Partido Comunista Internacional

Il Partito Comunista 13

Post-fascismo

Il secondo dopoguerra mondiale è stato la consacrazione in chiave democratico-opportunista dell’antifascismo, coronato dalla retorica bolsa ed antiproletaria, in chiave nazional-risorgimentale secondo la quale finalmente gli «italiani», orbati d’una vera rivoluzione borghese (secondo altri di una vera «rivoluzione» religiosa!) finalmente hanno potuto celebrare la loro Bastiglia. Avevamo per primi, e non certo nel frangente del II «risorgimento», messo in guardia la classe operaia dai gorghi dell’antifascismo, storicamente nato, è bene ricordarlo, non dalla lotta resistenziale ma, non casualmente, prima ancora che il «fascismo storico» si affermasse nel 1921-22, e per primi avevamo osservato che il frutto peggiore per il proletariato che avrebbe potuto crescere dalla mala pianta fascista sarebbe stato proprio l’antifascismo.

Siamo per il momento debitori nei confronti dell’opportunismo della sempre promessa e mai mantenuta «analisi più articolata» (s’intende di quella formulata dalla Sinistra Comunista alla guida del Pcd’I dalla fondazione al ’24) del fenomeno fascista: ma dopo le imprese del presunto «fascismo risorgente» o peggio ancora, come altri hanno avuto la goffaggine di teorizzare, «ricorrente» sembra che sia il fronte democratico-resistenziale che borghese-reazionario, si stiano convertendo, s’intende a titolo accademico-storiografico, alla tesi del nostro schematico «post-fascismo».

Un uso plateale del termine è stato fatto dal palcoscenico televisivo da un ceffo del tipo di Almirante che, quotidianamente accusato dal fronte resistenziale di essere la reincarnazione del fascismo, nonostante i finanziamenti costituzionalmente e per «via parlamentare urgente» di cui gode il MSI, ha sfacciatamente sostenuto che il fascismo del ’21 è finito, e che tutti viviamo nell’era post-fascista, nella quale tutti dobbiamo collaborare, nella «nostalgia del futuro», per il bene della Patria, proponendo addirittura un nuovo patto di pacificazione sociale!

Dimentico, il cosiddetto fucilatore, fa le finte di non ricordare che la pacificazione sociale ha oggi altri e ben più forbiti sostenitori e vigili; non certo gli squallidi criminali marca MSI o extra-destri, ma lo Stato democratico sostenuto dall’antifascismo militante. Ma la polemica più brillante si è sviluppata in questi ultimi tempi di fronte ad una sortita dello storico ufficiale del fascismo, il bla… bla… (sonato) Renzo de Felice, il quale in un’intervista allo studioso americano Ledeen (tutto il mondo è accanitamente appassionato di studi sul fascismo) ha rimesso in discussione alcune tesi ormai obsolete sul fascismo, provocando le reazioni, le rimostranze, le sollecitudini, insieme alle nostre consuete e sentite pernacchie.

Fuori per un momento dai risentimenti, per intendere il quadro della questione, sarà bene ricordare che due sostanziali posizioni si confrontano sull’argomento: la nostra, rivoluzionaria-comunista, e tutta la miriade di articolate, possibiliste, «aperte» interpretazioni che si sono sviluppate in un cinquantennio di esperienza storica. Come è noto le nostre Tesi di Roma del 1922, nonostante la affermazione del fascismo, non contemplano nella sezione dedicata alla «tattica» un nuovo modulo, per l’appunto tattico, di opposizione alla «nuova» forma di dominio assunta dal capitale in Italia. Ciò ci meritò l’accusa di semplicismo, di persistente massimalismo, addirittura di scarsa esperienza del fenomeno fascista, tutta presa com’era la Sinistra dai suoi viaggi a Mosca!

Per noi, ieri come oggi il fascismo non rappresenta che una forma, solo apparentemente nuova, che il capitalismo nella sua estrema fase, quella imperialistica, assume per rendere più efficiente, aperto e spietato il dominio della classe borghese sul proletariato. Lungi dall’essere un arretramento della cosiddetta «civiltà» è la tendenza inevitabile del capitale che nel suo processo di accentramento economico e finanziario, tende ad armonizzare la sua struttura economica con le «forme politiche». Non gridammo allora allo scandalo per le «libertà» violate: prendemmo solo, amaramente ma anche lucidamente, atto della momentanea vittoria della borghesia sulla classe operaia. Alla nostra tesi che non prevedeva per il movimento operaio nessun cambiamento di tattica nei confronti del capitalismo in fase di stabilizzazione, ed anzi ribadiva la necessità di dispiegare con maggior determinazione tutti gli strumenti tattici già previsti e affermati alla fondazione dell’Internazionale, si oppose, non tanto una nuova tattica, come pretesero e pretendono gli opportunisti socialtraditori, ma l’arretramento alle titubanze e ormai alla resa che avevano prodotto il primo massacro mondiale e la mancata rivoluzione comunista: essa consisteva nella pretesa di salvare la democrazia contro il nuovo assolutismo, il parlamento contro la dittatura aperta, il riformismo contro la rivoluzione e in aperta connivenza con la reazione borghese. Nasceva, o meglio si sviluppava, così, sulla sconfitta della classe operaia, l’antifascismo, movimento variegato e composito che diluiva classi sociali antagonistiche nel «popolo», che, di fronte alla borghesia trionfante sotto il suo partito di classe, il fascista, si cullava nei miti della liberal-democrazia e del progresso senza scosse. È evidente che da uno stagno così vasto e purulento, secondo i canoni idealistici della «libertà di interpretazione», non potevano che sorgere non «cento fiori», come si pretenderebbe dai figli di Mao, ma cento e più erbacce in un gracidio degno della millenaria batracomiomachia.

In virtù della categoria della «possibilità», propria degli sprovveduti, quando in buona fede, e dei traditori, quando saputamente impegnati nelle loro teorizzazioni, la storiografia e il movimento borghese-opportunista hanno prodotto una proluvie di esercitazioni cartacee di cui non è immaginabile vedere la fine. Avendo già osservato che nella sostanza un po’ tutte si assomigliano, dal momento che nella sociologia corrente basta cambiare i nomi per pretendere di cambiare le cose, ci soffermeremo appunto sul vespaio suscitato dal gran sacerdote ed esegeta della gesta del duce, R. de Felice.

La nuova tesi del «sopracitato» (è un epiteto che il reazionario-intelligente Gadda amava affibbiare alla buon’anima) consiste nel considerare il fascismo come un fenomeno «vitale» in quanto espressione dei «ceti emergenti» della società italiana, quelli che oggi si chiamano ceti medi, e che noi «schematicamente», contro ogni sociologia soggettivistica (alla Michels) chiamiamo mezze classi e che «sentitatamente disprezziamo».

I «ceti emergenti» favorirono l’avvento del fascismo contro l’italietta liberal-giolittiana, ristretta e provinciale, in una sete (inesausta) di nuove sponde, di nuove mete, e via dicendo con queste poesie che furono immancabilmente e pietosamente elaborate dai vari futuristi nazionalisti, vati, etc, etc.

I ceti emergenti, secondo de Felice, in fin dei conti, in linea con la tradizione democratica uscita dall’immortale ’89 (solo che la democrazia di allora era un’altra cosa) spinti dall’idea di Progresso, sono i fautori del fascismo nascente, «rivoluzionario», capaci di rinsanguare l’Italia e di farne una vera potenza.

Non abbiamo intenzione di continuare l’esposizione della teoria in quanto, a parte la terminologia, siamo di fronte ad una delle più vecchie e trite giaculatorie borghesi. Il marxismo non ha mai negato che il capitale, nella sua movimentata vita interna sia una continua morte e nascita di frazioni (il termine ceto è apparso angusto persino al social-saragattiano Garosci) e di forze interne. Nessuna meraviglia quindi che il I dopoguerra mondiale, il primo grande scontro imperialistico esprimesse due tendenze sociali dominanti: il proletariato mondiale e potenzialmente rivoluzionario, e frazioni borghesi decise a tutto per riportare in fabbrica la classe operaia, per rimettere in funzione la macchina capitalistica. I «ceti emergenti» sono un termine generico che noi specifichiamo, secondo la teoria marxista, includendovi anche i nuovi ceti 1975, non più tanto «emergenti» ma in procinto di essere «sommergenti» in qualità di piccoli e medi imprenditori, sindacalisti ed «operatori sociali», managers, intellettuali, e via di seguito, proprio quel ceto medio sul quale tutti si sforzano di tuffarsi, non solo e tradizionalmente i vari MSI, DC, PSI, ma oggi essenzialmente, guarda un po’, i grandi padri dell’antifascismo «militante», e cioè gli staliniani del PCI! Ed allora, della classe operaia, che pure c’è, e come c’è, anche se non quella statistica concepita dall’opportunismo, chi si occupa? Nessuno e tutti.

Nessuno, eccetto il suo partito storico e formale, piccolo e timido quale noi siamo, se si intende la classe operaia come la classe rivoluzionaria; tutti, se si intende la classe operaia come il terreno di manovra elettorale da spartirsi in vista dello spazio politico, vigente la costituzione fondata sul popolo e sul lavoro.

Allora noi ai de Felice, Manacorda, Valiani e C. più o meno in accordo compagni di cordata, diciamo che possono pure continuare a fingere di litigare e scrivere libri sul fascismo; noi rimaniamo alla nostra tattica poco articolata e valida una volta per tutte nella fase imperialistica del capitalismo e la ripetiamo per i duri di orecchie: Il fascismo è solo il completo dispiegamento, completato dal post-fascismo, dell’efficienza della macchina statale borghese contro il proletariato: la sola tattica possibile, per l’unica transizione al socialismo, è la lotta senza quartiere contro la democrazia fascista e il fascismo democratico (a piacere!) per la dittatura proletaria sotto la direzione del suo partito unico mondiale!

Dopo cinquant’anni di ritirata i generali della pace sociale ordinano la resa agli operai

Mentre prende consistenza massiccia l’attacco capitalistico del padronato e dello Stato alle condizioni generali della classe operaia, per mezzo soprattutto della progressiva disgregazione del potere d’acquisto dei salari e della riduzione di fatto delle mercedi, con la messa in Cassa Integrazione di crescenti masse di proletari e in disoccupazione e della falcidia fiscale, la barca scassata della economia capitalistica fa acqua da tutte le parti. Non passa giorno che industrie riducano il personale, altre chiudano i battenti. Il bilancio statale di previsione per il 1976 prevede un deficit teorico di 11.515 miliardi di lire! Una perdita colossale, che per un’azienda privata costituirebbe ragione di fallimento, di bancarotta fraudolenta per «ricorso abusivo al credito».

Si legge nel bilancio fallimentare dello Stato il fallimento del capitalismo. Intanto, nello smobilitarsi parziale dell’attività produttiva, il grande capitale finanziario ha dettato il suo ricatto al governo: finanziamento del «pacchetto La Malfa», che prevede investimenti per circa 3.500 miliardi di lire in due anni, alla condizione che l’erogazione sia veloce e senza ostacoli burocratici; altrimenti le banche chiuderanno la borsa, gli industriali ridurranno la produzione, e si appoggeranno ad altre formazioni politiche, con l’aiuto tacito delle centrali sindacali e dei partitacci, già predisposti a far ingoiare agli operai il rospo di «tempi duri». È questo il senso del discorso del pecista Cossutta quando enuncia la tesi tipicamente fascista di un «accordo tra le forze sociali del paese», cioè delle classi borghese, fondiaria, proletaria sotto l’egida dello Stato. La tesi e il ricatto rispondono alla teoria del «ricambio» della «classe politica», di un nuovo governo efficiente. Tutto un mondo cade a pezzi, a Est come a Ovest, le economie cosiddette «programmate» e «integrate» del blocco russo vengono anch’esse investite dall’onda inflazionistica di ritorno tra il crescente scarto tra lievitazione dei prezzi d’importazione e riduzione di quelli all’esportazione, e si pensa di evitare il crollo con la semplice sostituzione di un gruppo di pagliacci con un altro gruppo di pagliacci, intatte lasciando le fondazioni produttive ed economiche. Sarebbe come mettere un tetto nuovo su mura marce.

Quale che sia il «programma» governativo e il partito che lo propone, è ineluttabile, con o senza «buona fede», che in definitiva si contribuisca solo a tentare di salvare gli interessi del capitalismo e a distogliere il proletariato dalla vera ed unica soluzione positiva del dramma.

Altrettanto demagogica e mistificatrice è l’altra tesi, sostenuta dai più, di massicci investimenti, diversificati e qualificati, secondo una «programmazione» (Confindustria-Agnelli, PCI-Centrali Sindacali) di armonico e razionale sviluppo dell’economia. È come pretendere che il regime capitalista smetta di essere mercantile e monetario. Il mondo è relativamente saturo di merci e capitali, come lo dimostra la inesorabile curva degradante dell’incremento produttivo dei paesi industrializzati e ora anche quella della produzione, che significa che il regime economico non è più in grado di valorizzare il capitale, in altri termini che il capitale ha raggiunto un punto in cui non è più in grado di farsi fertilizzare dal lavoro vivo. Da un lato si ammassa una colossale inerte ricchezza di mezzi di produzione, dall’altro una colossale miseria di braccia inoperose. Il capitale diviene improduttivo. Forza antistorica, parassita. Fa precipitare nel caos la società. Ma le classi sociali, privilegiate dal sistema economico attuale, resistono alla tragedia, si difendono, tanto meno si convincono dell’ineluttabilità del crollo del regime che ha consentito loro per secoli di scaricare sulle classi lavoratrici il tormento del lavoro, la miseria, la fame. Mettono in azione tutti i mezzi per la conservazione del capitalismo. Sono disposte a fare carte false. La conservazione dei loro privilegi è condizione, però, della privazione dei «diritti» dei proletari, dello schiacciamento delle loro condizioni vitali.

Quando le cose raggiungono un tale stadio, l’attacco al proletariato non viene portato dal singolo padrone, o dal padrone «cattivo» o «retrogrado», ma da tutto il regime, che è costretto a mobilitare tutte le forze, a proclamare il loro stato d’emergenza. È tutta la società capitalistica che si mobilita nell’offensiva antiproletaria.

Il punto di partenza dell’offensiva borghese è la compressione degli interessi vitali della classe operaia, salario, lavoro, casa, salute, per poi svilupparsi in senso politico, soprattutto se la classe operaia non riuscirà ad organizzarsi sul terreno di classe. Da queste elementari considerazioni si deduce che la mancata difesa o l’insufficiente e debole difesa della condizione operaia con tutti i mezzi, nessuno escluso, si trasforma in uno stato di depressione sociale dei lavoratori ancora più grave di quello in cui sono stati fino ad oggi inchiodati. Se la borghesia non ha altra scelta per la sua sopravvivenza come classe, così gli operai non hanno altra strada per non cadere ancora più in basso, se non quella della difesa con le unghie e con i denti del pane e del lavoro, l’offensiva contro il presente regime.

Queste le ragioni materiali, pratiche, realistiche che ci obbligano a combattere senza quartiere e senza cedimenti la politica dei partitacci e delle Centrali sindacali ufficiali. Il collaborazionismo di queste forze, è il riconoscimento che sarebbe possibile una transazione tra il proletariato e la borghesia capitalistica. Storicamente e socialmente una transazione del genere è inconcepibile, cioè la collaborazione tra borghesia e proletariato è possibile sul terreno tattico, a certe condizioni egregiamente descritte e valutate dal Manifesto dei Comunisti di Marx ed in funzione della lotta contro il regime delle classi precapitalistiche e del loro Stato politico. Oggi feudalesimo, assolutismo, potere delle classi fondiarie in Italia e nei paesi «civili» non esiste più da un pezzo. In questo senso quindi ogni collaborazione è impossibile. Fingiamo, allora, e controlliamo la riprova del nove, di essere in pieno riformismo, per cui borghesia e proletariato camminano a braccetto per spartirsi amichevolmente il frutto del lavoro, dando per scontato che la classe operaia dimostri tanta generosità da mettere volontariamente a disposizione dei propri aguzzini il suo sacrificio. In questa situazione, in cui opera la legge degli equivalenti, la transazione è possibile sulla base dello scambio di tanto salario per tanto tempo di lavoro. In termini giuridici si chiama questo stato, «peso contrattuale». Ora, quale peso contrattuale ha la borghesia in questa situazione? Che cosa offre al proletariato in cambio del suo tempo di lavoro? Abbiamo già sommariamente constatato che la borghesia chiude le fabbriche, licenzia milioni di operai, riduce il salario manovrando sul rialzo dei prezzi dei generi di sussistenza, inasprendo il prelievo fiscale, ecc. La borghesia non offre nulla, mentre la classe operaia mantiene intatta, anzi ogni giorno accresciuta, la sua capacità lavorativa. La transazione non è materialmente possibile. Lo scambio manca di uno dei contraenti validi. Il contraente borghese non ha peso giuridico. Ma ecco l’inganno e al tempo stesso il vero nodo della questione: la borghesia che al mercato dello scambio non ha portato il salario, ha compensato questa sua perdita di «peso giuridico» con il monopolio dei mezzi di produzione e di sussistenza e con la macchina repressiva dello Stato e delle forze fiancheggiatrici. Il borghese va, ora, al mercato e dice all’operaio: «In questo stato di crisi sono costretto a ridurre la produzione. Per non farti morire di fame ti dimostro la mia umanità e ti offro di lavorare a metà salario per la stessa quantità di lavoro. Accontentati del sussidio di disoccupazione, in attesa di tempi migliori». L’operaio reclama di vivere almeno come operaio, e gli mostra i pugni. Il borghese gli contrappone il fucile. A questo punto al proletario non restano che due strade: o si piega all’ingordigia padronale, o tenta di strappargli di mano il fucile. Nel primo caso la «collaborazione», auspicata dai traditori, significa la resa senza condizioni al regime; nel secondo, auspicato dai comunisti rivoluzionari, significa la lotta per rovesciare con il padrone il regime dei padroni.

Sindacati e partitacci, come mostrano le cose, non se la sentono di organizzare la lotta per strappare il fucile di mano al capitalismo e si adoperano perché l’operaio comprenda la «realtà», cioè si pieghi all’insaziabile fame di sudore e di sangue proletario da parte borghese. In tal modo si mettono smaccatamente al servizio del capitalismo, mascherano il ricatto padronale, il ricatto infame di una classe che fa leva sulla fame e la miseria per perpetuare il regime dei suoi privilegi. Con una classe siffatta non solo non si patteggia, ma deve essere proclamato lo stato di guerra in permanenza sino al suo completo annientamento. Così conducendosi sindacati e partiti traditori altro non fanno che avallare l’accusa schifosa degli stessi capitalisti, che cioè gli operai sono corresponsabili di questa situazione di crisi economica, che si sarebbe evitata se non avessero scioperato, se non avessero continuamente richiesto aumenti salariali, ecc. Sindacati tricolore e falsi partiti operai si schierano sul fronte della difesa del regime borghese, rinunciando a combattere per l’abbattimento armato e violento del regime capitalistico.

Sono disposti costoro a difendere gli interessi vitali della classe operaia con gli stessi mezzi con cui le classi borghesi difendono i loro? Sono disposti ad ingaggiare una lotta senza quartiere contro chiunque tenti di comprimere le già compromesse condizioni economiche e sociali dei lavoratori?

I duci sindacali e politici hanno risposto a questi interrogativi, che nei prossimi mesi diventeranno sempre più drammatici, in mille occasioni, con conferenze, interviste, discorsi, articoli di giornale, hanno risposto categoricamente di NO! Non solo, hanno esplicitamente varato una linea «tattica» in cui l’«occupazione – dicono loro – viene prima del salario», fingendo di non sapere che il proletario vive di salario e non di «lavoro», di cui in regime oppressivo farebbe volentieri a meno; condizionando in anticipo il salario alle possibilità di produzione, che ogni giorno si riducono lungo un piano inclinato verso il collasso generale dell’economia. È una tragica beffa, questa, quando, come dicono le statistiche, i disoccupati aumentano al ritmo di cinquantamila al mese in Italia e così negli altri paesi, per non parlare dei «sospesi» e degli «integrazionati». Di rincalzo, l’ex radical-liberale convertito al nazional-comunismo, quel tale G. Amendola, alla conferenza economica del PCI non ha esitato, secondo il «buonsenso» del perbenismo borghese, a sentenziare che «se non si produce non si può consumare», rivolgendosi agli operai perché aderiscano alle riduzioni salariali, alla «temporanea» disoccupazione, a vivere di sussidi finché ci saranno.

I prossimi mesi metteranno in luce ancora più vivida quanto noi andiamo scrivendo da decenni, che i sindacati ufficiali e i falsi partiti operai costituiscono una prima e decisiva linea di difesa per il regime capitalistico, costruita all’interno del movimento operaio, e sostenuta dalle classi borghesi. Contro questa cerniera difensiva borghese cozzerà il movimento rivendicativo proletario. In questa fase si comincerà a misurare la capacità di lotta degli operai e l’indirizzo politico dei partiti.

Gli interessi borghesi dietro il “socialismo” portoghese

Le vicende portoghesi, che hanno fatto esultare o tremare tutti gli adoratori della democrazia e che hanno confuso la mente di molti proletari, sono una delle migliori conferme della nostra teoria; ma per darne una chiara spiegazione è necessario andare oltre la cortina fumogena con cui giornalisti e politicanti di ogni risma hanno avvolto gli avvenimenti. È stata una vera rivoluzione? Lo stato portoghese dopo il 25 aprile è diverso da quello di prima? È uno stato dei lavoratori? È stata ristabilita la democrazia?

A tutte queste domande noi rispondiamo categoricamente di NO perché dietro alle quotidiane professioni di fede «socialista» dei protagonisti scorgiamo l’interesse della classe capitalistica che li fa parlare e muovere come burattini e, a seconda dei casi, fa sì che essi vengano acclamati come eroi o cacciati come cani rognosi.

Quando il 25 aprile 1974, le forze armate, il perno dello Stato, quelle stesse che avevano condotto una spietata guerra contro i movimenti di liberazione africani, deposero il governo di Caetano, e da sgherri del regime fascista si trasformarono improvvisamente in «angeli custodi della democrazia», tutti parlarono di «rivoluzione pacifica». Generali, colonnelli, capitani, arringavano con grande disinvoltura le folle e, per meglio darla a bere, il loro linguaggio si coloriva della sciocca e vuota fraseologia degli «intellettuali di sinistra». Nessuno mosse un dito per difendere il governo di Caetano; solo poche centinaia di agenti della odiata PIDE, la polizia politica, non erano in condizioni di poter cambiare stile e perciò venivano arrestati per sottrarli al linciaggio. Lo stesso Caetano fu sollecitamente spedito in Brasile dove si gode tuttora tranquillamente il meritato riposo.

È facile dimostrare che non si trattò di nessuna rivoluzione, bensì di un semplice cambio della guardia alle redini dello Stato.

La guerra coloniale stava volgendo a favore dei movimenti di liberazione nazionale e il malcontento serpeggiava nelle truppe. La situazione degli operai stava diventando insostenibile, aggravata dalla recessione che si stava abbattendo su tutto il mondo e che avrebbe rimandato in patria centinaia di migliaia di emigrati. Era necessario arrivare a un compromesso con i movimenti di liberazione africani e prevenire le agitazioni degli operai e dei contadini poveri che prima o poi sarebbero esplose.

Ma questo compito non poteva essere svolto da quegli stessi uomini che erano stati fino ad allora al vertice dello Stato. Essi erano troppo odiati; le loro parole sarebbero suonate false, i loro appelli sarebbero rimasti inascoltati. Così la macchina dello Stato che – giusta Lenin – è costituita nella sua essenza dai reparti armati, provvede a mandare in pensione gli odiati sgherri del regime e si presenta alle masse come artefice di una «rivoluzione» volta a ristabilire le «libertà democratiche».

Le parole «democrazia» e «socialismo» erano solo delle frasi con cui la borghesia cercava di ingannare le masse sfruttate per fare loro sopportare i sacrifici che la situazione imponeva. La democrazia è l’ultima risorsa a cui lo Stato borghese ricorre per mascherare il suo dominio. Ciò che non poteva fare un governo «di destra» sarebbe forse riuscito a un governo «di sinistra».

Ma gli appelli dei militari per quanto essi si sforzassero di far propria la fraseologia pseudo rivoluzionaria dei «gauchistes» non erano sufficienti. Ecco perché si richiamarono in patria gli esponenti dei falsi partiti operai. Il loro passato di perseguitati politici li avvolgeva come in un alone di santità, erano i sacerdoti che dovevano celebrare i riti sacri della democrazia.

Ma chi sperava che i militari avrebbero consegnato il potere nelle mani dei politicanti sarebbe stato presto disilluso. La funzione dei falsi socialisti e falsi comunisti era di copertura dell’apparato statale (e quindi degli interessi di classe della borghesia) e di controllo delle masse operaie. Essi riscuotevano la fiducia delle masse; sarebbero stati ascoltati.

Dopo il 25 aprile si parlò molto di «rivoluzione dei garofani rossi» ma i garofani erano infilati nella canna dei fucili e i fucili obbedivano alla stessa disciplina anche se questa veniva ora condita con frasi pseudo rivoluzionarie. Sulla forza armata continuava a reggersi anche questa pretesa rivoluzione, e questa forza agiva, come prima, in difesa del regime capitalistico.

Abbiamo tante volte affermato che nell’epoca imperialistica e nell’area occidentale lo Stato può essere gestito solo alla maniera fascista; qui (nonostante le affermazioni dei «colonnelli rossi») ne abbiamo una conferma. A scorno di tutti coloro che hanno inneggiato al ritorno della democrazia, è ancora l’esecutivo (cioè chi ha la possibilità di far muovere i reparti armati) che detta, esattamente come prima su tutto e su tutti. I partiti, prima perseguitati, sono sì richiamati in patria; ad essi è consentito di organizzarsi di svolgere la loro propaganda, ma alla sola condizione che si accontentino del ruolo di comparse, di specchietto per le allodole.

Già prima delle elezioni del 12 aprile 1975, attese con grande ansia da tutti gli intellettuali piccolo-borghesi (per la prima volta «il popolo» portoghese avrebbe espresso la sua «opinione»), gli esponenti del MFA avevano ricordato a tutti che le «libertà democratiche» erano una generosa concessione delle forze armate e che l’ingratitudine sarebbe stata severamente punita. Il primo ministro Vasco Gonçalves dichiarava il 21 febbraio ’75: «una nuova costituzione, una costituzione veramente democratica che i deputati eletti il 12 aprile prossimo elaboreranno non potrà andare contro le garanzie che i movimenti delle Forze Armate e le Forze Progressiste in Portogallo hanno già conquistato per il popolo portoghese, la nuova costituzione non potrà tradire lo spirito del programma del movimento delle Forze Armate… Noi non possiamo perdere per via elettorale quello che è costato così caro ai portoghesi. Per questo i programmi dei partiti che parteciperanno alle elezioni devono essere progressisti. E per questo i militari del MFA istituzionalizzati non rientreranno nelle caserme se non quando la democrazia sarà permanentemente istituita in Portogallo». (L’Unità 22-4-75).

Le elezioni diedero la maggioranza relativa al PSP ma unico risultato pratico fu che questo partito dominava soltanto l’Assemblea Costituente. Invano Soares reclamò un maggior numero di poltrone nel governo, il «popolo» portoghese aveva espresso la sua «opinione» ma questa non contava nulla. Il maggior partito portoghese non era nemmeno in grado di difendere i suoi organi di stampa. Il 12-7-75 i ministri del partito socialista portoghese lasciavano il governo, ma ciò non provocava nessun trauma e vennero immediatamente sostituiti. Si delineò anzi nel MFA una tendenza volta a fare a meno dei partiti ed ad assumere direttamente il governo.

Gli esponenti del PSP non poterono far altro che piagnucolare e lamentarsi ma, come tutti i partiti, furono costretti a «fare la corte» all’apparato statale per evitare di essere licenziati in tronco: il 19-7 Soares dichiarò: «la situazione esige un governo di unità nazionale con le forze armate. Noi diciamo semplicemente al presidente della Repubblica e al Consiglio della Rivoluzione che l’uomo designato per formare questo governo non sembra essere un fattore di coesione nazionale. Il MFA dovrebbe piuttosto scegliere un’altra personalità indipendente dai partiti».

Notare il tono mite e sottomesso; non chiede nemmeno che il proprio partito sia rappresentato nel governo.

Ma il 21-7 la V divisione dello Stato Maggiore, che è l’organo incaricato della propaganda e dell’informazione, risponde:

La V divisione «Non riconosce a nessun partito la rappresentatività sufficiente per pronunciarsi sulla designazione del capo del governo» e riferendosi al PSP: «questo partito ha ricevuto il mandato elettorale solo per collaborare alla elaborazione della costituzione».

Lo Stato si centralizza sempre più tendenza irreversibile. Il 26-7 viene decisa la costituzione di un triumvirato composto da Costa Gomes, Vasco Gonçalves e Otelo de Carvalho. Esso sarà dotato di pieni poteri, mentre il Consiglio della Rivoluzione diviene un semplice organo consultivo.

Il PCP, disposto a tutto pur di rimanere abbarbicato all’apparato statale approva incondizionatamente, mentre il PSP protesta appellandosi… al presidente Costa Gomes.

Si delineano divergenze all’interno del MFA; tutti però sono d’accordo su un punto: i partiti stanno diventando inutili.

Il 28-7, il primo ministro Gonçalves, al congresso dell’Intersindacale riferendosi alle divergenze tra i partiti parla di «sterile diatriba che riguarda solo interessi di parte». Il 13-8, in un documento redatto da un gruppo di ufficiali del COPCON si attacca sia il PCP che il PSP e si sostiene la necessità di «definire un potere esecutivo di transizione».

Lo Stato ha concesso le «libertà democratiche» perché queste erano necessarie per il mantenimento della pace sociale. Ma ciò che fu concesso può essere tolto. Man mano che la situazione incalza, lo Stato è costretto a gettare la maschera, a svelare la sua natura di classe. Ma allora non serve più la «copertura dei partiti» e questi diventano inutili e sono di intralcio al funzionamento della macchina statale. Se gli operai non ascoltano gli appelli alla moderazione che vengono loro rivolti da Cunhal, anche il PCP, il più fedele servitore, il più valido sostegno del regime, diverrà inutile e sarà licenziato, magari in maniera violenta.

Già è in atto la mobilitazione della piccola borghesia che sfoga il suo odio antioperaio. Le sedi del PCP vengono devastate non già perché questo partito rappresenti un pericolo ma per demoralizzare in ogni modo le masse operaie.

Con la tipica manovra che noi conosciamo bene lo Stato, mentre condanna a parole le violenze della piccola borghesia, non dà ordine alle sue milizie regolari di intervenire e con freddo cinismo osserva le devastazioni delle sedi del partito che gli ha reso i maggiori servigi.

È un segno premonitore. La soluzione «di sinistra» ha ormai fatto il suo tempo.

Il Portogallo è un paese prevalentemente agricolo con scarsissime industrie, le più importanti delle quali sono in mano al capitale straniero. Oltre il 30 per cento della popolazione attiva è impiegato nell’agricoltura. Ciononostante, il Portogallo deve acquistare all’estero molti prodotti agricoli; deve ad esempio importare il 27 per cento del riso che è necessario, il 61 per cento del mais, il 25 per cento della carne bovina. Questo deficit è aggravato dalla tendenza al rialzo dei prezzi. In totale le importazioni di prodotti alimentari ammontano ad 11,6 miliardi di Escudos. La situazione è ancora più grave per gli approvvigionamenti di petrolio, macchine, ecc. Il deficit della bilancia commerciale era di 55,8 miliardi nel 1974 ed è stato di oltre 60 miliardi nel primo semestre del 1975. Non esistono grandi industrie; l’unica di un certo rilievo è quella dei cantieri navali.

Vi è un gran numero di piccole e medie imprese e su tutto dominano pochi imperi finanziari. In agricoltura esistono ancora vasti latifondi e una miriade di piccole proprietà familiari.

Le maggiori risorse economiche erano e sono costituite dalla rapina nelle colonie, dal turismo e dalle rimesse degli emigrati.

Gli operai portoghesi sono sparsi per tutta l’Europa; ve ne sono 190 mila in Germania, 370.000 in Francia, 10.000 in Lussemburgo, molte migliaia in Svizzera e Belgio. A questi si devono aggiungere le centinaia di migliaia di contadini emigrati in Angola.

Gli operai portoghesi hanno servito come mezzo per la produzione di plusvalore a vantaggio dei capitalisti tedeschi e francesi e come ottima e apprezzata «merce da esportare» per la borghesia portoghese. Il ministro dell’industria João Cravinho dichiarava a questo proposito: «Il Portogallo, che aveva della mano d’opera come altri paesi hanno miniere e petrolio, trasformava questa mano d’opera inutilizzabile sul posto in fonte di finanziamento del settore più moderno dell’industria». (Le Monde 27-28 luglio).

Una inflazione sempre crescente che ha ulteriormente ridotto i già magri salari, lo spettro della disoccupazione, la recessione che abbattendosi su tutto il mondo sta facendo rimpatriare gli emigrati, ha spinto gli operai a rimettersi in movimento, nonostante gli appelli, gli ammonimenti e le minacce. Gli industriali lamentano gli eccessivi aumenti salariali, gli scioperi e le assemblee.

Uno dei primi provvedimenti del governo dopo il 25-4-1974 è stato quello di inquadrare gli operai in una centrale sindacale unica; l’Intersindacale, controllata dagli opportunisti del PCP.

Gli operai dovevano credere che lo Stato portoghese era «il loro» Stato; solo così avrebbero sopportato gli effetti della crisi economica che ricadevano su di loro. È qui che l’opportunismo svolge la sua azione per distogliere gli operai dalla lotta di classe e per difendere il regime capitalistico.

Ed è da questa necessità che nascono le ipocrite professioni di fede «socialista» degli ufficiali portoghesi. Il gen. Gonçalves, in un discorso pronunciato l’8 luglio lamenta la «recrudescenza del boicottaggio economico esterno e del sabotaggio economico» la «scalata sfrenata delle rivendicazioni salariali» le «agitazioni nel settore terziario» e afferma: «la questione centrale del socialismo è la questione del potere. Solo la presa del potere da parte dei lavoratori permette di stabilire una società socialista. L’accesso dei lavoratori al potere implica l’esistenza di una avanguardia capace di sviluppare una politica socialista… La lotta di classe non si termina con il rovesciamento del governo borghese. Allo stesso modo la riproduzione dei rapporti sociali borghesi non cessa automaticamente al livello delle imprese e degli apparati politici e ideologici con la sola statizzazione dei mezzi di produzione. Così lo stabilirsi di nuovi rapporti implica un certo periodo di costrizione, ciò che esige la concentrazione del potere nelle mani dei lavoratori. Sarebbe pura fantasia sperare dalla borghesia che essa accetti dei rapporti contrari ai suoi interessi. In questo quadro, nessuna organizzazione politica che lotti per la instaurazione del socialismo, anche se il mezzo proposto è soggetto a discussione, può porsi come nemica del processo rivoluzionario o del M.F.A. sotto pena di fare il gioco della reazione». Il sig. Generale ci dà lezione di socialismo mostrando una logica di ferro: – noi siamo l’avanguardia per mezzo della quale i lavoratori gestiscono il potere, perciò chiunque si ponga contro di noi fa il gioco della reazione. – I rapporti sociali borghesi «al livello delle imprese» non cessano; in altre parole: – operai non illudetevi, nelle fabbriche continuerete ad essere sfruttati e andateci piano con le rivendicazioni salariali altrimenti… addio socialismo.

È così che lo Stato, con la collaborazione indispensabile dei partiti opportunisti, cerca di ingannare i lavoratori e di far loro sopportare «in nome del socialismo» i sacrifici necessari per salvare la società borghese. La borghesia è una classe marcia; non è più capace di sacrificarsi per salvare il suo mondo; i suoi portavoce, i suoi sgherri armati li recluta nella feccia del sottoproletariato, i sacrifici li chiede agli operai, ma non ha il coraggio di farlo in prima persona e allora ricorre al trucco di travestirsi da socialista. Il già citato ministro dell’industria João Cravinho ce lo spiega chiaramente: «il dramma della situazione portoghese è che essa esige una politica economica dura, delle costrizioni, delle limitazioni. Ora le condizioni politiche per realizzare questi obiettivi sono ancora difficili da definire. Bisogna avere delle buone ragioni per convincere la gente ad accettare che il loro modo di vita, le loro abitudini siano toccate. Perché il popolo portoghese accetti dei sacrifici bisogna dunque che la base riconosca come popolare e democratico il processo in corso. Perciò l’approfondimento di questo processo, al quale devono assolutamente partecipare i lavoratori, resta la condizione essenziale di una ristrutturazione economica riuscita del Paese» (Le Monde 29-7).

Ma gli operai, pressati dall’aggravamento delle loro condizioni materiali, non sono in condizione di poter seguire gli appelli alla moderazione e sono costretti a rimettersi in movimento: I tentativi fatti dal governo, con la attiva collaborazione dei bonzi dell’Intersindacale, di lanciare una «battaglia della produzione» si risolvono in un completo fallimento. Numerosi gruppi di operai disobbediscono ormai apertamente ai bonzi sindacali. E allora lo Stato ricorre al variopinto ciarpame piccolo-borghese e pseudo-rivoluzionario dei gauchistes. Qualche mese fa le loro organizzazioni venivano sciolte, i loro militanti furono arrestati; ora le porte delle galere si aprono (il 20-7 vengono liberati i dirigenti del MRPP) e il capo dei servizi di sicurezza Otelo de Carvalho fa proprie le loro parole d’ordine; nel documento redatto dal Copcon il 13-8 si parla di «mettere in piedi una struttura organizzativa delle masse popolari tramite il riconoscimento dei consigli di villaggio, dei consigli di azienda, e di quelli di quartiere», mentre il primo ministro Gonçalves li lusinga proponendo un «fronte unito popolare» che dovrebbe comprendere anche l’estrema sinistra. Questi falsi rivoluzionari si erano messi subito al lavoro con le parole d’ordine fumose e demagogiche che li contraddistinguono. Una cosa li accomuna ai loro confratelli nostrani e agli opportunisti di ogni risma: il rifiuto assoluto di mobilitare gli operai sul terreno della lotta in difesa delle loro condizioni di vita e la volontà di deviare ogni movimento spontaneo dei lavoratori verso obiettivi falsi e illusori che li demoralizzano e ne disperdono le energie.

Una volta esauriti tutti i tentativi per deviare e distogliere gli operai dai loro obiettivi di classe la borghesia dovrà usare la forza, ma il proletariato arriverà allo scontro svirilizzato e disarmato se prima non si libererà dalla tutela dei suoi falsi amici, dei falsi rivoluzionari di ogni genere.

Ma la dimostrazione di come quello che la borghesia non riesce a fare neppure con mille eserciti riesce spesso al suo migliore alleato, all’opportunismo è il modo in cui lo Stato portoghese ha evitato il crollo completo del suo impero coloniale.

Prima del fatidico «25 Aprile» la situazione militare era disastrosa: in Guinea Bissau le truppe portoghesi, nonostante tutti i loro mezzi, nonostante il terrore che spargevano tra le popolazioni, nonostante l’assassinio dei migliori capi guerriglieri, erano ormai in rotta. In Mozambico le bande del FRELIMO erano passate all’offensiva. In Angola le azioni del MPLA si facevano sempre più pericolose. La perdita dei «territori d’oltremare» avrebbe significato la perdita della maggiore fonte di guadagno della borghesia portoghese. La guerra assorbiva oltre il 40 per cento delle risorse finanziarie dello Stato e, se questa fosse stata perduta, si sarebbero avuti degli inevitabili contraccolpi sociali nella metropoli: le masse sfruttate si sarebbero messe in movimento, né la borghesia avrebbe potuto fermarle gettando le briciole delle proprie rapine. La guerra non poteva più essere sostenuta e sarebbe bastato uno sciopero dei portuali per provocare il tracollo completo dell’esercito (esempio di come si possono legare le lotte di liberazione nazionale con quelle del proletariato occidentale). Fu in questa situazione che il Gen. De Spínola (poi acclamato come un eroe e successivamente licenziato) avvisò i suoi amici che occorreva giungere a una «soluzione politica» e cioè arrivare a un compromesso con i movimenti di liberazione africani. Continuare la guerra avrebbe significato la sconfitta totale e la irrimediabile perdita delle colonie e, con esse, la borghesia portoghese avrebbe perso anche la borsa. È per ciò che essa si decise a buttare a mare Caetano, il suo uomo, e a sostituirlo con personale che fosse in grado di attenuare le conseguenze del disastro coloniale. Se Caetano si fosse improvvisamente pronunciato per la autodecisione dei popoli, avrebbe probabilmente suscitato solo stupore e diffidenza, se non addirittura ilarità. No! Questo compito spettava ai partiti «di sinistra»: ai falsi comunisti e ai falsi socialisti. La borghesia deve a questi partiti se in Angola e in Mozambico le sue truppe, e quindi i suoi interessi, non sono ancora stati gettati a mare.

Il cambio della guardia del 25 Aprile 1975 arriva troppo tardi per «salvare» la Guinea Bissau ed il nuovo governo «di sinistra» «concede» senz’altro l’indipendenza. Ma il vero capolavoro degli opportunisti sono gli accordi di Lusaka e di Alvor con cui sono riusciti a fare in modo che le truppe portoghesi restassero in Angola e in Mozambico. Gli accordi di Lusaka, condotti dal «socialista» Soares con il FRELIMO, sono conclusi il 7 settembre e stabiliscono: 1) la formazione di un governo di transizione in cui la presenza dei portoghesi ammontava ad un terzo dei componenti; 2) la formazione di una Commissione Militare Mista con il compito di mantenere l’ordine; 3) mantenimento degli obblighi finanziari assunti dal governo portoghese. Non si fa inoltre nessun cenno delle truppe portoghesi le quali restano. Gli accordi di Alvor, con cui è stata almeno temporaneamente affossata l’indipendenza dell’Angola, sono ancora peggiori; anche qui governo di transizione nel quale gli incarichi sono stati equamente ripartiti tra MPLA, FNLA, UNITA e portoghesi. Tutte le delibere del governo devono essere firmate e promulgate dall’Alto Commissario portoghese. Le forze armate, dirette in comune tra il governo e l’Alto Commissario, devono essere formate da 8.000 uomini per ciascuno dei tre movimenti più 24.000 portoghesi.

Tutti gli opportunisti hanno parlato di indipendenza e hanno cantato vittoria, ma è evidente che l’indipendenza nazionale in Angola e in Mozambico è ancora molto lontana e lo sarà finché durerà la presenza dei soldati portoghesi.

In Angola la situazione è complicata dalla presenza di ben tre movimenti di liberazione o sedicenti tali. Di questi, due, l’FNLA e l’UNITA sono apertamente al soldo di potenti interessi stranieri che cercano di mettere lo zampino sulle grandi risorse minerarie del Paese. Questi due movimenti non avevano grande importanza finché durava la guerra; la loro importanza è aumentata dopo con la conclusione del compromesso. Per quanto riguarda l’MPLA, l’unico movimento che ha finora rappresentato gli interessi nazionali, in esso è prevalsa l’ala più moderata e ciò è in buona parte dovuto alla presenza degli opportunisti nel governo di Lisbona. Tra questi movimenti, espressione di interessi contrastanti non potevano non sorgere gravi divergenze che sono ora sfociate nella guerra aperta. Ma nessuno dei tre chiama le masse sfruttate alla guerra di classe contro gli oppressori colonialisti, e anche l’MPLA ha tradito la lotta di liberazione nazionale ingannato dalla presenza dei falsi rivoluzionari nel governo portoghese.

Il risultato di questa guerra fratricida è che ad avvantaggiarsi della situazione è la borghesia portoghese. Recentemente è stato rafforzato il contingente di truppe portoghesi in Angola. Il Maggiore Melo Antunes dichiarava nel documento diffuso ai primi di agosto: «Il Portogallo è legato a tale territorio (l’Angola) da responsabilità storiche innegabili, oltre alle responsabilità sociali ed umane immediate nei confronti dei portoghesi che lavorano e vivono laggiù».

Abbiamo qui un esempio della maniera infame con cui la borghesia cerca di nascondere dietro ragioni umanitarie la sua volontà di continuare a rapinare e opprimere le popolazioni angolane. Il 14-8 l’Alto Commissario portoghese scioglie il governo di transizione e assume i pieni poteri motivando questa decisione con la necessità di pacificare il Paese. Il governo di Lisbona dopo il 25 aprile aveva solennemente dichiarato di essere fautore della autodecisione dei popoli. Ma oggi applica questo principio in maniera piuttosto singolare. In realtà la borghesia portoghese non aveva mai avuto l’intenzione di andarsene dall’Angola, ma poiché non possedeva la forza sufficiente doveva coprire la sua sete di guadagno dietro ragioni umanitarie, doveva rivestire la sua avidità di nobili principi, doveva corrompere, disorientare e dividere i combattenti nazionalistici proclamando di essere socialista e di volere la pace. Ma per attuare il suo gioco si è dovuta rivolgere ai falsi comunisti e ai falsi socialisti. Le sue aspettative non sono state deluse; l’opportunismo è riuscito nello stesso tempo a bloccare la lotta dei proletari portoghesi e la lotta di liberazione nazionale nelle colonie. Le truppe colonialiste non sarebbero partite, i rifornimenti militari non sarebbero arrivati, se gli operai portoghesi non fossero stati ingannati e fuorviati dai dirigenti opportunisti.

Ecco perché la lotta all’opportunismo dominante in tutti i paesi industrializzati nel movimento operaio, è necessaria tanto ai proletari occidentali quanto alle nazionalità oppresse dell’Asia e dell’Africa.

La caserma militare prolungamento della caserma aziendale

L’uragano della controrivoluzione non ha solo battuto la classe operaia sul campo di battaglia, ma ha soprattutto fatto risuscitare la fungaia velenosa degli assertori di metodi «nuovi», «più moderni» di lotta di classe, che in definitiva sono la bruttissima copia di vecchi e vecchissimi metodi già espulsi dalla storia, ma sempre pronti a risorgere, in versione appunto pagliacciesca per la flaccidità del regime, e ad assumere una certa consistenza, se il vero partito non li scredita agli occhi dei lavoratori e non li denuncia sin da ora come metodi opportunisti.

Va ristabilita, quindi, la corretta visione delle questioni, che vengono sistematicamente distorte e propinate sotto una veste falsamente rivoluzionaria. Non è un caso che i fautori della difesa dei «soldati» siano gli stessi della difesa dei «carcerati», ovvero della «democrazia» nelle caserme e nelle prigioni, e siano gli stessi che si disinteressano o se ne interessano negativamente della organizzazione sindacale operaia, mettendo avanti la pretesa che bisogna alimentare la ribellione al regime; sono gli stessi che giocano al parlamentarismo, non potendolo per scarsità di forze nel Parlamento squinternato della Repubblica, in quei sottoprodotti dell’ultra cretinismo parlamentare, i «consigli di quartiere», nei quali non manca il superdotato cretino che ci vorrebbe presenti per portare la voce della Sinistra. Sono gli stessi, insomma, che aperti a tutti i pruriti piccolo-borghesi, permangono imputrescibilmente chiusi alla severa e razionale battaglia programmatica del marxismo rivoluzionario.

Il popolo nella società, i contadini nelle campagne, i soldati nell’esercito, come gli utenti del gas o del telefono: sono le nuove-vecchie categorie scoperte dagli extra e dagli ultra e da sedicenti comunisti di «sinistra».

Parafrasando Clausewitz, si può dire che la «caserma è il prolungamento dell’azienda», ovvero che il «dispotismo in caserma sulla classe operaia è il prolungamento del dispotismo aziendale e sociale con altri mezzi». Non esistono «soldati», ma proletari in grigio-verde cui è stato imposto di sostituire per un certo periodo di tempo la tuta con la casacca militare. Il giovane proletario ritrova nell’esercito la solita gerarchia che ha lasciato in fabbrica, agghindata di galloni e pennacchi, esaltata da cerimoniali speciali, in sé ridicoli, ma quanto mai efficaci a ricordare all’operaio-soldato che è un subordinato per posizione sociale e non gli resta che obbedire ciecamente pena le più rigorose punizioni. In fabbrica multe, sospensioni, licenziamenti. In caserma consegne, celle di rigore, ed infine «Gaeta», il carcere militare. In tempo di «pace», così. In tempo di guerra, militarizzazione in fabbrica e fuori; corte marziale sino alla fucilazione sempre.

Che teoricamente questa disciplina sia «uguale» per tutti risponde alla mera concezione dell’uguaglianza astratta del «tutti uguali dinanzi alla legge», in forza della quale l’individuo nella società borghese, senza apparente distinzione di classe, è soggetto alla legge generale del capitalismo che si sintetizza nel Codice penale e nel Codice civile. Il massimo sforzo che la scienza sociale borghese ha fatto è stato quello di considerare le classi come una somma di individui. Per noi marxisti le classi sono una «rete di interessi», in cui gli individui entrano ed escono, classi «aperte», a differenza degli «ordini» medievali che erano chiusi. Oggi si «nasce» proletari, ma si può crepare piccolo-borghesi. Allora si nasceva e si moriva servi, baroni o principi. Il dirigente aziendale che viene punito dalla direzione sta al colonnello che viene castigato dallo Stato Maggiore, come l’operaio che riceve una multa in fabbrica sta al soldato-operaio che viene «consegnato» in caserma. Lo «spirito» di classe divide la caserma e l’armata, e si traduce in una divisione sociale e tecnica del lavoro. L’operaio-soldato, il contadino povero-soldato viene adibito alle funzioni più umili e degradanti e sempre in funzione subordinata: sotto di lui c’è solo la terra che calpesta. Il «soldo» che riceve è per qualche sigaretta. Il rancio è alla mercé della cassa del reggimento, della discrezione degli imboscati e dei «prelevamenti» di sottufficiali e ufficiali, e del clima politico generale.

Come nella fabbrica e nella società non esiste una divisione di classe in due parti distinte soltanto, proletari e capitalisti, esiste una scala intermedia che va dal graduato di truppa al sottufficiale all’ufficiale subalterno, da graduati di carriera a graduati in servizio provvisorio. Si ripete la stratificazione delle mezze classi e dell’aristocrazia del lavoro, in cui vanno diplomati e laureati, licenziati dalle scuole militari, dalle accademie, dai corsi di specializzazione.

La distinzione di classe, da un punto di vista sociale, è chiara e non lascia adito a dubbi, se non a confusionari di professione.

Anche Lenin dovette affrontare certe questioni e principalmente la enorme sciocchezza di coloro che volevano che gli operai e i «contadini» disertassero l’armata zarista per sottrarsi al dispotismo. Lenin, il partito, come si sa, rigettarono queste posizioni nichiliste e anarchoidi e enunciarono la giusta posizione che il proletario e il contadino dovessero entrare nell’armata per apprendere la tecnica militare e l’uso delle armi da rivolgere contro le classi ricche quando l’ora sarebbe maturata per il rivolgimento sociale. La posizione rivoluzionaria risponde dialetticamente a quella che l’operaio per sottrarsi al dispotismo aziendale dovesse non entrare in fabbrica o abbandonarla. Cosicché il partito dispose che nell’esercito si costituissero cellule di soldati comunisti, come nella fabbrica cellule di operai comunisti. Le cellule nell’armata poggiavano sull’apporto della gioventù comunista. Nel PcdI la stessa funzione la svolgeva la Federazione Giovanile Comunista. I giovani operai richiamati alle armi mantenevano da un lato il collegamento col partito dall’altro con la gioventù proletaria non comunista, allo stesso modo che fuori della caserma. Il loro compito era di propaganda, di proselitismo e agitazione, e di organizzazione di una rete di cellule nell’esercito che tenesse viva nella gioventù proletaria la fiamma del comunismo nelle more del servizio militare, e consentisse un addestramento tecnico aggiornato utile per i reparti militari di partito.

Il punto f) del comma 10) della Relazione del C.C. del PcdI al II Congresso del Partito a Roma, marzo 1922 richiama espressamente questa funzione della gioventù comunista: «Propaganda nell’esercito ed intensificazione dell’azione antimilitarista alla quale è connessa la campagna condotta a mezzo della stampa, contro le compagnie di disciplina, nelle quali vengono segregati numerosi giovani compagni che si trovano in servizio militare».

In maniera più particolareggiata si diffuse la tesi 30) del cap. IV delle «Tesi sulla struttura organizzativa dei partiti comunisti, sui metodi e sul contenuto del loro lavoro», approvate dal III Congresso del Comintern nel luglio ’21. Esse così affrontano la questione: «Per la propaganda nell’Esercito e nella Marina dello Stato capitalistico, bisognerà cercare i metodi più adatti a ciascun paese. L’agitazione antimilitaristica in senso pacifista è assai nociva e non fa che appoggiare gli sforzi della borghesia per disarmare il proletariato. Il proletariato per principio respinge e combatte nel modo più energico tutte le istituzioni militari dello Stato borghese e della classe borghese in generale. D’altro lato, esso sfrutta queste istituzioni (esercito, associazioni di difesa, milizie territoriali e così via) per ottenere una preparazione militare degli operai in vista delle lotte rivoluzionarie. Perciò l’agitazione intensiva deve essere diretta non contro l’addestramento militare della gioventù e degli operai ma contro la struttura militaristica e l’autocrazia degli ufficiali. Qualsiasi possibilità del proletariato di ricevere delle armi deve essere sfruttata al massimo.

Il contrasto di classe, che si rivela nel privilegiamento materiale degli ufficiali e nel cattivo trattamento della truppa deve essere messo in evidenza in modo che la truppa ne acquisti coscienza. Inoltre, in occasione di agitazioni della truppa, è necessario chiarire come il suo futuro sia indissolubilmente legato alla sorte della classe sfruttata. Nei periodi avanzati di incipiente fermento rivoluzionario, l’agitazione in favore dell’elezione democratica di tutti i comandanti da parte dei soldati e dei marinai e della creazione di consigli di soldati può dimostrarsi assai efficace per minare le basi del dominio capitalistico di classe.

La massima attenzione e intelligenza è sempre indispensabile nelle agitazioni contro le speciali truppe di classe della borghesia e soprattutto contro le sue bande armate di volontari. Là dove la loro composizione sociale e il loro corrotto meccanismo lo consentono, a tempo debito bisogna sistematicamente introdurre nelle loro file la disgregazione sociale. Là dove esse hanno un carattere borghese unitario di classe, come ad es., nelle truppe di soli ufficiali, è necessario smascherarle davanti all’intera popolazione, renderle oggetto di disprezzo e di odio in modo tale che l’isolamento a poco a poco le disgreghi dall’interno».

Va chiarito qualche punto che potrebbe essere interpretato in senso para-gruppettistico. Là dove si dice che gli operai devono sfruttare le istituzioni dello Stato e della classe borghese per armarsi, si deve intendere le istituzioni militari obbligatorie e non quelle volontarie, come per esempio, la famigerata Milizia Volontaria fascista o organizzazioni simili, oppure altre organizzazioni di dubbia natura. Importa rilevare che sia le tesi di Roma che quelle del Comintern non assegnano all’agitazione antimilitarista compiti «sindacalisti» di una pretesa difesa economica del lavoratore-soldato, ma quella sociale contro il dispotismo militare ovviamente rappresentato dalla casta degli ufficiali in particolare ed esercitato attraverso le «compagnie di disciplina», l’irrogazione di pene detentive ed anche corporali. Le agitazioni per il rancio, che costituirono una prima forma di ribellione sociale per esempio dei marinai della flotta d’alto mare in Germania nel 1918, come altre forme di difesa collettiva non possono essere il frutto di volontaristiche iniziative ma il risultato di una situazione in profondo e continuo evolversi verso la radicalizzazione rivoluzionaria ed attestano da un lato dello sgretolarsi delle più importanti istituzioni statali e dall’altro del maturare delle lotte rivoluzionarie di classe in tutta la società e non solo in un ristretto e circoscritto ambito.

Nell’attuale situazione di «morta gora» non esistono condizioni favorevoli per la nascita di «Consigli» operai, né di organismi simili. L’opportunismo come ha appoggiato la costituzione di un «sindacato di poliziotti» al solo fine di cristallizzare forze fedeli allo Stato per il momento in cui, sotto la spinta di una crisi economica generale, le strutture statali possano indebolirsi e offrire il destro per una altrettanto generale ripresa della lotta radicale del proletariato, così potrebbe propugnarne uno simile sotto forma di «commissioni» di soldati e sottufficiali nel quadro della «democratizzazione» dell’esercito, con compiti puramente logistici, come la distribuzione dei servizi interni, la propaganda antifascista resistenziale, ecc.

È chiaro che il partito ove dovesse trovarsi dinanzi ad organismi che tendano spontaneamente alla difesa del lavoratore-soldato dalla sopraffazione militaresca e all’inquadramento della grande massa della bassa truppa non disdegnerà di disporre, a ragion veduta, che i comunisti li penetrino, e se del caso li conquistino. Ogni altra valutazione aprioristica sarebbe sciocchezza. Resta fermo che il partito è cosciente che senza la conquista di una decisiva influenza sulle masse proletarie in blusa e in casacca militare non potrà apportare colpi risolutori alle strutture statali e quindi concepire piani decisivi per l’attacco diretto al potere del capitalismo.

Ma questo è altro problema da valutarsi nell’ambito più vasto della «questione militare», che nella presente situazione il partito può solo enunciare come una funzione che gli compete e alla quale, in principio non rinuncia, allo stesso modo che non rinuncia ad altrettante funzioni della sua complessa attività, esplicabili, tuttavia, in condizioni mature. È antica questione questa che ha visto accomunati tutti i detrattori del partito rivoluzionario, di ogni colore e potenza, nell’apostrofe concretista: «voi che cosa fate?» Quello che costoro non hanno mai capito è che il partito politico di classe è una «forza sociale», comunque, la cui potenza è in relazione alla maturità delle situazioni storiche, ferme restando le sue peculiarità teoriche, programmatiche, tattiche e organizzative su cui fonda la sua azione, limitata o estesa che sia. Ne consegue che il partito rifiuta di essere considerato una accademia alla ricerca di un modello puro di partito, come pure di essere disponibile per qualunque iniziativa. Nel primo caso, quando va bene, sguazzano i marxologi, sorta moderna di filistei enuncianti i versetti della nuova religione rivoluzionaria, il marxismo; nel secondo i soliti e più vistosi «pratici», per i quali è «sempre l’ora», irretiti nell’attivismo inconcludente.

Qualsiasi vanto chiassoso gli uni e gli altri meneranno, non ci indurranno a considerare il nostro partito «debole» perché «quasi-disincarnato», ma l’unica «forza sociale» di classe oggi esistente e lottante sul terreno del comunismo rivoluzionario. Ogni altra considerazione immediata e concreta tradisce l’impazienza tipica dell’opportunismo. Perché il partito divenga una «forza sociale» decisiva nello scontro di classe ha da restare nel «cammino della rivoluzione».

Il ciclo economico russo segue le sorti del capitalismo mondiale Pt.2

La trattazione dal titolo «Struttura economica e sociale della Russia e la tappa del trasformismo involutivo al XXI congresso», nel numero 11 del 1959 del nostro «Programma Comunista» si attardava a confrontare le potenzialità produttive delle due maggiori potenze mondiali, Russia spacciata sovietica e Stati Uniti. Assumendoli per veri, i dati economici forniti al congresso si raggrupparono in una tabella così titolata: «confronto tra la produzione russa e quella americana secondo la prospettiva per i prossimi quindici anni del XXI congresso dell’URSS». I dati forniti erano estemporanei e parziali ma il respiro che assumeva il nostro specchio andava certo bene al di là della contingenza delle risse fra ladroni capitalistici nell’anno 1959: fra le due colonne, quella del 1958 e quella del 1973 è compreso tutto il periodo di gonfiarsi pacifico del capitalismo mondiale in questo dopoguerra, i venti anni di «benessere» imperialistico dopo e grazie ai precedenti quaranta di crisi, guerra, controrivoluzione vittoriosa, ancora crisi ed ancora guerra. Eppure la coscienza borghese, dichiarata od opportunista, sia in Russia sia in America, ha fatto presto a teorizzare e prevedere pacifici indefiniti sviluppi ed emulativi confronti, sulla pelle del proletariato ovunque e di superbombardite masse contadine coreane e vietnamite. Il mito del Progresso, la crescita indefinita, riflesso ideale del bisogno del capitale a riprodursi a scala allargata, per decine d’anni è stato l’unico idolo a cui tutti hanno sacrificato nella gara mondiale a chi accumula, sfrutta e distrugge di più.

Lo specchio che qui abbiamo raccolto si riferisce agli anni 1955, 1971 e 1974. Per i primi due disponiamo di dati di fonte russa sia per questa sia per Stati Uniti e quindi i risultati sono correttamente confrontabili, mentre per il più recente 1974 ci siamo serviti delle statistiche non sempre raccordate alle precedenti delle Nazioni Unite.

I sette prodotti allora presi in considerazione, 4 materie prime minerali e 3 prodotti industriali di base, non furono scelti da noi bensì dagli «emulatori» russi; mancava l’industria di trasformazione che pure attrae tanta parte di capitale, specialmente nell’occidente. Nel numero 6 del 1967, in un aggiornamento del quadro inserimmo quindi la voce «auto» in rappresentanza del settore producente beni di consumo. Qui, ad evitare l’obiezione che in Russia il mezzo individuale sarebbe sostituito dal trasporto collettivo, abbiamo riportato il numero complessivo di autovetture, autobus ed autocarri benché quest’ultimi non possano certo essere considerati beni di consumo bensì mezzi di produzione.

Per ogni anno la prima colonna indica la produzione globale del paese in unità fisiche, la seconda il rapporto fra questa e la popolazione esistente in quell’anno. Il confronto fra i volumi complessivi della produzione dà la misura della diversa potenza produttiva dei due paesi mentre gli indici pro-capite meglio descrivono l’evolversi dell’intensità capitalistica: una nazione popolosa può produrre molto pur essendo industrialmente arretrata, cioè con una bassa produttività della forza-lavoro.

Nel quadro è stato premesso il rigo «produzione industriale, indice», che rappresenta l’insieme dell’industria, ed aggiunto un altro per il volume dell’interscambio commerciale con l’estero in miliardi di dollari ai valori correnti.

Nelle colonne relative all’URSS notiamo nel tempo un aumento generale della produzione complessiva di tutte le voci: le produzioni di materie prime dal 1955 al 1974 aumentano di 6,5 volte il nuovissimo petrolio, 1,8 volte il vecchio carbone, 2,9 volte il gas naturale quasi inesistente al 1955 e 3,1 volte il minerale di ferro. Poi acciaio 3,0 volte, elettricità 5,7 e cemento 5,1. Per l’industria automobilistica 4,2 volte, non molto, considerando i bassissimi livelli di partenza.

Queste velocità di crescita sono notevolmente superiori alle corrispondenti degli S.U.: petrolio e carbone 1,3 volte, gas naturale 3,6, minerale di ferro 0,8, diminuito. Per l’acciaio, come vedremo, 1,2 volte, elettricità 3,1 e cemento 1,3. Auto solo 1,1 volte. Lo sviluppo industriale russo risulta ovunque più veloce, come previsto ma non grazie ad un diverso e superiore ordine sociale colà «costruitovi» ma proprio a causa della relativa arretratezza iniziale di quel paese. Le colonne degli USA mettono in evidenza la stanchezza dell’accumulazione: dal 1971 – anno già tutt’altro che brillante per l’economia americana – al 1974 si nota una contrazione nelle produzioni di petrolio dell’8,1%, di gas naturale del 3,1%, di cemento del 2,9%, di auto del 4,6% mentre basta un’occhiata ai valori mensili ancora parziali relativi al 1975 per prevedere per l’anno in corso ulteriori riduzioni produttive, anche rispetto al 1971, per acciaio e minerale di ferro.

Passando dalle produzioni al commercio estero, l’ultimo rigo dell’interscambio è ricavato dai dati dell’ONU tranne che per la Russia nel 1955 che abbiamo ottenuto interpolando i dati ONU in dollari, fra il 1953 ed il 1958 in ragione dell’andamento delle serie sovietiche, in rubli. Forte crescita per entrambi anche se illusoriamente amplificata dall’inflazione: 8 volte circa.

Ma la parte più significativa del quadro è la terza ove le produzioni russe sono misurate col «metro» americano, cioè sono espresse in percentuali delle corrispondenti contemporanee produzioni statunitensi. Il raffronto al 1955, già allora tirato sulle nostre colonne, dà 21% per petrolio, 88% per carbone, 3% il gas naturale e 68% il minerale ferroso. L’acciaio è al 43%, l’elettricità al 27% ed il cemento al 42%. Valori abbastanza omogenei se si prescinde dal carbone e dal minerale di ferro che costituiscono una ricchezza naturale del paese e la cui massiccia estrazione non è necessariamente indicativa di moderno sviluppo industriale. Nella ricerca di un indice complessivo per tutta l’industria ci aiutano i russi: secondo una selezione dell’Annuario statistico sovietico nel 1971 la produzione industriale russa ammontava a più del 75% di quella americana, mentre nel 1950 a meno del 30%. Benissimo, dato che nello stesso Annuario si riportano gli indici della produzione industriale nei due paesi nel 1950, 1955 e 1971, che risultano: USA, 100, 130, 237; URSS, 100, 185, 742, possiamo calcolare il rapporto URSS/USA al 1955. Partendo dal 1971 otteniamo per il 1955, fatti i conti, «più del 34%», mentre, partendo dal 1950, «meno del 43%». Per i nostri scopi qui può bastare andare nel mezzo dicendo che nel 1955 l’industrialismo russo produceva i 2/5 del contemporaneo americano.

Sempre al 1955, data la maggiore popolazione, quadro più sfavorevole alla Russia quello dell’intensità industriale: contando in quell’anno l’Unione Sovietica 194,4 milioni di «cittadini» e la Repubblica Americana 165,4, risulta che, mediamente, ogni cittadino russo produsse 233 kg di acciaio a petto dell’americano che ne produsse 641: 37 kg ogni quintale prodotto dall’«americano medio». Peggio per il petrolio: 18 contro 100. Nel complesso il «russo medio» produsse – e quindi consumò, salvo diversa quota di capitalizzazione che pensiamo favorirebbe ampiamente il «consumatore» USA – 1/3 del medio statunitense.

Alla stessa data il commercio estero russo era a quota 1/4 di quello americano. Il capitalismo moscovita nella gara emulativa era meno arretrato nella produzione che come «apertura commerciale» imperialistica, suo malgrado, naturalmente, e così resterà.

Passiamo, con un balzo di 16 anni, al 1971. Tanto tempo, ed anche più, è durato il festino imperialistico. Oggi però il banchetto volge al termine, recuperata la fame arretrata per l’orgia distruttiva di due macelli mondiali, già, intorno al tavolo, i più grassi capitalismi cominciano a denunciare i meno eleganti tipici sintomi di indigestione. Nonostante i falsi capi operai in livrea da maggiordomo in guanti bianchi si diano un gran daffare intorno al tavolo e facciano continuamente la spola giù nelle nere cucine per spingere schiere di cucinieri proletari a servire diligenti arrosti sempre più sofisticati e massicci, sopra, i capitalismi allontanano svogliatamente i piatti rimuginando già di come disfarsi di tanto ingombro accumulato. Solo il commensale russo, poverino arrivato in ritardo, spelluzzica ancora canditi tra sorsi di vodka, mentre il capitale cinese, ancora tutto rosso per la corsa, è appena agli antipasti. Noi comunisti attendiamo che l’abbuffata finisca il suo dramma per «sparecchiare», nel modo più spiccio, mensa e convitati.

Vediamo quindi qualche dato al 1971 dei due ingordi a capo tavola. Anche qui tutti dati d’origine ufficiale sovietica. Occorre osservare che il 1971 in occidente fu anno di crisi e gli USA non ebbero alcun aumento produttivo sull’anno precedente mentre in URSS allora crisi non vi fu.

Gli uffici della programmazione statale sovietica – ben osservammo – non erano in grado di programmare un bel niente, tutt’al più di registrare e neppure di prevedere, per stessa ammissione dei «programmatori»: anche in Russia i «programmatori» obbediscono alle stravaganze del capitale e non questo a quelli come si illudono tutti i reazionari, compresi i «progressisti», che intendono regolare, razionalizzare l’amata economia nazionale. Per il 1965 i russi «previdero» il sorpasso fra l’economia «socialista» e quella «capitalistica» e nel 1973 anche per le produzioni pro-capite. A tale cremlinesco auspicio, parto di mastodontici Uffici Studi con bilanci di milioni di rubli, che fece tremare non meno pletorici ed inutili Departments oltratlantici, noi, ultra-sconfitti marxisti «dogmatici», avemmo la sfrontatezza di denunciare il falso e dimostrammo, materialismo storico alla mano, irrealizzabile la previsione russa ed il modesto specchio allora pubblicato, che quello presente soltanto aggiorna sostituendo i dati previsti con quelli realmente occorsi, lo dimostrava, pur utilizzando soltanto dati forniti al congresso spaccone. Oggi con disinvoltura – tanto tutto è propaganda, la scienza scomoda – a Mosca ci si vanta che, come già detto, ancora nel 1971 la produzione industriale sovietica era «più del 75%» della concorrente, e come massa, non pro-capite come atteso; questa, essendo la popolazione russa superiore all’americana del 18%, risulta «più del 64%». In sintesi possiamo affermare che, se nel 1955 l’industria russa stava all’americana come 2:5, nel 1971 arrivava ai 3/4 mentre la «virulenza capitalistica» relativa passava da 1:3 a 2:3. Nelle singole produzioni il «sorpasso storico» era avvenuto per il non molto significativo minerale di ferro nella abbondante misura del 142% in più e per il carbone col 16% in più. Ma anche gli altri minerali restavano, il petrolio col 20% in meno, e il gas naturale soltanto ad un terzo del cubaggio americano. Per i prodotti di base l’acciaio russo sorpassa, finalmente, il rivale dell’8%, grazie alla crisi americana: il sorpasso avviene negli anni 1971, 1972 e 1974 in corrispondenza alle recenti crisi recessive statunitensi. Dal 1970 questi infatti i tassi di incremento sull’anno precedente nelle produzioni di acciaio: USA: -3,5%, +13,1%, +10,6%, -8,4%, -6,9%; URSS: +5,0%, +4,1%, +4,1%, +4,7%, +3,9%. Dal 1969 al 1974 l’acciaio USA aumenta solo del 3% in 5 anni mentre quello russo del 24% ad un tasso medio annuo del 4,4%, niente affatto eccezionale per la Russia. I «sismi di avvertimento» americani sono il preludio dei valori catastrofici nel venturo 1975, -22,5% in aprile, cosa, puntualmente attesa, che massimamente ci rallegra non parteggiando noi per alcuna delle due parti borghesi, ma che dobbiamo notare viene a sminuire le glorie della siderurgia russa che, dopo tanta rincorsa, vile, uccide un uomo morto. Inoltre la serie dei tassi di incremento russi sopra riportata denuncia un declino più che «normale», che prosegue nel 1975 – solo +3,5% ancora nel gennaio – spiegabile soltanto come un’influenza anche sulla economia sovietica della crisi di sovrapproduzione relativa montante in tutto il mondo.

Ritornando al quadro, più indietro, solo al 44% la molto significativa energia elettrica. Altro sorpasso per il cemento che arriva a 143. Molto indietro l’industria automobilistica, segnacolo idiota della produzione «consumistica»: un modestissimo 11.

Panorama analogo per il confronto pro-capite, petrolio ai 2/3, carbone alla pari, gas naturale ad 1/4, minerale di ferro 2 volte. Acciaio 496 chili al russo e 543 all’«americano medio»: 92 a 100; energia elettrica ne tocca al russo il 39% di quanta ne spetti ad ogni americano. Se vogliamo dare una quota anche al commercio estero al 1971 l’interscambio russo è al 30% di quello USA denunciando ancora un grave ritardo rispetto alla produzione che abbiamo visto denunciata oltre i 3/4.

Non perfettamente confrontabili con le precedenti le produzioni nel 1974, fonte ONU, ma paragonabili fra loro. Contrazione produttiva statunitense. Risulta un rapporto fra le produzioni industriali complessive, partendo dai 3/4 russi al 1971, uguale a 78/100 che si riduce a 66/100 per la produzione pro capite.

Nelle singole voci si osserva che nel 1974 la Russia nel volume prodotto abbia raggiunto gli USA per quanto riguarda l’attività mineraria e l’industria pesante di base: segnatamente petrolio, carbone e minerale di ferro; poi acciaio e cemento. Resta invece ancora alla metà esatta la determinante produzione di energia elettrica. L’industria secondaria segna, con l’auto più autocarri ed autobus, l’eloquente cifra del 18% pur con la crisi americana del settore. La proiezione all’estero del commercio russo rincula dal 1971 ad 1/4 del valore USA. Netto predominio americano invece sulle produzioni pro-capite: solo alcune voci danno il premio alla «patria del socialismo», carbone, minerale di ferro e cemento. Con questo non vogliamo affatto sostenere che i consumi individuali del «cittadino» statunitense siano in quella misura superiori alle disponibilità del russo, anzi se ci chiedessero quale sia il paese ideale per «consumare» imbecillemente di più senza fatica non sapremmo cosa consigliare, come più drammaticamente verrebbe in luce prendendo in considerazione i consumi alimentari pro-capite. Qui invece si tratta di produzioni, di plusvalore che solo per caso prende la forma di tondino di ferro o sacco di cemento e non è affatto detto che venga utilizzato od in quale misura al soddisfacimento immediato dei bisogni individuali di quella «popolazione» che abbiamo messo a denominatore. Dividendo per la popolazione abbiamo inteso numero proporzionale ai potenziali proletari al lavoro. In questo senso è tanto più efficiente, e marcio, un capitale nazionalmente impiantato quanto maggiore è la parte di popolazione che condanna al lavoro produttivo e quanto maggiore la produttività unitaria, oraria o pro-capite, di questo lavoro. Primo svantaggio quindi della Russia sta in quel 26,3% di popolazione attiva occupata nell’agricoltura contro soltanto il 4,0% americano, vecchio debito dello Stato ex proletario ed ex sovietico nei confronti del contadiname colcosizzato.

Un confronto quindi anche minimo delle «due potenze» non può farsi senza prendere in esame anche le difficoltà dell’investimento di capitale nel settore agricolo che, per motivi storici si presentano diverse. Qui intanto, ed è la prima conclusione dal quadro, osserviamo che, secondo le nostre previsioni, il capitalismo di base russo ha corso al ritmo che era determinato a tenere dopo una rivoluzione doppia e una controrivoluzione intera: da 1/8 dell’industrialismo americano nel 1913 è arrivato ai 4/5 del rivale, ma purtroppo «il tempo limite è scaduto» per la pacifica gara emulativa ed il peso di tutte quelle tonnellate di acciaio, piuttosto che nelle innocue tabelle statistiche, minacciano di «confrontarsi» di fatto sui campi di un’altra guerra imperialistica. Nessun pacifismo in un mondo che comunque esplode di merci ma solo il proletariato rivoluzionario può fermarla.

Napoli proletaria

Ancora una volta la rabbia proletaria è stata repressa duramente dalle forze dell’ordine: i disoccupati napoletani (non si dimentichi che in Campania si trova un quarto dei disoccupati italiani) che manifestavano per la elusa promessa di nuovi posti di lavoro, si sono trovati davanti la polizia che, senza tanti complimenti, non ha esitato a caricare e disperdere i lavoratori i quali, dopo aver intravisto una possibilità di nuovi posti di lavoro per i quali erano già stati stanziati i fondi (il che per loro significava una possibilità di sfuggire alla fame), avevano visto le autorità comunali fare marcia indietro.

Questa dolorosa sconfitta non dipende dalla poca combattività dei proletari meridionali, che al contrario hanno sempre dato fulgidi esempi di lotta e di sacrificio, ma dal sistematico tradimento dei partiti e sindacati che si proclamano «operai»; questi organismi, che nel momento della lotta non danno nessun sostegno ma sono piuttosto di freno con i loro inviti alla legalità ed alla calma e condannano le lotte alla sconfitta evitando qualsiasi collegamento fra le diverse categorie e le diverse zone, sono capaci, come è successo a Napoli, di andare, post factum, a piangere presso i difensori della classe nemica sulla violenza e sul terrore che questa impiega, mantenendo così le due facciate: difensore dell’ordine pubblico e tribuno del popolo.

Non sono queste ipocrite petizioni che possono migliorare la condizione della classe operaia, a Napoli ed ovunque, ma la lotta senza quartiere contro la borghesia sfruttatrice ed i suoi servi sciocchi, gli opportunisti politici e sindacali.

Esempi della “Nuova Tattica” Sindacale

Un esempio di come le bonzerie sindacali tricolori, ben sostenute da PCI, soci, padroni e governo, intendono affrontare la difesa degli interessi immediati dei lavoratori ce la offre lo sciopero improvviso dei ferrovieri marinai e del personale «camera e mensa» dei traghetti da Civitavecchia per la Sardegna gestiti dall’azienda delle Ferrovie dello Stato. Questi lavoratori da tempo rivendicavano un trattamento uguale ai loro compagni che lavorano sulla linea ferro-marittima Civitavecchia-Messina. È inutile dire che, con la scusa che questi lavoratori sono organizzati in uno dei tanti sindacati «autonomi», non sono state mai prese seriamente in considerazione né dall’azienda, né tanto meno dai sindacati confederali dei ferrovieri le loro rivendicazioni. Cosicché, di fronte allo sciopero improvviso del 2 agosto, che ha paralizzato tutto il traffico Civitavecchia-Sardegna e ritorno, eccezionalmente intenso, la Federazione unitaria CGIL-CISL-UIL ha «condannato» pubblicamente lo «sciopero corporativo» ed invitato i ferrovieri aderenti alla Federazione di adoperarsi «con ogni mezzo per contenere al minimo i disagi dei viaggiatori e dei cittadini»! Proprio così. Non solo, ma il comunicato – e qui sta la lezione per tutti i lavoratori – «esprime pieno consenso ed appoggio verso l’azione intrapresa dai sindacati ferrovieri confederali per assicurare alle navi traghetto il personale necessario al loro pieno funzionamento». E l’Unità del 3-8 commenta che lo sciopero è da «condannarsi per i suoi aspetti corporativi e ricattatori», per avere «esasperato le gravi condizioni nelle quali avvengono i collegamenti tra il continente e le isole».

Questi signori considerano uno sciopero che loro non hanno autorizzato, perché esorbitaa dal clima demo-clerico-massone nel quale si progetta il salvataggio degli interessi del padronato italico, sciopero per il pane, un «ricatto», un atto che «esaspera» le critiche condizioni dell’economia capitalistica. Di modo che ogni sciopero che non contribuirà a risanare l’economia – ammesso che ci siano scioperi che non indeboliscano l’economia! – verrà considerato un «ricatto» ed una «esasperazione», da condannare. Con questo è già detto a chiare lettere che scioperi in difesa del pane e del lavoro non verranno autorizzati. I lavoratori sono già avvertiti: scioperare, lottare per i bisogni vitali, quando il padronato è in stato di debolezza, vale a dire quando i padroni sono in condizione di affamare gli operai, è «ricatto», «esasperazione», «corporativismo»! Quindi gli scioperi sinora condotti dalla triplice sindacale tricolore – è implicitamente ammesso – sono stati scioperi di categorie operaie concepiti come tornei cavallereschi, col fiore in bocca, in lizza per la corona al vincitore. Noi gridiamo: viva il ricatto di classe! Che gli operai approfittino della minima debolezza del nemico ed esasperino fino al crollo gli interessi dei padroni e del loro Stato!

A precisare ancora meglio il contenuto della «nuova» tattica sindacale delle Centrali sindacali, enunciata ed illustrata dai grandi duci confederali, quella del «prima l’occupazione e dopo il salario», sopraggiunge la notizia di un altro episodio. A Palermo seicento netturbini, inquadrati nei sindacati CISNAL, missino, e CILDAL, autonomo, che avevano scioperato ad oltranza per protesta contro l’azienda municipalizzata che ha corrisposto solo l’80 per cento del salario di luglio e non ha ancora liquidato alcune indennità arretrate per «mancanza di fondi», con decreto immediato del Prefetto di Palermo, sono stati «precettati». In forza del decreto i lavoratori che non dovessero immediatamente riprendere servizio, verrebbero incriminati d’ufficio per «abbandono di servizio di pubblica utilità», con conseguente condanna e perdita del posto di lavoro. Non contenti di non aver aderito allo sciopero, di averlo anzi avversato, i Sindacati confederali hanno consentito che Comune e Azienda mobilitassero centinaia di squadre speciali costituite da lavoratori non scioperanti, con l’ausilio di autocarri privati, per la pulizia della città. Questa volta il pretesto dei bonzi è ancor più suggestivo, perché i sindacati promotori sono d’ispirazione missina.

Ma ogni pretesto è capzioso e svela il carattere antiproletario della politica di tutti i sindacati, confederali, autonomi, missini, ecc. Gli operai che lottano per il pezzo di pane non si discriminano per colore politico, onde si possa stabilire che alcuni proletari devono mangiare altri no. La politica di autonomi e missini è stata la stessa verso i confederali. Tutte le bande sindacali hanno considerato gli interessi immediati dei lavoratori strumenti del loro particolare disegno politico inteso a non esorbitare dai limiti della conservazione del potere del capitalismo. Tutti i lavoratori, imprigionati nelle rispettive galere sindacali, sono vittime di questa politica sia che vengano discriminati da sindacati confederali, sia dagli autonomi o dai missini.

Un vero sindacato di classe imposta la difesa degli interessi immediati dei lavoratori sulla base della solidarietà di tutti i lavoratori. È così che lotta anche contro i sindacati scissionisti, strappando loro di mano le azioni rivendicative e collegandosi con i lavoratori in essi inquadrati. Al contrario, si semina discordia, la divisione, la debolezza nel campo vitale della difesa economica in cui l’unità di tutti i lavoratori è un coefficiente formidabile di forza. Ed è così che si sgretolano le organizzazioni sindacali manovrate dalla borghesia.

I gloriosi Sindacati Rossi del 1921 non disdegnavano di prendere la testa delle agitazioni e degli scioperi promossi dai sindacati mussoliniani, «nazionali», e così li sconfiggevano. Gli operai passano ai «rossi» spinti dalle concrete manifestazioni di solidarietà e di lotta fraterna.

Dinanzi a questi esempi, non i primi né gli ultimi, del disfattismo del fronte antiproletario, di cui Centrali sindacali grandi e piccole, autonome o no, tutte tricolori, «nazionali», e partiti opportunisti costituiscono i pilastri infami, l’unico indirizzo di classe nel campo economico proletario è quello della Sinistra Comunista: DIFESA SENZA QUARTIERE, CON TUTTI I MEZZI, DELLE CONDIZIONI VITALI DEGLI OPERAI.

Non c’è due senza tre. Ma l’avvenire ci riserberà ancora di peggio. Questa volta c’entrano i ferrovieri «autonomi» «non marinai». Lo sciopero improvviso nel periodo cruciale di fine ferie ha creato notevoli disservizi sulla rete ferroviaria italiana, in particolare in Sicilia. Immediatamente il governo dispone l’impiego del Genio Ferrovieri, e le Confederazioni «nazionali» si adoperano per ridurre il «disagio» degli «utenti» ordinando alle organizzazioni sindacali locali dei ferrovieri di collaborare con l’Azienda statale, premono sul sentimento dei ferrovieri stessi facendo leva sui lavoratori emigrati che se non rientrano per tempo alle loro sedi estere perderanno il lavoro. Si mobilita, insomma, tutto e tutti, e ovviamente si continua a battere sul tasto dello sciopero «fascista». Ritorna a galla la «regolamentazione dello sciopero», prevista dalla costituzione repubblicana. Lama afferma che il «senso di responsabilità» dei lavoratori (leggi: la volontà forcaiola dei bonzi sindacali) è sufficiente a sistemare le cose e tutt’al più lo Stato può intervenire, nei momenti cruciali, come ha fatto con il Genio Ferroviario! Il Napoleone del sindacalismo tricolore ha imparato bene la lezione. È facile arguire che quando al governo ci saranno i partitacci traditori, allora verrà il momento di varare una legge specifica sullo sciopero, oppure, il che è lo stesso, scioperi non verranno più proclamati per non «indebolire il potere popolare». Va da sé che i lavoratori che, spinti dal bisogno, sciopereranno anche senza ordine delle Centrali, saranno bollati di sabotatori e «fascisti».

Infatti il bollo di «fascista» se lo sono preso già anche da ora i ferrovieri inquadrati nei Comitati Unitari di Base (C.U.B.) che a Roma hanno disposto in una riunione del 22/8 scorso di proclamare uno sciopero dal 2/9 al 4/9 per ottenere un assegno mensile di 100.000 lire «uguali per tutti» ad eccezione, giustamente, che per i funzionari i quali già percepiscono un assegno che oscilla da 95 mila a 300 mila lire al mese, secondo il grado. Nel volantino che i C.U.B. hanno diffuso si ribadisce, inoltre, la funzione opportunista delle Centrali nazionali, dei sindacati «autonomi» e «fascisti», e dei «partiti di sinistra» e si incitano i ferrovieri a partecipare alla lotta con la parola d’ordine:

«La crisi facciamola pagare ai padroni». Secondo le bonzerie tricolori questi organismi di lavoratori sarebbero «fascisti»! I lavoratori comunisti rivoluzionari, invece, solidarizzano con questa lotta e con le rivendicazioni di rivalutazione dei salari falcidiati dalla crisi e bloccati dall’inerzia traditrice dei sindacati ufficiali sostenuti dai partiti di «sinistra» e dal Governo in carica. Nell’esprimere questa solidarietà, i veri comunisti ricordano ai lavoratori dei C.U.B. che la lotta generale in difesa degli interessi vitali immediati di tutti i proletari per avere successo deve uscire dal ristretto ambito aziendale e locale ed investire tutta la classe, in opposizione aperta alle direttive forcaiole dei bonzi tricolori autonomi e fascisti che scientemente sabotano questa difesa opponendo lavoratori a lavoratori, categoria a categoria, agendo di fatto in maniera antiunitaria e antiproletaria.

Modi nuovi per un vecchio sfruttamento

La « nuova organizzazione del lavoro », il « nuovo modo di fare l’automobile » con cui si tenta di truffare gli operai italiani e che viene esaltato nel recente accordo alla FIAT dai bonzi confederali ufficiali non è altro che la messa in esecuzione a livello sperimentale di una delle tante ricerche che tecnici dei padroni delle grandi aziende, sempre alla ricerca di « metodi nuovi » per aumentare la produttività, cioè per sfruttare di più la forza lavoro, conducono da decine d’anni. Le carogne del tipo Lama e consorti non si sono neanche date la pena di pensare sul serio qualche « modello » magari strampaiato; hanno preso e ripropongono pari pari i « modelli » nati 15 anni fa negli USA ed in altri paesi, modelli che hanno per autori non certo dei « riformatori sociali », ma gli uffici tecnici della Philips, della Corning Glass Works, della Volvo, della Olivetti ecc.

Perché gli operai non abbiano alcun dubbio sul fatto che chi chiama « corporative » le rivendicazioni economiche e pretende di sostituirle con una « nuova organizzazione del lavoro » realizzata all’interno della società e del modo di produzione capitalistico non è che un agente della borghesia nella classe operaia, riportiamo alcuni passi da un articolo di Problèmes Économiques del 9 maggio 1973 intitolato « Alla ricerca di nuovi metodi di organizzazione del lavoro »; Problèmes Économiques è pubblicato dal Ministero dell’Interno francese e l’articolo citato è ripreso dalla rivista « Entreprise » (L’Azienda) famosa rivista degli industriali. Ci racconta l’articolo in questione che nell’epoca della prima guerra mondiale cominciò ad essere adottato nella grande industria il « sistema Taylor » fondato, secondo l’articolista, su due principi: 1) Determinazione dei metodi di lavoro lasciata a speciali uffici tecnici capaci di studiare le singole mansioni ed inoltre i tempi, i movimenti che comporta una determinata operazione; 2) Riduzione del lavoro a compiti semplici e di breve durata. È, in poche parole, il sistema della catena di montaggio. L’organizzazione del lavoro Taylor permise un aumento immenso della produttività del lavoro: « Era nata la teoria del lavoro a catena. Essa avrebbe procurato l’abbondanza alle nazioni industriali permettendo alle fabbriche di raggiungere livelli di produttività molto alti, di ridurre le incertezze della produzione e di favorire l’impiego di una manodopera poco qualificata ». Ma l’organizzazione del lavoro a catena, se ha permesso il massimo sfruttamento della forza-lavoro, riducendo l’operaio ad una pura e semplice appendice della macchina come Marx aveva descritto cento anni prima di Taylor, ha portato anche degli inconvenienti per il padronato, inconvenienti ai quali si tenta di reagire attraverso lo studio e la ricerca appunto dei « nuovi metodi di lavoro ».

Leggiamo dallo stesso articolo: « Scioperi a sorpresa, sabotaggi, assenteismo, disaffezione crescente per il lavoro di fabbrica, tutto tende a dimostrare che in Francia come in Gran Bretagna, in Italia o negli Stati Uniti il problema degli operai specializzati (in francese si chiamano operai specializzati, per colmo di ironia, gli operai senza qualificazione che lavorano alle catene di montaggio!) è ormai posto ». Si tratta per il padronato di eliminare questi « inconvenienti » del lavoro a catena e le ricerche in questo senso hanno già portato da 15 anni alla elaborazione ed alla sperimentazione nelle più grandi aziende del mondo di due teorie « nuove »: l’una si chiama in inglese « job enrichment », arricchimento delle mansioni; l’altra « joint optimisation », ottimizzazione congiunta. La prima consiste « nell’accrescere la responsabilità degli operai tentando di rendere il loro lavoro più interessante » attribuendo loro, con l’eliminazione della catena, l’esecuzione di un insieme complesso e diversificato di mansioni. Per esempio la Corning Glass: « Dopo aver lungamente spiegato ai quadri e agli operai le sue intenzioni la direzione soppresse puramente e semplicemente la catena di montaggio e adottò il principio dell’assemblaggio da parte di una sola persona. Ogni operaia appone da allora le sue iniziali sul prodotto finito. Essa diviene così l’interlocutrice diretta del cliente in caso di difetto di fabbricazione. In una seconda fase le operaie furono invitate a determinare in gruppo gli obiettivi di produzione, a programmare il loro lavoro ed anche ad organizzare i loro orari e ad incaricarsi del controllo della qualità. Si può parlare qui di « job enrichment » totale. Ogni operaia è investita di una doppia missione di pianificazione (responsabilità dell’assemblaggio fino al prodotto finito) e di controllo (responsabilità della qualità dei prodotti finiti). Risultati: in sei mesi l’assenteismo è caduto dall’otto all’uno per cento, la percentuale dei prodotti di scarto è caduta dal 23 al 10 per cento ». Sullo stesso terreno si è messa la Bell System filiale dell’American Telephone and Telegraph, la Philips e molte altre aziende. Particolarmente radicale l’esperimento della Volvo, fabbrica di automobili svedese, la quale ha costruito su questa base una intera officina: « Lo stabilimento di Kalmar è previsto per assemblare 30.000 automobili l’anno. La catena è completamente scomparsa. Essa è stata rimpiazzata da una ventina di laboratori nei quali le vetture in corso di assemblaggio sono sistemate su dei carrelli molto mobili. I gruppi di operai si sposteranno liberamente e manipoleranno i carrelli a loro piacere. Libertà completa è lasciata ai gruppi semiautonomi ». La seconda teoria è stata elaborata dall’Istituto Tavistock in Inghilterra ed è stata alla base dell’introduzione della cosiddetta « democrazia industriale » in Norvegia.

« Il movimento della « democrazia industriale » è stato sviluppato in Norvegia fin dal 1960. Questa corrente è derivata dalla volontà comune del padronato e dei sindacati norvegesi di introdurre la democrazia nell’azienda. È anormale, essi pensano, che i paesi occidentali vivano sotto regimi democratici mentre le imprese funzionano su un modello autoritario … ».

Uno degli esempi più significativi di questa « democrazia industriale » è stato realizzato presso la NOBO norvegese che costruisce radiatori elettrici per riscaldamento: « I centodieci operai di questa piccola fabbrica sono ripartiti in 5 gruppi autonomi. Ogni gruppo comprende da 15 a 40 operai. Esso stabilisce le previsioni e pianifica il suo lavoro per tre mesi. Esso ripartisce i posti, procede lui stesso agli impieghi e controlla la qualità del suo lavoro. Ogni anno un membro del gruppo viene eletto per rappresentarlo presso la direzione. I cinque rappresentanti dei cinque gruppi formano con il direttore della fabbrica un comitato competente per alcune questioni di primaria importanza (affari, norme di produzione, ecc.) ». L’articolista fa a questo punto una precisazione importante che condividiamo pienamente: « solo con l’appoggio e la partecipazione diretta dei sindacati questi esperimenti possono essere realizzati », cioè solo se i sindacati sono in grado di mantenere la pace sociale eliminando gli scioperi e facendosi essi stessi portatori dell’esigenza di « aumentare la produttività del lavoro » cioè lo sfruttamento degli operai. In questo senso nell’articolo viene innalzato un inno all’atteggiamento « costruttivo e responsabile » dei sindacati italiani, atteggiamento che ha reso possibili i due esperimenti della Olivetti e della Fiat: « In Italia, l’accordo di fabbrica concluso fra la direzione e i sindacati di Olivetti si impegna a promuovere una ricomposizione delle mansioni e a sviluppare la mobilità interna. La stessa volontà è affermata nell’accordo aziendale della Fiat. Il costruttore di automobili ricerca da molti anni un miglioramento del contenuto del lavoro degli « operai specializzati » che lavorano su macchine utensili. Questa ricerca prende due forme: affidare agli operai alcuni compiti fin qui affidati ai servizi di sorveglianza ed ai controllori; lasciar loro la responsabilità di controllare essi stessi il loro lavoro ».

Senza dilungarci oltre possiamo trarre le conclusioni: il padronato è costretto a cercare nuovi metodi per aumentare la produttività del lavoro, cioè per intensificare lo sfruttamento. I sindacati opportunisti tengono bordone al padronato propagando fra gli operai questa necessità del capitale come una « riforma di struttura » per la quale vale la pena di sacrificare le « corporative » rivendicazioni salariali ed economiche. I ‘nuovi metodi’ di sfruttamento intensivo della forza-lavoro diventano, in bocca ai servi opportunisti del grande capitale, « un superamento del modello capitalistico ».

Naturalmente tutto questo è e resterà allo stato di esperimento, di « ricerca pura » perché il capitale deve fare i conti con i problemi dei costi e dei profitti che determinano la sorte di qualsiasi « novità ». E proprio questo è interessante: sono gli opportunisti, i pretesi capi della classe operaia, i bonzi dei sindacati e del PCI gli unici a prendere sul serio le ricerche dell’ufficio tecnico di Agnelli ed a darle in pasto agli operai per sviarli dal loro compito vero ed urgente: la difesa con tutti i mezzi e senza quartiere delle condizioni di vita della classe operaia.

Partito e organismi proletari di classe nella tradizione del comunismo rivoluzionario Pt.2

Partendo da quanto abbiamo scritto nel numero scorso presentiamo l’atteggiamento della Sinistra e del P.C. d’Italia di fronte al problema sindacale, perfettamente coerente alle posizioni della III Internazionale e dell’Internazionale Sindacale Rossa. Vedremo poi come l’impostazione data al problema dal Partito Comunista Internazionale nel II dopoguerra sia in perfetta linea con quelle posizioni ed infine sintetizzeremo in una serie di punti i cardini dell’impostazione marxista di questo problema.

LA SINISTRA COMUNISTA E LA QUESTIONE SINDACALE

Fin dal 1920 con le Tesi della Frazione astensionista del PSI la Sinistra combatté sulla strada «della più netta demarcazione fra partito e classe» contro coloro che in Italia vedevano nel sorgere dei consigli di fabbrica la forma finalmente scoperta dell’emancipazione proletaria o addirittura un granello organizzativo della società futura già funzionante nel presente così svalutando sia la funzione del partito politico, sostituito da una progressiva organizzazione della coscienza operaia, sia la funzione del sindacato operaio ‘superato’ dalla forma consiglio e dalla forma soviet, gradini più alti di questa coscienza, la Sinistra riafferma la necessità assoluta del sindacato e del partito, ribadisce che gli organismi operai immediati altro non rappresentano che dei tentativi della classe operaia di reagire allo schiacciamento capitalistico e la loro funzione sta appunto in questo e non nella loro coscienza che può essere rivolta in senso rivoluzionario solo dal partito; che questi organismi sorgono spontaneamente per la spinta delle situazioni economiche e che non si possono ‘creare’ a piacere; che il loro valore insostituibile risiede nel fatto fisico di riunire le masse proletarie sulla base della comune situazione economica ed infine il fatto che, in mancanza dell’azione del partito volta alla loro conquista, essi possono degenerare in organi di collaborazione con il potere borghese. Tesi della frazione comunista astensionista del PSI – Maggio 1920 – parte II, 10.

«Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dai comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali dell’economia comunista. L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesso mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo ma, come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese… I comunisti considerano il sindacato come il campo di una prima esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre, verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe. 11) È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione. Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione. I sindacati di azienda e consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa.

III-4) … Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati. I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa dei proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo. Il partito comunista invece si mantiene estraneo a tutte le istituzioni ed associazioni nelle quali proletari e borghesi partecipano allo stesso titolo… e cerca di distaccarne i proletari combattendone l’influenza… 13) – I soviet o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento del dominio borghese. I soviet non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria; essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza è conquistata dal partito comunista. I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello Stato borghese sia messo in serio pericolo. L’iniziativa della costituzione dei soviet può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione. Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può rappresentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese…»

Nel 1921, fondato il partito comunista, la Sinistra che ne aveva la direzione impostò la questione dei rapporti con i sindacati stabilendo la permanenza dei comunisti al loro interno per conquistarli alla direzione del partito, sostenendo l’unificazione di tutti i sindacati di classe e la disciplina dei comunisti nel loro seno. I sindacati italiani erano tradizionalmente organizzazioni rosse, cioè influenzate dal partito socialista (la grande Confederazione Generale del Lavoro) o anarchici (il Sindacato Ferrovieri e la U.S.I.). Esistevano poi altre organizzazioni bianche e gialle, ma avevano scarsissimo seguito nel proletariato ed a volte non organizzavano nemmeno salariati bensì strati piccolo borghesi come piccoli contadini veneti o grassi mezzadri romagnoli. Il carattere rosso dei sindacati italiani si esprimeva non certo in una chiusura di essi ai proletari «non rossi», ma nella affermata indipendenza rispetto allo Stato e ai partiti borghesi, nella adesione al metodo della lotta di classe, nella affermazione che le lotte economiche immediate dovevano sboccare nella emancipazione totale del lavoro salariato. Ma soprattutto questi sindacati erano la sede dove i proletari in lotta contro il padronato affluivano e dove ingaggiavano quotidianamente la battaglia contro la burocrazia opportunista. Le loro caratteristiche di classe e rosse erano perciò sostanziate dalla realtà della lotta, nonostante la burocrazia sindacale. Il partito sosteneva perciò l’unificazione di questi vari organismi economici e manteneva al loro riguardo la disciplina sindacale. Le citazioni che seguono valgano a chiarire i termini del problema.

Da «La tattica dell’Internazionale comunista» – Gennaio 1922

«Il compito del partito è la sintesi di questi moti iniziali nell’azione generale e suprema per la vittoria rivoluzionaria: a ciò si giunge non disprezzando e negando puerilmente quegli stimoli primordiali alla azione, ma assistendoli e sviluppandoli nella logica realtà del loro processo, armonizzandoli nella loro confluenza nella azione generale rivoluzionaria… Noi siamo per la selezione politica più severa, ma per la unità di organizzazione sindacale, concezione e tattica questa che il partito controlla sui risultati di ogni giorno, in quanto l’andamento felice della nostra lotta contro l’opportunismo riformista italiano è figlio della posizione tattica per cui dopo la scissione politica di Livorno siamo tenacemente rimasti nella organizzazione sindacale malgrado la dirigessero i riformisti da cui ci eravamo staccati; e vi siamo rimasti a combatterli efficacemente… Diamo anche per accettata definitivamente e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno d’opportunismo… Noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale comunista non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato ed il suo meccanismo rappresentativo… Con una distinzione sufficientemente utile si suole indicare che vi sono condizioni soggettive e oggettive della rivoluzione. Quelle oggettive consistono nella situazione economica e nelle pressioni che essa direttamente esercita sulle masse proletarie, quelle soggettive si riferiscono al grado di coscienza e di combattività del proletariato e soprattutto dell’avanguardia di esso, il partito comunista. Una indispensabile condizione oggettiva è la partecipazione alla lotta del più largo strato delle masse, direttamente sollecitate dai moventi economici, anche se in gran parte non hanno coscienza di tutto lo sviluppo della lotta, una condizione soggettiva è la presenza, in una minoranza sempre più estesa di una chiara visione delle esigenze del movimento nel suo corso, accompagnata da una preparazione a sostenere e dirigere le ulteriori fasi della lotta…»

Tesi di Roma – 1922 – III – Rapporti tra il partito comunista e la classe proletaria.

«11 – La natura di questi rapporti discende dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe, e della organizzazione unitaria del partito di classe che trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi dei gruppi su quello della azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo. 12) – L’opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie, è dunque inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni; ed è un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria. La esistenza stessa dell’organismo unitario del partito con le indispensabili condizioni di chiarezza di visione programmatica e di saldezza di disciplina organizzativa, dà la garanzia che mai verrà attribuito alle parziali rivendicazioni il valore di fine a se medesime e si considererà soltanto la lotta per raggiungerle come un mezzo di esperienza e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria. 13) – Il partito comunista partecipa quindi alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative ecc.). Posizione fondamentale per l’utile svolgimento dell’opera del partito è il sostenere che tutti gli organi di tal natura debbono essere unitari, cioè comprendere tutti i lavoratori che si trovano in una specifica situazione economica. Il partito partecipa alla vita di questi organi attraverso la organizzazione dei suoi membri che ne fanno parte in gruppi o cellule collegate alla organizzazione del partito. Questi gruppi, partecipando in prima linea all’azione degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé e quindi nelle file del partito politico quegli elementi che nello sviluppo dell’azione si rendono maturi per questo. Essi tendono a conquistare nelle loro organizzazioni il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d’ordine del partito… 14) – … Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organismi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi. 15) – Oltre a prendere parte in tal modo alla vita degli organismi proletari naturalmente sorti per la pressione dei reali interessi economici, e all’agevolare la loro diffusione e rafforzamento, il partito si sforzerà di porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica. Con tutti questi mezzi il partito dilata e rafforza la influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni nella attività sociale. 16) – Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendendo solo quei proletari che accettano dati metodi di azione».

IN DIFESA DEI SINDACATI DI CLASSE E CONTRO IL LORO DIRADAMENTO

La borghesia italiana e l’opportunismo intendevano bene che l’inquadramento classista costituito dagli organismi economici era un terreno fertilissimo al propagarsi dell’indirizzo rivoluzionario. Di conseguenza rivolgevano la loro offensiva non solo contro l’organizzazione del partito, ma anche contro le organizzazioni economiche. Questa offensiva si svolgeva contemporaneamente su due fronti. Da una parte la violenza armata dello Stato e del fascismo dall’altra la politica dei capi opportunisti che riprendeva fiato ed ingigantiva dopo ogni colpo della reazione, non solo ad espellere i comunisti dai sindacati, ma a togliere a questi ultimi ogni carattere rosso sostenendone la funzione di collaborazione nazionale, di azione solo nell’ambito delle istituzioni nazionali, di partecipazione alla ricostruzione della economia nazionale. Era questa una politica dei capi opportunisti presente in tutti i paesi europei. Secondo essa i sindacati dovevano tener conto delle esigenze generali dell’economia della nazione e svolgere la loro azione nell’ambito di questa, essendo la classe operaia nient’altro che uno dei fattori che partecipano alla produzione. D’altra parte dovevano essere messi in piedi nelle aziende e a livello nazionale degli organismi di controllo e di direzione dell’economia a cui i lavoratori partecipassero allo stesso titolo dei borghesi. Le formule della cosiddetta «socializzazione del capitale», della «cogestione aziendale» ecc. sono dunque vecchie di cinquanta anni. Questa politica già nettamente indirizzata verso il sindacalismo tricolore del secondo dopoguerra non poté trovare allora completa realizzazione in quanto negli anni dal 1920 al 1926 venne efficacemente ostacolata dalla vivacità delle lotte operaie e dall’influenza dei comunisti nei sindacati. È questa politica borghese-opportunista che, svolgendosi liberamente dopo la definitiva sconfitta proletaria e la controrivoluzione staliniana ha prodotto gli attuali sindacati tricolori. Ecco che cosa intendiamo dire sostenendo che gli attuali sindacati completamente asserviti allo Stato ed alla sua difesa non sono una nuova forma inventata dal capitale, ma il risultato di un rapporto di forza fra le classi, alla scala mondiale e nell’arco di cinquanta anni, che ha visto il proletariato battuto e disperso non solo nel suo partito rivoluzionario ma perfino nelle sue manifestazioni di lotta immediata. Al giganteggiare di questa sfavorevole situazione il Partito Comunista d’Italia oppose l’appello alla difesa dei sindacati di classe tradizionali sia contro la reazione che contro la politica opportunista. L’appello del partito costituì l’oggetto di un convegno delle «sinistre sindacali» cioè degli operai anarchici, massimalisti e comunisti organizzati nei sindacati che si tenne nell’ottobre 1922 e di cui riportiamo la parte più significativa della mozione conclusiva:

«Le organizzazioni sindacali dei lavoratori devono rimanere indipendenti da ogni influenza e controllo dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, loro programma e loro bandiera deve essere la lotta per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, le loro file devono essere aperte ad ogni propaganda delle idealità rivoluzionarie del proletariato… Ogni manovra tendente sotto varie formulazioni ad intaccare questi capisaldi, col voler raffrenare l’azione sindacale entro i limiti delle istituzioni borghesi, escludere la propaganda e l’azione dei partiti estremi dai sindacati, legalizzare l’opera e l’attività di essi sullo stesso piano delle corporazioni dei ceti abbienti per una pretesa collaborazione ricostruttiva dell’economia, ammainare il glorioso vessillo rosso emblema delle altissime tradizioni delle organizzazioni classiste italiane, corrisponde al tentativo reazionario di stroncare la lotta di classe, rendere impossibile ogni resistenza economica dei salariati ed avvilire ad un livello schiavistic il tenore di vita delle classi lavoratrici per consentire alle classi sfruttatrici di consolidare le basi compromesse del loro dominio…»

Ma l’opera congiunta del fascismo e delle forze statali da una parte e della politica opportunista dall’altra provocavano, nonostante l’azione del partito, i loro effetti disastrosi: i sindacati si indebolivano, i proletari li abbandonavano demoralizzati dalla violenza aperta e dal sabotaggio delle loro lotte da parte dei capi. Si manifestava un processo di diradamento dei sindacati contro il quale il partito reagiva con tutte le sue forze vedendo in esso il pericolo che venisse a mancare la base stessa della mobilitazione rivoluzionaria di classe. Distruzione ed abbandono dei sindacati economici vuol dire infatti che la classe operaia, nonostante la miseria ed il malcontento, non è capace di reagire al suo schiacciamento in maniera organizzata neanche sul puro terreno economico e, secondo le classiche parole di Marx, sebbene la lotta economica sia limitata, «se la classe operaia rinunciasse per viltà a questa lotta si priverebbe della possibilità di intraprendere battaglie ben più grandi e generali». Sono già impostati i termini della nostra prospettiva attuale e futura: non bastano la crisi ed il malcontento diffuso con la miseria nella classe operaia. O questa crisi riporterà la classe ad organizzarsi sul terreno della sua difesa economica o non ci sarà possibilità di sviluppo della lotta sul terreno rivoluzionario. La crisi deve far risorgere gli organismi operai di difesa economica, i sindacati di classe, preludio al ritorno del partito alla testa delle lotte proletarie. Ma se il proletariato europeo attuale, corrotto da cinquanta anni di dominio opportunistico non sarà in grado di riorganizzare la difesa delle sue condizioni di vita è vano sperare che un qualche miracolo lo porti alla capacità di mobilitarsi sul terreno dell’assalto rivoluzionario al potere. Pensare questo significa uscire dalla prospettiva marxista per cadere nell’idealismo più triviale.

Dal progetto di programma di azione presentato al IV congresso mondiale – 1922 «Per la resistenza dei sindacati. 7) – Il lavoro nei sindacati tendente alla conquista di essi al partito ed alla conquista al partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nei sindacati agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento della influenza del P.C. Però in Italia la situazione sia economica che politica, ha prodotto e tende ad ulteriormente produrre un indebolimento o diradamento dei sindacati, che mette in grave pericolo le sorti di una buona preparazione rivoluzionaria. Il P.C. deve dunque lottare per la resistenza dei sindacati e per il loro rinvigorimento. Questo si raggiunge primieramente con l’opera attenta ed assidua come militanti sindacali e membri del partito, col proteggere a mezzo del partito e del suo attrezzamento i sindacati dai colpi della reazione».

Dalle Tesi presentate dal P.C. d’Italia al IV congresso mondiale – 1922

«La conquista delle masse organizzate. L’esistenza di forti e fiorenti organizzazioni economiche è una buona condizione per il lavoro di penetrazione delle masse. L’accentuarsi del dissesto della economia capitalista crea una situazione oggettivamente rivoluzionaria. Ma poiché la capacità di lotta del proletariato, al momento in cui, dopo l’apparente floridezza del dopoguerra immediato, la crisi è apparsa in tutta la sua gravità, s’è rivelata insufficiente, assistiamo oggi allo svuotamento dei sindacati e di tutte le organizzazioni analoghe in moltissimi paesi: in altri è prevedibile che un tale fenomeno non tarderà a verificarsi. Per conseguenza, la preparazione rivoluzionaria del proletariato si rende difficile, malgrado il dilagare della miseria e del malcontento…»

Nel 1926 il processo era giunto ormai al suo culmine ed è caratteristico della convergenza fra la violenza fascista e la politica opportunista il fatto che i dirigenti della CGL ne dichiarassero proprio allora lo scioglimento demoralizzando così quei proletari che, nonostante tutto si battevano ancora sul fronte dei sindacati rossi. Fu l’ultima pugnalata alla schiena del proletariato che garantì l’affermarsi totalitario dei sindacati fascisti. Intanto all’interno del partito diretto dal 1923 dagli ordinovisti riprendevano piede le vecchie fisime consiliaristiche e si approfittava della demolizione dei sindacati per avanzare di nuovo la tesi del loro ‘superamento’ e della loro sostituzione con altre ‘forme’. A questa opera disfattista la Sinistra reagì con decisione e nelle Tesi presentate al congresso di Lione del 1926 viene combattuta aspramente questa tendenza della centrale del partito e riproposta la tesi che devono risorgere i sindacati rossi tradizionali.

«II – 8 – Questione sindacale… La sinistra del partito italiano ha sempre sostenuto e lottato per la unità proletaria nei sindacati, attitudine che contribuisce a renderla inconfondibile con le false sinistre a sfondo sindacalista e volontarista, combattute da Lenin. Inoltre la Sinistra rappresenta in Italia la concezione esattamente leninista del problema dei rapporti tra sindacati e consigli di fabbrica, respingendo sulla base della esperienza russa e delle apposite tesi del secondo congresso la grave deviazione di principio consistente nello svuotare di importanza rivoluzionaria il sindacato, basato su adesioni volontarie, per sostituirvi il concetto utopistico e reazionario di un apparato costituzionale e necessario aderente organicamente su tutta la superficie al sistema della produzione capitalistica, errore che praticamente si concreta nella sopravalutazione dei consigli di fabbrica ed in un effettivo boicottaggio del sindacato… III – 7) – Attività sindacale del partito. Un altro grave errore è stato commesso nello sciopero metallurgico del marzo 1925. La Centrale non comprese come la delusione proletaria nei riguardi dell’Aventino lasciava prevedere un impulso generale alle azioni classiste sotto forma di una ondata di scioperi, mentre, se lo avesse fatto, si sarebbe potuto, come si trascinò la FIOM a intervenire nello sciopero iniziato dai fascisti, spingerla decisamente oltre, fino allo sciopero nazionale, attraverso la costituzione di un comitato di agitazione metallurgico poggiato sulle organizzazioni locali dispostissime allo sciopero in tutto il paese. L’indirizzo sindacale della Centrale non corrispose chiaramente alla parola dell’unità sindacale nella confederazione, anche malgrado il disfacimento organizzativo di questa. Le direttive sindacali del partito risentirono di errori ordinovisti a proposito dell’azione nelle fabbriche nelle quali non solo si crearono o si proposero organi molteplici e contraddittori, ma spesso si dettero parole che svalutavano il sindacato e la concezione della sua necessità come organo di lotta proletaria… 11) – Schema di programma di lavoro del partito… Ponendosi oggi il grave problema del diradamento dei sindacati di classe e degli altri organi immediati del proletariato, il partito anzitutto agiterà la parola della difesa dei sindacati rossi tradizionali e della necessità del risorgere di essi. Il lavoro nelle officine eviterà di creare organi suscettibili di svuotare della loro efficacia le parole sulla ricostruzione sindacale. Tenendo conto della situazione attuale il partito agirà per il funzionamento dei sindacati nelle ‘sezioni sindacali di fabbrica’, le quali, rappresentando la forte tradizione sindacale, si presentano come gli organismi adatti alla direzione delle lotte operaie in quanto la difesa di queste è oggi possibile appunto nelle fabbriche. Si tenterà a far eleggere la commissione interna illegale dalla sezione sindacale di fabbrica, salvo a rendere, non appena possibile, la commissione interna un organismo eletto dalla massa della fabbrica…

Circa i rapporti con i sindacati fascisti, tanto più oggi che essi non appaiono neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma sono veri organi ufficiali della alleanza fra padronato e fascismo, è da respingere in generale la parola della penetrazione nel loro interno per disgregarli. La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti…»

LA PROSPETTIVA DEL PARTITO

Dal 1926 ad oggi, al posto dei sindacati rossi di allora si sono affermati i sindacati tricolori. Essi proseguono la tradizione opportunista e fascista di sottomissione del sindacato operaio agli interessi dello Stato borghese.

Il nostro testo del 1951 «Partito rivoluzionario ed azione economica» traccia così il processo della loro affermazione.

«Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso fallimento dell’inquadratura sindacale e politica, e si tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata la abolizione del movimento sindacale. All’opposto, fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una e nell’altra forma, affermata unica e unitaria, resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo statale. Anche dove, dopo la seconda guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe. Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista».

Da questa situazione dei sindacati attuali il partito non poteva, mantenendosi sulla coerente linea marxista, far discendere una posizione di svalutazione della funzione sindacale, «in quanto l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista». Dalla affermazione che i sindacati di oggi non sono più sindacati di classe, che sono completamente asserviti alla difesa delle istituzioni capitalistiche si può far discendere una sola ed unica conseguenza: che i sindacati di classe devono risorgere o si cade nel volontarismo e nella linea a noi opposta del kapedeismo.

Perciò il partito fin dal 1945 ha stabilito questa prospettiva:

«In prima linea fra i compiti politici del partito è il lavoro nella organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento.

Dev’essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente a diversi partiti o a nessun partito; i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati e strumenti passivi degli interessi del padronato. La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali quanto nelle zone rurali furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche e rivoluzionarie».

E nel 1951, nel testo già citato:

«8. Al disopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese».

«Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori».

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.7

D – GERMANIA

In Germania si è avuto il tragico epilogo della Rivoluzione proletaria in Europa del secondo dopo-guerra, essendo convinzione unanime dei comunisti che la chiave di volta della strategia rivoluzionaria era lo sfondamento del fronte capitalistico in Germania. Se così fosse stato, la Rivoluzione avrebbe trionfato, la storia avrebbe avuto un corso sostanzialmente diverso. Oggi il vero partito comunista non sarebbe confinato nel ghetto dell’isolamento.

Il principale nemico della Rivoluzione è la democrazia e i partiti «operai» che hanno aggiogato il proletariato alla democrazia, ma è anche vero che una grave responsabilità della sconfitta tedesca va addebitata alla oscillante politica dell’Esecutivo della Terza Internazionale. Il Terzo Congresso del Comintern aveva giustamente rilevato che la sconfitta delle giornate di marzo 1921 in Germania doveva essere attribuita alla mancanza di una adeguata preparazione non solo del partito tedesco ma anche dell’Internazionale in generale. Il Congresso concluse quindi che si dovesse marciare «verso il potere conquistando prima le masse», usando l’espressione corretta e marxista di Lenin e Trotsky e pienamente condivisa dalla Sinistra in Italia. Lo stesso Terzo Congresso, nel quale Lenin in persona dovette intervenire in modo tale da apparire quasi un «destro» per battere in breccia tendenze «offensivistiche» che minacciavano di svalutare la corretta impostazione della tattica di conquista delle masse – intervento che più tardi lo stesso Lenin dichiarerà essere stato troppo pesante – lasciava, però, adito a interpretazioni strane circa la tattica da esso enunciata, la più strana delle quali era quella che si dovesse intendere la «conquista della maggioranza delle masse», che nascondeva l’insidia democratica e democratico-parlamentare, purtroppo successivamente tradotta in realtà. Alla fine di quell’anno 1921 l’Esecutivo varò anche la tattica di «fronte unico» conseguente all’indirizzo del Congresso. Ben presto il «fronte unico» fu concepito come «politico» e lo svolgimento pratico di tale tattica nei partiti comunisti si svolse nel senso della ricerca di alleanze tra partiti comunisti e partiti o ali di partiti socialdemocratici o «operai», spostando alla fine tutto l’asse portante della tattica rivoluzionaria che consisteva nello svuotamento dell’influenza di tali partiti sul proletariato. La Sinistra partiva dalla considerazione che non si dovessero stabilire alleanze di nessun genere ed in nessun campo con altri partiti, anche se si declamava a viva voce di voler conservare la più stretta autonomia e indipendenza programmatica del partito. L’argomento di fondo era che simili «fronti politici» avrebbero ineluttabilmente, se non formalmente, ma di fatto, portato allo snaturamento della lotta del partito e alla commistione dei piani tattici. Se il comporre e scomporre combinazioni politiche di ogni genere, è pane quotidiano per i partiti borghesi e opportunisti, diventa esiziale per il partito comunista, la cui forza di convincimento poggia esclusivamente sulla chiarezza programmatica e tattica che si manifesta nella netta separazione del partito da tutti gli altri partiti nel campo del programma, della tattica e dell’organizzazione. L’azione del partito deve essere tale che sia presentita dalla classe operaia, in modo che ogni punto successivo della tattica del partito appaia alle masse come logica ed «attesa» conseguenza, fino al suo epilogo insurrezionale, verso cui tende l’azione complessiva del partito comunista, ma contro cui lotta con tutte le forze la pleiade dei partiti opportunisti e di fatto anche di partiti anarchici e sindacalisti, sotto il pretesto di non voler sottostare alla dittatura del partito comunista. Il «fronte unico» «dal basso» concepito dalla Sinistra mirava alla unificazione del proletariato sul terreno comune della difesa con tutti i mezzi e senza esclusione di colpi degli interessi vitali immediati dei salariati, e quindi nelle organizzazioni di classe del proletariato, sindacati, consigli ecc. di cui si auspicava l’affasciamento, al di là degli inquadramenti politici dei partiti, che dinanzi a questa proposta comunista, rispondente ai reali interessi proletari, dovevano fare i conti nel senso di screditarsi presso la classe se non avessero consentito ai proletari rispettivamente inquadrati di seguirla, ovvero di accettare la superiorità del metodo comunista e consentire agli operai di passare sotto le bandiere del comunismo rivoluzionario.

La polemica sul «fronte unico» si intrecciava ovviamente con quella della «conquista della maggioranza», ed ambedue caratterizzavano bene le continue oscillazioni nell’indirizzo dell’Internazionale e di conseguenza dei partiti aderenti. Nei partiti, come il francese, in cui la predisposizione a tendere a «destra» era quasi connaturata, l’interpretazione incoerente sia del fronte unico sia della «conquista delle masse» era scontata e nei partiti, come appunto il tedesco, in cui dominava il ritardo programmatico e dottrinale, a un insuccesso, come il marzo ’21, addebitato alla direzione di «sinistra», si credeva di riparare con una direzione di «destra». Queste oscillazioni, che furono un vero capestro della rivoluzione, particolarmente in Germania, non si possono spiegare semplicemente o solamente con una critica soggettiva ai dirigenti, alla direzione del partito, almeno di non cadere in una sorta di moralismo. Il partito ha gli uomini che esprime la sua tattica, e non viceversa. La debolezza, l’incertezza, l’inettitudine sono caratteristiche proprie di dirigenti che adottano una tattica debole, incerta, inetta, incoerente, oscillante. Perciò la Sinistra ritenne inadeguata, dopo la sconfitta del ’23 tedesco, la sostituzione della direzione del partito tedesco ritenuta «debole» e di «destra» con una più forte e ritenuta di «sinistra» in parallelo con la semplicistica manovra del 5º Congresso dell’Internazionale di varare una tattica di «sinistra» che avrebbe dovuto correggere gli errori di quella impostata al 4º Congresso. La Sinistra ritenne giustamente che queste manovre non avrebbero apportato un coefficiente di robustezza ai partiti che significavano, invece un preoccupante sintomo di profonda debolezza dell’Internazionale dal quale sarebbe potuto scaturire una sorta di «revisionismo» se non si fosse con tutta urgenza e impegno studiato oggettivamente le cause di tale situazione generale del movimento comunista mondiale.

IL RUOLO CONTRORIVOLUZIONARIO DELL’OPPORTUNISMO SOCIALDEMOCRATICO

Abbiamo voluto anche graficamente evidenziare la strettissima alleanza della socialdemocrazia con lo Stato, cosicché i due vettori dell’efficienza dell’opportunismo e della reazione appaiono uno solo, il vettore della controrivoluzione. Allora appariva mostruoso che il grande, il più grande e carico di gloria partito operaio della 2ª Internazionale, il partito di Engels, imbevuto di marxismo, la socialdemocrazia di Germania, avesse aderito alla prima guerra imperialistica mondiale, che successivamente, nel volgersi sfavorevole agli imperi centrali il conflitto, aveva optato per una pace negoziata, voltasse le spalle alle aspirazioni dei diseredati, dei proletari e dei piccoli contadini, dei salariati agricoli e dei braccianti.

Tutta la storia, tragico-grottesca, della cosiddetta Repubblica di Weimar è la storia del tradimento della socialdemocrazia. La grande borghesia che aveva accumulato colossali fortune con la guerra celandosi sotto l’elmo chiodato imperiale, dopo un timido tentativo di utilizzare ancora il personale meno compromesso dei circoli politici tradizionali, appena avverte il brontolio delle masse che reclamano la Repubblica e la Repubblica dei Consigli, memore della fedeltà della socialdemocrazia alla nazione, all’ordine, alla bandiera, non trova di meglio che farsi rappresentare da questo partito. Il quale, malgrado l’infame voltafaccia dell’agosto ’14, organizza il proletariato, lo influenza; ne guida i sindacati, e tramite l’ala degli «Indipendenti», una specie di «serratiani» italiani, tiene a bada la parte radicale degli operai e dei Consigli. È proprio questa «ala» costituitasi in Partito Indipendente (USPD) nel marzo 1917 che ha coperto da «sinistra» le infamie della madre socialdemocratica (SPD) ed ha dato al proletariato la parvenza che finalmente il socialismo nella Repubblica dei Consigli fosse giunto, seppure molto tranquillamente, senza rivoluzione violenta e spargimento di sangue nelle brume del novembre 1918. È naturale che il primo governo, o meglio il Governo di questa fantomatica Repubblica «sovietica» dovesse essere formato da quegli Indipendenti che nell’ultimo anno di guerra, vista la brutta piega delle cose, si erano buttati a «sinistra» e dal SPD che influenzava pur sempre il grosso dei lavoratori. Tuttavia la borghesia, come misura di interessata prudenza, pretese che dietro i «Sei Commissari del Popolo», tre SPD e tre USPD, ci fossero ministri di Stato e sottosegretari dei partiti borghesi del Centro Cattolico e del Partito Popolare e di quello Liberale. Neanche molto coperta la natura equivoca di questo governo «sovietico» che presentava un frontespizio «rosso» dietro il quale stavano gli uomini della borghesia nei punti effettivi del potere, cioè nell’amministrazione statale, e sotto stava la Reichswehr, l’esercito, ancora inquadrato dalla rigida casta militare dei Ludendorff, Hindenburg, alla cui scuola crescevano brillantemente i nuovi generali «democratici» che si faranno onore nelle repressioni antiproletarie e quelli «nazisti» che ne erediteranno legittimamente le funzioni anticomuniste.

La Lega Spartaco, la Sinistra marxista rivoluzionaria che si era staccata dalla socialdemocrazia assieme agli Indipendenti con cui confluiva nell’USPD, denuncia la turpitudine del governo dei Consigli si stacca dall’USPD e si costituisce in Partito Comunista di Germania (KPD) nel dicembre del ’18. Nel gennaio il governo «sovietico» SPD-USPD apre subito le ostilità contro i Consigli e quindi contro gli spartachisti. La persecuzione contro i comunisti è diretta personalmente dal «commissario» Noske e culmina nel duplice assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, capi del KPD. Sul ristabilimento dell’«ordine a Berlino» sorge l’Assemblea Nazionale di Weimar, la repubblica democratica tedesca, il cui primo presidente fu il socialdemocratico Ebert, il «sellaio». Gli Indipendenti dimostrano il loro «cordoglio» per gli assassinii, di cui condividono la responsabilità, dimettendosi. Succede il Governo misto SPD e Centro. La borghesia ora può mettere in primo piano i suoi uomini. Il pericolo è passato. Intanto si intensificano le repressioni e proletari e marinai vengono fucilati in massa. Il governo della repubblica democratica sotto la parola d’ordine «Per la calma e l’ordine e contro Spartaco» dà mano libera a tutta la canaglia dei «corpi franchi», milizie private raccogliticce tra sottoproletari, ufficiali, piccolo-borghesi rovinati dalla guerra, studenti. Le cronache registrano sino al giugno 1921 quasi ininterrottamente assassinii di proletari, distruzioni di sedi di partito e di organizzazioni operaie. Sempre sotto l’odiato governo SPD si affiancano di volta in volta i partiti del grande capitale. Mano mano che si allontana lo spettro degli spartachisti prendono sempre più piede gli uomini del grande capitale nel governo. Ma quando la situazione si fa di nuovo critica vengono in evidenza gli uomini della socialdemocrazia. Così fu nelle giornate di marzo 1921 e in quelle dell’ottobre 1923. È la stessa socialdemocrazia che farà eleggere con i suoi voti il supergeneralissimo Hindenburg a presidente del Reich, dal cui elmo sempre in maniera classicamente indolore sarà espulsa la SPD e con il primo governo dittatoriale di Brüning costituzionalmente preferito dal grande capitale cala il sipario della Repubblica democratica e prende avvio la tragicommedia di Hitler, anch’egli popolarmente eletto in stile mussoliniano.

Storia della socialdemocrazia tedesca, del tradimento dell’opportunismo in Germania? De te fabula narratur, è di te, opportunismo di ogni tempo e colore, che la storia parla. È la storia di oggi, qui e altrove.

CORRELAZIONI SCONCERTANTI

Senza il sostegno della borghesia e del suo apparato amministrativo e statale l’SPD non solo non avrebbe formato i governi del Reich, ma non avrebbe potuto contrastare il passo alla Rivoluzione. Che la socialdemocrazia servisse soltanto da paravento agli interessi del capitalismo lo dimostra tutta la politica governativa SPD. Il partito socialdemocratico era stato chiamato, d’altronde, a dirigere il governo non perché svolgesse una «sua» politica nei vari campi della economia, delle riforme sociali, dell’amministrazione, ma solo ed esclusivamente per contrastare il passo al proletariato rivoluzionario e a tenerne lontane le masse operaie e le loro organizzazioni di classe. Non si chiedeva di più a questo partito, come non si chiede ai prezzolati che si sostituiscano ai corruttori, e quand’anche l’euforia del potere giocasse un tale scherzo la sferza del padrone colpirebbe senza pietà. Al governo dei «commissari» fu permesso di enunciare il «programma sociale» della giornata di otto ore, dell’assicurazione per la disoccupazione e dei consigli di fabbrica, che, in una situazione economica di dissesto e in un clima di agitazione sociale, contribuirono ad attenuare e stornare il radicalismo operaio, insufficientemente diretto dal KPD. Il governo SPD non poté evitare che la crisi economica susseguente la guerra sfociasse nella iperbolica svalutazione del marco e in un’inflazione galoppante, ai limiti del collasso che avrebbe potuto verificarsi sotto forma di conquista del potere da parte del KPD nell’ottobre ’23 con un indirizzo comunista conseguente. Dal dissesto economico non sarebbe uscito nessun governo, tra l’altro, se non fosse sopraggiunta l’aquila predatrice degli U.S.A. sotto forma di «sovvenzioni» del famigerato piano Dawes a rimettere in moto il meccanismo produttivo che consentisse alla Germania di pagare le colossali riparazioni di guerra ai vincitori e alle potenze finanziarie, per prima l’America, di mettere in piedi il più grande affare del secolo, superato solo dal piano Marshall del secondo dopo-guerra. Il che conferma che le guerre sono un disastro per i popoli, ma un gigantesco affare per il capitalismo. Si può sintetizzare la politica dei governi nel periodo cruciale 1918-1924, la politica della Reichswehr, la politica in cui tutte le forze, tutti i mezzi sono direttamente tesi ad un solo fine: schiacciare la classe operaia, reprimerla, terrorizzarla. Mentre il personale dello Stato e di governo assolve a questo infame compito, la borghesia si fa i suoi affari, lucra su tutto, sulla disoccupazione, sugli scioperi, sull’inflazione, sul dissesto, abbassando i salari, discriminando tra gli operai, esportando merci a prezzi concorrenziali, concentrandosi in capitali per effetto del macello delle classi intermedie. La situazione era oggettivamente rivoluzionaria, ma il partito l’avvertì in ritardo. Quando si mosse, il momento cruciale era passato, le masse non poterono rispondere all’appello. Fu la fine.

Come mai il partito non si accorse per tempo che stavano maturando le condizioni necessarie per l’assalto al potere? Neppure l’Esecutivo dell’Internazionale vi si era preparato e il solo Trotsky denunciava da tempo la debolezza della direzione del partito tedesco e la sua politica di routine. Ma nessuno, eccetto la Sinistra del partito italiano, spiegava la «rilassatezza» e la «debolezza» del partito tedesco. Quando, dopo il disastro, si incolpò di non aver capito la politica del «governo operaio», «male» applicata nell’infausto esperimento dei governi di Turingia e Sassonia, non si afferrò che l’esempio sassone era il risultato di una impostazione tattica erronea, e non una cattiva applicazione di una tattica giusta. Il partito tedesco perseguiva la rivoluzione correndo dietro alla socialdemocrazia per intessere fronti politici anche locali imbevendosi di quelle maledette suggestioni demo-popolari con cui il «rivoluzionarismo» degli indipendenti sposandosi con la «forza» dei maggioritari SPD aveva provocato e poi battuto il proletariato nel marzo ’21. Con lo stesso spirito formalistico, che attivizza in senso deteriore chi cerca salvezza nelle forme, anziché scalzare l’influenza e il prestigio, tra l’altro traballante dopo le prove di sviscerato nazionalismo dell’SPD durante l’occupazione della Ruhr da parte delle truppe dell’Intesa, della socialdemocrazia potenziando la tattica di conquista alla rivoluzione dei consigli di fabbrica, che si dimostravano aperti a funzioni di lotta per il potere, la direzione del partito si disponeva a «creare» i «Soviet», in quel frangente storico in Germania doppioni, vuoti doppioni, dei consigli. La prova ancora dell’ambiguità della politica dell’Internazionale in Germania la si aveva nell’atteggiamento di fronte all’occupazione della Ruhr. Il partito fu contrario all’occupazione delle fabbriche e in genere a mettere in movimento gli operai, mentre si impegnò a ricercare il collegamento con la II Internazionale e con l’Internazionale 2 e 1/2, sistematicamente da queste disatteso e, caduta quanto mai grave per un partito comunista rivoluzionario, a civettare col nazionalismo con cui – si diceva – potevano essere catalizzate le forze della piccola borghesia e dei contadini oggetto di assidua propaganda dei partiti borghesi e nazionalisti. Si giunse a strane formulazioni, come «soltanto la classe lavoratrice, una volta riportata la vittoria, sarà in grado di difendere il suolo tedesco, i tesori della cultura tedesca e l’avvenire della nazione tedesca». (Dalla «Risoluzione del C. E. del Comintern in merito alle divergenze in seno al KPD» – aprile 1923). Mentre la Centrale era pressata da queste direttive distorte e dubbie, restava sempre sotto la malefica suggestione inoculata dalle direttive del fronte unico «politico» e del «governo operaio» intesi in senso della collaborazione anche parlamentare del KPD con la socialdemocrazia. Come poteva non solo il partito tedesco, ma qualsiasi altro partito orientarsi correttamente e quindi agire di conseguenza in tale pestifera atmosfera?

La disfatta dell’ottobre tedesco va letta alla luce della tattica dubbia e oscillante imposta dall’Esecutivo internazionale, e non tanto tirando in ballo le capacità personali dei dirigenti del partito, da cui si pretendeva una vigoria rivoluzionaria da un Centro che li aveva allevati per due anni nelle esercitazioni del possibilismo e dell’attivismo.

Il P.C.I. presenta le sue credenziali di salvatore della patria

Le elezioni del 15 giugno hanno posto la borghesia italiana in un dilemma che per 30 anni era riuscita a dilazionare: abbiamo un partito a base operaia, il P.C.I., forte ed organizzato, che controlla la più importante confederazione sindacale, partito che si dice disposto a dare tutto il suo sostegno per tirare fuori il paese dalla crisi; abbiamo una economia in fase di netta recessione, contemporaneamente ad una inflazione dilagante; abbiamo infine una situazione interna caotica e, quel che più conta, la prospettiva di scioperi e disordini sociali se questa situazione continuerà. Davanti a questo quadro apocalittico, la domanda è: sarà saggio affidare il potere a questo partito, o ciò significherà piuttosto arrendersi senza condizioni al bolscevismo, alla statalizzazione della economia, alla morte delle «libertà» dell’uomo, all’abolizione della proprietà privata, insomma, alle grigie nebbie del socialismo?

Questo è il tema nel mondo politico italiano, oggi più che mai, specie dopo che «Fanfani il Cattivo» è stato tolto di mezzo, questo il senso del discorso di Moro al Consiglio Nazionale D.C., questo il senso anche delle frequenti dichiarazioni di Agnelli, il supercapitalista di «sinistra».

D’altra parte, nel P.C.I. si assiste ad una vera gara, fra i massimi dirigenti del partitaccio, a chi fa le affermazioni più «serie», «responsabili», «concrete» e, per chi li crede comunisti e non è troppo di bocca buona, sorprendenti.

Ad un comizio tenuto a Livorno il 12/7 Berlinguer ha dichiarato: «Per risolvere … i tremendi pericoli insiti nella crisi capitalista va ricercato il confronto e la convergenza» con le altre forze democratiche. Per questo è necessario che «il movimento operaio occidentale percorra vie finora inesplorate.» Ecco l’elemento di novità, che schiude molteplici orizzonti, dei quali verrà naturalmente scelto quello che più efficacemente possa tradire la classe operaia. Nella nostra semplicità schematica, ma che si collega ferreamente a Marx e Lenin, leggiamo in «Che Fare?» che il proletariato può seguire solo due politiche, o quella borghese di collaborazione, o quella classista proletaria, di rivoluzione, che, dice il grande Vladimiro, la storia non ne ha messa a disposizione una terza; e quella rivoluzionaria, almeno nei paesi occidentali a capitalismo avanzato, fin dal 1848 si attua con una presa violenta, armata, del potere. Che il partito di Palmiro buonanima abbia finalmente messo la testa a posto e, aperto il famoso secondo cassetto col mitra, si sia deciso a menar botte? Per carità, ci mancherebbe, ed a scansare equivoci Berlinguer continua affermando che il suddetto confronto per risolvere la crisi (confronto, non c’è bisogno di dirlo, democratico) è «la sola strada che in occidente può fare della classe operaia la forza dirigente chiamata a continuare ed a sviluppare tutte le conquiste ed i valori positivi (quali, di grazia, e positivi per chi?) realizzati dalle correnti e dalle forze che in ogni epoca precedente hanno avuto una funzione progressiva.» Tutto alla rovescia dunque, e non c’è male, dopo che, da quando il proletariato esiste, lo si è quasi sempre fatto lottare su questa strada riformista, strada che ha sempre avuto come risultato finale un suo maggiore assoggettamento allo Stato capitalistico, e mai la conquista del potere rivoluzionario, mentre le vittorie operaie si sono sempre avute, senza eccezioni, dopo uno scontro armato con la borghesia. Pare proprio quindi che Berlinguer non solo abbia chiuso il secondo cassetto a chiave, ma che si sia addirittura comprato una scrivania nuova, dirigenziale, e con un solo cassetto.

Altro vate del P.C.I. che compie il suo apostolato per dimostrare quanto il suo partito sia inoffensivo (almeno verso la borghesia) è il senatore Peggio, genio dell’economia di quelli fini. Questo individuo ha avuto la faccia di andare ad un Congresso della Federmeccanica – l’associazione dei padroni metallurgici – non per trattarli come si meritano, a sputi in faccia, ma per assicurarli che nel P.C.I. «nonostante il 15 giugno non è successo nulla» e per dire ai più spaventati che «il P.C.I. non è mai stato contro una iniziativa privata che sia disposta a muoversi verso una programmazione decisa in sede pubblica» tanto è vero che la Costituzione Repubblicana che difende l’iniziativa e la proprietà privata è tale soprattutto per merito del P.C.I.

Ma se i piccisti parlano da fetenti a casa dei padroni, in casa loro arrivano letteralmente alla spudoratezza. Al Convegno del Cespe (Centro Studi di Politica Economica del P.C.I.) del 16 luglio, lo stesso Peggio ha fatto un intervento che potrebbe essergli stato dettato da Agnelli, tanto si mostrava preoccupato del fatto che i profitti dei padroni non sono più quelli di una volta. Con un linguaggio che non riportiamo, sia per ragioni di spazio, sia per non far venir la nausea a chi ci legge, ha affermato che i troppo bassi profitti ultimamente registrati dalle industrie sono dovuti ad una politica sindacale troppo attiva che ha messo in ginocchio i padroni. A questo punto sarebbe bene che i lavoratori salariati che ci leggono cercassero di ricordare in che modo si è manifestata per loro questa lotta dura contro i padroni, e se gli aumenti salariali degli ultimi tre-quattro anni hanno migliorato il loro tenore di vita, rispetto all’aumento dei prezzi; il bilancio che ciascuno di noi può trarre è ben diverso: i prezzi sono aumentati paurosamente, i salari, dove sono aumentati, sono aumentati in maniera molto minore, mentre nel frattempo la disoccupazione dilaga (1.200.000 i disoccupati, 800 mila i lavoratori a cassa integrazione, 600-700 mila i posti di lavoro in pericolo); tutto questo proprio perché la classe operaia non si è imposta e non ha fatto sentire il suo peso, ed i sindacati, al contrario di quanto Peggio dice, hanno fatto di tutto per frenare, castrare, spezzettare le lotte dei lavoratori. Sono ormai innumerevoli i casi di lavoratori che, scioperando spontaneamente a causa dell’inazione delle Centrali sindacali, si sono visti accusare di corporativismo, se non addirittura di fascismo, da queste, le quali non hanno esitato, d’altra parte, a scagliare l’opinione pubblica contro questi scioperi, organizzando in certi casi anche un vero crumiraggio (scioperi dei postelegrafonici, dei netturbini di Napoli, dei tramvieri di Milano, dei ferrovieri di Roma, etc.).

Amendola, altro pezzo da novanta della nuova mafia antioperaia, ha messo in guardia, allo stesso Convegno, l’auditorio sul fatto che: «Se si perde questa occasione sarà impossibile evitare in autunno lo scoppio selvaggio di rivendicazioni puramente salariali o strettamente corporative». Nel linguaggio di questi signori tutto si rovescia, e così corporativo per loro significa classista, e classista vuol dire corporativo. Comunque è tipico che loro siano i più spaventati dal muoversi di una classe di cui dicono di essere i rappresentanti: per loro non ha importanza il perché la classe operaia si muove, perché a loro interessa solo la conservazione dell’attuale modo di produzione; molto semplicemente gli operai non devono muoversi perché quando si muoveranno il P.C.I. sarà il primo ad essere spazzato via.

La nota ottimistica di questa situazione, hanno concluso Barca e Peggio, è che gli imprenditori italiani stanno guardando al P.C.I. con accresciuta fiducia; e, aggiungiamo noi, ne hanno ben donde, perché finché a guardia degli operai ci saranno siffatti partiti e sindacati, i padroni potranno dormire tra due guanciali.

Il quadro generale del programma del P.C.I. è ora abbastanza chiaro, anche se spesso detto con mezze frasi o con discorsi filistei fatti ad arte per poter essere spiegati in più di un modo. Ma se si vuole chiarezza assoluta basta leggere l’intervista che Amendola ha rilasciato al Mondo recentemente. Qui il desiderio di compiacere la classe dirigente fa parlare questo personaggio in un modo talmente esplicito che non si capisce quale oscura ragione non lo faccia correre ad iscriversi al M.S.I., il quale almeno chiama il fascismo col suo vero nome, e non «via italiana al socialismo». Prima affermazione: «Si, siamo un partito d’ordine; ma in questo senso, si badi, nel senso che vogliamo fare le cose seriamente, non abbandonandole al caso, all’improvvisazione e all’arbitrio». Certo, l’ordine non è mai stato stabilito in modo disordinato; ma quello che conta è la ragione per cui l’ordine va mantenuto: la dittatura proletaria porterà ordine, ma per distruggere il capitalismo ed instaurare il comunismo. Ora, se il P.C.I. vuole mantenere l’ordine, significa che vuole mantenere l’«ordine» attuale, cioè il capitalismo; all’interno di ciò, può anche chiamarlo socialismo, in fondo anche Mussolini chiamò il Popolo d’Italia quotidiano socialista.

Sul P.C.I.: «Quando entrai nel P.C.I…. non potrei fare a meno di notare che c’erano, nel suo modo di vita, molte cose in comune alla tradizione della vecchia destra liberale italiana». Questa bella testimonianza sul P.C.I. post 1926, quando non c’era più un partito comunista, ma stalinista, spiega come sia riuscito, successivamente, a comportarsi come un partito borghese della più bell’acqua. Ma non è tutto qui: i piccisti sono colti, mentre la D.C. è chiusa anche alle «correnti più vive del cristianesimo», alla «lezione di Papa Giovanni». Meno male che c’è il P.C.I., che, colto com’è, a queste cose ci sta attento, altrimenti poveri noi! Più oltre: «Severità, lo ripeto. Il paese ne ha bisogno. E naturalmente non soltanto nella cultura (eccoci!) Bisogna che dalla cultura questa severità passi alla trattazione dei problemi politici, economici, amministrativi».

Studenti: La scuola non deve mica «dar loro un titolo e facilitarne un cambiamento di stato sociale. Lo studio è sforzo e selezione. Perché la vita è fatta di competitività e selezione.» Come ideale dei rapporti fra gli uomini, non c’è male per un comunista. Da queste considerazioni può uscire una sola conclusione: dalla competizione vengono selezionati i migliori, quelli che nella storia sono e sono stati i potenti, oggi i capitalisti; è quindi giusto che siano al posto che hanno. Che Amendola tiri fuori dell’evoluzionismo volgare non lo rende migliore dei preti; infatti che l’investitura venga da Dio o dalla natura, resta il fatto che si tratta di una ideologia puramente conservatrice ed antioperaia, per non dire fascista.

Andiamo avanti. Se c’era un assioma nella visione marxista dello sviluppo della lotta di classe, da Marx in poi, era che la rivoluzione diviene possibile esclusivamente solo quando le condizioni di crisi dell’economia capitalistica spingono gli operai a ribellarsi al sistema sociale esistente, combattendo contro di esso, guidati dal partito comunista. Ora, invece, tutto da rifare. Lasciamo di nuovo la parola al fetentone di turno: «È un errore, dimostrato anche dalla storia (gradiremmo almeno una dimostrazione). Noi vogliamo invece uscire dalla crisi con una ripresa produttiva.» Alla domanda: «In questo modo voi volete risanare l’economia capitalista.» risponde: «Si, ma facendo noi questa opera di risanamento, con i lavoratori, e per i lavoratori, e non accettando le vecchie e conosciutissime manovre del capitalismo che tendono a scaricare tutto il peso della crisi sui lavoratori (i lavoratori sono gli unici produttori e gli unici che possono realmente risentire i danni della crisi produttiva, in quanto senza riserve, diciamo invece noi). In questo modo avremo creato una premessa per andare verso una società socialista». Udite, udite! Da oggi in poi per arrivare al socialismo si deve salvare il capitalismo. Povero Carlo Marx, povero Lenin. Bravi ragazzi s’intende, ma davanti a strateghi di questo calibro sono condannati ad avere nella storia un posto di secondo piano!

A questo punto diviene ozioso continuare, anche se nel resto dell’intervista vi sono altre dichiarazioni rivelatrici, soprattutto di pazzia fantapolitica, quali una fantomatica Società delle Nazioni socialista, l’Internazionalismo nazionalista, etc.

È inutile perché è ormai lampante la dimensione, più che dell’uomo, di per sé spregevole, del partito che, richiamandosi a tradizioni gloriose, spaccia per marxista la più puzzolente merda borghese.

Questo partito, non è un partito operaio in quanto non lotta in modo conseguente per il socialismo ma tende piuttosto a mostrarlo lontano e comunque diverso da quello che sappiamo sarà, mentre non muove un dito per difendere le condizioni di vita degli operai; è un partito borghese in quanto profonde tutte le sue energie affinché l’attuale modo di produzione rimanga eterno; questo partito, nascosto dietro ad un falso velo rosso, farà tutto il possibile affinché gli operai sopportino questo nuovo attacco della borghesia e, se e quando andrà al potere, userà tutti i mezzi e poteri in sua mano affinché gli interessi della superiore economia nazionale non vengano lesi da nessuna parte, non esitando quindi ad usare la forza anche contro i suoi stessi adepti, gli operai. (Chi non crede questo possibile si rilegga la Storia della Socialdemocrazia Tedesca, epoca: gennaio 1919), né esitando a gettarli nella fornace della guerra imperialista, se necessario a salvare la patria borghese (qui gli esempi sono ancora più numerosi). Questo partito che, quando prevede un forte dirigismo statale per evitare sprechi ed errori, mentre tutto va sacrificato al bene della economia borghese, ricalca il modello di Mussolini è il peggiore nemico della classe operaia, è l’ostacolo più sofisticato che la borghesia dell’epoca imperialistica ha saputo creare in tutti i paesi alla via verso la rivoluzione comunista internazionale, ed è il primo avversario che il proletariato rivoluzionario dovrà togliere di mezzo per instaurare la società senza classi e senza sfruttati.