Il proletariato rivoluzionario contro il riformismo e la unificazione con i sindacati padronali
La posizione del partito in vista del rinnovo del contratto di lavoro
Quest’anno scadono i contratti di lavoro delle categorie più numerose e importanti. La FIOM/CGIL ha presentato una « bozza per un programma di discussione e consultazione interna », al quale ci riferiamo. L’indirizzo politico del partito si rivolge a tutti gli operai, in quanto la « bozza » riflette concezioni generali che la CGIL ha codificate nei « Temi » del VII Congresso nazionale.
Gli scioperi in tutti i settori produttivi, le agitazioni violente non solo nel Sud sottosviluppato, ma anche nel Nord superindustrializzato, nel quadro di una situazione economica il cui sviluppo è caratterizzato da incrementi produttivi relativamente alti, ma nel pieno di contraddizioni violente, tra cui il rialzo dei prezzi, l’inasprirsi della concorrenza interna e internazionale, e l’inquietante instabilità monetaria mondiale, queste lotte preludono a scontri durissimi nei prossimi mesi in difesa del salario e delle condizioni di lavoro delle grandi masse dei salariati.
Date queste condizioni, ammesse da tutte le Centrali sindacali e dai partiti opportunisti e borghesi che le guidano, l’enunciazione di un « programma » che prevede la subordinazione delle lotte operaie ad un riformismo ormai dimostratosi controproducente, non può che risolversi in un’ennesima prova del tradimento dei capi sindacali.
LA FRANTUMAZIONE ECONOMICA DELLA CLASSE OPERAIA
Nella società gli operai tendono ad organizzarsi in classe soltanto quando posseggono il programma comunista, che ne amalgama le forze, dà loro finalità storiche oltre la contingenza di tempo e di spazio, appronta gli strumenti idonei alla lotta per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico.
Nella fabbrica e in genere nei posti di lavoro, gli operai, spinti dai bisogni immediati e stimolati dalle direzioni aziendali, si fanno concorrenza gli uni con gli altri. Uno degli aspetti più aspri di questa concorrenza è la divisione delle forze lavoratrici in categorie salariali, in qualifiche, per mezzo delle quali l’azienda scarica sulle categorie peggio pagate le differenze salariali di quelle meglio pagate, per ottenere un costo salariale complessivo compatibile con i costi di produzione e la massa del profitto. In tal modo dato il continuo sviluppo tecnico che riduce sempre più il lavoro complesso a lavoro semplice l’azienda tiene relativamente bassi i salari della maggior parte dei lavoratori, favorisce la divisione di quelli meglio retribuiti da quelli peggio pagati, arruola uno strato di lavoratori che agiscono come sorveglianti e gendarmi del padrone in una gerarchia che va sino ai tecnici.
Questo stato di cose si complica e si aggrava con l’introduzione di cottimi individuali e collettivi, di premi di produzione e di forme di incentivo, che consentono alle aziende uno sfruttamento intensivo, personale e collettivo, fisico e intellettuale, del lavoro e lo fanno dipendere strettamente dalle macchine e dagli impianti, spietati e inflessibili ordigni nelle mani del capitale.
Spersonalizzazione e al tempo stesso esasperazione di tutte le risorse personali degli operai, sono il risultato generale che spinge i lavoratori a ricercare adeguati mezzi di difesa.
LA DEMAGOGICA E FALSA RIVENDICAZIONE DELLA «DEMOCRAZIA DAL BASSO» E DEL «REFERENDUM»
Da quanto precede si desume che la fabbrica limita, avvilisce e divide i lavoratori, ne condiziona ogni gesto e pensiero. Individualmente gli operai, come non sono in grado di esprimere una produzione finita che, al contrario, è il risultato del lavoro associato di grandi masse, ripartite in più aziende di diverso genere, dislocate in varie località, ancora viventi e non; così non sono in grado individualmente di esprimere un parere che rappresenti una visione di insieme, cioè storica, degli interessi della classe operaia.
Chiedere ai singoli operai un voto di assenso o di dissenso su qualsiasi questione è quindi un falso metodo, quello stesso che ha inventato la borghesia e che le serve, in forme più o meno tradizionali, per mascherare il suo dominio di classe dietro il « consenso maggioritario » del « popolo »; e che la stessa borghesia, al contrario, non applica nell’azienda, dove il comando, l’indirizzo produttivo devono essere inesorabilmente unici, strettamente gerarchizzate le funzioni, e dove i fatti fisici dell’economia precedono e dominano le opinioni degli individui, instaurando una dittatura del profitto che, di contro, si abbatte con opposti fatti fisici il cui insieme si chiama lotta rivoluzionaria di classe. Il « referendum » è uno strumento dell’inganno democratico, uccide la centralizzazione, divide le forze proletarie, indebolisce il fronte di lotta, tende a far credere agli operai che il programma e la direzione del sindacato dipenderanno dai loro personali convincimenti.
STRUTTURA E DIREZIONE UNITARIA DEL SINDACATO DI CLASSE
L’organizzazione capillare del sindacato sui posti di lavoro, con le sezioni sindacali d’azienda STRETTAMENTE DIPENDENTI dalla direzione sindacale, che DEVE star fuori della fabbrica, fuori, cioè, dalla galera aziendale, tese a raggruppare il maggior numero possibile di operai in un’attività permanente di difesa dei lavoratori nei luoghi di lavoro; sino alle Camere del Lavoro che, affasciando territorialmente i proletari di diverse categorie e fabbriche, ne compendiano gli interessi e ne frenano le tendenze corporative; si risolve in un’unica organizzazione, la cui Centrale è in grado di conoscere gli interessi contingenti di tutta la classe, da cui tempestivamente riceve ogni impulso e a cui impartisce le molteplici disposizioni.
Questa struttura organizzativa, che la politica controrivoluzionaria dei bonzi tende a demolire esautorando le Camere del Lavoro e rendendo « autonome e indipendenti » con « potere contrattuale » le Sezioni Sindacali Aziendali, non garantisce di per sé l’azione unitaria di classe del sindacato. È indispensabile che essa sia diretta dal programma di classe. Questo programma lo possiede soltanto il partito politico del proletariato, il partito comunista rivoluzionario. Il partito indica al proletariato i capisaldi programmatici, lotta e distruzione violenta dello Stato capitalista, conquista del potere politico e costruzione dello Stato della Dittatura del proletariato, passaggio dalla società divisa in classi alla società senza classi, senza Stato e senza proprietà privata; le linee di azione tattica e le forme di organizzazione. Questa azione il partito la compie attraverso i suoi gruppi comunisti organizzati nelle aziende e nei sindacati di classe. I gruppi comunisti rappresentano, perciò, la parte più cosciente degli operai e sono quindi abilitati a conquistare la direzione dell’organizzazione sindacale in fabbrica e fuori dell’azienda. In tal modo i sindacati di classe e la Centrale sindacale, si trasformano da organi puramente economici in organi d’azione di classe, in organi della rivoluzione proletaria. SI REALIZZA SOLTANTO COSÌ L’UNITÀ DI CLASSE DEI LAVORATORI.
I FONDAMENTALI OBIETTIVI IMMEDIATI DELLE LOTTE OPERAIE
Una direzione sindacale che finge di non conoscere i precisi termini delle condizioni operaie e chiede ai proletari quali debbano essere, è una direzione che marcia in coda alle lotte, si squalifica da se stessa, e, al tempo stesso, per il modo con cui fa credere di accogliere le rivendicazioni naturali della classe, riconferma la sua natura controrivoluzionaria. Il nostro partito da decenni addita ai proletari l’improcrastinabile urgenza della riduzione della giornata lavorativa, dell’aumento sostanziale dei salari soprattutto per le categorie peggio pagate, dell’abolizione del lavoro straordinario, ecc. senza chiedere « pareri » e « autorizzazioni ».
RIDUZIONE A 36 ORE DELLA SETTIMANA LAVORATIVA.
Improvvisamente i capi della C.G.I.L. hanno scoperto che la esigenza principale della classe operaria è quella di ridurre la durata della giornata di lavoro. È uno dei cardini della nostra rivendicazione che fatto proprio dai bonzi, scade nell’inganno per puntellare la politica controrivoluzionaria della C.G.I.L., che si riconferma nel contenere le rivendicazioni operaie nel quadro degli interessi dell’economia nazionale, vale a dire degli interessi del capitalismo.
Infatti la C.G.I.L. premette che la riduzione, che essa propone a 40 ore, debba ottenersi «sia pure con soluzioni graduali che possono abbracciare un periodo anche più lungo per certi settori di un solo contratto » e «almeno di un’ora all’anno ».
Alla luce di tutto il passato ciò significherà che le 40 ore non saranno ottenute subito, come le necessità operaie esigono. Lo sviluppo della produzione è tale che la riduzione della settimana lavorativa può essere benissimo portata almeno a 36 ore. Ma qualunque riduzione di tempo di lavoro minaccia di trasformarsi in una beffa se non si attua subito e se contemporaneamente non si innalzano i salari ad un limite che garantisca la sopravvivenza economica degli operai. Senza queste condizioni prenderà più consistenza il lavoro straordinario, a cottimo ed ad incentivo, con cui tutti i benefici derivanti dalla riduzione della giornata lavorativa verranno annullati a vantaggio del profitto.
La rivendicazione, quindi, della minor durata della giornata lavorativa si deve accompagnare non solo al ricalcolo del salario orario, ma soprattutto a quella del divieto del lavoro straordinario e a cottimo e ad incentivo, cioè con l’aumento sostanziale del salario minimo.
AUMENTO INVERSAMENTE PROPORZIONALE DEL SALARIO, OVVERO MAGGIOR SALARIO ALLE CATEGORIE PEGGIO PAGATE.
Le proposte in questo settore della C.G.I.L. sono quanto mai pusillanimi. I bonzi riconoscono bontà loro che è necessario un « consistente aumento dei minimi salariali e degli stipendi » e che « l’aumento orario deve essere in cifra fissa e non in percentuale e riferito come base di partenza al manovale (5.a categoria) ».
La pusillanimità consiste in questo. Prima si fanno delle ipotesi, delle proposte, si riconosce che gli aumenti devono essere « in cifra fissa e non in percentuale » per non aggravare le distanze fra categorie salariali, che si dice devono esistere, e poi si conclude testualmente così:
« le soluzioni più valide che si prospettano sono quindi:
a) forte aumento orario in cifra fissa a partire dal manovale su cui attestarci considerato come minimo da acquisire;
b) ricostruzione delle differenze parametrali nell’ambito dell’attuale 100 (5.a cat.), 143 (1.a cat. extra).
Eventuali ritocchi in più per i parametri della 4.a, 3.a e 2.a cat. ».
In parole povere cosa significa questa soluzione? Aumento sostanziale (quale?) al manovale e su questo aumento ricostruire i parametri, cioè le differenze tra le diverse qualifiche, per modo che l’aumento si risolve in percentuale. La consistenza dell’aumento globale dei minimi è taciuta perché è un impegno troppo grave per i sindacalisti.
La proposta comunista, al contrario, parte dalle necessità reali dei lavoratori e, stabilito che le grandi masse sono raggruppate nelle categorie più basse, pone come obiettivo che il salario di queste categorie debba essere innalzato ad un minimo vitale aggirantesi attorno alle 120 mila lire mensili nette da ritenute, e che quello delle qualifiche superiori aumenti in un rapporto minore.
Si deve sottolineare che il sistema delle qualifiche è un mezzo con cui l’azienda separa la classe alimentando la concorrenza reciproca dei lavoratori. Uno dei tanti obiettivi sociali del comunismo è appunto l’abolizione della divisione tecnica e sociale del lavoro.
IL FETICCIO DEL CONTRATTO DI LAVORO
Il contratto di lavoro è un patto col quale vengono fissate per un certo tempo, uno o più anni, le condizioni a cui gli operai venderanno la loro forza-lavoro al padrone, all’azienda. Il contratto, quindi, non fa mutare la forma capitalistica dell’economia, non concede alcun potere agli operai, ma sancisce, al contrario, il dispotismo del capitale sul lavoro. Restare fermi al contratto, significa non fare un passo innanzi verso l’emancipazione, significa cullarsi nella falsa speranza che il contratto di domani apporterà altri miglioramenti, che il riformismo consentirà agli operai nuove conquiste. Tutte le cosidette conquiste in regime capitalista non hanno fatto avanzare di un millimetro la lotta per il comunismo.
Il feticismo del contratto è un’arma nelle mani della borghesia.
I patti di lavoro, al contrario, devono considerarsi come strumenti puramente difensivi del salario, delle condizioni di lavoro e di vita delle masse. Pertanto devono essere stracciati come semplici pezzi di carta quando i patti contrattati con le aziende non rispondono più alle esigenze dei lavoratori.
I bonzi sindacali sono i sacerdoti del diritto contrattuale, alla pari degli avvocati e dei borghesi.
L’AZIONE DIRETTA E GENERALE È L’UNICO STRUMENTO EFFICACE
Dopo lunghi anni di umiliazioni che la classe operaia ha dovuto subire a seguito della pratica ignobile di dover scioperare prima per indurre le aziende a trattare, poi per ottenere almeno una parte delle rivendicazioni, dopo aver sospeso gli scioperi durante le trattative stesse, in un’altalena che serviva a fiaccare le resistenze dei lavoratori; dopo tanto tempo anche i signori della CGIL sono stati costretti a non tirar oltre la corda e ad ammettere « solennemente » che « il sindacato deve riuscire ad affermare progressivamente il principio che lo scopo della lotta sindacale è l’accordo o il contratto, non la trattativa, respingendo i tentativi padronali di logorare o di vanificare i sacrifici sopportati dai lavoratori con trattative puramente dilazinatorie accompagnate dalla sospensione degli scioperi ».
Ma quali garanzie danno i bonzi per rispettare questo impegno più volte sollecitato dagli operai? Essi stessi mettono le mani innanzi quando dicono che « il sindacato deve riuscire ad affermare progressivamente il principio », come se fosse stata colpa dei proletari l’interruzione delle lotte durante le trattative, come se non fossero stati proprio loro ad usare questi metodi forcaioli: sostenendo in anticipo che ciò si realizzerà « progressivamente » ammettono già che il loro impegno è aleatorio, condizionato, non è, infine, un impegno. Così è fatta la politica sindacale della C.G.I.L.
Il principio antico del bastone e della carota trova in questa politica una nuova conferma. Da un lato si dice di accogliere alcune rivendicazioni delle masse, (la carota), dall’altro si sottolinea che ciò si farà « se sarà possibile » e che è affidato « ad una direzione articolata » (il bastone). Ciò significa che i bonzi non manterranno ciò che hanno promesso.
Riconfermando la lotta articolata, escludendo per principio la lotta diretta e generale, gli obiettivi, già limitati dalle condizioni preposte dai bonzi, non potranno essere raggiunti integralmente; soprattutto la massa dei proletari peggio pagati farà anche questa volta le spese della politica riformista.
La riduzione della durata della settimana lavorativa e l’aumento sostanziale dei salari interessano tutti i lavoratori, coinvolgono le grandi masse proletarie. Sono scopi generali raggiungibili soltanto con la mobilitazione generale della classe operaia, perché il padronato capitalista è già in possesso di armi generali, tra cui lo Stato, cioè l’organizzazione della repressione armata e violenta. Il rifiuto della lotta generale equivale, quindi, al tradimento verso il proletariato.
QUALI INTERESSI RAPPRESENTA IL RIFORMISMO CONTRORIVOLUZIONARIO DELLA C.G.I.L.?
Il significato di riformismo è quello di conquiste graduali senza scosse, senza spezzare gli attuali ordinamenti economici, sociali e politici, senza la guerra civile. Tutte le classi possidenti, tutti gli strati sociali che godono condizioni di favore rispetto alle masse nullatenenti dei proletari, hanno interesse al mantenimento di questo stato di relativa pace sociale.
Redditi e stipendi, prebende e profitti possono migliorare, essere cioè riformati gradualmente, se il regime attuale non cade. Essi possono aspettare per il momento, quindi, le riforme graduali.
Quelli che non possono aspettare sono i venditori quotidiani di forza lavoro, coloro che hanno in proprietà solo le braccia. Non avendo riserve, attendere significa per essi tirare la cinghia, campare di stenti. Il riformismo è l’ideologia dei primi, la rivoluzione è la forza liberatrice dei proletari. Tutti i partiti borghesi e piccolo borghesi, fautori delle riforme, patteggiano per la conservazione sociale. Di contro, i partigiani delle riforme della conservazione sociale sostengono contemporaneamente gli interessi borghesi.
La attuale direzione politica della C.G.I.L., riformista e opportunista, al pari dei falsi partiti operai, opportunisti e controrivoluzionari, rappresenta, di conseguenza, gli interessi degli strati superiori dei lavoratori, la aristocrazia lavoratrice, interessi piccolo-borghesi, in particolare, e quelli più vasti e radicali del regime capitalistico, in generale.
Il fronte reazionario della grande borghesia e dei proprietari fondiari si è alleato con quello controrivoluzionario della piccola-borghesia e delle aristocrazie del lavoro.
La direzione riformista della C.G.I.L. è obiettivamente schierata su questo fronte. Per questo essa postula l’unificazione con C.I.S.L. e U.I.L., sindacati dei partiti borghesi e governativi, e « autonomia e indipendenza » del sindacato operaio dal partito comunista rivoluzionario, sotto la falsa etichetta della « neutralità » bollata da Lenin come aperto tradimento dei capi sindacali verso la classe proletaria.
Con queste armi, i bonzi dirigenti della C.G.I.L., contano di smantellare il sindacato di classe, per costruire una organizzazione parastatale e rendere più difficile la ripresa del movimento rivoluzionario.
CHE COSA SIGNIFICA LA PAROLA D’ORDINE COMUNISTA: «PER IL SINDACATO ROSSO»
I comunisti rivoluzionari, forti dei principi marxisti, della tradizione di classe delle lotte proletarie di ogni tempo, delle finalità nelle quali soltanto si realizzerà in modo pieno e irreversibile la liberazione dell’umanità dalla dittatura del capitale e della forma salariale del lavoro; si adoperano con tutte le loro forze per ridare alle masse proletarie una direzione di classe. Questo compito non si realizza se il partito non si salda all’azione delle masse.
Organi di questa saldatura storica sono per il partito i suoi gruppi in fabbrica e nel sindacato e per il proletariato, i suoi sindacati economici. Ecco perché la C.G.I.L., intonandosi con le centrali bianche C.I.S.L. e U.I.L., vuole impedire che nel suo seno si formino correnti rivoluzionarie, accettando di eliminare quelle già esistenti del PCI-PSIUP e PSU ed il principio stesso delle correnti. Ecco perché la C.G.I.L., al pari delle centrali borghesi, ripudia il concetto di sindacato « cinghia di trasmissione » del partito.
« Sindacato Rosso », quindi, vuol dire non creazione di un nuovo sindacato rivoluzionario, come l’interessata propaganda nemica afferma, volutamente confondendo le classiche posizioni della Sinistra Comunista e di Lenin con quelle, peraltro negatrici del sindacato, di filo-cinesi, operaisti, ecc. « Sindacato Rosso » significa sindacato di classe, aperto indiscriminatamente a tutti i lavoratori, diretto dal partito politico di classe. In conseguenza di ciò la classe operaia sarà organizzata in un organo veramente suo, rispondente nello stesso tempo ai bisogni immediati di difesa dall’oppressione economica capitalistica e a quelli storici di preparazione del proletariato alle lotte politiche per l’abbattimento del potere del capitale.
È così un vero organo unitario della classe proletaria.
L’AZIONE DEI COMUNISTI RIVOLUZIONARI NELLA C.G.I.L.
Che i bonzi lo vogliano o no, fatto sta che all’interno della C.G.I.L. si sta sviluppando una crescente opposizione alla politica riformista che essa ha imposto ai sindacati di classe da un venticinquennio. Le riunioni operaie in preparazione del VII Congresso Confederale di Livorno lo hanno abbondantemente confermato. I bonzi hanno dovuto sudare per eliminare gli operai coscienti dalle delegazioni ai congressi provinciali, dopo aver subito dure reprimende per il loro operato controrivoluzionario.
Il merito di queste prime avvisaglie va egualmente ripartito tra l’inasprirsi crescente della dittatura capitalistica sui lavoratori e tra l’indefessa opera di tradimento della politica sindacale riformista. I comunisti hanno il solo merito invece, di dare un indirizzo preciso, unitario, di classe a queste crescenti ribellioni per impedire che siano utilizzate da gruppi spontaneisti che negano la necessità del sindacato economico, per evitare che questi sforzi della parte più cosciente degli operai divengano sterili.
Compito dei veri comunisti nei sindacati operai, nella C.G.I.L., è quello di svolgere un’attività tendente a strappare la direzione di tutti gli organi sindacali dalle mani dei bonzi, legando ai gruppi gli elementi più combattivi e responsabili della classe operaia, in vista di creare un fronte unico di classe suscettibile di affasciare tutte le forze proletarie per rovesciare il presente regime.
I comunisti indicano i veri obiettivi delle lotte economiche che, data l’attuale direzione riformista della C.G.I.L., vengono ogni giorno soffocate nei più torbidi compromessi, nelle promesse più demagogiche e all’occasione schiacciate dalla violenza della polizia statale, dinnanzi alla quale le masse si trovano totalmente indifese per la vocazione pacifista dei capi ufficiali.
Le rivendicazioni economiche e di forme di lotte che i comunisti oppongono ai riformisti della C.G.I.L., sono tali da richiamare i lavoratori tutti in un unico e potente schieramento di battaglia di classe. Esse costituiscono i capisaldi attorno ai quali legare le masse dei salariati per la rinascita della C.G.I.L.
Le tragiche tappe del riformismo controrivoluzionario della CGIL
Si sono svolti i congressi provinciali e le riunioni intermedie dei sindacati operai organizzati nella CGIL. È terminato anche il congresso nazionale a Livorno della confederazione. La farsa democratica dei congressi “sovrani” è per il momento cessata, per riprendere nelle conventicole degli organi direttivi, nelle prossime riunioni degli organi sindacali di base. I congressi non hanno mai risolto nulla. Servono soltanto a mettere lo spolverino a decisioni prese in altra sede, con stile tipicamente parlamentare. Il giorno in cui la classe operaia abbandonerà queste triviali passerelle per veder sfilare le stelle del firmamento politico di “sinistra”, segnerà l’inizio della marcia irrefrenabile verso la rivoluzione vittoriosa.
Le “storiche” decisioni erano già conosciute, scontate, rifritte in tutte le salse e si compendiavano in una sola: la ferma volontà dei bonzi della CGIL di arrivare quanto prima all’unificazione con la CISL e la UIL. Il resto è contorno, orpello per ingannare quelle parti della classe operaia che recalcitrano per l’intollerabile peso delle pressioni economiche capitalistiche sui lavoratori e l’assoluta incapacità della politica sindacale a svolgere un’azione efficace di difesa.
Il motivo predominante della politica sindacale della CGIL, condotta dalla triade opportunista e controrivoluzionaria del PCI, PSIUP e PSU, è sempre stato quello delle riforme. Le riforme, sostengono i bonzi, consentono ai lavoratori di conquistare « più potere » nelle fabbriche e nella società. Ma la storia delle riforme è la storia delle più crudeli sconfitte del proletariato.
Mentre il vecchio PSI si baloccava anch’esso con le riforme democratiche, dopo la prima guerra imperialistica, e con tale propaganda, assai più intelligente ed attrezzata di quella dei traditori di oggi, riusciva ad abbindolare i proletari, il capitalismo pantofolaio italiano armava soprattutto di quattrini le bande bianche del fascismo che, con le armi delle gendarmerie statali, metteva a sacco le Camere del Lavoro, uccideva i proletari più combattivi e si avviava ad instaurare la famigerata dittatura ventennale. La stessa cosa accadeva in Germania, ed in Francia, dove la tradizione riformista è sempre stata più radicata, era più agevole e forse meno costoso offrire bustarelle ai capi democratici e riformisti. Tutti ricordano o conoscono le conseguenze, dalla guerra di Spagna a quella mondiale, dalla crisi economica ininterrotta a partire dal 1918 sino al 1939, alle repressioni violente delle folle reclamanti pane e lavoro.
La seconda guerra imperialistica viene prospettata alle folle terrorizzate come la soluzione definitiva dei soprusi, il ritorno alla « libertà », alla pace « stabile », al « progresso civile ». Basta con gli odii, le violenze, la dittatura: i nuovi e vecchi capi proclamano in ogni direzione e soprattutto in quella proletaria. Si promette che il lavoro sarà d’ora innanzi considerato « sacro », fondamento delle nuove istituzioni democratiche. Lo giurano preti, papi, bianchi, rossi e verdi, uniti nella prima repubblica nazionale.
Le masse, pressate dalla miseria, cercano lavoro, chiedono salari meno insufficienti, sollecitano scioperi massicci per piegare il padronato. La risposta dei partiti e dei bonzi sindacali è quanto mai infame: bisogna prima ricostituire l’apparato produttivo, rimettere in moto l’economia della patria, poi non mancheranno le riforme, paghe più alte, un avvenire migliore. I primi provvedimenti del governo di coalizione, formato dai partiti comunsocialisti, repubblicano e democristiano, sono di natura repressiva. Il socialista Romita dispone perché sia riorganizzata l’arma dei carabinieri i cui effettivi vengono aumentati di undicimila unità. Il falso comunista Togliatti, ministro di grazia e giustizia, si incarica di inviare circolari ai prefetti e ai capi della polizia perché provvedano ad arrestare i « fomentatori di disordini » che si infiltrano nelle agitazioni operaie. I proletari più combattivi vengono messi in galera con mille pretesti. Le carceri rigurgitano di scioperanti. La CGIL acconsente allo sblocco dei licenziamenti per « favorire la ripresa economica ». Le Commissioni Interne funzionano per statuto e di fatto come organi di collaborazione con le direzioni aziendali. Gli eccidi di operai in Puglia, in Romagna, in Lombardia, nella Bassa Padana, in Sicilia, in ogni dove preparano il terreno alle « riforme ». Questo in Italia, per non parlare del resto del mondo.
Il risultato è ancora una volta tragico. Gli operai hanno fatto i sacrifici più impensabili per la ricostruzione dell’economia nazionale. Il risultato è la crisi del 1963-64. Di nuovo i disoccupati salgono a un milione e mezzo. La grande riforma, inventata dal fascismo, l’assegno di disoccupazione, permette al capitalismo, ai capi politici e sindacali, di tirare un sospiro di sollievo: gli operai non si sollevano e i bonzi non si sognano nemmeno di proclamare una lotta generale in difesa del salario e del posto di lavoro.
Finalmente la produzione riprende a salire e i disoccupati scendono. I salari delle grandi masse proletarie restano inchiodati, però, ai livelli della crisi e quando salgono non riescono ad adeguarsi nemmeno all’aumento del costo reale della vita, che consta non solo e soprattutto di indici dei prezzi dei generi di prima necessità, ma anche ed in particolare della svalutazione della moneta: manovra con cui il grande capitale annulla spesso in anticipo i lievi spostamenti dei salari. Si continua a parlare di riforme, di « partecipazione democratica » alle « scelte », di « programmazione democratica », e chi più ne ha ne metta.
In pratica si riforma soltanto lo stipendio e la pensione ai parlamentari, si assegnano lauti stipendi ai funzionari degli Enti di riforma, si fanno grossi piaceri agli azionisti dei complessi nazionalizzati, si spartiscono le nuove e vecchie poltrone nel sottobosco dell’Eni, della Rai-TV, degli Enti-Regione, ecc., tra le nuove bande politiche che si spartiscono il potere e il sottopotere.
Le riforme queste le hanno fatte e ottenute. Ne restano fuori i servi fedeli della pace sociale che hanno perso i capelli per tenere a bada la classe operaia: questi vogliono che si riformi anche il loro stipendio. Picchiano alle porte miracolose dello Stato: reclamano, non per se stessi s’intende, ma « per un maggior potere alla classe operaia » di compartecipare all’amministrazione di quel pozzo di San Patrizio che è il fondo « senza fondo » in dotazione alla Previdenza sociale, di gestire il collocamento per collocarci subito le schiere dei parlamentari trombati, degli intellettuali e degli universitari magari contestatori, degli aristocratici del lavoro che per fedeltà al partito, alla Resistenza e al sindacato reclamano un gesto di riconoscimento da parte della Repubblica, ohibò, « fondata sul lavoro ».
E la musica continua su questo tono.
Dopo venticinque anni di riformismo che non ha riformato nulla, i salariati sono rimasti salariati, sono invecchiati e crepati nelle fogne aziendali.
È questa la riforma che il proletariato rivoluzionario grida in faccia ai venduti, ai traditori, alle pance piene, ai cacciatori di prebende, agli unificatori della classe operaia con lo Stato capitalista: DISTRUGGERE IL REGIME FONDATO SUL LAVORO SALARIATO.
L’aspra battaglia dei comunisti nei precongressi della CGIL
La maledetta ristrettezza di spazio non ci permette di dare una cronaca ampia delle lotte di cui sono stati spesse volte protagonisti i militanti del partito in occasione delle assemblee di fabbrica, e delle volte anche provinciali della CGIL, in preparazione del VII Congresso, che passera’ alla storia, quella nera, come il CONGRESSO DELLA VERGOGNA per aver rinnegato anche i principi elementari dell’organizzazione sindacale di classe, che si riassumono nell’adesione incondizionata del proletariato al sindacato.
Il Congresso di Livorno e il congresso dell’«affratellamento» tra i capi traditori della CGIL con quelli borghesi e i governativi della CISL e UIL, è il congresso che vorrebbe espellere il proletariato rivoluzionario dal SUO sindacato economico, è il congresso della più crassa demagogia. I nostri militanti nei sindacati, i nostri operai, un pugno di combattenti per il comunismo, hanno profuso tutte le loro migliori energie per assalire i capi prezzolati dei nemici capitalisti, dando dimostrazione di come si deve lottare contro l’opportunismo e la controrivoluzione imperanti nel movimento operaio, agitando ai proletari che è ineludibile vibrare mazzate al padrone aziendale e al borghese, alleati per tenere lontana la rivoluzione dei diseredati. La lotta dei comunisti ha dato un interesse di classe a quelle assemblee in cui erano presenti, sollevando dal torpore in cui le avevano relegate i bonzi; ha fatto risuona, per la prima volta dopo decenni, le sopite parole d’ordine di dittatura proletaria, rivoluzione comunista, sciopero generale, scontro violento contro lo Stato; parole che hanno fatto andare in bestia i capoccia esterefatti, che li hanno costretti a sbraciarsi in lungo e largo per tamponare le falle che si aprivano tra le file, finalmente toccate da un linguaggio di fierezza rivoluzionaria, quello non era più dato ascoltare.
Le assemblee di base sono state desolatamente disertate dalle grandi masse, prima sfiduciate dalle chiacchiere, dalle manovre, dagli inganni dei gerarchi. Ogni sorta di mezzi è stata utilizzata dai burocrati per sbarrare il passo ai nostri compagni nelle delegazioni ai congressi provinciali, per soffocare la loro voce, anche con l’intimidazione, con il broglio. Ma a nulla sono valse le minacce e i mezzucci: gli operai hanno vibrato dinnanzi al tuonare del programma comunista, hanno preso coraggio per unire la loro voce a quella dei compagni, hanno abbandonato l’antico timidezza, hanno svergognato le carogne.
Il bilancio di queste battaglie è superbo, non per i consensi oceanici che non potevano esserci, non per essersi risolto in una nutrita schiera di delegati comunisti al congresso nazionale, che era assurdo ritenere possibile, ma perché ha confermato al partito stesso che la sua fatica per legarsi alle masse proletarie è indispensabile per strappare all’opportunismo traditore, al riformismo controrivoluzionario il potere che esercita sulla classe; perché il programma rivendicativo, i mezzi per realizzarlo, opposti alle dirigenze della CGIL, corrispondono perfettamente alle esigenze della classe, la quale dà segni tangibili e promettenti di volerli far propri.
La battaglia non si è esaurita, non si arresta. E’ soltanto un primo, debole contatto tra l’avanguardia rivoluzionaria e le forze del nemico. Sullo slancio tutto il partito è mobilitato per tenere agganciata la schiera dei burocrati, per trasferire la battaglia rivoluzionaria di classe dalle assemblee congressuali nell’organizzazione sindacale stessa, nei posti di lavoro, sui posti di lavoro, senza tregua. Il partito è uscito fortificato da queste battaglie. Deve irrobustirsi ancora, guadagnando nuovi e giovani militanti con i quali mobilitare i gruppi comunisti in fabbrica e nei sindacati, vera rete indistruttibile con cui strozzare la politica antioperaia delle canaglie, l’azione del partito suscita la fiducia degli operai nelle loro colossali forze, li rende consapevoli e certi della vittoria finale, li riarma di quella mistica rivoluzionaria che i partiti traditori e le bonzerie sindacali hanno, con il sostegno dello Stato capitalista, tentato di sradicare dai loro animi. È questo il compito immediato che il partito non rinuncerà ad assolvere, quali che siano le condizioni della lotta.
ESEMPI DI LOTTA COMUNISTA
IVREA – Gruppo comunista delle officine Olivetti
I bonzi hanno tentato di sabotare il congresso della CGIL. In barba alla cosiddetta « democrazia di base » e allo sviluppo dei rapporti tra « vertice e iscritti », loro campi di battaglia preferiti, hanno convocato in tutta segretezza le Sezioni Sindacali Aziendali degli stabilimenti Olivetti, col preciso scopo di eleggere i delegati aventi il diritto di voto durante il precongresso e a scegliere gli « invitati » (di comodo) per gli interventi durante il dibattito. Così facendo i bonzi tentavano di assicurarsi che la loro « opera » non fosse disturbata, tradendo la loro autentica paura della nostra partecipazione alla vita del sindacato e al congresso. Questa manovra non rappresenta solo un accidentale episodio locale, ma anche quali siano i veri intendimenti delle direzioni sindacali riformiste. Sapendo che i comunisti rivoluzionari volevano far conoscere agli operai intervenuti al congresso le loro posizioni, i bonzi hanno reagito con l’unico modo che il loro compito di pompieri comportava: l’allontanamento degli operai coscienti e il tentativo di imprigionare la parte più avanzata dei lavoratori nelle reti del riformismo. Se gli operai oggi non reagiscono in modo rivoluzionario allo sfruttamento capitalista e se sembrano disinteressarsi dell’attività del sindacato è proprio grazie ai reiterati tentativi dei bonzi di svuotare di ogni contenuto di classe la lotta delle masse, l’attività degli organismi proletari, la vita delle assemblee operaie trasformate da forme di esercitazione rivoluzionaria, di palestra di battaglia, in squallide e addomesticate conventicole disposte, volenti o nolenti, a dire di sì a un pugno di venduti e traditori. Sulla strada reazionaria dalla esclusione dal sindacato dei combattenti rivoluzionari, dopo l’eliminazione dei collettori di fabbrica e l’istituzione delle famigerate deleghe padronali tramite referendum, ora si è aggiunto, come previsto, il tentativo di spezzare ogni possibile influenza comunista sulle riunioni. E’ la strada del disfattismo, della distruzione del movimento operaio. E’ un altro passo avanti verso la consegna del sindacato di classe in mano ai padroni.
Contro questo mafioso espediente i compagni mettevano in guardia i lavoratori, esortandoli, con apposito manifestino, ad accorrere al congresso. I bonzi, per parare il colpo, facevano circolare la menzogna che i comunisti avevano intenzione di « contestare » il sindacato CGIL e di impedire il regolare svolgimento del dibattito. Forti di questa montatura, che aveva lo scopo di impedire con la forza la nostra partecipazione all’assemblea, i bonzi hanno organizzato un cordone per bloccare l’accesso al cancello di ingresso alla sala di riunione, respingendo i compagni col pretesto, tra l’altro, di essere degli espulsi dalla CGIL. I bonzi garantivano l’« ordine ». Erano i veri e più efficaci poliziotti dello Stato, valenti persecutori dei rivoluzionari.
I nostri compagni, dopo aver desistito di forzare il blocco perché composto di operai ingannati dalla propaganda dei capi, hanno spiegato a questi che le loro intenzioni non erano di creare il caos, ma invece di diffondere le posizioni rivoluzionarie. Colpiti dalle nostre ragioni gli operai del blocco si sono opposti alla nostra esclusione dal congresso ed hanno obbligato i bonzi ad aprire le sale della riunione ai nostri compagni.
Durante la serata un nostro giovane compagno del gruppo è intervenuto esponendo in dieci punti il programma del partito, sottolineando particolarmente, tra calorosi applausi, come queste posizioni rivoluzionarie spaventassero i bonzi, e come le rivendicazioni anche immediate che noi proponiamo alla classe operaia non siano demagogiche, ma rappresentino la base degli interessi operai e che quindi debbano essere fatte proprie da un sindacato che si definisce di classe, per un primo importante passo avanti verso l’emancipazione totale del proletariato, verso la società senza classi, verità ormai del tutto dimenticate dai bonzi.
Questo nostro atteggiamento ha dimostrato come le nostre intenzioni fossero serie e coscienti, e non della gazzarra contestatrice, ed hanno provocato un ripensamento tra gli operai, che erano stati vigliaccamente ingannati sui nostri propositi. All’uscita dalla sala sono stati chiariti ulteriormente gli scopi della nostra battaglia, tra la viva attenzione degli operai.
Il congresso è continuato il giorno successivo, durante il quale hanno parlato i famosi « delegati », in una sala meno numerosa del giorno prima. E’ necessario notare che il genuino spirito operaio, che caratterizza solitamente le assemblee sindacali, sia lontano o quasi assente in questi congressi, dominati dalla gerarchia dei burocrati preoccupati unicamente che non venga lesa la loro posizione di mantenuti dal lavoro estorto ai proletari, ansiosi di occupare un posto sempre più importante e quindi meglio pagato con le « riforme » borghesi, votati ormai anima e corpo a puntellare questa sporca società. E’ evidente che si sono pronunciati anche i portavoce dei gruppetti spontaneisti, del tipo cino-studentesco, che si sono allineati, dopo tortuosi giri infantili, sulle posizioni ufficiali delle lotte articolate.
I bonzi ufficiali, del comitato provinciale torinese e del pomposo Centro Studi del sindacato (esempio tipico di come la piccola borghesia intellettuale possa campare la vita sulle spalle operaie « contestando » il regime di « centro-sinistra », fiorendo e sviluppandosi nelle piccole serre calde qui del Centro Studi, là delle Cooperative, altrove dell’Istituto Gramsci, ecc., sia sotto il pretesto di « studiare la mutevole e difficoltosa complessità » dei problemi del movimento operaio…), hanno ampiamente confermato che non temono tanto lo spontaneismo studentesco, verso il quale sono disposti a tutte le transazioni, quanto il « sindacalismo rosso », che essi hanno gratuitamente dichiarato essere superato e non corrispondente ai reali interessi dei lavoratori, in quanto, secondo loro, il sindacato non può subordinare le sue rivendicazioni alla distruzione del capitalismo, né proporsi di lottare per il socialismo. Di conseguenza ammettevano esplicitamente che le lotte operaie non devono uscire dal quadro della società borghese, e devono essere condotte in modo riformistico, cioè anticomunista. La stessa terribile paura del comunismo rivoluzionario manifestavano a proposito dell’autonomia sindacale, dell’unificazione tra CGIL con CISL e UIL, e di ogni questione sollevata dal rapporto del nostro compagno. E questo terrore sarà tanto più profondo nella misura in cui la classe operaia darà il suo appoggio più profondo alla lotta rivoluzionaria.
VIAREGGIO – Lavoratori della FILCAMS e della FIOM
Nostri compagni sono intervenuti nei congressi delle due categorie, nei quali hanno esposto le posizioni tradizionali dei comunisti. Dato lo scarso numero dei partecipanti due nostri compagni sono stati eletti al congresso della C.d.L. locale. I nostri compagni hanno parlato ripetutamente, ma l’atmosfera era molto sonnolenta e addomesticata: i bonzi non hanno reagito, svolgendosi il congresso in modo deprimente. Un nostro compagno della FIOM è stato delegato al congresso provinciale di Lucca, dove ha svolto le tesi del partito a nome della corrente comunista rivoluzionaria. Il discorso del nostro militante ha svegliato il congresso ed ha strappato gli applausi dell’assemblea, dando fiducia ad altri operai che sono intervenuti ricalcando le nostre posizioni. Alcuni operai dell’azienda Cantoni, usciti da una recente e dura lotta, della ditta Lenzi e dei cantieri navali viareggini hanno espresso al nostro compagno la loro piena adesione proponendo la sua elezione al C.D. della CGIL( proposta che i bonzi hanno fatto cadere, avendo già provveduto essi stessi il giorno prima alle nomine di comodo). Il rapporto del nostro rappresentante era stato preceduto da quello di uno dei massimi bonzi viareggini per mettere in guardia il congresso contro le nostre posizioni, e seguito da quello di un altro capoccia con gli stessi scopi. Dall’insieme delle relazioni è emerso chiaramente che i problemi più sentiti dagli operai sono quelli riguardanti l’autonomia sindacale e l’unificazione con i sindacati bianchi e gialli, confortando l’analisi che il partito ha fatta circa gli ostacoli che i bonzi trovano all’interno della classe operaia e che impediscono loro di procedere di fatto speditamente e smembrare il sindacato di classe.
VENETO, LIGURIA, TOSCANA – Sindacato Scuola – CGIL – FIOM
L’attività del partito nelle tre regioni è stata particolarmente assidua.
Ad Udine il nostro gruppo sindacale ha partecipato al congresso di categoria e successivamente al congresso intermedio di Udine-centro della CGIL. Nell’assemblea di categorie le nostre tesi hanno fatto l’effetto, come al solito, di una bomba dirompente in mezzo ad una processione di mezzi addormentati. La delega al congresso intermedio della CGIL è stata accolta dai nostri compagni con una precisazione che tendeva a ribadire il carattere decisamente di opposizione rivoluzionaria del nostro gruppo alla politica riformista della CGIL. Dopo gli isterismi del segretario della CGIL che intendeva « contestarci » (buona, questa!) il « diritto » di diffondere alla porta della sala la nostra stampa e il manifesto del partito per la « rinascita del sindacato di classe », il bonzo del PSIUP, incaricato di tenere il rapporto ufficiale ,apriva il fuoco contro le nostre tesi. La nostra replica è pronta e i presenti acconsentono vivacemente ai nostri attacchi agli scioperi articolati, alle infami deleghe, a tutta l’impostazione forcaiola dei bonzi. Questa assemblea ha rappresentato per gli operai di Udine una condizione importante: essi hanno avuto coscienza che in seno alla CGIL esiste una frazione comunista rivoluzionaria disposta a battersi senza quartiere contro le bonzerie in difesa dei loro interessi di classe, saldamente legata al partito di classe. E’ il dato più importante ed essenziale che doveva produrre l’azione del gruppo.
A Belluno il 9 maggio si svolgeva il I Congresso provinciale del Sindacato Scuola-CGIL, che ha visto i compagni del nostro gruppo sindacale alla testa di una mozione che in una successiva votazione ha permesso l’ingresso nel Direttivo Provinciale di due nostri militanti contro i tre membri del blocco PCI-PSIUP.
L’aspetto determinante e caratterizzante la differenza tra il programma del nostro gruppo sindacale e la politica dei bonzi e dei loro fradici partiti è proprio nella funzione, che i nostri compagni hanno voluto sottolineare, che una direzione sindacale di classe deve espletare, e cioè che indipendentemente dalla categoria alla quale i proletari appartengono, sempre e poi sempre si deve svolgere un’azione unitaria, anticorporativa e proletaria. I nostri compagni hanno solennemente ribadito in questa e in tutte le circostanze che essi andavano ai congressi provinciali ed anche a quello nazionale della CGIL, non come rappresentanti di un gruppo particolare di lavoratori, ma come frazione cosciente del proletariato, corrente degli operai rivoluzionari, per proporre a tutti i lavoratori un unico e solo programma di lotte sindacali e di indirizzo politico. Cosicché i nostri compagni non si sono limitati a partecipare successivamente ai congressi di categoria, ma hanno svolto il loro lavoro nei congressi camerali e locali della CGIL, a Longarone, Cadola e infine a Ponte delle Alpi, sede del congresso provinciale, con questo chiaro intendimento.
Sebbene la presenza in queste assemblee locali fosse minima rispetto alla forza sindacale, lo scontro immancabile tra noi e i bonzi è stato quanto mai aspro.
Il 25 maggio a Feltre si è svolto il congresso di zona. Su un migliaio di iscritti, presenti solo una quarantina. Stessa « contestazione » dei capoccia a diffondere il « Sindacato Rosso », stesse nostre taglienti risposte. Questa volta non solo i nostri compagni ma anche altri operai criticavano aspramente l’assenteismo dei lavoratori addossando la responsabilità alla politica sindacale ufficiale della CGIL, mirante a spezzare la solidarietà di classe con un indirizzo che fraziona le lotte, divide le forze, mira a legare i lavoratori al carro dello Stato borghese.
Il 2 giugno, al congresso di zona di Belluno, presenti appena una ventina su 294 convocati! Malgrado ciò, lo scontro tra noi e i bonzi è il filo conduttore dell’assemblea. Un nostro compagno rompe il ghiaccio e svolge un rapporto incentrato sulle cause specifiche della diserzione dei proletari alla vita sindacale, che vigliaccamente i bonzi fanno risalire agli stessi operai. Gli stessi operai che riempiono le piazze e aderiscono a tutti gli scioperi e ad ogni chiamata alla lotta, non possono essere imputati di mancare di combattività e di attaccamento all’organizzazione. E’ il tradimento che domina la direzione sindacale che li tiene lontani dalle riunioni, che impedisce loro di svolgere quel ruolo che svolgeranno, invece, quando il sindacato passerà nelle mani di una direzione rivoluzionaria comunista. Così si spiegano le reazioni degli operai più combattivi e nauseati da questa politica codarda e di alleanza con i sindacati bianchi e gialli di CISL e UIL, che tentano di opporsi al disastro che si profila con la creazione di « cellule rivoluzionarie », di « comitati di sciopero », ed altri organi immediatisti. Il nostro compagno ha spiegato, quindi, l’inefficacia di queste forme di opposizione alla politica dei bonzi, richiamando gli operai più radicali e combattivi a non uscire dalla CGIL, a non disperdere le loro forze, ma a concentrare ogni energia per organizzare nel seno stesso della CGIL un fronte di lotta antiriformista in grado nello sviluppo delle battaglie di classe di prendere la direzione dei sindacati.
L’assemblea si trovava divisa sui temi della CGIL verso cui solo una metà appena aderiva. Veniva chiesto che uno dei nostri compagni venisse incluso nella rappresentanza per il congresso provinciale e i bonzi mettevano risolutamente il veto a tale richiesta. Ma l’assemblea, con grande scorno dei gerarchi, rimaneva ferma sui suoi propositi che un compagno della frazione de « Il Sindacato Rosso » partecipasse come delegato al Congresso.
Il Congresso provinciale si è svolto il 7 giugno a Ponte delle Alpi, alla presenza dei deputati Bortot del PCI e Granzotto del PSIUP, con codazzo vario di burocrati sindacali e di partiti. I 120 delegati hanno ascoltato le mielose « avances » dei rappresentanti della CISL e delle ACLI, toccando il fondo della vergogna quando è stato solennemente proclamato che « la dittatura del proletariato » era stata espulsa per sempre dal programma sindacale.
I nostri compagni non hanno messo tempo in mezzo ed hanno immediatamente reagito, prendendo lo spunto dall’intervento di un delegato che pretendeva l’unità sindacale e al tempo stesso la dittatura del proletariato. Il nostro militante svolgeva subito il concetto che siamo in presenza di una graduale fascistizzazione del sindacato, in mano a un pugno di burocrati. L’autonomia e l’unificazione mirano a completare questo processo, mentre è urgente frapporre una diga per frenare questa tendenza, una diga costituita dall’organizzazione di classe del proletariato, diretta dal partito comunista rivoluzionario. Riportare la CGIL alla politica di classe è il dovere primo del proletariato rivoluzionario.
I lavori riprendevano all’indomani domenica ed i nostri compagno potevano verificare l’enorme impressione che aveva suscitato il nostro rapporto, e la bile dei bonzi, che si sbracciavano per organizzare una replica a lungo metraggio per impedire ulteriori nostri interventi. I nostri chiedevano di intervenire, ma i bonzi si rifiutavano, dopo quattro ore occupate dai burocrati a rovesciare veleno sul programma comunista.
Un proletario in sala chiedeva che solo l’assemblea poteva decidere e che si doveva mettere ai voti il diritto di replica dei rappresentanti comunisti. La votazione constata da bonzi dava 18 pareri favorevoli e 21 contrari e, malgrado le rimostranze dei compagni, serviva ai capoccia di giustificazione per impedire i nostri rapporti.
A questo punto il Congresso era finito, cioè, in una serie di incidenti in conseguenza a molteplici richieste di « emendamenti », intonati alle nostre tesi, da apportare ai « Temi » della CGIL. E la confusione era a tale punto che i bonzi hanno avallato la proposta di un rappresentante dei ferrovieri che uno dei nostri compagni entrasse come membro del consiglio dei sindaci della CGIL!
A Bolzano il congresso provinciale è andato liscio, in quanto i gerarchi erano abbastanza « realisti » da preoccuparsi, in fondo, soprattutto della divisione della torta tra le diverse fazioni in lotta, sapendo cinicamente che tra i delegati presenti gli oppositori sarebbero stati pochissimi e quindi « senza valore » pratico. Così è stato, ma se per i burocrati il valore pratico è quello immediato di partecipare alla greppia, per i rivoluzionari il valore pratico è quello di tenere alta la bandiera del comunismo in qualsiasi circostanza e dinanzi a qualsiasi sorta di nemico. In questo senso il delegato della nostra fazione ha svolto il suo rapporto, riscuotendo i consensi dei lavoratori più avanzati. Egli ha ricordato i capisaldi del programma comunista, negatori dell’unità con i sindacati padronali, della neutralità del sindacato di classe di fronte ai partiti politici, sottolineando che il sindacato di classe è autonomo e indipendente alla sola condizione di essere contro i padroni, lo Stato, i partiti borghesi e opportunisti, i traditori, in una parola, alla condizione fondamentale di essere, come Lenin ha insegnato, la cinghia di trasmissione del Partito Comunista Rivoluzionario e del suo programma.
Ha ribadito le soluzioni di classe contenute nelle nostre «tesi» e rispondenti a tutti i problemi economici, e sociali e politici che stanno davanti alla classe operaia: lotte generali, e non articolate, aumento dei salari maggiore per gli strati operai peggio pagati, riduzione a 36 ore della settimana lavorativa, organizzazione sindacale sui posti di lavoro non autonoma né indipendente ma strettamente legata alla direzione sindacale fuori dell’azienda, non adesione al sindacato tramite delega alle direzioni padronali, ecc.
A Cortona, in provincia di Arezzo, i nostri compagni nella CGIL-Scuola
praticamente non hanno opposizione; gli elementi PCI e PSIUP finiscono col seguire la nostra linea che è riconfermata in ogni vertenza sindacale con documenti approvati all’unanimità. Quindi, il congresso comunale di categoria, malgrado la presenza del bonzetto provinciale, è stato tutto intonato sulle nostre tesi e dei «temi» della CGIL nemmeno si è parlato. Al Congresso della Camera del Lavoro comunale i nostri compagni sono intervenuti, proponendo le classiche interpretazioni dei fini e dei metodi della lotta di classe. I nostri rapporti sono stati accolti dalla parte più radicale della classe salariale ed hanno provocato l’irosa reazione dei bonzetti locali e del gran bonzo provinciale, che assieme hanno cercato di ricondurre all’ovile della democrazia, della libertà e della programmazione le tensioni di classe.
Sul documento approvato nel precongresso ha preso la parola un nostro compagno al congresso provinciale di Arezzo del 6-8 giugno. I discorsi sentiti fino allora erano zeppi di «più democrazia», «più partecipazione» e di polemichette tra i tre partitacci che si contendono palmo a palmo poltrone, posti da funzionario, col solito aclista che pretende di farci sgranare gli occhi anticipandoci un imminente boom economico (sentirà che boom!), mentre ben selezionati rappresentanti dei falsi partiti operai ripetevano le posizioni dei capoccia nel nome del dialogo col nemico di classe, dell’intesa con i sindacati padronali e in definitiva dell’aristocrazia operaia. Il nostro rapporto ha precisato la natura del sindacato di classe come l’ha sempre inteso il marxismo rivoluzionario e verificato la classe in lotte storiche, dimostrando come le posizioni che si pretende da cent’anni «essere superate», alle quali viene contrapposta l’autonomia e lo spontaneismo, che appartengono alla preistoria delle lotte di classe, sono il frutto di ogni direzione riformistica e controrivoluzionaria del sindacato di classe. È stato chiarito quindi il tradimento degli interessi di classe che persegue l’attuale bonzeria con le lotte articolate, cui è stata opposta la lotta generalizzata su obbiettivi unificanti come la riduzione dell’orario di lavoro, l’aumento generale in versamento proporzionale delle mercedi, e contro ogni tentativo di trasformare il sindacato di classe in corporazione in balia della classe borghese, quindi ad Est come ad Ovest in sindacato fascista. Il nostro appello appassionato e vibrante si è concluso con il richiamo alla dittatura del proletariato, che sola può realizzare l’emancipazione della classe salariata.
Il rapporto ha suscitato consensi di alcuni delegati, mentre la maggioranza, frastornata e risentita per il nostro linguaggio duro e incisivo, taceva. Il super bonzo, interrotto a viva voce dal nostro rappresentante, cercando di smorzare l’effetto che aveva suscitato il nostro rapporto, ha avuto la faccia tosta e la trivialità di concludere che la lotta generalizzata porterebbe «alla fame intere famiglie» e getterebbe «nella miseria la classe operaia» non matura ancora per fare a meno del padrone! Questa carogna riassumeva molto bene lo spirito di tradimento che pervade la casta privilegiata delle canaglie al servizio del capitalista.
Questi alcuni esempi dell’attività che il partito ha svolto durante la fase preparatoria del congresso della CGIL, nelle assemblee di officina, locali e provinciali. Tutti i compagni, organizzati o meno nei sindacati, hanno dato il loro contributo fattivo a questo lavoro in tutte le località in cui sono presenti. Così a Savona, dove ha risuonato nel congresso di categoria del Sindacato-Scuola la voce del partito, a Catania, Firenze, Forlì, Torino, Genova, Milano, Roma, Pomezia, Napoli, Reggio Calabria, in Sardegna, dove i militanti si sono battuti durante le lotte rivendicative, agli ingressi delle fabbriche, con il solito spirito battagliero, e la irremovibile decisione di portare tra le masse proletarie l’invincibile programma della rivoluzione comunista.