I CUB SONO UNA SOLUZIONE?
Il convegno nazionale dei “comitati unitari di base”, svoltosi a Milano nei giorni 3 e 4 giugno, ha dimostrato, se ve n’era bisogno, che nel momento attuale la forza di classe del proletariato è controllata e resa impotente su un piano pressoché totale dalle centrali sindacali ufficiali.
Le organizzazioni, come i comitati di base in questione, che tendono a dare al proletariato un indirizzo contrastante con quello dei sindacati, sono in realtà molto deboli, e la maggioranza dei loro attivisti è costituita da studenti. Questo fatto non è in sé un elemento “immorale”, ma è indicativo dello stato di prostrazione (che per la verità dura da molti anni e ha caratterizzato tutta un’epoca, da quando cioè ha trionfato la controrivoluzione staliniana) del proletariato, e del volontarismo di quei gruppetti che, a parole, sono già… nel periodo della dittatura proletaria, o che la vedono a portata di mano purché furbescamente si trovi la “parola d’ordine” concreta, adatta alla situazione del momento.
Noi siamo perfettamente coscienti che un segno della tendenza ad uscire da questo già troppo lungo periodo di soffocamento della forza eversiva del proletariato (che non si esplica solo sul piano “cosciente” della lotta politica diretta dal partito, ma anche nella spinta “incosciente” delle lotte economiche oltre i limiti imposti dall’azienda, dalla categoria, dalla “economia nazionale”, dal sindacato “responsabile” ecc.), sarà costituito proprio dal sorgere spontaneo di organismi di lotta, non importa se totalmente al di fuori del sindacato o se in lotta contro la sua direzione dall’interno, che però avranno un senso nella sola misura in cui non commetteranno l’errore di restringersi ad un compito “autonomo” all’interno delle aziende. Certo, il solito gioco dei sindacati sarà di neutralizzare tali forze sia con l’aperta sconfessione e la denigrazione demagogica in cui sono maestri imbattibili, sia e soprattutto riassorbendoli in se stessi e riducendoli a uffici interni accanto agli altri uffici od organi interni, quindi perfettamente addomesticati, come le commissioni interne, i consigli di fabbrica, ecc., e una tale impresa sarà tanto più facile quanto più questi organismi saranno staccati e autonomi fra loro. Indicativo, per esempio, è che al convegno di Milano abbia aderito, partecipandovi, la FIM-CISL, rappresentata – se a titolo “personale” poco ci importa – da Antoniazzi, e che come compito prevalente ai militanti sia stato indicato quello di “organizzarsi autonomamente nelle officine” – non si capisce se dai sindacati (che partecipano poi ai loro convegni!), o dalle altre officine, cosa che è ovviamente inaccettabile.
Il compito di un’organizzazione che veramente si opponga all’impostazione dei sindacati traditori deve essere essenzialmente quello di lanciare una piattaforma di unificazione del proletariato, trovando rivendicazioni atte a realizzarla come: diminuzione dell’orario di lavoro; aumento generale della paga-base più elevato per i lavoratori non qualificati; abolizione di cottimi, premi, straordinari; collegamento fra tutti gli operai della stessa categoria e, infine, dello stesso paese ed oltre, sulla base di tali rivendicazioni.
Una simile piattaforma è l’unica in grado di superare gli scogli degli interessi limitati e la piattaforma dei sindacati tricolori, che ha sì la caratteristica di dividere la classe operaia sulla base dell’articolazione, della “professionalità”, ecc., ma ha anche quella di tendere alla sua unificazione sotto la cappa della politica delle riforme e della formazione del classico “partito del lavoro”, espressione dei presunti interessi operai “all’interno” della società borghese, d’accordo con le organizzazioni politiche dell’opportunismo, che nel corporativismo sindacale affondano le loro radici. A quest’opera a livello nazionale e centralizzato si può opporre solo un’opera che sia altrettanto e ancor più centralizzata a scala nazionale (tendendo a superare anche questo limite): condizione questa perché la classe operaia torni ad essere almeno una classe sul piano della contrapposizione dei suoi interessi immediati a quelli delle classi e dello Stato borghese sebbene non ancora necessariamente sul piano politico; condizione comunque perché il partito politico rivoluzionario possa utilizzare questa rete di associazioni economiche come la propria “cinghia di trasmissione”. Bisogna infatti essere giunti al livello del peggior riformista “rinnovato”… da Gramsci per criticare, come fa Il Manifesto del 6-6, i Cub in quanto proporrebbero «un sindacato purificato» e «una riesumata cinghia di trasmissione ad Avanguardia Operaia come un tempo la C.G.I.L. al P.C.I.» (sic!), il che, orrore, significa ritornare ad una «superata separazione tra lotta politica e lotta economica»; e la logica porta quindi a rallegrarsi della (più che fittizia, se non si è proprio ciechi) separazione in atto fra partiti e sindacati, che non è affatto un segno della “autonomia” sindacale ma della completa integrazione non solo nello Stato borghese ma persino nel governo (e nel partito!) del momento!
Altro che cinghia di trasmissione! È proprio Avanguardia Operaia che nega una tale funzione quando demanda a una «partecipazione di tutti i lavoratori» nell’ambito della democrazia operaia la «definizione degli obiettivi» e delle «forme di lotta che più colpiscono il padrone»; e che concepisce in termini di «agitazione» il ruolo delle «organizzazioni politiche rivoluzionarie» (come se potessero essere parecchie!), «le uniche in grado di offrire ai lavoratori il quadro politico complessivo che giustifica la linea rivendicativa di classe» (v. «Avanguardia Operaia», Aprile-Maggio 1972).
La contraddizione fra le due frasi è evidentemente superata, per Avanguardia Operaia dal fatto che le sedicenti organizzazioni politiche rivoluzionarie non portano nella classe la strategia di lotta che solo deriva dalla visione globale del processo capitalistico e del suo superamento, ma si limitano a “giustificare” le scelte che si presumono compiute dalla spontaneità della democrazia di fabbrica. Pertanto, ben lungi dal sostenere la dottrina della cinghia di trasmissione, Avanguardia Operaia compie l’ennesimo sdrucciolone verso il codismo!
Non è il concetto di “cinghia di trasmissione” che è errato, e la dimostrazione ne è la stessa opera del riformismo che ha sempre utilizzato tale cinghia di trasmissione, non solo, ma ora tende a sostituirla con un inglobamento nel meccanismo statale stesso. Errata è la concezione che si possa operare una sostituzione del sindacato senza una piattaforma generale, e solo sulla carta, sulla base di valutazioni contingenti o di “analisi” che scoprono le “novità” introdotte nel capitalismo italiano nel periodo dal 1969 al 1971, in risposta alla tendenza degli operai «a porre rivendicazioni unificanti», mentre la costituzione di organismi nuovi è legata al movimento stesso della classe, certo anche con l’intervento degli elementi più combattivi e già in possesso di una ideologia politica.
Infatti non è detto che, in un precipitare improvviso della crisi economica e sociale, la lotta economica non sia scavalcata da esigenze di carattere politico, e che i sindacati non vengano sostituiti da altri organismi che abbiano le caratteristiche dei soviet, che siano cioè al di sopra della divisione per fabbriche o per categorie e raggruppino gli operai in quanto tali su base territoriale: in una simile eventualità, che senso avrebbe preparare prima, sulla carta, il nuovo, “purificato” sindacato?
È la stessa lotta di classe che ci mostra le reali possibilità di intervento, l’effettiva esigenza operaia di costituire un nuovo organismo e di buttare a mare il vecchio, la reale possibilità di trasformare l’organizzazione economica in cinghia di trasmissione. Anche qui, come sempre, non basta la volontà, sia “buona” o “cattiva”!
Alcuni nostri rilievi concernono un documento sottoscritto da più organizzazioni, che Avanguardia Operaia «ritiene rappresenti la base per concertare iniziative unitarie di agitazione e di lotta». Torneremo in argomento dopo la pubblicazione del bilancio sul convegno dei cub.