutte le sue rivendicazioni anche immediate all’obiettivo dell’abbattimento della società borghese e del suo Stato.

Gli opportunisti rispondono: i borghesi non concederanno mai una giornata di lavoro drasticamente ridotta, un salario drasticamente aumentato, l’abolizione dello straordinario, del cottimo, dei premi ecc. O, se saranno costretti a subire tutto ciò, si rivarranno intensificando in mille modi il lavoro «entro i limiti della giornata accorciata». È vero: ma appunto perciò è necessario il socialismo; appunto perciò la rivoluzione comunista è necessaria; appunto perciò la lotta per la riduzione EFFETTIVA del tempo di lavoro è inseparabile dalla lotta per l’abbattimento del potere capitalista e l’instaurazione della dittatura proletaria.

Nessuna conquista è duratura entro la società borghese: quella che è, per i proletari, una conquista VERA è la loro organizzazione in classe attraverso la lotta senza quartiere, e senza limitazioni di categorie, per il raggiungimento di quello che solo gli sfruttatori e i loro servi proclamano «impossibile».

Lottando per l’«impossibile», la classe operaia conquistò le 8 ore e si avviò sul cammino della rivoluzione di Ottobre: lottando per le «impossibili» 6 ore senza straordinari e senza incentivi, sulla traccia del programma marxista e del suo partito, la classe operaia si avvierà ad un nuovo e più splendente Ottobre comunista.