La Comune di Berlino: dura e lunga la strada, meta grande e lontana
La portata dei movimenti operai svoltisi nell’ultimo mese nella Germania Orientale, non limitati ad un solo giorno in Berlino, e tanto meno alla sola città di Berlino, ma estesi con spontaneo vigore a tutti i centri proletari, decisamente ripetuti in forme diverse, non spenti dalla repressione più pesante né dalle promesse e dalle effettive concessioni e ripiegamenti del potere datore di lavoro – vogliasi chiamarlo esercito russo di occupazione, repubblica democratica operaia, Stato capitalista e padrone – esce certamente fuori dai limiti dell’episodio.
Non è tuttavia che con estrema riserva che si può scorgervi l’inizio di un “nuovo corso”, e nel farlo si deve reagire alla corrotta voga del decadente mondo borghese che corre ogni ora dietro al sensazionale e l’imprevisto.
Questi urti confermano che il dato della “fisica” lotta di classe tra lavoratori salariati e gestione delle aziende industriali non può essere – come per noi è stato sempre evidente – eliminato, e nemmeno minimizzato, sia da risorse di collaborazione riformista sia da macchine di terrore disciplinare. Il sistema aziendale qualunque esso sia richiede più prodotto contro meno consumo, e il contrasto di interessi tra l’azienda e i prestatori d’opera sbocca in lotta aperta fino ad episodi di violenza derivati dall’aperto rifiuto di lavoro. La tensione è indubbiamente enorme se si è minacciata contro l’arma dello sciopero bianco, che non può schiacciarsi in azioni militari, la misura della “decimazione” ossia della uccisione di uno su dieci o su cento lavoratori dalle braccia incrociate, estratto a sorte, come a Caporetto tra i fuggiaschi del fronte italiano. Una misura davvero coerente con l’esigenza della utilizzazione maximum della forza di lavoro! È sintomo che per la parte padronale è in gioco ben altro che la chiusura di bilancio di una fabbrica o di un settore.
Vi è di più: e si può (senza peccare di ottimismo) presumere che si tratta di un proletariato ben capace di vedere oltre il semplice rapporto tra un compenso maggiore ed un tormento minore di lavoro, e il minore attivo del bilancio dell’officina, o – il che vale lo stesso – il suo minore rendimento rispetto ai “contingenti” di produzione ad essa assegnati. Si tratta degli operai tedeschi che non sono entrati ieri nel girone d’inferno del capitalismo, che hanno dietro di sé una lunga e ricca storia non di sole contese economiche e sindacali, ma di fervida vita di possenti organizzazioni, una tradizione di partito e di ideologia e dottrina politica in cui ormai da decenni e decenni si sono posti e ribaditi i postulati sociali di classe, l’aspirazione ad una società opposta a quella del salariato e del mercato.
Tuttavia non è facile, nemmeno per questi gruppi proletari che hanno si può dire fisiologicamente ereditata la possibilità di percorrere il cammino dagli atti immediati contingenti di lotta economica alle rivendicazioni sociali e rivoluzionarie, superare la zona minata che da una ripresa dell’azione, sia pure clamorosa, va da quello del tessuto organizzativo e della dottrina politica, senza le quali condizioni la via unica che può risolvere la lotta in vittoria resta preclusa.
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Sullo sforzo gigantesco e sul duro prezzo di sangue che si è addossata la classe operaia di Germania Orientale si è precipitata la speculazione politica più esosa del capitalismo occidentale e della sua propaganda. Questa, tutta tessuta di pestilenziali ideologie di collaborazione tra le classi, di pacifismo sociale, di aborrimento della violenza e della rivolta nelle contese sindacali, si è data ad inscenare manifestazioni di solidarietà e di plauso agli insorti di Berlino e ai rivoltosi dell’Est, dai parlamenti democratici, dai congressi sindacali e socialdemocratici, con ostentazione di aiuto e di asilo ai profughi e persino di elargizione di soccorsi alimentari a fondo perduto, che sotto l’aspetto di un regalo agli operai in agitazione, sono in sostanza una maniera per risolvere una situazione economicamente insostenibile proprio nel senso che fa comodo ai reggitori; ossia facendo consumare di meno sul prodotto locale.
Più ancora: oltre alla risibile dichiarazione di solidarietà perfino dei “sindacalisti” di colore pretino, si è scatenata tutta la propaganda che, mettendo in rilievo il malcontento per la carestia di consumo in tutti i paesi “satelliti” della Russia, e le corrispondenti precipitose e disordinate antiriforme che ripristinano nell’industria, commercio e agricoltura forme privatiste, afferma che le masse dimostrano contro il “comunismo” e i “metodi marxisti”. Da un lato fa comodo ai corrispondenti borghesi dare aperto carattere rivoluzionario al movimento e dire che i lavoratori controllavano tutto il 16 giugno, quando si scatenò la repressione militare, e perfino ricordare che le sommosse le cominciarono storicamente sempre i minatori, e che Lenin si pose il quesito di trovarne la spiegazione marxista (sono più fluttuanti e meno burocratizzabili dell’operaio di stabilimento: il volante cantiere edile non si presta alla idealizzazione a tipo “ordinovista” e alla cellulare “bolscevizzazione”; e lavorano affratellati tra tutta una gamma di “mestieri”), ma poi insinuano che la rivendicazione era di liberarsi della forma comunista fonte di miseria! Per il tesserato ed imbecillizzato nei P.C. ufficiali fa impressione che tra i rivoltosi vi fosse un qualche “provocatore”; a noi fa impressione che da questa magnifica marea di classe contro la fame e l’oppressione aziendale si sbocchi in una apologia dell’industria borghese! Colpa e responsabilità storica tutta sulle spalle dei cominformisti, e della balorda gabellatura come comunismo di un ibrido sistema di amministrazione statale e mercantile che imperversa sulle traballanti economie dell’Europa centro-orientale, con una collaborazione orgiastica di falsi teorici, asinità tecnica, e ladreria amministrativa.
È ben possibile che lavoratori dotati di conoscenze professionali e generali all’altezza di quelle dei tedeschi intendano come la pressione sul lavoro attuale, sul lavoro vivente, per un accantonamento elevatissimo di lavoro non remunerato, dipenda dalle sottrazioni dal territorio a favore dello Stato russo di masse di beni prodotti per migliaia di miliardi, e che per tal via un’attrezzatura tecnica tra le prime del mondo, capace di nutrire localmente con una sola somma limitata di ore di lavoro, e di consentire consumi più alti di quelli della “prospera” America, divenga una macchina di supersfruttamento più spietata di quella che funziona nelle steppe semiasiatiche, dove per la prima volta si investono, per creare dal nulla i beni-attrezzi, miliardi su miliardi di ore di lavoro ossia di sangue e carne umana.
Più difficile è che questi stessi lavoratori intendano, però, che nel conseguente cozzo di forze politiche ed armate, se per un momento l’improvvisa formazione di una forza insurrezionale proletaria avesse cacciato ogni avversario dalla Berlino Est, illico et immediate le forze armate degli alleati e del governo di Ovest avrebbero passata la linea, ristabilito l’ordine, e chiamato – è sacro il rispetto dei trattati! – i compari dell’Est a riprendere possesso e ricontrollare quell’ordine, che è l’ordine della grande V maiuscola russo-americana.
Ciò è tanto più da temere, che le poche notizie trapelate su un embrione di organizzazione dei magnifici operai di Berlino parlano, ad esempio, di una “lega contro la disumanità” il che fa pensare a un obiettivo di lotta che voglia sostituire al “modo di vivere di Est” il “modo di vivere di Ovest”. Non diversamente gioca la campagna sudicia per le “libere elezioni” che sarebbero tutto. Esistono quindi forti probabilità che i primi nuclei di lotta antirussa e antistaliniana siano tratti a divenire nuclei di lotta filoccidentale, ed armi nelle mani della propaganda e della campagna americana, e che quindi gli indiscutibili passi in avanti divengano passi decisi all’indietro: nulla potendosi, nella cerchia della città o sulla superficie della terra, trovare di più controrivoluzionario della organizzata piovra americana.
La giusta via è dunque difficile e non può essere breve senza che con facile previsione essa debba sboccare nel gioco del Pentagono e del Fort Knox, allo stato della storia piedistalli di forca assai più del Kremlino.
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Dalle opposte sponde per tutti il problema del mondo di oggi è quello dell’organizzazione dell’Europa, e questo dipende dal problema dell’unità tedesca; tra i due gruppi di avversari a denti digrignanti, la lotta non è che per rubarsi l’un l’altro questa stessa bandiera, poco curanti che entrambi dichiararono che Europa e mondo andavano a posto non appena schiantato lo Stato, la Nazione e, perché no, la razza tedesca!
Il problema dell’unità germanica si proietta e diviene incandescente nel fuoco della sdoppiata Berlino, ove ognuno dei due gruppi imperiali vorrebbe vedere un meccanismo statale unico, controllante tutta la Germania e la costellazione europea, e da lui controllato.
La sola via rivoluzionaria è che quel grande proletariato riesca nella fase di questo drammatico processo a sottrarsi alle vicende di un “moto pendolare” tra i due poli attrattivi di Est e di Ovest, e descriva una propria autonoma traiettoria. Non come quando seguì la guerra degli Hohenzollern o subì quella nazista, ma come quando nella fine del 1918, dopo aver cacciata la monarchia indigena, tentò di artigliare la Repubblica di Weimar venduta ai vincitori, e mancò di non molto la situazione che forse avrebbe capovolto l’oggi: dittatura degli operai di Berlino! A questo risultato avevano lavorato l’azione critica, bolscevica e spartachiana, al socialismo nazionale, da ogni lato, l’organizzazione dell’Internazionale rivoluzionaria. Troppo breve (forse), il ciclo si ruppe nel disastro.
Se una soluzione al problema dell’organizzazione di Europa sarà data dal levarsi del potente, in quantità e qualità, proletariato della grande Berlino, ciò sarà solo col programma – teoretico, organizzativo, politico, militare – di costituire in una guerra civile contro gli armati venuti da Est e da Ovest, una Comune di Berlino. Di tutta Berlino. Questa sarebbe la dittatura operaia in Germania, in Europa la rivoluzione mondiale.
Per spezzare un tale cammino le forze militari dei due lati stabilirono di tenere in catene la Germania debellata, e ancora lo fanno.
Quando i comunardi nel 1871 si levarono in piedi contro Thiers che voleva la capitolazione di Parigi e la consegna ai prussiani, e buttarono l’esercito nazionale fuori dalle mura, non si ebbe una reazione patriottica, ma il formarsi per la prima volta della situazione scolpita dalle parole di Marx: tutti gli eserciti nazionali sono ormai confederati contro il Proletariato.
Tali situazioni non sono nuove alla storia. Nel 1945 Varsavia si levò tremenda per scacciare i tedeschi: i russi si fermarono ad attendere che la repressione avesse il suo corso, con una inenarrabile strage e devastazione, in attitudine analoga a quella di Bismarck, che dettava nell’armistizio alla Repubblica di Thiers: sporcatevi voi le mani ad eseguire, ovvero entriamo noi!
Ben possibile è oggi che i primi nuclei, dopo aver coraggiosamente invano cozzato contro l’apparato di uno dei due mostri, siano tentati a cercare alleanza ed aiuto nell’altro, e tradiscano la loro strada storica. È per questo che ogni illusione sarebbe sciocca e vana.
Ma, con accanito ritorno sulle posizioni di classe, risalendo la dura china paurosamente discesa nelle guerre democratiche, nelle resistenze patriottiche e partigiane, negli sciaguratissimi fronti unici, e nei miraggi delle soluzioni legalitarie maggioritarie ed incruente, può ben essere il proletariato di quella tra le grandi capitali dell’industrialismo più spinto, che parla la lingua in cui Carlo Marx scrisse il Manifesto e il Capitale, a riprendere le armi che l’avanguardia di Liebknecht e di Luxemburg aveva impugnate, ad impegnare la battaglia campale che invano Lenin, Trotzky e tutti attendemmo, a dare al mondo la prima Comune vittoriosa; buttando fuori i due eserciti, avversi in una imperiale guerra fredda, confederati nella guerra civile, alla difesa del capitalismo mondiale.
Voleva Beria subito rimuovere la mimetizzazione in rosso?
La classe dominante russa all’epoca della defenesterazione di Beria può dire di aver conquistato tutto il potere, tranne il diritto di chiamarsi col suo vero nome. Finché sarà costretta, per chiarire a se stessa e risolvere i propri problemi, a servirsi comunque di un metodo che è l’arma critica del suo nemico di classe — il materialismo marxista — sulla sua dominazione peserà una pesante ipoteca. Dovrà liberarsene, presto o tardi, con mezzi pacifici o con l’esercizio del terrore. Dovrà «scegliere la verità», essa che è sempre vissuta nella menzogna ideologica e nella frode fondata sulla soppressione dei nemici. Non è lontano il giorno in cui le antenne di radio Mosca, da cui si irradiano le infami accuse formulate da Viscinski contro i bolscevichi, detteranno la «confessione» della nuova borghesia russa.
L’eliminazione della corrente di Laurenti Beria, vice Primo Ministra degli Interni dell’Urss, dall’apparato dello Stato e del partito, e la sopravvivenza della linea politica tradizionale sostenuta dal Governo e dal Comitato Centrale del partito stalinista, stanno a dimostrare che l’automascheramento, la definitiva deposizione del travestimento socialista fin qui adoperato a nascondere l’effettivo contenuto e dinamica capitalista dello Stato russo, è solamente rinviato. Malenkov, sostenuto dalle baionette dell’esercito e dai bonzi imborghesiti del partito, ha imposto la sua tattica temporeggiatrice, la sola che veramente si addica ad una classe dominante che chiede unicamente di «sedersi», di godersi i propri privilegi, rifuggendo dalle misure troppo drastiche. Beria rifiutava di attendere, perciò è stato bloccato.
Quando il Kremlino rinuncerà alla truffa ventennale della camuffatura del capitalismo russo gridante da tutti i pori la sua identità esso l’ avrà fatto non certamente per un sopravvenuto senso di ribrezzo morale verso l’inganno e la mistificazione di cui è sempre vissuto. Né per un atto di volontà. Essa è sospinta al gran passo perché deve rimuovere un equivoco che ostacola fortemente la penetrazione dell’influenza russofila tra le borghesie occidentali, perché la sua politica nazionalista ed imperialista imposta dallo sviluppo della rivoluzione industriale non ammette altra alternativa. In quel non lontano trapasso, saranno coloro che oggi sostengono il Gabinetto Malenkov a tradurre in pratica le rivendicazioni di Beria.
Se avesse un senso fare il processo alle forze storiche, le accuse mosse dal Comitato centrale moscovita a Laurenti Beria potrebbero essere rivolte a tutta la classe dominante, cui e la corrente predominante di Malenkov e l’opposizione di Beria solidamente appartengono. L’accusa principale contesta all’ imputato il delitto di intersa con il «capitale straniero». Quale carica di cinismo nelle parole di coloro che rappresentano politicamente una classe che è debitrice appunto all’imperialismo internazionale del suo potere!
La storia, non lunga né movimentata della borghesia russa è la storia di una classe che non ha combattuto mai di persona i propri nemici. La distruzione delle impalcature semifeudali zariste non fu opera sua: nel 1905 si accordò tremante al proletariato insorto, nel 1917 rifuggì ancora dal suo compito rivoluzionario lasaciando che se ne impadronissero le masse operaie e contadine guidate dal Soviet. Quando il fradicio edificio zarista prcipitò, rimase seppellita sotto le sue macerie fumanti. Vi ci avrebbe lasciato le ossa morendo ancor prima di nascere, se la controrivoluzione imperialista, il cui centro dirigente si localizzò ngli anni dal 1917 al 1921, non già in Russia, ma fuori di essa a Londra, cuore dell’imperialismo, non fosse riuscita ad opporre una invalicabile diga alla rivoluzione proletaria dilagante oltre le frontiere russe. IL ripiegamento internazionale del bolscevismo, reso possibile principalmente dal lavoro disfattista dell’opportunismo socialdemocratico, la scosse dal letargo. All’odore di morto, i Viscinski ricordrono di essere sciacalli, e allora si alzarono dalla polvere ad attaccare a pugnalate alla schiena il proletariato rivoluzionario e il magnifico stato maggiore bolscevico, che non avevano potuto nemmeno sperare di domare con le proprie mani.
Da che derivò il potere la fazione stalinista in seno al partito comunista russo? Non dalla vittoria della Rivoluzione comunista ma dalla controffensiva della reazione imperialistica mondiale che respingendo l’ondata rossa entro i confini della Russia, permise che trionfasse la tesi staliniana della costruzione del «socialismo in un solo paese». Fin da quando fu lanciata tale mostruosa deformazione del marxismo, ne dimostrammo sul piano critico la fondamentale menzogna; possiamo dimostrare oggi, in base ai dati di fatto, che essa servì a coprire la conquista della Russia al modo di produzione capitalista, basato sul lavoro salariato, sul mercato nazionale, sulla divisione in classi. Fatto non dovuto né ad usurpazioni né a tradimenti di gruppi, e nemmeno alla volontà degli sparuti rappresentanti della reazione antioperaia.
L’industrializzazione premeva incoercibilmente nelle viscere della vecchia Russia. Le forze produttive, liberate dalla Rivoluzione di Ottobre, si avventarono sulla via del socialismo, che significò nel 1917-21 fusione della arretrata arera russa con la super-industrializzata area euro-americana. Essendo la via sbarrata, l’industrializzazione dovette sorgere nelle forme capitalistiche. Ciò non fu dunque un apporto del capitale straniero? Uno straripamento che tuttora dura del capitalismo in Russia e in Asia? E su quale base sociale poggia il governo di Mosca se non sulla classe dominante borghese cresciuta rigorosamente sull’industria e sul commercio? Non soltanto Beria e i suoi seguaci, ma tutto quanto il regime al potere in Russia è una filiazione del capitalismo mondiale e un presidio della controrivoluzione. Se mancassero prove, basterebbero le alleanze strette in guerra dal Kremlino, prima con la Germania nazista, indi con le Potenze anglo-sassoni. Oppure il fatto che mentre si colpiva Beria con l’accusa di agente del capitale straniero, la stampa moscovita ribadiva la politica del Governo diretta ad ottenere un’intesa con Stati Uniti, Inghilterra e Francia.
L’accusa a Beria di essere un «mercenario venduto» alle Potenze occidentali quasi che l’onnipotente capo di tutte le polizie ordinarie e segrete, avesse bisogno di denaro e di potere, serve unicamente a sfruttare la superstizione del pubblico, di quello che si fa una cultura storica sui libri di A. Dumas, tanto cari all’ «Unità». Che però Beria sentisse profondamente il grado di parentela con le borghesie occidentali, crediamo fermamente che risponde a verità, nonostante sia detto dalla «Pravda». La sua immissione nel triumvirato succeduto alla direzione del Governo, dopo la morte di Stalin, avvenuta nello scorso marzo, dimostra che i suoi colleghi Malenkov e Molotov, che ora ricevono le dichiarazioni di fedeltà del partito e dell’esercito, condividevano e condividono le sue aspirazioni a un’intesa con l’Occidente. Alla richiesta reiterata di «prove di buona volontà» fatta quotidianamente dal Governo americano, Beria non avrebbe esitato a liquidare la bastarda ideologia social-stalinista, mostrando in tal modo il capitalismo russo senza veli. Malenkov ha inteso prendere tempo.
Ufficialmente, la delicata manovra che dovrà a più o meno lontana scadenza, liberare il volto della classe dominante russa del belletto socialista, si inizia, non con il tentato colpo di mano di Beria, ma sibbene con la decisione di Stalin di esporre criticamente i modi e la linea di sviluppo dell’economia russa. Fatto veramente nuovo, se si considera che giammai il Partito staliniano aveva acconsentito a porre in discussione un argomento che considerava dimostrato una volta per tutte, indiscutibile come il dogma dell’Assunzione, e cioè il «socialismo» russo. Vedendo la luce all’epoca del XIX Congresso del P.C. Dell’URSS, il saggio staliniano su «I problemi economici del socialismo nell’URSS» assumeva una eccezionale importanza. Lo stesso autore non faceva mistero di taluni fondamentali caratteristiche e dislocazioni della produzione nazionale russa, da cui agevolmente si poteva ricavare che il preteso socialismo sovietico si riduce a volgare capitalismo di Stato, che a sua volta interessa solo un settore dell’economia russa, e cioè la grande industria. Tuttavia Stalin compiva un serio quanto inane sforzo per cercare di rinserrare una materia vivente che urlava la sua inconfondibile natura capitalista., entro gli schemi di un comunismo falsificato. Stalin è morto senza volere piegarsi alla necessaria «confessione». Della tempra del bolscevismo, che pure aveva fatto fucilare e sotterrrare, gli era rimasta comunque qualcosa: la rigidità teorica. I suoi eredi, capeggiati dall’idropico Malenkov, non sanno che farsene, sono i figli legittimi di una classe dominante che ha un solo Dio: il rublo.
L’accusa, un’altra della lunga serie, mossa a Beria di impedire «in ogni modo possibile la soluzione di problemi urgenti e di grande importanza nell’agricoltura» e di farlo «allo scopo di indebolire il colcos» (cooperative agricole) sta a provare che il massiccio intervento dello scritto di Stalin non è valso a liquidare la polemica interna sulla linea di sviluppo dell’agricoltura. Il defunto maresciallo non esitò a renderne pubblici i termini contrastanti: ammise che esiste una corrente orientata sostanzialmente verso la completa privatizzazione dell’economia agraria da ottenersi mediante la vendita in contanti, anziché la cessione in usofrutto, del macchinario agricolo messo a disposizione dalle stazioni di macchine e trattori di proprietà dello Stato. Fece persino i nomi dei suoi rappresentanti: A.V. Sanina e V.C. Vengser. Stalin criticava duramente questa tesi definendola una misura tendente a «frenare la nostra avanzata verso il comunismo». Così dicendo egli agiva in coerenza con la falsa teoria che socialismo significhi gestione statale della produzione.
L’accusa a Beria di attentare al vigente sistema colcosiano, in vista della «restaurazione del capitalismo» sta a provare che i nomi presi a bersaglio da Stalin servivano evidentemente a personalizzare una corrente che conta largo seguito nel partito, nel governo, nella classe dominante. Troppo forte dunque per poterla ignorare.
Il capitalismo agrario è dato in Russia dall’appropriazione privata dei prodotti e dalla loro distribuzione attraverso il mercato. L’intervento dello Stato nella produzione agricola attraverso il maneggio dei grandi mezzi meccanizzati, costituisce solo una falsa etichetta di socialismo, ma un pesante carico finanziario, un «passivo», per il bilancio statale. Stalin tentò di frenare sul piano polemico l’irresistibile tendenza a sanare la piaga, buttando via i cartelloni socialisti, e istituendo la vendita a contanti del macchinario agricolo ai contadini. Ciò comporterebbe profondi sconvolgimenti nelle campagne, giacché non tutti i colcos sono milionari, come si compiace di ripetere l’ «Unità». Ma darebbe il via ad una colossale speculazione. La «confessione» verrà dal settore dell’agricoltura? Il fatto che Malenkov abbia dovuto rinunziare alle risorse della penna, e fare affidamento sui carri armati dell’esercito, sta a dimostrare che presto o tardi il Governo dovrà liquidare le residue esitazioni. Beria vincerà da morto?
Presto o tardi il capitalismo che fortemente si è piantato in Russia, e ancora avanza in Asia, diventerà una nozione banale, una verità accettata senza discussioni. Le ultime menzognere velature cadranno. Il governo di Mosca apparirà per quello che veramente è: il comitato di interessi di una feroce borghesia, un puntello dell’imperialismo, un vassallo degli Stati Uniti. Un proletariato ancora accecato è pure capace della rivolta di Berlino Est. Che accadrà al mondo borghese, a questa sporca fogna, quando la futura Internazionale rivoluzionaria chiamerà e guiderà alla suprema lotta le masse lavoratrici del mondo? La bomba atomica, infinitamente più potente di tutte le armi del capitalismo, che possiede il proletariato si chiama: teoria marxista, rivoluzione, dittatura del proletariato. Presto o tardi, la «sicura» salterà, l’atomica rivoluzionaria esploderà.
Costituito in casa chiusa o in casa aperta lo Stato capitalista è lo stesso lupanare
Una differenza in meglio, il male minore dello Stato russo, se messo in relazione con gli Stati d’Occidente, poteva essere datodalla mancanza del plebiscitarismo, che è poi il parlamentarismo senza parlamento dei regimi cosiddetti totalitari. Fortunatamente, il crollo di Beria, e la valanga di grottesche accuse che ne ha sepolto il nome, doveva giungere molto opportunamente a dissipare l’equivoco. Sì, lo Stato russo è una dittatura, ma a contenuto sfacciatamente borghese. C’è poco da fare. Nemmeno sul piano formale il governo di Mosca può pretendere di continuare la dittatura del proletariato. La classe dominante russa non può non ascoltare la voce del sangue, non può non buttarsi sul mondezzaio parlamentare, sia pure cucinato negli stampi totalitari, che porta il marchio di fabbrica «made in West».
Proprio come avviene nella fogna dei parlamenti al di qua della cortina di ferro, il marcio dei costumi politici delle sfere superiori del personale di governo che si manifesta negli intrighi, nelle pastette, nelle lotte di fazioni, nelle feroci vendette di congiurati, si tenta di coprire (che ne è successo della sprezzante squalificazione fatta da Lenin del democraticismo borghese?!), con la nauseabonda risorsa del «ricorso al popolo», del plebiscito.
Cominciò il Comitato Centrale, riunito a liquidare l’onnipotente Ministro degli Interni e capo di tutte le polizie di Santa Russia. L’accusatore Malenkov, mentre i moscoviti dormivano ignari, sparò a mitraglia le imputazioni: «Il nemico del popolo Beria, che è stato ora smascherato, aveva ottenuto la fiducia con varie macchinazioni carrieristiche, e si era insinuato nella direzione. Mentre in un primo momento le sue attività criminali, antipartitiche e antistatali, erano profondamente nascoste e mascherate, negli ultimi tempi Beria, divenuto insolente e arrogante, ha cominciato a mostrare il suo vero volto ̶ ilvolto di un nemico giurato del Partito e del popolo sovietico». Significa che la messa sotto accusa del «traditore» non seguì immediatamente la «scoperta» delle sue azioni sovversive intese «a minare lo Stato sovietico nell’interesse del capitale straniero». E che seguì allora? Chiaro! Il compromesso, il tentativo di intendersela, il tiramolla di inequivocabile marca parlamentare, la «politique d’abord» cara agli imbroglioni ciarlatani alla Nenni. Seguì la convivenza delle opposte fazioni nel triumvirato Malenkov-Beria-Molotov. Ma nell’ombra ognuna preparava la distruzione della rivale. Proprio come a Montecitorio. Conquistandosi l’appoggio della casta militare e dell’esercito, tenendo ben ferme nelle mani le redini della macchina di partito, il Governo doveva sconfiggere la opposizione di Beria.
Nel corso della stessa notte, il 9 luglio, in altra sede riunito, il Presidium del Soviet Supremo provvedeva a spogliare il decaduto maresciallo delle cariche governative. Persa la tessera del Partito, persi i Ministeri.
A parte naturalmente le stupide accuse di tendere alla «restaurazione del capitalismo», quasi che il passaggio da un tipo di società ad uno opposto potesse operarsi con un colpo di Stato; a parte pure le incredibili incriminazioni di venalità, quasi che l’onnipotente capo del Ministero degli Interni e delle cento polizie russe, avesse bisogno di denaro come un maniaco giocatore; sul colpo di forza azzardato, e pienamente riuscito, dal Comitato Centrale e dal Soviet Supremo, non ci sarebbe stato da dire altro che rispettava le regole della dittatura. Invece, si è voluto la buffonata suprema del «ricorso al popolo».
A poche ore di distanza dalla chiusura della sessione del C.C. e del Presidium del Soviet Supremo, la Segreteria del Partito inscenava una disgustosa commedia, convocando i comitati di Mosca del P.C.U.S. e gli attivisti disponibili. Erano in 2000, con altrettanti voti Alla voce, non uno solo in meno: quella che il giornale romano «Il Tempo» doveva definire nientemeno che una «convenzione rivoluzionaria», passava ad approvare i provvedimenti-catenaccio applicati al «traditore», il traditore di sempre, lui, Laurenti Beria, l’agente segreto dell’imperialismo anglo-americano. Non risulta che uno solo di questi «convenzionali» a tanto il mese abbia chiesto perché non si fosse fatta la grandiosa adunata quando Beria aveva «cominciato a mostrare il suo vero volto». Fenomeno non inspiegabile: la democrazia parlamentare o plebiscitaria funziona quando i cittadini sovrani sono emeriti imbecilli; crolla non appena la critica rivoluzionaria spreme dai cervelli le bubbole.
Se Malenkov può ordinare la convocazione degli attivisti in ogni angolo della Russia e farsi approvare per acclamazione e all’unaninìmità l’atto di accusa contro Beria, questi tuttavia si salva, se non davanti alla Corte Suprema, al vaglio della critica. Se il Partito comunista, l’Esercito, l’attivistume non riescono a scorgere le stridenti contreaddizioni e le palesi menzogne del comunicato del C.C., significa, se mancassero le decisive prove tratte dal campo dell’economia, che il capitalismo non è da restaurare, ma da distruggere in Russia. Solo il capitalismo è riuscito finora a produrre tali forme di abbrutimento mentale.
La crociata per il rafforzamento del Gabinetto Malenkov rimaneggiato si è fondata sullo sbandieramento del «principio della direzione collettiva». Ora l’ossequio formale e di occasione a tale caposaldo teorico si pone in stridente e inconciliabile contraddizione non diciamo con la ventennale divinizzazione di Stalin, ma con la stessa posizione del Comitato Centrale di fronte alla persona di Beria.
«Fatti incontestabili — diceva il comunicato del C.C. — dimostrano che Beria ha perduto l’aspetto di un comunista, si è treasformato in un degenere borghese ed è divenuto in effetti un agente dell’imperialismo internazionale. Questo avventuriero e mercenario delle forze imperialiste straniere accarezzava il piano di impadronirsi della direzione del Partito e del paese, allo scopo di distruggere il nostro partito comunista e di sostituire alla politica elaborata dal partito nel corso di molti anni una politica di capitolazione che, in ultima analisi, avrebbe condotto alla restaurazione del capitalismo».
Accuse meno inconsistenti, dal punto di vista della teoria marxista sulla funzione della personalità, cui pure il C.C. mostrava di inchinarsi, non si potrebbero formulare. Può accadere benissimo che individui una volta militanti nel comunismo, passino nel campo borghese. E che? Non è forse questo il caso proprio dei gerarchi russi che fucilarono i bolscevichi accusandoli di collusione con il regime nazionalsocialista, e poi nel 1939 vennero a patti con Hitler, diventando suoi alleati? Non è accaduto in Italia che gente una volta militante nel comunismo rivoluzionario sia passata poi a nozze con democristiani, liberali, socialisti nel seno dei Governi cosiddetti di Liberazione nazionale? Che Beria abbia rotto con la linea tradizionale dello stalinismo, chiedendo una politica intesa a liberare il governo dalla pesante eredità ideologica staliniana e la smobilitazione di certe bardature statali spacciate per socialiste, ciò non sorprende. Muove al riso invece l’accusa a lui mossa di volersi «impadronire della direzione del partito e del paese».
I trapassi del potere statale hanno per protagonisti le classi; l’avvicendarsi del personale di governo si svolge in base al gioco mutevole dei partiti o delle correnti in seno al partito dominante. Le accuse del C.C. avrebbero un senso, se il nome Beria stesse a contraddistinguere, come è avvenuto nella realtà, una formazione politica. La stampa moscovita ha annunziato destituzioni e siluramenti un po’ dovunque, specie in Georgia, patria di Beria e in Ucraina, ma continua a far convergere tutti i suoi strali sulla persona di Beria. Ciò mentre si inserisce nel comunicato del C.C. un passo di Marx contro il culto della personalità, il seguente:
«Preso da disgusto per ogni culto della personalità, io, durante la esistenza dell’Internazionale, non ho mai permesso la pubblicazione dei numerosi messaggi attestanti le mie benemerenze con cui venivo molestato da vari paesi, e non ho loro neppure risposto, tranne che per un appello occasionale. La prima volta che Engels ed io entrammo in una società segreta di comunisti, fu soltanto a condizione che venisse cancellato dallo statuto tutto ciò che potesse condurre a un superstizioso culto della personalità».
Se in Russia fosse ancora in vigore il supplizio delle verghe, e lo si applicasse ai falsificatori del marxismo, non solo i reprobi maledetti, ma tutto il C.C. e il Governo con alla testa Georgi Malenkov, bisognerebbe farli passarre tra le due fila di soldati armati di bastoni che sotto lo zarismo i deportati in Siberia chiamavano la «strada verde». Ora che si tratta di salvare quanto rimane del triumvirato dopo la silurata a Beria si fanno scovare dai segretari privati le citazioni di Marx che fanno al caso. Ma davanti alla bara di Stalin ora sono appena quattro mesi, lo stesso Malenkov non decantò il defunto come l’ «autore di tutte le cose» che si muovono in Russia? Allora non si sognava neppure che esistesse il principio della «direzione collettiva».
«Continuando l’opera di Lenin — esclamò Malenkov, precedendo Beria e Molotov nelle funebri giaculatorie — e applicando instancabilmente la dottrina leninista, il compagno Stalin ha portato il paese alla vittoria di importanza storica mondiale del Socialismo assicurando, per la prima volta in molti millenni di esistenza della storia umana, la liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo».
Non officiava Georgi Malenkov sulla Piazza Rossa trasformata in un tempio all’Eroe? Pretendere che Stalin, cioè un uomo che per giunta non si innalzò mai sulla media capacità intellettuale dei circoli politici russi, abbia portato la Russia al socialismo costituisce non solo una menzogna di fatto, ma un pacchiano omaggio al «culto supersizioso della personalità», così duramente frustato da Marx. Colpa tanto più grave in quanto il marxismo entrò in Russia alla fine del secolo scorso proprio attraverso una brillante lotta contro il populismo, movimento idealista in dottrina e volontarista in pratica che negava la lotta di classe, pretendendo che i salti della storia fossero il meraviglioso effetto di azioni straordinarie di uomini eccezionali. E la furiosa crociata denigratoria contro Beria, la crocifissione del crocefissore, quell’insana trasformazione in Orco antropofago di uno che non è peggiore dei tanti boja al servizio del governo di Mosca, non è un culto della personalità alla rovescia?
Quando le trattative di armistizio in Corea erano ancora da venire, i servizi della propaganda moscovita mossero agli americani l’accusa di lanciare sulle retrovie dei nord-coreani bombe di terracotta che, nel percuotere il suolo si frantumavano liberando uno schifoso pattume di scarafaggi, mosche, ragni, cimici, blatte, preventivamente infettati in laboratorio delle più terribili malattie epidemiche.
Gli idoli del partito stalinista, i Buddha viventi del politicantismo cremlinesco, rassomigliano come gocce d’acqua alle bombe batteriologiche dei loro compari americani: precipitando dal piedestallo e fracassandosi al suolo, schizzano intorno una melma ributtante. Alla faccia loro e della vile borghesia che servono.
Conferme nel mondo operaio torinese
Caro Programma.
ho letto sull’ultimo numero tuo la noterella sull’agitazione svoltasi all’O.M. di Milano. Il fatto si è ripetuto in forma simile a Torino, nella Fiat Mirafiori, dove gli operai della fabbrica 7 si sono messi spontaneamente in sciopero per protestare contro la riduzione del premio. Sorpresa da un’agitazione che essa non aveva né promossa né appoggiata, la C.d.L. ha poi diffuso un manifesto di solidarietà; ma la solidarietà è consistita in questo, di invitare tutti gli operai ad uno sciopero generale di due ore ed a scacchiera e raccomandar loro di riprendere immediatamente dopo il lavoro « restando vigilanti » in attesa che venissero riallacciate le trattative generali, interrotte da mesi, con la Direzione.
Così, lo sciopero che gli operai avevano iniziato con l’intenzione di portarlo a fondo è stato trasformato in un’agitazione limitata nel tempo e nello spazio, e la Direzione, preso atto che gli scioperi scoppiavano non in un modo unitario e compatto ma a scacchiera, è passata alla controffensiva dichiarando che non riprenderà neppure le trattative. Di una dimostrazione di forza, la C.d.L. ha dunque fatto, come di dovere, la solita dimostrazione di debolezza, coi risultati che gli operai italiani conoscono per esperienza ormai fin troppo lunga.
* * *
E poiché siamo in materia di premi di produzione ti segnalo un articolo del « giornale dei lavoratori della Riv», quel « 7 B » che tu hai già avuto occasione di commentare. La tesi dell’articolista è veramente… geniale. I « comunisti » italiani sono anch’essi per lo aumento della produttività, come lo sono i predicatori della razionalizzazione all’americana: solo che, mentre la C.I.S.L. e compagni tendono a raggiungere una maggior produttività attraverso un maggior rendimento individuale e generale dell’operaio, la C.G.I.L. vuol perseguirla « attraverso gli investimenti produttivi, strumenti più numerosi e perfezionati che gli permettano di produrre di più nello stesso tempo e con lo stesso sforzo ». In tal modo, i « comunisti » si opporrebbero al « supersfruttamento », mentre combattono a spada tratta per l’aumento della produttività.
La tesi è veramente geniale. Il capitalismo sarebbe capitalismo solo se lo sforzo fisico dell’operaio aumenta; non lo sarebbe più se gli operai « con lo stesso sforzo » producono « nell’unità di tempo più prodotti ». Se così fosse, l’America superindustrializzata e supermeccanizzata sarebbe… all’anticamera del socialismo o in pieno socialismo addirittura. Ma tutto il « mistero » dell’aumento del volume del profitto non sta forse proprio in questo, nella capacità di far produrre all’operaio nella stessa unità di tempo un volume maggiore di prodotti? Non importa che lo sforzo fisico sia o no maggiore; importa per il capitalista che per unità lavorativa e per unità di tempo la produzione – e quindi la somma del profitto – aumenti. Questo è lo sfruttamento, anzi il supersfruttamento, che il regime capitalista persegue, e che lo stalinismo finge di combattere (ma poi, come lo combattano lo sanno gli operai di Berlino Est: non hanno forse dimostrato proprio contro l’aumento delle norme di lavoro imposte dai loro dirigenti staliniani?).
Il nazionalcomunismo vuole, dunque, un aumento del plusvalore realizzato dagli operai senza gli orrori dello sforzo fisico dei primi vagiti del capitalismo. I capitalisti intelligenti sono da tempo arrivati alla stessa conclusione, e possono stringere loro la mano.
Il corrispondente
La pagliacciata postelettorale
La pagliacciata della consultazione elettorale (nella quale si sono profusi, scrivono « tecnici » molto ottimisti, 40 miliardi di lire) sembra un nonnulla, oggi, in confronto alla pagliacciata che le ha fatto seguito, e il cui splendido fiore è l’ennesimo gabinetto De Gasperi.
Pagliacciata al centro. Dopo aver fatto balenare la possibilità che non De Gasperi ma un « uomo nuovo » avrebbe raccolta la successione – possibilità che aveva mandato in brodo di giuggiole gli « esperti » del giornalismo di sinistra – don Alcide si è « a malincuore » inchinato alla voce concorde del Paese e ha ereditato se stesso. Dopo aver fatto balenare la seconda possibilità che « uomini nuovi » avrebbero fatto corona all’intramontabile presidente, la solita rotazione di ministri è avvenuta e, con qualche sensazionale (ma solo in apparenza) siluramento, si è fatto un governo di cui si ignora il programma – ma chi s’interessa di programmi, oggi, e chi mai li applica? – ma di cui è facile capire l’orientamento. Quale? Il classico compromesso trasformista degasperiano – come dicono i liberali – candidamente corruttore di ciò che – diciamo noi – è già arcicorrotto, o voglioso di farsi arcicorrompere. Un pizzico di « sinistrismo », un certo colorino meridionalista: tutto fa. Cioè tutto come prima.
Pagliacciata nei partiti minori. Usciti staffilati dalla consultazione della cosiddetta volontà popolare, questi cercano di rimontare la corrente facendo il viso dell’arme al partito dominante, di cui, dopo tutto, hanno allegramente favorito il trionfo; si sforzano di rendersi preziosi, importanti, indispensabili. Ma sono pronti od a schierarsi col padrone, od a mettersi in riserva nell’eventualità che, su scala internazionale se non interna, l’« operazione Nenni », cioè la pacificazione fra i due blocchi, li richiami al potere in una nuova edizione dell’esarchia. Ma fra i liberali c’è già chi penzola verso i monarchici, e fra i monarchici chi penzola verso i democristiani. Risultati delle elezioni a rovescia: gli alleati divenuti nemici, i nemici divenuti alleati. Alla faccia della volontà popolare.
Arci-pagliacciata alla sinistra. Costoro, nenniani e togliattiani, vanno proclamandosi su tutti i toni i vincitori del 7 giugno: questa data è, per loro, poco meno di quella della presa della Bastiglia. Ma sono vincitori belanti che mendicano un incarico dai vinti e, invece di usare con questi il linguaggio dei forti, strisciano ai loro stivali con l’untuosità dei servi. Sentono da Mosca un venticello di conciliazione universale? Non altrimenti si spiega che Togliatti abbia ammesso l’ineluttabilità del patto Atlantico (o non rivendicano continuamente Yalta e Potsdam, cioè i trattati che fecero dell’Italia una parte della riserva di caccia mondiale degli U.S.A.?), e che Nenni chieda non l’abbandono dell’atlantismo ma una attenuazione dell’oltranzismo atlantico, un blocco filo-americano col giglio invece che col bastone. Ma Nenni, che è il più spassoso giullare della vita politica italiana, è andato oltre, e si è fatto consigliere spirituale di De Gasperi raccomandandogli i buoni uffici dei dirigenti « comunisti » 1953, i quali, ben diversamente dagli uomini del 1921 e di Livorno, sono « uomini seri e preparati » e rappresentano una « formazione moderna inserita nella vita nazionale », cioè delle persone ammodo, patriote, gelose della sacra democrazia, ben disposte a reggere le sorti della nazione in modo « ragionevole », invece degli « asini teologici » di Livorno (asino teologico è per Nenni chi ha un programma da agitare; gli uomini seri e preparati sono quelli che hanno cento programmi come cento marsine, ma soprattutto un guardaroba di livree ministeriali e di patriottiche divise in tricolore, come lui e i suoi raccomandati).
Nenni ha fatto, insomma, ancora una volta, da introduttore e raccomandatore alla borghesia italiana dei precari servizi dello stalinismo; e non è detto che, quando i « Grandi » si riuniranno, il consiglio non giunga da più alto loco. Alla faccia della vittoria.
Forse forse, la pagliacciata collettiva si concluderà in qualcosa di molto serio, e lo stesso De Gasperi ha la sensazione, come Saragat, che il suo gabinetto sia provvisorio, perché su scala internazionale vanno maturando giorni di riconciliazione universale. E allora la greppia andrà ridivisa, senza bisogno di nuove consultazioni popolari, sempre alla faccia della volontà del… popolo sovrano.
Persone e forze storiche
Se occorressero dimostrazioni della inconsistenza del mito borghese dell’individuo « che fa la storia », ce ne offrirebbe una delle più efficaci proprio il campione del « robusto individualismo » borghese: Eisenhower. Il Presidente si è fatto eleggere con l’assicurazione che avrebbe svolto sul piano internazionale una politica inversa a quella del « contenimento della Russia » tenacemente praticata da Truman. Continua a fare il Presidente portando alle estreme conseguenze la politica di Truman. Avrebbe dovuto attivizzare la politica di intervento in Asia; è lui che inizia e conclude l’armistizio in Corea; è lui che batte i pugni sul tavolo non contro MacArthur ma contro Syngman Rhee. Vedremo, alle future elezioni presidenziali, i democratici usare il linguaggio repubblicano per poi, se vittoriosi, fare la stessa politica?
La risposta è nei partiti della democrazia borghese.
Pressione "razziale" al contadiname, pressione classista dei popoli colorati
Norma del lavoro marxista
Non siamo in tema di produzione e di critica estetica o letteraria, e quindi i compagni e lettori, lungi dal fermarsi sull’apprezzamento del brano, pagina o scritto, devono sempre tenere di mira la connessione tra le varie parti del lavoro svolto dal nostro piccolo movimento, nel ridisegnare su un piano unitario tutte le linee dell’edificio marxista.
Non si è intrapreso a dettare un testamento e quindi si lavora nella realtà non secondo una sistematica espositiva, ma secondo la esigenza di far fronte nei diversi punti alle fratture e alle falle che hanno debilitato il movimento rivoluzionario. Ma in ogni intervento si tiene ben di mira il legame con l’ossatura unica, da cui tutti gli altri interventi si sono diramati.
Nessuno deve, appena letto, indire nel suo foro interiore “libere elezioni”, convocare nel suo ventricolo il corpo legislativo, e quindi passare al voto. Deve invece compiere ogni sforzo per “collocare” i fatti che ha visto trattati al loro posto nell’ordinato sistema della comune posizione. Non deve dare giudizi, ma eseguire la parte sua di lavoro.
Non persone o teorici o professori qui parlano, ma i fatti passati si confrontano ed urtano coi presenti e futuri, sperimentalmente vagliando i risultati di analoghi confronti svolti da circa un secolo. Molto bene un compagno ha scritto, in una lettera a uno di quelli che credono alla cartesiana missione della critica (rispettabile strumento che ammiriamo nelle mani della borghesia; con esso ha saputo foggiare almeno cinque secoli di storia della società umana; noi già passammo ad altri utensili) le seguenti parole: “L’attuale situazione, caratterizzata dalla transitoria assenza di un movimento autonomo del proletariato, ci costringe – nel campo della nostra pratica attività – a rivendicare l’integralità dei nostri testi classici, a combatterne qualunque adulterazione, a sapere aspettare che l’inevitabile sconvolgersi delle situazioni ponga di nuovo il problema del pratico raccordarsi tra il programma e le lotte proletarie, a non sostituirci col nostro intelletto a queste lotte per risolvere problemi che centouna volte su cento ci sono insinuati dalla borghesia”.
Due punti da sistemare
Pare venuto il momento per portare l’attenzione su due punti del marxismo, di cui non certo abbiamo omesso di occuparci e che sono strettamente tra loro uniti: la questione agraria, e quella nazionale-coloniale. Ciò sarà fatto in elaborazioni scritte e in riunioni di lavoro, nel prossimo periodo, e naturalmente non senza interruzioni, parentesi e riattacchi: non siamo un ministero che distribuisca portafogli col pretesto buffonesco delle competenze speciali.
Sarà fatto naturalmente promettendo di nulla inventare e comunicare di nuovo, ma ricollegandosi al solido materiale storico a disposizione; e non per sottoporre ad emissioni di democratici pareri, ma per mostrare che quando tutti i fatti nella loro materialità sono inchiodati al loro posto, alla signora opinione resta tanta libertà, quanto alla immagine che si forma sullo schermo in omaggio alle leggi della propagazione ottica e della sensibilità luminosa.
Prevalentemente abbiamo trattato negli anni scorsi dell’economia marxista come descrizione scientifica e come programma della società del lavoro comune, due dialettici inseparabili aspetti. Questa parte nella critica marxista “suppone” una società capitalista totalmente sviluppata, e ciò per due motivi. Il primo è che la scuola nemica sostiene che tutti gli inconvenienti sociali e i motivi di disequilibrio cadrebbero, se ogni rapporto economico della società fosse di natura mercantile e salariale. Il secondo è che premendoci di definire scientificamente, nei suoi caratteri contrapposti e antitetici a quelli capitalistici, la società comunista, come punto di arrivo del corso storico e non come freddo statico quadro, non possiamo che partire da una società pre-comunista a sviluppo totale, e quindi da un supposto capitalismo totale. Marx, lo mostrammo, sceglie l’Inghilterra come miniera di raccolta di dati, ma ben sa che era ed è solo in parte tutta capitalismo, e prescinde dai dati a-capitalistici di essa (in altra sede mostrammo come Marx lo dichiari, e sottolinei tutte le forme sociali presenti in Inghilterra, magari in grado minore che altrove, ed estranee alle tre sulle quali sole egli basa il suo calcolo dimostrativo della immancabile crisi: intrapresa industriale, possesso terriero, lavoro salariato).
Tuttavia, nella parte storica, e saremmo a dire geografica, di geografia sociale, della sua opera – svolta in parallelo a quella “teoria dorsale” della pura economia capitalista – tutte quelle zone e fasi “non pure” sono portate sulla scena e trattate a fondo. Ed è tenuto conto della parte spesso di primissimo piano e peso che svolgono le superstiti classi derivanti dal precapitalismo: contadini, artigiani, piccoli mercanti, ecc., e dello svolgimento storico dei paesi ancora non entrati nello stadio capitalista e specialmente non di razza bianca, dove siamo ancora alle forme non solo feudali, ma anche schiaviste e barbare.
Parte storica e “filosofica”
Avendo dedicato larga parte della sua opera a questo richiamo delle entità e delle leggi che regolano l’economia del capitalismo e alla discriminazione della rivendicazione comunista (oggi come ai tempi di Lenin la maggior parte delle corrette tesi è materia dimenticata e travisata, quando invece gli odierni dati storici hanno dato ad esse tutte il maggior vigore), abbiamo quindi non trascurata la “geografia delle aree di lotta di classe e di rivoluzione” e i mutamenti dei limiti di queste aree man mano che nei paesi avanzati le forme pure industriali si fanno dominanti e che la produzione e il mercato capitalista dilagano sui paesi arretrati.
Basta questo a fare intendere che, mentre la base della dottrina è l’urto tra una forma capitalistica compiuta e un proletariato coprente tutto il campo del lavoro produttivo, e il punto a cui tende l’organizzazione è una rete internazionalmente completa, per una lotta a campo mondiale, sarebbe un puro nonsenso il sostenere che le situazioni miste debbano essere puramente ignorate e che il peso delle forze sociali e degli organismi statali ad essi relativi non possa essere influente e anche decisivo per il compito e l’azione propria della classe operaia moderna.
Nello svolgere, con non pochi riferimenti alla storia e geografia delle fasi impure la teoria economica e sociale del capitalismo e del suo risolversi nel comunismo, abbiamo dato non minore sviluppo a quella che nel linguaggio corrente chiamano parte filosofica del marxismo, ossia alla nostra teoria della dinamica storica, delle cause e delle leggi dei fatti storici, risolvendo i noti problemi, causa di tante false impostazioni, sulla coscienza, la volontà, l’azione, mostrando che il determinismo economico, il materialismo storico e dialettico di Marx, che tanti ripudiano (e siamo allo scontro con costoro più che mai disposti) non possono avere altra accezione che la negazione all’individuo sia di azione preceduta da volontà e coscienza, che di influenza mediante tale azione sulle vicende della collettività, di cui la storia si occupa. E quindi, né ci ripeteremo, fu messo a fuoco una volta ancora e in modo immutabilmente e testualmente uniforme alle prime enunciazioni del metodo, la natura e la funzione del partito di classe, impersonale organo nel quale solo può parlarsi di una prassi che abbia a sostegno conoscenza dottrinale e deliberazione volontaria, dettata l’una e l’altra non da scelte illimitatamente libere, ma da direzioni prefissate e da accadimento di condizioni che è dato studiare e scoprire e saggiare, mai provocare con ricette, risorse, stratagemmi o manovre.
Da ciò si discende in pieno nel problema della tattica, ossia dei metodi di azione propri ai vari tempi e dati dello sviluppo, ed anche su questo, come su quanto prima accennato (senza che abbia certo a dirsi “de hoc satis”) utile e sicuro materiale è stato allineato, risalendo quasi ad ogni passo alle indispensabili chiarificazioni di principio, per i continui pericoli che si vada fuor del seminato.
Uno dei maggiori è la conclusione – tante volte falsamente attribuita alla Sinistra Comunista per liberarsi dalle sue rampogne iniziate nel 1920 e seguite da clamorosa conferma storica – che di altro non dobbiamo occuparci che di una situazione “a due”: proletari salariati contro imprenditori capitalisti; e che il movimento ed il partito dei primi non ha nulla da vedere, dire e fare allorché sono di scena terzi personaggi. Ed allora è il caso di sviscerare ancora le questioni dei contadini e delle nazionalità, per ora con una semplice breve sintesi documentaria, che mostri come la Sinistra le ha sempre valutate bene altrimenti che col voltare il viso dall’altro lato.
IERI
Prima di Lenin
Nelle trattazioni diffuse anzitutto andrà mostrato quanto Marx abbia stabilito a proposito delle due grandi questioni, quella agraria e quella nazionale. Della prima vi sono elementi fondamentali in tutta la trattazione, svolta nel III tomo del Capitale, circa la rendita fondiaria. Al fine di esporre come nella ipotetica società capitalistica pura, e fino a quando lo stesso potere del capitale non si liberi ancora dei possessori fondiari demanializzando terra e fabbricati (il che non sarebbe ancora e per nulla socialismo) essa si formi come una frazione del plusvalore, Marx ci ha dato la teoria ed i “quadri”, secondo il metodo del determinismo economico, dei tipi di società precapitalistici, in cui la economia terriera predomina in forme non ancora borghesi. E come egli oppone il suo “quadro” della produzione industriale moderna a quelli degli economisti classici e volgari, così contrappone i suoi quadri e schemi delle economie preindustriali a quelli degli economisti fisiocratici o mercantilisti.
Innumeri applicazioni storiche si hanno poi negli studi sulle lotte di classe in Francia e in Germania, dovuti a Marx e anche a Engels, e vi sono tutti gli elementi della dottrina, come poi Lenin ebbe a riordinarla contro il crasso socialismo revisionista marca Seconda Internazionale dei bonzi conservatori che si erano posti alla testa del proletariato urbano.
Quanto alla questione delle nazionalità, Marx dedicò alla stessa non minore attenzione, e oltre ad esservene trattazioni nelle parti storiche delle opere economiche, ve ne sono continui elementi nei testi della Prima Internazionale e nella sua incessante corrispondenza.
E’ indiscutibile che Marx non solo s’interessò, ma impegnò l’appoggio dei proletari e dei comunisti, ad esempio, alla lotta di liberazione nazionale della Polonia contro la Russia e dell’Irlanda (arretrata e agraria) contro l’Inghilterra (moderna e industriale): non meno fondamentale è l’interesse preso da Engels, che richiamammo altra volta, alle guerre di sistemazione delle nazionalità nell’Europa continentale, che precedettero quella del 1870-71.
Dialettici incontri
In tutto ciò si deve questo intendere: in campi geografici e in fasi storiche date e ben individuate nella teoria generale del corso storico (e non che possano ad ogni pié sospinto uscire da una scatola a sorpresa) molte volte accade che l’urto di una massa di piccoli contadini contro il padronato terriero acceleri la rivoluzione borghese e la liberazione da catene tradizionali di forze produttive moderne, sola premessa della lotta e delle rivendicazioni operaie successive. Come tante altre volte accade che una analoga liberazione di forze compresse per sviluppi futuri non possa erompere se non dal successo di una guerra di indipendenza nazionale o di rivendicazione irredentista. Non solo tali situazioni vanno in dottrina riconosciute e dichiarate, ma se vi sono forze proletarie di classe già mature queste non possono che prendere posizione per quel moto, che apre lo sfocio alle forze produttive nuove. Quindi – in quei dati spazi e tempi da cui è nettamente esclusa, verbigrazia, l’Europa borghese post-1871 – si determinerà un appoggio a quei movimenti per cui è indiscutibile che si battono squisitamente le classi borghesi evolute.
In quei luoghi e periodi l’errore e il disfattismo non sono nell’allearsi con moti – insurrezionali – a base agraria o nazionale, ma è proprio nel disconoscere che si tratta di movimento e finalità democratica e capitalistica. Marx intorno al 1860 esorta i lavoratori a lottare per gli insorti di Varsavia, ma nello stesso tempo batte nel modo più feroce l’ideologia dei capi liberali, patriottici, democratici radicali di quei movimenti. Il pericolo da pesare è invece che si baratti, per valicare quel punto critico, una forza proletaria già sviluppata sul piano autonomo di classe, lasciando assorbire la dottrina e la politica della libertà nazionale fine a se stessa, e cedendo ad ammettere che essa sia sub specie aeternitatis un patrimonio, una piattaforma comune a borghesi e a proletari. Lenin quando diceva che era inevitabile favorire una forma borghese, la chiamava borghese in tutte le lettere, e non la definiva proletaria, come fanno ancora oggi (vedi il bordello delle liberazioni partigiane) i comunisti rinnegati. Si tratta di avere afferrata la dialettica, al che non si supplisce con la negazione dei fatti, delle storiche necessità dei calici che non possono passare dalle nostre labbra, il che nemmeno ad un dio poté concedersi. Ma ad ogni rivoluzionario pre-dialettico accade inconsciamente di presupporre nel proprio io cosciente e liberamente ragionante, messo fuori e contro il mondo, una immateriale briciola di santità. Non si tratta dunque di proporre ai lavoratori e ai militanti di indossare cinture di castità, ma di cogliere il senso storico della vicenda, che due volte si nega: avanti operai di Varsavia al fianco del borghese per negare il potere zarista, perché altra via non vi è offerta per negare il potere borghese. Cercate – pure essendo risultato difficile – di dare al borghese una mano, ma di non pensare, ciò malgrado, col suo cervello. Il determinismo è il gioco di miriadi di unità e di forze nel campo mondiale, non una adesione ottenuta con la colla tra azione, volontà, coscienza, pensiero di ciascuno…
Il Secondo Congresso dell’IC
Con riserva dunque di ben tornare sui testi marxisti che danno piena ragione e misura di quanto precede, e a cui del resto abbiamo già copiosamente attinto, veniamo alla impostazione di queste due questioni alla costituzione della Internazionale di Mosca, e soprattutto nel Congresso mondiale del 1920 in cui come è noto l’estensore e il sostenitore delle tesi fu lo stesso Lenin. In questo Congresso, anteriore alla costituzione del Partito Comunista d’Italia, la corrente di sinistra espresse, dove credeva di averli, crudi dissensi ed intervenne soprattutto nella questione del parlamentarismo, avendo contro lo stesso Lenin; nella questione della scissione italiana, in accordo con Lenin, e in quella delle condizioni di ammissione che particolarmente batteva i destri di Francia e di Germania, anche qui con proposte da Lenin accettate e introdotte (il famoso 21° punto).
La questione del parlamentarismo sboccava in quella della tattica, e il dissenso su questa si rese più netto e dichiarato nel 1921, ’22, ’24, ’26 da parte delle delegazioni italiane dell’ala sinistra dello stesso Partito Comunista, che fino al 1924 ne rappresentò l’enorme maggioranza.
Ove mai dunque i sinistri italiani avessero avuto dissensi sui temi agrario e coloniale, nulla li avrebbe trattenuti dal manifestarlo apertamente. Di ciò, se si scorrono resoconti e verbali, non vi è traccia alcuna. Vi sono invece in sedi opportune aperte prese di posizione sulle chiare tesi marxiste in materia, collimanti in pieno col nerbo della ricostruzione dottrinale e storica di Lenin.
Si ribellarono invece in pieno alle tesi suddette proprio gli elementi di destra, ossia Serrati e Graziadei. Ciò abbiamo ricordato tra l’altro nell’articolo Oriente, in Prometeo, n. 2, serie seconda, del febbraio 1951, dedicato al Congresso di Livorno del 1921. Tali testi dovrebbero essere noti, e quindi chiaro che nella analisi di tali punti nulla è mutato, dal 1920 al 1953 – come pare abbiano creduto taluni compagni a proposito della Conferenza di Genova, che dette del problema delle “rivoluzioni impure” un ampio scorcio storico, ma ebbe poi come diretto tema la trattazione di una economia capitalistica in pieno, quella d’America.
Tornando al 1920, appare chiaro perché alla Terza Internazionale risultarono di primo piano punti che il socialismo occidentale aveva quasi dimenticati. Nella Seconda Internazionale, affogando questa nel riformismo sindacale ed elettorale, tutta l’attenzione era riportata sulla popolazione cittadina e su quella metropolitana, poiché lì soprattutto si reclutavano elettori. Ma la preparazione formidabile del partito bolscevico e marxista russo non poteva prescindere dalla presenza, in quel campo nazionale, di forze quantitativamente molto più notevoli di quelle del proletariato industriale, e che erano già schierate anche nella aperta lotta contro il potere zarista: i contadini oppressi dalla servitù ai baroni terrieri e alla Chiesa, i popoli delle cento diverse nazionalità soggiogate dallo Stato grande-russo. Queste forze dovevano convergere e non mancarono di farlo nella rivoluzione russa, occorreva pesarle e utilizzarle e ciò malgrado volgere la rivoluzione su un piano di classe, operaio e socialista.
Non solo se la rivoluzione si fosse fermata ad essere una lotta di liberazione di piccole nazionalità e razze oppresse, e di emancipazione dei contadini servi, essa sarebbe rimasta di secoli indietro ad una rivoluzione socialista, capitanata dal proletariato russo e dalla Internazionale mondiale, ma sarebbe rimasta indietro storicamente anche rispetto ad una rivoluzione costruttrice di pieno capitalismo, di industrializzazione accelerata del paese non solo per le città ma anche per le campagne.
Non poteva dunque non porsi quel problema che – piaccia o non piaccia – è ancora attuale per paesi di importanza demografica primaria come India e Cina (per tacere del resto), del comportamento dei marxisti rivoluzionari in un campo sociale in cui si vedono schierati feudalesimo, signoria patriarcale, capitalismo estero, borghesia nazionale, contadiname povero, artigianato, e infine in dose minima e distribuzione limitata proletariato salariato.
Che dissero le tesi
a) Agrarie. Un opuscolo poi ristampato sulla questione agraria spiegò tra i comunisti italiani il senso preciso delle tesi agrarie, per sventare la menzogna che i comunisti volessero introdurre rivoluzioni di contadini e instaurare una società basata sulla difesa della piccola coltura. Bastò la distinzione tra proprietà (criterio giuridico) e azienda (criterio tecnico-economico) per stabilire che l’indirizzo comunista è sempre per la grande gestione, anche agraria, ma che le condizioni di essa non si verificano per il solo fatto di aversi vaste terre intestate a una ditta sola (latifondo). Può esservi una proprietà immensa divisa in mille piccole gestioni (in fitto o mezzadria) come potrebbe esservi il caso opposto, se una grande gestione industriale di affittanza togliesse in fitto tante piccole limitrofe proprietà. La piccola azienda agraria è sempre socialmente passiva e deficitaria, è il polo opposto alla meta socialista, è la base dell’ideologia più reazionaria. Nulla in contrasto a questo dicono le tesi del Secondo Congresso [dell’Internazionale Comunista]. Limitiamoci ad un passo del relatore Meyer:
“Quando deve essere spartita la grande proprietà? Una tale spartizione non può aver luogo che quando la terra è data in fitto a piccoli contadini (coloni), dunque quando l’intero possesso non è gestito da un solo padrone. Solo nel primo caso la spartizione non reca pregiudizio alla grande produzione agricola. La spartizione è possibile inoltre quando il possesso è già frazionato in tante piccole gestioni […]. L’essenziale, in ogni caso, è di non lasciare che il grande proprietario viva sulla terra, ma che ne venga espulso”.
E più oltre dice: la Commissione ha soppresso il paragrafo che diceva che sarebbe errore non intraprendere la spartizione della terra e gli ha sostituito un emendamento, che cioè deve essere mantenuto il principio della grande azienda. Le obiezioni di Graziadei e di Serrati (nel caso del secondo, un buon organizzatore risoluto di operai cittadini, si trattava di vera incomprensione dei termini del problema) volgevano soprattutto alla tattica da usare verso i piccoli contadini proprietari. Ma ciò che le tesi dicono sul contrasto di interessi tra questi e lo Stato capitalista nel campo delle tasse, ipoteche, capitale usurario, si trova parola per parola in Marx a proposito della Francia. Graziadei a sua volta, per quanto ferrato, confuse a proposito dell’idea di scioperi comuni e organizzazioni comuni di braccianti agricoli (puri, purissimi proletari di primo rango) e piccoli proprietari: infatti Lenin aveva fatto riferimento solo al gruppo dei semiproletari, ossia contadini che hanno una schiappa di terra ma non potendoci campare vanno, essi e i familiari, a giornata altrove. Ora in questo rapporto essi hanno interessi del tutto paralleli ai giornalieri senza terra, e ben possono scioperare per migliori rapporti salariali.
b) nazional-coloniali. Che cosa dicessero le tesi nazionali lo ricordammo anche nel citato articolo Oriente. Lenin parlò brevemente per giustificare la sostituzione del termine di movimenti “democratici borghesi” nei paesi arretrati, con quello di: “nazionalisti rivoluzionari”. Il secondo termine metteva avanti una insurrezione in armi indigena contro occupatori bianchi imperialisti, il primo poteva far pensare ad un blocco legalitario con locali borghesi scimmiottatori del parlamentarismo occidentale. Ma tutta la costruzione verte su di un fatto di peso storico innegabile, oggi reso più grandioso, oggi che, dopo il disfattismo degli stalinisti, danno più filo da torcere all’imperialismo di Occidente i moti nelle colonie e semicolonie che quelli proletari delle metropoli, oggi che istituti tremendamente statici come quelli terrieri e teocratici di Oriente stanno paurosamente crollando in un mareggiare di guerre civili.
L’indiano Roy presentò tesi supplementari, accolte da Lenin. Marxisticamente incontestabile è la tesi VI, con cui chiudiamo questa parte. “L’imperialismo straniero artificialmente imposto ai popoli d’Oriente ne ha senza dubbio frenato lo sviluppo sociale ed economico, privandoli della possibilità di attingere il grado di sviluppo invece raggiunto in Europa e in America. A causa della politica imperialistica intesa ad impedire lo sviluppo industriale nelle colonie, il proletariato indigeno in senso proprio ha cominciato ad esistere solo da poco. La sparpagliata industria domestica locale ha ceduto il campo di fronte alla concorrenza dei prodotti delle industrie centralizzate dei paesi imperialistici: l’immensa maggioranza della popolazione è perciò costretta a dedicarsi all’agricoltura o alla produzione di materie prime per l’esportazione.
D’altro lato, si può osservare una sempre più rapida e intensa concentrazione del suolo nelle mani dei grandi proprietari fondiari, del capitale finanziario e dello Stato, il che contribuisce a sua volta ad accrescere il numero dei contadini senza terra [citiamo questo soprattutto per mostrare il nesso stretto tra problema nazionale-coloniale ed agrario]. E l’enorme maggioranza della popolazione si trova in uno stato di oppressione.
In conseguenza di questa politica, lo spirito ribelle, presente ma non completamente dispiegato nelle masse popolari, trova espressione soltanto nella classe media colta [non dimenticate che vi parla un indiano, ed egli, come un cinese, ci può regalare più millenni di ‘civiltà’ e di ‘cultura’ di quanti noi ne possiamo regalare all’America].
La dominazione straniera frena costantemente il libero sviluppo della vita sociale. Per questo il primo passo della rivoluzione deve essere il suo abbattimento. Appoggiare la lotta per l’abbattimento della dominazione straniera nelle colonie non significa quindi far proprie le aspirazioni nazionali della borghesia indigena, ma aprire al proletariato delle colonie la via della sua emancipazione”.
Il quadro era già fiammeggiante nel 1920. Ma oggi la situazione in gran parte di Asia e di Africa è al parossismo della tensione. Non è un’arricciata intellettuale di naso che permetta di ignorare forze in moto di così gigantesca potenza.
OGGI
Posizione della Sinistra
Per quanto riguarda la questione nazionale, essa non fu trattata come tema a sé nel Congresso di Roma del 1922: lo fu però la questione agraria in apposite tesi, coerenti a quanto abbiamo detto. Nel 1926 al Congresso di Lione, ultima manifestazione con forze imponenti (in effetti ancora allora maggioranza numerica del partito italiano, per quanto ciò non conti molto), la Sinistra propose un sistema completo di tesi, portato poi all’esecutivo allargato di Mosca, come organica manifestazione di opposizione alla scivolata in giù di tutto il Comintern, che oggi sappiamo finita in fondo all’abisso. Vi sono paragrafi sul tema agrario e su quello nazionale.
Il primo capitolo non solo ribadisce i concetti già richiamati, ma accetta in larga misura la possibilità di utilizzazione del contadino minimo proprietario nella lotta rivoluzionaria, pure mostrandone con Lenin i non pochi pericoli. L’altro capitolo anche si basa sulla fondamentale chiarificazione di Lenin: “Anche prima che [nei paesi di colore] siano maturi i rapporti della moderna lotta di classe […], si pongono delle rivendicazioni che sono risolubili solo in una lotta insurrezionale e con la sconfitta dell’imperialismo mondiale. Quando queste due condizioni si verificano in pieno, la lotta può scatenarsi nell’epoca della lotta per la rivoluzione proletaria nelle metropoli, pure assumendo localmente gli aspetti non classisti, ma di un conflitto di razza e di nazionalità”.
La linea dunque è continua, e non vi è motivo di sorprese per alcuno. Venendo al più recente lavoro, nel Tracciato di impostazione di Prometeo è detto, pur non trattandosi espressamente del punto coloniale. “I lavoratori di tutti i paesi non possono non combattere a fianco della borghesia per il rovesciamento degli istituti feudali […]. Anche nelle lotte che i giovani regimi capitalistici svolgono per rintuzzare i ritorni reazionari, il proletariato non può rifiutare il proprio appoggio alla borghesia”.
Questo, si capisce, va applicato alla Francia 1793 o alla Germania 1848. Ma con quale coerenza rifiutarsi di applicarlo al rivoluzionario cinese 1953, che di più batte in breccia l’imperialismo capitalista più maturo? Resta si intende il problema della giusta connessione tra una spietata lotta contro questo nella metropoli e nella colonia. A questa prospettiva di Lenin gli stalinisti hanno sostituita la vergognosa alleanza con Francesi, Inglesi e Americani, ed al loro disfattismo risale l’inefficienza e la mancata eco di disperate lotte degli oppressi e sfruttati di colore, e il tradimento di questi stessi.
Nelle tesi della Sinistra, o Piattaforma, apparse in vari dei primi numeri della stessa rivista nel 1947, fu naturalmente posta innanzi quella condizione che già era nelle tesi di Lenin, della ricostituzione unitaria del partito della rivoluzione internazionale, che oggi manca, e fu criticata, come in tutta la polemica 1920-1926, la eccessiva trasposizione delle tattiche valevoli in Russia alla situazione dei paesi di capitalismo avanzato. Ed anche ai paesi extraeuropei e coloniali, rilevando che con la Seconda Guerra Mondiale si accentua grandemente il carattere unitario della forza nemica, in tutto il mondo.
Il problema è appunto storico, e non tattico. Nelle stesse pagine è ripetuto come l’appoggio ai moti democratici e indipendentistici fosse logico in Europa nella prima metà del Novecento, sul terreno della insurrezione. Questa basilare posizione marxista resta in piedi oggi nell’Oriente, come lo era in Russia prima del 1917 (anche detto nelle tesi). Ma la nostra lotta appunto fu contro la pretesa di applicare le stesse rovinose ricette tattiche: fronte unico, penetrazione negli altri partiti, organizzazione in cellule, funzionarismo, ecc., senza distinzione ai partiti che lavoravano, poniamo, in Asia, o in Inghilterra o in America, promettendo allora risultati favolosi, non potendo più oggi celare la totale rovina di ogni energia rivoluzionaria.
Né libertà di teoria, né di tattica
Bisogna intendersi su questo fondamentale concetto della Sinistra. L’unità sostanziale ed organica del partito, diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti, deve intendersi richiesta per la dottrina, per il programma, e per la cosiddetta tattica. Se intendiamo per tattica i mezzi di azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotti a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali.
I mezzi non possono variare ed essere distribuiti a piacere, in tempi successivi o peggio da distinti gruppi, senza che sia diversa la valutazione degli scopi programmatici cui si tende e del corso che vi conduce. E’ ovvio che i mezzi non si scelgono per loro qualità intrinseche, se belli o brutti, dolci o amari, morbidi od aspri. Ma, con grande approssimazione, anche la previsione sul succedersi della loro scelta deve essere comune attrezzatura del partito, e non dipendere “dalle situazioni che si presentano”. Qui la vecchia lotta della Sinistra. Qui anche la formula organizzativa che intanto la cosiddetta base può essere utilmente tenuta ad eseguire i movimenti indicati dal centro, in quanto il centro è legato ad una “rosa” (per dirla breve) di possibili mosse già previste in corrispondenza di non meno previste eventualità. Solo con questo legame dialettico si supera il punto scioccamente perseguito con le applicazioni di democrazia interna consultativa, che abbiamo ripetute volte dimostrate prive di senso. Sono infatti da tutte rivendicate, ma tutti sono pronti a dare spettacolo, in piccolo e in grande, di strani e incredibili colpi di forza e di scena nell’organizzazione.
Quindi nessun militante del partito comunista ricostituito potrà, in dottrina, esentarsi dal capire come diverso sia lo schieramento sociale ed il rapporto delle forze in un paese come ad esempio la Cina e in quelli del capitalismo di Occidente, e debbano attendersi diversi processi e sviluppi di lotte, nel quadro sempre più unito, per fatti della base economica, del mondo moderno.
Non potrà esentarsi dall’intendere come influisca sui rapporti delle forze, anche tra i blocchi imperiali in conflitto latente, l’utilizzazione delle spinte antimperialiste nei popoli di colore, dando luogo a ben diverse valutazioni delle conseguenze del prevalere dell’uno o dell’altro.
Non potrà esimersi dall’intendere, in tattica, che l’esaltazione dei moti coloniali anti-europei o antiamericani diviene eccessiva, come anche tuttora nella IV Internazionale, se resta separata dalla primissima condizione sempre posta in avanti dell’unità di metodo della classe proletaria mondiale e del suo partito comunista, rovinata appunto dalla libertà di tattica e dalla mania della manovra e dell’espediente, dello stratagemma e della trovata.
Allora, potrà intendere che oltre alle due forze tipo dello “schema” che teoricamente ci è utile per dimostrare con certezza matematica il crollo del capitalismo, sono sulla scena forze immense: nei paesi metropolitani le classi basse non proletarie, in tutto il resto del pianeta le razze e i popoli “arretrati” parola di cui al Secondo Congresso non si seppe tuttavia dare una definizione.
Qui dunque non è che una introduzione, documentaria sui “precedenti”, alla futura trattazione del problema nelle varie utili sedi e tempi. Occorre accorgersi che nei paesi moderni restano zone di piccoli contadini che ancora chiusi fuori dal girone mercantilistico si tramandano stimmate antiche, che il girone moderno ha cancellate in tutti gli abitatori di città, miliardari o pezzenti, e costituiscono, come Marx disse, una vera razza di barbari in un paese avanzato – avanzato nella sua orribile civiltà. Tuttavia anche questi barbari potrebbero diventare, contro essa civiltà, uno dei proiettili della rivoluzione che la deve sommergere.
Occorre accorgersi che oltremare, nei paesi gialli, neri e olivastri vivono sterminate collettività di uomini che svegliati dal fragore del macchinismo capitalista, sembrano aprire il ciclo di una loro lotta di libertà, indipendenza e patriottismo, come quella che ubriacava i nostri nonni, ma entrano invece come fattore notevole nel conflitto delle classi che la presente società reca nel suo seno, che più e più a lungo sarà soffocato, tanto più ardente divamperà nel futuro.
La crisi francese è cronica
Da mesi e mesi, una fila di presunti medici si avvicenda al capezzale della gran dama ammalata.
In verità, Marianna ha sempre dichiarato di possedere una salute di ferro, fisica e morale. Depositaria degli eterni principii, fiera della sua missione europea, orgogliosa della sua tradizione imperiale, essa non ha mai confessato quello che nessuna grande dama vorrà mai confessare: d’essere decrepita. E ha preferito far recitare, ai suoi fedeli, i partiti politici della costellazione parlamentare, la commedia dell’intrigo, delle lotte di fazione, della comparsa e rapida sparizione dalla scena di gruppi e uomini politici, delle sporche manovre di corridoio, piuttosto che denunciare apertamente l’impossibilità di risanare un corpo che non solo è decrepito, ma va già putrefacendosi.
Incapacità ad attuare i piani di risanamento economico promessi, paralisi nel rinnovo dell’attrezzatura produttiva, passivo cronico della bilancia commerciale e del bilancio statale, sperpero di miliardi nella guerra d’Indocina e nelle altre avventure coloniali: in questa situazione confusa, i partiti borghesi non riescono nemmeno più a definirsi, a differenziarsi, a darsi un volto, perché nessuno può andar oltre l’opera tutta esteriore e provvisoria di difesa di una società e di una classe che non hanno più nulla da offrire all’infuori della propria brutale e cieca dominazione. È chiaro: i problemi da cui è agitata la Francia sono problemi di classe, problemi di forza, che richiedono una trasformazione radicale della struttura economica e sociale del Paese: e a questi problemi non c’è, nella rosa dei partiti e del personale, politico ed amministrativo della Francia ufficiale, né uomo né gruppo di uomini che possa rimediare. La classe capitalista non può guarire se stessa dei propri mali congeniti.
D’altronde, questi problemi, in forma più o meno acuta e più o meno simile, travagliano allo stesso grado gli altri Paesi capitalistici del mondo. Li abbiamo sentiti elencare tutti, in questo mese di conciliaboli pietosi, dalle labbra del personale dirigente della borghesia francese. Necessità di aumentare la produzione per aumentare il benessere generale: come se il capitalismo avesse di mira la produzione per il soddisfacimento di bisogni reali e non per la realizzazione del profitto; come se il problema non fosse, per converso, quello di eliminare radicalmente una produzione antisociale, parassitaria, non solo inutile ma dannosa. Aumentare la produttività, aumentare lo sforzo di lavoro dell’operaio: e intanto, pesano sulla Francia tre milioni di funzionari statali che non producono nulla, senza contare il numero incalcolabile di fannulloni, mangioni e ruffiani del capitalismo. Si legge sulla stampa che un agricoltore francese nutre col suo lavoro 6 persone mentre un agricoltore americano, a parità di sforzo lavorativo, ne nutre 19; che la produttività nell’industria è 100 contro 180 in Inghilterra e 310 negli S.U.; ma come realizzare il rinnovo degli impianti e dell’attrezzatura industriale e agricola, come aumentare gli investimenti, se la guerra in Indocina e l’amministrazione e la difesa di un impero in sfacelo assorbono ogni giorno miliardi e miliardi? Pieno impiego. Lo si dice nell’atto stesso in cui si propone uno sviluppo della meccanizzazione, che significa immediatamente – ammesso che si faccia (e, come si è visto, non si potrà fare se non in misura ridottissima) – disoccupazione. O che forse il capitalismo francese vorrà tornare al piccone e alla pala invece della spalatrice meccanica, alla sega e alla lima invece della fresatrice?
Alti salari: non è una novità che l’aumento del rendimento del lavoro nell’unità di tempo è, grazie alla meccanizzazione più sopra auspicata, più rapido dell’aumento di salario. Grandi lavori pubblici per migliorare e sviluppare il potenziale del Paese: è una vecchia storia che la politica dei lavori pubblici dà agli operai, al momento della loro esecuzione, un modesto supplemento di potere di acquisto, ma questo è a breve distanza divorato e dall’inflazione e dal ritorno alla disoccupazione, mentre da altra parte le dighe e le centrali elettriche che si vanno costruendo sostituiscono le ore lavorative degli operai con kilowatt-ore e ripropongono il problema dei riflessi della meccanizzazione sul lavoro vivo in regime capitalista. Esportare. È il solito slogan dei governi capitalisti: vendere per procurarsi divise e far fronte ai necessari acquisti di prodotti finiti o di materie prime. Il guaio è che tutti i Paesi vogliono esportare più di quanto importino, mantenere in attivo la bilancia commerciale, e i prodotti francesi non riescono a tenere il passo con la concorrenza di concentrazioni industriali ben più potenti e moderne. Pace e federazione europea. Già, ma come soddisfare gli interessi di settori industriali e commerciali in concorrenza? come conciliare la sopravvivenza dell’arretrata economia francese con la creazione di mercati unici che la più moderna e agguerrita industria tedesca invaderebbe? come eliminare le contraddizioni immanenti nel regime capitalista europeo che impediscono il cosiddetto espandersi liberale delle correnti commerciali? E che fare delle industrie di guerra e dei milioni di operai che ora fabbricano armamenti, o dove impiegare gli altri milioni di proletari che vivacchiano nelle caserme? Liquidazione degli oneri della guerra in Indocina. Ottimo: ma come farlo senza abbandonare quella classica riserva della pirateria colonialista francese, senza per giunta perdere la faccia, senza tirarsi nell’Impero gli Stati Uniti ai quali si vanno mendicando aiuti? Come farlo, proprio ora che il «piano Navarre», tanto solleticante per l’orgoglio militare francese, prevede azioni offensive contro i «ribelli», e quindi una riattivazione della guerra?
Il caos completo, la paralisi totale, il… buio a mezzogiorno. Ma, periodicamente, Marianna scova un geniale ministro – ieri Pinay, oggi Laniel – che promette di risolvere tutto. Non importa che, a distanza di due mesi, si rivelerà, chiaro come il sole, che non risolve e non può risolvere nulla. La barcaccia del regime avrà coperto qualche altro nodo della sua difficile navigazione; l’ordine avrà regnato a Parigi, in attesa che qualche santo – magari Santa Guerra – venga a salvare i naufraghi dal pericolo estremo. La ruota gira, e si è ogni volta al punto di prima.
Il viaggiatore
Nascite e fame
Le argomentazioni da noi svolte ad uso di quelli che vedono la soluzione dei problemi sociali nel malthusianismo, nella… riduzione delle nascite, trovano una singolare conferma scientifica, se mai ce ne fosse bisogno, nel libro recentemente apparso di uno dei dirigenti, si badi bene, della ultraborghese sezione alimentare dell’U.N.O., il dott. De Castro. Da buon borghese, l’autore non riesce a trarre conclusioni solide né sul piano critico né sul piano costruttivo, ma la sua documentazione è schiacciante per chiunque abbia orecchie per ascoltare e cervello per ragionare.
In realtà, dalla sua «Geopolitica della fame», risulta bensì che circa i 3/4 della popolazione della terra sono sottonutriti, soffrono cioè – a parte la fame «quantitativa» vera e propria, l’impressionante fenomeno della carestia – di una fame «qualitativa», di una carenza di elementi essenziali dello sviluppo organico; ma, se ciò avviene, non è per cause «naturali», perché cioè la terra sia giunta al limite della capacità di alimentare i suoi figli e il ritmo delle nascite cresca in ragione geometrica mentre il ritmo della produzione alimentare crescerebbe solo in ragione aritmetica, ma perché una particolare organizzazione sociale dilapida le risorse esistenti, non sfrutta quelle potenziali, impoverisce il regime dietetico delle popolazioni, mentre d’altra parte lo stesso frenetico sviluppo delle nascite nelle classi povere è il riflesso di una particolare situazione ambientale-sociale (fra l’altro, è scientificamente dimostrato che un’alimentazione ricca, quella cioè che si possono permettere solo le classi agiate, riduce la fecondità; un’alimentazione povera la esalta).
La terra può non soltanto nutrire in modo ideale gli uomini, ma può dare molto più di quel che occorre loro, purché il mercantilismo e un’economia basata sul profitto non continuino a depauperarla, dilapidarla o anche solo trascurarla. Del resto, le grandi «aree mondiali della fame» dimostrano che la sottonutrizione è il prodotto diretto del colonialismo, del mercantilismo, dell’imperialismo: in tutta l’America del Sud e del Centro, è stato il capitalismo bianco a distruggere, con l’introduzione di monoculture ad alto rendimento economico e con la loro sostituzione all’agricoltura indigena varia e completa, l’equilibrio alimentare delle popolazioni locali e gettarle in un impressionante stato di denutrizione; cause sociali, non naturali, legate allo sviluppo del commercio capitalistico e al colonialismo, hanno ridotto la Cina e l’India in condizioni di insufficienza alimentare che periodicamente scoppiano in crisi alimentari atroci e in ecatombi di uomini, specialmente di bambini; è la mancanza di un orientamento sociale della produzione che impedisce di sfruttare risorse alimentari che, dal punto di vista del profitto, nulla rendono mentre renderebbero molto dal punto di vista dietetico, che ha condannato e condanna all’abbandono colture preziose e che, con le esigenze spietate dell’urbanizzazione industriale, aggrava una situazione tutt’altro che naturale, ma schiettamente sociale e storica.
Non, dunque, terra avara e uomini condannati a castrarsi, ma un regime sociale che follemente consuma e la natura e l’uomo sacrificandoli sull’altare insanguinato del profitto. È un borghese a confessarlo apertamente: i neo-malthusiani di certi strati rivoltosi antiborghesi sono in realtà i sostenitori di questo regime di pazzo spreco e di disordinato sfruttamento delle risorse naturali.
Trotzky
Senza il partito, prescindendo dal partito, mediante un surrogato del partito, la rivoluzione proletaria potrà mai vincere. È questa la lezione fondamentale dell’ultimo decennio. Troppo caro abbiamo pagato il riconoscimento del ruolo che il partito ha per la rivoluzione proletaria, per abbandonarlo con leggerezza o per attenuarne anche solo l’importanza.
La coscienza del fine e l’azione conformemente a un piano hanno avuto nelle rivoluzioni borghesi un peso infinitamente minore di quello che sono chiamate ad avere e già hanno avuto nelle rivoluzioni proletarie. Forza agente erano anche lì le masse, ma queste erano notevolmente meno organizzate e meno coscienti che oggi. La direzione stava nelle mani di diverse frazioni della borghesia, che disponevano di ricchezza e cultura e delle organizzazioni che da questi vantaggi derivano (comuni, università, stampa). La monarchia burocratica si difese in modo empirico, procedette a tastoni. La borghesia seppe sfruttare il momento in cui il moto degli strati inferiori poteva rendersi utile per gettare il proprio peso sociale sulla bilancia e conquistare il potere. La rivoluzione proletaria si distingue proprio in ciò, che in essa il proletariato non è soltanto la forza agente ma, attraverso la sua avanguardia, la forza dirigente. Il ruolo che nelle rivoluzioni borghesi hanno giocato la potenza economica della borghesia, la sua cultura, le sue amministrazioni cittadine e le sue università, può competere, nella rivoluzione proletaria, unicamente al Partito. L’importanza di questo ruolo è tanto maggiore in quanto anche la consapevolezza dell’avversario è enormemente cresciuta. Nel corso dei secoli durante i quali ha esercitato il suo dominio, la borghesia si è fatta un’esperienza politica infinitamente superiore a quella della monarchia burocratica. Se, in un certo periodo, il parlamentarismo è stato per la classe proletaria una preparazione alla rivoluzione, esso è stato per la borghesia, in grado molto maggiore, una scuola di strategia controrivoluzionaria. Basti accennare che proprio attraverso il parlamentarismo la borghesia ha allevato la socialdemocrazia, oggi pilastro fondamentale della proprietà privata. L’era della rivoluzione sociale in Europa sarà, come i suoi primi passi hanno mostrato, un’era di lotte violente e spietate, ma anche meditate e coscientemente dirette – molto più che da noi nel 1917. Senza una decisa e coraggiosa direzione del Partito, la vittoria della rivoluzione proletaria è impensabile.
(Trotzky, 1917, Gli insegnamenti della rivoluzione).
Il ridicolo programmato
Bisogna dire che all’europeismo ed atlantismo di De Gasperi non arride una gran fortuna. Non parliamo delle esperienze doganali e di liberalizzazione dei commerci, che tanto dilettarono Sforza e che ora dilettano il suo successore al ministero degli Esteri; non parliamo di questa famosa Europa integrata, che discorsi e pistolotti non riescono a mettere in piedi; ma come la mettiamo con l’inderogabile fedeltà atlantica, con la missione quasi di punta che l’Italia si è assunta, evidentemente per carpire non soltanto allori ma premi allo zelo, quando essa riceve dalla realtà ferrea delle situazioni gli schiaffi più potenti?
Sdegno a Palazzo Chigi perché anche l’America, dopo l’Inghilterra, corteggia la Jugoslavia; affermazione dell’importanza centrale dell’Italia; sviolinata su Trieste; pezzi di ardore patriottico e di sdegnoso corruccio. Ahimè, è inutile che la Italietta 1953 gonfi il petto e procuri di darsi un peso che non ha. Sullo scacchiere mondiale, Belgrado vale mille volte Roma, prima di tutto perché è un bastione avanzato, in secondo luogo perché ha una faccia «socialista» che è come un gioiello nella corona imperiale atlantica, in terzo luogo perché è in pieno processo di industrializzazione e non, come lo Stivale, di avanzata sclerosi.
Che cosa abbiamo noi, da dare in cambio? Forse un esercito, un’industria efficiente, un regime accentrato e militarizzato, una forza di attrazione «ideologica»? Non sono le riformette agrarie o i programmi edilizi del gabinetto De Gasperi 1953 a conferire all’Italia il volto di un Paese progressista in area americana. E del resto, di che lamentarsi? Offrendo al nuovo ministero uno spunto patriottico ed irredentista, l’America gli assicura l’appoggio – tacito od esplicito non importa – della metà più uno e magari dell’unanimità del parlamento. La demagogia intorno a San Giusto ha sempre servito a far brodo, a Montecitorio.
Vita del Partito
Commemorando in locale pubblico ad Asti e nella sede sezionale a Casale il sacrificio di Mario Acquaviva, e accomunandone il ricordo a quello di Fausto Atti e di tutti i caduti sul fronte della lotta rivoluzionaria del proletariato (ricorre in questi giorni il sesto anniversario della morte anche di Guido Torricelli, l’indimenticabile militante dell’avanguardia rivoluzionaria a Parma), il Partito ha voluto, il 19 c. m., riaffermare la continuità e coerenza della sua battaglia contro tutte le espressioni solidali dell’imperialismo e ricordare ai proletari come la situazione internazionale d’oggi si ricolleghi in modo indissolubile alla situazione del 1945 e ripresenti gli stessi problemi, in quanto problemi permanenti della società capitalistica e dei rapporti fra le classi. La duplice manifestazione ha ribadito la ferma decisione dei compagni di portare a fondo, con sempre maggiore organicità e compattezza, il lavoro iniziato.
A Milano, in obbedienza a un programma sistematico di diffusione della stampa, i compagni hanno proceduto ad una larga distribuzione dei due ultimi numeri del giornale agli operai davanti ai principali stabilimenti di Sesto S. Giovanni (Breda, Falck) e della città (Pirelli, Innocenti, O.M.). L’esperimento ha dato risultati soddisfacenti e verrà ripetuto ogni volta che avvenimenti di particolare rilievo – come in questo caso i fatti di Berlino – lo richiederanno.