Solo una definizione esatta del Fronte Popolare può permetterci di comprendere la sua reale significazione. È evidente che, come per tutti i fenomeni sociali, anche per il Fronte Popolare noi non potremmo arrivare a comprenderne la portata che esaminandolo negli elementi fondamentali costitutivi e nei paesi dove esso è in maggiore sviluppo. Quando all’asse del Fronte Popolare, nessun dubbio è possibile: esso è rappresentato dai centristi a lato dei quali socialisti ed anarchici non hanno che una funzione di sostegno e di complicità. Tutti ricordano come ha avuto origine il Fronte Popolare: esso discende dall’abbandono del «socialfascismo» che – attraverso la rottura del fronte di classe dalle rivendicazioni parziali (opposizione sindacale rivoluzionaria, comitati d’agitazione, ecc.) – aveva reso possibile la vittoria di Hitler in Germania. Al «socialfascismo» fece seguito il Fronte Popolare, che, dal punto di vista del tempo, risale alla primavera del 1936. Dopo il 6 Febbraio a Parigi, negli avvenimenti dello stesso periodo di [parola illeggibile] si parlava ancora di socialfascismo. Successivamente però, mentre maturava l’insurrezione dell’Ottobre 1934, si cambiò tattica ed uno dei precursori del «Fronte Popolare» fu Caballero che prese l’iniziativa della creazione di una «sinistra» nel seno del Partito Socialista spagnolo per l’alleanza con il partito comunista e con Mosca. Lo stesso Caballero che, dopo essersi fregiato della decorazione del massacro di Barcellona del maggio scorso, si atteggia oggi a «anti-centrista», senza dubbio per mettere a disposizione del capitalismo una nuova pedina di manovra per ravvivare l’entusiasmo antifascista fra le masse e prolungare l’attuale macello in Spagna.
Sull’orizzonte internazionale l’Ottobre del 1934 rappresentava una indicazione assai significativa: gli operai passavano alla lotta armata senza per nulla seguire le direttive dei partiti politici socialista e centrista che, nel dopoguerra, hanno assicurato il successo capitalista ogni volta che i proletari erano portati dalle situazioni a scatenare i loro movimenti. L’assenza del partito di classe in Spagna, il tradimento della Terza Internazionale (attraverso la sua adesione alla Società delle Nazioni che era allora di già in gestazione), impedirono che l’Ottobre spagnolo potesse diventare il segnacolo di una ripresa delle lotte rivoluzionarie mondiali. Ma il pericolo era là: dall’autonomia del proletariato nei confronti dei partiti socialista e centrista poteva altresì sorgere il partito della classe operaia di tutti i paesi. Ed il capitalismo comprese la lezione, la comprese tanto bene che immediatamente aprì larghe le braccia ai centristi ed a Mosca che riceveva la visita dei diplomatici stranieri. La più significativa quella di Laval consacrata in un giorno di solennità proletaria: il Primo Maggio 1935.
Non si fronteggiano i movimenti di classe che attraverso forze di grande importanza: la Russia rappresentava lo strumento specifico per stroncare i movimenti proletari. E poco a poco, il Fronte Popolare si sviluppa in Francia ed in Spagna, mentre in Russia le cose precipitano ed alle misure primitive dell’espulsione dei «trotskisti» dal partito, si sostituisce l’altro corso delle loro esecuzioni.
I fattori contingenti dell’attenuazione della crisi economica mondiale, fattori dovuti alla distruzione in massa dei prodotti, alla limitazione della produzione, alle manipolazioni monetarie – svalutazioni nei paesi democratici, creazione della doppia moneta in quelli fascisti – scompaiono di già e, nel 1936 il dilemma si presenta: oppure passare ad una trasformazione della struttura economica che comporti la supremazia dell’industria di guerra, oppure si va verso un nuovo collasso del tipo di quello del 1929, anzi certamente molto più grave.
Tutti i paesi si mettono al ritmo ed alla politica del non-armamento della Germania, condizione del disarmo francese, i radicali-socialisti (l’ineffabile pacifista Herriot) costituiscono l’altra del riarmo franco-inglese (è qui la base dello stretto accordo fra la Francia del Fronte Popolare e l’Inghilterra del governo conservatore), giacché la Germania non disarma. Economia di guerra significa anche inevitabilità della guerra, circoscritta o generalizzata e gli avvenimenti divampano in Spagna prima, in Asia in seguito. Qual è la funzione reale del Fronte Popolare? Quella di schiacciare con la violenza ogni reazione proletaria alla guerra imperialista, ogni movimento che potrebbe orientarsi verso la trasformazione in guerra civile di questi conflitti militari e delle loro ripercussioni in tutti i paesi.
Nel marzo Stalin fa il suo discorso, dopo che Radek aveva dichiarato al processo che si trattava non solamente dei «trotzkisti» russi ma di quelli di tutti i paesi. I proletari sanno magnificamente che Trotsky ed i trotskisti non meritano affatto quest’onore e che, lungi dal poter monopolizzare la politica del proletariato mondiale, essi hanno costituito il trust della confusione internazionale ed in Spagna (in Cina ancora più apertamente), a causa della loro tesi della «difesa dell’URSS» combattono per l’antifascismo e per strangolare il fascismo massacrando naturalmente gli sfruttati della zona di Franco o del Giappone.
Tutti sanno che oggi trotskista significa anti-fascista il che può significare complice socialista del centrista ed infine proletario rivoluzionario. Ma non è la prima volta che il capitalismo, per meglio riuscire nei suoi piani, deve non solamente passare al terrore contro il proletariato, ma altresì gettare la confusione politica per spingere i proletari a dirigersi non verso le forze della rivoluzione (le frazioni di sinistra), ma verso un altro fortilizio borghese, nel nostro caso il trotzkismo.
Ora non vi è il minimo dubbio: il centrismo applica nei confronti del movimento proletario lo stesso sistema fascista: quello della repressione violenta. Questo si esercita in massa attraverso le guerre imperialiste di Spagna e di Cina, con le fucilazioni in massa in Russia; con un’orientazione terrorista in tutti i paesi dove i proletari se osano passare alla lotta contro la guerra imperialista e l’Unione Sacra, sono additati alla collera dei proletari avvinazzati dalla propaganda sciovinista come «agenti del fascismo». E di già, con la complicità aperta delle polizie dei diversi paesi, si passa al sistema delle perquisizioni illegali (caso della compagna di Maurin in Francia) o addirittura della soppressione fisica (caso Reiss in Svizzera).
I caratteri peculiari del fascismo li ritroviamo: apparato extrastatale di repressione, esercizio del terrore. Il Fronte Popolare appare dunque come la forma del fascismo adeguata ad una situazione di guerra imperialista. È evidente che è unicamente secondo il corso di questa guerra che noi potremo altresì vedere l’evoluzione del Fronte Popolare. Nella misura in cui il proletariato riuscirà a realizzare dei successi nella lotta per la trasformazione in guerra civile della guerra imperialista, il centrismo potrà essere attaccato, combattuto ed infine battuto. Tutte le altre formazioni politiche come i socialdemocratici delle diverse tendenze, anche quelli che fanno professione di anti-centrismo, sono delle complici del centrismo allo stesso titolo che i democratici ed i riformisti e massimalisti italiani lo furono per l’avvento di Mussolini. Complici anche se delle loro individualità dovessero cadere vittime e questo perché esse sono il sostegno della guerra imperialista e non per la sua negazione, per la sua trasformazione in guerra civile.
Evidentemente è il corso delle situazioni economiche che comanda l’evoluzione stessa delle forze che agiscono sullo scacchiere sociale. Attualmente alcuni sintomi lasciano intravedere che si approssima una ripresa delle forme più aspre della crisi economica. Per rapporto al 1929, occorre considerare che si tratta non di una crisi economica in generale, ma di una crisi di economie di guerra, sviluppantesi dopo gli avvenimenti spagnoli, nel corso di questi e di quelli cinesi, quello che può dare luogo allo scatenamento delle battaglie rivoluzionarie. È sicurissimo che alla base di tutti i recenti viaggi: del re belga a Londra, di Halifax a Berlino, di Chautemps e Delbos a Londra, vi è questa grande preoccupazione: come ne usciremo? Come poter aiutare soprattutto i settori più minacciati dalla crisi: quello tedesco e l’altro italiano nel nome del quale Volpi è andato a chiedere dei capitali a Londra?
Come potremo evitare che un nuovo focolaio di guerra si accenda in un altro paese, focolaio che potrebbe estendersi anche al mondo intero? La sorte del Fronte Popolare è legata all’eventualità di una nuova conflagrazione limitata o mondiale, mentre Chautemps e Chamberlain cercano di evitare questo nuovo rischio, temendone a giusta ragione, le ripercussioni rivoluzionarie.
Il dovere dei proletari in questa situazione è comandato da tutti gli insegnamenti dei tragici avvenimenti attuali, per allestire lo strumento indispensabile della vittoria del proletariato occorre fin d’ora intraprendere il cammino nel quale si metteranno le masse domani: la lotta per la trasformazione in guerra civile della guerra imperialista, l’appoggio alle frazioni di sinistra, premessa del partito di domani.
Due sono le idee che hanno presieduto alla costituzione dell’Ufficio Internazionale delle frazioni di sinistra che è sorto in questi giorni ad iniziativa delle due frazioni esistenti attualmente quella belga e la nostra. La prima, relativa alla natura della situazione internazionale attuale, l’altra che si riferisce al processo stesso dell’evoluzione delle frazioni di sinistra.
Quanto alla situazione internazionale, è innegabile che, sia dal punto di vista economico che politico, la situazione in ogni paese è dominata dagli avvenimenti spagnoli e cinesi. La guerra militare esiste in due settori solamente, ma è tutto il mondo capitalista che è in convulsione e, soprattutto nel seno del movimento operaio, non vi è più nessun problema politico che sorga o possa sorgere senza essere ricollegato direttamente con gli avvenimenti di Spagna e di Cina. Il capitalismo riuscirà o no a localizzare le guerre e ad evitare la conflagrazione mondiale? Si tratta qui di un problema di ipotesi, che ha evidentemente una grande importanza, ma l’essenziale è di avere sin d’ora una politica che risponda all’eventualità della guerra militare mondiale, come a quella della localizzazione dei conflitti militari. E questa politica non può essere stabilita che alla condizione di riconoscere la realtà della situazione in ogni paese, realtà che è caratterizzata dal punto di vista economico dall’egemonia dell’industria di guerra nell’economia generale, e dal punto di vista politico dall’esistenza di governi di Unione Sacra (i traditori essendo riusciti a trascinare le masse e dare il loro appoggio entusiasta alla guerra imperialista di Spagna e di Cina).
Quanto al processo di formazione e di sviluppo delle frazioni di sinistra, occorre cominciare con il mettere in evidenza che se è vero che le basi internazionaliste della dottrina marxista del proletariato non si oppongono, anzi permettono la costituzione di gruppi e frazioni confinate nei quadri nazionali, è altresì vero che, quando la situazione precipita, e che tutti i paesi rivelano un corso analogo di estrema tensione sociale, i gruppi e frazioni nazionali non possono più restare isolati senza compromettere la loro stessa natura giacché altrimenti non si adatterebbero all’evoluzione avvenuta nella situazione internazionale. La riprova di questa considerazione generale la si ha d’altronde nel fatto che il procedimento classico di sviluppo degli organismi incarnanti il proletariato (nella situazione attuale le frazioni di sinistra) non è più di possibile attuazione. Come concepire oggi una tattica di fronte unico, nel campo sindacale – per limitare l’esame della nostra frazione – con centristi, socialisti o persino «comunisti di sinistra» che sono legati al carro della guerra imperialista in Spagna od in Cina? D’altra parte come poter considerare che le rivendicazioni parziali possano oggi, senza essere ricollegate al postulato della lotta per la trasformazione in guerra civile contro il capitalismo dei conflitti spagnuoli e cinesi, rappresentare una base di classe suscettibile da sconvolgere le fondamenta del regime capitalista le cui situazioni attuali si imperniano giustamente intorno a queste guerre militari in atto. Che invece di essere in Spagna od in Cina, o Giappone, i proletari si trovino in Francia od in Inghilterra, la situazione – quanto al processo di sviluppo dell’organismo proletario – è identica: non è più né attraverso le rivendicazioni parziali, né attraverso il fronte unico, che può evolvere la frazione di sinistra, ma unicamente attraverso la lotta senza quartiere contro TUTTE le formazioni politiche, e l’assimilazione, da parte della frazione, delle individualità che rompono con il programma dell’Unione Sacra e passano alla lotta per la trasformazione in guerra civile contro il capitalismo dei conflitti attuali e di quegli altri che dovessero sorgere.
A queste due considerazioni se ne aggiunge un’altra che ne è d’altronde il corollario. La tendenza politica sulla quale sono attualmente orientate le reazioni proletarie è quella specifica della lotta contro la guerra imperialista. È evidente che noi possiamo ancora assistere al fatto che il centrista passi al confusionismo trotskista, od a quello del «comunismo di sinistra». Ma poiché l’uno e l’altro sono in definitiva due altri bastioni di sostegno della guerra imperialista, l’uno in Cina ed in Spagna, l’altro in Spagna, noi avremo allora un fenomeno di natura individuale senza alcuna portata politica, mentre, per quanto concerne la tendenza della reazione proletaria, essa non può affermarsi concretamente che sulla base della lotta per la trasformazione, in guerre civili, delle guerre imperialiste e delle situazioni degli altri paesi che vi si collegano. In definitiva, dunque, le reazioni proletarie sono oggi portate, dalla logica stessa degli avvenimenti a riflettersi direttamente sul processo di formazione del partito di domani, in altri termini esse si dirigono verso la formazione della frazione di sinistra e del suo sviluppo.
La costituzione dell’Ufficio Internazionale delle frazioni di sinistra risponde dunque agli elementi della realtà attuale ed esso è piuttosto in ritardo giacché la sua ora aveva suonato non appena gli avvenimenti spagnuoli (dopo la prima settimana) acquistarono la natura di una guerra imperialista. Ritardare ancora la costituzione di quest’Ufficio avrebbe significato non solamente mettere le energie proletarie dei differenti paesi dinanzi a difficoltà più gravi per riconoscersi e trovare il loro cammino, ma altresì compromettere le basi stesse della vita e dello sviluppo delle frazioni esistenti.
Un’ultima considerazione. I proletari sono abituati alle imprese fallimentari della costruzione di organismi artificiali i quali partono da questa tesi: per la lotta c’occorre un partito, facciamo il partito o l’Internazionale e la lotta potrà così svilupparsi. Il che, praticamente significava questo: che poiché per fare il partito ci vogliono basi teoriche e raggruppamento di massa, – cose che non esistono ancora oggi – per realizzarle si annacquerà il programma e si faciliterà l’entrata di tendenze politiche che, per la loro natura opportunista guasteranno anche quel poco che esisteva. Tutti sanno che il principe di questi imbroglioni porta un nome che fu caro al proletariato internazionale e che oggi è miserabilmente precipitato nel letame borghese: Trotsky che impegna gli operai cinesi a fare «tutto il loro dovere» nella guerra contro il Giappone.
La nostra frazione che ha sempre combattuto contro tutte queste fanfaronate, mantiene ancor oggi la stessa posizione e, partecipando con la frazione belga alla costituzione dell’Ufficio Internazionale, afferma che lo stesso titolo di quest’organismo ne precisa la significazione ed i limiti: per le frazioni di sinistra in tutti i paesi, per il raggruppamento dunque di quei soli proletari che accettano questa tesi di estrema selezione ideologica: la rivoluzione di domani sarà il superamento critico della rivoluzione russa, quindi rivendicazione inequivocabile delle Tesi fondamentali dell’Internazionale Comunista, dell’Ottobre 1917 che hanno spazzato per sempre tutte le forze della Seconda Internazionale e tutte le correnti politiche che vi si ricollegano direttamente ed indirettamente, affermazione che occorre sin d’ora lavorare a stabilire gl’insegnamenti delle situazioni e delle esperienze del dopo-guerra, perché, allo scoppio degli avvenimenti rivoluzionari, la condizione sia realizzata per la fondazione del partito di classe e della Quarta Internazionale. La divisa è: senza frazione il partito è impossibile per domani: l’ora della fondazione del partito sarà suonata dallo sconvolgimento delle situazioni e dalla lotta delle masse, ed unicamente da essi.
Il candidato numero uno, potrei dire il nemico numero uno, del proletariato russo è naturalmente Stalin. Cerchiamo di vincere un istante la nausea e spigoliamo nella stampa centrista in fregola per le elezioni basate sulla costituzione che essi tamburano di «staliniana». Date a Cesare quello che è di Cesare. Secondo un’informazione del 7 Novembre, che deve quindi essere aggiornata, già 226 circoscrizioni elettorali avevano posto il nome di Stalin in testa. «Nome che è con amore e rispetto che lo pronunciano le masse popolari». Con «sacro terrore», o meglio ancora con terrore semplicemente, come i mujik pronunciavano nel passato il nome dello zar.
Ma che cosa non è Stalin? È il capo – traduzione russa di Duce o di Führer – della costruzione del «socialismo in Russia»: il «pilota» della rivoluzione proletaria nel resto del mondo: l’amico più intimo e fedele di Vladimiro Iličš (leggere a tal proposito il Testamento politico di Lenin) e il suo più geniale e genuino continuatore e realizzatore. Le litanie potrebbero continuare all’infinito.
E intorno alla divinità, sia pure coll’attributo di falce e martello, ci sono naturalmente i santi. Qui cominciano i guai. Facendo dei nomi oggi, domani potremmo accorgerci di aver citato dei «contro-rivoluzionari», degli «spioni e agenti» del fascismo e del capitalismo.
Designati in più collegi – ciò che è l’indice del momentaneo favore – troviamo Molotov, Vorošilov, Kalinin, i marescialli Blücher e Budënnyj – che hanno per ora raccolto gli allori del massacro dei loro colleghi in attesa di quello contro i nemici esterni – e Litvinov. «Noi preghiamo Massimo Litvinov di consentire di presentarsi nella nostra circoscrizione.» Così gli operai di Leningrado che hanno posto la candidatura del «glorioso (?) dirigente della diplomazia sovietica». Litvinov si è naturalmente degnato di accettare ma, pensiamo, in cuor suo deve essersi raccomandato al Dio degli ebrei che gliela mandasse buona e senza vento. Come diciamo a Firenze. Infatti sul suo conto corrono delle voci poco rassicuranti.
Komarov, il presidente dell’accademia delle scienze, nell’accettare il mandato ha esaltato i progressi della scienza nell’«epoca» di Stalin. Come gli «scienziati» dell’accademia d’Italia hanno esaltato quelli dell’«epoca» di Mussolini. E d’Annunzio, che aveva sdegnosamente qualificata l’onorata compagnia di una «stalla in cui il somaro annusava il somaro» ha finito coll’accettare di diventare il presidente del bel consesso asinino. Nulla vi è di più ributtante di questa prostituzione della scienza ai dominatori dell’ora.
Vengono infine in testa alle liste i membri del CC del partito, nomi per lo più oscuri o di recente e dubbia rinomanza: gli Andreev, Ejov, Kossior, Mikojan, Činbar, e simili Kaganovič. Sotto a chi tocca!
La mannaia è pronta. È pericoloso, come nella antica mitologia greca, essere al lato degli dei. E ancor più dei tiranni.
Mai, quant’oggi nell’URSS, la Rupe Tarpea è stata più vicina del Cremlino… pardon del Campidoglio…
L’Internationale operaia socialista ha cessato lo scambio del suo Bollettino di Informazioni con Bilan perché «con rincrescimento» non poteva continuare a farlo con una rivista «mensile». Pur ricevendo, come contentino, il nostro Prometeo. Potremmo stupirci della decisione perché le Informazioni della seconda internazionale dovrebbero servire, almeno lo credevamo, appunto per informare la stampa internazionale. Ciò che vogliamo solamente rilevare è che lo scambio cessa perché la nostra rivista è solo «mensile». Ciò vale a dire che la I.O.S. giudica l’opportunità o meno dei suoi scambi dal peso della carta che riceve in cambio. Sicché se puta caso Marx vivesse ai nostri giorni e non avesse ancora scritto che il «Manifesto dei Comunisti» si vedrebbe rifiutato con grande rammarico dal signor Adler il Bollettino mentre Sué o magari Ponson du Terrail riceverebbero per lo meno due esemplari per i loro Misteri del Popolo o le Avventure di Rocambole.
Ma la ragione del rifiuto risiede altrove. Parigi val bene una Messa. L’IOS deve ben rendere qualche basso favore ai suoi recenti complici nella furfanteria e nel tradimento, parlo dei centristi.
Eravamo proprio noi ad ignorarlo. Ce lo apprende Stato Operaio la rivista teorica del centrismo nostrano. In un articolessa, firmata m. m., dal titolo «Il trotskismo in Italia» sta scritto: «Se i trotskisti e i bordighisti dichiarati sono pochi in Italia, le loro idee vengono diffuse dal fascismo in migliaia e milioni di copie». In che modo? «Aprite a caso alcuni giornali fascisti. In tutti, e particolarmente nel Popolo d’Italia non passano tre giorni (l’autore deve essere un cabalista che considera il tre come numero «perfetto») che in questa o quella forma vengono utilizzate citazioni dei giornali trotskisti italiani che si pubblicano all’estero (Prometeo dei bordighisti, l’Avanti! dei massimalisti emigrati schieratisi nel campo trotskista) contro l’Unione Sovietica, la Spagna Repubblicana, il Fronte Popolare in Francia e contro i vari partiti anti-fascisti.»
Per i nuovi traditori dubitare che nell’U.R.S.S. esista il socialismo, che Stalin sia il Dio e Ercoli o magari Garlandi il suo profeta per l’Italia; denunciare che la Spagna Repubblicana non rappresenti per niente un «male minore» di fronte alla Spagna di Franco e che il proletariato di Spagna, come quello di Cina, combatta, sul terreno del nemico di classe, una guerra imperialista; affermare infine che il Fronte Popolare in Francia e tutti i simili partiti «anti-fascisti» abbiano l’identica funzione di deviare il proletariato e legarlo, attraverso l’Unione Sacra, al carro della borghesia, tutto questo significa, essere dei contro-rivoluzionari della peggiore specie ed agenti dichiarati del fascismo e del capitalismo.
Ma dove l’impudenza del centrismo passa il limite del credibile gli è quando prosegue: «Quando l’arma della calunnia e della disgregazione non bastano, si ricorre ad altra arma più cruenta, alle armi e cade, nel 1934 sotto i colpi del trotskista (?) Bonfanti il socialista Clerici a Parigi e nel 1935, pure a Parigi, sotto i colpi del bordighista (?) Besio il comunista Montanari.»
Citare sporadici episodi di reazione individuale, della quale i primi responsabili sono stati appunto i centristi, quando nel fu «stato proletario» Stalin stermina la generazione di Ottobre e infierisce contro tutti i proletari che restano fedeli ai principi che condussero alla rivoluzione del 1917, per far questo ci vogliono gli spregevoli scribacchini della risma di m. m., foraggiati alla greppia di Mosca.
Non è fuori luogo porre oggi una serie di ipotesi che derivano dalla situazione internazionale e che di già ci permetteranno di meglio seguire e comprendere gli avvenimenti di Spagna. Anzitutto quella di un compromesso a favore di Franco che è la tendenza odierna della diplomazia britannica. Stiamo entrando in una fase di depressione dell’economia di guerra caratterizzata dalla caduta dei prezzi delle materie prime. Alla vigilia dell’inverno, e tenendo conto della situazione particolare di ogni paese, un tale fatto è di natura da provocare delle scosse sociali nelle zone più congestionate del sistema capitalista. Non è per nulla che Eden, nel suo gran discorso ai Comuni, si è sforzato di ristabilire la posizione di «mediatrice» dell’Inghilterra tra paesi fascisti e Fronte Popolare. Non è neppure un caso se Lord Halifax è andato a Berlino a trattare col nazismo e che a tutto ciò faccia seguito l’intervista dei ministri francesi coi capi della politica inglese.
I principali imperialismi si concertano, con uno spirito solidale di classe, per mantenere la solidarietà del sistema mondiale e, nei suoi più deboli settori per fronteggiare una nuova ondata di difficoltà che potrebbe ivi determinare contrasti di classe e ravvivare la lotta rivoluzionaria del proletariato.
Per la Spagna il problema è il seguente: tutti i paesi vi hanno trovato un mercato economico insperato ma limitato. L’Italia, la Germania, la Russia, come la Francia e l’Inghilterra hanno potuto fare un commercio di milioni mentre che, parallelamente al massacro dei proletari, consolidavano la loro economia di guerra e l’Unione Sacra nei paesi cosiddetti democratici. Ma il massacro imperialista in Spagna non può protrarsi indefinitivamente, dopochè Negrin da una parte e Franco dall’altra l’avranno finita col proletariato spagnolo. Esistono sufficienti contrasti tra gli imperialismi per alimentare la guerra in Spagna o la situazione interiore dei differenti paesi obbligherà gli imperialismi a alimentare il braciere spagnolo e a realizzare l’unione internazionale per far durare la guerra fino ai limiti estremi. E’ inutile dissimularci che le tendenze internazionali sono violentemente contraddittorie e ciò spiega i fiaschi e i nuovi tentativi di compromesso tra i differenti stati, la Russia compresa.
Esistono due ipotesi; quella della estinzione del braciere spagnolo senza che scoppino dei movimenti sociali (ed è a ciò che tende la diplomazia inglese) e quella dell’impossibilità di spegnere un focolaio di guerra mentre altri ne sorgono e quando tutta la situazione internazionale è quella di guerra imperialista. In queste condizioni è solo il risveglio del proletariato, su un settore o più settori, che può rappresentare la soluzione.
Fin da oggi è chiaro che i contrasti imperialisti non azionano la fase attuale della guerra spagnola. Altrimenti il reciproco aiuto tra gli imperialismi, tanto fascisti che democratici, non troverebbe spiegazione. A nostro avviso il punto centrale è invece il seguente: la guerra spagnuola si allaccia alla situazione interna di tutti i paesi che rischiano di compromettere la loro struttura economica e sociale nel caso di un brusco spegnimento del focolaio spagnolo. Da ciò la tendenza a rafforzare dappertutto la repressione contro i proletari simultaneamente all’aggravamento della situazione economica mondiale e alla tendenza di trovare una soluzione all’illanguinimento del braciere di Spagna. Tutto ciò senza provocare movimenti sociali.
Mai il compromesso è stato così di attualità. La stampa spagnuola è piena di smentite, di affermazioni che vogliono provare che malgrado tutto, non si farà né compromessi, né tregue, ma è chiaro che l’arresto dell’operazioni militari sarebbe inesplicabile se non tendesse a questo scopo. In ogni caso il riconoscimento «ufficioso» di Franco, da parte dell’Inghilterra, prova che oggi non si tratta più di vane parole, ma di un aspetto della situazione contraddittoria che traversiamo.
Si potrebbe obiettarci che l’arresto delle operazioni militari, la guerra di posizione che si fa e che abbiamo conosciuto negli ultimi anni della grande guerra, si può spiegar causa l’inverno e la necessità per Franco di concentrare le sue forze, ritirate dell’Asturie e della Biscaglia, sul fronte di Aragona e di Madrid. Ma ciò è insufficiente perché proprio nell’inverno 1936 portò i suoi più duri colpi e una concentrazione di truppe, anche per i più profani dell’arte militare non determina l’inattività in cui viviamo. D’altra parte non ci potrebbe spiegare quello che accade nella Spagna repubblicana.
Esaminiamo la situazione: a Madrid si parla regolarmente di «complotto» ed ogni settimana la CNT e FAI pubblicano dei manifesti per domandare ai poteri pubblici delle misure. Negli ultimi numeri di «Frente Libertario» si trovano due informazioni che s’integrano: da una parte un avvertimento al governo sulle possibilità di sollevamenti operai, che gli anarchici naturalmente disapproverebbero, perché gli operai sono irritati per la repressione di Negrin e per la sua politica di massacro militare e d’altra parte un manifesto in cui gli anarchici di Madrid insorgono contro i tentativi di fare a Madrid ciò che si è fatto a Santander: rimettere cioè la città a Franco. Se è vero che questo stato d’animo esiste tra gli operai di Madrid, traditi e massacrati da Negrin, si può comprendere una complicità del Fronte popolare per permettere a Franco di adempiere alla funzione di boia.
Altro fatto significativo è il trasporto della sede del governo centrale da Valenza a Barcellona dove la sua installazione coincide con un raddoppiamento di repressione, di censura, di misure contro gli operai. La «quinta colonna» di Franco che è certamente il governo antifascista stesso è partita da Madrid nel momento in cui sperava aver preparato sufficientemente il terreno per Franco; poi fu a Valenza che eliminò tutto quanto poteva rappresentare un pericolo e oggi finalmente si stabilisce nella cittadella anarchica già fortemente intaccata. E’ anche il momento scelto per il viaggio di Companys a Bruxelles, dove è evidente che ha preso contatto coi diplomatici inglesi e francesi che non avranno mancato di prospettargli le loro preoccupazioni presenti. In Catalogna Companys ha dovuto smentire queste transazioni e dichiararsi ostile ad ogni compromesso. Nel Fronte Popolare antifascista (l’aggettivo ha permesso agli anarchici di tornare all’ovile e gargarizzarsi coll’apoliticismo realizzato grazie a loro) la situazione non è meno instabile. Centristi, anarchici rivalizzano in manovre. La CNT partecipa alla commemorazione della rivoluzione russa, ma parla anche dei suoi arrestati, fa allusione ai marinai di Cronstadt e associa ai nomi di Lenin e Stalin quello di Trotsky per provare che essa non s’immischia nelle polemiche dei «partiti» tra trotskisti poumisti e centristi. I centristi si sono urtati colla delegazione governativa basca di cui disapprovano la politica arrivando ad escludere il ministro comunista dal partito. Verso gli anarchici fanno prova di prudenza per potersene servire domani in caso di movimenti operai. Certo i centristi restano alla base della politica di Negrin e per la loro ispirazione si aumenta la disciplina dell’esercito, si mobilitano per la guerra i disoccupati dai 18 ai 50 anni, si sottomettono i sindacati ad un severo controllo dello Stato. E’ il partito Comunista che impone al governo il riconoscimento esclusivo della UGT di Pena e mette ufficialmente l’UGT del Caballero fuori legge. In linea generale i centristi rappresentano l’estrema destra nel Fronte Popolare perché rispondono alla situazione di stanchezza generale colla repressione e l’intervento statale. Da una parte rafforzano il controllo sui sindacati (gli anarchici protesteranno e proveranno che i sindacati hanno salvato lo stato capitalista nel 1936) e sulle industrie ancora «collettivizzate», dall’altra parte tentativi di ravvivare la campagna contro il POUM e i trotskisti per trovare una nuova diversione antifascista. Ma queste campagne centriste non trovano più grande eco tra la popolazione estenuata dalla guerra. Anche la messa fuori legge della UGT di Caballero non significa necessariamente la dissoluzione di questi sindacati ma piuttosto una tavola di salvezza in caso che le masse si rivoltassero contro la disciplina di guerra, contro la produzione di guerra e contro la guerra stessa perché allora Caballero apparirebbe come il campione rivoluzionario dei proletari.
Davanti ai problemi e alle risoluzioni che il capitalismo cercherà di dare non vi è che una risposta proletaria: la guerra civile per la rivoluzione comunista.
Il recente colpo di stato di Vargas nel Brasile è la logica conseguenza di un dato di cose che datava dal 1930, da quando fu portato alla presidenza dalla rivoluzione «democratica» dell’ottobre di quell’anno.
Il Brasile è costituito da venti stati sovrani, ma in realtà sono tre quelli che dirigono il paese: Minas Gerais, il più ricco ed il più popoloso (otto dei quaranta milioni di tutto il Brasile), San Paolo, il grande produttore di caffè (sette milioni di abitanti) e Rio Grande del Sud. Secondo la consuetudine invalsa, questi tre stati si alternavano alla presidenza della Confederazione. Cosicché quando, nel 1930, il presidente che era dello Stato di San Paolo volle imporre un successore pure del medesimo stato, gli altri due provocarono la rivoluzione sopraricordata e nominarono presidente Vargas. Costui, una volta eletto, modificò la costituzione, e fece le elezioni del 1934, che lo riconfermarono per altri 4 anni al potere. Sotto di lui la crisi economica si fece sempre più grave per la caduta dei prezzi del caffè che rappresentava la produzione base del Brasile, paese a monocultura cioè cultura unica. Abbiamo più volte letto che per fronteggiare la caduta dei prezzi si è passati alla distruzione massiva del prodotto, incendiando enormi stock di caffè. Nell’interno Vargas dovette fronteggiare continue rivolte tra cui quella del 1935 di Prestes, che i centristi hanno gabellato di rivoluzione «comunista». L’anno prossimo Vargas doveva uscire di carica e la costituzione non permettendo la sua rielezione, ha ricorso al metodo usato nell’America latina e non in essa soltanto.
Ha sciolto il parlamento, ha abolito la costituzione, ne ha promulgata una altra a suo talento e sembra voler istituire uno Stato corporativo. La stampa di Fronte Popolare afferma in tutto ciò si trovi lo zampino della Germania e dell’Italia. La Germania ha una colonia di oltre 1 milione di tedeschi fortemente organizzati dal movimento hitleriano. Ufficiali tedeschi hanno posizioni predominanti nell’esercito, nella polizia, nell’aviazione. In quanto agli italiani sono quasi 2 milioni concentrati soprattutto nello Stato di San Paolo. Non mancano però i fascisti brasiliani le cosiddette «Camicie Verdi» che sono contro il parlamentarismo, contro gli «stranieri» e che vedono in Vargas la realizzazione delle loro speranze. Una delle prime misure adottate da Vargas è stata quella di sospendere il pagamento degli interessi dei debiti esteri. Ciò spiega la riservatezza della stampa nordamericana.
L’esempio di Vargas fa scuola. Leggiamo infatti che a Cuba l’ex sergente Batista, autopromossosi colonnello, che come sapete è il dittatore della «Perla delle Antille», sembra voler adottare gli stessi sistemi in previsione delle elezioni che dovrebbero aver luogo a breve scadenza.
L’America latina è il paese classico dei «Dittatori», che vi pullulano a dispetto delle costituzioni che sono, sulla carta, molto democratiche. Non dico le più democratiche, per non far torto alla costituzione «staliniana». Tipiche furono la dittatura del general Porfirio Diaz, per 31 anni, nel Messico e quella del general Gomez, per 27 anni, nel Venezuela. Ma anche ai nostri giorni, se per esempio il colonnello Franco è stato rovesciato recentemente nel Paraguay, abbiamo il general Benavides nel Perù e soprattutto il generale Cardenas, dittatore del Fronte Popolare nel Messico e grande democratico perché ha inviato alla Spagna «antifascista» le armi che hanno servito… a massacrare i proletari di Barcellona.
Se poi ci limitiamo all’America Centrale troviamo che solo nella Costa Rica si può parlare di un presidente più o meno liberamente eletto. Tutte le altre repubblichette sono deliziate da dei dittatori in quintessimo. Il Guatemala ha il general Ubico; il Salvador il general Martinez che si è modestamente autotitolato «Benefattore della Nazione», e manda in galera come «comunisti» tutti coloro che non sono entusiasti del suo regime; nell’Honduras il general Carias, espressione genuina dei grandi esportatori di banane (che per precauzione, nella evenienza di qualche rivoluzione ha monopolizzato tutti gli aeroplani che possiede il paese) e finalmente nel Nicaragua il signor Somoza — cosa strana che non sia anche lui un general, a meno che non ci sbagliamo — che è un pupazzo dell’imperialismo nord-americano.
E sempre restando in queste zone, fa il giro della stampa la notizia di uno spaventoso massacro di proletari haitiani per opera dei soldati se non dei proletari di San Domingo. Quanti sono gli uccisi? Mille, 3 mila, 8 mila, le cifre si susseguono incontrollabili. Sono stati massacrati alla frontiera della repubblica di San Domingo, dove cercavano lavoro. Il governo domenicano dichiara che si tratta di una reazione spontanea degli agricoltori domenicani contro l’introduzione clandestina di mano d’opera haitiana che esercitava una sorta di crumiraggio. Il governo haitiano risponde che si tratta di soldati perché i contadini domenicani non possiedono armi. Forse hanno ragione gli uni e gli altri. La popolazione di San Domingo è creola, discendente dei dominatori spagnoli, quella di Haiti è negra, discendente dagli schiavi importati. I sindacati domenicani, appartenenti alla scuola della Federazione Americana del Lavoro, hanno sempre combattuto l’introduzione delle masse disorganizzate haitiane più facilmente sfruttabili a detrimento della mano d’opera bianca. Se a questi contrasti d’ordine economico, si aggiunge il contrasto di razza ed il fatto che tanto il governo di Haiti che quello di San Domingo, esponenti dei proprietari agrari sempre alimentarono a loro profitto questi contrasti degli sfruttati dei due paesi, si spiegano facilmente le ripercussioni che, in un suolo infuocato come quello dell’America tropicale, assumono le forme sanguinose di cui i recenti massacri di migliaia di haitiani ne sono un episodio tragico.
Il Fronte Popolare batté la gran campagna in tal cosa: significava questo fenomeno insolito? Cosa nascondono queste scoperte sensazionali? Un rapido esame della situazione sia sul piano internazionale che interno ci permetterà di ritrovare il filo conduttore e provare la nuova montatura che il capitalismo francese, in accordo completo con le differenti forze controrivoluzionarie, presenta sulla ribalta pubblica per meglio ingannare le masse ed inchiodarle al carro dell’Unione Sacra, al fronte della guerra imperialista.
Dopo le lotte operaie del 1936 che avevano permesso alla classe operaia di strappare, malgrado l’opposizione sistematica dei social-centristi, delle migliori condizioni, il capitalismo francese si è moltiplicato sotto mille forme per prima circoscrivere ogni movimento spontaneo delle masse, poi per passare ad un attacco più diretto. E su questo piano il Fronte Popolare ha rappresentato l’instrumento unico per domare le masse. Chi se non il centrismo ed il riformismo avrebbe potuto fare ingoiare alle masse l’arbitrato obbligatorio! Chi se non il rifo-centrismo avrebbe permesso alla borghesia francese di realizzare sul piano della guerra imperialista l’Unione Sacra!
E le «scoperte sensazionali» di oggi trovano la loro sola spiegazione se si tiene conto di queste considerazioni generali, inquanto esse esprimono la tendenza di un imperialismo che vuole ridurre al silenzio ogni manifestazione di classe delle masse nello stesso tempo che arriva a corromperle, attraverso la mistificazione democratica, in vista e sul piano della guerra imperialista.
In effetti si trattava, per il capitalismo francese, di fare fronte ad una situazione economica assai difficile che malgrado la produzione di guerra, riarmamento intensivo, esportazione in Ispagna e Cina, non perveniva a far funzionare in pieno la propria industria, ed in particolare quella metallurgica e siderurgica.
Ed il governo Chautemps si costituiva dopo la «pausa» di Blum sul piano che comportava un attacco più diretto e più conseguente ai movimenti delle masse che sotto il colpo della svalutazione, vedevano giorno per giorno ridotte le proprie capacità di acquisto.
L’arma dell’arbitrato obbligatorio, introdotta da Blum, doveva servire per impedire alle masse di ritrovarsi sul terreno della lotta di classe e far trionfare le loro aspirazioni. Quest’arma, doveva avere come complemento quella della «guerra antifascista» inquanto essa avrebbe permesso ai traditori d’ieri e di oggi di convogliare le masse sul piano della guerra imperialista.
E la riprova di quanto affermiamo emerge istantaneamente quando si riscontra che quando, sia i metallurgici sia i funzionari di stato, reclamano un adeguamento dei loro salari, una campagna forsennata viene scatenata sul terreno della guerra antifascista, di Spagna o di Cina, per far credere alle masse che se le loro rivendicazioni economiche non trovavano una immediata realizzazione però il governo del Fronte Popolare poteva «servire» alla lotta «antifascista», alla guerra «antifascista», perché è su questo – sì, su questo piano oggi che può dirigersi ogni tentativo di lotta indipendente delle masse e mobilizzarle nel fronte della guerra imperialista.
Per respingere le rivendicazioni dei funzionari, per far languire nell’attesa dell’arbitrato quelle dei metallurgici, occorreva un fatto «nuovo»: quello dei «cagoulards» sorgeva appunto per ubriacare le masse sul piano del disarmo contro il fascismo, mentre serviva al doppio gioco di galvanizzare attorno a questa seconda arma del capitalismo tutti i malcontenti, che avvampano nello strato delle classi medie. Ma fascisti ed anti-fascisti dovevano ritrovarsi tutti sul fronte della guerra imperialista, e Chautemps e Delbos, dopo aver trionfato sulla linea dell’attacco contro le rivendicazioni dei funzionari di stato, ricevevano il consenso unanime per rappresentare nelle trattative coi briganti imperialisti l’imperialismo francese.
Il capitalismo francese realizza oggi nelle «scoperte sensazionali» di «cagoulards» un doppio obiettivo: da una parte immolare le masse dell’antifascismo sull’altare della guerra imperialista in corso (Cina, Spagna) e dall’altra di rendere più difficile ogni reazione spontanea delle masse al corso crescente del costo della vita, che ha già permesso al capitalismo francese di riprendersi quanto che era stato obbligato di concedere.
Il proletariato francese, così come il proletariato mondiale, incanalato oggi nel corso inesorabile della guerra imperialista, dalle forze della controrivoluzione non potrà ritrovare il suo cammino di classe che alla condizione di elevare la natura delle sue lotte rivendicative ai principi fondamentali della sua classe, cioè ponendo sul terreno della trasformazione della guerra imperialista attuale in guerra civile, nella sola ed unica guerra che comporta come obiettivo centrale la distruzione del regime che lo opprime. È in questa direzione che le frazioni di sinistra si svilupperanno, si tempreranno e trionferanno.
Il prossimo numero di « Prometeo » pubblicherà uno studio approfondito sulla situazione finanziaria in Italia.
Ci limitiamo in questo numero a riprodurre alcuni dati sui salari ed il costo della vita.
I dati che qui sotto riportiamo sono tratti da una pubblicazione ufficiale: Il Bollettino mensile dell’Ufficio centrale di Statistica del Regno d’Italia.
Si tratta del numero indice nazionale « complessivo » del costo della vita, a parte del numero indice riguardante il solo capitolo dell’alimentazione. Nell’uno e nell’altro caso è stato fatto convenzionalmente eguale a 100 il numero indice del mese di giugno 1928. Questa data è stata scelta evidentemente perché è da detta epoca che ha inizio la grande crisi che si è innestata nella generale crisi del dopoguerra.
Per non rifarci troppo addietro, noi prendiamo come punto di partenza il 30 settembre del 1934.
L’abbassamento del numero indice del 1934 rispetto al 1928 dipende dalla caduta dei prezzi causata dalla crisi. Esso non significa affatto una reale diminuzione del costo della vita.
Occorre ancora aggiungere che non è dato sapere quante « voci » entrino, secondo i compilatori attuali delle statistiche, a formare ciò che complessivamente si dice il « costo della vita »: in ogni caso ne entra un numero minore di quello che entra nella realtà. Il valore degli indici che riproduciamo è per conseguenza tutto nel confronto della loro successione.
Ecco pertanto i numeri indici del costo della vita secondo la citata pubblicazione ufficiale:
fine settembre
1934
74,20
“ “
1935
77,47
“ “
1936
83,54
“ “
1937
94,17
Ecco la progressione del costo della vita per quanto riguarda il solo capitolo dell’alimentazione:
fine settembre
1934
68,35
“ “
1935
73,11
“ “
1936
77,82
“ “
1937
89,01
Come si vede, l’aumento è, non solo costante, ma è ancora più accentuato tra il 1936 e il 1937 e lo è ancora di più per quanto riguarda i generi di alimentazione.
Da gennaio a settembre del corrente anno il progressivo aumento del costo della vita è ininterrotto, come lo dimostra la seguente tabella:
Gennaio
86,40
Febbraio
86,90
Marzo
97,18
Aprile
87,77
Maggio
90,22
Giugno
91,01
Luglio
92,86
Agosto
93,26
Settembre
94,17
Se i meschini aumenti di salario si sono resi indispensabili nell’anno scorso, essi sono stati più che annullati dagli aumenti che sono registrati dalle statistiche, sia pure insufficienti ed incomplete.
* * *
A pag. 618 del Bollettino di Statistica si trovano i risultati di una inchiesta, compiuta presso 22.290 ditte che impiegano 1,4 milioni di operai circa, sui salari medi orari e il numero di ore di lavoro mensile nel mese di giugno per alcune categorie di operai:
Salario orario
Ore di lavoro
Guag. mensile
complessivamente
2,17
166
360,22
Industrie agricole e alimentar
1,66
131
217
Costruzione edile
2,24
152
339,40
Industrie meccaniche
2,71
183
495,93
Industrie metallurgiche
2,95
180
531
Industrie cotoniere
1,55
166
257,30
Industrie laniere
1,77
170
300,90
Industrie della seta
0,93
142
132,06
Esaminando le cifre dell’ultima colonna viene da domandarsi come fanno a vivere la maggior parte delle famiglie proletarie italiane. Le uniche categorie che riscuotono dei salari relativamente alti, sono quelle più strettamente connesse con le industrie di guerra, e che arrivano a prendere circa 500 lire mensili. All’altro estremo troviamo gli operai delle industrie agricole e alimentari (217 lire al mese) e quelli dell’industria della seta (132 lire al mese).
Sempre nel medesimo Bollettino, a pag. 120, troviamo dei dati che dovrebbero riferirsi alla totalità della popolazione operaia e che riportiamo nella tabella che segue:
salari agric.
salari
costo d. vita
L.
ind.
ind.
dicembre 1934
1,12
1,65
75,35
dicembre 1935
1,13
1,69
81,52
dicembre 1936
1,17
1,80
85,98
aprile 1937
?
1,77
87,77
agosto 1937
?
?
93,26
Dal dicembre 1934 al dicembre ’36 i salari nominali agricoli sarebbero aumentati, in media, del 4,4% e quelli industriali del 9,1%. Il costo della vita aumentava però del 14,1%; cosí che i salari reali sarebbero diminuiti, durante lo stesso periodo, dell’8,6% per gli operai agricoli e del 4,6% per gli operai industriali.
Per questi ultimi il salario nominale diminuiva ancora dell’1,6% durante i primi quattro mesi di quest’anno, mentre il costo della vita aumentava del 2,1%. Nel periodo maggio-agosto il costo della vita aumentava ancora di un altro 6%, ma non risulta che le autorità corporative abbiano proceduto all’« allineamento » dei salari.
* * *
Eravamo stati ottimisti quando, nel numero scorso dopo avere contato 256 anni di galera pei tre primi processi davanti il tribunale speciale avevamo concluso colla cifra tonda di 3 secoli mancandoci ancora le pene del processo contro i proletari delle Puglie.
Il tribunale speciale è stato più munifico, « elargendo » a loro soli un secolo tondo. Il processo contro i comunisti si è concluso con le seguenti condanne: Romolo Di Giovannantonio a 18 anni di reclusione; Antonio Di Donato a 17; Antonio Di Modugno a 16; Fedele Celino e Antonio Damiano a 14 ciascuno; Vincenzo Antonucci a 10; Samuele Caccavo a 4; Michele Di Paola a 3; Leonardo Paulicelli e Antonio Marcovecchio a 2 anni ciascuno. Totale: 100 anni.
Nell’udienza del 22 ottobre, il Tribunale Speciale ha « giudicato » un gruppo di 17 antifascisti sardi, accusati di aver appartenuto al disciolto partito comunista e di avere diffuso stampa clandestina. Sette sono stati assolti. Gli altri dieci sono stati condannati alle pene seguenti: Giorgio Lunigo, a 5 anni di reclusione; Giorgio Giuseppe Paluma, Vittorio Tolu, Bellisai, Mario Murru, Francesco Fois, a 2 anni ciascuno; Antonio Melis, Angelo Pinna, Augusto Soro e Guido Soro a 1 anno ciascuno.
Totale: 19 anni di reclusione.
Dal febbraio al luglio scorso l’« Ovra » aveva proceduto nel paese di Genzano all’arresto di quarantacinque contadini accusati di propaganda antifascista, di ricostruzione del partito comunista e di manifestazioni per la Spagna repubblicana.
Gli arrestati furono deferiti al Tribunale Speciale che, nell’udienza del 15 ne ha « giudicato » un primo gruppo, condannando tutti gli imputati, a pene che vanno da 10 anni di reclusione ad 1.
È più di un mese che il governo Van Zeeland è crollato dopo che lo scandalo della Banca Nazionale ha investito lo stesso Van Zeeland, che ieri ancora simboleggiava, per il fronte antifascista, la diga che doveva arrestare Degrelle ed il Rexismo. Sarebbe evidentemente erroneo il credere che la crisi ministeriale in Belgio risulti unicamente da uno scandalo finanziario e non da dei problemi oltremodo spinosi posti dalla situazione attuale. Lo scandalo fu effettivamente provocato per affrettare la crisi ministeriale, ma già prima era chiaro che il capitalismo cercava un’occasione per accelerare l’evoluzione delle formazioni governative verso posizioni più corrispondenti alle necessità nuove. Nei tre partiti tradizionali, il socialista, il cattolico e il liberale, si effettuavano lunghe discussioni sull’organizzazione professionale e la riforma dello stato mentre il governo Van Zeeland, da parte sua, nominava nel suo seno una commissione di studi. Profondi dissensi non apparivano, perché nel POB era la tendenza dei «socialisti nazionali» (De Man – Spaak) e nel movimento sindacale quella dei «giovani» bonzi (Rens) che predominavano e che orientavano il movimento socialista verso un corporativismo mascherato e cucinato in salsa democratica. Perché è scoppiata la crisi ministeriale mentre tutti si dichiaravano d’accordo col programma fissato dal Van Zeeland nel 1936 (quando il gigantesco movimento di scioperi pose fine in tutta fretta alla crisi ministeriale, obbligando la borghesia a fare agli operai delle concessioni per quanto minime)? Si può immediatamente scartare il problema dello scandalo di cui oggi più nessuno fa cenno, come è anche il caso per Degrelle e Rex, almeno per il momento. Si tratta del problema della legalizzazione dei sindacati, della riforma dello Stato? È fuori dubbio che il problema è più complicato, perché giammai la borghesia ha voluto risolvere questi problemi in modo astratto, sibbene in funzione di situazioni determinate. Il governo Van Zeeland era partigiano dell’organizzazione professionale e di una riforma dello Stato: il programma del 1936 di Van Zeeland prevedeva, una volta realizzate le condizioni sociali e politiche, cioè consolidata l’unione sacra, uno sviluppo progressivo verso la destra, sulla base dei partiti tradizionali, il POB compreso. Tuttavia l’aggravamento della situazione economica, di cui un primo sintomo traspariva nelle precarie previsioni del bilancio per il 1938, faceva comprendere ai capitalisti che era necessario cambiar rotta e che il programma del 1936 di Van Zeeland doveva essere completato con delle misure di compressione delle condizioni di vita della classe operaia. Qui sorgevano nuove difficoltà: i minatori malcontenti reclamavano che si passasse all’applicazione delle quaranta ore. Van Zeeland li accontentò, prima di partire, applicando la convenzione che aumentava i salari di 2,5%. Restava ancora il problema delle pensioni, che Van Zeeland aveva promesso nel 1936 di risolvere, e che restava in sospeso suscitando un vivo malcontento nei centri industriali. Ed infine gli operai metallurgici reclamavano l’adeguamento dei loro salari all’indice. (Nella commissione mista della siderurgica la centrale dei metallurgici proponeva timidamente di elevare il minimum legale da 32 fr. a 40 fr. per trovare senza dubbio un terreno di discussione con il padronato).
Nel momento in cui scoppia la crisi ministeriale regna la più completa confusione. I socialisti nazionali del POB hanno già preparato le loro batterie: De Man, nel suo discorso di Anversa, pone la sua candidatura palesandosi come un reazionario capace di far ricorso ai «nostri» gendarmi e al «nostro» esercito contro i lavoratori. De Man spera risolvere le difficoltà economiche con le sue ciarlatanerie professorali e, per quanto riguarda la riforma dello Stato e l’organizzazione professionale, il piano di lavoro è la prova della sua capacità reazionaria. Saranno i liberali a far fallire questa combinazione con pretesti dissimulanti la realtà, cioè la loro diffidenza verso i progetti finanziari ed economici di De Man e la loro volontà di avere un governo che applicasse apertamente le misure economiche indispensabili e corollarie delle riforme in vista. Pierlot, cattolico conservatore, fallirà davanti alla posizione ostile del POB che teme le misure troppo brutali e una eventuale reazione degli operai. Le sottigliezze avvocatesche di Spaak, l’ex capo della sinistra socialista (e già speranza dei trotskisti belgi) non troveranno credito presso i cattolici che, pur rendendo omaggio all’evoluzione di Spaak, faranno tuttavia fallire anche la sua combinazione che non marcava sufficientemente, almeno apertamente, la svolta a destra. Questi tre tentativi furono fatti intorno alla formula: continuare il programma stabilito da Van Zeeland nel 1936, mantenere l’Unione Sacra attraverso la tripartita. E, cosa strana, apparirà che se tutti sono d’accordo sul programma, è la scelta delle personalità, la ripartizione dei portafogli che provocherà delle difficoltà insormontabili.
Quando il re Leopoldo parte per Londra accompagnato da Spaak (secondo la stampa per servire di intermediario tra i paesi fascisti e quelli democratici) la crisi governativa non è risolta ancora ed è Janson, un vecchio liberale, che è incaricato di «sondare». Il signor Janson farà appello, per la formazione del governo, a Jaspar, antico ministro cattolico, che rappresentò, per il Belgio, un periodo di repressione e di compressione delle condizioni di vita degli operai, il periodo cosiddetto di «deflazione». Così si comprende bene che, al di là del programma di Van Zeeland, si tratta di far fronte ad una situazione economica che, quantunque basata sull’economia di guerra, subisce oggi i contraccolpi della depressione economica che sta colpendo il mercato mondiale che lavora per la guerra. Janson dovrà, in fin dei conti, rinunciare a Jaspar e costituire il ministero presso a poco del tipo di quello di Van Zeeland. Ma è più che probabile che l’orientamento che il capitalismo vuole seguire è acquisito, attraverso una serie di compromessi, a tutti i partiti e che le difficoltà incontrate non sono che le fasi d’assimilazione di questo orientamento da parte dei partiti tradizionali.
La crisi che si manifesta in seno ai partiti non è ancora terminata. È solamente nel partito cattolico (dove uno sforzo organizzativo e d’adattamento si è recentemente effettuato) e nel POB, (per il tramite del socialismo-nazionale) che questa evoluzione ha potuto raggiungere un punto soddisfacente. In quanto ai centristi, la loro funzione si limita a rappresentare un elemento d’appoggio ai «sinistri» del POB e a preconizzare un governo di tutti i democratici (liberali-progressisti, democratico cristiani e POB). Come in tutti i paesi i centristi rivalizzano colla polizia borghese nella caccia ai «trotskisti» ed applaudiscono le sentenze dei tribunali borghesi che volgono sulla linea tracciata da Stalin nel suo discorso anti-trotskista del 1935.
Non si sa ancora, nello stato di confusione che attraversa il Belgio, la sorte che sarà riservata al governo Janson. Vandervelde, che realizza la gravità della situazione, ha parlato di una crisi di regime che si sarebbe evitata facendo parte, ad ogni costo, di un governo d’Unione Sacra. È evidente che il capitalismo belga, ancora una volta, anticipa in certo modo la situazione di altri paesi democratici. Sarà certamente il regime democratico, coi suoi partiti tradizionali e colle organizzazioni sindacali. Interessante di seguire i tentativi d’adattare a un regime di semi-corporativismo in cui il proletariato riceverà colpi sopra colpi, se non saprà trovare, nelle condizioni attuali, la forza di reagire e di combinare le sue reazioni, sul terreno rivendicativo colla lotta contro l’Unione Sacra e contro la guerra imperialista dalla quale nel Belgio, come negli altri paesi, è alimentata oggi l’economia.
La frazione ha, in collaborazione con la frazione belga, deciso di costituire un «Fondo per l’aiuto alle vittime della guerra imperialista». Cominciamo subito con l’affermare che si tratta piuttosto di un’iniziativa simbolica che non avrà che debolissimi effetti pratici giacché, oltre al fatto che le due frazioni hanno una sorgente estremamente ristretta donde trarre dei fondi, vi è l’altro fatto che l’attribuzione dei soccorsi alle vittime dei due campi della guerra imperialista, in Ispagna come in Cina, solleva delle grandi difficoltà materiali.
Ma la significazione di questo Fondo è altrove: oggi non vi è una sola istituzione, un solo gruppo che non faccia leva anche sugli istinti umanitari delle masse (per il capitalismo la logica è di fare affari con tutto) per mantenere accesa la santa fiamma della crociata fascista od antifascista. Che si tratti dei bambini di Bilbao o delle Asturie, delle vittime dei bombardamenti, l’obiettivo che il capitalismo si propone è sempre lo stesso: le torture della guerra potrebbero determinare un rallentamento dell’entusiasmo delle masse per la guerra.. Ebbene si va diritto al riparo e si dice agli operai che, per far cessare le iniquità della guerra, occorre non farla cessare ma dare ai combattenti il sostegno morale di vedere i loro fanciulli sostenuti, affinché essi abbiano maggiore forza per continuare a massacrare i loro fratelli dell’altra barricata. Franco sottomette alla Società delle Nazioni un memoriale che documenta quelle che egli chiama le «iniquità dei rossi». Centristi e socialisti con l’appoggio degli anarchici e dei «comunisti di sinistra» fanno circolare nella stampa le fotografie delle «sevizie fasciste». Frattanto i capitalisti fanno i loro affari e possono benissimo prelevare, dai colossali benefici economici e politici della guerra imperialista, qualche briciola che sarà affidata alla Croce Rossa perché le masse continuino a massacrarsi fra di loro. Ogni bambino sostenuto rappresenta la speranza di un nuovo proletario fascista od antifascista ucciso: questa è la logica del sistema capitalista e di tutti i suoi agenti.
La frazione belga ed italiana hanno dato al dovere della solidarietà del proletariato la sola direzione di classe possibile: quella di soccorrere indistintamente le vittime dei due campi. Delle divergenze sono sorte nel seno della nostra frazione dove non pochi compagni sostengono che, a causa anche della limitazione delle nostre possibilità, noi non possiamo dirigere la solidarietà proletaria che verso la via dell’appoggio ai proletari che, nell’uno o nell’altro campo, passano alla lotta contro la guerra imperialista e che, per questo, incorrono le persecuzioni del governo di Franco o dell’altro repubblicano. Divergenza questa che è esaminata nei numeri 3 e 4 di «Seme» che i proletari possono procurarsi (contro versamento di un franco all’amministrazione del giornale o domandandolo ai compagni della frazione).
Il presente articolo ha un altro scopo: quello di rispondere a non pochi proletari i quali ci dicono che è un grave errore da parte nostra di non fare una distinzione fra il «volontario antifascista» ed il «mercenario fascista». Cominciamo col rilevare che di fatto non ci troviamo in presenza di due tipi distinti di proletari: il mercenario ed il volontario ma davanti a due tipi di agenti capitalisti: il fascista ed antifascista che tutti e due riescono — appoggiandosi su forze e mezzi colossali — ad ingannare i proletari che partono per la guerra «giusta» (come dicono i fascisti), o per la guerra per «la libertà» e per il «socialismo» (come dicono gli antifascisti). Nei due casi non è dunque mai in gioco la coscienza del proletariato ma la responsabilità di coloro che imbrogliano i proletari. Questi ultimi non sono mai liberi in regime capitalista ed in definitiva fra il centrista, il socialista, il comunista di sinistra che parte per la guerra imperialista come volontario (malgrado abbia avuto la possibilità di istruirsi al fuoco degli avvenimenti internazionali) ed il moro, il legionario, l’italiano od il tedesco che non si trovava nella possibilità di conoscere e seguire gli avvenimenti, non è certo il «mercenario» che ha un titolo di inferiorità rispetto al «volontario».
Veniamo all’elemento che ci sembra essere il fondamentale. Occorre considerare che fra «lotta armata» del proletariato e guerra vi è la stessa opposizione di classe che esiste fra capitalismo e proletariato. Nella lotta contro il fascismo il postulato della lotta armata deve essere altamente rivendicato dai comunisti. Ma questa lotta armata si trasforma nell’opposto, cioè nella guerra, quando in modo diretto o indiretto, la milizia è ricollegata allo stato capitalista. Allora il problema si pone sulla stessa base dell’esercito, della prigione, della magistratura, di ogni altro congegno dell’apparato statale del capitalismo. Entrarvi come volontario significa tradire la classe proletaria. Non vi è che un lavoro di cospirazione per quelli che sono obbligati ad entrarvi, lavoro diretto alla sua distruzione. Che se questo non si fa allora si difende, sotto l’etichetta del «mercenario» e peggio ancora sotto quella del «volontario», uno strumento del capitalismo il quale è in definitiva l’autore del massacro degli operai anche se praticamente è il «mercenario» che tira sul «volontario» o viceversa.
Nella lotta armata i proletari tirano evidentemente su degli elementi che, dal punto di vista sociale, sono dei loro fratelli giacché si tratterà di declasses o di piccoli-borghesi rurali od intellettuali, di sfruttati dunque, ma i proletari conservano la forza espansiva di classe per il fatto di non essere ricollegati con la macchina capitalista. Questa tesi è d’altronde confermata da tutti i movimenti rivoluzionari e dagli avvenimenti spagnoli della prima settimana quando i proletari riescono a scompaginare con qualche rivoltella degli eserciti o delle legioni poliziesche che possiedono aeroplani cannoni e tanks. E questo per la semplice ragione che, nel corso della mischia, si determina una ripercussione di classe del gesto di classe dei proletari, e gli sfruttati dei due campi fraternizzano.
Quando invece la milizia è ingranata nello stato la direzione del corso politico e della situazione è opposta giacché la mano dello stato capitalista repubblicano arma quella dello stato di Franco ed alla tendenza verso la fraternizzazione si oppone l’altra della carneficina. Come ebbe occasione di dirlo uno dei nostri maestri è sul piano di un’estensione laterale che si svolge la guerra ed è anche su questo piano che essa può essere trasformata in guerra civile del proletariato contro il capitalismo. Il proletario di Barcellona lottando per la distruzione della milizia realizza la condizione per permettere al «fascista» di distruggere l’esercito di Franco perché solo un gesto di classe pone la condizione indispensabile per la sua ripercussione nell’altro campo della barricata. Altrimenti se il «volontario» antifascista vuole fare di un’istituzione capitalista un’istituzione proletaria permette che la stessa manovra si ripercuota sul corpo degli sfruttati irrigimentati dai fascisti. Ed a nulla, assolutamente a nulla vale di dire che la milizia è stata «voluta» dai proletari. Questi ultimi hanno voluto la lotta armata e solo i socialisti, centristi, trotskisti e comunisti di sinistra gli hanno fatto credere che la guerra potrebbe trasformarsi in rivoluzione ( altrimenti che con la sua negazione e la lotta per la distruzione dei due stati capitalisti e di tutti i loro congegni —milizia compresavi-) che l’accumulazione dei cadaveri fascisti possa rappresentare la loro salvezza quando invece è proprio questa la loro tomba.
Queste considerazioni ci paiono indispensabili per aiutare i proletari a ritrovare il loro cammino sul quale d’altronde la nostra frazione e quella belga non hanno mai cessato di combattere.
Il Vicino Oriente e l’Africa del Nord sono entrati nel girone degli avvenimenti in cui si incrociano tutti i contrasti sociali, tutti gli appetiti imperialistici propri alla fase di decadenza del sistema capitalista mondiale.
I mercati coloniali, innestati nelle differenti economie metropolitane, hanno questa particolarità: che ogni scossa di queste ultime si ripercuote, con grande potenza, nelle colonie dove la caduta dei prezzi delle materie prime e la saturazione della produzione si abbinano ai riflessi della borghesia indigena, dei strati feudali e dei movimenti confusi degli sfruttati.
Né nel Marocco, né in Tunisia, né in Egitto, in Palestina o in Siria non è possibile oggi concepire uno sviluppo economico o semplicemente una evoluzione dell’economia al di fuori dell’intervento dell’imperialismo. La Francia e l’Inghilterra interverranno in una maniera predominante e trasformeranno queste differenti economie ritardatarie in appendici delle loro economie metropolitane. Non allo scopo di elevare, con l’industrializzazione, queste economie arretrate al livello della produzione capitalista, ma in vista di sfruttare le risorse in comune colla borghesia indigena.
E la lotta di classe dei milioni di sfruttati dei paesi coloniali e semi-coloniali che darà alla lotta dei nazionalisti di questi paesi il suo carattere confuso e senza altro scopo che di arrivare ad un compromesso colla potenza imperialista. La borghesia coloniale, come gli strati feudali non hanno davanti loro alcuna visione di progresso economico in una epoca di declino del sistema capitalista mondiale e non possono tendere che ad un aumento della porzione loro attribuita dal capitalismo coll’annientamento di tutta la vita specifica degli sfruttati.
Certo nelle colonie francesi ed inglesi, rivierasche del Mediterraneo, noi troviamo una intromissione dell’imperialismo italiano, ma si tratta di azione meramente superficiale. L’Italia consacra forti somme per intervenire nel mondo arabo e non manca di associarsi ad ogni manifestazione di Pan-Islamismo suscettibile di indebolire le posizioni degli altri imperialismi.
In Palestina i problemi sociali sono nettamente insolubili sul terreno capitalista su cui sono stati posti. Da una parte l’Inghilterra che protegge le sue «strade imperiali» da Haifa e che si assume il compito di accogliere in Palestina una parte della sovra-popolazione ebrea che non può essere contenuta dalla sparuta economia della Polonia.
Dall’altra un movimento nazionalista arabo – raggruppato attorno ai suoi capi religiosi – che confonde effendi e fellah, proprietari terrieri e contadini, borghesi e proletari; un movimento sionista che realizza l’Unione Sacra tra sindacati, padroni e comunità religiose e che formano un blocco pedina dell’imperialismo inglese. L’economia è ritardataria all’estremo e profondamente scossa dalla colonizzazione ebrea mentre le imposte britanniche, che gravano sul fellah, l’ha fortemente compromessa. Recentemente, in seguito ai disordini permanenti, una commissione imperiale aveva proposto di dividere la Palestina in due stati: l’uno ebraico, l’altro arabo. Ne sono sorti dei movimenti sociali durante i quali le truppe britanniche sono intervenute per ristabilire l’ordine col ferro e col fuoco. Il movimento sionista, dopo molte riserve, ha accettato il progetto ed i suoi volontari armati hanno lottato a fianco delle truppe inglesi nella difesa delle colonie ebree.
La più piccola scossa mette in agitazione gli sfruttati arabi cui si potrebbero unire gli sfruttati ebrei.
E per questo che i capi nazionalisti arabi si oppongono all’imperialismo inglese per potere imporre un compromesso che sarà accompagnato dal massacro inevitabile degli sfruttati. La loro opposizione è il solo mezzo di mantenere gli sfruttati nei binari del nazionalismo borghese e di dare una risposta borghese ai contrasti di classe.
Passando ora alla Siria, dove gli avvenimenti della Palestina hanno trovato una forte ripercussione, troviamo una situazione economica più evoluta, ma fondamentalmente semi-feudale malgrado l’esistenza di una borghesia commerciante.
L’imperialismo francese, nella sua edizione del Fronte Popolare, ha fatto delle promesse ai nazionalisti siriani facendo balenare loro una «indipendenza» del tipo egiziano ma nel tempo stesso ha schiacciato colla violenza ogni agitazione. Le convulsioni che agitano il mondo intero, la tempesta asiatica determineranno dei movimenti contro cui l’imperialismo francese cercherà di adoperare delle frazioni «avanzate» del nazionalismo siriano, per impedire ogni espressione di classe.
I centristi sono qui al loro posto per denunciare come agenti del fascismo italiano chi non accetta il compromesso coll’imperialismo. Tanto in Siria come in Palestina l’imperialismo italiano è intervenuto assoldando delle correnti nazionaliste.
Passando infine al Marocco, gli avvenimenti ci permettono di comprendere la vera portata della politica coloniale del Fronte Popolare francese e nel tempo stesso l’abisso in cui il nazionalismo coloniale getta le masse degli sfruttati. Nel Populaire del 30 Ottobre, commentando gli avvenimenti di Fez, Bracke stesso non ha potuto fare ameno di scrivere: «Dunque nulla è cambiato.» Infatti nulla è cambiato, fuorché la situazione che si è aggravata.
Una manifestazione pacifica di piccoli contadini privati dalle loro acqua ha provocato un massacro generale. Non dobbiamo dimenticare che è nel sud del Marocco che Abd-el-Krim trova fra questi contadini piccoli proprietari, il maggiore appoggio nella sua lotta contro l’imperialismo e ciò spiega le ragioni della feroce repressione contro di loro.
In Francia è Blum che ha dovuto coprire i massacri di Fez e di Marrakesh ed è stato lui a nominare il generale Noguès che dirigerà la repressione.
È solo dall’unione del proletariato delle metropoli cogli sfruttati dei paesi coloniali e semi-coloniali che può sorgere la soluzione di tutti i problemi d’oggi perché questa unione condurrà ineluttabilmente alla rivoluzione comunista mondiale.
L’idillio socialista-centrista passa brutti momenti ed il matrimonio corre rischio di rompersi prima di essere coronato. La direzione del partito socialista in Francia ha votato una risoluzione con cui rompe le trattative in corso coi comunisti ai fini dell’unità organica tra i due partiti. E nella stampa italiana, il socialista Nuovo Avanti è in aspra polemica coi comunisti a causa delle dichiarazioni di Dimitrov che avrebbe scritto che «i capi della I.O.S. sabotavano con tutti i mezzi ogni tentativo di azione comune» e che svilupperebbe la vecchia teoria di Stalin (?) che «è impossibile farla finita col capitalismo se non si finisce colla social-democrazia nel movimento operaio».
«Mano tesa ai cattolici, mano tesa magari ai fascisti, guerra alla social-democrazia» bela il Nuovo Avanti e pubblica una pappardella «Lenin e la questione italiana» in cui riprende i soliti luoghi comuni sulla vittoria di Mussolini facilitata dai comunisti a causa della scissione di Livorno. Come se i centristi, contro cui l’articolo è diretto, non l’avessero essi pure rinnegata, questa scissione, restando invece noi a rivendicarla in pieno.
Quell’emerito gaglioffo che risponde al nome di Egidio Gennari e cui, come segretario del partito socialista in quegli anni decisivi, incombe la responsabilità di avere sabotato, sino all’ultimo momento, la costituzione del partito comunista, premessa indispensabile per la vittoria del proletariato italiano, ha avuto la sfrontatezza di affermare che questa vittoria è mancata… perché alla testa del movimento si trovava Bordiga, cioè chi fu il primo e più valido assertore e realizzatore della fondazione del partito di classe in Italia.
Pietro Emiliani, non meglio identificato, scrive nel suo articolo che «la scissione di Livorno è stata una disgrazia per i proletari italiani» e come riprova della incapacità dei «rivoluzionari» scissionisti a fare la rivoluzione, cita i «casi concreti» della occupazione delle fabbriche e degli arditi del popolo.
Due semplici parole per mettere le cose al posto.
Noi, lo abbiamo già detto, rivendichiamo in pieno la scissione di Livorno applicazione della tattica dei bolscevichi che ha condotto all’ottobre, anche se, pel caso d’Italia, Lenin abbia assunto una posizione che contrastava con quella che lui stesso aveva praticata in Russia.
Questa scissione «a sinistra», «troppo a sinistra» fu voluta da Bordiga e dalla frazione comunista di sinistra contro non solo i riformisti, i serratiani, ma anche gli odierni centristi che Emiliani congloba nei «rivoluzionari» alla testa del partito e rappresenta la risposta classista del proletariato italiano alla guerra imperialista. Troppo tardi purtroppo per condurre questo proletariato alla vittoria. I due «casi concreti» che vengono affacciati, non reggono alla critica dei fatti.
Settembre 1920, data della occupazione delle fabbriche, si situa nel periodo di declino della ondata rivoluzionaria in Italia. La mancanza del partito di classe aveva reso impotente il proletariato d’Italia durante il 1919 che ha rappresentato l’epoca in cui le condizioni obiettive erano le più favorevoli per l’attacco al potere e l’abbattimento del regime borghese. Ancor più nel 1920, quando del resto il partito di classe era ancora in gestazione.
In quanto agli arditi del popolo, il partito comunista, diretto dalla sinistra, aveva già creato le sue squadre di combattimento: Solo una organizzazione di lotta, rigidamente controllata dal partito di classe, poteva dare la garanzia che non si prestasse, come fu il caso degli arditi del popolo, ibrido conglomerato incontrollato ed incontrollabile al di sopra dei partiti, alla confusione ed alla provocazione poliziesca. Ciò detto, lasciamo che centristi e socialisti facciano baruffa tra loro per dimostrare chi sia il più fedele servitore degli interessi della borghesia. Come i ladri di Pisa, finiranno col trovarsi sempre d’accordo nelle loro opere di sviamento e di tradimento, ai danni del proletariato.
L’organo centrista « La Voce degli Italiani »: pubblica, in prima pagina, la notizia seguente:
Il reverendo, William Montgomery Brown, vescovo protestante e celebre scrittore liberale, ha nominato il partito comunista erede universale dei suoi beni. Il vescovo è morto alcune settimane fa, in età di più di 60 anni.
Il testamento stabilisce che il denaro del vescovo dev’essere consacrato alla propaganda della causa comunista, « secondo le dottrine di Carlo Marx ».
Una certa somma dev’essere impiegata per la diffusione di un libro del vescovo « Comunismo e cristianesimo » nel quale sono esposte le dottrine che egli predicava in chiesa e per le quali fu fatto segno a violenti attacchi da parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Gli operai italiani all’estero sono per [lo] più contadini venuti da piccoli paesi delle provincie italiane. Discutere su Prometeo la loro questione, è farli conoscere, istruirli sui compiti che la rivoluzione proletaria comunista li chiama a risolvere. Questa discussione è tanto più necessaria perché il centrismo ha sparso una propaganda piccolo-borghese, che ha allontanato invece di attirare gli operai all’idea comunista. Molti operai credono che centrismo e comunismo siano la stessa cosa, e se allarghiamo il cerchio ancora di più molti operai credono che socialisti, anarchici, centristi e comunisti siano fratelli, con un poco di differenza fra uno e l’altro, ma fratelli, o almeno cugini. Un certo numero di operai tra i socialisti, gli anarchici e anche tra i centristi, sono sinceramente rivoluzionari, capaci di sacrificio, fino alla morte, ma non sono questi che contano, quello che conta è l’insieme dell’organizzazione e il programma che si fissa, e la pratica applicazione del programma.
Togliere dalla mente degli operai questa confusione è nostro dovere, e questo possiamo farlo se discutiamo ogni questione della rivoluzione comunista, e in forma piena, comprensibile per gli operai che non hanno una certa cultura politica. Abbiamo le Tesi di Roma, ma quanti sono i non compagni che le hanno almeno lette? Il giornale va a una cerchia di operai molto più grande di quella cerchia di studiosi che si appassionano allo studio sui libri.
Quando io ero nel partito americano ogni volta che veniva qui un propagandista gli facevo domande sulle posizioni del partito in questa e quella questione.
In quelle discussioni sulla questione dei contadini in Italia e la questione dei negri negli Stati Uniti mi sono trovato sempre contro il partito.
Per la questione dei contadini ecco la spiegazione che mi dava Mario Alpi: «La nostra parola d’ordine è la terra ai contadini. Al domani della rivoluzione noi daremo la terra ai contadini che non l’hanno e ingrandiremo il campicello di quelli troppo piccoli». In una conferenza mancavano di pane. Spingere i contadini: «Quando il compagno M. era in Italia, perché il suo campicello era troppo piccolo quando mieteva cercava sempre di allungare la falce nel campo del sor Giuseppe, come sarà successo a qualcuno di voi altri. Ebbene, noi dopo la rivoluzione ingrandiremo il campicello dei contadini per quanto ne potranno coltivare con le loro famiglie, e ai sor Giuseppe lasceremo la terra che potranno coltivare con le loro famiglie, senza poter sfruttare il lavoro degli altri». A questa posizione io opponevo che se questa politica è stata rivoluzionaria e necessaria in Russia, in Italia è dannosa e controrivoluzionaria. In Russia è stata necessaria e rivoluzionaria applicarla perché il paese era stato rovinato dalla guerra e dalla controrivoluzione, le città mancavano di pane. Spingere i contadini con lo stimolo del guadagno a produrre il grano, e specialmente i contadini che avevano i mezzi di coltivare la terra, era una necessità che bisognava adottare.
Il proletariato delle città era poco numeroso di fronte alla popolazione contadina, per strappare questa popolazione all’influenza dei partiti della piccola borghesia e dei partiti borghesi costituzionali era necessaria la politica della distribuzione della terra, tanto più che terra da distribuire ne avanzava, e il governo proletario non aveva mezzi sufficienti da dotare i collettivi.
In Italia è controrivoluzionaria questa posizione di dividere la terra per famiglie perché in Italia terra coltivabile non v’è né tanta quanto in Russia, dividerla, vuol dire arrestare la produzione. Ogni contadino sa che, per dare un esempio, coltivare dieci ettari di terra ci vogliono meno giornate che coltivarli divisi per dieci. Nelle grandi tenute si possono usare mezzi e apportare miglioramenti che non è possibile nei campicelli per famiglie. In Italia abbiamo un proletariato agricolo molto più evoluto di quanto erano i mugik russi, e che può e deve essere, un tutto con il proletariato delle fabbriche, l’ossatura della dittatura proletaria. Inculcare nella mente di questi proletari l’idea della divisione della terra e del guadagno personale è opera reazionaria. Quello che noi dobbiamo dire è che non ci opporremo alla divisione della terra dove questa fosse la loro volontà, ma non dobbiamo farla noi questa propaganda. Noi dobbiamo dire ai proletari agricoli che dove loro coltiveranno la terra assieme, a cooperative, lo Stato della dittatura proletaria li fornirà di ogni mezzo necessario e farà ogni sforzo per elevare il loro tenore di vita.
Lo stato proletario farà ogni sforzo per elevare il loro tenore di vita perché questo è uno dei compiti principali della rivoluzione comunista, e il loro tenore di vita servirà come esempio per attirare nella cooperazione quelli che si saranno divisi la terra imbevuti di pregiudizi borghesi sul guadagno e la proprietà privata. Dobbiamo spiegare ai proletari agricoli come nello stato proletario potranno usufruire di vacanze in riva al mare e di vacanze nelle città dove si incontreranno con i loro compagni operai che li istruiranno sull’uso delle macchine e vedranno con i loro occhi a chi va il prodotto del loro sudore, ai loro compagni, per promuovere in loro l’idea della fratellanza e della cooperazione.
Quelli che potranno accettare come un paradiso la politica contraria sono i piccoli proprietari agricoli, i futuri kulak, perché questi proprietari della loro casa, di cavalli, di traini e di tutti gli strumenti necessari per la coltivazione agricola, si troveranno in buone posizioni mentre quelli che nulla posseggono per fare i loro lavori si troveranno costretti a chiamare i «compagni» kulaki a pagamento, e chi nelle male annate, chi non ce la fa per le spese, si troverà costretto a rinunciare alla terra e mettersi a padrone. Questo è successo in Russia, succederebbe anche in Italia, e in breve il proletario non ci avrebbe altro che il nome. Se non ci fosse l’esempio della Russia sarebbe lo stesso far prevedere che tra nuovi arricchiti e opportunisti si formerebbe una tacita alleanza, i nuovi arricchiti eleggerebbero ai posti di comando sempre i senza fede e senza scrupoli, e i «compagni» dirigenti favorirebbero la politica di «sfruttiamo insieme». Mentre sarebbe tutto all’opposto con i proletari agricoli organizzati in cooperative, in possesso di tutti i mezzi necessari alla coltivazione e quello che più conta, in possesso delle armi e l’appoggio della classe operaia. Dobbiamo tener presente anche i piccoli proprietari, per non spingerli fra le mani della reazione. Spero che gli altri compagni vorranno tener presente questo lato della questione.
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La politica del partito centrista americano verso i neri, è la politica della «Cintura Nera», cioè della libertà per i neri di dichiararsi nazione indipendente dopo la rivoluzione. Pretendere che i neri possano avere la loro indipendenza in regime capitalista è prenderli in giro, dargliela dopo la rivoluzione, è fare alla piccola borghesia nera una concessione che non si aspetta. Una sera in discussione con gli stalinisti feci loro questa domanda: «Se tra i neri si sviluppano tendenze monarchiche, dobbiamo dar loro la libertà di scegliersi un re?» Gli stalinisti risposero: «Sì, anche questa libertà dobbiamo darla, quella di scegliersi un re».
Feci la stessa domanda a T. De Fazio, burocrate responsabile della federazione italiana, ed ebbi la stessa risposta. Se Lenin ritornasse in vita direbbe di sicuro che simile gente dovrebbe essere messa in gabbia e mostrata come un canguro australiano. Secondo le statistiche pubblicate i neri negli Stati Uniti sono 18 milioni, sparsi in tutti gli stati e in tutte le città.
In alcuni stati, come Alabama e Kentucky, sono tanto numerosi che in alcune città sono la maggioranza della popolazione. Alcuni sono arrivati al rango della piccola borghesia, ma la maggioranza fa una vita più misera dei proletari bianchi, perché viene mantenuto ad arte un forte pregiudizio di razza.
Nella città abitano i quartieri più sporchi, fuori dai centri, perché anche se un nero volesse comprare una casa con moneta alla mano, nel centro di una città non gliela vendono, e se si trova chi gliela vende, i «bianchi» fanno loro tanti dispetti che li costringono a scappare. Ci sono città che non permettono affatto la residenza dei neri. Son poche le fabbriche che assumono operai neri, e quelle che li assumono, li mettono ai lavori più sporchi e pesanti.
Secondo The Modern Encyclopedia i neri negli Stati Uniti sono stati portati schiavi quando erano colonie inglesi ai primi del 16° secolo e cessarono di importarne nel 1794. Da allora fino al 1868-70 sono stati tenuti schiavi, dopo il 1870 sono divenuti proletari. Lo scopo dell’abolizione della schiavitù dei neri non è stato quello che la propaganda interessata vuole asserire, dal buon cuore del presidente Lincoln e dalla giustizia umana, ma è stato l’interesse capitalista, per avere una mano d’opera a buon mercato, un esercito di senza lavoro più numeroso, che ha portato all’abolizione della schiavitù dei neri.
Il presidente Lincoln era uomo di buon cuore, senza dubbio, ma buon cuore e nulla più. Anche Plutarco era uomo di buon cuore, biasimava quelli dei suoi tempi che vendevano e uccidevano gli schiavi quando erano vecchi, e diceva che come si era servito degli schiavi quando erano giovani, così dovevano essere mantenuti quando erano vecchi. Ma se si fosse domandato a Plutarco di abolire la schiavitù e a Lincoln di abolire il capitalismo, non so dirvi del loro buon cuore.
Durante tutto questo periodo di tempo, a cominciare dai primi del 18° secolo, i neri oltre alla schiavitù sono stati soggetti ad ogni sorta di soprusi, tipico quello che Martha Gellhorn racconta nella rivista Readers Digest di marzo di quest’anno. Una vecchia «bianca» di circa 50 anni aveva dato a lavorare a mezzadria un fondo a un giovane nero di 19 anni. Arrivato il raccolto, la vecchia per non dare al nero la sua porzione, si mise a gridare e a incitare i bianchi a impiccarlo perché l’aveva assalita. E racconta come il povero nero che gridava la sua innocenza fu impiccato. Predicare la politica della «Cintura Nera» è predicare la politica della reazione. I centristi credono di fare un passo avanti con la loro politica, mentre non fanno altro che continuare quello che la borghesia ha fatto da secoli. Quello che noi dobbiamo fare è lottare contro i pregiudizi, fare ammettere i neri nelle unioni senza pregiudizi e le unioni devono fare ammettere nelle fabbriche con ugual diritto gli operai neri. I neri sono parte del proletariato americano, e come tale devono essere trattati e tenuti, ogni altra politica è reazionaria.