Per la difesa intransigente del salario e del lavoro, contro i padroni, lo Stato borghese e i loro servitori sindacali e politici, risorga una opposizione sindacale di classe
PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!
A trent’anni dalla fine del secondo massacro mondiale, dalla caduta dei regimi fascisti, dal ripristino delle mascherature democratiche, nulla è cambiato per la classe operaia. Ritorna lo spettro della disoccupazione di massa, i salari vengono falcidiati, le «conquiste» economiche svaniscono, una più profonda e vasta crisi mondiale si sta profilando, e i grandi mostri statali pensano già ad una terza guerra universale, nel supremo tentativo di sopravvivere. Il capitalismo è costretto a potenziare i vecchi e tradizionali sistemi di violenza sociale per difendere i suoi privilegi, diffondendo miseria, fame e morte tra le masse dei lavoratori.
In questi termini ha preso avvio in tutti i paesi l’offensiva capitalistica contro la classe operaia. Ma questa offensiva, se è l’unico strumento del capitalismo internazionale per la sua sopravvivenza, è resa possibile dal rifiuto dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali a mobilitare il colossale esercito proletario in un’azione di difesa globale degli interessi dei lavoratori, svolgentesi nel senso di una vittoriosa controffensiva di classe.
In tal modo, partiti e sindacati, un tempo organi della Rivoluzione sociale e del «riscatto del lavoro», sono passati al servizio del padronato, dello Stato, del nemico di classe, dietro la formula fascista della «difesa dell’economia nazionale».
Se i lavoratori non ritorneranno alla lotta senza quartiere per fronteggiare i disperati attacchi della borghesia, il capitalismo riuscirà, ancora una volta, a superare la crisi presente, facendone gravare tutto il peso sulle spalle dei lavoratori.
L’inganno democratico, il trucco delle promesse, le manovre di gonfiare concessioni insignificanti, l’offa di rinsecchite briciole, in cambio della più completa fedeltà degli operai alla Repubblica borghese, per impantanarli nelle sabbie mobili della difesa della democrazia, della pace sociale, dello Stato, per dissuaderli dall’intraprendere la strada dura ma sicura della lotta senza quartiere, senza esclusione di colpi, organizzata e diretta da autentici organi di classe: ecco la manovra del blocco dei partiti borghesi, sostenuti dall’opportunismo traditore.
In questo senso giocano la cassa integrazione, l’indennità di disoccupazione, il «salario garantito», i referendum passati e futuri, il voto ai diciottenni, e mille espedienti ancora: addormentare i vostri sani istinti di ribellione ad un regime così perfido, per stroncarli nel momento decisivo, quando sarà palese anche ai ciechi che la salvezza dei lavoratori dipenderà soltanto dalle armi che avranno saputo forgiarsi prima dello scontro frontale con le armate bianche e nere della borghesia.
PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Se i padroni e lo Stato vogliono «ristrutturare» le aziende, riorganizzare la produzione, «riformare» la loro economia, lo facciano se ci riusciranno, ma va impedito energicamente, con ogni mezzo, contro padroni e Stato, che siano i lavoratori a pagarne il costo. Un sindacato, che vuol esclusivamente difendere gli interessi operai, non può concedere delle tregue al capitalismo, addomesticare le rivendicazioni elementari dei salariati, tentare al tempo stesso di salvare l’economia delle aziende e quella degli operai: o si sta da una parte o si sta dall’altra.
Oggi, mentre le classi padronali brutalmente dichiarano che i loro affari si possono salvare soltanto riducendo i salari dei lavoratori, comprimendo le condizioni di lavoro e di vita delle grandi masse lavoratrici, è necessità assoluta della classe operaia quella di battersi «senza riserve», per la difesa integrale, assoluta del salario e delle condizioni tutte del proletariato. Chi si rifiuta di operare in questa direzione è un nemico dei lavoratori. È altresì tragico il cullarsi nell’illusione, a bella posta diffusa dalle furfanterie della propaganda ufficiale, che nuovi governi, di «sinistra», popolari, radicali, possano ributtare indietro disoccupazione, inflazione e crisi. Se i partiti credessero veramente a ciò che promettono e propagandano, dovrebbero chiamare il proletariato ad anticipare con la lotta di classe la realizzazione di questi obiettivi, perché è solo con la lotta classista, e non con la pace sociale, che si pongono le premesse per il raggiungimento di tali risultati. Al contrario, è prassi quotidiana la denuncia, da parte dei falsi partiti operai e delle Centrali sindacali affittate allo Stato, di «corporativismo» e di «frazionismo» rivolte ai molteplici tentativi di crescenti gruppi di lavoratori di difendere il salario, il posto di lavoro, il pane, la loro vita di salariati, con la lotta diretta, fino al sabotaggio dell’economia aziendale, contravvenendo apertamente alle direttive pacifiste dei bonzi sindacali. Il padronato, privato o statale, si piega solo con la forza organizzata dei lavoratori, impiegata contro gli interessi delle classi che detengono il potere.
È anche tragico errore ritenere che una serie di atti eroici possa colmare l’assenza di direzione classista delle organizzazioni operaie; ovvero possa essere surrogata tale deficienza da un accordo, patto, blocco di partiti o gruppi che si definiscono «sinistri». Nell’ora presente, in cui la gran parte del proletariato è alla mercé della politica traditrice dell’opportunismo, e solo una infima minoranza si dichiara più o meno chiaramente e apertamente contraria a questa politica, è dovere di questi lavoratori, quale che sia la loro affiliazione politica o sindacale, di stringere le loro forze in una OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE sulla base della più elementare rivendicazione, comune a tutti i lavoratori, della difesa, con tutti i mezzi nessuno escluso, del salario integrale agli operai, occupati e disoccupati e pensionati, per mezzo della lotta di classe.
PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Per bloccare la tracotanza delle classi padronali e del loro Stato, per passare poi alla totale e irreversibile distruzione dei loro interessi, rovesciando sulle loro teste quella stessa violenza che, più o meno occultamente è intessuta dalle trame legali ed illegali della borghesia, occorre l’affasciamento delle vostre mani in un solo pugno rivoluzionario diretto dal Partito Comunista Rivoluzionario. In questa situazione in cui tutto appare sfumato ed ogni sforzo viene fatto per spezzare i reali contorni delle classi, sì che appaia difficile per l’operaio riconoscere il suo nemico e il servo del suo nemico, vi diciamo che, vi piaccia o no, non avete scelta: o ritornare sul fronte del combattimento di classe, o soccombere; o guardare a viso aperto i nemici dei lavoratori e sfidarli allo scontro, o restare disarmati e invischiati nelle trappole del legalitarismo democratico borghese e opportunista alla mercé dei colpi risolutori della reazione statal-fascista.
Per risolvere a vostro favore questa alternativa storica la prima condizione è quella di non subire passivamente i colpi che vengano portati al salario e al posto di lavoro, alla vostra vita, ma di reagire risolutamente, con tutti i mezzi, respingendo quanti vi suggeriscono la calma, il confronto «civile», democratico, legalitario, la difesa dell’economia, della nazione, della civiltà, le alleanze con mezze classi ruffiane.
IL SALARIO NON SI TOCCA! Sia questa la parola d’ordine per tutti i lavoratori.
Risorga una OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE per contrastare e vincere la politica collaborazionista delle centrali sindacali, premessa al risorgere di SINDACATI ROSSI, organi del proletariato combattente per l’emancipazione dei lavoratori, per il comunismo.
1º Maggio 1975
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)
Nova socialdemocrazia
A confermare ancora una volta la natura non rivoluzionaria e non comunista del PCI e quindi la sua volontà decisa di difensore dell’ordine costituito borghese, – in quanto non è possibile stare tra reazione e rivoluzione – è venuta puntuale e infame la «Dichiarazione Berlinguer», apparsa su l’Unità di domenica 20 aprile, a puntualizzare la posizione del partitaccio sui tragici fatti di Milano, dove un giovane è stato ucciso dai fascisti ed un altro dai carabinieri, e di Firenze dove un operaio è stato ucciso dalla Polizia. Nella «Dichiarazione» sono solennemente confermate le posizioni controrivoluzionarie del PCI, espresse in tre punti precisi:
1 – «Gli organi dello Stato vanno energicamente richiamati al loro dovere di mettere subito squadristi e terroristi nell’impossibilità di nuocere»; 2 – «vanno condannate e decisamente evitate, isolandone i promotori, le azioni che in qualsiasi forma – ritorsioni violente, assalti a sedi politiche e a locali pubblici e privati, aggressioni alle persone, ricorso alle armi – contribuiscono a una spirale di provocazioni e di disordini»; 3 – «La mobilitazione di tutte le forze democratiche, al di là delle divergenze su ogni altra questione, deve riportare la lotta politica sul terreno del civile confronto. In questo senso i comunisti fanno appello – nell’interesse della causa antifascista – alla distensione degli animi e alla vigilanza».
Sembra di rivivere il clima sudicio del «patto di pacificazione» lanciato nel 1922 dal PSI, l’allora partitaccio tipo PCI odierno. Anche allora si respingeva la violenza, il terrore in nome del «confronto civile» con cui si dovevano dirimere le questioni politiche e del potere, e si accusava il rivoluzionario Partito Comunista d’Italia di «provocazione». Anche allora si «esigeva» dagli organi dello Stato borghese di tutelare il «libero» e «civile» svolgimento della «lotta politica», di arrestare i «facinorosi», di colpire i «trasgressori» della legalità democratica. I fatti, come tutti dovrebbero sapere e ricordare, ammoniscono che ci fu sostanziale convergenza tra le forze dello Stato democratico e le squadracce fasciste, cosicché, ad ogni scontro, sul selciato rimanevano i lavoratori, in galera andavano gli operai, e i fascisti venivano sistematicamente scagionati, dopo essere stati spalleggiati più o meno apertamente dalla polizia statale, o al massimo venivano temporaneamente fermati per sottrarli alla punizione degli operai delle squadre rosse, per essere subito dopo rilasciati.
La collusione tra Stato e bande fasciste spezzò la resistenza operaia e aprì la strada al ventennio mussoliniano. Il disarmo politico, organizzativo, tattico e morale degli operai da parte del socialdemocratismo e delle direzioni riformiste dei sindacati operai favorì in maniera determinante la reazione statale e fascista, distruggendo il faticoso e continuo lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito Comunista d’Italia. Questa «tattica» controrivoluzionaria si ripete, con la variante che al posto del PSI c’è il PCI, che invece di avere una direzione riformista dei sindacati si ha una direzione tricolore delle organizzazioni dei lavoratori, anziché un forte Partito Comunista Rivoluzionario si ha un debole partito e le masse operaie sono oggi ferme.
Che cosa sia il «dovere» dello Stato, vediamolo nei fatti, e non nelle pie intenzioni. Constatiamo in questi fatti il comportamento «doveroso» dello Stato, cioè dell’esercito, della polizia, della magistratura. In tutte le organizzazioni fasciste sinora venute alla luce, come la «Rosa dei venti», la «Fenice», «Ordine Nuovo», «Ordine Nero», ecc. sono stati implicati alti ufficiali delle forze armate, della polizia, dei carabinieri e persino dei servizi di sicurezza; tutti i processi a carico di esponenti fascisti sono stati insabbiati o resi impossibili da manovre di «competenza» territoriale ed anche dalla materiale distruzione di «prove»; le grandi aziende hanno distolto i loro «fondi neri» per non bene identificate operazioni di sostegno politico; lo Stato ha disposto per legge il finanziamento ai partiti, quindi anche al MSI, che si vorrebbe fuori legge! Questo è il pratico e vero «dovere» degli «organi dello Stato». Tutti coloro che hanno voglia di sapere, sono a conoscenza che nelle Questure, nelle Prefetture, nei Comandi territoriali delle forze armate dello Stato, nelle palestre ginniche, negli aeroclub, si propaganda apertamente l’uso della violenza organizzata, si imbottiscono i crani di antioperaismo e anticomunismo. Ebbene, dinanzi a questa situazione di sempre più estesa organizzazione militare, palese o nascosta, delle forze della reazione capitalistica, che si prepara da decenni e non da ieri, i grandi partiti «operai» e le grandi centrali sindacali italiani, forti di molti milioni di aderenti, sanno solo indignarsi, protestare, «condannare», proporre referendum allo Stato borghese perché metta fuori legge un partito borghese! Mentre fuori dalle sacrestie dei partiti democratici si trama, si complotta, si organizza per schiacciare la classe operaia, per prevenirne la difesa, per impedirle di stringere le fila, i grandi duci del movimento operaio escogitano «petizioni» per un «civile confronto» lanciano appelli per la «distensione degli animi», «al di là delle divergenze».
Quando l’incipiente crisi economica nel mondo, che sta sconvolgendo tutti i paesi, nessuno escluso, sta già colpendo il proletariato con riduzioni salariali, chiusura d’aziende, disoccupazione; quando le «radici reali», le cause profonde dello scontro sociale stanno venendo con prepotenza in superficie e la violenza di una società putrefatta s’intensifica ogni giorno contro le condizioni economiche, materiali, fisiche del proletariato, per perpetuarne lo sfruttamento; queste organizzazioni che si spacciano per comuniste, socialiste, operaie, si affrettano a lanciare appelli di collaborazione con lo Stato, supremo centro organizzatore e stimolatore della violenza delle classi possidenti, con i partiti borghesi per eccellenza, custodi dell’intelligenza storica della borghesia.
C’è un solo modo, appreso dalla esperienza della lotta di classe, per evitare che le «provocazioni», le «ritorsioni violente», le «aggressioni» si rivoltino contro la classe operaia: preparare, organizzare, dirigere rivoluzionariamente le forze del proletariato con un indirizzo unitario, che parta dalla difesa assoluta, intransigente, con ogni mezzo, legale ed illegale, pacifico e violento, del salario, del posto di lavoro, della vita stessa degli operai, sino alla ricostruzione delle organizzazioni rosse dei lavoratori.
Questo, il PCI, PSI e soci, le Centrali dei grandi sindacati non vogliono né possono volere e perseguire, perché sulle loro bandiere sta scritto: difesa dell’«economia nazionale», che è il terreno sul quale le classi borghesi coltivano il loro privilegio e affamano le classi lavoratrici; difesa dello Stato democratico repubblicano, che è lo strumento violento e repressivo della borghesia per difendere questo privilegio contro il proletariato. Siccome è inevitabile che i lavoratori si debbano difendere dall’offensiva capitalistica con tutte le armi, anche quelle apertamente violente, cozzando così contro le indicazioni degli attuali partiti e sindacati ufficiali, sarà ineluttabile che questi partiti in nome della «pace sociale», del «confronto civile», della «democrazia» si schiereranno dalla parte dello Stato repressivo e ne benediranno le armi che sparano contro le folle operaie.
Che gli assassinati dal piombo statal-fascista, di ieri e di oggi, siano per i lavoratori un monito ad abbandonare per sempre i riti ruffiani della democrazia e gli organismi che li celebrano, un monito ad impiegare le loro energie, il loro entusiasmo, la loro intelligenza nella difesa rivoluzionaria dei loro interessi, affinché sia sepolta per sempre questa società infame, e scrivano sulle loro rosse bandiere: Morte al capitalismo, democratico o fascista che sia, e ai suoi lacché!
«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.1
«Il partito comunista è quindi un organismo i cui elementi tendono verso una unica direzione, ma essi non si isolano in questo loro atteggiamento: essi si preoccupano di raggiungere la più grande influenza possibile sulle grandi masse proletarie. Ma nello stesso tempo il partito comunista deve guardarsi dal pericolo di spezzare la sua unità lasciandosi soggiogare dalla illusoria speranza di ottenere miracolosamente e per vie devianti quella fondamentale maggiore influenza…» (Relazione sulla tattica al II congresso del P.C.d’Italia – Roma 1922)
«Il partito comunista sarà lo stato maggiore della rivoluzione se saprà raccogliere intorno a sé l’esercito proletario condotto dagli sviluppi reali della situazione ad una lotta generale contro il regime presente».
(La tattica dell’Internazionale Comunista – Ordine Nuovo 1922)
«Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette bell’e pronte. Per far ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica…».
(Tesi caratteristiche del partito 1952).
I comunisti non sono sostenitori della inflessibilità dottrinaria e politica per ragioni di purezza estetica. Il loro dogmatismo nel campo della difesa della teoria e dei principi, la loro accanita difesa delle basi teoriche e programmatiche del partito contro ogni tentativo di deformazione o di «aggiornamento» non deriva da mania di purezza come miriadi di opportunisti vorrebbero far credere, ma dalla necessità della lotta di classe rivoluzionaria che esige da una parte «maturità dei fatti», cioè spinta del proletariato a muoversi sul terreno della lotta e dall’altra la presenza di un organismo di combattimento, il partito appunto, che deve possedere una teoria ed un indirizzo politico inflessibili.
La teoria del partito non è infatti costituita da un insieme di idee astratte ma è la capacità di lettura e di valutazione dell’esperienza storica delle lotte proletarie. È esperienza storica condensata. I principi del partito non sono elementi «ideali», ma il risultato di questa esperienza storica. Il programma del partito deriva dalla coerente valutazione di questa materiale esperienza della lotta di classe. Si tratta di un bagaglio di armi che sono indispensabili alla conduzione della lotta rivoluzionaria come è indispensabile ad essa il moto delle masse proletarie e l’influenzamento di esso da parte del partito.
COMUNISMO ED OPPORTUNISMO
Quest’arma materiale della lotta, costituita dalla teoria, dai principi, dal programma del partito, i comunisti la difendono e la affilano costantemente opponendosi a qualsiasi tentativo di deformarla magari sotto il pretesto di «arricchirla». E questa attitudine rigida, dogmatica, settaria nel campo dei principi contraddistingue oggi come ieri il partito comunista da tutti gli altri raggruppamenti che si dicono marxisti, comunisti e rivoluzionari ma che sono pronti ad ogni passo a sacrificare la loro fisionomia teorica e programmatica (se mai ne hanno avuta una) sull’altare dell’espediente tattico, del successo immediato. Marx e Lenin non temettero, come non lo temiamo noi oggi, di passare per dogmatici e negatori di qualsiasi «libertà di critica» e fu questo il coefficiente primo della vittoria rivoluzionaria in Russia.
Questi due opposti atteggiamenti sono sufficienti a distinguere nel campo politico la coerente visione comunista dagli indirizzi opportunisti anche quando questi sono mascherati, come avviene oggi con gli innumerevoli gruppuscoli extraparlamentari, da rivoluzionari. È tipica posizione opportunistica infatti l’adesione puramente formale ed ideale alla teoria ed ai principi (tutti oggi si proclamano marxisti ed ancor di più leninisti) unita alla affermazione che però i principi vanno «adattati» alla realtà pratica e che perciò l’azione pratica può essere contraria ai principi stessi purché ci permetta qualche successo. In questo modo i principi e la dottrina del partito divengono una specie di paravento ideale a cui tutti dichiarano di aderire ed ai quali magari ci si genuflette nelle conferenze e negli studi sulle riviste teoriche: la pratica, però è altra cosa e per «riuscire ad incidere» nella realtà è necessario non essere «troppo attaccati» ai principi stessi. Per i comunisti i fattori della vittoria rivoluzionaria sono: la presenza del partito, dotato di salda ed omogenea visione teorica e programmatica, la salda ed estesa organizzazione di combattimento del partito collegata con mille fili agli organismi ed alle lotte del proletariato; la maturità delle situazioni storiche che spinge le masse al combattimento ed all’azione. Questi due fattori non sono separabili e contrapponibili l’uno all’altro; si realizzano e si completano l’uno con l’altro, influiscono dialetticamente l’uno sull’altro.
E, proprio al contrario di quanto ritiene l’opportunismo di sempre, il campo naturale di connessione fra questi vari fattori è l’azione pratica, la «realtà». Fuori dal lurido campo di coloro che ritengono che essere marxisti e leninisti significhi inginocchiarsi tutte le sere davanti alla icona di Marx, di Lenin o di altre barbe, scendendo poi, nella pratica, alle più smaccate manovre opportunistiche, i comunisti hanno sempre sostenuto che la vittoria del proletariato avverrà quando il potente movimento delle masse proletarie, determinato dalle contraddizioni materiali del regime capitalistico, incontrerà sulla sua strada un partito che, nel divenire organizzazione ferrea e centralizzata ed estesa influenzante il movimento del proletariato, avrà saputo rimanere rigidamente e dogmaticamente coerente alle sue basi di teoria e di programma.
PARTITO CHIUSO E PARTITO APERTO
Sappiamo che per vincere la battaglia rivoluzionaria avremo bisogno di un partito organizzativamente potente e collegato con mille fili agli strati più profondi del proletariato, ma sappiamo anche, e la storia ce lo conferma con mille esempi tragici, che il partito comunista nel divenire potente organismo di combattimento deve aver saputo non rigettare non deformare non indebolire le sue basi di dottrina e di indirizzo: altrimenti la rete organizzata potrà anche essere potente e controllare la maggioranza delle masse operaie, ma sarà divenuta incapace di azione rivoluzionaria, sarà passata al servizio di altri scopi e di altri indirizzi non proletari e non comunisti. Ciò significa che il partito deve poggiare il suo inquadramento organizzativo su basi teoriche e programmatiche salde combattendo ogni deviazione ed ogni deformazione di esse.
Ma queste basi non sono un patrimonio che la formazione militante e combattente acquisisce una volta per sempre magari per via intellettuale imparando a memoria dati testi oppure avendo nel suo seno un «trust di cervelli» che «conoscano la teoria» e diano la risposta giusta al momento giusto o, nella peggiore delle ipotesi, attraverso un rigido esame di marxismo da fare ai simpatizzanti. Abbiamo mille volte ripetuto e Marx e Lenin con noi, che la teoria e la coscienza marxista non sono patrimonio dei singoli, neanche dei più preparati, degli «intellettuali», dei «capi», ma del partito come organo collettivo. Ed intendiamo dire che è nello svolgimento della sua azione pratica in tutti i campi della battaglia di classe che l’organo collettivo partito impara a maneggiare la sua teoria, a rimanere aderente al suo indirizzo, ad uniformarsi ai suoi principi. È la capacità di muoversi praticamente, di operare nella realtà, e perciò di impostare un piano tattico conforme alla teoria ed ai principi che abilita il partito al possesso dei principi stessi. È l’abitudine, l’allenamento costante della rete organizzata ad impostare la sua azione pratica in maniera coerente e non contraddittoria con le sue basi teoriche e programmatiche che rende l’organo partito «chiuso» alla influenza di ideologie e di programmi estranei, che potenzia la coscienza del partito. Parlare di «partito chiuso», dunque, intendendo che una formazione organizzata ha dichiarato una volta l’adesione a certe posizioni di principio e vieta l’ingresso nel suo seno a chiunque non condivide quelle posizioni è per noi comunisti ancora troppo poco. Il partito non è chiuso una volta per sempre in virtù della adesione a certi testi e di una rigida delimitazione organizzativa delle sue file. È la sua azione pratica che può indebolire o potenziare la sua stessa coscienza collettiva e, se l’azione pratica contraddice ai principi, prima o poi inevitabilmente il partito è destinato ad «aprirsi». È la storia della degenerazione della III Internazionale. Lo dicemmo nel 1922 avvertendo il movimento comunista internazionale, il centro della Internazionale dei pericoli che il partito avrebbe corso, nonostante la sua rigida inquadratura teorica e programmatica sancita al secondo congresso, e nonostante la sua centralizzazione, «se non si fosse proceduto alla definizione adeguata delle norme tattiche e si fosse persistito nella prassi delle oscillazioni tattiche e delle convergenze temporanee con altri partiti “proletari”. Per noi l’esistenza indipendente del partito comunista è ancora una formula vaga, se non si precisa il valore di quella indipendenza in base alle ragioni che ci hanno imposto di costruirla attraverso la scissione e che la identificano con la coscienza programmatica e la disciplina organizzativa del gruppo. Il contenuto e l’indirizzo programmatico del partito, che nella sua milizia e in quella più vasta che inquadra sindacalmente e in altri campi non è una macchina bruta, ma appunto è un prodotto ed un fattore al tempo stesso del processo storico possono essere influenzati sfavorevolmente da atteggiamenti erronei della tattica…» (Discussioni sulla tattica – Il Comunista, 21 marzo 1922). Ed ancora:
«È indubitato che il partito comunista deve proporsi di utilizzare anche i movimenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi in presenza di tendenze generali ad altre vie di azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e prassi. Ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui si muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario, si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile della esistenza e del progressivo rafforzamento del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che già è stata condotta sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito. Nel giudicare se questo pericolo esista o meno si deve tener presente che, come purtroppo dimostra una lunga e dolorosa esperienza, il partito come organismo ed il grado della sua influenza politica non sono dei risultati intangibili ma subiscono tutti gli influssi dello svolgersi degli avvenimenti…» (La tattica della Internazionale Comunista – Ordine Nuovo 1922). Nel 1926, al congresso di Lione del P.C. d’Italia potemmo, purtroppo, condensare in una regola l’esperienza di cinque anni di oscillazioni errori e deviazioni nel campo tattico che si stavano traducendo nella disgregazione programmatica ed organizzativa dell’Internazionale:
«Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nell’organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe “manovre”, ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative». (Tesi di Lione 1926). Il partito comunista internazionale, risorto nel II dopoguerra, pone a base delle sue norme tattiche questo insegnamento tragico della storia: «I principi e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione; sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente nella lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito. Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo di partito, e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre dell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione» (Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1945).
Si tratta dunque per il partito comunista di impostare in maniera coerente alle sue proposizioni teoriche e programmatiche le norme della sua azione, cioè le sue norme tattiche ed organizzative. Si tratta di riuscire a definire un piano tattico che sia tale da potenziare e non da indebolire la coscienza che il partito ha dei suoi principi e delle sue finalità perché è proprio nel corso dell’azione che il partito si rafforza o, viceversa viene demolito nella sua omogeneità teorica e programmatica che non è un dato scontato una volta per tutte in virtù di una dichiarazione di adesione. E lo stesso processo si ha nei riguardi delle possibilità del partito di influenzare in senso rivoluzionario i movimenti delle masse proletarie.
Se, nel corso della sua azione, il partito adotta atteggiamenti e metodi che indeboliscono ed offuscano la sua fisionomia di unico partito rivoluzionario in opposizione a tutti gli altri partiti ed allo Stato risulta interrotto, nonostante tutti i pii desideri e le enunciazioni teoriche, il processo di aggregazione intorno ad esso della parte più decisa e combattiva del proletariato. L’Internazionale Comunista nacque «chiusa» in una rigida corazza teorica e programmatica e con una inquadratura organizzativa di ferro. Ma nel corso di sei anni, dal 1920 al 1926, tutti i catenacci della fortezza murata saltarono perché nel campo dell’azione non seppe «chiudersi energicamente di fronte le false strade», cioè non fu possibile impostare l’azione del partito (i campi della tattica e della organizzazione) in maniera adeguata e rispondente al «pensiero» del partito, la sua teoria, il suo programma. Il partito è «chiuso» non perché possiede un bagaglio di idee e di nozioni che è esclusivamente suo e distintivo, ma perché la sua azione pratica non contravviene a questo bagaglio. È nel campo del movimento pratico che il partito si distingue da tutti gli altri e dimostra la sua chiusura, il suo essere realmente una fortezza murata.
LE BASI DELL’ESPERIENZA STORICA: LA TATTICA DEL FRONTE UNICO
Le constatazioni che abbiamo enunciato il partito le trae non da elucubrazioni intellettuali, ma dagli insegnamenti della viva esperienza storica del movimento comunista. Sono gli elementi che la Sinistra italiana allora alla testa del P.C. d’Italia ed impegnata in una battaglia pratica contro lo Stato, il fascismo ed il disfattismo socialdemocratico contrappose alla dirigenza dell’Internazionale comunista ed alla impostazione da questa data alla tattica del Fronte unico. Nel 1921, la situazione del movimento proletario, sottoposto ad una offensiva diretta da parte della classe capitalistica che tendeva a schiacciare le condizioni di vita operaia e a distruggere con la violenza legale ed extralegale le stesse organizzazioni di difesa, spingeva le masse proletarie alla azione difensiva e suscitava in esse il bisogno e la tendenza alla unificazione di tutte le forze proletarie per meglio resistere all’offensiva padronale e statale. Questa spinta all’unità andava di pari passo con la convinzione di strati operai sempre più larghi che i metodi riformisti e pacifisti avevano fatto fallimento, che solo la lotta aperta e generale avrebbe potuto salvare il proletariato e che solo i metodi proposti dai comunisti erano in grado di operare una opposizione efficace alla offensiva capitalistica. Gli elementi di questa situazione sono ricordati nelle Tesi della Internazionale adottate dall’Esecutivo nel dicembre 1921.
«Il movimento operaio internazionale attraversa, oggi, una particolare tappa di transizione… Questa tappa è essenzialmente caratterizzata da quanto segue: la crisi economica mondiale si acuisce, la disoccupazione cresce. Il capitale internazionale è passato in quasi tutti i paesi ad un’offensiva sistematica che si manifesta prima di tutto nel tentativo più o meno aperto dei capitalisti di abbassare il salario e l’intero livello di vita dei lavoratori… la rinascita, verificatasi in dipendenza di tutta una serie di circostanze, di illusioni riformistiche fra i larghi strati operai comincia, sotto i colpi della realtà, a cedere il posto ad un altro stato d’animo. Le illusioni democratiche e riformiste risorte fra gli operai dopo la fine del massacro imperialista (da una parte fra gli operai più privilegiati, dall’altra fra i più retrogradi ed i meno politicamente preparati) svaniscono ancor prima di essere completamente fiorite… Se mezzo anno fa si poteva, con una certa ragione, parlare di un generale spostamento a destra delle masse operaie in Europa ed America oggi si può indubbiamente constatare l’inizio di uno spostamento a sinistra… D’altra parte, sotto l’influenza dell’attacco sempre più forte del capitale, si è risvegliata fra gli operai una spontanea tendenza all’unità che va di pari passo con un generale aumento di fiducia delle grandi masse operaie verso i comunisti. Strati operai sempre più vasti cominciano solo ora ad apprezzare al giusto valore il coraggio dell’avanguardia comunista… strati operai sempre più larghi si convincono che solo i comunisti hanno difeso, nelle situazioni più difficili e a volte con i maggiori sacrifici i loro interessi economici e politici. Perciò la stima e la fiducia verso l’indefettibile avanguardia comunista della classe operaia ricomincia a crescere, avendo constatato anche gli strati più retrogradi degli operai la vanità delle speranze riformistiche e capito che, al di fuori della lotta, non v’è salvezza dalla piratesca campagna sferrata dai capitalisti… La fede nel riformismo è sostanzialmente minata. Nella situazione generale in cui il movimento operaio oggi si trova ogni seria azione di massa, anche se parte soltanto da rivendicazioni parziali, porrà inevitabilmente all’ordine del giorno le questioni più generali e più fondamentali della rivoluzione…».
In questa situazione, pienamente condivisa dalla Sinistra italiana, nasceva per l’Internazionale la necessità di impostare una tattica che permettesse ai comunisti di sfruttare questa predisposizione delle masse per volgerla in senso rivoluzionario affrettando la disgregazione dei partiti socialdemocratici, massimalisti e delle forze anarcoidi che avevano fino ad allora impedito l’offensiva vittoriosa del proletariato. La tattica del fronte unico fu la risoluzione data a questo problema: i comunisti prendevano l’iniziativa di lanciare l’appello al proletariato per l’unità delle azioni di difesa contro l’offensiva capitalistica ed indirizzando il proletariato in questo senso dovevano ottenersi vari risultati: potenziare il movimento di lotta contro l’offensiva borghese, rafforzare l’influenza dei metodi e del partito in seno alle masse, demolire l’influenza degli altri partiti sugli operai. Sulla necessità della tattica del fronte unico la Sinistra ed il Partito comunista d’Italia erano talmente concordi che l’iniziativa fu presa dal partito italiano nell’agosto 1921, diversi mesi prima che l’Internazionale adottasse le Tesi sul fronte unico proletario. Le divergenze fra la Sinistra italiana e l’Internazionale non furono dunque fra i difensori della purezza chiusi nella «torre d’avorio» da una parte e i «pratici», i «politici» dall’altra. Niente di tutto questo, perché proprio la Sinistra fu sempre ardente sostenitrice dell’azione comunista in tutti i movimenti anche limitati e parziali delle masse. Quelle divergenze esprimevano, al contrario, il tentativo da parte del movimento comunista mondiale di elaborare un piano tattico coerente alla impostazione teorica e programmatica del partito. Il tentativo fallì, nonostante il contributo teorico e pratico della Sinistra alla impostazione dei problemi tattici. È proprio in virtù del fallimento di allora che oggi il partito comunista non può sopravvivere e lottare se non poggia su quella esperienza.
I TERMINI DELLA DIVERGENZA
Le tesi dell’Internazionale, nell’impostare la questione del fronte unico non fanno alcuna distinzione fra fronte unico delle organizzazioni politiche e delle organizzazioni economiche del proletariato. Non fanno neppure alcuna distinzione tra rivendicazioni di difesa immediata e rivendicazioni riguardanti il problema del potere politico. Al punto 18 esse ricordano l’esperienza dei bolscevichi di Russia i quali avevano tracciato una prospettiva non solo di convergenza nell’azione con altri partiti e forze politiche «affini», ma perfino un piano di «governo operaio e contadino» che comprendesse diversi partiti rivoluzionari. La Sinistra italiana non fu affatto d’accordo con questa impostazione della tattica del fronte unico: affermò apertamente, in mille occasioni, che l’esperienza del partito bolscevico agente in un’area di rivoluzione antifeuduale, non poteva fornire la base della tattica ai partiti che agivano nell’Occidente europeo in paesi di vecchio e stabile dominio della democrazia borghese. Sostenne che nelle aree di rivoluzione non «doppia» era da farsi netta distinzione fra l’unità di azione o convergenza anche temporanea, l’approccio, l’appello fra forze ed organismi politici richiamantisi al proletariato ed aventi su di esso un’influenza e l’unità delle organizzazioni economiche del proletariato, dei sindacati di classe. Sostenne che l’appello al proletariato per l’unione delle proprie forze doveva farsi sul terreno delle rivendicazioni difensive contro l’offensiva capitalistica invitando i proletari ad unificare gli sforzi sul terreno della azione diretta difensiva e non su quello del potere politico e della sua conquista. Non si dovevano per la Sinistra lanciare appelli alle altre forze politiche, né accettare alcuna convergenza con esse neanche sul terreno di pretese rivendicazioni comuni, ma spingere il proletariato ad unificare tutte le vertenze e le azioni difensive sollevate dalla offensiva capitalistica realizzando l’unificazione delle organizzazioni immediate di difesa economica e la loro convergenza in una azione comune. Fronte unico del proletariato sul terreno sindacale, cioè fronte unico dei sindacati di classe per ottenere un efficace movimento d’insieme del proletariato contro l’offensiva borghese. Non fronte unico di organismi politici pretesi proletari convergenti intorno ad un preteso programma «minimo comune». Né tanto meno convergenza dei vari partiti proletari in vista della formazione di un «governo operaio». Fronte unico sindacale contro fronte unico politico. Questi i termini reali della divergenza. Facciamo seguire ampia messe di citazioni sui problemi di allora perché troppo spesso capitano casi di amnesia perniciosa anche da parte di forze che dicono di stare sulla nostra stessa trincea.
IL PENSIERO DELLA SINISTRA SUL PROBLEMA DEL FRONTE UNICO
In una serie di articoli intitolati «La tattica dell’Internazionale Comunista» apparsi sull’Ordine Nuovo dei primi mesi del 1922 scrivemmo:
«Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso modo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro partito con la sua campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali nazionali del proletariato, e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici si accompagna alla più efficace conquista delle masse al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista… Sotto questo aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale comunista, non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato ed il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura. Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali… Per tutte queste ragioni il nostro partito sostiene che non è da parlarsi di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono proletari, né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del Partito comunista alla conquista democratica dello Stato. Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato, anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto… L’azione delle grandi masse sul fronte unico non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali di ogni categoria, località e tendenza, e l’iniziativa di questa agitazione spetta al partito comunista…».
Al II congresso del Partito comunista d’Italia, Roma 1922, la Sinistra presentò le famose Tesi sulla tattica che furono approvate dalla stragrande maggioranza di tutto il partito, ma ricevettero un duro attacco dalla dirigenza dell’Internazionale. In esse si afferma:
«Le rivendicazioni affacciate dai partiti di sinistra e specie dai socialdemocratici sono spesso di tal natura che è utile sollecitare il proletariato a muoversi direttamente per conseguirle; in quanto se la lotta fosse ingaggiata risalterebbe subito la insufficienza dei mezzi coi quali i socialdemocratici si propongono di arrivare ad un programma di benefizi per il proletariato. Il partito comunista agiterà allora sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato, spingendo questo avanti per forzare i partiti che ne parlano solo per opportunismo ad ingaggiarsi ed impegnarsi sulla via della conquista di essi. Sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il partito comunista le proporrà come obbiettivi di una coalizione degli organismi sindacali, evitando la costituzione di comitati dirigenti di lotta e di agitazione nei quali tra altri partiti politici sia rappresentato e impegnato quello comunista… Il fronte unico sindacale così inteso offre la possibilità di azioni d’insieme di tutta la classe lavoratrice dalle quali non potrà che uscire vittorioso il metodo comunista, il solo suscettibile di dare un contenuto al movimento unitario del proletariato, e libero da ogni corresponsabilità con l’opera dei partiti che esibiscono per opportunismo e con intenti controrivoluzionari il loro appoggio verbale alla causa del proletariato…» (Tesi di Roma 1922 – parte VI – Azione tattica indiretta del partito comunista).
Al IV congresso dell’Internazionale nel novembre 1922 la Sinistra presentò un corpo di tesi in cui veniva chiaramente ribadita la stessa impostazione:
«.. Il partito comunista non accetterà di far parte di organismi comuni a vari organismi politici, che agiscano con continuità e con responsabilità collettiva, alla direzione del movimento generale del proletariato. Il partito comunista eviterà anche di apparire compartecipe a dichiarazioni comuni con partiti politici, quando queste dichiarazioni contraddicano in parte al suo programma e siano portate al proletariato come risultato di negoziati per trovare una linea di azione comune. Specialmente nei casi in cui non si tratti di una breve polemica pubblica con la quale si invitano altri organismi all’azione, prevedendo con sicurezza che essi si rifiuteranno, ma vi è invece la possibilità di giungere ad una lotta in comune, si dovrà realizzare il centro dirigente della coalizione in un’alleanza di organismi proletari a carattere sindacale od affini. In tal guisa questo centro si presenterà alle masse come conquistabile da parte dei vari partiti che agiscono in seno agli organismi operai».
Ed infine nel 1926 la Sinistra poté fare il bilancio della tattica della Internazionale o meglio delle sue oscillazioni e dei suoi errori tattici e codificò l’esperienza mondiale del lungo e disastroso periodo con queste parole:
«La tattica del fronte unico non va intesa come una coalizione politica con altri partiti cosiddetti operai, ma come una utilizzazione delle rivendicazioni immediate sollevate dalle situazioni allo scopo di estendere l’influenza del partito comunista sulle masse senza compromettere la sua autonomia di posizioni. Vanno dunque scelti a base del fronte unico quegli organismi proletari in cui i lavoratori entrano per la loro posizione sociale ed indipendentemente dalla loro fede politica e dal loro inquadramento al seguito di un partito organizzato… L’esperienza ha dimostrato molte volte come il solo modo di assicurare l’applicazione rivoluzionaria del fronte unico stia nel respingere il metodo delle coalizioni politiche permanenti o transitorie e dei comitati di direzione della lotta che comprendono rappresentanti inviati dai vari partiti politici, ed anche quella di negoziati, proposte e lettere aperte agli altri partiti da parte del partito comunista. La pratica ha dimostrato sterile questo metodo e ne ha sfatato ogni effetto anche iniziale dopo l’abuso che se ne è fatto. Il fronte unico politico che prende a base una rivendicazione centrale posta nei confronti del problema dello Stato diviene la tattica del governo operaio. Qui non abbiamo solo una tattica erronea, ma una stridente contraddizione coi principi del comunismo… In ordine al problema centrale dello Stato il partito può solo dare la parola di dittatura del proletariato, non essendovi altro “governo operaio”…» (Tesi di Lione 6 – Questioni di tattica fino al V congresso).
Questa rimessa a punto, tramite citazioni dai nostri testi di allora che potrebbero moltiplicarsi, nell’ambito reale delle divergenze fra la Sinistra e l’Internazionale costituisce la necessaria premessa per affrontare in maniera corretta i problemi di movimento e di azione che si pongono oggi e soprattutto si porranno domani al partito il quale si trova ad agire in una situazione e con rapporti di forza del tutto ribaltati rispetto all’epoca 1920-1926, ma non può pensare di stabilire una linea di azione coerente senza aver compreso e fatte proprie le tragiche lezioni di allora. Messo il movimento comunista internazionale di fronte alla necessità di unificare e potenziare la lotta difensiva del proletariato mondiale, perciò di fronte ad un problema contingente e pratico, il centro della Internazionale impostò la tattica comunista chiamando all’unità di azione intorno a questo problema pratico e contingente i vari partiti e raggruppamenti politici «proletari» ed intavolando con essi tutta una serie di approcci per concordare con essi un fronte non certo sui principi e sul programma che esso continuava a dichiarare intangibile e che difendeva nella propaganda e nella polemica teorica, ma sul piano pratico immediato costituito dalla necessità per il proletariato di difendere il suo pane quotidiano. La Sinistra comunista rispose e difese la tesi che l’appello all’unione sul terreno pratico e per la difesa della classe doveva essere lanciato non agli altri partiti proletari, ma agli operai militanti nei sindacati qualunque fosse la loro affiliazione politica nei ranghi di un partito, agli operai degli altri partiti militanti nel campo sindacale. Questo in primo luogo. In secondo luogo, almeno in un primo tempo, fu scopo dichiarato della tattica del fronte unico sia per noi che per l’Internazionale la distruzione dell’influenza degli altri partiti sul proletariato accompagnando l’opera di spietata demolizione teorica delle loro posizioni con l’azione pratica intesa a strappar loro posizioni in seno alle masse. Non si intese mai, almeno all’inizio della manovra, mettere in dubbio che solo il partito comunista è il partito rivoluzionario di classe e non ne esistono altri né affini, né vicini. Solo nel seguito, quando gli errori tattici iniziali cominciavano già a stravolgere l’indirizzo stesso del partito, si cominciò ad andare alla ricerca, con clamorosi fallimenti, delle forze politiche che potevano grosso modo essere definite ‘rivoluzionarie’ e con le quali esistevano, si diceva, qualche affinità e possibilità di convergenza «sul piano pratico immediato» ben s’intende senza impegnare i principi o, come si diceva allora, l’esistenza indipendente del partito. Sono occorsi cinquanta anni di sconfitte perché il partito comunista mondiale potesse apprendere e far sua la lezione che «l’esistenza indipendente del partito» non basta dichiararla nella propaganda e nelle riunioni teoriche: è necessario mantenerla e potenziarla attraverso la rigida coerenza della azione pratica. La Sinistra italiana fu la sola forza della internazionale che poté intravedere il pericolo e denunciarlo, perché il significato reale della polemica sul fronte unico è appunto questo: che l’esistenza indipendente e le caratteristiche di «chiusura» del partito possono essere influenzate negativamente da atteggiamenti erronei nel campo della tattica.
In un prossimo articolo riprenderemo la questione del fronte unico e mostreremo come la Sinistra sia stata in grado di impostare coerentemente alla dottrina marxista i problemi dell’azione del partito nei vari campi, cercheremo di definire le modificazioni ed i cambiamenti sopravvenuti nei rapporti di forza fra le classi in questi cinquanta anni di controrivoluzione per chiarire e ribadire i compiti che si pongono al partito. Compiti che non abbiamo bisogno di inventare perché sono il risultato della esperienza storica del proletariato e sono scritti da 25 anni nelle Tesi caratteristiche ed in tutti gli altri testi del partito. Ci preme intanto enunciare uno di questi compiti, regola fondamentale che deve informare di sé tutta l’azione del partito: «Dalle pratiche esperienze delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionismi della II Internazionale e contro la deviazione progressiva della III Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunisti. Similmente ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso in una tattica ed in un’azione opportunistica. Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti» (Natura, funzione e tattica del partito – 1945).
Il corpo delle tesi caratteristiche del nostro Partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti
Nel 1952, di fronte a tentennamenti e deviazioni interne, il partito si trovò nella necessità di ribadire in un corpo di tesi le posizioni che lo contraddistinguono da tutte le altre formazioni politiche anche sedicentemente marxiste e rivoluzionarie, in quanto costituiscono il risultato necessario della lettura in chiave marxista di tutto il pratico e materiale percorso della lotta mondiale del proletariato rivoluzionario.
Si trattava di demarcare nettamente l’indirizzo e, di conseguenza, l’organizzazione comunista rivoluzionaria da tutte le altre anche apparentemente affini o vicine. Questo fu fatto, come sempre nella tradizione del partito marxista, esponendo in un corpo organico di tesi quelli che il partito considera, traendo le lezioni dell’esperienza storica, i suoi capisaldi di teoria, di programma, di azione pratica e di organizzazione. Esse costituirono perciò «la base per l’adesione all’organizzazione nel senso che tutti i membri del partito le accettarono tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori dal partito stesso». Il testo delle tesi, che servì ottimamente alla selezione interna dell’organizzazione, non fu integralmente pubblicato fino al 1962 quando apparve nel n. 16 (Settembre 1962) de Il programma comunista preceduto da una breve introduzione che ne mise in rilievo le enunciazioni caratteristiche ed irrinunciabili. La pubblicazione del testo esteso delle tesi non fu casuale, ma fu determinata dall’apparire all’orizzonte della miriade di false sinistre, di falsi gruppuscoli rivoluzionari di fronte ai quali il partito aveva allora come ha oggi, non il compito di tentare di stabilire approcci e confluenze misurando la percentuale del loro rivoluzionarismo ed il loro grado di adesione al marxismo, perché è tesi fondamentale che le posizioni del partito si accettano in blocco ed integralmente o se ne è fuori sempre al cento per cento e su tutto il fronte, ma quello di delimitarsi e di distinguersi da esse, in teoria ed in pratica. Neanche la ripubblicazione odierna delle Tesi e della introduzione del 1962 è casuale. Si tratta non solo di delimitare il partito nei confronti di altre forze sedicentemente rivoluzionarie che pullulano oggi più di ieri e sono oggi più che ieri lontane dal partito ed opposte ad esso ma di ribadire che l’adesione al partito è subordinata all’accettazione completa di tutte le sue posizioni nessuna esclusa.
La ripubblicazione delle Tesi costituisce perciò una riconferma che il Partito Comunista Internazionale si riconosce da quelle integrali posizioni che non c’è nessuna ragione di cambiare o di aggiornare; costituisce un monito ed una delimitazione, l’unica possibile, poiché non crediamo alle etichette ed alle diffide, rispetto a tutti coloro che pretenderebbero di contrabbandare sotto la bandiera della Sinistra comunista e del partito Comunista Internazionale posizioni, prospettive ed atteggiamenti che nulla hanno a che fare con la nostra tradizione; costituisce infine un appello a riorganizzare non su basi nuove, ma sulle vecchie basi dettate dall’esperienza storica e compendiate nelle «Tesi caratteristiche» le forze del partito comunista internazionale che solo su questa base deve e può vivere allontanando da sé tutti i tentativi di deformare la sua fisionomia, le sue concezioni, la sua prospettiva.
L’opera che andiamo svolgendo, attraverso la pubblicazione del giornale Il partito comunista è in perfetta continuità di posizione e di atteggiamenti pratici con ciò che il partito ha sempre sostenuto, è l’opera di organizzazione del partito comunista mondiale che solo la sua rigidità ed inflessibilità dottrinaria e politica renderà atto a condurre la lotta rivoluzionaria quando si incontrerà con la maturità dei fatti sociali e con il movimento della classe proletaria, spinta di nuovo alla battaglia dalle determinazioni irresistibili del sottofondo economico. Non deformare questo inflessibile indirizzo teorico e pratico, significa lavorare a preparare le condizioni e le forze che potranno utilmente condurre le battaglie future. È l’unico modo: su altre strade, apparentemente più agevoli e di più immediata risonanza, si smarrisce inevitabilmente l’indirizzo del partito, se ne deforma la fisionomia, infine se ne disgrega l’organizzazione.
Per questo riteniamo sia necessario rimettere sotto gli occhi dei militanti nostri e di tutti coloro che seguono la nostra opera «Il corpo delle tesi caratteristiche del nostro partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti», intendendo oggi come allora che queste tesi, con le implicazioni che ne derivano nel campo della pratica attività ed organizzazione «hanno il carattere di necessaria base di appartenenza al movimento, nel senso che tutti i membri del partito le accettano tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori del partito stesso». Sulla base di questo corpo di tesi, che è quello del partito del 1952, del 1962 e del 1975 deve essere, come sempre, organicamente decisa la questione di chi «sta dentro» e di chi «sta fuori», di chi «è con noi» e di chi «è contro di noi».
* * *
Come tutti i compagni sanno nel 1951 vi fu una divisione tra le forze del nostro movimento e questo suo organo mutò il suo nome da Battaglia Comunista a Programma Comunista mentre la rivista Prometeo veniva fatta propria da altro raggruppamento politico.
A Firenze in una riunione nazionale tenuta l’8 e 9 dicembre 1951 si dovette provvedere con tutta chiarezza alla organizzazione del nostro partito quanto a direttive di programma e di azione.
La riunione vi provvide adottando un corpo di tesi che per varie ragioni pratiche non è stato mai tutto pubblicato.
Queste tesi ebbero il carattere di necessaria base di appartenenza al movimento, nel senso che tutti i membri del partito le accettano tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori del partito stesso.
Lo scopo fu in effetti raggiunto con buon esito, e non solo in quel momento ma in qualche rarissimo episodio successivo in cui ha avuto gioco la vitale selezione che consente di liberarsi delle scorie.
Per unirsi, disse Lenin, occorre dividersi, e la sinistra italiana ha avuto sempre, come lo andiamo mostrando colla sua storia, il metodo di eliminare dalle file del movimento tutti gli elementi spurii e dannosi.
Tuttavia questo testo di vitale uso interno non fu potuto pubblicare che in una forma riassuntiva e molto abbreviata, sebbene inequivoca su tutti i punti cruciali, nel fascicoletto di rivista rimasto poi unico che si intitola: Il filo del tempo e che uscì nel Maggio del 1953.
Se decidiamo oggi di dare il notevole testo esteso, è perché da molte parti, non tanto forse del classico opportunismo marca Stalin – Krusciov, quanto da molti gruppetti che piano piano si portano sui margini di questo senza tuttavia osare di prenderlo di fronte, e delle tante scuoline e ganghine che soliamo indicare come false sinistre ed immediatiste, e che del partitaccione criminoso imitano la peste peggiore, ossia l’«attivismo», sono sparsi apprezzamenti errati, provocati dal fatto che il nostro movimento, classificato da tutte le parti come passivo, inerte e dormiente, ha ottenuto – senza menarne vanti inopportuni – alcuni successi nel pratico movimento proletario, in cui quei gruppettini non hanno saputo conseguire eco alcuna.
Si insinua da certi foglietti e scrittorelli che noi avremmo effettuata una «svolta» e aggiustata la nostra rotta, per consiglio forse non si sa di chi, del grande attivismo dei partitoni, o delle baggianate dei partitelli.
Tutto questo non avrebbe per noi alcuna importanza, se non si avesse sempre il dovere di difendere il partito da influenze ed equivoci. Evidentemente non dobbiamo rendere conto fuori delle file del fatto che non abbiamo dato nessun colpo allo sterzo o al timone, ma ai nostri iscritti e ai giovani e ai proletari che guardano più di prima verso di noi, importa mostrarlo. Nel fare questo sarà ben chiaro che non avevamo da fare correzioni, che non ne abbiamo fatto, e che nessuno dobbiamo ringraziare e a nessuno abbiamo da chiedere aiuto.
Il testo di undici anni fa risolve bene tutte le questioni di oggi, e vogliano i compagni riflettere su questo risultato. Esso è dovuto al non aver mai voluto fare blocchetti e pasticcetti, come nella linea della sinistra, e nell’andare diritti sul filo del tempo, fedeli alla consegna: la sinistra rivoluzionaria non svolta mai. E risolve i quesiti dell’oggi e del domani, coi dati di uno ieri, che è andato sempre diritto contro ogni adescamento.
Perché i nostri compagni traggano da queste pagine gli insegnamenti che dimostrano tutto questo, segnaliamo in breve premessa i punti più notevoli.
Il testo che ora seguirà si divide in quattro parti. La prima: TEORIA, si limita ad una enunciazione, che tuttavia qui completiamo con il testo del programma del Partito, che è quello di Livorno 1921 integrato da alcuni punti inseriti da noi nel secondo dopoguerra, senza nulla mutare.
Segue la Parte Seconda: COMPITO GENERALE DEL PARTITO DI CLASSE, che svolge punti di principio comuni a tutti i tempi e a tutti i paesi.
La parte Terza, nella rivistina Tattica ed Azione del Partito, qui: LE ONDATE STORICHE DI DEGENERAZIONE OPPORTUNISTA, discute le deviazioni dalla linea rivoluzionaria fino a quelle rovinose della Terza Internazionale.
La parte Quarta: AZIONE DEL PARTITO IN ITALIA E ALTRI PAESI AL 1951, si riferiva e si riferisce bene dopo undici anni — e di qui tutto il significato potente del raffronto odierno – alla pratica nostra attività, tanto seria e tenace quanto poco chiassosa e pubblicitaria, mentre a pochi sciocchi pare che con le grandi tradizioni della sinistra italiana andrebbe fatto PIÙ RUMORE.
I desiderosi di far rumore si arrangino, o si affittino dove vogliono.
Noi procediamo per la ben chiara via.
I compagni usino questo testo tanto nel lavoro interno nella propaganda e nel proselitismo, quanto nella lotta con gli avversari, per i quali la sinistra considera da lunghe esperienze tanto più pericolosi quelli che si vantano di esserci più vicini. E si fermino su questi temi.
Al punto 3 è ribadita la nostra tesi base che la dittatura rivoluzionaria è dittatura del partito politico comunista. Chi di questo si vergogna già si è messo da parte. (Per la discussione di ogni tema si rilegga il punto e si trovino nei nostri testi gli sviluppi molteplici, usando lo schema delle riunioni).
Al punto 4 non solo è rivendicata l’invarianza dottrinale, ma affermato il nostro intervento in tutte le lotte proletarie per interessi immediati.
Al punto 6 mentre è condannata ogni teoria sindacalista, è affermata la necessità di presenza e penetrazione del partito nei sindacati con uno strato organizzativo generale sindacale comunista come condizione non solo della vittoria finale ma di ogni avanzata e successo.
Al punto 7 tanto è ribadito, ed è condannata la concezione limitata e locale delle lotte economiche cara ai traditori.
Nella Parte Terza:
Ai punti 9 e 10 è affermata la visione leninista della azione dei popoli di colore e dell’appoggio ad ogni moto violento ed armato contro i poteri arretrati locali ed i coloni bianchi. Tale punto fu svolto a fondo nella riunione a Trieste su Razza e nazione nella teoria marxista e in altre note riunioni come quella di Firenze 25-26-1-1958. (Questo fu un punto chiave della piccola scissione 1951).
Al punto 18 è affermata per l’Italia non solo la condanna del blocco antifascista ma anche quella del movimento partigiano armato antitedesco.
Al punto 20 è stabilita la nostra tesi centrale che la terza ondata di opportunismo (l’ultima) fu più rovinosa delle precedenti.
Al punto 21 è condannata la occupazione dei paesi vinti di tutti, russi compresi (Berlino).
Al punto 22 è condannata la convivenza ed emulazione con stati capitalistici, che pure solo nel 1956 fu proclamata da Krusciov, in modo esoso. Nel 1951 c’era ancora Baffone!
Al punto 33 è svergognata ancora la terza ondata di tradimento; è condannato l’ignobile pacifismo, che anche dopo Stalin e sotto Krusciov fu agitato più spudoratamente.
Nella Parte quarta:
Al punto 4 si dice che il partito non rinuncia a nessuna occasione anche modesta di avvicinarsi alle masse, anche in tempo nero.
Al punto 5 si riafferma l’invarianza della dottrina.
Al punto 6 si condanna ogni visione scolastica o accademica del partito.
Al punto 10 si condanna ogni risorsa «manovriera» per superare la fase contraria (applicato poi nella lotta Antiquadrifoglio).
Al punto 11 si ridisegna la immancabile ripresa di azione sindacale.
Al punto 12 dopo aver ripetuto che la questione è tattica, si volge le terga ad ogni sogno morboso di elezionismo.
Al punto 13 si lancia un appello ai giovani, che in parte ha avuto qualche effetto, ma che deve averne di molto maggiori. Passaggio di servizio tra generazioni! È l’ora, perché sempre è tale ora!
Characteristic Theses of the Party
Produced at a Party meeting held in Florence, 8-9 December, 1951
I. THEORY
The doctrine of the Party is founded on the principles of the historical materialism of the critical communism set out by Marx and Engels in the Communist Manifesto, in the Capital and their other fundamental works and which formed the basis of the Communist International constituted in 1919 and of the Italian Communist Party founded at Leghorn in 1921 (section of the Communist International).
1. In the present capitalist social regime an ever increasing contrast between productive forces and production relations is developing. This contrast reveals itself in the opposing interests and the class struggle between the proletariat and the ruling bourgeoisie.
2. The present production relations are protected by the bourgeois State. Even when democratic elections are used and whatever the form of the representative system may be, it is always the exclusive organ of the capitalist class.
3. The proletariat cannot crush or modify the mechanism of capitalist production relations, source of its exploitation, without wrecking the bourgeois power through violence.
4. The class Party is the indispensable organ for the proletarian revolutionary struggle. The Communist Party consists of the most advanced and resolute part of the proletariat, unites the efforts of the working masses transforming their struggles for group interests and contingent issues into the general struggle for the revolutionary emancipation of the proletariat. Propagating the revolutionary theory among the masses, organising the material means of action, leading the working class all along its struggle, by securing the historical continuity and the international unity of the movement, are duties of the Party.
5. After it has knocked down the power of the capitalist State, the proletariat must completely destroy the old State apparatus in order to organise itself as ruling class and set up its own dictatorship. It will deny all functions and political rights to any individual of the bourgeois class as long as they survive socially, founding the organs of the new regime exclusively on the productive class. Such is the programme which the Communist Party sets itself and which is characteristic of it. It is the Party alone which therefore represents, organises and directs the proletarian dictatorship. The necessary defence of the proletarian State against all counter-revolutionary attempts can only be secured by taking from the bourgeoisie and from all the parties, enemies of proletarian dictatorship, any means of agitation and political propaganda, and by the proletariat’s armed organisation, able to repulse all internal and external attacks.
6. Only the force of the proletarian State will be able to put systematically into effect the necessary measures for intervening in the relations of the social economy, by means of which the collective management of production and distribution will take the place of the capitalist system.
7. This transformation of the economy and consequently of the whole social life will lead to the gradual elimination of the necessity for the political State which will progressively become an apparatus for the rational administration of human activities.
In the face of the capitalist world and the workers’ movement following the second World War the position of the Party is founded on the following points:
8. In the course of the first half of the twentieth century the capitalist social system has been developing, in the economic field, by creating monopolistic trusts among the employers, and by trying to control and to manage production and exchanges according to control plans with State management of whole sectors of production. In the political field, there has been an increase of the police and army potential of the State, all governments adopting a more totalitarian form. All these are neither new sorts of social organisations as a transition from capitalism to socialism, nor revivals of pre-bourgeois political regimes. On the contrary, they are definite forms of a more and more direct and exclusive management of power and State by the most developed forces of capital.
This course excludes the progressive, pacifist and evolutionist interpretations of the becoming of the bourgeois regime, and confirms the prevision of the concentration and of the antagonistic arraying of the class forces. The proletariat in order to confront its enemies’ growing potential with strengthened revolutionary energy, must repel the illusory revival of democratic liberalism and constitutional guarantees. The Party must not even accept this as a means of agitation: it must historically get rid once and for all, of the practice of alliances, even for transitory issues, with the middle class as well as with the pseudo-proletarian and reformist parties.
9. The world imperialistic wars show that the crisis of disgregation of capitalism is inevitable as it has entered the phase when its expansion, instead of signifying a continual increment of the productive forces, is conditioned by repeated and ever-growing destructions. These wars have caused repeated deep crises in the workers’ world organisation because the dominant classes could impose on them military and national solidarity with one or another of the belligerents. The only historical alternative to be set against such a situation is the awakening of the internal class struggle, until the civil war of the working masses to overthrow the power of all bourgeois states and of world coalitions, with the reconstitution of the International Communist Party as an autonomous force, independent of any organised political or military power.
10. The proletarian State, being its apparatus an instrument and a weapon for the struggle in a transition historical period, does not draw its force from constitutional canons and representative systems. The most complete historical example of such a State is up to the present that of the Soviets (workers’ councils) which were created during the October 1917 Russian revolution, when the working class armed itself under the leadership of the Bolshevik Party alone; during the totalitarian seizure of power, the wiping out of the Constituent Assembly, the struggle to repulse the external attacks of bourgeois governments and to crush the internal rebellion of defeated classes, of middle and petty-bourgeois strata and of opportunist parties, inevitable allies of the counter-revolution at the decisive moment.
11. The integral realisation of socialism within the limits of one country is inconceivable and the socialist transformation cannot be carried out without failure and momentary set-backs. The defence of the proletarian regime against the ever-present dangers of degeneration is possible only if the proletarian State is always co-ordinate with the international struggle of the working class of each country against its own bourgeoisie, its State and its army; this struggle permits of no respite even in wartime. This co-ordination can only be secured if the world communist Party controls the politics and programme of the States where the working class has vanquished.
II. TASKS OF THE COMMUNIST PARTY
1. The proletariat can only free itself from the capitalist exploitation if it fights under a revolutionary political organ: the Communist Party.
2. The chief aspect of the political struggle in the Marxist sense is the civil war and the armed uprising by which a class overthrows the power of the opposed dominant class and sets up its own power. Such a struggle can only succeed if it is led by the Party organisation.
3. Neither the struggle against the power of the exploiting class nor the successive uprooting of the capitalist economic structures can be achieved without the political revolutionary party: the proletarian dictatorship is indispensable all along the historical period where such tremendous changes will take place and will be exercised openly by the Party.
4. The Party defends and propagates the theory of the movement for the socialist revolution; it defends and strengthens its inner organization by propagating the communist theory and programme and by being constantly active in the ranks of the proletariat wherever the latter is forced to fight for its economic interests; such are its tasks before, during and after the struggle of the armed proletariat for State power.
5. The Party is not made up of all members of the proletariat or even of its majority. It is the organisation of the minority which has, collectively, reached and mastered revolutionary tactics in theory and in practice; in other words, which sees clearly the general objectives of the historic movement of the proletariat in the whole world and for the whole of the historical course which separates the period of its formation from that of its final victory.
The Party is not formed on the basis of individual consciousness: not only is it not possible for each proletarian to become conscious and still less to master the class doctrine in a cultural way, but neither is it possible for each individual militant, not even for the leaders of the Party. Consciousness consists in the organic unity of the Party alone.
In the same way, therefore, that we reject notions based on individual acts or even on mass action when not linked to the party framework, so we must reject any conception of the party as a group of enlightened scholars or conscious individuals. On the contrary, the Party is the organic tissue whose function inside the working class is to carry out its revolutionary task in all its aspects and in all its complex stages.
6. Marxism has always energetically rejected the theory which proposes to the proletariat only trade, industrial or factory associations, theory which considers that these associations can, by themselves, lead the class struggle to its historical end: the conquest of power and the transformation of society. Incapable of facing the immense task of the social revolution on its own, the union is however indispensable to mobilise the proletariat on a political and revolutionary level. This however is possible only if the Communist Party is present and its influence inside the union grows. The party can only work inside entirely proletarian unions where membership is voluntary and where no given political, religious or social opinions are forced on members. This is not the case with confessional unions, with those where membership is compulsory and with those which have become an integrant part of the State system.
7. The Party will never set up economic associations which exclude those workers who do not accept its principles and leadership. But the Party recognises without any reserve that not only the situation which precedes insurrectional struggle but also all phases of substantial growth of Party influence amongst the masses cannot arise without the expansion between the Party and the working class of a series of organisations with short term economic objectives with a large number of participants. Within such organisations the party will set a network of communist cells and groups, as well as a communist fraction in the union.
In periods when the working class is passive, the Party must anticipate the forms and promote the constitution of organisations with immediate economic aims. These may be unions grouped according to trade, industry, factory committees or any other known grouping or even quite new organisations. The Party always encourages organisations which favour Contact between workers at different localities and different trades and their common action. It rejects all forms of closed organisations.
8. In any Situation, the Party refuses at the same time the idealist and utopian outlook which makes social transformation dependent on a circle of ”elected“ apostles and heroes; the libertarian outlook which makes it dependent on the revolt of individuals or unorganised masses; the trade union or economists’ outlook which entrusts it to apolitical organisations, whether they preach the use of violence or not; the voluntaristic and sectarian outlook which does not recognise that class rebellion rises out of a series of collective actions well prior to a clear theoretical consciousness and even to resolute will action, and which, as a result, recommends the forming of a small ”elite“ isolated from working class trade unions or, which comes to the same, leaning on trade unions which exclude non communists. This last mistake, which has historically characterised the German K.A.P.D. and Dutch Tribunists [The members of Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands (KAPD) in Germany and of the Dutch group of ”Tribune“ review, lead by Gorter and Pannekoek, that definitely abandoned the C.I. in 1921], has always been fought against by the Marxist Italian Left.
The differences for reasons of strategy and tactics which led our current to break away from the III International cannot be discussed without reference to the different historical phases of the proletarian movement.
III. HISTORICAL WAVES OF OPPORTUNIST DEGENERATION
1. It is impossible, unless we want to give way to idealism or to mystical, ethical or aesthetical considerations which are in complete opposition to Marxism, to assert that in all historical phases of the proletarian movement the same intransigence is necessary, that any alliance, any united front, all compromise is to be refused on principle. Quite on the contrary, it is only on a historical basis that questions of class and party strategy and tactics can be solved. For this reason, it is the development of the proletarian class throughout the world between the bourgeois and the socialist revolutions which must be considered, and not particularities of time and place that nourish casuistry politics and which leave practical questions to the whim of groups or steering committees.
2. The proletariat itself is above all the product of capitalist economy and industrialisation; like communism it cannot be born of the inspiration of individuals, brotherhoods or political clubs, but only of the struggle of the proletarians themselves. In the same way, the irrevocable victory of capitalism over those forms which have preceded it historically, that is the victory of the bourgeoisie over the feudal and land-owning aristocracy and over the other classes characteristic of the old regime, be it Asiatic or European or of other continents, is a condition for communism.
At the time of the Communist Manifesto, modern industrial development was still at its beginnings and present only in a very few countries. In order to speed up the explosion of modern class struggle, the proletariat had to be encouraged to struggle, armed, at the sides of the revolutionary bourgeoisies during the antifeudal insurrections or those of national liberation. In this way the workers’ participation in the great French revolution and its defence against the European coalitions right up to napoleonic times, is part of the history of the workers’ struggle and this in spite of the fact that from the very beginning the bourgeois dictatorship ferociously quelled the first communist inspired social struggles.
Because of the defeat of the bourgeois revolutions of 1848, this strategy of alliance between proletariat and bourgeoisie against the classes of the old regime valid, in the eyes of Marxists, until 1871, in view of the fact that this feudal regime still persists in Russia, in Austria and in Germany and that the national unity of Italy, Germany and the east European countries is a necessary condition of Europe’s industrial development.
3. 1871 is a clear turning-point in history. The struggle against Napoleon III and his dictatorship is in fact directed against a capitalistic and not a feudal form; it is at the same time the product and proof of the mobilisation of the two fundamental and enemy classes of modern society. Although it sees in Napoleon an obstacle to the bourgeois development of Germany, revolutionary Marxism goes immediately on the side of the anti-bourgeois struggle which will be that of all parties of the Commune, first workers’ dictatorship in history. After this date, the proletariat can no longer choose between contending parties or national armies in so far as any restoration of pre-bourgeois forms has become socially impossible in two big areas: Europe to the confines of the Ottoman and tsarist empires on the one hand, and England and North America on the other.
a. Opportunism at the end of the 19th Century
4. If we disregard Bakuninism during the first, International and Sorelism during the second, as they have nothing to do with Marxism, the social-democratic revisionism represents the first opportunist wave within the proletarian Marxist movement. Its vision was the following: once victory by the bourgeoisie over the old regime was universally secured, a historical phase without insurrections and without wars opens up before humanity; socialism becomes possible by gradual evolution and without violence, on the basis of the extension of modern industry and due to the numerical increase of workers armed with universal suffrage. In this way it was tried (Bernstein) to empty Marxism of its revolutionary contents, pretending that its rebellious spirit was inherited from the revolutionary bourgeoisie and not belonging to the proletarian class in itself. At this time, the tactical question of alliance between advanced bourgeois parties and the proletarian party takes on a different aspect to that of the preceding phase; it is no longer a question of helping capitalism to win, but to make socialism derive from it with the help of laws and reform, no longer to fight on the barricades of the towns and in the country against menaces of restoration; but only to vote together in parliamentary assemblies. That is why the proposal of alliances and coalition and even the acceptance of ministerial posts by workers’ representatives is from then on a deviation from the revolutionary path. That is also why radical Marxists reprove all electoral coalition.
b) Opportunism in 1914
5. The second tremendous opportunist wave hits the proletarian movement when war breaks out in 1914. Most of the parliamentary and trade-union leaders as well as strong militant groups, and in some countries whole parties present the conflict between national States as a struggle which might bring back the absolutism of the feudal system and which might lead to the destruction of the conquests of the bourgeois civilisation and even of modern productive system. They preach solidarity with the national State at war, the result of which is an alliance between Tsarist Russia and the advanced bourgeoisies of France and England.
The majority of the Second International therefore falls into the war opportunism from which very few parties, one of which is the Italian socialist party, escape. Worse, only advanced groups and fractions accept the position of Lenin who, having defined the war as being a product of capitalism and not a conflict between the latter and less advanced politic-social forms, draws the conclusion that the ”holy union“ must be condemned and that the proletarian party should practise a defeatist revolutionary policy within each country against the belligerent State and army.
6. The Third International arises on a basis that is both anti-social democratic and anti-social patriotic.
Not only throughout the whole of the proletarian International are no alliances entered into with other parties to wield parliamentary power; more than that, it is denied that power can be conquered, even in an “intransigent” way, just by the proletarian party through legal means, and the need is reasserted, amidst the ruins of capitalism’s peaceful phase, for armed violence and dictatorship.
Not only are no alliances entered into with governments at war even in the case of “defensive“ wars, and class opposition kept up even during war; more than that, every effort is made, by means of defeatist propaganda at the front, to turn the imperialistic war between States into a civil war between classes.
7. The response to the first wave of opportunism was the formula: no electoral, parliamentary or ministerial alliances to obtain reforms.
The response to the second wave was another tactical formula: no war alliances (since 1871) with the State and bourgeoisie.
Delayed reactions would prevent the critical turning point of 1914-18 being turned to advantage by engaging in a wide-scale struggle for defeatism in war and for the destruction of the bourgeois State.
8. One great exception is the victory in Russia in October 1917. Russia was the only major European State still ruled by a feudal power where penetration by capitalist forms of production was weak. In Russia there was a party, not large but with a tradition firmly anchored in Marxism, which had not only opposed the two consecutive waves of opportunism in the Second International, but which at the same time, after the great trials of 1905, was up to posing the problems of how to graft two revolutions, the bourgeois and the proletarian, together.
In February 1917 this party struggles alongside others against Tsarism, then immediately afterwards not only against the bourgeois liberal parties but also against the opportunist proletarian parties, and it defeats them all. What is more, it then becomes the centre of the reconstitution of the revolutionary International.
9. The effect of this formidable event is to be found in irrevocable historical results. In the last European country placed outside of the geo-political area of the West, an uninterrupted fight leads a proletariat, whose social development is far from being complete, to power. Liberal-democratic forms of the western type, set up during the first phase of the revolutions are brushed aside and the proletarian dictatorship faces the immense task of accelerating economic development. This means that the still present feudal forms must be overthrown and that the recent capitalistic forms must be overcome. The realisation of this task calls above all for victory over the gangs of counter-revolutionary insurgents and the intervention of foreign capitalism. It calls not only for the mobilisation of the world proletariat for the defence of soviet power and to direct the assault on the western, bourgeois powers, but for the extension of the revolutionary struggle to continents inhabited by coloured people, in short the mobilisation of all forces able to carry on an armed fight against white capitalist metropolis.
10. In Europe and America strategical alliance with left bourgeois movements against feudal forms of power is no longer possible and has given way to direct struggle by the proletariat for power. But in underdeveloped countries the rising proletarian and communist parties will not disdain to participate to insurrections of other anti-feudal classes, either against local despotic dominations or against the white colonisers.
In Lenin’s time, there are two historical alternatives: either the world struggle ends in victory, that is by the downfall of capitalistic power at least in a large advanced part of Europe, and this would permit Russian economy to be transformed at a fast rhythm, ”jumping“ the capitalistic stage and quickly catching up with Western industry, already ripe for socialism, or the big imperialist centres stay put, and in this case the Russian revolutionary power is forced to restrain itself to the economic task of the bourgeois revolution, making the effort of immense productive development, but of a capitalistic, not a socialist character.
11. Evidence of the pressing need to accelerate the taking of power in Europe, to prevent the violent collapse of the Soviet State or else its involution into a capitalistic state in a few years at the very most, appeared as soon as bourgeois society consolidated after the serious shock of the First World War. But the communist parties didn’t manage to take power, except in a few attempts which were rapidly crushed, and this led them to ask themselves what they could do to counter the fact that large sections of the proletariat were still prey to social democratic and opportunistic influences.
There were two conflicting methods: the one which considered the parties of the Second International, which were openly conducting an unremitting struggle both against the communist programme and against revolutionary Russia, as open enemies, and struggled against them as the most dangerous part of the bourgeois front – and the other which relied on expedients to reduce the influence of the social democratic parties over the masses to the advantage of the communist party, using strategic and tactical ”manoeuvres“.
12. To justify the latter method the experiences of the Bolshevik policy in Russia were misapplied, departing from the correct historical line. The offer of alliances with petit-bourgeois and even bourgeois parties was justified historically by the fact that the Tsarist power, by banning all of these movements, forced them to engage in insurrectional struggle. In Europe, on the other hand, the only common actions which were proposed, even as a manoeuvre, were ones respectful of legality, whether within the trade-unions or within parliament. In Russia, the phase of liberal parliamentarism had been very short (in 1905 and a few months in 1917) and it was the same as far as legal recognition of the trade union movement was concerned. In the rest of Europe, meanwhile, half a century of degeneration of the proletarian movement had made these two fields of action propitious terrain on which to dull revolutionary energies and corrupt the workers’ leaders. The guarantee which lay in the Bolshevik Party’s solidity of organisation and principle was not the same as the guarantee offered by the existence of the state power in Moscow, which due to social conditions and international relations was more liable, as history has showed, to succumb to a renunciation of revolutionary principles and policy.
13. The left of the International (to which the great majority of the Communist Party of Italy belonged before it was more or less destroyed by the fascist counter-revolution which was favoured chiefly by the mistake of historical strategy) upheld that in the West all alliances or proposals of alliances with socialist or petit-bourgeois parties should be refused at all costs; in other words that there should be no united political front. It admitted that the communists should widen their influence within the masses by taking part in all local and economic struggles, calling on the workers of all organisations and of all faiths to develop them to the maximum, but it refused that the party’s action should be subordinated to that of political committees of fronts, coalitions or alliances even if this subordination was to restrict itself to public declarations and be compensated by internal instructions to militants or the party and by the subjective intentions of the leaders. Even more strongly it rejected the so-called ”Bolshevik“ tactics when it took the shape of ”workers’ government“, i.e. the launching of the slogan (become in some instances a practical experiment, with ruinous consequences) of coming into the parliamentary power with mixed majorities of communists and socialists of the various shapes. If the Bolshevik party could draw up with no danger the plan of provisional governments of several parties in the revolutionary phase, and if that allowed it to go to the firmest autonomy of action and even to outlaw the former allies, all that was made possible only by the diversity of situation of the historical forces: urgent need of two revolutions, and destructive attitude, by the State in force, towards any coming to power through a parliamentary way. It would have been absurd to transpose such a strategy to a situation in which the bourgeois State has a half a century hold democratic tradition, and parties that accept its constitutionalism.
14. Between 1921 and 1926, increasingly opportunistic versions of the International’s tactical method were imposed at its congresses (third, fourth, fifth and at the Enlarged Executive Committee in 1926). At the root of the method was the simple formula: alter the tactics to fit the circumstances. By means of so-called analyses, every six months or so new stages of capitalism were identified and new manoeuvres proposed to address them. This is essentially revisionism, which has always been ‘voluntarist’; in other words, when it realised its predictions about the advent of socialism hadn’t come true, it decided to force the pace of history with a new praxis; but in so doing it also ceased to struggle for the proletarian and socialist objectives of our maximum programme. Back in 1900 the reformists said that the circumstances ruled out all possibility of insurrection. We shouldn’t expect the impossible, they said, let us work instead to win elections and to change the law, and to make economic gains via the trades unions. And when this method failed it provoked a reaction from the essentially voluntarist anarcho-syndicalist current, who blamed party politics and politics in general, predicting that change would come through the effort of bold minorities in a general strike, led by the trade unions alone. Similarly, the Communist International, once it saw the West-European proletariat wasn’t going to fight for the dictatorship, preferred to rely on substitutes as a way of getting through the impasse. And what came of all this, once capitalist equilibrium had been restored, was that it neither modified the objective situation nor the balance of power, but did weaken and corrupt the workers’ movement; just as had happened when the impatient revisionists of right and left ended up in the service of the bourgeoisie in the war coalitions. All the theoretical preparation and the restoration of revolutionary principles was sabotaged by confusing the communist programme of taking power by revolutionary means with the accession of so-called ‘kindred’ governments by means of support and participation in parliament and bourgeois cabinets by communists; in Saxony and Thuringia it would end in farce, where two policemen were enough to overthrow the government’s communist leader.
15. Internal organisation was subjected to similar confusion, and the difficult task of sorting out revolutionary members from opportunist ones in the various parties and countries would be compromised. It was believed that new party members, more amenable to co-operating with the centre, could be procured by wresting away entire left wings of the old social democratic parties (whereas in fact, once the new International had gone through its initial period of formation, it needed to function permanently as the world party and only have new converts joining its national sections on an individual basis). Wanting to win over large groups of workers, deals were struck instead with the leaders and the movement’s cadres were thrown into disorder, and dissolved and recombined during periods of active struggle. Recognising Fractions and groups within the opportunist parties as ‘communist’, they would be absorbed by means of organisational mergers; thus almost all of the parties, instead of preparing for the struggle, were kept in a state of permanent crisis. Lacking continuity of action and with no clear boundaries set between friend and foe, they would register one failure after another, and on an international scale. The Left lays claim to organisational unicity and continuity.
The overthrow of the structure of the parties under the pretext of ”bolshevisation“ was another reason for the Left to differ from the leadership of the International. The territorial organisation of the party was changed for a network of factory cells. This narrowed the political horizon of the members who had the same trade and therefore the same immediate economic interests. In this way, the natural synthesis of the different social impulsions which would have helped to make the struggle a general one, common to all categories, was not achieved. As this synthesis was lacking, the only factor of unity was represented by the top executives whose members became in this way officials with all the negative characteristics of the old socialist party system.
The criticism which the Italian Marxist Left made of this organisation must not be mistaken as claiming the return to ”internal democracy“ and to ”free election“ of the party leaders. It is neither internal democracy nor free elections which give the Party its nature of being the most conscious fraction of the proletariat and its function of revolutionary guide. It is instead the matter of a deep discrepancy of conceptions about the deterministic organicity of the party as a historical body, living in the reality of the class struggle; it is a fundamental deviation in principles, that made the parties unable to foresee and face the opportunist danger.
16. Analogous deviations took place in Russia where, for the first time in history, the difficult problem of organisation and internal discipline of the communist party which had come to power and whose membership had enormously increased, arose. The difficulties met in the internal social-struggle for a new economy and revolutionary political struggle outside of Russia provoked contrasting opinions between Bolsheviks of the Old Guard and new members.
The Party’s leading group had in its hands not only the party apparatus but also the whole State apparatus. Its opinions or those of the majority within it were made good not by means of party doctrine and its national and international tradition of struggle, but by repression of the opposition by means of the State apparatus and by strangling the party in a police like manner. All disobedience towards the central organ of the party was judged as a counter-revolutionary act warranting, besides expulsion, punitive sanctions. The relationship between Party and State was thus completely distorted and the group which controlled both was thus able to enforce a series of surrenders of principles and of the historical line of the party and world revolutionary movement. In reality the party is a unitary organism in its doctrine and its action. To join the party imposes peremptory obligations on Leaders and followers. But joining and leaving is voluntary without any kind of physical compulsion and shall be so before, during and after the conquest of power. The party directs alone and in an autonomous way the struggle of the exploited class to destroy the capitalist State. In the same way, the Party, alone and autonomous, leads the revolutionary proletarian State, and just because the State is, historically, a transitory organ, legal intervention against party members or groups is a pointer to a serious crisis. As soon as such intervention became a practice in Russia, the party became crowded with opportunistic members who sought nothing more than to procure advantages for themselves or at least to benefit from the protection of the Party. Yet they were accepted without hesitation and instead of a weakening of the State there was a dangerous inflation of the Party in power.
This reversal of influences resulted in the opportunists getting the upper hand on the orthodox; the betrayers of revolutionary principles paralysed, immobilised, accused and finally condemned those who defended them in a coherent way, some of whom had understood too late that the party would never again become a revolutionary one.
In fact, it was the government, at grips with the hard reality of internal and external affairs, which solved questions, and imposed its solutions on the Party. The latter, in turn, had an easy time in international congresses to impose these solutions on the other parties which it dominated and handled as it liked. In this way the directive of the Comintern lines became more and more eclectic and conciliatory with respect to world capitalism.
The Italian Left never questioned the revolutionary merits of the party which had lead the first proletarian revolution to victory, but it maintained that the contributions of the parties still openly struggling against their bourgeois regime, were indispensable. The hierarchy which could solve the problems of revolutionary action in the world and in Russia must therefore be the following: the International of the World communist parties – its various sections, including the Russian one – finally the communist government for internal Russian politics but exclusively along party lines. Otherwise the internationalist character of the movement and its revolutionary efficiency could not but be compromised.
Only by respecting this rule could a divergence of interests and objectives between the Russian State and the World revolution be avoided. Lenin himself had many times admitted that if the revolution broke out in Europe or the world, the Russian party would take not second but at least fourth place in the general political and social leadership of the communist revolution.
17. We cannot say exactly when the opportunistic wave which was to bear away the Communist International, originated. This was the third wave, the first having paralysed the International founded by Marx and the second which had shamefully brought about the fall of the Second International. The deviations and political errors discussed in paragraphs 11, 12, 13, 14, 15 and 16 above, threw the world communist movement into total opportunism which could be seen from its attitude towards fascism and totalitarian governments. These forms appeared after the period of the great proletarian attacks which, in Germany, Italy, Hungary, Bavaria and in the Balkan States, followed the end of the First World War. The communist International defined them as employers’ offensives with a tendency to lower the standard of living of the working classes economically, and politically as initiatives aiming at the suppression of democratic liberalism, which it presented, in a turn of phrase doubtful to Marxists, as being a favourable milieu for a proletarian offensive, whereas communism has always considered it as the worst possible atmosphere of revolutionary corruption on the political level. In reality, fascism was the complete proof of the Marxist vision of history: the economic concentration was not only evidence of the social and international character of capitalist production, but it urged the latter to unite and the bourgeoisie to declare Social war on the proletariat, whose pressure was as yet much weaker than the defence capacity of the capitalist State.
The leaders of the International on the other hand created serious historical confusion with the Kerensky period in Russia, leading not only to a serious mistake in theoretical interpretation, but to an inevitable overthrow of tactics. A strategy for the defence and conservation of existing conditions was outlined for the proletariat and communist Parties, advising them to form a united front with all those bourgeois groups which upheld that certain immediate advantages should be granted to the workers and that the people should not be deprived of their democratic rights. The groups were in this way much less decided and perspicacious than the fascists and thus very feeble allies.
The International did not understand that Fascism or National Socialism had nothing to do with an attempt to return to despotic and feudal forms of government, nor with the victory of the so-called right-wing bourgeois sections in opposition with the more advanced capitalist class from the big industries, nor an attempt to form an autonomous government of the intermediate classes between employers and proletariat. It did not understand either that freeing itself from a hypocritical parliamentarism, fascism inherited on the other hand wholly the pseudo-Marxist reformism, securing for the least fortunate classes not only a living wage but a series of improvements of their welfare by means of a certain number of measures and state interventions taken, of course, in the interest of the State. The Communist International thus launched the slogan ”struggle for freedom“ which was forced upon the Communist Party of Italy by the president of the International from 1926 onwards. Yet nearly all the militants of the party had wanted for four years to lead as autonomous class policy against fascism refusing coalition with all democratic, monarchist and catholic parties in favour of constitutional and parliamentary guarantees. And it was in vain that the Italian Left warned the leaders of the International that the path it had chosen (and which ended finally with the Committees for National Liberation !) would lead to the loss of all revolutionary energies, and demanded that the real meaning of the antifascism of all the bourgeois and petit-bourgeois parties as well as the pseudo-proletarian ones should be openly denounced.
The line of the communist party is by its nature an offensive one and in no case may it struggle for the illusory preservation of conditions peculiar to capitalism. If, before 1871, the working class had to fight side by side with bourgeois forces, this was not in order to hold on to certain advantages, nor to avoid an impossible return to old times but in order to help in the total destruction of all out-grown political and social forms. In everyday economic policy, just as in general politics, the working class had nothing to lose and therefore nothing to defend. Attack and conquest, those are its only tasks.
Consequently, the revolutionary party shall interpret the coming of totalitarian forms of capitalism as the confirmation of its doctrine and therefore its complete ideological victory. It shall take an interest in the effective strength of the proletarian class in relationship to its oppressor in order to get ready for the revolutionary civil war. This relationship has ever been made unfavourable only by opportunism and gradualism. The revolutionary party shall do all in its power to stir up the final attack, and where this is impossible, face up without ever slating a ”Vade retro Satana“, as defeatist as stupid because it comes to begging foolishly for tolerance and pardon from the enemy class.
c. Opportunism after 1926
18. In the Second International, opportunism took on the form of humanitarianism, philanthropy and pacifism culminating in the repudiation of armed struggle and insurrection and, what is more, finding justification for legal violence between States at war.
During the third opportunist wave deviation and treason of the revolutionary line went as far as armed fighting and civil war. But even when opportunism wants to impose a given government against another in one country by means of an armed struggle aiming at territorial conquests and strategical positions, the revolutionary criticism remains the same as when it organises fronts, blocks and alliances with purely electoral and parliamentary designs. For instance the alliance of the Spanish Civil War and the partisan movement against the Germans or the fascists during the Second World War was without doubt betrayal of the working class and a form of collaboration with capitalism, in spite of the violence which was made use of. In such cases, the communist party’s refusal to subordinate itself to committees made up of heterogeneous parties should be even firmer: when action passes from legal agitation to conspiracy and fighting it is still more criminal to have anything what so ever in common with non proletarian movements. We need not recall that in the case of defeat, such collusions were concluded by the concentration of all the enemy’s forces on the communists, whereas in the case of apparent success, the revolutionary wing was completely disarmed and bourgeois order was consolidated.
19. All demonstrations of opportunism in the tactics imposed on European parties and carried on inside Russia were crowned during the Second World War by the attitude of the Soviet State towards the other belligerent States and by the instructions which Moscow gave to the communist parties. The latter did not deny their assent to the war, nor did they try to exploit it in order to organise class action aiming at the destruction of the capitalist State. On the contrary, in a first stage Russia concluded an agreement with Germany: then while it provided that the German section should do nothing against the hitlerite power, it dared to dictate self-styled ”Marxist“ tactics to French communists who were to declare the war of the French and English bourgeoisie as being an imperialistic aggressive one, and made these parties lead illegal action against their State and army; However, as soon as the Russian State came into military conflict with Germany and its interest lay in the strength of those opposed to the Russian state, the French, English and other parties concerned received the opposite political instruction and the order to move to the front of national defence just like the socialists, denounced by Lenin, in 1914. Much more, all theoretical and historical positions of communism were falsified when it was declared that the war between the western powers and Germany was not an imperialistic one but a crusade for liberty and democracy and that it had been so from the start, from 1939 on, when the pseudo-communist propaganda was entirely directed against the French and English.
Thus it is clear that the Communist International, which at one time had been formally wiped out in order to give extra guarantees to the imperialist powers, was at no time used to provoke the fall of any capitalist power and not even to speed on the appearance of conditions necessary for the taking over of power by the proletariat. Its only use was to collaborate openly with the German imperialist bloc, the opposite bloc having preferred to do without its help when Russia came over on its side.
It is therefore not a simple question of opportunism but rather a total abandonment of communism, proved by the haste with which the definition of the class structure of the bourgeois powers changed at the same time as did Russia’s allies. Imperialist and plutocrat in 1939-40, France, England and America later became representative of progress, freedom and civilisation, having a common programme with Russia for the reorganisation of the world. This extraordinary turning did not prevent Russia from the moment of the first disagreements in 1946 and from the start of the cold war, to heap the most fiery accusations on the very same States.
It is no wonder therefore that, beginning by simple contacts with the social-betrayers and social-patriots rejected the day before, continuing with united fronts, workers’ governments (renouncing to class dictatorship) and even blocs with petit-bourgeois parties, the Moscow movement fell, during the war, into total enslavement of the policy of the ”democratic powers“. Later it had to admit that these powers were not only imperialist but just as fascist as Germany and Italy had been before. It is therefore no wonder either that the revolutionary parties which had met in Moscow in 1919-1920 had lost any remainder of their communist and proletarian nature.
20. The Third historical wave of opportunism unites all the characteristics of the two preceding ones in the same measure as present capitalism includes all forms of its different stages of development.
After the second imperialist war, the opportunist parties, united with all the bourgeois parties in the Committees of National Liberation take a part in government with them. In Italy, they even partake in monarchist cabinets, postponing the question of the Republic to more ”suitable“ times. Thus they repudiate the use of the revolutionary method for the conquest of political powers by the proletariat, sanctioning a purely legal and parliamentary struggle to which all proletarian pressure is to be sacrificed in view of the conquest of public power by pacific means. In the same way as during the first year of the conflict they did not sabotage fascist governments, nourishing their military strength the supply of first necessity, they postulate the participation in national defence governments sparing all trouble to the governments at war.
Opportunism continues its fatal evolution, sacrificing, even formally, the Third International to the enemy of the working class, to subsequent imperialism, in favour of the subsequent ”reinforcement of the United Front of the allies and other United Nations“. Thus the historical anticipation of the Italian Left made in the first years of the Third International came true. It was ineluctable that the gigantic opportunism which had gained the workers’ movement would lead to the liquidation of all revolutionary instances. Consequently the reconstitution of the class strength of the world proletariat has been very much delayed, made more difficult and will require a greater effort.
21. In the same way as Russia, supported by the opportunist communist parties of other countries, had fought on the side of the imperialists, she joined them in the occupation of the vanquished countries to prevent the exploited masses from rising, and this without losing the parties’ support. On the contrary, this occupation with counter-revolutionary purpose was fully justified by all the so-called socialists and communists during the Yalta and Teheran conferences. Any possibility of a revolutionary attack of the bourgeois powers was reduced to nothing in the countries that had won the war as in those that had lost. This confirms the position of the Italian Left which regarded the second War as imperialist and the occupation of the vanquished countries as counter-revolutionary, and foresaw that the second war could not be followed by a revolutionary revival.
22. In accordance with the counter-revolutionary past the Russian and affiliated parties have modernised the theory of the permanent collaboration between classes proclaiming the peaceful co-existence and competition between capitalist and socialist States. This position, after the former which reduced the class struggle to a so-called struggle between socialist and capitalist States, is their final insult to revolutionary Marxism. If a socialist State does not declare a holy war on capitalist States, it at least declares and maintains the class war inside the bourgeois countries, whose proletariat prepares theoretically and practically for the insurrection. This is the only position which conforms with the programme of the communist parties who do not disdain to show their opinions and their intentions (Manifesto of 1848) and openly urge on the violent destruction of the bourgeois power.
Hence, States and parties which admit or even assume hypothetically peaceful coexistence and competition between States instead of propagandising the absolute incompatibility among the classes and armed struggle for the emancipation of the proletariat, are capitalist States and counter-revolutionary parties, and their phraseology only masks their non-proletarian character.
The Persistence of such ideologies within the working class movement is a tragical holdback of any class revival and the proletariat must pass beyond them before the class struggle can take place.
23. Another aspect which made the political opportunism of the third wave still more shameful than the preceding ones was its shameful attitude towards pacifism, defence of guerrilla warfare; pacifism again, but spiced with the anti-capitalist phraseology of the cold war and finally the insipid total pacifism of coexistence. All these turnings went side by side with the most scandalous variation in the definition of the English and American powers: imperialist in 1939, democratically ”liberating“ the European proletariat in 1942, imperialist again after the war, pacifist rivals in the competition between capitalism and ”socialism“ today. True Marxists know, that the American imperialism has taken up since the first World War from the English ”despot“ the role of principal white guard of the world, as Lenin and the Third International many times emphasised during the glorious period of revolutionary struggle.
Inseparable from social pacifism, pacifism taken on its own makes the most of the workers’ hatred of imperialist wars. Defence of peace which is a common propaganda of all parties and all States, bourgeois or pseudo-proletarian is however as opportunist as is the defence of the fatherland. Revolutionaries should leave one as the other to U.N.O. who is horror struck at the mention of class struggle, but is itself, like the League of Nations, a league of Robbers.
In putting pacifism higher than any other demand, today’s opportunists show not only that they are outside the revolutionary process and have fallen into total utopia, but that they do not come within reach of the utopists Saint Simon, Owen, Fourier and even Proudhon.
Revolutionary Marxism rejects pacifism as a theory and means of propaganda and subordinates peace to the violent destruction of world imperialism; there will be no peace as long as the proletariat of the world is not free from bourgeois exploitation. It also denounces pacifism as a weapon of the class enemy to disarm the proletariat and withhold them from revolutionary influence.
24. Throwing bridges to the imperialist parties to set up governments of ”national union“ has now become a customary praxis of the opportunists who carry it out on an international scale in a gigantic superstate organism, U.N.O. The great lie consists in making believe that provided that the war between States is avoided, class collaboration can not only become reality but bring its mawkish fruits to the working class, the imperialist and class State becoming a democratic instrument for the public wealth.
Thus in the Peoples’ Democracies, the opportunists have set up national systems in which all social classes are represented, with the pretence that in this way their opposing interests can be harmonised. In China for instance where the four class block is in power, the proletariat, far from having assumed political power, is subjected to the incessant pressure of the young industrial capitalism, having born the cost of ”National Reconstruction“ just like the proletariats of the other countries. The disarmament of the revolutionary forces, which was offered to the bourgeoisie by the social-patriots of 1914 and the ministerialists such as Millerand, Bissolati, Vandervelde, MacDonald and Company who were fustigated and eliminated by Lenin and the Communist International, grows blurred in the face of the scandalous and impudent collaboration of the present social patriots and ministerialists. The Italian Left which already in 1922 was opposed to the ”workers’ and peasant government“ (password which was given the meaning of ”dictatorship of the proletariat“ but which fostered a fatal ambiguity or worse meant something quite different) rejects all the more the open class collaboration which present day opportunists do not hesitate to advocate; the Italian Left claims for the proletariat and its party the unconditional monopoly of the State, the unitary and undivided dictatorship of the proletarian class.
IV. PARTY ACTION
1. Since its birth, capitalism has had an irregular historical development, with alternating periods of crisis and intense economic expansion.
Crises are inseparable from capitalism which will not however cease to grow and to expand so long as the revolutionary forces will not deal it the final blow. In a parallel way, the history of the proletarian movement presents phases of impetuous bounds and phases of withdrawal provoked by brutal defeats or slow degeneracy during which the renewal of revolutionary activity may be decades away. The Paris Commune was violently put down and its defeat opened a period of relatively pacific development of capitalism which gave birth to revisionist or opportunistic theories whose very existence proved the falling back of the revolution. The October revolution was slowly defeated over a period of regression, culminating in the violent suppression of those who had fought for it and survived. Since 1917, the revolution is very much absent and today it does not look as though we are on the threshold of the renewal of revolutionary revival.
2. In spite of such recurrences, the capitalist mode of production expands and prevails in all countries, under its technical and social aspects, in a more or less continuous way. The alternatives of the clashing class forces are instead connected to the events of the general historical struggle, to the contrast that already existed when bourgeoisie begun its rule on the feudal and precapitalist classes, and to the evolutive political process of the two historical rival classes, bourgeoisie and proletariat; being such a process marked by victories and defeats, by errors of tactical and strategical method. The first clashes go back to 1789, arriving, through 1848, 1871, 1905 and 1917, to the present day; they gave the bourgeoisie a chance to furbish its arms against the proletariat in the same measure as its economy developed.
On the contrary, the proletariat, in the face of the gigantic extension of capitalism, has not always known how to use its class energy with success, falling back, after each defeat, into the net of opportunism and treason, and staying back from the revolution for an ever lengthening period.
3. The cycle of victorious struggles and of defeats, even the most drastic ones, and the opportunistic waves during which the revolutionary movement is submitted to the influence of the enemy class constitute a vast field of positive experiences where the revolution matures.
After the defeats, the revolutionary comeback is long and difficult; but the movement, although it is not visible on the surface, is not interrupted, it maintains, crystallised in a restricted vanguard, the revolutionary class demands.
The periods of political depression of the revolutionary movement are numerous. From 1848 to 1867, from the Second Paris revolution to the eve of the franco-prussian war, the revolutionary movement is nearly exclusively incarnated in Marx, Engels and a small circle of comrades; from 1872 to 1879, from the defeat of the Commune to the beginning of the colonial wars and the return of the capitalist crisis which leads to the Russian-Japanese war of 1905, and then to the 1914 war, the conscience of the revolution is represented by Marx and Engels. From 1914 to 1918 during the first World War during which the Second International crumbles, it is Lenin with some comrades of few other countries, who represent the continuity and victorious progression of the movement.
1926 introduced a new unfavourable period for the revolution which saw the liquidation of the October victory. Only the Italian Left communist movement has maintained intact the theory of revolutionary Marxism and the promise of a revolutionary come-back can have crystallised in this movement alone. During the second World War the conditions became still worse, the whole proletariat adhering to the imperialist war and the false Stalinist socialism.
Today we are at the bottom of the depression and a come-back of the revolutionary movement cannot be envisaged in the near future. The length of the period of depression which we are experiencing corresponds to the seriousness of the degeneration as well as to the greater concentration of the capitalist forces. The third opportunistic wave unites the worst characteristics of the two preceding ones at the same time as the process of capitalist concentration in which the enemies strength lies is much stronger than after the first World War.
4. Today we are in the depths of the political depression, and although the possibilities of action are considerably reduced, the party, following revolutionary tradition, has no intention of breaking the historical line of preparation for a future large scale resurgence of the class struggle, which will integrate all the results of past experience. Restriction of practical activity does not imply the renunciation of revolutionary objectives. The party recognizes that in certain sectors its activity is quantitatively reduced, but this does not mean that the multi-faceted totality of its activity is altered, and it does not expressly renounce any of them.
5. Today, the principal activity is the re-establishment of the theory of Marxist communism. At present, our arm is still that of criticism: that is why the party will present no new doctrines but will instead reaffirm the full validity of the fundamental theses of revolutionary Marxism, which are amply confirmed by facts and falsified and betrayed by opportunism to cover up retreats and defeats. The Marxist Left denounces and combats the Stalinists as revisionists and opportunists just as it has always condemned all forms of bourgeois influence on the proletariat. The Party bases its action on anti-revisionist positions. From the very moment of its appearance on the political scene, Lenin fought against Bernstein’s revisionism and restored the original line, demolishing the factors of the two revisions – social democratic and social patriotic.
The Italian Left denounced from the very start the first tactical deviations inside the Third International as being the first symptoms of a third revision, which has been fully accomplished today, uniting the errors of the first two.
Because the proletariat is the last of the classes to be exploited, and consequently in its turn will exploit no one, the doctrine which arose alongside the class can neither be changed nor reformed. The development of capitalism, from its inception until now, has confirmed and continues to confirm the Marxist theorems set out in the fundamental texts. The alleged “innovations” and “teachings” of the last 30 years have only confirmed that capitalism is still alive and must be overthrown. The central focus point of the actual doctrinal position of our movement is therefore the following: no revision whatsoever of the primary principles of the proletarian revolution.
6. Today, the party registers social phenomena scientifically in order to confirm the fundamental theses of Marxism. It analyses, confronts and comments on recent and contemporary facts, repudiating the doctrinal elaboration tending to found new theories or to indicate the insufficiency of Marxism as an explanation of the phenomena.
The same work, demolition of opportunism and deviationism as accomplished by Lenin (and defined in What is to be done) is still at the basis of our party activity thus following the example of militants of past periods of setback of the proletarian movement and of reinforcement of opportunist theories, that found in Marx, Engels, Lenin and in the Italian Left, violent and inflexible enemies.
7. Although small in number and having but few links with the proletarian masses, the party is nevertheless jealously attached to its theoretical tasks which are of prime importance, and because of this true appreciation of its revolutionary duties in the present period, it absolutely refuses to be considered either as a circle of thinkers in search of new truths, or as “renovators” who consider past truths insufficient.
No movement can triumph in the historical reality without theoretical continuity, which is the condensation of the experience of past struggles. Consequently, party members are not granted personal freedom to elaborate and conjure up new schemes or explanations of the contemporary social world. They are not free as individuals to analyse, criticise and make forecasts, whatever their level of intellectual competence may be. The Party defends the integrity of a theory which is not the product of blind faith, but one whose content is the science of the proletarian class; developed from centuries of historical material, not by thinkers, but under the impulse of material events, and reflected in the historical consciousness of one revolutionary class and crystallized in its party. Material events have only confirmed the doctrine of revolutionary Marxism.
8. In spite of the small number of members which corresponds to the counter-revolutionary conditions, the Party continues its work of proselytism and of oral and written propaganda, it considers the writing and the distribution of its press as its principal activity in the actual phase, being one of the most effective means (in a situation where there are few and far between) to show the masses the political line they are to follow and diffuse systematically and more widely the principles of the revolutionary movement.
9. It is events, and not the desire or the decision of militants, which determine the depth of the Party’s penetration amongst the masses, limiting it today to a small part of its activity. Nevertheless, the Party loses no occasion to intervene in the clashes and vicissitudes of the class struggle, well aware that there can be no revival until this intervention has developed much further and become the main area of Party activity.
10. The acceleration of the process depends not only on the profound social causes of historical crises, but also on the proselytism and propaganda of the party, even with the reduced means at its disposal. The party totally rules out the possibility of stimulating this process by means of devices, stratagems and manoeuvres aimed at groups, leaders or parties who have usurped the name “proletarian”, “socialist” or “communist”. These manoeuvres, which permeated the tactics of the Third International as soon as Lenin withdrew from political life, only resulted in the disintegration of the Comintern as the theoretical and organizational force of the movement, ever ready to shed fragments of the party on the road of “tactical expediency”. These methods were recalled and re-evaluated by the trotskist movement of the Fourth International, which wrongly considered them to be communist methods.
There are no ready-made recipes that will accelerate the resurgence of the class struggle. No manoeuvres and expedients exist that will get proletarians to listen to the voice of the class; such manoeuvres and expedients would not make the party appear to be what it truly is, but would be a misrepresentation of its function, to the detriment and prejudice of the effective resurgence of the revolutionary movement, which is based on the situation having really matured and the corresponding ability of the party to respond, being fit for this purpose only because of its doctrinaire and political inflexibility.
The Italian Left has always fought against resorting to expedients as a way of keeping its head above water, denouncing this as a deviation from principle which in no way adheres to Marxist determinism.
Along the lines of past experiences, the Party therefore withholds from making and accepting invitations, open letters or agitation slogans aiming to form committees, fronts or agreements with other political organisations whatever their nature.
11. The Party does not hide the fact that when things start moving again this will not only be felt by its own autonomous development, but by the starting up again of mass organisations. Although it could never be free of all enemy influence and has often acted as the vehicle of deep deviations; although it is not specifically a revolutionary instrument, the union cannot remain indifferent to the party which never gives up willingly to work there, which distinguishes it clearly from all other political groups who claim to be of the “opposition.” The Party acknowledges that today, its work in the unions can be done but sporadically; it does not renounce however to enter into the economic organisations, and even to gain leadership as soon as the numerical relationship between its members and sympathisers on the one hand, the union members or a given branch on the other is suitable, so long as the union in question does not exclude all possibility of autonomous class action.
12. The international current to which we belong cannot be characterised by its abstaining from voting, although the ”abstentionist fraction“ of the Italian socialist party played a preponderant part in the foundation of the Italian section of the III International, whose struggle and opposition to the Communist International on much more fundamental issues we vindicate.
The capitalist State taking on a constantly more evident form of class dictatorship which Marxism has denounced since the beginning, parliamentarism loses necessarily all importance. The elected organs and the parliament of the old bourgeois tradition are no more than survivals. They have no content any longer, only the democratic phraseology subsists and this cannot hide the fact that at the moment of social crises, the State dictatorship is the ultimate resource or capitalism, and that the proletarian revolutionary violence must be directed against this State. In these conditions the Party discards all interest in elections of all kinds and develops no activity in this direction.
13. The cult of the individual is a very dangerous aspect of opportunism; it is natural that leaders who have grown old, may go over to the enemy and become conformists, and there have been but few exceptions to the rule. Experience has shown that revolutionary generations succeed each other rapidly. That is why the Party accords maximum attention to the young people and makes the greatest possible effort to recruit young militants and to prepare them for political activity, without any personal ambition or personality cult. In the present historical moment, deeply counter-revolutionary, the forming of young leaders capable of upholding the continuity and revolutionary tradition over a long period is necessary. Without the help of a new revolutionary generation the starting up of the movement is impossible.
ETIOPIA: premesse storiche della rivoluzione democratica
Costituito da un agglomerato di nazionalità, dominate per secoli da una razza di fierissimi guerrieri, l’Etiopia è l’unico stato Africano che sia riuscito a mantenersi indipendente anche di fronte al colonialismo europeo. Le potenze occidentali hanno dovuto trattare con rispetto questo antichissimo Stato, e qualcuna, battendoci il capo, ci ha rimesso le corna. Ma se la forza militare e la posizione geografica hanno consentito all’Etiopia di evitare per molto tempo gli orrori della colonizzazione, d’altra parte hanno anche fatto sì che la barbarie del feudalesimo si tramandasse fino ai nostri giorni, frenando le forze produttive e impedendo la formazione di una vera e propria borghesia imprenditoriale e di un forte proletariato urbano.
La sua posizione geografica è il motivo determinante dell’isolamento in cui questa regione si è trovata per secoli, e della sua particolare storia. Le montagne dell’Etiopia si elevano con ripidissime pareti fino a duemila, tremila metri; sulla sommità di queste formidabili fortezze naturali, si stende l’altipiano che è la zona più fertile e più popolata. Proprio nel centro di questo altipiano si trovano le sorgenti di grandi fiumi come il Nilo Azzurro, il Giuba, l’Uebi Scebeli, l’Omo, ecc.
Nel corso dei secoli, parecchie popolazioni si sono contese il dominio di questa fertilissima regione; d’altra parte era relativamente facile per gli abitanti difendersi e assoggettare le popolazioni sottostanti più primitive. Fino all’invasione italiana del 1936, nessuno era mai riuscito a conquistare completamente questa regione (ciò non va certo «a maggior gloria delle armi italiane», ma è una vittoria della tecnica moderna contro un modo di produzione superato). Persiani, Arabi, Turchi, hanno in epoche successive minacciato questa regione, ma sono riusciti al massimo a spingersi ai piedi dell’altipiano, mai a conquistarlo. Infatti, la religione musulmana, si è diffusa in Eritrea e nel bassopiano, mentre le popolazioni dell’interno hanno sempre conservato la religione cristiano-copta.
I primi europei a visitare l’Etiopia, furono i navigatori portoghesi. Le notizie che essi riportarono su questo leggendario impero, «baluardo della cristianità in Africa», fecero sì che si stabilissero tenui relazioni diplomatiche tra il papato e l’imperatore d’Etiopia, le quali però non ebbero alcun effetto.
L’introduzione del cristianesimo in Etiopia risale al 320; essa coincide con un accentramento dell’autorità imperiale; fu infatti lo stesso imperatore Ezana che, dopo aver sottomesso tutta la regione sotto la sua autorità, favorì l’introduzione della nuova religione, la quale si prestava bene allo scopo, perché sanciva e giustificava l’autorità imperiale, proclamando che questa derivava da Dio.
La fine dell’isolamento dell’Etiopia si ha con la penetrazione degli Stati capitalistici europei nel Mar Rosso, il cui inizio è segnato dall’apertura del canale di Suez e dallo stabilirsi degli inglesi ad Aden. Le potenze imperialistiche si gettano come avvoltoi alla conquista dell’Africa e del Medio Oriente; anche la borghesia italiana, fresca fresca dall’aver raggiunto, nel modo che sappiamo, la sua indipendenza nazionale, vuole partecipare al banchetto; ma essa è arrivata in ritardo e deve rosicchiare l’osso più duro; tanto duro che nel morderlo si romperà i denti.
Per sottomettere l’Etiopia, le potenze occidentali cercano di far leva su una perenne situazione di instabilità politica, cioè sulle lotte intestine dovute al fatto che il potere statale dell’imperatore non è solido e accentrato. L’Etiopia è infatti divisa in grandi regioni, a capo di ognuna delle quali sta un governatore ereditario; il Negus (Re). Ogni Negus aveva sotto di sé vari Ras; ogni Ras comandava vari Deggiacc. L’imperatore era chiamato Negus Neghesti (re dei re). La sua autorità gli derivava dal fatto di essere il Capo militare e religioso della nazione, e soprattutto dal fatto di essere il feudatario più forte. Ogni Negus, ogni Ras, ecc. svolgeva nella zona affidatagli, le funzioni statali per conto dell’Imperatore, padrone assoluto della terra; riscuoteva le imposte, giudicava, organizzava e comandava i soldati. Ognuno di essi aveva perciò un piccolo esercito più o meno consistente a seconda della ricchezza della regione (cioè a seconda del numero di persone che un dato territorio poteva mantenere). La Nazione dominante, gli Amhara, era esclusivamente dedita all’uso delle armi, e solo ad essa erano riservati i posti di questa complessa gerarchia militare che dall’Imperatore arrivava fino ai soldati semplici.
Il peso di tutta questa impalcatura sociale, gravava unicamente sulle spalle di chi coltivava la terra: le popolazioni sottomesse, gli schiavi catturati nelle guerre o nelle razzie.
Teoricamente ogni nomina di un governatore era esclusivo attributo dell’Imperatore, ma in pratica, se un Ras veniva destituito, egli si difendeva con le armi perché la perdita del posto nella gerarchia militare significava la perdita di tutti i mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia. Infatti, tutti i capi militari, vivevano per mezzo delle tasse che essi riuscivano a riscuotere nelle zone assegnate. Perciò ad ogni livello della gerarchia, un capo destituito, poteva passare improvvisamente dalla agiatezza alla miseria. Alla morte di un imperatore si verificava quasi sempre un rivolgimento politico; infatti, se un Negus si sentiva abbastanza forte, nulla gli impediva di proclamarsi Imperatore. Gli altri, naturalmente si schieravano dalla parte dell’uno o dell’altro pretendente; la cosa veniva decisa sul campo di battaglia, e naturalmente seguiva un rivolgimento di tutta la gerarchia. Le potenze occidentali cercano perciò di sfruttare a proprio vantaggio le rivalità tra i vari capi, e di indebolire l’unità dell’Impero.
Al congresso di Berlino del 1885, venne decisa la spartizione dell’Africa. Nello stesso anno gli italiani iniziano l’occupazione dell’Eritrea. Essi cercano di favorire le aspirazioni al trono del Negus Menelik, re della Scioa, fornendogli armi e assistenza tecnica. Ma nel 1887 arriva la prima doccia fredda per le ambizioni imperialistiche della borghesia italiana: il Negus Neghesti Giovanni, invia contro gli italiani un suo Ras il quale a Dogali distrugge un intero battaglione italiano.
Nel 1889 l’Imperatore Giovanni muore in battaglia, e Menelik II il negus più potente, si proclama imperatore. Lo stesso anno Italia ed Etiopia, concludono il famoso trattato di Uccialli; un trattato di «amicizia perpetua» che doveva sancire il protettorato dell’Italia sull’Etiopia. Per avere un’idea della rapacità e della cialtroneria della borghesia italiana, basti pensare che l’art. 17 di questo trattato, nel testo italiano dice che l’imperatore consente a farsi rappresentare dall’Italia nei suoi rapporti con gli altri Stati (il che è come dire rinunciare alla propria indipendenza), mentre nel testo in Amarico si dice che l’imperatore può servirsi dell’Italia, ecc. (cioè può se vuole, ma non è obbligato). Insomma un volgare trucco che dette luogo a una serie di polemiche e di cui l’imperialismo italiano si servì come pretesto per intervenire con la forza. Nel 1893, dopo che Menelik aveva denunciato il trattato di Uccialli, le truppe italiane occupano il Tigré. La tronfia propaganda della borghesia italiana presentava questa impresa come una «nobile missione civilizzatrice». Ma aveva fatto i conti senza l’oste: nel 1896 ad Adua, (capoluogo del Tigré) il corpo di spedizione italiano, forte di 20 mila uomini, viene quasi totalmente distrutto dalle armate di Menelik. Questa vittoria ebbe molta risonanza e costituì anche un ammonimento per le altre potenze coloniali, inducendole a frenare i loro appetiti.
Il contatto con le potenze imperialistiche aveva introdotto anche in questo millenario impero, le meraviglie della tecnica moderna. Le armi da fuoco furono naturalmente il prodotto che i vari Ras e Negus apprezzavano di più, perché ne comprendevano immediatamente l’utilità. Ma poi, tra il 1887 e i primi del ‘900, arrivarono anche le poste, il telefono, il telegrafo, la prima banca, la prima ferrovia, le prime automobili. L’antica struttura sociale rimaneva ancora in piedi, ma cominciavano a penetrare i primi germi che avrebbero provocato la sua distruzione. La minaccia di nemici esterni potenti e agguerriti, esigeva inoltre la centralizzazione dello Stato sotto un comando unico, cioè la fine delle lotte tra i vari signorotti feudali, e la loro sottomissione alla autorità centrale.
L’opera di centralizzazione dello stato, iniziata sotto Menelik II, venne continuata da Ras Tafari che nel 1917, dopo un periodo di lotte intestine seguito alla morte di Menelik, aveva assunto il titolo di Reggente. Nel 1923 (epoca di ingresso dell’Etiopia alla Società delle Nazioni) Ras Tafari emanava un editto in cui condannava a morte chiunque comprasse o vendesse schiavi; nel 1924 decretava che tutti i bambini dovessero nascere liberi. Per molto tempo però questi editti rimasero lettera morta, perché buona parte della produzione era ancora basata sulla schiavitù e la sua abolizione richiedeva una trasformazione economica e sociale.
Ras Tafari dedicò inoltre una particolare cura alla formazione di un esercito attrezzato e inquadrato all’europea; a questo scopo si avvalse di istruttori stranieri, e spedì a studiare nelle accademie militari occidentali i primi giovani della aristocrazia. Questa politica di riforme naturalmente non piaceva ai grandi feudatari, ma non avevano la forza di opporsi all’esercito di Ras Tafari.
Quest’ultimo nel 1928 si fece proclamare Negus, e nel 1930 venne fastosamente incoronato imperatore, assumendo il nome di Haile Selassie (benedetto dalla trinità). Tutta l’opera di Haile Selassie fu sempre rivolta a minare l’autorità dei grandi feudatari e a rafforzare il potere centrale. Uno dei mezzi che egli usava, era quello di tenere i feudatari presso la sua corte, mentre intanto minava la loro autorità nelle provincie, facendole governare da suoi emissari diretti; (proprio come Luigi XIV in Francia).
Ma il colpo più grosso i feudatari lo ebbero nel 1931, quando Haile Selassie emanò la prima costituzione, emanata, dice il testo «senza che alcuno ce ne facesse richiesta, per Nostra volontà». E si capisce che nessuno gliel’aveva chiesta!
In questa costituzione non si parla dei capi e della loro funzione, ma si stabilisce che il titolo di Negus Neghesti non debba uscire «dalla discendenza di Hailé Selassie I, stirpe venuta succedendosi da Menelik I nato da Salomone re di Gerusalemme e dalla regina di Etiopia denominata regina di Saba». Un intero capitolo era dedicato alle attribuzioni del Negus Neghesti, il quale doveva detenere «tutt’intero in sua mano il potere supremo».
La costituzione prevedeva inoltre la formazione di due camere di consiglio per la definizione della legge e per l’indirizzo legislativo, ambedue nominate dall’Imperatore. Inoltre, per la prima volta, veniva istituito un bilancio statale. La circolazione monetaria rimase tuttavia per molto tempo irrisoria; le rendite venivano pagate soprattutto in natura. Nella lingua amarica non esiste la parola «moneta», ma si usa la parola argento o una parola derivata dall’arabo (v. E. Giurco: Ordinamento politico dell’Impero Etiopico). Ciò ha naturalmente scandalizzato gli alfieri della «civiltà» borghese.
Fino al 1931 ed oltre, l’unica moneta circolante era il «Tallero di Maria Teresa» (coniato a Vienna) e i «sali» (piccoli parallelepipedi di sale). Questa moneta non era ancora «capitale» ma solo mezzo di scambio; basti pensare che i talleri d’argento venivano usati dagli orafi etiopici come materia prima per fabbricare i loro monili. Sempre nel 1931, la Banca di Abissinia, che era nata nel 1905 e funzionava con capitale europeo, viene nazionalizzata con indennizzo, e diventa la Banca Nazionale di Etiopia.
La breve parentesi dell’occupazione italiana (1936-1941) accelera la trasformazione economica e sociale, nascono le prime industrie, si sviluppano le vie di comunicazione e i commerci. La schiavitù viene abolita, ma la struttura sociale nelle campagne, i diritti dei nobili sulla terra, rimangono in piedi.
Alla fine della guerra gli inglesi non occupano l’Etiopia, nonostante ne avessero per così dire il «diritto» trattandosi di una ex colonia italiana. Hailé Selassié riprende il suo posto. Non mancano proteste da parte della borghesia italiana; nel 1946, De Gasperi sostiene, con verginale candore, che l’impresa italiana in Etiopia è stata una missione civilizzatrice e chiede che la «tutela» della ex colonia venga almeno in parte affidata all’Italia. Nel 1952, in seguito ad un accordo con gli inglesi, anche l’Eritrea si unisce federativamente all’Etiopia.
Nel 1962, l’Eritrea perde ogni sua autonomia e diviene una semplice provincia dell’Impero. È a partire da questa data che nasce e si sviluppa il movimento indipendentista eritreo.
Lo sviluppo economico non ha formato una forte borghesia imprenditoriale; però ha originato una piccola borghesia radicale, gli intellettuali, gli studenti, gli ufficiali dell’esercito sono fautori della introduzione dei moderni rapporti di produzione.
Nel 1960 un tentativo di rivolta degli ufficiali della guardia imperiale viene soffocato nel sangue.
Solo nel settembre 1974, l’Etiopia è approdata alla rivoluzione borghese.
Il Derg (comitato militare rivoluzionario) rappresentante le esigenze borghesi, ha però proceduto in maniera contraddittoria; ha abbattuto e imprigionato Haile Selassie, ma solo sette mesi dopo ha proclamato la repubblica; ha arrestato i notabili dell’ex Impero, ma anche i capi dei sindacati, e ha sparato sugli operai e sui contadini. Non ha concesso l’autonomia alle nazionalità oppresse da secoli, non ha proclamato la riforma agraria se non quando si è trovato con l’acqua alla gola.
Insomma ha agito in maniera rivoluzionaria di fronte all’assolutismo, e in maniera reazionaria di fronte agli operai e ai contadini.