Premessa
Più si promette democrazia e partecipazione, più lo Stato borghese si chiude nei suoi interessi di classe e si arma contro i timidi conati di ripresa della lotta proletaria.
Le avvisaglie di guerra tra gli opposti imperialismi, da una parte vengono utilizzate come minaccia sul capo del proletariato, dall’altra giustificano l’inasprimento della competizione tra le opposte frazioni del capitale mondiale, smentendo in modo palese i miti della coesistenza pacifica e della distensione, le moderne versioni del doppio mercato e del confronto tra due regimi diversi, il capitalismo occidentale, soggetto alle crisi e alla inevitabile catastrofe, e il socialismo orientale a economia pianificata e in continuo irresistibile progresso di forze produttive.
Mentre gli Stati dell’occidente si armano sempre più e giustificano questo processo come determinato da una presunta minaccia del campo socialista, lo Stato russo ed i suoi satelliti rispolverano la vecchia teoria staliniana della cittadella assediata e chiamano a raccolta i partiti fratelli legati al carro dei rispettivi Stati nazionali da quando, secondo la lettura storica del partito di classe, ha trionfato la controrivoluzione e la sua nefasta logica.
La residua illusione, che fu già un mito apparentemente incrollabile, dell’edificazione del socialismo in un solo paese, viene rivitalizzata con tutti i mezzi e l’opportunismo di matrice staliniana si guarda bene dal decidersi nella sua navigazione in mezzo al guado, svolgendo la sua funzione ruffiana e mediatrice, non tanto come predica in difesa della pace mondiale, ma per mantenere un regime sociale di oppressione e di miseria per la classe operaia.
Nel gioco delle parti, il verbalismo rivoluzionario e la fraseologia “marxista leninista” non fanno altro che coprire la logica degli interessi statali e l’intreccio delle alleanze, tutt’altro che definitive, ed anzi aperte a possibili nuovi e imprevedibili giri di walzer.
I torbidi sociali e le contraddizioni di classe, fuori dalla retta interpretazione del partito comunista rivoluzionario, diventano ogni giorno di più l’occasione e il pretesto per il riarmo della macchina statale contro il proletariato, giustificando da una parte un’immagine dello Stato leviatanico e invincibile, dall’altra l’illusione ribellistica e piccolo-borghese di un facile e vicino crollo dello stesso a colpi di Winchester e di attentati al suo cuore.
La borghesia mondiale, ricca della memoria storica della sua vittoria contro la pressione proletaria d’occidente, non ha mai dimenticato la lezione del modello fascista, e anche quando ha avuto buon gioco nel secondo dopoguerra mondiale nel rispolverare la facciata democratica, ha mantenuto in piedi l’impalcatura dello Stato e dell’economia maturate negli anni ruggenti.
Questo però non le ha permesso di esorcizzare il demone dell’inferno capitalistico e l’economia anarchica, fondata sulla contraddizione insanabile tra forze produttive e rapporti di produzione, tra produzione sociale e distribuzione privata, che va verso la precipitazione della crisi; gli apprendisti stregoni vedono giornalmente ergersi contro i loro “razionali piani” l’onda della depressione e della stagnazione economica, la marea dell’intasamento delle merci invendute, il flagello dell’inflazione, che non è altro che l’espressione monetaria dell’insanabilità della contabilità bottegaia borghese che urta contro l’urgenza delle necessità della classe dei salariati immiseriti e defraudati del frutto del loro lavoro.
Di fronte a questo contenzioso di classe la tentazione dell’azzeramento e del ripiano del dare e dell’avere si fa prepotente: non basta il deterrente delle armi nucleari e delle reciproche minacce di annientamento totale ad esorcizzare tale pericolo.
L’unico reale deterrente di fronte alla possibilità di guerra tra gli opposti interessi imperialistici è e rimane il potenziale, distruttivo per la classe borghese, del proletariato: per questo la borghesia combatte senza perder colpo la sua guerra di lunga durata, da oltre 60 anni di controrivoluzione, segnando nel suo carniere dei punti non indifferenti: la sconfitta del proletariato mondiale non sul campo di battaglia, ma attraverso lo scompaginamento del partito di classe e l’annessione nella sua logica di organismi economici di classe.
La tragedia della degenerazione dell’Internazionale Comunista negli anni ’20 con lo stravolgimento della teoria rivoluzionaria ad opera dello stalinismo, l’affermarsi del modello fascista nei paesi chiave della catena imperialistica, Italia e Germania, hanno permesso alla borghesia mondiale di affinare le sue armi contro l’inevitabile ripresa della guerra di classe.
Il proletariato tradito e privato dei suoi organi di combattimento e di direzione politica non poté opporsi alle ulteriori spartizioni tra opposte frazioni del capitale, anzi si trovò a combattere altre battaglie per conto terzi, ma il suo estendersi, non solo statistico alla scala mondiale, per la legge inevitabile della produzione capitalistica che non può vivere senza sangue operaio, pena la sua estinzione, ha continuato a rappresentare una minaccia per le istituzioni economiche e politiche dell’imperialismo mondiale.
La furibonda guerra di eliminazione scatenata dalle borghesie vincitrici contro le conquiste della rivoluzione d’ottobre vide saldarsi reazione bianca e tradimento: la logica statale ed imperiale non si fermò di fronte ad alleanze apparentemente contro natura, come il patto Hitler-Stalin del 1939: ma le contraddizioni insite nella logica imperialistica nulla poterono contro un nuovo rendiconto generale tra Stati, che avrebbe dato vita a nuovi assetti di forze e di potenze.
Il capitale ha il diavolo in corpo, per trent’anni negli ambienti malsani dell’opportunismo di vario colore non si è mai smesso di esaltare le capacità praticamente infinite e le risorse del presente modo di produzione: l’euforia degli aumenti vertiginosi del reddito nazionale, specie nei paesi distrutti dalla guerra, come Germania e Giappone, ha seminato l’illusione di una illimitata espansione della produzione e degli scambi; la tragedia dei popoli coloniali, la loro fame e il loro disumano sfruttamento non sono valsi ad aprire gli occhi alla tracotanza borghese d’occidente e d’oriente: tutto è stato giustificato come prezzo da pagare sull’altare del decollo industriale, della modernizzazione e della competizione.
Ma i nodi non potevano non venire al pettine, ed i decantati miracoli economici hanno cominciato a far i conti con le ragioni della lotta di classe, sopita ma non spenta, addomesticata, ma non doma. Così in anni recenti si è aperta una irreversibile crisi ed i segni della sua precipitazione si fanno sempre più evidenti.
Ma le possibilità di riscatto del proletariato devono fare i conti con un apparato statale che la democrazia post-fascista ha contribuito a legittimare agli occhi degli operai con un organamento di istituti e di sofisticate insidie che hanno fiaccato e confuso l’istintivo sentimento di classe.
Fanno ridere le contorsioni e le manovre di regime, al governo e all’opposizione, che pretendono di suscitare il “democratico” interesse intorno al codice Rocco e ai residui ruderi dell’ordinamento fascista.
Non si tratta per il comunismo rivoluzionario di espungere dalla legislazione vigente questa o quella legge incompatibile con l’assetto democratico, ma di abbattere violentemente un intero sistema di rapporti sociali, di cui l’apparato statale non è che il culmine e la più brutale sovrastruttura.
Com’è possibile, dopo così lunghi anni di menzogna e di soggezione proletaria, pensare ad un compito così arduo e così, almeno apparentemente, utopistico?
La condizione base che può permettere una prospettiva tanto esaltante e necessaria è il restauro integrale e intransigente della dottrina di classe e la ricostruzione del partito di classe, l’organo indispensabile per la direzione dell’immancabile ripresa della lotta a livello generale tra le classi.
Da queste considerazioni rifulge l’azione di reale resistenza e di difesa del programma da parte di un nucleo molto ridotto di militanti comunisti, che contro le mode incessantemente mutate in 60 anni di controrivoluzione hanno mantenuto fermo con sentimento e lucidità intellettuale e morale l’intero blocco della dottrina marxista.
La Sinistra Comunista, che fu l’anima del Partito Comunista d’Italia e la forza direttrice nei difficili ed anche esaltanti anni del primo dopoguerra mondiale, sola e contro tutti mantenne fermi i punti programmatici e pratici che avevano permesso la fondazione del Partito Comunista Mondiale della Rivoluzione, altrimenti noto come Internazionale, e incurante delle avverse condizioni storiche che videro l’avvento del fascismo e il tradimento della socialdemocrazia non temette di rimarcare la degenerazione della vita interna del partito mondiale sotto i colpi della vittoria borghese in occidente, che stava producendo i suoi devastanti effetti all’interno stesso dell’organizzazione politica del proletariato mondiale attraverso il grimaldello del partito russo.
Da allora, attraverso l’opera dei militanti comunisti che ebbero la forza di resistere al terrorismo ideologico e alle purghe, all’efficienza e alla violenza dello Stato borghese, senza timore di cadere in quello che gli interessati nemici ed ex comunisti amano chiamare atteggiamento settario, ha continuato a svolgere la sua azione di difesa della teoria, mai in astratto e fuori dal contatto possibile e concreto con la classe.
Il metro di misura di questa azione è sempre stato il giudizio storico complessivo, mai il successo immediato o la pretesa propria della politica di ottenere risultati a qualsiasi prezzo, magari sacrificando le possibilità stesse della rivoluzione.
Ed oggi, dopo che le accademie della storiografia opportunistica e staliniana per lunghi anni ci hanno gratificato del titolo, per loro infamante, di “nullisti rivoluzionari”, quando la crisi del capitale e dei rapporti statali si fa acuta e forse travolgente, le milizie del tradimento di classe si fanno in mille per presentare agli occhi del proletariato come barbaro e omicida anche il più timido accenno alla parola rivoluzione.
Un tempo non avremmo fatto abbastanza per il successo del socialismo, oggi saremmo degli untori da tenere alla larga per non contagiare l’idillio democratico e la pace tra i popoli.
Ci si decida una volta per tutte: non fummo dei nullisti rivoluzionari quando il proletariato era in piedi, e sapemmo indicargli la via della lotta e poi del ripiegamento ordinato e disciplinato, non lo siamo oggi quando la classe operaia ha ancora le ginocchia piegate, ed a mala pena è in grado di provare a difendere il pane quotidiano contro l’ingordigia dei detentori dei mezzi di produzione.
La pazienza del comunismo non è mai rassegnazione e attesa fatalistica, ma lotta nelle condizioni favorevoli o avverse, comunque azione storica che trascende le mode e le generazioni, insita nelle contraddizioni reali della storia moderna. Ogni tentativo di esorcizzarla è illusorio, ogni pretesa di evitarla è destinata al fallimento. La nostra storia, la storia della Sinistra Comunista, lo testimonia a lettere di fuoco.
La natura dello Stato nella concezione comunista Pt.1
Rapporto esposto alla riunione del settembre 1979 [RG15]
Per la concezione borghese ed opportunistica dello Stato lo spartiacque tra il moderno e l’antico è costituito dal passaggio dallo Stato assolutistico e feudale a quello democratico liberale, nel tronco del quale ci si illude di innestare “elementi di socialismo”.
Per i teorici opportunisti è maturato da tempo il passaggio teorico ad una visione dello Stato meno compatta e chiusa: ciò si fonderebbe sulle seguenti condizioni:
1) crisi della politica totale
2) parziale perdita dell’espansività dello Stato
3) crisi della riforma dello Stato
4) scoperta dello Stato come terreno diretto di contraddizioni, contro la teoria “vetero marxista” della necessità dello Stato proletario sulla base della distruzione violenta dello Stato macchina borghese. Possibilità di far leva su tali contraddizioni per dar vita ad uno Stato-aperto.
5) critica della esasperazione del valore politico del partito di classe.
Lo Stato visto come neutralizzatore dei conflitti trae origine dall’idea che di questa forma ha dato Hobbes e che sarebbe stata ripresa da Marx nel senso dello Stato come organo supremo del dominio di classe. Lo Stato sarebbe la potenza che organizza la forma dell’ineguaglianza: «Poiché si è mostrato che lo stato di eguaglianza è lo stato di guerra(bellum onmium contra onnes) e che quindi la diseguaglianza è stata introdotta col consenso di tutti, tale diseguaglianza deve essere considerata migliore, che chi ha di più è colui al quale abbiamo volontariamente dato di più» (Hobbes, De Cive). Lo Stato, nella teorica aurorale borghese, nasce dalla volontà contrattuale: la borghesia fin dalle origini giustifica la natura consensuale dello Stato, la sua base razionale. Per questo nella forma Stato di Hobbes non è ammesso conflitto politico, perché nell’idea del contratto sociale, il conflitto è sedizione.
Quanto tale teoria dello Stato sia astratta, una vera e propria robinsonata, sarà dimostrato dalla concezione marxista. Ciò non toglie che attraverso questa rivendicazione teorica si fonda lo Stato assolutistico moderno, che solo i mestatori di professione confondono con lo Stato feudale: in realtà siamo già nella fase storica nella quale la borghesia trova nella monarchia assolutistica a base contrattualistica lo strumento per crescere e farsi le ossa contro le strutture agrarie e feudali.
La logica che presiede allo Stato di Hobbes è quella dell’identità: nello Stato c’è la fine dei conflitti, la sicurezza, l’ordine, la pace sociale. Nello Stato e nella sua forza totale le contraddizioni di quella che Hegel chiamerà “società civile” si placano in virtù del patto attraverso il quale i singoli “lupi” rinunciano alla loro ferocia naturale per potere ed essere garantiti della conservazione della vita e dei beni necessari per mantenerla. Non ci meraviglia che nella fase decadente e forse mortale della forma Stato così insistente sia il richiamo a questa figura di Stato come forma suprema della convivenza civile, della sicurezza collettiva, contro i pericoli dell’anarchia e della barbarie.
Ma la scoperta che come comunisti rivendichiamo storicamente consiste proprio nella smentita della forma Stato di stampo hobbesiano. Lo Stato non è mai un’identità, ma il desiderio d’identità, non è una categoria esterna, ma una formazione storica-transitoria; lo Stato è una macchina, e, come tutte le macchine, soggette all’usura, alla corruzione. La composizione dei conflitti propri della sfera economica e sociale non si sublima, nella concezione marxista, nello Stato: trova in esso solo una sistemazione coatta in virtù della superiorità di classe della borghesia. Ma i conflitti sociali, piuttosto che essere neutralizzati da questa forza totale, vengono ulteriormente approfonditi in quanto tale forza si manifesta come parziale: la base economica della società è una fonte dinamica nella quale le classi si scontrano; l’illusione che la rappresentanza degli interessi spostata sul terreno politico possa essere composta dalla “ragione” non è che una proiezione, appunto, della “ragione borghese”.
Nel momento del dominio gli interessi di parte tendono a sublimarsi e a presentarsi come comuni a tutti, cioè appunto come forma generale della società. Ciò in parte corrisponde alla verità, ma nel senso della prevalenza teorica e pratica di determinate forze sociali, cioè in senso dinamico, non statico.
È per questo che il moderno proletariato ha in certe fasi combattuto a fianco della borghesia per la sconfitta del potere feudale: in certe fasi storiche, più che la volontà, feticcio della concezione individualistica dello Stato e della società, la risultante delle forze ha coinciso con lo Stato borghese. Il proletariato ha visto coincidere momentaneamente i suoi interessi con quelli borghesi, mai con la sua volontà dinamica e storica, la volontà del proletariato infatti non è individuale, ma di classe, espressa nella formazione storica delle sue organizzazioni autonome e distinte e culminante nel partito politico.
L’idea che il conflitto nella forma-Stato è sedizione fa coincidere, seppure in tempi diversi, la concezione hobbesiana con quella propria della borghesia morente, basti pensare alla nota formula statolatra di marca fascista “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, tutto attraverso lo Stato”, che poi è anche quella della attuale democrazia pluralista.
In effetti la ragione-Stato è messa in crisi dalla dinamica degli antagonismi di classe, che non sono componibili definitivamente all’interno dell’identità-neutralizzazione Stato. La dinamica della “società civile” viene ricomposta solo nella finzione giuridica dello Stato, assolutistico o democratico.
La teorizzazione dello Stato costituzionale che trova la sua consacrazione nell’esperienza inglese è solo un versante della teoria borghese dello Stato, un compromesso storico in cui si afferma una balance of power quando ormai non è più in grado di ristabilirsi il potere dello Stato feudale, affermatasi ormai inevitabilmente la realtà sociale capitalistica.
Lo sforzo costante dell’ideologia borghese è quello di presentare le fasi della dittatura, di Cromwell in Inghilterra, di Robespierre in Francia, come espressione di eccessi da addebitare ad estremisti del tempo: come sempre più si afferma la tendenza opportunista a considerare la fase del terrore proletario esercitato nella Russia rivoluzionaria, come espressione di eccessi di gruppi minoritari, i bolscevichi. In realtà non si guadagna un gran che a spiegare la storia a base di eccessi e di esagerazioni. Il terrore bianco e rosso sono stati forme specifiche del passaggio dal Medio Evo alla borghesia, dalla borghesia al potere proletario e socialista.
Lo Stato costituzionale in cui vige la divisione dei poteri è la forma di Stato delle fasi in cui la temperie degli antagonismi di classe può essere controllata dalla classe al potere attraverso il compromesso politico e la divisione delle funzioni: deve essere espressa ancora una volta la formula della balance of power che oscilla a seconda del tenore degli antagonismi di classe. Non per niente l’immagine stessa della bilancia richiama l’equilibrio di due piatti: solo se le classi si confrontano senza venire a frontale collisione è possibile che lo Stato funzioni da perno, ago della bilancia, in caso contrario c’è squilibrio, determinato storicamente, fra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Che nella fase di ascesa della borghesia sia in primo piano il valore e il peso della capacità borghese di legiferare, di affermare la propria volontà attraverso le assemblee rappresentative non è che l’espressione di una egemonia di classe giovane e creativa, che coincide di fatto con il volere del popolo. Non è casuale che nell’attuale fase di declino della “creatività” borghese, tutti ammettono il primato, o la necessità del primato dell’esecutivo, cioè del momento più pratico e prosaico dell’esercizio del potere. Non dimentichiamo del resto che le stesse forme di totalitarismo borghese moderno cercano di legittimarsi proprio affermando la necessità del rafforzamento dell’esecutivo, mantenendo formalmente in vita la magistratura legislativa, svuotandola di fatto, ma non di diritto, fino al loro compito di classe compiuto.
La crisi della funzione neutralizzatrice dello Stato consiste nel fenomeno che i teorici chiamano eufemisticamente “deformalizzazione dello Stato”.
La potenza degli antagonisti sociali (della lotta di classe, nel nostro linguaggio senza veli) fa parlare di ripresa “dell’autonomia della società civile”. È evidente per noi che questa riscoperta della “società civile” è un tentativo di mascherare la crisi dello Stato e della sua funzione tradizionale. In effetti lo Stato che si deformalizza è equivalente a Stato che è in crisi, incapace di continuare a presentarsi come Stato di tutti, fondato sul principio di identità di matrice hobbesiana.
Di fronte allo scatenarsi dei cosiddetti “corpi separati” dello Stato, che altro non sarebbero se non interessi contrastanti interni alla stessa borghesia e ai suoi commis all’interno della guida della comune macchina, e la compressione della mai completata operazione di pacificazione degli interessi economici nella forma Stato, sempre più risibile e falso suona il programma opportunista di far leva sul conflitto per, si badi bene, non far saltare definitivamente questo congegno anti-proletario, ma per portare a termine, con l’apporto della classe operaia, il disegno democratico, lo Stato di tutto il popolo mai riuscito e mai raggiunto dalle frazioni borghesi in concorrenza.
La “deformalizzazione dello Stato”, ove venga presa sul serio, non può per noi essere intesa che come conferma della natura di classe dello Stato.
La riscoperta della ricchezza e della creatività della società civile è semplicemente una regressione se non si riconosce in questa riscoperta la vitalità, seppure in fase di timida ripresa, dell’insuperabile antagonismo di classe.
Nella tradizione e nella teoria marxista non ha avuto mai diritto di cittadinanza la nozione di Stato come incarnazione del potere in senso assoluto; lo Stato è sempre visto come una espressione storica e transitoria. La stessa formula dello Stato neutralizzante le è assolutamente estranea, poiché il marxismo rivoluzionario ha sempre individuato nel potere statale l’organizzazione politica della classe dominante.
Anche quando non abbiamo difficoltà a riconoscere che “l’intervento dello Stato” nella cosiddetta società civile e nell’economia si accentua nella fase imperialistica del capitale, non modifichiamo affatto una nozione collaudata dall’esperienza storica.
Per questo smentiamo sia la interpretazione opportunista che vede nella crisi dello Stato l’occasione per inserirsi in settori di esso per trasformarlo dall’interno, o nell’accentuare la teoria dei “corpi separati” per sostenere la necessità di impegnare la forza del movimento operaio per realizzare definitivamente lo “Stato popolare e democratico” compatto e unitario, controllato dal basso; sia le interpretazioni anarcoidi e piccolo-borghesi che ingigantiscono la formazione statale fino al punto di dipingerla come un potere da un cuore misterioso e variegato, una realtà arcana e onnipresente, una potestà quasi divina.
In realtà, essendo lo Stato la macchina organizzativa della classe dei detentori dei mezzi di produzione, pubblici e privati, contro i salariati, non abbiamo mai preso in considerazione neppure la definizione di Stato totalitario, poiché la nostra visione della società che spiega i rapporti umani come fondati sulla base economica non ha mai riconosciuto allo Stato borghese la possibilità e la capacità né di neutralizzare, né di eliminare gli antagonismi di classe, anche ricorrendo alla violenza più brutale.
A maggior ragione non possiamo riconoscere lo Stato democratico di per sé capace di risolvere i conflitti sociali, per quanto si presenti come pluralista e decentrato, “diffuso” nella società civile come paciere e garante, e di essere una possibile forma di Stato capace di estinguersi per via pacifica, di sciogliersi per via indolore nell’”amministrazione delle cose”, nell’autogoverno degli uomini. Il “pluralismo” non è sinonimo di “società liberale”, ma è un tentativo di mascherare la crisi dello Stato “centralizzante” attraverso dei “concordati” tra partiti borghesi ed opportunisti, che si lottizzano il potere in un processo di contraddizioni interne allo Stato.
Noi sosteniamo nostre inconfondibili tesi sulla natura dello Stato, che non possono essere sostituite da scoperte dell’ultima ora.
A) L’ideologia borghese, prima della lotta e della vittoria finale, presenta il suo futuro Stato post-feudale non come uno Stato di classe, ma come Stato popolare, fondato sulla soppressione di ogni ineguaglianza davanti alla legge. La teoria proletaria proclama apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno strumento maneggiato, finché le classi esisteranno, da una classe unica. Le altre saranno, in principio, non meno che di fatto, messe fuori dallo Stato e “fuori legge”. La classe operaia, pervenuta al potere, “non lo dividerà con nessuno” (Lenin).
L’ideologia democratico-opportunista s’illude di poter meglio fare ingoiare la pillola della pressione dello Stato presentendolo come Stato di tutto il popolo, come un potere che anche quando si manifesta come prepotente e brutale non è altro che quello che i “cittadini” hanno voluto con la loro libera espressione di sovranità. La teoria proletaria ripudia tutti i machiavellismi, né indora la pillola ai nemici di classe e alle mezze classi titubanti e incerte quando non riottose e inaffidabili: lo Stato è sempre Stato di classe, prima e dopo la presa del potere.
L’ideologia borghese non è stata in grado di definire, anche a livello puramente teorico, il proprio atteggiamento nei confronti della necessità del potere statale, oscillando permanentemente tra l’aspirazione liberale-anarchica di un potere negativo, e cioè inteso come male inevitabile di fronte alle prepotenze dell’assolutismo, ma pur sempre ostile alle libertà individuali e alla libera iniziativa, e l’affermazione di un potere totale e disumano, mistico e divino capace di risolvere tutti i problemi con l’autorità di una volontà anonima e impersonale. La teoria proletaria non coltiva nessuna estetica del potere, ne delinea solo gli aspetti strumentali e transitori in relazione alla realizzazione del comunismo.
B) Dopo la vittoria politica borghese si proclamarono solennemente nei diversi paesi come basi e fondamento dello Stato delle carte costituzionali o dichiarazioni di principio considerate come immutabili nel tempo, come espressione definitiva delle regole immanenti, infine scoperte, della vita sociale. Da quel momento, tutto il gioco delle forze politiche avrebbe dovuto svolgersi nel quadro invalicabile di questi statuti. (La stessa costituzione italiana vigente è definita dagli “esperti” rigida, ed ha perfino avuto la pretesa di definire “vietato” un fenomeno politico e sociale come il fascismo, in una disposizione “transitoria”, forse neanche avvedendosi della contraddizione nei termini. Ironia della storia!).
Lo Stato proletario non è affatto annunciato, durante la lotta contro il regime attuale, come una realizzazione stabile e fissa di un insieme di regole dei rapporti sociali dedotte da una ricerca ideale sulla natura dell’uomo e della società. Nel corso della sua vita, lo Stato operaio evolverà incessantemente fino ad estinguersi: la natura dell’organizzazione sociale, dell’associazione umana, cambierà in modo radicale secondo le modificazioni della tecnica e delle forze di produzione, e la natura dell’uomo si modificherà altrettanto profondamente allontanandosi sempre più da quelle del bue da lavoro e dello schiavo.
Una costituzione codificata e permanente da proclamare dopo la rivoluzione operaia è un assurdo, non può figurare nel programma comunista. Tecnicamente converrà adottare regole scritte che non avranno però nulla di intangibile e manterranno un carattere strumentale e transitorio, facendo a meno delle facezie sull’etica sociale e sul diritto naturale.
D’altronde la sanguinosa storia della controrivoluzione ha dato in proposito lezioni eloquenti: mai sono stati conculcati i riaffermati diritti costituzionali come dopo la proclamazione della costituzione russa del 1936; mai si sono consumati tanti delitti come sotto la protezione della cosiddetta “legalità socialista”.
C) La classe capitalistica vittoriosa, conquistato e perfino spezzato l’apparato feudale dello Stato non esitò ad impiegare la forza dello Stato per reprimere i tentativi controrivoluzionari di restaurazione.
Tuttavia le misure più risolutamente terroristiche furono giustificate come dirette non contro i nemici di classe del capitalismo, ma contro itraditoridel popolo, della nazione, della patria, della società civile, identificando tutti questi concetti vuoti con lo Stato medesimo, e in fondo col governo e col partito al potere.
Il proletariato vincitore, servendosi del suo Stato per schiacciare la resistenza inevitabile e disperata della borghesia (Lenin), colpirà gli antichi dominatori ed i loro ultimi partigiani ogni volta che si opporranno, nella logica della difesa dei loro interessi di classe, ai provvedimenti destinati a sradicare il privilegio economico. Quando questi elementi sociali non manterranno, di fronte all’apparato di potere, una posizione estranea, quando cercheranno di uscire dalla passività loro imposta, la forza materiale li piegherà. Ma non saranno partecipi di alcun contratto sociale, non avranno alcun dovere legale e patriottico. Veri e propri prigionieri sociali e di guerra (come del resto furono, per la borghesia giacobina, in linea di fatto, gli ex-aristocratici ed ecclesiastici) non avranno nulla da tradire, perché non sarà chiesto loro alcun ridicolo giuramento di lealtà.
Tutto questo non per evidenziare “estesticamente” la superiorità morale dello Stato proletario, ma perché nella realtà effettuale l’unico Stato aperto immaginabile e possibile è stato ed è lo “Stato proletario”. La sua “apertura” si basa sul processo storico e dialettico che dopo la presa del potere inizia la grande fase delle riforme sociali. Fermo restando il primario problema militare della sconfitta della controrivoluzione che, previsione basata sull’esperienza storica, non potrà non tentare di riprendere il potere, sotto il potere statale del proletariato si sgonfiano le contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, per cui i compiti dell’apparato statale tendono a ridursi a quelli indicati.
Non essendo l’espressione di interessi di classe che tendono a cristallizzarsi e consolidarsi attraverso la burocrazia e le forme amministrative, politiche e militari che ne conseguono, poiché il proletariato non mira a riprodurre la società divisa in classi, ma ad abolire le classi, fermo restando che lo Stato proletario metterà in atto anche la sua azione “pedagogica” e d’indirizzo ideologico, non s’illude di stabilire un patto sociale sulla base del dovere legale.
L’esperienza della controrivoluzione staliniana sta lì eloquente a dimostrare che quanto più evidente si faceva la vittoria della borghesia e della reazione bianca internazionale, tanto più lo Stato già proletario riassumeva le caratteristiche proprie dello Stato borghese: e cioè, rafforzamento della burocrazia, prevalere, sulla base del terrorismo ideologico e materiale, dello Stato sul partito comunista, reale e non solo possibile egemonia dei neppisti, tendenza all’irrigidimento e all’elefantiasi dell’apparato statale in funzione di lotta, come già nel caso dell’esperienza rivoluzionaria francese, non contro i nemici di classe, ma contro i „traditori del popolo“, della „nazione russa“, della „patria socialista“, ecc. ecc.
Come si vede, se la teoria marxista esclude il contratto sociale dopo la presa del potere, a maggior ragione respinge come estranea alla sua visione del processo rivoluzionario ogni pretesa di stabilire alleanze o unità politiche su tale base, che è democratica e illusoria, sostanzialmente idealistica e incapace di leggere i rapporti di forza alla luce della dialettica materialistica.
Lo Stato aperto proletario non illude i suoi nemici, né sarà tenero nei confronti dei tentativi reali e materiali di difendere i loro interessi di classe, ma nello stesso tempo farà sentire il suo senso di liberazione sociale non soltanto nei confronti del soggetto diretto di essa, e cioè i proletari ed i contadini poveri, ma anche nei confronti di quelle realtà sociali che per lungo periodo, specie prima della presa del potere, sono state incerte e ambigue, facile preda del più forte. Le famigerate e da noi sempre a ragione disprezzate mezze classi, se il potere proletario sarà saldo e fedele ai suoi principi, non avranno altra alternativa che la passività e l’estraneità di fronte al terrore di classe.
L’adesione allo Stato proletario non avrà bisogno di atti di lealtà formale, perché la distruzione della macchina statale borghese non permetterà che i vecchi funzionari possano adeguarsi pena un formale voltagabbana, né lo Stato proletario procederà alla messinscena di anodine “epurazioni” dall’apparato, di cui si sono dimostrati maestri gli opportunisti d’ogni clima.
La professione di questi principi non è un atteggiamento estetico che vuole esprimere “purezza ideologica”, ma la lezione pagata a duro prezzo di sangue dal proletariato internazionale, dalla Comune di Parigi all’Ottobre Rosso, ma soprattutto dalla lezione della controrivoluzione e della crisi e degenerazione della Internazionale
Fascismo e democrazia post-fascista: Giano bifronte della teoria borghese dello Stato
Contro la gratificante e non disinteressata tesi crociana del fascismo inteso come buia parentesinella storia d’Italia e nel cammino della libertà, sposata in forme più o meno spurie da tutte le correnti democratiche ed opportunistiche che anche in recenti exploit polemici hanno rivendicato la tradizione che da Labriola porta a Croce e Togliatti (leggi caso Amendola nel gioco delle parti della commedia italiana delle Botteghe Oscure), ancora nel 1952 (Prometeo, luglio-settembre), in continuità con la tradizione della Sinistra Comunista e del marxismo rivoluzionario, abbiamo ribadito la visione di classe che respinge come capziosa ed equivoca l’immagine dello Stato borghese che tale impostazione comporta. Il fascismo non fu nella nostra concezione e valutazione una “rivoluzione” contro lo Stato della borghesia, ma l’espressione più autentica e moderna della reazione borghese contro l’attacco del proletariato, non domato dallo scontro interimperialistico. Non solo, ma sostenemmo, soli contro tutti, che il modello Mussolini avrebbe fornito un precedente paradigmatico anche per quei paesi dell’Occidente europeo ed atlantico, compresi gli Stati Uniti, che l’opportunismo socialdemocratico amava presentare come la culla della democrazia politica, immune da tentazioni autoritarie, o comunque in grado di respingere il militarismo e la dittatura.
Sostenemmo, non certo per boria o in vena di battute, che il fascismo rappresentava un semplice cambiamento di forma di governo nell’ambito della logica di classe dello Stato borghese: ribadiamo la stessa valutazione oggi, alla vigilia d’una possibile terza conflagrazione interimperialistica, allorchè, in tutt’altre faccende affaccendato il connubio democrazia postfascista-opportunismo, dubitiamo che si accordi nel dare una plausibile definizione della tendenza irreversibile dello Stato borghese ad armarsi fino ai denti, al di là delle colorite formule sulla germanizzazione, che semmai, nel solco del vile democratismo marca 1914, non fa che ribadire ed evocare vecchi fantasmi lontani mille miglia da una coraggiosa e coerente impostazione di classe.
Contro, inoltre, la sterile e accademica polemica sulla crisi del marxismo e sulla sua capacità di esprimere una sua compiuta teoria politica dello Stato, che abbiamo ampiamente respinto, riproponiamo le nostre classiche ed icastiche tesi:
1) Il capitalismo di fronte alla sue crisi interne reagisce in tutti i paesi, quale che sia la sovrastruttura politica, in modo unitario e con metodi d’intervento di accentramento e di dirigismo statale che accomunano democrazia e fascismo in un convergente obiettivo di difesa del regime.
2) Lungi dal significare l’assoggettamento del capitale all’imperio di un preteso ente collettivo e superiore alle classi (e, in linea subordinata, della borghesia ad una “nuova classe” di burocrati e tecnici, “managers”), il capitalismo di Stato nelle sue diverse manifestazioni (ad Ovest come ad Est) costituisce la forma più spietata dei “pubblici poteri” (come eufemisticamente il vecchio socialismo formato 1892 definiva lo Stato) in rappresentanza di una cerchia sempre più ristretta di interessi privati.
Non solo, ma proprio in risposta all’opportunismo dei nostri giorni che, dopo aver scoperto in ritardo la prepotenza degli imperialismi, bela contro quegli spietati (ed a valenza politico-strategica), tipo URSS, per porsi nel mezzo come paciere e interporre i suoi uffici o accreditarsi come patentato di democrazia presso il tradizionale ed ex aborrito marca USA ed Union Jack, già nel 1952 sostenevamo che «la nostra analisi non sarebbe stata completa se avesse prescisso dalla considerazione della parte che nel processo di formazione del capitalismo di Stato ha avuto (e purtroppo continua ad avere) il movimento operaio organizzato in America, dove l’interventismo statale in regime politico democratico ha trovato la sua prima manifestazione organica, e in Inghilterra, dove ha raggiunto, dal dopoguerra ai giorni nostri, la forma più completa sul terreno pratico e su quello delle formulazioni “teoriche”. In realtà, l’analisi di questa seconda faccia del “New Deal” americano e del “Welfare State” (Stato assistenziale) britannico dimostra non soltanto che la macchina dell’intervento e della gestione economica statale ha potuto mettersi in moto solo in virtù di una preventiva corruzione opportunistica del movimento operaio, ma che in entrambi i casi fu la dirigenza controrivoluzionaria a fornire alla classe dominante le armi teoriche e pratiche necessarie al tamponamento della crisi. E ciò è un’altra prova della unitarietà del capitalismo nei propri metodi di conservazione: il fenomeno dell’opportunismo operaio, elemento necessario della difesa capitalistica contro l’assalto rivoluzionario del proletariato, assume dovunque gli stessi aspetti; ai dirigenti controrivoluzionari dei sindacati il capitalismo non chiede più soltanto di contenere nell’ambito della legalità, della riforma e della collaborazione gli urti di classe, ma di farsi promotori (come in America), amministratori (Inghilterra laburista) di metodi più efficaci – “progressisti”, cioè più conservatori del regime dello sfruttamento della forza lavoro, e, di là dalle pretese differenzazioni idealistiche, il Lewis ispiratore di Roosevelt o il Bevin o l’Attlee pianificatori dell’economia post-bellica e gestori delle avvenute nazionalizzazioni tendono la mano ai Di Vittorio [oggi diremmo ai Lama vari] elaboratori di piani di risanamento industriale e di investimenti produttivi o ai loro colleghi d’oltre cortina, che esercitano già adesso quei compiti di gestione economica ai quali la CGIL e la CGT francese possono per ora soltanto porre la propria candidatura».
L’esame è stato superato, e gli anni ’80 con i codici di autoregolamentazione degli scioperi fanno dell’opportunismo nostrano un modello di “direzione concertata dello Stato borghese”.
Sulla scorta dunque dell’esperienza della lotta di classe, come è letta dalla nostra tradizione comunista rivoluzionaria, sono le condizioni storiche dell’ineguale sviluppo del capitalismo che permettono la valutazione degli attuali conflitti interimperialistici e la funzione esercitata dalle diverse forme politiche che essi assumono: non siamo mai stati indifferentisti in nessun campo, e tanto meno in questo culminante e capitale, se è vero che di fronte all’offensiva fascista fummo e riuscimmo soli a sostenere la difesa ad oltranza dell’organo unico capace di ammortizzare i colpi della reazione borghese e di garantire la ripresa per necessari attacchi al regime borghese.
L’alternarsi delle forme nella sovrastruttura politica determinata dalle contraddizioni imperialistiche in questo modo non consiglia l’abbandono degli strumenti tradizionali per combattere con efficacia i camuffamenti del nemico di classe; anzi, è la sola condizione per adattare duttilmente gli organi di combattimento proletario alle distinte situazioni e peculiari. Come abbiamo scritto nella Piattaforma politica del Partito Comunista Internazionalista, la condizione per la ricostruzione del partito politico della classe operaia e lavoratrice si basa su linee e cardini di programma perfettamente intonato alle esigenze internazionali del movimento: oltre alla teoria generale, alla concezione storica del partito, essenziale è dunque la valutazione storica che il partito dà dei principali eventi della storia mondiale verificatisi dopo la fine della Prima Guerra imperialistica fino ad oggi, in una continuità d’impostazione che ci permette di cogliere la continuità e la convergenza tra fascismo e democrazia e la loro funzione comune di difesa del regime sociale borghese.
Come il fascismo è stato da noi definito «un fenomeno storico mondiale, espressione della politica della classe capitalistica dominante nella fase in cui la sua economia assume i caratteri monopolistici ed imperialistici», così non possiamo recedere dalla definizione della democrazia come la maschera che tale assetto riassume nelle circostanze storiche del secondo dopoguerra mondiale in cui, distrutto il partito di classe e gli organi di combattimento del proletariato, la borghesia può permettersi il lusso di presentarsi come l’unica possibile forma politica, immutate restando le strutture fondamentali di cui il fascismo ha dotato lo Stato e precisamente gli istituti che garantiscono l’intervento dello Stato nell’economia (esempio: l’IRI) e la natura fondamentale e i compiti assegnati alle organizzazioni per la difesa d’un regime di lavoro necessario per il mantenimento del capitale come modo di produzione.
Caratteristica essenziale del movimento fascista fu l’attacco demolitore alla esistenza di autonome organizzazioni di classe ed inquadramenti di classe dei lavoratori. In tale attacco il fascismo utilizzò, oltre alle forze del nuovo partito borghese di classe da esso costituito, quelle dello Stato e di tutti gli altri partiti borghesi con esso conniventi in questo compito controffensivo e di contro-rivoluzione preventiva per il mantenimento dei principi di classe.
Nel regime di restaurata democrazia, quasi in un’opera di contrappunto, oltre alle forze costituite dai partiti anti-fascisti e dello Stato, sorretto con tutti i mezzi nella bufera del secondo conflitto interimperialistico (basti pensare al clima di disgregazione dalla caduta del fascismo all’8 Settembre), si utilizzano le spoglie del disciolto partito fascista, con quelle connivente nel compito di scoraggiare un qualsiasi tentativo di autonomo movimento proletario (si pensi agli scioperi del 1943 fino ai moti del 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti, ultimo atto di protesta del proletariato per un suo “capo”.
Il riferimento non sarà che platonico: la norma costituzionale, che esplicitamente pone divieto alla ricostruzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista, quasi a titolo ironico, viene posta nelle disposizioni “transitorie”. Non c’è dubbio in proposito, e noi l‘abbiamo sempre sostenuto: né il fascismo, né il capitale si aboliscono per decreto e tanto meno con norme transitorie!
Respingemmo e respingiamo come antistorica la tesi che il fascismo consiste in una reazione feudalistica assolutistica medievale, tendente a distruggere le conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale. Respingiamo che la restaurazione della democrazia consista nel ripristino delle garanzie giuridiche e politiche dello Stato prefascista o nella sconfitta definitiva della reazione feudalistica e assolutistica in nome delle conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale.
Nella ricordata e basilare Piattaforma abbiamo scritto che la situazione italiana presente non significa la chiusura di un periodo di governo fascista borghese e l’apertura di un opposto periodo di politica borghese liberale che ritorni al ciclo e ai rapporti del periodo precedente il 1922. Essa significa il crollo dell’apparato di governo e di potere della classe dominante in Italia, determinato non da crisi politiche interne e da divergenze di metodo, e neppure da attacchi decisi, sociali e politici, dall’esterno, ma dalla sconfitta militare e dal prevalere del gruppo di Stati contro il quale lo Stato borghese italiano si trovava schierato.
La situazione che si è determinata non presenta la conquista anche parziale del potere politico da parte di strati proletari o piccolo-borghesi. La ricostruzione dell’apparato centrale di controllo politico e di polizia al servizio degli interessi economici capitalistici avviene a cura e sotto lo stretto indirizzo dei grandi Stati vincitori della guerra, sotto forma di un compromesso accettato dalla medesima classe dominante indigena con la riduzione del suo privilegio e della sua sovrana autonomia di governo pur di continuare a sfruttare le classi lavoratrici nella veste di borghesia o di Stato satellite della nuova organizzazione mondiale. Si costituisce così un sistema di forze controrivoluzionarie ancor più efficienti di quelle fasciste formalmente sostituite.
Sulla base di queste considerazioni riaffermiamo schematicamente che:
1) Quanto più gli interessi della borghesia diventano generali, tanto più per essa si fa urgente la necessità di darsi un assetto politico disciplinato al suo interno (tendenza al partito unico) e violento contro la classe nemica, il proletariato, attraverso il rafforzamento dell’apparato statale.
2) Dietro l’anodina formula dell’interventismo statale nell’economia si nasconde, sia nella forma fascista di Stato sia in quella democratica, naturalmente in moduli esteriori diversi, la difesa generale e diretta della borghesia e dei suoi interessi economici e politici: non è tanto lo Stato ad intervenire nell’economia, quanto l’economia borghese che manovra il suo Stato in difesa dei suoi privilegi di classe.
3) Nella forma fascista i teorici dello Stato, sotto la formula del superamento dello Stato liberale, neutrale e imparziale, nello Stato etico, presentano lo Stato come superiore agli interessi antagonisti e, più che strumento di equilibrio, organica sintesi delle diverse istanze della società civile.
4) I teorici dello Stato democratico post-fascista non nascondono che la “rinata nazione” è la sintesi di diverse matrici ideali e di interessi contrapposti, ma nonostante il ripudio formale della formula dello Stato etico, non hanno potuto espungere dalla costituzione materiale le strutture portanti dell’assetto complessivo della macchina statale nei suoi assetti burocratici, amministrativi, militari.
5) L’illusione dei vecchi “liberali” di ripristinare le condizioni politiche dello Stato prefascista si fondano su una concezione notoriamente etico-politica di matrice neo-idealistica, che è l’antitesi della lettura materialistico dialettica e storica della teoria dello Stato.
D’altro canto è semplicistica la tesi che la linea di discriminazione tra forma autoritaria di Stato e forma democratica consista nel formale ripudio della violenza nei rapporti sociali e della guerra nei rapporti con gli altri Stati: la violenza non sta al disopra dei rapporti sociali (come caciocavalli appesi, per dirla parafrasando B. Croce), ma sta dentro agli antagonismi di classe.
Essendo lo Stato, nella nostra concezione, l’espressione generale e organizzata di questa violenza, la pretesa tipicamente liberale e democratica di gabellare per pace sociale la garanzia dell’ordine è teoricamente più mistificante, seppur più debole, della concezione organica ed etica propria del fascismo. Chi non ricorda comunque che i corifei dello Stato liberale, da Croce a Giolitti, invocarono lo Stato forte contro i conflitti sociali che il primo dopoguerra mondiale non aveva saputo stroncare e risolvere? Non saremo certo noi ad abboccare alla professorale distinzione tra forza (lecita!) e violenza (illecita!).
E poi lo scambio di esperienze e di reciproci appoggi con l’apparato militare dello Stato liberale prefascista non è ormai una deformazione del pensiero comunista, ma “patrimonio tecnico comune” della cosiddetta scienza della storiografia.
Per il marxismo l’esercizio della violenza nella storia non è da considerarsi con formule né estetiche né moralistiche, per cui fuori da ogni irrazionalistica demonizzazione o semplicistica riduzione del fascismo a folklore o messa in scena da sottovalutare, è stato immediatamente individuato nell’azione delle squadre illegali il piano della borghesia mirante al rafforzamento della macchina statale. Le correnti socialdemocratiche, al contrario, si attardavano a vedere in esso l’espressione del residuo mondo feudale agrario, coerentemente con tutta la tradizione “democratica” da noi duramente respinta, che pretendeva di difendere il progresso borghese dall’oscurantismo e dal conservatorismo.
I sostenitori dello Stato democratico post-fascista non si vergognano di rivendicare queste stesse matrici, ed hanno ragione, solo che non sanno come spiegare il residuo feudal-agrario e chiesastico nell’occidente “ultraimperialistico” o addirittura “post-industriale”. Ad ognuno le sue grane d’interpretazione. Anche la limpidezza dei teoremi ha una sua ragione ed un suo pregio.
Il fascismo tenta (e con qualche successo) di realizzare il programma social-riformista, e dà la lezione vivente che tale progetto non è realizzabile senza l’esercizio della violenza di classe statale. L’ostinarsi dell’opportunismo di matrice socialdemocratica, tanto più bieco una volta passato e travasato nella esperienza staliniana, nel pretendere di sostenere la possibilità della transizione al socialismo attraverso la democrazia, anzi nel mantenimento della democrazia e dei suoi “principi eterni e universali”, è fingere di non vedere che la violenza del fascismo non è stata neutrale e che l’eredità dello Stato post-fascista è debitrice delle grandi trasformazioni e del rafforzamento che lo Stato della borghesia ha realizzato nell’epoca dello sviluppo imperialistico. A maggior ragione non può pretendere di essere neutrale la violenza delle istituzioni, non solo dello Stato centralizzato propriamente detto; per il comunismo rivoluzionario è accresciuta violenza di classe.
Come il fascismo del 1919 si vide spianare la strada dalle correnti democratiche e liberali e dall’opportunismo socialdemocratico di varia gradazione, così lo Stato democratico post-fascista, dopo essersi vista spianare la strada dalla crisi del fascismo nelle vicende del secondo conflitto interimperialistico, oggi spiana la strada al cosiddetto “nuovo fascismo”, che non fa che chiedere il rafforzamento dell’apparato statale considerato molle e incapace di venire a capo della “conflittualità sociale” sempre crescente.
Naturalmente è parte integrante della nostra lettura della lotta di classe nella fase imperialistica che il tentativo fascista di dotare la borghesia del suo partito unico e di una disciplina unitaria capace di ridurre alla ragione anche le frazioni borghesi di diversa estrazione ideale e sociale, è solo in parte riuscito; il proletariato, nonostante la dura sconfitta, continua ad essere una classe irriducibilmente antagonista alla borghesia, e né il bastone fascista né la carota democratica potrà venire a capo delle contraddizioni della lotta di classe. Insomma solo il socialismo è la soluzione storica degli antagonismi sociali.
Il fascismo nelle sue venature mistificheggianti ha teorizzato perfino l’immagine di una società senza Stato (la Civiltà del Lavoro di Gentile), ma la dura realtà dei fatti ha costretto sia il fascismo storico sia la democrazia post-fascista a prendere più realisticamente atto che la lotta di classe può essere al massimo mediata attraverso un ingegnoso dosaggio di strumenti giuridici e di prevenzione, sia violenta sia condita di mezze riforme e concessioni. “L’amministrazione delle cose”, anche dal punto di vista teoretico, rimane una previsione che solo la tradizione rivoluzionaria del proletariato può rivendicare e perseguire con coerenza.
Lo Stato post-fascista anche in questo campo, attraverso il più labile modello della democrazia consociativa o della cosiddetta „partecipazione“, non ha fatto altro che allentare, date le favorevoli condizioni del dopoguerra, la superfetazione giuridica e la macchinosità del modello corporativo, ma si è guardato bene dallo smantellare i capisaldi della struttura amministrativa, burocratica e militare. Allentando formalmente la regolamentazione giuridica delle organizzazioni operaie, ha concesso la fiducia ai partiti “antifascisti” e ai rinati sindacati cosiddetti “liberi”; nel nostro linguaggio ha rimesso nelle loro mani la gestione della repressione di classe.
Il bene supremo esplicitamente riconosciuto dai sindacati liberi e dai partiti antifascisti è infatti il bene, l’economia nazionale: al massimo, la cosiddetta “centralità della classe operaia” è affermata come base propulsiva della produzione e dello sviluppo. Nient’altro comunque della già da noi aborrita teorizzazione della società dei produttori, ordinovista, che si illudeva di battere il capitalismo sul suo stesso terreno, quello dell’efficienza e della competenza tecnica.
Il capitale mondiale verso la precipitazione della crisi
Rapporto esposto alla riunione del maggio 1980 [RG17]
Con la inesorabile puntualità di certe catastrofi naturali periodiche ecco di nuovo che il massimo capitalismo mondiale dimostra la impossibilità della sua riproduzione indefinita: secondo le stime negli Stati Uniti la produzione industriale è già diminuita in aprile dell’1,9%, mentre la disoccupazione è cresciuta a maggio al 7,8% della forza lavoro.
La drammaticità delle prime misurazioni settoriali del fenomeno è tale da caratterizzarlo come un rallentamento velocissimo dei consumi e delle produzioni, brusco come nell’inverno 1974-75, e massimo del dopoguerra: la costruzione di case è già diminuita del 42% in aprile su base annua, la produzione di auto General Motors a maggio anch’essa del 42%, e di vetture commerciali del 73% addirittura. Contemporaneamente si restringono le vendite al dettaglio: di auto nel primo trimestre ne sono state vendute il 21% in meno, nel maggio il 33% e il 37% le vendite della produzione nazionale. La Chrysler chiude due stabilimenti il 19 maggio licenziando altri 1.560 operai e l’undici giugno sospende i pagamenti ai creditori di tutto il mondo, accusando passività per 4,4 miliardi di dollari. Già sono stati licenziati 750.000 lavoratori dall’industria auto e dall’indotto, i quali, per ora, sono mantenuti dall’assistenza statale. L’industria dell’auto americana, simbolo di un capitalismo in espansione che trova nel “benessere” il vasto mercato interno per lo sbocco delle sue merci, già segna record negativi peggiori di quelli registrati al fondo della crisi 1974-75. La siderurgia non è migliore, tanto che oggi nel settore si contano più disoccupati che nel 1933, alla fine della grande crisi dell’interguerra.
L’origine della crisi è interna al sistema capitalistico statunitense e corrisponde ad una delle cicliche fasi di sovrapproduzione relativa, come denuncia la contrazione delle vendite. Come collocazione del ciclo il momento attuale è analogo a quello della primavera del 1970 e dell’estete del 1974. La recessione non è però sopraggiunta nel 1978, ma con due anni di ritardo, due anni di forte slancio nell’accumulazione che realizzano il più lungo ciclo espansivo della storia americana, salvo i significativi precedenti del 1961-69, sostenuto e prolungato negli ultimi anni dall’affare della guerra del Viet Nam che risolve l’accenno ciclico di recessione del 1967, e del 1933-37 di ripresa dopo la lunga grande recessione e precedente la crisi attesa da Stalin e il conflitto mondiale.
Il prolungato benessere capitalistico e la pesante accumulazione di tossine inflazionistiche e di sovrapproduzione (e sovraconsumo, col sistema delle vendite a credito così diffuso in USA per esaltare artificialmente le capacità di consumo del mercato) si capovolgono nella profondità della imminente crisi recessiva.
Per la verifica della collocazione nel ciclo della attuale congiuntura americana è utile anche il confronto con la curva dell’inflazione: è sfasata in avanti rispetto alla curva della produzione. Quando la produzione entra in regressione, come oggi, l’inflazione prima trova il suo massimo del ciclo, e continua a declinare finchè dura la crisi, per accelerare di nuovo quando la produzione ha raggiunto ritmi di piena crescita. Il fenomeno nell’ultimo decennio si sta verificando per la terza volta, con ampiezze in crescendo e con conseguenze via via più sconvolgenti in tutti i paesi, di entrambi i blocchi capitalistici d’est e d’ovest e sulla classe operaia in particolare dei paesi di vecchio imperialismo e dei nascenti vigorosi industrialismi del Sud.
Si conferma quindi l’interazione fra i fenomeni dell’accumulazione e dell’aumento dei prezzi, fra i quali, nelle diverse fasi del ciclo, si scambia il verso del rapporto causa-effetto: l’intervento dirigistico statale, espressione degli interessi imperialistici delle grandi società anonime, forza artificialmente le possibilità espansive del sistema e sostiene per un certo periodo il saggio del profitto per mezzo di una crescente inflazione e enormi deficit pubblici. Al punto superiore di rottura del ciclo la sovrapproduzione reale è tale che l’accumulazione non reagisce più né alla liberazione del credito (come è il caso oggi in USA) né scontando l’inflazione, e solo il crollo della domanda impone un arresto alla crescita dei prezzi anche nella loro espressione nominale. Ed infatti sembra che già stia smorzandosi l’inflazione in America.
Si osserva come, rispetto al ciclo precedente, si collochino coerentemente gli aumenti del prezzo del petrolio, intervenuti in misura significativa nell’anno trascorso come nel 1974: l’ascesa dell’inflazione interna nei paesi industrializzati precede le decisioni dei paesi produttori di petrolio.
La decadenza dei vecchi imperialismi
C’è un altro capitalismo che è oggi in fase con quello americano ed è quello inglese: produzione industriale meno 1,5% a febbraio e 3,5% a maggio (su base annua), inflazione, da gennaio ad aprile: 18,5%, 19%, 20%, 22%, volume delle vendite al dettaglio diminuito del 3,7% ad aprile.
Ma altre meno contingenti caratteristiche sono comuni ai due capitalismi anglosassoni: l’inglese massima potenza imperialista spodestata, l’americano attuale dominatore del maggiore mercato finanziario.
La decadenza del peso economico dell’Inghilterra sulla scena mondiale degli ultimi trenta anni è, rispetto alla Germania e al Giappone, così misurata: fatto 100 il reddito pro capite inglese, nel 1950 quello tedesco era 80 e quello giapponese soltanto 20; nel 1979 nella RFT la stessa grandezza media è doppia di quella inglese e la giapponese una volta e mezza. Non sono cause storiche, sociali o economiche particolari che spiegano questo inesorabile e rapido declino del capitalismo che per primo mise a sacco, oltre la propria classe operaia, anche uno sterminato dominio coloniale. La causa reale è insita nella stessa causa del suo primo dominare: lo sviluppo tecnico della madrepatria, la concentrazione, la forza della classe operaia e il relativo aumento dei salari, la corrispondente diminuzione del saggio del profitto e la tendenza all’esportazione di capitali. Ma il rientro dei profitti non può alla lunga essere garantito soltanto dalla provenienza iniziale: qualora questi interessi all’estero, sia in paesi capitalisticamente sviluppati, sia arretrati, non siano sufficientemente difesi dall’autorità di una forza militare e politica adeguata del paese imperialista, che validamente tuteli nel mondo intero le rapine della finanza, niente alla lunga garantisce il rientro degli interessi e delle rendite, che i capitali esportati si rendano autonomi dalla madre patria o che passino sotto il controllo di altra potenza. Così per l’immenso dominio coloniale inglese, invaso da ogni parte dalla concorrenza di merci non inglesi, quando risultarono meno costose.
L’Inghilterra è il primo esempio storico di paese di vecchio capitalismo, ad altissimo grado di proletarizzazione, nel quale parallelamente alla decadenza imperialistica vanno erodendosi le possibilità di corruzione borghese di una estesa e compatta classe operaia: lì l’assurdità di un meccanismo sociale e produttivo modernissimo fa balzare agli occhi la irrazionale crudeltà di un modo di produzione che per le sue leggi proprietarie preistoriche e nell’interesse di una minoranza di inetti sfruttatori e politicanti costringe alla miseria e all’inattività la numerosa classe operaia. E non sarà certo la scoperta del petrolio del Mare del Nord a invertire questa decrepitezza sociale capitalistica, né è dimostrato che giovi all’accumulazione nemmeno all’immediato.
L’esito militare della Seconda Guerra imperialistica sancì la vittoria dei capitalismi installati su grandi territori e con bassa densità abitativa, il definitivo declino dell’inglese e il rinvio dell’emancipazione militare autonoma di Germania e Giappone. La forza segue l’economia.
Gli Stati Uniti oggi producono a costi superiori ai concorrenti del sud-est asiatico, ma anche dell’Europa. La conseguenza è che la loro parte del mercato mondiale si è contratta dal 18% del 1970 al 12% del 1979, proprio quando, per il naturale declino della domanda interna, l’America avrebbe bisogno di aprirsi al commercio mondiale (mentre nel 1968 infatti le esportazioni americane rappresentavano il 6% del prodotto nazionale lordo, nel 1979 sono l’8%).
Dimostrazione di come gli Stati Uniti si inseriscano nel ramo discendente della loro storia capitalistica sono, sul terreno commerciale, le gravi sconfitte che subiscono anche in patria per la concorrenza delle merci straniere, cosa che fa richiedere ai sindacati filo-imperialistici americani nuovi dazi protezionistici. Uno degli effetti è appunto l’attuale crisi dell’industria automobilistica, attaccata in patria in particolare dai giapponesi, i quali dimostrano nel settore costi di produzione molto più bassi e giovanile vitalità capitalistica nello sfruttare il proletariato. Altro settore in declino è quello siderurgico che, nonostante la ripresa, non ha mai recuperato i massimi produttivi del 1973 ed è intorno ai volumi già raggiunti 15 anni fa.
È la stessa decadenza imperiale che minaccia l’autorità della moneta americana sui mercati mondiali e che nel corso dell’ultimo decennio ha dovuto in gran parte restituire all’oro, nonostante l’attiva opposizione degli organi monetari e diplomatici americani, il ruolo di moneta di riserva.
Precaria sfasatura degli altri capitalismi
Al di fuori di USA e Gran Bretagna i misuratori globali della crescita economica indicano, per il momento, una notevole tensione delle forze produttive: addirittura per l’Italia e Giappone l’industria accumulerebbe a più del 10% annuo. Dopo la fase di rallentamento congiunturale per la quale sono passate le principali economie fra l’autunno 1977 e l’estate 1978 la ripresa è stata notevole e continua, specialmente per Giappone, Germania e Italia. Parallelamente è presa a risalire la febbre inflazionistica, come prevedibile, nel corso del 1979, puntando nettamente a valori molto alti (21% in Italia e Inghilterra, 15% USA e Francia).
Ma il presente slancio dell’economia non può non risentire della drastica caduta americana e già emergono evidenti segni di stanchezza dei mercati. Nel settore dell’auto la crisi ha dimensioni mondiali, dovuta anche alla saturazione (per fortuna!) dei mercati occidentali, già diminuiscono le immatricolazioni in Francia (del 23,5% in maggio) e nella R.F.T., ove la Opel intraprende il licenziamento di 5.300 operai. Secondo i dati provvisori il tasso di crescita annuo della produzione industriale è sceso negli ultimi mesi da 5 a 4% in Germania, dal 12,5 all’11,5 e al 10,5% in Giappone, mentre la disoccupazione sale da 3,6 a 3,7% sempre in Germania, nonostante che il settore auto e minerario intendano richiamare ancora emigrati, e dal’1,9 al 2,05% in Giappone. Le prossime settimane confermeranno queste indicazioni di inversione di tendenza e la svolta forse verso un’altra contemporanea precipitazione critica di tutto l’imperialismo mondiale.
I capitalismi dell’est, del resto, sulla strada della recessione già stanno precedendo le potenze occidentali: per la prima volta in tutta la sua storia la Russia denuncia nel 1979 un forte regresso nella produzione siderurgica. Del resto la caduta di produttività del sistema capitalistico russo si accentua nel corso dell’ultimo decennio, progressivamente passando da ritmi di accrescimento intorno al 9% al minore 4%, ritmo quasi “occidentale”. In Polonia invece nel corso del piano quinquennale 1976-80 l’economia è previsto regredisca del 2%.
La guerra commerciale
Il mercato mondiale sull’orlo della sovrapproduzione mostra notevoli evoluzioni nei traffici, risultato della guerra commerciale, mentre tendono a invertirsi di segno i surplus delle bilance commerciali. L’enorme attivo del Giappone di 25 miliardi di dollari nel 1978 è ormai divenuto un passivo, mentre la R.F.T. vede nel giro di un anno dimezzare le sue eccedenze. Per il 1980 per i due paesi sono previsti passivi di 15 miliardi di dollari. Queste sono dirette conseguenze dell’espansione capitalistica in quei paesi, in un mondo che offre un mercato relativamente sempre più ristretto. Mentre permane l’enorme deficit commerciale americano, sorgente di inflazione mondiale, peggiora la posizione di Italia e Francia, prive di petrolio, mentre negli ultimi mesi diminuisce il passivo inglese per il merito della recessione e del petrolio nazionale.
Nel complesso dei sette paesi più industrializzati nell’ultimo anno è raddoppiato il disavanzo, in parte a causa dell’aumento del prezzo delle materie prime energetiche. Né per il futuro è prevedibile un più compatto fronte dei paesi capitalistici consumatori contrapposto al monopolio dell’offerta: infatti oltre alle generali necessità di concorrenza reciproca i paesi occidentali nei confronti del problema energetico si trovano divisi nettamente al loro interno fra detentori di risorse energetiche sul territorio nazionale e chi invece ne è privo: Stati Uniti e URSS fra i primi, con Gran Bretagna e Germania, ricca di carbone.
Intanto il capitalismo giapponese comincia a dimostrare in tutti i campi il proprio ruolo di predone imperialista di dimensioni mondiali: come previsto i vinti dell’ultima guerra stanno recuperando il loro posto come potenza industriale e commerciale. Carter implora il Giappone perché esporti i suoi capitali in USA per riassorbire parte dei disoccupati del settore auto; intanto le auto giapponesi si sono guadagnate l’8% del mercato interno tedesco, cacciandone italiani e inglesi. A soffrirne sono anche le industrie tedesche, ma contando queste di vincere la concorrenza extracontinentale insieme al Giappone sui giovani mercati dell’America Latina, d’Africa e d’Asia e nei paesi dell’est, la linea di politica commerciale tedesca punta tutto sulla libertà degli scambi. A farne le spese sono e saranno maggiormente in futuro le minori industrie d’Europa, italiana e inglese in particolare, e le imprese di minori dimensioni e produttività, destinate ad essere assorbite in gigantesche concentrazioni (come del resto sta avvenendo anche in altri settori di forte concorrenza, come l’elettronica).
Se torna a crescere il deficit bilaterale USA-Giappone (quest’ultimo essendo costretto ad esportare i propri manufatti per pagare il rincarato petrolio) l’America è spinta ad esportare in Europa l’eccedenza di merci, mettendo qua in crisi le industrie delle fibre e dell’acciaio.
In questo convulso decrepito capitalismo che sopravvive a sé stesso la soluzione della crisi attuale è affidata esclusivamente alla concorrenza fra capitali, come la stessa concorrenza ha prodotto la crisi. La ripresa del ciclo si avrà soltanto dopo la distruzione delle merci e dei capitali sovraprodotti, se questo avverrà con i metodi “pacifici” della crisi generale e della disoccupazione in massa o con i metodi militari della guerra combattuta, più adeguati alla nuova spartizione delle zone di influenza, dipende da altre circostanze, fra le quali la necessità di dare libero sfogo alle produzioni dell’industria bellica, oggi in grande sviluppo in tutti i paesi (anche in quelli ufficialmente senza esercito come Germania e Giappone!).
La partita al massacro si gioca sulla pelle del proletariato, il cui grado di sfruttamento è principale fattore della vittoria (invidiano i capitalisti occidentali il paradiso giapponese ove i proletari lavorano 2.300 ore effettive l’anno) in una assurda guerra mondiale fra paesi e fra aziende, solo perché le classi nulla facenti possano decidere come spartirsi l’immenso bottino. Nulla di progressivo ha ormai questa frenetica concorrenza mondiale, a niente serve se non allo spreco immenso di energie lavorative, a provocare sofferenze incalcolabili all’umanità oppressa e ostacolare il progresso delle conoscenze tecniche e scientifiche, altrimenti concordemente utilizzabili da una comunistica società mondiale.
[RG-14] Rivoluzione o guerra
Capitolo esposto alla riunione del giugno 1979 [RG14]
Dai (grandi) primi testi della Nuova Gazzetta Renana, chiavi della strategia internazionalista di Marx e di Engels, che integra in una stessa rete la rivoluzione democratica di Germania, il sollevamento dei proletari parigini, l’odio contro l’autocrazia russa e le condizioni oggettive del passaggio al socialismo in Inghilterra, alle moderne tesi di Lione della Sinistra Comunista Italiana (1926), passando per le tesi del 2° congresso dell’Internazionale Comunista (1920), una sola prospettiva si sviluppa contro tutte le molteplici scorie del revisionismo proteiforme, socialdemocratico, menscevico, consiglista e staliniano: quella della necessaria convergenza unificata e centralizzata delle lotte dei popoli delle aree arretrate con quelle dei proletari delle metropoli industrializzate.
Passando in rassegna la lotta tra gli opposti Stati imperialistici per la spartizione delle zone d’influenza e per la repressione delle lotte dei popoli soggetti, ci troviamo di fronte ai nostri tradizionali nemici di sempre: da una parte la visione socialdemocratica e staliniana che assegna all’umanità il fine storico della costituzione delle razze e delle nazionalità in Stati Nazionali, basi delle vie specifiche (e pacifiche) al socialismo; e forse più ancora l’indifferentismo cieco e controrivoluzionario di certi gruppi “extraparlamentari” o fascisti, che negano ai movimenti e alle guerre di liberazione nazionale ogni carattere progressista.
Il ritorno all’ortodossia marxista si è realizzato nel corso dei due primi decenni del secolo contro le deviazioni della destra imperialista della Seconda Internazionale (Bernstein, Von Kol) e quelle della reazione “infantile di sinistra” a questa corrente di destra, rappresentata in gradi diversi dall’ala antiriformista olandese (Pannekoek), russa (Piatakov, Bukarin, e in una misura generale i sostenitori dell’”economia imperialista”) e infine quella polacca (Radek, R. Luxemburg).
Dobbiamo ancora una volta a Lenin ed al partito bolscevico la restaurazione della dottrina in questo punto, specie su queste tre questioni:
1) il significato teorico e pratico dal punto di vista marxista del diritto dei popoli a disporre di sé;
2) il riconoscimento del carattere rivoluzionario e progressista delle guerre di liberazione nazionali nell’epoca dell’imperialismo;
3) il ruolo tattico e il diritto di separazione dei popoli allogeni nel processo della dittatura democratica del proletariato, in particolare in Russia.
Questi problemi si fanno tanto più scottanti di fronte ai sintomi di una terza possibile guerra mondiale.
La restaurazione operata da Lenin vive esclusivamente nel Partito Comunista e passa attraverso la smentita della natura socialista dell’URSS e delle presunte diverse forme di socialismo edificate negli ultimi 60 anni di storia mondiale; visione di un mondo spaccato in due, metà a capitalismo imperialistico di tipo classico, metà nelle mani del socialismo di diversi gradi, e nonostante i “tratti illiberali” e certe “aberrazioni”, in espansione e fraternamente legato alle più evolute forme di partiti comunisti dell’area europea. La tradizione comunista rivoluzionaria oppone la sua esclusiva lettura degli eventi e delle condizioni storiche generali: 60 anni di controrivoluzione che rischiano d’impedire perfino la voce della corretta interpretazione dei fatti.
Il marxismo che in quanto è la scienza della rivoluzione è anche la scienza della controrivoluzione, guarda verso il passato delle lotte proletarie per chiarire il presente della sua azione e per meglio criticare le basi dell’opportunismo che, al di là delle forme mutevoli, rimangono invariate e invarianti. Per questo diamo la nostra risposta contro l’indifferentismo massimalista e liquidatore sia nella questione nazionale che nella lotta interimperialistica con il richiamo alle tesi fissate una volta per tutte e che la classe operaia non potrà un giorno di nuovo impugnare se non sbarazzandosi di tutte le confessioni opportuniste.
Le minacce che le super-potenze imperialistiche si scambino in forme sempre più pesanti possono apparire nuove solo a chi non detiene una memoria storica collettiva e rivoluzionaria, che è il partito di classe. Per i comunisti, da sempre, queste minacce, pur non essendo puramente verbali, ma tanto reali da poter scatenare un terzo conflitto mondiale, sono niente altro che il risultato di una guerra di classe che dura ormai da un secolo e mezzo ed è insita nell’antagonismo insuperabile tra la borghesia ed il proletariato: queste minacce, che si sono in un volgere di mezzo secolo espresse in due conflitti generali tra Stati, sono rivolte essenzialmente, prima di tutto, ed in ultima istanza, contro il proletariato.
La memoria storica della classe, ristabilita e restaurata dal partito bolscevico, non solo a parole, ma con conseguenti atti che culminarono nella prima Rivoluzione socialista, proclamata non russa, ma patrimonio di tutti i proletari del mondo, si solidifica in alcuni punti essenziali:
1) il proletariato ha tentato di reagire alla guerra degli Stati con la Comune di Parigi; l’assalto al cielo non è stato né inutile, né inglorioso. Contro tutte le interpretazioni riduttive o moralistiche, proprio Marx, che non aveva certamente caldeggiato l’assalto per la mancanza di preparazione rivoluzionaria, rivendica il suo insegnamento, che consiste essenzialmente in una prima grande lezione storica;
2) di fronte al proletariato che alza la testa e si oppone alla guerra per i suoi interessi di classe, le opposte frazioni borghesi abbandonano le ostilità e le rivolgono unite contro l’insurrezione operaia;
3) le tentazioni del proletariato insorto, in preda alle diverse correnti, mancando del partito unico e capace di direzione unica e dispotica, comportano l’illusione di utilizzare la macchina statale borghese per il perseguimento del socialismo; grave mancanza di conoscenza: la macchina statale borghese deve essere distrutta.
Sulla base di queste premesse intendiamo valutare le reciproche minacce degli opposti imperialismi, che sono dunque il risultato della lotta di classe, il tentativo di prevenire o risolvere il contenzioso tra le classi sociali fondamentali.
Le minacce di ricorso alla forza sempre più insistenti tendono ad essere camuffate dagli ideologi di regime come espressione di irrazionalità e brutalità; l’opportunismo, ancora più fetido, riprendendo la sua campagna per la pace contribuisce a nascondere il retroterra economico e sociale da cui spuntano le armi.
Ancora una volta noi comunisti siamo costretti a chiedere scusa al lettore, come già Engels nella sua polemica col signor Düring, se ritorniamo con insistenza alla storia di Robinson e Venerdì, «che propriamente è più al suo posto in un giardino d’infanzia, anziché nella scienza»; ma che possiamo farci?
La guerra non è questione di onnipotente “violenza” come direbbe il sig. Düring. La guerra, lo sa anche l’ultimo dei gazzettieri in grado di parafrasare Clausewitz, è la continuazione della politica con altri mezzi, e la politica, nella lettura del marxismo rivoluzionario, non è che l’epifenomeno della struttura economica.
Che cosa è il deterrente nucleare agitato sul capo dei proletari dal pacifismo opportunistico da ben trenta anni se non l’equivalente non solo concettuale delle armi batteriologiche, del fantomatico raggio della morte, o molto più modestamente della “spada in pugno” con la quale Robinson, nella testa degli infiniti Düring dei nostri tempi, asservirebbe Venerdì? Quella stessa spada in pugno non è stata a suo tempo in grado di asservire neanche il Giovedì Nero del 1929. Eppure si trattava di un giovedì prosaico ed economico!
«Da dove ha preso la spada? Neanche nelle isole fantastiche delle imprese robinsoniane le spade sinora crescono negli alberi (…) A Robinson era tanto possibile procurarsi una spada quanto è possibile a noi il supporre che un bel giorno Venerdì gli possa apparire con un revolver carico in mano, nel qual caso tutto il rapporto di “violenza” si rovescia: Venerdì comanda e Robinson deve sgobbare».
Questo è il sogno della piccola borghesia ribellistica ed anarcoide che, rifiutando la preparazione rivoluzionaria, immagina di rovesciare i rapporti di forza, risultato d’un lungo periodo storico di soggezione e di dominio economico e sociale, con l’acquisto di qualche Winchester in Svizzera o con pic-nic di fine settimana in compagnia di qualche missile terra-aria perduto per caso da qualche incauto guerrigliero di passaggio.
«Dunque il revolver ha la meglio sulla spada, e questo fatto farà comprendere, malgrado tutto, anche al più puerile assertore di assiomi che la forza non è un semplice atto di volontà, ma che esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto strumenti di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto, che questi strumenti devono inoltre essere prodotti, il che dice ad un tempo che il produttore di più perfetti strumenti di forza, vulgo armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa a sua volta poggia nella produzione in generale, quindi (…) sulla “potenza economica”, sull’”ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza».
È per questo che nei cosiddetti periodi di “pace” non ci siamo stancati di indicare al proletariato il suo fine storico, contro le illusioni di benessere e di pace perpetua: è dal modo di produzione capitalistico che spuntano le armi e la violenza, dalla necessità di produrre per il profitto; nella rotazione del capitale la produzione di armi permette la più alta composizione organica ed i più alti profitti; in più le armi hanno il merito di circolare in breve periodo, proprio quando l’ossessione del capitale è quella di ridurre al minimo il tempo di circolazione e di evitare l’intasamento del mercato delle merci; le armi provocano quelle benefiche distruzioni di capitale sia costante che variabile e tra l’altro sono in grado di togliere di mezzo quel capitale soprannumerario, i disoccupati, che minaccia la pace sociale, e cioè la permanenza della società divisa in classi.
«La forza, al giorno d’oggi – continua Engels – è rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra (oggi diremmo dalle armi nucleari di terra e di mare) e l’uno e l’altro costano, come tutti sappiamo a nostre spese, “una tremenda quantità di denaro” (…) In ultima analisi il denaro deve pur essere fornito dalla produzione economica; la forza è dunque a sua volta condizionata dall’ordine economico che le procura i mezzi per allestire e mantenere i suoi strumenti. Ma non basta ancora. Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito e la marina. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e la modificazione del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita ad adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti».
L’opera nefasta dell’opportunismo è dunque quella di occultare agli occhi del proletariato l’origine del fenomeno guerra nella società attuale, ma non basta; il ricatto a cui ricorre ogni giorno consiste nel sostenere che per lo sviluppo della tecnologia e del perfezionamento delle armi oggi la guerra significherebbe annientamento totale: si nasconde che in ciascuna epoca del moderno conflitto di classe la classe dominante si è vantata di aver scoperto l’arma totale, l’ultimo grido in fatto di capacità d’annientamento, mentre si preoccupa di escogitare per la sua stessa sopravvivenza nuove tattiche e possibilità di opporre antidoti al supremo veleno.
Chi non sa che è prevista dai piani strategici del Pentagono e del Cremlino, tanto per citare i più autorevoli trusts della guerra, la possibilità di combattere una guerra nucleare tattica capace quindi di permettere la risposta graduata e non definitiva all’avversario?
Noi sosteniamo che la vera arma totale che teme la borghesia mondiale oggi è la potenzialità distruttiva dell’avversario di classe, un vero e proprio bove tenuto al solco da robusti paraocchi; un’arma capace di colpire a morte gli interessi di classe senza mettere a repentaglio tutta l’umanità; al contrario capace di scegliere, oltre tutto, una minoranza di sfruttatori che affamano, se le statistiche hanno un senso, 2/3 dell’intero genere umano.
A livello concettuale i comunisti sostengono che nell’ambito del moderno modo di produzione capitalistico non è stato scoperto niente di nuovo da quanto osservava Engels a proposito della guerra franco-prussiana, non a caso dal marxismo definita la fine delle guerre nazionali nel vecchio continente e l’inizio dell’epoca imperialistica:
«La guerra franco-prussiana ha segnato una svolta di ben maggiore importanza di tutte le precedenti. In primo luogo le armi hanno raggiunto un tal punto di perfezione che non è più possibile un nuovo progresso che abbia un qualche influsso rivoluzionario. Se si hanno cannoni con i quali si può colpire un battaglione ad una distanza che permette appena all’occhio di distinguerlo e fucili che hanno la stessa efficienza avendo come bersaglio un singolo uomo e con i quali caricare prende meno tempo del mirare, ogni progresso ulteriore è più o meno irrilevante per le operazioni belliche campali. [Ci si dica, a livello concettuale, che cosa c’è di diverso, nelle elucubrazioni degli strateghi del computer, a proposito della questione sulla capacità di risposta ad un attacco atomico nemico, tenuto presente che le armi atomiche sono dislocate in un’immaginaria, e non tanto, battaglia campale permanente, cioè in grado di colpire in ogni momento, e non sulla base di una formale dichiarazione di guerra!]. L’era dello sviluppo è quindi essenzialmente chiusa in questa direzione.
«In secondo luogo questa guerra ha però costretto tutti i grandi Stati del continente ad introdurre il sistema prussiano del Landwehr (guerra di popolo) inasprito e conseguentemente a caricarsi di gravami militari che necessariamente li condurranno alla rovina nel corso di pochi anni».
Già sentiamo la scomposta obiezione dei traditori di classe: sono passati 110 anni e questo non è successo. È naturale, perché dal punto di vista borghese ed opportunista la Prima e la Seconda Guerra mondiale, nonché la miriade di conflitti locali sono stati un affare, la condizione vitale per la difesa del modo di produzione capitalistico. Non certo per il proletariato e per il suo punto di vista espresso dal Partito di classe che piange i proletari morti non con le lapidi ed i monumenti alla memoria, ma nella loro viva carne.
Non solo, ma a proposito di ipotetiche vie pacifiche e specifiche al socialismo, oltretutto non escluse in via teorica neppure dai padri fondatori, che n’è della pacifica Inghilterra e dei democratici USA. Come nelle previsioni di classe sono armate fino ai denti, la prima per difendere i suoi stessi confini dopo i bagordi imperialistici, l’altra disposta a far saltare l’intero continente a cui deve la scoperta e la vita o al massimo ad aprire l’ombrello atomico, che, come è noto, non dà eccessive garanzie di riparare la vecchia Europa dal fall-out e dal contagio atomico.
Ma quello che più importa per l’esperienza del proletariato, che cerca i suoi teoremi non nelle teste seppur geniali di qualche Marx o Engels, ma nella sua lotta vitale contro il nemico di classe, la guerra franco-prussiana segna una cuspide e una lezione storica insuperabile, che la grande rivoluzione del 1917 nella restaurazione dottrinaria di Lenin e compagni non farà altro che tradurre in pratica.
«L’esercito è diventato fine precipuo dello Stato e fine a sé stesso; i popoli non esistono più se non per fornire e nutrire soldati. Il militarismo reca in sé anche il germe della propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impiegare ogni anno più denaro per l’esercito, marina, cannoni, ecc. (oggi, è noto, missili, carri armati, ecc.) e quindi ad affrettare sempre più la rovina finanziaria; dall’altra a dare un carattere di serietà sempre maggiore al servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, a familiarizzare tutto il popolo con l’uso delle armi e renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte a quei signori della casta militare che esercitano il comando.
«E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l’esercito dei principi si muta in esercito di popolo; la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo.
«Ciò che non potè compiere la democrazia borghese del 1848, precisamente perché era borghese e non proletaria, cioè dare alle masse lavoratrici una volontà il cui contenuto corrisponda alla loro posizione di classe;questo sarà infallibilmente realizzato dal socialismo. E ciò significa far saltare in aria dall’interno il militarismo, e con esso tutti gli eserciti permanenti!».
Questo è un punto fermo che segna un confine invalicabile tra teoria rivoluzionaria del proletariato e qualsiasi elucubrazione ribellistica, anarcoide o terrorista di rivolta. Altro che illudersi di colpire il cuore dello Stato indipendentemente dallo sviluppo delle contraddizioni generali che vedranno la stessa macchina militare dello Stato rivolgersi contro quella casta militare che al servizio della borghesia ha tanto fatto per rafforzarla e lubrificarla.
La prova generale delle lezioni imparate nello schiacciamento della Comune fu il 1917: nel fuoco della guerra interimperialistica le correnti di sinistra marxista non si stancarono di far appello al disfattismo: i Soviet dei soldati si legarono ai Soviet dei lavoratori che producevano per la guerra e ai contadini strappati alla terra: la diserzione e la ribellione organizzata contro i comandanti militari sarà l’epicentro della grande rivoluzione socialista.
Per i comunisti rivoluzionari questo rimane l’unico teorema possibile immaginabile: tutte le altre elaborazioni, da qualsiasi parte provengono, sono forme di ribellismo anarcoide e democratico che hanno avuto il loro senso in altre condizioni storiche, ma che non si convengono alle aree metropolitane del capitalismo avanzato. Questa è la prima morale.
La seconda morale è che «tutta l’organizzazione e il modo di combattere degli eserciti, e conseguentemente vittoria e sconfitta, si dimostrano dipendenti da condizioni materiali, vale a dire economiche, dal materiale-uomo al materiale-armi, quindi dalla qualità e dalla quantità della popolazione e della tecnica».
Le forme della guerra non sono indifferenti alle forme economiche e sociali:
«Solo un popolo di cacciatori, quali gli americani, poteva concepire la guerriglia, ed essi erano cacciatori per cause puramente economiche, come oggi precisamente per cause puramente economiche questi stessi Yankee dei vecchi Stati si sono trasformati in agricoltori, in industriali, in navigatori, in mercanti e non fanno più la guerriglia nelle foreste vergini, ma tanto meglio la fanno nel campo della speculazione, dove sono andati anche molto lontano nella utilizzazione delle masse». Oggi sappiamo quanto oltre gli USA siano andati e potranno andare nel campo della speculazione esercitando tutto il loro peso imperialistico di nazione di agricoltori, di industriali, di finanzieri mondiali.
«Solo una rivoluzione quale la francese, che emancipò economicamente il borghese e specialmente il contadino, potè ritrovare quegli eserciti di massa e ad un tempo quelle libere forme di movimento, contro cui s’infransero le vecchie linee impacciate, riflessi militari di quello assolutismo per il quale combattevano. E noi abbiamo visto caso per caso come i progressi della tecnica appena divennero militarmente utilizzabili, e furono anche effettivamente utilizzati, imposero subito quasi violentemente modificazioni, anzi rivoluzioni, nel modo di combattere, e per giunta spesso contro la volontà dei comandi militari.
«E oggi giorno anche uno zelante sottufficiale potrebbe spiegare al sig. Düring (e a tutti i signori Düring del nostro tempo) a che punto la condotta della guerra dipenda tra l’altro dalle forze produttive e dai mezzi di comunicazione, sia del retroterra che dalle forze d’operazione d’un singolo paese. In breve, dovunque e sempre le condizioni e i mezzi economici portano la forza alla vittoria, senza la quale questa cessa di essere forza, e chi seguendo i princìpi del sig. Düring volesse riformare la guerra da un punto di vista opposto non raccatterebbe altro che bastonate».
Engels in nota fa osservare che questa cosa è già perfettamente a conoscenza dello stato maggiore prussiano:
«“La base della guerra è in primo luogo la forma economica generale dei popoli”, così dice in una conferenza scientifica il sig. Max Jahns, capitano di stato maggiore (Colonia 20 aprile 1876)».
C’è n’è abbastanza per considerare che particolarmente nella fase imperialistica, allorchè la forma economica generale dei popoli è modellata dalla guerra delle merci nei periodi di cosiddetta pace, la base della guerra è talmente fondata su di essa che l’intreccio tra le attività cosiddette economiche e attività belliche ha raggiunto il più alto grado di scambio e di reciproco sostegno. La violenza immediata del capitano, o del generale a 4 stelle è meno importante del rappresentante dell’”ordine economico”, rappresentato dall’ingegnere, dal tecnologo, come si direbbe meglio oggi.
E ciò non riesce ad essere digerito da quelle correnti opportunistiche o borghesi che continuamente s’ingegnano a cercare in ogni occasione di guerra limitata o generale i falchi e le colombe, a distinguere tra i mangiatori d’acciaio tutti votati alla costruzione d’armi per la guerra ed i buoni managers progressisti, tutti dediti alle costruzioni di opere pubbliche e arnesi per i servizi del popolo, magari case, scuole, ospedali!!
Sulla base di queste linee teoriche di fondo siamo in grado di valutare i grandi sviluppi della tecnica in tutti i campi, da quello della potenza indiretta dell’industria, a quello della violenza immediata della più sofisticata industria d’armamenti.
Le stesse strategie militari degli Stati imperialisti moderni lungi d’essere l’espressione della genialità del tizio o del caio generale od ammiraglio sono determinate dallo sviluppo della forma economica che sta alla base della guerra. Si sono versati fiumi d’inchiostro a suo tempo sull’idea rivoluzionaria della guerra lampo (blitz-Krieg), che avrebbe rovesciato tutte le tecniche della guerra di trincea, romantica perfino e in qualche modo umana!! (E quanti vati più o meno riconosciuti si sono esercitati a celebrare tale umanesimo di sangue!) Solo il marxismo rivoluzionario ha saputo vedere nella teoria suddetta l’espressione militare d’un certo tipo d’imperialismo, quello tedesco; e lungi dal demonizzarlo, comunque non in misura superiore all’inferno capitalistico di tutti gli altri Stati, in pace e in guerra, ha saputo vedere in esso la forma bellica d’una economia e di rapporti sociali provenienti da lontano, dalla particolare forma della Germania, della sua indipendenza dall’alto, secondo l’alleanza Junker-alta borghesia, fino al modello nazionalsocialista di terrorismo di classe contro il proletariato.
La borghesia tedesca e il suo Stato, coscienti della vulnerabilità del proprio retroterra economico, della propria debolezza produttiva nel lungo periodo, doveva sperare, e lo dovette nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale, nella brevità del conflitto: la guerra lampo è la proiezione militare di questo stato d’inferiorità della struttura economica, delle condizioni proibitive di disciplina e di pressione esercitate sulla classe operaia: la condizione per poter esercitare il potere sono l’ancoraggio dell’aristocrazia operaia alle fortune dello Stato, al sogno di soggiogamento in breve periodo del nemico, per poter godere dell’era millenaria di pace e dominio accarezzata dalle saghe popolari. Altro che barbarie nazista o balle di questo genere evocate da tutti i Düring di destra e di sinistra, da tutti i fautori o esorcizzatori della violenza immediata, gratuita,disumana!!
Da queste premesse teoriche generali la tradizione della Sinistra Comunista, in linea con le correnti di sinistra marxista prima della grande guerra mondiale del 1914-18, ha potuto seguire il filo rosso della genuina tradizione proletaria, nemica della guerra fratricida e capace di far leva sulle contraddizioni del capitalismo per uniformare la sua marcia di classe verso il socialismo.
Ci si meraviglia ancor oggi, negli ambienti malsani dell’opportunismo come sia potuto accadere che nelle conferenze di Kiental e di Zimmerwald, senza conoscersi, lo sconosciuto Lenin e la sinistra europea potessero incontrarsi per ribadire l’atteggiamento di sempre contro la guerra degli Stati e la promessa solenne di Stuttegart (1907) contro ogni tentativo di spingere le masse proletarie sul terreno della difesa della rispettiva patria. Al contrario, siamo di fronte a niente altro che al teorema già compiuto nel 1848, allo schema di doppia rivoluzione stabilito da Marx ed Engels per l’area tedesca, e di rivoluzione proletaria per gli Stati più evoluti dell’occidente, Francia ed Inghilterra.
E non fu forse l’assegnazione da parte di Marx del ruolo che competeva alla Germania di centro decisivo per l’emancipazione del proletariato mondiale del tempo il pretesto per l’accusa di nazionalismo, come a Lenin quella di agente del Kaiser ed alla Sinistra Comunista di spia della Gestapo?
Non c’è forse in tutte queste coincidenze la prova dell’unico filo che lega la lettura storica del capitalismo e delle sue tendenze non solo in linea puramente generale, ma più specificatamente nella questione delle singole realtà statali, nei loro rapporti e nel loro antagonismo?
Cosa è questa coerente lettura se non la valutazione di alcuni eventi culminanti del moderno scontro delle classi e degli Stati. Nel cuore dell’Europa spetta al nascente Stato tedesco, il primo Reich, la funzione di gerente dello status-quo imperialistico. La Germania di Bismarck esce dal conflitto contro la Francia non solo come nazione vincitrice, ma come modello di Stato che ha contribuito a schiacciare nel sangue l’assalto della Comune.
Da questo momento e per questo merito, il modello tedesco sarà l’oggetto dell’ammirazione e delle gelosie delle borghesie degli altri paesi, amato e temuto, comunque un esempio di gestione delle contraddizioni di classe; nel breve volgere di qualche decennio si stringeranno alleanze apparentemente innaturali; gli uomini dell’italico risorgimento, da sempre anti-austriaci ed anti-teutonici, in nome della ragione di Stato sigleranno la Triplice del 1882 con Germania ed Austria, mentre gli ex mazziniani alla Crispi guarderanno alla vecchia Prussia come al regno dell’ordine e dell’efficienza. In effetti la prima storica edizione di misure ad un tempo riformiste ed autoritarie sono quelle prese da Bismarck, come pure le forme organizzative del proletariato tedesco sono l’esempio massimo di efficienza nella storia della Seconda Internazionale.
Il modello tedesco è nello stesso tempo un paradigma ed una lezione generale: se qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio sulle possibilità progressiste della borghesia a livello generale, non aveva che da prendere atto che l’intera borghesia occidentale, pur tra i suoi antagonismi, contava sul modello tedesco e sul retroterra russo per tenere a bada le pressioni possibili del proletariato europeo. Non è quindi l’opera del destino, ma lo sviluppo particolare dell’imperialismo in Europa a stabilire i ruoli degli Stati nel vecchio continente.
La formazione per via autoritaria, o „dall’alto“, della nazione tedesca ed italiana segnano un momento decisivo per l’assetto complessivo delle potenze: non a caso questo modo incompleto di formazione nazionale lasciava aperte quelle rivendicazioni nazionalistiche ed irredentistiche sulle quali poterono far leva gli opposti imperialismi per combattersi per interposta persona. La storia delle guerre locali non è una scoperta recente: comunque un buon pretesto delle grandi potenze per attribuire all’arretratezza delle nazionalità in ascesa e alle loro „irrazionali“ volontà la colpa della guerra.
L’attitudine al tradimento della socialdemocrazia maturava all’interno di un assetto borghese che in mancanza di una rivoluzione radicale doveva attrarre nella sua orbita il partito del proletariato in cambio di briciole d’un impero coloniale che andava costruito a tappe forzate e non senza rischi e attentati allo status-quo già tanto caro al vecchio Bismarck.
L’attenzione e lo studio critico delle condizioni materiali che stabilirono i rapporti di forza, le alleanze degli Stati, le ingerenze che esse determinarono nel proletariato e nel partito di classe non sono vacue esercitazioni, ma una necessità costante ed indilazionabile, fermo restando che c’è un filo continuo che lega e ispira questo compito: il rifiuto costante, di fronte alla minaccia di guerra degli Stati borghesi che inevitabilmente coinvolgono la classe operaia ed i contadini poveri nella lotta fratricida, d’ogni difensismo (termine già ben noto ed adoperato da Lenin nella battaglia critica e politica contro l’opportunismo del primo ciclo 1914-18) e di ogni “intermedismo”, termine col quale vogliamo intendere la pretesa di indicare come obiettivo precipuo e pregiudiziale della forza e degli sforzi del proletariato rivoluzionario non l’abbattimento dei suoi oppressori di classe, ma la realizzazione di certe condizioni nei modi di organizzazione della presente società, che gli offrirebbero terreno più favorevole a conquiste ulteriori.
Condannare questi atteggiamenti esiziali non è un ostacolo all’analisi delle condizioni peculiari dello svolgimento delle guerre e degli schieramenti che si determinano; tutt’altro: basti pensare alla possente dialettica del partito marxista che permise a Marx di leggere i rapporti di forza nella fase preimperialistica e a Lenin nella fase imperialistica secondo lo stesso metodo che piuttosto di appiattire la diversità delle questioni comportò l’impianto di una concezione generale del capitalismo, delle sue interne leggi e dei suoi inevitabili sbocchi.
Furono semmai le correnti di destra (socialdemocrazia alla Kautsky) e di sinistra, (compresa Rosa Luxemburg) a non comprendere la necessità delle eccezioni alle regole, l’uno tutto spostato verso una lettura intermedista e difesista del proletariato, fino al tradimento, l’altra alla sottovalutazione dell’autodeterminazione delle nazioni, nello zelo rivoluzionario di non provocare fratture tra i proletari di tutto il mondo.
Il nostro centralismo non è senza eccezioni: «Il diritto all’autodeterminismo è un’eccezione al nostro postulato generale, il centralismo. Questa eccezione è assolutamente necessaria di fronte al nazionalismo grande russo reazionario, e la minima rinuncia a questa eccezione è un gioco negativo che favorisce il nazionalismo reazionario grande russo» (Lenin, A proposito della questione polacca, polemica con Rosa Luxemburg).
Abbiamo scritto a suo tempo che è errato asserire «che sia proprio indifferente, per tutto lo svolgersi del processo che condurrà dal regime capitalistico a quello socialista, la vittoria o la sconfitta degli imperi centrali, oggi del nazi-fascismo, domani della plutocrazia americana o del totalitarismo pseudo sovietico».
The Logic of Fascist Syndicalism and Regime Trade Unionism: The Defense of Capital Pt.1
Our aim with this work is to focus on the process of integration of workers’ unions into the meshes of bourgeois institutions, following its past stages and highlighting the characteristics peculiar to each and the similarities between them. In practice, it’s a matter of developing the synthetic work that appeared in issue no1 of this journal and pointing out, through the historical events of the various epochs, the general tendencies of this phenomenon that characterizes the epoch of imperialism in all capitalistically developed countries.
The reasons that prompt us to address these questions once again are not, of course, historiographical or academic in nature, but arise from the need to strengthen our positions today on the attitude toward “tricolor” trade union opportunism (the “Tricolore” is the national Italian flag), a question not easily solved on the level of practical application, as the Party still lacks the favorable terrain on which to act, both because of its extremely small forces and because of a general situation that, although expressing the first feeble attempts to climb out of the counter-revolutionary slope in which the proletariat has been led for more than half a century of opportunist leadership, sees the main proletarian units still absent from the historical scene of the class struggle, if only from the defensive battle against the increasingly pressing and less and less disguised attacks of the forces openly defending the general interests of capital and the ruling class. The slower and more troubled the process of deploying the forces of the proletarian army in the field, under the material pressure of the constant worsening of the living conditions of all workers, the more difficult it will be to identify the most suitable forms and operational instruments that the Party will have to undertake in its indispensable action of penetration into the class, with the classical weapon of participation in workers’ struggles and in the organizational forms in which they’ll be expressed. But even if this process would be more rapid than can be expected today, that wouldn’t make it any easier to identify the correct and most useful ways to intervene in the class, a task vital for the achievement of the general direction of the class in struggle and for the subsequent action of attacking the bourgeois institutions for the conquest of political power by the proletariat.
Precisely for this reason, we must always be very clear about the overall character of the social phenomena unfolding before our eyes, and above all clear about the tendency of the political and trade union forces in the field, the nature of the type of regime against which the proletarians will have to fight, the political orientations of the organizations which officially pose as guardians of the interests of the working classes, their relations with the bourgeois State and their real historical and immediate objectives. In short, the salient features and specific tendencies of political and trade union opportunism in the forms in which this manifests itself today and will manifest itself tomorrow. The Party must possess this clarity to the full in order to know how to convey to the proletariat the indications of actions to be taken to counter and attack the forts of the enemy and break down all obstacles that will stand in the way of the successful solution of the proletarian and communist revolution.
Above all, it’s necessary to this end that the Party shouldn’t rest on waiting for the developments that the resumption of the class struggle will have in the future, in order to draw from them a posteriori directions for action, but should know how to indicate as of now to the most combative proletarians what must be not only the objectives, but also the immediate organizational instruments that they must give themselves in order to carry on their struggle with good results and determination, so as not to risk at the moment of action finding themselves at the tail instead of at the head of the class movement. This clarity can only come from knowing how to value the enormous baggage of the class’s historical experience, its past struggles and the behavior of the opportunist organizations that from time to time have appeared on the scene in the history of the international proletarian class struggle. It’s necessary to know how to grasp the common thread linking the different forms of opportunism, their progressive involution along the line of a historical continuity that, in the imperialist phase of international capitalism, marked the evolution of the organizational forms of workers’ unions toward integration into the meshes of bourgeois institutions.
More generally, it’s the tendency of the bourgeoisies in all countries, in the need to preserve themselves in power, to subjugate proletarian-based organizations, either by the force of open and avowed totalitarianism, or, depending on historical periods and situations, by the lie of democratic tolerance, exploiting for reactionary purposes the irreversible historical tendency of proletarians towards economic associationism for the defense of their living conditions.
It’s imperative to trace the substantial nature of today’s trade union organizations, beyond the lying forms and appearances of freedom and democracy, and to see how their avowed allegiance to the needs of the national economy is an irreversible phenomenon of today’s trade union opportunism and translates on the level of action into close class collaboration with the bourgeoisie through all channels of the democratic regime.
Increasingly, today’s trade unions are characterized as “regime unions”, in the sense that they not only refer in their statutes to loyalty to the institutions of this regime, but increasingly tend to position themselves as the only recognized interlocutors of the State and the bosses. They thus increasingly become unions closed off to class action. Loyalty to the sacred values of democracy and social peace is now openly referred to as an indispensable condition for militating in its ranks. They thus tend more and more to configure themselves as true “regime unions”, linking themselves directly to the style of action of the fascist unions.
The perplexities that may arise in the face of such a definition are the result of an evaluation influenced and distorted by the widespread conviction that between the fascist regime and the democratic regime there exists a diametrical historical antithesis, and that therefore these two systems of government of the bourgeoisie can only be configured as irreducible enemies with no possibility of coexistence and compromise, so that, even if one recognizes them as different forms of bourgeois rule, and therefore both working for the preservation of the capitalist system, one ends up making their difference in form a difference in political substance as well, so that the democratic system is not considered the configuration of a true regime of the ruling class. If one doesn’t clearly get this analogy of substance between the two regimes, one ends up not having equally clear the analogy of substance between the organizational forms that characterize their supporting structures, among which cannot but be considered the trade unions, which we have not by chance called tricolor, taking up equally the definition with which the militants of the Communist Party of Italy called the fascist trade unions of the black twenty years. After all, our very clear definition in the immediate postwar period of tricolor unions “sewn on the Mussolini model” cannot make any other sense: a model, precisely, traced by Fascism and on which the Resistance parties sewed the “new type” of post-fascist unionism still prevailing today.
Certainly we aren’t so foolish and unrealistic as to regard fascist and post-fascist unions as exactly the same thing, but the comparison must be seen in the light of the differences between the two systems in relation to: the development of proletarian struggles, the institutional differences of the two forms of regime, and the different formal legislative structures.
The most recent events in the field of workers’ struggles have brought into clearer and clearer focus the identification between tricolor unionism and fascist unionism: expulsion of workers’ representatives not aligned with loyalty to democracy and its institutions from the union; setting up “workers’” demands that actually defend the interests of the national economy and thus worsen the living conditions of proletarians; accentuated siding of the confederal piecards with the “policy of sacrifices”, etc. Clearer positions, but such as to be considered a recent substantial “change” in the general conception of tricolor unionism, indeed it’s a quite natural consequence of it. Not as of today, then, have we “discovered” regime unionism, as some of our critics who claim to be more or less “related” to us squeal, but this was clear to the Party from their inception. That at the beginning of their establishment and throughout the period of postwar reconstruction and economic “boom” our attitude toward them was different from the present is because of changed economic-social situations in which their action takes place, not because of their changed nature as “regime unions”.
Nature of fascist trade unionism
In order to bring this question into focus, one cannot disregard the analysis of what fascist trade unions were and above all how they came into being, and it’s expressly to this question that we devote this first chapter, which, together with those that will follow, shall trace a history of Italian trade unionism from the years immediately after World War I to the present period.
It’d be interesting to carry out this question more generally by analyzing the phenomenon of the involution of trade unions in all imperialist countries, which was a process typical of the years in which imperialism fully manifested its characteristics as the “supreme phase of capitalism”: the years of the first war and the immediate postwar period.
It’s a consequent and parallel involution to the collapse and betrayal of the parties of the Second International. In all countries the trade union organizations get arranged on the ground of class collaboration in war and peace, in various forms, but with identical opportunist spirit. The general weakness of the communist movement in Western countries was unable to counter this trend. However, it’s undeniable that the phenomenon of the subjugation of workers’ unions to the interests of the bourgeoisie in its own country takes on special characteristics in Italy, corresponding to the particular tradition of struggle of the Italian proletariat magnificently expressed in the “Red Biennium”, despite the continuous betrayals of the reformists leading the CGL and the continuous demagogic inaction of the maximalists who each time bring water to the mill of the former
This peculiarity shouldn’t be understood as an exception to the general phenomenon, but as a response by the Italian bourgeoisie, which treasured all previous political experiences, in unison with the tendency of international imperialism toward State totalitarianism in all countries. With Fascism, the Italian bourgeoisie achieved a modern synthesis of populist reformism, worthily inherited from the program of social democracy, and totalitarian political violence proper to capitalist dictatorship over the proletariat. With a unique organization into a governing party, Fascism intervened to increase the strength of counterrevolutionary resistance a hundredfold. The fascist party, in the chaos of political disorganization, placed itself at the head of the State and replaced the old cliques of politicians with a unified synthesis of bourgeois social forces. The methods of reactionary violence, without contrast, were combined with democratic demagogy. Fascism, as we have repeated a thousand times, merely took over from democracy and reformism in the centralized and totalitarian leadership of the political institutions of the bourgeois State.
In its effort to subjugate all the interests of the various social classes, not only proletarians and lumpenproletarians, but also petit-bourgeois and bourgeois in the narrow sense, to the superior interests of national capitalism, Fascism could certainly not underestimate the problem of trade unions and the economic struggles of the proletariat. Fascism also comes with its own canons of demagogy. It does not repudiate the class struggle, but openly proposes cooperation between classes, or, in its language, between “the different elements of production”, as a function of the higher interests of the nation. Nothing different from the tricolor unionism of our times, and this too is a demonstration of the modern, and not backward (in the capitalist sense) character of fascist trade unionism, as certain bourgeois and opportunist literature has long claimed.
Just as Fascism stood as the sole governing party in the political field, so its tendency toward absolute centralization under the total reign of the State could not fail to be reflected in the trade union field as well, in a way, however, as already mentioned, not different in substance from what was happening in all capitalistically advanced countries. The fact that fascist trade unionism was forced from its inception to come to terms with the principles and practice of class struggle is indicative of its modern, not backward, character. The contradiction it will carry in its bosom throughout its existence will be precisely the attempt to impose the principle of class collaboration, harmonizing it with the inescapable needs of the working masses. The supposed “fraternal collaboration” between capital and labor, presented as the fruit of a profound “national consciousness” freely felt by all classes, will always remain a theoretical chimera, destined to clash continually with the irreconcilability of interests between the bourgeoisie and the proletariat on the level of business and class conflicts.
At first, the promoters of fascist trade unionism and of the corporatist principle of unity of action between workers and bosses of each category to produce and increase the “welfare of the nation and its children”, will try to import these theses into the urban proletarian masses in competition with red and white trade unionism, a competition expressed by violence and blackmail but which, to a certain extent and at certain stages, didn’t disdain recourse to the democratic methods of persuasion and conviction, in an attempt to present itself as a legitimate and real defender of workers’ interests, trying to show in practice how the workers found the principle of collaboration more convenient than that of class confrontation.
Paradoxically, as we shall see, whenever Fascist trade unionism intended to give itself an image of efficient proletarian defense, it was forced to resort to the use of the execrated classist weapon of the strike, repudiating its own principles. This contradiction, which pervaded all the organizations of Fascist trade unionism, ended up resolving itself in the legal framing of the Fascist Corporations and trade unions, the sole lawful representatives of all workers, out and out appendages of the Ministry of Labor: the totalitarian framing of all working-class categories in the service of the bourgeois State and the bosses, with the absolute prohibition of the use of the strike.
Material and ideological origins of fascist trade unionism and its first acts: from the establishment of the UIL to the Dalmine speech
The origins of fascist trade unionism date back to the “Red Biennium” and found its roots, significantly, among the remnants of the revolutionary syndicalism that took sides on the interventionist front during the war. Edmondo Rossoni would soon become one of the leading theorists of fascist trade unionism. The first glimmers of corporatist theorizing were determined in 1918 around the UIL (Unione Italiana del Lavoro, Italian Labor Union) promoted precisely by Rossoni, along with De Ambris, though on different positions. The theorizations of Rossoni, then editor of the weekly L’Italia Nostra, organ of the Milanese Syndicalist Union, of precisely revolutionary syndicalist origin, takes up the themes of this current born as a reaction to the rampant opportunism of pre-war reformist leaders, updating them in light of the post-war situation. Under the motto “The fatherland is not to be denied, but conquered”, the theory of the “national function of the working class”, characteristic of Gramscian ordinovism, is carried to its logical extreme in a productivist and reactionary function, confirming the close connection, on the counter-revolutionary level, of the positions born in that period as a deviation from the Marxist principles defended by the Communist Left polarized around Naples’ Il Soviet.
The typically councilist and Gramscian theory of the “producer class”, which would gradually conquer all factories and impose “workers’ control” over production as a prerequisite for the subsequent gradual seizure of political power, was itself derived from the productivist and culturalist evolutionism expressed by the PSI right-wing in the famous 14th Socialist Youth Congress, which advocated the proletariat’s acquisition of technical and labor skills as a cultural and practical preparation for the future management of the “socialist economy”. This theory is converted, with its logical consequences, into the exaltation as a national potentiality of the labor heritage of the working masses and of their very struggles toward better living conditions.
«The working class – wrote the May 1st, 1918 issue of L’Italia Nostra – has no interest in inheriting a poor nation. As the worker and the peasant conquer better conditions of existence, they will become more Italian, more citizens, more men. And vice versa, or rather reciprocally, the increase in political, cultural and moral capacity of the working classes will make them more worthy and more apt to assume their rightful place as the ruling class of the nation (…) Until the moment of their complete emancipation the proletarians all, therefore, must place themselves on the level of the nation and collaborate in its greater well-being».
And again:
«The class lives in the nation and must live for the nation. In this struggle the more numerous and more conscious class prevails and makes the fatherland its own, as one wins a beautiful woman after hard trials and bitter tests».
The class struggle, the article went on to say in essence, while it could not be denied, nevertheless had to have a definite limit: the two opposing categories of “employers and workers” had to reconcile their conflicts when prolonging them would harm the supreme interest of the nation. Nothing substantially different from what today’s labor confederations preach and implement.
It’s with this move towards avowed nationalism that revolutionary syndicalist opportunism marks its definitive passage to the shore of the preservation of the bourgeois social system and proposes to throw into this work of reinvigorating worn-out Italic capitalism the living forces of the proletariat, returned to the factories from the trenches. It’s during this period that, in a sense, the final detachment of the new opportunism, reborn in nationalist guise, from the old-style opportunism of the social-reformist leadership of the CGL and the center and right wing of the PSI takes place.
While there’s no contradiction between the two on the substantial level, in that the latter certainly did not disdain the “national function of the proletariat”, it’s nevertheless true that it was never expressed in such explicit form as in corporatist syndicalism. The CGL, in its statutes, demanded “the complete emancipation of the working class from the regime of wage labor”, and in fact placed itself, despite its ultra-reformist leadership, on the terrain of class confrontation with the bosses, seen not as the natural “collaborator” of the proletariat, but as the enemy to be fought against on the terrain of class clash between de facto irreconcilable interests. In it, the communists operated fully as a fraction organized within its core and carried out agitation and propaganda with the declared aim of winning its leadership in order to drag the whole organization to the level of direct confrontation with the bosses and their government, up to the armed insurrection of the proletariat against the bourgeois institutions for the conquest of political power.
That, on the practical level, the struggles sponsored by the Red Confederation hardly ever translated on the level of direct class confrontation to its extreme consequences, and indeed the reformist leadership works quickly to throw water on the fire of workers’ revolts when they become too dangerous for the purpose of disturbing the general social peace, depends solely on the reformist nature of the political forces controlling it. Instead, its nature as a class union, as an independent trade union, within which the dialectic of confrontation and clashes between all political positions that appealed to the defense of the interests of the proletariat was expressed, remained. It was to all intents and purposes a class union. What differentiates it from today’s confederations is not so much the form as the substance: the former is classist, today’s ones are tricolor, nationalist, collaborationist by principle and vocation.
It’s no coincidence that, going back to the origins of fascist trade unionism, the nascent UIL under the patronage of the leaders of late revolutionary syndicalism, had as its main goal differentiation from the CGL and advocated the need to act as a counterbalance to it. The founding congress, held on June 19 in Milan, saw the fusion of the barricade-fighting ideology of the old days of revolutionary syndicalism with the need of the national bourgeoisie to instill patriotic and nationalist sentiments in the proletariat. Two trends were contrasting that, significantly, expressed the same need, with different backgrounds.
Rossoni’s report is interesting, a true masterpiece in which all past and future trends of opportunism are concentrated:
«Trade unionism remains trade unionism and class struggle will stay with us as long as there are different classes in society. It’s puerile to think otherwise (…) It’s unquestionable that antipatriotism is outdated and that the proletariat has every interest in attaching itself to its country and winning it to justice. But as long as there are reasons for the battle for demands, the best directives will be those of unbridledness and syndicalist audacity, in the name of apoliticality, autonomy and proletarian unity».
These are the categories in the name of which opportunism has always passed all its filth. It was in the name of the apoliticality of the union, of its impossible independence from anyone, with the ever- present seasoning of “workers’ unity”, that the reformists in the CGL carried out their defeatist and castrating action on workers’ struggles. The Rossoni report, in perfect modern bourgeois style, acknowledges the existence of the class struggle and sets out to turn it to the ends of the national interest, again not unlike modern-day piecards.
As a counterbalance to “integral trade unionism” theorizing, according to which workers’ organizations, modeled on the style of the English Trade Unions, would gradually take over all the functions of the State, even to the point of replacing it, De Ambris argued more realistically that trade unions should
«carry out their activity within the State and as part of it, in coexistence with other institutions».
Rossoni’s thesis prevailed, and the Statute-program approved at the end of the work provided, in Article 1, for the possibility of
«attributing directly to the organized working class the management of production, distribution and exchange of wealth”, and also argued that the UIL would enhance and elevate the proletariat “to the dignity and capacity to solve all the problems of production, culture and social justice».
As can be seen, even the first hints of fascist trade unionism didn’t disdain to be tinged with populism and to demonstrate that there is no incompatibility between extremist revolutionary syndicalism, vaunting the “Trade Union State”, and the iron necessity of the ruling classes to integrate the proletarian masses in the service of the national economy, or, in fascist parlance, of the Nation tout court.
Utopian demagogy has always been characteristic of all political tendencies that have presented the interests of the bourgeoisie as the interests of “all of society” and of all classes. Fascist trade unionism could not be exempt from this in its need to draw proletarians to itself under empty buzzwords painted with leftism. Indeed, the whole history of the birth and establishment by force of fascist trade unionism is pervaded by the continuous attempt of its high-caliber “theorists” to give it a “proletarian” form, a semblance of defending the interests of the working classes. This tendency, peculiar, moreover, to any opportunist trade union organization, will on several occasions force the fascist unions to acquiesce to the pressure of the masses and call, in spite of themselves, strikes and agitations contrary to the supposed principle of the rejection of class struggle.
The founding congress of the UIL attracted the attention of the first fascist organizations reporting directly to Mussolini, who, throughout the year 1918, had been elaborating a program resting on the basis of the explicit “collaboration between employers and workers” for the purpose of “greater individual and social welfare”, a program that was the reformist soul of Fascism, passed on to it by the reformism of the social democratic sort.
It’s interesting to note how Mussolini, from the columns of the Popolo d’Italia, makes explicit reference to the program of the French CGT, going so far as to publish its economic program in the Sept. 17 issue, emphasizing the reasons it had in common with Fascist productivism. It was with the prospect of preparing a cocktail between the reformist program of demands, brutally borrowed from Second International-style revisionists, and revolutionary syndicalist bragging with overtly nationalist overtones, that the future Duce granted full confidence to the nascent UIL.
The latter immediately distinguished itself by sending two delegates, Edmondo Rossoni and Ciro Corradetti, to the Inter-Allied Labor Conference held in London from September 17 to 22, 1918 under the auspices of the American Federation of Labor, the powerful American trade union, which brought together various trade organizations and had enthusiastically supported U.S. intervention in the war. The conference was a striking example of the international character of nationalist trade unionism and in general of the process of subjugation of workers’ unions to the economic policies of the various nation- states and thus, ultimately, to imperialism that had matured throughout the capitalist West.
This feature emerged clearly in the decisive motion of the conference, which declared, among other things, that workers were entitled to representation in the governing bodies of their own countries, called for a world congress of all workers’ organizations to be held in the same place and at the same time as the conference that would end the war, and elaborated a set of workers’ demands to be included in the peace treaties. The motion finally endorsed the idea of “productive democracy”, to be implemented in all countries, which had the same spirit – as L’Italia Nostra wrote – of the UIL’s deliberations. Next came the International Labor Organization, which brought together representatives of all governments, all employers and all unions in every member country, so as to give substance to the corporatist spirit that animated not only Fascism but all Western democracies. It was signed and endorsed by the CGL itself, which, however, participated by demanding precisely in controversy with the representatives of the fascist unions, the exclusive right to represent Italian workers.
The UIL openly advocated trade union unification with the CGL with the declared aim of removing it from the influence of the PSU (Partito Socialista Unitario), and began its activities in competition with it. A demands program was drawn up that included the eight-hour workday, minimum wages, paid Saturdays and recognition of internal commissions, and it set out to translate it into practice in the heat of workers’ struggles. As early as November 1918 the UIL took the field in Milan with the category of foundry workers, most of whom adhered to it. It presented a memorial with all these claims to the Consortium of Mechanical and Metallurgical Industrialists. On January 23, 1919, faced with the employers’ refusal to discuss the contents of the demands, it proclaimed a strike. This was opposed by the FIOM, which submitted its own memorial demanding only the eight hours and not joining the strike. The affair ended with the conclusion of an agreement between the bosses and the FIOM on the basis of the eight hours. The UIL continued the strike, but finding itself bumping up against the bosses on one side and the CGL on the other, which unleashed a violent propaganda campaign against it, it ended up reaching an agreement that added to the eight hours a wage increase of 7 cents an hour.
Mussolini approved and supported the work of the UIL. Above all, he extolled the eight hours as a nationalist aim.
«The postulate of a eight hour workday – he wrote in Popolo d’Italia – is ripe, it stands in the fullness of times. The Italian nation must go out to meet the servicemen, that is, the proletarians who will come back, with this word: from now on you will work as men, no longer as slaves (…) Politicians and ruling classes of Italy! Go forth to meet the labor that returns triumphantly from the bloody trenches. Raise it up! And you will raise up the nation! The hour has struck. Let the ruling classes know how to yield in time, let them not wait for the storm to accumulate!”
Fascist forces, which were preparing to consolidate and broaden to launch the attack against the red trade union organizations, did not disdain at all to cloak themselves in workerism, and Mussolini repeatedly applauded during that period the legitimacy of workers’ demands as long as they were exclusively economic in nature and especially as long as they were not directed at harming production. Do we need to spend that many words pointing out that this is exactly the same spirit in which today’s trade unionism applauds workers’ demands?
It was at the same time as the foundry workers strike that, in Dalmine, Mussolini found an opportunity to extol the “productive strike” of the Franchi-Gregorini workers who, at the urging of workers adhering to the UIL, had occupied the factory, deprived of power the company representatives who had refused to discuss the UIL’s demands, and proceeded to work by hoisting the tricolor on the plant’s flagpole. The Popolo d’Italia immediately extolled the action:
«It’s the mass of the producers, educated and dominated by a nucleus of conscious and strong-willed leaders and workers, who recognize the damage that traditional strike action does to the class and the nation».
When the agitation was over, the police having cleared the factory, Mussolini went to the plant and delivered there the famous speech that can be considered the inaugural speech of corporative syndicalism in action:
“You”, he said, “have placed yourselves on class-based grounds but you have not forgotten the nation. You have spoken of the Italian people, not only of your class of metallurgic workers [do the home-grown piecards not speak ad nauseam of “the Italian people”, subordinating proletarian demands to its pretended superior demands?]. For the immediate interests of your class, you could have made an old-style strike, the negative and destructive strike, but thinking of the interests of the people, you ushered in the creative strike that does not interrupt production. You could not deny the nation after 500,000 of our men died for it. The nation that made this sacrifice does not deny itself since it’s a glorious, victorious reality. You are not the poor, the humble, the outcasts, according to the old rhetoric of literary socialism, you are the producers, and it’s in this self-declared quality of yours that you demand the right to deal as equals with the industrialists”.
The speech, not by chance, preceded by just three days the establishment of the Fasci di Combattimento, so as to take on almost programmatic value of the new movement, whose initial characteristics, it’s worth remembering, were significantly oriented “to the left”, that is, toward a social and even socialist commitment, all imbued with defense. in a nationalist function, of the “weak” against “the all-powerful and greedy bosses” and the affirmation of better “social justice”.
The national economic unions and their anti-worker action: fascist tradeunionism builds its organizational structure
It was, however, in the midst of the famous international strike of July 20-21, 1919, that the first organizations that really gave birth to the fascist unions proper and corporations saw the light of day, yet another demonstration that the forces of Fascism, political and trade unionist, were grafted onto the weakness of the socialists and of the actions promoted under their leadership in the CGL.
The July strike against the presence of Entente troops in proletarian Russia and Hungary, despite being successful in Italy in terms of participation, was generally a failure. The French CGT withdrew at the last moment, in England it had only a small following and in Italy it didn’t assume the revolutionary character it should have. The reformists endeavored to give it the character of an extremely peaceful demonstration without any bite, to the point that the forces of the bourgeoisie saw from that moment onwards the concrete possibility of launching a counter-attack on the proletarian forces in order to make up for the losses and mighty attacks they had suffered during the “Red Biennium”.
It was during this strike that a group of telegraph workers, led by some interventionist syndicalists, rebelled against the CGL’s strike order and, without stopping work, formed the Fascio Postelegrafonico, which later became the National Fascist Telegraph Workers’ Union. The UIL adhered to the strike only out of discipline to the international association of interventionist unions of which it was a member, while all the other national interventionist associations sided against it: The Syndicalist Union of Milan, the founder of the UIL, the Republican Party, the USI, the Demobilized Union and the combatants’ associations, of the Arditi and volunteers, which even merged for the occasion into a “Committee of Action and Understanding”, of which the Fasci di Combattimento were also members. The strike eventually saw the defection of vast white-collar sectors of the railways, which formed the Railworkers’ Economic Union.
When the strike ended these embryonic union nuclei developed on a broader basis, openly backed by the Fasci. Meanwhile, the UIL split internally into two sections: on the one hand, supporters of “apolitical unionism”, on the other supporters of open collaboration with the Fasci. This split marked the end of the UIL as a union organization backing up Fascism, and when it supported the strike of railway workers and postmen in January ’20, it was disavowed and attacked harshly by the Popolo d’Italia.
This strike, proclaimed by the trade confederations “to adjust wages to the new increase in the cost of living”, marked the fascists’ final departure from their initial populist and pro-proletarian attitude. Mussolini lashed out with fierce determination against the strike and called on “all Fascists and the healthy forces of the Nation” to move on and boycott the agitation in no uncertain terms:
«You want to assassinate the Nation – he wrote in Popolo d’Italia – but the Nation mustn’t die! And it will not die! (…) We did everything in our power to avoid the strike and we recognized the fairness of some of the demands, but now, with the strike declared, we say that it cannot end in the usual compromise, only to begin again in three months. We demand that there finally be a victor and a vanquished, we demand that the struggle be struggle, not trickery, perhaps combined in Rome: either the State wins and the trade union loses or vice versa (…) But an end is needed; a balance must be found; discipline is needed, a ‘power’ must function and impose itself. This is the general desire. This ’tarantella’ dance of dissolution, this disintegrating consciousness, this state of perpetual uncertainty, which is neither reaction nor revolution, must end».
Having disavowed the UIL, the fascists took to emphasizing the first independent trade union groups formed among certain predominantly white-collar categories and sectors. On Jan. 15, Popolo d’Italia gave the news that the Associazione Movimentisti, comprising stationmasters and foremen, and the Fascio Ferrovieri Italiani, comprising second-category railway workers, the Unione Impiegati and the Unione Lavoro, had decided to merge into a single “apolitical” trade union. Its promoter was Isidoro Provenza. It’s relevant to quote one of his statements in this regard:
«Ours will be a class organization, with a predominantly economic character, with the immediate aim of improving working conditions and living standards; it will be open, in fact, to all those who recognize the usefulness of the organization, whatever their particular political and religious views».
In fact, this association was the springboard for the true and proper fascist trade unions, despite the fact that the National Economic Unions, which immediately derived from it, officially presented themselves as independent of the fascist political movement. Still hovering, then, in the original matrix of Fascist syndicalism, is a demagogic call for class defense, just as it hovers high in the sails of today’s tricolor trade unionism.
The nature of the union born out of this fusion was seen at once in the immediate disposition to its members to refuse the strike that continued to agitate railway and postal workers and immediately resume interrupted work.
On Feb. 27, the Federation of National Unions was formed in Milan; it included second-category telegraph workers, the Railroaders’ Economic Union, junior State employees, the employees of the State secretariats and chancelleries, and the Union of Editorial Clerks; the National Association of Finance and Tax Agents and the Federation of Middle-School Teachers joined later. The Federation aimed to.
«cement in a strong and disciplined league all the independent trade union forces to flank and promote the civilized, complete and rapid solution of economic and social problems in harmony with the general interests of the national community».
At the same time, the Italian Confederation of Intellectual Labor was formed.
Fascist reaction recruited its best disciples in great waves from the ranks of the intellectual and white-collar petty-bourgeoisie and from certain sectors of the labor aristocracy, by now tired of the non- stop disturbances of “public peace”. On these strata fascist syndicalism, and Fascism in general, built its anti-worker squadrismo. Hence came an interpretation of Fascism as a movement of political and programmatic expression of the middle classes, a conception that the Left denied even then, but here’s not the place to return to that.
To categorically refute this interpretation, which was advocated by those who later had an interest in claiming that the big bourgeoisie was extraneous to Fascism, it was enough a month later to see the clearly pro-boss attitude of exultation assumed by the national economic unions in the face of the extremely harsh repression of the famous “clock hands’ strike” of the FIAT workers, which had taken on a clear political significance in the demand for the recognition of the Factory Councils. The agitation, after a month, was crushed by the Turin Confindustria through the use of lockouts and armed police intervention.
«At the risk of scandalizing – proclaimed Mussolini, backed by the national unions – some other half-dozen mummies or howler monkeys, we say, here high and loud, that the powerful Turin Industrial Association, by crushing by its firm resistance the filthy speculation of the Turin PSU, has deserved the merit by the Nation and by the Italian working class itself», and, after praising the Fascists and the Torinese Arditi «who have taken the field from the first moment against the mystifications of the false shepherds», he called on them to arm themselves «to disperse the despicable sheeple of the card-carrying members». Finally, he praised the Turin industrialists, «men of initiative, of courage, of daring, who resisted the workers’ demands to reestablish the necessary reign of discipline during work and did so very well».
The Railway Workers’ Economic Union shortly thereafter demonstrated in practice its true nature, boycotting extremely harshly a strike called by the SFI to demand the removal of a stationmaster who had given the order to drive a convoy loaded with war vehicles destined for the Entente armies installed in Russia despite the fact that SFI members had decided to block it in solidarity with the Third International. The agitation provoked a police reaction in Milan, which fired into the crowd during a rally at the Arena called by the CGL in solidarity with the Cremona railway workers. The workers, pressed by police forces and sabotaged from within by the fascist economic union, were defeated and forced to return to work.
The national unions, proud of this defeat, backed by Farinacci’s first squadristi, subsidized by numerous capitalists eager to reduce the class unions to impotence, began to spread throughout most of the northern regions, especially in the Veneto and lower Po Valley. Particularly in the Trieste and Venezia Giulia areas, the link between blackshirt squads’ assault actions on the Chambers of Labor, the headquarters of leftist newspapers and parties, and the development of economic unions was very close.
To coordinate this drive of Fascist syndicalism the CISE (Confederazione Italiana dei Sindacati Economici, Italian Confederation of Economic Unions) was founded in Milan on November 19, 1920. In the agricultural areas of Bologna and Ferrara, where Federterra had succeeded in wresting from the Agrarian Association improved contracts for farm laborers and settler and tenant farmers, the CISE experienced a remarkable quantitative development. The methods used to achieve it are well known: the destruction of the red leagues, the continuous intimidation of the workers, many of whom, terrorized by the squadristi, were induced to join the Economic Unions. Often peasants were invited individually to meetings of the black unions and then forced with beatings to take up membership and sign up for the organization. Financed by the big agrarian bourgeoisie, the Economic Unions followed the tactic of substituting themselves for the Federterra leagues, entering into contracts with the bosses that worsened wages and working conditions of agricultural laborers and tenants.
This conspicuous spread of fascist forces in the lower Po Valley generated that other false interpretation of Fascism as a political movement with a pre-capitalist background, intended to devolve “capitalist civilization”. Justification for this is brought by the argument that its original development is found in the “feudal” backwardness of the Emilian countryside. This interpretation, even more idiotic than the first, has also been abundantly answered by the Party, and here’s not the place to return to it. The very development of the fascist movement, but also its origins, which are anything but “agrarian”, are sufficient to refute it. After all, the agrarian bourgeoisie itself was anything but “pre-capitalist” and feudal.
In general then, if Fascist syndicalism succeeded in propagating itself more in the countryside and much less among the urban proletariat, this is due to the different characteristics of the two situations, in particular the greater fragmentation and dispersion of the rural workers and peasantry compared to the proletariat of the large factories, whose compactness and material unity were able to express a much more effective resistance to the terroristic and destructive action of Fascist syndicalism and its action squads.
As Fascism strengthened its squadre organizations and took on a political body by organizing itself into a party, and as it tended more and more explicitly to position itself as a replacement for the democratic and liberal bourgeois cliques, holders of the governmental levers but increasingly troubled by the crisis of progressive decomposition that was corroding it, the top echelons of Fascism increasingly felt the need to integrate independent national trade unionism under the close dependencies of the political organization. In other words, they felt the need to give independent trade unionism a clear fascist stamp, overcoming the initial phase in which it tended to present itself as a trade union organization of class defense, sometimes even, as we have seen, with explicit calls for class defense and free worker membership regardless of political faith.
Therefore, the CISE, a formally autonomous and independent trade union confederation, in the period of its greatest expansion (in October ’21 Popolo d’Italia attributed 250,000 members to it) faced these problems. The dilemma facing Fascism, and which provoked numerous internal controversies among its various factions during that period, could be traced to three hypotheses: build a “national” organization, but independent of the National Fascist Party; create a new autonomous body that was nevertheless in some way subject to its control; or give rise to genuine trade unions fully integrated into the party.
The National Confederation of Corporations is born and the fight against red unions intensifies
It’s important to note at this point how Fascism uses the experience of proletarian communist political organizations. This feature is in fact the only “new” aspect of Fascism as an expression of the tendency toward the totalitarian centralization of all social forces characteristic of bourgeois politics in the imperialist phase of capitalism. Just as, on the purely political level, Fascism steals the concept of class dictatorship from Marxism and sets out to organize the bourgeois State in the most appropriate way to carry out its natural function as guarantor of the orderly course of capitalist production and the exploitation of wage-labor, in an attempt to shape society to its model, so on the level of trade union organization it finds itself solving the problem of the economic organization of the proletariat as a transmission belt between the bourgeois political party and the working class, in the same way as the Third International and its component communist parties had found themselves solving it in a revolutionary function for the overthrow of bourgeois society and the conquest of political power.
In this sense, it’s precisely in this period that the offensive within Fascism of the forces that best understood this matter developed, in order to eradicate the autonomist-oriented tendencies of social- revolutionary origin that still spoke of the “autonomy” of the union from the party. The “barricade fighting” phase of the development of fascist trade unionism, which pivoted on the demagogy of class defense as a national function and independently of the political forces in the field, was now about to be overcome: it was necessary to build true State trade unionism in its logical corporatist conclusion, legally reconstructed and ready to organize all workers in the exclusive service of the nation.
The offensive within Fascism came to coincide with the end of the disgraceful appeasement pact with the Socialists, which had seen a considerable part of Fascism siding against it. At the congress of Fasci at the Augusteo in Rome in October 1921, where the pact was buried, Dino Grandi launched the syndicalist philippic:
«Fascism’s task – he argued – is to make the masses adhere to the National State. A solution possible only if Fascism, throwing overboard the old liberalistic and collectivist conceptions, will become the pivot and propeller of a national syndicalism that considers the individual not as a subject or citizen, but as a producer and recognizes in syndicalism the cell of a new and broader social function, a true institutional expression destined to transform in this sense today’s decadent parliamentary State».
Pressures in this direction took on increasingly explicit tones in the following months. On January 10, 1922, at the provincial congress in Milan, political secretary Guido Ciarroca, speaking on the “trade union problem”, stated:
«We must finally decide to assume a precise physiognomy in the field of industrial and agricultural labor organizations. Fascist unions must be created, apolitical organization being an impudent lie. In the fascist unions must of course be able to participate even those worker elements who are not members of the political organization; but the unions must follow fascist directives and discipline, also because we don’t want to engage in class struggle, and in this sense we must also organize the employers».
Thus the corporatist idea of the single organization of workers and bosses, on a national level, was taking shape more and more. An idea which, as we shall see, Fascism never succeeded in fully realizing precisely because of the objective irreconcilability of material interests between proletariat and bourgeoisie.
However, the CISE, which attempted, under the suggestion of Rossoni-style autonomous national unionism, to reject the idea of a PNF-controlled trade union organization, saw its membership dissolve within a few months. The time was ripe now for Fascism to shed its barricade-fighting soul, used to try to establish itself with more credit among the working-class ranks, and to move decisively to corporatist organizing. The rise of the fascists to government marked the final collapse of the CISE. Rossoni was not slow to sniff out the writing on the wall and promptly abandoned independent trade union theories to devote himself to the new verb of hierarchical corporatism advocated by the party. On January 24, ’22 at the Fascist convention in Bologna, the National Confederation of Corporations was born on the wave of this new effort, of which Rossoni himself was appointed secretary, at the culmination of a well-deserved career, and which gave birth to its own publication, Il Lavoro d’Italia. The paper sought to elaborate a valid system of ideas in which to frame fascist syndicalism.
«It’s necessary – it proclaimed – to moralize and refresh workers’ struggle [do we not hear echoes of the divisionist “new type” unionism of the immediate post-World War II period or Berlinguer’s “moralization of the struggle”?]. There’s no antithesis between syndicalism and nationalism, since the rise of the working masses can only occur in a prosperous nation, respected in the world”. Therefore, it was necessary to “abolish class struggle” and “work to arrive at building a State in which a single trade union confederation would operate, organizing all workers and bosses cemented in a single and common effort to increase the greatness of the Fatherland and consequently the welfare of all citizens”.
Beyond the admittedly rather ludicrous “theoretical” efforts by which the big trumpets of Fascist syndicalism tried to give a credible logical configuration in the eyes of the workers and the poor and exploited social classes, the blackshirt organizations continued to try to impose themselves among the workers through intimidation and terror, turning their destructive action toward the strongholds and headquarters of red trade unionism and the most active socialist leagues. Between the Fascist congress in Milan in June 1922 and the “March on Rome”, the national unions intensified their violent action against the labor movement.
This uninterrupted activity culminated in the violent fascist reaction to the August 1, 1922 strike called by the Alliance of Labor. As is well, known, this body, controlled by the reformists, operated in a weak and hesitant manner, and the strike which should have been proclaimed in secret at the last hour, but of which the Il Lavoro of Genoa instead gave advance notice benefiting the fascists, resulted in a complete failure, and the fascist squads, backed by the national unions which carried out scab and sabotage work, raged for a week, creating, in an atmosphere of growing anti-proletarian terror, a not inconsiderable hemorrhage of workers from the class unions to the fascist unions, which in the eyes of many workers appeared in those days as the only organization in which they would find some job security and wage guarantee.
To avoid any misunderstanding, we must maintain that never did the fascist unions win the consent of vast strata of workers, yet this not inconsiderable influx of workers into the black unions (on September 3, speaking in Genoa, Rossoni indicated in “more than 800,000” the members of the Confederation of Trade Union Corporations; although the figure is no doubt exaggerated for propaganda purposes) ended up worrying the fascist leaders themselves, who began seriously debating how to behave toward them.
As we shall see, the bosses, and especially the Confindustria, never looked kindly on the fascist unions and resisted considering them the only “counterparts” with whom to deal. Mussolini himself felt at one point obliged to reassure the big bourgeoisie about the aims and objectives of Fascist syndicalism and to dampen any illusions of those who joined it in the hope of seeing their interests defended.
On Aug. 26, Il Popolo d’Italia published an editorial in which it stigmatized the workers’ mass switch to Fascist associations in an effort to ease all anxieties:
«Fascism is an entirely different thing. Its members are, first and foremost, soldiers (…) No one has in mind to abolish the class struggle, but that struggle must be subordinated to the welfare of the nation, for there’s no place to divide the share where misery reigns. In short, for us collaboration is the rule, class struggle an exception. The manners of this exception are of but secondary importance, even if by adventure they were apparently similar from those adopted by the socialists».
The contradictions of “integral trade unionism” explode: the polemics with the big bourgeoisie
Fascist syndicalism was thus beginning to detect its contradictions, which later exploded into open defections from its high-sounding collaborationist principles in the name of the Nation. The contradiction was not unlike that of any other opportunist and collaborationist trade union, in name or in substance: on the one hand the need to subjugate the workers to the interests of the national economy, and on the other hand the need not to lose face and somehow prove to be a defender of the interests of its members. It’s this irreconcilable contradiction that will lead them, before their compulsory legal recognition, to be forced to declare and promote class-based agitations and strikes, driven by the irreconcilability of those interests they claimed instead to “harmonize”.
The issue, directly linked to that of the integration that trade unions were to have within the Fascist State, aroused considerable controversy within the political forces and the various trade union components that recognized themselves in Fascism and that accompanied its entire development up to its institutional integration in the State machinery. We cannot, for understandable reasons of space, follow all its implications and events. We’ll limit ourselves to considering the most important issues and aspects that serve to highlight the issues we want to deal with.
The most glaring contradiction of Fascist trade unionism can be seen in its inability to bring to institutionalized fruition what was then called “Integral Unionism”, that is, the absolute principle of corporatist unionism: the unification of all workers and their respective bosses into a single trade or category union, under the supervision of the political forces of Fascism, to regulate the interests of workers and bosses to the “higher” interests of the country, of the Nation (with a capital N).
This contradiction appeared with blatant evidence in the years 1922 to ’26, when the main architects and theorists of Fascism tried to build the Corporations on the principle of the subordination of all classes, including the bourgeoisie, to the Nation, giving this political initiative a democratic aspect, that is, seeking to arrive at the corporatist organization of the State through the consent and acceptance of all social partners, to present class collaboration as a more effective tool than class struggle for the improvement of workers’ living conditions, in polemic and even in competition with the free trade unionism of the CGL.
In proceeding along this path, Fascist syndicalism didn’t take long to encounter resistance and open distrust from the big bosses themselves, who were reluctant to consider Fascist trade union organizations as the only interlocutors with whom to deal on the terrain of labor relations. This was because the bosses knew that they were scarcely representative and that any agreements concluded would have little chance of being approved by all workers.
In essence, despite the terror sown by Fascism, labor organizations that referred to class struggle continued to have considerable influence among the working masses, especially industrial workers, even though membership numbers had fallen sharply. No guarantee of social peace in the factory could be given by bodies that had arisen through terror and referred to political concepts repudiated in the depths of their souls by the great mass of workers, even by those who, terrified by Fascism, remained in the shadows, not daring to expose themselves openly by joining the red unions.
Fascism’s attempt to centralize to the utmost in the capacities of the Italian State the interests of all classes could not manifest itself as having developed “above classes”, for such it was not and could never have been. In reality it expressed, in a very modern political phenomenon, the need to subject the proletariat, in all respects, to the interests of the class holding political power. In this sense it was the latter that used Fascism to impose on the working masses the final reign of capitalist economic laws, operating on the favorable ground leveled by the betrayal of the social-reformists, and not the other way around. It was not the big bosses who submitted to Fascism, but the latter which carried out openly repressive and anti-worker political action in the interests of the former. It’s logical, then, that when confronted with the demands of the Rossonian rookies about the need for the employers’ organizations to recognize the need to disband and merge with the fascist unions in the Corporations, the former put up a rigorous resistance, reminding them that their task should be limited to clubbing the workers, not to present union demands in turn, thus agitating the workers.
Indeed, after Fascism had a free hand in the government, the Confederation of Corporations sought to give itself a firm organizational structure that would make it lose its character as a provisional movement and give everyone the feeling that it was moving in earnest toward the integral realization of its principles. On November 10, 1922, the National Council of Corporations defined the statutes and overall organization of the Confederation. It
«operated throughout the territory subject to the Italian State and united, under the tricolor, citizens of both sexes, whatever their religious profession, belonging to all classes and all categories of manual and intellectual labor».
Article 2 specified that the Confederation consisted of corporations, unions of trades, arts and professions related or co-interested in the same branch of labor and industry, and trade unions, composed of categories which, because of the specialty of their work or for other reasons, could not be part of a corporation. Each category of trade, art or profession was to be distinguished into classes, depending on whether they were capitalists, direct producers, entrepreneurs, cooperators, co-partners, professionals, employees or wage earners. Finally, the Confederation, which had a coordinating function of the various corporate, class or category activities, carried out its function through its own organs directly dependent on it, called the Federation of National Trade Unions.
In the programmatic part, after recalling that trade unionism was not only about classes, but about the whole people, it stated that it was in the interest of all categories to have an ever-increasing production, which would increase the national wealth and its diffusion,
«the result of an increase in Capital to be invested in ever new and more perfected means of labor”.
Fascist syndicalism therefore absorbed, in yet another demonstration of its modern and far from backward bourgeois character, the fundamental character of capitalism: production as a function of capital accumulation, and made its laws its own. It logically followed from this that general strikes were prohibited and only category strikes were permitted insofar as they could remain
«localized and limited to striking those groups that must be eliminated in the interest of labor and national production”.
As can be seen, another close link to today’s tricolor unionism, which, while there is no prohibition, makes less and less use of the weapon of the general strike and, on the rare occasions when it does resort to it, reduces it to a sterile and ineffective ritual, rigidly delimited in time and proclaimed dozens of days in advance. Moreover, it can be seen that the piecards’ “discovery” in the 1960s, the notorious articulate struggle, has proper origins in fascist syndicalism.
In any case, in “labor conflicts”, before resorting to strike action, the matter had to be referred to the “Competence Groups”, bodies created by Fascism and composed of PNF adherents competent for the various productive sectors. Here, too, government mediation in labor disputes is recognized, which has now become the rule of tricolor trade unionism, and not only in labor disputes but in actual national and company production planning.
Note also the mention of the weapon of the strike intended to “striking those groups that must be eliminated in the interest of labor and national production”, that is, the fight against “inefficient and incapable capitalists”, another workhorse of our present day trade unionism, committed in the platforms on which it claims to call workers to the struggle for the productive development of companies, against the bosses who’d only care about squandering the “working heritage of the factories” to achieve a “short- sighted immediate profit”. Defense of workers interests, then, but in a national productive function, against “the waste and inefficiency of certain groups of bosses”, as is long heard today from the lips of the leaders of the “triplice” [CGIL, UIL and CISL].
«We take care”, Mario Racheli had to say during said meeting for the statute of the Confederation, “even of the capitalist organization when it’s a matter of intelligent productive elements and not of capitalists who are absent or otherwise exploiting capital without devoting to it their own activity. We collaborate with those who want to collaborate, that is with the sound elements of the bourgeoisie and as we fought a battle to political parasitism, we will fight a battle to economic parasitism».
Here are the worthy predecessors of today’s collaborationism expressing themselves in the same language with which the “anti-fascist and Resistance” Di Vittorios will sing their fortunes, handing down their mystifying and anti-worker contents to today’s piecards, eager as ever to fight against the “absentee capitalists who make the investment strike” and wink at the “sound capitalists”. The continuity between fascist and post-fascist unionism is expressed here with unmistakable linearity.
Fascist trade unions facing worsening living conditions of the working masses
Despite the organizing efforts of fascist trade unionism, the Confederation of Trade Union Corporations, which shortly thereafter also clearly took on the “fascist” adjective, in a polemic with those, even within Fascism, who were vague about a probable unification with the CGL when the latter abandoned its ties with the PSU, never had any serious following among the proletariat of large industries and in general among the most important working-class categories. Class-based trade unionism continued to have a wide following among the workers, despite constant persecution by the Blackshirts.
The most resounding confirmation came with the renewal of twenty internal commissions between March and September ’23: in fourteen of them, where it had presented its own list, the FIOM secured a majority or, indeed, all the available seats. In the other six, where the FIOM had no candidates, the Fascists secured five internal commissions with a minority vote and a high number of blank ballots; in the sixth, at Nebbiolo, they were defeated by the People’s Party.
Weak and insubstantial quantitatively, the Fascist unions then found themselves acting in an increasingly heavy-handed situation for the labor movement. Between 1923 and 1924, the Italian bosses, emboldened by the position of strength in which they had found themselves thanks to the destruction of proletarian organizations by the fascists, launched a very harsh attack on nominal wages, both by effectively reducing them and by resorting to dismissal with reemployment at lower wages. Given the soaring cost of living from 1920 to 1923, the living conditions of immense working-class masses, especially in the countryside, plummeted drastically, leading to an explosive social situation. Fascist trade unions, which in certain areas and localities had managed to “win” the adherence of a certain number of workers and worked to propagate the delights of corporatism and class collaboration, found themselves in considerable difficulty. Collaboration, preached and imposed, resulted, when the facts were tested, in the sacrifice of the working class, moreover put in the impossibility of defending itself and thus forced to accept disadvantageous agreements and, in addition, to tolerate the growing arrogance of the bosses.
In the face of this offensive, there was a real danger of an awakening of the working masses and an influx of workers back to the class union organizations, resulting in at least a partial reconstitution of what the action squads and fascist unions had destroyed. The latter then found themselves in the need to practically demonstrate the effectiveness of their existence as labor organizations. The controversy exploded precisely through a forcibly “hard” attitude of the fascist trade unionists toward the bosses in general. Urged to act by the very workers and white-collar strata they represented, on several occasions they found themselves forced to disregard their principles and resort to the much-hated class struggle, naturally in good opportunist spirit, resorting to it as a last-resort remedy, when nothing else could be done: the strike, thrown out the door, came back in through the window, in yet another confirmation that no disciplinary measure, no organized movement can prevent the violent explosion of the irreconcilable interests between proletariat and bourgeoisie in capitalist society.
On the “theoretical” and propaganda level, this attitude meant a high-sounding reaffirmation of “integral trade unionism”, of the need, that is, for the bosses’ organizations, too, to conform to the principle of collaboration and thus submit to the imperium of Fascism, to get as much as possible to meet workers’ demands.
Skilled opportunists, no less good than their today’ heirs, the ringleaders of fascist trade unionism began to shout against “the eagerness for ambition and wealth of certain greedy and irresponsible bosses”.
«The fascist State – Rossoni proclaimed – in order to be national, cannot allow the resurgence of class struggle. That workers’ unions exist under Fascist discipline is fine; but that the employers must also submit to the same law seems an offense brought against their dignity! The latter begin to grumble against Fascism, which they can only conceive of as the stick to be used against the workers, under the orders of the employers’ interests, and they secretly swear at syndicalism as to a deviation and a betrayal of their magnanimous ideals”.
In reality, this reaction of Fascist syndicalism responded not only to the need for “credibility” among workers and the poorer classes, but also to the tendency of the Fascist political movement to erect itself as the embodiment of the interests of the national economy in the narrow sense, and thus also to contain the interests of bourgeois and landowners. It’s the tendency that precisely makes it an advanced movement, not a retrograde one, on the grounds of the defense and better functioning of capitalist society.
The democratic State has also inherited this function and tends to harmonize the interests of all national capital while also countering the immediate needs of certain capitalist sectors. More properly, the political forces embodying the general interests of the bourgeoisie have a higher consciousness of class and social preservation than individual capitalists, who, in their short-sighted vision of the highest possible immediate profit, can also act in a way that conflicts in the longer term with their own more general interests.
Fascism thus sought to carry out this function to the fullest extent, clashing with the bosses’ own resistance. On March 12, 1923, Il Lavoro d’Italia published an article signed by Signoretti that harshly attacked the bosses as a whole. The author recalled the conditions of Italy in the immediate postwar period and claimed Fascism as having saved the capitalists from the ruin of the so-called “red threat”.
«Not only did it save them from the oppressive nightmare of a tomorrow of robbery, confiscation, and communism, but aware from experience of how grotesque and harmful it is to bump up against complex economic uniformities, it restored to them full freedom of initiative (…) To forget for the sake of petty momentary interests such advantages provided by Fascism, would constitute the direst ingratitude; and since Fascism is a movement that acts and reacts, that defends itself by attacking and counterattacking, it would mercilessly strike at individuals and categories and shady aggregates that stood in the way of the realization of its superior goals of national political and national productive synthesis”.
He then argued that it was the right of Fascist syndicalism to organize the bourgeoisie as well, stating that it was at the same time the duty of the industrial and agrarian classes to join the Corporations. Just as there was no possibility of carrying out “political action” outside Fascism, so there was no room for trade union and economic activity outside the Corporations,
«which are – he concluded with obvious falsehood and demagogy – the totality of Italian social and union life».
On the basis of these attacks, a heated controversy developed in the following months with the employers’ organizations, which tended to say: rightly so, Fascism should do its duty as the government of the nation, at the head of which the bourgeoisie felt, given the social circumstances, that it had to put it in that position; the Fascist trade unions should work for propaganda among the workers of class collaboration, breaking the backs of the still existing class organizations, possibly without getting too carried away by the material needs of their members in order to avoid falling back into the uncontrolled demandism of the “Reds”; we, as capitalists, will continue to do our “work” independently.
Fascist forces accentuated the pressure on the employers’ bodies. In the agricultural field, fascist syndicalists founded the FISA (Federazione Italiana Sindacati Agricoli, Italian Federation of Agricultural Unions), which several landowners immediately joined. The Confagricoltura remained independent for a time, in a polemic with the fascist unions, then, on the eve of 1924 elections, merged with FISA, perhaps for electoral reasons, as all big landowners were sympathizers of Fascism. Confindustria, on the other hand, remained formally outside the Corporations and indeed sanctioned this attitude, in the Palazzo Chigi pact of Dec. 20, 1923. Confindustria’s estrangement from the Corporations should not mislead, however, since a certain formal independence between actual bosses’ organs and the political institutions of the bourgeois State has always existed, the figure of the capitalist and that of the institutional apparatus that defends its class interests being indeed two different things. The agreement in substance on general political issues was in fact total as the same joint communiqué between fascist unions and industrialists points out, which recognized the “complete correctness” of class collaboration as a political concept and the need for it to be implemented by the national productive forces and affirmed the principle that
«trade union organization should not be based on the criterion of relentless contrast of interests between industrialists and workers, but be inspired by the need to forge ever more cordial relations between individual bosses and workers and their trade union organizations, seeking to assure each of the productive elements the best conditions for the development of their respective functions and the fairest compensation for their work, which is also reflected in the stipulations of labor contracts in accordance with the spirit of national trade unionism».
To no different criterion corresponds today, anyway, the convergence of political line and general objectives, in substance, between Confindustria and tricolor trade unionism, both of which aiming at harmonizing their relations in the superior interest of the national economy, under the patronage of the institutions of the democratic regime, while the formal independence of organizations between the various “social partners” and the State, which protects the orderly course of their respective political and economic tasks, remains, confirming the substantial programmatic and political continuity between fascist and democratic corporatism.
Social crisis keeps spiraling: fascist trade unions are forced to resort to strikes
Between 1924 and 1925, and especially after the Matteotti murder, the social crisis troubling the Italian proletariat threatened to spiral out of control. Numerous categories and factories went into unrest and the Corporations were faced with great difficulties, which ended up accentuating the contradictions with the bosses and resulted in the definitive elimination of the rules of the democratic game and the establishment of the openly totalitarian regime.
In many parts of Italy, the fascist unions were forced to take on the burden of proclaiming strikes and found themselves, willingly or unwillingly, at the head of workers’ agitations, competing with the class unions which, however, thanks to their reformist leadership, were never able to fight back against fascist unionism and the bosses with a class line of action that matched the tense situation that was being determined.
Thus we witnessed, on the one hand, the forcibly demagogic attitude, and in some circumstances even a repudiation of class collaboration, of Fascist syndicalism, moreover always siding in the end with whatever the bosses were willing to concede, on the direct instructions of the Duce and his collaborators; on the other to the extreme weakness of the red trade unions, led by the FIOM, which also ended up submitting to the bosses’ arrogance, unable, exactly because of its political line, collaborationist and legalitarian, to mobilize on the terrain of open and decisive class struggle the proletarians enraged by the continuous deterioration of their living and working conditions.
One of the most violent strikes was in the Carrara quarries, where the fascist unions had succeeded in imposing themselves on the area’s solid anarchist tradition through a true and proper civil war that cost several lives. Remaining however separate from the workers after the Matteotti murder, they had suffered a continuous loss of members and therefore felt obliged to intervene in some way against the dramatic decrease of the purchasing power of wages and demanded the revision of the employers’ agreements in force. The situation devolved to the point that they were forced to declare a strike. Tensions grew further to the point that the fascist authorities in Carrara themselves intervened alongside the struggling workers.
The town’s secretary, Renato Ricci, went so far as to write incendiary posters for the workers through an agitation committee against the local bosses and to attack Mussolini in a number of press conferences, proclaiming the failure of fascist collaborationism. The strike ended miserably after 47 days, thanks to the bosses’ intransigence and after Mussolini himself forced the Corporations to accept what the bosses were willing to concede from the start.
Another mighty agitation was that of the Lombard metallurgists in March 1925, called at the initiative of both the FIOM and the Corporations. The strike was of such magnitude that it aroused serious concern in the government, which, while it was forced to verbally support the workers in order not to lose control of the situation and to give a workerist image to Fascism, shaken at that time by the wave of discontent following the Matteotti murder, negotiated in secret with the industrialists to arrive at an acceptable solution to be imposed later on the Confederations. The struggle assumed at a certain point the character of a real competition between the Corporations and the free trade unions, united for the occasion in an inter-union committee grouping, in addition to the FIOM, the anarchist, Catholic and republican metallurgical unions. Because of the usual weakness of the “anti-fascist” Aventino front, fearful of stepping outside the plane of legality, the FIOM ended up finding itself initially in tow of the agitation and only later, prodded by the internal opposition of the Communists, did it manage to carry out an agitation partially in its favor. Both the Corporations and the FIOM separately demanded the wage adjustment to the cost of living, minimum wages and some regulatory improvements.
Faced with the bosses’ intransigence, the agitation threatened to spread throughout Lombardy, so negotiations between industrialists and fascist unions, mediated by ministers and directly by the Prime Minister, became frantic. Reading the chronicle of the time, one has the feeling, and this too says a lot, of following the concluding stages of one of the many contractual disputes of our days, in which “closures” and “sudden toughenings” are followed by “openings”, “clearings”, etc, etc, in interminable meetings between union delegations and industrialists with government mediation by the Ministry of Labor: the corporatist triangle had by now become regular with all its hallowed rituals to fool the working masses in the most democratic of ways. The negotiations excluded the FIOM, however, and ended with only the wage increase and to a significantly lesser extent than the fascist unions demanded, to the point that their rank-and-file representatives, who were present on the side of the negotiations, just as in our days, opposed the agreement until the last moment and hesitated to bring its contents to the workers. FIOM at first proclaimed the continuation of the strikes, but after two days, despite some success in the agitation, it called on the workers to return to work, discrediting itself even more among the workers than for the contractual defeat.
Another notable agitation was, in August 1923, that of workers in the Valdarno lignite mines operated by a mining company. The strike was promoted by the Corporations, with the support of the Council of the provincial fascist federation of Arezzo, following the failure of negotiations initiated on the basis of the demand for wage increases made by the fascist unions in the area. The Mussolini government thought at this point to politically exploit the issue for propaganda purposes, and, with much demagoguery, deliberated on a plan to support the strikers, in which there was provision for the disbursement of money to the neediest families and even the appointment of an extraordinary commission to manage the mines. That this was only a snare and a delusion was soon demonstrated by the conclusion of the dispute, by order of Mussolini himself, on the basis of wage increases significantly lower than the initial demands.
But the strike, which threatened at one point to alarmingly spread among mine workers in the province of Grosseto, aroused everyone’s attention, to the point that Il Lavoro d’Italia, the organ of the Corporations, felt the duty to intervene to explain the difference between the “fascist strike” and the socialist strike. It’s relevant to note this because it’s the same justification given by the Triplice piecards today.
«Fascist strikes – the paper wrote – are occasional and dictated by necessity, while the socialists had become professionals of the strike (the famous revolutionary gymnastics), necessarily disturbing the rhythm of production. Fascist strikes are exclusively economic; the socialists, on the other hand, had politicized all strikes. For them it was always an episode in that Marxist class struggle that was supposed to culminate with the general strike in the expropriation of the expropriators. Fascist organizers merely protect the just rights of the workers, while socialists use trade unions to subvert the established order».
Beyond propagandistic exaggerations, in that the reformists who headed the CGL were far removed, as all their action in the preceding years and the current one showed, from the revolutionary strategy of using the strike as a school of war for insurrection, which if anything was proper to the Communist Left, it’s interesting to note how the justification for the use of the strike is expressed in an economicist sense, as a pure economic defense for being constrained by the situation. But we know how this defense cannot be such if it’s separated from the defense of the historical and political interests of the working class, and so the weapon of the strike, if not understood as a school of war for the education for proletarian combat, ends up being reduced to a dull and harmless weapon precisely because it’s never decisively directed against the bosses, but always used with the scruple of avoiding the most harmful consequences to production, precisely in the sense in which the tradeunion-fascists were concerned about it, which is exactly the same sense in which the union and political opportunism of our times sees it.
After all, the response at the time of La Giustizia, a social-reformist organ, was symptomatic in this regard:
«Fascists – the “opposition” paper wrote – may cover socialists with insults, but they must explain to the public why their ideas don’t match the facts. One can siphon off the masses from one organization to another, but, when an insoluble conflict occurs peacefully, the fascist leaders are as incapable as the socialist ones of avoiding a strike».
The meaning was clear: socialists and fascists both shared the directive of “avoiding strikes”, but due to material causes, which are precisely those that make us say that under capitalist regime strikes are inevitable, it’s unfortunately necessary to resort to them. And what’s different in what today’s piecards say when they protest against the intransigence of the bosses who “force us” to use strikes. They’d be the first not to want it, but they can’t help but resort to it. For them, as for their worthy blackshirted predecessors, having acknowledged the inevitability of the class struggle, it’s a matter of harmonizing it to the ends of the “interests of the Country” (with a capital C), the same spirit of the fascists when they spoke of the “interests of the Nation” (with a capital N).
Towards the legal and institutional recognition of fascist trade unions as the sole lawful representatives of the workers
This general resurgence of proletarian tension, which among other things saw in certain more traditionally combative areas a certain return of workers to the class-based trade union organizations (in 1925 the FIAT internal committees obtained an overwhelming majority of FIOM representatives and saw, among other things, a clear affirmation of Communist delegates), ended up worrying the industrialists in no small measure and accentuating their distrust of considering the Corporations as their only valid counterparts, precisely because it was becoming increasingly evident that, beyond formal membership, they enjoyed no real following among the workers and therefore agreements with them were ultimately worthless. The Corporations, for their part, accentuated their demand to be recognized as the only legal representatives of the workers and in this sense proclaimed more and more openly the need to be legally integrated within the Fascist State.
At the same time, they emphasized the physical struggle against the internal commissions, accusing the industrialists of granting them excessive importance, and proposed replacing them with “factory trustees”, who were to operate on exclusive external instructions, unaffected by the influence of the environment in which they operated.
Once again it’s important to note how, beyond terminology and form, this is exactly the sort of worker representation in the factories that today’s tricolor piecards would like to make: elements totally disciplined to the dispositions of union structures outside the factory, uncaring to the moods of the workers and in general to the working-class environment in which they operate.
This in theory; in practice, of course, it appears difficult to achieve since workers’ representatives directly elected by the workers cannot disregard the moods of their base and so continually try to mediate between the two functions. However, it’s clear how the push by the union centers is increasingly aimed at obtaining factory representatives framed on the basis of corporatist collaborationism and thus ready to fight hard against the workers’ vanguards, who express themselves instead on the terrain of class confrontation.
The Confindustria, especially the Turin industrialists who were forced in the factories to deal also with the red representatives of the internal committees, proved unwilling to accept negotiation with the trustees. It’s interesting to quote the industrialists’ stance, through the mouth of one of their representatives, who declared:
«We knew that the internal commissions effectively and exclusively represented the workers. Instead, these fascist trustees looming on the horizon represent both too much and too little. Too little if we take into account that they have nearly no following among the masses; too much if behind them stands the fascist party, which in turn, as was repeated to us to the point of satiety, identifies itself with the government. It has often happened to me to sustain bitter struggles with the internal committees, and of some I retain bitter memories; but I couldn’t dispute that behind those men who came to argue with me, and not always politely, stood almost all my workers. On the other hand, if and when I happen to discuss with fascist trustees, who will I really have before me? The workers? Certainly not, because, at least in Turin, the workers adhering to the Corporations are next to zero, and even after the reform, the trustees will certainly not be able to delude themselves, let alone convince us that they’re actually the interpreters of the workers’ thoughts and feelings. Do they then represent the fascist party? I don’t think it has the right to meddle in an internal union matter. The government? In the latter case, I, who am a man of order, bow down; but, if so, I would rather have Mr. Prefect send for me and say, ‘I order you to sign the agreement in the following terms.’”
Confindustria’s message was clear: we will agree to deal exclusively with the fascist unions on the sole condition that it is imposed by the government. This was a clear way of demanding legal recognition of fascist syndicalism, integrating it in State institutions.
The question presented itself in even more explicit terms following the August 19, 1926 agreement between FIAT and the Internal Commissions, with a Communist majority, convened expressly by Agnelli, who signed an agreement with them on the basis of a wage increase of 80 cents a day, which in fact excluded in substance any relationship with the Corporations. The industrialists admitted “the danger of such a situation” and called for
«a government act declaring the internal commissions dissolved or abolished, declaring as of now that they would accept that subsequent arrangement which would be agreed upon between the Industrial Confederation and the Confederation of Fascist Corporations».
At this point the fascists’ violent campaign of frontal attack against the internal commissions resumed to the point that by the end of the same month almost all the members of the internal commissions in Turin had resigned. In their work the fascist union leaders not only resorted to violent intimidation, but were explicitly supported by the Party and the head of the government. Pressure from the Corporations themselves to be legally recognized increased, and all components of Fascism agreed that it was time to deliver the coup de grace to the class organizations and impose by force of law the validity of the Fascist concordats between the Corporations and employers’ organizations. The offensive didn’t even spare the Piedmont and Lombardy industrialists who were accused by many of “disloyalty to Fascism” because they continued to place the Corporations and the red unions on the same level, when not even giving the latter preference during negotiations.
But the Fascists were aware of the impossibility of drawing the bulk of the main proletarian categories, metallurgists in the lead, into the ranks of Fascist syndicalism, in the same way as the industrialists were aware that they could not grant any practical reliance to the concordats with the Corporations because of their lack of representativeness.
Such a situation could only result, as many industrialists were now clamoring for, in the final accommodation of the Fascist regime on the political level with its explicit assertion of itself as the sole party of government and regime, and on the trade union level with the framing of the Corporations and employers’ associations under the iron discipline of the State. But while for the latter this discipline corresponded to the formal fulfillment of their overall ruling-class interests, for the workers it was the subordination of their interests, historically antagonistic to those of capital, to the capitalist State.
Thus, while on the level of action the fierce struggle against the internal commissions and any form of workers’ representation not sponsored by the Corporations still intensified, on the institutional and legal level Fascism moved rapidly toward the final settlement of the “trade union question”.
It was Alfredo Rocco, later draftsman of the government bill on the legal framework of trade unions, who marked, with his August 30, 1925 speech at the University of Perugia, the definitive orientation in this direction. He attempted to elaborate a “programmatic doctrine” of fascism as a theoretical justification for what was being attempted. He enunciated with emphasis the necessity of the Corporatist State, not denying but disciplining the classes to the nation, as an overcoming of classical liberalism, theorizing the “free dialectic” between the interests of classes and individuals as a natural harmonizer of the overall interests of society converging naturally in the State, through universal suffrage.
We’re not here to theoretically refute this conception, that is, Fascism’s claim to represent and elaborate an original theory of society and its own “new vision” of social relations between classes. The Communist Left ever since refuted this claim with extreme Marxist clarity, tracing the “novelty” of Fascism back to the attempt to organically regulate all opposing social interests even within the ruling class, and thus in this sense an expression of the centralizing needs of State power proper to modern imperialist capitalism. Thus, the purported “overcoming of classical liberalism” was nothing more than the recognition of the falsity of the ideals of freedom and equality with which the bourgeoisie had cloaked the advent of its class domination and the open recognition of the totalitarian character of this domination, even when it was formally cloaked in democracy.
Rocco thus theorized the necessity of the subjection of class interests to the State:
«The organization of classes – he stated – is thus a fact and a necessity and as such cannot be ignored by the State, but must be regulated, controlled, integrated into the State. Instead of being organs of extra-legal self-defense, as they were in the past, such organizations must become organs of legal defense».
Finally, he theorized the use of the class-based defense organization, now correctly considered inevitable as an irreversible product of “modern industrial society”, for the purpose of enforcing the social discipline necessary for capitalist society; obviously, out of propagandistic and ideological necessity, he never named it as such.
«In the first place – he said – class organization as such, outside the dialectical atmosphere of liberal open society, proves to be not a ferment of unrest, but a means to a firmer social discipline, and indeed an integral and necessary element of every edifice of authority in modern times. Secondly, such an edifice cannot durably establish itself except on the condition of an almost obsessive effort of compactness that doesn’t exclude making economic concessions to the organized categories, but only if at the same time its absolute control is guaranteed, giving the Corporations authority and a figure of public law, in order to assert more firmly the authority of the state apparatus».
The essence of the totalitarian set-up of bourgeois society under mature capitalism, which the post- war “anti-fascist” democracy inherited and continued in complete consistency with the preservation purposes of capitalist society, is set out here very succinctly. Economic improvements to the various categories aren’t excluded, when prosperous times allow substantial strata of proletarians to be given a bit of that prosperity, thus enlisting them in the army of defenders of this society. In this context, today’s tricolor trade unionism fits in like a glove, being the best regulator and manager of the labor force organized in the democratic regime, dispenser, on occasion, of “bonuses and guarantees” to the labor aristocracy, on the condition precisely that it be deployed and organized by the regime unions in defense of order and State institutions.
Rocco’s discourse soon materialized with the Palazzo Vidoni pact of October 2, by which the Confindustria and the Confederation of Corporations mutually recognized the exclusive representation of bosses and workers and pledged to regulate contractual relations directly, so that internal commissions were de facto abolished.
The fascist unions thus deprived the opposing union centers of power, assuming the exclusive representation of the workers, and this, among other things, without even recourse to the factory trustees, rejected by the bosses because, although under PNF control, they could bring disturbance into the life of the factories and workshops where, as Il Giornale d’Italia, the Confindustria daily, proclaimed on the occasion, “political passions should not penetrate” and where one should “only work in the disciplined dependence on the bosses”.
The agreement was ratified by the Grand Council of Fascism three days later and found full implementation in the bill prepared by Rocco and presented to the Chamber of Deputies on Oct. 25, which provided for the definitive incorporation of trade unions into the State.
In its basic concepts, the bill fixed the mandatory legal recognition of only a single trade union per category, provided it gathered at least one-tenth of the workers and its leaders gave a guarantee of “sure national faith”. Recognized unions acquired legal character and represented all workers in the category, including nonmembers, so that the collective agreements they entered into had mandatory effect.
Other unions continued to have theoretical possibility of existence as de facto associations, subject to private law and public security law. This clause was intended to give a semblance of liberality to the law, but in fact the red or free trade unions no longer had any bargaining power and, persecuted by Fascist violence, no longer had any possibility of existence except in hiding.
Disputes concerning collective labor relations fell under the jurisdiction of a special section of the Court of Appeal, which would function as a labor judiciary. Recourse to it was at first mandatory for the bosses’ associations in agriculture and optional for those in industry, as Confindustria had repeatedly expressed. At a later stage, however, it too adhered to this constraint. Consequently, class self-defense and thus the use of strikes and lockouts was forbidden.
The State thus began to build its steel armor to compress and regulate all its components and to protect itself from their disruptive conflicts, first and foremost proletarian class action.
The first effects of the law in the economic field didn’t take long in coming. Out of objective economic necessity, the government decided on a series of deflationary measures in 1926, including a new general reduction in wages, which, of course, was not followed by an equally drastic drop in the cost of living, and which thus resulted in the containment of production costs of enterprises.
The Ministry of National Economy could state in early 1028 that
«(…) our industries have thus been able to achieve considerable savings in production costs, partly through more rational methods [sic!] of determining the compensation of labor, which has been stimulated to produce at top performance and which has willingly accepted the new systems [!!]».
But in the same year unemployment grew frighteningly, rising between December 1927 and the same month the following year from 181,000 to 414,000, while the partially unemployed increased in the same time frame from 10,000 to 108,000. Despite the legal ban strikes and unrest resumed with particular vigor, confirming the materialistic impossibility of the bourgeois State to eliminate class struggle even by ferocious repression and legal bans. According to some confidential data from the Ministry of Justice and Religious Affairs, there had been 154 strikes, for which as many criminal prosecutions had been initiated, in 1927, and as many as 149 of them had affected industry, involving a total of 18,663 workers. Of particular note were the Legnano and Olona Valley textile strikes and, above all, the October 25 agitation in Gallarate by as many as 4,000 women in 19 factories against the 25% reduction in the cost-of-living bonus, which lasted four days and was crushed only after the Police ordered the arrest of a number of female workers in each factory. It was to this growing worker unrest that Fascism responded in April 1927 with the famous “Labor Charter”, a basic model from which tricolor “democratic” unionism copied its structure.
Storia della Sinistra Pt.2
Capitolo esposto nella riunione del giugno 1979 [RG14]
La tattica del “fronte unico” rispondeva alla consegna del Terzo Congresso della I.C.: “conquistare la maggioranza della classe operaia”.
La veemenza di Lenin contro la “teoria offensiva” portata nel Congresso aveva il preciso obiettivo di battere le posizioni che impedivano ai Partiti comunisti di andare “alle masse”, chiusi in un settarismo che alla lunga avrebbe svilito l’azione comunista, allontanando le schiere proletarie dalla direzione comunista, confinandole nel ghetto della tattica legalitaria della socialdemocrazia. „Conquistare la maggioranza della classe operaia”, voleva dire strappare la direzione e l’iniziativa dei partiti opportunisti sul proletariato, spostando i lavoratori nel campo comunista rivoluzionario.
Per la Sinistra italiana non vi sono dubbi, né sulla tattica del “fronte unico”, né sullo scopo della “conquista della maggioranza della classe operaia”, dando alla parola “maggioranza” il significato che Lenin stesso precisa, cioè, non di maggioranza numerica, ma di influenza determinante del Partito Comunista sul grosso della classe. Il problema si sposta dai mezzi, la tattica, e dall’obbiettivo, conquista della direzione della classe, al “come”.
Lenin stesso porta ad esempio la “lettera aperta” del VKPD (Partito Unificato Comunista di Germania) del gennaio 1921, con la quale la Centrale del partito tedesco invitava la SED (Partito socialdemocratico tedesco) ad una intesa comune, sostenendo più precisamente che «il Partito Comunista tedesco unificato è pronto all’azione comune con i partiti che si basano sul proletariato» per realizzare la difesa della condizione operaia, l’autodifesa armata del proletariato, la liberazione dei detenuti politici operai, la ripresa delle relazioni commerciali con la Russia sovietica.
La “lettera aperta” prendeva spunto da una iniziativa, che il Partito tedesco aveva preso a Stoccarda, di richiesta alle direzioni nazionali dei sindacati metallurgici (DMV) e della Centrale sindacale operaia (ADGB) di iniziare una lotta generale ed unitaria a sostegno delle condizioni di vita del proletariato tedesco. Gli operai seguirono la proposta comunista, lanciata dagli organismi sindacali locali diretti dai comunisti e sostenuta dai lavoratori non comunisti.
L’Ufficio ristretto dell’Esecutivo dell’I.C. aveva condannato la “lettera aperta” e soltanto con l’intervento diretto ed autorevole di Lenin fu sospesa ogni iniziativa che confermasse il giudizio negativo dell’Ufficio, rinviando la questione al Terzo Congresso mondiale. Al Congresso Lenin difese la tattica della “lettera aperta” sino a ritenerla “obbligatoria dappertutto”, sostenendo che «la lettera aperta è un passo politico modello (…) La lettera è un modello, quale prima applicazione del metodo pratico per conquistare la maggioranza della classe operaia. Chi non capisce che in Europa – dove quasi tutti gli operai sono organizzati – dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, è perduto per il movimento comunista». Lenin sosteneva che, essendo “quasi tutti gli operai organizzati” nei sindacati e nei partiti politici socialdemocratici, si dovesse spostarli nel campo comunista passando per quei partiti e per quei capi sindacali.
In che modo, attuare questa manovra ardita? Compromettendo quei partiti e quei capi di fronte alle loro masse, costringendoli ad impegni ed accordi che, se mantenuti, avrebbero dimostrato la superiorità del metodo comunista, e se rigettati o traditi, avrebbero confermato la doppiezza e la mancanza di volontà dei partiti opportunisti e dei capi sindacali a portarsi sul terreno della lotta concreta in difesa degli operai. Lenin e Zinoviev portavano a sostegno della loro tesi tattica l’esperienza del Partito bolscevico con il Partito menscevico, con cui si alleò e si divise più volte dal 1903 al 1917.
La posizione della Sinistra italiana, coincidente con quella di Lenin sul fronte unico proletario per la conquista della direzione della classe operaia, differiva o comunque nutriva forti dubbi sul modo di realizzare il fronte unico così come veniva enunciato dalla “lettera aperta” e dalle successive tesi dell’Esecutivo dell’ I.C. del dicembre 1921. La Sinistra dubitava fortemente che l’azione rivoluzionaria e, prima ancora, la preparazione rivoluzionaria del proletariato si avvantaggiasse con una “alleanza” tra partiti “proletari” e partiti comunisti, ritenendo nozione non marxista che l’unità proletaria sia la somma matematica di tutti i proletari.
L’unità della classe si ravvisa, al contrario, nel partito politico proletario, nel partito comunista mondiale, in quanto organo di sintesi storica, nel programma invariante e nel metodo unitario d’azione, nella disciplina al centralismo. La Sinistra postulava, quindi, che l’affasciamento delle forze proletarie si realizzasse nell’organizzazione proletaria generale, come i sindacati economici, e che si dovesse disciplina non ad un organismo sovrapartitico. È questo il reale campo di arruolamento del proletariato alla milizia, all’azione del Partito. Qualsiasi altra manovra che esuli da questi postulati, è mero espediente suscettibile di spostare non le masse verso il partito, ma il partito fuori dai suoi cardini programmatici, tattici ed anche organizzativi. (Cfr. in “Archivio della Sinistra”: “Il fronte unico” e “Discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell’I.C.”).
Gli insegnamenti di Livorno 1921
Poteva essere ardita la definizione che i partiti socialdemocratici o menscevichi non erano partiti operai, al tempo di Lenin. Certamente, a tradimento arciconsumato, come oggi, è facile ravvisare nei partiti che monopolizzano la classe operaia i più strenui difensori dell’ordine borghese e del modo di produzione capitalistico. Era ferma convinzione della Sinistra italiana, ed anche di Lenin, che le socialdemocrazie occidentali fossero partiti della sinistra borghese e non frazioni della destra proletaria, anche se nelle argomentazioni polemiche e propagandistiche questi partitacci venissero trattati come “opportunisti”, devianti dalla tradizione proletaria, preoccupati più della psicologia delle masse che dell’esattezza dei concetti.
Ma il partito menscevico russo era ben altra cosa del Partito Socialista Italiano sino al febbraio 1917, sino alla fase democratica della rivoluzione russa e sino alla reazione di Kornilov. Il partito menscevico fu un partito democratico rivoluzionario nei limiti temporali sopra esposti, il Partito Socialista Italiano, che la rivoluzione democratica aveva dietro le spalle, non osò prendere la direzione del proletariato quando le condizioni storiche imponevano che si spezzassero i fortilizi democratici e parlamentari, reazionari nel 1919 in Italia, progressivi nel febbraio 1917 in Russia.
La lezione consiste in questo, che i comunisti rivoluzionari italiani non vollero perchè non poterono, a meno di rinnegare se stessi, continuare nella solidarietà forzata, nell’organizzazione unica di partito e spezzarono l’”alleanza” persino con i collitorti dei cosiddetti “comunisti unitari”, i “centristi” di Serrati e soci. Era la chiara dimostrazione che i socialdemocratici, il cui centro era peggiore della destra riformista, sciovinista legalitaria, mai e poi mai avrebbero consentito di allearsi con i comunisti, se non per sabotare od impedire qualsiasi azione proletaria, anche nel solo campo difensivo economico.
L’Esecutivo di Mosca non capì la funzione dei socialtraditori, tant’è che contribuì in modo determinante al mantenimento dell’equivoco nel quale si destreggiava il Partito Socialista dopo la scissione, proclamandosi per la Terza Internazionale, ma rifiutandosi di espellere dal suo seno la destra di Turati e soci, condizione preliminare posta a tutti i partiti che volessero aderire all’Internazionale Comunista secondo le disposizioni del Secondo Congresso.
La Sinistra, quando enuncia, tracciando il bilancio dell’I.C., che l’esperienza positiva dell’Internazionale è sino al “Secondo Congresso”, intende che tutta l’opera successiva al 1920 non fu limpida e coerente con le premesse di quel vero Congresso costitutivo della Terza Internazionale. Se era giusta la considerazione di dover costruire dei partiti comunisti che fossero non solo robusti in programma e dottrina, ma forti e potenti nell’azione tattica e nell’organizzazione centralizzata e disciplinata, non si poteva però procedere sulla strada delle contaminazioni continue delle regole di aggregazione organizzativa delle forze, come nel riconoscimento al KAPD di partito “simpatizzante”, formatosi dalla scissione dell’ala operaista del partito comunista tedesco.
La considerazione che si dovessero reclutare tutte le forze disposte a schierarsi sul fronte rivoluzionario, purché fossero disciplinate alla Centrale dell’I.C., poteva reggere al massimo sino all’azione di marzo in Germania. Dopo la sconfitta dell’eroico tentativo dei proletari e comunisti tedeschi, non si poteva assolutamente ammettere eccezione alcuna per l’arruolamento delle forze e per la adesione dei partiti all’I.C.
Levi, capo del partito tedesco, fautore della “lettera aperta”, inghiottì male il rospo di Livorno. Levi non esitò ad esprimere la sua insoddisfazione per la vittoria degli “astensionisti”, come chiamava la Sinistra, ed avrebbe voluto che in Italia le cose andassero come erano andate in Germania, con la unificazione della Lega Spartaco con gli Indipendenti di Sinistra, da cui era sorto il Partito Comunista Unificato di Germania. Kabakčiev, che aveva disposizione di rompere a “destra” con o senza l’appoggio del centro serratiano, si attenne principalmente al solo argomento quantitativo, cioè che lo schieramento del centro con la destra avrebbe spostato la maggioranza dei consensi contro l’Internazionale. Lo stesso Gramsci non proferì verbo. Muto come un pesce durante tutto il Congresso.
Si sarebbe voluto, e si sperò sino all’ultimo, che Serrati si decidesse per l’Internazionale. La Sinistra non pose calcoli maggioritari o minoritari alla base della rottura definitiva e irrevocabile con la destra e il centro, con tutte quelle forze che avevano osato ribellarsi all’Internazionale e preferito restare nel pantano socialdemocratico. Nessun compromesso poteva essere pensato. Tutti i ponti dovevano essere inesorabilmente tagliati, perché la barca sgangherata della socialdemocrazia non facesse naufragare anche il proletariato.
Dall’Archivio della Sinistra: «La funzione della socialdemocrazia in Italia»
Il breve testo rigetta la pretesa, oggi trasfusa nel corpo e nell’anima del preteso partito comunista italiano, che prima di passare al comunismo sia inevitabile e necessario un governo di “transizione” della socialdemocrazia, un governo di regime essenzialmente democratico, venato di socialismo legalitario. Con sessant’anni di anticipo sui fatti materiali, il testo nostro precisa con sublime chiaroveggenza che la borghesia potrà dominare sul proletariato per mezzo di un partito “operaio” assai meglio che con un partito smaccatamente borghese.
Die Funktion der Sozialdemokratie in Italien
Die Revolutionen in Russland, in Deutschland und anderen Ländern haben gezeigt, dass der Machteroberung durch das Proletariat und seiner Diktatur eine historische Phase vorangeht, worin die Regierung in die Hände der sozialdemokratischen Parteien oder einer Koalition dieser mit den bürgerlichen Parteien gelangt. Nach diesen Erfahrungen taucht oft die Frage auf, ob eine derartige Phase auch in den westlichen Ländern, als Prolog der proletarischen Revolution, auftreten wird. Einige behaupten, dass wir auch in Italien diese Periode durchmachen müssten, bevor wir den nächsten Schritt tun könnten, und dass es daher vom revolutionären Standpunkt aus eine richtige Taktik sei, das berühmte Experiment der sozialdemokratischen Regierung zu machen, um so diese historische Phase zu beschleunigen und rascher hinter uns zu bringen. Für die Kommunisten dagegen trägt solch eine Zwischenperiode keineswegs den Charakter einer historischen Notwendigkeit; im Gegenteil: die revolutionäre Bewegung muss – durch den direkten Kampf gegen das bürgerliche Regime – direkt nach der Errichtung der proletarischen Diktatur streben.
Auch wenn klar ist, dass dies die kommunistische Lösung des Problems ist, scheint eine genauere Untersuchung des Charakters und der Funktion der sozialdemokratischen Bewegung nötig zu sein, um eine kritische und erschöpfende Antwort geben zu können und die uns interessierenden taktischen Schlüsse zu
ziehen.
Ein demokratisch-bürgerliches Regime mit einem gänzlich sozialdemokratischen Reformprogramm tritt tatsächlich als Intermezzo zwischen der bestehenden Ordnung und der des Proletariats dort auf, wo sich die Herrschaft der kapitalistischen Bourgeoisie im eigentlichen Sinne noch nicht vollständig entfaltet hat und wo noch rückständige soziale und politische Formen bestehen, welche in den anderen Ländern schon lange überholten Gesellschaftsphasen entsprechen. Doch selbst unter solchen Bedingungen war es vom marxistischen Standpunkt aus immer klar, dass die Kommunisten – wenn sie auch verstehen und anerkennen, dass die Errichtung eines parlamentarischen Regimes einen Schritt in Richtung größerer Entfaltung des proletarischen Kampfes darstellt – nicht nur die alte herrschende Klasse zu bekämpfen haben, sondern auch die neue, die jene alte verdrängen will; dass sie sich weigern müssen, mit ihr einen Waffenstillstand zu schließen und sich bemühen müssen, ihre Macht so schnell wie möglich zu stürzen, um die wirre Periode auszunutzen, in der die Staatsmacht noch auf schwankendem Boden steht und daher leichter revolutionär erobert werden kann. Was immer auch diejenigen behaupten mögen, die den Marxismus nur vom Hörensagen kennen, dies war die Haltung Marx’ und der Kommunisten bezüglich der Lage in Deutschland und anderen Ländern im Jahre 1848, und dies ist auch die große Lehre der russischen Revolution.
In diesem Sinne kann und darf man keineswegs von einer historischen Funktion der Sozialdemokratie in den westeuropäischen Ländern sprechen, jenen Ländern, wo die bürgerliche Herrschaft schon lange besteht, sich sogar schon historisch überlebt hat und in seine Zerfallsphase eingetreten ist. Für uns kann da von keinem anderen revolutionären Machtwechsel die Rede sein als von dem, der die Macht aus den Händen der Bourgeoisie in die des Proletariats bringt, ebenso wie keine andere Form der proletarischen Macht möglich ist als die Diktatur der Arbeiterräte.
Diese Feststellung liegt auf der Hand, das heißt aber nicht, dass die Sozialdemokratie in diesen Ländern keine eigene, besondere Rolle spielen würde oder sich darauf vorbereitet, sie zu spielen. Die sozialdemokratischen Parteien behaupten nämlich, das Zeitalter der Demokratie sei noch nicht abgelaufen und das Proletariat könne die politischen Formen dieser Demokratie noch zu Klassenzwecken benutzen. Da jedoch evident ist, dass diese Formen schon seit langem bestehen und dass das Proletariat – vor allem unter den bestehenden Nachkriegsbedingungen – nichts von ihnen zu erwarten hat, gehen die Sozialdemokraten dazu über zu behaupten, das heutige System unterdrücke nur deshalb das Proletariat, weil es nicht wirklich und wahrhaft demokratisch sei und stellen demokratische Formen in Aussicht, die ihrer Meinung nach vollkommen und vollständig sind. Daher all die Pläne neuer Institutionen auf der Grundlage der Republik, Verallgemeinerung des Wahlrechtes, Abschaffung des Oberhauses, Ausweitung der Funktionen und Rechte des Parlaments und anderes mehr.
Wie die Erfahrung der jüngsten Revolutionen sowie die marxistische Kritik zeigen, dient dieses ganze politische Rüstzeug nur als Deckmantel für eine Bewegung, die das einzig mögliche Programm und die letztmögliche Regierungsmethode der Bourgeoisie in der heutigen kritischen Lage darzustellen scheint: Denn alle auf dieser Basis stehenden Regierungen sind nicht nur kein Übergang zur Machteroberung durch die proletarischen Massen; im Gegenteil, sie bilden das letzte und wirksamste Hindernis, das das bestehende Regime vor der subversiven Bedrohung aufrichtet. Und der in der Theorie demokratische Inhalt dieser Bewegung wird – als Bestätigung unserer Behauptung, dass die Demokratie historisch überholt ist – in der Praxis zu Diktatur und Terror führen, aber gegen das Proletariat und den Kommunismus gerichtet.
In diesem Sinne also hat die Sozialdemokratie eine ganz eigene Funktion; in den westlichen Ländern ist
wahrscheinlich, dass in einem bestimmten Moment die sozialdemokratischen Parteien allein oder mit anderen bürgerlichen Parteien die Regierung stellen werden. Wo das Proletariat nicht stark genug ist, solch ein „Intermezzo“ zu verhindern, stellt dies jedoch keineswegs eine günstige Lage dar oder gar eine notwendige Bedingung für das Entstehen revolutionärer Formen und Einrichtungen; es dient mitnichten einer revolutionären Schulung, sondern ist ein verzweifelter Versuch der Bourgeoisie, den proletarischen Angriff abzuschwächen und abzulenken, und falls die Arbeiterklasse noch genug Energie hat, um sich gegen diese „legitime, humanitäre und zivile“ sozialdemokratische Regierung aufzubäumen, wird sie von ihr erbarmungslos niedergeschlagen werden.
Von einer Übergangsperiode zwischen der heutigen Diktatur der Bourgeoisie und der proletarischen Diktatur kann daher keine Rede sein; wohl aber davon (und die Kommunisten dürfen hiervor nicht die Augen verschließen), dass eine letzte und trügerische Form der Diktatur der Bourgeoisie auftreten wird, die mithilfe einiger institutioneller Scheinreformen rechtfertigt, den ganzen Verteidigungsapparat des Kapitalismus in die Hände der Sozialverräter zu legen. Auch wenn die Kommunisten dies voraussehen, besteht ihre Taktik nicht etwa darin, sich der Durchführung dieses Manövers zu fügen und es abzuwarten, eben weil sie ihm den Charakter einer allgemeinen historischen Notwendigkeit absprechen. Kraft der internationalen Erfahrung wollen sie von vornherein das trügerische Spiel der Demokratie entlarven und den Angriff gegen die Sozialdemokratie direkt einleiten, ohne abzuwarten, dass sie selbst ihre konterrevolutionäre Funktion in ihren Handlungen offenbart. Sie werden daher versuchen, das Proletariat darauf vorzubereiten, dieses monströse Erzeugnis der Konterrevolution im Keim zu ersticken, ohne dabei auszuschliessen, dass der letzte, endgültige Ansturm gegen eine sozialistoide Regierung, letzte Geschäftsführerin der bürgerlichen Macht, zu führen sein wird.
Was nun die Taktik vorgeblicher, zu uns übergelaufener Kommunisten betrifft, die vorschlagen, der sozialdemokratischen Machtergreifung Vorschub zu leisten, so verbirgt sich dahinter eine noch schlimmere
Falle – abgesehen davon, dass damit nur ihr totales Unverständnis der taktischen Probleme nach der marxistischen Methode an den Tag kommt. Das Proletariat muss von den Leuten und den Parteien losgerissen
werden, die das konterrevolutionäre Spiel der Sozialdemokratie spielen, indem wir von vornherein jegliche Mitverantwortung aufs schärfste zurückweisen. Natürlich wird das diese Leute und Gruppen entmutigen und sie werden nur zögerlich der Aufforderung der Bourgeoisie, die Macht zu übernehmen, Folge leisten; umso besser, wenn sie erst unter extremen Bedingungen das Ruder übernehmen, wenn also nicht einmal mehr dieses Manöver den Zerfallsprozess des bürgerlichen Staatsapparates stoppen kann. Fast sicher ist, dass der letzte, entscheidende Kampf gegen eine Regierung ehemaliger Sozialisten zu führen sein wird; dennoch haben wir ihnen nicht zu helfen, an die Macht zu kommen. Im Gegenteil: unsere Aufgabe besteht darin, das Proletariat so vorzubereiten, dass solch eine Regierung von Anfang an als eine Kriegserklärung begriffen wird und nicht als Beginn eines Waffenstillstands im Klassenkampf, als Versprechen einer friedlichen Lösung der Probleme der Revolution. Solch eine Vorbereitung ist nur möglich, wenn wir den Massen gegenüber offen die sozialdemokratische Bewegung, ihre Methoden und ihre Absichten gebrandmarkt haben: es wäre ein riesiger Fehler, den Anschein zu erwecken, von solch einem Experiment sei etwas zu erwarten. Aus all diesen Gründen sagen wir, dass die revolutionäre Taktik nicht auf nationaler, sondern internationaler Erfahrung gegründet sein muss, und dass die Martern der ungarischen, finnischen und anderen Proletarier genügen müssen, damit durch die unermüdliche Arbeit der Kommunistischen Internationale den westlichen Proletariern erspart bleibt, die historische Funktion der Sozialdemokratie am eigenen Leibe zu erfahren. Die Sozialdemokratie wird unweigerlich ihren Weg gehen, aber die Kommunisten müssen sich vornehmen, ihn so schnell wie möglich zu versperren, bevor sie dem Proletariat den Dolch in den Rücken stoßen kann.
Dall’Archivio della Sinistra: «Il Fronte Unico»
È un primo saggio di come la Sinistra concepisce il fronte unico e l’unità proletaria, ribadendo il concetto, che ritroveremo più affilato nel successivo discorso al IV Congresso dell’I.C., di fronte unico dal “basso”, cioè non come un’alleanza tra partiti. È un vecchio chiodo della Sinistra, che anche di recente l’attuale nostro piccolo partito ha dovuto ribadire per i reiterati tentativi di storcerlo da parte di “sinistri” in vena di acrobazie tattiche “nuove”. Si esalta l’unità sindacale verso cui i comunisti profondono le migliori energie. È il caso di ricordare che si trattava, allora, di sindacati operai, riformisti, tentennoni, collaborazionisti, quanto si voglia, ma sempre di sindacati del proletariato e non di sindacati emananti dal regime totalitario borghese, come quelli di oggi, verso i quali il partito della Sinistra postula l’azione ricostruttrice del proletariato italiano su basi di classe, in assoluta disobbedienza alle direttive delle centrali.
Il fronte unico
Il Partito comunista sostiene in questo momento, nella difficile situazione in cui si trova il proletariato italiano, la necessità della „unità proletaria“ e la proposta del „fronte unico“ proletario per l’azione contro l’offensiva economica e politica della classe padronale.
Questo atteggiamento, perfettamente coerente coi principi e coi metodi del partito e della Internazionale Comunista, non viene però sempre chiaramente inteso da tutti e neppure da tutti i militanti del partito e gli si dà talvolta un valore diverso da quello vero, deformandolo in modo da venire in urto con tutto l’armonico insieme della tattica del nostro Partito.
Per bene intendere la questione senza cadere in semplicistiche e dannose interpretazioni e attitudini, basta rifarsi ai fondamenti del nostro concetto e del nostro metodo di azione proletaria.
Il comunismo rivoluzionario si basa sull’unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati e nello stesso tempo sulla organizzazione ben definita in partito politico di quella „parte“ di lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per l’ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia.
Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche di quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessissima origine.
Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.
Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obiettivo e un metodo comune, e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali e di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo della azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune.
Se dunque nel partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è la unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità vi partecipano sullo stesso piano, con le stesse finalità e la stessa regola di organizzazione.
Una unione formale federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale della unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e metodi.
Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai, che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente, appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico e, col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica, è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletario. È assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o la furberia dei capi opportunisti dà loro una direttiva poco rivoluzionaria, così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise e tendono ad avere in ogni paese una unica centrale sindacale nazionale.
Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, la unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica, ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato.
I comunisti italiani sostengono l’unità proletaria, perché sono convinti che nel seno di un unico organismo sindacale si farà con maggiore rapidità e successo il lavoro di orientamento del proletariato verso il programma politico dell’Internazionale Comunista.
Mentre sullo stesso piano della Internazionale Sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per l’unificazione degli organismi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente, anche prima di raggiungere questa unità organizzativa a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: quello della comune difesa.
Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva antioperaia, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalistico, e che questo programma è quello tracciato dalla Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese, per la dittatura del proletariato.
Dal „fronte unico“ del proletariato sindacalmente organizzato contro la offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica insufficiente ogni altro programma.
Unità sindacale e fronte unico proletario contro l’offensiva attuale della borghesia sono tappe che il proletariato deve percorrere per il suo allenamento a lottare secondo gli insegnamenti della storia sulla via dall’avanguardia comunista tracciata.
Unità sindacale e fronte unico proletario il Partito Comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici.
Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche, e immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario.
Sarebbe ridicolo per i comunisti nostrani – come per tanto tempo si è fatto da ogni lato e con danno enorme per la preparazione rivoluzionaria del proletariato – corrivi ad ogni piccola o grande occasione a fare omaggio a qualche cosa, a qualche organismo, a qualche atteggiamento, a qualche finalità che, con la ultrafilistea frase, si pone „al di sopra dei partiti“.
I comunisti non „nascondono“ mai il loro partito, la loro milizia politica, la loro disciplina inviolabile. Queste non sono cose di cui essi debbano arrossire, in nessun caso; poiché non le ha dettate l’interesse personale o una mania di omertà politica, ma solo il bene della causa proletaria; poiché non sono una concessione fatta ad esigenze poco confessabili di „divisione“ del proletariato, e sono invece, all’opposto, il contenuto stesso dell’opera di unificazione del proletariato nel suo sforzo di emancipazione. Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e nel rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro Partito, severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi, nella disciplina organizzativa, volti nell’interesse della unificazione rivoluzionaria della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori.
Dall'Archivio della Sinistra : «Intervento del rappresentante della sinistra sulla relazione Zinoviev»
Le tre questioni, fortemente dibattute nel IV Congresso e nei successivi, furono quelle della “conquista della maggioranza”, del “fronte unico” e del “governo operaio”. Questioni che dominano i dibattiti dei Congressi e delle riunioni degli Esecutivi Allargati sino alla fine dell’Internazionale.
Si noti la interpretazione niente affatto leninista delle questioni citate e come di anno in anno e di congresso in congresso i concetti cambino di significato, a dimostrazione del comportamento oscillante nella direzione dell’Internazionale.
La Sinistra dovette persino svolgere una analisi letteraria ed etimologica delle parole, per tentare di rimettere ordine non solo e non tanto nel campo della teoria e della dottrina, quanto e soprattutto in quello della tattica e dell’azione.
Giova precisare che l’intransigenza della Sinistra anche nella formulazione delle questioni è frutto non di dottrinarismo, ma di correttezza onde impedire anche per il solo aspetto espositivo dei problemi il loro travisamento da parte di forze ostili, che trovano fertile terreno proprio là dove manca la chiarezza.
Tutto si potrà imputare alla Sinistra, ma non certamente la precisione, la schiettezza e la coerenza.
Intervento del rappresentante della sinistra sulla relazione Zinoviev
Terza Internazionale
IV Congresso, novembre 1922
Il compagno Zinoviev ha ricordato, per confermarli, alcuni punti fondamentali stabiliti dal terzo Congresso che sono condivisi dal Partito italiano.
Il primo si riferisce alla situazione del capitalismo: vi è una crisi che non è passeggera, ma è la decadenza stessa del capitalismo, è una crisi che si può dire definitiva. Il secondo punto stabilisce che per inserire in questa situazione la vittoria rivoluzionaria è necessario che il Partito Comunista estenda la sua influenza sulle grandi masse, ciò si realizza partecipando alle lotte per tutti gli interessi concreti della classe operaia.
La questione della maggioranza
I comunisti italiani non hanno sostenuto, né in teoria né in pratica, un metodo putschista che si illude di conquistare il potere con un piccolo Partito rivoluzionario; solamente essi non accettano la formula della maggioranza della classe operaia, che è vaga ed arbitraria. È vaga perché non può dire se si tratta del solo proletariato o anche degli strati semiproletari, degli organizzati politici o sindacali. Questa formula ci sembra arbitraria in questo senso: nulla ci può fare escludere che l’attacco rivoluzionario sia reso impossibile dai rapporti delle forze in una situazione in cui noi possediamo la maggioranza; come d’altra parte non si può escludere che l’attacco sia possibile prima di aver raggiunto questa maggioranza.
La nostra opinione sui compiti dell’Internazionale e sull’esposizione che ne ha fatto il compagno Zinoviev è che l’Internazionale finora non ha risolto il grande problema tattico nel modo più felice. Di solito si riconosce la tendenza di sinistra per la fiducia che essa ha nell’avvento prossimo della rivoluzione. Ora a questo riguardo io sono un po’ più pessimista del compagno Zinoviev.
Se una condizione oggettiva indispensabile per la rivoluzione è l’esistenza di una grande crisi capitalistica, bisogna non di meno constatare che le condizioni soggettive per l’esistenza di una forte Internazionale Comunista e per la sua influenza sulle masse sono in un certo senso compromesse dall’influenza diretta della crisi sulle organizzazioni economiche operaie, sui sindacati e sulle organizzazioni analoghe.
La maniera più diretta per conquistare le masse consiste nell’approfittare di una intensa attività sindacale. La crisi economica e la disoccupazione rendono questo compito più difficile. La soluzione che gli opportunisti danno a questo problema è che bisogna aspettare un nuovo rifiorimento capitalista per la liberazione del proletariato.
In realtà, per attenersi ad una soluzione classica, bisognerebbe durante il periodo fiorente del capitalismo conquistare al Partito rivoluzionario la massima influenza, per potere, quando la crisi si manifesta, trascinare le organizzazioni economiche sul terreno dell’azione rivoluzionaria, dando loro un contenuto nuovo quando la crisi viene ad ostacolare la loro attività ordinaria. È appunto ciò che gli opportunisti hanno impedito. Tuttavia l’Internazionale Comunista non cessa di porsi come compito la mobilitazione rivoluzionaria del proletariato mondiale. Questo problema si presenta in condizioni difficili se non insormontabili.
La tattica del fronte unico
A mio avviso, nonostante l’eccezione che fanno alcuni paesi, la situazione economica peggiorerà ancora, determinando la disoccupazione e la rarefazione dei sindacati.
Il malcontento aumenterà non soltanto nel proletariato ma anche nelle classi semiproletarie, per effetto del pericolo di nuove guerre. Organizzare questo caotico malcontento in una forza capace di lotta rivoluzionaria, ecco il formidabile problema. La soluzione di questo problema è cercata dall’Internazionale nello sfruttamento delle condizioni stesse create dall’offensiva del capitale; da cui la tattica del fronte unico.
Noi accettiamo interamente lo spirito di questa tattica. Le riserve che noi facciamo, e che si riferiscono anche al lavoro generale di direzione dell’Internazionale, nascono dalle considerazioni seguenti.
Se la conquista delle masse è per noi lo scopo fondamentale, ciò non vuol dire che si debba forzatamente realizzarla con una progressione meccanica continua e neppure che a un dato momento si debba forzatamente trovare un espediente per avanzare verso di essa, a grandi tappe. Può avvenire d’essere costretti a non vedere ingrandire per un certo tempo il partito, mentre si compie un lavoro tale da garantirci di potere conquistare le masse in un momento ulteriore. Zinoviev ha detto che alcune sezioni dell’Internazionale hanno veduto aumentare la loro influenza malgrado la diminuzione dei loro effettivi.
Dunque, la conquista delle masse non deve essere ridotta alle oscillazioni di un indice statistico. Essa è un processo dialettico, determinato anzitutto dalle condizioni oggettive sociali, e la nostra iniziativa tattica non può accelerarlo che in certi limiti, o, per meglio dire, a certe condizioni che noi consideriamo pregiudiziali. La nostra iniziativa tattica, vale a dire l’abilità di manovra, si basa sugli effetti che essa produce nella psicologia del proletariato, adoperando la parola psicologia nel senso più largo per riferirsi alla coscienza, allo stato d’animo, alla volontà di lotta della massa operaia.
In questo campo bisogna ricordare che vi sono due fattori di primo ordine, secondo la nostra esperienza rivoluzionaria: una chiarezza ideologica completa del partito, ed una continuità severa ed intelligente nella sua struttura organizzativa.
Noi diciamo solamente che tollerare che queste due condizioni siano compromesse per realizzare un miglioramento apparente negli effettivi del partito o dei suoi simpatizzanti è un cattivo guadagno nella via della vera conquista delle masse, che deve inquadrare nuovi strati del proletariato attorno ad un partito capace di azione rivoluzionaria; questa capacità esige una preparazione che non può essere improvvisata e che deriva dai fattori citati, vale a dire la chiarezza della ideologia e la solidità della organizzazione. Ciò posto, noi seguiamo perfettamente la linea dell’Internazionale, quando essa si propone, come ha fatto tra il terzo e il quarto congresso (e come il nostro partito fece per primo, prima ancora che ritornasse la sua delegazione dal III Congresso) di approfittare del fenomeno mondiale dell’offensiva padronale per attrarre verso il Partito comunista gli strati della classe operaia che sono con i socialdemocratici o che sono dispersi.
Come affrontare la reazione padronale
Noi non ripetiamo qui l’analisi delle cause e dei caratteri dell’offensiva borghese nella quale la classe dominante è lanciata per il fatto stesso che la crisi è irreparabile. Vi è un comma speciale all’ordine del giorno: trattando del fascismo italiano noi potremo mostrare come la borghesia sa realizzare l’impiego simultaneo di tutti i suoi metodi di difesa controrivoluzionaria.
L’offensiva padronale solleva delle rivendicazioni politiche ed economiche che interessano in una maniera immediata la generalità dei lavoratori e dà al partito una occasione favorevole per sostenere l’unità d’azione della classe operaia e dimostrare con i fatti che gli altri partiti proletari sono impotenti a condurre la difesa persino degli interessi più immediati del proletariato, producendo il doppio effetto rivoluzionario di ostacolare il piano di ricostruzione del capitalismo minacciato e di allargare l’influenza del Partito Comunista sulle masse.
Noi abbiamo detto che concepiamo dei limiti nei mezzi di applicazione di questa tattica, limiti che si ricongiungono alla necessità di non compromettere gli altri fattori della influenza del partito sulle masse e della preparazione rivoluzionaria interiore dei suoi aderenti; poiché non dobbiamo mai dimenticare che il nostro partito non è un meccanismo rigido che noi manovriamo, ma è una cosa reale su cui i fattori esteriori agiscono e che è suscettibile di essere modificato dalla direzione stessa che noi imprimiamo alla nostra tattica. Perciò noi diciamo che è in contraddizione con lo scopo stesso della tattica del fronte unico la formazione di un organo dirigente permanente, composto di rappresentanti dei partiti proletari, al quale si diano dei poteri al di sopra dei partiti.
Bisogna prepararsi evidentemente tanto al rifiuto all’azione da parte degli opportunisti quanto alla partecipazione ad un’azione comune, ma in questo caso la responsabilità dell’azione deve ricadere sopra un organo di natura tale che esso emani dalla classe operaia attraverso le organizzazioni economiche e sia in principio conquistabile da ogni partito.
In questo modo il Partito Comunista potrà essere disciplinato a questo organo e dare l’esempio mettendosi all’avanguardia dell’unità d’azione proletaria; ma non avrà davanti alle masse la responsabilità delle cattive conseguenze dei metodi d’azione che saranno dettati da una maggioranza non comunista delle organizzazioni proletarie. Poiché nel campo della conquista dell’influenza sulle masse e della loro psicologia bisogna tenere in conto le responsabilità e le tradizioni del passato dei partiti e dei gruppi politici e degli uomini di cui le masse seguono l’azione.
Non si tratta dunque affatto di escludere che fra le rivendicazioni del fronte unico figurino le questioni politiche quanto le concessioni economiche; non si tratta già di escludere in linea di principio e per non si sa qual pruderie dei pourparles transitori anche con i peggiori capi opportunisti. Si tratta di non compromettere la preparazione dei più larghi strati possibili del proletariato alla situazione rivoluzionaria, nella quale l’azione si porterà sul terreno dei metodi propri del solo Partito Comunista, sotto pena della disfatta proletaria; si tratta di conservare al nostro partito tutta la libertà di continuare durante lo sviluppo del fronte unico a costruire il proprio inquadramento delle forze proletarie in tutti i campi. La tattica del fronte unico non avrebbe senso senza questa opera di organizzazione delle masse nei movimenti che il partito crea intorno a sé, nei Sindacati, nelle fabbriche, ecc.
Il pericolo di un revisionismo comunista
Noi affermiamo che il pericolo che il fronte unico degeneri in un revisionismo comunista esiste e che per evitarlo bisogna tenersi in questi limiti.
Per ciò che concerne la parola d’ordine del “Governo Operaio”, se si afferma, come nell’Esecutivo Allargato del mese di giugno, che esso è esattamente la “mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia per il rovesciamento della dominazione borghese”, noi troviamo che in certi casi può convenire di usare questa parola come sostituzione terminologica della dittatura del proletariato. In ogni caso noi non ci opponiamo a ciò salvo che non paia troppo opportunista questo bisogno di mascherare il nostro vero programma. Ma se questa parola del Governo Operaio deve dare alla massa operaia l’impressione che, non una situazione transitoria politica, né un rapporto momentaneo di forze sociali, ma il problema essenziale dei rapporti fra la classe proletaria e lo Stato (problema su cui noi abbiamo fondato la ragione d’essere del programma e dell’organizzazione dell’Internazionale) può risolversi in altro modo che non sia la lotta armata per la conquista del potere e per il suo esercizio nella forma della dittatura proletaria, noi respingiamo allora questo mezzo tattico, poiché esso, per il dubbio risultato di una popolarità immediata, compromette una condizione fondamentale della preparazione del proletariato e del partito ai compiti rivoluzionari.
Si potrà dire che il governo operaio non è ciò che noi supponiamo; ma io debbo osservare che ho più volte inteso spiegare ciò che il governo operaio non è, ma debbo ancora sentire dalla bocca di Zinoviev o di altri ciò che il governo operaio è.
Se si tratta di prospettarsi obbiettivamente la realizzazione di un regime di passaggio che precederà la dittatura proletaria, io credo che là dove la vittoria proletaria non perverrà a prendere una forma estremamente decisiva, si deve piuttosto prevedere che il processo si diriga attraverso i colpi della reazione verso governi borghesi di coalizione, nei quali la destra degli opportunisti probabilmente parteciperà in maniera diretta e i centristi scompariranno dalla scena politica, dopo aver compiuto il loro compito di complici della socialdemocrazia. In Germania, per esempio, noi vediamo alla vigilia di una crisi industriale generale presentarsi nel movimento dei Consigli operai il problema del controllo della produzione. Vi è una certa analogia con la situazione italiana del settembre 1920, che precedette una grande disfatta proletaria. Se un fatto rivoluzionario somigliante alla occupazione delle fabbriche si produrrà, il Partito Comunista Tedesco dovrà prepararsi a vedere tutte le tendenze opportuniste senza eccezione rifiutare il più modesto appoggio a questa parola d’ordine del controllo. E il Partito Comunista potrà svolgere un compito autonomo a partire da questo momento, o è possibile che una situazione controrivoluzionaria si sviluppi preparando un governo nel quale un fascismo tedesco avrebbe la collaborazione della destra socialdemocratica.
Riserve sul “Governo Operaio”
Per questo noi non condividiamo interamente il progetto di tesi di Zinoviev né la direzione dell’attività dell’Internazionale Comunista fino ad oggi. Ciò si deve riferire non soltanto alla tattica, ma anche al lavoro di formazione della nostra organizzazione internazionale. Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali. Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato e dall’altro i più sinceri impegni a rispettarla; né si tratta di una applicazione formale e minuziosa della democrazia interna e del controllo da parte della massa degli organizzati, che sovente si riduce ad una finzione. La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo, al lume della dialettica marxista, quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto e in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica.
La garanzia di una disciplina non può essere trovata che nella precisione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure d’organizzazione.
La rivoluzione Russa ha dato al movimento rivoluzionario internazionale le basi per un ristabilimento della sua ideologia e della sua organizzazione di combattimento; è questo un beneficio inestimabile e che produrrà i suoi effetti ulteriori nella misura in cui il legame fra la rivoluzione russa e il movimento proletario internazionale sarà mantenuto. Noi critichiamo, e giustamente poiché essa ci allontana da questo scopo, la tendenza a lasciare troppa libertà nelle misure di organizzazione e nei mezzi tattici dei quali la scelta deve essere rimessa al centro dirigente. Questa scelta deve restare, noi affermiamo, al centro e non alle organizzazioni nazionali secondo i giudizi che esse pretendono di dare delle loro condizioni speciali. Se l’estensione di questa scelta rimane troppo larga e talvolta perfino imprevedibile, ne deriverà fatalmente la frequenza di casi di indisciplina che spezzano la continuità e il prestigio dell’organizzazione rivoluzionaria mondiale. Noi crediamo che l’organizzazione internazionale deve essere meno federativa nei suoi organi centrali; questi non debbono essere fondati sulla rappresentanza delle sezioni nazionali, ma debbono emanare dal Congresso dell’Internazionale.
È assolutamente evidente che soltanto la rivoluzione russa ci può dare la sede e lo stato maggiore dell’Internazionale Comunista: ma questo stato maggiore, per disporre con sicurezza dei movimenti delle forze mondiali che deve avere alla sua dipendenza, deve avere in collaborazione con essi costruito i piani della strategia rivoluzionaria proletaria, alla obbedienza verso i quali non potrebbe essere tollerato alcun rifiuto.
Noi abbiamo sventuratamente gli esempi delle cattive conseguenze prodotte dall’elasticità e dall’ecclettismo eccessivo nella scelta dei mezzi d’azione. La deplorevole situazione del partito francese è il più evidente e noi dobbiamo rilevare questo fatto significativo che tutti i partiti, i quali hanno la maggioranza assoluta degli operai politicamente organizzati e traggono la loro origine diretta dai partiti socialdemocratici tradizionali, attraversano una crisi, come la Francia, la Cecoslovacchia e la Norvegia dimostrano.
Noi ci permettiamo di dire che vi è in un certo senso un errore volontarista, il quale consiste nel considerare l’Internazionale dei partiti operai troppo somigliante nella sua struttura alle organizzazioni statali e militari.
Per un partito comunista internazionale
Volendo trovare a qualsiasi costo dei mezzi risolutivi per raggiungere dei grandi successi rivoluzionari, si è forse presa una via che, attraverso le crisi che si sono determinate senza che nessuna forza a disposizione della nostra volontà possa impedirle, ha allontanato dei risultati veramente sicuri e solidi; ed è possibile che dei momenti decisivi ci trovino con delle questioni imbarazzanti sulle braccia. Io non pretendo che questa esperienza non sia stata in un certo senso necessaria; mi permetto di portare qui un contributo che deriva non da speculazioni astratte, ma dalla esperienza di un partito che occupa il suo posto nella lotta sul fronte comune.
La nostra Internazionale è considerata troppe volte come qualche cosa che è al di fuori dei partiti che ad essa aderiscono: talvolta questi partiti o delle frazioni di questi partiti si permettono con essa dei dibattiti polemici sovente pubblici e insolenti. L’Internazionale è ridotta a farsi delle frazioni nei partiti che dovrebbero essere ai suoi ordini, ciò che mi sembra assurdo e disastroso.
Noi ci vediamo costretti a liquidare troppe questioni d’organizzazione e di disciplina nel momento stesso in cui constatiamo che l’avversario sferra una tale reazione da rendere praticamente impossibile i pourparler, i negoziati, tutta la procedura che si impone in tali casi.
Io terminerò con una parola che Zinoviev stesso ha lanciato: Siamo un vero Partito Comunista Internazionale, solidamente centralizzato e temprato per la lotta rivoluzionaria. Io osservo che in un tale partito non si farebbero dei cambiamenti nella struttura organizzativa in un settore isolato, che nei suoi congressi sovrani non si vedrebbero mai dei delegati i quali provengono da una data circoscrizione e non sono in ordine con le regole generali di organizzazione.
(Da «Il Lavoratore» di Trieste del 9-12-1923)