حزب کمونیست انترناسیونال

Il Sindacato Rosso (II) 2

La classe a fette

«L’Italia a fette» è lo slogan adottato dalla CGIL per indicare le suddivisioni salariali di zona che essi dicono di voler combattere e superare chiamando a raccolta la classe operaia del Nord e del Sud in una grande lotta unitaria che dovrà affermarsi tanto più in vista dei prossimi rinnovi contrattuali. La idea è magnifica, non solo per il miglioramento delle condizioni di vita di migliaia di operai delle zone meno sviluppate, ma anche perché l’unificazione salariale incepperebbe gravemente il meccanismo capitalistico che nell’impossibilità di armonizzare la sua struttura economica basata sulla concorrenza quindi sulla disuguaglianza, non reggerebbe di fronte all’imposizione di un reale livellamento salariale. I bonzi non hanno nessuna intenzione di accelerare i motivi di crisi contro il capitalismo, ma per timore di essere scavalcati dal crescente malcontento che serpeggia nella classe operaia innalzano un’ennesima falsa bandiera che gli permetta di controllare la situazione.

Del resto non è un problema nuovo per la cricca che dirige la CGIL perché già nel dopoguerra essi imposero al proletariato la discriminazione salariale come «sacrificio» necessario in nome dell’economia nazionale.

Su Rinascita n. 10 del 1951 Vittorio Foa affermerà che dalla soluzione che verrà data a questo problema dipenderà non solo il destino materiale di milioni di lavoratori, «ma la possibilità stessa che all’economia italiana nel suo complesso sia dato un impulso verso livelli più elevati, che il sistema economico oggi asfittico e stagnante sia rimesso in moto». Infatti si trattava proprio di scegliere: o a favore di milioni di operai affamati o a favore del sistema capitalistico che per risollevarsi dalla crisi del dopoguerra doveva ricreare zone e settori di basso salario per favorire la rinascita della piccola e media industria e dei ceti medi che sono la base di un’economia in sviluppo, come pure per creare mano d’opera a basso costo affinché fosse possibile, attraverso il ricatto economico, un più intenso sfruttamento degli operai delle grandi aziende monopolistiche.

Ecco in sintesi la chiara inequivocabile risposta che quei dirigenti sindacali – che oggi dicono di battersi contro le sperequazioni salariali – daranno non agli operai, ma al governo, circa la loro collaborazione:

«Non è in alcun modo vero che le richieste dei lavoratori siano indiscriminate… esse sono chiaramente discriminate… Una prima discriminazione si ha nel fatto che gli aumenti rivendicati non sono uguali in cifra per gli operai e per gli impiegati. Al contrario le richieste sono avanzate in percentuale allo scopo di mantenere in vita la proporzione fra le retribuzioni delle varie qualifiche operaie e impiegatizie stabilita lo scorso anno dopo la lotta sindacale per la rivalutazione, lotta che venne per l’appunto condotta per attenuare l’appiattimento dei salari… un aumento salariale in cifra fissa porterebbe ad un appiattimento delle retribuzioni, un aumento in percentuale invece mantiene inalterate le proporzioni. L’organizzazione sindacale unitaria non vuole l’appiattimento, anche se si rende conto che le categorie inferiori quelle cioè attualmente meno pagate, saranno quelle che riceveranno il minore aumento in lire…». Più avanti Vittorio Foa continuerà dichiarando anche che i sindacati di classe non lotteranno per la riduzione dei prezzi perché significherebbe lottare soprattutto contro i piccoli negozianti e bottegai, contro i piccoli e medi industriali, nonché contro piccoli e medi commercianti!

Così «l’Italia a fette» per i bonzi, ma per noi la classe operaia a fette, ossia la discriminazione salariale fra categorie e zone, verrà realizzata dagli stessi sindacati «di classe» che permetteranno al capitalismo di riprendere la sua marcia in avanti limitando le rivendicazioni salariali a seconda delle possibilità delle singole industrie o più in generale a secondo del livello di sviluppo delle varie zone industriali. Con questo criterio vengono stipulati gli attuali contratti di lavoro che non corrispondono alle necessità generali delle categorie interessate – si trovino esse a Nord come a Sud – ma sempre e comunque agli interessi, questi sì generali, di sviluppo e di conservazione capitalistica.

Oggi i dirigenti della CGIL gridano allo scandalo e dicono di voler lottare per il superamento delle zone salariali, ma, come è facile dimostrare, non si tratta di un ripensamento rispetto alle posizioni controrivoluzionarie del dopoguerra quando dichiaravano di «non volere il livellamento dei salari», bensì della stessa politica antioperaia tanto più nei confronti delle categorie peggio pagate.

Infatti l’impostazione che la CGIL dà all’attuale lotta contro le sperequazioni salariali non prevede l’annullamento del principio dei contratti di lavoro stipulati sulla base delle zone salariali, né tanto meno prevede lotte almeno di categoria per la perequazione salariale; Rassegna Sindacale del 14 luglio dichiara brutalmente – riportando il contenuto del documento programmatico a conclusione del Congresso della FILLEA del ’67 – che «la FILLEA punta anche al superamento di fatto delle sperequazioni salariali zonali liquidando fra l’altro le facili suggestioni di lotte generali e generalizzate a carattere perequativo che nel Congresso qualcuno aveva ventilato… La nostra linea – continua quella dell’iniziativa a livello di fabbrica e di cantiere… un’azione la quale investa il salario nei suoi molteplici aspetti (superminimi, cottimi, premi, etc.) quindi al di fuori di ogni obiettivo perequativo»!

Così i bonzi sindacali non fanno altro che appiccicare l’etichetta «contro le sperequazioni salariali» alla solita lotta articolata nel suo svolgersi materiale (per aziende) e superarticolata nelle centinaia di voci in cui è diviso il salario. Niente è cambiato e niente cambierà per i supersfruttati delle zone depresse: ieri queste categorie operaie vennero sacrificate per permettere all’economia dissestata di riprendere il suo corso; oggi si reclama il superamento delle zone salariali ben sapendo che la politica di concentrazione portata avanti dal capitalismo per ingigantire i suoi profitti tende sempre più ad eliminare la piccola produzione come ad accentuare il divario economico fra Nord e Sud, in quanto il capitale si investe dove i profitti saranno più elevati quindi nelle zone industriali più sviluppate.

Vincolare la lotta per il superamento delle zone salariali nei perimetri aziendali o al massimo regionali per aumenti salariali in percentuale significa non uscire da questa suddivisione, significa rendere nulla ogni possibilità dei settori peggio pagati di livellare il loro salario alle punte più alte, significa ancora una volta aiutare il capitalismo a mantenersi in vita.

«Lotta generale per l’aumento generale e radicale del salario base, proporzionalmente maggiore per le categorie peggio pagate!».

Questa è la parola d’ordine che la classe operaia dovrà impugnare per eliminare le sperequazioni salariali, per colpire contemporaneamente il capitalismo in un punto vitale e per rispondere alla vigliaccheria dei bonzi che accusano gli operai più coscienti «di facili suggestioni per lotte generali e generalizzate a carattere perequativo»!

La verità di classe detta dal nemico di classe

Sottoponiamo – senza commenti – al giudizio degli operai italiani, che la loro organizzazione, la C.G.I.L., impegna da decenni in «responsabili» e articolatissime lotte sempre nel rigorosissimo rispetto dell’«ordine pubblico» denunciando come teppisti quegli operai che sfuggono alle sue grinfie riformiste e patriottiche, questo brano di un articolo apparso nel Courrier des Démocrates organo dei «centristi» francesi a proposito della crisi di maggio-giugno.

«… se nelle ore più drammatiche della crisi il peggio ha potuto essere evitato, questo risultato è dovuto a una sorta di complicità oggettiva fra lo Stato gollista da una parte e il Partito comunista dall’altra, antagonisti pubblici, ma minacciati l’uno e l’altro da una spinta rivoluzionaria che essi si sono applicati, insieme, a smorzare, ciascuno con i mezzi che gli sono propri.

Al momento in cui lo Stato era muto e assente e le autorità pubbliche dappertutto scavalcate, se la Francia, paralizzata e colpita dallo stupore, non è stata sommersa dall’ondata, essa lo deve al Partito Comunista e alla CGT che, dando prova di civismo, hanno preso coraggiosamente le loro distanze nei confronti degli “avventurieri”, come essi dicono, della nuova sinistra rivoluzionaria, hanno impedito allo sciopero generalizzato di trasformarsi in sciopero generale, hanno mantenuto nel paese un rifornimento di viveri, gas ed elettricità, al punto che per circa 48 ore l’ordine pubblico in Francia si è chiamato Georges Séguy. E al momento del rovesciamento della situazione del 30 maggio, al momento in cui lo Stato riprendeva voce e autorità proponendo, con lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, prossime elezioni legislative, il Partito Comunista accettava immediatamente che la sua disputa con il gollismo fosse rovesciata sul campo della battaglia legale di uno scrutinio democratico, nonostante che la vera estrema sinistra denunciasse le elezioni “borghesi” e gridasse di nuovo al tradimento dell’ideale rivoluzionario.

Non si vuol qui dire che gollisti e comunisti non siano che dei nemici da commedia: il loro affrontarsi è drammaticamente reale, ma accade spesso che l’intesa tacita fra nemici dichiarati permette di salvare la pace civile o internazionale».

Lenin contro il PCI

Le lotte operaie non servono, secondo i traditori del P.C.I. che le premessa alle lotte di carta delle assemblee parlamentari dove tutte le questioni dovrebbero essere risolte. La forza della classe operaia è messa al servizio del bene supremo: la legalità parlamentare!

Se qualche operaio crede ancora che il P.C.I. voglia organizzare i proletari e le loro lotte in vista del rovesciamento e della distruzione dello Stato borghese si disillude. Il fine ultimo che il P.C.I. assegna agli scioperi e alle agitazioni proletarie è quello di stimolare la «battaglia parlamentare» cioè di permettere che alcune centinaia di perditempo discutano in una aula rancida la soluzione dei problemi operai. Le elezioni sono il mezzo e la maggioranza parlamentare il fine a cui tutto deve essere subordinato e se gli operai levano le loro potenti braccia non devono farlo per spezzare l’apparato capitalistico, ma per innalzare al seggio di deputati una massa sempre più grande di succhioni che del comunismo conservano solo il nome.

Questo il succo dell’editoriale dell’Unità del 28 luglio 1968 nel quale, dopo aver ricordato con tono epico le terribili battaglie a parole sostenute nel parlamento, che ora se ne va in vacanza, si afferma che le lotte operaie fanno parte del «lavoro preparatorio» di appoggio alla discussione in parlamento «dei problemi della fabbrica, della scuola, dell’agricoltura».

Molto tempo è passato da quando nel 1920 al II Congresso dell’Internazionale Comunista si discuteva se il parlamento doveva essere fatto saltare dall’interno o dall’esterno. Prevalse allora la tesi di Lenin che bisognava andare alle elezioni ed entrare nei parlamenti borghesi per dimostrare agli operai che questi erano solo «mulini di parole», organi creati dalla borghesia per opprimere ed ingannare la classe operaia e che la sola strada per l’emancipazione del proletariato passava attraverso la rivoluzione violenta, la distruzione dello Stato e del Parlamento e la instaurazione della dittatura proletaria. Oggi a cinquant’anni di distanza i cosiddetti comunisti italiani hanno completamente rovesciato la prospettiva di Lenin e giurano sull’eternità del parlamento e dello Stato borghese che hanno contribuito a ricostruire e che difendono con tutte le loro forze.

Tesi del 1920: il parlamento deve essere distrutto.

Tesi del 1968: il parlamento è il fine della lotta operaia. E poi hanno ancora il coraggio di chiamarsi comunisti e di citare Lenin.

Le tappe del tradimento

Il 1º Congresso Internazionale dei Sindacati Rossi a Mosca il 21 luglio 1921, ribadì questo principio fondamentale: « I sindacati rivoluzionari si assegnano il compito essenziale di unire, disciplinare e educare le masse per il rovesciamento violento del capitalismo ».

Lenin al 2º Congresso dei sindacati russi, Mosca 1919, dichiarava: « l’idea della “neutralità” dei sindacati professionali (leggi oggi “autonomia”) è sempre stata ed è ancora un’idea borghese. Non vi può essere questione di neutralità nel grande conflitto storico fra i socialisti rivoluzionari e i loro avversari. Coloro che a parole si pretendono neutrali in sostanza sostengono la borghesia e tradiscono la classe operaia; ogni socialista rivoluzionario deve romperla definitivamente con l’idea della neutralità sindacale ».

Ma partiti e sindacati opportunisti hanno abbracciato la causa borghese della « pace sociale » e della « collaborazione di classe », rompendo definitivamente con il principio della difesa irriducibile degli interessi contingenti e della finalità storica del proletariato, sostituendolo con quello infame e corporativo della convivenza tra padroni e schiavi moderni, tra classe operaia e nazione, tra socialismo e Stato, ponendosi come un paravento di fronte all’abisso incolmabile fra gli interessi della classe dominatrice e la classe degli sfruttati.

Il tradimento non è di oggi ed ha radici lontane:

Discorso di Togliatti alla riunione del C.C. del P.C.I. a Padova (l’Unità del 17 luglio 1947): « … Siamo diventati un movimento nazionale, un movimento di carattere costruttivo, non siamo più quel movimento socialista che esisteva in Italia prima del fascismo e dell’altra guerra mondiale … abbiamo acquistata una profonda e viva coscienza nazionale ed abbiamo manifestato di averla più di altre correnti politiche del nostro paese ».

Dall’articolo di fondo di Togliatti sull’Unità del 3 settembre 1947:

« Il Cantalupo dice che noi abbiamo proposto una politica interna di estrema sinistra, la realtà è ben diversa: è che noi, partito della classe operaia e dei lavoratori, siamo stati dominati e guidati nel corso della guerra e dopo, da preoccupazioni essenzialmente nazionali. Volevamo prima di tutto salvare l’integrità, la libertà, l’indipendenza, la dignità della nostra patria; questi erano gli obiettivi della politica che noi proponevamo, e non scopi ristretti di classe ».

Togliatti a Modena (l’Unità dell’8 settembre 1947):

« Noi speriamo ancora che con questo partito, la D.C., sia possibile arrivare ad una permanente collaborazione su un terreno democratico per la realizzazione di profonde riforme, nell’interesse delle grandi masse lavoratrici. Cosa farebbe domani De Gasperi se gli operai dicessero: noi vogliamo i nostri rappresentanti al governo altrimenti abbiamo il diritto di dire no ai sacrifici che dobbiamo sopportare! Non esistono abissi di programma: possiamo andare permanentemente d’accordo. L’abbiamo detto ai rappresentanti di tutti i partiti e di tutti i gruppi sociali. Noi abbiamo proposto qualcosa di profondamente nuovo che nessuno forse si aspettava, proponendo la nostra collaborazione sul terreno democratico-parlamentare alla ricostruzione politica, economica e sociale del nostro paese ».

Sull’Unità del 21 giugno 1947, Togliatti, dopo avere ricordato che i comunisti « hanno teso una mano fraterna ai capitalisti onesti ed elaborato piani di ricostruzione industriale » (fra cui lo sblocco dei licenziamenti ed il blocco salariale varato durante il governo provvisorio di cui facevano parte), aggiunge: « … ma gli operai hanno fatto di più: hanno moderato il loro movimento, l’hanno contenuto nei limiti in cui era necessario contenerlo per non turbare l’opera della ricostruzione, hanno accettato la tregua salariale ed hanno compreso che l’aver salvato le fabbriche non li autorizzava a porre il problema di una trasformazione socialista della società ».

La verità è un’altra, non gli operai, ma i loro rappresentanti politici e sindacali avevano accettato tutto questo: sull’Unità del 19 gennaio 1947 si legge che i disoccupati « sobillati da elementi provocatori » hanno assaltato la prefettura « provvidenzialmente contenuti da carabinieri e celere ».

Il 7 maggio 1947 il comunicato della direzione del P.C.I. (ancora al governo dal quale sarà cacciato solo nel giugno successivo), dice tra l’altro: « … la direzione del P.C.I. chiede i più energici interventi del governo affinché sia efficacemente tutelato l’ordine democratico … difesa della lira e dell’ordine, ecco il programma minimo comunista ».

L’appello del P.C.I. non stenta certo ad essere accolto, tanto più dopo la dichiarazione di Di Vittorio al Congresso Confederale di Firenze:

« Grandi passi sono stati fatti sulla via dell’unità del popolo italiano. Non esiste più oggi la differenza fino ad alcuni anni fa tradizionale, fra lavoratori e forze di polizia, perché entrambi sentono di essere forze vitali del nuovo regime democratico, parlamentare, repubblicano ».

Ed è così che queste « forze vitali del nuovo regime democratico » passano a tutelare l’ordine:

l’Unità 24-6-47: « due compagni uccisi in Sicilia – due sezioni del P.C.I. e del P.S.I. e Camere del Lavoro devastate – Cinque condanne nel Bergamasco per attività sindacale – Cinque operai uccisi a Modena dalle forze di polizia ».

Nell’ottobre del ’47 operai e contadini si scontrano ovunque violentemente con le « forze dell’ordine », essi si battono contro il blocco salariale. La risposta dei nazional-comunisti è di dare alle agitazioni la bandiera della difesa della produzione. l’Unità del 10 ottobre ’47: « Gli operai si battono perché gli industriali ottengano crediti dallo Stato – si battono contro una politica che porta alla contrazione della produzione. La lotta è contro il governo a favore degli industriali più intelligenti che non puntano sulla speculazione (!) ».

Ed ancora dal discorso di Scoccimarro (l’Unità 3-10-47):

« La sorte degli operai è legata a filo doppio alla sorte degli industriali onesti (!) – Noi vogliamo evitare finché è possibile i contrasti sindacali, ma vi sono situazioni in cui non c’è autorità di partito né organizzazioni sindacali che si possano “opporre” a certe esigenze imperiose ed urgenti delle masse ».

Queste citazioni ed altre che pubblicheremo non vogliono certo essere le pezze d’appoggio del tradimento che tutto il proletariato ha subito dai suoi capi, possono servire semmai, in questa situazione il cui controllo finalmente comincia a sfuggire dalle mani di questi gendarmi in camicia rossa, come appunto la super carogna Scoccimarro temeva, a riportare alla memoria dei proletari fatti ed episodi che hanno servito a prolungare di cinquant’anni il loro schiacciamento, e che le carogne vogliono far dimenticare.

Dalla Francia

Ecco il testo di uno dei manifesti affissi dai nostri compagni di lingua francese, durante gli avvenimenti di maggio-giugno.

A tradimento ormai consumato da parte degli stessi protagonisti chiamati in causa da questo testo, esso risulta, oggi, di particolare interesse perché conferma che solo il nostro piccolo partito ha saputo denunciare alla classe i suoi veri nemici, indicandole nello stesso tempo la giusta via da seguire per la sua completa emancipazione e per l’instaurazione della sua dittatura:

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE, DENUNCIA

  • IL GOVERNO come organo di difesa del grande Capitale;
  • LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA che vuol sfruttare a fini elettorali il movimento degli operai, ma che, al potere, non soddisferebbe le loro rivendicazioni poiché essa difende l’espansione capitalista e la grandezza nazionale;
  • IL PARTITO COMUNISTA FRANCESE che confonde le nazionalizzazioni in regime borghese con il socialismo; che rinnega la Dittatura del Proletariato e magnifica la democrazia parlamentare; che rifiuta ogni violenza di classe e qualifica come « provocazione » ogni minaccia all’ordine costituito;
  • I SINDACATI che rinchiudono gli scioperanti nelle fabbriche per isolarli e per meglio soffocare ogni voce rivoluzionaria.

IL PARTITO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO, PROCLAMA

La classe operaia deve condurre la sua azione presente di resistenza al Capitale senza mai dimenticare che la borghesia non cede che alla FORZA e che essa tenta sempre di riprendersi le sue concessioni.

È per questo che la lotta di classe è una lotta POLITICA che mira a sottrarre alla borghesia tutto il potere esercitando su di essa la DITTATURA DEL PROLETARIATO, solo modo per finirla con lo sfruttamento, la disoccupazione e le guerre e per marciare verso il socialismo.

La situazione dell’industria tessile e lotte operaie

L’industria tessile italiana è una delle branche industriali più colpite dalla cosiddetta «riorganizzazione». In che cosa questa consista tutti gli operai lo sanno bene: licenziamenti massicci, intensificazione dei ritmi di lavoro, taglio dei tempi di cottimo, ecc. ecc., cioè peggioramento netto delle condizioni degli operai non solo dal punto di vista dei salari ma anche soprattutto dal punto di vista del logorio fisico e nervoso a cui essi sono sottoposti.

È una situazione non particolare del settore tessile, ma comune a tutta l’industria italiana dove il «Capitale» cerca di ridurre i costi di produzione per renderli concorrenziali sul mercato mondiale attraverso il metodo classico dell’aumento della produttività del lavoro cioè spremendo all’operaio fino all’ultima goccia della sua energia vitale.

Se dunque ci troviamo di nuovo a parlare dei lavoratori tessili e della terribile situazione in cui sono costretti a lavorare, non è tanto per descrivere un processo che tutti gli operai conoscono per propria esperienza, ma per lanciare ancora una volta ai proletari la nostra parola d’ordine di lotta generale e per dimostrare sulla base dei fatti e delle battaglie condotte in questi ultimi anni, l’inconsistenza delle rivendicazioni per le quali i bonzi della sempre più unita trinità sindacale hanno chiamato e chiamano tuttora i lavoratori alla lotta.

GLI OBBIETTIVI POSTI DAI SINDACATI

Fin dalla firma del contratto nazionale di categoria nel giugno dell’anno scorso si nota l’inconcludenza delle rivendicazioni poste dai tre sindacati le quali non sfiorano neppure il problema cruciale della riduzione dell’orario di lavoro e del carico di lavoro, ma tendono solo a coprire con aumenti salariali irrisori la vera situazione della categoria. Si nota in realtà la spiccata tendenza dei bonzi a cedere sulle questioni più importanti e a mascherare questo cedimento con l’elargizione di pochi spiccioli che sfuggono subito dalle mani degli operai in seguito all’intensificazione dei ritmi di lavoro ed ai licenziamenti o alla declassificazione. Per quanto riguarda l’orario di lavoro i bonzi calarono subito le brache promettendo agli operai imbestialiti di riparlarne in sede di lotta articolata aziendale (invece delle 40 ore inizialmente rivendicate si accettò la riduzione da 45 a 44 ore con decorrenza dal primo giugno 1968). Sui cottimi nessuno ha mai parlato di lottare contro questo metodo bestiale di supersfruttamento, ma anzi i sindacati ne rivendicano la contrattazione, cioè se la cavano con aumenti in generale, anche miseri, delle percentuali di cottimo, in realtà poche migliaia di lire di aumento pagate a caro prezzo dagli operai. Per quanto riguarda il carico di lavoro, cioè l’attribuzione del macchinario ad ogni singolo operaio, anche qui nulla di preciso viene detto ma viene posta la generica rivendicazione di «contrattare» il macchinario azienda per azienda e dell’istituzione a questo scopo di appositi comitati paritetici i quali, dove sono stati installati e funzionano, dimostrano abbondantemente di non riuscire a «contrattare» nulla di serio che possa migliorare la situazione degli operai, ma servono semmai ad impedire che operai e padronato si affrontino sul piano della lotta aperta, ed a smorzare le spinte della base attraverso pacifiche trattative. Tutto questo, unito all’accettazione aperta del lavoro straordinario e dei premi di produzione ha fatto sì che la ristrutturazione, cioè l’offensiva del padronato contro i lavoratori, proseguisse senza intoppi nonostante la combattività estrema dimostrata dai lavoratori in ogni occasione, il cui ultimo esempio è la violentissima lotta degli operai della Marzotto a Valdagno.

INGANNO DELL’ARTICOLAZIONE E DELLA «CONTRATTAZIONE AZIENDALE»

Quando gli operai nel giugno scorso si pronunciarono con durezza contro il contratto nazionale firmato, i bonzi si difesero dicendo che la lotta sarebbe proseguita in maniera articolata azienda per azienda e che quello che non si era strappato ai padroni con il contratto nazionale sarebbe stato strappato con la contrattazione aziendale.

In realtà è successo che le lotte aziendali e relativi accordi firmati non hanno fatto altro che confermare i risultati già acquisiti sulla carta con il contratto, ma che il padronato, forte della divisione degli operai, rifiutava di applicare nella realtà ed eludeva in mille maniere. In ogni modo in nessuno degli accordi aziendali firmati in quest’ultimo anno è stata affrontata la questione della riduzione dell’orario di lavoro e ci si è invece soffermati soprattutto sulla «contrattazione» dei cottimi realizzando così, in pieno accordo col padronato, il disegno bestiale che rende possibile al padrone di licenziare una parte degli operai sicuro che coloro che rimangono al lavoro in cambio di poche lire di aumento sul cottimo o sullo straordinario o sul premio di produzione, svolgeranno anche il lavoro dei licenziati; in questo modo, mentre gli operai diminuiscono, la produzione aumenta ed aumenta pure l’inferno dei ritmi insostenibili per gli operai rimasti alla produzione.

In realtà l’articolazione delle lotte è stato un bellissimo regalo fatto dai bonzi sindacali al padronato tessile il quale si trova a trattare con gli operai da una posizione di forza. Quando gli operai si trovano a combattere fabbrica per fabbrica basta il più piccolo elemento di perturbazione a rendere insostenibile la loro lotta, e basta, ad esempio, la minaccia di smantellare lo stabilimento per mettere subito gli operai in condizioni di inferiorità. Inoltre si permette a padroni come Marzotto di rendere nulla la pressione operaia semplicemente spostando la produzione da uno stabilimento in sciopero ad un altro in cui invece gli operai, «conquistato» il loro accordo aziendale, fanno i cottimi e gli straordinari. Non è vero signori bonzi? L’offensiva padronale è dunque passata e continua a passare (migliaia di licenziamenti sono ancora previsti nel settore tessile per il prossimo futuro) proprio perché la volontà di lotta degli operai è stata spezzata dai bonzi sindacali e dai partiti cosiddetti operai i quali ormai incamminati sul terreno della democrazia parlamentare e della difesa dell’industria nazionale non hanno saputo far altro che proporre al Parlamento la legge di cui abbiamo già parlato su Spartaco e che in realtà sancisce la riorganizzazione indorando solo la pillola per farla digerire agli operai. Presi ormai nel vortice del cretinismo parlamentare essi non hanno altra pretesa che di presentare e far votare una legge dimenticando che gli operai hanno dei diritti solo in quanto possiedono la forza organizzata e la fanno valere in faccia ai padroni. Ma se questa forza viene spezzata non saranno certo i tribunali borghesi che salveranno i lavoratori tessili dal licenziamento, dalla fame.

Il padronato, dicevamo, può proseguire impunemente per la sua strada solo perché proprio coloro che dovrebbero guidare la lotta operaia affiancano il padronato nei suoi disegni frammentando le lotte azienda per azienda, mantenendo le rivendicazioni entro limiti sopportabili dai padroni e anzi rendendole tali che esse (come è per il cottimo e per lo straordinario) favoriscono i padroni stessi nel loro tentativo di cacciare il maggior numero possibile di operai dalla produzione.

LE LOTTE OPERAIE

È in questo quadro generale, che vede da una parte l’estrema divisione delle lotte operaie e dall’altra il perfetto accordo delle tre centrali sindacali, che ogni giorno levano inni alla loro unità di vedute, che, nonostante tutto, gli operai hanno ingaggiato magnifiche e violente battaglie culminate con la lotta della Marzotto di Valdagno, terribile impennata proletaria di cui bisogna parlare. Dopo mesi di lotte articolate e di scioperi al contagocce che non riuscivano certo a bloccare lo stillicidio continuo dei licenziamenti e l’aumento insopportabile dei tempi di cottimo la collera degli operai è esplosa il 19 aprile in maniera irrefrenabile abbattendo il clima di lattemiele in cui continuavano a barcamenarsi sindacati e padroni. Gli operai si sono battuti con eroismo contro la polizia, sempre e dovunque al servizio del padronato, ma sono stati lasciati nel pieno isolamento. Né le altre aziende del gruppo, né tantomeno il resto della categoria è stato chiamato ad un atto di reale solidarietà in omaggio alla tattica dell’articolazione che vuole che gli operai in ogni fabbrica pensino per sé. Nello stabilimento di Pisa di fronte alla collera degli operai i tre sindacati proclamano uno sciopero di… un’ora per turno! E questo è tutto. I sindacati continuano con la tattica dell’articolazione, mentre 47 operai si trovano in galera e finalmente gli operai… vincono. Ma che cosa ottengono? Un nuovo sistema di cottimo che consentirà ad un operaio di «normale operosità» di guadagnare fino al 33 per cento della paga base (tutti sanno bene che cosa significhi la «normale operosità» per il padronato) – aumento del punto di cottimo del 15 per cento – premio una tantum di 31.000 lire. Marzotto «si impegna» a non procedere ad altre sospensioni ed esprime «massima comprensione» alla richiesta di riammettere al lavoro gli operai arrestati che erano stati sospesi. Inoltre, per finire in bellezza, una promessa politica che giustifica la repressione poliziesca contro gli operai, subito accettata da C.I.S.L. ed U.I.L., mentre la C.G.I.L. ha espresso «la sua indignazione» confermando però di accettare in blocco l’accordo.

E questa i bonzi la chiamano una vittoria degli operai di Valdagno, ma è invece la più pesante delle sconfitte in tutti i sensi. Dal punto di vista economico perché a parte le profferte di buona volontà non restano nelle mani degli operai che un pugno di miseri soldi che non risolvono certo la loro situazione. Marzotto «si è impegnato» a non attuare nuove sospensioni ma tutti sanno che cosa significhi in realtà questo impegno. Istruito dalle reazioni degli operai, invece di sospenderli in massa ricorrerà alla tattica dei cosiddetti «licenziamenti silenziosi» che vengono attuati senza nessuna reazione da parte sindacale in migliaia di aziende e il risultato alla fine sarà lo stesso di un licenziamento in massa per gli operai. Il carico di lavoro sarà controllato dai sindacati, così come i tempi di cottimo, ma anche nella ipotesi che il controllo sia effettivo (e noi non ci crediamo) si parte dalla premessa che essi restino come prima, mentre gli operai erano scesi in lotta proprio per ridurli, poiché erano già insopportabili.

Ma la bestialità dell’articolazione risalta da un altro fatto: la lotta finisce a Valdagno e comincia nello stabilimento Marzotto di Pisa dove gli operai sono ridotti a 24 ore di lavoro settimanali e un intero reparto è minacciato di smobilitazione. Nessun tentativo da parte sindacale è stato fatto per unificare la lotta almeno in questi due stabilimenti, anzi si è dirottata la giusta collera degli operai per i fatti accaduti a Valdagno in uno sciopero di un’ora per reparto come abbiamo ricordato sopra. La lotta a Pisa viene condotta dai bonzi con lo stesso metodo che a Valdagno. Scioperi a singhiozzo seguiti da lunghe e inconcludenti trattative, nessuna seria rivendicazione (gli operai rivendicano la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore, ma la C.I. si barcamena tra un incontro e l’altro). Intanto la direzione annuncia la sua intenzione di chiudere la fabbrica per un mese.

Nessuna visione generale e di prospettiva viene da questi «dirigenti» i quali si limitano a subire la spinta degli operai e sugli operai cadono i colpi dell’offensiva padronale senza che essi se li aspettino. Esempio: era chiaro fin dall’inizio per chiunque avesse una visione generale della situazione dell’industria tessile, che Marzotto avrebbe chiuso lo stabilimento di Pisa, ma i bonzi non hanno mai, fino all’ultimo, indirizzato gli operai in questa prospettiva ed anzi si sono vantati di avere ottenuto una chiusura fino al 22 giugno, invece di quella preannunciata per un mese.

Si tratta di un gioco di bussolotti per confondere gli operai, i quali, messi di fronte ad una prospettiva di chiusura definitiva dello stabilimento, avrebbero certo deciso la lotta a oltranza.

L’unica forma di solidarietà offerta agli operai della Marzotto, sono stati due scioperi «cittadini» che hanno mosso gli operai delle industrie pisane per 24 ore; dunque inconsistenti dal punto di vista pratico, anche se importanti perché hanno dimostrato che gli operai erano decisi a muoversi in difesa dei loro compagni e che perciò sarebbe stato possibile unificare le varie lotte aziendali in una lotta unica senza limiti di tempo. Invece i bonzi hanno legato la lotta alla difesa della «economia cittadina» formula bastarda che significa l’unione degli operai con i bottegai, le «autorità», i «preti», ecc. Chiusa nel cerchio di ferro dell’azienda la lotta doveva necessariamente fallire, ed è infatti fallita.

Marzotto ha chiuso la fabbrica di Pisa ed attualmente i bonzi non fanno che recitare gli ultimi atti di una schifosa commedia che dovrebbe servire a far rassegnare gli operai: requisizione (ma naturalmente non riapertura!) della fabbrica da parte del consiglio comunale di Pisa, incontri col Governo, mozioni, dichiarazioni, striscioni più o meno caratteristici, ecc., ed infine la «marcia del lavoro» che dovrebbe portare gli operai a Roma per influire direttamente sul governo. E mentre a Pisa la battaglia viene in questo modo insabbiata, a Valdagno la vantata «vittoria» viene cancellata con un colpo di spugna dal padrone il quale non rispetta l’accordo firmato a suo tempo. Gli operai sono costretti a riprendere la lotta dal punto di partenza. La vittoria era stata dunque, come dicevamo sopra, di Marzotto, non degli operai.

CONCLUSIONI

Perché la classe operaia italiana, la quale dimostra una grande combattività ed unità non riesce a battere il padronato? Perché essa è diretta da partiti ed organizzazioni sindacali che seguono una politica di divisione delle forze operaie. Questi partiti cosiddetti di sinistra ed operai non vogliono unificare e generalizzare le lotte operaie, perché il loro unico scopo è quello di difendere l’economia nazionale, cioè l’economia capitalistica: ed essi impongono la politica delle lotte articolate, degli scioperi a singhiozzo, della contrattazione aziendale, ecc., che è contraria agli interessi anche immediati della classe operaia. Gli operai devono rendersi conto di questo; devono abbandonare i partiti traditori e stringersi intorno al Partito rivoluzionario e devono cacciare dalla direzione delle loro organizzazioni di classe coloro che con la loro politica rendono possibile la sconfitta operaia ed aprono la strada all’offensiva padronale. Mentre la lotta divampa in tutte le fabbriche di tutte le categorie, non si può dire che manchino le condizioni oggettive per vincere. Ma la classe operaia vincerà ad un solo patto: se riuscirà, eliminando le direzioni sindacali riformiste e ridando al sindacato il suo carattere di organizzazione di battaglia, ad unificare tutte le sparse lotte in un unico e possente movimento per un decisivo aumento di salari e per la riduzione massiccia dell’orario di lavoro.

Splende viva la teoria marxista

«Eppure tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengon posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione»: è con questa tragica constatazione che Marx (Salario, prezzo e profitto) esalta le lotte operaie e le organizzazioni di resistenza proletarie, e incita la classe ad unirsi sul terreno della difesa del salario e delle condizioni di vita. E continua: «Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per degli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza… Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salari, non fosse altro, almeno, che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo».

Ma questo non basta, perché in tal modo si conserva la «razza» dei proletari, cioè si conservano le condizioni della sua esistenza di classe sfruttata e della esistenza del capitale. Occorre andare oltre, occorre «controllare» queste condizioni, si deve, quindi, conquistare il potere politico col quale prendere nelle proprie mani il destino storico della classe. Infatti, conclude Marx: «Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dal mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: SOPPRESSIONE DEL SISTEMA DEL SALARIO».

La lotta operaia nella singola azienda per strappare a quel dato padrone o a quella data direzione un aumento di salario ha bisogno, per legarsi alla lotta di classe del proletariato, di essere condotta secondo un piano sistematico che abbia per obiettivo la «soppressione del sistema del salario», cioè la distruzione del potere politico del capitalismo: di qui la necessità del partito politico alla testa delle lotte quotidiane degli operai.

L’Indirizzo inaugurale e gli Statuti provvisori della Associazione Internazionale degli operai, redatti da Marx nell’ottobre del 1864, in contrapposizione ad un testo di ispirazione mazziniana, pongono con chiarezza e forza la imprescindibile questione del necessario raccordamento tra partito politico e movimento operaio, tra indirizzo politico e lotte economiche.

Marx, dopo aver tracciato la storia delle lotte operaie dal 1848 e le condizioni miserevoli di esistenza dei proletari sia delle nazioni industrialmente più progredite che di quelle meno sviluppate, e dopo aver sottolineato il progresso industriale e produttivo a spese dell’immiserimento crescente e della proletarizzazione continua della popolazione lavoratrice, esalta le lotte della classe operaia inglese per imporre alle classi privilegiate la legge delle dieci ore.

Marx così commenta: «Questa lotta contro la limitazione legale della giornata di lavoro infuriò tanto più rabbiosamente perché, a prescindere dall’avarizia, essa toccava invero la grande controversia tra il cieco dominio delle leggi dell’offerta e della domanda, che costituiscono l’economia politica della borghesia, e la produzione sociale regolata dalla previsione sociale, che è l’economia politica della classe operaia. Perciò la legge delle dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico, fu la vittoria di un principio. Per la prima volta, alla chiara luce del giorno, l’economia politica della borghesia soggiaceva all’economia politica della classe operaia». Il principio dell’economia politica della classe operaia è scientificamente espresso ne Il Capitale (vol. I, sez. V, cap. 15) e pone uno dei tanti principi su cui si fonderà la futura società comunista, quello cioè che «la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato».

Inoltre, Marx mette in rilievo il movimento cooperativo degli operai «non aiutati da nessuno» perché «queste cooperative hanno dimostrato che la produzione su grande scala e in accordo con le esigenze della scienza moderna è possibile senza l’esistenza di una classe padronale che impieghi una classe di lavoratori; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno, per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno strumento di asservimento e di sfruttamento del lavoratore; e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il lavoro del servo della gleba, è solo una forma transitoria e inferiore, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato che impegna i suoi strumenti con mano volenterosa, mente alacre e cuore lieto». «Ma invece, – continua Marx – i signori della terra e del capitale utilizzeranno sempre i loro privilegi per difendere e perpetuare i loro monopoli economici… Perciò il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico». Il concetto centrale del Manifesto dei comunisti del 1848 ritorna nel programma della Prima Internazionale, in cui Marx traccia i compiti fondamentali della classe operaia: «La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza. L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l’emancipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti». In queste brevi righe è racchiusa la relazione tra partito e classe, che i marxisti rivoluzionari hanno costantemente difeso in ogni condizione storica ed in qualsiasi paese: il «numero», cioè la classe proletaria, l’«organizzazione», cioè il movimento operaio organizzato, e la «conoscenza» cioè il partito, insieme programma storico e unità di combattimento.

I pastori salariati vera classe sfruttata

SARDEGNA, agosto. Da anni i partiti cosiddetti operai versano fiumi di lacrime e innumerevoli mozioni di sdegno contro la politica del monopolio privato che nelle zone altamente industrializzate continua ad investire i capitali, a danno delle zone depresse; questa cattiva volontà della borghesia, peraltro coadiuvata da cattivi governanti, sarebbe, a detta di questi agglomerati (PCI-PSIUP), modificabile.

Non è mai mancato l’appello alle masse in appoggio alle proposte di legge che i «compagni» deputati han presentato. Con l’unione di tutti i partiti democratici qualche anno fa veniva costituito il sindacato dei pastori, ARPAS, e da allora le uniche proteste «sarde» sono venute appunto da questa categoria che rappresenta circa 40 mila produttori.

Assemblee, convegni, studi di ogni sorta si sono svolti per salvare il patrimonio caseario, «il glorioso pecorino».

L’ultima di queste congreghe s’è svolta a Cagliari il 17 luglio. Erano rappresentati con diritto di parola i bonzi dell’Alleanza contadini e pastori nonché il presidente della regione sarda. I governanti e l’opposizione si sono trovati d’accordo su molti punti, ma la rottura è venuta quando l’ala più avanzata del movimento pastorizio ha messo a nudo i più «rivoluzionari» propositi chiedendo la sospensione del MEC.

Questi traditori della classe proletaria, che al nord sudano sette camicie al giorno per spegnere ogni anelito di rivolta al capitale, nel meridione cercano (per dirla con Marx) di far girare all’indietro la ruota della storia.

Vediamo un po’ fino a che punto il bonzume e l’opportunismo sono anticomunisti.

Esiste nelle campagne sarde una lurida situazione che è dovuta alla presenza di tre categorie: il proprietario fondiario, il padrone delle pecore ed il servo pastore, più «civilmente» detto salariato fisso. Ebbene, nei loro stancanti discorsi i sinistri isolani non hanno mai parlato dello schiavo annuale ma lo hanno identificato col proprio padrone cercando di unirli contro il nemico comune: il proprietario fondiario.

Col MEC in funzione i nemici sono aumentati, «il povero padrone di pecore non resiste alla concorrenza, salviamolo e chiediamo anche ai loro servi di aiutare i loro sfruttatori per la causa dell’autonomia regionale»; da qui la lotta per la sospensione del MEC con il solito nauseabondo ritornello: la terra a chi la lavora. Inutile ogni commento.

Una nostra conclusione: venga pure il MEC con tutti i suoi prodotti, faccia pure strage dei ceti medi, empia di proletari la campagna; essi saranno i migliori becchini del MEC, dei padroni, delle autonomie e dei socialcomuntraditori.