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Il capitale dissangua il proletariato turco

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Le prospettive economiche della Turchia si presentano cupe e prive di vie d’uscita per il proletariato. A maggio, l’inflazione ha toccato il 75%, mantenendosi attualmente al 62%. Questo fenomeno inflazionistico, esploso all’inizio del 2022, ha raggiunto un picco massimo dell’85,4% nell’ottobre dello stesso anno, per poi calare fino al 38% nel giugno 2023. Tuttavia, un nuovo incremento ha riportato l’inflazione ai livelli attuali, facendo capire che non ci sono soluzioni immediate all’orizzonte.

Nel contesto di una crisi già acuta, a febbraio la Turchia è stata colpita da un devastante terremoto che ha mietuto oltre 50.000 vittime e ha costretto tre milioni di persone ad abbandonare le loro case. Le conseguenze di questa catastrofe naturale, combinate con l’inflazione galoppante, hanno portato i prezzi dei beni essenziali a quintuplicarsi nell’arco di soli 18 mesi, aggravando la situazione per la popolazione proletaria.

Il governo di Ankara, attraverso le politiche di Recep Tayyip Erdoğan, ha rifiutato l’aumento dei tassi di interesse – uno degli strumenti più comuni adottati dalle banche centrali mondiali per combattere l’inflazione. Definendo l’aumento dei tassi “la madre e il padre di tutti i mali”, Erdoğan ha mantenuto i tassi artificialmente bassi, causando il crollo della lira turca. Oggi, il cambio della valuta nazionale è precipitato a 34 lire per un dollaro statunitense, rispetto alle 5,5 lire di appena cinque anni fa. Questa svalutazione ha reso insostenibili i costi per i prestiti esteri delle imprese, aumentando le difficoltà per l’industria nazionale.

Dietro questa scelta economica, si cela il tentativo fallimentare di risolvere il cronico deficit commerciale turco, puntando su una valuta sottovalutata per incentivare le esportazioni. Tuttavia, le esportazioni non sono aumentate, mentre le importazioni hanno continuato a crescere, aggravando ulteriormente il problema. Gli attori economici interni, nel tentativo di proteggersi, hanno iniziato ad accumulare beni, contribuendo alla pressione inflazionistica.

Nel 2021, il governo ha introdotto conti di risparmio speciali per compensare i risparmiatori dalle perdite derivanti dall’indebolimento della lira. Oggi, tali conti ammontano all’equivalente di 102 miliardi di dollari, rappresentando una bomba a orologeria per il bilancio statale. A complicare ulteriormente la situazione, la Banca Centrale ha cominciato a stampare denaro per finanziare la spesa pubblica, innescando una spirale che spinge ulteriormente la lira verso il baratro.

L’oro è divenuto il rifugio principale per la speculazione, arrivando a rappresentare un terzo delle importazioni turche. Il governo stesso, tramite la propaganda, ha incoraggiato i cittadini a comprare oro invece di convertire le lire in dollari o euro. Questo fenomeno si è intrecciato con la politica estera, poiché gran parte dell’oro viene acquistato dalla Russia, la quale aggira le sanzioni internazionali imposte a seguito della guerra in Ucraina.

La crisi turca si è aggravata al punto che gli Emirati Arabi Uniti sono intervenuti, firmando un accordo nel 2022 per rafforzare le riserve valutarie della Turchia. Tuttavia, gli investitori internazionali stanno fuggendo: la partecipazione straniera nel mercato dei titoli di Stato turchi è crollata dal 25% nel 2013 a meno dell’1% nel 2023, mentre oltre 7 miliardi di dollari sono stati ritirati dal mercato azionario.
Le banche e le imprese turche si trovano ora in una situazione di sofferenza profonda. Le passività in valuta estera delle aziende non finanziarie superano di oltre 200 miliardi di dollari le loro attività in valuta estera, segnalando un futuro tutt’altro che roseo.

Sul piano sociale, la disuguaglianza cresce in modo esponenziale. Circa il 21,3% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con una distribuzione della ricchezza che eguaglia paesi come il Brasile e il Sudafrica: il 10% più ricco detiene il 32,5% del reddito nazionale. Inoltre, la Turchia vanta il tasso di disoccupazione giovanile più elevato tra i paesi OCSE, segno di una situazione esplosiva che non può che portare a ulteriori tensioni sociali.

Il salario minimo, fissato a 8.506 lire mensili per il 2023, è ben al di sotto della soglia di sopravvivenza: a gennaio 2023, si stimava che la “soglia della fame” fosse di 8.782 lire, mentre quella della povertà raggiungeva le 30.379 lire. In questo scenario, per i proletari turchi non resta altra via se non quella della lotta di classe, per resistere all’oppressione della borghesia nazionale e contrastare la politica del “chiagni e fotti”, tipica di ogni regime borghese.