Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Comunismo 98

CAPITALISMO E PACE FRA GLI STATI

Ci sono due processi che sostenuti da chiari dati numerici, si possono utilmente leggere in questi tempi di crisi e di guerre; le due serie possono essere messe in correlazione per evidenziare le condizioni del disordine mondiale, politico, militare ed economico. Condizioni che si stanno determinando alla fine di un ciclo lungo quasi ottanta anni di accumulazione capitalistica e di relativa pax imperiale, nel quale le tante guerre, anche sanguinosissime, che pure hanno avuto luogo, non hanno tuttavia minacciato in alcun modo l’ordine mondiale, né hanno dato esca all’allargarsi dei conflitti oltre la loro area.
Tutti i sistemi di informazione del mondo borghese sono prodighi nel presentare questi dati, nel trarre le conclusioni più critiche e nel fornire ricette per arrestare o almeno gestire il trapasso dalla globalizzazione sotto l’egida americana alla nuova realtà del mondo “multipolare”, qualunque cosa questa goffa espressione voglia significare. Per contro noi abbiamo sempre espresso con forza e chiarezza la nostra convinzione che il mondo capitalistico non può conoscere la pace eterna e la coesistenza, più o meno pacifica, degli Stati imperialistici. Il processo dell’accumulazione capitalistica e quindi dell’equilibrio dinamico degli Stati segue, come afferma la nostra dottrina, fasi che si concludono con la crisi generale e con la guerra, a meno che la Rivoluzione sociale non la fermi nel suo scatto mortale.
Però questi dati sono utili per capire non solamente il senso storico, ma anche il grado a cui è giunto lo sviluppo della lunghissima fase attuale. Tra i tanti, i “numeri” relativi ad armamenti e debito pubblico degli Stati.
Esiste un istituto svedese, il SIPRI che analizza le spese per armamenti di tutti gli Stati.
Il rapporto di questo anno, relativamente alle spese per il 2024, dimostra in modo inequivocabile la tendenza del mondo borghese a correre verso la soluzione definitiva per la sua crisi.
Da dieci anni consecutivi i bilanci relativi alle spese militari sono in crescita, fino all’attuale 9,4 % , in termini “reali”, cioè depurati dall’effetto dell’inflazione, rispetto al 2023; la crescita più alta dalla fine della Guerra Fredda. In valore assoluto, la cifra ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari. Naturalmente le spese più alte si verificano dove già si sviluppano conflitti, o dove le dinamiche politiche spingono per lo scoppio di nuovi conflitti. SIPRI (si tratta di spese per l’anno trascorso, sicuramente in difetto rispetto all’anno corrente), stila una eloquente classifica di questi Stati, classifica che vede naturalmente in prima posizione gli Stati Uniti d’America con 997 miliardi di dollari che è pari al 37% della spesa globale e superiore alla metà di quella di tutti i paesi NATO calcolata assieme.
L’impero, che si è assunto il compito di architrave dell’ordine mondiale capitalistico, ha un livello di spesa che è giustificato non solo dalla produzione di armamenti, dallo studio e finanziamento di nuove armi, ma anche dal mantenimento di un elefantiaco apparato di basi militari sparse per tutto il mondo, di imponenti flotte a guardia dei mari; una struttura i cui costi di mantenimento sono sempre crescenti, anche per un naturale processo di inflazione che da anni interessa il mondo. È il costo del predominio mondiale, e degli sforzi per mantenerlo operativo. Questo predominio militare è d’altro canto essenziale per garantire il predominio finanziario della moneta statunitense, che è stata la moneta universale del capitalismo, ed ha consentito agli Stati Uniti di scaricare il proprio debito statale su tutto il resto del mondo.
Debito inesigibile e potenza terrestre, aerea e marittima che lo garantisce e lo difende, sono i due pilastri su cui si fonda il più potente imperialismo del mondo. Al quale, per ottanta e più anni, nessun’altro Stato ha avuto la forza di opporsi. Con questi due formidabili strumenti gli USA hanno trionfato per tutto il secondo dopoguerra, imponendo al mondo la loro disciplina e liquidando l’altro imperialismo europeo-asiatico che è imploso all’inizio degli anni ’90 con il collasso della URSS.
Questa graduatoria di morte vede in modo perfettamente sequenziale la Cina, che comunque è ben lungi, con 314 miliardi di dollari, dal livello di spesa americano. La Cina è l’imperialismo avanzante, il vero nemico del predominio USA; ma in questa sorta di gara demente a chi è più armato, i dati della spesa militare la danno ancora il ritardo. Ovviamente la “classifica” SIPRI non fornisce alcuna indicazione su come evolverà il futuro degli armamenti, se non per il fatto che per gli USA l’incremento nel 2024 rispetto ai volumi del 2023 è del 5,7 %, mentre per la Cina è del 7%. Questo fa pensare ad una accelerazione delle spese, per raggiungere una sorta di “volume critico” che la metta in diretta concorrenza con gli USA in un ragionevole equilibrio di forza militare. Raggiunto il quale lo scontro sarebbe davvero molto vicino. Da mettere in conto però per quanto ancora gli Stati Uniti riusciranno a mantenere questo immane livello di spesa che consente loro la primazia sul campo militare. Ma questa è altra storia.
Buona terza la Russia, con 149 miliardi, sempre nello stesso anno: da notare però che questa cifra segna un incremento notevole nel 2024 rispetto al 2023, del 38%. Il frutto avvelenato della guerra in Ucraina. Se poi questo andamento di crescita sia possibile da mantenere, e per quanto, ovviamente il rapporto non può dirlo; anche in questo caso è necessario far ricorso ad altri dati economici.
SIPRI indica che la spesa nel 2024 è stata del 38% superiore a quella dell’anno precedente e pari al 7,1 del PIL. Su questo super indice dell’economia, che il mondo borghese spaccia come una certezza, una sorta di “verbum caro”, una verità assoluta, nutriamo più di un dubbio. I criteri di calcolo, anche se nessuno lo dice, variano da Stato a Stato, ed oscillano sensibilmente a seconda di quali parametri economici siano presi in considerazione nei calcoli. Su questi punti gli istituti nazionali di statistica calano un velo pudibondo e giocano con sapienza per “aggiustarlo” secondo le necessità. Peggio ancora per depurarlo dalle variazioni indotte nei prezzi dall’inflazione. Come sono stati calcolati i dati della Russia però non lo sappiamo.
Comunque, tra Cina e Russia la somma bruta (ammesso che questa sia una operazione ragionevole) dei due livelli di spesa è inferiore alla metà di quanto hanno speso gli Stati Uniti. E questo dà, per ora, un indice ragionevole delle condizioni militari, almeno relativamente all’anno appena trascorso.
Seguono Germania, che ha avuto un incremento notevole, del 28%, segno evidentissimo di un riarmo molto sostenuto, di 88,5 miliardi di dollari, poi India, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Francia, Ucraina, Giappone, Italia, Polonia.
Il dato che emerge con forza irresistibile è che tutto il mondo percorre una strada di forsennato riarmo. Su come sostenerlo, ogni espediente va bene. Riduzione altrettanto feroce delle spese sociali: istruzione, sanità, solidarietà per gli strati più deboli; aumento feroce del carico fiscale e infine “debito”, emissione di titoli di Stato per rastrellare quanto più possibile dal settore privato e dal risparmio.
Questo riarmo mondiale è la cifra significativa della fase terminale del ciclo iniziato con la ripresa capitalistica dopo la seconda guerra mondiale, e se si prendono alla lettera i dati evidenziati dai rapporti SIPRI, e si traccia una improbabile curva di convergenza delle spese militari verso un livello di parità, all’evento finale potrebbero mancare ancora anni. Dieci? Quindici? Sarebbero valori ragionevoli, se non intervenissero altre considerazioni, non militari, ma economiche e finanziarie a rendere probabilmente più breve questo intervallo.
Se abbiamo fatto una panoramica abbastanza generale sulle spese belliche, grazie alla relazione del SIPRI, il paradigma di riferimento della crescita abnorme ed incontrollata del debito è costituito da quello degli Stati Uniti, anche se si tratta comunque di un processo tipico del capitalismo ultra sviluppato, fradicio, che aspetta solo il bagno rigeneratore della guerra per intraprendere un nuovo ciclo sulle rovine del precedente.
Più o meno tutti gli Stati, anche i “più virtuosi”, come amano definirsi quelli col debito più basso in relazione al loro PIL, sono coinvolti nel girone infernale del debito, ma gli USA sono al vertice della potenza militare e finanziaria, le spese per mantenerla sono enormi, e la necessità di attrarre capitali per finanziarsi produce necessariamente una crescita inarrestabile; gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior beneficiario netto di capitali dall’estero. Sono passati, in dieci anni, da un deficit verso il resto del mondo di 7 trilioni (mille miliardi), a poco più di 20 trilioni. Ovviamente non esiste modo alcuno non solo di saldare, ma neppure di ridurre in modo significativo queste cifre stratosferiche; che, come abbiamo già detto, non potranno mai essere rimborsate.
D’altro canto la base industriale dell’America si sta erodendo progressivamente; i dati ufficiali mostrano che la componente del manifatturiero del PIL è passata, in questo anno, dal 15% a meno del 10%. E questo spiega tutte le iniziative da parte dell’attuale Amministrazione di “riportare” in terra d’America tutte le attività produttive delocalizzate, e l’attività industriale manifatturiera di aziende che con incentivi di tassazione delocalizzino negli States. E per continuare, tutti gli aiuti allo Stato ucraino dovranno essere saldati in materie prime; che secondo un accordo “segreto”, che poi tanto segreto non è stato, dovranno anche essere esentasse per il colonialismo americano. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario legato alla produzione ed all’import, la prima iniziativa strombazzata al mondo è stata quella dei dazi forsennati. Probabilmente un “ballon d’essai” per mettere alla prova alleati e concorrenti, ma visto che i “numeri” si sono ora fortemente ridimensionati, forse una presa di coscienza della estrema pericolosità della manovra.
Non paga, l’Amministrazione ha pure deciso di mettere in opera un meccanismo di moneta virtuale del tipo “stable coin”, agganciata al dollaro e convertibile, che è sostanzialmente un sistema per attrarre capitali in modo indiretto, una sorta di carta di credito con la quale si investe in titoli di Stato americani e con la quale si possono effettuare pagamenti ovunque.
Il debito è comunque troppo grande per essere influenzato da tutte queste manovrine di piccolo cabotaggio. Malgrado tutto il dollaro è, per ora, il perno del sistema dei pagamenti nel mondo e la sua egemonia non può essere messa in discussione, e sarà difesa con ogni mezzo, pena il crollo del sistema finanziario mondiale, con esiti apocalittici; naturalmente per il capitalismo mondiale! Quindi, prima che questo accada, per il mondo borghese meglio la guerra che azzererà tutte le partite in sospeso.
Sulla base di queste considerazioni l’evento bellico appare un po’ più vicino che dall’osservazione delle spese per il riarmo. Ed appare altrettanto chiaro che senza un movimento sociale mondiale e potente che lo arresti, non ci sono giaculatorie di preti, esortazioni di anime belle alla pace tra gli uomini, razionalità di governanti che possano fermarlo. La Rivoluzione sociale è l’unica possibile soluzione per evitare la guerra e terminare per sempre i cicli mortali del capitalismo.

Il PCd'I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra

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(continua dal numero 97 – luglio 2024)

SARZANA

La gazzetta ufficiale del 7 aprile 1921 riportava il decreto, di pari data, n. 345, con il quale il re, su proposta del presidente del consiglio Giovanni Giolitti, scioglieva la Camera dei Deputati indicendo nuove elezioni per il 15 maggio successivo. Giolitti aveva giustificato la decisione affermando che la Camera uscita dalle votazioni del 1919 non rappresentava più la volontà del paese [questo è un ritornello che abbiamo sentito ripetere molte volte] e richiamandosi alla necessità di tenere le elezioni nei territori recentemente annessi: Venezia Giulia e Tridentina, e Zara, oltre a quelli passati all’Italia a seguito del trattato di Rapallo.

In vista del nuovo appuntamento elettorale, il 7 aprile il fascismo entrava a far parte dei “Blocchi Nazionali” liberali capeggiati da quel Giovanni Giolitti tanto corteggiato dal socialismo riformista. Non è certo un caso che il simbolo elettorale di questi “blocchi” (composti da liberali di ogni sfumatura, nazionalisti e fascisti) fosse un fascio. In questo modo all’azione terroristica fascista veniva attribuita piena veste legale, anche se, di fatto, illegale non era mai stata. E la riprova di questa legalità è data dal fatto che tutto questo avvenne parallelamente ad un aumento esponenziale delle violenze terroristiche dello squadrismo. Gli assassinii, i bandi, le bastonature, lo scioglimento violento delle amministrazioni social-comuniste, la devastazione di camere del lavoro, cooperative e circoli proletari divennero pratica quotidiana da un capo all’altro della penisola.

Nelle elezioni del 15 maggio, per ridimensionare la rappresentanza parlamentare socialista, si ricorse a tutti i mezzi che andavano dalla violenza fisica o minacciata per impedire di recarsi ai seggi elettorali, peraltro metodi già ampiamente praticati dai mazzieri del democratico Giolitti, alla imposizione di consegnare al seggio la scheda dei “Blocchi nazionali”, fino alla distribuzione ai proletari di false schede socialiste contraffatte. [A questo proposito dobbiamo fare una precisazione: il tipo di scheda elettorale quale tutt’oggi viene usato venne istituito in occasione delle elezioni del 1924, passate alla storia come truffaldine a seguito della legge Acerbo. In precedenza le organizzazioni politiche provvedevano a stampare in proprio le schede con il simbolo del partito e le distribuivano ai propri elettori, iscritti e simpatizzanti. L’elettore giunto al seggio riceveva la “busta di Stato”, entrava nella cabina ed introduceva nella busta la scheda che si era portato da casa, chiudeva la busta e la riconsegnava al presidente del seggio. Quindi la distribuzione di schede “alterate”, provocava la invalidità del voto.] Nell’“Avanti!” del 13 maggio 1921 leggiamo infatti: «Avvertiamo tutti i compagni, tutti i simpatizzanti […] che vi è in circolazione una scheda falsificata che porta il nostro stesso simbolo […]». 

Però malgrado il dispiegato terrore fascista, i brogli e le varie “pastette” messe in atto, il partito socialista, che aveva improntato tutta la sua attività nella azione democratico-elettoralista, risultò ancora una volta quello più votato con oltre 1.600.000 preferenze, conquistando 123 seggi e distanziando il Partito Popolare (secondo arrivato) di circa 300.000 voti e di 15 parlamentari eletti. 

Nell’entusiasmo dell’orgia cartacea il giornale socialdemocratico titolava:

«Ancora una volta il socialismo ha vinto! Magnifiche affermazioni socialiste in tutta Italia» (”Avanti!” – 17/05/1921)

«I proletari d’Italia hanno seppellito con una valanga di schede rosse la reazione fascista» (”Avanti!” – 18/05/1921)

«La riaffermazione socialista del proletariato italiano si delinea sicura e superba» (”Avanti!” – 20/05/1921)

Ma sotto i titoli trionfanti di prima pagina il quotidiano socialista riportava giornalmente elenchi di proletari uccisi dalle squadre fasciste, di case del popolo e camere del lavoro devastate e date alle fiamme, in barba alla valanga di schede rosse che avrebbero dovuto seppellire la reazione fascista.

Allora ai socialisti non restava altro che accusare i comunisti di avere causato l’indebolimento del partito proletario provocando la scissione per una «stupida bega […] una cosa così artificiale, una creazione così capricciosa che le masse operaie non solo non l’hanno capita, ma hanno capito, per contro, che tutte le parole grosse, tutte le male offese che i vostri oratori abbondantemente scagliavano contro di noi, erano il pretesto, quasi la maschera, sotto cui nascondevasi la mancanza di alcuna solida ragione di principio che giustificasse la caina contesa.» (”Avanti!” – 20/05/1921)

A Giolitti successe Ivanoe Bonomi, che costituì un governo di coalizione tra liberali, popolari e socialisti riformisti [Ossia gli espulsi del 1912 che avevano dato vita al PSRI – N.d.r.].

Come abbiamo detto, la reazione fascista non solo non venne fermata, anzi assunse nuovo vigore da cui scaturirono ancor più violente ondate di terrore. Come quella scatenata nella Lunigiana ad opera dello squadrismo toscano. Gli avvenimenti che ne seguirono «richiamarono su questa regione ribelle ed indomita l’attenzione viva di tutto il proletariato italiano, le brame reazionarie della guardia bianca, la decisa volontà di riscossa delle masse calpestate dall’irruenza reazionaria» (Il Comunista – 19/07/1921)

Fu questo il teatro in cui si svolsero, tra il giugno ed il luglio 1921, quelle azioni terroristiche che culminarono con l’assalto fascista alla città di Sarzana.

A Sarzana, nel gennaio/febbraio era stata fondata la sezione dell’“Associazione nazionale di rinnovamento” i cui aderenti in seguito passeranno al fascismo. Esisteva pure un piccolo nucleo di fascisti, creato di soppiatto e praticamente clandestino fino ai primi di giugno, ma che non aveva mancato di invocare l’intervento dei camerati massesi e carrarini. Di conseguenza, da tempo correva voce di una prossima, grande spedizione punitiva tesa a liberare la città dalla “teppaglia rossa”, infatti già diversi paesi vicini erano caduti in balia delle orde fasciste dove quotidianamente sovversivi e semplici proletari trovavano la morte. Il proletariato di Sarzana non poteva non notare lo spostamento di colonne fasciste che numerose e ben armate effettuavano le loro “gite di propaganda” nell’Alta Garfagnana.

Due erano i termini con i quali i fascisti definivano le loro scorrerie; quello più comunemente usato era la “spedizione punitiva” per vendicare la morte, il ferimento, la semplice ingiuria ai danni di qualche fascista, oppure solo una affermazione del tipo “qui i fascisti non verranno mai”. Quando nessuna ragione plausibile poteva essere invocata a giustificazione delle loro scorrerie terroristiche, allora si parlava di “gita di propaganda”.

Sarzana, oggetto di sistematiche provocazioni, veniva metodicamente circondata dalle guardie bianche, tanto che lo scatenarsi della violenza nemica era da attendersi da un momento all’altro. Le prime avvisaglie dell’attacco si ebbero la notte del 12 giugno quando, alle 2 di notte, una ventina  di fascisti carrarini sfondarono la porta e saccheggiarono la cooperativo socialista. Tutto ciò non allarmò minimamente la forza pubblica tant’è che gli autori dell’atto vandalico poterono indisturbati andarsene a dormire ospitati dai camerati locali, ed il mattino successivo operare, per le vie della città, atti di violenza ed intimidazione nei confronti della popolazione. Questo con la presenza protettiva di una pattuglia di carabinieri.

Nella medesima mattina giungeva in città un altro camion di fascisti i quali, dopo essere scesi a dare man forte ai commilitoni arrivati il giorno prima, ripartirono alla volta di Pontremoli dove, nel corso della loro devastazione, uccisero un ferroviere. Galvanizzati dal sangue versato a Pontremoli, al ritorno «passando per Sarzana in un camion ed in una lussuosa automobile su cui viaggiava anche una loro “eroina”, bastonavano a sangue dei repubblicani, violentavano un compagno e rinnovavano gesta gloriose di imposizioni teppistiche. La forza pubblica, come al solito, se pure non proteggeva apertamente i delinquenti, contemplava le loro prodezze senza muovere dito. Sparando per tutte le vie, urlando, inseguendo compagni e operai, uccidevano il cittadino Luigi Gastardelli, padre di uno dei nostri migliori compagni. Suo figlio, con cui si trovava, veniva arrestato, ed ora è rinchiuso in carcere.» (Ordine Nuovo – 16/06/1921)

Dopo l’omicidio risalirono sul loro camion e tranquillamente ripresero la strada del ritorno. I carabinieri non avevano modo di opporsi agli aggressori essendo impegnati ad arrestare gli aggrediti.

Da parte sua il Fascio sarzanese, temendo ritorsioni violente da parte del proletariato si affrettò a pubblicare un ordine del giorno, ed a recapitarlo alle sezioni comunista e socialista, in cui si dichiarava «nel modo più categorico e assoluto che nessun fascista sarzanese ha preso parte, né diretta, né indiretta, a tali azioni criminose. [.. e ..] dichiara di sciogliersi preferendo una onorata morte appena nato all’accusa di partecipazioni ad eccidii inconsulti, ad inutili e dannose provocazioni».

Nell’“Avanti!” si legge che «un’ora dopo che questo ordine del giorno ci era stato consegnato, lo stesso presidente del fascio sarzanese, avv. Tancredi Revello, sparava dalla finestra della sua abitazione due colpi di fucile […] e feriva due giovani operai abbastanza gravemente, e leggermente parecchi altri, tra cui una donna.» (Avanti! – 15/06/1921)

L’ “Ordine Nuovo” continuava: «Il proletariato è esasperatissimo. Domani si avranno gli imponenti funerali della vittima. […] Le maestranze degli stabilimenti locali e quelle che si recano alla Spezia, hanno attuato lo sciopero di protesta di ventiquattr’ore. Si prevedono nuove rappresaglie fasciste.» (16/06/1921)

Si ebbe una tregua della durata di circa un mese prima che riprendesse a dispiegarsi il terrore fascista. 

L’“Avanti!” del 19 luglio 1921 scriveva: «Alle 16,30 un centinaio di fascisti di Carrara, giunti a Fivizzano con dei camions e scesi dalle macchine, si misero a girare per il paese. Essi vennero affrontati dai comunisti. Ne avvenne uno scontro violento, nel quale rimasero uccisi certi Rossi Luigi di anni 32 e Garfanini Primo di anni 25, comunisti, e feriti sette comunisti. La cooperativa comunista venne invasa dai fascisti e completamente devastata. I fascisti ripresero immediatamente il loro viaggio verso Santo Stefano. Ma li attendeva una imboscata organizzata da un gruppo di comunisti, e in questa imboscata sono rimasti feriti diversi fascisti carraresi e uccisi il comunista Ferruccio Spadaccini, di anni 30 e Edoardo Vannucci, di anni 41. Altri proiettili ferirono diverse persone. I fascisti, risaliti sui loro camions, si allontanarono avviandosi a Monzone. Giunti a Monzone e penetrati in alcune case hanno ucciso due poveri operai ed hanno colpito a morte un giovanotto mentre prendeva il bagno nel fiume Lucido. […] Nella laboriosa valle del Lucido ieri è stato un rintronar continuo di colpi, mentre continuava la caccia selvaggia per i dirupi dei monti contro la gente che fuggiva terrorizzata. Dopo questi tragici episodi, nei quali caddero due morti e circa 15 feriti dei quali 3 gravi, i fascisti eseguirono opera di saccheggio in alcune case e alla cooperativa dove rubarono anche 3.000 lire. Dopo le gesta compiute a Monzone scesero ad Aulla dove si fermarono qualche tempo. Nel pomeriggio passando da Santo Stefano Magra irruppero in alcune case e violando domicili privati, armata mano e coi moschetti a tracolla, trucidarono senza motivo un contadino e ferendone altri sette fra i quali cinque bambini in tenera età. Un ferito è morto stanotte.  E’ da notare che benché i fascisti sono partiti da Carrara nel mattino […] il prefetto di Massa e le le autorità nulla fecero per impedire gli eccessi del pomeriggio.» (”I fascisti di Carrara seminano la strage nelle valli del Lucido e della Magra – 10 morti e 25 feriti”

È da notare come in questa descrizione degli atti vandalici e terroristici compiuti dalle camicie nere, l’Avanti! evidenzi costantemente che gli unici ad opporre resistenza alle violenze fasciste fossero sempre stati dei comunisti, implicitamente dimostrando la loro astensione da ogni forma di violenza. Non dimentichiamo che mentre il fascismo seminava morte e terrore, i non violenti del partito socialista, proprio in quei giorni mettevano a punto il famigerato “patto di pacificazione” con gli assassini del proletariato.

Comunque, per gli eroi fascisti, la giornata non si chiuse così baldanzosamente come l’avevano iniziata.

Riprendiamo la lettura dell’“Avanti!” sui tragici avvenimenti del 18 luglio: «I fatti sono raccapriccianti. Non barbari, ma le belve sarebbero state più umane. Intanto la vicina Sarzana veniva informata di quanto le bande commettevano di truce. Per mezzo del telefono, essa chiese rinforzi ai compagni di Spezia onde affrontare i malviventi. Partirono immediatamente circa 50 “arditi del popolo” col desiderio vivissimo di misurarsi con i fascisti in aperto combattimento. Intanto a Santo Stefano un camion fascista, dovuto abbandonare per guasto, veniva dall’ira della folla incendiato. In prossimità di Sarzana, i fascisti vennero affrontati congiuntamente dagli “arditi del popolo”, bene armati, i quali li costrinsero a sbandarsi per la campagna. La battaglia fu violentissima, micidiale. Il popolo sarzanese, armato di fucili, di roncole, forche ed altri oggetti, riuscì con gli arditi a mettere in fuga i barbari adorni del tricolore. […] In questo ultimo, violento scontro, vennero uccisi due fascisti e sette altri feriti d’arma da fuoco. Sedici invece vennero arrestati.» (20/07/1921) 

Di questi, 13 vennero rilasciati il mattino seguente, solo 3 furono trattenuti in carcere. Come vedremo meglio in seguito gli arresti vennero fatti al solo scopo di salvare i fascisti dall’ira popolare che, altrimenti, avrebbe certamente proceduto al linciaggio. 

«La giornata si chiuse, com’è noto, con un bilancio di sette morti e numerosi feriti.» (La Stampa – 22/07/1921)

Tra gli arrestati vi era pure Renato Ricci, fondatore del fascio di Carrara. Alla notizia del suo arresto si mobilitarono gli squadristi liguri e toscani che si prefissarono la liberazione dei camerati e l’occupazione di Sarzana per ristabilire l’onore delle camicie nere dopo la lezione che avevano avuta.

Naturalmente il “Corriere della Sera” giustificava queste spedizioni punitive con il fatto che «innumerevoli furono le aggressioni di fascisti presi isolatamente, malmenati e feriti. […] Fatti segno a nutrita sassaiola e poi a colpi di rivoltella e fucile. […] Sovversivi appostati dietro le siepi, donde si sparava al passaggio dei fascisti. […] Rappresaglie comuniste fra le quali l’esplosione di un tubo di dinamite presso l’abitazione del direttore della ditta Walder.» (22/07/1921)

Naturalmente tutte le forze di polizia erano al corrente che si preparava una spedizione punitiva con un dispiegamento di forze enorme; circa 600 camicie nere, provenienti da tutta la Toscana, poterono tranquillamente concentrarsi alla stazione di Avenza e partire alla volta di Sarzana.  

Nella relazione del 22/07/1921 del direttorio fascista Sanminiatese si legge:

«Mercoledì notte, una colonna Fascista, mossasi da Marina di Carrara alle ore 1,30 circa, costeggiando dapprima il mare, indi marciando attraverso sentieri campestri, ed in ultimo ai lati della ferrovia, giungeva alle 5 del mattino in prossimità di Sarzana. Obiettivo e movente, una dimostrazione di Italianità e di forza nella città che ci aveva provocato nei modi ormai noti, negli ultimi giorni.»

Ma il proletariato vigilava, non dormiva ed era pronto ad accettare battaglia. Nella stessa relazione fascista infatti sta scritto: «Particolare degno di nota: durante la marcia sebbene non si fosse osservata traccia di arditi del popolo, ogni casolare mostrava i lumi accesi nel suo interno.»

Dunque la colonna fascista giungeva a Sarzana alle 5 del mattino. L’intenzione era di cogliere il paese nel sonno e mettere in atto la loro incursione prima che la popolazione avesse potuto organizzare una qualche difesa; comunque si trattò di un calcolo sbagliato perché la città si trovava in stato di allarme. Infatti «Nel campo avversario – scriveva “La Stampa” – si preparava frettolosamente la controffensiva: formazione di nuclei di arditi del popolo, popolari rioni che si armavano e si premunivano per respingere i fascisti, contro i quali si faceva una vasta propaganda dagli anarchici, dai repubblicani e dai comunisti, che in quasi tutta la regione hanno l’assoluto predominio sugli altri partiti.» (22/07/1921)

Alcuni ferrovieri avevano avvisato dei movimenti della colonna fascista.

Quando i fascisti arrivarono alla stazione di Sarzana trovarono, a sbarrargli la strada, una pattuglia composta da [si faccia attenzione ai numeri! – N.d.r.] nove carabinieri, quattro soldati, due funzionari di polizia ed il capitano dei carabinieri Guido Jugens.

Dopo avere gridato, all’indirizzo dei militari, “Viva l’Italia, viva il re”, Amerigo Dumini, che comandava la spedizione, si avvicinò al capitano dei carabinieri per dettare le sue ingiunzioni: la immediata liberazione di Renato Ricci e degli altri squadristi arrestati; la consegna del tenente Nicodemi, responsabile dell’arresto dei prigionieri; libero accesso per l’occupazione della città.

Da parte sua il capitano dei carabinieri assicurò che i prigionieri fascisti sarebbero stati liberati, ma che non poteva accettare la richiesta della consegna del tenente Nicodemi. Riguardo all’occupazione i fascisti venivano sconsigliati dal tentarla, informandoli del pericolo che avrebbero corso se si fossero avventurati all’interno  del paese, perché la popolazione era in piena allerta.

A quel punto successe che, nell’eccitazione, da parte fascista venne sparato uno o più colpi di fucile ed un caporale dei carabinieri veniva colpito a morte. Istintivamente i carabinieri risposero al fuoco. Questo determinò il parapiglia tra i seicento eroi in camicia nera. Mentre una metà dei fascisti rimase sul piazzale della stazione senza sapere bene cosa fare, altri si diedero alla fuga disperdendosi nelle campagne mentre da parte dei contadini armati iniziò la caccia ai fuggiaschi e, quanti vennero intercettati furono uccisi. Ed il “Corriere della Sera” del 22 luglio titolava: “Selvagge aggressioni comuniste”; “Raccapriccianti episodi di caccia al fascista”.

Anche quelli che si erano asserragliati all’interno della stazione avrebbero di certo fatto una brutta fine se non fossero stati presi in carico e tratti in salvo dalle forze dell’ordine che, dopo avere rimesso in libertà Ricci e gli altri arrestati, approntarono un treno speciale per Massa di modo che potessero tornarsene sani e salvi in Toscana. 

All’inizio era stato pensato di farli salire sul treno «che doveva arrivare dalla Spezia, ma il personale di detto treno, giunto alla stazione precedente Sarzana, appreso quello che era successo, non intendeva proseguire. Furono i fascisti del luogo che presero posto sulla macchina, e riuscirono, bene o male, a manovrarla fino a Sarzana.» (La Stampa – 22/07/1921)

Ma sentiamo cosa ebbe a scrivere l’ispettore di P.S., Trani, incaricato di inchiesta governativa: «Si provvide alla partenza dei fascisti senza averli prima identificati e disarmati, ed i fascisti dai vagoni, appena il treno fu in partenza aprirono il fuoco contro le abitazioni e contro le persone, e ferirono gravemente un casellante [che poi morì – N.d.r.] e un contadino; le case cantoniere portano evidenti tracce dell’azione delittuosa. I contadini, che erano in armi, visto il pericolo al quale erano sottoposti, per i colpi numerosissimi che partivano dai vagoni del treno che trasportava i fascisti, presero a sparare contro il treno stesso, e così rimase ferito e ne morì subito un fascista di Carrara che aveva preso posto vicino al macchinista.» Si trattava di uno studente ventenne, ma che già poteva vantare un nutrito curriculum di azioni delittuose: Pisa, Empoli, Prato, Firenze, Livorno, Carrara.

Il giorno dell’assalto a Sarzana i fascisti lasciarono sul terreno un quindicina di morti e circa cinquanta feriti.

Riprendiamo la lettura del giornale di quel partito che protestava contro la sua espulsione dall’Internazionale Comunista: «Nella notte nessun incidente grave si è verificato. Nelle campagne si segnalano gruppi di comunisti armati e la forza procede negli arresti, che sono numerosi. […] La stazione di Luni è stata presidiata da carabinieri e squadre di vigilanza percorrono le linee, la campagna dove sono comunisti, perlustrandole con estrema cura e traendo in arresto ogni individuo armato. La campagna viene rastrellata da carabinieri a cavallo, siccome è specialmente nella campagna che si aggirano i comunisti armati» (“Avanti!” – 23/07/1921).

Si vede bene come i socialisti si dissociassero nel modo più netto da qualsiasi uso della violenza, anche semplicemente da quella per legittima difesa e come questi traditori implicitamente parteggiassero per le forze dell’ordine che ripulivano la campagna dai sovversivi. Il giornale socialista parla esplicitamente di “rastrellamenti”. Vediamo ora cosa diceva al riguardo il ricordato l’ispettore di P.S. Trani: «Il rastrellamento se era possibile nei campi [di battaglia – N.d.r.]  dopo avvenuti i combattimenti, in quanto i soldati nemici portavano uniformi e parlavano linguaggio straniero, non è possibile efficacemente tentarlo in terra italiana, ove non deve essere tentato altro servizio che quello che prende di mira coloro che si rendono responsabili di reato.» (Riportato in: M. Franzinelli – Squadristi)

Dunque i compagni socialisti sapevano bene che i cosiddetti “rastrellamenti” altro non erano che repressione indiscriminata sulla popolazione civile.

In contrapposizione al pacifismo a senso unico del PSI, i comunisti orgogliosamente scrivevamo sull’organo centrale di partito: «La violenza che d’ora in poi sarà compiuta dalle masse verrà definita “violenza comunista”. E non sappiamo che cosa i “capi” del PSI diranno contro quei loro compagni lavoratori che solo un sentimento di nostalgia e di rozza tradizione tenne legati al vecchio ceppo socialista, ma che sono assai spesso con noi nella mischia! […] Che i comunisti siano perseguitati e colpiti è un fatto di logica ferrea e stringente, per fascisti e socialisti. […] E noi piccolo e neonato partito, diventeremo il partito che ha tutte le possibilità di attacco e di aggressione. Ogni atto violento sarà imputato a noi. Ringraziamo fin d’ora i nostri nemici che costringeranno il vero proletariato rivoluzionario ad unirsi sotto le nostre bandiere» (Il Comunista – 31/07/1921).

L’ispettore «Trani minacciato di morte dai fascisti […] fu scaricato dal governo Bonomi che preferì un funzionario più accomodante. […] La vigilanza della Lunigiana fu assegnata al viceprefetto di Genova, Rossi, apertamente simpatizzante per gli squadristi; commissariato di P.S. e tenenza dei carabinieri furono affidati a esponenti filofascisti; col commissariamento dell’amministrazione comunale di Sarzana […] s’installò un delegato prefettizio ligio ai “partiti d’ordine” (ovvero al fascismo).» (M. Franzinelli – Squadristi)

Togliatti, nel suo rapporto per il IV congresso dell’I.C. ricordava che «i funzionari che fecero sparare sui fascisti sono ancora oggi [novembre 1922, dopo un anno e mezzo – N.d.r.] in carcere in attesa di giudizio, e sono state proibite le sottoscrizioni che i colleghi volevano fare per alleviare la miseria delle loro famiglie.» (Rinascita, 8 dicembre 1962).

I fatti di Sarzana suscitarono nel paese grande clamore, commenti disparati, articoli di giornale e notizie fantasiose; comunque tutto il ventaglio politico borghese si schierò apertamente dalla parte dei poveri ragazzi fascisti trucidati dalle belve comuniste. Sarebbe troppo lungo riportare tutte quante le prese di posizione della stampa e della politica borghese, ricorderemo solo che anche la tonacaccia nera di don Sturzo non mancò di unirsi al branco della belluina borghesia e, con un commovente telegramma, si rivolgeva ai fascisti esprimendo loro «nel dolore i sensi di solidarietà del partito».

Il giorno successivo all’eccidio di Sarzana, «una quindicina di squadristi denominatisi “Plotone d’esecuzione” effettuarono una sanguinosa ritorsione in località Fossola: presentatisi “con un elenco di nomi di persone da giustiziare, […] uccisero due operai e ne ferirono gravemente un terzo e poi in un altro luogo ne ferirono un quarto. La vendetta si completò il 26 luglio in località Bergiola con l’uccisione di altri tre cittadini. Lo stesso giorno si stipulò a Carrara un accordo di pacificazione sociale fra il fascio cittadino ed i delegati degli altri partiti (esclusi comunisti e anarchici).» (M. Franzinelli – Squadristi)

Mentre i traditori del proletariato effettuavano “patti di pacificazione” locali, i dirigenti dei partiti, socialisti, fascisti e CGL si preparavano a varare quello nazionale. Il giorno successivo ai fatti di Sarzana Mussolini prendeva atto delle «buone intenzioni espresse dalla Direzione del partito socialista e dalla Confederazione Generale del Lavoro» ed affermava che «pur deplorando i fatti avvenuti non si dovevano sospendere le trattative di pace.» (“La Stampa” – 23/07/1921)

Se c’è della verità nel motto «i nemici dei miei nemici sono miei amici», si può comprendere come tra fascisti e socialisti potesse esistere intesa nella lotta anticomunista. Esempi ne sono i patti di “pacificazione” stipulati sia a livello centrale che locale, la delazione (abbiamo riportato l’esempio del deputato Ellero) e magari pure la richiesta di interventi diretti … 

Ne “L’Avvenire”, settimanale comunista della provincia di Pistoia, si poteva leggere questo trafiletto: «Per la terza ed ultima volta domandiamo ai dirigenti la massima organizzazione sindacale se è vero che hanno sollecitato l’intervento dei Fasci di Combattimento per impedire le riunioni comuniste alla Camera del Lavoro, come ebbe ad affermare il comandante la terza centuria fascista domenica scorsa» (16/07/1921)

Infatti nell’“Ordine Nuovo” di tre giorni prima si legge questa breve corrispondenza da Firenze:

«Vi ho informati come già diverse volte ormai si sia ripetuto da parte dei fascisti fiorentini il tentativo di impedire adunanze comuniste, politiche e sindacali. E vi abbiamo anche accennato ad una vaga voce che circolava negli ambienti cittadini, voce che attribuiva agli inviti dei socialisti che governano la Camera del Lavoro l’intervento fascista contro di noi. Consigliammo anzi, da queste colonne, i socialisti a smentire recisamente quella che ci sembra una assurda, atroce calunnia; ed uguale invito fu fatto personalmente al sottopancia camerale Ciapini dai compagni del Comitato sindacale. La smentita, naturale ed attesa, non venne e non è venuta finora. Abbiamo invece raccolto una precisa, specificata accusa che verrebbe a confermare la voce che ormai prende consistenza tra le masse operaie fiorentine. I dirigenti della Camera del Lavoro avrebbero domandato l’intervento dei fascisti per impedire le riunioni comuniste. Così precisamente ha affermato il signor Bellegatti, comandante la terza centuria del Fascio di Firenze. […] L’accusa, formulata recisamente dal capo-centuria fascista, mette i labouristi della Camera del Lavoro con le spalle al muro. Essi non possono passare sotto silenzio la denuncia che li colpisce direttamente. Il loro silenzio sarebbe una conferma chiara. […]»

Ed in silenzio rimasero i dirigenti della Camera del Lavoro.

ROCCASTRADA

Roccastrada, in provincia di Grosseto, era il capoluogo di un importante comune agricolo, la maggioranza dei suoi abitanti erano piccoli fittavoli: tuttavia non mancavano organizzazioni proletarie quali la lega dei braccianti e boscaioli, la lega dei muratori e quella dei contadini. Esisteva pure una moderna e fiorente cooperativa agricola, se pensiamo che già un secolo fa era proprietaria di due trattori, aratri, seminatrici, trebbiatrici, nonché allevamenti di buoi, vacche e cavalli. Era uno dei fiori all’occhiello del socialismo riformista. La prova provata che al socialismo si poteva arrivare per via pacifica …

Anche al sindaco di Roccastrada a metà aprile 1921 era arrivata la “circolare” del fascio fiorentino inviata alle amministrazioni comunali social-comuniste:

«Firenze, 6 aprile 1921

Al Sindaco del comune di ………….., prov. di ……….

Dato che l’Italia deve essere degli  italiani e non può, quindi, essere amministrata da individui come voi, facendomi interprete dei vostri amministrati e dei cittadini di qua, vi consiglio di dare, entro domenica 17 aprile, le dimissioni da Sindaco, assumendovi voi, in caso contrario, ogni responsabilità di cose e di persone. E se ricorrete alle autorità per questo mio pio, gentile ed umano consiglio, il termine suddetto sarà ridotto a mercoledì 13, cifra che porta fortuna.

Dino Perrone Compagni»

La “circolare” era identica a quella indirizzata al Sindaco di Foiano, ed abbiamo visto quale fu il risultato del “pio, gentile, ed umano consiglio”. Però passarono più di due mesi senza che i fascisti si facessero vivi. «Ma ecco che il primo luglio verso le ore 16 due camions giunsero terrorizzando con urli e revolverate le donne e i bambini, e recandosi ad incendiare le sedi dei circoli socialisti e comunisti, delle leghe, della cooperativa, a devastare la casa del Sindaco ed incendiare completamente quella del capolega Poggiali; poi ripartirono … per tempo essendo il paese a quell’ora ancora spopolato di lavoratori perché occupati nella campagna». (Avanti! – 26/07/1924)

Nei giorni successivi, mentre il sindaco di Roccastrada era a colloquio con il prefetto di Grosseto, venne sequestrato dal capo degli squadristi, Dino Castellani e, direttamente dall’ufficio del prefetto, condotto a forza alla sede del fascio. Lì ricevette il bando dal comune di Roccastrada che, sotto minaccia, fu costretto a sottoscrivere. 

Ma questo non era che l’inizio. 

Nel “Corriere della Sera”, giornale notoriamente “imparziale” ed “obiettivo”, leggiamo: «Ieri mattina, circa alle 2, due autocarri di fascisti mossero da Grosseto, al comando di Dino Castellani, alla volta di Rocca di Strada, Sasso Fortino e Rocca Tederisi [Roccatederighi – N.d.r.], paesi distanti da Grosseto circa 30 o 40 chilom. I fascisti avevano organizzato la spedizione a scopo di propaganda. Il viaggio procedé regolarmente. Verso le ore 5 gli autocarri giunsero a Rocca di Strada. I fascisti discesero dalle vetture e, incolonnati, attraversarono il paese reclamando l’esposizione delle bandiere nazionali. La popolazione aderì e tutte le finestre si copersero di bandiere [Buffoni! Come se ogni famiglia di lavoratori avesse avuta pronta nel cassetto la bandiera tricolore! – N.d.r.]. La spedizione si trattenne in Rocca di Strada circa un’ora e mezzo. Regnò la massima calma e non si verificarono incidenti.

«Proseguendo nei loro obiettivi i fascisti ripartirono per Sasso Fortino. Sulla strada li attendeva un’imboscata […] da un campo di granoturco partivano al loro indirizzo alcuni colpi di fucile da parte di un gruppo di comunisti appiattati nel campo. Rimase immediatamente ucciso il fascista Ivo Saletti. Subito i fascisti […] si diedero, sparando coi fucili e le rivoltelle a inseguire gli assalitori che nel frattempo si erano sbandati per la campagna». (25/07/1921 – edizione del pomeriggio) 

Il giornale della grande borghesia industriale, relazionava sui morti e sugli incendi perpetrati dai fascisti, ma naturalmente come risposta alla proditoria imboscata comunista: i fascisti erano andati soltanto a fare una “gita di propaganda”.

Il fatto è che le cose si svolsero in maniera del tutto differente da quanto scritto dal Corriere della Sera … per scarsità di informazioni.

All’alba del 24 luglio (domenica) «giungevano in paese camions di fascisti che svegliarono la popolazione a colpi di moschetto e di rivoltella, la quale presa così nel sonno, spaventata si diede a fuggire. S’iniziò da parte dei fascisti l’invasione delle case. Alcune vennero incendiate e parecchie distrutte. I fuggiaschi erano inseguiti a colpi di moschetto […] Furono quattro ore e mezza di devastazioni vandaliche e selvagge. Finalmente il comandante della spedizione, Castellani,  ordina la partenza, ed i settanta e più eroi salirono sopra i camions e partirono per altri … lidi. Ma sono passati appena dieci minuti e i camions tornano in paese con un morto. E’ il fascista Saletti colpito da un colpo di fucile, probabilmente incidentalmente sfuggito da un moschetto degli energumeni. S’inventa allora la imboscata … comunista proprio ove non vi è alcun modo di nascondersi.» (Avanti!– 26/07/1924)

Quanto si scatenò sugli abitanti di Roccastrada è di una ferocia tale che ci rifiutiamo di descrivere, ci limiteremo a riprendere, molto parzialmente, la lettura del giornale socialista. 

«Vennero incendiate quindici case quasi completamente, mucchi di grano e pagliai. […] Rimasero sul terreno dieci morti. Si sono uccisi barbaramente tutti coloro che hanno avuto la sventura di trovarsi sulla via dei fascisti. […] Intanto vengono arrestati dieci paesani per indizio, perché si voleva e si vuole ancora far credere che la morte del fascista fosse avvenuta per agguato.» (Avanti! – 26/07/1924)

Fino a che durò la strage i carabinieri se ne stettero in silenzio chiusi in caserma. Ha scritto Nicla Capitini: «Carabinieri non se ne videro per il paese se non verso l’una, quando finalmente giunse da Siena un camion col capitano Ziccardi e una trentina di militi. Il comandante dei fascisti gli va incontro coi suoi. Lo saluta con fare cordiale e si presenta: un affabile colloquio da capitano a capitano. “Era l’ora che arrivasse! — dice. — Qui non siamo sicuri della vita, ci costringono a difenderci come si fosse in guerra!”. Mostra sul camion il caduto fascista: il giovane Ivo Saletti studente di Grosseto. “Noi — aggiunse il Castellani — dobbiamo subito rientrare in città. Senza di voi non ci fidiamo: esigiamo una scorta per evitare nuove imboscate”. Il capitano dei carabinieri non ha nulla da eccepire; mette a disposizione dei fascisti i suoi militi che accompagnano il glorioso drappello sino al rientro in Grosseto.» (La Maremma contro il nazifascismo)

La strage di Roccastrada avvenne la domenica del 24 luglio 1921. L’ “Avanti!” (edizione nazionale) del martedì 26 usciva con questi titoli a tutta pagina: «La delinquenza fa strage di operai nel grossetano. Dodici contadini assassinati nelle campagna. Case incendiate. Scene di selvaggia brutalità. Il lutto e lo sdegno dei lavoratori.» L’edizione romana, in prima pagina, riportava i seguenti titoli: «Domenica di sangue in Italia. Molti morti e feriti in seguito alle spedizioni punitive fasciste»; «Una spedizione a Monterotondo»; «Ancora eccidi a San Severo»; «Incursione fascista a Casale Marittimo»; «Un altro terribile eccidio presso Grosseto»; «Terribile episodio di ferocia fascista – Tre lavoratori freddamente assassinati a Carrara».

Basterebbe la lettura di questi pochi titoli di giornale per capire la situazione di terrore e di morte che si era abbattuta sopra il proletariato ed i lavoratori italiani, ma il Partito socialista aveva altro a cui pensare, ed il medesimo giorno l’ “Avanti!”, in prima pagina, annunciava con grande soddisfazione che il loro deputato Casalini aveva svolto (figuriamoci un po’!!) la funzione di Presidente della Camera: «Quando il compagno nostro sale al banco della Presidenza, i deputati presenti gli tributano un applauso caloroso. Dai tempi di Andrea Costa è la prima volta che una seduta della Camera è presieduta da un socialista». Queste erano le conquiste di cui il Partito socialista andava fiero! Ma la sua più grande conquista la portò a termine otto giorni più tardi, firmando il patto di pacificazione, con l’intento, dichiarato, di costituire un fronte unico nazionale anticomunista. 

Ma se il pacifismo predicato e professato dal partito socialista costituiva un patente tradimento fin dei minimi interessi della classe lavoratrice, non era certo preferibile il confusionismo anarchico. Vogliamo riportare una breve enunciazione di Malatesta che praticamente racchiude tutta l’impostazione (e la confusione mentale) anarchica su rivoluzione, violenza e dittatura. Scriveva Malatesta: «Non si veggono che due vie possibili per abbattere il regime attuale e sostituirvi un regime di giustizia e di libertà: la dittatura o la guerra civile, e poiché la dittatura, anche se instaurata colle migliori intenzioni, mena necessariamente alla costituzione di nuove classi privilegiate o di nuove tirannie, noi ci siamo sempre dichiarati francamente per la guerra civile. […] Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti.» (Umanità Nova – 08/09/1921)

Il rifiuto della dittatura da parte degli anarchici è cosa risaputa ed antica: tutte le dittature sono uguali perché liberticide, non esiste distinzione di classe, mentre la Libertà è una entità che aleggia al di sopra delle classi.

Si rifiuta la dittatura, ma si prospetta la guerra civile, come se anch’essa non fosse liberticida alquanto. Però Malatesta cerca di salvare capra e cavoli dicendo che “qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario.” Ce la possiamo immaginare noi una rivoluzione dove la violenza venga tenuta a freno, centellinata, perché non superi l’ambito dello strettamente necessario?

A questo punto non possiamo fare a meno di riportare il famoso commento di Engels: «Questi signori non hanno mai visto una rivoluzione? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni; mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi inspirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno se non si fosse servita di questa autorità del popolo armato in faccia ai borghesi? Non si può, al contrario, rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente? Dunque, delle due cose l’una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che dicono, e in questo caso non seminano che confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell’un caso e nell’altro essi servono la reazione». 

Noi invece riporteremo da “Il Soviet” ben più edificanti dichiarazioni di quelle di Malatesta. Dopo aver ricordato come il proletariato, benché enorme maggioranza, venisse molte volte sopraffatto dai fascisti in virtù della strategia del nemico che si concentrava per sferrare i suoi improvvisi attacchi contro villaggi o rioni cittadini, evidenziava come in concomitanza delle elezioni politiche del maggio la situazione si fosse ribaltata. «Il 15 maggio è avvenuto senza preordinazione, un fatto stupefacente. Il fascismo in genere non ha potuto più applicare la tattica preferita, perché ha dovuto frazionarsi enormemente, per provvedere a garantire ogni sezione elettorale; e là dove ha voluto tentare il colpo di mano, ha trovato un proletariato mobilitato, presente e pronto a ricevere degnamente l’offensiva fascista.

«E che cosa è avvenuto? […] Il fascismo è uscito dalla prova del 15 e del 16 maggio sfiancato e battuto …  Il 17 maggio – come per incanto – sono spariti dai petti della gioventù fascista i distintivi tricolori che con tanto orgoglio ambulavano per le piazze d’Italia.»

Poi l’articolo continuava affermando che «il proletariato, con alla testa i comunisti, può sbaragliare le fila della guardia bianca borghese, se saprà attaccarle d’insieme, e non lasciarsi attaccare impreparato ed all’improvviso. […]

«Occorre avere una difensiva, ma occorre anche pensare  ad un’offensiva. In linea definitiva necessita tener presente:

«a) Il proletariato deve essere più armato che sia possibile. Ed essere specialmente armato di questa collettiva volontà: Quando arrivano i fascisti, delinquenti ed assassini, accoglierli come si accolgono gli assassini da strada maestra.

«b) Tutti gli operai, le operaie debbono di colpo disertare le officine, gli stabilimenti, le case e piombare addosso ai fascisti assassini.

«c) I comunisti debbono costituire i manipoli più pronti ed audaci che curino di dare l’allarme sollecito e di raccogliere le prime ondate di difesa per fronteggiare i fascisti.

«d) Non si deve avere pietà. Chi risparmia un assassino […] lascia all’assassino e all’incendiario la libertà di riprendersi e tornare ad assassinare ed incendiare. […]

«Non basta essere sulla difensiva. Occorre anche passare all’offensiva. […] Gente che parte con camions col deliberato freddo proposito di assassinare ed incendiare, di assassinare i primi operai e le prime donne o bambini che si parano loro davanti, […] vanno sterminati. […] occorre che il grido sia: “Dalli al fascista!” .

«Come la polizia va a cercare il brigante anche nel chiuso della foresta, così il proletariato deve rintracciare il fascista che ha già assassinato e che stava per assassinare di nuovo […].

«E ci pare acconcio di trarre e di concretare queste considerazioni proprio oggi, dopo che il proletariato, con le lezioni inferte al fascismo ha compreso la propria forza […]». (Il Soviet – 22/05/1921).

Ci dispiace per Malatesta e per tutti gli anarchici, ma i comunisti non diranno mai,  in materia di violenza, di non oltrepassare lo strettamente necessario. Anche perché lo strettamente necessario è la distruzione del nemico.

Un’altra risposta alla teoria malatestiana sull’“uso strettamente necessario” della violenza la possiamo ricavare dal “Il Comunista” del 27 maggio 1922:

«Vi è un elemento che non può essere messo in chiaro ed esaltato – di fronte ai lavoratori di tutta l’Italia – se non dal Partito che dal primo giorno in cui si è scatenato il turbine della guerra di classe […] ha proclamato la necessità di accettare la guerra e il dovere di combatterla con tutte le armi. Oggi, dopo che da due anni si combatte, è stupido e assurdo venire a discutere di provocazioni, di giustizia e di opportunità, stupido e assurdo pretendere di poter misurare il diritto ed il torto dei combattenti. Da un turbine di ferro e di fuoco è stata distrutta la bilancia della giustizia e nessun’altra legge ha oggi valore all’infuori di quella ferrea che è dettata dal bisogno di schiacciare il nemico armato.

«Gli operai e i contadini sono stati assaliti, perseguitati, tormentati, feriti e uccisi, al di fuori e al di sopra di ogni legge. Le donne, i bambini, i vecchi inermi sono stati travolti dal turbine cupo del ferro e del sangue.

«Nulla è stato rispettato, nulla è stato sacro. Guai al lavoratore che ancora crede sia necessaria una “provocazione” per giustificare la sua ira e la sua vendetta.

«Siamo tutti provocati. Siamo tutti in istato di difesa, siamo tutti combattenti e non crediamo che i colpi si diano a misura.

«L’agguato e l’imboscata sono giustificati e santi altrettanto quanto in legittima difesa.

«È bene che queste cose siano ricordate, a tutto il proletariato italiano, nel momento in cui si diffonde nelle sue file la speranza della riscossa. È bene che i lavoratori abbiano avuto il coraggio freddo e risoluto della lotta, è bene che essi si siano ricordati che la difesa ormai non si può più fare se non passando all’attacco.»

Questo veniva scritto dal nostro partito in riferimento alla cruenta battaglia svoltasi a Roma, nel quartiere San Lorenzo, il 24 maggio 1922.

ROMA

Novembre 1921. In questo mese si svolse la prima cruenta battaglia che il proletariato ed il popolo di Roma ingaggiarono contro quelle orde fasciste, calate da tutta Italia e intenzionate ad occupare a mano armata la capitale per ripulirla dalle organizzazioni sovversive ed imporre le loro legge. [Si veda anche “Comunismo” n. 87 del dicembre 2019]. Arrivati con treni speciali, squadre di fascisti, di “Sempre Pronti”, nazionalisti che, intonando canti di guerra e armati di rivoltelle, pugnali, mazze ferrate, scorrazzavano per la città provocando e compiendo violenze ai danni di persone e cose. In numero che superò i trentamila furono gli squadristi che raggiunsero la capitale viaggiando gratuitamente ed armati in treni speciali concessi dalla Direzione Generale della Ferrovie, e in Roma restarono per circa una settimana alloggiati e nutriti a carico del Ministero della Guerra.

Due erano stati gli avvenimenti che avevano determinato quella “invasione”: il terzo congresso nazionale fascista e la lugubre cerimonia della sepoltura del “Milite ignoto”.

Per quanto riguarda il Congresso fascista, nel citato numero di questa nostra rivista mettemmo in evidenza come gli Arditi del Popolo, tramite l’intermediazione del deputato socialista Trozzi, si sarebbero ufficialmente impegnati a non disturbare i lavori congressuali e l’adunata fascista se questi si fossero mantenuti nei limiti della legalità. Gli Arditi del Popolo, come del resto i socialisti e gli anarchici, ritenevano che i fascisti dovessero godere dei pieni diritti di riunione e manifestazione democratica. Su “Umanità Nova” del 16 novembre si legge: «Noi anarchici ci eravamo affrettati a sostenere anche per i fascisti […] ampia libertà di riunione e di manifestazione».

Riguardo al “milite ignoto” dovremo fare un discorso un po’ più ampio.

Già il governo Nitti aveva dichiarato giorno festivo il 4 novembre, a ricordo della vittoria italiana nella prima guerra mondiale..

Fu poi la volta del generale Giulio Douhet che, il 24 agosto 1920, sul settimanale “Il Dovere” lanciò la proposta di onorare  un soldato ignoto «simbolo della grandezza di tutti i soldati d’Italia, [anche a] risarcimento per l’ingiuria gratuita dei politicanti e dei giornalastri». Naturalmente quelli antipatriottici. 

Il 20 giugno 1921 il Ministro della guerra, Giulio Rodinò, presentò un disegno di legge per la sepoltura di un soldato ignoto. Il disegno di legge veniva accompagnato da una relazione in cui si diceva: «Le salme dei militari morti in guerra – che complessivamente assommano a circa 560.000 – sono per una metà quasi di individui non riconosciuti […] Sono legioni di umili eroi che la grande famiglia della patria […] vuole rivendicare a sé, perché sono i suoi figli diletti, i suoi poveri figli sperduti. […] Vi proponiamo perciò che in Roma sia data solenne sepoltura alla salma non identificata di un soldato caduto in combattimento per la Patria»

Il 4 agosto 1921 il nuovo ministro della guerra, Luigi Gasparotto, chiedeva che «la legge destinata a rendere onore di pianto e di gloria al soldato ignoto […] sia approvata in austero silenzio, senza abuso di parole, che, per quanto alte sarebbero impari alla grandezza del sacrificio compiuto». (Camera dei deputati – prima tornata del 4 agosto 1921)

E per mantenere “l’austero silenzio” il giorno successivo, al momento del voto si trovarono presenti soltanto in 234 dei 535 deputati. Come si vede è malattia vecchia l’assenteismo. Comunque la legge venne approvata a grandissima maggioranza dei presenti.

Approvata la legge il Ministro della Guerra nominò una commissione composta da sei militari decorati con la medaglia d’oro ai quali venne affidato il compito di recarsi nelle varie zone del fronte italiano, dove per tre anni e mezzo si era combattuto, e di recuperare i resti di undici soldati non identificati.

Sul nostro organo centrale di partito scrivevamo: «Ciò che accade oggi in Italia è repugnante. L’Italia sembra diventata la terra dei corvi immondi, che accorrono in frotte là dove è il maleodorante cadavere. I cimiteri di guerra semplici rudi e tragici sono stati sconvolti da rozze vanghe in cerca d’un ossame da  glorificare. Son ributtanti i particolari della scelta. I poveri morti vengono sorteggiati, come il premio d’una lotteria, o prescelti come una merce qualsiasi. […] C’è chi avrebbe voluto che al sorteggio partecipassero anche i soldati morti in Albania; e c’è chi si preoccupava dei cadaveri libici; e c’è chi tenta d’escogitare un mezzo per far sì che non sia assolutamente esclusa la possibilità che il cadavere glorificato sia quello d’un marinaio morto in combattimento.» (Il Comunista – 02/11/1921)

Ma una preoccupazione ancora maggiore si poneva agli organizzatori di questo ignobile rito: chi infatti avrebbe potuto esser certo che le ossa disseppellite non fossero quelle di uno degli innumerevoli soldati colpevoli di diserzione e poi  passati per le armi dai plotoni di esecuzione del regio esercito italiano?

Nella relazione redatta dalla commissione e presentata al ministro della guerra si legge: «In merito alla esclusione dei territori dell’Alto e Medio Isonzo dalla nostra ricerca, si è ritenuto doveroso evitare, sia pure per il solo sospetto, la pur minima ombra di dubbio che a rappresentare i nostri eroici caduti fosse una salma che ne avesse i requisiti».

Il problema che la Commissione si poneva era quello di evitare che tra le undici salme ve ne fosse qualcuna appartenente ad un fucilato. Infatti il tratto compreso tra il Medio e l’Alto Isonzo era il fronte degli ammutinamenti e delle decimazioni di massa. Certo, anche negli altri settori del fronte si erano verificati numerosi episodi di fucilazioni sommarie, ma i commissari sapevano bene quale alta percentuale di passati per le armi vi fosse tra quei tumuli di “ignoti”; infatti i soldati fucilati sommariamente venivano sepolti in fosse anonime e ufficialmente dichiarati “dispersi in combattimento”.

Anche per la scelta del cadavere da innalzare alla gloria d’Italia era stata costruita tutta una indecente coreografia. I resti di undici soldati ignoti vennero portati, il 28 ottobre,  nella basilica di Aquileia, e qui ad una povera madre di un soldato disperso (e forse vittima di decimazione) venne affidato il compito di scegliere quale dei resti cadaverici avrebbe dovuto rappresentare l’onore della patria. La bara del prescelto, posta su di un treno speciale, viaggiò verso la capitale ed il 4 novembre “ascese all’Altare della Patria”

Su quella immonda sceneggiata del Milite ignoto noi denunciammo come questo sconosciuto proletario venisse, per la seconda volta immolato agli interessi della borghesia italiana: quando inviato in una trincea venne condannato a morte, per una guerra non sua e quando, disseppellito fu portato attraverso l’Italia come un trofeo di vittoria.

Scrivemmo in quella occasione: «Il corpo del morto proletario, del grande assassinato dalla borghesia è stato sepolto in Roma nel monumento della regalità. Con la cerimonia del soldato ignoto la borghesia ha glorificato la sua vittoria. Vittoria contro chi? Non contro i nemici esterni, ma contro il suo eterno nemico, contro il popolo lavoratore. […] La cerimonia di Roma rappresenta innanzi tutto una parata di forze dello Stato e della borghesia italiana, la quale dopo un anno di reazione, dopo che le violenze fasciste e l’offensiva padronale contro i salari hanno diminuito per l’indecisione dei dirigenti socialisti lo spirito delle masse, tenta di riaffermare decisamente il predominio economico e politico dell’Italia. […] La borghesia italiana ha voluto fare con la cerimonia del soldato ignoto una grande adunata delle forze militari, burocratiche, capitalistiche, monarchiche. […] È stata una mobilitazione, una rivista sul fronte interno della reazione italiana ». (Il Comunista – 08/11/1921)

Precedentemente abbiamo evidenziato come nella loro tipica mentalità piccolo-borghese gli Arditi del popolo ritenevano che i fascisti dovessero godere dei pieni diritti di riunione e manifestazione democratica a patto che si mantenessero all’interno della legalità borghese, e non si accorgevano che il fascismo era nato proprio a difesa della minacciata “legalità borghese”. 

Quale delusione ebbero nel constatare che fascisti e nazionalisti iniziarono a compiere i loro atti terroristici ancor prima di scendere dai treni, sparando ed attentando alla vita dei ferrovieri, senza contare poi i soliti atti di violenza compiuti in città, soprattutto ai danni di proletari isolati.

Di fronte ai continui atti di violenza compiuti con evidente complicità delle autorità di pubblica sicurezza che avevano permesso il concentramento di tali masse ostentatamente armate, immediatamente da parte del Comitato di Difesa Proletaria venne proclamato lo sciopero generale a Roma e provincia. Inoltre il proletariato e buona parte della popolazione romana non restarono a guardare ma si ebbero quattro giorni di intensa guerriglia e di caccia al fascista. Nel frattempo il congresso fascista continuava i propri lavori a “porte chiuse” nel senso che i partecipanti furono costretti ad asserragliarsi all’interno del teatro Augusteo pure pernottandoci mentre le autorità si incaricarono di fornire il vettovagliamento.

Naturalmente sarebbe troppo lungo ripercorrere le varie azioni di guerriglia, di risposta proletaria, di aperto supporto delle forze dell’ordine alle provocazioni fasciste. Comunque ne “Il Comunista” del 15 novembre viene fatto un resoconto delle quattro giornate romane. Ma per avere un’idea degli avvenimenti sarebbero sufficienti i titoli del nostro quotidiano di quei giorni:

«Il Proletariato romano insorge unanime contro il fascismo – Dallo sciopero dei ferrovieri allo sciopero generale» (Il Comunista, 10/11/1921)

«Il popolo romano ha infranto il prestigio del fascismo – Il proletariato d’Italia deve saper passare dalla difesa all’attacco – Quattro giornate di vittoriosa resistenza» (Il Comunista, 15/11/1921)

Il nostro partito riconobbe che l’esempio della battaglia di Roma avrebbe potuto avere un grande impatto sulla ripresa della lotta di classe di tutto il proletariato italiano.

Leggiamo su “Il Comunista”: «In queste quattro giornate di sciopero e di rivolta spontanea, il merito […] spetta ai proletari e ai popolani di Roma, che hanno accettato una sfida e si sono generosamente gettati in una lotta di cui nessuno era in grado di prevedere le conseguenze. Proletari e popolani di Roma, con lo slancio impetuoso che loro è proprio, con l’attacco e con la resistenza mirabile sono riusciti a recare al fascismo un’offesa di cui è probabile che esso non possa riaversi, se altri saprà procedere sulla via segnata.

«Il “prestigio” dei Fasci: ecco quello che i proletari di Roma hanno saputo spezzare, e nel fare ciò essi hanno operato non per sé solamente, ma per i compagni loro di tutta l’Italia: nel fare ciò essi sono usciti dal campo della irritazione e della reazione propria dei piccoli borghesi e hanno segnato, sul terreno della lotta di classe, una conquista.

«Questa conquista non deve andare perduta. Assurdo era pensare che un “Vespro”  antifascista potesse compiersi in una sola città e in quella che meno aveva provato fin’ora la ferocia dell’attacco e dell’oppressione. Ma all’esempio di Roma guardano gli operai e i contadini che per un anno hanno sofferto e covato nel cuore la vendetta e con animo di speranza – noi crediamo –  cercano anche essi le armi.

«E’ lunga ancora la via che deve condurre alla riscossa? Noi non sappiamo. Certamente essa sarà faticosa e grave, ma certo è pure che l’oppressione non sarà finita, fino a che dalla difesa non si sarà passato all’attacco e questo non avrà travolto tutte le posizioni del nemico.

«Per questo dai battaglioni proletari delle città industriali, dalle squadre dei contadini risorti alla vita e alla lotta l’esempio di Roma deve essere raccolto, trasformato ed elevato. Il grido di riscossa contro i fasci non può essere altro che il grido della guerra di classe.

«E Roma non può essere stata altro che un punto di partenza» (Il Comunista, 15/11/1921).

Maggio1922: Erano trascorsi appena sei mesi quando, in Roma, vennero celebrate le esequie di un altro eroe di guerra. Questa volta non si trattò di un “ignoto soldato” ma di una medaglia d’oro al valor militare: Enrico Toti, il bersagliere mutilato, quello che in tutte le rappresentazioni iconografiche lo si ritrae mentre, colpito a morte, lancia la propria stampella contro il nemico.

La celebrazione patriottica del 24 maggio fu fatta coincidere con il trasporto di Enrico Toti, mutilato e volontario di guerra. Così facendo si sperava di inscenare una grandiosa dimostrazione del tipo “giornate radiose”. Comunque la festa patriottica, malgrado questa galvanizzazione, era praticamente passata tra l’indifferenza della popolazione. Il corteo, allo stesso tempo funebre e commemorativo, partendo dalla caserma dei bersaglieri in Trastevere si recava al cimitero monumentale di Campo Verano dopo avere attraversato tutta la città. Apriva il corteo un ingente numero di “autorità”, poi allievi di scuole pubbliche, polizia, carabinieri, guardia regia, associazioni patriottiche, nazionaliste e fasciste

I fascisti ritennero che questa fosse l’occasione buona per vendicare la bruciante sconfitta del novembre 1921, quindi armati di tutto punto, inquadrati militarmente, ostentando i loro truci gagliardetti vollero provocatoriamente attraversare il quartiere proletario di San Lorenzo.

Già nei giorni precedenti avevano dato luogo ad incidenti con aggressioni e bastonature nei confronti di operai e lavoratori isolati. L’ultimo e più clamoroso era stato quello dei quaranta fascisti, guidati dall’ex tenente Igliori, i quali aggredirono due camerieri del ristorante cooperativo.

Ma torniamo alla manifestazione in onore di Enrico Toti: il corteo attraversò, senza incontrare inconvenienti il popolare quartiere di Trastevere; i fascisti che marciavano inquadrati tra le guardie regie ed i carabinieri avevano ricevuto il “consiglio” di non fare azioni provocatorie e a tale avvertimento si attennero. Però appena i fascisti toccarono il centro si ebbero subito i primi incidenti, soprattutto in via Arenula  e tra piazza Venezia e via Nazionale. Il corteo, che si era svolto per un percorso lunghissimo, arrivò a San Lorenzo quando era già buio e già era stato dato per certo che a San Lorenzo ci sarebbe stata battaglia, infatti era stata in precedenza preparata una batteria di cannoni  da campagna ed almeno tre autoblinde. Scontri abbastanza duri si ebbero in via Tiburtina tra fascisti e proletari, ma i fascisti, protetti da guardie regie e carabinieri riuscirono a riordinarsi, mentre i loro caposquadra passavano la parola: “Non ora, al ritorno, al ritorno!”.

Arrivati a Campo Verano i fascisti tornano indietro mentre i loro caposquadra ripetevano: “Ordinati e compatti, ordinati e compatti!”. Giunti in Piazza Tiburtina si verifica il solito fattaccio che caratterizzava tutte le imprese fasciste compiute in grande stile. Ad un certo punto riecheggia un colpo di pistola; come da ordine prestabilito i fascisti estraggono le loro rivoltelle e al grido “A noi!” cominciano a sparare in tutte le direzioni.

«Gli operai che si trovano agli imbocchi delle vie laterali partecipano alla mischia. […] La polizia è impotente a dividere gli avversari ed a sgombrare la strada […] Segue un momento di calma relativa, ma ecco la zuffa riaccendersi più furibonda […] ha di nuovo inizio uno scambio vivissimo di arma da fuoco. 

«Cinque cavalli dello squadrone delle guardie regie buttano a terra i cavalieri e fuggono per via Marsala e poi per via Goito.

«A questo punto in via Tiburtina le detonazioni si susseguono alle detonazioni. La battaglia si prolunga e si fraziona in più punti. Si vedono guardie e giovani cadere […] In Piazza Tiburtina vengono stesi cordoni di truppa. Si vedono fascisti in fuga. Un plotone di militi a cavallo avanza al galoppo al comando di un tenente il cui cavallo cade a terra perché raggiunto da pallini di un fucile da caccia. […] Dalle strade e dalla case laterali si continua a sparare e da numerose finestre dei palazzi circostanti vengono esplosi colpi di rivoltella, senza interruzione.

«Funzionari ed agenti investigativi cercano scampo nei piccoli portoni, già rigurgitanti di fascisti, nazionalisti che vi hanno cercato scampo. […] Si ode in mezzo ai carabinieri una voce: “Date i moschetti ai fascisti!”. […] Tutti gli ufficiali dei carabinieri […] si posero al comando del colonnello Sagno il quale ordinò che tutto San Lorenzo fosse circondato da cordoni e fece intervenire le autoblindate. Ad un certo punto il signor colonnello esclama: “C’è una batteria da campagna pronta. Possiamo mandarla a prendere”. […]

«Intanto si continua a sparare a tutti gli angoli delle strade, da Campo Verano a piazza Tiburtina. Plotoni di guardie regie e carabinieri i quali aprono un fuoco tambureggiante contro le finestre di tutti i palazzi. I fascisti sono scomparsi, perché tutti concentrati e circondati da bersaglieri in un … angolo morto.

«Si ode il caratteristico rumore dei vetri infranti, e si odono anche urla di terrore.

«Pezzi di intonaco e di imposte cadono sulla strada. Tutte le luci delle case devono essere spente, perché il più piccolo bagliore vien preso di mira da centinaia di moschetti che tirano all’impazzata. Ormai tutti hanno perduto la testa, si spara per sparare. Le autoblindate falciano ed il muratore Franchi cade col petto squarciato. […]

«Finalmente a poco a poco i colpi si fanno più tardi e allora le autorità di polizia approfittano per inquadrare fra i bersaglieri i fascisti non fuggiti durante la mischia. Al vederli passare i nostri intonano “Bandiera rossa”» (Il Comunista, 27/05/1922).

Era quasi la mezzanotte quando terminarono le sparatorie, ed ecco che da parte delle forze dell’ordine vennero organizzati forti pattuglioni per perquisire le case e procedere agli arresti. In via dei Sardi, via degli Umbri, via dei Marrucini, via dei Volsci, centinaia furono gli appartamenti invasi da carabinieri e guardie regie dove si cercavano e si requisivano le armi ritrovate, e indiscriminatamente si arrestavano in massa uomini, donne e ragazzi che, percossi con il calcio dei fucili, venivano ammassati su camion e scortati dalla cavalleria fino alla questura centrale.

Immediatamente da parte dell’Alleanza del Lavoro e del Comitato di Difesa Proletaria venne proclamato lo sciopero generale esteso a tutte le categorie. Lo sciopero riuscì veramente compatto, quasi senza neanche il tempo di diffondere l’ordine, tutte quante le categorie disertarono il lavoro, un magnifico esempio di lotta di classe. Il nostro giornale del 27 maggio titolava:«Il proletariato di Roma difende con le armi la sua vita e la sua libertà. I fascisti cacciati dal quartiere S. Lorenzo – Cruenta battaglia di 4 ore – Tutti i lavoratori solidali con i combattenti».

E scriveva: «Di fronte al nemico livido di rabbia per aver trovato di fronte a sé una volontà precisa di resistenza e di lotta, ma di fronte anche al falso amico ipocrita e vile, che nel momento della battaglia si affanna per frenare l’impeto dal quale sente che presto o tardi egli pure sarà travolto, di fronte al fascista e al traditore, e davanti alle schiere proletarie che si ordinano per muovere alla riscossa, il Partito Comunista è fiero di lanciare ancora il suo grido di raccolta e di combattimento, ed è in pari tempo orgoglioso di constatare che i suoi militanti hanno saputo tenere con onore il proprio posto.

«Viva il proletariato rivoluzionario di Roma!

«Viva la lotta armata degli operai e dei contadini per la loro libertà!

«Viva la vittoria completa dei lavoratori sui nemici e sui traditori della loro classe!» (Il Comunista, 27/05/1922).

Il Marxismo e la Questione Militare

(continua dal numero 97 – luglio 2024)

FRONTE CAUCASICO: LA SECONDA CAMPAGNA DEL KUBAN

Prima fase (primavera-estate 1918)

La fine della prima campagna militare nello sterminato territorio del Kuban aveva lasciato una situazione incerta e instabile in entrambi gli schieramenti. I tre comandanti delle maggiori forze controrivoluzionarie cosacche in quell’area: Alekseev, Kaledin e Kornilov, riuniti in un triunvirato allo scopo di realizzare un minimo coordinamento adottarono una iniziale strategia difensiva in attesa del momento propizio per un’offensiva generale sostenuta dalle forze austro-tedesche.

Per l’assenza di importanti vittorie strategiche ma solo continue ritirate, per il rifiuto dei reduci rientranti dal fronte di arruolarsi nelle loro fila, preferendo prevalentemente arruolarsi nell’Armata Rossa convinti dalla grande propaganda bolscevica, i gruppi cosacchi iniziarono a disperdersi e i nuovi arruolati molto spesso si rifiutavano di combattere..

Pur con significative perdite a fine febbraio le colonne bolsceviche conquistarono gli importanti centri di Rostov e Novočerkassk. L’Armata dei Volontari (A.V.), sotto il comando di Kornilov, per sottrarsi alle preponderanti forze rosse decise di dirigersi verso Ekaterinodar, al limite delle steppe del Kuban, la cui Rada aveva da poco proclamato una repubblica cosacca.

Ekaterinodar invece fu conquistata dalle truppe bolsceviche e (come abbiamo già esposto in un predente rapporto) la manovra imposta dalla nuova situazione, poi chiamata la “Marcia sul Ghiaccio” si risolse in una disfatta dell’Armata dei Volontari le cui forze residue si dispersero, ma non scomparvero, in quegli immensi territori. Inoltre persero due validi comandanti: Kaledin si suicidò e Kornilov morì a seguito di un preciso bombardamento rosso del suo quartier generale nel tentativo di riconquistare Ekaterinodar; Denikin lo sostituì al comando dell’A.V.

Frattanto nel settore caucasico la situazione si complicava per le sorti della rivoluzione quando a seguito dell’Operazione Faustschlag le armate tedesche in soli 11 giorni occuparono tutto il sud dell’Ucraina fino alle coste del Mar Nero: dal porto di Odessa, tutto il Donbass, tutta la Crimea, i porti di Mariupol e Taganrog sul Mar d’Azov e giunsero fino a Rostov sul Don che occuparono facilmente senza incontrare una adeguata resistenza.

Di più, all’interno degli immensi territori cosacchi lungo il Don si era consolidato il potere dell’atamano Krasnov che aveva ottenuto dal Krug, l’assemblea cosacca, i pieni poteri e l’appoggio dei cosacchi.  Krasnov si era formato nelle accademie militari zariste fino al grado di tenentegenerale della guardia imperiale e aveva sostenuto il governo provvisorio contro la Rivoluzione d’Ottobre. Nella regione del Don già dalla fine del 1917 incominciò ad organizzare la lotta armata contro i bolscevichi.

Con l’aiuto economico e militare dei tedeschi il 17 aprile 1918 conquistò la Repubblica sovietica del Don, nell’attuale sud-est dell’Ucraina, e incrementandola con altri territori cosacchi, fondò la Repubblica del Don con capitale Novočerkassk. Questa si estendeva per circa 165mila km2, circa oltre la metà dell’Italia, con una popolazione di 3,8 milioni di abitanti di cui il 55% (2,1 milioni) erano cosacchi mentre i restanti erano operai e contadini provenienti da altre parti della Russia e mal sopportati dai cosacchi.

Facendo leva sul nazionalismo indipendentista cosacco e sui sentimenti controrivoluzionari della  maggior parte di loro, oltre ai cospicui fondi tedeschi, in breve riuscì ad organizzare 40mila unità ben armate con lo scopo primario di riunificare tutti i territori storicamente abitati dai cosacchi lungo il corso dal Don. Non si espresse mai chiaramente sulle eventuali sorti del regime sovietico.

Accanto alle forze indipendentiste cosacche c’era quanto rimaneva dell’Armata dei Volontari, guidata da Denikin, i cui componenti avevano differenti prospettive per una futura Russia repubblicana o monarchica ma sicuramente indipendente non bolscevica e non alleata con la Germania. Questi per evitare pericolose tensioni interne alla sua piccola e disciplinata formazione, evitò di prendere precise posizioni sul futuro assetto istituzionale della nuova Russia libera e indipendente affermando di rispettare quanto sarebbe stato scelto.

Le profonde divergenze politiche e l’evidente diffidenza tra i due comandanti erano tali che la riunione indetta il 28 maggio 1918 per stabilire un piano strategico coordinato si risolse in un nulla di fatto; furono solo accantonate. Di unificante rimaneva un non meglio precisato obiettivo di una crociata antibolscevica in una Russia unificata o federativa. Interpretando in modo ipocrita il principio dell’autodeterminazione dei popoli oppressi dallo zarismo, Krasnov pensava di poter far coesistere una reazionaria repubblica cosacca accanto a quella rivoluzionaria bolscevica, pur muovendole contro il suo esercito.

Dal punto di vista strategico i cosacchi di Krasnov godevano di un’ottima situazione con il fianco sinistro ben protetto dalle nuove frontiere tedesche che consentivano rapidi rifornimenti, mentre le loro spalle del fianco destro erano protette dalle ridotte ma ben disciplinate forze dell’A. V.

Queste furono rifinanziate dal “Centro Nazionale”, una organizzazione segreta antibolscevica di Mosca con 10 milioni di rubli cui se ne aggiunsero altri 6 da Krasnov per l’acquisto di armi dai suoi cosacchi nonostante i tedeschi non tollerassero questo passaggio di loro fondi e armi a Denikin, dichiaratamente antitedesco.  La A.V. raggiunse così un organico di 9mila uomini, 21 cannoni e un treno “corazzato” in legno. Furono organizzati in 3 divisioni di fanteria di 3mila uomini ciascuna, una di cavalleria e una brigata di cavalleria indipendente di cosacchi del Kuban. Erano unità dotate di grande mobilità dovuta alla loro precedente formazione militare ed esperienza sul campo.

L’Armata Rossa, costituita solo da alcuni mesi sotto l’efficiente lavoro organizzativo di Trotzky, nel Kuban disponeva di un imprecisato numero di effettivi compreso tra 80mila e 100mila, per lo più nuove reclute volontarie e prive di reale esperienza al combattimento. Questi erano divisi in un variegato numero di gruppi, unità minori e guarnigioni territoriali; questo spiega perché gli stessi comandanti russi non fossero al momento in grado di conoscere l’esatta composizione delle loro forze. La confusione veniva aumentata dalla reale difficoltà di comunicazione tra le varie unità ed il centro del comando, rendendo molto più complessa ogni rapida variazione dei piani di battaglia in corso. I raggruppamenti maggiori erano quelli affidati al comando di Sorokin, di circa 30-40mila unità stanziati a Batajsk di poco a sud di Rostov occupata dai tedeschi, che  doveva anche controllare le formazioni cosacche del Don di quel settore. Sotto il comando di Kalnin vi erano circa 30mila effettivi lungo l’asse ferroviario tra Torgovaja e Tichoreckaja. L’Armata di Taman di circa 25mila uomini era impegnata a controllare lo stretto di Kerk che separa il Mar Nero dal Mar d’Azov e contrastare i tedeschi stanziati in Crimea sulle sponde opposte dello stretto.  Una quarta formazione di circa 12mila unità dirette da Dumenko si trovava in  una posizione più isolata presso l’insieme dei grandi villaggi cosacchi di Velikoknyazheskaya, oggi Proletarsk, sul fiume Manič. In più ogni città di una certa importanza aveva una guarnigione dedicata alla sua difesa. La stessa storiografia sovietica segnala che erano truppe mal coordinate, mal equipaggiate e mal armate.

W.H. Chamberlin così riporta: «Ma le forze rosse del Caucaso settentrionale, sebbene così numerose, per lo meno secondo l’ordine di grandezza della guerra civile russa (alla vigilia della disfatta finale assommavano a circa 150mila), rappresentavano però, com’ebbe a dire una volta Trotsky, “un’orda pletorica piuttosto che un esercito”. Esse erano un aggregato incomposto di bande armate, che talvolta venivano alle mani tra loro, e avanzavano e retrocedevano senza fare quasi nessun conto degli ordini del comando centrale. Le autorità sovietiche del Caucaso settentrionale non riuscivano affatto a imporre una linea di condotta ai militari dilettanti che comandavano quell’esercito variopinto. Questa incapacità fu poi la causa più immediata della caduta del loro regime». (Storia della Rivoluzione russa. Vol II pag. 189). Risulta quindi più chiara la lapidaria sintesi: «L’esercito rosso del Caucaso settentrionale mancava quasi completamente di capi sperimentati».

Fig. 1 Fronte Kuban

23 giugno 1918: parte la seconda campagna del Kuban della A.V. con l’attacco sull’importante snodo ferroviario Torgovaja per proseguire alla riconquista di Ekaterinodar. Il piano di battaglia di Denikin consisteva nel lanciare le sue tre divisioni di fanteria dirigendo una da ovest, l’altra da sud e la terza da est  mentre la sua cavalleria era  posizionata sul lato nord.  La A.V. ebbe facile successo sulle locali forze dell’Armata Rossa che ripiegarono precipitosamente verso nord  dove si scontrarono con la cavalleria bianca del generale Markov che li sconfisse completamente. Markov, da Denikin considerato il suo migliore collaboratore, morì in quel combattimento.   

28 giugno: dopo questa prima vittoria, Denikin invece di puntare verso Ekaterinodar, a sud-ovest, diresse le sue truppe verso nord su Velikoknyazheskaya dove la sua cavalleria bianca sconfisse duramente quella rossa di Dumenko disperdendo il presidio della città e costringendo il grosso delle forze di Dumenko a ritirarsi a nord verso Caricyn. L’inatteso cambio di direzione delle truppe di Denikin fu interpretato dal comando bolscevico come l’intenzione dell’A.V. di attaccare la ben più importante Caricyn (secondo le varie traslitterazioni e successivi cambi di nome, la città è indicata come Tsaritsyn, Stalingrado, ora Volgograd).

L’Armata Rossa disponeva di errate sovrastimate valutazioni sulla reale consistenza delle forze bianche in quella operazione per cui Stalin (in virtù della recente nomina del 31 maggio come «dirigente generale degli approvvigionamenti nel sud della Russia investito di poteri straordinari […] gli stati maggiori e i comandanti di reparto […] sono tenuti ad eseguire le disposizioni del compagno Stalin»  – O.C. Vol. 27 pag.385), deviò 6 reggimenti diretti a Bakù per la difesa di Caricyn.

6 luglio: Denikin, sempre usufruendo delle linee ferroviarie, invece diresse le sue forze a sud nel Kuban in direzione di Ekaterinodar ottenendo un’altra vittoria a Belaja Glina mediante un articolato attacco notturno costato però perdite consistenti.

Il comandante bolscevico Kalnin per contrastare l’avvicinamento di Denikin su Ekaterinodar e  per  sconfiggerlo definitivamente, predispose la difesa di Tichoreckaja richiamando tutte le forze bolsceviche disponibili nell’area, in particolare quelle di Sorokin da Batajsk. Questi invece di accorrere immediatamente decise di attaccare con ostinazione le forze di cavalleria dell’A.V. che Denikin aveva lasciato a protezione delle sue retrovie. Sorokin con questa decisione perse tempo prezioso e  molti soldati.

Denikin, intuiti i piani di Kalnin e la disorganizzazione della locale Armata Rossa, stabilì di utilizzare anche in questa occasione la collaudata manovra avvolgente da tre direzioni e  affidò alla divisione a cavallo il compito di interporsi tra le forze di Kalnin e Sorokin, impedendone il congiungimento.

13 luglio: un primo contatto tra i due fronti presso Ilynskaja durante il posizionamento delle truppe è favorevole alla A.V. grazie alla velocità di manovra.

14 luglio: le forze di Denikin per questa battaglia importante sono dispiegate su un fronte di 75  km. La colonna centrale seguendo il corso della ferrovia attacca frontalmente Tichoreckaja, mentre le altre due colonne aggirano le posizioni avversarie trincerate per prenderle ai fianchi. La cavalleria, facendo un ampio giro doveva attaccare alle spalle la città, tagliando ogni comunicazione tra Kalnin e la capitale Ekaterinodar. Le difese statiche impostate da Kalnin  non ressero all’impatto e dovettero ritirarsi disordinatamente abbandonando enormi quantità di materiale bellico. Nulla poté Sorokin, giunto a cose fatte per la sua indisciplina. Anche qui, ai prigionieri venne posta la scelta tra la fucilazione immediata o l’arruolamento nella Armata, che di volontario ora aveva ben poco oltre il nome, poiché la maggior parte dei suoi 20mila uomini era composta da ex-prigionieri.

Così W.H. Chamberlin: «La relazione ufficiale sovietica valuta nei seguenti termini questa battaglia: La presa di Tichoreckaja ebbe importanti risultati strategici. La capacità bellica dei 30mila uomini di truppa del Kalnin, debole fin dall’inizio, fu del tutto scossa; un importante centro ferroviario passò nelle mani dell’Esercito volontario e gli permise di sviluppare le sue operazioni in tre direzioni; le comunicazioni dell’Esercito volontario con l’interno furono rafforzate, i distaccamenti di truppe sovietiche sparsi nel paese furono definitivamente separati tra loro.»  (Storia della Rivoluzione russa. Vol. II pag. 190)

Il comando delle forze sovietiche fu affidato a Sorokin che infine, resosi conto della mutata situazione strategica, decise di sganciarsi dai cosacchi del Don e dai tedeschi per portare soccorso a Ekaterinodar.

Nel Quartier generale dei bianchi riemerse il disaccordo strategico tra il generale Alexeev e Denikin  il quale intendeva proseguire rapidamente per la riconquista di Ekaterinodar da cui ripartire per liberare tutta la Russia dai bolscevichi, mentre Alexeev, intendeva spostarsi sul fronte est del Volga, che grazie anche ai contributi della legione ceca era diventato il settore principale della guerra civile, cui intendeva dare un importante supporto per annientare il fronte orientale bolscevico.

Il piano di Denikin per la conquista di Ekaterinodar prevedeva di riunire i vari gruppi della A.V. presenti nel territorio per organizzarli in un blocco centrale destinato all’assedio della città, più un gruppo per contrastare le forze di Sorokin e quelle del presidio di Armavir. In questo modo le sue forze si distribuirono lungo un fronte di ben 245 km. Intendeva annientare in un colpo solo i gruppi minori dell’Armata Rossa, per poi concentrare tutte le sue forze per l’assalto finale su Ekaterinodar. Un piano audace e ambizioso che si basava sulla verificata incapacità degli avversari di coordinarsi per una manovra congiunta contro le sue formazioni più isolate e invalidare tutta l’operazione.

16 luglio: inizia l’offensiva dei bianchi che incontra una forte resistenza a Kuščevka dalle forze di Sorokin, il quale temendo di rimanere intrappolato tra i cosacchi e Denikin e sotto la pressione dei tedeschi di Rostov, decise di abbandonare la città e dirigere a sud-ovest verso Timashevsko.

23 luglio: Denikin occupa Kuščevka e fa saltare i ponti a nord della città per impedire un eventuale arrivo delle truppe tedesche. L’offensiva di Denikin sembra funzionare perché il fronte principale centrale giunge a circa 40 km da Ekaterinodar mentre le colonne laterali conquistano Kavkazskaja e a fatica Armavir mediante formazioni cosacche locali.

27 luglio: anche sul fianco meridionale il piano di Denikin procedeva bene perché Armavir fu conquistata al primo assalto. In pochi giorni i sovietici riuscirono a radunare sufficienti forze locali per riprendere la città che ricadde a favore dei bianchi per l’inaspettato e improvviso aiuto dei cosacchi del colonnello Skuro, un brutale antibolscevico locale che controllava una zona a sud di Armavir. Le truppe della A.V. ormai certe della vittoria, iniziarono a concentrarsi su Ekaterinodar.

La contromossa di Sorokin, approvata da Mosca, prevedeva l’aggiramento del nemico portando le sue truppe alle spalle del centro avversario per separarlo dal fianco settentrionale. La migliore colonna dell’Armata di Taman formata da veterani che avevano combattuto i turchi, da operai provenienti da Novorossisk e da marinai del Mar Nero le cui navi erano state affondate, fu mandata contro il fianco destro avversario. Sorokin, non scese a sud a proteggere la capitale, ma diresse velocemente  su Korenovskaja giungendo esattamente al centro dello schieramento della A.V., isolandolo nettamente dal quartier generale posto presso Tichoreckaja dove si trovava Denikin.

Ne seguì una battaglia durata diversi giorni in cui entrambi gli schieramenti erano consci che il suo esito avrebbe segnato il destino del Kuban. Denikin disponeva di truppe scelte, Sorokin disponeva di una superiorità numerica e del fattore sorpresa. Seguirono furiosi attacchi e contrattacchi lungo tutto il fronte con perdite in alcuni settori della A.V. del 30% degli effettivi, mentre iniziavano a scarseggiare le munizione e  aumentava la stanchezza.

29 luglio: i due comandanti locali bianchi decisero di lasciare un minimo di forze contro i bolscevichi di Ekaterinodar e provare a sfondare lo schieramento di Sorokin attaccandolo alle spalle su Korenovskaja. Si ebbero furiosi combattimenti anche con assalti alla baionetta finché, nonostante la superiorità numerica, non sufficiente a contrastare la maggiore esperienza ed efficienza della A.V., Sorokin dovette  abbandonare Korenovskaja e ritirarsi verso sud-ovest dove riorganizzò le sue truppe per riprendere la città.

31 luglio: riprendono gli attacchi su Korenovskaja ma dopo una settimana di infruttuosi tentativi, il fallimento dell’attacco rosso fu evidente, in netto e clamoroso contrasto con la sua precedente improvvida segnalazione al comando dell’Armata Rossa di aver appena sconfitto l’esercito della A.V.

7 agosto: Sorokin ordinò la sospensione di ogni attacco e il ritiro a sud oltre il fiume Kuban lasciando le sue varie colonne a  resistere da sole alla A.V. Ogni combattimento cessò il 14 agosto  concludendo la battaglia di Korenovskaja.

15 agosto: le truppe di Denikin entrano a Ekaterinodar concludendo la prima parte della campagna del Kuban occidentale ormai saldamente sotto il controllo dei controrivoluzionari.

La vittoria militare di Denikin acuì le divergenze tra la A.V. e i cosacchi del Don che ora reclamavano la completa autonomia del territorio appena conquistato e specialmente la separazione dell’esercito nazionale cosacco da quello della A.V.

Denikin non intendeva affatto dividere le sue già ridotte forze in due eserciti indipendenti col risultato di indebolirli entrambi, che comunque necessitavano di reciproco sostegno e soprattutto di un comando unico e organizzato. Di più la separazione militare avrebbe sicuramente portato prima o poi ad uno Stato cosacco indipendente, situazione contraria alla sua visione di una Russia unita.

Denikin per mantenere l’appoggio dei cosacchi giunse al compromesso di organizzare un’armata costituita da unità autoctone comandate da ufficiali cosacchi all’interno delle sue forze armate. Sorsero subito seri problemi di organizzazione e gestione amministrativa dei territori poiché mancava quasi completamente adeguato personale civile per cui inizialmente sopperì personale militare per niente preparato col risultato di sottrarre effettivi alle forze combattenti.

Non sapendo fare di meglio reintrodussero le leggi in vigore prima della Rivoluzione d’Ottobre, generando confusione e anarchia che ricadde sulla popolazione.

In  questa situazione l’Armata Rossa del Caucaso, ormai considerata l’Armata più critica delle forze bolsceviche, tanto da essere spesso menzionata da Trotsky come un  «terribile esempio dei malefici effetti della mancanza di disciplina» doveva assolutamente riorganizzarsi per tentare di ribaltare la sfavorevole situazione, approfittando anche del malcontento velocemente diffuso tra gli strati più poveri della popolazione.

Dopo questi significativi insuccessi le maggiori formazioni dell’Armata Rossa del Caucaso settentrionale erano ancora consistenti anche se distribuite in diversi gruppi indipendenti: i 15-20mila soldati sotto Sorokin si stavano ritirando verso Armavir, dove la formazione locale contava su 6-7mila armati. Nella vicina Stravropol c’erano 9-10mila combattenti, infine l’armata di Taman si trovava a sud di Ekaterinodar.

Seconda fase (autunno 1918)

I nuovi piani di Denikin dopo la conquista di Ekaterinodar prevedevano, per la sua Armata dei Volontari (A.V.), di oltrepassare la linea del fronte del fiume Kuban  e proseguire verso ovest in direzione di Stavropol, importante centro al limite della Steppa dei Calmucchi avendo ormai il controllo del Kuban occidentale. Per consolidare le posizioni dei controrivoluzionari nel Caucaso  non doveva assolutamente interrompersi il sostegno economico delle associazioni segrete antibolsceviche che già avevano finanziato in modo sostanziale la riorganizzazione della A.V.

Denikin era convinto di poter gestire l’unità del suo schieramento dalle spinte autonomiste dei gruppi cosacchi e contava molto sull’evidente crisi dell’Armata rossa del Caucaso, più volte sconfitta. Questa pur superiore di numero era frammentata in diverse unità, scoordinate  e indisciplinate le quali soprattutto erano nell’impossibilità di ricevere aiuti dal centro perché erano state interrotte tutte le linee di comunicazione dal nord.  

A peggiorare la situazione dell’Armata rossa del Caucaso, si aggiungeva anche la pessima considerazione del centro moscovita che la considerava una forza inaffidabile dovuta anche alle esaltanti assicurazioni di netta vittoria del suo comandante Sorokin a cui invece erano seguite  pesanti sconfitte e la conseguente crescente demoralizzazione nelle sue truppe.

Per quel settore della guerra civile a Mosca si ebbe maggior preoccupazione per il nuovo fronte di Caricyn contro i cosacchi del Don e quello per il controllo dei territori  sul Volga contro l’Armata cecoslovacca per cui il fronte del Kuban venne considerato di secondaria importanza.

Tuttavia alla fine dell’estate l’Armata rossa del Kuban disponeva ancora di circa 75mila combattenti.

Le unità al comando di Sorokin erano stimate in circa 20mila e si stavano ritirando verso Armavir nel Kuban orientale; l’Armata di Taman, la forza più compatta ed affidabile, disponeva di 25mila effettivi che col neo eletto comandante Matveev, un marinaio della flotta del Mar Nero,  si trovava a sud di Ekaterinodar; una forza di circa 7mila combattenti era stanziata a sud di Armavir ed infine altri circa10mila effettivi erano concentrati intorno a Stavropol. (fig. 2)

In questa situazione soltanto l’Armata di Taman, l’unità più esperta e combattiva nella regione, fu considerata in grado di ricompattare le forze bolsceviche per riprendere l’iniziativa militare e risollevare il morale di tutta l’Armata del Kuban.

Il piano elaborato dal comandante Matveev prevedeva di congiungere la sua Armata alla depressa Armata di Sorokin con una lunga marcia verso sud lungo la costa del Mar Nero nel tentativo di raggiungere Armavir. A questi combattenti con ridotte riserve di munizioni e cibo si unirono nella marcia circa 25mila sfollati, per lo più senza cibo e scarpe, che temevano le feroci rappresaglie dei bianchi che dilagavano nella regione.

Denikin subito intuì il grave pericolo per la sua A.V. dall’eventuale congiungimento delle due armate rosse; per contrastarlo inviò alcuni suoi reggimenti ad inseguire Matveev e la divisione di cavalleria di Pokrovskij a Belorečenskaja, nel distretto di Majkop allo scopo di tenere separate le due armate nemiche.  Durante questa manovra Pokrovskij e i suoi 3mila cosacchi si distinsero per una feroce e immotivata repressione di 2mila operai del distretto assassinati per il solo fatto di essere proletari e automaticamente bolscevichi.

Fig. 2

Mentre Pokrovskij coi suoi cosacchi si attardavano in questa infame e vigliacca strage si trovarono schiacciati in forte minoranza numerica tra l’Armata di Taman e quella di Sorokin.

11 settembre 1918: nella notte la fanteria di Matveev sferrò un attacco frontale alla postazione di Pokrovskij mentre la cavalleria dell’Armata del Taman compiendo un ampio giro la prese alle spalle gettando lo scompiglio nelle fila della Divisione bianca. Nei giorni seguenti, ricevuti rinforzi da Denikin, i cosacchi di Pokrovskij tentarono un contrattacco ma furono respinti con notevoli perdite. In seguito a questa sconfitta si ritirarono a nord lasciando libero il passaggio all’Armata di Taman che, superata Majkop, poté proseguire in sicurezza verso Armavir.  

Per la mancanza di comunicazioni Sorokin non sapeva dell’arrivo dell’Armata di Taman per cui le avanguardie di Matveev furono scambiate per nemici e prese a fucilate. Malgrado tutti i patimenti affrontati, le forti perdite subite in combattimento, per fame e malattie, le due armate si unirono  risollevando il morale dell’intera forza sovietica che ora reclamava un’offensiva per riconquistare il Kuban.

20 settembre: i cosacchi bianchi del Kuban rientrati a Majkop scatenarono una feroce vendetta   uccidendo circa 4mila civili ritenuti bolscevichi, ritrovati successivamente in fosse comuni.

3 ottobre: le unità di Sorokin e di Matveev, vengono accorpate per formare la XI Armata posta sotto il comando di Sorokin, nonostante il precedente “ritardo” con cui arrivò per la difesa dell’ormai caduta Tichorekaja del 14 luglio. A lui viene affiancato il neo eletto Comitato militare rivoluzionario del fronte (RMSR) secondo  le indicazioni del processo di riorganizzazione dell’Esercito bolscevico elaborato da Trotsky nel settembre 1918. Ne facevano parte membri militari dell’esercito e membri politici eletti dai soldati dell’unità militare in azione, il quale aveva autonomia decisionale in tutte le questioni di carattere operativo – strategico.

Trotsky così ci illustra: «L’istituzione dei commissari ebbe un ruolo capitale nella creazione dell’apparato del comando militare. Essi erano composti di operai rivoluzionari, di comunisti e, al principio, anche di social-rivoluzionari di sinistra, (fino al luglio 1918). Il comando, dunque, era in qualche modo sdoppiato. Il comandante conservava la semplice direzione militare, il lavoro di educazione politica era concentrato nelle mani dei commissari. Ma il commissario era soprattutto il rappresentante diretto del  potere sovietico nell’armata. Senza intralciare il lavoro propriamente militare del comandante e senza diminuire in nessun caso l’autorità di quest’ultimo, il commissario doveva creare condizioni tali che questa autorità non potesse mai agire contro gli interessi della rivoluzione. La rivoluzione operaia sacrificò a questo compito i migliori dei suoi figli. Centinaia e migliaia di essi morirono al loro posto di commissari. Molti altri divennero, in seguito, capi rivoluzionari.» (Scritti militari .1  La rivoluzione armata  Introduzione  pag.30)

Il primo obiettivo militare fu di riorganizzare il fronte costituendo una solida base tra i fiumi Kuban e Laba da cui partire per la riconquista di Stavropol, necessaria base operativa per le future operazioni. (fig. 3)

La mossa successiva di Denikin prevedeva un accerchiamento delle forze bolsceviche,  trincerate a ferro di cavallo tra i fiumi Laba e Kuban, con un attacco avvolgente da tutti i lati con lo scopo di interrompere qualsiasi possibilità di approvvigionamenti di cibo e munizioni e annientare completamente la XI Armata. Da ovest la cavalleria del Kuban di Pokrovskij;  da nord-ovest la 1a Divisione di cavalleria di Vrangel, dal nord di Armavir sarebbe scesa la 3a Divisione di Drozdovskij, da nord-est la 3a Divisione di Borovskij ed infine da sud-est il colonnello Škuro ed i suoi lupi, una formazione di cosacchi controrivoluzionari particolarmente esperta in incursioni nelle linee nemiche e sabotaggi che godeva dell’appoggio della popolazione in quelle sperdute regioni caucasiche.

 La situazione non era favorevole alla rivoluzione neppure nelle adiacenti regioni del Caucaso meridionale, perché i cosacchi del Terek, stanziati lungo l’omonimo fiume che dal Caucaso tra Cecenia e Daghestan sfocia nel Mar Caspio, si erano sollevati contro il potere sovietico.

Il piano di Denikin era troppo ambizioso per le limitate forze della A.V. e Sorokin avrebbe potuto rompere l’accerchiamento in ogni momento concentrando le sue forze numericamente superiori contro una determinata posizione nemica per poter raggiungere una città e garantirsi le scorte necessarie.

Fig. 3

Per tre settimane furono inutili gli attacchi dei bianchi nel tentativo di attraversare il fiume Laba da ovest e rompere le ben trincerate difese rosse, nonostante Denikin chiedesse “un attacco immediato a tutti i costi”. Sorokin, confortato da questa positiva risposta delle sue truppe, decise quindi di passare al contrattacco con il quale, nonostante forti perdite, riuscì a rompere la morsa scacciando i bianchi da Nevinnomyskaja, più a sud.

Purtroppo ai vertici del comando della XI Armata,  i mai sopiti contrasti sulla conduzione delle operazioni tra Sorokin e Matveev scoppiarono quando da Mosca giunsero precise direttive di muoversi immediatamente verso Caricyn per portare soccorso alla X Armata. Molto diverse e quasi opposte furono le soluzioni proposte: Matveev suggerì un trasferimento diretto verso nord utilizzando quanto più possibile le  linee ferroviarie tra Armavir, Tikhoretskaja, Caricyn. Sorokin invece intendeva attaccare ad est per assicurarsi il controllo di Stavropol per poi scendere a sud per impostare tutte le difese di Grozny e dei giacimenti petroliferi contro i cosacchi del Terek e successivamente puntare a nord verso Caricyn.

Sorokin infine, come comandante in capo, fece adottare il suo piano nonostante continuassero accesi i dissidi con Marteev, il quale nei giorni seguenti si rifiutò di eseguire i suoi ordini in merito. Per questa grave decisione, Sorokin convinse il Comitato militare rivoluzionario del fronte (RMSR) a farlo arrestare e fucilare immediatamente.

7 ottobre: il giorno stesso dell’esecuzione di Matveev, Sorokin ordinò alle sue truppe di iniziare l’operazione per la conquista di Stavropol. Queste si trovavano disposte a cuneo con il vertice nord su Armavir, verso sud il fianco ovest si sviluppava lungo il fiume Urui, mentre il lato est si allungava lungo il Kuban. Secondo l’articolata manovra prevista da Sorokin, i 25mila uomini della formazione di Taman, furono trasportati coi treni fino a Nevinnomyskaja e da lì, su quattro colonne, avrebbero dovuto avanzare verso Stavropol.  La difesa della città era affidata alla 3a Divisione di Drozdovskij alla quale si aggiunsero i rinforzi di Borovskij prontamente richiamati da Denikin.

Matveev non era il solo a non condividere la decisione di Sorokin come corretta risposta agli ordini di Mosca tanto è che Žoloba, il comandante della Divisione di Ferro (a seguito di nuovi arruolamenti da brigata si era trasformata in divisione), disattese gli ordini di Sorokin e si diresse con il percorso più rapido a difesa di Caricyn.

21 ottobre: quest’altra disobbedienza  scatenò la furia dell’evidente personalismo di Sorokin che cercava di imporsi come autorità indipendente al punto che si rivoltò contro lo stesso Comitato militare di cui fece arrestare e fucilare alcuni membri dopo averli falsamente accusati di alto tradimento a favore dei bianchi.

In questa situazione il Quartier generale di Sorokin cadde nel  caos più completo al punto di non essere più in grado di emettere ordini precisi, senza conoscere l’esatta ubicazione, consistenza delle sue unità e l’esito delle battaglie.

26 ottobre: Denikin approfittò senza indugi dell’immobilismo della XI Armata rossa e  dell’indebolimento del fianco occidentale dovuto agli spostamenti delle truppe di Taman per cui lanciò un attacco delle sue divisioni che erano ad ovest e a sud del fiume Urui.  La 1a divisione di Kasanovič attaccando dall’estrema  sinistra oltrepassò il fiume e occupò Armavir.

Per paura delle sicure rappresaglie delle forze indipendentiste  che intendevano costituire un governo cosacco nel Kuban, crebbe sensibilmente il numero dei volontari che intendevano arruolarsi nella XI Armata. Fu così che dalle 75mila di fine settembre, nel mese successivo le unità raggiunsero il numero di oltre 124mila. Non fu un gran guadagno perché l’aumento quantitativo non corrispose ad un aumento qualitativo, anzi per l’impossibilità di ricevere adeguati rifornimenti da nord ogni combattente poteva disporre di sole 20 cartucce. Disastrosa fu l’esperienza di auto-prodursi artigianalmente munizioni.

28 ottobre: dopo un intenso fuoco di copertura dell’artiglieria rossa partì l’attacco della fanteria di Taman alle trincee poste nella periferia meridionale di Stavropol che furono travolte costringendo la Divisione di Drozdovskij ad una rapida ritirata di trenta chilometri verso nord. I sopraggiunti rinforzi di Borovskij permisero a Denikin di fermare l’avanzata rossa e di stabilizzare il fronte. Ma la pesante sconfitta a Stavropol cancellò l’altezzoso senso di invincibilità e superiorità che fin dall’inizio della guerra civile lo Stato maggiore dell’Armata dei Volontari nutriva nei confronti delle truppe bolsceviche.

Il valore e la  disciplina della ex Armata di Taman, nonostante la condanna a morte del suo comandante ritenuta eccessiva, furono riconosciuti ricevendo l’Ordine della bandiera rossa.

Nonostante la vittoria il comando politico e militare della XI Armata cadde nel caos per le ripercussioni di quella decisione e per le successive purghe di quanti tentarono di opporsi all’evidente personalismo di Sorokin che cercava di imporsi come autorità indipendente. Fu così che la vittoriosa ex Armata di Taman rimase immobile a Stavropol senza ordini di attacco per sfruttare l’evidente momentanea difficoltà in cui era caduta la A.V.

Denikin non perse tempo per riprendere Stavropol; fece quindi avanzare da ovest la cavalleria del barone Vrangel, da sud-ovest la Divisione a cavallo di Pokrovskij, da sud Škuro e da nord le divisioni bianche di Drozdovskij e Borovskij che stavano recuperando il terreno perso dopo la recente ritirata .

Per la XI Armata la difesa ad oltranza di Stravopol, loro ultimo centro strategico, fu una questione di sopravvivenza perché, essendo tagliate le linee di rifornimento dal nord, restava soltanto la lontana Astrachan sul tratto finale del Volga, oltre la steppa dei Calmucchi.

Intanto la situazione divenne favorevole a Denikin per l’arrivo di nuove armi e munizioni dagli alleati. Le truppe rosse dopo mesi di battaglie pativano la mancanza di adeguati rifornimenti; inoltre senza uno stabile e organizzato comando militare non furono assolutamente in grado di marciare subito alla difesa di Caricyn. Da un punto di vista strategico la forzata sosta della XI Armata nel Kuban, sempre numericamente forte, impedì a Denikin di spostare le sue più esperte e organizzate truppe della A.V. in aiuto di Krasnov che in quel momento era al massimo sforzo nell’offensiva su Caricyn. Denikin per risolvere definitivamente la questione organizzò un’offensiva generale a partire dal 1° novembre per riconquistare Stavropol.

La già difficile situazione dei vertici della XI Armata si aggravò quando i membri sopravvissuti del Comitato militare dichiararono Sorokin un traditore, il quale cercò protezione tra la truppa di Stravopol che riteneva essergli fedele.

2 novembre: Sorokin caduto nelle mani degli  ex combattenti di Matveev fu subito fucilato.

I ripetuti attacchi da nord della cavalleria di Vrangel dei primi giorni furono respinti con consistenti perdite da entrambi i fronti nonostante i bianchi di Borovskij avessero raggiunto la periferia della città dove furono fermati dai contrattacchi rossi. L’offensiva in quel settore perse slancio.

5 novembre: da sud l’avanzata delle formazioni di Škuro e di Pokrovskij  su Nevinnomyskaja    fu agevole e conquistando la città, le truppe della XI Armata furono accerchiate.

11 novembre: Fed’ko, il nuovo comandante delle truppe del Caucaso del Nord organizzò una serie di contrattacchi durati tre giorni contro le truppe di Borovskij e di Drozdovskij, che sfinite da combattimenti ininterrotti, si ritirarono di venti chilometri aprendo una breccia nell’accerchiamento della città. Durante questi combattimenti il generale Drozdovskij fu gravemente ferito e morì nei giorni seguenti. Le truppe rosse cercarono di consolidare quella via di fuga verso nord ma furono duramente battute dal nuovo attacco della cavalleria di Vrangel.

15 novembre: Vrangel entra in Stavropol prontamente abbandonata dalla XI Armata che, nonostante le forti perdite subite, controllava ancora l’area a nord-est della città.

Per annientare definitivamente le truppe bolsceviche, Denikin lanciò le sue cavallerie ai fianchi dell’XI Armata mentre la fanteria attaccava frontalmente. Vana fu quella manovra perché le truppe rosse, onorando il riconoscimento ricevuto dell’ordine alla bandiera rossa, contrattaccarono inaspettatamente verso sud-est,  al punto di congiunzione tra la cavalleria di Škuro e la fanteria di Borovskij, rompendo il loro accerchiamento.

20 novembre: La XI Armata, dimezzata nei suoi effettivi, iniziò la sua lunga marcia verso est attraverso le desolate steppe che la separavano da Astrachan. La cavalleria bianca mandata al suo inseguimento dovette desistere perché rimase impantanata nel fango dovuto alle piogge autunnali.

Due furono le cause principali della sconfitta di quella valorosa armata: il completo isolamento in cui si venne a trovare con il conseguente mancato rifornimento di armi e materiale bellico e il caos in cui cadde l’intero comando per le insensate scelte di Sorokin di indebolire il fianco sinistro per la presa di Stavropol e i forti dissidi con i suoi comandanti che portarono all’esecuzione di Matveev, nonché quelli con il Comitato militare rivoluzionario (RMSR).

Anche le perdite della A.V. furono calcolate in 30mila tra morti e feriti, numero rilevante per le dimensioni di quella armata specialmente nei suoi vertici poiché ad ottobre morì di malattia il generale Alekseev, l’organizzatore della A.V. cui si aggiunse quella di Kornilov, Markov e Drozdovskij.

La XI Armata di Fed’ko, riuscita a sfuggire all’inseguimento della cavalleria bianca, raggiunse le città del basso Volga dove iniziò a riorganizzarsi, dovendo però superare prima gli attacchi della febbre spagnola e del tifo.

Da un punto di vista delle sorti della rivoluzione bolscevica questo fronte si riduce di importanza mentre diventa principale quello per la difesa di Caricyn a cui la XI Armata non riuscì a portare alcun sostegno.

Fine della campagna (gennaio-marzo 1919)

Denikin, destinò il grosso della A.V. stanziato intorno e a difesa di Stavropol che contava 25mila uomini e 75 cannoni, al consolidamento del controllo del nord del Caucaso per assicurarsi una solida base alle sue spalle. Dal dicembre 1918 diverse unità bianche furono inviate sul Don per sostenere i reparti in crisi dei cosacchi di Krasnov contro l’Armata rossa.

A contrastare le forze controrivoluzionarie vi erano le forze rosse che in tutto il Caucaso settentrionale contavano il ragguardevole numero di 150mila di cui soltanto 60mila erano effettivamente disponibili al combattimento. Di più, lontani e con scarse comunicazioni dal centro politico della rivoluzione, non potevano pienamente disporre dell’energia rivoluzionaria e organizzativa che giorno dopo giorno animava l’Armata rossa negli altri fronti di guerra. Queste erano affidate al comando del bolscevico ed esperto militare Svečnikov e al Consiglio di difesa del Caucaso del nord presieduto da Ordžonikidze,  un rivoluzionario di vecchia data ritornato dall’esilio in Siberia dopo l’Ottobre 1917.

La principale unità sovietica era la XI Armata ricostituita dopo l’abbandono di Stavropol con quanto restava dell’esercito di Sorokin, dell’Armata di Taman e rafforzata con volontari provenienti da Astrachan e dal Terek; contava 88mila uomini e 75 cannoni. Ora posta sotto il comando Kruze era schierata ad est di Stavropol su una linea di 250 km. Con questa disposizione erano impossibili rapide comunicazioni con Astrachan e il fronte di Caricyn, separate da 400 km di steppe desertiche.  Il fianco meridionale della XI Armata era protetto dalla XII Armata, stanziata ai piedi della catena del Caucaso, di circa 20mila uomini la quale non era in grado di intraprendere alcuna azione offensiva perché pesantemente colpita dal tifo e dalla mancanza di rifornimenti.

Allo scopo di impedire ulteriori trasferimenti di unità della A.V. per sostenere gli assalti dei cosacchi del Don su Caricyn dove le truppe bolsceviche erano in difficoltà e per allentare la pressione su quella parte di fronte, il comando strategico dell’Armata rossa del Caspio-Caucaso, organizzò una grande e complessa offensiva contro tutto il fronte nemico per recuperare le posizioni perdute nello scorso novembre. Per sopperire alle evidenti difficoltà logistiche e di comunicazioni, si faceva affidamento sulla decisa superiorità numerica nonostante questo fattore non avesse garantito il successo in precedenti simili situazioni contro la più esperta A.V..

28 dicembre 1918: L’attacco principale viene portato dalla XI Armata al centro dello schieramento della A.V. allo scopo di tagliare in due il fronte nemico per poi aggirarne l’ala settentrionale alle spalle e impedirgli ogni collegamento con Ekaterinodar e il Don. Altre unità avrebbero dovuto attaccare e aggirare lo schieramento meridionale con una manovra simile; altre ancora erano destinate alla riserva e alle retrovie. Gli scontri furono violenti e dispendiosi in termini di uomini e munizioni da ambo le parti costringendo la A.V. ad arretrare fin sotto Stavropol. La 3° divisione Taman dovette arrestare l’avanzata per riorganizzare le sue forze particolarmente provate; di più a causa di mancanza di collegamenti e la plausibile confusione creatasi, lasciarono un pericoloso varco nella loro linea creando così l’opportunità di un contrattacco nemico affidato alla cavalleria di Vrangel che disponeva di 6200 cavalieri e 20 cannoni.

3 gennaio 1919: il piano, illustrato da Vrangel la sera prima agli osservatori militari anglo-francesi, prevedeva di lasciare un minimo della cavalleria davanti alla 3° divisione di Taman mentre con i restanti reggimenti avrebbe aggirato le postazioni nemiche attraverso il varco lasciato aperto. L’attacco a sorpresa fu devastante costato anche mille prigionieri; nonostante l’arrivo di riserve e  numerosi atti di eroismo costrinse le forze sovietiche a ritirarsi disgregando lo schieramento iniziale  lasciando isolati altri gruppi d’attacco. Vrangel sfruttò immediatamente il vantaggio attaccando alle spalle altre divisioni sovietiche che nonostante decisi contrattacchi non furono in grado di reggere gli urti dei bianchi ed iniziarono a ritirarsi attraverso le steppe.  Anche nel settore meridionale la A.V. fermò l’Armata rossa recuperando il terreno perduto e la linea del fronte tornò ad essere quella dell’inizio del mese.

In seguito al fallimento dell’offensiva, fu nominato come nuovo comandante della XI Armata M.K. Levandosvskij di soli 29 anni, già distintosi col grado di capitano nella difesa della Rivoluzione d’ottobre. Si pose subito la questione sul da farsi perché circondati su tre lati dal nemico con alle spalle il Mar Caspio era impensabile in inverno raggiungere Astrachan per cui fu deciso di fortificarsi in posizioni più sicure, tenerle e riorganizzarsi per poi riprendere l’offensiva. Era soprattutto necessario  recuperare il morale poiché tra morti, feriti e prigionieri la XI Armata aveva perso 40mila combattenti.  

Un gruppo di 10mila combattenti fu destinato a nord presso Svjatoj Krest, un secondo di circa 25mila uomini fu inviato a trincerarsi  su un linea tra Pjatigorsk e Kislovodosk.

18 gennaio: un deciso attacco dei bianchi su Svjatoj Krest obbligò i rossi ad abbandonare il villaggio e la maggior parte delle scorte.  Levandosvskij ordinò ai superstiti la ritirata oltre il fiume Manyč lontano dalla zona delle operazioni.

Vrangel organizzò un attacco su più direttrici contro le truppe sovietiche che si stavano trincerando  sulla linea tra Pjatigorsk e Kislovodosk le quali nonostante i contrattacchi della loro cavalleria, non poterono far altro che ritirarsi verso il Caspio su percorsi lunghi e pericolosi.

Alla fine di gennaio nel Caucaso non esisteva più un fronte sovietico unico ma solo spezzoni isolati di quella che era stata la valorosa XI Armata.

 Al Quartier generale della XI Armata sito a Georgievsk si decise infine di ripiegare sulle montagne del Caucaso verso le sorgenti del Terek contando sull’appoggio dei bolscevichi locali.

Questa ritirata fu ostacolata dalla pressione della cavalleria di Vrangel che riuscì a spezzare la rimanente parte della XI Armata in diversi gruppi; i più consistenti di essi diressero su Vladikavkaz e Mozdok.

Vrangel deciso a dare il colpo finale ai combattenti rivoluzionari in ritirata lanciò contro di questi il 3° Corpo d’Armata di Liakov su tre direttrici: una verso Grozny e Vladikavkaz, una verso Mozdok e una terza verso il Mar Caspio.

 Dal 27 gennaio al 6 febbraio i diversi distaccamenti  bolscevichi affrontarono numerose battaglie impari, a corto di cibo, vestiti, munizioni dovendo resistere anche all’epidemia di tifo che dilagava tra i soldati privi di cure adeguate. I gruppi minori furono sconfitti e catturati; ad alcuni comandanti cosacchi fu proposto di passare con la controrivoluzione e al loro rifiuto furono subito impiccati.

Di norma, tutti i commissari politici bolscevichi fatti prigionieri venivano fucilati immediatamente.

6 febbraio 1919:  le truppe di Liakov conquistano Kizljar e raggiungono il Mar Caspio con 31mila prigionieri, 8 treni blindati e 200 cannoni. I sopravvissuti della XI Armata ormai senza alcuna possibilità di sostenere adeguati scontri militari intrapresero il difficile cammino verso Astrachan in terribili condizioni fisiche e atmosferiche per il freddo e la neve. L’epidemia di tifo peggiorò la situazione colpendo anche il comandante in capo Levandosvskij.  

Degli 80mila componenti iniziali della XI Armata, soltanto 13mila riuscirono a raggiungere Astrachan. Di fatto un intero gruppo di armate bolsceviche cessò di esistere dopo questa che fu considerata la sconfitta più pesante di tutta la guerra civile. Le Armate del Caucaso furono prontamente riorganizzate e dislocate: la XII Armata fu inviata in direzione della Cecenia, dove si era rifugiata la direzione bolscevica della ex XI Armata presieduta da Ordžonikidze. Ad eccezione della Cecenia e il Daghestan tutto il Caucaso era sotto il controllo dei controrivoluzionari.

Questa vittoria, con le retrovie ben assicurate, permise ai controrivoluzionari di portare l’adeguato soccorso ai cosacchi del Don in difficoltà a Caricyn.

La teoria marxista delle crisi

(continua dal numero 97 – luglio 2024)

Le Teorie sul Plusvalore

David Ricardo

Presupposti erronei della concezione della caduta del saggio di profitto

Uno dei punti più importanti nel sistema ricardiano è la scoperta che il saggio di profitto ha la tendenza a cadere, ma da dove? Smith dice: in seguito alla crescente accumulazione e alla crescente concorrenza dei capitali che l’accompagna. Ricardo replica: la concorrenza può perequare i profitti nelle differenti branche produttive; essa però non può abbassare il saggio generale del profitto. Ciò sarebbe possibile solo se in seguito all’accumulazione del capitale, i capitali si accrescessero tanto più rapidamente della popolazione, che la domanda di lavoro fosse costantemente maggiore della sua offerta e che perciò il salario aumentasse costantemente dal punto di vista nominale, dal punto di vista reale e secondo il valore d’uso, ma questo non accade.
Poiché per lui – saggio di profitto e saggio del plusvalore relativo, presupponendo egli la giornata lavorativa costante – sono identici, una caduta permanente del profitto o la tendenza del profitto a cadere può essere spiegata solo per le medesime ragioni, che condizioneranno una caduta permanente o una tendenza alla caduta nel saggio del plusvalore.
Ma quali sono queste condizioni?
Presupposta data la giornata lavorativa, la parte di essa che l’operaio lavora gratis per il capitalista, può scemare solo se la parte che egli lavora per sé cresce. E ciò è possibile solo se aumenta il valore dei mezzi di sussistenza. Ora però il valore delle merci manifatturate, in seguito allo sviluppo delle forze produttive del lavoro, diminuisce continuamente. La cosa va dunque spiegata solo col fatto che la componente principale dei mezzi di sussistenza – alimenti – sale continuamente di valore. Questo perché l’agricoltura diventa continuamente più sterile. È questo stesso presupposto che, secondo la spiegazione della rendita fondiaria fornita da Ricardo, spiega la sua esistenza e il suo accrescimento.
La continua caduta del profitto è perciò congiunta all’aumento continuo nel saggio della rendita fondiaria, ma questa concezione della rendita è errata. Con ciò quindi cade l’unico fondamento della sua spiegazione per la caduta del saggio di profitto. In secondo luogo essa poggia sull’erroneo presupposto che saggio del plusvalore e saggio del profitto siano identici e che quindi una caduta nel saggio del profitto sia identica a una caduta nel saggio del plusvalore. Il saggio di profitto cade – benché il saggio del plusvalore resti identico o salga – perché il capitale variabile diminuisce con lo sviluppo delle forze produttive del lavoro in rapporto al capitale costante.
Quindi esso cade non perché il lavoro diventi più improduttivo, ma perché esso diventa più produttivo. Non perché l’operaio venga sfruttato meno, ma perché viene sfruttato di più, a meno che il tempo di pluslavoro assoluto cresca o lo Stato impedisca, (e per la produzione capitalistica questo è identico) che il valore relativo del lavoro diminuisca e perciò aumenti il tempo di pluslavoro relativo.
La teoria di Ricardo poggia dunque su due presupposti errati: 1) che l’esistenza e la crescita della rendita fondiaria siano condizionate dalla fertilità decrescente dell’agricoltura; 2) che il saggio del profitto sia uguale al saggio del plusvalore relativo e possa salire o cadere solo in proporzione inversa a come diminuisce o aumenta il salario.

Trasformazione del plusvalore capitalizzato in capitale costante e variabile

Nella riproduzione semplice la parte del capitale costante consumata nella riproduzione del capitale costante viene sostituita o direttamente in natura o mediante scambio fra i produttori del capitale costante. Inoltre il capitale costante che viene logorato industrialmente nella produzione di articoli destinati al consumo individuale, viene sostituito da nuovi prodotti dello stesso genere che sono il risultato di nuovo lavoro aggiunto, quindi si risolvono in reddito (salario e profitto). Corrispondentemente, nelle sfere che producono articoli destinati al consumo, la parte della massa di prodotti che è uguale alla parte di valore della stessa che sostituisce il loro capitale costante rappresenta il reddito dei produttori del capitale costante, mentre nelle sfere che producono capitale costante, la parte della massa di prodotti che rappresenta nuovo lavoro aggiunto e forma perciò il reddito dei produttori di questo capitale costante, rappresenta il capitale costante di ricambio per i produttori dei mezzi di sussistenza.
Ciò dunque presuppone che i produttori del capitale costante scambino il loro plusprodotto contro mezzi di sussistenza, consumino individualmente il suo valore. Questo plusprodotto è in primo luogo uguale al salario e questa parte deve restare destinata alla spesa in salari; in secondo luogo uguale al profitto del capitalista (rendita inclusa). Questa parte, se è abbastanza grande, può in parte essere consumata individualmente, in parte industrialmente. E in quest’ultimo caso ha luogo fra i produttori di capitale costante uno scambio dei loro prodotti, che però non è più scambio della parte di prodotti che rappresenta il loro capitale costante che va reciprocamente sostituito, ma parte del plusprodotto, reddito (nuovo lavoro aggiunto) che viene direttamente trasformato in capitale costante, con cui poi la massa del capitale costante viene aumentata e la scala su cui è riprodotto viene allargata.
Quindi anche in questo caso una parte del plusprodotto esistente, del nuovo lavoro aggiunto durante l’anno, viene direttamente trasformata in capitale costante, senza essere stata prima trasformata in capitale variabile. Anche qui si mostra di nuovo che il consumo industriale del plusprodotto (l’accumulazione) non si identifica col fatto che l’intero plusprodotto sia speso in salari dei lavoratori produttivi.
In quale proporzione il plusprodotto si divida fra capitale variabile e costante, dipende dalla composizione media del capitale e, quanto più sviluppata sarà la produzione capitalistica, tanto più piccola, relativamente, sarà la parte spesa direttamente in salario. L’idea che il plusprodotto, essendo semplice prodotto del nuovo lavoro aggiunto durante l’anno, sia semplicemente trasformato in capitale variabile corrisponde in generale all’idea errata che, essendo il prodotto semplice materializzazione del lavoro, il suo valore si risolva semplicemente in reddito (salario, profitto e rendita), e questa è l’idea errata di Smith e di Ricardo.
Una grande parte del capitale costante, cioè il capitale fisso, può constare di quello che entra direttamente nel processo di produzione per la fabbricazione di mezzi di sussistenza, materie prime, ecc., oppure serve a rendere più breve il processo di circolazione, come ferrovie, ecc., o serve alla conservazione e all’immagazzinaggio di merci oppure aumenta, ma solo dopo un lungo periodo di riproduzione la fertilità della terra, come lavori di livellamento, ecc. A seconda che una parte maggiore o una minore del plusprodotto venga trasformata in una di queste specie di capitale fisso, le conseguenze immediate e prossime per la riproduzione di mezzi di sussistenza, ecc. saranno molto diverse.

Distruzione di capitale attraverso le crisi

Presupposta la sovrapproduzione del capitale costante – cioè una produzione maggiore di quella necessaria alla sostituzione del vecchio capitale, quindi anche alla produzione della vecchia quantità di mezzi di sussistenza – l’accumulazione nelle sfere che trasformano macchinario, materie prime, ecc., non presenta difficoltà. Se esiste il pluslavoro necessario, allora si trovano pronti sul mercato tutti i mezzi per la formazione di nuovo capitale, per la trasformazione del loro denaro eccedente in nuovo capitale.
L’intero processo dell’accumulazione si risolve anzitutto in sovrapproduzione, che corrisponde da un lato alla crescita naturale della popolazione, dall’altro forma una base intrinsecamente correlata ai fenomeni che si mostrano nelle crisi. La misura di questa sovrapproduzione è lo stesso capitale, la scala esistente delle condizioni di produzione e lo smisurato anelito all’arricchimento e alla capitalizzazione dei capitalisti, non il consumo, che è limitato a priori perché la maggior parte della popolazione, la popolazione operaia, può ampliare solo entro limiti molto ristretti il suo consumo, e nella stessa misura in cui il capitalismo si sviluppa, la domanda di lavoro diminuisce relativamente, benché essa aumenti assolutamente.
Le perequazioni sono tutte casuali e la proporzione nell’impiego dei capitali nelle sfere particolari si compensa in effetti attraverso un processo continuo, ma la continuità di questo processo stesso presuppone altrettanto la sproporzione continua che esso continuamente, spesso violentemente, deve compensare.
Dobbiamo qui solo considerare le forme che il capitale attraversa nei suoi differenti svolgimenti progressivi. Non sono quindi sviluppati i rapporti reali entro i quali avanza il processo di produzione reale. Si suppone sempre che la merce venga venduta al suo valore. Non si considera né la concorrenza dei capitali, né il credito, né la costituzione reale della società, che non consta semplicemente delle classi degli operai e dei capitalisti industriali, in cui quindi consumatori e produttori non si identificano e la prima categoria di consumatori (i cui redditi sono in parte secondari, derivati dal profitto e dal salario), è molto più ampia della seconda e perciò il modo in cui essa spende il suo reddito e il volume di quest’ultimo provocano modificazioni nel bilancio economico e specialmente nel processo di circolazione e di riproduzione del capitale.
L’idea (appartenente a James Mill) di Say e adottata da Ricardo, che non sia possibile alcuna sovrapproduzione o almeno nessuna saturazione generale del mercato, poggia sulla tesi che prodotti vengono scambiati contro prodotti o, come aveva detto Mill, sull’«equilibrio metafisico fra venditori e compratori», il che fu ulteriormente sviluppato nella tesi secondo la quale la domanda fosse determinata solo dalla produzione o anche dall’identità fra domanda e offerta. Lo stesso principio si trova anche nella forma cara a Ricardo, che ogni ammontare di capitale possa essere impiegato produttivamente in ogni paese. «Say […] ha […] mostrato […] che non c’è quantità di capitale che non possa essere impiegata in un paese, perché la domanda è limitata soltanto dalla produzione. Nessun uomo produce se non con l’intenzione di consumare o di vendere ed egli non vende mai se non con l’intenzione di acquistare una qualche altra merce che possa essere immediatamente utile per lui o possa contribuire ad una produzione futura. Producendo egli diventa dunque […] o il consumatore dei suoi propri beni o l’acquirente e consumatore delle merci di una qualche altra persona. Non si può supporre che egli non sarebbe, per un più lungo periodo di tempo, edotto circa le merci che egli può produrre nel modo più vantaggioso per conseguire lo scopo da lui perseguito […] e perciò non è verosimile che egli continuamente produrrà una merce per la quale non esiste domanda alcuna». (Principles on Political Economy)
Ma contemporaneamente Ricardo trova che Say gli gioca qui un tiro. «È la seguente affermazione […] compatibile con la tesi […]? “Quanto più abbondanti sono i capitali disponibili in rapporto al grado del loro impiego, tanto più cadrà il saggio d’interesse sui prestiti di capitale”. Se un capitale di grandezza qualsiasi può essere impiegato da un paese, come si può poi affermare che esso esiste in abbondanza, in rapporto al grado del suo impiego?». (Ivi)
Nella riproduzione, al pari che nell’accumulazione di capitale, non si tratta solo di ricostituire la stessa massa di valori d’uso di cui consta il capitale, alla loro vecchia scala o su una allargata (con l’accumulazione), ma di ricostituire il valore del capitale anticipato con il saggio di profitto consueto. Se per una qualche circostanza i prezzi di mercato delle merci (di tutte o della maggior parte) sono caduti molto al di sotto dei loro prezzi di costo, la riproduzione del capitale viene contratta il più possibile. Ma ancor più ristagna l’accumulazione. Il plusvalore cristallizzato nella forma di denaro sarebbe trasformato in capitale solo con perdita. Esso perciò giace infruttifero come tesoro nelle banche oppure anche nella forma di moneta di credito. Lo stesso arresto potrebbe avvenire per cause opposte, se mancassero i presupposti reali della riproduzione (come con un rincaro di cereali oppure perché non è stato ammassato in natura abbastanza capitale costante).
Subentra un arresto nella riproduzione. Compera e vendita si arrestano l’una di fronte all’altra e il capitale non impiegato appare nella forma di denaro che giace improduttivo. Lo stesso fenomeno (e ciò per lo più precede la crisi) può subentrare se la produzione del sovracapitale procede molto rapidamente e se la sua riconversione in capitale produttivo fa aumentare così tanto la domanda di tutti gli elementi del medesimo che la produzione reale non può tenere il passo, perciò i prezzi di tutte le merci che entrano nella formazione del capitale aumentano.
In questo caso il tasso d’interesse scende molto, per quanto possa salire il profitto, e questo abbassamento del tasso d’interesse porta poi alle più ardite imprese speculative. L’arresto della riproduzione porta alla diminuzione del capitale variabile, alla diminuzione del salario e alla diminuzione della massa di lavoro impiegata. Questa reagisce di nuovo sui prezzi e provoca una nuova diminuzione. Nella produzione capitalistica non si tratta direttamente del valore d’uso, ma del valore di scambio e specialmente dell’aumento del plusvalore. Questo è il motivo motore della produzione capitalistica ed è una bella concezione quella che, per abolire le contraddizioni della produzione capitalistica, fa astrazione dalla sua base e la rende una produzione indirizzata al consumo immediato dei produttori.
Poiché il processo di circolazione del capitale abbraccia epoche alquanto lunghe prima che abbia luogo il ritorno del capitale a sé, ma poiché quest’epoca coincide con l’epoca in cui i prezzi di mercato si perequano ai prezzi di costo, poiché durante quest’epoca accadono grandi cambiamenti nel mercato e nella produttività del lavoro, quindi anche nel valore reale delle merci, dal punto di partenza – dal capitale presupposto – fino al suo ritorno dopo una di queste epoche devono aver luogo grandi catastrofi e devono ammassarsi e svilupparsi elementi della crisi che non vengono eliminati con la frase meschina che prodotti si scambiano con prodotti. Il confronto fra il valore in un’epoca e in un’epoca più tarda costituisce il principio fondamentale del processo di circolazione del capitale.
Quando si parla di distruzione di capitale attraverso le crisi, bisogna fare una duplice distinzione. Dal momento che il processo di riproduzione si arresta, il processo lavorativo viene limitato o talvolta arrestato e viene distrutto capitale reale. Il macchinario che non viene usato, non è capitale. Il lavoro che non viene sfruttato equivale a produzione perduta. Tutto ciò si limita all’arresto del processo di riproduzione e al fatto che le condizioni di produzione esistenti non operano realmente come condizioni di produzione. In secondo luogo, però, distruzione del capitale attraverso le crisi significa un deprezzamento di masse di valore che impedisce loro di rinnovare più tardi il loro processo di riproduzione come capitale sulla stessa scala.
È la caduta rovinosa dei prezzi delle merci.
Con ciò non viene distrutto nessun valore d’uso. Ciò che perde l’uno, guadagna l’altro. Alle masse di valore operanti come capitali viene impedito di rinnovarsi come capitale nella stessa mano. I vecchi capitalisti fanno bancarotta. Una gran parte del capitale nominale della società, cioè del valore di scambio del capitale esistente, è distrutta benché proprio questa distruzione, poiché essa non tocca il valore d’uso, possa favorire la nuova riproduzione.
È questa un’epoca in cui il capitalista monetario si arricchisce a spese del capitalista industriale.
Per ciò che concerne la caduta di capitale fittizio, titoli di Stato, azioni ecc. – nella misura in cui essa non porta alla bancarotta dello Stato e della società per azioni, in quanto il credito dei capitalisti industriali che detengono tali titoli viene scosso – si tratta di un semplice trasferimento della ricchezza da una mano a un’altra e in complesso agirà favorevolmente sulla riproduzione, in quanto i nuovi ricchi nelle cui mani queste azioni o titoli cadono a buon mercato, per lo più sono più intraprendenti dei vecchi possessori.

Negazione da parte di Ricardo della sovrapproduzione generale

«Si sarebbe indotti a pensare che […] Smith abbia tratto la conclusione che noi ci troviamo in una certa quale necessità di produrre un’eccedenza […] di merci […] e che il capitale che li produce non possa essere impiegato diversamente. Tuttavia è sempre una questione di scelta in qual modo un capitale debba essere impiegato e perciò non può neanche mai darsi una eccedenza di una merce per un tempo più lungo; perché se si desse una tale eccedenza, essa scenderebbe al di sotto del suo prezzo naturale e il capitale si volgerebbe ad un impiego più vantaggioso». (Ivi) «Di una merce particolare può esserne prodotta troppa di cui sul mercato può esservi una tale abbondanza che il capitale impiegatovi non si ripaghi; questo però non può accadere con […] tutte le merci». (Ivi) «Che questa produzione accresciuta assieme alla domanda che ne deriva, da questa provocata, abbassino o no i profitti, dipende unicamente dall’aumento dei salari, e l’aumento dei salari, tranne che per un periodo limitato, dipende dalla facilità di produrre viveri e oggetti di prima necessità per gli operai». (Ivi) Tutti gli economisti empirici che scrivono in dati momenti della crisi, hanno giustamente ignorato questa cicalata con pretese di teoria e si sono contentati del fatto che ciò è vero nella teoria astratta – cioè che non siano possibili saturazioni del mercato – nella prassi è falso.
Nelle crisi del mercato mondiale le contraddizioni e le antitesi della produzione borghese vengono ad esplosione. Anziché indagare in che cosa consistano gli elementi contraddittori che esplodono nella catastrofe, gli apologeti si accontentano di negare la catastrofe e di insistere, di fronte alla loro periodicità regolare, sul fatto che se la produzione si conformasse ai libri scolastici non si arriverebbe mai alla crisi. L’apologetica consiste allora nella falsificazione dei più semplici rapporti economici e specialmente nel tener ferma l’unità di fronte all’antitesi.
Se compra e vendita – ossia il movimento di metamorfosi della merce – rappresenta il corso di un processo attraverso due fasi contrapposte, quindi è essenzialmente l’unità di ambedue le fasi, è altrettanto essenzialmente la separazione di esse e il loro farsi indipendenti l’una di fronte all’altra. Poiché esse sono congiunte, il farsi indipendenti di momenti congiunti può manifestarsi solo violentemente come processo distruttivo. È appunto la crisi in cui si realizza la loro unità, l’unità dei distinti. L’indipendenza che i momenti appartenenti l’uno all’altro e completantisi assumono l’uno rispetto all’altro, viene violentemente distrutta. La crisi, dunque, manifesta l’unità di momenti fattisi indipendenti l’uno di fronte all’altro. Nessuna crisi avrebbe luogo senza questa interna unità dei due momenti apparentemente indifferenti l’uno all’altro.
Per dimostrare che la produzione capitalistica non può portare a crisi generali, vengono negate tutte le condizioni e le determinazioni di forma, tutti i principi e le differenze specifiche, in breve la stessa produzione capitalistica, e di fatto viene mostrato che se il modo di produzione capitalistico, anziché essere una forma specificamente sviluppata, peculiare della produzione sociale, fosse un modo di produzione rimasto dietro alle sue più rozze origini e le sue antitesi, le contraddizioni peculiari e perciò anche le sue esplosioni nelle crisi non esisterebbero. «I prodotti vengono sempre comprati da prodotti o da servizi; il denaro è soltanto il mezzo mediante il quale lo scambio viene effettuato». (Ivi)
Qui una merce in cui esiste l’antitesi fra valore di scambio e valore d’uso, viene trasformata in valore d’uso e perciò lo scambio di merci in semplice baratto di semplici valori d’uso. Si retrocede non solo dietro la produzione capitalistica, ma sinanche dietro la semplice produzione di merci, e il fenomeno più complicato della produzione capitalistica – la crisi del mercato mondiale – viene negato negando la condizione prima della produzione capitalistica, cioè che il prodotto deve essere merce, perciò deve rappresentarsi come denaro e passare attraverso al processo di metamorfosi.
Anziché parlare di lavoro salariato, si parla di «servizi», una parola in cui la determinazione specifica del lavoro salariato e del suo uso – cioè di aumentare il valore delle merci con cui esso viene scambiato, di produrre plusvalore – viene di nuovo omessa e con ciò lo specifico rapporto per cui denaro e merce si trasformano in capitale. «Servizio» è il lavoro concepito semplicemente come valore d’uso (una cosa secondaria nella produzione capitalista), del tutto come nella parola «prodotto» l’essenza della merce e la contraddizione insita in essa vengono soppresse. Anche il denaro viene allora conseguentemente concepito come semplice intermediario dello scambio di prodotti, non come una forma di esistenza essenziale e necessaria della merce, che deve rappresentarsi come valore di scambio, lavoro sociale generale. Cancellando, con la trasformazione della merce in semplice valore d’uso, l’essenza del valore di scambio, si deve altrettanto facilmente negare il denaro come una forma essenziale della merce e, nel processo di metamorfosi, indipendente rispetto alla forma originaria della merce.
Le crisi vengono eliminate mediante un ragionamento che nega i primi presupposti della produzione capitalistica, l’esistenza del prodotto come merce, lo sdoppiamento della merce in merce e denaro, i momenti da ciò risultanti della separazione nello scambio di merci, infine il rapporto fra il denaro o la merce e il lavoro salariato.
Non migliori sono gli economisti, come J.S. Mill, che vogliono spiegare le crisi da queste semplici possibilità contenute nella metamorfosi delle merci come la separazione di compra e vendita. Queste determinazioni che spiegano la possibilità della crisi, sono ben lontane dallo spiegare la sua realtà, non spiegano ancora perché le fasi del processo entrano in tale conflitto che solo mediante una crisi può farsi valere la loro interna unità. Questa separazione si manifesta nella crisi; è la forma elementare di essa. Spiegare la crisi da questa sua forma elementare è come spiegare l’esistenza della crisi esprimendo la sua esistenza nella sua forma più astratta.
«Nessun uomo produce se non con l’intenzione di consumare o di vendere ed egli non vende mai se non con l’intenzione di acquistare una qualche altra merce che possa essere immediatamente utile per lui o che possa contribuire ad una produzione futura. Producendo diventa necessariamente o il consumatore dei suoi propri beni o l’acquirente e consumatore delle merci di una qualche altra persona. Non si può supporre che egli non sarebbe, per un più lungo periodo di tempo, edotto circa le merci che egli può produrre nel modo più vantaggioso per conseguire lo scopo da lui perseguito, cioè il possesso di altri beni». (Ivi)
Nessun capitalista produce per consumare il suo prodotto. E quando parliamo della produzione capitalistica, si dice giustamente: «Nessun uomo produce con l’intenzione di consumare il suo prodotto», anche se egli reimpiega parti del suo prodotto per il consumo industriale. Ma qui si tratta del consumo privato. Poc’anzi si è dimenticato che il prodotto è merce. Ora si dimentica la divisione sociale del lavoro. In situazioni in cui degli uomini producono per sé stessi, di fatto non ci sono crisi, ma non c’è neanche produzione capitalistica. Un uomo che ha prodotto, non ha la scelta se vuole vendere o no. Egli deve vendere. Nelle crisi subentra la circostanza che egli non può vendere oppure deve vendere solo al di sotto del prezzo di costo o addirittura con una perdita positiva.
Cosa serve a lui che egli abbia prodotto per vendere? Si tratta proprio di sapere che cosa intralcia questa sua buona intenzione. «Egli non vende mai se non con l’intenzione di acquistare una qualche altra merce che possa essere immediatamente utile per lui o che possa contribuire ad una produzione futura». Ricardo dimentica che uno può vendere per pagare e che queste vendite forzate giocano un ruolo importante nelle crisi. Il fine più prossimo del capitalista nel vendere è di ritrasformare il suo capitale-merci in capitale-denaro e di realizzare con questo il suo guadagno. Il consumo – il reddito – non è qui affatto un punto guida per questo processo, cosa che è per colui il quale vende merci semplicemente per trasformarle in mezzi di sussistenza. Questa, però, non è la produzione capitalistica nella quale il reddito appare come un risultato, non come uno scopo determinante. Ognuno vende anzitutto per vendere, cioè per trasformare merce in denaro.
Durante la crisi l’uomo può essere molto soddisfatto se ha venduto senza pensare anzitutto a comprare. Se il valore realizzato deve ora operare di nuovo come capitale, esso deve attraversare il processo di riproduzione, quindi scambiarsi di nuovo con lavoro e merci.
Ma la crisi è proprio il momento di perturbazione e d’interruzione del processo di riproduzione.
E questa perturbazione non può essere spiegata col fatto che essa non ha luogo in tempi in cui non domina nessuna crisi. È fuor di dubbio che nessuno «produrrà continuamente una merce per la quale non esiste domanda»; ma ciò non ha nulla a che fare con la questione in quanto, anzitutto «il possesso di altri beni» non è lo scopo della produzione capitalistica, ma l’appropriazione di valore. In Ricardo sta qui al fondo anche la tesi di James Mill dell’«equilibrio metafisico delle compere e delle vendite», un equilibrio che vede solo l’unità ma non la separazione nei processi della compra e della vendita.
Di qua, anche l’asserzione: «Di una merce particolare può esserne prodotta troppa, di cui sul mercato può esservi una tale abbondanza che il capitale impiegatovi non si ripaghi; questo però non può accadere con tutte le merci». (Ivi) Il denaro non è solo «il mezzo mediante il quale lo scambio viene effettuato», ma al tempo stesso il mezzo mediante il quale lo scambio di prodotto con prodotto viene dissolto in due atti, indipendenti l’uno dell’altro nel tempo e nello spazio. Ma in Ricardo questa erronea concezione del denaro poggia sul fatto che mira solo alla determinazione quantitativa del valore di scambio, cioè al fatto che esso è uguale a una determinata quantità di tempo di lavoro, ma dimentica la determinazione qualitativa, che il lavoro individuale deve rappresentarsi solo mediante la sua alienazione come lavoro sociale astrattamente generale. Il fatto che solo particolari, non tutti i generi di merci possano formare una saturazione del mercato, che perciò la sovrapproduzione possa essere sempre soltanto parziale, è un meschino espediente.
Se si considera semplicemente la natura della merce, nulla osta che tutte le merci siano presenti in eccedenza sul mercato e perciò che tutte cadano al di sotto del loro prezzo. Si tratta solo del momento della crisi. Tutte le merci, tranne il denaro, possono esservi in eccedenza. Il fatto che esista per la merce la necessità di rappresentarsi come denaro, significa solo che la necessità esiste per tutte le merci. E come esiste per una singola merce la difficoltà di attraversare questa metamorfosi, così essa può esistere per tutte. La natura generale della metamorfosi delle merci – che include tanto la separazione di compra e vendita quanto la loro unità – anziché escludere la possibilità di una saturazione generale è la sua possibilità.
Sullo sfondo del ragionamento di Ricardo sta non solo il rapporto fra compra e vendita, ma fra domanda e offerta. Come dice Mill, se compra è vendita, ecc., allora domanda è offerta e offerta è domanda, ma altrettanto esse si separano e possono farsi indipendenti l’una di fronte all’altra. L’offerta di tutte le merci può, in un dato momento, essere maggiore della domanda di tutte le merci, essendo la domanda della merce generale, il denaro, il valore di scambio, maggiore della domanda di tutte le merci particolari, oppure prevalendo il momento di rappresentare la merce come denaro, di realizzare il suo valore di scambio sul momento di ritrasformare la merce in valore d’uso. Se il rapporto fra domanda e offerta viene concepito in modo più ampio e più concreto, allora vi si inserisce quello fra produzione e consumo. Qui di nuovo dovrebbe essere tenuta ferma l’unità di questi due momenti, che esiste in sé e che si fa valere violentemente proprio nella crisi, di fronte alla separazione e antitesi di essi altrettanto esistente e perfino caratterizzante la produzione borghese.
Per quanto riguarda l’antitesi fra sovrapproduzione parziale e universale, in quanto, cioè, si tratti semplicemente di affermare la prima per sfuggire la seconda, occorre precisare che in primo luogo precede per lo più le crisi un generale rialzo dei prezzi in tutti gli articoli appartenenti alla produzione capitalista. Tutti perciò partecipano al crollo susseguente e tutti, ai prezzi che avevano prima del crollo, rendono sovraccarico il mercato. Il mercato può assorbire una massa di merci a prezzi calanti, scesi al di sotto dei loro prezzi di costo, che esso non poteva assorbire ai loro prezzi di mercato precedenti. La massa eccedente delle merci è sempre relativa: cioè una massa eccedente a determinati prezzi. I prezzi ai quali le merci vengono poi assorbite, sono rovinosi per il produttore o per il commerciante. In secondo luogo perché una crisi (quindi anche la sovrapproduzione) sia generale, basta che essa afferri gli articoli di commercio dominanti.

Trasformazione della possibilità della crisi in realtà

Attraverso la separazione del processo di produzione immediato e del processo di circolazione è di nuovo e ulteriormente sviluppata la possibilità della crisi che si mostrava nella semplice metamorfosi della merce. Appena essi non trapassano l’uno nell’altro fluidamente, ma si fanno indipendenti l’uno di fronte all’altro, c’è la crisi.
Nella metamorfosi della merce la possibilità della crisi si rappresenta così. La merce che esiste realmente come valore d’uso, e idealmente, nel prezzo, come valore di scambio, deve essere trasformata in denaro. M-D. Se questa difficoltà, la vendita, è risolta, allora la compra D-M, non ha più alcuna difficoltà, perché il denaro è immediatamente scambiabile contro tutto. Il valore d’uso della merce deve essere presupposto, altrimenti essa in generale non è merce. È inoltre presupposto che il valore individuale della merce sia uguale al suo valore sociale, cioè che il tempo di lavoro materializzato in essa sia uguale al tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di questa merce. La possibilità della crisi, in quanto essa si mostra nella forma semplice della metamorfosi, deriva quindi solo dal fatto che le differenze formali – le fasi – che essa attraversa nel suo movimento, sono in primo luogo fasi e forme necessariamente integrantisi, in secondo luogo, nonostante questa interna e necessaria connessione reciproca, sono parti indipendenti del processo e forme esistenti indifferentemente l’una di fronte all’altra, separantisi nel tempo e nello spazio. La possibilità della crisi è insita quindi solo nella separazione fra vendita e compra. È solo nella forma della merce che la merce ha qui da attraversare la difficoltà. Non appena possiede la forma del denaro, ne è al di là. Ma poi anche il denaro si risolve nella separazione di vendita e compra.
Se la merce non potesse ritirarsi dalla circolazione nella forma del denaro o non potesse differire la sua riconversione in merce, se compra e vendita coincidessero, svanirebbe la possibilità della crisi nei presupposti fatti. Perché è presupposto che la merce sia valore d’uso per altri possessori di merci. Nella forma del baratto immediato, la merce non è scambiabile solo nel caso che essa non sia un valore d’uso oppure che non ci siano altri valori d’uso per scambiarsi con essa. Quindi solo a tutte e due le condizioni: o quando da una parte fosse prodotto qualcosa senza utilità o dall’altra niente di utile da scambiare come equivalente. In ambedue i casi, però, non avrebbe luogo, in generale, nessuno scambio. Ma in quanto uno scambio avesse luogo, i suoi momenti non si separerebbero. Il compratore sarebbe venditore, il venditore compratore. Il momento critico che risulta dalla forma dello scambio – in quanto esso è circolazione -, verrebbe quindi a cadere e se noi diciamo che la forma semplice della metamorfosi include la possibilità della crisi, diciamo solo che in questa forma stessa sta la possibilità della lacerazione e della separazione di momenti che essenzialmente si integrano.
Ma ciò concerne anche il contenuto. Nel baratto immediato, il grosso della produzione è indirizzato da parte del produttore al soddisfacimento del suo proprio bisogno o, con uno sviluppo un po’ più ampio della divisione del lavoro, al soddisfacimento di bisogni a lui noti dei suoi coproduttori. Ciò che va scambiato come merce è eccedenza e resta secondario che questa eccedenza venga o no scambiata. Nella produzione di merci la trasformazione del prodotto in denaro, la vendita, è conditio sine qua non. La produzione immediata per il bisogno proprio viene a cessare.
Con la non vendita esiste una crisi.
La difficoltà di trasformare la merce – il prodotto particolare di lavoro individuale – in denaro, il suo opposto, in lavoro astrattamente generale, sociale, sta nel fatto che il denaro non appare come prodotto particolare di lavoro individuale, colui il quale ha venduto e quindi possiede la merce nella forma del denaro, non è costretto a ricomprare subito, a trasformare di nuovo il denaro in un prodotto particolare di lavoro individuale. Nel baratto non c’è questa antitesi. Non può esservi nessun venditore senza essere compratore ed essere compratore senza essere venditore. La difficoltà del venditore – nel presupposto che la sua merce abbia un valore d’uso – discende semplicemente dalla facilità del compratore di differire la riconversione del denaro in merce. La difficoltà di trasformare la merce in denaro, di vendere, discende semplicemente dal fatto che la merce deve essere trasformata in denaro, ma il denaro non immediatamente in merce, quindi vendita e compra possono separarsi. Questa forma include la possibilità della crisi, cioè la possibilità che momenti che appartengono l’uno all’altro, che sono inseparabili, si separino e perciò vengano uniti violentemente, che la loro connessione venga ottenuta attraverso la violenza che viene fatta alla loro reciproca indipendenza. Crisi non è altro che il violento farsi valere di fasi del processo di produzione che si sono fatte indipendenti l’una di fronte all’altra.
Vendita e compra possono separarsi. Esse sono quindi una crisi in potenza e il loro coincidere resta sempre un momento critico per la merce. Ma esse possono trapassare l’una nell’altra fluidamente. Resta dunque che la forma più astratta della crisi è la stessa metamorfosi della merce in cui è contenuta, solo come movimento sviluppato, la contraddizione, inclusa nell’unità della merce, fra valore di scambio e valore d’uso, e poi fra denaro e merce. Ma la via attraverso la quale questa possibilità della crisi diventa crisi, non è contenuta in questa forma; vi è contenuto solo che esiste la forma per una crisi.
Le crisi del mercato mondiale devono essere concepite come la concentrazione reale e la compensazione violenta di tutte le contraddizioni dell’economia borghese. I singoli momenti che si concentrano in queste crisi, devono quindi essere fatti emergere ed essere sviluppati in ogni sfera dell’economia borghese, e quanto più ci inoltriamo in essa, da un lato devono essere sviluppate nuove determinazioni di questo contrasto, dall’altro devono essere mostrate le forme più astratte del medesimo come ricorrenti e contenute in quelle più concrete.
La crisi nella sua prima forma è la stessa metamorfosi della merce, la separazione di compra e vendita. La crisi nella sua seconda forma è la funzione del denaro come mezzo di pagamento, dove il denaro figura in due momenti diversi, separati nel tempo, in due diversi funzioni. Queste due forme sono ancora del tutto astratte, benché la seconda sia più concreta della prima.
Consideriamo il movimento che attraversa il capitale dal momento in cui esso abbandona come merce il processo di produzione per venir fuori di nuovo da esso come merce. Se facciamo astrazione da tutte le ulteriori determinazioni di contenuto, il capitale complessivo in merci e ogni singola merce di cui esso consta hanno da attraversare il processo M-D-M. La possibilità generale della crisi che è contenuta in questa forma – la separazione di compra e vendita – è quindi contenuta nel movimento del capitale, in quanto esso è anche merce e nient’altro che merce. Dalla connessione delle metamorfosi delle merci l’una con l’altra risulta poi che l’una merce si trasforma in denaro perché l’altra si riconverte dalla forma di denaro in merce.
In seguito la separazione di compra e vendita appare qui tale, che alla trasformazione dell’un capitale dalla forma merce nella forma denaro deve corrispondere la riconversione dell’altro capitale dalla forma denaro nella forma merce, l’abbandono del processo di produzione da parte dell’un capitale deve corrispondere al ritorno nel processo di produzione dell’altro. Questa concrescenza l’uno nell’altro e questo intreccio dei processi di riproduzione di diversi capitali sono da un lato necessari per la divisione del lavoro, dall’altro casuali, e così si amplia già la determinazione di contenuto della crisi.
In secondo luogo per ciò che concerne la possibilità della crisi che scaturisce dalla forma del denaro come mezzo di pagamento, già nel capitale si mostra un fondamento più reale per l’attuazione di questa possibilità. Il tessitore ha da pagare l’intero capitale costante, i cui elementi furono forniti dal filatore, coltivatore di lino, ecc. Questi ultimi, nella misura in cui producono capitale costante che entra solo nella produzione del capitale costante senza entrare nella merce finita si sostituiscono mediante scambio di capitale le loro condizioni di produzione. Il tessitore venda il tessuto al mercante per 1000 Lst., ma su una cambiale, così che il denaro figura come mezzo di pagamento. Il tessitore vende la cambiale al banchiere, presso il quale paga con essa un debito oppure che anche gli sconta la cambiale. Il coltivatore di lino ha venduto al filatore su una cambiale, il filatore al tessitore, ecc. Ora, se il commerciante non paga, il tessitore non può pagare la sua cambiale al banchiere. A loro volta tutti questi che non realizzano il valore della loro merce, non possono sostituire la parte che sostituisce il capitale costante. Così nasce una crisi generale. Questa non è altro che la possibilità della crisi sviluppata col denaro come mezzo di pagamento, ma noi vediamo già qui, nella produzione capitalistica, una connessione dei crediti e delle obbligazioni reciproche, delle compre e delle vendite, dove la possibilità può svilupparsi in realtà.
In tutti i casi se compra e vendita non si fissano l’una di fronte all’altra e non devono perciò essere compensate violentemente – se il denaro come mezzo di pagamento funziona in modo tale che i crediti si compensano, quindi non si attua la contraddizione esistente in sé nel denaro come mezzo di pagamento – se dunque queste due forme astratte della crisi non appaiono realmente come tali, non esiste alcuna crisi. Non può esistere crisi senza che compra e vendita si separino l’una dall’altra ed entrino in contraddizione o che le contraddizioni contenute nel denaro come mezzo di pagamento si manifestino, senza che quindi la crisi emerga contemporaneamente nella forma semplice – nella contraddizione di compra e vendita, nella contraddizione del denaro come mezzo di pagamento.
Queste, però, sono anche semplici forme, possibilità generali delle crisi, forme astratte della crisi reale. In esse l’esistenza della crisi appare come nelle sue forme più semplici e nel suo contenuto più semplice, in quanto questa forma è il suo contenuto più semplice. Ma non è ancora un contenuto fondato. La circolazione semplice del denaro e anche la circolazione del denaro come mezzo di pagamento – e ambedue compaiono molto prima della produzione capitalistica, senza che compaiano crisi – sono possibili senza crisi. Perché queste forme mettano in mostra il loro lato critico, perché la contraddizione in esse contenuta in potenza si manifesti in atto, non si può spiegare con queste forme soltanto.
Le contraddizioni sviluppate nella circolazione delle merci, e più ampiamente nella circolazione del denaro – le possibilità della crisi – si riproducono da sé nel capitale, poiché solo sulla base del capitale ha luogo una sviluppata circolazione di merci e di denaro.
Ora però si tratta di seguire lo sviluppo ulteriore della crisi potenziale – la crisi reale può essere rappresentata solo dal movimento reale della produzione capitalistica, concorrenza e credito – in quanto essa risulta dalle determinazioni formali del capitale che gli sono peculiari come capitale e non sono incluse nella sua semplice esistenza come merce e denaro. Il processo di produzione immediato del capitale non può in sé aggiungere qui niente di nuovo. Affinché esso in generale esista, le sue condizioni sono supposte. Perciò nella prima sezione, sul capitale – sul processo immediato di produzione – non sopravviene nessun nuovo elemento della crisi. Vi è contenuto in sé, perché il processo di produzione è appropriazione e perciò produzione di plusvalore. Ma nel processo di produzione questo non può manifestarsi, perché in esso non si tratta della realizzazione del valore ma di plusvalore.
La cosa può farsi manifesta solo nel processo di circolazione, che in sé e per sé è contemporaneamente processo di riproduzione.
Il processo complessivo di circolazione è l’unità della sua fase di produzione e di circolazione, un processo che si svolge attraverso i due processi in quanto sue fasi. In questo è insita una possibilità ulteriormente sviluppata o forma astratta della crisi. Gli economisti che negano la crisi si attengono quindi solo all’unità di ambedue queste fasi. Se fossero solo separate, senza essere una sola cosa, allora non sarebbe possibile appunto nessun ristabilimento violento della loro unità. Se esse fossero solo una cosa sola, senza essere separate, allora non sarebbe possibile nessuna separazione violenta. Essa è il violento ristabilimento dell’unità fra momenti indipendenti e il violento farsi indipendenti di momenti che essenzialmente solo una cosa sola.

Sulle forme della crisi

La possibilità generale delle crisi nel processo della metamorfosi del capitale è data, doppiamente, in quanto il denaro funge da mezzo di circolazione, quindi separazione di compra e vendita. In quanto funge da mezzo di pagamento, dove esso opera in due momenti differenti, come misura dei valori e come realizzazione del valore. Ambedue questi momenti si separano. Se il valore è cambiato nell’intervallo, se la merce nel momento della sua vendita non vale quanto essa valeva nel momento in cui il denaro funzionava come misura dei valori e quindi delle reciproche obbligazioni, allora l’obbligazione non può essere adempiuta col ricavato della merce e quindi non può essere saldata l’intera serie di transazioni che dipendono regressivamente da questa ultima.
Anche se la merce non può essere venduta che in un determinato spazio di tempo, anche se il suo valore non cambiasse, il denaro non può funzionare come mezzo di pagamento, perché deve funzionare come tale in un tempo determinato. Ma poiché qui la stessa somma di denaro funziona per una serie di transazioni reciproche, sopravviene un’incapacità di pagamento in molti punti, di qui la crisi. Queste sono le possibilità formali della crisi. La prima è possibile senza la seconda, cioè crisi senza credito, senza che il denaro funzioni come mezzo di pagamento. La seconda però non è possibile senza la prima, senza, cioè, che compra e vendita si separino. Ma nell’ultimo caso la crisi sopravviene non solo perché una merce è invendibile, ma perché non è vendibile in un determinato spazio di tempo, e la crisi deriva il suo carattere non solo dall’invendibilità della merce, ma anche dalla non realizzazione di un’intera serie di pagamenti che poggiano sulla vendita di questa determinata merce in questo determinato tempo. Questa è la forma vera e propria delle crisi monetarie.
Se sopravviene una crisi perché compra e vendita si separano, essa allora si sviluppa come crisi monetaria, non appena il denaro è sviluppato come mezzo di pagamento, e questa seconda forma delle crisi s’intende da sé non appena sopravviene la prima. Nella ricerca del perché la possibilità generale della crisi diventi realtà è superfluo curarsi della forma delle crisi che scaturiscono dallo sviluppo del denaro come mezzo di pagamento. Perciò gli economisti amano addurre a pretesto questa forma ovvia come causa delle crisi.
In quanto le crisi risultano da variazioni di prezzo e da rivoluzioni di prezzo che non coincidono con le variazioni di valore delle merci, esse non si possono spiegare nell’esame del capitale in generale, in cui si presuppongono prezzi identici ai valori.
La possibilità generale delle crisi è la metamorfosi formale del capitale, la separazione temporale e spaziale di compra e vendita. Ma questa non è mai la causa della crisi. Perché non è altro che la forma più generale della crisi, quindi la crisi stessa nella sua espressione più generale. Non si può però dire che la forma astratta della crisi sia la causa della crisi. Se si cerca la sua causa, si vuole sapere perché la sua forma astratta, la forma della sua possibilità, da possibilità diventa realtà.
Le condizioni generali delle crisi, in quanto sono indipendenti dalle oscillazioni di prezzo – in quanto diverse dalle fluttuazioni di valore – devono essere spiegate dalle condizioni generali della produzione capitalistica. Il primo momento è la riconversione di denaro in capitale; il presupposto è un determinato grado della produzione cosicché il capitale fisso possa essere considerato qui come dato, non entrato nel processo di valorizzazione. Poiché la riproduzione della materia prima non dipende solo dal lavoro impiegato in essa, ma dalla sua produttività connessa con condizioni naturali, allora la massa del prodotto della medesima quantità di lavoro può diminuire. Dunque, il valore della materia prima sale, la sua massa diminuisce o il rapporto in cui il denaro si dovrebbe ritrasformare nelle diverse parti costitutive del capitale per continuare la produzione alla vecchia scala, è turbato. In primo luogo non fisicamente, perché c’è una differenza in meno nella materia prima. In secondo luogo perché una maggiore parte di valore del prodotto deve essere trasformata in materia prima, quindi una minore può essere trasformata in capitale variabile. La riproduzione non può essere ripetuta sulla stessa scala. Una parte del capitale fisso sta ferma, una parte di operai viene gettata sul lastrico. Il saggio di profitto cade, perché il valore del capitale costante è diminuito rispetto a quello variabile e viene impiegato meno capitale variabile. Le spese fisse – interesse, rendita – che sono anticipate a parità di saggio del profitto e di sfruttamento del lavoro, restano le stesse, in parte non possono essere pagate. Di qui una crisi. È questa quindi una perturbazione del processo di riproduzione per opera di un aumento di valore della parte del capitale costante che va sostituita col valore del prodotto. Inoltre ha luogo, benché il saggio di profitto si abbassi, un rincaro del prodotto. Se questo prodotto entra come mezzo di produzione in altre sfere di produzione, il suo rincaro causa qui la stessa perturbazione nella riproduzione. Se esso entra come mezzo di sussistenza nel consumo generale, allora o entra contemporaneamente in quello degli operai o no. Se si verifica il primo caso, esso coincide negli effetti con una perturbazione nel capitale variabile. Ma in quanto in genere entra nel consumo generale, la domanda di altri prodotti può con questo (se non diminuisce il consumo di esso) ridursi, perciò può essere impedita la loro ritrasformazione in denaro nel volume corrispondente al loro valore e così può essere perturbato l’altro lato della loro riproduzione, non la ritrasformazione di denaro in capitale produttivo, ma la ritrasformazione di merci in denaro. In ogni caso, in questa branca, la massa del profitto e la massa del salario diminuiscono e quindi diminuisce una parte delle entrate necessarie per la vendita di merci di altre branche di produzione.
Questa inadeguatezza della materia prima, però, può anche sopravvenire senza influenza delle stagioni o della produttività naturale del lavoro che fornisce la materia prima. Cioè, se una parte eccessiva del plusvalore, del pluscapitale è spesa in macchinario, ecc. in questa branca, allora, benché il materiale fosse sufficiente per la vecchia scala di produzione, sarà insufficiente per la nuova. Ciò deriva quindi da una trasformazione sproporzionata del pluscapitale nei suoi diversi elementi. È un caso di sovrapproduzione di capitale fisso e provoca tutti gli stessi fenomeni come nel primo caso. Oppure le crisi si basano su una sovrapproduzione di capitale fisso e perciò su una sottoproduzione proporzionale di quello circolante. Poiché il capitale fisso come quello circolante consta di merci, non c’è niente di più ridicolo del fatto che egli stessi economisti che negano la sovrapproduzione di merci siano quelli che ammettono la sovrapproduzione di capitale fisso.
Crisi che risultano da perturbazioni della prima fase della riproduzione; quindi trasformazione perturbata delle merci in denaro o perturbazione della vendita. Con le crisi del primo genere – che nascono da un rincaro delle materie prime -, la crisi risulta da perturbazioni nel movimento retrogrado degli elementi del capitale produttivo.

Arretratezza del mercato rispetto all’aumento della produzione

Se si volesse rispondere che la produzione sempre allargantesi, in primo luogo perché il capitale investito nella produzione cresce continuamente; in secondo luogo perché viene impiegato continuamente in modo più produttivo, ha bisogno di un mercato sempre allargato e che la produzione si allarga più rapidamente del mercato, si è solo diversamente espresso il fenomeno che va spiegato, anziché nella sua forma astratta lo si è espresso nella sua forma reale. Il mercato si allarga più lentamente della produzione ovvero nel ciclo che il capitale percorre durante la sua riproduzione sopraggiunge un momento in cui il mercato appare troppo stretto per la produzione. Questo è alla fine del ciclo. Ma ciò significa che il mercato è saturo. La sovrapproduzione è manifesta. Se l’allargamento del mercato avesse tenuto il passo con l’allargamento della produzione, non ci sarebbe stata alcuna sovrapproduzione.
Con la semplice ammissione che il mercato si deve allargare con la produzione, sarebbe già data la possibilità di una sovrapproduzione, poiché il mercato è geograficamente circoscritto esternamente, il mercato interno appare come limitato di fronte ad un mercato che è interno ed esterno, e quest’ultimo è limitato rispetto al mercato mondiale il quale è a sua volta limitato, pur essendo capace in sé di allargamento. Se perciò è ammesso che il mercato deve allargarsi, che nessuna sovrapproduzione deve avere luogo, è anche ammesso che possa avere luogo una sovrapproduzione, perché è possibile allora, in quanto mercato e produzione sono due momenti indifferenti l’uno rispetto all’altro, che l’allargamento dell’uno non corrisponda all’allargamento dell’altro, che i limiti del mercato non si allarghino abbastanza rapidamente per la produzione oppure che nuovi allargamenti del mercato possano essere rapidamente superati dalla produzione, così che ora il mercato allargato appaia come un limite, tanto quanto prima quello più stretto.

La contraddizione fra l’inarrestabile sviluppo delle forze produttive e la limitatezza del consumo come base della sovrapproduzione

Il termine sovrapproduzione induce in sé in errore. Finché i bisogni più urgenti di una gran parte della società non sono soddisfatti o lo sono solo i suoi bisogni immediati non si può parlare di una sovrapproduzione di prodotti. Si deve dire al contrario che in base alla produzione capitalistica si sottoproduce continuamente. Il limite della produzione è il profitto dei capitalisti, in nessun modo il bisogno dei produttori.
Ma sovrapproduzione di prodotti e sovrapproduzione di merci sono due cose diverse.
Se Ricardo crede che la forma della merce sia indifferente per il prodotto, inoltre che la circolazione di merci sia solo formalmente diversa dal baratto, che il valore di scambio sia qui soltanto una forma transeunte dello scambio materiale, che quindi il denaro sia semplicemente un mezzo formale di circolazione, questo si risolve di fatto nel suo presupposto che il modo di produzione borghese sia quello assoluto, quindi che sia anche un modo di produzione senza una precisa determinazione specifica, e che di conseguenza ciò che in esso è determinato sia solo formale. Non può dunque neanche essere ammesso da lui che il modo di produzione borghese implichi un limite per il libero sviluppo delle forze produttive, un limite che viene alla luce nelle crisi e fra l’altro nella sovrapproduzione, fenomeno fondamentale delle crisi.
Ricardo riprese le tesi di Smith che i desideri smisurati di ogni specie di valori d’uso sono sempre soddisfatti in base a una situazione in cui la massa dei produttori resta più o meno limitata ai mezzi di sussistenza, che questa grandissima massa di produttori resta dunque più o meno esclusa dal consumo della ricchezza in quanto essa supera l’ambito dei mezzi di sopravvivenza. Ciò avviene in misura ancor maggiore nella produzione antica fondata sulla schiavitù. Ma gli antichi non pensavano a trasformare il plusprodotto in capitale. Essi trasformavano una gran parte di questo in spese improduttive per opere d’arte, religiose, lavori pubblici, ecc. Ancor meno la loro produzione era indirizzata ad uno scatenamento e ad uno spiegamento delle forze produttive materiali non oltrepassando mai il lavoro artigianale. Perciò la ricchezza che essi creavano per consumo privato era relativamente piccola e appare grande solo perché ammucchiata in poche mani.
Se perciò non c’era sovrapproduzione, c’era presso gli antichi sovraconsumo dei ricchi. I pochi popoli mercantili in mezzo a loro vivevano in parte a spese di tutte queste nazioni povere. È l’incondizionato sviluppo delle forze produttive e perciò la produzione in massa sulla base della massa di produttori chiusi nella sfera dei mezzi di sussistenza da un lato, il limite costituito dal profitto dei capitalisti dall’altro che costituiscono il fondamento della moderna sovrapproduzione.
Le difficoltà che Ricardo e altri sollevano contro la sovrapproduzione poggiano sul fatto che essi considerano la produzione borghese come un modo di produzione in cui o non esiste differenza fra compra e vendita o come produzione sociale tale che la società, come secondo un piano, ripartisca i suoi mezzi di produzione e le sue forze produttive nel grado e nella misura in cui sono necessari al soddisfacimento dei loro diversi bisogni, così che ad ogni sfera di produzione tocchi la quota del capitale sociale richiesto al soddisfacimento del bisogno al quale essa corrisponde. Questa finzione scaturisce dall’incapacità di comprendere la forma specifica della produzione borghese e quest’ultima a sua volta dall’essere sprofondati nella produzione borghese intesa come la produzione semplicemente.
Ma occorre obiettare loro: in base alla produzione capitalistica dove ognuno lavora per sé e il lavoro particolare deve contemporaneamente rappresentarsi come il suo contrario, come lavoro astrattamente generale, e in questa forma deve rappresentarsi come lavoro sociale, la perequazione e l’omogeneità necessarie delle diverse sfere di produzione, la misura e la proporzione fra le medesime, come saranno possibili se non mediante un continuo superamento di una continua disarmonia?
Anche Ricardo ammette la saturazione per singole merci. L’impossibile consisterà solo in una simultanea e generale saturazione del mercato. La possibilità della sovrapproduzione non viene negata per una qualunque sfera particolare di produzione. L’impossibilità della sovrapproduzione generale consisterà nella simultaneità di questi fenomeni per tutte le sfere di produzione e perciò in una saturazione generale del mercato (espressione che va presa sempre cum grano salis, perché in momenti di generale sovrapproduzione, la sovrapproduzione in alcune sfere è sempre e solo risultato della sovrapproduzione negli articoli di commercio dominanti; essa è sempre solo relativa).
L’apologetica ribalta questo proprio nel contrario, esiste sovrapproduzione perché la sovrapproduzione non è universale. La relatività della sovrapproduzione – il fatto che la sovrapproduzione reale in alcune sfere la provochi in altre – viene così espressa: non c’è nessuna sovrapproduzione universale perché se la sovrapproduzione fosse universale, tutte le sfere di produzione conserverebbero lo stesso rapporto reciproco; quindi sovrapproduzione universale equivarrebbe a produzione proporzionata, il che esclude la sovrapproduzione. Una sovrapproduzione universale in senso assoluto non sarebbe una sovrapproduzione, ma solo uno sviluppo più che consueto della forza produttiva in tutte le sfere di produzione, la sovrapproduzione reale, che non è questa sovrapproduzione inesistente, che supera ed elimina sé stessa, non deve esistere.
Se si guarda con più precisione questa miserabile sofistica, allora il suo risultato è questo: se ha luogo una sovrapproduzione di ferro, di tessuti di cotone, ecc., allora non si può dire che è stato prodotto troppo poco carbone e che perciò ha avuto luogo quella sovrapproduzione; perché quella sovrapproduzione di ferro, ecc. implica una simile sovrapproduzione di carbone. Non si può dunque parlare di sottoproduzione degli articoli la cui sovrapproduzione è inclusa, perché essi entrano come elemento, materia prima o mezzi di produzione nell’articolo la cui sovrapproduzione positiva è appunto il fatto che deve essere spiegato. La scipitezza di questa frase spicca bene se, come ha fatto Say viene estesa al piano internazionale. L’Inghilterra non ha sovrapprodotto, ma l’Italia ha sottoprodotto. Se l’Italia avesse in primo luogo capitale abbastanza per sostituire il capitale inglese che è stato esportato in Italia nella forma di merci; in secondo luogo questo suo capitale investito in modo tale da produrre articoli peculiari che abbisognano al capitale inglese, in parte per sostituire sé stesso, in parte il reddito che ne deriva, allora non avrebbe luogo nessuna sovrapproduzione. Non esisterebbe quindi il fatto della reale – in relazione alla produzione reale in Italia – sovrapproduzione esistente in Inghilterra, ma solo il fatto della sottoproduzione immaginaria in Italia, immaginaria perché essa presuppone in Italia un capitale e uno sviluppo della forza produttiva che là non esistono e perché essa in secondo luogo formula lo stesso presupposto utopistico secondo il quale questo capitale non esistente in Italia è stato impiegato come sarebbe necessario affinché l’offerta inglese e la domanda italiana si integrassero, cioè nessuna sovrapproduzione avrebbe luogo se domanda e offerta si corrispondessero, se il capitale fosse ripartito in tutte le sfere di produzione in modo così proporzionato che la produzione dell’un articolo includesse il consumo dell’altro, quindi il suo proprio consumo. Ma poiché la produzione capitalistica non può darsi libero corso altro che in certe sfere, a certe condizioni, non sarebbe in genere possibile nessuna produzione capitalistica se essa dovesse svilupparsi in tutte le sfere simultaneamente e uniformemente. Poiché in queste sfere ha luogo una sovrapproduzione in senso assoluto, essa ha luogo relativamente anche nelle sfere in cui non si è sovrapprodotto.
Questa spiegazione della sovrapproduzione da un lato mediante la sottoproduzione dall’altro, significa che se avesse luogo una produzione proporzionale, non avrebbe luogo alcuna sovrapproduzione. Parimenti, se domanda e offerta si corrispondessero. Parimenti se tutte le sfere includessero le stesse possibilità della produzione capitalistica e del suo allargamento, se tutti i paesi che commerciano l’uno con l’altro possedessero uguale capacità di produzione. Dunque ha luogo una sovrapproduzione perché tutti questi pii desideri non hanno luogo. Non avrebbe luogo nessuna sovrapproduzione da una parte, se avesse luogo uniformemente da tutte le parti una sovrapproduzione. Ma il capitale non è sufficientemente grande da sovrapprodurre così universalmente, e perciò ha luogo una sovrapproduzione parziale.
Viene ammesso che in ogni settore produttivo particolare può essere sovrapprodotto. L’unica circostanza che potrebbe impedire una sovrapproduzione in tutte le branche contemporaneamente è che si scambi merce contro merce. Ma questa scappatoia è tagliata proprio dal fatto che il commercio non è baratto e perciò il venditore di una merce non è necessariamente e nello stesso tempo il compratore di un’altra. Questa scappatoia poggia sul fatto che si fa astrazione dal denaro e dal fatto che non si tratta di scambio di prodotti, ma di circolazione di merci per la quale è essenziale la separazione di compra e vendita.
Si nega la sovrapproduzione di merci e viene invece ammessa la sovrapproduzione di capitale. Il capitale consta di merci o, in quanto consta di denaro, deve essere ritrasformato in merci per poter funzionare come capitale. Cosa significa sovrapproduzione di capitale? Sovrapproduzione delle masse di valore che sono destinate a generare plusvalore (o, considerata secondo il contenuto materiale, sovrapproduzione di merci che sono destinate alla riproduzione), quindi riproduzione su scala troppo grande, il che equivale a sovrapproduzione. Significa che si produce troppo al fine dell’arricchimento o che una parte troppo grande del prodotto è destinata non ad essere consumata come reddito, ma a fare più denaro, ad essere accumulata.
Da una parte si dice questo.
E dall’altra con che cosa si spiega la sovrapproduzione delle merci? Affermando che la produzione è non abbastanza diversificata, che determinati oggetti del consumo non sono stati prodotti in massa a sufficienza. Che qui non possa trattarsi del consumo industriale è chiaro, perché il fabbricante che sovrapproduce in tela aumenta con ciò necessariamente la sua domanda di filo, macchinario, lavoro, ecc. Si tratta dunque del consumo privato. Si è prodotta troppa tela, ma forse troppo poche arance. Poc’anzi è stato negato il denaro per rappresentare come inesistente la separazione fra compra e vendita. Qui si nega il capitale per trasformare i capitalisti in gente che compie la semplice operazione M-D-M e che produce per il consumo individuale, non come capitalisti, con lo scopo dell’arricchimento, di ritrasformare una parte del plusvalore in capitale.
La frase secondo la quale c’è troppo capitale significa che viene consumato troppo poco come reddito e che può essere consumato solo in condizioni date. Perché dunque il produttore di tela pretende dal produttore di grano che questo consumi più tela o questo pretende dal primo che consumi più grano? Perché il produttore di tela non realizza una porzione maggiore del plusvalore in tela e il capitalista agrario in grano? Per ogni singolo si ammetterà che il loro bisogno di capitalizzare (prescindendo dal limite del bisogno) è di ostacolo a questo. Per tutti insieme non viene ammesso.
Tutte le contraddizioni della produzione borghese vengono collettivamente ad esplosione nelle crisi mondiali generali, nelle crisi particolari (secondo il contenuto e l’estensione) solo in maniera unilaterale. La sovrapproduzione ha per condizione la legge generale di produzione del capitale, di produrre nella misura delle forze produttive (cioè della possibilità di sfruttare, con una data massa di capitale, una massa di lavoro la più grande possibile) senza riguardo per i limiti del mercato esistenti o per i bisogni solvibili, e di realizzare questo mezzo di un continuo allargamento della riproduzione e dell’accumulazione, quindi una continua ritrasformazione di reddito in capitale, mentre la massa dei produttori resta limitata alla misura media di bisogni e deve restare limitata secondo l’organizzazione della produzione capitalistica.

Ricapitolando sulla questione cinese

(continua dal numero 97 – luglio 2024)

7.3 – Il Secondo Congresso del Partito Comunista di Cina

Il Secondo Congresso del Partito Comunista di Cina si tenne a Shanghai a partire dal 10 luglio del 1922. Presenti 9 delegati ufficiali, in rappresentanza dei 123 membri che il Partito contava in quel periodo. Il Congresso si aprì con i rapporti del Comitato Centrale. Chen Duxiu delineò lo stato generale del lavoro del Partito e Zhang Guotao parlò del Congresso dei Comunisti e delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente, della situazione del movimento operaio e del congresso nazionale dei sindacati. Poi intervenne il rappresentante della Lega giovanile che si soffermò sul recente congresso dell’organizzazione giovanile.

Il primo giorno del Congresso fu dedicato all’esposizione dei rapporti del CC e portò alla decisione di ratificare il lavoro del CC, il Manifesto sulla situazione corrente del 10 giugno e le risoluzioni del congresso dei sindacati e quelle delle Lega giovanile.

Per evitare di incorrere in problemi di sicurezza, dato l’alto livello di repressione che caratterizzava Shanghai in quel periodo, fu deciso di non tenere regolari sessioni plenarie che coinvolgevano troppi compagni contemporaneamente. A tal fine il Congresso individuò un comitato formato da tre compagni al quale fu affidato il compito di redigere il manifesto congressuale. Una volta terminato il manifesto, il Congresso si sarebbe di nuovo riunito per la discussione e la nomina di un nuovo CC.

La redazione del manifesto sarebbe stato il più importante compito del Congresso. Il manifesto fu inizialmente redatto da Chen Duxiu e poi rivisto insieme agli altri due compagni, Zhang Guotao e Cai Hesen, con l’apporto di modifiche e integrazioni.

A distanza di una settimana il Congresso si riunì nuovamente in sessione plenaria, approvò il manifesto e nominò il nuovo CC, con la conferma di Chen Duxiun e Zhang Guotao, e la sostituzione di Li Da, che lasciava su sua richiesta, con Cai Hesen.

Oltre al Manifesto, altri documenti congressuali contenevano una serie di decisioni che furono prese al Congresso: quelle sulla situazione mondiale, sull’imperialismo in Cina e i compiti del Partito, sul movimento nazionalista, sull’adesione alla Terza Internazionale, sull’azione parlamentare, sul movimento sindacale, sul movimento giovanile e su quello delle donne, e sulla costituzione del Partito.

Rispetto al precedente manifesto che si era concentrato principalmente sulle condizioni politiche interne della Cina, i documenti congressuali approfondivano notevolmente la situazione internazionale e le vicende che avevano caratterizzato l’aggressione imperialistica verso la Cina, dando in questo modo maggior risalto agli aspetti della lotta contro l’imperialismo che erano passati in secondo piano nel Manifesto del giugno del ’22, nel quale si chiariva la posizione del Partito in seguito ai recenti cambiamenti della politica interna cinese.

Per quanto riguarda l’aggressione imperialistica della Cina questa si fondava sulla necessità del capitalismo mondiale di depredare le colonie e le semi-colonie delle loro risorse e sfruttarne la manodopera. Da questo punto di vista la Cina era un paese ricco di materie prime e con una grandissima popolazione e questo la rendeva un campo di battaglia delle potenze imperialiste. La situazione politica interna si caratterizzava per la presenza dei “Signori della guerra” che le potenze imperialiste utilizzavano per controllare la politica e la vita economica cinese. Per undici anni, dalla nascita della Repubblica, la Cina era stata attraversata dalla guerra civile che aveva provocato la divisione del paese e una condizione di marasma politico. Senza il rovesciamento dell’oppressione militarista e dell’imperialismo la Cina non avrebbe mai raggiunto la sua unità e la guerra civile non sarebbe mai cessata.

Analizzando le forze sociali della rivoluzione nazionale veniva messo in evidenza come la borghesia cinese era nata come appendice del capitalismo straniero che, arrivato in Cina, non poteva operare indipendentemente, ma doveva chiedere l’aiuto dei mercanti locali. In questo modo si era formata la borghesia compradora, che operava come intermediaria per conto dei capitalisti stranieri e a questi si univa nello sfruttamento della Cina. In questo contesto fu possibile l’avvio del primo stadio dell’industrializzazione in Cina. Una grande opportunità di sviluppo per la borghesia cinese si ebbe con la prima guerra mondiale che determinò un allentamento della penetrazione economica dei prodotti europei e americani e il boicottaggio delle merci giapponesi. Ma alla fine della guerra un ulteriore sviluppo della borghesia locale veniva ostacolato dall’aggressivo ritorno degli imperialisti che in difesa dei loro affari si appoggiavano ai Signori della Guerra. Data questa situazione, secondo il Manifesto «la giovane borghesia cinese per prevenire l’oppressione economica dovrebbe insorgere e lottare contro l’imperialismo capitalistico internazionale».

Il movimento antigiapponese del 1919 aveva dimostrato che questa poteva unirsi contro l’imperialismo e il corrotto governo di Pechino, mentre il governo di Canton era considerato come lo strumento dell’illuminata borghesia cinese.

Aldilà del giudizio sul ruolo della borghesia nella rivoluzione cinese, veniva correttamente affermato che il più importante fattore del movimento rivoluzionario era costituito dai trecento milioni di contadini che vivevano in una condizione di miseria generale dovuta alla mancanza di terre, alle guerre civili, al banditismo, alla pressione dei prodotti stranieri. I contadini potevano essere divisi in tre gruppi: i grandi proprietari terrieri e i ricchi contadini, i contadini che coltivavano la propria terra, e gli affittuari e i giornalieri. I più miseri del secondo gruppo e quelli del terzo costituivano il 95% del totale. Solo la rivoluzione poteva tirarli fuori da quella condizione di miseria e la vittoria rivoluzionaria poteva realizzarsi solo attraverso la loro alleanza con la classe operaia.

A causa dell’invasione delle merci straniere erano caduti in miseria anche artigiani e piccoli commercianti e più il capitalismo nazionale si sviluppava più accresceva la loro miseria. La valutazione era che data, questa condizione, anche la piccola borghesia si sarebbe unita alla lotta rivoluzionaria.

Poi c’era la classe operaia, che era in sviluppo. Il grande sciopero dei marittimi di Hong Kong e gli altri scioperi nel resto del paese dimostravano la forza del proletariato. In crescita erano anche le organizzazioni dei lavoratori.

Date le condizioni economiche e politiche della Cina veniva deciso di unirsi al movimento nazional rivoluzionario, come d’altronde aveva stabilito l’Internazionale per i paesi arretrati come la Cina al suo Secondo Congresso.

In altro documento congressuale, quello sulla decisione di unirsi alla lotta rivoluzionaria nazionale, si evince come tale posizione traeva il suo fondamento dalla valutazione di trovarsi nel periodo tra il feudalesimo e il capitalismo (“democrazia” nel testo congressuale). In questo periodo, dice il documento, «è inevitabile per la borghesia lottare contro il feudalesimo». In questo contesto se il proletariato non era in grado di condurre la lotta rivoluzionaria da solo avrebbe dovuto unirsi alla lotta antifeudale. La Cina era sotto il dominio di militaristi feudali e all’esterno era un paese semi-indipendente controllato dalle potenze imperialiste. Date queste condizioni il proletariato avrebbe dovuto unirsi al movimento nazional-rivoluzionario.

È qui necessario fare un commento sulle valutazioni contenute nel manifesto e nei documenti congressuali, in particolare su due questioni: sulla teoria del feudalesimo cinese e sulla natura della sua borghesia. Dal quadro descritto dai comunisti cinesi sembra emergere una situazione tipica della fase di passaggio dal feudalesimo al capitalismo, con la borghesia nazionale impegnata nella lotta rivoluzionaria contro il regime feudale rappresentato dai “militari feudali”. Senza entrare nell’analisi della struttura economico e sociale della Cina degli anni Venti, di cui abbiamo già delineato le caratteristiche essenziali, questione che sarà approfondita quando presenteremo la lotta di Trotsky contro la tattica staliniana in Cina, si deve rilevare che già nella rivoluzione russa i bolscevichi avevano dimostrato come falsa la tesi menscevica che nella rivoluzione borghese il proletariato non aveva che da giocare un ruolo di appoggio alla lotta antifeudale della borghesia, ma avevano affermato, e con successo dimostrato, che la parola d’ordine del proletariato era quella della rivoluzione permanente. Tale prospettiva non veniva delineata con chiarezza dal PCdC, mancando nei documenti del secondo congresso del Partito una chiara concezione del ruolo delle classi nella rivoluzione doppia come quella che attendeva la Cina.

In questa fase, però, le decisioni del secondo congresso del PCdC, seppur tratteggiando un impianto teorico che lasciava spazio ad una possibile affermazione della tattica menscevica della rivoluzione per tappe, avevano lo scopo di recepire la corretta tattica rivoluzionaria così come era stata stabilita dal Secondo Congresso dell’Interazionale sull’unione della rivoluzione proletaria nei paesi a capitalismo maturo con le rivoluzioni nazionali nei paesi arretrati come la Cina. Nonostante una certa debolezza dal punto di vista teorico, il Partito cinese aveva comunque il merito di mantenere fermo il punto sulla necessità di preservare l’indipendenza politica del proletariato nella rivoluzione nazionale. In seguito, le teorie sul carattere antifeudale della rivoluzione cinese e sulla natura rivoluzionaria della borghesia nazionale saranno utilizzate per giustificare un aperto tradimento di classe perché serviranno allo scopo di far passare la tattica dell’alleanza con il Kuomintang che sarà realizzata con la sottomissione del proletariato al partito della borghesia cinese, processo iniziato nel corso del ’22 e completamente realizzato nel ’24.

Ritornando ai documenti congressuali vediamo come il PCdC intendeva i suoi compiti. Citiamo dal Manifesto del congresso:

«Noi, il proletariato, osserviamo le condizioni politiche ed economiche cinesi esistenti, sosteniamo che noi, il proletariato e i contadini poveri, dobbiamo assistere il movimento rivoluzionario nazionale. Crediamo che durante la lotta ci sia un solo modo per realizzare rapidamente la vera rivoluzione nazionalista: la cooperazione delle forze rivoluzionarie proletarie e delle forze rivoluzionarie nazionali.

«Non significa che il proletariato si arrende alla borghesia, quando assiste alla rivoluzione nazionale. È il passo necessario che il proletariato deve compiere per favorire la sua reale forza e per abbreviare la vita del feudalesimo. Noi, il proletariato, abbiamo i nostri vantaggi; quando la rivoluzione nazionale avrà successo, il proletariato si assicurerà solo un po’ di libertà e alcuni diritti, e non sarà ancora completamente emancipato. Non appena il nazionalismo trionferà, la giovane borghesia si svilupperà rapidamente ponendosi nella posizione di sfida per opporsi alla classe proletaria. Il proletariato dovrebbe allora resistere alla borghesia, lottando per unire i contadini poveri sotto la dittatura del proletariato. Se l’organizzazione e il potere combattente sono forti, il passo successivo avrà successo molto presto dopo la vittoria del nazionalismo.

«Il partito comunista di Cina è il partito politico proletario cinese. I nostri obiettivi sono organizzare la classe proletaria, instaurare la dittatura sovietica, rovesciare il sistema della proprietà privata e raggiungere gradualmente una comunità comunista attraverso la lotta di classe.

«Al fine di promuovere gli interessi immediati dei lavoratori e dei contadini, il PCdC sta guidando i lavoratori ad assistere il movimento rivoluzionario democratico, in modo che i lavoratori e i contadini possano stabilire un fronte unito democratico con la piccola borghesia».

Seguiva poi un elenco degli obiettivi della rivoluzione democratica: eliminazione delle guerre civili e il rovesciamento dei militaristi; il rovesciamento dell’imperialismo internazionale e la completa indipendenza; l’unione della Cina in Repubblica; il riconoscimento di Mongolia, Tibet e Turkestan come Stati autonomi; la riunione di Cina, Mongolia, Tibet e Turkestan in una libera federazione; la conquista di alcune libertà come suffragio per gli operai e i contadini senza restrizioni, e l’assoluta libertà di parola, stampa, riunione, associazione, sciopero. Altre misure per la protezione della classe operaia come la giornata lavorativa di otto ore, servizi sanitari, educazione universale, protezione del lavoro delle donne e dei bambini.

Affermava il Manifesto: «Queste rivendicazioni sono vantaggiose per tutti gli operai, i contadini e la piccola borghesia, e sono necessarie per emancipare queste classi dall’oppressione esistente. Ma gli operai dovrebbero fare attenzione a non diventare un’appendice della piccola borghesia in questo fronte unito democratico; devono allo stesso tempo lottare per i propri interessi di classe. È molto importante che i lavoratori si organizzino nel partito comunista e nei sindacati. Tutti i lavoratori dovrebbero sempre ricordare che sono una classe indipendente, dovrebbero disciplinarsi per prepararsi all’organizzazione e alla lotta, dovrebbero preparare i contadini a unirsi e organizzare i soviet per raggiungere la completa emancipazione».

Qui il punto centrale è l’indipendenza politica del Partito del proletariato, che era, quindi, ben difesa dal giovane e piccolo PCdC. Oltre al Manifesto, anche gli altri documenti congressuali sono chiari su questo punto. Leggiamo in un altro documento congressuale:

«Dobbiamo renderci conto che questa unione non significa che ci arrendiamo ai nazionalisti che rappresentano solo la borghesia, […] e nemmeno ne consegue che la vittoria dei nazionalisti sarà la completa emancipazione del proletariato; ma è un dato di fatto che l’unione temporanea con i nazionalisti è necessaria per rovesciare la pressione sui nostri nemici – i militaristi feudali all’interno e gli imperialisti internazionali all’esterno, […] ma in nessun modo dare la gestione del proprio partito perché il partito nazionalista non è il partito che rappresenta il proletariato e non lotta per il proletariato. Al contrario, dovrebbero formare il partito proletario – sotto la bandiera del PCC – e lottare per la propria classe in modo indipendente».

E ancora: «il proletariato non deve dimenticare la propria organizzazione indipendente durante questa lotta».

Al secondo congresso del PCdC arrivò, quindi, la decisione di unirsi con un fronte democratico:

«Il nostro PC dovrebbe unirsi a tutti i partiti rivoluzionari della nazione e organizzare un fronte unito democratico per realizzare il rovesciamento dei militaristi feudali e dell’oppressione imperialista e stabilire una vera nazione democratica e indipendente».

A tal fine, il Partito stabilì tre linee d’intervento;

primo: «il KMT e il SYL sono invitati a convocare una conferenza rappresentativa in un luogo adatto per discutere il metodo migliore per convocare altri partiti rivoluzionari e cosa dovrebbe essere fatto»;

secondo: «i membri del parlamento che sostengono il comunismo devono contattare i membri che sono veramente democratici per formare un’alleanza democratica di sinistra»;

terzo: «sindacati, contadini, commercianti, insegnanti e associazioni studentesche; alleanza politica delle donne; circolo degli avvocati; ed editori in varie città organizzeranno una grande alleanza democratica».

È importante notare come al Congresso non fu assolutamente presa in considerazione la proposta di Maring sull’ingresso dei comunisti nel Kuomintang, facendo, invece, emergere una soluzione che si basava sulla cooperazione tra i due partiti. Ci si immaginava in termini ancora vaghi, ma già citando il Kuomintang, una cooperazione con la borghesia nazionale; ma si trattava ancora solo di sostenere dall’esterno il partito di Sun Yat-sen. A ciò si aggiunse questa cosiddetta “Alleanza Democratica”, che avrebbe potuto coinvolgere gli operai sindacalizzati insieme ai membri delle organizzazioni dei contadini, commercianti, insegnanti, studenti, donne, e giornalisti, così come pure ai deputati parlamentari che simpatizzavano con il comunismo. In questo modo, i comunisti sembravano voler dar vita ad un’ampia “alleanza democratica” che in pratica avrebbe in un certo senso offuscato il fronte tra il PCdC e il KMT. Così, dopo il Congresso iniziarono a formarsi queste organizzazioni dell’”Alleanza democratica” in varie città e province, prima a Pechino, poi in Hunan, Hubei, Shanghai e nel Guangdong. Dal canto suo, il Kuomintang non sostenne questa iniziativa. Tale iniziativa venne a cadere del tutto non appena, all’indomani del congresso del Partito, il ritorno di Maring in Cina farà prevalere la tattica di ingresso dei comunisti nel Kuomintang.

Al Congresso importanti decisioni furono prese anche sulla questione sindacale. Le decisioni riguardanti il movimento sindacale trovavano fondamento nella situazione cinese, nelle prime attività sindacali del partito e nelle lezioni trasmesse dal movimento sindacale in Europa. Il partito dava la massima rilevanza al movimento sindacale e riconosceva la necessità di indirizzare le sue forze per l’organizzazione dei lavoratori industriali.

Rilevante importanza era attribuita alla difesa e alla lotta per gli interessi immediati del proletariato. Veniva espressa chiaramente l’inconciliabilità di interessi tra la classe operaia e la borghesia e la necessità di intensificare la lotta di classe, con le lotte che avrebbero rafforzato l’organizzazione dei lavoratori. L’adozione di una legislazione del lavoro e il miglioramento delle condizioni dei lavoratori dipendevano da una forte organizzazione sindacale. Sebbene si riconoscesse la necessità di portare avanti qualunque lotta per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori sotto il regime del capitale, nello stesso tempo i sindacati avrebbero partecipato alla lotta per il rovesciamento del capitalismo.

Veniva ritenuto un errore voler tener lontano il movimento sindacale dal movimento politico, e si affermava la necessità della lotta per l’indipendenza nazionale e per i diritti politici e le libertà, nonché si sosteneva l’importanza per il movimento sindacale di assumere un ruolo importante nel fronte unito democratico. Ma nello stesso tempo queste lotte non dovevano essere usate per gli obiettivi politici degli opportunisti e bisognava evitare che le organizzazioni sindacali finissero sotto la direzione di elementi non proletari.

Per evitare che i lavoratori finissero divisi per categorie separate, in base al sesso, all’età, alla provenienza ecc., due erano i principali obiettivi del sindacato: la lotta per i contratti collettivi e la stessa paga per lo stesso lavoro. Ciò avrebbe contrastato l’azione della borghesia volta a tenere divisi i proletari e avrebbe rafforzato l’unità di classe. A differenza delle gilde, il sindacato avrebbe dovuto organizzare solo i lavoratori salariati, senza alcuna discriminazione in base al sesso, all’età, alla razza, all’opinione politica, alla qualifica ecc. L’attività principale del sindacato era la lotta contro i capitalisti e il governo, che quindi si configurava come un organismo di lotta che lascia in secondo piano altri aspetti come per esempio il mutualismo. La struttura del sindacato avrebbe dovuto essere centralizzata e basata sul settore industriale e non bisognava permettere la formazione di gruppi autonomi in base alla professione che avrebbe compromesso l’unità della lotta. L’organizzazione di base doveva essere il comitato di fabbrica, arrivando poi alla formazione di un sindacato del settore.

Il sindacato doveva unire la classe operaia ed evitare che si verificassero conflitti fra gli interessi particolari dei lavoratori di una fabbrica e gli interessi di tutto il settore, come quelli di un determinato settore rispetto all’intera classe operaia. Nello stesso tempo la classe operaia cinese avrebbe dovuto evitare i conflitti di interesse con il proletariato degli altri paesi e formare una organizzazione unificata a livello mondiale per combattere il capitalismo, rappresentata dal Profintern. Compito del PCdC era quello di far marciare il sindacato cinese sotto le insegne del Profintern.

Il documento congressuale si soffermava anche sulla differenza tra il Partito e il sindacato: il primo è una organizzazione di elementi proletari con coscienza di classe, è l’avanguardia del proletariato con un programma fisso, mentre il sindacato è una organizzazione di tutti i lavoratori. Il partito deve guidare il movimento sindacale. Per raggiungere questo scopo il partito deve avere forti gruppi nei sindacati. Quando i comunisti lavorano nei sindacati guidati dal Kuomintang, dagli anarchici o dalle organizzazioni cristiane, non devono spingere i lavoratori a separarsi da questi sindacati ma lottare al proprio interno per rovesciare i capi nazionalisti, anarchici o delle organizzazioni cristiane e conquistare la guida del sindacato. Nella lotta per interessi immediati il partito deve cooperare con il Kuomintang, gli anarchici e le organizzazioni cristiane ma deve sempre presentarsi ai lavoratori come la sua avanguardia e come il loro vero partito politico.     

Il lavoro nel movimento operaio era ancora visto come l’obiettivo principale del PCdC che si impegnava a promuovere un movimento di classe indipendente, e anche se le condizioni cinesi determinavano la necessità della realizzazione di un fronte di tutte le forze rivoluzionarie e in particolare del movimento guidato da Sun Yat-Sen, questo fronte rivoluzionario era considerato come un’unione temporanea tra il proletariato e i contadini poveri, da un lato, e la borghesia nazionale dall’altro, ma era chiaro al giovane Partito che l’impegno per la rivoluzione nazionale non significava una capitolazione dinanzi alla borghesia.

7.4 – Le direttive dell’ECCI e il Plenum di agosto 1922

Il secondo congresso del Partito Comunista di Cina nel luglio del 1922 aveva confermato la decisione di unirsi al movimento rivoluzionario democratico in un’alleanza temporanea. In questo modo veniva corretta l’impostazione data dal primo congresso del Partito che aveva sancito una netta ostilità verso tutte le altre organizzazioni politiche e si recepiva quanto stabilito al Secondo Congresso dell’Internazionale sulla tattica da adottare nella questione nazionale e coloniale. I comunisti cinesi avevano potuto familiarizzare con quelle disposizioni soltanto con la partecipazione di propri delegati al Congresso dei comunisti e delle organizzazioni rivoluzionarie dell’Estremo Oriente di inizio 1922.   

È importante notare, però, che il secondo congresso con questa decisione si riferiva non solo al Kuomintang, presentato come un partito “rivoluzionario”, ma a “tutti i partiti rivoluzionari della nazione”. Inoltre, il Partito Comunista di Cina aveva chiaro che, poiché gli “elementi democratici” non rappresentavano gli interessi del proletariato, il Partito doveva continuare la sua azione per lo sviluppo di un movimento di classe indipendente, per cui il lavoro nel movimento operaio era ancora considerato come l’obiettivo principale del Partito. Correttamente, il Partito riconosceva che esso inquadrava gli elementi di avanguardia del proletariato che erano già sul terreno di una lotta volta al rovesciamento del capitalismo, e riteneva necessario la formazione di sindacati in grado di organizzare i lavoratori indipendentemente da qualunque distinzione, comprese quelle di carattere politico.

Tuttavia, non mancavano ancora profonde divisioni sulla questione della tattica da seguire rispetto al movimento nazional-rivoluzionario, in particolare sulla questione della collaborazione con il Kuomintang. Il Partito prevedeva di marciare a fianco del Kuomintang, ritenuto comunque un partito nazional-rivoluzionario, ma al suo secondo congresso non discusse della formula proposta da Maring di un “blocco interno” al Kuomintang, con i comunisti che sarebbero dovuti entrare nel partito nazionalista per svolgervi il lavoro rivoluzionario dall’interno, per formare un’ala di sinistra. Quindi, nonostante la questione della tattica rispetto al movimento nazional-rivoluzionario fosse tutt’altro che definitivamente stabilita, la conclusione del secondo congresso non lasciava però dubbi sulla proposta caldeggiata da Maring, che semplicemente non fu adottata.

Data questa posizione appena assunta dal congresso del PCdC, al suo ritorno in Cina nell’estate del 1922, Maring si ritrovò dinanzi una grande opposizione alla sua linea. Questa opposizione, con gradazioni diverse, era generale, sia al vertice che alla base del Partito. In particolare, però, si era formato un “piccolo gruppo” sotto la guida di Zhang Guotao e che ruotava attorno al Segretariato del lavoro, quindi direttamente a contatto con il movimento operaio cinese e le sue organizzazioni di classe, che era assolutamente ostile alla tattica di entrare nel Kuomintang.   

Maring aveva, però, ottenuto a Mosca dall’ECCI, una sorta di via libera alla sua linea. Il 18 luglio 1922, infatti, l’ECCI aveva deciso di attuare formalmente alcune raccomandazioni di Maring sulla Cina attraverso un documento, probabilmente redatto da Radek, col quale i comunisti cinesi furono incaricati di spostare la loro sede a Canton e di svolgere il loro lavoro a stretto contatto con Maring, mentre un altro documento individuava Maring come il rappresentante del Comintern e del Profintern nella Cina meridionale, con validità fino a settembre del 1923. Lo spostamento della sede del Partito a Canton se poteva trovare come fondamento il fatto che nella Cina meridionale vi fosse una minore repressione, andava sicuramente incontro alle dichiarazioni di Maring che nel rapporto presentato all’Internazionale sulla situazione in Cina aveva indicato nell’area cantonese un ambiente più favorevole per lo sviluppo del movimento rivoluzionario data la presenza e la forza che vi era esercitata dal Kuomintang. Per cui tale decisione assumeva anche il significato di una scelta politica a favore di una più stretta collaborazione con il Kuomintang. Tuttavia, che l’Internazionale avesse in questa occasione avallato in toto la linea di Maring lo si può ritenere possibile soltanto in via ufficiosa, non formale, in quanto non ci fu una dichiarazione scritta nella quale si accettava e si indicava per la Cina la tattica dell’ingresso dei militanti comunisti nel Kuomintang. I documenti citati riguardano, infatti, esclusivamente la decisione dell’ECCI di spostare la sede del PCdC a Canton e l’incarico di rappresentante del Comintern e del Profintern conferito a Maring.

L’ECCI, però, produsse un ulteriore documento, le “Istruzioni per il rappresentante dell’ECCI nella Cina meridionale”, col quale stabiliva la linea che i comunisti cinesi avrebbero dovuto adottare. Le “Istruzioni per il rappresentante di ECCI nel sud della Cina” riportano quanto segue:

«I) L’intera attività del rappresentante […] deve essere basata sulla risoluzione del II Congresso di Comintern nella questione coloniale.

«II) Il Comitato Esecutivo vede il partito del Kuomintang (KMT) come un’organizzazione rivoluzionaria, che mantiene il carattere della rivoluzione del 1912 e che cerca di creare una repubblica cinese indipendente. Pertanto il compito degli elementi comunisti in Cina deve essere il seguente: (a) l’educazione di elementi ideologicamente indipendenti, che dovrebbero costituire il nucleo del Partito Comunista cinese [CCP] in futuro; (b) Questo partito crescerà in accordo con la crescente divisione tra borghesi-piccolo borghesi specialmente questa ala del partito che rappresenta gli elementi proletari, i lavoratori manuali ed elementi proletari. Fino a quel momento i comunisti sono obbligati a sostenere il partito Kuomintang e specialmente questa ala del partito che rappresenta gli elementi proletari e i lavoratori manuali.

«III) Per l’adempimento di questi compiti i comunisti devono organizzare gruppi comunisti di seguaci nel Kuomintang e anche nei sindacati – Questi gruppi devono formare un esercito che porti avanti la propaganda per le idee della lotta contro l’imperialismo straniero e per la creazione di una Repubblica Popolare, per l’organizzazione della lotta di classe contro gli sfruttatori stranieri e cinesi».

Il documento proseguiva poi con le indicazioni per la creazione di un’organizzazione di propaganda speciale per la lotta contro l’imperialismo straniero, istituita possibilmente in accordo con il Kuomintang ma totalmente indipendente da esso, che doveva cercare di sviluppare il suo lavoro in tutto il paese sulla base di un programma d’azione non solo contro l’aperta oppressione giapponese, ma anche contro la politica ipocrita dell’imperialismo britannico e americano e per l’alleanza con la Russia sovietica e l’unione con gli elementi rivoluzionari del Giappone. Infine, il documento individuava nell’organizzazione delle masse lavoratrici come il compito più importante dei comunisti in Cina, possibile unicamente nella forma della creazione di sindacati.

Le indicazioni fornite dai vertici dell’Internazionale seppur non contenendo un esplicito avallo alla linea di Maring contengono non pochi elementi di ambiguità rispetto alla corretta impostazione rivoluzionaria che era stata stabilita al Secondo Congresso dell’Internazionale, elementi che, però, una volta sviluppati in tutta la loro interezza aprivano la strada all’opportunismo. Addirittura, dal documento dell’ECCI sembrava emergere la convinzione dei vertici dell’Internazionale della inconsistenza del giovane Partito cinese, tanto che veniva individuato tra i principali compiti dei comunisti in Cina quello di educare degli elementi che in futuro avrebbero costituito il nucleo del PCdC, praticamente come se il Partito fosse ancora da formare. Da ciò si arrivava alla decisione di obbligare i comunisti a sostenere il Kuomintang, e si introduceva una formula che nel corso degli eventi successivi sarà in più circostanze una indicazione nefasta per le sorti della rivoluzione in Cina che consisteva nel sostenere in particolar modo quella “ala” del Kuomintang che si riteneva rappresentasse gli elementi proletari. In pratica, per la prima volta si faceva strada la teoria per cui all’interno del partito della borghesia cinese potesse essere individuata un’ala “di sinistra”, una fazione disposta a rappresentare le aspirazioni del proletariato che andava sostenuta e rafforzata con il lavoro dei comunisti.

In ogni caso, già a metà del 1922 l’Internazionale dava ai comunisti cinesi l’indicazione di “organizzare gruppi comunisti di seguaci nel Kuomintang” che, sebbene non in modo esplicito in sostanza, era quanto proposto da Maring e rifiutato dai comunisti cinesi, in quanto evidentemente poteva essere portata avanti solo con un lavoro dei militanti comunisti nel partito nazionalista.

Per superare le resistenze all’interno del Partito Comunista di Cina e far accettare la sua linea, Maring convocò il Plenum di Hangzhou, probabilmente tra il 28 e il 30 agosto 1922 ma le date sono incerte, il primo Plenum mai tenuto dal Partito. Presenti i membri del Comitato Centrale, Chen Duxiu, Zhang Guotao, Cai Hesen, Gao Junyu e Li Dazhao. Oltre a Maring, vi partecipò anche Zhang Tailei. Secondo i ricordi di Chen Duxiu, tutti i membri della CC presenti si opposero alla proposta di Maring sostenendo che in questo modo sarebbe stata introdotta confusione nell’organizzazione di classe e avrebbe ostacolato l’indipendenza politica del Partito. Mentre secondo la versione di Maring la sua proposta fu accettata dalla maggioranza del CC e chi si oppose lo fece con la motivazione che il Kuomintang non avesse un reale peso politico e che difficilmente sarebbe potuto diventare un movimento di massa. Addirittura, secondo Maring, Chen Duxiu aveva prontamente accettato la proposta di aderire al Kuomintang. Diversa ancora è la versione di Zhang Guotao.  In ogni caso, come già espresso nella lettera di Chen Duxiu a Voitinsky, era presente una convinzione abbastanza generalizzata tra i comunisti di Cina che il Kuomintang fosse un organo privo di vita che non doveva essere preso troppo sul serio.  

Contrastanti sono anche le versioni riguardanti la modalità con la quale si arrivò alla decisione finale. Secondo Chen Duxiu e Zhang Guotao, l’adesione al Kuomintang fu votata perché Maring invocò la disciplina verso l’Internazionale. Dal canto suo, Maring contestò questa versione precisando che in quell’occasione non aveva in mano istruzioni specifiche, nessun documento da poter far valere per far adeguare i comunisti cinesi alla sua proposta.    

Con molta probabilità, Maring utilizzò le “Istruzioni per il rappresentante dell’ECCI nella Cina meridionale” come un avallo da parte dell’Internazionale alla sua tattica. Per schiacciare l’opposizione, Maring invocò l’autorità dell’Internazionale Comunista, esortando i partecipanti a sottomettersi alla sua disciplina. Sotto tale pressione i leader del PCdC votarono all’unanimità per la tattica di entrare nel Kuomintang. In questo modo, imponendo la disciplina dell’Internazionale Maring riuscì a far cambiare la posizione precedentemente assunta dal PCdC per abbracciare la borghesia in un’alleanza tattica che si realizzava con la formazione di un “blocco interno” dato dall’ingresso dei comunisti nel Kuomintang.

La Internazionale dei Sindacati Rossi

(continua dal numero 97 – luglio 2024)

Tra il primo ed il secondo congresso

Una breve premessa

Soffermandoci ad analizzare il comportamento e l’azione pratica degli attuali sindacati di regime, e non solo di loro, si corre il rischio, a volte, di credere che un livello di assoggettamento così assoluto agli interessi degli Stati borghesi e della loro economia non sia mai stato raggiunto nel passato. E’ vero che possiamo affermare in tutta tranquillità che “i sindacati sono divenuti organi ausiliari dello Stato borghese”, solo che questa affermazione non la abbiamo fatta nei recenti anni passati, ma nel lontano1922, oltre un secolo fa. Le dirigenze sindacali opportuniste erano legate agli interessi dello Stato capitalista allora come lo sono ora. La sostanziale differenza la fa solo l’intensità della lotta di classe.
È bene non dimenticare mai come le grandi confederazioni nazionali aderirono in massa alla prima guerra mondiale sacrificando il proletariato internazionale sui fronti della guerra borghese.
A guerra finita l’imperialismo vincitore e quello vinto si posero il problema di vincolare il movimento operaio internazionale alla propria dominazione, agli interessi del capitalismo nazionale ed internazionale e quindi la realizzazione della “pace sociale”.
Il 29 novembre 1919, il governo degli Stati Uniti, in virtù dell’art. 424 del Trattato di Versailles, apriva a Washington la prima sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro.
In questa Conferenza si stabilì che alla guida dell’Ufficio Internazionale del Lavoro sarebbe stato nominato un Consiglio composto da 24 membri: 12 rappresentanti dei governi borghesi, 6 rappresentanti industriali, e 6 sindacalisti venduti.
Ad Amsterdam (luglio 1919) era stata ufficialmente restaurata l’Internazionale dei sindacati gialli, che iniziò i suoi lavori con il dichiararsi favorevole all’Ufficio Internazionale del lavoro, aderendo così, con legame indissolubile, alle necessità dell’imperialismo mondiale.
Nella “Rivista Internazionale di Scienze Sociali” (maggio 1932) leggiamo:
«Il 29 novembre 1919, nel grande salone della Pan American Union, a Washington, si chiudevano i lavori della prima “Conferenza Internazionale del Lavoro” e Mons. Gugliemo Uberto Nolens, pronunciando un breve discorso a nome dei delegati governativi, dopo aver ringraziato il Presidente, che era l’On. W. B. Wilson, aggiungeva: “[…] Il risultato di questa conferenza mi riempie il cuore di gioia, e spero che, sotto la indispensabile benedizione di Dio, possa raggiungere le conseguenze più favorevoli alla pace sociale”. Mons. Nolens chiudeva con l’augurio che le tre associazioni [statali, padronali e sindacali – N.d.r.] raggiungessero i risultati più favorevoli alla pace sociale. […] Seguiva il rappresentante del gruppo dei delegati degli imprenditori, il signor Jules Carlier, belga, pronunciando un discorso sulla traccia di quello di Mons. Nolens; terzo parlava per il gruppo dei delegati dei lavoratori, il signor O. Oudegeest, olandese, segretario generale dell’Internazionale sindacale di Amsterdam; egli, dopo essersi associato […] alle affermazioni dei due precedenti oratori, aggiungeva il rilievo che “la Conferenza aveva stabilito una solida base per la legislazione operaia e che si era adoperata efficacemente per riunire ciò che per tanto tempo era stato separato”; proseguiva accentuando ancora le lodi al Presidente [Wilson] ed estendendole al segretario della Conferenza signor H. B. Butler».
Basterebbe questa breve introduzione per chiarire che la Internazionale Sindacale di Amsterdam altro non era che una creatura dell’imperialismo al servizio dell’imperialismo, e ciò che segue lo dimostrerà a sufficienza.
Riprendiamo ora l’esposizione.

Il Sindacato Rosso – Organo Sindacale del PCd’I

Il 1° ottobre 1921 usciva “Il Sindacato rosso” (Organo sindacale del Partito Comunista d’Italia); ed ecco la sua presentazione alla classe operaia:
«Inizia le sue pubblicazioni l’organo sindacale del Partito, “Il Sindacato Rosso”. Questo giornale, la cui necessità è vivamente sentita, che i compagni e le masse proletarie attendono con vivo interesse sarà dedicato ad esplicare in modo specialmente sistematico, uno dei compiti più importanti che il Partito, tutta la stampa del Partito, si prefiggono: la propaganda e l’azione sindacale, efficacemente contribuendo al lavoro dell’apposito organismo che il Partito si è costruito nel suo Comitato Sindacale Centrale di tutto il movimento che, fondandosi sui gruppi comunisti, il Partito svolge in mezzo alle organizzazioni economiche del proletariato. Le direttive sindacali del nostro Partito sono ben note, ed esse collimano perfettamente con quelle della Internazionale Comunista trovando caldo conforto nelle decisioni del recente Congresso mondiale dei Sindacati rossi. Il punto di vista del Partito su tutti i problemi sindacali, da quelli di portata internazionale che investono la piattaforma dell’Internazionale Sindacale Rossa di Mosca nella sua lotta contro l’opportunismo di Amsterdam, fino alle particolarità delle battaglie economiche del proletariato italiano, dagli aspetti generali in rapporto alla dottrina comunista marxista della questione sindacale, allo studio ed alla difesa degli interessi diretti di tutti gli aggruppamenti proletari, sarà prospettata dalle colonne de “Il Sindacato Rosso”, di pari passo al procedere del lavoro di organizzazione e della battaglia sindacale del Partito, che strettamente si identifica col problema centrale della sua azione e lotta rivoluzionaria. Per l’opera del Comitato e del giornale sindacale il Partito impegna l’assidua partecipazione di tutte le Organizzazioni e di tutti i compagni.
«Il Comitato Esecutivo, il Comitato Sindacale»

Il Sindacalismo giallo al servizio del capitale

Quando il “Sindacato Rosso” fece la sua prima apparizione solo da pochi mesi era stata costituita a Mosca l’Internazionale Sindacale Rossa; nella stessa occasione la Confederazione Generale del Lavoro aveva dovuto gettare la sua maschera schierandosi apertamente con i gialli di Amsterdam. Ma già all’indomani del suo primo congresso la struttura del Profintern aveva cominciato a scricchiolare. Gli anarchici immediatamente cominciarono a preparare la loro scissione. Così, in breve tempo, avemmo da una parte i socialdemocratici apertamente schierati con la borghesia nazionale ed internazionale, dall’altra i finti rivoluzionari che in nome della “libertà” non esitarono un istante a spezzare il fronte sindacale rivoluzionario. Di fatto quindi tra riformisti e pseudo rivoluzionari si costituì un fronte unico anticomunista.
Come abbiamo dimostrato nei precedenti rapporti, l’Internazionale di Amsterdam era legata a doppio filo alla Società delle Nazioni, ossia alla Società del brigantaggio internazionale.
Suo compito principale era, naturalmente, quello di mantenere il movimento proletario internazionale sotto la cappa della collaborazione di classe e, in secondo luogo, nella scissione dei sindacati medesimi ogni volta che al loro interno si manifestava la precisa e determinata volontà di lotta sul terreno dello scontro di classe.
«Nello stesso momento in cui cedevano su tutta la linea alla pressione borghese, i dirigenti riformisti iniziavano il loro attacco contro gli operai rivoluzionari […] essendo decisi a epurare le organizzazioni dai germi rivoluzionari, intrapresero una vera e propria offensiva contro il movimento sindacale rivoluzionario.
«[…] Per conservare la loro autorità, i dirigenti dell’Internazionale di Amsterdam non esitarono ad escludere non soltanto singoli individui e gruppi, ma intere organizzazioni. […] Così hanno fatto i dirigenti della CGT francese, la stessa strada hanno imboccato i riformisti cecoslovacchi e i dirigenti della ADGB tedesca. Gli interessi della borghesia esigono la scissione del movimento sindacale. […]
«Questa campagna di Amsterdam contro i sindacati rivoluzionari rispecchia la campagna del capitale internazionale contro la classe operaia. Essa persegue il medesimo fine: rafforzare il sistema capitalistico a spese delle masse lavoratrici. Il riformismo è preoccupato della sua prossima fine; mediante le esclusioni e la scissione degli elementi più combattivi intende indebolire al massimo la classe operaia per renderla incapace di conquistare il potere e i mezzi di produzione.» (Direttive del IV Congresso del Komintern per l’azione comunista nei sindacati – dicembre 1922)
Leggiamo sul “Sindacato Rosso”: «Dopo aver denigrato l’opera dei compagni russi; dopo aver favorito l’azione dell’Intesa contro la Repubblica Ungherese dei Soviety; dopo aver coperto di insulti e di contumelie i comunisti europei, i superuomini della socialdemocrazia e del socialpatriottismo internazionale, si decidono alla cacciata dei comunisti e dei rivoluzionari dai sindacati.» (03/10/1921)
Questa loro attività di epurazione era già cominciata in Germania, in Inghilterra, in Italia, ma simili sistemi venivano usati in ogni paese d’Europa e finanche in America.
In Germania, non appena una organizzazione veniva influenzata dalle direttive comuniste, subiva la sorte di essere senz’altro espulsa in nome della disciplina di principio che deve esistere nei sindacati. La disciplina: l’immancabile rivendicazione di tutti i deviazionisti.
Ma fu in Francia che si procedette in grande stile alle epurazioni. I Comitati Sindacali rivoluzionari acquistavano sempre una maggiore influenza all’interno della CGT, era quindi necessario impedirne l’attività, scioglierli ed espellere gli irriducibili; così al Congresso di Lille, nel luglio 1921, venne stabilito che «l’azione delle minoranze […] non può essere tollerata allorché prende un carattere d’opposizione pubblica alle decisioni regolarmente prese dalla maggioranza. Come un organizzato non può appartenere a due sindacati, un sindacato a due federazioni, i raggruppamenti confederali si interdicono di appartenere a due internazionali sindacali.»
Nonostante ciò, comunisti e sindacalisti rivoluzionari continuavano ad aumentare la loro influenza tra la massa del proletariato organizzato, e questo non poteva essere ammesso dai vertici opportunisti della CGT che approvarono due nuove mozioni che ordinavano lo scioglimento dei Comitati e minacciavano l’espulsione di tutti coloro che non si fossero uniformati alla volontà dei bonzi. Le citate mozioni scritte in una prosa da fare invidia alla peggiore ipocrisia gesuitica, nella sostanza dimostravano che i bonzi sindacali francesi si proponevano di spezzare l’unità sindacale. Solo per mezzo di questa pratica essi potevano sperare di conservare le posizioni acquisite e mettere le organizzazioni proletarie al servizio del capitale.
Infatti, dopo aver posto fuori dai quadri delle organizzazioni tutti gli esponenti rivoluzionari che resistevano attivamente all’offensiva capitalistica, riuscirono a spezzare in due la vecchia CGT tentando di imporre alla reale maggioranza degli iscritti la cessazione di ogni propaganda contro le direttive conciliative e socialpatriote.
«Noi speriamo però – commentava “Il Sindacato Rosso” – che i nostri compagni non cederanno davanti alle imposizioni di chicchessia, e che i lavoratori di Francia, anziché lasciarsi cacciare dai lacchè del capitalismo prenderanno la scopa e faranno il repulisti.» (03/10/1921)
Abbiamo appena visto come i sindacati aderenti all’Internazionale gialla di Amsterdam, in tutti quanti i paesi, procedessero alla espulsione dei singoli e delle organizzazioni che rifiutavano di rimanere nell’ambito della pace sociale e collaborazione di classe che, tradotto in parole semplici, significa asservimento agli interessi del capitale.
“Il Sindacato Rosso” del 4 marzo 1922 riportava tutta una serie di espedienti ai quali i bonzi ricorrevano per mantenere il loro potere sull’organizzazione sindacale: «Abbiamo visto degli operai comunisti espulsi dalle organizzazioni … perché disoccupati». Le organizzazione locali e di mestiere ricevevano trattamenti diversi a seconda se erano dirette da socialdemocratici o da comunisti: «Mentre a quelle dirette dai confederali venivano condonati gli importi delle tessere e concessi dei sussidi, […] a quelle dirette dai comunisti si pose il dilemma: o pagare immediatamente o uscire dalle file, anche se erano state devastate dalla furia fascista e se avevano dovuto sostenere delle lunghissime lotte contro la classe padronale». Inoltre, per eliminare la presenza dei comunisti dalle direzioni delle Camere del Lavoro si tentava «di trasformare i segretari delle Camere del Lavoro in tanti sopraintendenti alla dipendenza diretta del potere centrale, e si mira[va] ad imporre personale proprio persino alla dirigenza delle singole leghe. […] Se gli operai vogliono è così e se non vogliono se ne vadano fuori dai piedi …». Non riporteremo tutti gli episodi citati dal nostro giornale sindacale, ci limiteremo a ricordare quanto accaduto all’interno della FIOE della Venezia Giulia dove un comunista venne eletto a segretario degli edili, ma i dirigenti federali imposero un funzionario di loro fiducia. «I compagni della Venezia Giulia non ne vollero sapere e dissero che le loro quote […] dovevano servire a pagare un segretario che rispecchiasse le loro idee politiche e non quelle dei funzionari centrali; ma la Federazione impose la sua volontà. Cosicché oggi vediamo un segretario imposto dalla centrale il quale si pappa lo stipendio di coloro che non lo possono sopportare».
Gli episodi che abbiamo riportato non vanno inquadrati nel ristretto ambito locale perché essi «dimostrano chiarissimamente che ci troviamo di fronte ad una nuova offensiva dei funzionari sindacali la quale, ispirata da Amsterdam, mira in vario modo ad impedire la diretta corrispondenza delle masse con il Partito Comunista e il loro amalgamarsi, il loro fondersi per l’azione. Noi assistiamo ad un tentativo audace da parte dei funzionari, di creare al di sopra del proletariato tutta una ramificazione burocratica che comprima ogni azione diretta della classe operaia e ne soffochi ogni iniziativa. Bisogna che i comunisti impediscano questo tentativo, lanciandosi fra le masse e facendo loro comprendere i pericoli a cui vanno incontro se non agiscono in modo che il potere della burocrazia sindacale sia definitivamente infranto». (Il Sindacato Rosso – 04/03/1922)
È interessante notare che mentre l’Internazionale di Amsterdam si prodigava ad espellere dalla propria organizzazione tutti i sindacati rivoluzionari, al suo interno si verificava addirittura una scissione a destra. La Confederazione Generale Americana, diretta dall’ultra destro Gompers, si era staccata da Amsterdam definendo quest’ultima “rivoluzionaria” e quindi inconciliabile con le organizzazioni americane. A queste “infamanti” accuse, il 5 aprile del 1921, l’Internazionale di Amsterdam rispondeva che assolutamente niente di rivoluzionario esisteva all’interno della propria organizzazione; che la parola d’ordine di “socializzazione” era di fatto la negazione di “socialismo”, che l’appello diretto a tutti i paesi contro il trasporto delle armi non aveva niente a che fare con l’aiuto alla Russia sovietica e che la proclamazione dello sciopero generale del 1° maggio 1920 non aveva nessuna finalità rivoluzionaria. In poche parole si assicurava Gompers che le loro linee guida erano le medesime e che gli americani avrebbero potuto senza alcun timore restare a far parte della Internazionale gialla.

Mosca – febbraio / marzo 1922 – Consiglio Centrale del Profintern

Dal 17 febbraio al 12 marzo 1922 si tenne a Mosca la seconda sessione del Consiglio Centrale allargato del Profintern. Erano rappresentati i seguenti paesi: Austria, Bulgaria (i delegati bulgari rappresentavano anche gli altri paesi balcanici), Cecoslovacchia, Corea, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Giappone, India, Inghilterra, Italia, Lituania, Norvegia, Olanda, Polonia, Russia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Ungheria. Altri delegati dell’estremo oriente partecipavano in qualità di invitati.
Prima di procedere nella nostra trattazione è il caso di soffermarci un attimo e spendere alcune parole sul caso particolare norvegese; questo per comprendere meglio una delle risoluzioni (la prima) adottate dal Consiglio centrale del Profintern.
Il Partito Operaio norvegese, avendo dichiarato di accettare le 21 condizioni di Mosca, senza che avesse avuto luogo né un congresso, né una scissione, era entrato in blocco a far parte della III Internazionale. Così ogni socialdemocratico aderente a quel partito, di punto in bianco, si trovava ad essere trasformato in “comunista”. Ma un fatto ancora più “strano” si verificava nel campo sindacale: la Confederazione sindacale norvegese diretta dai “comunisti” rimaneva comunque nella Internazionale gialla di Amsterdam nonostante che la stragrande maggioranza dei proletari fosse solidale con quella rossa di Mosca.
Anziché rompere immediatamente con Amsterdam era stata promossa una “inchiesta” tra gli operai dalla quale era apparso chiaro che oltre l’80% del proletariato norvegese era schierato a favore del Profintern. Però la separazione era stata rimandata al futuro congresso del 1923.
Una situazione che richiamava alla mente quella italiana del 1919/20.
Nel frattempo i capi sindacati del paese scandinavo avevano proposto l’incontro tra le due Internazionali (la rossa e la gialla) allo scopo di elaborare forme e metodi comuni di lotta contro l’offensiva capitalista.
Torniamo ora a trattare del Consiglio Centrale del Profintern.
La prima risoluzione adottata (5 marzo 1922) dal Consiglio si ispirò alla iniziativa già intrapresa dalla organizzazione norvegese. Brutto segno quando una Centrale si fa dettare la tattica da una organizzazione locale, anche se ad essa appartenente, ed ancor più brutto se questa organizzazione appartiene alla Internazionale antagonista.
La proposta norvegese venne considerata come tentativo di una pratica realizzazione, a livello internazionale, di fronte unico del proletariato e quindi conforme «ai passi fatti dall’Ufficio Esecutivo dell’ISR che ha già, a parecchie riprese, invitato il Comitato Direttivo della FSI di Amsterdam a intraprendere un’azione comune su alcune questioni attuali, senza che tuttavia queste richieste fossero comprese ed accolte». Più avanti vedremo infatti la risposta di Amsterdam alla iniziativa proposta dall’ISR a favore dei metallurgici inglesi.
Nonostante tutto l’Internazionale sindacale rossa si dichiarò disponibile a partecipare ad una conferenza congiunta delle due internazionali. [Dobbiamo tenere presente che esattamente un mese dopo si tenne a Berlino la Conferenza delle tre Internazionali politiche]. I delegati norvegesi vennero incaricati di elaborare un progetto di base per il lavoro comune tra le due Internazionali sindacali. Fu comunque ribadito che nessuna organizzazione aderente al Profintern potesse partecipare a conferenze o congressi nei quali non fossero presenti i delegati ufficiali dell’ISR.
La seconda risoluzione riguardò l’unità del fronte proletario in risposta all’offensiva capitalista.
Il Consiglio dell’ISR partiva dalla constatazione dell’intensificarsi in tutto il mondo dello sfruttamento del lavoro togliendo al proletariato anche quelle sue più elementari conquiste considerate ormai acquisite. L’Internazionale gialla, di fronte a questa offensiva sistematicamente condotta dal capitale mondiale che causava una continua pauperizzazione delle grandi masse operaie, non attuava nessuna azione concreta in difesa delle condizioni di vita del proletariato. Da parte loro l’ISR, i sindacati rivoluzionari ed i comunisti dovevano darsi lo scopo dell’unità del fronte proletario riunendo tutti gli operai organizzati e non, ed anche le organizzazioni aderenti ad Amstedam ma disposte ad ingaggiare l’azione di classe, a condurre la battaglia per semplici obiettivi, condivisibili da tutti, quali la lotta contro la riduzione dei salari, contro il prolungamento della giornata di lavoro, contro l’intensificazione dello sfruttamento in particolar modo delle donne e dei fanciulli le cui irrisorie retribuzioni causavano di conseguenza un ulteriore immiserimento dell’intera classe operaia. Il raggiungimento di questi pur minimi obiettivi avrebbe comunque favorito «il ritorno al lavoro di milioni di disoccupati, altrimenti votati ineluttabilmente alla miseria e alla morte».
Mentre a difesa del padronato interveniva lo Stato impiegando energicamente il suo potere contro la classe lavoratrice, di conseguenza quest’ultima era costretta a trasformare la sua difesa di classe in offensiva contro il potere borghese. Cosa questa che trovava l’energica opposizione dei gialli di Amsterdam che non solo rifiutavano la lotta per la dittatura del proletariato, ma negavano addirittura il loro sostegno a tutta una serie di azioni economiche che avrebbero potuto compromettere l’uscita dalla crisi del capitalismo. Naturalmente si trattava di una politica inconciliabile con quella dell’ISR che, lontana dal desiderare la ricostruzione del capitalismo, ne auspicava l’abbattimento.
Dopo avere ribadito la disponibilità del Profintern «ad agire di concerto con tutte le organizzazioni operaie, quali che siano le loro opinioni politiche» pur di realizzare «un fronte unico sul terreno della difesa degli interessi economici della classe operaia», il Consiglio si poneva il problema della difesa di quelle categorie più deboli ed a questo riguardo stabiliva che «le rivendicazioni delle categorie di operai meno indispensabili alla produzione devono essere allacciate a quelle dei lavoratori lo sforzo dei quali è assolutamente necessario alla vita sociale».
Allo stesso modo veniva stabilito che nel caso di sciopero di ferrovieri, marinai, minatori ed in industrie di una portata internazionale, «gli scioperanti debbono essere sostenuti attivamente dai lavoratori di tutti i paesi vicini».
Un altro compito che si imponeva alla Internazionale sindacale rossa era la solidarietà con le lotte di classe nei paesi coloniali o semi-coloniali «quali le Indie, la Cina ed il Giappone, [dove] la classe operaia è simultaneamente alle prese con una giovane borghesia indigena arrivata al potere e con gli sfruttatori ed oppressori stranieri. Incombe il dovere all’ISR ed ai lavoratori dei vecchi paesi capitalisti, di venire in aiuto, moralmente e materialmente, al giovane proletariato rivoluzionario d’Estremo Oriente in lotta per conquistare condizioni umane di esistenza contro gli sfruttatori stranieri ed indigeni.»
Riconosciuto che, a prescindere dalla organizzazione sindacale a cui i proletari appartenessero, il fattore decisivo per la realizzazione del fronte unico risiedeva nell’azione pratica e nel rifiuto categorico di collaborazione di classe, ne conseguiva una tattica inconciliabile con la politica dei bonzi di Amsterdam, i quali, a differenza dell’ISR, cercavano con ogni mezzo di spezzare sia la lotta di classe, sia le stesse organizzazioni sindacali non appena vedevano in pericolo la propria egemonia.
Prevedendo che i dirigenti riformisti avrebbero rifiutato le proposte del Profintern, veniva data la raccomandazione «di appellarsi, al di sopra di questi dirigenti, alle masse aderenti alle loro organizzazioni denunciando loro la tattica criminale dei loro capi ed il pericolo che essi rappresentano per la classe operaia. […] Più il lavoro dei sindacati rossi sarà energico e sistematico e diretto con la coerenza dello scopo a cui esso mira, e più rapidamente essi riusciranno a raggruppare i lavoratori di tutte le tendenze su di una piattaforma pratica e rivoluzionaria offensiva e difensiva».
La terza risoluzione riguardava “L’Opera di scissione di Amsterdam”.
Abbiamo già rilevato come tutta l’opera della Internazionale gialla tendesse alla collaborazione di classe, o per meglio dire, all’asservimento totale del proletariato alle necessità del capitalismo, visto che da parte borghese veniva condotta una offensiva antiproletaria su tutti i fronti.
Nella loro battaglia a favore degli interessi capitalistici i gialli non si facevano scrupoli nel distruggere e spezzare le organizzazioni sindacali. Un risultato che potevano considerare come una loro vittoria (e di fatto lo era) era dovuto all’abbandono dei sindacati da parte di milioni di lavoratori esasperati. Di natura opposta erano le direttive di azione dell’ISR che, contro tutte le manovre di sabotaggio dei capi riformisti, incitava tutti gli organizzati a restare nei sindacati e combattere instancabilmente per la loro trasformazione in organizzazioni rivoluzionarie.
Per quanto riguarda la linea di condotta da seguire da parte degli espulsi riproponiamo integralmente quanto riportato dal “Sindacato Rosso”:
«I militanti esclusi e le sezioni sciolte sono tenute ad usare tutti i mezzi statutari per ottenere la loro reintegrazione. Nell’intervallo le sezioni sciolte debbono funzionare come prima osservando, fin dove è possibile, i regolamenti dei sindacati. Se parecchie sezioni di un sindacato sono state escluse o se in un paese parecchi sindacati lo sono stati, i membri dell’ISR hanno il dovere di raggruppare gli esclusi e di annodare strette relazioni fra di essi e le organizzazioni già aderenti alla ISR.
«È opportuno, come mezzo di protesta energica contro le esclusioni, di inscrivere nei sindacati rivoluzionari, sull’esempio di quanto è stato fatto in Isvizzera, i militanti od i gruppi o sezioni, esclusi dai sindacati, anche se appartenenti ad un’altra professione o ad un’altra industria mantenendoli in tal modo in tutti i loro diritti.
«Nei paesi dove, come in Francia, gli uomini di Amsterdam hanno terminata la loro opera di scissione, le organizzazioni rivoluzionarie devono difendere il principio dell’unità sulla base della libertà di discussione e della rappresentanza proporzionale in tutti i comitati.
«Se malgrado tutti gli sforzi non è possibile ottenere la reintegrazione di tutti i militanti nei loro sindacati o se dei sindacati intieri sono stati esclusi dalle loro federazioni d’industria, gli esclusi devono richiedere la loro reintegrazione all’organismo centrale sindacale.
«E’ importante che questi passi non siano fatti soltanto dal punto di vista formale dell’unità operaia».
La quarta risoluzione invece prendeva in esame il rapporto tra l’ISR e gli anarco-sindacalisti.
A questo proposito veniva testualmente affermato: «L’ISR rappresenta la concentrazione di tutte le forze sindacali rivoluzionarie e riunisce sotto le sue bandiere i lavoratori sindacalisti, comunisti o politicamente neutri; ma dei malintesi e delle confusioni si sono prodotte in taluni centri sindacalisti, circa le risoluzioni del primo Congresso dell’ISR relativi ai rapporti di quest’ultima con l’Internazionale Comunista.
«Il Consiglio Centrale dichiara che queste risoluzioni non devono in alcun caso essere interpretate come significanti la subordinazione dei sindacati ai Partiti Comunisti o l’ISR all’IC e che esse tendono unicamente a realizzare la concentrazione di tutte le forze organizzate della classe operaia in vista del rovesciamento del regime capitalista.»
Riguardo alla prospettata realizzazione di una Internazionale anarco-sindacalista, il Consiglio Centrale si sentiva in dovere di «mettere le organizzazioni rivoluzionarie in guardia contro questa opera di scissione e di protestare contro questo attentato all’unità proletaria. Esso considera che una tale “Internazionale” di settari sarà votata ad una completa impotenza». Come di fatto avvenne!
Data l’estrema importanza che i comunisti danno all’unità della classe operaia veniva rivolto l’appello a tutte le organizzazioni anarco-sindacaliste, comprese quelle che si erano pronunciate contro l’ISR, a partecipare all’imminente secondo congresso nel corso del quale ci si diceva certi che sarebbe stata trovata una piattaforma comune sulla quale basare il blocco di tutte le forze rivoluzionarie.
Nella quinta risoluzione concernente i “Comitati di propaganda internazionale” possiamo leggere: «Il C.C. approva la tattica applicata finora, e formula il voto che essi continuino in avvenire, con una energia raddoppiata, la loro propaganda dei principi della lotta di classe rivoluzionaria». Ai comitati di propaganda veniva affidato il particolare compito di elaborare un programma di azione concreta con l’individuazione dei principali mezzi di difesa contro l’offensiva padronale. Ma oltre a questo, i Comitati di propaganda erano investiti di un altro compito, forse ancor più importante, e cioè di sbarrare la via all’opera scissionista e traditrice svolta dall’Internazionale di Amsterdam e dagli organismi da essa controllati. A questo proposito veniva fatto l’esempio dei «segretariati internazionali che assistono quasi sempre inattivi e impassibili alle vaste azioni difensive del proletariato che si producono spontaneamente in tutti i paesi». Riguardo ai Segretariati internazionali veniva ricordato come, nella loro opera di scissione e sabotaggio del movimento sindacale, rifiutavano di ammettere i sindacati russi nel seno delle Federazioni internazionali, come nei loro congressi internazionali avessero sempre negata la presenza dei delegati russi, ricorrendo perfino all’intervento della polizia dei governi borghesi per impedirne la partecipazione: «Congresso dei metallurgici a Lucerna, congresso degli edili a Bregeuz [probabilmente “Bregenz”- N.d.r.]».
Ai Comitati di propaganda si affidava il compito di «fare tutto ciò che [era] in loro potere per salvaguardare l’unità di organizzazione delle Federazioni internazionali» e, restando al loro interno, «svolgere una azione energica contro la scissione del movimento sindacale, per l’ammissione di tutte le organizzazioni sindacali senza eccezione, nel seno delle Federazioni internazionali delle loro industrie. […] Opporre al capitale aggressivo nell’attuale periodo di offensiva padronale, un fronte operaio unito».
La sesta ed ultima risoluzione riguardava “i rapporti del Comitato Esecutivo”. Il C.C., riconosciuto che il Comitato Esecutivo era riuscito a dare un carattere rivoluzionario al movimento sindacale internazionale facendo dell’ISR il centro dell’azione rivoluzionaria; approvava tutte le misure prese in vista della creazione del fronte unico proletario. Tra queste la proposta avanzata alla Internazionale gialla per una comune campagna contro il terrore bianco in Spagna ed in Jugoslavia; e contro la scissione del movimento sindacale in Francia.
Veniva riconosciuta la necessità di stampare un organo centrale dell’ISR che potesse fornire agli operai rivoluzionari le indispensabili armi per la loro organizzazione e propaganda.
Si approvava la formazione di un Comitato per l’Estremo Oriente allo scopo di svolgere una vasta attività fra le masse indigene. Il Comitato Esecutivo veniva quindi sollecitato a dare il massimo impegno per lo sviluppo dei sindacati in tali paesi salvaguardandoli dal «pericolo della scissione e dell’evoluzione social-riformista ed imperialista». Grande importanza veniva infatti attribuita al movimento operaio nei paesi Orientali «dove l’evoluzione industriale sollecita la necessità d’una collaborazione in questo movimento».
Altro impegno di cui il Comitato Esecutivo doveva farsi carico erano i rapporti con la Gioventù Operaia; venivano lodate le iniziative intraprese per stabilire una stretta collaborazione tra l’ISR e l’Internazionale Giovanile comunista. La risoluzione concludeva: «Il CE deve fare tutto il possibile per difendere energicamente gli interessi della gioventù operaia, ed ottenere dalla classe operaia organizzata, che abbia a sostenere con tutte le sue forze gli interessi economici dei giovani ed assicurare loro una rappresentanza autorizzata godente di pieni diritti nella direzione di tutte le organizzazioni sindacali.»
[Tutte le citazioni riguardanti le risoluzioni adottate dal Consiglio Centrale dell’ISR sono state tratte da “Il Sindacato Rosso” n. 15 e n. 16 del 15 e 22/04/1922 – N.d.r.]

Roma – aprile 1922 – Congresso dell’Internazionale gialla

“Il Sindacato Rosso” del 4 marzo 1922 portava la notizia che Il Comitato Direttivo dell’Internazionale di Amsterdam, nella sua riunione dello scorso 22/23 ottobre 1921, aveva deliberato che il prossimo congresso internazionale dei sindacati gialli si sarebbe tenuto a Roma il successivo 20 di aprile. Ed il giornale sindacale comunista commentava: «Il motivo di una simile decisione, alla quale ha partecipato anche il Gran Lama D’Aragona, è intuitivo: si vuole dimostrare al mondo intero che il proletariato italiano – quello stesso proletariato che è stato ad un capello dalla rivoluzione – è ormai completamente GUARITO dalla psicosi di guerra, e si appresta ad introdurre il proprio collo nel nodo scorsoio della libera democrazia occidentale. […] Noi ci auguriamo però che la nostra massa organizzata non sopporterà di soggiacere a quest’onta, e al primo apparire dei ruffiani del capitalismo mondiale e dei cinici massacratori di Spartaco, saprà dar loro una tale lezione, sì da […] levar loro per sempre il desiderio di presentarsi fra noi a nome del …. proletariato mondiale».
Il 18 marzo, tornando sull’argomento, “Il Sindacato Rosso” scriveva: «I dirigenti confederali […] stanno preparando grandi accoglienze ai loro ospiti. Ad essi non par vero di poter finalmente accogliere i grandi giullari della Società delle Nazioni e di ricevere da questi la più alta testimonianza di riconoscenza per l’opera antiproletaria compiuta. Eppure la loro attività controrivoluzionaria non ha nulla da invidiare a quella dei social-democratici e social-patrioti degli altri Stati. Fra noi, essi hanno conseguito quegli identici risultati che gli Appleton, i Thomas, gli Jouhaux, i Dissmann, ecc. hanno ottenuto negli altri paesi. Dappertutto e ovunque, le classi operaie che dopo la guerra miravano ad impossessarsi del potere politico e ad instaurare la propria dittatura, furono, con la frode e con la violenza, disarmate e consegnate alla mercé del capitale. Ora al posto della Repubblica Mondiale dei Soviety, abbiamo la reazione imperialista su tutti i fronti e la minaccia imminente della completa disfatta dei lavoratori».
Il periodico sindacale del partito dava atto ai bonzi italiani di avere superato, in quanto ad ipocrisia, i loro colleghi degli altri paesi e ricordava come D’Aragona, nel 1920, avesse apposto la sua firma, assieme a quella di Losovsky, sul manifesto che, riconosciuta l’inefficienza dell’Internazionale gialla di Amsterdam, incitava il movimento sindacale internazionale a porsi sul terreno della rivoluzione per l’abbattimento del regime capitalista e l’instaurazione della dittatura del proletariato. Ma di questo abbiamo già abbondantemente parlato.
L’ “Avanti!”, edizione milanese, del 21 aprile titolava: «L’Internazionale sindacale di Amsterdam inaugura il suo Congresso», mentre quello dell’edizione romana era: «La solenne inaugurazione del congresso internazionale dei sindacati di Amsterdam», di contro, nel “Comunista” dello stesso giorno, in prima pagina, campeggiava la seguente frase: «Abbasso i traditori del proletariato». “Il Lavoratore”: «I traditori di Amsterdam»; “L’Ordine Nuovo”: «I lacché del capitalismo mondiale riuniti a congresso a Roma».
Questo era il benvenuto che i nostri giornali riservavano ai congressisti: «I comunisti italiani hanno il dovere di esprimere tutto il loro disprezzo ai convenuti, responsabili dei più grandi tradimenti verso la classe operaia. I capi della internazionale sindacale di Amsterdam sono ben noti ai nostri compagni […]».
Nell’occasione il PCd’I aveva dato disposizione per una grande e capillare affissione di manifesti contro il congresso dei traditori gialli, affissione che avrebbe dovuto coprire i punti più importanti e significativi della città di Roma e dintorni.
Il manifesto del partito denunciava al proletariato italiano l’operato dell’Internazionale gialla, ponendo in luce come essa continuasse a svolgere una politica di collaborazione con la classe borghese-padronale, e di complicità con l’imperialismo mondiale, come fosse responsabile del sabotaggio dell’unità di azione del proletariato, come difendesse e sostenesse l’obiettivo della ricostruzione capitalistica e come operasse per la disfatta delle azioni di massa intese a contrapporsi, su di un fronte di lotta rivoluzionaria, all’offensiva politica ed economica del capitale.
Per l’esecuzione di questo nostro benvenuto ai delegati di Amsterdam erano stati incaricati gli attacchini comunali della vicina Tivoli, comune sotto amministrazione comunista. Senonché questa iniziativa di attacco frontale venne “sconsigliato” dai vertici dell’Internazionale comunista, e dovemmo desistere.
L’internazionale comunista, in nome di un irrealizzabile “fronte unico proletario”, si era già posta su di un piano di scontro meno duro nei confronti dei traditori dichiarati del proletariato internazionale, sia politici che sindacali.
Quando a Roma si aprì il Congresso dell’Internazionale gialla di Amsterdam, si era appena chiusa, a Berlino, la conferenza delle tre internazionali politiche. A questa ultima faremo ora solo un breve accenno, ma in seguito sarà cura del Partito dedicarvi un più approfondito esame e studio.

Berlino – aprile 1922 – Convegno delle tre internazionali

Tutto era partito dal KPD che, nel dicembre 1921, aveva resa pubblica la seguente proposta: «In considerazione della situazione internazionale, in particolare dei pericoli che minacciano la classe operaia quali le rivalità imperialistiche, la crisi della questione delle riparazioni, la crescente disoccupazione, la carestia nella Russia sovietica e il suo isolamento economico, la Centrale del KPD nella riunione del 21 u.s. ha deciso di proporre all’Esecu­tivo della Internazionale Comunista di fare sollecitamente dei passi per dar vita ad una collaborazione di tutte le organizzazioni internazionali della classe operaia: Internazionale Comunista, Internazionale Sindacale Rossa, Federazione Internazionale Sindacale (Amsterdam), Unione Internazionale Operaia dei Partiti Socialisti (Vienna), Seconda Internazionale (Londra). Gli obiettivi di un’azione comune, a giudizio della Centrale del KPD, devono essere i seguenti: 1. Annullamento internazionale dei debiti di guerra; 2. Impedire nuovi armamenti; 3. Impedire azioni di forza dell’imperialismo francese, come ad es. l’occupazione della Ruhr, l’affamamento dell’Austria e altri atti di prepotenza impe­rialistici; 4. Riconoscimento della Russia sovietica; 5. Eliminazione del blocco alla Russia sovietica e crediti per la sua ricostruzione; 6. Riconoscimento internazionale della giornata di lavoro di otto ore». (“Rote Fahne” – 23/12/1921)
Venuto a conoscenza di questa iniziativa il PCd’I espresse immediatamente il proprio parere negativo attraverso un telegramma inviato a Mosca il 28 dicembre: «Avendo appreso […] proposta del K.P.D. relativa ad approcci Esecutivo presso tutte le internazionali, consideriamo nostro dovere richiamare attenzione [su] questo atto assolutamente non preparato […]. Senza pronunciarci sul fondo della questione […] insistiamo pericolo grave azione precipitosa.» La proposta del KPD invece piacque ai dirigenti della “Internazionale due e mezzo” (l’opportunismo riesce sempre a cogliere la palla al balzo!) che la fecero propria e proposero alla II ed alla III Internazionale un incontro preliminare basato su di un o.d.g. molto più ridotto rispetto a quello proposto dal KPD: 1 – Situazione economica in Europa ed azione di classe, e 2 – lotta del proletariato contro la reazione.
Ancora una volta il Partito Comunista d’Italia fu costretto, anche se inutilmente, ad esprimere il suo chiaro punto di vista in merito alla tattica del Komintern ed al progettato incontro tra le varie internazionali:
«Data la situazione internazionale e lo stadio di formazione di alcuni partiti comunisti e della liberazione dalle illusioni democratiche dei lavoratori di alcuni paesi occidentali, è da respingersi la tattica di convenzioni politiche anche formali tra l’I.C. e le altre internazionali politiche.
«L’IC dovrebbe prendere, quando il momento fosse giunto, la ­iniziativa di un fronte unico sindacale, e attraverso un appello della ISR a tutte le centrali sindacali sulla seguente base di rivendicazioni: rispetto dei patti di lavoro (salari, orari, ecc.), libertà di organizzazione e di sciopero, ecc.
«Tale opera potrà iniziarsi limitatamente alle centrali sindacali di un dato gruppo di paesi.
«Anche se nei manifesti e appelli pubblici si seguitano a svolgere gli aspetti banali e esteriori della tattica del fronte unico, dalla riunione del CE allargato deve uscire una esauriente delucidazione teorica e tattica dei termini del problema, se si vuole efficacemente superare le obiezioni del semplicismo dominante in molti compagni anziché retrocedere anche in apparenza al semplicismo peggiore della tradi­zionale demagogia opportunista che incoraggia nelle masse e nei militanti la pigrizia e l’assenza di combattività, parlando vagamente di unità operaia come di un miscuglio incolore in cui naufraghereb­bero ogni chiarezza e forza di direttive.» (Punto di vista del PCd’I sulla tattica del Komintern – gen/feb 1922)
Inoltre il C.E. del PCd’I, ai delegati italiani alla conferenza dell’Esecutivo Allargato dell’IC, inviava il seguente telegramma: «Confermiamo mandato respingere proposta accettazione invito Internazionale Vienna per conferenza mondiale Partiti proletari.
«Sostenete nostra formola riunioni centrali sindacali qualunque tendenza. Completatela con proposta che ogni centrale sindacale invii rappresentanza proporzionale delle varie frazioni politiche militanti nel suo seno.
«Noi formuliamo questa proposta per l’Italia se accettata permette indipendente azione comunista per dati scopi a mezzo del fronte unico se respinta responsabilità ricade su socialdemocratici.
«Dateci notizie. Saluti.» (14/02/1922)
Però sia il Komintern che Lenin non furono dello stesso parere e la III Internazionale aderì all’invito.
Il giorno di sabato 1° aprile, a Berlino, presso il palazzo del Reichstag si tenne quella che avrebbe dovuto essere la prima seduta delle tre Internazionali. Venne inoltre ammesso anche il Partito socialista italiano pur non appartenendo a nessuna delle tre.
Il quotidiano del PSI ci tiene ad evidenziare il comportamento dei comunisti, non idoneo sia alla sacralità del luogo, il Reichstag, sia alla solennità della riunione: «La Terza Internazionale ha mandato qui – oltre ai suoi rappresentanti ufficiali – un esercito intiero di compagni e compagne che si muovono e si agitano, attivi e rumorosi. […] Gente di ogni paese, che hanno preso d’assalto il Reichstag, che ci ospita largamente nelle sue sale, come una terra di conquista». (“Avanti!” – 09/04/1922). Che rozzi questi comunisti! Vogliamo metterli a confronto con l’eleganza di Serrati, Baratono e Fioritto?
Aprendo i lavori Federico Adler fece il solito discorso valido per tutte le occasioni e tipico di ogni opportunismo: Parlò della necessità dell’unione del proletariato internazionale. Affermò che proprio in quei giorni in cui il capitalismo internazionale si riuniva a Genova e per salvare se stesso non avrebbe esitato ad imporre nuovi oneri alla classe lavoratrice, si rendeva ancor più necessario trovare le premesse per una azione di lotta comune. «I partiti operai – affermava Adler – debbono sentire la responsabilità verso il proletariato che in questo momento pesa su di essi. […] Una azione comune tra le tre internazionali non è stata mai tanto necessaria quanto oggi. […] C’è un terreno comune, c’è uno scopo comune: la difesa del proletariato. Compiere questa difesa è supremo compito per tutti noi. Gravi sono le responsabilità di noi tutti, soprattutto di chi compromettesse il felice risultato di questa riunione». Secondo l’Internazionale senza numero per realizzare l’unità del fronte proletario internazionale – condizione indispensabile per la lotta contro le manovre del capitalismo – non si sarebbero dovute porre condizioni pregiudiziali, e quello sarebbe stato il segreto per la realizzazione di una comune azione.
Clara Zetkin, per la III Internazionale, lesse una dichiarazione, molto blanda ed accomodante, dell’Esecutivo del Komintern. Il documento ricordava come «la scissione della classe operaia era stata causata dal fatto che alcuni tra gli elementi che dirigevano la II Internazionale avevano concluso una alleanza temporanea con gli elementi imperialisti, cosa che, in molte organizzazioni del proletariato, aveva comportato un indirizzo controrivoluzionario».
Peccato, rileviamo noi, che quegli elementi che avevano stretto una comunanza di interessi, e non certo “temporanea”, con il capitalismo, fossero lì presenti, seduti allo stesso tavolo.
Il documento continuava ribadendo la parola d’ordine del fronte unico proletario il cui successo si sarebbe potuto ottenere con l’invito e la presenza, in un prossimo congresso pansocialista, anche delle internazionale sindacali di Mosca e di Amsterdam ed aperto a tutte le organizzazioni di classe, anche se non appartenenti alle due internazionali sindacali. «L’Internazionale comunista propone quindi di invitare anche queste organizzazioni, pensando anzitutto ai sindacalisti ed agli anarchici». Inoltre propose che la conferenza pansocialista si basasse sul seguente ordine del giorno:
1 – Difesa contro l’offensiva padronale
2 – Lotta contro la reazione
3 – Lotta contro nuove guerre imperialiste
4 – Aiuti per la ricostruzione della Repubblica sovietica russa
5 – Abolizione del trattato di Versailles e ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra.
Vandervelde, delegato della II Internazionale fu l’unico a parlare in modo aperto, dimostrando fin dall’inizio il ruolo controrivoluzionario dell’organizzazione da lui rappresentata e quindi la impossibilità di un fronte unico anticapitalista ed antimperialista con simili organizzazioni. Ma non ci sarebbe stato bisogno dell’intervento dell’ex ministro di re Alberto per dimostrare questa inconciliabilità. Il formarsi dei partiti comunisti e della Internazionale di Mosca avrebbero dovuto chiarire a sufficienza che un solco incolmabile si era ormai tracciato tra il campo della rivoluzione e quello dell’opportunismo.
Nel suo intervento Vandervelde non attaccò il capitalismo, attaccò la Russia sovietica e l’Internazionale comunista. Dichiarò che il Komintern con il suo documento “fingeva di baciare con l’intento di avvelenare”. Riguardo alla necessità di una unione della classe operaia per la lotta contro la reazione, affermò che occorrevano della garanzie contro eventuali tentativi di scissione e noyautage da parte della Internazionale di Mosca. La conferenza innanzi tutto avrebbe dovuto affrontare i problemi della Georgia e della scarcerazione dei socialisti rivoluzionari detenuti in Russia e si sarebbe dovuto procedere ad una inchiesta al loro riguardo e se il governo russo avesse continuato nella sua azione si sarebbe dovuto lottare contro di esso per ottenere la garanzia “dei diritti più elementari degli uomini del suo territorio”. Ponendo queste perentorie condizioni:
1 – Rinuncia alla tattica di istituire frazioni sindacali. 2 – Nomina di una commissione delle tre Internazionali per esaminare la situazione in Georgia, e nei paesi nelle stesse condizioni, allo scopo di raggiungere un’intesa fra i partiti socialisti. 3 – Liberazione dei prigionieri politici e svolgimento di un processo contro i detenuti per reato di un delitto davanti ad una corte, accordando il diritto di difesa e di controllo al socialismo internazionale.
E, in ultimo, ebbe il coraggio di dichiarare che «in una stessa azione anticapitalista non possono operare perseguitati e persecutori.» Ed i persecutori, naturalmente, erano i bolscevichi.
Radek, per quanto avesse ricevuto disposizioni dallo stesso Lenin di tenere molto bassi i toni della polemica, di fronte ad una simile sfrontatezza da parte del venduto Vandervelde, firmatario del trattato di Versailles, non poté trattenersi dallo sbattere in faccia a questo figuro tutti i tradimenti ed i crimini compiuti dai partiti aderenti alla Seconda Internazionale.
«Vandervelde dovrebbe ricordare le promesse di Basilea contro la guerra convertitesi in piena collaborazione alla guerra. […] Oggi questo ministro dell’Intesa vuole esercitare un controllo sul come la Russia degli operai e dei contadini si difende dai suoi nemici. Ebbene, noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per giudicare gli assassini di Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht! Via le mani dai tribunali russi, finché i socialisti di destra non avranno la coscienza pulita dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht! Ci si chiede di mettere in libertà i socialisti rivoluzionari che sono nelle carceri. Essi sono coloro che hanno perseguitato con le rivoltelle alla mano i capi della rivoluzione russa. Se voi chiedete la loro scarcerazione noi vi chiediamo allora: dove si trovano i capi e gli operai che lottarono nell’azione di marzo, e che parteciparono alla Repubblica dei Consigli di Monaco? Essi furono uccisi oppure languono nelle carceri di un governo al quale collaborano i socialisti di destra» (Il Comunista, 06/04/1922)
«Quanto ai social-rivoluzionari – diceva ancora Radek – dinanzi ai nostri tribunali essi hanno il diritto di difendersi liberamente. Se Vandervelde vuole venire a Mosca per difendere i social-rivoluzionari, lo saluteremo ben volentieri. Per conto nostro opporremo un buon accusatore comunista al firmatario del trattato di Versailles, al membro del governo che si rifiutò di incontrarsi con noi a Prinkipos e che contribuì a preparare la nuova offensiva contro la Russia dei soviet: un accusatore che conoscerà il passato dello stesso Vandervelde, e che dirà quello che sarà necessario.» (Il Comunista – 07/04/1922)
Sul caso Georgia, Radek affermò che da parte della Russia si era agito contro il governo menscevico perché esisteva tutta una documentazione a prova che esso sostenesse le guardie bianche nella lotta controrivoluzionaria ai danni dello Stato sovietico e rilevò come sia Vandervelde che Mac Donald non avessero fatto altro che ripetere «tutte le accuse che vengono fatte da Lloyd George. Noi soli siamo i lupi. I socialisti inglesi non hanno levato per l’Irlanda o l’Egitto le proteste che levano per la Georgia. La seconda internazionale si fa strumento dell’imperialismo inglese, sollevando contro di noi le accuse che sono la batteria dell’imperialismo contro la rivoluzione. L’indipendenza della Georgia significa la conquista della nafta da parte del capitalismo inglese. Prima della guerra nessuno dei socialisti aveva mai reclamato la indipendenza della Georgia dalla Russia czarista. Lo stesso Zeretelli, prima della rivoluzione bolscevica, era per l’annessione della Georgia alla Russia. I bolscevichi di Georgia hanno trovato dei documenti inoppugnabili che stabiliscono la complicità dei socialdemocratici georgiani con il governo inglese. La civiltà occidentale è la conquista dei pozzi di nafta: questa è la morale!» (Avanti! – 12/04/1922).
Pure Bucharin, rivolto a Vandervelde, non mancò di precisare: «Il borghese Vandervelde ha ritenuto opportuno di guidare, anziché un attacco contro l’offensiva borghese, un attacco contro l’Internazionale comunista. […] In sostanza Vandervelde si dimenticò che egli non doveva parlare come ministro reale del Belgio, ma come un dirigente operaio. […] I capitalisti di tutto il mondo fanno sforzi disperati per mobilizzare tutte le loro forze contro il proletariato e la Russia dei soviet, che raccoglie in sé le maggiori forze del proletariato stesso. Le organizzazioni operaie dovrebbero dunque rivolgere tutte le loro forze contro il capitale. No! I Vandervelde ed i Paul Faure in questo momento dirigono le loro forze contro la Russia dei soviet e contro la terza Internazionale! […] Ma ciò nonostante noi ripetiamo insistentemente le nostre domande: volete voi condurre insieme con noi la lotta per il pezzo di pane? Volete voi condurre la lotta comune contro l’offensiva del capitale? Volete voi lottare contro lo strozzamento della classe operaia tedesca? Nostro scopo è di ottenere l’unità di lotta di tutti i proletari. Chi, su questa questione provoca una scissione commette un delitto contro il proletariato». (Il Comunista, 08/04/1922)
Vale la pena di citare anche l’intervento di Serrati che, alla sua pratica attività opportunista, volle dare, a parole, toni intransigenti di sinistra assumendo addirittura la veste di difensore d’ufficio della Russia sovietica e dell’Internazionale comunista:
«Tutti abbiamo commessi molti errori: forse – non dispiaccia a Vandervelde – i giudici commisero più errori che gli accusati, con questa aggravante, che li commisero alleandosi ai nemici del proletariato, mentre gli accusati commisero errori per la rivoluzione e non per la borghesia […] Quando voi della seconda Internazionale avete fatto la guerra non avete sofisticato sui mezzi, e i governi coi quali voi divideste le responsabilità misero in opera la violenza e il terrore e la menzogna. Il partito di Mac Donald era al governo quando sir Roger Casement fu giustiziato: come dunque può questo partito proclamare il diritto dei popoli alla autodecisione? Allora anche per costoro il terrore era necessario, perché si doveva vincere la guerra! […] Così essendo che senso hanno le tre condizioni poste ai bolscevichi, e in quali condizioni furono poste? Forse avreste ragione voi di dire ai bolscevichi di non abusare della forza, se la vita della rivoluzione russa fosse assicurata. Ma essa attraversa ancora un periodo terribile: la borghesia, non avendo potuto abbattere con le armi, cerca di sterminarla con altri mezzi, e allora tocca a noi di difendere la rivoluzione […] non mettendo i comunisti in condizioni di debolezza di fronte ai loro nemici. […] In primo luogo si chiede loro di dare la libertà interna, cioè di mettere in grado i socialdemocratici di svolgere la loro politica. Ma non si può chiedere questo ai bolscevichi senza domandare loro di indebolirsi. […] La rivoluzione si serve dei mezzi di cui dispone: fa quello che può e che deve fare. […] Seconda condizione: la libertà della Georgia. Sarà bene che Vandervelde ricordi che egli e i suoi amici si opposero a coloro che a Zimmerwald lanciarono l’idea del diritto dei popoli di disporre della propria sorte. Essi si interessano ora della Georgia, perché i socialisti georgiani sono affiliati alla seconda internazionale. Io ritengo che non sia socialista, ma anzi risponda agli interessi dell’imperialismo il moltiplicare le frontiere, il creare sempre nuovi Stati. […] Il problema della Georgia è un problema secolare, che non può essere risolto con una commissione d’inchiesta; del resto perché una commissione per la Georgia e non una, per esempio, per l’Alta Slesia? O per l’Algeria, o per il Congo, o per la Libia. Soltanto perché c’è un rappresentante della Georgia nella Sezione di Londra? […] Terza condizione: Il “noyautage”, i noccioli [sic! Noi leggeremo: “nuclei” – N.d.r.] comunisti nei sindacati. Si vuole impedire ai comunisti di creare questi noccioli. Come potete avere paura, compagni belgi, di questo preteso “veleno”, voi che non temeste gli effetti di ben altro veleno, della collaborazione con la borghesia per fare la guerra? […] Non si può contestare ad un partito il diritto di raggruppare i compagni che pensano com’esso per fare un lavoro speciale di propaganda».
Serrati concludeva dicendo: «Il punto di vista di tutti i socialisti italiani è […] che bisogna difendere la rivoluzione russa, lottare contro la reazione mondiale, rivedere e abrogare l’infame trattato di Versailles, impedire nuove guerre. […]» (Avanti! – 12/04/1922)
Ci siamo soffermati sull’intervento di Serrati non tanto perché le accuse rivolte alla seconda Internazionale non fossero tutte assolutamente vere, ma soprattutto per dimostrare il carattere camaleontico dell’opportunismo che, all’occasione, non disdegna affatto di presentarsi con la veste dell’intransigenza rivoluzionaria. Ed è per questo che noi abbiamo sempre considerato gli pseudo-rivoluzionari i nemici più insidiosi e pericolosi per la rivoluzione.
«Gli opportunisti – commentava “Il Comunista” – sono sempre più rivoluzionari all’estero che nel proprio paese. Così è accaduto a Serrati, che alla Conferenza di Berlino si è compiaciuto di parlare da “uomo di sinistra”». (09/04/1922)
Di nuovo, nel “Comunista” del 15/04/1922 (e nell’ “Ordine Nuovo” del giorno successivo) si evidenziava «Il buffonesco atteggiamento del signor Serrati che osa, al suo solito, chiacchierare di massimalista a Berlino mentre agisce da socialtraditore in Italia. Basta notare il fatto che nella dichiarazione dei massimalisti italiani a Berlino si afferma la necessità di difendere strenuamente i salari, mentre in Italia hanno ufficialmente ratificata e sostenuta, come giornale e come partito, la tattica della Confederazione, che in tutti i modi si è opposta a qualunque tentativo che si proponesse sul serio la difesa del salario e delle altre conquiste proletarie».
Dobbiamo ammettere che i veri protagonisti e trionfatori della Conferenza di Berlino furono i delegati della seconda Internazionale che imposero tutti i loro diktat.
E di questo, a prescindere dalle affermazione pseudo-rivoluzionarie di Serrati, gioiva il Partito socialista italiano che nel suo organo di stampa scriveva: «I Bolscevichi […] mentre ieri scomunicavano senza pietà i “traditori”, oggi stringono loro la destra e si propongono di fare un lavoro pratico di politica immediata in collaborazione con loro. E’ un revirement completo! […] Radek a diverse riprese ha ripetuto che i socialpatrioti, se hanno errato, lo hanno fatto in perfetta buonafede. Quanto mutatus ab illo! Ed ha sempre soggiunto che bisogna chiudere un occhio sul passato per pensare all’avvenire». (Avanti! – 13/04/1922)
Valeva la pena “chiudere l’occhio” pur di non rompere una impossibile unione, intesa a costituire un irrealizzabile fronte unico?
La conferenza si chiuse con una dichiarazione comune in cui si parlava della costituzione di un eventuale Comitato composto da tre rappresentanti per ogni Internazionale. L’eventuale Comitato avrebbe «tentato di organizzare un colloquio […] tra i rappresentanti della Internazionale sindacale di Amsterdam e quelli dell’Internazionale sindacale rossa per esaminare la questione della conservazione e della restaurazione del fronte unico sindacale su scala nazionale e internazionale». Da parte sua la seconda internazionale metteva il veto a qualsiasi azione contro la revisione e l’abrogazione del trattato di Versailles e ad un convegno internazionale da tenersi nel mese di aprile contro la Conferenza di Genova, mentre si dichiarava disponibile ad una giornata di «possenti manifestazioni di masse mentre si svolge la conferenza di Genova e cioè il 20 aprile». Vedremo poi che fine faranno le “possenti manifestazioni di masse”!
Dal canto loro i delegati della terza Internazionale accettarono di sottostare ai diktat della Internazionale di Londra, ed andando oltre a quelli che erano i loro poteri, davano assicurazione che nel processo di Mosca contro i 47 socialisti rivoluzionari sarebbero stati ammessi tutti i difensori che gli imputati avessero voluto e che, in ogni caso, sarebbero state escluse condanne a morte e che il “caso Georgia” sarebbe stato esaminato in una futura conferenza.
Il risultato della Conferenza fu tale che, come è risaputo, lo stesso Lenin, in un articolo della “Pravda” definì eccessivamente transigenti le concessioni fatte dalla delegazione comunista.
Ma, proponendoci di tornare su questo argomento in maniera maggiormente dettagliata ed organica, riprendiamo ora il filo della nostra trattazione.

Accozzaglia di venduti e traditori

Data l’adozione della tattica del fronte unico, nel modo in cui era stata intrapresa dall’Internazionale comunista, si comprende il motivo per cui al PCd’I fosse stato sconsigliato di accogliere i delegati di Amsterdam nella maniera da noi prospettata e preparata.
A Berlino i rappresentanti della seconda internazionale avevano rifiutata la proposta di una successiva conferenza da tenersi in Italia, in opposizione alla Conferenza di Genova dei governi borghesi, però questo non impedì ai delegati dell’Internazionale gialla di Amsterdam di riunirsi, anticipando il Congresso di Roma, proprio a Genova e non certo in opposizione alla Conferenza in corso.
Scrivevamo sul quotidiano del partito: «Gli uomini politici dell’imperialismo sperano che la Conferenza di Genova alla quale assistono i più rappresentativi uomini politici d’Europa, riuscirà a stabilire l’equilibrio economico mondiale. […] E’ talmente irresistibile il bisogno di ricostruire che domina questi signori, che essi, dopo avere durante molti anni tentato con ogni sforzo di sopprimere la Russia dei Soviets, ora l’hanno invitata con la speranza di rianimare col suo aiuto la vecchia Europa indebolita. […] Essi riuniscono a Genova gli economisti e gli uomini di Stato europei precisamente allo scopo di non toccare le basi dell’ordine capitalista. […]
«In queste circostanze qual’è l’atteggiamento delle organizzazioni sindacali? Che cosa esse debbono pensare della ricostruzione europea e dei progetti quotidianamente elaborati dalle cancellerie e dai ministeri?
«La Federazione Sindacale di Amsterdam si è già parecchie volte occupata di questo argomento. Nella Conferenza di Londra, nel novembre 1920, essa adottò diverse risoluzioni preconizzanti la stabilizzazione del cambio e l’annullamento dei debiti di guerra. […] Essa chiese anche che la ripartizione delle materie prime fosse operata dall’Ufficio Internazionale del Lavoro presso la Società delle Nazioni. In una parola i dirigenti di Amsterdam cooperarono con gli economisti e con i riformatori della borghesia allo scopo di ricostruire. E i sindacati francesi e tedeschi, affiliati ad Amsterdam, negoziavano frattanto, allo scopo di ottenere la loro partecipazione alla ricostruzione delle regioni devastate nel Nord della Francia.
«I sindacati riformisti – è questa la caratteristica di Amsterdam – studiano il modo di porre rimedio alla crisi, di ristabilire i cambi commerciali e con essi le condizioni normali dello sfruttamento. […]
«Queste sono le conseguenze necessarie della teoria e della pratica del sindacalismo riformista. Esso tradirebbe se stesso se non tendesse a conciliare sul terreno capitalistico opposte tendenze. […]
«Come per i dirigenti borghesi, la ricostruzione dell’Europa, cioè del capitalismo europeo, è per il sindacalismo della pace sociale il compito quotidiano e scopo supremo.
«Così il Capitale non si difende soltanto attraverso gli organi dello Stato e le organizzazioni padronali: i sindacati operai riformisti, divenuti durante e dopo la guerra organi ausiliari dello Stato borghese, lavorano per lui». (Il Comunista – 30/04/1922)
Ma, prima di proseguire spenderemo qualche parola sui personaggi più illustri dell’internazionale gialla che diedero lustro e prestigio al Congresso di Roma.
«Ad Amsterdam – Scriveva “Il Sindacato Rosso del 13/05/1922 – vi rimangono gli adulatori dei prìncipi, i consiglieri privati dei re; gli strozzatori dello sciopero dei minatori inglesi; i responsabili del patto di Versailles; i massacratori del proletariato tedesco e le masse ingannate da tutta questa coorte di giullari e di impostori».
«Thomas [presidente dell’internazionale di Amsterdam] resosi famoso in Inghilterra nel celebre “venerdì nero” […] I signori Jouhaux, Appleton, e altri hanno collaborato alla confezione del trattato di Versailles, a quel monumento di violenza, di cinismo e di rapina» (Il Sindacato Rosso – 10/06/1922).
Non sarà male neppure fare una scheda un poco più dettagliata di questi “rappresentanti” del proletariato internazionale:
Possiamo cominciare con il francese Jouhaux, ex sindacalista rivoluzionario. Allo scoppio della guerra ricopriva la carica di segretario della CGT che da lui venne fatta aderire al “blocco nazionale” ed all’ “union sacrée”. Nel corso della guerra, a più riprese si parlò di lui come eventuale “ministro del lavoro”. Dopo la guerra, come i loschi suoi compari degli altri paesi si ingegnò di trasformare l’organizzazione di classe in un sostegno del pericolante edificio borghese. Ed ecco la sua partecipazione alla conferenza di Washington dove venne creato l’Ufficio del Lavoro di Ginevra presieduto da un altro traditore francese:
Albert Thomas. Per la direzione dell’Ufficio Internazionale del Lavoro, scaturito dalla Conferenza di Washington «stipendiato dalla borghesia con 50.000 franchi svizzeri mensili». (Il Comunista – 26-04-1922). Durante la guerra fu “ministro delle munizioni”, con il compito cioè di preparare per conto dello Stato borghese le armi con le quali i proletari si sarebbero scannati a vicenda. «Incontrandosi col re Alberto del Belgio ebbe a dire: “Maestà, l’Internazionale operaia mi appoggia, l’Internazionale padronale mi appoggia, io faccio appello all’Internazionale dei re”» (Il Sindacato Rosso – 29/04/1922 ). Ma non sempre gli era andata bene: «I lavoratori milanesi – […] nel 1920 – lo presero simpaticamente a seggiolate in una sala di Milano ove ardiva esibire la sua sconcia personalità». (Il Comunista – 21/04/1922)
Dissmann, tedesco. Facendo uso di una apparente fraseologia rivoluzionaria condusse una feroce battaglia contro la destra opportunista, ottenuta la vittoria su questa adottò immediatamente la politica e la pratica socialdemocratica. Zinoviev diceva di vedere in lui un nuovo Noske.
J. H.Thomas: Presidente interinale della internazionale di Amsterdam. «È succeduto ad Appleton, il labourista reazionario e ipocrita che mentre firmava, come presidente dell’Internazionale di Amsterdam, i manifesti contro il terrore bianco e pel sabotaggio dell’Ungheria, prestava sottomano il suo aiuto al boia Horty. […] Durante la guerra il sig. Thomas si prodigò in tutti i modi per assicurare all’imperialismo inglese la docilità della massa operaia del Regno Unito. […] Dopo la guerra non tralasciò alcun mezzo per combattere lo spirito rivoluzionario del proletariato inglese. […] La sua celebrità, però, data solo dall’ultimo sciopero gigantesco dei minatori inglesi. Durante questo grandioso movimento il quale sembrò per un istante portare un colpo al cuore della borghesia d’Inghilterra, il famigerato Thomas ha joué son rôle costantemente dietro gli ordini di Lloyd George. […] Mediante la corruzione e la menzogna, impedì che i ferrovieri e gli addetti ai trasporti solidarizzassero con i minatori già in lotta da circa sessanta giorni. […] Al processo contro “The Communist” confessò che un movimento d’insieme della Triplice dei minatori, dei ferrovieri e degli addetti ai trasporti, sarebbe probabilmente sboccato nella rivoluzione e perciò si diede anima e corpo a scongiurarlo. […] Ma il Thomas ha pure l’anima del perfetto cortigiano. Giorni or sono, in occasione del matrimonio della figlia di re Giorgio d’Inghilterra […] si recò a Westminster onde porgere alla promessa di Lascelles un mazzo di fiori quale omaggio del proletariato della Gran Bretagna. […] Ora è un uomo simile che ha il coraggio di presentarsi fra noi in nome della classe operaia di tutto il mondo; ed è ad un simile soggetto che i mandarini indigeni intendono di preparare il trionfo. L’uno e gli altri si accorgeranno, però, come il proletariato sa trattare gli sgherri e i lacché dell’imperialismo mondiale». (Il Sindacato Rosso – 04/03/1922)
Robert Williams, segretario dei trasporti. Era andato a Mosca e si era schierato pubblicamente a favore della Russia sovietica e della III Internazionale, cacciato poi dalle file del partito comunista britannico.
Fimmen, olandese. Di lui può essere sufficiente ricordare come al congresso CGL di Livorno affermò che se la Confederazione avesse aderito a Mosca, Amsterdam avrebbe negato protezione ed aiuto agli emigrati italiani all’estero.
Oudegeest, segretario della Confederazione sindacale olandese dedicava la sua attività alla lotta al comunismo per liberare gli operai di Russia dallo sfruttamento dello Stato sovietico bolscevico e per porli sotto la tutela della democrazia garantita dall’Intesa. Proprio come erano stati liberati i proletari tedeschi. Allo stesso modo degli Stati borghesi che perseguitavano il proletariato rivoluzionario che si organizzava nei partiti politici, così i bonzi grandi e piccoli dell’Internazionale di Amsterdam perseguitavano i comunisti che si organizzavano in seno ai sindacati. C’erano poi:
Comelis Ultertens, segretario della centrale sindacale belga.
K. Dürr, segretario della organizzazione metallurgica svizzera che aveva realizzato quello che per D’Aragona era soltanto un sogno: era riuscito a cacciare gli operai comunisti.
W. Bukseg, segretario di quella federazione jugoslava tutelata dal governo reazionario che, dopo aver assassinato e disperso i comunisti, aveva consegnato le sedi delle organizzazioni sindacali ai gialli, suoi alleati.
E come ciliegina sulla torta di questa allegra compagnia non poteva mancare Ludovico D’Aragona, «il becchino dello sciopero torinese del ’20 e della occupazione delle fabbriche, lo stroncatore di tutti i movimenti di riscossa spontaneamente sorta tra le masse nel 1921, l’inventore dell’inchiesta sulle industrie, il sognatore di feluche e di portafogli, l’amico dei ministri ed il nemico degli operai rivoluzionari con i quali egli sente di non poter più vivere». (Il Comunista – 23/04/1922)
Prima di riunirsi a congresso i rappresentanti di Amsterdam tennero una conferenza durante la quale fu elaborata ed approvata una risoluzione per la “ricostruzione dell’Europa”, questa risoluzione venne poi presentata alla Conferenza economica dei governi di Genova, quale contributo della Internazionale di Amsterdam, da una apposita commissione comprendente i più bei nomi del tradimento proletario: Thomas, Juhaux, Mertens, Leipart, Oudegeest e D’Aragona. Nella dichiarazione si affermava che se i governi dei vari paesi riuniti a Genova cercavano i mezzi per la riorganizzazione economica dell’Europa, non avrebbero potuto fare a meno del concorso del lavoro, quindi dichiaravano la disponibilità alla collaborazione da parte di Amsterdam.
La ricetta che avrebbe dovuto contribuire alla ricostruzione dell’Europa, dopo le distruzioni della guerra, era, in effetti, di una estrema semplicità (un vero peccato che nessuno ci avesse pensato prima).
Si disse che l’equilibrio economico dell’Europa si sarebbe potuto ottenere con la partecipazione di tutte le nazioni, indistintamente, al riassetto e ricostruzione dell’insieme economico rotto dalla guerra e dalla politica prevalsa fino ad allora. La cosa più importante sarebbe stata quella di risolvere i due maggiori problemi; quello finanziario e quello della equa ripartizione delle materie prime.
Il primo dei due problemi sarebbe stato risolto facilmente con l’aiuto economico alle nazioni impoverite attraverso prestiti internazionali garantiti dalla Società delle Nazioni.
Il secondo, ossia l’accesso alle materie prime, si sarebbe potuto risolvere altrettanto facilmente, bastava adottare un programma di soli quattro punti:
Equa ripartizione delle materie prime necessarie all’industria ed alla agricoltura, togliendone il controllo della distribuzione e l’accaparramento alla speculazione privata.
Interventi in aiuto ai paesi più poveri ponendo fine alle loro difficoltà a potersele procurare. La momentanea depressione economica di un paese non lo avrebbe isolato dal gioco della produzione, ma, al contrario, la solidarietà internazionale sarebbe intervenuta in suo aiuto a risollevarlo.
Eliminazione della cupidigia dei capitalisti e dell’imperialismo economico i cui effetti erano di pericolo per la pace.
Armoniosa organizzazione della produzione tra le differenti nazioni, basata sui bisogni del consumo, senza che la produzione dipenda da interessi capitalistici.
Ci si appellava ai capi degli Stati perché venisse intrapresa una graduale e simultanea riduzione delle spese militari. Peccato però che la conferenza di Genova escluse dalle sue discussioni la questione del disarmo.
Jouhaux, a nome dell’Internazionale di Amsterdam, si rivolgeva alla Commissione economica di Genova chiedendo «una politica di riparazioni suscettibile di consentire alla Germania l’osservanza dei suoi obblighi». E’ da notare che non diceva, “alla borghesia tedesca”, ma “alla Germania”. I bonzi gialli concordavano quindi che i proletari tedeschi, dopo aver pagato con il loro sangue la guerra mondiale, fossero obbligati per ulteriori decine di anni a rimborsare miliardi di marchi ai padroni della finanza francese e britannica.
Vediamo bene come la risoluzione riproponesse le più stantie “soluzioni” della collaborazione di classe, proprie dell’opportunismo, alle quali gli estensori erano i primi a non credere, ma che, purtroppo, erano ancora efficaci a nascondere al proletariato la vera causa del male. Si presupponeva la possibilità e la necessità di una soluzione capitalistica della crisi nell’interesse dei popoli; si ammetteva la possibilità, da parte del capitalismo, di regolare la produzione a livello nazionale ed internazionale in maniera razionale tale da soddisfare i bisogni dell’intera umanità; si propalava la fandonia di poter sconfiggere l’imperialismo pur restando all’interno del regime capitalista, confermando ancora una volta la necessità della organica collaborazione tra le classi sociali. Soprattutto, prima di partire alla volta di Roma, i bonzi di Amsterdam si dichiararono «pronti a contribuire all’opera iniziata dalla Conferenza ufficiale di Genova, profondamente desiderosi di vederla riuscire nel suo scopo di salvaguardare la pace e di sopprimere le difficoltà che attraversano le diverse nazioni». (Avanti! – 21/04/1922)
Che traditori sarebbero se non fossero sempre pronti a collaborare con il nemico di classe?
Nel “Sindacato Rosso” del 13 maggio 1922 si legge: «Vi sono due specie di traditori del proletariato. La prima è composta di coloro che dopo aver militato nelle file della classe lavoratrice, diserta il campo e passa apertamente al nemico, ed è la meno lercia; la seconda comprende quegli individui che pur non avendo mai avuto fiducia o non avendola più, nella causa della massa operaia, rimangono in mezzo ad essa per meglio servire il capitalismo, […] e questa, delle due specie, è la peggiore. A questa seconda specie appartengono i gialli di Amsterdam».
E per convincersi della esattezza di questa affermazione sarà sufficiente vedere le deliberazioni del loro Congresso di Roma.
Ma soffermiamoci un attimo sull’accoglienza riservata ai delegati di Amsterdam dai due partiti operai: il PSI ed il Pcd’I.

PSI e Pcd’I a confronto

L’ “Avanti!” si sofferma lungamente descrivendo il luogo del Congresso, il Teatro Argentina, la perfetta organizzazione, i nomi dei più illustri intervenuti (peccato si dimentichi di tracciare un profilo di questi rappresentanti del proletariato internazionale), e non manca di riportare il saluto del proletariato italiano ai congressisti espresso per il tramite di D’Aragona: «L’Italia è gloriosa di potere, nel porgere il saluto del proletariato italiano ai rappresentanti dell’Internazionale sindacale convenuti a Congresso, dimostrare che anche tra noi la organizzazione di classe ha fatto grandi progressi. Rileva il profondo significato di questo Congresso proletario mentre le diplomazie borghesi a Genova tessono le loro tele diplomatiche per la ricostruzione europea distrutta dai vari nazionalismi e imperialismi». (Avanti! – 21/04/1922) Si noti che non si dice “nazionalismo e imperialismo”, mettendoli al plurale ogni partecipante può attribuirlo a quello degli altri.
Ma il partito socialista non volle essere da meno e volle esprimere per intero il suo servilismo associato all’opportunismo: «Il Partito Socialista Italiano porge il suo saluto al Congresso, ospite della maggiore Organizzazione di lavoratori italiani, che ha sì stretti vincoli con la propria compagine politica. […] Durante il periodo della difesa occorre il blocco degli oppressi. Tale concetto ormai trionfa in tutti i campi dell’organizzazione sindacale e della politica proletaria. E il Partito Socialista Italiano, che trae dal riconoscimento della giustizia di tale metodo, giusta ragione di orgoglio, coglie l’occasione per salutare la Federazione Sindacale Internazionale, alla vigilia della realizzazione di quell’intesa che affretterà il trionfo del programma d’emancipazione dei lavoratori: il Socialismo – La Direzione del Partito Socialista Italiano».
Nemmeno il nostro partito mancò dal dare il suo benvenuto al congresso ed ai congressisti, ma in una maniera un poco diversa:
«I comunisti italiani hanno il dovere di esprimere tutto il loro disprezzo ai convenuti, responsabili dei più grandi tradimenti verso la classe operaia. I capi della Internazionale sindacale di Amsterdam sono ben noti ai nostri compagni. Il “Sindacato Rosso” li ha illustrati particolarmente. […] La internazionale di Amsterdam, durante la guerra europea, fu alleata fedele dei traditori di Bruxelles, Vandervelde e compagnia. Ma la difesa strenua della borghesia dopo il 1919, fu assunta dai capi sindacali della Internazionale di Amsterdam. […] Questi signori che si radunano a Roma in questi giorni sappiano che il proletariato italiano li disprezza. Il nostro proletariato conosce che molte delle cause delle condizioni attuali nelle quali esso si trova oggi debbono ricercarsi nel contegno dei suoi capi controrivoluzionari. […] I mandarini italiani che si recano ad ossequiare i loro maggiori ed a portare a questi il saluto del proletariato italiano, nel loro atto mentiscono sapendo di mentire. Il proletariato rivoluzionario d’Italia grida oggi che la sua larga ospitalità non si estende ai traditori dei suoi interessi e del suo avvenire! Il proletariato rivoluzionario d’Italia grida con tutta la sua voce possente: abbasso i traditori della classe operaia e contadina! Evviva la Internazionale dei sindacati rossi che vogliono prepararsi a rovesciare con la violenza gli istituti del capitalismo, compresi i
sindacati gialli.» (Il Comunista – 21/04/1922)
22 aprile – L’organo centrale del partito titolava: «Infami affermazioni controrivoluzionarie al Congresso dei “gialli” di Amsterdam».
Nel suo primo giorno il Congresso si limitò ad una carrellata di interventi nei quali non venne fatto altro che attaccare il comunismo in ogni sua forma.
«Il travaso di bile anticomunista che è stato l’unica nota vivace della prima seduta di questo Congresso, ha dimostrato che la preoccupazione più grande dei “gialli” di Amsterdam è precisamente il movimento comunista non inteso nelle sue formulazioni teoriche, ma considerato nella pratica manifestazione della sua attività sindacale e politica. Ciò dimostra che la “praticità” dei rossi esaspera enormemente la praticità dei gialli» (Il Comunista – 22/04/1922)
Il polacco Zuawsky affermò che il militarismo russo costituiva una grande minaccia per la pace mondiale ed i lavoratori di tutto il mondo dovevano combatterlo con altrettanta energia con cui dovrebbe essere combattuto quello borghese. L’oratore affermò che i socialdemocratici polacchi, nel 1920, fecero il loro dovere aderendo alla guerra contro la Russia per la loro libertà nazionale. Affermò inoltre che l’Occidente gli era debitore per aver fermato i russi che altrimenti avrebbero portato la guerra in tutta Europa.
Lo jugoslavo Bukzey si vantò della vittoria di Amsterdam sui bolscevichi, dimenticandosi di dire che i sindacati erano stati loro donati dallo Stato reazionario dopo aver portato a termine una sanguinosa repressione anticomunista. E se reazione borghese ci fu, affermò, questa fu solo dovuta a causa della propaganda comunista.
Lo svizzero Dürr accusò l’internazionale sindacale rossa di avere portato la divisione all’interno della classe operaia mentre lanciava appelli per il fronte unico e si dimostrò preoccupato circa le voci circolanti per una unificazione delle due internazionali sindacali. Dichiarò inoltre di sentirsi gravemente offeso dagli attacchi portati dai giornali comunisti contro il Congresso.
Il francese Doumaulin, invece affermò che negli ultimi tre anni l’Internazionale di Amsterdam aveva lavorato per la fraternità fra le organizzazioni proletarie, mentre i comunisti seminavano discordie e scissioni.
Dobbiamo però riconoscere che la parte migliore venne svolta dal cantastorie barbuto, l’italiano D’Aragona, secondo cui se in Italia infuriava una spietata reazione si doveva solo ai comunisti che scoraggiavano le masse, seminando scissioni. Invece per salvare il proletariato italiano dalla violenta repressione D’Aragona invocava l’aiuto dell’internazionale gialla.
«La situazione in Italia è assai grave. – affermava D’Aragona – La reazione infierisce colpendo i lavoratori nelle loro organizzazioni e nella loro incolumità personale. […] Per questo noi forse saremo obbligati a chiedere l’intervento di Amsterdam, noi chiediamo ad Amsterdam di inviare al nostro governo una lettera simile a quella che tanta efficacia ebbe presso il governo spagnolo. […] Costretti a lavorare in condizioni tanto deplorevoli, noi dobbiamo subire la disgrazia dei comunisti che sono ancora nei nostri sindacati e ci combattono nell’interno delle organizzazioni rendendo sempre più difficile la nostra situazione e sforzandosi di creare nelle masse uno stato d’animo a noi avverso. Questa tattica diffonde sfiducia fra le masse organizzate e rende debole la nostra azione contro il capitalismo italiano. Malgrado ciò noi facciamo di tutto per conservare in piedi i nostri quadri, noi garantiamo all’Internazionale di Amsterdam che qualunque cosa essa decida di fare per uno sviluppo del movimento proletario, l’Italia sarà in prima linea a combattere questa battaglia.» (Il Comunista – 22/04/1922)

Amsterdam difende il proletariato italiano inviando una lettera al governo

Questi alcuni passaggi della lettera al governo italiano, richiesta dal bonzo D’Aragona: «L’Ufficio della Federazione Sindacale Internazionale […] è venuto a conoscenza delle ultime notizie riguardanti l’azione dei fascisti che da lungo tempo aggrediscono le organizzazioni operaie del vostro paese. […] Il nostro ufficio, parlando a nome delle sue organizzazioni, e dei suoi organizzati, solleva una protesta la più energica contro l’atteggiamento passivo del vostro Governo verso i fascisti e la loro criminale condotta, e protestiamo con tanta maggiore energia e ragione in quanto il vostro Governo è uno dei più influenti membri della Società delle Nazioni e perché come tale, ha firmato quel trattato di Versaglia di cui l’art. 13 dispone che i membri della Società delle Nazioni debbano garantire la libertà di associazione dei lavoratori ai quali deve essere assicurata una conveniente esistenza.
«Ci permettiamo quindi di indirizzarvi un urgente appello perché il vostro Governo prenda le misure necessarie per fare onore alla sua firma data a Versaglia […]».
Sotto il titolo «Amsterdam si appella al patto di Versailles – Mosca incita alla lotta armata» scriveva “Il Comunista”: «Vi è, nella “nota” che la Federazione sindacale internazionale di Amsterdam manda al Governo d’Italia per protestare contro gli attacchi fascisti alle organizzazioni operaie italiane, qualcosa che le dà il tono e il valore di un’atroce beffa. […]
«Essi [sono] i complici dei delitti con i quali la socialdemocrazia tedesca affogò nel sangue dei proletari il sogno della riscossa rivoluzionaria dell’Europa centrale, essi, i nemici e gli stroncatori di tutti i movimenti che parvero minare la solidarietà dell’assetto dell’Europa borghese.
«Ma la beffa atroce raggiunge il colmo quando i signori di Amsterdam invocano contro i fascisti italiani, l’art. 13 del trattato di Versaglia, del patto d’infamia che ha sancito la schiavitù dei popoli d’Europa, ed al quale essi hanno posto la loro firma. […]
«Non dal rispetto delle clausole che nel patto sciagurato suonano come una derisione può venire agli oppressi libertà nuova, ma dalla lotta che essi sappiano condurre, fino all’estremo, contro la reazione, per stroncarla mediante la organizzazione armata del loro potere. Ma è certo che la vittoria dovrà essere conseguita in pari tempo sui nemici e sui loro alleati e complici. I signori di Amsterdam hanno fino ad oggi dimostrato di sedere degnamente tra questi ultimi.» (Il Comunista – 26/08/1922)
Riprendiamo ora con il Congresso dei bonzi sindacali.

Le solite ciance su pacifismo e reazione

Dopo il problema della ricostruzione europea, al quale abbiamo già accennato, gli altri più importanti aspetti presi in considerazione furono quelli del disarmo e della pace e l’altro della lotta contro la reazione.
Passando alla discussione sugli armamenti, Fimmen rilesse il testo della decisione presa al precedente congresso sull’argomento: una risoluzione piena di luoghi comuni su pacifismo, disarmo, fratellanza, etc. Poi affermò che l’Internazionale Sindacale era l’unica organizzazione operaia che combatteva veramente il militarismo e la sua funzione sarebbe stata certamente maggiore se elementi sedicenti rivoluzionari non l’avessero ostacolata. Ebbe perfino il coraggio di affermare: «Questi elementi sono dei veri agenti della reazione e si sono convertiti al rivoluzionarismo dopo aver aderito alla guerra». Non poteva poi mancare l’accusa all’Internazionale comunista di essere uno strumento del governo sovietico per favorire i suoi scopi politici e militari. Affermò che l’I.S. gialla aveva come scopi principali la lotta contro la reazione, il militarismo e la guerra; ed a tale proposito una apposita commissione era stata già formata per combattere contro la guerra. E, in nome dei morti, delle madri, dei fanciulli e delle future generazioni concludeva auspicando il trionfo della pace nel mondo.
Il cecoslovacco Brodekky parlò in favore dello sciopero generale in caso di nuove guerre, poi però riconosce che già prima dell’ultima guerra se ne era parlato.
Anche Williams ricordò che poco prima della grande guerra i rappresentanti operai di tutti i paesi avevano votato decisioni pacifiste e antimilitariste.
L’inglese Shaw lamentò il crescere continuo delle spese militari in tutti i paesi. Riguardo all’Inghilterra, però, disse che il blocco della produzione di nuove navi da guerra avrebbe provocato il dilagare della disoccupazione, inoltre per il suo paese aderire al disarmo avrebbe comportato problemi molto seri dal momento che doveva importare i cinque settimi del suo fabbisogno alimentare. Come dire “gli altri disarmino, noi no”. Nei confronti di uno sciopero generale in caso di guerra propose che miglior cosa sarebbe stata quella di invitare gli operai di tutti i paesi ad esprimersi.
Certo è facile dichiarare di opporsi alla guerra con tutti i mezzi nei momenti in cui regna la pace borghese, lo si è visto poi cosa avvenne nel 1914… Facciamo quindi un breve rilettura del passato. Scriveva Benito Mussolini (sì, proprio lui!): «La classe operaia è decisa – pur di impedire la guerra – a servirsi di qualunque mezzo d’azione, non escluso lo sciopero generale insurrezionale. “Provino – ha detto Ivetot, francese, al Convegno di Berlino – provino i patriottardi imbecilli a scatenare la guerra e avranno modo di conoscere i sentimenti del proletariato!”. Altrettanto esplicito è stato Sassembach e più ancora il deputato socialista Legien, segretario generale delle organizzazioni economiche tedesche. […]». Come non notare che tutti quei personaggi citati passarono poco dopo all’interventismo dichiarato?
E Mussolini proseguiva e concludeva: «E se la patria – menzognera finzione che oramai ha fatto il suo tempo – chiederà nuovi sacrifici di denaro e di sangue, il proletariato che segue le direttive socialiste risponderà collo sciopero generale. La guerra fra le nazioni diventerà allora una guerra fra le classi». (La Soffitta – 15/08/1911)
Quindi tutti i discorsi sul pacifismo e sul disarmo non erano altro che ciance, e che non fossero che ciance lo spiegava in maniera esauriente Lozovsky: «Come potrebbero gli Stati Uniti essere disposti a rinunciare agli armamenti quando il Giappone estende la sua influenza sulla Cina? Come poter credere che la Francia rinunci a costruire sottomarini mentre l’Inghilterra s’installa in Cina ed impedisce ogni sviluppo degli interessi francesi in Asia Minore e in Europa Orientale? E l’Inghilterra rinuncerebbe a costruire corazzate mentre la Francia fabbrica sottomarini?».
J.H. Thomas, che presiedeva il Congresso faceva notare che non era cosa semplice risolvere la questione del disarmo e che non bastava votare delle delibere, era necessario che le sezioni nazionali fossero in grado di attuarle. Ed aggiungeva che le sezioni nazionali avrebbero potuto fare ciò mandando nei parlamenti i loro rappresentanti a sventare il pericolo di nuove guerre. Ma, continuava Thomas, l’I.S. di Amsterdam non aveva né il diritto né la forza di proclamare lo sciopero generale contro la guerra. Decidere ciò avrebbe significato prepararsi ad una disillusione. Tutto ciò che era possibile consisteva nell’educare il popolo in modo tale da averlo tutto quanto compatto contro ogni tentativo di guerra.
Fimmen riprendeva la parola ed affermava che il Congresso si esprimeva unanimemente contro la guerra, ma esistevano divergenze sull’uso dello sciopero generale per bloccarla ed aggiungeva: «Noi non possiamo fidarci del rivoluzionarismo sentimentale che talvolta conquista le masse. Noi dobbiamo convincerle della necessità di combattere il militarismo». L’oratore affermava che il capitalismo non si piega che dinanzi alla forza brutale; ma prima di condurre le masse al sacrificio bisognava accuratamente educarle.
Che cuore gentile: si preoccupava del sacrificio che le masse proletarie, opponendosi violentemente alla guerra, avrebbero dovuto subire dalla reazione statale, ma non si interessava del loro sacrificio nei fronti di combattimento.
Non c’era certo da aspettarsi che si giungesse a riconoscere la guerra come un inevitabile risultato del sistema economico esistente; come da sempre insegna la scuola dell’opportunismo il problema del militarismo e della guerra sarebbe possibile risolverlo all’interno del sistema capitalistico con degli accorgimenti basati sulla collaborazione ed il buonsenso. Infatti la risoluzione dei gialli affermava che «la lotta contro il militarismo e la guerra in favore della pace basata sulla fratellanza dei popoli» sarebbe stata possibile grazie al controllo internazionale sulla fabbricazione delle armi, riducendola al suo indispensabile «per i bisogni civili». E come si determinano i “bisogni civili”? Non appena la guerra fu dichiarata, in nome dei “bisogni civili” i campioni del socialsciovinismo internazionale avevano contribuito a scagliare le masse proletarie nella strage fratricida.
Ma per “bisogno civile” si può anche intendere la necessità di ogni Stato di mantenere l’ordine interno, ossia prevenire o reprimere i pericoli di rivolte proletarie. Nell’un caso e nell’altro la risoluzione si poneva apertamente dalla parte della conservazione capitalista contro ogni tipo di minaccia rivoluzionaria.
Ma il punto più alto della vergogna venne raggiunto quando questi figuri, questi socialpatrioti, unionsacristi, questi ex ministri dei governi di guerra borghesi deliberarono che i lavoratori avrebbero dovuto preventivamente impedire lo scoppio della guerra per mezzo dello sciopero generale internazionale. Ma ammesso pure che bonzi di tale natura potessero proclamare uno sciopero generale per prevenire la guerra, non dicevano assolutamente nulla del caso in cui la guerra fosse stata proclamata. A quel punto a cosa sarebbe potuto servire il puro e semplice incrocio delle braccia? Commentava “Il Sindacato Rosso”: «Uno sciopero generale contro la guerra, per non risolversi in una parata coreografica e in un sicuro insuccesso, deve essere inteso come insurrezione armata della classe lavoratrice rivolta ad abbattere il regime borghese. Gli amsterdamiani, però, non si pongono neppure questo problema; a loro bastano le chiacchiere sufficienti per ingannare il proletariato». (13/05/1922)
Non fu certo migliore la mozione riguardante la reazione capitalista e statale contro il proletariato e le sue conquiste. E’ sufficiente riportarne un solo brano: «Per ciò che forma la difesa immediata degli interessi dei lavoratori e le libertà sociali, il Congresso decide che ciascun centro nazionale tenga regolarmente al corrente della sua situazione il Bureau della Federazione Sindacale Internazionale, la quale, eventualmente, [si faccia attenzione all’“eventualmente”- N.d.r.] prenderà quelle misure energiche e necessarie per sostenere moralmente e materialmente i paesi più minacciati e più colpiti». Tradotto in parole povere questo significa che l’Internazionale sindacale gialla, tutt’al più, “eventualmente”, avrebbe lanciato qualche campagna di protesta morale. In fondo era stato il suo congresso che aveva autorizzato i governi degli Stati borghesi ad armarsi in base ai loro “bisogni civili”.
Ma la cura con cui l’Internazionale di Amsterdam si faceva carico dei bisogni immediati dei lavoratori, possiamo dedurlo dal suo atteggiamento nei confronti dei metallurgici inglesi.
All’annuncio che a causa di serrata migliaia di proletari erano stati gettati sul lastrico, il Profintern propose ad Amsterdam la realizzazione di un intervento comune in loro favore ed inviava il seguente radiotelegramma:
«Una serrata formidabile è scatenata in Gran Bretagna. Centinaia di migliaia di metallurgici sono gettati sul lastrico. La vittoria del padronato influirà sull’abbassamento dei salari e sul livello d’esistenza dei metallurgici di tutti i paesi, come lo sciopero dei minatori inglesi ha avuto degli spiacevoli contraccolpi sulla situazione dei minatori di tutti i paesi. Noi proponiamo di organizzare una campagna internazionale comune contro la serrata, d’introdurre delle quote obbligatorie fra i metallurgici di tutti i paesi in favore dei disoccupati inglesi e di organizzare il boicottaggio delle commissioni inglesi in questo ramo d’industria. Noi siamo pronti ad approvare ed invitare i proletari rivoluzionari ad approvare tutte le vostre proposte, proprie ad apportare un aiuto ai metallurgici inglesi in lotta». L’Internazionale dei sindacati rossi immaginava che Amsterdam non si sarebbe tirata indietro di fronte ad una iniziativa che non rivestiva minimamente un carattere rivoluzionario, ed inoltre perché si trattava, tra l’altro, di proletari iscritti a sindacati gialli.
Questa la risposta ricevuta dal Profintern il 4 aprile:
«Ricevuto vostro telegramma non firmato del 18 marzo. Anche prima del ricevimento della vostra proposta, l’Ufficio della Federazione Sindacale Internazionale aveva già esaminato la possibilità di una azione in favore dei compagni inglesi. Data la necessità di concentrare tutta l’energia sul rialzamento economico della Russia, l’Ufficio, dopo un esame attento della situazione, non ha stimato possibile di ingaggiarsi nella via da voi preconizzata.» Tale risposta portava la firma di Fimmen e Oudegeest.
Come avrebbe mai potuto l’Internazionale di Amsterdam portare un aiuto ai proletari inglesi se tutte le sue risorse economiche erano rivolte alla ricostruzione della Russia sovietica?
«I sindacati rivoluzionari pongono la questione assai diversamente degli uomini di Amsterdam. La classe operaia non ha nessun interesse alla ricostruzione di una Europa capitalista, al contrario. La classe operaia non può preoccuparsi che della ricostruzione di un’Europa proletaria. Alla ricostruzione della vecchia Europa noi opponiamo la costituzione in Europa del potere proletario […] Il sindacato rivoluzionario ha il dovere di seguire l’evoluzione dei problemi economici attualmente posti. Ma noi ci interessiamo a questi argomenti per ragioni ben diverse dei nostri avversari riformisti. La nostra tattica tende a far precipitare la caduta dell’Europa borghese, ad accrescere le sue debolezze, ad accentuare le sue contraddizioni interne, a indicare alle masse i suoi punti deboli, ad organizzare la nostra classe per gettare giù l’altra. […]
«La differenza tra Amsterdam e l’Internazionale Sindacale Rossa sta in ciò: che i nostri avversari si sforzano di dar novello vigore alla vecchia società sfruttatrice che si fonda sul salario, mentre noi ci sforziamo di distruggere le ultime energie vitali del capitalismo. […] Cosicché su nessun punto i sindacati riformisti e rivoluzionari hanno in comune l’opinione o la tattica». (Lozovsky, da “Il Comunista” – 30/04/1922)

ARCHIVIO DELLA SINISTRA

L’“Ufficio I” del Partito Comunista d’Italia al C.E. dell’Internazionale Comunista – Risposta alla lettera sul lavoro illegale

Il 28 febbraio 1923 da parte del PCd’I veniva inviata alla Segreteria dell’Internazionale Comunista la seguente breve comunicazione:

«Cari compagni,

«Abbiamo ricevuta la vostra lettera n. 201 del giorno 8/2/1923. Abbiamo presa visione dell’allegato e ne discuteremo ampiamente in una riunione del nostro Esecutivo dopo di che vi daremo la risposta completa ed accurata che l’importanza e la gravità della questione richiedono. Saluti fraterni.»

L’allegato in questione era un documento della “Commissione permanente per l’attività illegale”, documento nel quale venivano dati “consigli” pratici al nostro Ufficio I, che a Mosca veniva considerato inadeguato a svolgere un lavoro clandestino efficace.

L’I.C., allo scopo di avvalorare i “consigli” della Commistione permanente, nella sua lettera ricordava che era «composta da compagni provati ed esperti su questo lavoro che, basandosi sulla propria esperienza e lo studio della situazione attuale dei singoli partiti, entra in contatto con i bureau illegali dei medesimi, per essergli utile con i propri consigli […]»

Effettivamente in quello stesso periodo il PCdI si trovava a subire una violentissima repressione da parte delle forze legali ed extra-legali del potere borghese.

Ricorderemo la minaccia rivolta ai comunisti dal nuovo capo del governo, Mussolini: «O tutti in Russia o tutti in galera».

Sempre nel 1923 si ebbe, infatti, il primo grande processo contro il Partito Comunista d’Italia che, secondo le intenzioni del governo fascista avrebbe dovuto mettere in pratica la parte seconda della minaccia: «Tutti in galera!»

Quella volta il duce del fascismo ebbe una solenne delusione: dei 31 imputati, 30 vennero assolti e uno fu condannato ad un mese di galera per possesso abusivo di armi da fuoco.

Naturalmente l’esito del processo non fece cessare la repressione violenta contro il nostro partito, anzi la intensificò. Però se il PCd’I fu l’unico partito a poter sopravvivere durante tutto il ventennio fascista questo va a solo merito dell’impianto organizzativo del suo Ufficio Illegale, costituito, strutturato e gestito da provati compagni della Sinistra. La cosa di cui ogni comunista può rammaricarsi è che, negli anni successivi, i peggiori danni al partito furono apportati, non solo dalla repressione fascista, ma da una criminale gestione del partito che, pur di liberarsi definitivamente di ogni riferimento alla Sinistra comunista, non si fermò neanche di fronte allo smantellamento di certe sue strutture.

Ma veniamo al documento in questione: la risposta dell’Ufficio I d’Italia alle critiche dell’Internazionale comunista veniva trasmessa il 15 marzo con la seguente nota:

«Alla Segreteria del Comintern.

«Cari compagni,

vi rimettiamo una risposta che il nostro Ufficio ill. ha preparata in seguito alla vostra lettera sul lavoro illegale in Italia.»

Da parte nostra sarebbe del tutto inutile fare una presentazione delle varie questioni affrontate nel documento quindi passiamo alla sua riproduzione.

Una sola avvertenza: ritenendo di grande importanza il documento nei suoi vari aspetti, siamo certi che non saranno gli errori grammaticali e le espressioni ormai fuori uso dal linguaggio comune a fargli perdere un qualche valore, quindi abbiamo deciso di ripresentarlo così come era stato scritto: perdoneremo i compagni dell’allora Ufficio Illegale per aver scritto alcune parole in modo grammaticalmente errato, l’importante è che sapessero svolgere i loro compiti alla perfezione.

Al CE. dell’Internazionale Comunista. Risposta alla lettera sul lavoro illegale

Crediamo doveroso e necessario rispondere con molta precisione e schiettezza alla vostra lettera inviataci per consigliarci e ordinarci un lavoro adeguato alla situazione formatasi in Italia dopo l’avvento al potere del Governo fascista.
Vi siamo anzitutto grati della sollecitudine con la quale siete intervenuti col vostro consiglio a confortarci e rincuorarci mentre contro il nostro Partito la reazione più bieca e persistente agisce accanita. Teniamo, però, immediatamente ad assicurarvi che l’impetuoso aspro attacco sferrato contro la nostra organizzazione nei primi di Febbraio – che pure era stato preceduto da mesi e mesi di incessante reazione – anche se favorito da un disgraziato fortuito incidente che ha dato nelle mani della polizia il nostro amato compagno Bordiga e, insieme, uffici e documenti e mezzi del Partito, non ha per nulla distrutto il centro attivo e direttivo del Partito stesso. Questa premessa non ci pare inutile, poiché alcune premesse e il tono stesso della vostra lettera ci avvertono che è vostra impressione, forse addirittura convinzione, in base ad informazioni avute dall’Italia, che l’ultima offensiva fascista governativa abbia abbattuto il nostro organismo. Le vostre impressioni sono erronee e le informazioni che avete avuto, se le avete avute e da qualunque fonte, sono infondate.
La situazione attuale del nostro Partito in Italia corrisponde solo in parte al quadro che ne fate nella vostra lettera:
a) ”Dispersione della maggioranza delle organizzazioni, costrette a una vita quasi del tutto illegale”. Precisiamo che tale situazione è precedente l’ultimo colpo fascista, poiché la ritirata delle organizzazioni in genere di fronte alla reazione legale ed extra legale, capitalistica, è cominciata dopo la sconfitta della massa operaia nella battaglia che ebbe il suo culmine nell’occupazione delle fabbriche, sconfitta causata, com’è noto, dal tradimento dei dirigenti sindacali, dalla mancanza in Italia di un vero Partito rivoluzionario. Il fascismo ha iniziato allora la sua attività offensiva, non incontrando alcuna seria resistenza, se non nel nostro Partito, uscito d’altronde dalla scissione di Livorno quando, cioè, la ritirata del movimento operaio era nel suo pieno disastroso svolgimento, e mentre l’avanguardia combattiva del proletariato ancora si distraeva e disperdeva nell’equivoco massimalista.
b) ”Impossibilita per la stampa comunista di pubblicarsi legalmente”. È di una settimana fa il primo atto del Governo fascista col quale si intimava al nostro ”Lavoratore” [Il quotidiano del partito edito a Trieste – N.d.r.] di sospendere le pubblicazioni (decreto che sembra ritirato da ieri, 13, ma che stabilisce il precedente che avrà senza dubbio facile frequenza di nuovi casi). Ma anche prima era resa difficilissima la pubblicazione del nostro ultimo quotidiano, poiché ogni pretesto serviva per fare arrestare in massa la redazione del giornale. Mentre ciò accadeva il nostro Partito ha potuto sempre continuare la pubblicazione del quotidiano sostituendo i redattori arrestati con altri improvvisati. Se avverrà nuovamente che il nostro ”Lavoratore” venga sospeso per decreto governativo, il nostro Comitato intende valersi di tutti i cavilli legali esistenti per ripubblicare un giornale quotidiano che sostituisca il ”Lavoratore”. Noi sappiamo che è nostro dovere non rinunciare mai spontaneamente a qualunque mezzo legale per conservare anche in misura estremamente ridotta la possibilità di agire sul terreno legale per la propaganda e la organizzazione comunista. Se i mezzi ce lo consentiranno, imprenderemo la stampa di periodici legali in varie città d’Italia, eventualmente anche sopprimendo la qualifica di organi del Partito Comunista.
c) ”Defezione” – è scritto nella vostra lettera – di gruppi comunisti che passano spontaneamente alle organizzazioni fasciste”. È necessario che invochiamo dal C.E. dell’I.C. un po’ più di considerazione per le notizie che noi possiamo dare, e assai meno per quello che esso riceve da altre fonti, poiché temiamo che questi altri informatori non conoscano troppo bene quanto accade qui, e nemmeno capiscano il male che possono fare con notizie raccolte e riferite con abbondante leggerezza. Di defezioni spontanee di gruppi comunisti alle organizzazioni fasciste non si può onestamente citare che qualche raro caso, ed anche in questo caso raro la spontaneità è come quella di un aggredito che consegna la borsa per non perdere la vita. Defezioni di tale spontaneità sono meno rare per singoli aderenti e si sono verificate in tutti i campi. Le informazioni che a voi sono state date trovano la loro conferma, non certo probatoria, nelle calunniose pubblicazioni dei giornali massimalisti di qualche mese fa e dei giornali riformisti. Saremo lieti di aver occasione di sostenere il contraddittorio coll’uso di prove e non di semplici asserzioni, le quali contengono un giudizio immeritatamente e ingiustamente ingiurioso sulla serietà della nostra opera e sulla saldezza della nostra organizzazione. Abbiamo avuto altre volte occasione di lamentare con vostri inviati (come ad esempio col compagno R.) che si prendessero per buone senz’altro le calunnie che da riformisti, e specialmente da massimalisti, e forse da compagni nostri desiderosi soltanto di svalutare la nostra opera, si diffondevano a danno del nostro Partito e dei nostri associati.
d) ”Costituzione difettosa oppure assenza d’organizzazione illegale localmente e collegamenti insufficenti col centro direttivo” – continua la vostra lettera. Permettete che respingiamo del tutto questa affermazione. Si tratta di una asserzione che non trova fondamento nella verità, che dimostra come non sia tenuto conto se non di informazioni date con leggerezza da persone poco informate, le quali, ad ogni modo, non hanno cercato di assumere informazioni oneste prima di comunicarvi notizie tanto gravi. In ogni centro delle Federazioni Comuniste Italiane era disposto per una seria preparazione illegale. Proporzionatamente con le forze disponibili localmente, in ogni centro questa preparazione fu compiuta. Nessuno di noi pretende alla perfezione di tale organizzazione, e non abbia notizia che la perfezione in simile opera sia stata raggiunta mai, in alcun’altra nazione. Chiunque abbia una per umile competenza in questa materia, sa quanto sia difficile e penoso compiere una seria preparazione illegale per quel Partito che ha tutti i suoi soci – o quasi – da anni ed anni compromessi verso la polizia e gli avversari per la loro milizia sovversiva spiegata sempre in pubblico. Quest’opera è tanto più difficile e precaria quando il Partito deve continuare sulla più larga scala possibile la sua attività legale, mettendo così sempre in pubblico i suoi soci, esponendoli sempre al controllo della legge e degli avversari. Si tenga conto anche dell’ambiente nel quale opera il nostro Partito: prima ancora che noi lasciassimo le file del Partito Socialista la reazione incalzava e sgominava le masse operaie e abbatteva l’una dopo l’altra le trincee che raccoglievano ancora i sovversivi; la dura lotta non è da allora mai cessata e forse crebbe di intensità quanto più si diffondeva il terrore e mentre il partito Massimalista tradiva la sua missione; durante tutto questo periodo il solo nostro Partito oppose una resistenza attiva, offensiva, armata. Con tutto ciò, se non in tutte le provincie, certo in quelle dove il nostro Partito aveva, anche nell’attività legale, uno sviluppo migliore per numero ed esperienza di soci, per numero e capacità di dirigenti, i nuclei direttivi non sono stati mai dispersi dalla raffica reazionaria, appunto per merito della preparazione illegale che si poté compiere, è un fatto che in molte provincie gli uomini dedicantesi all’attività illegale hanno potuto e possono sostituirsi e sostituire gli uomini arrestati e fugati nell’attacco governativo fascista, cosicché la vita del nostro Partito non ha subito un vero arresto. È un fatto che in parecchi luoghi nostri compagni – se pur non hanno potuto sottrarsi all’arresto perché segnati da tempo nei registri della polizia politica – sono presto usciti tutti in libertà poiché la loro preparazione illegale non ha permesso alla polizia di avere prove di loro colpabilità. Possiamo dimostrarvi che in due terzi dei centri d’Italia – e fra questi sì comprendano i più importanti: Milano, Roma, Torino, Trieste, Genova, Bologna, Firenze – appunto mercé la nostra organizzazione illegale abbiamo conservati liberi i nostri fiduciari, e che negli altri centri, salvo pochi, alla falla aperta nella rete dei fiduciari e dei segretari del Partito possiamo rimediare ricorrendo alla rete dei fiduciari giovanili, meno danneggiata. (In Italia il movimento illegale giovanile è compiuto diretto e controllato dallo stesso Ufficio del Partilo).
Collegamento insufficente dei centri locali col centro direttivo? Perché “insufficente”? Noi siamo persuasi che nessun collegamento, qualunque grado di sviluppo abbia raggiunto, potrà mai essere considerato sufficente alla sicurezza dei rapporti di un Partito pressoché illegale. A parte questo, siamo dolenti di dover constatare, carissimi compagni, che non avete atteso di vedere alla [prova dei fatti] il nostro collegamento per giudicarlo, poiché la vostra lettera è certo partita da Mosca quando ancora il nostro Partito riceveva i primi colpi della offensiva fascista. Nelle prime giornate dell’offensiva stessa noi provvedevamo, come più urgente misura, in seguilo all’arresto di Bordiga e alla missione di mandati di cattura contro tutti noi, al trasloco della nostra sede principale e degli uffici amministrativi, trasloco avvenuto senza inconvenienti e senza che fosse interrotta l’attività più urgente del Partito. Il nostro C.E. ha creduto preminente la necessità di trasferire i suoi Uffici (nei quali non sono compresi quelli del lavoro illegale), occuparsi della continuità della stampa legale, la quale non ha subito difetto se non quando è intervenuto il Governo col decreto di sospensione del ”Lavoratore” (il ”Sindacato Rosso” si è sempre pubblicato), ed ha ritenuto necessario, momentaneamente, ridurre al minimo la sua corrispondenza coi centri federali per misura opportuna e precauzionale nel periodo di più intensa attività della polizia politica e fascista, esplicantesi non solo con vaste perquisizioni domiciliari e arresti, ma anche con sistematica censura postale. Non devesi trascurare il fatto che il sequestro da parte della polizia di quasi tutto il denaro che era a nostra disposizione ai primi di Febbraio, ha in grande parte contribuito a immobilizzare quasi del tutto i vari organi del Partito.
e) ”L’assenza d’una organizzazione illegale come di una stampa illegale in provincia non permette di reagire rapidamente sui diversi avvenimenti della vita politica”. Abbiamo risposto nel punto precedente alla prima parte di questo… capo d’accusa. Ripetiamo che [è] una affermazione, a dir poco, inesatta, infondata, arbitraria, che vi sia assenza di organizzazione illegale nelle nostre provincie. Ripetiamo che sarebbe senza dubbio opportuno che prima di scrivere rilievi di gravità eccezionale, secondo noi, assumeste informazioni anche presso di noi, sia pure in contraddittorio con gli informatori che sono causa deplorevole della vostra erronea valutazione del nostro lavoro, è vero invece che non possediamo nostre tipografie illegali. Ma possiamo dichiararvi ugualmente che non per questo potete accusarci ”di non aver reagito rapidamente nei diversi avvenimenti della vita politica”. Avendo presente la situazione del nostro Partito, sapreste che fino ad ora avremmo potuto esercitare tutta la nostra azione propagandistica e critica sugli avvenimenti che si sono succeduti, senza bisogno di ricorrere alla stampa locale illegale, soltanto se avessimo potuto mantenere, nelle provincie, un certo numero dei nostri periodici legali. Fino alle giornate della così detta rivoluzione fascista provvedemmo alla regolare pubblicazione quotidiana, oltreché del ”Lavoratore” a Trieste, del ”Comunista” a Roma e dell’“Ordine Nuovo” a Torino. Avevamo ancora qualche periodico provinciale. L’enorme spesa necessaria alla stampa dei quotidiani assorbiva i mezzi che potevano permettere la pubblicazione legale di periodici provinciali. Questi avrebbero potuto uscire almeno fino a poco fa, ammesso che il Governo fascista non lo impedisse prima. Sa il C.E. dell’I.C. che abbiamo dovuto rinunciare uno ad uno, impotenti farli vivere per insufficienza di denaro e per la miseria di tutti i nostri compagni, ai nostri settimanali provinciali? E se è stato per noi forza maggiore questa rinuncia, comprende il C.E.I. che non potevamo disporre dei mezzi adeguati allo sviluppo della stampa illegale nelle provincie? Ma noi siamo in grado di rispondere pure che, tutte le volte che i mezzi non ci mancarono e che un sacrificio finanziario s’imponeva per date contingenze politiche, noi abbiamo fatto stampare, in tipografie non nostre ma a nostra disposizione da tempo e ancora oggi, manifesti a migliaia e migliaia di copie. A Torino, dopo la prima distruzione della tipografia dell’“Ordine Nuovo” il giornale fu stampato illegalmente in formato ridotto per varie settimane, fino a che i mezzi lo permisero. Possiamo citare un manifesto del nostro C.E. diffuso poco dopo l’avvento del Governo fascista, manifesti di cui stampammo e distribuimmo illegalmente per tutta Italia, in breve tempo, centocinquanta mila copie. Il nostro Ufficio illegale ha pronto da mesi per la stampa un opuscolo di propaganda per i carabinieri (corpo di polizia) ed uno per i soldati e marinai. A quest’ora tali opuscoli sarebbero stati stampati e distribuiti illegalmente a decine e centinaia di migliaia poiché abbiamo tipografie e mezzi tecnici di diffusione in tutta Italia. Ma questo lavoro non si è mai potuto fare perché all’Ufficio illegale mancò sempre il denaro necessario. Il nostro C.E. si è posto non poche volte il problema della creazione di tipografie minuscole, proprie. E da alcuni mesi attendeva a preparare i mezzi per realizzare il progetto. Alla vigilia dell’arresto di Bordiga il nostro fiduciario in Germania aveva avuto disposizioni per trattare l’acquisto di macchine adatte. Ma il sequestro di tutto il denaro a nostra disposizione nel momento della scoperta di un Ufficio di Roma ha fatto rimandare l’acquisto.
f) Voi scrivete ancora: ”Debolezza dell’organizzazione a causa della mancanza di unificazione delle forze rivoluzionarie”. Su questo argomento è inutile che riscriviamo il nostro pensiero che fu esposto varie volte e assai chiaramente nei consessi deliberativi dell’I.C. Voi sapete che dopo aver lealmente sostenuto il nostro punto di vista abbiamo preso l’impegno di agire disciplinatamente alle decisioni dell’I.C. sebbene contrarie alle nostre convinzioni. A questa disciplina non siamo mai mancati, pur considerando i danni di una attitudine errata dell’I.C. nella questione dei Partiti Proletari Italiani.
Dopo aver diffusamente esposte le condizioni nelle quali il nostro Partito si trova dopo la costituzione del Governo fascista, esporremo il nostro pensiero e i nostri propositi sulla azione da compiere, seguendo l’ordine della nostra lettera.
Per quanto riguarda l’organizzazione complessiva del Partito, per garantirne il funzionamento e i collegamenti durante il regime reazionario. Organizzazione cioè a carattere illegale, per attività anche di natura legale, noi continueremo semplicemente a svolgere il nostro programma di lavoro, di cui le basi e le più importanti colonne sono intatte anche dopo gli ultimi avvenimenti. A questo proposito ci piace pregarvi di richiamare dagli archivi un documento fornitovi dal nostro Ufficio-Illegale più di un anno fa, nel quale è ampiamente descritto tutto il piano di lavoro illegale da noi compilato forse diciotto mesi or sono, e che à servito come binario sul quale la nostra opera illegale di organizzazione è stata svolta. Si trattava di un programma la cui attuazione non poteva essere frutto di poco tempo di lavoro, mentre richiedeva lunga e pertinace attività, dura esperienza da parte di tutti i compagni, mezzi finanziari i quali invece sono mancati il più delle volte. A quel programma di lavoro il nostro C.E. può rimaner fedele, poiché l’esperienza di quasi due anni di vita del Partito sempre contrastata dalla reazione legale ed extra legale ne conferma la bontà e, d’altra parte, nessun consiglio nuovo gli apporta sostanziali modificazioni, efficaci aggiunte. Saremmo ben lieti che lo constataste voi stessi rileggendo o leggendo quel documento.
Per quanto riguarda la formazione all’estero, ma in vicinanza della frontiera, di un centro direttivo che possa sostituire quello esistente in Italia qualora a quest’ultimo sia creata una situazione insostenibile, assicuriamo che stiamo provvedendovi. Si intende che tale centro all’estero sarà collegato in modo sicuro con quello all’interno. Cosa questa non impossibile, dato che disponiamo già da parecchio tempo di provati collegamenti illegali con le nazioni limitrofe.
Noi approviamo volentieri le proposte che ci fate sulla organizzazione della stampa illegale. Ci riportiamo, per questo, a quanto abbiamo scritto in principio. Noi [non] abbiamo mai progettato di fornire ad ogni nostra Federazione macchine da comporre, sia pure di tipo minuscolo, o anche di soli poligrafi, perché la spesa raggiungeva cifre a cui non avremmo potuto far fronte. Sì tratta di cinquanta Federazioni, a contare soltanto le principali. Si intende che ci limiteremo ai centri regionali, almeno in primo tempo, e, ad ogni modo, lo sviluppo di questa organizzazione sarà sempre contenuto nei limiti concessi dai mezzi che avremo a disposizione. Teniamo a ripetere che anche prima dell’arrivo della vostra gradita lettera, in alcuni centri, i principali, potevamo ricorrere a tipografie private che erano e sono a nostra disposizione, oppure a mezzi più modesti, come il poligrafo, per la stampa di avvisi volanti di propaganda. Se ciò non si fece in misura maggiore e cioè ogni qual volta si presentasse anche secondo il nostro criterio una necessità, una congiuntura opportuna, dipese dalla scarsezza dei mezzi a disposizione del nostro Ufficio e dei centri locali del Partito. Il nostro C.E. troppo raramente ha potuto portare sussidio di denaro alle Federazioni, tanto che parecchie di queste han dovuto ridurre al minimo la propria attività anche legale. La vostra esperienza ci dispensa dal dimostrarvi che la situazione economica della grande maggioranza dei nostri soci e dei proletari simpatizzanti è tale che ben pochi mezzi possono dare anche se animati da spirito di sacrificio. Conveniamo perfettamente nei punti 1, 2, 3, 4, 5, 6 del paragrafo della vostra lettera che concerne l’organizzazione della stampa illegale, sia perché’ si tratta di vostri consigli e disposizioni, sia perché in buona parte erano propositi nostri. Vi ringraziamo fin d’ora della proposta di inviarci persona competerne per assisterci nell’organizzazione della stampa illegale (punto 7). Appena si presenterà la necessità vi chiederemo di mantenere la promessa.
Sull’argomento del “lavoro nelle altre organizzazioni” il C.E. vi manda un rapporto a parte.
“Controllo su varii membri del P.C.” – Il nostro Ufficio Illegale ha tentato di svolgere un certo lavoro nel senso prospettato in questo paragrafo. Possiamo, a dimostrazione, rimandare al nostro rapporto-programma sul lavoro illegale in Italia, inviato da tempo a codesto C.E. già citato. Pur troppo una cosa è il lavoro compiuto per riuscire a questo intento del controllo dei singoli soci, un contro spionaggio interno, ed una cosa è l’esito che abbiamo potuto ottenere. Dell’esito siamo tutt’altro che soddisfatti, sebbene qualche fatto potremmo citare a dimostrazione del discreto inizio della nostra attività in questo campo. Contiamo poi dei compagni che lavorano per il nostro U. I. nei Fasci (ne potremmo avere di più se potessimo disporre dei mezzi necessari per favorire le inscrizioni di nostri emissari e garantirne l’avvenire in ogni evenienza); id. nei ministeri anche attualmente; id. nel Partito Socialista; id. (da poco) nella massoneria. Qualche elemento di nostra fiducia era entrato nell’Arma delle Regie Guardie, ma lo scioglimento di questo corpo di polizia ha annullato il nostro lavoro. Qualche raro collaboratore lo abbiamo fra gli ufficiali (facciamo notare che nessuno può tentare la carriera militare se ha precedenti politici, o se ne ha la propria famiglia, se non dispone di titoli di censo o di studio). Nella polizia potremmo facilmente avere anche un largo servizio di spionaggio a nostro favore, data la corruttibilità degli addetti, anche nei gradi superiori, ma occorrono mezzi notevoli. Per la insufficienza dei nostri mezzi dovemmo interrompere spesse volte la nostra opera in questo senso cominciata. Diamo pratica attuazione immediata al vostro suggerimento di pubblicare sui giornali una rubrica dei compagni passati alle file avversarie. Sull'”Avanti!” del 13 corr. è reso pubblico un nostro comunicato nel quale si annuncia la compilazione pubblica della ”rubrica dei traditori”.
“Ammissione di nuovi soci”. Siamo d’accordo nella necessità di non dare pubblicità all’ammissione di nuovi soci nel P.C., sia per non esporli alle persecuzioni reazionarie, sia per meglio poter adoperare i nuovi adepti nel lavoro illegale. Diamo istruzioni in questo senso. Il nostro Statuto conteneva già disposizioni per un severo controllo delle nuove ammissioni di soci. Queste disposizioni vengono integrate e adattate alla nuova situazione colle istruzioni che leggerete nella circolare di cui alleghiamo copia.
“Il terrore fascista”. Non abbiamo nulla da osservare. La nostra attività contro il fascismo è stata positiva, offensiva, terroristica fino anche il fascismo à raggiunto il potere mercé la complicità delle forze dello Stato, mercé la vigliaccheria di certa parte della borghesia, mercé la neutralità e la diserzione dal campo della lotta dei riformisti e dei massimalisti. La nostra tattica non è stata mai passiva anche se vi fu sempre sproporzione fra i nostri mezzi e quelli dell’avversario. Abbiamo contrastato passo passo l’avanzata del fascismo nelle regioni d’Italia e la storia di questa lotta impari è per noi motivo di orgoglio. Siamo convinti altresì che il proletariato, sebbene in gran parte terrorizzato e impotente, assistendo alle nostre battaglie, ai nostri sacrifici, agli eroismi di nostri umili meravigliosi compagni, à ben compreso e non dimenticherà mai che un solo Partito è degno e capace di condurlo alla riscossa, e questo è il nostro. La nuova situazione creatasi dal giorno in cui il fascismo assunse il Governo ci ha indotti a una modificazione della nostra tattica. I vostri consigli ci trovano dunque perfettamente consenzienti.
“Il lavoro delle truppe”. Il nostro Ufficio Illegale non ha mai trascurato il lavoro fra i soldati e i marinai. Al rapporto sull’attività, e sui propositi del nostro U.I., rapporto già citato più innanzi, abbiamo allegato un’esposizione del programma e del piano propagandistico e organizzativo disegnato dal nostro Ufficio. Sulle linee di quel piano lavorammo ininterrottamente, servendoci specialmente della collaborazione dei giovani comunisti. La limitazione del lavoro e perciò degli effetti, anche in questo campo, non è da altro derivata che dalla limitazione dei mezzi. Nel documento più sopra citato, per esempio, era prevista la stampa in maniera clandestina e la diffusione tra i soldati e marinai di un periodico mensile o quindicinale – a seconda delle difficoltà tecniche e delle opportunità pratiche – per la propaganda antimilitarista e per la trattazione di questioni di loro interesse. Nessun altro ostacolo si è opposto all’esecuzione di questa parte importante del nostro programma, all’infuori di quello finanziario.
Un’osservazione contenuta nella vostra lettera a proposito di ciò che avremmo potuto ottenere nel periodo recente dello scioglimento dell’Arma della Regia Guardia, se avessimo avuto in essa una nostra organizzazione, ci consiglia un chiarimento. È grave errore credere che sia possibile compiere uno stesso lavoro e con le stesse probabilità di risultato, sia fra le truppe dell’Esercito (soldati e marinai) che fra i militi dei corpi di polizia (Guardie Regie, Carabinieri, agenti di pubblica sicurezza). Le Guardie Regie, prima dello scioglimento, come i Carabinieri e gli agenti di P.S. sono ingaggiati dietro volontario impegno, per lunghe ferme, con soldo e trattamento disciplinare speciali. La più grande parte erano e sono elementi ingaggiati nelle zone più retrograde, sotto ogni punto di vista, della nazione. Difficilissimo è il contatto e l’a[c]quisto di collaboratori fra di essi. Difficilissimo, diciamo, non impossibile, naturalmente. E infatti abbiamo tentato di far giungere la nostra parola fra Guardie Regie e gli altri. È importante ricordare che il Corpo delle Guardie Regie è stato sciolto dopo pochi anni dalla sua formazione, appunto perché non offriva al Governo alcuna seria garanzia, l’elemento Guardia Regia poteva appunto in questo periodo diventare pericoloso per il potere borghese mancando oramai di una seria coesione, di sentita disciplina, non opponendo più una resistenza insuperabile all’influsso di cause esteriori. Ma è ingenuità o incomprensione straordinarie in chi credesse che, durante il breve periodo di vita dell’Arma delle Guardie Regie, un lavoro interno propagandistico e organizzativo avrebbe condotto, nel momento recentemente trascorso dello scioglimento, ad un ”più largo sfruttamento del conflitto fra i fascisti e le Guardie Regie”. Si tenga sempre presente che noi [non] rispondiamo che dell’attività dal nostro Partito potuta compiere, e che il nostro Partito ha poco più di due anni di vita, che in questi due anni ha dovuto costituirsi, fare cioè le ossa, poiché anche un Partito, specialmente se rivoluzionario, non nasce in piena efficenza
La Milizia Nazionale resterà per qualche tempo intangibile, assolutamente. È formata da soli inscritti al Partito Fascista ed a quello testé disciolto Nazionalista (fuso col primo). L’arruolamento, che sta ancora compiendosi, è fatto con mille cautele, con prudentissima selezione alla quale non solo attendono gli organi direttivi e di controllo del Partito fascista, ma gli stessi organi dello Stato. L’ufficialità della Milizia è accuratamente scelta fra la élite dei fascisti e nazionalisti, fra quelli della prima ora, e non vi è carriera in senso democratico. La Milizia Nazionale non potrà [fare] a meno di risentire, col tempo, l’influsso delle nuove condizioni di ambiente che verranno formandosi, e di cui già si hanno i primi sintomi. È indispensabile che prima agisca sulla Milizia questo elemento perché sia possibile trovar la via alla penetrazione disgregatrice, dissolvitrice della nostra propaganda. Il nostro Ufficio Illegale non ha trascurato il compito descritto a pag. 14 della vostra lettera, quello concernente “Un service de reconnaissance”. La sua importanza non ci è sfuggita nei primi giorni stessi dell’attività del nostro Ufficio I. Fin da allora abbiamo dato istruzioni e non smettemmo di raccogliere materiale adatto. Siamo lungi dall’essere soddisfatti dell’esito, e perciò non trascureremo di agire secondo i criteri direttivi segnati a suo tempo. Siamo lieti di constatare che i nostri criteri per questo genere di lavoro combaciano coi vostri suggerimenti. Lo sviluppo di questo lavoro è pur esso costretto entro i limiti troppo angusti del numero e della capacità dei nostri collaboratori. La molteplice attività dei nostri compagni, la scarsa esperienza del maggior numero di costoro, sono ostacoli che non possiamo in breve né facilmente superare.
Nella circolare di cui alleghiamo copia, diffondiamo istruzioni sul contegno che i comunisti devono tenere nel caso debbano subire interrogatori da parte della magistratura e della polizia. Conveniamo perfettamente nelle vostre istruzioni al riguardo. Potremmo unicamente osservare che tutto dipende, pur troppo, dal grado di fedeltà al Partito dei singoli aderenti. In Italia, da quando infierisce il fascismo, è anche questione di resistenza fisica, non solo morale, alle vere torture da cui difficilmente sono risparmiati i comunisti ed i supposti comunisti. Una riprova di questa nostra affermazione è il fatto, da noi constatato, che vere delazioni o almeno i primi elementi di certe delazioni a danno di uomini e organismi del nostro Partito non vennero quasi mai ottenute dalla magistratura la quale raramente ricorre a mezzi violenti contro i prevenuti, ma in parte dalla polizia filo-fascista e specialmente dai fascisti che hanno fatto frequentemente e fanno uso tutt’ora di feroci persecuzioni, di bestiali torture.
Gradite, carissimi compagni, i nostri migliori saluti
14/03/1923
Per il C. Esecutivo