Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Programma Comunista 1967/9

O dittatura mondiale dell’imperialismo o dittatura rivoluzionaria del proletariato

Da tre anni gli USA tentano di paralizzare e infine schiacciare l’insurrezione nazionale vietnamita ricorrendo alla tortura sistematica e freddamente progressiva di tutto un popolo, che una schiacciante superiorità economica e quindi militare permette loro. Invano, fino ad oggi.

L’orrore di un intervento militare condotto con la solita brutalità delle conquiste coloniali, ma con la potenza tecnica resa possibile dall’«automazione», solleva nel mondo un coro di ipocrite o ingenue proteste: troppo «mostruoso», «inspiegabile», «assurdo», «pernicioso», è tutto ciò; è necessario che finisca al più presto, e che il corso «normale» delle cose riprenda; è necessario che i popoli sottosviluppati conquistino tutti la suprema dignità dell’indipendenza nazionale, e che la pace venga assicurata!

Sotto l’apparente diversità dei discorsi di destra e di sinistra a favore del Vietnam dai moniti solenni degli uomini di Stato e dei politici di professione fino alle vociferazioni «radicali» degli «estremisti» cinesi, si ritrova sempre un fondo comune. Durante il comizio pacifista che, il 15 aprile, riunì a New York e a Los Angeles 200.000 manifestanti (fra cui moltissimi negri), il pastore Luther King riassunse queste posizioni comuni dichiarando: «Diversi milioni di patrioti americani respingono questa guerra e si rifiutano di assumerne la responsabilità morale… La nostra nazione è sempre più l’oggetto del disprezzo del mondo intero. Il rispetto che ci eravamo guadagnati ai tempi in cui la via che seguivamo era giusta va rapidamente scemando… Gli americani non hanno esitato a sacrificare la loro vita in mille battaglie in cui autentici interessi americani erano in gioco. Nel suo significato più profondo, l’immoralità di questa guerra risiede nel fatto tragico che nessun interesse vitale americano è in pericolo».

In altre parole, secondo Luther King (ma chi lo sconfesserà?), l’America si sarebbe guadagnata il «rispetto» dell’umanità partecipando alla «giusta» guerra antifascista per la democrazia, la libertà e l’indipendenza delle colonie (promessa nella Carta Atlantica del 1941…), pur difendendo i propri interessi onesti (linguaggio familiare ai «comunisti» di filiazione staliniana); rispetto che avrebbe accresciuto ancor più fondando l’ONU e giocando a un benevolo liberalismo di fronte ai primi moti di indipendenza nazionale in Africa e in Asia, che coincisero appunto con il crollo dei tradizionali imperi coloniali (Inghilterra e Francia conservano tuttora il bruciante ricordo del fallimento della spedizione di Suez nel 1956). Oggi, per la sola ottusa cecità dei governanti americani (come direbbe lo stesso Ho Chi Minh, che parla l’identico linguaggio) tutto ciò è rimesso in questione, il disprezzo succede al rispetto, senza neppure che un «interesse vitale» sia in gioco!

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In questa presentazione dei fatti, propria del cretinismo democratico, non c’è nulla che regga.

La guerra spietata condotta dagli Stati Uniti nel Vietnam non è un accidente e, meno ancora, un errore. L’errore e l’assurdo risiedono nel campo del democratismo piccolo-borghese che disgraziatamente ha appestato il movimento operaio internazionale e che rimane eternamente sordo alle lezioni della storia — anche se sanzionate dai milioni di cadaveri di due guerre mondiali e, fra l’una e l’altra (e dopo la seconda), di una gragnuola di campagne coloniali, per non parlare di quelli accumulati dall’oppressione e dalla fame crescenti dei popoli del Terzo Mondo.

Nel Vietnam, gli USA difendono non solo interessi americani, ma qualcosa di più: il sistema mondiale imperialistico. E appunto a loro tocca difenderlo con estrema energia perché di questo sistema essi sono la chiave di volta: il gendarme mondiale dell’imperialismo. I galloni, essi se li sono guadagnati nella seconda guerra mondiale con l’aiuto di tutti gli «antifascisti» democratici, «comunisti» in testa, che oggi piangono sulle conseguenze normali di una guerra, ma che, allora, «comunisti» sempre in testa, si spelavano le mani nel plaudire al trionfo del «liberatore» in arrivo dalla Grande Democrazia americana alleata alla Grande Patria del socialismo.

La prima guerra mondiale fu interrotta dalla rivoluzione di Ottobre 1917 e dai contraccolpi delle folgoranti parole d’ordine da essa lanciate a tutti i proletari in uniforme: «Abbasso le nazioni! Viva l’internazionalismo proletario! Trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile per la dittatura del proletariato!». Nel corso della seconda guerra mondiale come ai tempi delle grandi manovre preparatorie della guerra di Spagna, la borghesia poté invece proseguire senza ostacoli la sua opera di distruzione e di morte. Se la rivoluzione russa aveva squassato il mondo borghese, il proletariato occidentale non poté abbatterlo: vinta in Europa e in Oriente, la rivoluzione imputridì in Russia. Il nazionalismo borghese di Stalin liquidò l’internazionalismo di Lenin, e i partiti che continuavano a proclamarsi «comunisti» si fecero i gerenti dell’unione sacra dei socialtraditori nella prima carneficina mondiale. Gli eserciti imperialisti non ebbero migliori ufficiali di reclutamento. 

Giacché la seconda guerra mondiale fu una «normale» guerra imperialistica, che non dovette nulla al fanatismo e alla megalomania del mostro-Hitler così come la guerra del Vietnam non deve nulla alla cocciutaggine di Johnson e ai complotti degli «avvoltoi del Pentagono». (È così difficile d’altronde, ai «comunisti» che un tempo si rallegravano del trionfo del «moderato» Johnson sul bellicista Goldwater, capire che, se il capitalismo genera necessariamente la guerra, genera contemporaneamente tutte le «mostruosità» che le sono legate?). Nazioni dallo sviluppo industriale impetuoso, ma prive di sbocchi e di colonie (Germania e Giappone), si urtarono contro le metropoli di smisurati imperi coloniali (Francia e Inghilterra). Le «democrazie» sconfissero il «fascismo», ma a prezzo di distruzioni che le lasciarono temporaneamente prive di forze: i loro imperi non sopravvissero, e fu la «decolonizzazione» tanto vantata dai democratici, per i quali il non plus ultra del progresso è la nazione sovrana, dotata della sua polizia, del suo esercito e dei suoi diplomatici. L’URSS, da parte sua si gettò sul bottino delle democrazie popolari, a compenso dei milioni di cadaveri di operai e contadini russi che i diplomatici «sovietici» allegramente calpestavano per intervenire alle riunioni dell’ONU come, prima, della S. d. N., «il covo dei briganti» stigmatizzato da Lenin. 

Risparmiato dalle distruzioni, inesauribile fornitore di armi di ogni specie durante il conflitto, l’imperialismo americano restò il grande vincitore del massacro. I dollari del piano Marshall affluirono nel Vecchio Mondo, il gigantesco arsenale produttivo si riconvertì e poté continuare nel suo ritmo infernale per far fronte alle esigenze della ricostruzione. Il colonialismo europeo era moribondo: attraverso i sussulti drammatici della sua agonia, l’imperialismo yankee occupò il posto lasciatone vuoto. Per un processo ineluttabile, il liberatore democratico divenne il guardiano dell’ordine borghese in tutto il mondo.

Nessuno, oggi, pensa di negare che il divario tra lo sviluppo dei paesi industrializzati e quello dei paesi sottosviluppati sia cresciuto invece di ridursi. Che cosa significa questo, se non che la liberazione puramente politica, intesa come indipendenza formale delle nazioni, non risolve nessuno dei problemi posti dalla dominazione mondiale dell’imperialismo? Del resto, la semplice indipendenza formale diventa oggi aleatoria (se mai fu duratura), come lo prova tragicamente il caso del Vietnam. I rapporti fra le grandi potenze sono cambiati. La vittoria totale degli Stati Uniti nella guerra li costrinse a rimettere in sesto l’Europa non per solidarietà democratica, ma per bisogno d’ordine e per consentire alla macchina del profitto oltre Oceano di continuare a marciare, finché l’Europa del mercato comune, trascinata dalla Germania federale che ora segue a ruota gli USA nella corsa al mercato mondiale, divenne un concorrente, come, sebbene in grado minore lo divenne l’URSS e come lo sarà dopodomani la Cina, intorno alla quale appunto perciò, la Russia e l’America vanno già stendendo un cordone sanitario.

Ecco il contesto storico che determina il conflitto vietnamita. Le insurrezioni nazionali non possono non prodursi; l’imperialismo non può più impedirle, allo stadio raggiunto dalla concorrenza inter-imperialistica; ma nemmeno può schiacciarle totalmente, così come esse non possono liberarsi dalla sua stretta mortale. Al fondo di questo circolo vizioso, la crisi e la guerra attendono: l’imperialismo non conosce altra «soluzione».

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Così stando le cose, reclamare a gran voce l’indipendenza del Vietnam, o raccogliere un miliardo per fargliene dono, è, nel migliore dei casi, pascersi di frasi vuote, chiudersi gli occhi e le orecchie per evitar di capire che la questione vietnamita, come questione isolata è insolubile.

Far credere il contrario, anche involontariamente, significa rinviare l’unica soluzione fornita dall’intervento rivoluzionario del proletariato nei principali paesi imperialistici. Luther King lo sa e, da bravo uomo d’ordine, si affretta a dissociare il movimento dei negri d’America dall’agitazione pacifista. Alcuni, apparentemente più radicali, propongono l’invio di brigate internazionali nel Vietnam. La proposta inversa sarebbe più seria! Se il Vietnam languisce non è certo per mancanza di combattenti, né perché la loro decisione vacilli; languisce perché l’imperialismo ha le spalle sicure — grazie, fra l’altro, alla complicità di fatto di tutti i dirigenti del movimento operaio, politico o sindacale.

Ecco il vero problema. Nessun entusiasmo generoso ma vago, può contribuire a risolverlo. Non esiste miracolo storico. Le rivoluzioni, come i partiti di cui esse hanno bisogno per compiersi, non si fabbricano a volontà. Occorre la lotta tenace di un’avanguardia che, con la sua incrollabile fedeltà ai fini generali del movimento comunista, sappia tirare le lezioni dalle lotte passate e soprattutto dalle sconfitte passate. Una di queste lezioni fondamentali è che non esiste terza via fra la dittatura mondiale dell’imperialismo e la dittatura rivoluzionaria del proletariato, e che ogni concessione alla democrazia, alla fiaba dell’«uguaglianza delle nazioni indipendenti», rafforza la prima e quindi riduce le probabilità di vittoria della seconda.

Non v’è altro «aiuto» possibile al Vietnam, e a tutti gli altri popoli oppressi, che quello di lavorare alla ricostruzione del partito comunista. La via è lunga e difficile. Ma è la sola. La caratteristica fondamentale dell’opportunismo, scrisse un giorno Trotsky, è l’incapacità di attendere!

Imperialismo e militarismo

Lo sviluppo forsennato del militarismo, che non cessa dagli anni ’50 di ampliarsi, e che supera tutto quanto i due anteguerra avevano saputo realizzare, è una delle più clamorose smentite date dai fatti agli apologeti della grande crociata antifascista, agli staliniani e ai democratici difensori del carattere progressista ed anti-imperialista della seconda carneficina mondiale. Secondo costoro, la distruzione degli eserciti hitleriani, eredi del «pangermanesimo prussiano», e dell’«imperialismo giapponese», avrebbero posto fine al «flagello della guerra» e alla corsa agli armamenti che lo precede. I fatti non hanno mantenuto le promesse, e il campione del militarismo d’oggi non è che il campione della democrazia di ieri, questo paese che trent’anni fa non aveva che un insignificante esercito permanente e che oggi, in piena pace, tiene sul piede di guerra più di tre milioni di soldati forniti di un armamento colossale: gli Stati Uniti d’America.

Ma questo è soltanto il principio: il progetto di bilancio presentato al Congresso da Johnson in gennaio fissa in 70 miliardi di dollari l’ammontare delle autorizzazioni di programmi per la difesa nel 1966-67, e prevede che l’anno venturo esso superi i 75 miliardi. È, scrive «Le Monde» del 26 genn., «un bilancio di guerra in economia di pace». Questa somma, che rappresenta il 56% del bilancio preventivo federale, è stata superata due sole volte nella storia degli Stati Uniti, nel 1944 e nel 1945, con 76,8 e 81,3 miliardi di dollari. E «Le Monde» conclude: «Gli Stati Uniti, che avevano cominciato la guerra nel Vietnam con un esercito di una certa importanza, ne usciranno con un superesercito, pronto – o convinto di esserlo – a tutte le forme di combattimento sotto tutte le latitudini, e che si organizza e si equipaggia in conseguenza a un ritmo ben diverso che senza il campo di manovra del Vietnam». Figurarsi poi, se – come si dice e non si dice – le operazioni fossero estese per ottenere infine una «decisione sul campo»…

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L’America del Nord, per essere lo Stato capitalista oggi più potente, offre l’esempio migliore del legame fra la struttura imperialistica dell’economia e il carattere militarista della politica delle grandi potenze moderne. L’Inghilterra, anche tenendo conto dell’importanza della sua flotta, non ha fornito dalla fine del secolo XIX un esempio così luminoso – e ciò a causa della protezione naturale che l’insularità le offriva, dell’impiego (bei tempi, ahimè passati!) di truppe indigene per tenere le colonie – pratica di cui Lenin, citando Hobson nell’Imperialismo, aveva sottolineato il pericolo -, e infine dell’equilibrio relativo delle forze mondiali, che le permetteva di valersi della sua enorme potenza finanziaria per comprare alleati. Fu invece negli Stati meno provvisti di colonie, cioè di sorgenti di materie prime e di aree di investimento per i capitali – la Germania, il Giappone, l’Italia -, che lo sviluppo del capitalismo, più rapido che in Gran Bretagna e in Francia perché iniziatosi in anni più recenti, sfociò nel modo più naturale nel militarismo.

Fin dal 1945, il nostro Partito proclamava non solo che la sconfitta delle potenze dell’Asse non aveva risolto nessuno dei problemi posti dalla sopravvivenza del capitalismo mondiale al terremoto rivoluzionario di Ottobre, ma che l’esito della seconda guerra mondiale li aveva soltanto aggravati. Proprio all’esacerbarsi delle contraddizioni interne della società capitalistica mondiale si deve la crescente militarizzazione dell’economia americana e, al suo seguito, delle economie europea, russa, cinese, indiana e, in genere, dei paesi recentemente promossi all’«indipendenza» come il Marocco o l’Algeria. Non solo gli Stati Uniti devono prepararsi a intervenire con le proprie forze nelle loro riserve di caccia dell’America Latina, come già a Santo Domingo, ma devono far fronte, sul mercato mondiale, da una parte agli ex amici anglo-francesi e agli ex nemici germano-nipponici, dall’altra ad avversari che gli Alleati del 1914 e del 1939 non conoscevano ancora, quei nuovi centri motori del capitalismo che l’insuccesso della rivoluzione proletaria in Europa ha lasciato prosperare: l’URSS dopo il 1927, la Cina dopo il 1945. Come se non bastasse, essi devono prevedere le insurrezioni endemiche dei popoli dipendenti del Sud-est asiatico, di cui la guerra nel Vietnam lascia prevedere la violenza, e che essi solo possono sperare di «contenere».

Gli Stati Uniti accumulano dunque le ragioni di alimentare il militarismo più aggressivo che il mondo abbia mai conosciuto: colonie domestiche da conservare, come ieri Inghilterra e Francia; zone d’influenza da conquistare in ragione di uno sviluppo economico intenso, come ieri Germania e Giappone; una missione di gendarmeria mondiale da condurre a termine. A questi compiti provvedono le forze americane in tutto il mondo, e il loro raddoppiamento mira ad assolverli in modo ancor migliore.

Mai l’esercito di uno Stato imperialista ha avuto tanto il carattere di forza di spedizione; su tre milioni di soldati, più di un milione si trova fuori del territorio nazionale, il 45% delle unità operative classiche è stanziato in permanenza all’estero occupando un centinaio di grandi basi, di cui 50 in Asia, 40 in Europa, 10 in Africa. Sottomarini nucleari solcano gli oceani, alimentati da navi-officina di stanza nell’Atlantico e nel Pacifico.

Fuori dalle basi fisse, la strategia americana poggia sull’impiego di forze d’intervento di stanza negli stessi Stati Uniti, e in grado di essere rapidamente trasportate in un punto qualsiasi del globo da una flotta di 600 quadrimotori C-124 e C-141, che rappresentano una capacità di involo istantaneo di 23.000 soldati e 5.000 tonn. di materiale. Per trasportare una divisione di 25 mila uomini con tutto il suo equipaggiamento, più di 35.000 tonnellate, occorrono oggi 13 giorni verso l’Europa e 30 giorni verso il Sud-est asiatico con i C-141 completati da mezzi marittimi. Resi consapevoli dalla caparbia resistenza del Vietnam del pericolo che rappresenterebbe lo scoppio di focolai di insurrezione in altri paesi coloniali, e della necessità di rispondervi con una rapidità fulminea, i dirigenti degli USA e del Pentagono cercano di rivedere il sistema delle basi fisse e delle forze trasportate a mezzo C-141. Il piano è di abbandonare, se non tutte, almeno un gran numero di basi fisse e, per dare alle forze armate una mobilità strategica molto superiore, di concentrarle sulla «fortezza America» prevedendo dispositivi di intervento all’esterno molto più rapidi.

La mobilità aerea sarebbe assicurata dalla costruzione di una flotta di 100 aerei a grande portata C5A, capaci di trasferire 110 tonn., ivi compreso il materiale pesante, carri M-60 o elicotteri, a 5.000 km. La durata di trasporto di una divisione scenderebbe così, nel 1975, a 3 giorni per l’Europa e a 7 giorni per il Sud-est asiatico.

La mobilità logistica sarebbe assicurata dal programma «F.D.L.»: costruzione di cargos rapidi e specializzati di stanza al largo delle zone di tensione possibile, e assicuranti l’appoggio logistico immediato alle unità sbarcate, riparazioni, rifornimento, energia. Vera fabbrica galleggiante, un solo cargo dotato di una centrale nucleare può fornire un’energia equivalente al consumo di elettricità di una cittadina di 50.000 abitanti.

Si capisce il doppio vantaggio che l’adozione di un simile programma rappresenta per l’imperialismo americano. Sul piano economico, sommandosi alla corsa agli armamenti terrestri, aerei e navali classici, e alla corsa ai razzi e alle armi nucleari, esso apre ricche prospettive all’accumulazione di capitale in un sistema in cui l’accelerarsi dell’automazione e l’impiego dei computers spingono ineluttabilmente alla saturazione del mercato. Sul piano politico, esso tende a evitare gli svantaggi esterni ed interni dello stazionamento di truppe numerose all’estero, dando insieme una maggiore elasticità ed efficacia all’intrapresa sistematica di dominazione mondiale, essendo effettivamente probabile che le insurrezioni armate dei popoli coloniali si verifichino in ordine sparso e quindi si presenti per le forze americane la necessità di schiacciarle separatamente con un intervento immediato.

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La critica marxista trae da questo insieme di fatti le conclusioni (o meglio le conferme) seguenti: Sul piano teorico, non vi sarà disarmo finché sussisterà l’imperialismo. E finché durerà il capitalismo, la specie umana sarà minacciata dall’inevitabilità della guerra (del resto la borghesia non parla neppur più di disarmo, smentendosi così con la propria bocca). Solo il proletariato può, con la distruzione dello Stato borghese seguita dall’eliminazione del capitalismo, salvare la specie dagli armamenti e dalle guerre.

Sul piano politico, la via che porta alla presa d’assalto dello Stato passa per la lotta congiunta dei proletari bianchi e dei popoli di colore. Se l’imperialismo americano, malgrado la mobilità strategica dei suoi eserciti, non riuscirà mai a schiacciare definitivamente la rivolta degli schiavi coloniali, questi, malgrado tutto il loro eroismo, non riusciranno da soli a inaridire la sorgente di tutti i loro mali, che diverrà sempre più la «fortezza America». Le più solide fortezze si conquistano dall’interno. È al proletariato americano unito agli altri distaccamenti del proletariato mondiale che toccherà questo compito.

Miracoli dell’alchimia politica

La conferenza dei 24 «partiti comunisti ed operai d’Europa» a Karlovy Vary è stata tutta un inno al riformismo, al pacifismo, al democratismo, al disarmismo. Essa si è rivolta a tutti gli «uomini di buona volontà» esattamente come fa Santa Madre Chiesa: «Noi ci rivolgiamo in primo luogo alla classe operaia, poi ai contadini, ai Partiti socialisti e socialdemocratici, alle forze cristiane, ai cattolici, ai protestanti, ai credenti di tutte le confessioni, agli uomini di lettere, delle arti, delle scienze, a tutti gli intellettuali, alle giovani generazioni, alle donne, ai gruppi della borghesia pronti ad accettare una politica di sicurezza europea, a tutte le forze pacifiche, a unirsi e a sviluppare in tutti i Paesi, e su scala continentale vaste campagne e azioni di massa, per esigere provvedimenti pratici, immediati, per la sicurezza collettiva».

Per essa, la lotta contro la guerra non ha nulla a che vedere con l’azione rivoluzionaria di classe: lungi dal tendere alla guerra civile, essa mira anzi alla realizzazione di un blocco fra le classi e fra gli Stati. Il suo ideale è il «riconoscimento e l’inviolabilità delle frontiere» (povero Turati, con le sue «frontiere maledette»), un accordo inter-statale che «escluda il ricorso o la minaccia del ricorso alla forza», la convocazione di una «conferenza degli Stati europei» per la sicurezza. Merita commenti, una simile broda che neppure MacDonald o Briand avrebbero potuto offrire più stantia a un mondo insanguinato?

Val tuttavia la pena di sottolineare la conclusione di un discorso di Gomulka: «Sebbene vi siano nell’ultima enciclica papale delle affermazioni che non possiamo condividere, essa rappresenta, nel complesso, una evoluzione della dottrina sociale della Chiesa e può costituire una base per una azione comune dei comunisti e dei cattolici per assicurare all’umanità tutta il pane e la pace».

Questo, almeno, si chiama parlar chiaro. Come la scienza vanta la possibilità di trasformare in cibo le sostanze apparentemente più lontane dal mondo organico, così l’opportunismo scientificamente progredito e ammodernato si dispone a trarre dall’acqua benedetta il pane, e dai ramoscelli d’olivo pasquale la pace. Roma e Mosca, religione e «comunismo» modello Cremlino, marciano in perfetta armonia su di una piattaforma — anzi, passerella — comune. A quando Paolo VI sulla Collina dei Passeri?

Altalena: Democrazia-Fascismo

Il buon progressista si sveglia periodicamente a constatare, con sorpresa agghiacciante, che, in questo mondo riconquistato ventidue anni fa alla democrazia, un nuovo fascismo è sorto, ora in Indonesia, ora in Grecia, ora in altri Paesi «redenti», e che l’ha tenuto a battesimo la superfascista America in stelle e strisce. Il suo grido, purtroppo ascoltato da un’alta percentuale di proletari, è quindi: Salviamo i valori democratici!

Eppure, proprio questi «cambiamenti di scena» confermano la vecchia tesi della Sinistra comunista che democrazia e fascismo non sono entità metafisiche in lotta sull’arena della storia, ma metodi alternativi ai quali la classe dominante ricorre nel disperato sforzo di superare le proprie crisi interne, di volta in volta usando l’oppio democratico e il manganello totalitario; due metodi intercambiabili, giacché la democrazia non esita, se occorre, a menare il bastone, e da parte sua il fascismo mena il bastone ma lo infiora di riforme; due metodi legati da un filo continuo, giacché, nella stessa misura in cui la classe operaia si lascia cullare nel dolce sonno della legalità, della rinunzia alla guerra civile, della fede negli eterni principi, oggi che il moto di concentrazione del capitale si fa sempre più incalzante, e le sue contraddizioni interne si aggravano, il fascismo – cioè la violenza aperta, non dissimulata, della classe sfruttatrice e del suo apparato di governo – la attende al primo angolo di strada.

I proletari greci, ora messi alla frusta da generali e colonnelli fascisti armati e foraggiati dagli USA, dovrebbero sognare un ritorno alla democrazia dei «buoni vecchi tempi»? Ma è stata la democrazia, nel 1945-1946, a soffocare nel sangue il moto convulso e confuso di proletari inquadrati in formazioni partigiane sventolanti anch’esse il falso stendardo della democrazia (poco importa se «nuova», «avanzata» e «progressiva»), e l’ha fatto con una ferocia rispetto alla quale il «pugno di ferro» dei militari di oggi è un guanto di velluto.

L’America, certo, sta dietro ai gallonati ellenici 1967; ma che cosa fa essa di diverso dall’Inghilterra 1944-45, alleata dell’URSS nella guerra di liberazione ancora divampante, quando Churchill e Eden, angeli della democrazia, volarono ad Atene per sventare con le armi sedicentemente dirette contro il nazifascismo la minaccia di un’«anarchia», intollerabile perché di sapore proletario, cui dettero il nome di «trotskismo» per sottolinearne la pericolosità in confronto alla vocazione conciliatrice delle masse inquadrate dai partiti fedeli al generalissimo Stalin? Allora, lo stesso gendarme mondiale americano era salutato come il liberatore democratico, e ponti d’oro gli erano fatti dai partiti «comunisti» perché instaurasse la libertà in tutto il mondo. La instaurò, non c’è dubbio, come sempre la instaura il capitalismo; e dal 1945 in poi, con la stessa facilità con cui, nell’Italia del 1920-22, le squadracce nere incendiavano le camere del lavoro e massacravano proletari sotto lo scudo della democrazia imperante, con la stessa impunità con cui Mussolini marciava su Roma… in vagone letto, la superdemocrazia si è installata dovunque per togliersi infine la maschera e apparire senza veli quella che era, è e sarà fin quando non verrà abbattuta dallo slancio rivoluzionario del proletariato: dittatura del capitale.

È contro questa dittatura, identica nella sostanza malgrado le – del resto fragilissime – diversità di forma, che i proletari di tutto il mondo sono chiamati a lottare, in nome non di una nuova edizione di democrazia falsa e bugiarda, ma della loro rivoluzione e della loro dittatura.

Statali: sindacati "indipendenti" e azione di classe

Oggi, secondo la mentalità comune (che è quella che fa comodo all’interesse della classe dominante borghese) « siamo tutti lavoratori ». Perciò, di fronte alla domanda: chi sono gli statali?, la risposta « ovvia » è la solita, che ne fa tutto un blocco.

Per un sindacato di classe le cose non stanno affatto così. Perché ci sono lavoratori proletari e non proletari, e ci sono poi « lavoratori » antiproletari. È chiaro che il sindacato di classe organizza soprattutto i primi, e ne difende gli interessi con la lotta sulla base di rivendicazioni che ne favoriscono la unità in un indirizzo che va assai al di là degli stessi obiettivi immediati riguardanti il salario e l’orario di lavoro. Il sindacato di classe ha costantemente davanti a sé la meta finale e non trascura occasione di lotta per agitare gli ideali del socialismo, cioè della società senza classi cui vuole pervenire per farla finita una volta per sempre con la schiavitù salariale dalla quale in fondo dipendono tutte le altre forme di schiavitù e di oppressione politica e di abbrutimento umano. Una simile politica rivoluzionaria non può dunque fare « di tutt’erbe un fascio »; essa esclude il principio democratico e controrivoluzionario di difendere « tutte le categorie », e non si pone mai e poi mai il compito di riformare la macchina amministrativa dello stato per renderla più funzionale e più rispondente alle mutevoli condizioni in cui operano le strutture economiche e sociali in via di continua modificazione.

Al contrario, tutti i sindacati che sono per la collaborazione di classe, siano essi fascisti o democratici, confederati o autonomi, non possono che fare la politica inversa, con fini e metodi che nulla hanno di proletario e di rivoluzionario.

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Un campo o settore di lavoro in cui emerge con molta chiarezza il ruolo svolto da tutti questi sindacati è quello degli statali, e gli ultimi episodi della vertenza in cui costoro – tutti assieme – sono stati impegnati contro il governo ne dà la conferma.

Com’è noto, il contenuto di queste vertenze riguarda « la riforma della Pubblica Amministrazione e il riassetto delle carriere e degli stipendi ». Non c’è dubbio che gli strati più proletari degli statali sono maggiormente esposti alle influenze della classe dominante, che, nei funzionari e dirigenti intermedi degli uffici e dei luoghi di lavoro, trova i veicoli dell’infezione opportunista. Ben consapevoli di questa maggiore sensibilità ai discorsi « costruttivi », i sindacati di ogni colore hanno fatto del loro meglio per propagandare la « necessità » di una riforma dell’apparato statale sul piano tecnico e amministrativo (sul piano politico poi, a gridare per le riforme costituzionali ci stanno i partiti « rossi » e perfino il Papa). Ma quali benefici devono attendersi gli statali da simile riforma? Nessuno lo ha mai precisato. Noi diciamo che essi potranno perdere solo la proverbiale pacchia del dolce far niente. E nulla di male se ciò toccasse solo ai lavoratori del deretano, ai più servili impiegati, ed agli zelanti funzionari direttivi. Il giro di vite toccherà anche e più di tutti gli statali più proletari, che dovranno sbrigare in numero inferiore ciò che oggi fanno in condizioni relativamente non troppo severe.

Naturalmente, per interessare gli statali a questa riforma i bonzi sindacali non potevano limitarsi a sbandierare gli « alti fini » della riforma stessa, tra i quali la cosiddetta democratizzazione dell’amministrazione e l’ingresso delle masse negli affari « pubblici », illusioni queste comuni tanto ai democratici quanto ai fascisti di tutti i tempi. Di qui l’accento sulle carriere e sugli stipendi, dalle quali richieste chissà che cosa si fa sperare. Lo sciopero dichiarato per il 31 marzo scorso dalle confederazioni, e che doveva riguardare statali e dipendenti da aziende « autonome » come le F.S., aveva dunque lo scopo di smuovere il governo di centro-sinistra a pronunciarsi in modo definitivo sulla questione della riforma di cui si parla da oltre un decennio. L’accordo di massima raggiunto il 20 marzo tra sindacati e governo, come si sa, ha fatto revocare lo sciopero dichiarato oltre un mese prima. È pure noto che questo accordo è stato salutato come un successo sindacale di notevole importanza e come uno dei frutti migliori e più significativi della « unità sancita dalle tre confederazioni nella scorsa estate ». Tutto questo, quando nel comunicato emesso dopo l’incontro tra sindacati e governo, fra gli « altri principi » che ispirano la riforma, si menzionano la « economicità » da realizzare e « il problema dell’orario di lavoro, per conseguire una maggiore produttività ». In quanto ai vantaggi economici dei miglioramenti di stipendio previsti dall’accordo, c’è da dire che essi si risolvono in una vera e propria beffa.

Non abbiamo nulla a che vedere con i sindacati cosiddetti autonomi, che per noi rappresentano solo i figli degeneri dei sindacati confederati, come essi scissionisti nella sostanza oltre che nella forma (v. l’articolo « Lotta di classe e non di categoria » nel n. 5 di « Spartaco »), ma non possiamo disconoscere che hanno ragione quando lamentano ed osteggiano quest’aspetto dell’accordo intervenuto il 20 marzo tra confederazioni e governo. Secondo questi sindacati, gli aumenti di stipendio che deriverebbero agli statali dalle somme stanziate dal governo si ridurrebbero a « circa mille lire al mese nel 1967; lire tremila nel 1968 e via via, fino al 1971, un aumento globale che non raggiungerebbe la metà della presumibile svalutazione che a quella data avrà raggiunto il potere di acquisto delle retribuzioni dei soli dipendenti dello Stato in mancanza di una efficiente scala mobile automatica ».

È stato questo il motivo essenziale su cui i sindacati autonomi hanno fatto leva per chiamare gli statali, ferrovieri compresi, allo sciopero del 20 aprile, protestando contro un accordo considerato come una vera e propria capitolazione al padrone. È stato esso a favorire la creazione del « fronte » dei sindacati autonomi di varie categorie statali e che ha visto un seguito insperato di scioperanti all’appello da essi diffuso.

Noi respingiamo tutte le altre rivendicazioni di questi sindacati che non si discostano affatto da quelle dei sindacati confederati, specie in merito alla riforma che essi vogliono « effettiva ». Pretendere di difendere contemporaneamente l’interesse di tutti, « dal più alto funzionario al più modesto inserviente » (v. comunicato della FISAFS del 10-4-67) e di fare « azione unitaria », è solo una sporca demagogia che gli « apolitici » dirigenti di questi sindacati autonomi hanno imparato dai loro colleghi dirigenti i sindacati « unitari » che essi criticano e ai quali vogliono dare lezioni di sindacalismo. Per noi resta significativo solo il fatto che il malcontento delle masse lavoratrici trovi un termometro nella sollevazione di questi sindacati-pidocchi, la cui azione di protesta e di « rivolta » da una parte trova giustificazione nell’inerzia dei sindacati confederati, dall’altra prova che il tradimento della trinità CGIL-CISL-UIL è ormai palese. Siamo arrivati al punto che i crumiri di professione, come sono sempre stati i funzionari statali, fanno oggi la morale ai proletari per invogliarli a scioperare con loro. Stralciamo alcuni punti dal manifestino diffuso tra i ferrovieri della FISAFS (Federazione sindacati autonomi ferrovie stato) e del SINDIFER (Sindacato indipendente funzionari delle F.S.) il 12-4, cioè otto giorni prima dello sciopero da essi dichiarato in comune col DIRSTAT (Sindacato dei funzionari direttivi statali), col SASMI (Sindacato autonomo scuole medie), ecc.:

« È crumiro: colui che già prevede che lo sciopero, comunque, non sortirà effetti positivi;

  • colui che sarà tra i primi ad andare, senza vergognarsi, alla cassa a riscuotere i benefici conseguiti con l’altrui sacrificio;
  • chi non è soddisfatto di qualsiasi trattativa sindacale perché lui avrebbe fatto « così e cosà »;
  • chi è per la lotta sindacale ad oltranza quando non vi è connesso il rischio della sua « chiamata alle armi »;
  • chi diventa pacifista, remissivo, rinunciatario, obiettore di coscienza quando è chiamato a serrare le fila nell’adempimento del comune dovere ».

Come si vede, siamo arrivati al colmo. Non sono gli strati proletari che con la forza d’attrazione della loro lotta antipadronale e rivoluzionaria trascinano gli strati più deboli e più oscillanti, ma sono gli elementi più antiproletari come i funzionari dello stato che cercano di rimorchiare gli operai – sia pure quali pubblici dipendenti, come essi scrivono – alla lotta contro il governo e la sua politica di « piano », che come si sa, non è stata osteggiata nemmeno nel parlamento dai deputati della CGIL. Non è questa la maggiore vergogna di cui si coprano le confederazioni, tra le quali la CGIL pretende di essere il solo sindacato di classe? Non è questa una nuova prova che la « unità » che essi si sforzano di realizzare con i loro incontri al « vertice » è unità antiproletaria, conservatrice e controrivoluzionaria?

Contro la mortificazione che la classe operaia sta subendo ad opera delle forze sindacali e politiche che la controllano, noi comunisti internazionalisti siamo i soli a batterci, smascherando gli opportunisti in ogni occasione, svergognando senza pietà i bonzi sindacali, partecipando ad ogni lotta contro i padroni e il loro governo, chiarendo agli operai in lotta l’indirizzo opportunista delle rivendicazioni e condannando i metodi di lotta adottati.

Risorga negli operai quello spirito rivoluzionario di classe dei gloriosi tempi passati, e scaccino al più presto tutti i bonzi! È questa la prima condizione per disfarsi dell’opportunismo e dei sindacati confederati e dei sindacati « autonomi », che oggi hanno la possibilità di presentarsi come i soli paladini degli interessi dei lavoratori proletari insieme ai lavoratori antiproletari ed anticomunisti per eccellenza.

Luttuose vicende della gara spaziale

Abbiamo sempre seguito con brevi note le vicende della gara emulativa tra americani e russi nei lanci delle navicelle satelliti.

Purtroppo da entrambe le bande sono negli ultimi tempi venute notizie dolorose e luttuose, prima la morte per un incredibile incendio a terra di tre cosmonauti americani a Cape Kennedy, poi il sacrificio del russo Kamarov, capo dei cosmonauti russi, che si dice si sia volontariamente immolato mentre altri sollevavano dubbi tecnici sul programma predisposto e che pare sia bruciato anche lui ad alcuni chilometri dalla superficie terrestre e per un errore probabilmente non suo.

Nelle notizie ufficiali dalle due parti, oltre a commemorare simili eroi, si bada però soprattutto a mettere in evidenza l’aspetto concorrenziale della gara, e si vantano primati quasi sportivi, che impressionano il grosso pubblico.

Un primato è considerato quello di altezza sulla superficie terrestre, di cui ci siamo più volte occupati. Fino ad alcuni anni addietro erano i russi ad aver toccato l’altezza maggiore, circa 450 km; ma gli americani li hanno superati con gli ultimi due voli «Gemini», prima della ricordata orribile catastrofe, perché le loro orbite, con appuntamenti o meno, si sarebbero spinte fino a 1400 km dalla terra. I russi hanno lungamente taciuto; poi hanno annunziato il volo dell’infelice Kamarov, e in tale occasione hanno dichiarato di avere battuto alcuni primati: la grandezza dell’astronave e il suo peso di 30 tonnellate, mai prima raggiunto da nessuno. Ma quello che fa più impressione è la velocità, la quale invece non ha nulla di stupefacente, ed i russi annunziarono quella di 30.000 km all’ora come un primato, superiore ai 28.000 che gli uni e gli altri hanno sempre annunziato. Ora il primato lo raggiungerà chi saprà lanciare un satellite di velocità ridotta, come abbiamo sempre detto: la velocità della luna, satellite naturale, è di un chilometro al secondo circa, ossia 3.600 km all’ora, e basta, come stabilì Newton, a non farla mai cadere sulla terra.

Un satellite artificiale, come si sa da secoli, si può ottenere con un mobile lanciato dalla superficie terrestre orizzontalmente o quasi, con la minima velocità detta «prima velocità di fuga» che dai calcoli risulta di 8 km al secondo, cui corrispondono i famosi 28.000 all’ora. Con questa velocità minima si ottiene che il proietto non ricada sulla terra, ma descriva perennemente un’orbita ellittica, mentre occorre raggiungere la «seconda» velocità di fuga, ossia 11 km al secondo, per ottenere che il mobile si allontani sempre più dalla terra, diventando ciò che i giornali oggi definiscono una «sonda lunare». Ora il vero primato, come abbiamo sempre detto, non si raggiunge aumentando, ma diminuendo la velocità limite di 8 km al secondo, che si può diminuire solo crescendo il raggio dell’orbita. Il pregio dell’esperimento Kamarov era, secondo la nostra vecchia richiesta, in un’orbita circolare quasi perfetta, perché infatti l’apogeo e il perigeo differivano di pochi km dai 200. Per aumentare la velocità si va incontro a un assurdo fisico, perché il raggio dell’orbita dovrebbe essere minore di quello del globo terrestre, ossia il satellite dovrebbe correre sotto terra o negli abissi del mare!

Tali gli scherzi della propaganda pubblicitaria che non sa rispettare le stesse vite umane. Il raggio dell’orbita di Kamarov era maggiore di quello terrestre di 200 km, ed era quindi di 6.600 km in cifra tonda. La lunghezza dell’orbita risulta un poco maggiore dei 40.000 km del cerchio massimo terrestre, ossia 41.448 km, e siccome era percorsa in pochi secondi meno degli 89′ abituali che danno i 28.000 km all’ora, la velocità non poteva raggiungere i 30.000 km all’ora, ma era quella normale di tutte le navi spaziali finora lanciate.

Per chiudere l’argomento, noi ammiriamo l’intelligenza scientifica dei russi che da anni lanciano dei satelliti con strumenti di osservazione e senza passeggeri, e conserviamo la nostra opinione che un uomo o un animale superiore non potrebbe vivere a distanza dal centro terrestre comparabile a quella della luna che è di 384.000 km, e quindi consideriamo pure balle vari progetti Apollo e simili, per cui un essere calzato passeggerebbe sulla flemmatica luna.

Il commercio fattore di… pace

La Stampa del 27 aprile informa che il Dipartimento del Tesoro americano ha posto un dazio di compensazione di 22,40 dollari la tonnellata sulle importazioni dall’Italia di unità di acciaio per piloni di trasmissione dell’elettricità. La motivazione è che l’Italia concede alla esportazione di tale materiale una sovvenzione sotto forma di facilitazioni tributarie (dette «restituzioni d’imposta» o «restituzioni di confine») che andrebbero al di là di quelle consentite dall’accordo generale sulle tariffe e sul commercio. L’Italia protesta, inutile dirlo, con veemenza affermando che le restituzioni di confine non sono sovvenzioni, ma «un provvedimento rettificativo reso necessario, nel caso di esportazioni, da un regime fiscale che, come quello italiano, è tuttora fondato in buona parte sull’imposizione indiretta».

È una notiziola di poche righe che si presta a sfatare alcuni miti. Nell’anno 1947, sconfitti quei regimi che, a detta dei democratici, erano, con i loro dumping, colpevoli di ogni turbamento dell’equilibrio del mercato mondiale, gli Stati Uniti ed altri 22 paesi conclusero a Ginevra un accordo doganale, il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), che aveva uno scopo quanto mai edificante: dare una disciplina unitaria alla liberalizzazione del commercio internazionale attraverso la diminuzione delle tariffe doganali e l’aumento graduale dei contingenti, fino alla loro abolizione.

Pareva quindi che, sconfitti i mostri nazifascisti, smembrati i grandi cartelli tedeschi, ridimensionati i trust giapponesi dalle autorità occupanti, pareva che si dovesse buttare una volta per sempre nel cestino la politica protezionistica di un tempo e avviarsi verso una «leale concorrenza», visto che ormai nessuno più la insidiava. Il GATT doveva sostituire alle trattative bilaterali fra gli Stati trattative multilaterali, per facilitare, si diceva, la ricerca di un interesse comune, e dare maggiore stabilità al commercio internazionale.

Ma è nella logica di questi accordi fra Stati smentire nelle norme particolari le pompose dichiarazioni generali di principio. Infatti, fu introdotta una «clausola di salvaguardia», per cui ogni Stato è in grado di modificare i propri impegni quando un prodotto estero minaccia un’industria nazionale. Inoltre, veniva lasciato intatto il sistema delle preferenze doganali (esempio classico il Commonwealth). Il GATT vietava, è vero, l’introduzione di nuove preferenze e l’accentuazione di quelle esistenti: ma, in merito a ciò, nessuno può affermare che tale divieto abbia dato esiti tangibili.

Erano anche proibite le restrizioni quantitative al commercio internazionale. Le eccezioni erano restrizioni a favore dell’agricoltura, mentre, in caso di difficoltà della bilancia dei pagamenti, ciascun paese poteva ricorrere a restrizioni quantitative mediante imposizione di contingenti di esportazione. L’accordo risale al 1947. Oggi se ne celebra il ventennale con l’accusa che l’America fa all’alleata Italia di violarne le norme praticando il famigerato dumping esattamente come gli imperialisti Giappone e Germania…

Il dumping è definito come «vendita di merci all’estero a prezzi inferiori che in patria per porre in difficoltà le imprese similari». La «restituzione d’imposta» è fatta alle imprese esportatrici, le quali possono così vendere all’estero a un prezzo inferiore che in Italia, in quanto liberate da un forte carico fiscale.

Si possono trarre le seguenti conclusioni. Nonostante le periodiche smentite dei politicanti e degli economisti, il commercio mondiale, lungi dall’unire le nazioni, è veicolo di discordie, conflitti, e infine guerre. Nessuna nazione può permettersi di liberalizzare completamente il proprio commercio, neppure la più potente. Le illusioni sorte nell’immediato dopoguerra, quando i massacri di uomini e le distruzioni di enormi forze produttive lasciavano un ampio margine di ricostruzione al capitalismo, sono svanite. L’Europa, prostrata, non rappresentava allora alcun serio pericolo per gli Stati Uniti, ma adesso la lotta per i mercati è sempre più aspra e palese, i provvedimenti restrittivi di oggi si trasformeranno in guerre doganali domani, e, dopo ancora, la borghesia sarà costretta a tentare di risolvere i suoi problemi con un terzo grande macello imperialistico. Spetta al proletariato darle la risposta che merita!

In memoria degli eroici operai e contadini cinesi vittime nel 1927 dell’aberrante politica stalinista

Nel numero scorso abbiamo ricordato il martirio dei proletari di Shanghai, sacrificati sull’altare dell’alleanza con il Kuomintang (e, peggio, della sudditanza ad esso).

Fu quello il primo anello di una feroce catena di eccidi che dalle città si estese alle campagne e da queste rifluì biecamente in quelle, mentre l’Internazionale e il PCC insistevano nel frenare le masse e nel deplorarne gli «eccessi» per non guastare i «buoni rapporti» col nazionalismo borghese.

Fra i tanti discorsi che con appassionata irruenza tenne in quel periodo Trotsky perorando la causa parallela dell’approfondimento della rivoluzione in Cina e del vigoroso ritorno all’autonomia del movimento proletario inglese imprigionato contemporaneamente nelle maglie del Comitato anglo-russo di unità coi sabotatori tradunionisti e laburisti dello sciopero minerario, riportiamo il brano dedicato alla Cina del poderoso discorso tenuto al 1º agosto 1927 di fronte al CC e alla CC di controllo del partito russo, che è insieme una sintesi della criminale politica di servile accodamento al Kuomintang nel decisivo biennio 1926-27 e una fiera rampogna contro l’opportunismo annidatosi al vertice dell’Internazionale.

«Esaminiamo nel suo insieme tutta la linea di condotta seguita nella tattica o meglio nella strategia, in Cina.

Il Kuomintang è il partito della borghesia liberale durante la rivoluzione; della borghesia liberale che si trascina dietro gli operai e i contadini, e poi li tradisce. Conformemente alle vostre direttive il Partito Comunista, malgrado tutti i tradimenti, resta nel Kuomintang e si sottomette alla sua disciplina borghese. L’insieme del Kuomintang entra nell’I.C. e non si sottomette alla sua disciplina: non fa che approfittare del suo nome e della sua autorità per ingannare gli operai e i contadini cinesi.

Il Kuomintang copre i generali-agrari che tengono in pugno i soldati-contadini. Alla fine dello scorso ottobre, Mosca esige che la rivoluzione agraria non si estenda per non spaventare i proprietari terrieri che comandano l’esercito. E questo diviene, per conseguenza, una società di mutua assicurazione dei piccoli e grandi proprietari terrieri.

I signori non hanno nulla da obiettare al fatto di qualificare la loro campagna militare come nazionale e come rivoluzionaria, a condizione che il potere e la terra restino nelle loro mani. Il proletariato, che costituisce una forza rivoluzionaria giovane, potente, per nulla inferiore a quella del nostro proletariato nel 1905, è costretto a mettersi agli ordini del Kuomintang!

Mosca dà ai liberali cinesi il seguente consiglio: «Emanate una legge sulla organizzazione di un minimo di milizie operaie». E ciò avviene nel marzo 1927! Perché si dà alle sfere superiori il consiglio: «Date un minimo di armamento», e non invece, alla base, la parola d’ordine: «Armatevi al massimo»? Perché un minimo e non un massimo? Per non «spaventare» la borghesia, per non provocare la guerra civile. Ma questa inevitabilmente si è accesa, si è rivelata infinitamente più crudele, ha sorpreso gli operai senz’armi, e li ha annegati nel sangue.

Mosca è intervenuta contro la creazione di soviet «dietro l’esercito» (come se la rivoluzione fosse il dietro), «per non disorganizzare le retrovie» di quegli stessi generali che due giorni dopo massacrarono gli operai e i contadini.

Abbiamo noi rafforzato la borghesia e i proprietari terrieri, costringendo i comunisti a sottomettersi al Kuomintang, e coprendo quest’ultimo con l’autorità dell’I.C.? Sì li abbiamo rafforzati. Abbiamo indebolito i contadini frenando lo sviluppo della rivoluzione agraria e dei soviet? Sì, li abbiamo indeboliti. Abbiamo diminuito le forze degli operai con la parola d’ordine, no, diciamo piuttosto con il rispettoso consiglio alle sfere superiori borghesi: «Armamento minimo» e «niente soviet»? Sì, le abbiamo diminuite. È forse strano che abbiamo subito una sconfitta, dopo di aver fatto tutto il possibile per render più difficile la vittoria?

Voroscilov ha dato la spiegazione più giusta, più coscienziosa e più franca, di tutta questa politica: «La rivoluzione contadina avrebbe potuto intralciare la marcia dei generali verso il nord». Voi avete frenato la rivoluzione nell’interesse di una campagna militare. È esattamente così che lo stesso Chang-Kai-scek vedeva le cose. L’espansione della rivoluzione, guardate un po’, avrebbe potuto rendere più difficoltosa la campagna del generale «nazionale»! Ma la rivoluzione è di per sé una vera marcia degli oppressi contro gli oppressori. Per favorire la spedizione del generale, voi avete rallentato la rivoluzione, e creato il disordine nelle sue file. Per conseguenza la campagna dei generali si è rivolta non solo contro gli operai e i contadini ma anche (e proprio per questa ragione) contro la rivoluzione nazionale.

Se avessimo assicurato a tempo un’autonomia completa del Partito Comunista, se lo avessimo aiutato ad armarsi di una sua stampa e di una tattica giusta, se gli avessimo dato come parole d’ordine: «Armamento massimo degli operai», «Espansione della guerra contadina nelle campagne», il Partito Comunista si sarebbe ingrandito non ogni giorno, ma ogni ora; i suoi quadri si sarebbero temprati nella fiamma della lotta rivoluzionaria. Bisognava lanciare la parola d’ordine dei soviet fin dai primi giorni del movimento di massa. Si sarebbe dovuto, dovunque la minima possibilità si presentasse, passare alla effettiva instaurazione dei soviet e attirare in essi i soldati. La rivoluzione agraria avrebbe portato il disordine negli eserciti pseudo-rivoluzionari, ma avrebbe nello stesso tempo contaminato le truppe controrivoluzionarie del nemico. Solo su questa base, – rivoluzione agraria e soviet, – si sarebbe potuto gradualmente forgiare un esercito veramente rivoluzionario, cioè un esercito operaio e contadino.

Compagni, abbiamo sentito qui un discorso di Voroscilov che parlava non in veste di commissario del popolo alla guerra e alla marina, ma di membro del Politburo, e io dico: «Questo discorso è in sé una catastrofe, esso vale una battaglia perduta».

Durante l’ultimo Plenum del Comitato Esecutivo dell’I.C., in maggio, quando, dopo di aver finalmente registrato il passaggio di Chiang Kai-sek nel campo della reazione, voi puntavate su Wang ching-wei e poi su Tang Yu-hang-ci, io scrissi una lettera al Comitato Esecutivo. Era il 28 maggio: «Il fallimento di questa politica – dicevo – è assolutamente inevitabile». E che cosa proponevo? Leggo testualmente: «Il plenum avrebbe agito correttamente facendo una croce sulla risoluzione Bucharin e sostituendola con un’altra concepita in poche righe: 1) i contadini e gli operai non devono fidarsi dei capi del Kuomintang di sinistra, ma instaurare i loro soviet unendosi ai soldati; 2) i soviet devono armare gli operai e i contadini avanzati; 3) il Partito Comunista deve assicurarsi un’autonomia completa, crearsi una stampa quotidiana, dirigere la creazione dei soviet; 4) le terre dei proprietari terrieri devono essere immediatamente confiscate; 5) la burocrazia reazionaria deve essere senza indugio soppressa; 6) i generali traditori e i controrivoluzionari in genere devono essere fucilati sul posto; 7) bisogna orientarsi nell’insieme verso l’instaurazione di una dittatura rivoluzionaria, attraverso Consigli dei deputati operai e contadini». Ed ora confrontate: «Niente guerra civile nei villaggi»; «non spaventiamo i compagni di strada»; «non irritiamo i generali», «minimo di armamento agli operai», ecc. E questo sarebbe bolscevismo! E il nostro atteggiamento è qualificato dalle tesi del Politburo… di menscevico! Dopo di aver capovolta la vostra posizione, vi siete fermamente decisi a chiamare nero il bianco. Solo c’è per voi una disgrazia: il menscevismo internazionale da Berlino a New York approva la politica cinese di Stalin-Bucharin, e in piena conoscenza di causa, solidarizza con la vostra linea di condotta nella questione cinese.

Intendiamoci: non si tratta affatto di tradimenti individuali di militanti cinesi del Kuomintang, di condottieri cinesi di destra e di sinistra di funzionari sindacali inglesi, di comunisti cinesi o inglesi. Quando si viaggia in treno, sembra che sia il paesaggio a spostarsi. Tutta la disgrazia consiste nel fatto che avete avuto fiducia in coloro che non avrebbero mai dovuto ispirarvela; che avete sottovalutato l’educazione rivoluzionaria delle masse, la quale esige prima di tutto che si inoculi in loro la diffidenza verso ogni spirito del giusto mezzo in generale. La virtù cardinale del bolscevismo è di possedere questa diffidenza in un grado supremo. I partiti giovani devono ancora acquisirlo e assimilarlo, mentre voi avete agito e continuate ad agire nel senso diametralmente opposto. Voi inoculate nei giovani partiti la speranza che la borghesia liberale evolva più a sinistra, e la fiducia nei politici liberali-operai delle trade-unions. Voi ostacolate la educazione dei bolscevichi inglesi e cinesi. Ecco l’origine dei «tradimenti» che ogni volta vi prendono «alla sprovvista!»

Fu l’ultima grande battaglia in difesa dell’internazionalismo rivoluzionario, prima che lo stalinismo, dopo di aver legato le mani ai comunisti cinesi, imbavagliasse e ammanettasse per sempre l’opposizione russa.

I maoisti di oggi, che levano fumi d’incenso alla memoria di Stalin, non sono che i macabri eredi della rivoluzione tradita, sgozzata e, infine, vilipesa del cruciale 1927, tomba in cui tutto il movimento proletario d’Occidente e d’Oriente fu sepolto nell’illusione che mai più risollevasse la testa.

La genesi del capitalismo e dell'imperialismo, e le sue ripercussioni sull'evoluzione dell'Indonesia Pt.8

d) Il movimento politico e sociale in Indonesia dal 1908 al 1920

Il sistema politico vigente in Indonesia agli inizi del secolo è molto semplice, e corrisponde più o meno alle amministrazioni coloniali dell’epoca. La sovranità è esercitata dal re e dal parlamento olandese, in cui siede un deputato indonesiano, e viene delegata a un governatore generale, assistito da un Gran Consiglio per le Indie. A partire dal 1908 si sviluppano in Indonesia i primi movimenti politici nazionalisti. Nel seguirne la formazione, ci riferiremo al citato rapporto di Maring al secondo Congresso del Comintern e all’opera citata del Bruhat.

Il 20 maggio 1908 è fondato a Batavia un movimento indipendentistico giavanese costituito da studenti, il Budi Utomo. Questo movimento, fra l’altro, sostiene l’adozione del malese come lingua nazionale unica per tutta l’Indonesia. Tale rivendicazione viene propugnata dalla rivista mensile Pudjangga Baru (Il nuovo scrittore), fondata nel 1913. Il 28 ottobre 1928 il Congresso della Gioventù Indonesiana accoglierà il malese come unica lingua nazionale. Facciamo a questo punto due osservazioni. L’esistenza in Indonesia di una lingua dominante parlata dal popolo, il malese, e di una religione dominante, l’islamismo, costituisce fin dall’inizio un fattore favorevole alla conquista dell’indipendenza nazionale, fattore che non esiste ad esempio in India, nemmeno oggi. L’India contemporanea si trova ancora di fronte il problema irrisolto dell’unità linguistica e dell’unità religiosa. È superfluo aggiungere che l’assenza di divisioni linguistiche e religiose favorisce anche l’unificazione del proletariato nella lotta rivoluzionaria. Il movimento del Budi Utomo rappresenta la matrice del Partito Nazionale Indonesiano, fondato nel 1927 dai Sukarno e dagli Hatta dopo la disfatta del movimento rivoluzionario mondiale diretto dall’Internazionale Comunista in Asia (Cina e Indonesia) e in Europa. La base sociale del nazionalismo del Budi Utomo, e più tardi del Partito Nazionale Indonesiano, non è rappresentata da una inesistente borghesia nazionale, democratica progressista e anti-imperialista, come sostennero Stalin e Bucharin nel 1926 a proposito della Cina e come sostengono ancor più spudoratamente oggi filorussi e filocinesi, ma da una intelligenza piccolo borghese, vile, codarda e pronta ad ogni compromesso con l’imperialismo. Ritorneremo in seguito su questa questione, che si ripresenta in forme diverse in tutti i movimenti rivoluzionari sviluppatisi nelle colonie nella prima metà del secolo.

* * *

Nel 1911, secondo il citato rapporto di Maring, lo scrittore Ernest François Eugène Douwes-Dekker fonda il Partito Indonesiano, esteso a tutto il paese, che respinge la lotta di classe e cerca appoggi nella socialdemocrazia olandese: viene messo fuori legge nel 1913, i suoi organizzatori sono prima internati, poi ottengono il permesso di trasferirsi in Olanda; tornano nel 1918 ma l’organizzazione nel frattempo si è sfasciata.

Nel 1911-1912 sorge nel centro di Giava, e si estende presto nell’est dell’isola, il Sarekat Islam (Unione dell’Islam), sotto la guida del giovane intellettuale Oemar Said Tjokroaminoto. Il giudizio che di tale movimento dà Maring nel suo rapporto al secondo Congresso del Comintern è contraddittorio: tace su punti essenziali che ne caratterizzano la natura sociale, con il fine evidente di giustificare la tattica di noyautage e di fronte unico avanti lettera praticata verso di esso dall’Associazione Socialdemocratica Indonesiana, di cui Maring faceva parte. Maring definisce il Sarekat Islam come “un partito di massa con seguito operaio e contadino”, e lo paragona addirittura, senza poterne evidentemente fornire alcuna ragione chiara, ai cartisti inglesi. Maring non dice però ciò che arriva ad ammettere persino uno storico “progressista” come il Bruhat, e cioè che il Sarekat Islam riuniva commercianti giavanesi di Batik, e che il suo fine era la protezione dell’industria e del commercio giavanesi contro la concorrenza europea e cinese. Il fatto che il Sarekat Islam ricorresse nella sua agitazione a mezzi violenti, e che trascinasse dietro di sè masse di operai e di contadini non organizzati, non giustifica il giudizio che di esso fornisce Maring, e ancor meno la tattica del noyautage nei suoi confronti. Secondo il resoconto di Maring, il Sarekat Islam è ammesso dal governo solo come organizzazione locale, e lo stesso governo riesce ad infiltrarvi dei suoi agenti, come il dottor Rinkes, che vi crea un’ala destra che lancia la parola d’ordine “niente azioni di massa: le masse non sono mature”. Nel 1916 questa ala destra appoggia la politica governativa di rafforzamento della difesa nazionale. Se la solita distinzione fra ala destra e ala sinistra (poi invocata per giustificare la partecipazione dei comunisti cinesi al Kuomintang) può servire a Maring per sostenere la tattica del fronte unico e del noyautage, quanto egli stesso ammette, cioè l’appoggio del Sarekat Islam (sia pure della sua “ala destra”) alla guerra imperialista è sufficiente a togliere a questo movimento la caratteristica di movimento nazionalista rivoluzionario, nel senso in cui questa definizione viene usata dalle Tesi nazionali e coloniali approvate dal secondo Congresso dell’Internazionale Comunista.

Nel 1914, sotto l’influenza di socialisti olandesi e in particolare di H.J.F. Sneevliet (Maring) si costituisce l’Associazione Socialdemocratica Indonesiana in cui le tendenze di sinistra prevalgono su quelle fabiane della destra. Durante la guerra l’Associazione lotta contro il militarismo coloniale e si attira le simpatie, secondo il Maring, del Sarekat Islam, nel quale promuove la formazione di un’ala sinistra. Nel 1915 l’Associazione pubblica il bimensile “Libera parola” e nel 1916 il mensile malese “Voce del popolo”. Nel 1917 l’ala riformista lascia l’Associazione e si costituisce in sezione indonesiana del Partito Operaio Olandese.

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Il malcontento dell’enorme massa di contadini poveri e del poco numeroso ma concentrato e super sfruttato proletariato, acuito dalla guerra imperialista, preoccupa l’amministrazione coloniale, che tenta di prevenirlo e di imbrigliarlo con la istituzione del Volksraad (Consiglio del Popolo) avvenuta il 16 dicembre 1916, e la cui prima riunione si tiene il 18 maggio 1918. Consultivo fino al 1927, esso ottiene in seguito un certo potere legislativo che può tradursi nei fatti soltanto dietro accordo fra Volksraad e Governatore. Nel suo sistema elettorale, per essere elettori occorre avere 25 anni, saper leggere e scrivere, pagare l’imposta su di un reddito di almeno 300 fiorini all’anno. Dall’articolo citato di Samin risulta che, secondo statistiche ufficiali, il reddito pro-capite a Giava era nel 1924 di 42,86 fiorini all’anno. Bruhat scrive che nel 1936, ad esempio, nella provincia di Giava vi furono 709 elettori in tutto, di cui 178 olandesi, 453 indigeni, 78 stranieri, e che nel Volksraad gli indonesiani avevano un rappresentante ogni 2.250.000 abitanti, i cinesi uno su 200.000, gli olandesi uno su 10.000. A ragione gli indigeni battezzarono il Consiglio del Popolo “Consiglio delle cimici bianche”. Ciò non impedì tuttavia al Sarekat Islam di partecipare alle elezioni del Consiglio delle cimici bianche e di farvi eleggere nel 1918 “due membri di destra”, come li definisce Maring. Il noyautage praticato dall’Associazione Socialdemocratica Indonesiana nel Sarekat Islam, che Maring difende, e la costituzione in esso di un’ala sinistra, non impediscono al Sarekat Islam di appoggiare la guerra imperialista, e di partecipare alle elezioni del Consiglio delle cimici bianche, naturalmente sotto l’impulso della sua “ala destra”. Da chi sia rappresentata questa ala destra non si riesce mai a capire bene. Maring dice che, mentre il fondatore del Sarekat Islam Tjokroaminoto fa di esso un movimento di massa con seguito operaio e contadino, solo il dottor Rinkes, agente del governo, vi avrebbe creato un’ala destra». Tutto ciò è smentito da un semplice fatto: nel 1923 il Sarekat Islam si scisse in un’ala sinistra e in un’ala destra, che ne conservò il nome, e il rappresentante dell’ala destra fu proprio Tjokroaminoto. Evidentemente è la stessa identica storia che si ripeterà nel 1924-27 in Cina, quando i comunisti furono obbligati da Mosca a entrare nel Kuomintang, per favorirvi la formazione di un’ala sinistra, e quando tutte le “ali sinistre” del Kuomintang finirono per affogare nel sangue la rivoluzione proletaria in Cina e nell’Asia intera. Per noi rimane dunque stabilito che un partito il quale ha partecipato alle elezioni del Volksraad, sia pure tramite la sua “ala destra”, non può essere considerato un partito nazionalista-rivoluzionario, nel significato che viene dato a questa definizione dalle Tesi nazionali e coloniali del secondo Congresso del Comintern.

A questo proposito ricordiamo che un autentico partito nazionalista-rivoluzionario, l’Etoile Nord-Africaine algerina, rifiutò nel 1934 di accettare il Progetto Blum-Viollette che accordava il diritto di voto per le elezioni parlamentari francesi a circa 20.000 algerini, e ciò in una situazione storica ben più sfavorevole e controrivoluzionaria che nel 1918. Che dire di un partito “nazionalista” che, come il Sarekat Islam, partecipa nel 1918 alle elezioni del Consiglio delle cimici bianche? E come è possibile che in un simile partito, secondo quanto riferisce Maring nel citato rapporto al secondo Congresso del Comintern, entrassero nel 1918, addirittura nella sua direzione, diversi “socialisti rivoluzionari giavanesi”?

Quanto all’Associazione Socialdemocratica Indonesiana, essa boicotta le elezioni al Volksraad, partecipando solo alle elezioni amministrative locali. L’istituzione del Consiglio del Popolo non può naturalmente impedire l’entrata nella lotta del proletariato e dei contadini poveri. Nel 1917-18 avvengono violente manifestazioni contadine, e il Sarekat Islam e i socialisti promuovono azioni di massa comuni contro il governo. I socialisti prendono l’iniziativa della costituzione dei sindacati e conquistano quello dei ferrovieri (8.000 nel 1918), sotto l’impulso dei quali sorge nel 1919 una centrale sindacale che nel 1920 conta da 15.000 a 20.000 iscritti, per lo più ferrovieri e zuccherieri. Nel marzo 1917, alla notizia della prima rivoluzione in Russia, Sneevliet è arrestato ma poco dopo prosciolto; Baars e Brandsteder svolgono una intensa propaganda fra i marinai e i soldati. Sui primi del 1918 si riunisce il primo congresso socialista, il cui programma afferma che l’indipendenza nazionale è realizzabile solo mediante azioni di massa dirette dai socialisti e collegate al movimento rivoluzionario mondiale. Alla fine del ’18 Sneevliet è espulso, i giavanesi Darsono e Semaun arrestati, Brandsteder espulso nella primavera del 1919 mentre 13 membri di un consiglio dei soldati subiscono lunghe pene detentive. Quanto al Sarekat Islam, esso dirige nel 1919 una agitazione per lo sviluppo della coltivazione del riso, contro quella della canna da zucchero.

Il movimento rivoluzionario in Indonesia intorno agli anni venti presenta dunque delle caratteristiche originali, nei confronti degli altri paesi dell’Asia e della stessa Cina. Anzitutto, in Indonesia sorge fin dal 1914 un Partito Socialista di sinistra che mantiene un atteggiamento di opposizione di fronte alla guerra, appoggia la rivoluzione d’Ottobre e subito dopo la fine della guerra è in grado di formare e dirigere i sindacati. Il 23 maggio 1920 assume ufficialmente il nome di Partito Comunista d’Indonesia aderendo all’Internazionale Comunista. Ma questo stesso Partito pratica la tattica del noyautage e del fronte unico avanti lettera nei confronti di un movimento come il Sarekat Islam, un movimento che difende gli interessi particolaristici dei commercianti indigeni, che appoggia la guerra imperialista, che accetta i compromessi più vergognosi con l’amministrazione coloniale, e che fa propria l’ideologia del panislamismo. Non fu dunque un caso se Sneevliet poté tenere a battesimo la tattica disastrosa della collaborazione dei comunisti col Kuomintang in Cina, tattica che rinnegava le Tesi nazionali e coloniali del secondo Congresso dell’Internazionale Comunista e che avrebbe portato a una sconfitta catastrofica la rivoluzione proletaria in Cina e nell’Asia intera.

La pubblicità mercantile in Russia ed i suoi commentatori occidentali

« La notizia che la televisione sovietica ha deciso di aprire i suoi canali a programmi di carattere pubblicitario, pare sia spiaciuta a qualche commentatore comunista di casa nostra. E ciò perché l’emittente dell’URSS, dopo un veto che durava dalle origini, ha ceduto al demone del progresso commerciale e, come in Occidente, si dispone a mettersi al servizio dei consumi o, per evocare una frase di classica ascendenza marxista, del feticismo delle merci ». Così il Corriere della Sera dell’1-4 in un trafiletto dal titolo derisorio: « Marxismo e brodo ».

Che la notizia possa spiacere agli pseudo-comunisti nulla di strano per noi. Sappiamo come essi abbiano reagito alle esaltazioni della FIAT e dei suoi padroni fatte dalla stampa russa: nessuna meraviglia, dunque, se tanto gli ingenui che ancora credono a un socialismo russo, quanto i furbi e saputoni delle Botteghe Oscure, si dispiacciano di queste « novità ».

Ma quello che nemmeno sospetta l’esimio commentatore del borghesissimo giornale pagato a tanto al rigo è che non da ora la Russia non ha più alcuna relazione né col socialismo né col marxismo. Egli ha ragione quando dice che le spiegazioni « ideologiche » che il Cremlino dava della sua « linea antireclamisticà » erano in passato più « pretestuose che effettive », in quanto « non c’è alcun bisogno di reclamizzare articoli in un mercato in cui, spesso, si fa la coda davanti ai negozi », ma al tempo stesso ha torto di considerare anch’egli – come coloro che si compiace di sfottere – socialista un paese produttore di merci, incamminato sulla strada del più borghese consumismo privato, come attesta l’ultimo sporco affare con la Fiat. Senza dubbio, quindi, i telespettatori russi dovranno cibarsi di slogan sui dadi per brodo insieme a discorsi e commemorazioni « leniniste »; ma, se è vero che per i falsi comunisti « tutto fa brodo », ciò non è men vero per quei loro critici che non arriveranno mai a capire (o che fanno gli eterni finti tonti) che la realtà sociale russa non ha nulla a che vedere con il comunismo marxista e che questo fatto, lungi dal dimostrare utopistico il marxismo, ne dà un’ulteriore conferma storica, perché l’imborghesimento russo era stato previsto proprio da quella dottrina nel caso in cui coloro, che ancora pretendono di seguirla e di applicarla, non l’avessero tradita abbandonando la via della rivoluzione in Europa e nel mondo e abbracciando quella della « edificazione del socialismo in un solo paese ».

[RG-45] Prima breve cronaca della RG di Firenze 30 Aprile-1 Maggio 1967 

Con inizio alle ore 10,30 di domenica 30 aprile e termine alle ore 13,30 di lunedì 1º maggio, si è tenuta a Firenze, nella sede locale, la prima riunione generale 1967 del nostro Partito. L’organizzazione era rappresentata praticamente al completo, con larga partecipazione anche delle sezioni di lingua non italiana, e la diligenza e l’impegno con cui i compagni fiorentini avevano curato in tutti i particolari la sistemazione logistica dei convenuti hanno permesso alla riunione di svolgersi in buon ordine e con la massima regolarità, malgrado gli intoppi derivanti dalle condizioni di salute o dall’assenza involontaria di alcuni relatori. Essa è coincisa con l’uscita del n. 38 della rivista «Programme Communiste», che si è potuta distribuire insieme con gli opuscoli in lingua francese sulla Questione parlamentare nell’Internazionale Comunista e con il numero di aprile del «Prolétaire», a conferma dell’intenso lavoro che si è svolto, pur fra le difficoltà della situazione esterna, dopo l’ultimo incontro di Natale, e che continua con l’abituale tenacia sostenuta dall’entusiasmo e dall’attiva collaborazione di tutte le nostre forze, per deboli numericamente che siano. Il bilancio rappresentato da questi dati di fatto è decisamente favorevole, e i compagni presenti ne hanno tratto impulso per consacrare tutte le loro energie alla salvaguardia e al potenziamento dell’organo insostituibile della preparazione rivoluzionaria del proletariato, il Partito.

Diamo qui di seguito una cronaca molto succinta dei temi svolti nei rapporti che, nella loro veste integrale, saranno successivamente pubblicati su queste colonne.

Economia marxista

Il primo è consistito, nella sua prima parte, nella sintesi di un testo assai elaborato, predisposto dalla sezione di Napoli, che costituisce un prezioso apporto alla comprensione e allo studio dell’economia marxista. Il testo non è stato possibile leggerlo perché avrebbe occupato molto più tempo di quello disponibile, in quanto si sarebbe reso necessario svolgere le varie formule algebriche e numeriche di cui è ricco. I relatori si sono quindi limitati a leggere i passi salienti e le opportune citazioni dal Capitale, in particolare dal III Libro, che si occupa appunto della «legge della discesa tendenziale del tasso di profitto», argomento centrale dello studio di partito, avvalendosi inoltre di una tabella costruita su dati di Marx, dalla quale appare evidente il meccanismo dialettico della legge della discesa del tasso di profitto, e nella quale la validità storica di questa legge fondamentale dell’economia capitalistica, negata da Stalin e trascurata o contestata da epigoni ed economisti borghesi, risalta prepotentemente dalla correlazione delle varie grandezze, tra cui la dipendenza tra saggio di profitto e composizione organica del capitale in rapporto direttamente proporzionale; cioè, nella misura in cui diminuisce il rapporto tra capitale variabile, o salari, e capitale costante, o materie da lavorare, ovvero nella misura in cui aumentano le materie prime in relazione al lavoro necessario, diminuisce il tasso di profitto.

L’importanza di questo lavoro non è solo teorica, vale a dire di dimostrazione della validità della teoria marxista, ma anche pratica, cioè di conferma della validità del programma rivoluzionario marxista che postula la caduta violenta del regime capitalistico, la cui struttura poggia appunto su rapporti economici e sociali contraddittori la cui soluzione non può essere che la catastrofe. A confortare storicamente la legge economica e il dettato del programma, la relazione si è conclusa nella seconda parte con una nuova lettura dei dati statistici che corredano il lungo studio di partito sulle principali economie capitalistiche, i quali mettono in luce solare come il corso dell’economia capitalistica, tanto nei cicli brevi quanto in quelli lunghi, sia contrassegnato dalla generale tendenza alla decrescenza dei ritmi produttivi, da cui non sfugge nemmeno la Russia cosiddetta socialista. Di qui trae origine la politica imperialistica del capitalismo mondiale che, nello sforzo sovrumano di contrastare la mortale azione della legge della discesa del saggio di profitto, sconvolge l’economia mondiale, schiaccia popoli e nazioni deboli, alimenta focolai di guerra e prepara un nuovo eccidio esteso a tutto il pianeta. Il complesso rapporto terminava con la constatazione evidente che la lotta vittoriosa contro l’imperialismo per la rigenerazione dell’umanità può essere condotta solo sulla base del programma rivoluzionario marxista così come scaturisce dalla teoria originaria e come ci è tramandato dalla Sinistra comunista, respingendo ogni tentativo di correggere, rettificare o peggio «arricchire» la nostra dottrina.

Partito rivoluzionario e azione economica

Il secondo rapporto, sul tema: Partito rivoluzionario e azione economica, ha preso l’avvio dagli stessi dati di partenza per ribadire l’antitesi inconciliabile fra capitale e lavoro, antitesi da cui scaturisce in una dinamica che nessuno sforzo di conciliazione è in potere di reprimere e, meno ancora, di eliminare, l’urto fra le due classi fondamentali della società contemporanea, borghesia e proletariato: come nell’Indirizzo inaugurale dettato da Marx nel 1864 per l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, è vero oggi come e più di allora «che nessun perfezionamento delle macchine, nessuna applicazione della scienza alla produzione, nessun progresso dei mezzi di comunicazione, nessuna nuova colonia, nessuna emigrazione, nessuna apertura di nuovi mercati, nessun libero scambio [brevi righe in cui è condensata e messa alla gogna l’intera ideologia della classe dominante, se ne faccia portavoce in questi anni il papa o l’uomo di cultura, il parlamentare e il ministro o il loro lacchè opportunista], né tutte queste cose prese insieme, elimineranno la miseria delle masse lavoratrici: che anzi, sulla falsa base presente, ogni nuovo sviluppo delle forze produttive del lavoro inevitabilmente deve tendere a rendere più profondi i contrasti sociali, e più acuti gli antagonismi». Da questa premessa, che si intrecciava agli sviluppi del primo rapporto, il relatore è passato a ricordare in un’ampia sintesi la battaglia sostenuta in seno alla I Internazionale da Marx e da Engels per rivendicare di fronte ai bakuninisti il principio che ogni lotta di classe è lotta politica, pone quindi inevitabilmente il problema del potere e degli organi e strumenti per conquistarlo nel finale scontro violento fra classi antagoniste («nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti») e di qui è partito per illustrare la posizione costantemente tenuta ed affermata dal marxismo, dai primordi fino a Lenin, alla III Internazionale e alla Sinistra comunista, che non è già di negare le lotte economiche immediate della classe operaia (e le organizzazioni che da esse storicamente sono sorte), ma di operare in esse per elevarle al grado di battaglie (e organizzazioni di battaglia) politiche dirette verso l’obiettivo finale della distruzione del regime del lavoro salariato, e di permearle di quel programma comunista, di cui è depositario unico e insostituibile il Partito.

La Sinistra Comunista e il fascismo

In questa seconda parte, che si è spinta fino a trattare i problemi di azione pratica interessanti la vita vissuta della nostra organizzazione (impegnata bensì in un’opera prevalente di restaurazione della dottrina sepolta sotto le macerie accumulate dalla controrivoluzione mondiale, ma aliena dal considerare quest’opera come avulsa da una costante azione di propaganda, proselitismo e agitazione), il rapporto si è organicamente collegato a quello con cui la riunione si è chiusa, ricordando l’enorme e rigorosamente impostata attività svolta in campo sindacale dal P. C. d’Italia nel 1921-22, quando lo dirigeva la Sinistra. È seguito quello che possiamo considerare come l’inizio, la prima parte, di una più ampia relazione sul tema, – tutt’altro che accademico, anzi materiato di esperienze vive e sanguinose della lotta di classe, – della Sinistra comunista di fronte al fascismo. Più che di un inquadramento teorico generale della questione del significato storico del fascismo nel quadro dell’evoluzione del regime capitalistico, si è trattato di una rievocazione, da un lato, degli eventi che si susseguirono dal 1919 al 1922 in Italia, a riprova pratica dell’azione congiunta della democrazia classica e del neonato fascismo nello schiacciamento di un proletariato combattivo, minacciosamente in piedi negli anni di pace come lo era stato negli anni di guerra, e, dall’altro, della risposta che all’offensiva del capitale, condotta sul duplice binario delle blandizie democratiche e della violenza «regolare» e «irregolare», diede il P. C. diretto dalla Sinistra chiarendo ai proletari la vera natura del fascismo, e quindi operando affinché fosse ben presente e indiscutibile ai loro occhi come due regimi, lungi dal contraddirsi, stiano o cadano insieme, ma operando praticamente affinché il guanto di sfida lanciato dalla borghesia sul terreno della violenza fosse non già respinto in nome del «ritorno alla legalità» e relativi patti di pacificazione, ma raccolto a viso aperto contrapponendo «alla preparazione la preparazione, all’organizzazione l’organizzazione, all’inquadramento l’inquadramento, alla disciplina la disciplina, alla forza la forza, alle armi le armi». La storia di questo periodo ardente, che si intreccia in modo indissolubile alla storia del movimento comunista internazionale, è stata ripercorsa mostrando come la via tracciata allora dalla Sinistra, e seguita senza mai tentennamenti, fosse la sola da cui si potesse attingere la certezza di una vittoriosa controffensiva proletaria o, se questa fosse stata battuta in campo aperto, la garanzia di una sua gagliarda ripresa fuori dai miasmi del pacifismo, del riformismo e del democratismo, contro le suggestioni del «governo migliore», del governo democratico «forte» (cioè in grado di far rispettare quella legge che noi siamo chiamati ad infrangere), è intorno all’unica bandiera: «Viva il governo forte della dittatura comunista».

I temi strettamente collegati di questi rapporti sono di un così vivo e bruciante interesse per i compagni, e così importanti per il sano sviluppo del nostro movimento, che si è riconosciuta la necessità di farne oggetto di trattazione ulteriore in riunioni successive, sulla scia dell’entusiasmo e della passione con cui tutti i militanti presenti li hanno seguiti in questi giorni di fraterno incontro, non a caso coincidenti con quel Primo Maggio che noi vogliamo non tricolore ma rosso, non nazionale e patriottardo, ma rivoluzionario ed internazionalista.

Compagni che ci lasciano: Giovanni Campeggi - Pietro Croce

Giovanni Campeggi

Come abbiamo avuto il dolore di annunziare nel numero scorso, si è spento a Germignaga dopo lunga malattia, a 66 anni, il comp. Giovanni Campeggi. Sebbene le condizioni di salute gli impedissero da tempo di partecipare alle nostre riunioni (ma non gli hanno impedito di dettare poco prima della morte un articolo per il giornale), molti di noi ricordano l’entusiasmo e il calore con cui trasmetteva ai giovani il patrimonio di passione e di convinzione di una lunga milizia, che, iniziata dai primi anni di vita del P.C. d’Italia, gli era valso le persecuzioni dei fascisti e infine l’esilio.

Di questo passato egli non parlava per farsene un vanto, ma nella coscienza che al tesoro di quelle esperienze di lotta, più ancora che alla pur indispensabile dottrina, le nuove generazioni proletarie possono e devono attingere la forza e lo slancio per lavorare ad infrangere le catene della controrivoluzione imperante. Resti con noi questo insegnamento di tenacia, di umiltà, di serena fede nella vittoria finale, e vada alla sua memoria il nostro accorato saluto.

Pietro Croce

Il 7 maggio a Firenze, a seguito di una breve e micidiale malattia indefinibile ed inguaribile per le scienza medica, si è spento in età di appena 42 anni il comp. Pietro. Lo ricordiamo a tutti i compagni come esempio di fedeltà al partito alla cui sezione fiorentina aderì nel 1947, e come militante semplice e schietto che trovava nel movimento – come era solito ripetere -la sua ragion d’essere. Spesso i giovanissimi compagni e simpatizzanti si rivolgevano a lui per chiarimenti e spiegazioni, che egli era ben lieto di dare con una pazienza. pacatezza e umiltà proverbiali, pur possedendo una preparazione ed una intuizione straordinarie.

In ogni momento difficile fu sempre con il Partito, al quale si doleva di non poter dare abbastanza delle sue scarse energie vitali. Nel suo ricordo e nel ricordo di tutti gli altri compagni che ci hanno lasciati continuiamo la nostra battaglia. Ai suoi familiari rivolgiamo il nostro pensiero ed inviamo loro il cordoglio di tutto il Partito.

Gli scioperi nel settore dei trasporti

Anche il contratto delle autolinee private come quello delle municipalizzate, è ormai scaduto da oltre un anno e mezzo. Più di diciotto mesi di estenuanti quanto inutili lotte, da cui la CGIL trae l’unico lato positivo: che la combattività dei lavoratori non si è, malgrado tutto, ancora esaurita. Questo esaurimento è infatti ciò che i sindacati opportunisti vogliono raggiungere, diluendo le lotte per aziende, per località, in lunghi periodi di tempo, poche ore per volta e, quel che è peggio, preavvisando gli scioperi con molto anticipo e dando così alle aziende la possibilità di organizzare il servizio con forze armate e crumiraggio.

La combattività degli operai, della quale la CGIL si compiace di prendere atto, mai è stata messa a frutto nell’interesse della lotta di questi lavoratori con quella degli autoferrotranvieri (il che è avvenuto solo per poche ore e per pura coincidenza, come gli stessi bonzi sindacali hanno dichiarato).

Lo sciopero spontaneo che gli operai della SITA di Firenze hanno effettuato l’8 aprile contro la trattenuta delle giornate di riposo comprese nello sciopero contrattuale, ha rischiato di mettere in serie difficoltà l’azienda e, se prolungato ed esteso, avrebbe così dimostrato agli operai la validità della forma di sciopero senza preavviso. La lotta infatti ha un senso, anche solo da un punto di vista immediato se riesce a bloccare e sabotare la produzione, mentre come i sindacati la conducono ha un senso solo per la borghesia, e l’unico sabotaggio viene operato negli obiettivi degli operai.

I sindacati, erettisi ormai a paladini dell’economia delle aziende e della nazione, hanno immediatamente provveduto a soffocare ogni protesta, riducendola ad una fermata di due ore e riportando tutto alla legalità col metodo che prediligono: discussione col prefetto; fatua minaccia (sempre agitata e mai attuata) di estendere la lotta ad altri settori. Essi provvedono così a spegnere ogni scintilla, anche se isolata, perché sanno bene che potrebbe estendersi e divampare negli animi di tutti i lavoratori, di cui riescono a contenere la collera tenendoli divisi e mortificando quella combattività alla quale mostrano di inneggiare.

Il settore dei trasporti, fondamentale per l’economia capitalista, fa paura a tutti. È qui infatti che si concentrano le maggiori rappresaglie antisciopero da parte dello Stato (vedi circolare Taviani), ed è qui che la politica opportunista e collaborazionista dei sindacati opera in modo particolare. Questo è infatti uno dei settori in cui si è effettuato il minor numero di ore di sciopero, in confronto agli altri settori importanti: nel ’66, gli autoferrotramvieri ed autolinee private hanno scioperato rispettivamente per 4.800.000 ore e 3.840.000 ore, contro 153.600.000 ore dei metallurgici, 50.036.000 degli alimentari, 71.120.000 degli edili. È il settore dei trasporti che ha subito le più numerose sospensioni della lotta, ed è soprattutto qui che i sindacati hanno automaticamente attuato «l’autoregolazione» dello sciopero.

La paralisi dei trasporti per una mobilitazione generale di tutti i lavoratori addetti bloccherebbe l’intera produzione nazionale, ed unificherebbe nella lotta i lavoratori di tutte le altre branche della produzione; ma un fronte proletario unito è proprio ciò che borghesia e sindacati opportunisti temono.

Questo pericolo è così palese, che Foa della CGIL, nella conferenza stampa sulle vertenze dei trasporti (Rassegna Sindacale n. 102 del 15-12-1966), dichiara: «Noi pensiamo che eventualmente si potrebbe ricorrere anche ad una soluzione transitoria, atta a sdrammatizzare la situazione…».

Questa soluzione trova d’accordo anche CISL e UIL. L’unità raggiunta dai vertici sindacali non ha trovato la corrispondente unificazione della classe operaia e la generalizzazione delle lotte, ma i sindacati hanno trovato il loro punto d’intesa proprio nel disgregare l’unità proletaria relegando gli operai nei limiti aziendali, conducendoli in lotte separate e parziali, portando avanti una politica di puntellamento e di conservazione del sistema. I sindacati dicono agli operai che il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro è subordinato alla «riforma dei trasporti», auspicando la statizzazione o la municipalizzazione delle aziende contro la privatizzazione. Ma questa differenza esiste solo per loro. Nel modo capitalistico di produzione non esiste differenza, né possibilità di miglioramento, proprio perché esso si fonda sul profitto che si realizza col massimo sfruttamento delle energie del proletariato, che in tutti i casi avrà sempre e solo il minimo per la sua sopravvivenza.

Quindi, non lotta articolata per obiettivi di conservazione sociale come le riforme, ma sciopero generale senza preavviso e senza limiti di tempo.

Non lotta separata, ma ricostituzione di un fronte proletario unito attraverso rivendicazioni che riflettano gli interessi generali della classe operaia, e veramente capaci di indebolire lo schieramento capitalista, come l’aumento discriminato dei salari e la riduzione generale dell’orario di lavoro.

Il proletariato ritroverà la strada della vera lotta di classe, solo quando avrà la forza di smascherare il tradimento dei suoi dirigenti e li caccerà dalle sue file.

Di bene in meglio

« La Volkswagen riduce ancora una volta i turni di lavoro. Nei giorni 10, 11 e 12 maggio la produzione resterà ferma. Dal provvedimento vengono colpiti 60 mila dei 90 mila lavoratori della casa automobilistica ».

Niente paura, tuttavia. Il nuovo ministro tedesco dell’Economia è un socialdemocratico, neo-keynesiano, programmatore, e ben munito di piani e provvedimenti anticrisi. La Stampa, cui dobbiamo quella notizia (5 maggio), aggiunge che egli gode i favori di Hermann Abs. « l’uomo che presiede o amministra trenta grandi società e istituti finanziari della Repubblica Federale dalla Deutsche Bank, it colosso delle banche Germaniche, alla Daimler Benz (la Mercedes), dalla Badische Anilin alla Lutfhansa ».

Asse « comunisti »-cattolici, asse socialdemocratici-finanzieri; ecco i due bracci della croce alla quale si vorrebbe inchiodare il proletariato prima che la grande crisi lo risvegli.