Troppa gente vive oggi suggestionata dal fascino della insurrezione a cui attribuisce il potere magico d’aver brutalmente cambiato il corso alla storia, indirizzandone gli accadimenti verso una radicale trasformazione della società nei suoi rapporti di forza, nella sua fisionomia sociale per una più giusta distribuzione della ricchezza. Come se l’uso delle armi, anche se fatto da larghi strati di masse proletarie, potesse conferire importanza d’azione rivoluzionaria senza che presenza di favorevoli condizioni obiettive e un ben chiaro e determinato piano di realizzazioni concrete ne rappresentino una legittimazione storica.
Tutti han parlato d’insurrezione, ma chi si è chiesto, anche tra quelli che militano nei partiti che l’insurrezione hanno a lungo teorizzato e propugnato e predisposto, se effettivamente può aver senso storico un’insurrezione che non ha posto né risolto alcun problema fondamentale, che non è riuscita, anche perché non ha voluto, a condurre le forze sociali che hanno impugnato le armi sul piano concreto delle realizzazioni rivoluzionarie?
L’esperienza recente ha dato la più eloquente e palmare dimostrazione della incapacità di un moto, sia pur esso proletario, di concretizzare alcunché di fondamentalmente serio e duraturo nel senso della classe se non ha osato spezzare non solo l’impalcatura di una esperienza politica come quella fascista, che è stata di fatto e radicalmente spezzata almeno nelle forme esteriori e più odiosamente appariscenti, ma lo stato nella sua essenza di classe e nella sua funzione di organo oppressivo del proletariato.
Difatti, tolto di mezzo il fascismo, il mazziere per eccellenza largamente foraggiato col sudore e col sangue degli operai, è rimasto in piedi nella sua interezza economica, nel pieno possesso della sua forza e della sua autorità di padrone, il quale da buon amministratore dei suoi interessi, deve aver già provveduto alla sostituzione del mazziere in camicia nera con qualche altro in camicia mimetizzata.
L’operaio che aspira in ogni fase di crisi dell’antagonismo di classe a porre il suo problema di emancipazione, si trova, ad insurrezione conclusa, nelle condizioni di prima colla prospettiva della continuazione della guerra, colla visione di una pace in cui non potrà giocare alcun ruolo e, immediatamente, con l’urgenza, data dalle necessità delle sue tristi condizioni economiche, di rientrare nello stabilimento a testa bassa per la constatazione mortificante di sentirsi ancora non padrone del suo lavoro e del suo destino. L’operaio è tornato praticamente com’era, disarmato nei mezzi materiali della sua lotta, e, quel che è peggio, nella sua capacità di far sua la teoria della rivoluzione quale scaturisce dalle lunghe e dolorose esperienze avutesi in questi ultimi decenni su scala mondiale.
Se ne conclude che l’insurrezione che non pone all’ordine del giorno il problema fondamentale della conquista rivoluzionaria del potere potrà avere gli effetti che si vuole, ma non certo considerarsi come l’atto di rottura da cui scaturiranno, impetuose e incontenibili le forze della rivoluzione.
Tale è la situazione che risulta all’analisi cruda ma vera del marxismo, da cui appare evidente, da una parte l’aspirazione proletaria ad andare oltre, a concludere sulla via della sua liberazione, a puntare decisamente verso il potere e dall’altra l’impaccio in cui sono venuti a trovarsi i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, costretti a giocare all’insurrezione mentre la guerra è in atto, nell’ambito dello stato borghese e presi alla gola dal bisogno di esaltare un moto proletario privo in realtà di un avvenire concretamente classista e rivoluzionario, a cui rispondono l’eco del fragore delle armi non ancora del tutto spento e la voce del capitalismo fattasi improvvisamente dura al congresso di San Francisco, la quale ammonisce che la pace deve in definitiva rinsaldare il suo potere, e quello soltanto, e che la sua organizzazione deve mirare a togliere al suo avversario storico, il proletariato, ogni velleità di conquiste rivoluzionarie.
Tutto ciò è politicamente chiaro, ed è istintivamente sentito dalle masse, ma compito delle forze sane della rivoluzione è di tradurre questo stato d’animo generalizzato in convinzione politica e farne un elemento attivo, determinante delle lotte sociali che stanno maturando in una situazione obiettiva così ricca di promesse.
Altrettanto chiaro appare l’indirizzo che stanno per assumere le forze politiche italiane: i sei partiti, ideologicamente legati alla guerra che dovranno comunque portare a compimento in senso internazionale, si pongono quale forza essenziale di direzione politica col compito di incanalare la crisi del dopo guerra nell’alveo della legalità borghese che avrà nella costituente la sua più alta, concreta ed espressiva manifestazione. Di fronte ai sei partiti e contro l’eventuale loro dittatura, tutte le formazioni politiche a tradizione proletaria e clandestina, non legate al Comitato di Liberazione Nazionale e quindi alla guerra e alle sue conseguenze, che vedono nell’esperienza democratica l’estremo tentativo borghese di addormentare le masse col narcotico della libertà per guadagnar tempo e sanare così le ferite della guerra e della crisi, porranno risolutamente il problema del potere che va oltre la democrazia tradizionale e la sua Costituente, il problema cioè di tutto il potere al proletariato.
L’industria italiana è nata, prima ancora che nascesse il fascismo, in regime di protezione doganale e di monopolio. Ha speculato sul prezzo dello zolfo dei fiammiferi, del vetro dei bicchieri, delle fibre tessili dei vestiti, dei componenti chimici dei medicinali, del cemento e del ferro delle case; quando non le sono bastati i paradisi artificiali dell’autarchia, ha trovato una miniera d’oro nelle forniture militari, nella preparazione dei più terribili ordini di morte. Infine, quando i nodi minacciavano di venire al pettine, ha trovato e indicato alle masse proletarie un capro espiatorio in Mussolini e compari. E si è salvata per le scale di servizio.
Ora l’industriale tira il fiato e si asciuga la fronte madida di sudore. Non è l’epurazione che lo spaventa; ha pensato a tempo, la vecchia volpe, a crearsi dei titoli di merito patriottico.
No, il pericolo egli lo vede altrove: nelle masse che ancora gridano «patria!» e «democrazia», ma grideranno domani «rivoluzione!», nell’avanguardia proletaria che s’è scrollata di dosso il giogo per procedere oltre, nel proletariato che cerca i suoi strumenti di combattimento e di lotta intorno a un partito rivoluzionario e ai suoi organismi di classe. E pensa con un brivido a un altro primo maggio che non sia di “conciliazione nazionale” ma di classe, che non sappia d’incenso, né di fanfara. È lo stesso primo maggio che noi attendiamo.
Il fascismo nostrano è morto fra bagliori di vindice giustizia proletaria, in una sinistra cornice di esecuzioni: il fascismo tedesco scompare alla chetichella, in una non meno fosca atmosfera di mistero. Hitler, Goering, Goebbels, Himmler, gli uomini del satanismo bellicista, della mistica guerriera, del furore eroico, sono semplicemente scomparsi. Al loro posto, la figura grigia di un ammiraglio; e, dietro a questa, le solite, immancabili comparse del conservatorismo prussiano, a predicare la continuazione della guerra, la lotta per la completa, definitiva, radicale distruzione delle forze vive del proletariato germanico.
Di là dagli aspetti personali del dramma, è questo, per i proletari di tutto il mondo, l’aspetto terrificante della tragedia tedesca, la vendetta che chiama la vendetta.
Con la resa firmata a Caserta dal comandante in capo del Gruppo d’Armate Sud Occidentale tedesco il 2 maggio, la fine delle ostilità si è estesa, oltre che al territorio italiano vero e proprio, a gran parte dell’Austria, interessando complessivamente un milione di soldati tedeschi.
La scomparsa dei principali dirigenti nazisti e la costituzione di un nuovo governo, essenzialmente composto da militari e da uomini politici conservatori, segna il trapasso, forse rapidissimo, verso la resa. Come già Himmler, Doenitz ha ripetuto il tentativo di giocare nei confronti degli alleati occidentali la carta del pericolo bolscevico e della difesa dell’Occidente contro l’Armata Rossa. Ma il suo invito alle popolazioni di mantener l’ordine e la sua dichiarazione di voler continuare la guerra suonano vuoti e senza eco in questo tragico sfacelo della Germania, in questo terrificante tramonto di sangue.
Dal campo di concentramento di Dachau sono stati liberati 42 mila internati stranieri. Le notizie sugli orrori e sui massacri perpetrati dalla reazione nazista in questi tragici Lager si susseguono ogni giorno più spaventose.
Secondo informazioni americane, le perdite in morti e feriti subite durante le operazioni degli ultimi due anni e mezzo sui fronti europei ammontano a 750 mila uomini.
Le elezioni municipali in Francia si sono concluse con la vittoria delle sinistre: i socialisti hanno ottenuto 359 seggi, i comunisti 332, i radicali 227, i cattolici di sinistra 63, i conservatori 94. A Parigi è netta la prevalenza dei comunisti, con 27 seggi su 90 contro 12 dei socialisti, 14 della sinistra cattolica, 6 dei radicali e 31 dei conservatori delle diverse tendenze.
La costituzione del nuovo gabinetto austriaco sotto la presidenza del vecchio socialdemocratico Karl Renner minaccia di rappresentare un nuovo motivo di attrito fra gli alleati, che, secondo le deliberazioni della Conferenza di Yalta, devono occupare e amministrare congiuntamente l’Austria. Alla Camera dei Comuni, il ministro di stato Law e a Washington il sottosegretario Grew hanno infatti dichiarato che i loro rispettivi governi non intendono per ora riconoscere un governo costituito senza loro preventiva consultazione.
Alla Conferenza di San Francisco è stato deciso all’unanimità di invitare ai lavori la Russia Bianca e l’Ucraina, riconoscendo in tal modo all’URSS tre voti nelle deliberazioni: con 31 voti contro 4 (Russia, Jugoslavia, Grecia, Cecoslovacchia) è stata pure ammessa alla Conferenza l’Argentina.
La congiunzione delle forze armate anglo-americane e delle formazioni jugoslave ai margini della Venezia Giulia risolleva la questione della definizione delle frontiere orientali dell’Italia. Una dichiarazione del governo italiano in data 2 maggio riconferma la necessità di rinviare la soluzione della controversia alla fine delle ostilità «quando i due governi avranno l’autorità che può loro derivare dalla liberazione di tutto il territorio nazionale, ancora in corso, e dalla volontà dei supremi organismi elettivi dei due paesi, quando questa avrà modo di esprimersi liberamente».
In seguito a sentenza di epurazione emessa nei confronti dei dirigenti della Fiat, il grande complesso industriale è stato sottoposto a gestione provvisoria.
L’ammiraglio Horthy, il massacratore degli operai di Budapest nel 1919, il capo della reazione magiara, trovato a Weilheim in Baviera, è stato messo con la famiglia sotto «custodia protettiva» dalle truppe americane.
Ironia della storia, Laval e alcuni suoi collaboratori sono stati fatti arrestare a Barcellona da… Franco.
A San Francisco, i tre ministri delle grandi potenze alleate stanno ancora discutendo una soluzione soddisfacente della questione polacca.
Il governo francese ha espresso ufficialmente l’opinione che le deliberazioni di Dumbarton Oaks contengano gravi lacune e che debbano perciò essere ridiscusse collettivamente.
In seguito alle voci diffuse circa supposte efferatezze commesse nella zona industriale di Sesto S. Giovanni da parte di tribunali straordinari, la Prefettura di Milano comunica, a conclusione di una sua inchiesta: «È risultato che per quanto non tutti i tribunali fossero regolarmente costituiti, tuttavia la procedura nei giudizi, sommari è stata fatta con diligenza e con senso di equità. Prova di ciò è anche il rilevante numero di imputati mandati assolti per insufficienza di prove. Le sentenze capitali in numero limitato emesse dai tribunali sono state tutte a carico di elementi convinti di gravissimi reati, indipendentemente dalla loro appartenenza ad una o all’altra classe sociale. Oggi sono stati presi accordi con le autorità alleate perché il funzionamento dei tribunali di guerra, momentaneamente sospeso, possa riprendere fra pochi giorni a garanzia delle esigenze popolari di giustizia».
Nel settembre del 1917, Lenin inviava la seguente lettera al C. C. del Partito Comunista Russo tracciando in una sintesi breve e di alta tensione politica la linea tattica che il partito avrebbe dovuto seguire in occasione della marcia di Kornilov su Pietrogrado.
La pubblichiamo oggi perché i compagni se ne servano come guida alla “comprensione” degli avvenimenti odierni, soprattutto per giudicare la giustezza della nostra tattica nei confronti della guerra e del fascismo. La lotta a fondo contro il fascismo non doveva giustificare alcuna tregua nella lotta contro il capitalismo e, quel ch’è peggio, accettarne l’alleanza, sul piano della guerra, della più terribile guerra condotta, in ultima analisi, contro il proletariato internazionale.
L’avversione di Lenin contro ogni forma di “difesismo” è la stessa nostra avversione contro gli odierni assertori della difesa nazionale.
La sinistra italiana ha apertamente dissentito dal modo russo di considerare e di applicare la tattica, e ha chiarito e difeso tale posizione critica anche nei confronti di Lenin per evitare la sciagura – e purtroppo non l’ha evitata – che nel suo nome si desse il crisma della validità e della saggezza tattica a certe acrobazie manovriere proprie del centrismo, ma la realtà odierna circa la tattica adottata dai due maggiori partiti proletari nei confronti dei problemi posti dalla guerra va oltre ogni considerazione critica, perché, a dirla con Lenin, «… sono rotolati fino al difesismo o fino al blocco con i socialisti rivoluzionari, fino all’appoggio del governo provvisorio … cadendo nel “compromesso” e lasciandosi trascinare dal corso degli avvenimenti».
* * *
È possibile che queste righe arrivino troppo tardi, poiché gli avvenimenti si sviluppano con una velocità a volte veramente vertiginosa. Ma, pur rischiando, io mi faccio ugualmente un dovere di scrivere ciò che segue:
La rivolta di Kornilov è una svolta inattesa degli avvenimenti (inattesa in un tale momento e sotto una tale forma) e brusca in modo completamente inverosimile. Come ogni brusca svolta essa esige una revisione ed una modificazione di tattica. E, come in ogni modificazione, bisogna essere eccessivamente prudenti per non cadere nell’assenza assoluta di principi.
Secondo me, coloro che vi cadono sono coloro che si rotolano fino al difesismo o (come gli altri bolscevichi) fino al blocco con i socialisti rivoluzionari, fino all’appoggio del governo provvisorio. Ciò è completamente errato, è assenza di principi. Noi diverremo difesisti soltanto dopo il passaggio del potere al proletariato, dopo la proposta di pace, dopo la rottura dei trattati segreti e dei legami con le banche. Soltanto dopo.
Né la presa di Riga, né la presa di Pietroburgo ci faranno difesisti. Fino a questo momento noi siamo per la rivoluzione proletaria, noi non siamo difesisti. E anche adesso noi non dobbiamo sostenere il governo di Kerenski. Sarebbe assenza di principi. Ci si domanderà: non bisogna veramente lottare contro Kornilov? Certo. Ma non è la stessa cosa. Vi sono in ciò dei limiti, e certi socialisti rivoluzionari li sorpassano, cadendo nel “compromesso”, lasciandosi trascinare dal corso degli avvenimenti.
Noi combattiamo e combatteremo Kornilov, ma non sosteniamo Kerenski. Al contrario: noi denunciamo la sua debolezza. Ecco la differenza. Essa è molto sottile, ma essenziale al più alto grado, e non bisogna dimenticarla.
In che cosa consiste la modificazione della nostra tattica dopo la rivolta di Kornilov? Essa consiste nel fatto che noi modifichiamo la forma della nostra lotta contro Kerenski. Non indebolendo nemmeno di un iota la nostra inimicizia verso Kerenski, non rimangiando una parola pronunciata contro di lui, non rinunciando al compito di rovesciarlo, noi diciamo: Bisogna valutare il momento. Noi non rovesceremo subito Kerenski; è in altro modo che noi assolveremo il compito di lottare contro di lui, e precisamente mostrando al popolo (lottante contro Kornilov) la debolezza e i vacillamenti di Kerenski. Lo si faceva prima, ma attualmente è la cosa principale. Ecco il cambiamento.
Inoltre, il cambiamento risiede nel fatto che adesso la cosa principale è il rafforzamento della propaganda, per così dire, per le “rivendicazioni parziali” indirizzate a Kerenski; arresta Miliukov, arma gli operai di Pietroburgo, chiama a Pietroburgo le truppe di Kronstadt, Viborg, Helsingfors, caccia la Duma, arresta Rodzianko, legalizza il passaggio delle terre dai proprietari ai contadini, istituisce il controllo operaio sul pane e sugli articoli di fabbrica, ecc. ecc. Queste rivendicazioni dobbiamo indirizzarle non soltanto a Kerenski e meno a Kerenski che agli operai, soldati e contadini trascinati dal movimento di lotta contro Kornilov: trascinarli più lontano, incoraggiarli allorché rivendicano l’arresto dei generali e ufficiali che si pronunciano per Kornilov, insistere perché domandino la trasmissione immediata delle terre ai contadini, ispirare loro il pensiero che bisogna arrestare Rodzianko e Miliukov, la Riech e altri giornali borghesi, ordinare una inchiesta sui suoi organi, cacciare la Duma, ecc. Sono soprattutto i socialisti rivoluzionari di sinistra che bisogna spingere da questo lato.
È completamente falso il pensare che noi ci siamo allontanati dal problema della presa del potere. Al contrario. Noi ci siamo avvicinati moltissimo a questo problema, non direttamente, ma per una via indiretta. La propaganda contro Kerenski bisogna condurla immediatamente, piuttosto indirettamente che direttamente, vale a dire: rivendicando la guerra attiva, attiva al più alto grado, contro Kornilov. Lo sviluppo di questa guerra può, solo, portarci al potere e, nella propaganda, bisogna parlarne il meno possibile (ricordandosi bene che domani stesso gli avvenimenti possono sollevarci al potere e allora noi non lo lasceremo scappare). Secondo me, bisognerebbe farne consapevoli, per iscritto (non per via di stampa), i propagandisti, i membri del partito in generale.
Bisogna lottare senza pietà contro le frasi sulla difesa nazionale, il fronte unico rivoluzionario della democrazia rivoluzionaria, l’appoggio al governo provvisorio, ecc. Lottare precisamente come occorre contro delle frasi. Si dice, adesso, che è tempo d’agire: voi, signori socialisti rivoluzionari e menscevichi, voi avete da molto tempo deteriorato con l’uso queste frasi.
Adesso è tempo d’agire, bisogna condurre la guerra contro Kornilov rivoluzionariamente, trascinando le masse, sollevandole, infiammandole (Kerenski, lui, ha paura delle masse, ha paura del popolo). Nella guerra contro i tedeschi bisogna agire in modo preciso, adesso: proporre la pace immediatamente e assolutamente, a condizioni precise. Agendo in tal maniera, si può ottenere una pace prossima o una trasformazione della guerra in guerra rivoluzionaria, altrimenti tutti i menscevichi e i socialisti rivoluzionari resteranno i lacchè dell’imperialismo.
È tempo che l’intellettuale si rassegni ad essere nulla più di un lavoratore, è tempo che si rassegni a scendere dal pallido olimpo a cui ha sempre creduto d’aver diritto, come dire? gratuitamente, per nobiltà, di casta. Un lavoratore vale soltanto in quanto produce; tanto più vale quanto più e quanto meglio produce, quanto più è utile alla società in cui vive. Nessuna aristocrazia, dunque; soltanto lavoro. È tempo, soprattutto, che di questa verità l’intellettuale, ora che sta svegliandosi, sia non persuaso, ma cosciente. Gliene verrà un’umiltà finora a lui sconosciuta, e quanto benefica per tutti! La vanità «di categoria» così comune fra gli intellettuali lascerà allora il posto a una coscienza sociale, proprio a una coscienza di classe da cui saranno vivificate e rese umane, terrene, le loro più alte ideologie. Allora soltanto, consci delle proprie responsabilità concrete e dei propri forti doveri, essi potranno accampare dei diritti, allora soltanto, cioè, la classe lavoratrice avrà il dovere di riconoscere all’«intelligenza» da loro rappresentata (e le verrà fatto di riconoscerli naturalmente) il compito e il diritto di assumere funzioni direttive nell’organizzazione dello stato nuovo, di esserne, per così dire, un segno d’orientamento, la bussola. Il proletariato sbaglia quando crede di poterne fare a meno, ma la colpa non è sua. La colpa è degli intellettuali, che sono stati finora, e minacciano di continuare ad esserlo nonostante la novità degli atteggiamenti, gli eleganti e preziosi esponenti della classe borghese: tutti, anche (suo malgrado) Picasso, secondo l’opinione non facilmente confutabile di Max Raphael.
Trascuriamo per ora quell’eccelso e lontano esempio di situazioni forse inevitabili, storicamente. Ci preme prima, guardare vicino a noi, dove non vediamo nemmeno un Picasso. I nostri intellettuali! Li abbiamo sentiti dire tante volte che il corto respiro delle loro opere (quando si trattava di artisti), e comunque il loro disagio eran dovuti alla mancanza di una civiltà intorno a loro; ma non si domandavano mai a chi soprattutto toccasse di crearla, una civiltà, di adoperarsi anche col proprio modo di vivere per crearla, per arricchire, per liberare la vita di tutti, non soltanto la propria, oltre i limiti privati dell’espressione. Sicché una blanda critica inespressa, un’acquiescenza colpevole, nei migliori una vaga quanto vana e snobistica fronda oppure l’isolamento, il silenzio, un assenteismo altrettanto colpevoli nei confronti della lotta contro ogni manifestazione della supremazia borghese di cui il fascismo fu l’estrema esasperazione, tennero luogo di quell’intima violenza che sola può alimentare una fede e reggere giustamente e umanamente la vita. Era il costume borghese, colorato naturalmente di cattolicismo, quello dei nostri intellettuali: un poco di ipocrisia, un poco di compromesso, un poco di opportunismo, un poco di viltà; e mentre nelle fabbriche i lavoratori dal cuore schietto si prodigavano rischiosamente, quotidianamente da vent’anni perché le basi della nuova società gettate dalla rivoluzione russa non fossero scosse dagli ultimi tremendi conati della borghesia in crisi, i nostri intellettuali, almeno la più gran parte di loro, facevano all’amore con Bottai, e da lui, che abilmente li adulava, si lasciavano comprare. Cecità? Amore di quieto vivere? Egoismo? Può darsi; comunque, una forma mentis prettamente borghese, un agnosticismo che ciascuno di loro nella propria coscienza, e tutti insieme nella loro condizione comune, dovrebbero scontare per esserne riscattati. Il fascismo non lo ha fatto Mussolini soltanto, lo hanno fatto gli italiani con lui, certi italiani. Ma temiamo che nulla sostanzialmente sia cambiato, perché non bastano le parole, i facili entusiasmi, l’ingenua e legittima euforia di una settimana o di un mese nell’illusione che una vera libertà sia già del tutto raggiunta, anche se non è stata del tutto «conquistata», da parte degli intellettuali. Che cosa hanno essi da dire, per ora, ai proletari? Non molto. Nulla, ad ogni modo, hanno da insegnar loro; per ora non possono presumere di dirigerli, non ne hanno ancora il diritto né la capacità, mentre ne avrebbero il grande dovere. Per ora i proletari non hanno bisogno di sentirsi dire da loro che cosa devono fare o come devono comportarsi: lo sanno benissimo, da tempo, perché sanno chiaramente che cosa vogliono, non sono ciechi né passivi, non rinunciano a giudicare gli uomini e gli avvenimenti, non deificano nessuno, non credono a nessuno; e avendo nettamente coscienza dei loro doveri sociali e umani, non antepongono ai loro liberi e responsabili ideali ambizioni, arrivismi, privati interessi: come sempre hanno fatto.
Sono gli intellettuali che hanno molto da imparare da loro, essi che forse hanno ancora inconsciamente dentro di sé come una norma pseudomorale il deleterio credere obbedire eccetera, sicché, pur variando gli idoli, uguali rischiano di continuare ad essere i loro gesti, le loro parole, ahimè, la loro demagogia.
Nulla da sperare fintanto che l’intellettuale non si sarà fatto proletario. Allora soltanto la coscienza del mondo potrà essere illuminata da una luce nuova.
Da mercoledì 1º maggio, gli ufficiali, sottufficiali, graduati e militari di truppa, già appartenenti alle Regie Forze Armate e che non abbiano prestato servizio nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, appartenenti alla giurisdizione territoriale di Milano e agli altri distretti della Lombardia, sono tenuti a presentarsi ai rispettivi Comandi.
Il Comitato generale C. d. L. comunica: tutti gli automezzi delle formazioni partigiane e di partito devono essere denunciati entro il giorno 6 corrente agli uffici appositamente costituiti presso i Comandi provinciali del C. d. L.
In particolare gli automezzi delle formazioni attualmente a Milano devono essere denunciati all’Ufficio trasporti del Comando generale di via Mario Pagano 22, ex-caserma della M.V.S.N.
Fra gli squilli di gioia e le grida di tripudio levatisi da tutti gli altri giornali milanesi in questo fatidico 1º maggio, Prometeo solo ha fatto udire una nota alquanto discordante dal tono generale di inno incondizionato ai risultati raggiunti. Può darsi che più d’un lettore abbia detto: «Che guastafeste!».
In realtà, era facile anche per noi abbandonarci alla gioia sfrenata per la liberazione dal medioevo fascista, appagarci della felicità di saper finite le torture e le persecuzioni, lasciarci trasportare dal piacere di narrare fatterelli e particolari sulla cattura dei malfattori fascisti. Era facile, insomma, «sederci» dopo l’aspra corsa ad ostacoli, come se avessimo raggiunto la meta.
Ma purtroppo il cammino è ancora lungo e difficile; per altri, forse, la lotta è finita: per noi continua più delicata e ardua che mai. A noi s’impone ancora e sempre il compito di tener desta la coscienza di classe del proletariato, di indicargli le strade false sulle quali il capitalismo bardato di rosso tenta di attirarlo per sviarlo dal compimento della missione storica che l’acuta critica marxista gli ha riconosciuto: missione che consiste nell’abolizione della società capitalistico-borghese per creare una nuova condizione di vita sociale senza classi e senza stati sempre intenti a distruggersi a vicenda in guerre sanguinose.
Una parte dello stesso proletariato, forse, stanca di tanti patimenti, di tante sofferenze sopportate durante questi atroci anni di guerra, s’illude di avere oggi raggiunto una tappa serena e si culla nel senso di sollievo che deriva dalla distruzione del nazifascismo e dalla cessazione delle ostilità. Può darsi che al suo orecchio la «voce della coscienza» di Prometeo suoni alquanto molesta, in confronto agli inneggiamenti e ai canti di trionfo che ode da tutti i lati. Ma questa voce accorata si rivolge a tutti i lavoratori, e specialmente ai migliori fra gli operai, a quelli forniti di più matura coscienza di classe, per ricordare la dura realtà presente, l’impellente compito rivoluzionario che li attende e il luminoso ideale dell’avvenire.
Oh, finalmente è finita con la sbirraglia fascista: finalmente possiamo dire liberamente la nostra parola.
Vediamo un po’ che cos’è stato il fascismo. Come lo vedo io, non è stato che il servo del nostro nemico numero 1, la borghesia. È essa che lo ha finanziato, è essa che lo ha portato al potere, è essa che gli ha procurato i mezzi per costruirsi questa grande macchina di repressione e di reazione. Essa lo ha spinto alla guerra, ed essa stessa, la borghesia nostrana, quando nel luglio del 1943 si vedeva minacciata di distruzione da un conflitto provocato per accrescere i guadagni e lucri e sfruttamento, lo ha messo alla porta. Servo della borghesia nostrana fino al 25 luglio, ancora si accinse a far da servo: questa volta della borghesia tedesca. Sotto i colpi di maglio degli anglo-americani, dei partigiani nostri compagni proletari che si rifiutarono ancora, una volta di cadere nelle grinfie di una guerra già persa, degli operai delle fabbriche che già avevano sabotato la produzione e che spontaneamente ed entusiasticamente hanno picchiato sodo, il fascismo, da vile servo come è sempre stato, è caduto, spezzato, dissolto. Così il conto col servo è pagato. Ora comincia la lotta con gli altri: i maggiori responsabili, il nemico numero uno. Essi, bisogna dirlo, sono furbi, scaltri e hanno mezzi. Molte volte ci siamo battuti, ed è per questo che, prima di agire, bisogna prepararsi bene. Alla loro forza, il danaro, dobbiamo opporre la nostra unità, capace di polverizzare il nemico. Unità che dovrà poggiare sugli elementi di base, a qualsiasi partito appartengano, ma che abbiano in comune la volontà di combattere per la loro classe (a questo proposito, nella nostra attività clandestina, abbiamo tentato di raggiungere con gli organi di agitazione degli altri partiti un’intesa che è stata in parte realizzata); in altre parole, l’unità di tutta la classe degli sfruttati dobbiamo cercarla nei consigli di fabbrica che nomineranno un loro rappresentante x: gli x, a loro volta, nei loro consigli, nomineranno altri rappresentanti y, e così via, fino ad avere dei capi nominati liberamente dalla base. Insomma, bisogna fissarsi bene in mente che siamo noi, operai e sfruttati, che dobbiamo, con le nostre sole forze, con la nostra volontà e col nostro sacrificio, trasformare la società.
Al lavoro, compagni! La parola d’ordine è: Consigli di fabbrica!
Secondo notizie pervenuteci, per quanto, la sera del 25 aprile, la situazione annonaria della città di Milano fosse drammatica, la fulmineità del moto insurrezionale e la normalizzazione della situazione politica hanno evitato il verificarsi di fenomeni di acuta carestia quali si sono verificati in altre città italiane, specie a Genova. La SEPRAL provvederà a distribuire ai consumatori di Milano 1 kg. di riso in conto della razione di maggio, e di 50 gr. di olio a completamento della razione grassi per il mese di aprile. È stato disposto che nessun prelevamento di generi alimentari contingentati o razionati possa essere fatto da nessun ente se non a seguito di regolare autorizzazione scritta da parte della SEPRAL. Nelle mense di guerra, la distribuzione di vivande è stata ridotta a un solo piatto.
Finalmente, fra tante voci di livore razzista antitedesco, una voce sana. Viene, duole dirlo, non da un giornale operaio, ma dall’Italia Libera (3 maggio), organo del Partito d’Azione. A proposito del campo di Dachau e dei moltissimi perseguitati politici tedeschi che vi marcirono, il giornale scrive:
«Tutta una classe dirigente democratica e socialistica, responsabile senza dubbio di numerosi errori e insufficienze ma dotata in ogni modo di spirito europeo, è finita là, in quei campi, fra torture e ignominie senza nome. Erano gli uomini dell’altra Germania, quella in cui molti di noi hanno creduto e credono tuttora, quella che abbiamo disperatamente invocato ogni volta che il nazismo più ci offendeva con lo spettacolo della sua barbarie.
Le probabilità di risurrezione e di ripresa di quest’altra Germania sono, allo stato attuale delle cose, purtroppo lontane; ma esse esistono e non possono essere trascurate. Se le trascurassimo, la nostra fede in una nuova Europa – un’Europa di cui la Germania è parte integrante e necessaria – poggerebbe sul vuoto.»
La Segreteria Generale della Camera Confederale del Lavoro di Milano comunica che tutti i contratti, le disposizioni e le ordinanze che regolano i rapporti di lavoro, debbono essere integralmente rispettati. Gli operai sono pertanto invitati a comunicare alle rispettive organizzazioni della Camera del Lavoro le eventuali infrazioni.
– Tutti gli industriali sono stati invitati a non effettuare trattenute sulle paghe e sugli stipendi per gli anticipi concessi agli operai e agli impiegati, in attesa di nuovi accordi.
– I commissari straordinari per i vari Enti saranno nominati entro il 7 corrente. Pertanto tutti i Comitati di Liberazione provinciali, comunali, di categoria, aziendali e professionali sono invitati a presentare le relative proposte al C.L.N. della Lombardia entro tale data.
Gestione delle aziende straniere. – Con ordinanza N. 10 del C.L.N.A.I. tutte le aziende industriali e commerciali esercitate da sudditi tedeschi o di Stati occupati dalla Germania, o nelle quali comunque detti sudditi abbiano prevalenti interessi, sono state sottoposte a sequestro. Sono state invece prosciolte da ogni vincolo le aziende esercitate da sudditi di Stati appartenenti alle Nazioni Unite sottoposte a sequestro in dipendenza del D. L. 28 giugno 1940.
Le merci abbandonate dai tedeschi considerate «proprietà italiana». – Secondo dichiarazioni del commissario dell’A.M.G. a Milano, tutte le merci abbandonate dai tedeschi nella città di Milano o avviate verso la frontiera saranno considerate «proprietà italiana». Sono state emanate disposizioni per il blocco, la denuncia e il recupero di dette merci.
Blocco dei prezzi e dei salari. – In base a un’ordinanza dell’autorità militare alleata, tutte le tariffe dei valori e tutti i prezzi massimi per generi alimentari devono restare invariati.
Cambio ufficiale con le monete alleate. – Il cambio ufficiale con le monete alleate è stato fissato come segue: un dollaro degli Stati Uniti, «timbro giallo», L. 100; una sterlina in biglietti «British Military Authority», L. 400; una sterlina in biglietti «British Military Authority», 4 dollari degli Stati Uniti «timbro giallo».
Sospensione dei pagamenti ordinati dai tedeschi. – La C.C.E. ha stabilito la sospensione di qualsiasi pagamento intestato a enti germanici per il tramite di banche od enti finanziari italiani, intendendosi sospesi tali pagamenti, se non ancora eseguiti, alla data 25 aprile 1945.
Vogliamo esaminare brevemente in questo articolo le ripercussioni che la guerra ha avuto sul tenore di vita del proletariato italiano, mentre la classe borghese vedeva aumentare gli utili delle aziende, l’inflazione rivalutare i grandi patrimoni e l’organizzazione capitalistica superare la crisi che già aveva minacciato di scuotere la sua struttura economica. Partiamo a questo fine da un breve esame della situazione anteguerra.
Nel 1938 il reddito medio dell’operaio in tutta Italia era di L. 3500 all’anno. Le paghe orarie oscillavano dalle 1,50 alle 4 lire all’ora. Essendo una famiglia operaia composta in media di 5-6 persone, e calcolando che altre due persone giovani o donne fornissero un’attività retribuita, si aveva in media un reddito per persona di famiglia operaia di Lire 1500 all’anno. Occorre infatti tener presente che i ragazzi e le donne guadagnavano molto meno del capofamiglia. Come spendeva il suo reddito la famiglia operaia italiana?
Consumi annui in kg. per persona
Cereali e pane
241
Carne e pesce
24
Grassi
14
Latte e formaggi
40
Legumi e frutta
Zucchero
75
Caffè
0,1
Bevande litri
60
Oltre a questo, la famiglia acquistava qualche vestito ogni anno, almeno un paio di scarpe per persona, rinnovava la biancheria, comperava lenzuola, coperte, stoviglie, bicchieri ecc. Quando qualcuno si sposava, venivano utilizzati i risparmi per acquistare i mobili, trovare una nuova casa, traslocare, ecc. Era il periodo in cui bastavano 6000 lire per creare una nuova famiglia.
Naturalmente, anche allora l’abisso che separava i ceti sociali era grande, i consumi e i lussi degli uni significavano lo sperpero nel giro di poche ore di quello che altri guadagnavano in un anno, ma non è il caso d’occuparci qui di queste differenze, occorre piuttosto esaminare la diminuzione quantitativa subita dai consumi proletari e il corrispondente aumento del costo della vita.
Il tesseramento, iniziatosi praticamente nel 1938 con la fornitura di pane miscelato e altri provvedimenti limitativi dei consumi, fu seguito, man mano che il conflitto durava e s’inaspriva, da una spaventosa riduzione dei generi di prima necessità, i quali riapparvero sul mercato nero a prezzi sempre più alti e a condizioni di acquisto sempre più catastrofiche per le grandi masse. L’accaparramento e le offerte eseguite dai ceti finanziariamente forti fecero salire i prezzi molto al disopra del loro valore effettivo nella contingenza, né i proletari poterono rivalersi – come qualcuno sostenne – praticando essi stessi la borsa nera, giacché solo poche centinaia di persone erano realmente in grado di organizzare e alimentare il mercato clandestino. Contemporaneamente, la delittuosa politica fascista, conducendo una propaganda d’imbonimento contro la borsa nera, si accaniva contro il povero acquirente del chilo di burro, dimenticando intenzionalmente che gli effettivi disorganizzatori del mercato e gli inflazionisti erano non già i minutanti ma i grossisti e gli industriali che trattavano metalli, combustibili, partite varie per milioni. Comunque, il fascismo si accanì per anni a pretendere che il proletario vivesse con la tessera, la quale forniva in una settimana la razione sufficiente per un giorno. Prendiamo ad esempio i quantitativi forniti nel 1944, per non basarci su questi ultimi mesi di completa disorganizzazione: ora nell’anno in questione, il tesseramento dava a testa i seguenti quantitativi:
Cereali e pane
kg 109,5
Grassi
2,5
Latte
–
Formaggio
2,5
Carne
5
Basta un confronto con le cifre riportate sui consumi nel 1938 (già bassissimi, si noti, in confronto a quelli internazionali), per convincersi dell’abisso in cui la guerra gettava le classi lavoratrici.
È evidente, in tali condizioni, che il proletariato dovesse procurarsi in un modo o nell’altro altri viveri, se non voleva morir di fame. Contemporaneamente ai generi alimentari, la durata della guerra esauriva rapidamente le riserve d’altro genere, cosicché i singoli dovevano acquistare, seppure in misura non grande, oggetti di vestiario, stoviglie, biancheria o altro. Di costituire nuove famiglie non era il caso neppure di parlare.
Ora, nel compiere questi acquisti, quali aumenti di prezzo s’incontravano? Prendiamo per base il 1940 – anno già di guerra – e facciamo il confronto col 1944, includendo i generi razionati sui quali vigeva il calmiere:
Aumento indice dei prezzi nel 1944 rispetto al 1940 preso come 100
Alimentazione
890
Vestiario
1030
Alloggio (sfoll. compreso)
200
Riscaldamento
1500
Spese varie
295
E tutte queste partite sono calcolate in base ai prezzi minimi.
Contemporaneamente, quali erano gli aumenti dei salari? Alla fine del ’44, un operaio qualificato prendeva L. 16 all’ora e, in media, la paga degli altri operai si aggirava sulle 10-12 lire (in alcuni casi, il salario scendeva a L. 6). Aggiungendo pure le indennità e altre voci, si ha un aumento che oscilla fra il 400 e il 500% contro un aumento perlomeno doppio nelle spese generali e quasi triplo in alcuni capitoli del bilancio.
Conoscere come sia avvenuta, anche nei minimi particolari, la sua fine ha per noi scarso interesse, così come ha scarso interesse il macabro spettacolo offerto dalle sue spoglie appese in una piazza di Milano.
Sia stato uno del popolo, nella sua ribellione, o sia stato un manipolo di regie guardie della finanza a finirlo, non ha importanza; ciò interesserà l’onesto cronista che deve preparare il materiale allo storico imparziale. A noi spetta soltanto registrare il fatto che Mussolini non è più.
Siamo uomini di parte, cioè di partito; prescindiamo perciò da tutto quanto può avere attinenza a fatti secondari e vediamo il tragico dramma dell’uomo in quanto fu l’esponente di un regime. E soprattutto di un regime nato nella e per la società capitalistica, di quella società che trova oggi ancora in se medesima elementi di forza per apparentemente trasformarsi mimetizzandosi, pur di sopravvivere nel tempo con i suoi privilegi.
Occorre saper valutare gli aspetti del dramma.
La moltitudine pervasa da morbosa curiosità, e senza odio, è accorsa ieri a vedere il cadavere appeso dell’uomo già finito prima ancora di morire; la stessa moltitudine, invasa da uguale morbosa curiosità, e senza amore, accorreva anni addietro a vederlo vivo nella più grande piazza di Milano.
Mussolini non ha mai amato il «suo» popolo, come il popolo, in verità non ha mai amato Mussolini. L’atto della sua morte è stato certamente compiuto senza odio, come gli applausi a lui rivolti un giorno erano sicuramente senza fede. Giustizia si è fatta su lui, implacabile, tragica nella forma, suggellata dalla morte. Sono stati gli eventi connaturati nell’opera sua a pronunciare la sentenza, non gli uomini.
Mussolini non è più, nessuno lo piange, forse neppure la casalinga consorte, neppure la figlia, per il lutto da lui seminato tra i suoi. Il popolo oggi respira e volge un pensiero di commiserazione e di sdegno a colui che del popolo ha solo voluto servirsi.
Come uomo l’abbiamo già dimenticato. Fu un genio politico? no. Fu un saggio, un buono? no. Fu un generoso? neppure.
Fu uno spregiudicato, un audace, un tiranno.
Fu indubbiamente «qualcuno», che seppe imporsi per la sua sfrontata bramosia di comando nel ruolo della politica del capitalismo, e che della sua più brutale forma seppe costruire un regime.
Come capo del regime lo combattemmo sempre; non combattemmo in lui solo il despota, ma la società, la grande società degli affari del capitalismo italiano di cui egli era il «Direttore» con ampia procura, e della quale era presidente il monarca senza dignità, erano consiglieri i magnati dell’alta finanza, dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, e alla quale non mancava, bene inteso, la benedizione della sacra romana chiesa.
Mussolini non è più, ma la società capitalistica rimane col suo inestricabile labirinto di interessi, con le sue contraddizioni, con le sue mire ingorde lontane e vicine, col suo sistema di brutale sfruttamento degli uomini del lavoro.
Fino a quando?
La battaglia di questi giorni deve cambiar rotta e portarsi decisamente sul terreno di classe: gli operai devono gettare in esso tutto il peso della loro potenza per volgerla alla conquista del potere politico e dell’apparato economico, sia di produzione che di scambio.
Solo allora Mussolini sarà sepolto definitivamente e, con esso, il capitalismo e il suo sistema.