Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Partito Comunista 17

La dittatura del proletariato e il « rinnegato Breznev » Pt.1

Rivoluzione violenta, distruzione dello Stato borghese, dittatura del proletariato. Ribadiamo come sempre questi nostri vecchi chiodi di fronte alle fetenti posizioni dell’opportunismo, cogliendo questa volta lo spunto da una polemica (sarebbe meglio dire «battibecco» per riportarci a livello delle galline) fra i grandi dottori del PCUS e i figli dei partiti nazional-comunisti d’occidente, prole ormai abbastanza esperta nel «far politica», cioè nel fottere il proletariato, tanto da poter contestare l’autorità paterna. Era inevitabile che prima o poi questi giovanotti scalpitanti decidessero di far di testa propria: «vogliamo le mani libere per fare la nostra vita, il monolitismo del partito guida è finito da tempo; e poi le nostre giovani spose, le nostre rispettive patrie nazionali, non sopporterebbero la vostra ingerenza, dobbiamo rispettare i loro bisogni».

Non ci aspettiamo però tuoni e fulmini da questo litigio, in fondo padri e figli sono sempre della stessa famiglia e non mancherà l’abbraccio finale… alla faccia del proletariato rivoluzionario.

L’antefatto: un articolo dell’illustre Konstantin Zardov in occasione del 70º anniversario del saggio di Lenin «Le due tattiche della socialdemocrazia», dove si ribadisce (leggiamo dall’Espresso) il principio della dittatura del proletariato e si condannano certi comunisti che inseguono l’unità a tutti i costi con le forze di sinistra, ribadendo la priorità del concetto di maggioranza rivoluzionaria su quello socialdemocratico di maggioranza aritmetica.

Risposta dell’Unità: «la pretesa di dettare regole rigide generali è infondata perché il monolitismo è finito da tempo e perché sarebbe assurdo, sul piano teorico, non tener conto della varietà delle situazioni». Reazione del tutto giustificata. Ma scherziamo davvero? Da stalinisti, per sostenere la vostra politica di coesistenza e di non ingerenza negli affari degli altri paesi, avete dichiarato che la lotta per il comunismo non debba necessariamente passare per la guerra civile, l’uso della violenza, della dittatura proletaria, e che possano esservi vie diverse da quella e diverse da paese a paese. Sempre voi, da destalinizzatori, avete sostenuto che potesse esservi anche la via della maggioranza parlamentare e che i partiti dovessero utilizzare in questa lotta non solo l’appoggio dei lavoratori salariati, ma l’alleanza di questi con le classi medie, il consenso del popolo e di tutti gli uomini colti e di buona volontà. E dopo tutto questo pretendete di richiamarci a codesti rigidi principi? Insieme vi abbiamo messo una grossa pietra sopra e noi oggi dobbiamo dimostrarlo a chiare lettere all’industriale, al prete, all’intellettuale e al bottegaio.

Sulla polemica «scottante» si precipita, taccuino alla mano, il «politicologo» dell’Espresso. L’intervista è a Rumjancev, altro pezzo grosso del PCUS il quale si dichiara disposto a parlare alla condizione che ciò che dirà «non deve essere considerato come una indebita interferenza nelle questioni degli altri partiti comunisti». Per carità! Si figuri signor Rumjancev prosegua pure in nome dell’internazionalismo «rispettoso della non ingerenza».

Che differenza: ieri partivano da Mosca direttive uniche e vincolanti per tutti i partiti dell’Internazionale Comunista, costretti, anche i più reticenti, a denominarsi semplici sezioni del Partito unico mondiale; oggi invece ci arrivano i pecoreschi belati sulla non ingerenza reciproca del tipo dell’ipocrita riservatezza dei galantuomini borghesi gelosi della propria «privacy».

Bene, prosegue Rumjancev, ognuno si faccia gli affari suoi, ma «non si deve dimenticare che il fine ultimo della nostra lotta comune è la dittatura proletaria, cioè la forma più alta di democrazia». Ritorneremo in altra occasione sulla democrazia, per ora un semplice appunto. È assolutamente falso per un comunista affermare che il fine ultimo è la dittatura proletaria. Il fine ultimo è il comunismo, società senza classi e senza Stato, dove non avrà più senso parlare di democrazia. La Dittatura del Proletariato è invece un periodo transitorio che comprende tutta la fase di trasformazione rivoluzionaria nel quale lo Stato si estingue a misura che le classi sociali scompaiono. Crediamo che non sia una svista casuale: sarebbe difficile ed anche pericoloso infatti affermare che lo Stato russo, in quanto si dice «dittatura proletaria», tende ad estinguersi, e non potendo riconoscere la sua natura di dittatura capitalistica che tende a potenziarsi piuttosto che a svuotarsi, non resta altro a Rumjancev che dichiararlo come «fine ultimo» e quindi inesauribile.

Andiamo avanti: «noi rispettiamo» ripete Rumjancev «le opinioni dei singoli partiti comunisti, ma ribadiamo che la dittatura proletaria è e rimane il principio basilare che ci accumuna». Vecchio bastardo! Una sola cosa vi accumuna: il rinnegamento di questo e di tutti i principi basilari del marxismo.

Ricordiamo la vecchia polemica fra Lenin e Kautsky il quale disse che tutta la questione della dittatura viene da una «parolina» che una volta scrisse Marx. Con una serie ruffiana di citazioni si tentava di svuotare il peso fondamentale di questo concetto in Marx, riducendolo ad una scelta infelice nel lessico. «Chiamare ‘parolina’ questa celebre illazione di Marx, che costituisce la somma di tutta la sua dottrina rivoluzionaria, significa farsi beffe del marxismo, significa rinnegarlo completamente. Non si deve dimenticare che Kautsky conosce Marx quasi a memoria; che, a giudicare da tutte le sue pubblicazioni, egli ha nel suo scrittoio o nella sua testa tutto uno schedario nel quale gli scritti di Marx sono accuratamente classificati, nel modo più comodo per citarli. Kautsky non può non sapere che tanto Marx quanto Engels parlarono ripetutamente della dittatura del proletariato… che tale formula è l’esposizione più completa e scientificamente più esatta del compito del proletariato di spezzare la macchina statale borghese, del quale compito Marx ed Engels parlarono, tenendo conto delle rivoluzioni del 1848 e del 1871, dal 1852 al 1891, per ben quaranta anni».

Probabilmente Rumjancev possiede uno schedario di Lenin migliore di quello di Kautsky per Marx, magari elettronico (supponemmo nel «Dialogato con i morti»), ma la «parolina» di Marx rimane per lui tanto «parolina» che può essere di colpo cancellata: «so bene che questa parola spaventa molta gente. Allora diciamo meglio: la direzione del proletariato e della sua teoria». Vedete? Non c’era da preoccuparsi: basta cambiare una parolina, «dittatura» con «direzione», e le cose si rimettono a posto, noi continueremo a parlare di dittatura del proletariato quando vorremo far credere ai lavoratori che lo Stato russo è il loro Stato, voi continuerete a parlare di «democrazia pluralistica», di «governo di sinistra», di «compromesso storico» o di tutte le altre canagliate che in seguito deciderete di propinare ai proletari.

E siamo così giunti alla riconciliazione finale. Conclude Rumjancev: «che vuol dire impedire al PCI o al PCF di andare al governo? Vuol dire contrastare le aspirazioni della classe lavoratrice». Eccoci così nuovamente d’accordo: che il PCI vada al governo in nome della «creatività marxista».

Certamente un po’ deluso, il nostro «politicologo» in cerca della scottante notizia, se ne torna a Roma, deciso a rinfocolare la polemica. L’intervista è a Pajetta il quale esordisce ricordando che: «l’essenziale del pensiero di Marx e di quello di Lenin è stato lo svolgersi dialettico teso a comprendere la dialettica dei processi storici, per intervenire con un’azione politica efficace». È una bella frase, una vera e propria sintesi dell’opportunismo, senz’altro da aggiungere a quella famosa di Bernstein: «il movimento è tutto il fine è nulla».

La teoria è sempre stata una camicia troppo stretta per l’opportunismo e quando ha potuto ha sempre cercato di liberarsene in nome delle «rivendicazioni realistiche» adattate alle «possibilità concrete» e invocando la libertà di critica, di aggiornamento e di revisione in base alle «nuove situazioni» o alle «particolarità locali». Proprio contro la libertà di critica si scaglia Lenin nel «Che fare?», accusato lui stesso, guarda caso, di dogmatismo. Egli ricorda che Marx nella «Critica al Programma di Gotha» condanna l’eclettismo nella enunciazione dei principi. «Se è necessario unirsi», scriveva Marx ai capi del partito, «fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio di principi e non fate ‘concessioni’ teoriche». «Senza teoria rivoluzionaria», conclude Lenin, «non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dalla esaltazione delle forme più anguste di azione pratica».

Pajetta, con la sua affermazione, respinge invece la teoria marxista riducendola a «metodo di analisi dei processi storici» e Marx e Lenin divengono due liberali borghesi intenti a comprendere i «fatti» per «intervenirvi efficacemente». No signori! il marxismo è molto di più: comprende il materialismo dialettico, cioè lo strumento con il quale il marxismo ha analizzato i processi storici nell’arco di millenni di storia umana (non certo come fate voi che al massimo vi rifate a due giorni appresso); sulla base di questo studio scientifico una concezione generale del mondo e della storia, su cui infine si fonda il sistema di formulazioni programmatiche (i nostri «principi») che costituiscono il tracciato storico e politico della emancipazione della classe operaia mondiale.

Uno di questi principi, il fondamentale, è appunto la dittatura del proletariato. Citiamo Marx nella sua lettera a Weydemeyer, in data del 5 marzo 1852: «per quel che mi riguarda, non ho né il merito di avere scoperta l’esistenza delle classi nella società contemporanea, né quello di avere scoperta la lotta delle classi tra loro. Storici borghesi avevano esposto molto prima di me lo sviluppo storico della lotta delle classi, e alcuni economisti borghesi l’anatomia economica delle classi (soltanto a questo ridurrebbero il marxismo i nostri impostori) ciò che io ho fatto di nuovo è di aver dimostrato: 1) che l’esistenza delle classi si riferisce solo a certe fasi storiche dello sviluppo della produzione (tesi che concerne la non eternità delle classi: vi sono state e vi saranno forme di società umana senza classi); 2) che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3) che questa stessa dittatura non è se non la transizione alla soppressione di tutte le classi e alla società senza classi…». L’affermazione della dittatura del proletariato è dunque il dato essenziale per il marxismo tanto che Lenin ne fa la «pietra d’assaggio» per la comprensione e il riconoscimento effettivo del marxismo: «non è marxista se non chi estende il riconoscimento della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato». È evidente che tutte le vie di preteso passaggio al socialismo che non estendono il riconoscimento della lotta di classe a quello della dittatura, caratterizzano l’opportunismo contro il quale si svolse la battaglia teorica e materiale di Lenin, in quegli anni, ma è principio base che vale per tutti i tempi e per tutte le rivoluzioni.

Ma ritorniamo a Pajetta: «quando si parla di ‘dittatura del proletariato’ in Marx ed in Lenin va intanto tenuto presente che il termine che si accompagna e si contrappone a quello di ‘dittatura della borghesia’ (come se oggi non si fosse in regime di dittatura borghese) ha il significato di guida e di determinante influenza politica che si esercita da parte di una classe la quale assume una funzione dirigente attraverso un profondo rivolgimento sociale». Kautsky parlava di «stato di dominio della classe operaia» e Lenin così lo sferzava ne «La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky»: «A Kautsky occorre interpretare la dittatura come ‘stato di dominio’ perché così scompare la violenza rivoluzionaria, scompare la rivoluzione violenta. Lo ‘stato di dominio’ è uno stato nel quale si ha una qualsiasi maggioranza in regime di…’democrazia’! con simile trucco truffaldino la rivoluzione scompare felicemente.

Ma la truffa è troppo grossolana e non salva Kautsky. Che la dittatura presupponga e significhi uno stato di violenza rivoluzionaria di una classe contro l’altra, sgradevole per i rinnegati, è cosa che non si può nascondere. L’assurdità della distinzione tra ‘stato di cose’ e ‘forma di governo’ viene alla luce. Parlare qui di forma di governo è cosa tre volte sciocca, giacché qualsiasi bambino sa che monarchia e repubblica sono forme di governo diverse. Si deve dimostrare al signor Kautsky che ambedue le forme di governo, come in generale tutte le ‘forme di governo’ transitorie sotto il capitalismo, non sono in fondo che degli aspetti dello Stato borghese cioè della dittatura della borghesia».

«Infine parlare di forme di governo è una falsificazione non solo sciocca ma anche grossolana, del pensiero di Marx, il quale parla con chiarezza lampante della forma o tipo di Stato e non della forma di governo. La rivoluzione proletaria è impossibile senza la distruzione violenta della macchina statale borghese e la sua sostituzione con una nuova che, secondo Engels non è più uno Stato, nel senso proprio della parola».

Pajetta qui parla, ancora peggio, di «determinante influenza politica e di funzione dirigente», perché vuole rinnegare in un sol blocco i tre principi fondamentali del marxismo rivoluzionario: la rivoluzione violenta, la distruzione dell’apparato statale borghese, la dittatura del proletariato.

Vediamolo nel prosieguo: «il termine di ‘dittatura’, in un caso o nell’altro, non si confonde con l’adozione di metodi terroristici o anche solo autoritari e amministrativi nella gestione del potere». Come mettere queste citazioni accanto a quelle di Lenin: «La dittatura è un potere che si appoggia direttamente sulla violenza, non vincolato da nessuna legge. La dittatura rivoluzionaria del proletariato è un potere conquistato e sostenuto dalla violenza del proletariato contro la borghesia, un potere non vincolato da alcuna legge». O a quelle di Engels a commento dei fatti della Comune di Parigi: «Il partito vittorioso, se non vuole avere combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai borghesi… Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente»?

Ma «perché ci vuole la dittatura del proletariato dal momento che si ha la maggioranza»? si chiede Kautsky. Marx ed Engels spiegano: per spezzare la resistenza della borghesia, per incutere terrore ai reazionari, per assicurare l’autorità del popolo in armi contro la borghesia, perché il proletariato possa schiacciare con la forza i propri nemici. «Il passaggio del capitalismo al comunismo abbraccia una intera epoca storica» spiega Lenin, «finché essa non sia terminata gli sfruttatori conservano inevitabilmente la speranza di una restaurazione e questa speranza si traduce in tentativi di restaurazione. Anche dopo la prima disfatta seria, gli sfruttatori rovesciati, che non si aspettavano di esserlo, che non ci credevano, che non ne ammettevano neanche l’idea, si gettavano nella battaglia con energia decuplicata, con furiosa passione, con odio cento volte più intenso per riconquistare il ‘paradiso’ perduto alle loro famiglie, che vivevano una vita così dolce e che la ‘canaglia popolare’ condanna ora alla rovina e alla miseria (o a un lavoro ‘ordinario’…). E a rimorchio dei capitalisti sfruttatori si trascina la grande massa della ‘piccola borghesia’ la quale, come attestano decenni di esperienza storica in tutti i paesi, oscilla ed esita, oggi marcia al seguito del proletariato, domani si spaventa delle difficoltà della rivoluzione, è presa dal panico alla prima sconfitta o al primo smacco degli operai, cade in preda al nervosismo, non sa dove batter la testa, piagnucola, passa da un campo all’altro… In una situazione simile, in un’epoca di guerra disperata, accanita, nella quale la storia ha messo all’ordine del giorno l’esistenza o meno di privilegi secolari e millenari, parlare di maggioranza e di minoranza, di democrazia pura, dell’inutilità della dittatura, di uguaglianza fra sfruttatori e sfruttati! Quale abisso di stoltezza, quale voragine di filisteismo sono necessari per giungere a ciò». E peggio, aggiungiamo noi, sostenere che (citiamo Pajetta) «la classe operaia deve essere in grado di avere il sostegno del suffragio elettorale e di sottoporre al confronto della lotta politica e al giudizio degli elettori il suo modo di gestione» il che significa: «pluralità dei partiti e la loro piena libertà di esplicarsi attraverso le forme parlamentari ed elettive e gli istituti che ne possono rappresentare uno sviluppo».

Dunque la classe operaia dovrebbe chiedere il parere alle altre classi sociali sul suo modo di gestione? È evidente che Pajetta non parla di una trasformazione rivoluzionaria della società, ma di un tipo di gestione dello Stato e dell’economia capitalistica. Inoltre essa dovrebbe reprimere i suoi sfruttatori, cioè la borghesia capitalistica, insieme alle ruffiane mezze classi, salvaguardando però la loro piena libertà di organizzarsi ed esplicarsi, ed anzi favorendo lo sviluppo di queste organizzazioni. L’unico sviluppo che un partito borghese può conoscere è in senso reazionario, cioè diventa strumento più potente ed efficace per la conservazione sociale. La classe operaia dovrebbe dunque non reprimere, ma anzi favorire questa possibilità! È altrettanto evidente che non può essere così e che voi non avete nessuna intenzione di abbattere la borghesia e il regime capitalistico.

Sappiamo che il proletariato rivoluzionario non potrà distruggere di un sol colpo la borghesia; essa continuerà a sopravvivere anche a lungo nella struttura economica e sociale, così come la sua ideologia, la sua mentalità, le sue abitudini richiederanno molto tempo per esaurirsi. Ma ciò che è indispensabile premessa della trasformazione rivoluzionaria della società è la repressione violenta, terroristica, metodicamente applicata di ogni tentativo da parte borghese di riorganizzarsi sotto qualsiasi forma. Altro che pluralismo, nessun diritto politico alle classi sfruttatrici!

Sciorinato un altro inno alla libertà individuale, al pluralismo e alle libere organizzazioni, Pajetta ci offre poi una perla di raro splendore: «superamento», invoca, di una concezione ideologica dello Stato che possa essere considerata come una sorta di confessionalismo imposto dall’alto». Che lurido tentativo di far passare la più volgare e sciatta filosofia borghese che ammonisce gli operai: che è questa idea dello Stato che opprime? superiamo questa mentalità, dobbiamo sentirci tutti ‘parte’ dello Stato. No cari signori. Lo Stato è precisamente una «sorta di confessionalismo imposto dall’alto» e anche qualche cosa di più: è una macchina equipaggiata di tutto punto per opprimere la classe sfruttata, l’organo del dominio di classe. Come ricorda Engels ciò è vero per qualsiasi Stato anche per quello di dittatura proletaria: «non essendo lo Stato altro che una istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione per tenere soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno ‘Stato popolare libero’ è pura assurdità: finché il proletariato ha bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere». Lo Stato è sinonimo di oppressione di classe, di violenza organizzata, di repressione e, se volete… di «confessionalismo imposto dall’alto», all’opposto ci sta il termine libertà. L’affermazione di Pajetta è addirittura al di sotto dell’idea che dello Stato hanno molti ideologi borghesi i quali riconoscono che esso è il prodotto dell’antagonismo inconciliabile tra le classi, anche se «correggono» Marx in modo tale che lo Stato appare come l’organo della conciliazione tra le classi anziché l’organo di dominio di una classe sull’altra.

Prosegue Pajetta: «noi pensiamo che per i paesi dell’Europa occidentale un approccio democratico al socialismo sia possibile».

Particolarmente rivoltante questa idea dell’«approccio» o, detto in gergo «pomiciata» con il socialismo. «Indietro, sporchi pomicioni della rivoluzione! Essa è scontro, urto, esplosione feconda sanguinosa breccia nella storia»! vi gridammo in faccia nel «Dialogato con i morti» «Anzi riteniamo che solo (sottolineato da noi) una via democratica possa portare qui al socialismo, con la difesa delle istituzioni democratiche e con il loro sviluppo, con l’accresciuta partecipazione e l’effettivo esercizio del controllo». Questo perché, continuiamo noi, in Europa disponiamo di «democrazie di tipo nuovo» che non rappresentano la dittatura di nessuna classe in particolare, ma, a parte alcune incrostazioni, la volontà del popolo e quindi sono suscettibili di divenire strumenti idonei alla «costruzione del socialismo».

Come si vede da tutta la sua polemica contro la «democrazia pura» o «democrazia in generale» di Kautsky, Lenin conosceva già in anticipo, prima che emergesse dal baratro della controrivoluzione, la vostra «repubblica democratica uscita dalla resistenza», che egli chiama «democrazia pre-socialista»: «Kautsky pone la questione dal punto di vista di un liberale, cioè come una questione di democrazia in generale e non di democrazia borghese; egli rifugge perfino da questo concetto esatto, classista e cerca di parlare di ‘democrazia pre-socialista’». Kautsky cercava allora soltanto di parlarne, voi non solo ci avete sproloquiato per trent’anni sulla democrazia pre-socialista, ma l’avete difesa praticamente e la difendereste anche con la violenza contro, non tanto il fascismo, quanto il proletariato rivoluzionario. Ma proseguiamo con Lenin: «È naturale che un liberale parli di ‘democrazia in generale’» afferma in un altro passo «ma un marxista non dimenticherà mai di porre la domanda: per quale classe? Tutti sanno per esempio – e lo sa lo storiografo Kautsky – che le rivolte o anche soltanto il grande fermento tra gli schiavi dell’antichità resero subito manifesto che l’essenza dell’antico Stato era la dittatura sul proletariato di schiavi. Distruggeva tale dittatura la democrazia tra i proprietari di schiavi per i proprietari di schiavi? È noto a tutti che così non era. Il ‘Marxista’ Kautsky ha detto una cosa così mostruosamente assurda e una menzogna, perché ha ‘dimenticato’ la lotta di classe».

Più oltre Lenin ribadisce questo concetto: «il dotto signor Kautsky ha con tutta probabilità ‘dimenticato’, casualmente ‘dimenticato’, questa ‘inezia’: che il partito dominante della democrazia borghese garantisce la tutela della minoranza (cioè la democrazia) unicamente ad un altro partito borghese; al proletariato invece in ogni questione seria, profonda, fondamentale, in luogo della ‘tutela della minoranza’ si regala lo stato di assedio o i ‘pogrom’. Quanto più è sviluppata la democrazia tanto più, in ogni profondo contrasto politico che minacci la borghesia, diventano imminenti i pogrom e la guerra civile». Dal momento che viviamo in regime di classe dunque la democrazia non può che significare democrazia per la classe dominante («finché esistono le classi si può parlare unicamente di democrazia di classe» – Lenin). Il fatto che il nostro movimento oggi, dopo aver assistito alla tremenda degenerazione opportunistica dei partiti comunisti abbia abbandonato il termine di «democrazia proletaria» usato da Lenin per definire la dittatura del proletariato è un’altra questione, che non intacca comunque il senso delle parole di Lenin.

Concludiamo con la limpida affermazione di Engels: «Lo Stato non è che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra e ciò nella repubblica democratica non meno che nella monarchia». Dunque, contro la repubblica democratica, non meno che contro la monarchia e il fascismo, rivoluzione violenta, distruzione dello Stato borghese, dittatura del proletariato!

Ma ci sono delle eccezioni, risponderà Pajetta così come obiettava Kautsky, anche Marx ed Engels avrebbero fatto un’eccezione per l’Inghilterra e l’America fino al decennio 1870-1880. La risposta di Lenin è fondamentale. La necessità della violenza e della dittatura è particolarmente dovuta alla esistenza del militarismo e della burocrazia «ma nell’epoca in cui Marx faceva questo rilievo, in Inghilterra e in America appunto, e appunto nel decennio 1870-1880, queste istituzioni non esistevano. Oggi invece esistono tanto in Inghilterra quanto in America». Abbiamo nel 1975 notizia che tali forme siano nei due paesi scomparse di nuovo? «Lo storiografo Kautsky, spiega più oltre Lenin, «falsifica in modo così spudorato la storia da dimenticare l’essenziale: che il capitalismo ‘pre-monopolistico’ – il quale raggiunge il suo apogeo nel decennio 1870-1880 – si distingueva in forza dei suoi tratti economici essenziali, manifestatisi in modo tipico particolarmente in Inghilterra e in America, per un amore della pace e della libertà relativamente grande. L’imperialismo invece, cioè il capitalismo monopolistico maturato definitivamente solo nel secolo ventesimo, si distingue, in forza dei suoi tratti economici essenziali, per il minimo amore della pace e della libertà e per il massimo ed universale sviluppo del militarismo. Non notare questo nell’esaminare fino a che punto sia verosimile o tipico un rivolgimento pacifico o un rivolgimento violento, vuol dire scendere al livello del più volgare lacché della borghesia».

Ma c’è di più, Marx ed Engels avevano fatto del rivolgimento pacifico solo una ipotesi per l’Inghilterra e l’America del 1870, voi, carognoni, lo affermate come unica possibilità nell’Europa del 1975.

Ne abbiamo più che a sufficienza per rigettarvi, tutti insieme, Russi e Occidentali, padri e figli, nel campo borghese!

Il governo borghese inventa miliardi per stordire i proletari

Finalmente il governo demo-popolare della borghesia italiana ha varato il piano «a medio termine» per il rilancio dell’economia. Cifre astronomiche volano da un capitolo all’altro: 16.000 miliardi in 5 anni! Ce n’è per tutti i gusti, per il Mezzogiorno, il Centro e il Nord, per la Fiat a patto che «salvi» la Leyland-Innocenti (e poi anche senza Leyland!), per la Montedison a condizione che non chiuda gli stabilimenti di Vercelli, Verbania-Pallanza e Val di Susa, ma si «limiti» (!!) a mandare a casa solo 1.500 operai in pre-pensione per i quali il «piano» prevede fondi, per tutti i complessi industriali, insomma, che vogliono «riconvertire» la loro attività, per la «ricerca scientifica». Ma è previsto pure il salario «garantito» per gli operai e impiegati che fossero licenziati a causa di ristrutturazione, riorganizzazione e riconversione industriale, per la durata di ben 36 mesi con corresponsione anche degli assegni familiari. Una vera pacchia per chi avrà la «fortuna» di essere «privilegiato» di disoccupazione, perché senza colpo ferire avrà un salario pari all’80% di quello attuale senza lavorare e col vantaggio di poter recuperare l’altro 20% mancante «arrangiandosi», cioè lavorando sotto costo presso le piccole e medie aziende direttamente e a favore delle grandi indirettamente.

I giornali della borghesia industriale e finanziaria parlano già di «clima da seconda ricostruzione nazionale». È quanto basta per capire subito, anche senza essere economisti, come si svolgeranno e come andranno a finire i piani e contropiani economici. Infatti, gli stessi giornali borghesi enunciano chiaramente che uno degli scopi principali di questo programma massiccio di investimenti è quello di raggiungere la «pace sociale», anche se a noi fautori della guerra sociale non sembra che sia mai venuta meno questa «pace», e il «senso di responsabilità». «Pace sociale», allora vuol dire che la borghesia è disposta a sacrificare i quattrini dello Stato, cioè a impiegare una parte del lavoro non pagato agli operai sotto forma di tasse, in particolare sui salari; è disposta a questo «sacrificio» per il nobile intento di poter continuare tranquillamente cioè con la «pace sociale» nelle fabbriche e nella società a sfruttare il lavoro salariato. «Senso di responsabilità», che la borghesia richiede ai sindacati come se fino ad oggi i sindacati non fossero stati «responsabili», cioè coscienti che la «pace sociale» sarebbe impossibile senza la loro politica di freno e di sottomissione degli interessi operai al «bene della Nazione».

La «corsa» ad arraffare un pezzetto della gigantesca torta di 15 mila miliardi è però già principiata da un pezzo, innanzitutto perché il finanziamento andrà per la maggior parte a pagare i colossali debiti privati e pubblici, in prima linea degli Istituti mutualistici e previdenziali che ammontano a circa 5.000 miliardi, ad un terzo degli stanziamenti totali. Non viene detto da dove verranno fuori tutti i miliardi programmati. È certo che vi contribuirà l’aumento del debito pubblico, come è sempre avvenuto, e cioè l’indebitamento dello Stato, che tradotto in termini politici significa la subordinazione dello Stato al capitale finanziario sia nazionale che estero. Tra non molto verrà fuori di nuovo il grido angoscioso dei La Malfa, magari, stavolta associato a quello degli altamente «responsabili» partiti di «sinistra», per il bilancio statale in crescente e preoccupante deficit.

Noi, modestamente, ci azzardiamo a fare una proposta, che è molto semplice ma anche molto efficace: azzerare il debito pubblico, depennare tutti i debiti che lo Stato ha verso i terzi! È il solo modo di riequilibrare i conti di bilancio e di rimettere in piedi sia la baracca dell’economia che quella dell’amministrazione centrale. È ovvio che sarebbe un’operazione altamente economica, utile, efficace, che «rilancerebbe» la produzione. Ci rendiamo conto che solo i comunisti rivoluzionari possono osare di fare certe proposte, perché vedono i problemi dal solo punto di vista proletario, dal solo punto di vista scientifico dell’economia, e non borghese. Questo provvedimento molto elementare, infatti, verrà preso dal potere proletario il giorno stesso che cadrà il potere borghese, mettendo pace tra i poveri e ponendo al servizio dei bisogni veramente sociali il lavoro umano. È chiaro che questo provvedimento audace, ma non per i comunisti, metterebbe in crisi la borghesia, ne distruggerebbe le basi economiche, speculative, farebbe saltare le banche, le grandi concentrazioni internazionali finanziarie, segnerebbe la fine del capitalismo. Ma questo conferma che il capitalismo non sta più in piedi, che la sua esistenza è possibile ancora ricorrendo ad artifici ingannevoli, alla demagogia più crassa.

La reazione sindacale e dei partiti di «sinistra» è stata subito «dura» contro il programma di investimenti governativi, perché non sarebbe indirizzato ad allargare la occupazione al Sud, e non sosterrebbe i piani di potenziamento produttivo di quelle aziende che si propongono il soddisfacimento di consumi sociali e non individuali. È questa una barzelletta ricorrente nell’alta strategia dei centri sindacali e politici cosiddetti operai, secondo cui in regime di profitto ci sarebbe una diversità sostanziale tra la produzione di autobus e quella di automobili, celando la verità che cioè il capitale si investe là dove ottiene la miglior remunerazione, il miglior profitto, col minor rischio, facendo finta di non sapere che i finanziamenti vengono erogati dalle banche e non dal governo che non è un’azienda di credito, ma solo un «consiglio di amministrazione» subordinato agli interessi del capitale finanziario, che queste erogazioni vengono fatte dalle banche alla condizione primaria che i piani di investimento aziendale dimostrino di essere produttivi, vale a dire produttivi di profitto. Siamo certi che queste «eccezioni» alla politica economica governativa verranno meno il giorno in cui il governo in carica sarà diverso da quello odierno, un governo tipo «compromesso storico».

Come sempre le proposte governative nella discussione in parlamento subiranno alcune modifiche, a maggior gloria dell’opposizione leale e legale dei partiti opportunisti e dei sindacati tricolore, e le solite concessioni diplomatico-strategiche verranno fatte, per esempio, quella di aprire dei cantieri di lavoro per disoccupati per non «umiliarli» col «salario garantito», e per rafforzare il «prestigio» forcaiolo che questi organi pseudo-operai hanno tra i salariati.

La borghesia vende demagogia, col favore delle centrali opportuniste politiche e sindacali, pur di fare i suoi disgustosi interessi. Riuscirà ad avere il tempo di consumare i 15.000 miliardi, o meglio quello che resta dei finanziamenti proposti? Noi pensiamo di no. Ma i proletari non abbocchino all’amo delle promesse della classe che li sfrutta. Sappiano che questi ingenti mezzi finanziari non andranno a sollevare le loro condizioni materiali, che non si ridurrà il costo della vita, che non diminuiranno gli affitti esosi delle case, che la vita è ancora tenuta in mano dal padronato per i suoi loschi interessi di bottega.

"Giovinezza! Giovinezza!" al congresso della F.G.C.I.

Da quanto si può ricavare dal recente congresso della FGCI, è assai problematico stabilire se per il PCI esiste veramente la «gioventù proletaria». Non parliamo poi di «giovani proletari rivoluzionari», essendo ormai bandita da tempo anche, in quella che dovrebbe essere l’organizzazione di avanguardia di un partito che si definisce «comunista», la parola rivoluzione. Infatti il Congresso non ha fatto altro che parlare di «giovani», di «gioventù», di «nuove generazioni», categoria sociale inesistente, come potrebbe essere quella dei «vecchi» e delle «donne», degli «uomini», dell’«umanità», o, se volete, degli «utenti delle ferrovie». Certamente è significativo questo linguaggio, perché ripropone, con una forza che altri gruppi politici non hanno, la stessa tematica popolaresca del partito adulto e degli sgangherati gruppetti «radicali». Per tutti questi, ivi compresi FGCI e PCI, gli «operai» sono una categoria accanto a quelle sopra enumerate, categorie il cui insieme formerebbe il popolo; un popolo particolarmente inteso nelle «nuove» accezioni politiche, un popolo «mobile», cioè costituito non da classi ben identificate sul terreno dei rapporti di produzione e di proprietà, ma da gruppi di uomini, magari gli stessi, che di volta in volta si manifestano come operai, come utenti, oggi dei servizi elettrici, domani del gas, poi dell’autostrada, ecc.; come giovani, come vecchi, ecc. Un guazzabuglio, insomma, come si conviene alla corretta definizione di popolo.

Ebbene, il PCI chiama tutti i giovani, tutti, anche quelli borghesi, anche «i ragazzi suggestionati e attratti dai gruppi neofascisti», anche gli studenti, e, perché no, anche e finalmente i giovani operai, come sopra intesi, ad unirsi non per «alzare steccati tra i giovani sulla base di pregiudiziali ideologiche», ma per salvare il paese dalla crisi, per ricomporne l’unità nazionale, e via discorrendo con tutti gli accenti «ideali», «sociali», «sentimentali», tipici dell’idillio democratico, cioè di convivenza civile tra le classi. A costoro non è passato nemmeno per l’anticamera del cervello che anche tra la gioventù passa il fossato di classe, tra giovani operai e giovani borghesi, la cui divisione di classe si manifesta proprio anche in forme ideologiche diverse, contrastanti, opposte. Per cui un cosiddetto movimento giovanile, o femminile o studentesco, altro non è che movimento non di classe, in cui dovrebbero convivere con gli stessi interessi individui delle classi antagoniste. Questo rimescolio puzza lontano un miglio di Gioventù Italiana del Littorio che aveva le stesse pretese. Lo scopo è il medesimo, anche se la sigla è diversa.

Il comunismo, autentico, rivoluzionario marxista, assegna da sempre un posto d’avanguardia nella trincea della lotta di classe alla gioventù proletaria, nella lotta contro la borghesia e il capitalismo, lo Stato, la Chiesa, le suggestioni religiose, il dispotismo aziendale, il totalitarismo economico, sociale, politico, amministrativo, militare e poliziesco dello Stato dei padroni grandi e piccoli; assegna un ruolo di punta nella lotta rivoluzionaria contro i traditori e gli imbroglioni, i partiti opportunisti e le bonzerie sindacali, contro tutti i servitori del capitalismo, contro i corifei del regime borghese, gli ideologi, la scuola, e l’attrezzatura oppressiva delle classi ricche e possidenti. Ecco il posto della gioventù proletaria, accanto a tutti gli operai.

Il PCI, che fa finta di scandalizzarsi della droga che «distrugge» la gioventù, è esso stesso, assieme alla banda del politicantume democratico e neofascista, la droga per eccellenza che tenta di distruggere i più profondi sentimenti di solidarietà fraterna tra i proletari e di odio irriducibile verso la società divisa in classi e dominata dagli interessi antiproletari.

Russia - antagonismo irriducibile tra programmazione e realtà economica

Le recenti scarne dichiarazioni ufficiali sull’andamento dell’economia in Russia relative all’ultimo piano quinquennale ed al prossimo che inizia col 1976 mentre provano l’impossibilità, anche là, di imbrigliare la produzione di merci smentiscono la tesi universalmente accettata che coesisterebbero nel mondo due regimi sociali diversi, corrispondenti a due divergenti organizzazioni delle forze produttive: il primo risulterebbe regolato dai dettati della libera concorrenza e sarebbe mosso nelle sue scelte, impresa per impresa, dalla «legge del profitto»; l’altro, detto «di piano» o «socialista», si distinguerebbe in quanto le scelte, che in occidente spetterebbero ai consigli di amministrazione delle aziende, sarebbero decise centralmente dallo Stato, la legge del profitto si applicherebbe non al singolo investimento di capitale ma al totale del capitale nazionale (si invoca però ognora una «verifica di efficienza aziendale» basata proprio sul profitto). Ed alla nostra critica marxista negatrice di questa partizione corrispondente ad opposte tendenze, a diverso sviluppo sociale e politico, ma nessuna debordante dalla produzione di plusvalore e dalla dittatura del capitale, si opponevano, infatti, non teoria o richiami ai principi comunisti, bensì una realtà pratica, davanti alla quale ogni dottrina nostra e di Marx e di Lenin non si sarebbe «verificata nei fatti».

Questa granitica esperienza era che, mentre nei paesi occidentali la velocità dell’accumulazione rallentava continuamente, giungendo, come oggi, a paurosi regressi, nelle «Patrie del socialismo» il saggio di espansione produttiva sarebbe stato costante cioè crescita in ragione geometrica, e crisi economiche sconosciute. Il socialismo quindi, in economia, si identificherebbe con la pianificazione statale, si ridurrebbe a capitalismo pianificato, il «Capitalismo di Stato» di Lenin, forma che, almeno per la Russia non solo non era previsto superasse l’anarchia della produzione ma che ha rappresentato piuttosto una contabilizzazione centralizzata che una effettiva maturazione delle forze produttive.

In Marx l’anarchia della produzione capitalistica è oggettiva, non deriva banalmente dall’umore e dall’egoismo individuale del singolo imprenditore. Il capitalismo è anarchico in economia – tanto è ferrato in politica – in quanto la produzione di plusvalore non è disciplinabile nemmeno agli interessi dello stesso Stato e classe borghese, è anarchico ed imprevedibile perché permanentemente sconvolto e dittato dal mutevole saggio del profitto nei diversi investimenti. E questo fenomeno generale si manifesterebbe lo stesso, anzi forse in forma più rigida, anche quando tutta l’economia di una nazione fosse inquadrata da una sola azienda, con un sol padrone, o con un politburo fa lo stesso. L’anarchia l’incoercibile andamento ciclico, in Marx, è della produzione di plusvalore, è relativo al modo di produzione, non alla forma di conduzione.

Quindi se in Russia c’è crisi come c’è, significa che ivi si produce non socialismo, ma profitto (e del resto questo è riconosciuto anche dagli ex comunisti moscoviti) nell’unico modo storicamente possibile: il capitalismo.

Ma con ciò è falso che «lo stato capitalista non pianifica» e in Russia e in America e ovunque; il capitalismo lo deve: da un lato pianifica, istruito da millenni di oppressione, l’organizzazione delle forze per la repressione della classe sottomessa, dall’altro, se per pianificazione si intende l’organizzazione delle forze produttive storicamente date, giù il cappello davanti al vecchio capitalismo ottocentesco (segreto modello di tutti i pianificatori), tanto che ormai al socialismo, in questo senso tecnico, non resterà che tarparne gli eccessi e raccordarne gli squilibri. E questo merito storico non abbiamo mai negato ai pionieri del capitale, inglesi, americani, russi o cinesi che fossero. Ma gli è che ovunque, più che «pianificano» le forze produttive, più perdono il controllo sul «pianificato»: sotto forma di capitale si emancipa al punto di imporre le leggi bizzarre della propria mostruosa riproduzione ai poveri pianificatori. In tutti i paesi capitalistici, in questo senso, si pianifica, e tanto di più quanto più sono fradiciamente borghesi, ne siano di esempio i mostruosi accentramenti di capitale finanziario che arrivano a sottomettersi gli apparati statali.

Ma un organamento delle forze produttive che soddisfi gli interessi naturali umani è invece utopia in ogni regime basato sulla produzioni di merci – e in Russia e in America – e realizzabile solo sulla base del potere proletario, in negazione alla accumulazione del capitale sotto qualsiasi forma. Solo una volta disciplinata e vinta l’anarchia nella produzione sarà possibile in politica il nostro libero comunismo anarchico senza classi e senza Stato.

La prova e la confessione di impotenza viene dalle sale del congresso di Mosca: per l’agricoltura la situazione è particolarmente deficitaria, la produzione di cereali annua media dal 1971 al 1974 ammonterebbe a 191 milioni di tonnellate corrispondenti ad una media pro capite di 770 chilogrammi che nel 1975 si ridurrebbero, secondo stime occidentali, rispettivamente a circa 150 milioni di tonnellate e 590 kg. contro le previsioni del piano che comandavano 215 milioni di tonnellate e 850 kg. Nel settore, nel corso di tutto lo scorso piano quinquennale, si è realizzata una crescita globale di solo il 13% contro il 20-22% previsto, mentre le aspettative fino al 1980 si ridimensionano ulteriormente ad un modestissimo 14-17%.

Stesso quadro fallimentare per la pianificazione dell’industria: nel quinquennio incremento previsto 47%, realizzato 37%, che significa 6,5% annuo, solo il 4,3% nel 1975, minimo «storico» nella pianificazione sovietica, mentre per i prossimi cinque anni si «prevede» ancora soltanto il 35-39%.

Come sempre a fare le spese della crisi sono prevalentemente i consumi: il nuovo piano prevede per il 1976 l’incremento del 2,7% nella produzione di beni di consumo contro il 4,9% dell’industria pesante.

Risulta evidente la reale inesistenza di qualsiasi pianificazione non solo nel settore agricolo, giustificato con andamenti climatici sfavorevoli, ma anche nell’industria. Per quanto riguarda la prima osserviamo che il giudizio sulla ingovernabilità dell’agricoltura in Russia lo traemmo dal confronto dello stato attuale con le condizioni anche anteriori alla rivoluzione: la malattia è cronica ed è la forma di sfruttamento della terra che rende la produzione così vulnerabile dagli imprevisti climatici.

Quanto invece al declinare della velocità di crescita industriale notiamo intanto che questo è più brusco di quanto si sarebbe potuto prevedere per lo storico declino del tasso del profitto. Il 4,3 per cento sperato per il 1976, nelle serie dalla rivoluzione in poi, ricorda solo il 5,2% del 1933, anno, nel resto del mondo, immediatamente seguente la grande crisi. Oggi questo arresto nell’economia russa lo spieghiamo in un solo modo, crisi internazionale del capitalismo: troppi sono ormai i legami del capitale russo con il mercato e la finanza mondiale per non mostrarne gli stessi fenomeni. I dati frattanto dimostrano una accentuata tendenza russa a trovare rimedio ai suoi mali nella già fatiscente economia occidentale: nonostante l’attuale debito con l’estero di 10-15 miliardi di dollari, come dichiara la stampa, e la mancanza di mezzi di pagamento, prosciugati per l’acquisto di grano straniero, si prevede che nel prossimo quinquennio il commercio estero russo crescerà del 50% e si svolgerà prevalentemente verso i paesi «capitalistici»: dal 34% nel 1975 al 43% nel 1976, precipitandosi a capofitto nel vortice della crisi.

Il partito l’aveva previsto – anche per il gigante Russia – e da ciò attende il ritorno delle masse proletarie di oriente e d’occidente al loro unico inquadramento internazionale.

La proprietà è… un’astrazione

È l’ultima definizione in ordine di tempo della più sacra istituzione borghese, già «diritto naturale», addirittura fondato su quello «divino» per i più timorati di Dio: ne è stato autore un «grand commis» del calibro di Giuseppe Petrilli, presidente dell’I.R.I., in occasione di un convegno dove si sono incontrati i più solleciti tecnocrati che ha a disposizione la borghesia italiana.

Ma i proletari non hanno niente da rallegrarsi: nel camaleontismo imperante anche il concetto di proprietà, baluardo del sistema di produzione capitalistico tende ad essere «eliminato», quasi ci si vergognasse di riaffermarlo proprio quando ci si lamenta di una crisi di depressione economica gravissima, la più profonda dopo quella del 1929. Ci si aspetterebbe, contro i pur timidi attacchi proletari contro questo diritto «inalienabile», la difesa intransigente e di principio. Niente di tutto questo: semmai alla bisogna ci pensano gli opportunisti alla P.C.I., tutti schierati alla protezione della piccola e media impresa. I Petrilli e gli Agnelli, dopo la lunga «indigestione» da «boom» ormai lontano ricordo, hanno a cuore tutt’altro, e particolarmente la «gestione» dell’economia.

La borghesia ed i suoi rappresentanti più sottili hanno interesse a mettere il silenziatore alla questione proprietà, in quanto nei momenti di grave crisi fondamentalmente la contraddizione consiste nell’urto tra le forze produttive e i rapporti di produzione, che in sistema capitalistico sono per l’appunto i rapporti di proprietà.

È la detenzione «privata» (non importa se statale, signori staliniani!) degli strumenti di produzione (e dei prodotti!) a impedire alle forze produttive gonfiate dal capitale di essere contenute nei vecchi rapporti sociali di produzione e a provocare le tensioni sociali fondamentali tra «proprietari» e nullatenenti, che specie nei periodi di crisi si vedono sbarrare l’accesso ai mezzi di sussistenza. Altro che «astrazione» di cui parla il professore!

Ma il regime borghese non da ora ha pensato a ben mimetizzare i rapporti di proprietà: già alla fine dell’ottocento, mano a mano che andava esplodendo la cosiddetta «questione sociale» andò declinando l’affermazione aperta e sprezzante del diritto «privato» alla proprietà. La pressione del movimento operaio, che era in grado, allora, di «vedere» direttamente con gli occhi i suoi sfruttatori, spingeva i più abili gestori del sistema a escogitare gli «escamotages» più adatti: sono ancora una volta, per la «saggezza» e lo spirito provvidente, le chiese, ormai passate all’appoggio aperto dell’assoluto liberalismo, a fornire la formula ante-litteram agnostico-corporativa della proprietà in «funzione sociale», o come si ama dire oggi, partecipata.

Al mito piccolo-borghese proudhoniano del superamento della proprietà attraverso l’autonomia e la federazione delle iniziative economiche contro il «furto» del lavoro proletario, si risponde con una proposta apparentemente opposta ma sostanzialmente identica: col moralismo!

L’equo salario, la carità e la «giusta proprietà» potranno salvare la società e l’economia capitalistica. Nel frattempo, nonostante le prediche il capitale sta diventando imperialistico, si vanno formando i trust, i cartelli, i monopoli, il cui sbocco non poteva che essere, secondo le previsioni del marxismo rivoluzionario, l’acuirsi della lotta di classe e la concorrenza tra gli Stati tale da sfociare o nella guerra tra nazioni o nella guerra civile.

La grande prova interimperialistica sfociata in un macello senza precedenti consiglia infine al capitale di arginare l’attacco del proletariato non solo alla «gestione» economica ma allo Stato politico; di riesumare gli «ideali» dello Stato etico, superindividualistico e totalitario, non solo moralisticamente dedito alla ginnastica di «garante del libero scontro delle forze sociali», ma capace di intervenire per «arbitrare» d’imperio la lotta di classe, se necessario anche contro i plutocrati-democratici. Ma in ultima istanza, nonostante la voce grossa, «il fascismo» – è questo il nome preso dal partito totalizzante e di massa nella fase imperialistica del capitale – lungi dal realizzare la tanto conclamata «terza via» fra liberalismo e comunismo, non si dimostra capace se non di rafforzare la borghesia ordinandone le scompaginate falangi e battendo duramente in testa al proletariato insorto.

E di che cosa è stato per l’appunto autore il regime fascista se non di mettere in piedi proprio quell’I.R.I. di cui il professor Petrilli è degno presidente?

La sigla, come è noto, significa «Istituto per la Ricostruzione Industriale», ossia organismo che stabilisce i modi di partecipazione dello Stato (Stato del capitale e solo del capitale, è bene sottolinearlo) al salvataggio delle imprese in crisi, delle gestioni sbilanciate o deficitarie che corrono il rischio di gonfiare la vecchia «questione sociale», termine col quale si tenta di camuffare l’ormai irrefrenabile e moderna lotta di classe.

Le aziende in crisi non sono semplicemente agli occhi dei «grands commis» un dato economico, per quanto grave, ma soprattutto una minaccia al regime politico della borghesia: il potenziale sociale di «rivoluzione» del proletariato messo sul lastrico è ben noto alla buona memoria dei capitalisti, ed allora è d’obbligo l’intervento della cosiddetta «collettività» e dei «pubblici poteri» per arginare il pericolo. Questo a prova che lo stesso regime fascista, contro la politica rinunciataria e traditrice dell’opportunismo socialdemocratico e staliniano, pur approntando un apparato di repressione, concentrato e terrificante, non rinuncia al metodo «riformista» per accattivarsi «consenso» e «pace sociale».

Il regime post-fascista eredita senza batter ciglio le conquiste del fascismo, compreso l’I.R.I., oggi esaltato nella sua funzione di salvataggio della economia in crisi, nella sua opera di mistificazione dei veri rapporti sociali borghesi, che come non mai poggiano sull’ordine «proprietario», anche quando quest’ordine ha rinunciato allo sfacciato e provocatorio principio del diritto romano del ius utendi et abutendi.

D’altro canto il marxismo rivoluzionario aveva da oltre un secolo previsto l’istituzione ante-litteram fascista del capitale, aveva enucleato la natura totalitaria e imperialistica del capitale descrivendo perfino le forme di questo processo. Contro gli increduli ed i mistificatori riproduciamo alcuni passi di Marx sulla «impersonalità del capitale»: «Le imprese per azioni, che si sviluppano per effetto del credito, sono sempre portate a fare del lavoro di amministrazione una funzione ben distinta dalla proprietà del capitale, preso a prestito o meno – A questo riguardo avviene ciò che accadde per le funzioni giudiziarie e amministrative che, sotto il regime feudale, competevano ai proprietari fondiari, mentre poi lo sviluppo borghese le ha separate! Oggi da una parte il semplice proprietario (titolare) del capitale, il capitalista finanziario, trova davanti a sé il capitalista in funzione (funzionale) che con lo sviluppo del credito lo stesso capitale denaro riveste un carattere sociale, si concentra nelle banche e non è nemmeno più anticipato dal suo immediato proprietario; d’altra parte il semplice direttore che non possiede capitale a nessun titolo, è incaricato di tutte le effettive funzioni che competono al capitalista funzionale: sopravvive dunque soltanto il funzionario, e il capitalista, divenuto oramai un personaggio superfluo, sparisce dal processo di produzione». (Il Capitale, libro III cap. XXIII).

Il prof. Petrilli ne sa qualcosa, ed ecco il suo riferimento alla proprietà come «questione astratta» e la sua attenzione alla funzione della saggia amministrazione e della «gestione» del capitale.

Non vogliamo continuare con dotte citazioni, anche se il «decrepito» Capitale, in specie il libro III, ne è pieno.

Rimane la lezione, oggi più che mai attuale e da ribattere con vigore, che lo Stato è il «proprietario» ed il garante dei rapporti proprietari e capitalistici di produzione e di distribuzione, contro il quale deve concentrarsi il potenziale attuale e futuro (ben più grande) di lotta del salariato, contro le fuorvianti tesi democratiche, fasciste ed opportuniste che al contrario si appellano alla capacità di intervento dello Stato stesso come se questo potesse trascendere gli interessi della classe dominante e non invece interpretarli e assecondarli in funzione anti-operaia e anti-proletaria.

Solidarietà con i lavoratori della scuola

In seguito alla decisione della Corte dei Conti, di bloccare i lievi aumenti salariali che avrebbero dovuto scattare nel luglio 1976, i lavoratori di numerose scuole della provincia di Firenze, sono spontaneamente scesi in lotta rifiutandosi di svolgere qualsiasi prestazione al di fuori del normale orario di insegnamento. I suddetti aumenti, previsti dall’art. 3 della legge 477 del luglio 1973, sono irrisori e tendono a dividere ulteriormente la categoria. Tuttavia i lavoratori hanno istintivamente reagito a questo spudorato attacco del padrone. I sindacati autonomi allo scopo di rifarsi una verginità affermano di appoggiare questa lotta, ma si tratta di pura demagogia poiché tutti gli accordi del 1973, del 1974, del 1975 che hanno aggravato le condizioni dei lavoratori della scuola, sono stati firmati da questi pseudo sindacati. Per cui la loro politica è, come quella dei confederali legata e sottomessa agli interessi dello Stato, di modo che sia gli uni che gli altri rispetto alla lotta di classe e alla organizzazione classista dei proletari sono ambedue «autonomi».

I comunisti sono al fianco di questi lavoratori e li incitano a lottare per la difesa delle loro condizioni economiche immediate con tutti i mezzi e a considerare che i loro interessi sono difendibili alla sola condizione di organizzarsi, indipendentemente dalla politica traditrice del sindacalismo tricolore, sia esso «autonomo» che confederale e contro questa politica, nell’esclusivo interesse della classe lavoratrice. I lavoratori non hanno da difendere nulla di questa società, né la scuola, né tanto meno lo Stato stesso, ma solo la loro vita e il loro salario, costantemente messo in discussione e eroso dalla crisi economica generale del regime borghese.

I comunisti e l’organizzazione di classe Pt.1

Nel numero precedente, sotto il titolo «Per ricostruire l’organizzazione di classe», abbiamo esposto sommariamente, sulla scorta dell’esperienza del movimento operaio internazionale, l’inderogabile necessità della rinascita di organismi economici proletari, la cui organizzazione sia libera e non coatta, aperta a tutti i lavoratori salariati di qualsiasi partito o gruppo politico e di nessun partito, e la cui azione poggi esclusivamente sul metodo della lotta di classe e dell’azione diretta.

Esistono oggi diversi nuclei operai, con svariate denominazioni, come i CUB, i CUDL, ecc., che si sforzano di contrapporsi alle Centrali sindacali ufficiali, in pratica privi di effettivi collegamenti tra di loro e restii a confluire in un’unica organizzazione su base economica. Non siamo in presenza ancora di un movimento sindacale vero e proprio, tale, cioè, da contrapporsi ai sindacati ufficiali e da imporre una propria alternativa classista che influenzi le masse proletarie.

Occorre ribadire alcuni punti elementari a proposito di questi gruppi agenti fuori dalle Organizzazioni confederali. Ritenere di classe un organismo operaio che si pone fuori e contro i sindacati ufficiali senza proclamare di agire coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta, è erroneo. L’esistenza dei sindacati cosiddetti autonomi ne è la prova. Questi si differenziano dalle Confederazioni soltanto per ragioni di bottega, ma si identificano con queste per perseguire una politica di collaborazione di classe, di pacifismo sociale, di nazional-sindacalismo, in breve, una autonomia dagli interessi reali della classe operaia. Altra erronea posizione è quella che pretende di tendere alla riorganizzazione di classe contrapponendo operai organizzati dalle Centrali a quelli fuori, o gli operai di un gruppo agli operai di un altro gruppo. Lo scopo di un movimento di classe, piccolo o poco esteso, o grande e diffuso, è quello di sottrarre le forze lavoratrici invischiate nei sindacati pacifisti, alla influenza della politica collaborazionista, rappresentata dai dirigenti confederali, funzionari mestieranti prezzolati dal nemico borghese.

Un vero organismo economico di classe, alieno da pregiudiziali partitiche e ideologiche, aspira all’unità sindacale dei salariati, sulla base di azioni rivendicative comuni a tutti i proletari, sentite da tutti i salariati.

Lo stato attuale della classe operaia, inchiodata all’impotenza dalla politica collaborazionista dei Sindacati ufficiali di ogni paese, che abbia subito o meno la dittatura fascista (e ciò dimostra che quando il proletariato abbandona la lotta di classe, automaticamente cade sotto l’influenza del totalitarismo capitalistico, più o meno mediato dall’opportunismo, fenomeno, questo, mondiale per effetto della disfatta internazionale della rivoluzione sociale), lascia prevedere che il risorgere di una potente organizzazione di classe non si manifesterà come un armonico e crescente movimento di opposizione, ma piuttosto come una serie di tentativi concrescenti dialetticamente con la ripresa generale e delle lotte rivendicative degli operai, vero motore del ritorno della classe alla battaglia diretta contro la borghesia e le sue impalcature politiche e statali. Questo processo, il cui andamento esteriore potrà variare da paese a paese e da località a località, per effetto del contemporaneo ed opposto processo di smantellamento delle posizioni oggi tenute dalle forze opportuniste in seno ai sindacati, la cui resistenza non è mai omogenea, rischierebbe di non sfociare in un unico e potente circuito organizzativo centralizzato se non persegue obiettivi unitari e non si svolge nel senso di collegare tutti i gruppi operai; circuito che garantisca l’unità di movimento, come si conviene ad un esercito sul campo di battaglia, indipendentemente dalle sue dimensioni.

Stante l’assenza di una ripresa generale e radicale delle lotte rivendicative gli attuali tentativi sporadici e circoscritti di svincolarsi dalla presa delle direzioni traditrici dei sindacati possono essere soffocati per la loro stessa limitatezza aziendale locale ed anche corporativa, nel senso di chiudersi in una sorta di autonomia territoriale e professionale, erroneamente ritenuta come garanzia protettiva dalle pressioni congiunte del regime borghese e della bestiale politica del sindacalismo tricolore, che poggia proprio sulla separazione dei vari reparti della classe operaia e su tutti gli elementi di divisione, economici, salariali, normativi, ecc. Le «gloriose Camere del Lavoro» del primo dopoguerra, assolvevano egregiamente al compito di amalgamare le forze proletarie, dando loro una visione d’insieme degli interessi generali della classe operaia. Oggi, come si sa, sono diventate piuttosto dei centri amministrativi di carattere giuridico-assistenziale. S’impone, quindi, una oculata valutazione di ogni azione da intraprendere, in stretta relazione agli effetti che potrebbe produrre sull’estensione, sul potenziamento dell’organizzazione, tenendo sempre presente che il risultato più importante è il raggiungimento della saldezza organizzativa e l’unità di movimento. Non si devono svalutare, né tanto meno screditare o biasimare le lotte proletarie per la difesa economica e sociale, svincolate dalla disciplina sindacale o contro le disposizioni delle Centrali, ma si deve valutare seriamente che la frammentazione delle lotte operaie nella attuale fase storica non favorisce la riconquista della funzione sindacale di classe da parte dei lavoratori salariati.

In sintesi le condizioni del movimento sindacale operaio si possono riassumere così: 1) Confederazioni ufficiali CGIL, CISL, UIL; 2) Comitati o gruppi operai fuori dalle Confederazioni.

Qual è la posizione dei comunisti rivoluzionari?

I lavoratori comunisti rivoluzionari, organizzati in gruppi sui posti di lavoro, operano anche nel campo sindacale con una caratteristica politica di classe che li distingue da tutti gli altri raggruppamenti politici in seno al movimento sindacale ufficiale o meno. L’indirizzo generale, in base al quale i gruppi comunisti si muovono è quello della «ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe», o comunque della «rinascita» di una rete associativa di classe a sfondo economico con le stesse finalità e attribuzioni, nella quale entrino «lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito». Sulla base di questo indirizzo, i lavoratori comunisti favoriscono e sostengono ogni azione di classe e, in condizioni favorevoli, la promuovono e la dirigono nel duplice intento di difesa degli interessi immediati dei lavoratori e della «ricostruzione» della organizzazione di classe, consapevoli «che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato» e che «ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini del miglioramento economico immediato, e strumenti passivi degli interessi del padronato».

Di fronte alle Confederazioni ufficiali, sorte tra «gruppi di gerarchie di cricche extra-proletarie», eredi del sindacalismo fascista, il partito incita «i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione». A questo fine i lavoratori comunisti hanno respinto, sin dall’inizio, l’adesione al sindacato per delega ed invitano tutti i salariati a seguire il loro esempio che costituisce, appunto, un atto che, per l’esiguo numero dei proletari ribelli, può sembrare solo simbolico, di aperta indisciplina e di incitamento «a rovesciare tale opportunistica impalcatura», in assenza di un movimento radicale di lotte di classe decisivo per spazzar via la direzione reazionaria della organizzazione operaia.

I gruppi comunisti, quindi, operano all’interno del movimento ufficiale, in quanto sia possibile il loro inquadramento, in aperto contrasto con le dirigenze e la politica delle Centrali, sforzandosi di organizzare le forze operaie intorno ad una «opposizione sindacale di classe», la quale operi anche dall’esterno dei sindacati ufficiali, in stretto collegamento con gli organismi spontanei degli operai, con lo scopo preciso di strappare l’iniziativa e la direzione delle lotte operaie alle bande dei dirigenti sindacali tricolori senza, per questo, sabotare gli scioperi promossi da questi messeri, pur criticandone ferocemente le intenzioni e gli scopi anticlassisti.

Di fronte ai Comitati o organismi operai dissidenti fuori dalle Confederazioni il partito indirizza i suoi militanti a lavorare dentro quelli «aperti», che non siano, cioè, emanazioni dirette di partiti o gruppi politici, in grado quindi di non porre condizioni politiche di partito o di setta e di organizzare in principio ogni lavoratore, consentendo ai comunisti libertà di organizzazione e di diffusione del loro programma. In essi i comunisti si organizzano in gruppi, ovvero lavorano in gruppi contemporaneamente operanti nei sindacati ufficiali con lo scopo di prenderne la direzione, conducono una intensa propaganda e assumono atteggiamenti per promuovere e facilitare il collegamento tra i diversi organismi operai operanti sul terreno della lotta di classe, per la loro unificazione in una unica ed unitaria organizzazione su più vasto territorio.

Il partito non lavora con gruppi organizzati all’interno di altri organismi chiusi, nei quali gli sia impedito di esplicare la sua attività e sviluppare l’organizzazione dei suoi gruppi operai comunisti. Non partecipa in assoluto a organismi in cui confluiscano elementi di più classi e semi-classi, come comitati di quartiere, comitati «per l’autoriduzione», organi collegiali della scuola, consulte amministrative aziendali, ecc., né ad iniziative promosse da altri partiti «operai» anche se enunciano pretese azioni sindacali con organi interpartitici.

L’azione dei comunisti si sforzerà sempre di essere un coefficiente di attrazione delle forze proletarie, comunque siano politicamente e sindacalmente dislocate, su un terreno di classe al fine della rinascita di una organizzazione veramente proletaria e combattente con i mezzi della lotta di classe e dell’azione diretta, opponendo a tutte le iniziative centrifughe ed eccentriche rispetto all’unità di movimento l’azione coordinata e centralizzata degli operai in lotta per difendere i loro interessi economici immediati.

Un indirizzo di classe agli operai disoccupati

Che i fondi di disoccupazione siano in mano allo Stato dei padroni dimostra che le sorti degli operai sono regolate dalla classe borghese, secondo i suoi interessi generali e non secondo i bisogni dei lavoratori. Questa potente leva economica serve allo Stato a dividere gli operai, a mettere gli operai occupati contro quelli disoccupati, a condizionare il salario, a disorganizzare i proletari. A questo stesso scopo tende l’intenzione delle Centrali sindacali di formare «sindacati dei disoccupati». Questa proposta ha come conseguenza immediata la separazione degli operai in due tronconi, quelli occupati da quelli disoccupati, impedisce agli operai disoccupati di godere della solidarietà effettiva di tutta l’organizzazione, impedisce loro di avere una visione generale delle condizioni di classe, induce i disoccupati ad occuparsi solo del loro stato, come una specie di organizzazione di carità laica, di centro assistenziale.

La stessa politica sindacale delle centrali, infatti, con il cosiddetto «privilegiamento dell’occupazione rispetto agli aumenti salariali» lascia credere che gli aumenti dei salari ai lavoratori occupati danneggerebbero le condizioni dei lavoratori disoccupati. È una chiara menzogna per nascondere il preciso intento dei vertici sindacali di non volere difendere integralmente gli interessi operai, come lo attestano peraltro le opposizioni dei bonzi alle richieste salariali dei lavoratori chimici, metalmeccanici e dei ferrovieri, quelle dei lavoratori della scuola e delle amministrazioni statali. Al contrario un aumento reale dei salari che recuperi il loro attuale e crescente svilimento, essendo possibile soltanto con una lotta potente e senza limiti di mezzi, metterebbe in movimento tutta la classe, anche i disoccupati. Ma i sindacati non mirano affatto alla difesa delle condizioni materiali ed economiche, sociali e organizzative dei proletari. Uno dei più qualificati funzionari sindacali, il Dr. Lucio Carlini (si veda Rinascita del 6 dicembre) osa scrivere che «Quando si cominciò a discutere delle scelte di fondo sui contratti, qualcuno pensò che l’autunno avrebbe potuto essere solo un’occasione di ridistribuzione del reddito (cioè, aumenti salariali – Ndr). Questa concezione non è mai stata nostra, ma comunque mantenerla oggi sarebbe delittuoso». Capite? «Sarebbe delittuoso» rivendicare un salario adeguato al rincaro del costo della vita! E continua il «dottore» (ora si capisce perché primeggiano tra i bonzi i dottori!): «Ecco perché il terreno principale della lotta contrattuale è stato individuato nei poteri di controllo e contrattazione del sindacato, nella fabbrica e nel territorio, per dirigere un processo di riconversione industriale». Il sindacato, quindi, abdica ad una delle sue funzioni costitutive e primarie, quella della difesa del salario, per abbracciare quella, tipicamente padronale, di «dirigere un processo di riconversione industriale». Il Sindacato-imprenditore, o comunque il Sindacato «partecipe», «protagonista», usando termini di moda, che è stata la funzione dei sindacati fascisti, ed è la rivendicazione della centrale sindacale neo-fascista della Cisnal!

È palese il terrore che bonzerie sindacali e partitacci, alimentato dai partiti borghesi, hanno delle masse in movimento, della mobilitazione di classe, anche per una rivendicazione minima.

Per questo è contrario alla reale organizzazione di classe la costituzione di un sedicente sindacato dei disoccupati. Gli operai disoccupati devono restare inquadrati nei rispettivi sindacati di categoria. Questa proposta di classe si aggiunge all’altra di tipo economico, quella della rivendicazione del salario integrale ai disoccupati e della solidarietà di classe, consistente nella costituzione di un fondo a favore dei lavoratori disoccupati finanziato con la devoluzione di una parte del salario dei lavoratori occupati.

Ma questa proposta sappiamo bene che cozza contro gli interessi conservatori e anticlassisti dei sindacati tricolore, pronti a richiedere agli operai il sacrificio di una giornata di lavoro a favore del Vietnam o dei carcerati antifranchisti, ad aumentare gli stipendi dei loro bonzi e sottobonzi, ma alieni dall’organizzare la solidarietà di lotta tra gli sfruttati.

L’indirizzo comunista rivoluzionario è: lotta contro il regime capitalistico e solidarietà economica di classe, cemento insostituibile per legare saldamente i proletari tra loro e per impedire che l’infame politica ricattatoria del nemico e dei suoi lacché divida i lavoratori e li metta gli uni contro gli altri.

Partecipazione sindacale alla gestione delle F.S.

La grancassa delle elezioni dei rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Amministrazione delle FF.SS., ormai è stata suonata. Tutti i sindacati si sono immersi nella propaganda per le elezioni di uno degli istituti fondamentali della collaborazione tra Azienda e Sindacati, «tricolori» e non…! Allo scopo, nella sarabanda elettorale, di far dimenticare l’accordo truffa nonché di riconfermarsi di fronte ai ferrovieri come i più forti, hanno fatto appello a tutti, «compagni», «colleghi», «amici» a seconda della tendenza compresi anche coloro che durante l’Agosto erano stati definiti «corporativi» e «fascisti» soltanto perché lottavano su un terreno di classe. Non diversamente hanno operato i Sindacati Autonomi ed i fascisti che hanno fatto di tutto per strumentalizzare la reazione dei ferrovieri alla «triplice» per i loro fini di bottega.

Ma è bene cercare di capire cos’è precisamente il Consiglio di Amministrazione: esso viene propagandato come un organo utile ai Ferrovieri per far udire la loro voce ai vertici dell’Azienda; a parte che per far sentire la propria voce non esiste che un mezzo: la lotta, in realtà esso è solo uno degli strumenti del controllo e dell’oppressione sui ferrovieri; è inoltre un organo – ne esistono anche in altre Aziende pubbliche – per provare ai capitalisti, attraverso i suggerimenti di Agnelli e Lama, che la «partecipazione degli operai» alla gestione della crisi può servire bene al fine di rendere questi ultimi consapevoli delle disgrazie della nostra economia nazionale perché, così, si adoperino, attraverso la collaborazione dei «cari» bonzetti sindacali, alla risoluzione del problema della perpetuazione del dominio del capitale sul lavoro. Come…? per ora con i licenziamenti «ridotti al minimo indispensabile», con la messa in cassa integrazione, «tanto è una pacchia», con l’aumento del lavoro per chi resta ecc…. (come per dire: «finché c’è da mangiare mangio da solo, ora che devo mangiare un po’ meno venite anche voi a digiunare»).

Per quanto riguarda specificatamente le FF.SS., dipendono dal Consiglio di Amministrazione: i compiti di esercizio, le commissioni di avanzamento, di trasferimento, di disciplina, di alloggio, dei concorsi interni e in pratica tutto ciò che riguarda il nostro sfruttamento (se sei gradito a bonzi hai tutto, altrimenti niente).

A proposito di disciplina è del dicembre una lettera di «disaccordo» della Segr. Naz. dello SFI-CGIL nei confronti del ministro Martinelli per aver punito cinque ferrovieri molto più severamente di quanto preveda la «prassi», messo per inciso che la maggiorazione delle punizioni è impartita come repressione dopo gli scioperi d’agosto, ad essa c’è una sola risposta che valga e non sta nella collaborazione tra Stato sfruttatore e sfruttati ma sta nella lotta. Noi non abbiamo nessun obbligo di dimostrare al nostro aguzzino il «senso del dovere», in nessun caso, tanto meno quando gli errori vengono da orari di lavoro pressanti e da responsabilità alle quali è impossibile far fronte. Come non dobbiamo nessuna collaborazione ad uno Stato che non è il nostro: che la crisi, i padroni, se la gestiscano da soli, che la paghino loro; nostro unico dovere è quello di organizzarci per imporre i nostri interessi e spazzar via tutti, sfruttatori e collaborazionisti sindacali, al fine di emanciparci dalla dittatura del capitale.

Roma: PCI e sindacati per il crumiraggio

L’Unità, questo puzzolente organo del partitaccio che pretende di essere il giornale dei lavoratori, si è ben guardato dal rendere nota l’azione «non ortodossa» dei netturbini di Roma; ha invece sbandierato il fatto che lo «sciopero corporativo proclamato da sedicenti Comitati di Base e dai fascisti della Cisnal che chiedono la municipalizzazione dell’Azienda», ha ridotto la «Città Santa» ad un cumulo di immondizie maleodoranti. Parla di «gruppi di provocatori che hanno impedito che venisse effettuato il servizio di raccolta della spazzatura, ricorrendo agli insulti, alle minacce e anche alla violenza». Sono state infatti forate dai netturbini in lotta le ruote dei camion dei crumiri organizzati dalle bonzerie sindacali. «Ferma» è stata la condanna degli obiettivi e delle modalità dell’agitazione da parte dei sindacati e del PCI.

Già, per lor signori, lo sciopero in sé stesso, specie quando va oltre i limiti della decenza, non è degno di nota anzi dà fastidio. La verità è che le agitazioni che necessariamente escono dai binari confederali fanno paura!

Il servizio della Nettezza Urbana a Roma è comunale. È appaltato solo lo smaltimento dei rifiuti affidato a tre società private. I 700 autisti della Nettezza Urbana dipendevano fino dal 1972 dalle società private che avevano in appalto questo servizio, poi passarono alle dipendenze comunali. Ma questo passaggio ha provocato per la categoria un peggioramento nella remunerazione e nella normativa: ad esempio non venne riconosciuta loro l’anzianità. Inoltre il nuovo contratto di lavoro, rinnovato nel marzo 1974 non è ancora stato applicato, e la parte normativa è tutt’oggi quella del vecchio.

Nessuna effettiva difesa delle condizioni di esistenza della classe operaia viene assunta dai sindacati tricolori, che si guardano bene di prendere la direzione di queste lotte spontanee per elevarle e indirizzarle in una unica direzione che è quella della lotta aperta, generale e organizzata contro i padroni e lo Stato capitalistico. Se gli operai sono costretti a difendere il loro pane quotidiano contro le stesse Organizzazioni Sindacali ufficiali, questi loro tentativi non indicano affatto la scoperta di «nuove forme di lotta», bensì l’episodio romano, che non è certo né il primo né l’ultimo, dimostra che il proletariato è determinato dalle forze primordiali del bisogno materiale a reagire ed opporre forza a forza, a muoversi inconsciamente come classe, certo esprimendo il grado di organizzazione e di coscienza del momento, frutto fra l’altro di cinquant’anni di opportunismo sindacale e politico.

Queste ribellioni operaie sono fenomeni inevitabili e spontanei in questa società di classe; le varie sigle sindacali o bande politiche cercano o si limitano ad apporre al movimento la loro etichetta per dirigerlo e deviarlo. Carognesco è quindi additare agli altri lavoratori un loro reparto in sciopero come «corporativo» o «fascista» mentre invece compito di una organizzazione sindacale di classe è quello di contendere ai falsi sindacati e ai partiti filopadronali la direzione della istintiva lotta degli oppressi.

Che gli scagnozzi della borghesia abbiano una paura matta della prossima esplosione proletaria è più che giustificato, poiché il proletariato non avrà paura di loro, di questi Luogotenenti del capitalismo in seno alla classe operaia, come li chiamò Lenin; ed essi lo sanno benissimo. È per questo che più si avvicina la resa dei conti, più essi temono e combattono i proletari che alle loro direttive si ribellano.

Che gli esempi dei netturbini romani si moltiplichino, perché questa è la tendenza generale del movimento operaio! Che non solo si moltiplichino, ma sfocino in agitazioni non limitate a singole categorie ma estese a tutte, e guidate non da effimeri Comitati di Base, ma da organi rappresentanti l’intera classe operaia che non conosce confini di categoria, di azienda e di località, come ha medesimi interessi e medesimi nemici!

Controllo poliziesco dei bonzi sugli operai in lotta

Negli ultimi tempi si susseguono a ritmo serrato grandi manifestazioni «popolari ed operaie» proclamate dall’opportunismo sindacale e politico: dal «grandioso» festival dell’Unità a Firenze alle adunate oceaniche di Roma e Napoli indette dalle confederazioni sindacali.

Tali manifestazioni sono spacciate tra gli operai come il non plus ultra della solidarietà di classe mentre con la classe non hanno nulla a che vedere e rappresentano semmai le prove di forza di movimenti politici che devono dimostrare alla borghesia di avere il controllo della classe operaia e di potere, entro certi limiti, manovrarla per potersi poi presentare come pretendenti al governo.

In effetti questi movimenti hanno tutte le carte in regola: i loro dirigenti, da Lama a Berlinguer sono molto «popolari» (l’«indice di gradimento» di Berlinguer alla TV è molto alto, si dice) e sono servi fedeli che hanno dimostrato in più occasioni la loro disposizione a collaborare con la classe dominante.

Alcuni loro galoppini sono dei perfetti miliziani e se mancano loro le camicie nere, vi sono però le strisce rosse al braccio con su scritto «Servizio d’ordine» a dare l’aria marziale. Essi hanno dimostrato a più riprese di essere ben più utili dei poliziotti nel mantenere l’ordine specialmente nelle grandi manifestazioni, quando il numero dei proletari presenti è così grande che ci vorrebbero chi sa quante compagnie di sbirri per mantenere il controllo della piazza.

Chi non ricorda di aver visto questi bravi «compagni» del PCI o delle Confederazioni sindacali schierati con i loro petti a far barriera dinanzi alle sezioni del MSI e minacciare di botte (con lo sguardo se non con le parole, da bravi poliziotti) chi non passa veloce e «vuole fare confusione»? Chi non li ha visti saltare in massa addosso ai pochi operai più combattivi o legnare i componenti dei gruppuscoli osanti turbare la pace sociale? Chi non li ha visti, sul posto di lavoro, accusare i compagni di produrre poco, di fare i lavativi, di avere poca voglia di lavorare?

Questi movimenti hanno così grandi capi ed una grossa milizia volontaria che si è fatta le ossa in questi ultimi anni ed è pronta ad intervenire al primo richiamo. Essi hanno inoltre un grande seguito tra le «masse popolari». Niente da dire per quanto riguarda il loro controllo sui «ceti medi» cioè su commercianti, artigiani, contadini, studenti etc. poiché ne sono i naturali rappresentanti e ne hanno sempre difeso gli interessi; il loro programma di progresso civile nell’ordine, nel progresso, nella libertà corrisponde al desiderio di questi strati, schiacciati tra l’incudine borghese ed il martello proletario, di una società in cui lo strapotere del capitale sia debitamente contestato e il proletariato stia al suo posto affinché essi possano vivere in pace, commerciando e pregando.

Diversa è la questione per quanto riguarda la classe operaia che segue ancora indubbiamente questi scagnozzi, né potrebbe essere diversamente dopo i cinquant’anni trascorsi che hanno visto il partito e le idee rivoluzionarie completamente assenti alla scala mondiale e quindi gli interessi operai sempre asserviti a quelli delle altre classi. I timidi tentativi di ripresa di un moto rivoluzionario di classe che stanno iniziando, se pure tra difficoltà enormi, a manifestarsi sono spesso presto spezzati dall’apparato repressivo dell’opportunismo a cui si affianca naturalmente quello borghese. Gli operai rivoluzionari, denunciati come tali dai bonzi sindacali, sono prima espulsi dal sindacato, poi licenziati dal padrone e perseguiti infine dalla polizia del regime. Basta ripensare alla spudorata campagna di stampa messa in atto dall’Unità e da tutti i giornali opportunisti, non escluso quelli di alcuni gruppi dell’«ultra sinistra», contro i ferrovieri dei CUB che sono stati additati agli operai come criminali, fascisti, provocatori etc.

Dopo questo fa veramente ridere l’atteggiamento dei gruppuscoli che distinguono tra Lama e Vanni e Storti, tra PCI, PSI e DC, intendendo Lama e PCI-PSI come rappresentanti di partiti e movimenti operai e gli altri di partiti e movimenti borghesi. E questo essi fanno nonostante le botte che vengono loro spesso ammannite dai pretesi rappresentanti degli operai. Se tra i due schieramenti vi è differenza, non è certo quella che i primi stanno nel campo operaio e gli altri nel campo borghese poiché ambedue sono ben situati nel campo borghese ed ambedue sono strenui difensori del modo di produzione capitalistico. La differenza sta nel fatto che mentre i secondi dicono apertamente chi intendono difendere e da che parte stanno, i primi camuffano la loro vera natura e mentre dicono di rappresentare e difendere il movimento operaio e si rifanno, a parole, alla sua tradizione, nella realtà lo tradiscono tutti i giorni e tutti i momenti e difendono la classe dominante ed il suo regime. Con la loro azione questi movimenti fanno muovere la classe operaia in direzione contraria a quelli che sono i suoi interessi reali e ne ostacolano in ogni modo il ricongiungimento col suo partito, il partito comunista rivoluzionario. La politica dei gruppuscoli, tutti, che non riescono a vedere la vera funzione antirivoluzionaria dell’opportunismo e gli riconoscono l’appartenenza al campo operaio è suicida e costituisce un ulteriore ostacolo sulla via della ripresa rivoluzionaria.

Ecco perché questi gruppi non costituiscono altro che l’ala sinistra del PCI e servono anch’essi al mantenimento dello status quo all’interno del movimento operaio. Chi critica la DC e lotta contro il «governo Moro» innalzando lodi al PCI e preconizzando un «governo Berlinguer» non ha nulla a che vedere col partito comunista rivoluzionario e sacrifica ad un briciolo di popolarità immediata gli interessi generali della classe operaia. Lo stesso opportunismo nel 1923 stroncò la rivoluzione tedesca e fucilò gli operai rivoluzionari; negli anni seguenti continuò il massacro distruggendo l’intera vecchia guardia bolscevica di Russia e dando la caccia ai rivoluzionari in Cina, in Spagna etc. Presentandosi l’occasione rifarà oggi ciò che ha fatto ieri. I gruppetti, tutti preoccupati dell’azione, della politica dell’oggi, non hanno compreso queste esperienze, queste lezioni che ci vengono dal patrimonio di lotte della classe operaia e la loro funzione diviene così quella di recuperare all’opportunismo le frange operaie che stanno, poco a poco, iniziando a capire, con i loro stomaci più che con le loro teste, che non è dai baracconi elettorali che ci si può attendere un miglioramento reale delle condizioni di vita e di lavoro.

Il nostro partito non vuole avere nulla a che fare col brulichio di movimenti che pretendono rifarsi alla tradizione marxista rivoluzionaria per poi tradirla ogni giorno nei fatti. Essi sono una delle manifestazioni di questa società in putrefazione, purulenta anche dal punto di vista politico; rappresentano strati piccolo borghesi intellettuali e studenteschi disposti certamente all’azione immediata contro l’oppressione a cui vengono sottoposti dal grande capitale, ma pronti anche al compromesso e quindi al tradimento quando si tratti della lotta decisa contro lo schieramento borghese e opportunista.

La borghesia sotto i colpi della crisi si sta preparando allo scontro decisivo ed è passata all’offensiva, a livello internazionale, contro il proletariato, con licenziamenti, sospensioni, cassa integrazione da una parte e col rafforzamento del suo apparato repressivo dall’altra. L’opportunismo, presago dei pericoli che incombono sulla sopravvivenza del regime che lo paga e protegge, sta affinando le sue armi e si dichiara disposto ad accollarsi tutte le responsabilità che gli competono, non esclusa quella di andare al governo, intervenendo in prima persona nella repressione antioperaia. In questa situazione il nostro partito, mentre chiama gli operai coscienti, sdegnosi di farsi comprare da bonzi e padroni e pronti alla lotta a stringersi in un fronte compatto contro il tradimento dei loro attuali dirigenti venduti allo Stato borghese, rifiuta ogni contatto con i gruppi «sinistri» ed anzi ne indica e denuncia, di fronte al proletariato, la funzione deleteria e di effettiva complicità con l’opportunismo.

Lavoratori della scuola - Lotta contro l’attacco dello Stato e contro il tradimento dei sindacati

Il 25 novembre scorso, il padrone-Stato ha lanciato un nuovo attacco alle condizioni di vita dei lavoratori della scuola. La Corte dei Conti ha infatti messo in discussione la «legittimità» dei lievi miglioramenti economici che avrebbero dovuto scattare nel luglio 1976 e che erano previsti dall’art. 3 della legge n. 477 del luglio 1973, con la motivazione che «il legislatore» non avrebbe previsto le fonti di finanziamento per coprire la spesa.

La legge delega che prevedeva gli aumenti in questione, fu il risultato degli accordi sindacati-governo del maggio 1973. Questi accordi furono e sono sbandierati dai bonzi sindacali come una vittoria, vittoria che – stranamente – la categoria aveva ottenuto senza un’ora di sciopero (ma come sono forti i lavoratori della scuola!). Essi dichiararono e dichiarano che l’attuazione della legge avrebbe finalmente portato alla unificazione dei ruoli e alla riduzione delle grandi disparità di trattamento esistenti tra il personale insegnante.

In realtà, al posto dei tre ruoli A, B e C, la legge prevede due ruoli: uno per i diplomati e l’altro per i laureati. Ma questi due ruoli vengono «articolati» in modo che la differenziazione tra parametri più bassi e più alti viene aumentata. Inoltre, giocando sui parametri, si è fatto in modo che i ruoli effettivi non risultano più tre, bensì quattro: insegnanti diplomati (dal parametro 190 al parametro 197); Insegnanti Tecnico Pratici (par. 190-397); Laureati di Scuola Media (par. 243-443); Laureati di Scuola Media Superiore (par. 243-443).

I maestri raggiungono attualmente il parametro massimo in 16 anni, mentre con la nuova legge, la percorrenza viene portata a 18 anni. Per gli I.T.P. la percorrenza è di 11 anni e verrà portata a 14. Per i laureati di scuola media si passa da 14 a 15. Solo per i laureati di Scuola Media Superiore la percorrenza viene ridotta da 16 a 10. Inoltre, con la nuova legge, la differenziazione salariale tra i parametri più alti e quelli più bassi viene aumentata.

È insomma la solita politica di divisione che lo Stato attua con la complicità dei bonzi sindacali, favorendo i parametri più alti attuando il «contenimento della spesa pubblica» sulla pelle della gran massa dei lavoratori.

Fu in occasione degli accordi del maggio 73 che gli stessi dirigenti sindacali richiesero che venisse aumentato l’orario di servizio degli insegnanti. È da qui che sono uscite le 20 ore mensili «non di insegnamento» che la categoria si è dovuta subire a partire dal maggio 1974 (emanazione dello stato giuridico). Per far accettare supinamente ai lavoratori questa inaudita richiesta, i bonzi si mobilitarono per spiegare che le 20 ore mensili non erano altro che la «legalizzazione» di prestazioni che già si svolgevano da parte dei lavoratori e che perciò non avrebbero comportato nessun aggravio, anzi avrebbero costituito la «giustificazione» degli aumenti che sarebbero poi scattati nel luglio 1976 e nel luglio 1977.

Già il fatto di accettare che miglioramenti economici di cui i lavoratori hanno bisogno subito, vengano dilazionati di tre-quattro anni e quindi vanificati, è di per sé una vera e propria carognata. Ma questo non basta. I dirigenti sindacali non hanno neppure il coraggio di dire: chiediamo questi aumenti perché i lavoratori ne hanno bisogno, perché il costo della vita è aumentato. Questa non sembra a loro una ragione sufficiente e perciò sentono il bisogno di «giustificare» un miglioramento economico con un aggravio di lavoro.

Da notare poi che i lavoratori della scuola hanno ottenuto un aggravio di lavoro immediato per un miglioramento che avrebbe dovuto scattare tra tre anni e che oggi viene posto in discussione. È il destino di chi va a mendicare «pane e lavoro». Il lavoro arriva subito, per il pane, poi si vedrà.

L’accettazione di questi accordi vergognosi da parte delle direzioni sindacali dimostra che esse si pongono non al servizio delle esigenze dei lavoratori, ma al servizio delle esigenze dello Stato. Con questo comportamento inoltre avallano e alimentano la sporca propaganda che tende a presentare i lavoratori della scuola come privilegiati, dei mangiapane a tradimento, ecc., propaganda che non è certo diversa da quella dei «managers» delle imprese automobilistiche che attribuiscono all’«assenteismo degli operai» la responsabilità del cattivo andamento dei loro affari.

Abbiamo già detto che il riordinamento delle carriere che sarebbe dovuto scattare a luglio 1976, non rispondeva affatto alle reali esigenze della categoria, ma anzi aumentava ed aggravava le discriminazioni e le divisioni. Tuttavia la decisione della Corte dei Conti, dopo quasi tre anni dalla promulgazione della legge 477 (non se n’erano accorti prima?), è giustamente apparsa ai lavoratori come un vero e proprio attacco diretto dello Stato alle loro condizioni di lavoro, in prossimità del rinnovo del contratto nazionale. E non a caso questo attacco si verifica proprio mentre il malcontento serpeggia tra i lavoratori della scuola: esso ha un chiaro scopo intimidatorio. Mentre i lavoratori nelle assemblee sui posti di lavoro pongono con forza le loro rivendicazioni, mentre i sindacati come sempre fanno orecchie da mercante, lo Stato ci avverte minacciosamente che è disposto a toglierci anche quello che credevamo già acquisito.

Quante volte le agitazioni sono state sospese sulla base di «impegni del Ministro». Questo fatto dovrà almeno insegnare ai lavoratori a non fidarsi di nessuno se non delle proprie forze organizzate!

Di fronte alla decisione della Corte dei Conti in molte scuole i lavoratori hanno spontaneamente reagito rifiutandosi di svolgere qualsiasi attività oltre il normale orario di insegnamento (cioè le famose 20 ore) e quindi bloccando tutte le attività degli organi collegiali. Le prese di posizione in questo senso si sono succedute nonostante l’aperto sabotaggio delle confederazioni e non a caso – con grande scorno dei bonzi – la sana reazione dei lavoratori si è diretta proprio contro gli organi collegiali, segno che i lavoratori cominciano a essere stufi di simili buffonate. Nella provincia di Firenze, i nostri compagni lavoratori della scuola sono stati in prima fila in questa azione adoperandosi per generalizzare ed estendere il movimento e per far sì che i lavoratori si rendano conto che è necessario andare oltre alla semplice richiesta di revoca della decisione della Corte dei Conti. Il giorno 22-12-1975 si è svolta presso la scuola elementare G. Mameli di Firenze, una riunione a cui hanno partecipato numerosi lavoratori provenienti da 26 diverse scuole della provincia. Era comune a tutti la volontà di lottare contro questo nuovo attacco dello Stato anche contro le direttive dei vertici sindacali ed era da tutti sentita la necessità di organizzare e coordinare l’azione; perciò la riunione si è conclusa con il seguente O.D.G. che è stato poi diffuso nelle scuole fiorentine:

«A TUTTI I LAVORATORI DELLA SCUOLA. La riunione di tutti gli insegnanti della provincia di Firenze convocata dal Circolo 14 per coordinare l’azione di blocco delle 20 ore, già attuata in alcune scuole della provincia, si è conclusa con l’approvazione della seguente mozione, la quale costituisce un impegno da parte di tutti i lavoratori presenti ad estendere e portare avanti l’agitazione, nonostante il sabotaggio dei dirigenti sindacali.

Gli insegnanti delle sottoindicate scuole, riuniti in assemblea il giorno 22-12-1975 nei locali della scuola elementare G. Mameli di Firenze, hanno stabilito:

  1. di costituire un COMITATO DI AGITAZIONE comprendente rappresentanze di tutte le scuole presenti, che avrà il compito di collegare ed estendere l’azione già intrapresa dai lavoratori di numerose scuole in risposta alla decisione della Corte dei Conti riguardo all’art. 3 della legge 477;
  2. di convocare una riunione in orario di lavoro, in luogo e data da destinarsi, dei lavoratori di tutte le scuole della provincia di Firenze.

Circoli elementari nn. 1, 4, 6, 11, 13, 19, 14, 15, 16, 17, 18, 23, di Firenze; nn. 1, 2, 5 di Sesto Fiorentino, Circoli di Calenzano, Campi Bisenzio, Fiesole, Lastra a Signa, Peretola, Pontassieve, Signa, Vernio e Vaiano, Istituto Tecnico Agrario di Firenze, Istituto Tecnico per Geometri Peano, scuola media di Vernio, scuola media di Vaiano».

Che cosa hanno fatto i sindacati? Gli «autonomi» dopo aver ponderato per parecchi giorni, vedendo che il movimento spontaneo dei lavoratori si stava estendendo, hanno deciso che era bene approfittare della situazione e così i lavoratori che già da parecchi giorni attuavano il blocco delle 20 ore, hanno appreso dai giornali che i sindacati autonomi avevano proclamato … il blocco delle 20 ore. Gli autonomi cioè cercano di trarre vantaggio dalla situazione, appiccicando la loro etichetta a questo movimento, cosa che già fecero con i ferrovieri in occasione degli scioperi di Agosto proclamati dai C.U.B. Naturalmente, come è loro consuetudine, non vanno e non andranno più in là delle parole.

Ed ecco cosa hanno fatto i confederali: il 21 novembre scorso era stato annunciato uno sciopero per il 2 dicembre (con oltre 10 giorni di anticipo come prescrive il galateo della pace sociale). Il 25 novembre è arrivata la decisione della Corte dei Conti. La reazione dei sindacati non si è fatta attendere; l’abbiamo appresa dalle righe de l’Unità del 27-11: «appresa la notizia del rinvio della legge alla corte costituzionale, i sindacati confederali si sono richiamati al documento già diffuso venerdì scorso quando hanno proclamato lo sciopero nella scuola per il 2 dicembre». Tra le motivazioni dello sciopero infatti compare: «la mancata emanazione del decreto delegato relativo all’art. 3 della legge 477 del ’73 e l’assenza di precisi impegni per il rispetto delle relative scadenze a partire da quella del prossimo luglio 1976».

Insomma, questi strateghi del calamento di brache, avevano già previsto tutto, e così con lo sciopero del 2 dicembre hanno preso due piccioni con una fava e si sono messi la coscienza a posto. Chissà che lo sciopero del 2-12 non valga anche per il prossimo rinnovo contrattuale.

Sul n. 38-39 di Sindacato e scuola CGIL del 10-12-75 si legge: «I sindacati confederali della scuola, vivissimamente preoccupati, richiamano il governo e il ministro Malfatti al puntuale rispetto degli impegni assunti, attendono da parte loro lo sblocco della situazione e sottolineano con forza come lo sciopero indetto per il 2 dicembre sia rivolto contro questa come contro le numerose altre inadempienze del governo nei confronti della scuola».

Ma evidentemente i lavoratori non si sono accontentati dell’azione puramente dimostrativa del 2 dicembre e spontaneamente sono scesi in lotta. Ciò ha fatto imbestialire i bonzi, perché la lotta si indirizzava proprio contro gli organi collegiali, la loro creatura, il loro capolavoro. In un comunicato diffuso il 15 dicembre dalle segreterie provinciali CGIL CISL UIL di Firenze (cioè dopo più di 10 giorni che i lavoratori stavano attuando il blocco delle 20 ore) si afferma:

«Le segreterie … ritengono doveroso esprimere un giudizio su alcune forme di lotta quali l’astensione dalle 20 ore mensili di servizio che in alcune scuole si stanno proponendo come risposta agli attacchi del ministro ai diritti acquisiti col contratto del 1973. Riteniamo che il rifiuto di partecipare alla gestione collegiale della scuola (consigli di circolo e di istituto, consigli di classe e di interclasse, collegi dei docenti, incontri con gli studenti e le famiglie, ecc.) sia una scelta che porta ad isolare la categoria e che contrappone i lavoratori della scuola agli altri lavoratori, contro i quali, di fatto, si indirizzano la tensione e il disagio della nostra categoria. L’obiettivo è invece quello di battersi unitariamente contro l’amministrazione inadempiente sul contratto».

Ed ecco cosa vuol dire «battersi contro l’amministrazione»; il documento così prosegue: «Le segreterie provinciali, mentre si impegnano a coinvolgere sul problema le federazioni unitaria CGIL, CISL UIL e le segreterie provinciali dei partiti democratici, chiedono agli organi collegiali di approvare ed inviare, subito telegrammi di protesta o altri documenti specifici al gabinetto della presidenza del consiglio dei ministri, ai presidenti della camera e del senato e ai capi gruppo parlamentari perché si sblocchi in tempi brevissimi la questione dell’art. 3».

Dei lavoratori sono scesi in lotta nemmeno per chiedere miglioramenti ma per imporre il rispetto di accordi che risalgono a tre anni fa, e i dirigenti sindacali prima si chiudono in un gelido silenzio, sperando che nel frattempo i lavoratori si scoraggino, poi, vedendo che il movimento continua, sono costretti a dichiarare apertamente dopo più di 10 giorni, che si tratta di un’azione sbagliata perché il mancato funzionamento degli organi collegiali, chissà come, danneggerebbe le altre categorie. E come intendono reagire? Lo veniamo a sapere a distanza di 20 giorni dalla decisione della Corte dei Conti! La loro proposta di «azione» è questa: far riunire gli organi collegiali (e quindi fare altre ore di lavoro) far loro approvare dei telegrammi, e inviare questi telegrammi al ministro, ai partiti democratici, ai parlamentari, ecc. L’azione di sabotaggio di questa lotta, non si è però limitata ai comunicati ufficiali. Pur di far fallire questa azione i bonzi hanno usato tutti i mezzi: dai volgari trucchetti per impedire il pronunciamento delle assemblee, alle più spudorate menzogne, dalle minacce di sanzioni disciplinari per spaventare i lavoratori più indecisi, alla aperta opera di crumiraggio.

Ciononostante la lotta continua e deve continuare estendendosi al personale non insegnante che è la parte più sfruttata della categoria, fino a imporre al Governo il rispetto degli accordi e, se possibile, andare più in là fino a pretendere la immediata apertura della vertenza nazionale per il rinnovo del contratto dei lavoratori della scuola, assieme a tutte le altre categorie di salariati.

Ma già da queste prime scaramucce, i lavoratori devono trarre la indispensabile lezione che, anche per condurre un’azione limitata come questa, essi devono collegarsi ed organizzarsi in aperto contrasto con i sindacati ufficiali, i quali hanno dimostrato di volersi mobilitare solo per organizzare il crumiraggio.

Combattere la politica oggi dominante nei sindacati, è una necessità materiale; i lavoratori sono costretti a farlo se vogliono difendere le loro condizioni di vita e di lavoro.

L’organizzazione è un’arma potente che i bonzi sindacali usano per far passare la loro politica di collaborazione con lo Stato e con i padroni e di subordinazione delle esigenze dei lavoratori alla pace sociale, al salvataggio del regime capitalistico. A questa politica si deve contrapporre l’azione organizzata di tutti i lavoratori che, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, vogliono difendere le loro condizioni materiali non con la pratica del mercanteggiamento, degli accordi sottobanco, del prendere per buoni gli «impegni del ministro», dei telegrammi, ma con i tradizionali metodi della lotta di classe!

Posizioni cardine del Partito Comunista

«È certo che ormai quasi tutti vedono che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere, non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea nel nostro partito, se il partito non avesse avuto l’appoggio totale e pieno di abnegazione di tutta la massa della classe operaia, cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto sino all’abnegazione, di influente e capace di condurre dietro di sé o attirare gli strati arretrati…

Ripeto: l’esperienza della vittoriosa dittatura del proletariato ha mostrato all’evidenza a coloro che non sanno pensare o non hanno mai dovuto meditare su questo problema, che una centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia… E innanzitutto, qui sorge la domanda: su che cosa si basa la disciplina del partito rivoluzionario del proletariato? in che modo viene messa alla prova? in che modo viene rafforzata? In primo luogo, mediante la coscienza dell’avanguardia proletaria e la sua devozione alla causa rivoluzionaria, mediante la sua fermezza, la sua abnegazione, il suo eroismo. In secondo luogo, mediante la capacità di questa avanguardia di collegarsi, di avvicinarsi e se volete, fino a un certo punto di fondersi con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con le masse lavoratrici non proletarie. In terzo luogo, mediante la giustezza della direzione politica realizzata da quest’avanguardia, mediante la giustezza della sua strategia e della sua tattica politica e a condizione che le grandi masse si convincano per propria esperienza di questa giustezza. Senza queste condizioni, la disciplina di un partito rivoluzionario, realmente capace di essere il partito di una classe di avanguardia che deve rovesciare la borghesia e trasformare tutta la società, non è realizzabile. Senza queste condizioni, i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in commedie. D’altra parte queste condizioni non possono sorgere di colpo. Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta, e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario. Se il bolscevismo, negli anni 1917-1920, in circostanze difficili quanto altre mai, poté creare ed attuare con pieno successo la più severa centralizzazione e una ferrea disciplina, ciò è dovuto semplicemente a un complesso di particolari caratteristiche storiche della Russia. Da un lato, il bolscevismo sorse nell’anno 1903 sulla base più salda, sulla base della teoria marxista. E la giustezza di questa teoria rivoluzionaria – e unicamente di questa – fu provata non soltanto dall’esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono, ma anche e specialmente dall’esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia… Dall’altro lato, il bolscevismo, sorto su questa granitica base teorica, ha svolto una storia pratica di quindici anni (1903-1917) che non ha eguali al mondo per ricchezza di esperienze…» (Lenin: «Estremismo»).

Bastano queste brevi parole di Lenin a demolire l’idea falsa di un bolscevismo la cui forza sorgerebbe dal possesso di meccanismi organizzativi formali i quali dovrebbero, nel loro insieme, costituire un «modello» di organizzazione per il partito proletario. E basta questo a dividere Lenin da tutti coloro che hanno avuto il solo merito vergognoso, nella storia, di forgiare la «liturgia del leninismo». Chi facciamo rientrare fra questi? In primo luogo gli staliniani vecchi e nuovi, gli infiniti raggruppamenti piccolo borghesi che si rifanno alla falsificazione del 1924-1926, chiamata bolscevizzazione la quale pretese di rendere «più rivoluzionari» i partiti tentennanti e disorientati della III Internazionale, dotandoli di una formula organizzativa (l’organizzazione per cellule) considerata attrezzo preponderante e garanzia dell’indirizzo rivoluzionario bolscevico. Poi tutti i loro presunti nemici, gli epigoni di Trotski nelle mille etichette, i quali fanno di un’altra formula organizzativa il loro talismano ed hanno il coraggio di enunciare, nel nome di Lenin, che la deviazione staliniana consistette in una contravvenzione alla «democrazia interna di partito», al «centralismo democratico». Presunti nemici, fanno tutt’uno nella superstiziosa credenza che il partito si caratterizzi per la sua rispondenza ad un modello di organizzazione e non possono tutti e due fare a meno di ammiccare che, in fondo, i metodi di Stalin sono gli stessi usati da Lenin e che, in definitiva, tutto si riduce ad una esagerazione di «autoritarismo». È lo spettro comune a tutti i piccolo borghesi, eredi ideali della borghesia in lotta contro gli assolutismi feudali: il potere incontrollato, la disciplina cieca, il cervello all’ammasso, questi sono i pericoli e le cause dei disastri storici della classe operaia. Si proponga il proletario che vuol prendere coscienza dell’essenza degli schieramenti politici attuali di dare un’occhiata con questo metro a tutto quello che dicono e scrivono i mille raggruppamenti di «rivoluzionari» dal P.C.I. in giù; li troverà tutti unificati a questo minimo comun denominatore: democrazia interna, niente deleghe, niente capi, ecc. Chi più chi meno, tutti risponderanno all’appello!

CENTRALISMO ORGANICO, BASE ESSENZIALE DEL PARTITO

È il fatto che tutti quanti hanno una visione antimarxista non solo della funzione e dei compiti del partito, ma anche e soprattutto della dinamica della sua formazione e del suo sviluppo. Riprendiamo la viva voce di Lenin: «Severa centralizzazione, ferrea disciplina, centralizzazione assoluta» queste sono le armi che permisero al bolscevismo di vincere nel 1917 e di mantenersi al potere non per due mesi e mezzo, ma per due anni e mezzo all’epoca in cui Lenin scrive. Senza queste caratteristiche il partito rivoluzionario del proletariato è incapace di assolvere i suoi compiti e cadono perciò fuori del campo rivoluzionario tutti coloro che temono la «ferrea disciplina» o invocano ad essa dei correttivi, pretendendo inventare un Lenin di loro comodo.

Basi di questa ferrea disciplina: Lenin ci insegna! Essa è, prima di tutto, un risultato, non un elemento meccanico, il prodotto di un bel piano statutario. È il risultato, lo leggiamo di seguito: 1) Della coscienza dell’avanguardia proletaria, devozione alla causa rivoluzionaria, fermezza, abnegazione, eroismo. 2) Della capacità di questa avanguardia di collegarsi con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto… 3) Della giustezza della direzione politica realizzata da questa avanguardia, giustezza della sua strategia e della sua tattica politica… Dunque la disciplina organizzativa di ferro è il risultato della capacità del partito di muoversi sulla base della teoria ed in piena fedeltà ad essa, della sua capacità di intervenire nelle lotte fisiche che le masse lavoratrici intraprendono per i loro bisogni materiali, con una strategia ed una tattica giusta. Non la Sinistra dunque ha inventato il collegamento strettissimo fra teoria, principi, tattica ed organizzazione e non essa ha messo in rilievo che la saldezza organizzativa non deriva da formule statutarie, ma è in proporzione diretta della «coscienza» e dell’azione (tattica) del partito. Lenin dice di più. Egli afferma che questa disciplina incondizionata non può ottenersi di colpo, ma è il frutto di un processo: «D’altra parte queste condizioni non possono sorgere di colpo. Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta». Questo per Lenin crea le condizioni della disciplina di ferro di cui il partito ha bisogno. Una pratica di 15 anni di una formazione politica nata su basi marxiste dirà egli più oltre, cioè di una formazione politica che ha saputo reagire e leggere le complesse vicende di 15 anni sulla base della più assoluta fedeltà al marxismo, ecco il segreto del monolitismo bolscevico.

Lenin coerentemente aggiunge: «la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario». La teoria facilita la formazione delle condizioni della disciplina, ma non basta; «non è un dogma». Quanti aggiornatori e rammendatori della teoria marxista si sentono a questo punto di cantare vittoria: «Per Lenin la teoria non è un dogma, perciò è variabile, mutevole, soggetta a miglioramenti di ogni genere». Lenin non dice questo, ma esprime una realtà che solo la Sinistra Italiana resterà a difendere negli anni successivi; il soggetto, il possessore della teoria è il partito, è la formazione militante, la quale può dire che la teoria le appartiene in quanto è capace di tradurla in azione pratica. L’affermazione che «la teoria non è un dogma» non significa che essa debba cambiare che non sia invariante, significa che essa è un’arma che viene impugnata, realizzata, praticata dal partito militante in ogni aspetto ed in ogni episodio della sua azione. Rivendichiamo pienamente al partito proletario mondiale la tesi qui ripresa da Lenin: «il marxismo non è un dogma, ma una guida per l’azione».

Piano aggiornatori! Non vi mettete a gioire! Questo non significa che si mette mano al rattoppo. Significa solo che la teoria, unica ed invariante, non serve e, come tale, non può essere capita dai «professori di marxismo» per quanto grande sia il loro cervello, significa che la sua comprensione è perduta per l’opportunismo che dichiara di aderire al marxismo, ma nell’azione si lascia guidare da tutt’altro che dalla teoria. Sapienti di marxismo ed opportunisti «conoscitori a memoria delle opere di Marx» abbiamo voluto mettere al tappeto con questa semplice formula: la teoria è del partito rivoluzionario di classe ed è sua in quanto determina, informa, definisce la sua azione, non in quanto sta come idea nella testa degli individui, ma sta alla base dell’azione pratica del partito.

Come si vede Lenin è un «seguace» del centralismo organico e la Sinistra non ha fatto altro che scolpire, dal 1923 in poi, le nozioni che già Lenin qui enuncia, in ordine ad una nuova serie di fatti che erano il processo degenerativo dell’Internazionale e l’incipiente vittoria dello stalinismo. Così «si forma» o aggiornatori la teoria, nel senso marxista e leninista. Non perché si fa una bella scoperta secondo la quale è necessario sostituire una parte od un capitolo di Marx o di Lenin che risulterebbero «invecchiati», ma perché il partito militante riconferma e scolpisce continuamente la teoria incasellandovi i dati e le esperienze della sua azione, delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Lo abbiamo detto mille volte: se uno solo dei dati di cento anni di lotte proletarie alla scala mondiale non si lasciasse incasellare nella visione compiuta e globale del marxismo, tutto il marxismo cadrebbe ed a nulla varrebbe mettersi a sostituirne delle parti. Le vicende dell’Internazionale comunista non hanno fatto che riconfermare in negativo ciò che Lenin affermava nel 1920. La nozione dell’organicità del partito, propria della visione marxista, ne è uscita con contorni più netti e taglienti. Nulla di nuovo e nulla da cambiare: è il partito mondiale che per acquisire questa nozione come suo tratto caratteristico e determinante ha dovuto sbattere tragicamente la testa sulle sponde della controrivoluzione. La formazione rivoluzionaria militante che esce, decimata e sanguinante, dalla bufera del 1920-1926, non può che mettere al primo posto sulla sua bandiera la tesi sul centralismo organico. È la lezione dell’esperienza storica, non un’invenzione del cervello!

Nel 1926, al III congresso del P.C. d’Italia a Lione, la Sinistra si trovò da sola a difendere le idee di Lenin del 1920 contro il centro e la destra del partito che intendevano ottenere la «disciplina ferrea» non attraverso la corretta definizione dell’indirizzo politico e delle norme tattiche del partito stesso, ma attraverso il meccanismo formale della obbedienza assoluta al centro dell’Internazionale. Lenin, avrebbe risposto a questi tentativi deformi che andavano sotto il nome di bolscevizzazione, con le sue parole del 1920: «Senza queste condizioni, i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in commedie». La Sinistra rispose: «Un altro aspetto della parola bolscevizzazione è quello di far consistere la sicura garanzia della efficienza del partito in un completo accentramento disciplinare e nel severo divieto del frazionismo. L’ultima istanza per tutte le questioni controverse è l’organo centrale internazionale, nel quale si attribuisce, se non gerarchicamente, almeno politicamente una egemonia al partito comunista russo. Questa garanzia in realtà non esiste, e tutta l’impostazione del problema è inadeguata. In linea di fatto non si è evitato l’imperversare del frazionismo nell’Internazionale, ma se ne sono incoraggiate invece forme dissimulate ed ipocrite. Dal punto di vista storico poi il superamento delle frazioni nel partito russo non è stato un espediente né una ricetta ad effetti magici applicata sul terreno statutario, ma è stato il risultato e l’espressione della felice impostazione dei problemi di dottrina e di azione politica. Le sanzioni disciplinari sono uno degli elementi che garantiscono contro le degenerazioni, ma a patto che la loro applicazione resti nei limiti dei casi eccezionali, e non divenga la normalità e quasi l’ideale del funzionamento del partito. La soluzione come non sta in una esasperazione a vuoto dell’autoritarismo gerarchico (a cui la investitura iniziale viene a mancare, sia nella incompletezza delle pur grandiose esperienze storiche russe, sia perché nella stessa vecchia guardia, custode delle tradizioni bolsceviche, sorgono di fatto dissensi la cui soluzione non va ritenuta a priori come la migliore) così non sta in una applicazione sistematica dei principi della democrazia formale, che nel marxismo non hanno altro posto che quello di una pratica organizzativa suscettibile di essere comoda. I partiti comunisti devono realizzare un centralismo organico che, col massimo compatibile di consultazione della base, assicuri la spontanea eliminazione di ogni raggruppamento tendente a differenziarsi. Questo non si ottiene con prescrizioni gerarchiche formali e meccaniche, ma, come dice Lenin, colla giusta politica rivoluzionaria. La repressione del frazionismo non è un aspetto fondamentale della evoluzione del partito, bensì lo è la prevenzione di esso… Uno degli aspetti negativi della cosiddetta bolscevizzazione consiste nel sostituire alla elaborazione politica completa e cosciente nel seno del partito, che corrisponde ad effettivo progresso verso il centralismo più compatto, una agitazione esteriore e clamorosa delle formule meccaniche dell’unità per l’unità e della disciplina per la disciplina. I risultati di questo metodo danneggiano il partito ed il proletariato e ritardano il raggiungimento del ‘vero’ partito comunista. Questo metodo applicato in molte sezioni dell’Internazionale, è di per se stesso un grave sintomo di un latente opportunismo…» (Tesi di Lione-5 – Disciplina e frazioni).

Alla base della concezione nostra e di Lenin dell’organicità della disciplina del partito, cioè del nesso strettissimo intercorrente fra teoria, tattica, organizzazione nel quale è la coscienza del partito che si traduce in «giusta politica rivoluzionaria» e produce il risultato, in un lungo e difficile lavoro, di rafforzare la centralizzazione organizzativa, sta la concezione marxista del partito stesso che è organo collettivo di combattimento e non accolta di sapienti o di perfetti conoscitori individuali della dottrina di classe. Scrivemmo nel nostro «Natura, funzione e tattica del partito comunista» (1945): «I principi e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione; sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente nella lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito. Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo di partito e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre nell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione».

E nelle nostre «Tesi caratteristiche» del 1951 abbiamo dato l’altro cardine della nostra concezione del partito: «Il partito non solo non comprende nelle sue file tutti gli individui che compongono la classe proletaria, ma nemmeno la maggioranza, bensì quella minoranza che acquista la preparazione e maturità collettiva teorica e di azione corrispondente alla visione generale e finale del movimento storico, in tutto il mondo ed in tutto il corso che va dal formarsi del proletariato alla sua vittoria rivoluzionaria. La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito: non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito. Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti ed in tutte le complesse fasi». La teoria del partito non si presenta dunque come un insieme di nozioni che devono essere imparate a memoria da ciascun militante o che possono essere patrimonio di un singolo cervello, ma come una visione generale del corso storico nella quale si inseriscono le esperienze del movimento proletario fin dal suo sorgere e che fornisce la base alla azione del partito. Il partito impara le nozioni del marxismo in quanto collettività operante e combattente, cioè «apprende» collettivamente e nell’azione. È la capacità del partito di impostare la sua azione in maniera coerente alle sue posizioni di dottrina e di programma che permette il collettivo impadronirsi di queste stesse, il loro chiarimento, la loro sempre più netta demarcazione.

La storia della III Internazionale ci ha riproposto dinanzi agli occhi proprio questa lezione: non basta codificare in un corpo di tesi le posizioni del partito, né tantomeno richiedere la garanzia della conoscenza intellettuale di esse e della loro accettazione a ciascun singolo militante. Se l’azione che il partito conduce e perciò la sua tattica, la sua organizzazione, il suo modo di lavorare non corrispondono a queste posizioni si deforma e si falsifica la stessa possibilità di acquisizione teorica. Dunque il rapporto fra l’organismo militante di partito e la sua teoria non consiste nella coscienza individuale di tutti i suoi membri e nemmeno dei «più dotati» fra essi, ma nella capacità collettiva di svolgere nella realtà della lotta di classe un’azione che, partendo dalla accettazione di quelle posizioni ad esse si uniformi. Il partito militante ha perciò sempre il compito non solo di difendere l’invarianza e la necessità delle posizioni che formano il patrimonio dell’esperienza storica del proletariato contro ogni tentativo di deformazione. Ha il compito di tracciare continuamente, nella sua azione pratica, nel suo lavoro, il filo di congiunzione che lega le enunciazioni del passato all’azione presente e futura, che fa discendere l’azione dalle definizioni teoriche, che collega l’agire dei comunisti di oggi a quello dei comunisti del passato. Non parliamo perciò mai soltanto di continuità di concezioni teoriche, ma di continuità di teoria e di azione, di posizioni e di comportamenti che nella storia hanno lasciato una traccia ben delimitata. È in questo sforzo quotidiano di mantenersi con la sua azione, in tutti i campi, all’altezza di una tradizione e di una esperienza che sono armi di battaglia, che il partito si abilita collettivamente allo svolgimento delle sue funzioni e si disciplina fino a raggiungere il monolitismo di cui parla Lenin.

È su questa strada faticosa, ma necessaria, che il partito traccia dinanzi alla classe, dinanzi ai proletari che combattono spinti dai propri bisogni materiali, non una demarcazione di nozioni teoriche, ma una linea di pratica azione riconoscibile da tutti come diversa e contrapposta a tutte le altre; riconoscibile sia dall’analfabeta che dal «dotto» che ad essa aderiscono in blocco, magari senza conoscere le posizioni del partito, ma riconoscendo la fisionomia del partito, il solco che esso è riuscito a tracciare, di idee, di posizioni, di tattica, di atteggiamenti, di metodi.

Si realizza così il ricongiungimento della classe proletaria con il suo partito, ricongiungimento che non sarà dovuto ad individuale acquisizione da parte dei migliori proletari delle nozioni marxiste, ma al fatto che di fronte ai loro occhi, al loro istinto, al loro cuore di combattenti brillerà come un faro la linea di teoria e di prassi che la falange marxista avrà saputo tracciare e mantenere. «Tutti sappiamo che, quando la situazione si radicalizzerà, elementi innumeri si schiereranno con noi, in una via immediata, istintiva e senza il minimo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche».

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.8

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Bloccati al numero di settembre riprendiamo la trattazione della complessa e delicata materia, con l’auspicio di concludere senza soste, dovute peraltro agli impegni molteplici che il nostro giornale-rivista deve assolvere negli angusti limiti di spazio tipografico e di forze limitate.

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Con l’ottobre 1923 si esaurisce una situazione di lotte acute e sanguinose in Europa e segnatamente in Germania. Da allora, sebbene non siano mancati cataclismi economici, come la crisi del ’29, e disastri sociali come la sconfitta della rivoluzione cinese e la II guerra imperialistica, il proletariato non è più stato il protagonista storico attivo sulla scena della lotta di classe. Similmente è venuto a mancare anche l’organo essenziale della classe, il partito politico comunista rivoluzionario.

L’ottobre tedesco è stato, quindi, l’ultimo slancio di classe del proletariato nei paesi capitalistici sviluppati, e precisamente nel cuore dell’Europa, nell’epicentro dello scontro frontale tra le classi.

L’epilogo nazista è stato la diretta conseguenza della sconfitta del proletariato, e la democrazia il prologo. Questa è stata affossata dalla stessa borghesia e non, purtroppo, dalla classe operaia che, in gran parte inquadrata dall’opportunismo socialdemocratico, non è riuscita a sconfiggerla sul campo, dopo averla sconfitta sul terreno teorico e programmatico. Di conseguenza se il fascismo rappresenta il modo più avanzato e moderno del dominio dittatoriale del capitalismo sul proletariato, in relazione all’avanzato sviluppo delle forze produttive, alla concentrazione e centralizzazione del capitale nella sua ultima metamorfosi in capitale finanziario, la democrazia, con tutte le sue suggestioni popolaresche rinverdite dall’opportunismo ieri socialdemocratico ed oggi «comunista» dei partiti ufficiali richiamantisi anche se sempre più blandamente a Mosca o alla Cina, resta il pericoloso nemico che abbiamo sempre dovuto combattere e che, nelle giornate gloriose dell’altro ottobre vittorioso, quello russo, eravamo certi di dover sconfiggere definitivamente con il potere armato nelle mani proletarie, in una lotta lunga ma sicura a quella che Lenin chiamava l’«abitudine» il costume fallace e menzognero della democrazia, dell’individualismo, portato dal piccolo commercio, dalle mezze classi.

La seconda guerra imperiale ci ha regalato la soluzione meno favorevole alle sorti della rivoluzione, alla ripresa rivoluzionaria proletaria, perché ha ridato prestigio alle pratiche ruffiane del democratismo celando la sostanza del reale movimento storico del capitalismo fatto di totalitarismo statale capitalistico, per invischiare le classi diseredate, impedendo al proletariato di Occidente di scattare verso la sua univoca vittoria e alle classi subalterne dei paesi coloniali e arretrati di marciare risolutamente verso le premesse del socialismo.

Lo schema-Germania e lo schema-Italia, come vedremo, soprattutto ci forniscono l’esperienza storica della moderna lotta di classe, in cui i mezzi tattici che il nemico impiega contro il proletariato, sin tanto che il suo fronte non sarà sfondato in uno dei punti nevralgici e strategici, sono una mescolanza di mistificazioni democratiche e di terrorismo statale e parastatale, la cui copertura più efficace è rappresentata dall’opportunismo dei partiti «operai». In altri e precedenti articoli del nostro giornale, abbiamo appositamente messo in evidenza il passaggio indolore in Grecia dalla democrazia al fascismo dei colonnelli e viceversa, e ora in Ispagna dal franchismo all’antifranchismo, magari con una breve sosta nell’anodino post-franchismo perché i ruffiani possano tirare le fila del loro sporco gioco antiproletario e antirivoluzionario; gioco che sarebbe impossibile senza la presenza alla testa della classe operaia di partiti venduti al nemico.

Da qui scaturisce il tema centrale della tattica comunista rivoluzionaria: come spostare le forze operaie, imprigionate nella politica opportunista, nel campo della rivoluzione comunista, come attrarle nell’orbita dell’influenza del partito? Questo tema tattico fu sollevato nel III congresso dell’I.C., ma non fu risolto in maniera soddisfacente e corretta. L’I.C. capì che non bastava il possesso della sana dottrina e dell’integrale programma e capì anche che bisognava «conquistare le masse» per assicurarsi la vittoria.

È vero che in Germania il partito si mobilitò per penetrare in ogni fessura aperta dalle contraddizioni che affliggevano il nemico, che dispiegò un’alacre iniziativa per collegarsi con le masse, imprigionate o influenzate dalla politica traditrice della socialdemocrazia; ed è pur vero che importanti successi furono ottenuti soprattutto nel campo dell’organizzazione sindacale e dei Consigli di fabbrica. Tuttavia la linea direttrice per il collegamento col proletariato passava dalla ricerca quasi morbosa di un’alleanza tra il partito comunista tedesco, il KPD, la socialdemocrazia maggioritaria l’SPD, e il partito dei socialdemocratici indipendenti, l’USPD. Questa ricerca di alleanza fu la forma che prese il «fronte unico», la tattica che l’I.C. adottò per sottrarre le forze proletarie alla presa dei partiti opportunisti e trasportarle sotto l’influenza del partito comunista rivoluzionario. Questo modo di realizzare il fronte unico non consentì di raggiungere lo scopo prefissato, e per conseguenza indebolì il partito aprendolo ad infiltrazioni opportunistiche, che, nel maturare di eventi sfavorevoli alla rivoluzione, grandeggiarono nel partito tedesco e nella Internazionale Comunista stessa per sfociare nella totale distruzione del partito comunista mondiale.

Sul modo in cui fu realizzato il fronte unico non sarà mai sufficiente dedicare continui e approfonditi studi, perché fu il leit motiv della tattica comunista dell’I.C. e perché è probabile che lo sia per il prossimo avvenire. La storia ha confermato la giustezza dell’interpretazione «sindacale» data dalla Sinistra al fronte unico, che consisteva, appunto, nell’alleanza di tutte le frazioni sindacali del proletariato e del proletariato in generale in un unico organismo di classe di tipo sindacale sulla base di un’azione difensiva degli interessi immediati della classe operaia; organismo nel quale i partiti «operai» potevano far valere i loro indirizzi politici in dialettico rapporto con i reali interessi materiali dei lavoratori. Quindi, non alleanza, nemmeno per interessi economici, tra partiti, né tra partiti e sindacati. Il fronte unico «dal basso» realizzava così l’unità sindacale, cioè il terreno idoneo per far prevalere l’indirizzo politico del partito. La storia dei conflitti di classe in Germania conferma la fallacia dei tentativi frontisti tra partiti. Il fronte unico tra KPD, partito rivoluzionario, antilegalitario e antidemocratico, con la socialdemocrazia maggioritaria e indipendente, legava le mani al KPD, cosicché ogni qual volta che un accordo veniva siglato tra i partiti, diveniva impossibile realizzarlo per il sistematico sabotaggio opportunista e il KPD si trovava impotente, non potendo rompere gli accordi per non essere accusato di spezzare il fronte. In questa situazione il KPD era costretto a far buon viso a cattiva sorte, e, preso nelle spire di questa alleanza abnorme, doveva rinunciare alla sua piena funzione e azione rivoluzionaria, involontariamente indebolendo se stesso e gli slanci eversivi del proletariato. A conti fatti, il fronte unico politico o tra partiti servì meglio alla controrivoluzione che alla rivoluzione, bloccò il processo rivoluzionario proletario anziché il piano tattico della reazione, permise alla borghesia di guadagnar tempo per prepararsi adeguatamente a lanciare l’offensiva contro la classe operaia.

IL COMITATO DI BERLINO

Il 27 giugno 1922 a Berlino si costituì un Comitato tra KPD, SPD, USPD, la Confederazione del Lavoro e la Federazione impiegati, con l’intento di svolgere un’azione comune contro la reazione, che imperversava in tutto il paese. Il programma che i comunisti proposero, e che contemplava rivendicazioni sociali ed economiche di classe, tra cui il disarmo e lo scioglimento delle molteplici formazioni armate controrivoluzionarie, lo scioglimento dell’esercito, la Reichswehr, da sostituire con milizie composte da operai organizzati nei sindacati, l’amnistia per coloro che erano stati condannati per reati compiuti in difesa della classe operaia, la difesa della giornata di otto ore e provvedimenti contro gli aggravi fiscali e il caroviveri; questo programma fu respinto dagli altri membri della coalizione, i quali dichiaravano apertamente di non voler inasprire la lotta. Per non compromettere le sorti dell’alleanza, il KPD accettò un programma che in definitiva si riduceva alla rivendicazione dell’amnistia e alla «difesa della Repubblica», che suonava dubbia e controproducente. Queste rivendicazioni staccate dal programma più generale di carattere economico e sociale, almeno, non costituivano un coefficiente di mobilitazione e unificazione della classe. Tuttavia, gli attacchi continui dei corpi franchi contro lo stesso governo di coalizione tra SPD e partiti borghesi, i frequenti assassinii anche di ministri borghesi come Rathenau, oltre agli attentati contro proletari e le loro organizzazioni, indussero maggioritari e indipendenti a consentire che il Comitato proclamasse il 4 luglio uno sciopero generale di dodici ore a Berlino, che si propagò anche alle principali città, dove non mancarono conflitti sanguinosi tra operai e polizia, come a Zwickau, Francoforte, Völpke e Mannheim. Il movimento di sciopero assumeva, ormai, un carattere indipendente sia dall’azione legale e parlamentare, sia dai «quadri della burocrazia sindacale», per cui la socialdemocrazia si accinse a rafforzare la sua azione contro il KPD, inasprendo una campagna di calunnie e di persecuzioni contro i comunisti mai cessata e lusingando i sempre oscillanti indipendenti con promesse di una loro assunzione al Governo, accampando l’ormai noto allora e notissimo oggi pretesto dell’allargamento a «sinistra» della base del «potere», senza dover ricorrere alla violenza e alla illegalità! Il 3 luglio, il giorno innanzi dello sciopero generale, il Comitato, su proposta dell’SPD, dei Sindacati e dell’USPD, decise di lanciare un manifesto in cui si invitavano gli operai a guardarsi dai «provocatori di violenze». Era palese che si voleva mettere gli operai contro i comunisti, che andavano proclamando un’azione fuori del parlamento e senza esclusione di colpi. Il KPD non sottoscrisse il manifesto e fu accusato di aver violato gli accordi di Berlino. Intanto l’USPD votava in parlamento la legge dell’imposta sul grano, chiaramente rivolta contro le classi povere, e la socialdemocrazia assumeva un atteggiamento apertamente favorevole ad una interpretazione della legge da poco varata «in difesa della Repubblica», in senso anticomunista. L’8 luglio, la socialdemocrazia, concordi Sindacati e USPD, propose un nuovo appello «contro le violenze», che il KPD respinse, e colse l’occasione per proclamare che con questo rifiuto i comunisti si erano posti fuori del Comitato.

La borghesia, dietro il governo di coalizione tra SPD, Centro cattolico e elementi «tecnici», sullo slancio dell’attacco socialdemocratico al KPD, vietava comizi operai, impediva l’uscita dei giornali comunisti sostenendo che offendevano i membri del «governo socialista tedesco»! E l’SPD passava allo scioglimento dei Comitati di controllo, sorti nella lotta in difesa degli operai, e degli stessi Consigli di fabbrica, e subdolamente invitava i funzionari di polizia a proteggere le azioni dei corpi franchi nazionalisti e monarchici a «difesa della Repubblica» contro l’eversione comunista.

Gli indipendenti dell’USPD confluirono di fatto nella socialdemocrazia maggioritaria, dietro la promessa di qualche ministero nel governo di coalizione. Il KPD si trovò solo dinanzi al fronte unico tra borghesia, socialdemocrazia, governo di coalizione, Reichswehr, corpi franchi e Centrali sindacali.

Il disegno tattico della controrivoluzione era o doveva essere ormai chiaro, dopo l’effettivo abbandono del Comitato di Berlino da parte della socialdemocrazia maggioritaria e indipendente e dei Sindacati, e lo scatenarsi della campagna di repressioni contro la classe operaia e il KPD da parte di tutte le formazioni politiche, sindacali, governative, militari e paramilitari. La borghesia era riuscita nella manovra di coagulare potenti forze contro l’azione comunista e contro il movimento radicale delle masse, azionando i partiti opportunisti e i quadri sindacali, al fine di riorganizzare le fila per una controffensiva totale e massiccia, che si verificherà dopo la sconfitta dell’Ottobre 1923 patita dal proletariato rivoluzionario e dal KPD.

L’azione tattica comunista, indipendentemente da ogni considerazione di carattere politico, non può svolgersi nel doppio senso, diplomatico per quanto riguarda il rapporto col nemico, e veritiero nei confronti della classe. Con il Comitato di Berlino, il KPD non solo illudeva se stesso sulle reali possibilità di riuscita e di efficacia rivoluzionaria del «fronte unico politico» con i partiti avversari, ma giungeva persino a formulare proposte di «governo operaio» con questi partiti, tanta era la convinzione che la manovra riuscisse. Così veniva rilasciata una patente di rivoluzionarismo a SPD e USPD, a partiti controrivoluzionari, facendo credere alle masse proletarie che questi partiti potessero confluire su un fronte con il KPD, il cui scopo reale era pur sempre di abbattere la borghesia, la democrazia e la legalità; partiti che partecipavano come maggioranza nel governo centrale, anticomunista e antiproletario, e che, come l’USPD lo sostenevano dandogli una vernice «rivoluzionaria» per renderlo ben accetto alle masse radicali. Come avrebbero potuto l’SPD e l’USPD, in quanto partiti, partecipare ad una alleanza politica che avrebbe dovuto distruggere la loro stessa esistenza, se non alla condizione di utilizzarlo ai loro fini reazionari e di usarlo per discreditare agli occhi dei lavoratori il KPD?

L’aspetto diplomatico della questione sta in questo, che il KPD era perfettamente cosciente del carattere controrivoluzionario della SPD, ma lasciava credere al proletario che con una politica, che veniva definita «souple», «agile» l’SPD si sarebbe fatto trascinare sul terreno rivoluzionario ovvero si sarebbe smascherato dinanzi ai suoi aderenti operai, che di conseguenza sarebbero passati sotto l’influenza del KPD. Ma la politica «agile» consisteva nell’accettare in definitiva le posizioni dell’SPD, come nel caso specifico del Comitato di Berlino in cui il KPD dovette rinunciare a tutto il suo programma, peraltro caratteristico di un partito rivoluzionario, e accordarsi su una rivendicazione limitata, quella dell’amnistia, e pur sempre dipendente da una sanzione legale e parlamentare di stretta competenza dei partiti parlamentari maggioritari e governativi, quindi suscettibile di invischiarsi nelle pratiche democratiche e ritardatrici.

In realtà, infatti, l’SPD non tradì i patti assunti a Berlino, perché non aveva preso altro impegno che quello dell’amnistia e quello famigerato della «difesa della Repubblica», e non aveva concordato un piano comune di azione in difesa delle condizioni materiali immediate della classe operaia. Queste rivendicazioni avrebbe potuto accettarle qualsiasi partito borghese, appena intelligente, ed infatti la borghesia in definitiva le aveva sottoscritte per mano della socialdemocrazia; mentre invece il programma proposto dal KPD lo avrebbe respinto qualsiasi partito, anche il più «radicale», ma non avrebbe potuto respingerlo l’organizzazione sindacale e dei Consigli, perché costituivano il proprio terreno di lotta, la ragione della loro stessa esistenza. Se i Sindacati e Consigli avessero respinto la proposta comunista, si fossero rifiutati, cioè, di ingaggiare la lotta per difendere il proletariato contro la disoccupazione, la miseria, i bassi salari, l’attentato alla giornata di otto ore, si sarebbero svalutati dinnanzi alla massa e indirettamente avrebbero contribuito a tagliare l’erba sotto i piedi della socialdemocrazia che influenzava e dirigeva i vertici sindacali. Gli operai inquadrati nei partiti opportunisti avrebbero toccato con mano, sperimentato direttamente sulla loro pelle, il tradimento sindacale, delle dirigenze socialdemocratiche delle Centrali sindacali, e si sarebbero, per forza di cose, avvicinati al partito. Il Sindacato a differenza dei partiti inquadra e organizza gli operai di tutti i partiti o di nessun partito e non può sottrarsi dall’azione per interessi comuni a tutti i lavoratori salariati, almeno di non correre l’alea di passare nel campo nemico e quindi farsi sostituire da altro organismo equivalente.

Come avrebbe potuto l’SPD giustificare di fronte agli operai inquadrati nella sua organizzazione di partito il rifiuto ad aderire al piano e all’azione rivendicativa promossa dal fronte unico dei Sindacati e dei Consigli di fabbrica e dei Comitati di controllo? Non le sarebbe rimasta altra strada che quella di dichiarare guerra aperta a tutta la classe operaia organizzata nel fronte unico, nell’unità dell’azione rivendicativa, facilitando il chiarimento di posizioni nel campo operaio, abbandonando le finzioni diplomatiche, accreditando, suo malgrado, con questo atteggiamento ostile agli interessi immediati ed elementari delle masse, presso il proletariato la politica rivoluzionaria del KPD.

Episodi di adesione e simpatia al KPD non mancarono da parte di gruppi operai più sensibili agli interessi proletari, ma non costituirono né una forza tale da spostare il rapporto di forze a favore della rivoluzione né il risultato di un piano tattico cosciente e preordinato su basi realistiche di classe. Il KPD e con esso e per esso l’Esecutivo di Mosca non afferrarono il significato profondo e illuminante dei fatti, tant’è che non abbandonarono né l’erronea tattica di fronte unico politico né quella conseguente e deteriore del «governo operaio».

Il fascismo è più vivo che mai

Tutte le sfumature democratiche, nei «gloriosi» anni della resistenza, ripeterono fino alla nausea ad un proletariato prostrato dalla politica forcaiola di Baffone e C. che una volta loretizzato l’unico Rompiscatole non si sarebbe più parlato non solo di legnate, ma nemmeno di sgarbi e parolacce. L’alto onore di codificare questa idilliaca società fu demandato alla democratica Costituzione. Ora, dopo 30 anni, sono quegli stessi democratici che, ossessionati da golpe e trame nere, lanciano il grido di allarme (in senso figurato, si capisce!) contro il risorgere del mostro nero. Mostro nero che, guarda caso anche loro, a boccatorta, devono ammettere non è mai morto.

Nei primi giorni di dicembre i quotidiani di ogni bottega hanno deliziato e fatto partecipi noi poveri fessi, della «scoperta» fatta da 2 giornalisti… democratici (ti pareva!); il ministro Scelba, l’affossatore del fascismo, nel ’49 avrebbe creato un corpo speciale di polizia segreta anticomunista mettendo ai posti di comando degli ex agenti dell’Ovra. E che doveva metterci? La conferma di tanta «ignominia» viene niente popò di meno (cioè tanta di più) dal governo americano, il quale, inutile dirlo, dette il suo pieno appoggio. Chi avrebbe mai detto che questa giovane democrazia che, a fianco della gloriosa armata di don Giuseppe Stalin, tanto sangue versò per debellare definitivamente, dall’orbe terracqueo, la nera dittatura, sarebbe di lì a poco così degenerata? Nemmeno la lungimiranza del miope Togliatti era giunta a tanto!

Noi, nel 1945, dicemmo che il fascismo, sconfitto sul campo di battaglia, come metodo di conduzione politica ed economica, fu il vero vincitore. Ci sciupammo sopra anche una citazione latina: «Graecia capta ferum victorem cepit».

Se Scelba mise a capo del suo corpo speciale dei fascisti, o se, come lui afferma, ne arruolò soltanto uno, tra l’altro assolto dagli epuratori Scoccimarro e Nenni, a noi non interessa; possiamo solo dargli atto di aver ben servito il suo padrone il Capitale.

La Nazione, giornale anch’esso democratico, nota che «analoga scoperta i 2 autori avrebbero fatto per la Francia, essendo allora ministro dell’interno il socialista Jules Moch partigiano e padre di un partigiano ucciso dai nazisti!» E, anche peggio, aggiungiamo noi, fu fatto nel 1921 dal «socialista» e democratico Bonomi che organizzò e stipendiò le sgangherate squadracce fasciste.

Eccoci al dunque cari demo-progressisti! Se è vero quello che il vecchio Marx scrisse nel Manifesto (l’avete letto?), e cioè che il mondo è diviso in classi sempre in lotta fra loro, a niente valgono i piagnucolamenti moralistici sulla costruzione di un corpo di polizia dichiaratamente anticomunista o sui suoi aderenti. È nella logica del potere borghese, sotto qualsiasi bandiera o con qualsiasi forma di governo si rivesta (nera o rossa), quella di reprimere e (una volta tanto per far contento il PCI) prevenire ogni tentativo di assalto al cielo da parte del suo storico becchino, il proletariato.

Non vale, non è sufficiente avere al proprio servizio i partiti traditori della classe operaia, anche se ciò gioca un ruolo di primo piano; il capitalismo sa quanto noi comunisti che le masse lavoratrici sono frenate o messe in movimento dalle vili esigenze materiali; e sa bene quanto noi che quando parla di comunismo non parla del pastore Berlinguer, ma dello spettro che lo fa sobbalzare nel sonno: la Rivoluzione Sociale.

Se, da un lato, questo atteggiamento dello Stato può suonare come mancanza di fiducia al servitorame nazional-comunista, dall’altro è uno sgravio di incombenze come premio di fedeltà.

Lenin ci insegna che vi sono due sole vie: «O la dittatura dei proprietari fondiari e dei capitalisti o la dittatura della classe operaia. Non vi è via di mezzo. Sognano vanamente una via di mezzo i figli di papà, gli intellettuali, i piccoli signori che hanno studiato male su cattivi libri. In nessuna parte del mondo non vi è, né può esservi via di mezzo. O dittatura della borghesia o dittatura del proletariato». Sentito che manna? Noi fedeli e pedissequi discepoli, quando la borghesia getta la maschera (e l’ha gettata una volta per tutte nel 1922) e dal confetto democratico passa al bastone di classe, anche se ci rammarichiamo di non essere stati noi i primi a rompere il patto sociale ed a sferrare il colpo, ne traiamo la semplice conclusione che l’unico mezzo per l’emancipazione del proletariato è lo scontro frontale, lo schiacciamento fisico del nemico di classe. Questo perché eruditi dalle mille sconfitte della classe operaia, sappiamo che non può esistere legalità e coesistenza pacifica tra due classi storicamente nemiche e che il giudice che emetterà la sentenza ha un solo nome: la Forza.

I proletari mai sentiranno enunciare queste verità dal partitaccio stalinista né tanto meno dai suoi figli scavezzacollo perché hanno fatto mercato di tutti i principii, «hanno anche essi barato e speculato sullo slogan imbecille della lotta per la libertà ‘tout court’ ed oggi è la proverbiale biscia che morde il ciarlatano» (Battaglia Comunista n. 10-1949).

Per i marxisti rivoluzionari il principale successo del fascismo non fu quello di aver preso il potere e di averlo conservato per 20 anni spezzando le organizzazioni rosse che non furono capaci di raccogliere la sfida sullo stesso terreno (questo successo assieme al tradimento dei riformisti ed «ultra-rivoluzionari» porta la data dell’agosto 1922 e non dell’Ottobre, come credono i fessi); il successo del fascismo fu un altro. Fu, ed è ancora, il rinculo del movimento operaio su posizioni collaborazioniste ed interclassiste, la richiesta di libertà per tutti e il rispetto di tutte le «idee».

In pieno fascismo tracciavamo la tattica da adottare, come si direbbe ora, nelle varie realtà sociali: «Qualunque aspetto assuma nel suo evolversi e contro evolversi l’organizzazione politica borghese, essa non deporrà mai la sua funzione di impedire l’avanzata proletaria verso il comunismo. Molteplici potranno essere i suoi accorgimenti e le sue manovre, audaci le sue pieghevolezze fino a consegnare i poteri ai MacDonald e ai Vandervelde, crudamente ostentate le sue aperte brame di tirannide nelle dittature a tipo fascista; ugualmente inevitabile resta lo sbocco del conflitto… Il proletariato deve essere preparato a non temere, né disperare, della riscossa, nei momenti e nei paesi in cui la borghesia sfodera il suo atteggiamento più brutale e gli viene incontro alla più spietata offensiva; come a non dimenticare quando la borghesia stessa si ammanti, per coprire i momenti difficili della difensiva, dei paludamenti di generosità liberale, che questo renderà ugualmente necessario l’impiego senza riserve del solo argomento comprensibile per la canaglia capitalista: La forza materiale» (L’Unità 29-3-1924).

Solo quei comunisti che non sono mai andati ad attingere dottrina nella melma del campo nemico, che considerano la libertà borghese e la oppressione borghese come la medesima cosa in ogni situazione, solo loro, oggi e sempre, avranno il diritto di sputare in faccia sia alla fasulla libertà democratica, sia agli opportunisti loro complici-accusatori, attaccati come sono alla costituzione «questa astratta bagattella italica, il pezzo di carta».

Il fantasma di Malthus

Non passa giorno che, nel clima di sfacelo della società borghese, la classe dominante ben assecondata dai suoi lacché opportunisti non organizzi incontri, simposi e assise internazionali nelle quali penosamente riafferma la sua pretesa di salvare l’umanità dal pericolo di ecatombe ecologica o dalla minaccia della sovrappopolazione del globo terrestre. Abbiamo a suo tempo commentato le stomachevoli conclusioni della conferenza mondiale di Bucarest dove si è assistito a strani (ma non tanto) connubi tra ipotesi solo apparentemente contrastanti: il Vaticano ha riconosciuto la ragionevolezza delle tesi cinesi e in qualche punto sovietiche in polemica con le preposte malthusiane e «consumistiche» degli occidentali, USA in testa.

Le elaborazioni ideologiche borghesi in rapporto alla questione risorse-popolazione evoca costantemente il fantasma di Malthus e la sua proposizione enunciata agli albori della borghesia industriale inglese, secondo la quale mentre le risorse crescono in ragione aritmetica la popolazione cresce in ragione geometrica. Non ci attarderemo in citazioni tratte da Marx ed Engels per dimostrare che questi presupposti non sono altro che categorie astratte funzionali alla difesa del modo di produzione capitalistico, altro non essendo le risorse e la popolazione che categorie abilmente elaborate per trascurare le contraddizioni di classe, l’analisi delle quali soltanto permette la loro demistificazione.

Il fatto è che nel 1975, nel colmo della crisi del capitale, non solo papa, vescovi e preti sono mobilitati alla moralistica predica di continenza e di repressione per i soliti proletari, ma anche una caterva di progressisti, illuminati o meno, di opportunisti terrorizzati dall’invadenza dei nuovi nati sempre più minacciosi seppur ancora incoscienti e poppanti, dove è possibile. Mano a mano che il capitalismo vede ergersi i suoi prodotti contro se stesso, trovando nel suo stesso sviluppo disordinato e anarchico il suo limite, anche il capitale variabile, la massa dei salariati, sul sangue dei quali si è ingigantito e accumulato, nel processo di mercificazione generale si erge come un ostacolo insormontabile e tutto peculiare perché, se in una certa misura gli oggetti inanimati possono essere distrutti in varie forme, la stessa cosa non può accadere pacificamente per la merce-lavoro, che ha appunto la particolarità di esser viva, capace di opporre resistenza e di proporsi come becchino degli sfruttatori.

In ultima istanza sta qui il nodo della società borghese: come superare la crisi senza che il rapporto vivente, sociale e storico, capitale/salario non venga abolito con la violenza, e cioè definitivamente. Sappiamo dall’esperienza di due carneficine mondiali che lo strumento risolutore di questo nodo gordiano è la spada, e cioè la guerra imperialistica; il suo unico e possibile antidoto è la guerra di classe, la guerra civile. Ma la borghesia e i suoi servitori non possono, se non in determinate condizioni, gridare in faccia e brutalmente tale verità al proletariato e così, mentre aguzza metodicamente il palo nelle sue varie scuole di guerra, dalla caserma «del popolo» ai corpi speciali segreti, innalza una cortina fumogena di lamenti schierando davanti alla bocca del cannone l’esercito interminabile dei suoi parassiti, intellettuali specializzati nelle più sofisticate scienze della manipolazione e della menzogna. E non c’è dubbio che i più stomachevoli sono ecologi e demografi, gli uni tutti protesi a sviare la classe operaia dal suo naturale terreno di battaglia tirando in ballo le sorti della «natura», gli altri a sbandierare meschini rimedi per limitare il consumo di ricchezza, come sempre a senso unico.

Sguaiatamente ci si illude di opporre alla storica e massiccia pressione del capitale sul salariato, che sta determinando le condizioni per una ripresa, di dimensioni impressionanti, della lotta di classe, la fatidica pillola, il confettino capace, secondo loro, di frenare la nascita di nuove bocche da sfamare e foriere di sempre più pericolose convulsioni sociali. Ora noi, è bene chiarirlo, non ci opponiamo alla indorata pillola per motivi di ordine astrattamente morale, né ci teniamo rigorosamente estranei alle manovre di referendum sull’aborto per un’ubbia di purismo, ma perché con questo atteggiamento intendiamo delimitarci nettamente da tutta quella interminabile e penosissima canea di piccolo-borghesi, intruppati in partiti e gruppetti dal facile verso rivoluzionario che in nome di «riforme contingenti» e del «dobbiamo pure fare qualcosa» permettono che passi senza colpo ferire la nefanda politica borghese di mistificazione e di impedimento al dislocarsi delle classi antagoniste sul terreno della guerra aperta e risolutrice.

Che «pillole» tipo divorzio e aborto non sono altro che palliativi insulsi nei confronti di una guerra sociale delle dimensioni planetarie è dimostrato dall’uso inevitabilmente ed esclusivamente borghese di queste «riforme».

Il proletario cacciato sul lastrico dalla disoccupazione di massa non può permettersi il lusso di aiutare la moglie ad abortire né con le 600.000 lire al colpo attuali quando non è in grado neppure di sfamarla, né con ipotetiche strutture sanitarie «adeguate», dal momento che la tanto strombazzata politica di riconversione della produzione o il nuovo modello di sviluppo non sono altro che un diversivo alla tragica realtà della cacciata dal posto di lavoro.

Abbiamo recentemente ribadito che siamo contro la politica delle riforme per la lapalissiana contestazione che la borghesia e l’opportunismo hanno da tempo consumato la loro possibilità di riformismo. Il riformismo è morto nel 1922 quando si è storicamente dimostrato che solo un regime forcaiolo e totalitario come quello fascista fu in grado di assumere nel suo programma il riformismo dei massimalisti e dei socialdemocratici.

È così che noi abbiamo il compito inderogabile di liberare, per quanto ci concerne, la testa degli operai e dei proletari dall’oppio seminato a piene mani non solo dalla tradizionale e sempre più impotente religione, ma dalle forme ben più sofisticate di cui i preti laici si dimostrano abili dispensieri.

Com’è possibile immaginare una politica di pianificazione delle nascite indipendentemente da un giudizio complessivo sull’attuale stato delle forze produttive e dei rapporti sociali di produzione, quando pianificazione nei programmi del capitale non può più significare che repressione delle più elementari esigenze di vita del proletariato?

Non riconosciamo alcuna capacità alla borghesia e all’opportunismo di saper «affrontare» piani di governo e di dominio delle contraddizioni sociali da oltre un secolo, come potremmo illuderci e illudere di essere in grado di garantire un «lusso» del tipo aborto garantito?

A questo punto è inutile che i più sofisticati citino, stralciando dal contesto, il pensiero di Lenin o la politica dei bolscevichi dopo la presa del potere! Effettivamente, nonostante che si trattasse di gettare le basi del socialismo «edificando il capitalismo» in Russia, non dimentichiamo che il partito comunista aveva saldamente il potere nelle proprie mani, e poteva intervenire dispoticamente a mettere il po’ d’ordine possibile nella desolata realtà di quel paese.

Neghiamo dunque decisamente le pietose giaculatorie e i facili isterismi radicaloidi oltreché la frase rivoluzionaria ad effetto tesi a conquistare la fiducia dei proletari e delle proletarie: solo la difesa reale, quotidiana, delle condizioni di vita dei proletari può permettere si imponga l’obiettivo dell’abolizione del capitalismo e del suo sfruttamento.

Questa è la nostra «teologia» integrista, contro le facili divulgazioni economiche e democratiche.

L’esperienza ci dice una sola certezza: le riforme sono morte, anche quelle che «non costano», costano troppo alla borghesia, figuriamoci cosa interessano al proletario!

A prova della nostra coerenza dottrinaria e di comportamento pratico su una questione che a tutti i costi ci si sforza di dimostrare e presentare come «attuale» – e soltanto attuale – come quella dell’aborto, riproduciamo dei passi dal nostro opuscolo su razza e nazione (Riproduzione della specie ed economia produttiva, inseparabili aspetti della base materiale del processo storico): «Il materialismo storico perde ogni senso, ove si consenta che come fattore estraneo al campo dell’economia sociale si introduca quello del preteso carattere individuale dell’appetito sessuale, che genererebbe derivazioni e costruzioni di origine extra-economica fino alle più evanescenti e spirituali». Pensate un momento agli isterismi femministi che predicano l’«autogestione» del proprio corpo. Non parliamo poi del «libero arbitrio» cattolicante che affermato nel dogma non riesce neanche per un momento a trovare verifica nella pratica, se non a costo di assoluzioni in confessionale e prediche alla padre Zapata!

«È chiaro che fideisti ed idealisti, istituendo nella spiegazione della natura gerarchie di valori, tendono a sollevare i problemi del sesso e dell’amore in una sfera e in un grado che di molto sovrasta quello dell’economia, volgarmente intesa come campo della soddisfazione dei bisogni alimentari e affini. Se l’elemento che solleva e discrimina la specie ‘homo sapiens’ dalle altre animali davvero venisse non dal fisico effetto di una lunga evoluzione in un complesso ambiente di fattori materiali, ma scendesse dall’immissione di una particola di uno spirito cosmico non riducibile alla materia, sarebbe chiaro che nella riproduzione di un essere da un altro, di un cervello pensante da un altro, deve occorrere un rapporto più nobile che il semplice riempimento quotidiano dello stomaco. Se anche senza dipingere questo spirito-persona immateriale, si ammette che comunque nella dinamica dell’umano pensiero sia insita una virtù e una potenza che preesiste o extra-esiste alla materia, resta anche evidente che si deve sollevare in un campo più arcano il meccanismo che surroga l’io generante all’io generato con le stesse ineccepibili facoltà, ipoteticamente premesse ad ogni contatto con la natura fisica e ad ogni cognizione. È al materialista dialettico che è imperdonabile supporre che la sottostruttura economica nelle forze e nelle leggi della quale si cerca la spiegazione della storia politica dell’umanità, comprenda solo la produzione e il consumo della più o meno vasta gamma di beni occorrenti a tenere in vita l’individuo; che a tale campo si limitino i rapporti materiali fra individui, e che dal gioco delle forze che legano queste innumerevoli molecole isolate si compongono le norme, leggi e regole del fatto sociale; mentre tutta una serie di soddisfazioni della vita restano fuori di questa costruzione; e sono per molti dilettanti quelle che vanno dal sex-appeal fino ai godimenti estetici e intellettuali. Tale accezione del marxismo è spaventosamente falsa, è il peggiore degli antimarxismi in circolazione, ed oltre al ricadere implicito ma inesorabile nell’idealismo borghese, piomba non meno crassamente in pieno individualismo, altro non meno essenziale carattere del pensiero reazionario; e ciò tanto se sia posto in prima linea e come grandezza base l’individuo biologico, che quello psichico».

Non esistendo dunque spazio di «democratico confronto» con le ormai reazionarissime pretese radicali e individualiste non vediamo come sia possibile giocare con escamotage referendari capaci di mettere in moto tutti i «rivoluzionarismi» impliciti o espliciti che coverebbero nel «popolo».

La via dell’emancipazione dei proletari, compresa quella della compressione che il sistema capitalistico esercita sulla loro vita riproduttiva e sessuale non passa attraverso individualistiche libertà di «amare» e di «abortire», ma attraverso la più dura classista e disciplinata organizzazione della lotta per l’abolizione di un modo di produzione, di consumo e di vita che non è ormai in grado di garantire né di pianificare la vita.

Nel frattempo è illusorio e falso «fare qualcosa», perché la «rivoluzione» non è roba di un giorno; proprio in quanto le pretese riforme non fanno altro che aggravare le condizioni sia produttive che riproduttive del salariato, esse sono parte integrante del «piano» borghese di difesa ad oltranza di un equilibrio che fa acqua da tutte le parti, che sacrifica giornalmente sia la vita immediata che quella futura. Nessuna concessione dunque alla riesumazione grottesca e macabra di interventi sulla vita sociale che vorrebbe regolarsi sull’ubbie piccolo-borghesi negatrici della verità obiettiva della specie umana in nome di illusori godimenti che non toccano né interessano affatto la classe operaia.