พรรคคอมมิวนิสต์อินเตอร์เนชันแนล

Il Sindacato Rosso (I) 1922/10

Il pozzo delle chiacchere

Il giorno sei corrente si è riunito in Roma il Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro per stabilire il piano dei suoi lavori. Erano presenti: Azimonti, Sardella, Spazzolini per la Confederazione Generale del Lavoro; Borghi e Franchi per l’U.S.I.; Dario e Galliati per l’Unione Italiana del Lavoro; Giusti, Mosca e Borghese per il Sindacato Ferrovieri; Corradetti e Gagliardi per la Federazione Lavoratori dei Porti.

La discussione è stata aperta da Giusti dei ferrovieri con un esame sulla situazione sindacale italiana. Dario e Galliati hanno preso successivamente la parola. E poi gli altri rappresentanti, ciascuno esponendo il proprio punto di vista. A conclusione della discussione venne deliberata a voto unanime la seguente risoluzione:

«L’Alleanza del Lavoro, in attuazione del patto sottoscritto per un’azione combinata delle forze proletarie, ritiene opportuno iniziare immediatamente una agitazione interna per il raggiungimento dei seguenti obbiettivi:

1) Ripristino completo delle libertà politiche e sindacali;

2) Intangibilità delle otto ore di lavoro;

3) Difesa delle conquiste economiche e morali effettuate dalla classe lavoratrice.

Per facilitare il conseguimento degli scopi suddetti, l’Alleanza del Lavoro invita le Sezioni locali delle Organizzazioni a mettersi subito a contatto onde escogitare i mezzi migliori per la diffusione nelle masse dei principii che informano l’Alleanza del Lavoro e degli scopi che essa si propone di raggiungere.

L’attività delle Organizzazioni locali dovrà proporsi l’unione degli sforzi della classe lavoratrice nel movimento di difesa e di conquista dei propri postulati, evitando movimenti e agitazioni in concorrenza e adoprandosi per eliminare le polemiche oziose ed esacerbanti che possono turbare la cordiale collaborazione delle Organizzazioni alleate a scapito della causa che tutti i lavoratori accomuna.

Mediante un’opera amichevole, concorde e fraterna, le Sezioni locali delle Organizzazioni alleate devono tendere a rimettere in efficienza completa le Organizzazioni sindacali preparandole spiritualmente e materialmente a quei movimenti di carattere generale che l’Alleanza del Lavoro si riserva di deliberare, dopo maturato esame del movimento e delle circostanze in cui dovrebbe svolgersi, al fine di assicurare il successo.

Per quanto riguarda gli eventuali scioperi generali e per qualunque ragione potessero scoppiare, l’Alleanza del Lavoro prende atto delle deliberazioni diramate dalle Organizzazioni nazionali relative alla partecipazione degli addetti ai servizi pubblici.

L’Alleanza del Lavoro non si occuperà che delle questioni che le verranno sottoposte dalle Organizzazioni nazionali alleate.

La Segreteria dell’Alleanza è stata affidata al Sindacato Ferrovieri.

Le adunanze degli alleati saranno tenute normalmente a Roma».

L’Alleanza ha preso poi altre deliberazioni di ordine interno.

***

Questo comunicato rende ancora più chiaro a che cosa si riduce la cosiddetta Alleanza del Lavoro: esso testifica che ci troviamo di fronte ad un colossale pateracchio nel quale nessuno ha fiducia e che fu creato per degli scopi completamente estranei alle necessità dell’azione sindacale. Davanti ad un documento simile – previsto del resto – anche coloro che potessero avervi prestato fiducia, dovranno strofinarsi gli occhi e guardarsi d’attorno sbalorditi per vedere se stanno sognando o se son desti!

Qui si parla di “agitazione interna”; si invitano le organizzazioni alleate ad “escogitare i mezzi migliori per la diffusione nelle masse dei principii che informano l’Alleanza del Lavoro”; si propone l’unione degli sforzi della classe lavoratrice … eliminando le polemiche oziose ed esacerbanti; si fa alle sezioni locali un dovere di rimettere in efficienza “completa” le organizzazioni sindacali preparandole spiritualmente e materialmente a quei movimenti di carattere generale che l’Alleanza si riserva di deliberare dopo maturato esame del movimento e delle circostanze in cui dovrebbe svolgersi; si fa, insomma, un sacco di parole appunto per evitare di dirne una sola che suoni come appello alla classe operaia e la disponga a prepararsi per quell’unico movimento a cui sa di andare incontro.

Quale significato può oggi avere un’agitazione “interna” se non quello di una vana rimasticazione di nebulosi postulati ai quali si rifiuta l’adeguazione dell’unico mezzo per trionfare? E che cosa può significare la diffusione dei principii che informano l’Alleanza, se nessuno sa quali questi principii siano; poiché non è sufficiente, certo il raffazzonare insieme un abracadabradesco ordine del giorno perché dei principii vengano stabiliti.

È sintomatica poi l’insistenza con la quale l’Alleanza invita a cessare dalle polemiche «oziose»!

Senza chiederci per adesso quali possano essere queste polemiche, che l’Alleanza considera oziose, sorge spontaneo il dubbio che i funzionari tendano a prepararsi un alibi per l’inazione, attribuendo alle polemiche comuniste – che non possono e che sarebbe disonesto sopprimere fino a quando esistono divergenze sul metodo e l’azione non è incominciata – la causa del mancato movimento; mentre è evidente che solo il rifiuto di agire genera queste discussioni, necessarie per chiarificare le posizioni rispettive davanti alle masse e per indurre queste alla lotta anche al di sopra delle teste dei capi.

Il Comitato Nazionale dell’Alleanza afferma pure la necessità di rimettere in completa efficienza spirituale e materiale le organizzazioni, prima di studiare il piano di movimento generale a cui le organizzazioni sarebbero eventualmente chiamate.

Qui si dimentica a bella posta che le masse hanno abbandonato i sindacati appunto perché questi si dimostrarono incapaci di difenderle nel momento in cui era più necessario. Le prediche dei bene intenzionati non furono sufficienti per impedire il loro disgregamento, e non saranno sufficienti ora per inquadrarle nuovamente.

Per ottenere ciò, perché le masse rientrino nei sindacati e questi riacquistino la loro potenza, occorre chiamarle all’azione e occorre che questa sia ben chiara davanti alla mente di tutti.

In ultimo la risoluzione del Comitato dell’Alleanza del Lavoro ha sentito il dovere di prendere atto delle deliberazioni diramate dalle organizzazioni nazionali relative alla partecipazione degli addetti di servizi pubblici essenziali in caso di scioperi locali, da qualsiasi motivo potessero trarre la loro origine.

Ciò, praticamente significa che d’ora innanzi gli addetti ai servizi pubblici essenziali dovranno rimanere al posto di lavoro e attendere dall’altro – per solidarizzare con gli altri lavoratori – gli ordini che non verranno mai.

Ora tutto ciò è semplicemente meschino. Il baloccarsi con simili arzigogoli quando urge una parola precisa e muoversi con sicurezza verso una meta, dimostra che si è smarrito fin l’ultimo briciolo di responsabilità e che non si ha scrupolo di menare pel naso le masse.

Le quali, però, dimostrano di averne ormai pieni i corbezzoli del contegno di questi patentati rappresentanti e di sapersi ricostituire in senso rivoluzionario, malgrado loro e contro di loro.

Il pozzo delle chiacchere farebbe bene a prenderne nota!

Il fronte unico del proletariato contro l’offensiva del capitale

Il compagno Losowski pubblica sull’ultimo numero de L’Internazionale Sindacale Rossa, organo dell’Internazionale dei Sindacati Rossi di Mosca, un importante articolo sul fronte unico del proletariato contro l’offensiva del capitale. Spiacenti di non poterlo riportare per intero, crediamo di far cosa utile facendone conoscere ai nostri lettori la sua ultima parte.

Dopo aver ampiamente trattato dei caratteri della presente offensiva capitalistica, della condotta dei riformisti delle diverse nazioni occidentali, dell’Ufficio Internazionale del Lavoro e degli amsterdamiani il nostro compagno prosegue:

così dunque, il fronte unico proletario non può essere stabilito che per la lotta, per l’azione. Nelle condizioni attuali questo fronte è creato per la difesa. Ma la difesa non consiste affatto nel marcare il passo inutilmente e rimanere inattivi, mentre il nemico di classe è più attivo che mai. Si deve creare un fronte unico in vista di un’azione difensiva, ma di un’azione che suppone nondimeno una lotta attiva e non un’attesa passiva. Perciò i sindacati rivoluzionari non possono riguardare la creazione del fronte unico come uno scopo a sé. Noi stabiliamo questo fronte unico con degli scopi concreti di combattimento nettamente determinati, poiché se non c’è lotta, non c’è neppure il fronte. Quali sono i compiti che si pongono oggi al proletariato passato alla difensiva?

1. Respingere l’attacco contro i salari e la giornata di lavoro allargando il fronte, vale a dire, trascinando nella lotta gli operai e gli impiegati delle imprese di utilità pubblica (trasporti, elettricità, servizi comunali, ecc.).

2. Istituire delle Commissioni per lo studio delle cause reali delle chiusure degli stabilimenti. Queste Commissioni sono create dai comitati di fabbrica e d’officina; in mancanza di questi, bisogna cominciare con la loro costituzione.

3. Lotta contro la disoccupazione col mezzo di imposte speciali sulle classi.

4. Lotta energica contro l’imposta sui salari.

5. Controllo operaio sulla esportazione e sull’importazione.

6. Controllo operaio sulla produzione e sulle operazioni di banca e di borsa.

7. Fissazione dei prezzi sugli oggetti di prima necessità per mezzo delle commissioni operaie speciali per la fissazione del prezzo delle derrate.

8. Disarmo e scioglimento immediato di tutte le bande dei gialli e delle guardie bianche (fascisti, leghe di difesa civile, di aiuto tecnico, ecc.).

9. Creazione di organismi operai di auto difesa per resistere alle organizzazioni bianche del padronato.

10. Istituzione di «Comitato d’azione» speciali per eseguire praticamente le misure enumerate più sopra.

Tali sono le rivendicazioni contro le quali, probabilmente i sindacati riformisti non avranno nulla da obiettare. Poiché essi domandano anche il controllo operaio, la nazionalizzazione, la fissazione del massimo dei prezzi di vendita, ecc. Egli è certo che ciascun paese possiede, inoltre, le sue rivendicazioni specifiche, ma la lotta si concentra essenzialmente attorno al programma minimo descritto sopra. Ciò nonostante, quando si è in due a dire la stessa cosa, non vuol dire che si sia d’accordo.

Il controllo operaio preconizzato dai riformisti (v. il progetto Merrheim) è una cosa e il controllo operaio come lo concepiscono i sindacati rivoluzionari, è un’altra. È per questo che bisogna considerare attentamente i metodi e i mezzi di realizzazione nella vita pratica, delle rivendicazioni elaborate, poiché esse non hanno valore che nella misura in cui la classe operaia le applicherà malgrado le classi dominanti. Il fronte unico è istituito per difendere malgrado le classi dominanti, al di sopra della loro testa, le conquiste elementari degli operai, per estenderle e approfondirle in seguito. Come procedere alla realizzazione di queste rivendicazioni comuni? La condizione del fronte unico sarà qui il riconoscimento della necessità di un movimento generale di classe in caso di rifiuto delle classi dominanti di stabilire le rivendicazioni poste. È ancora la Germania che ci mostra un fenomeno caratteristicissimo. Il partito socialdemocratico che negozia con Stinnes, il partito i cui rappresentanti siedono al Governo, (d’altronde la Centrale Sindacale germanica vi è egualmente rappresentata) si rifiuta di discutere coi comunisti le questioni che interessano l’insieme della classe operaia. Esso preferisce dibattere queste questioni con la borghesia, ma non con gli operai rivoluzionari. È possibile in queste condizioni, stabilire un fronte comune? Con i dirigenti riformisti, certamente no, ma con gli operai sì! Perché il fronte unico del proletariato non resti un sogno platonico, bisogna che gli operai che vogliono sinceramente la sua creazione sappiano bene che il fronte unico obbliga a degli atti. Ed è precisamente in questo dominio che si può attendere molto da parte delle masse, e molto poco da parte dei dirigenti aderenti all’Internazionale di Amsterdam. E l’opera dei sindacati rivoluzionari e dei partigiani dell’I.S.R. consiste nel sottolineare il più fortemente possibile l’azione.

Le larghe masse devono comprendere che se il fronte unico non è stabilito, ciò non vuol dire che le rivendicazioni formulate ci sembrino insufficienti, che noi siamo contro la giornata delle 8 ore, ecc. È perché, pure formulando le stesse rivendicazioni, noi intendiamo realizzarle agendo sulle classi dominanti e sugli Stati borghesi, mentre i riformisti si sottraggono alla lotta e vedono la salute in una collaborazione di classe con la borghesia. È questo il punto importante che si deve sottolineare creando il fronte unico del proletariato, l’oblio di questo punto potrebbe sboccare nella disorganizzazione dell’ala rivoluzionaria del movimento operaio e al rafforzamento del riformismo.

***

Una volta realizzato il fronte unico entro il quadro nazionale, esso domanda logicamente la creazione di un fronte unico sul piano internazionale. Lungi dal rifiutarsi di stabilire questo fronte, noi ne abbiamo assunto l’iniziativa proponendo all’Internazionale di Amsterdam delle azioni comuni. Disgraziatamente in questo dominio la situazione è, sotto questo rapporto, ancora meno favorevole fino al presente, che entro il quadro nazionale. Anche qui, come quando si tratta del fronte unico all’interno di ciascun paese, è una questione di atti. Non si tratta di un blocco, di una intesa a lunga scadenza, si tratta di rannodare in vista di atti determinati, e di atti soltanto, tutti gli organismi internazionali legati alla classe operaia.

Noi sappiamo bene che le Internazionali 2 e 2 1/2, e che l’Internazionale di Amsterdam si rappresentano in tutt’altro modo i compiti, la marcia, il risultato della lotta della classe operaia. Le nostre divergenze non possono essere eliminate che con la vittoria della classe operaia nel mondo intero. Un precipizio profondo separa l’Internazionale Comunista e l’I.S.R. da una parte, e dall’altra le altre Internazionali. Ma se le organizzazioni internazionali riformiste vogliono realmente lottare contro la guerra che viene, contro la conferenza di Washington e le sue conseguenze, contro l’offensiva del capitale, se esse vogliono per esempio realizzare praticamente il boicottaggio del governo spagnolo, o, ancora, questo sciopero generale contro la guerra di cui si fece questione alla conferenza degli operai dei trasporti, dei metallurgici e dei minatori (al 15 novembre, ad Amsterdam) noi siamo pronti a sostenerle in ciascuna delle loro azioni, dei loro movimenti. Noi siamo pronti a formare a questo scopo e unitamente con essi dei «Comitati d’Azione» speciali.

Noi sappiamo che i dirigenti riformisti e gli operai che li seguono perseguono la collaborazione di classe che non può sboccare che alla disfatta della classe operaia. L’Internazionale di Amsterdam ha tentato di organizzare parecchie azioni internazionali, ma esse non hanno dato che dei risultati insignificanti. Il tentativo di boicottare l’Ungheria si è frantumato contro la cattiva volontà dei centri sindacali dei paesi che la accerchiavano. L’azione internazionale contro la guerra ha prodotto dei risultati ancora più piccoli. Qualche risultato reale è stato ottenuto con l’appello dell’Internazionale di Amsterdam in soccorso della Russia dei Soviety. Ma questi risultati sono così poco importanti, essi corrispondono così poco ai milioni di aderenti che fa valere Amsterdam in tutte le occasioni, che bisogna parlare di un tentativo di organizzazione un’azione internazionale, piuttosto che di un’azione internazionale. L’Internazionale di Amsterdam è debole perché è costituita di organismi che mettono i loro interessi nazionali al di sopra degli interessi internazionali. Il compito dei sindacati rivoluzionari è di lottare con accanimento all’interno delle unioni sindacali nazionali contro la ristrettezza nazionale, e l’eliminazione di questa ristrettezza nazionale non mancherà di produrre un effetto internazionale.

Noi trattiamo questa questione, l’Internazionale di Amsterdam e noi, da due punti di vista differenti, per due scopi opposti. Limitatezza nazionale, collaborazione di classe, speranza di sviluppo pacifico e intesa ad ogni costo con la borghesia, da una parte; internazionalismo, lotta rivoluzionaria di classe, dittatura del proletariato e organizzazione delle masse in vista dell’arrovesciamento della borghesia, dall’altra parte. Esistono dei punti in cui queste due organizzazioni possono incontrarsi? Sì, se le masse operaie aderenti all’Internazionale di Amsterdam lotteranno contro la borghesia noi siamo pronti a sostenerle.

Nello stesso tempo bisogna che noi ci ricordiamo di questo, che perché la classe operaia trionfi bisogna vincere l’Internazionale di Amsterdam, bisogna vincerla non fisicamente, ma moralmente, ciò che vuol dire che bisogna vincere la limitatezza nazionale e il riformismo. Ma non si potrà vincere l’una e l’altro che sforzando i riformisti all’azione, dicendo alle masse: I riformisti cantano le bellezze del fronte unico; essi si son fatti una specialità di accusare i comunisti e i sindacalisti di voler spezzare l’unità della classe operaia. Gli operai più coscienti non accordano loro più nessun credito. Ora, sappiatelo: giammai noi ci siamo rifiutati di stabilire l’unità del fronte; sempre noi abbiamo teso e tenderemo una mano fraterna a tutti coloro che volevano e vogliono lottare effettivamente, e anche adesso noi siamo ugualmente pronti a stabilire un fronte unico con ogni organizzazione operaia, ma bisogna che questo sia un fronte di lotta rivoluzionaria e non un fronte di collaborazione di classe.

È così che nella questione dell’unità del fronte, tutta l’attenzione della classe operaia deve essere diretta su delle questioni di azione, senza la quale tutti i discorsi sull’unità del fronte non sono che una lustra. Quest’azione comune, noi l’abbiamo proposta a l’Internazionale di Amsterdam. Noi abbiamo proposto di organizzare congiuntamente la lotta contro i governi spagnolo e jugoslavo. L’Internazionale d’Amsterdam ha mantenuto il silenzio, poiché, cosa possono dire su questo soggetto degli uomini che siedono con i rappresentanti del governo spagnolo all’Ufficio Internazionale del Lavoro presso la Società delle Nazioni? Noi non ci siamo arrestati ad una prima proposizione. Noi abbiamo proposto all’Internazionale di Amsterdam di intervenire insieme per evitare la scissione della C.d.L. francese. L’Ufficio Esecutivo dell’I.S.R. ha proposto all’Internazionale d’Amsterdam la convocazione di una conferenza speciale consacrata a questa questione. Qui ancora, nessuna risposta, poiché le genti d’Amsterdam, quelli stessi che parlano tanto di unità, scindono in quest’ora la C.G.d.L. espellendo dal suo seno i sindacati rivoluzionari. Ma questo insuccesso non ci arresterà nei nostri tentativi di allargare il fronte della lotta contro l’offensiva del capitale. Se i dirigenti respingono l’unità del fronte, le masse operaie lo desiderano ardentemente verso e contro i capi riformisti.

A. LOSOWSKI