Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Programma Comunista 1953/13

Non abbiamo da perdere che le nostre catene

Con queste parole narra uno dei giornalisti nostrani che un operaio dimostrante in Berlino Est si rivolgesse a un gruppo di proletari di Berlino Ovest, assistenti dietro uno schieramento di forze d’ordine americane allo svolgersi della grande, anche se sfortunata, insurrezione contro la galera del lavoro salariato. Dopo più di un secolo, il grido di battaglia del Manifesto echeggiava nelle stesse vie e sulle stesse piazze che la storia volle già teatro nelle più violente battaglie rivoluzionarie di questo secolo e di tutta Europa.

Non è certo dalle confuse e contraddittorie ricostruzioni della stampa borghese che l'”episodio” berlinese può ricevere luce. Ma sono i fatti che lo illuminano. E questi fatti sono, da un lato, i    precedenti – già da noi illustrati – dell’evoluzione politica nella Germania Orientale (la convergente azione svolta dai dirigenti cosiddetti comunisti affiliati a Mosca di rincrudimento delle condizioni di lavoro degli operai e di aperto favoreggiamento della classe padronale, della grande proprietà industriale ed agricola) e, dall’altro, la tardiva ma ben definita reazione dei rappresentanti di questa stessa classe al di qua della cortina di ferro.

Già lo stesso giornalista di cui parlavamo (al secolo Barzini Jr.) osservando come la rivolta berlinese fosse esclusivamente e totalitariamente operaia e con finalità e parole d’ordine operaie, si lasciava sfuggire il rilievo che, di fronte all’esplodere di quella elementare violenza proletaria, il sentimento dominante nelle autorità americane di occupazione era stata la paura – la folle paura che l’incendio dilagasse in Berlino Ovest. Oggi, a distanza di tre settimane e mezza dai fatti, e di fronte al dilagare di confuse notizie su analoghi moti operai in Polonia, il governo repubblicano degli Stati Uniti, che aveva impostato la sua campagna elettorale sul tema della ”liberazione” dei popoli dominati da Mosca e dell’aiuto ai moti popolari antisovietici, si affretta – come risulta dalla nostra stampa – a dichiarare che non un carro armato… liberatore si muoverà in appoggio di operai che sfidano inermi i carri armati del ”nemico”. Le reazioni di classe della borghesia internazionale sono pronte e solidali: non si appoggiano moti proletari anche se contingentemente passibili di indebolire il concorrente imperialistico; l’attacco proletario, diretto contro un settore del capitalismo mondiale, è un’offesa a tutto lo schieramento della conservazione; alla repressione poliziesca del settore colpito, quello russo, l’altro settore, quello americano, assiste levando all’Onnipotente la calda preghiera che la repressione sia radicale e definitiva. Una sola ”liberazione” è concepibile, per la classe dirigente americana o russa: quella che avviene sotto la sua direzione, coi suoi carri armati, con una carne da cannone che abbia rinunciato a ”spezzare le proprie catene”.

Basterebbe questo ricostituirsi del fronte comune russo-americano di fronte ad un’elementare e diciamo pure confusa e disordinata rivolta di operai, a definire il carattere sociale di questa. Può, alla propaganda americana, far comodo tuonare contro il ”lavoro forzato” in regime russo; ma alla stabilità internazionale del capitalismo non farà mai comodo che gli operai di qualunque meridiano e parallelo del mondo incrocino le braccia e si lancino inermi contro i carri armati della polizia nel tentativo di infrangere la norma, non russa o americana ma mondiale in regime capitalista, dello sfruttamento massimo della forza-lavoro. La cortina di ferro disturba (ma soltanto disturba) la nobile professione delle spie dell’imperialismo; diventa una provvidenziale cintura sanitaria contro il dilagare dell’infezione antiproduttivista, antistakhanovista, antipadronale, contro lo scandalo del proletario che non riconosce l’autorità né dei santi né dei poliziotti perché ”non ha da perdere che le proprie catene”.

La rivolta di Berlino ha avuto (ed era logico che avesse) questo sapore per il capitalismo di Occidente e di Oriente: la gran ”paura” è stata la stessa a Mosca e a Washington; continuerà ad essere la stessa di fronte alla minaccia o alla realtà di nuovi scoppi di violenza proletaria. Se i    Quattro Grandi si incontreranno, la loro stretta di mano sarà tanto più calorosa; ma la nostra va agli oscuri, piccoli, anonimi proletari berlinesi, ai protagonisti della prima battaglia di questo dopoguerra che abbia avuto il potere di far tremare nervi e polsi a potenze irte di carri armati e troneggianti su montagne di bombe atomiche; agli operai che hanno evocato in Europa, come 105 anni fa i loro compagni parigini, lo spettro del comunismo.

Crolla l'industrializzazione ungherese

La stabilità dei governi satelliti di Mosca è, alla prova dei fatti, una leggenda della propaganda. Dalla fine della guerra la storia, per usare un termine abusato, delle cosiddette democrazie popolari ha presentato un continuo crollare e risorgere di governi e di correnti politiche, quasi sempre coronato da epurazioni sanguinose, incriminazioni spettacolose, esecuzioni capitali a mezzo di forche. I partiti stalinisti al potere, presentati dalla propaganda cominformista, come fusi nell’acciaio, si sono rivelati a volta a volta, in Polonia, in Romania, in Cecoslovacchia, in Bulgaria, oggi in Ungheria, per quello che veramente sono: la risultante dell’equilibrio instabile delle espressioni politiche determinate da una realtà sociale che, nonostante i falsi ideologici, continua ad essere capitalista e classista.

Il giorno 3 luglio, un comunicato del partito comunista ungherese annunciò lo spodestamento di Mattia Rakosi, il Togliatti di Ungheria, dalla carica di segretario generale. Nei partiti stalinisti tale carica personale dovrebbe essere la riprova della monoliticità politica del partito e dell’inesistenza di correnti rivali in seno all’organizzazione. Il varo di un triumvirato, sostituente la carica soppressa, che era impersonata dal dimissionario Rakosi, da Lajos Acs e Bela Veg, già costituiva un segno di fratture in seno al partito stalinista di Ungheria. Infatti, nella tarda sera del 3 scoppiava la bomba del definitivo allontanamento di Rakosi dal Governo. Non più segretario generale, dall’oggi al domani cessava anche di essere primo ministro. Al suo posto subentrava Imre Nagy, un moderato del Politburo.

Questo il rimaneggiamento del personale di Governo, che da solo costituirebbe una banalità del politicantismo, se dietro il film insignificante del cambio della guardia non si nascondesse il ben più importante sfondo della locale situazione economica e sociale. La defenestrazione della corrente di Rakosi, che aveva goduto dell’appoggio di Stalin fino alla sua morte, segna la fine miseranda dei tracotanti piani di industrializzazione e, nelle campagne, di meccanizzazione dell’agricoltura, che avrebbero dovuto cambiare il volto tradizionale dell’Ungheria pre-bellica. Cacciando a pedate Rakosi e i suoi dal governo, lo stalinismo ungherese doveva ammettere di avere ingannato il proletariato mondiale, spacciando un’Ungheria in marcia, non dico verso il socialismo, ma verso un moderno industrialismo di Stato. Il discorso pronunciato davanti all’Assemblea Nazionale dal successore e rivale di Rakosi non lascia dubbi in proposito: il governo di Budapest ripiega vergognosamente verso le posizioni economiche e sociali da cui aveva proclamato di avanzare: la piccola produzione industriale, la piccola proprietà agricola, il piccolo commercio. Budapest ha dovuto confessare così di continuare ad essere la capitale di uno Stato che rimane ai gradini più bassi del capitalismo, di una società in cui l’elemento piccolo-borghese che doveva strangolare la Rivoluzione comunista di Bela Kun nel 1919, predomina reazionariamente. Otto anni di democrazia popolare non cambiavano nulla. Non da oggi l’abbiamo sostenuto.

Quale il contenuto del discorso del nuovo primo Ministro, Imre Nagy? L’Unità di domenica 5 luglio ne dava un avaro resoconto, ma per chi sa leggere, la prosa è più che sufficiente a comprendere da dove si origina la crisi ungherese.

Fatta una pallottola di carta delle solite retoriche acclamazioni alle immancabili vittorie, esaminiamo la parte veramente importante del discorso programmatico del Primo Ministro ungherese che comprendeva provvedimenti adottati nei seguenti campi della produzione.

Industria. La misura più radicale è stata presa nel campo dell’industria pesante, che la precedente sconfessata linea governativa della corrente Rakosi aveva tentato di far marciare a passi da gigante, in gara con i governi «fratelli» delle altre democrazie popolari. Da ora in avanti il Governo ridurrà gli stanziamenti per l’industria pesante, che subirà un rallentamento a beneficio dell’industria leggera e dell’agricoltura. Ciò significa che l’Ungheria, decantata come un trampolino di lancio verso il socialismo, rimane un paese al di sotto del livello industriale medio, cui la costringono le modeste risorse minerarie e la scarsezza delle fonti di energia. In un mondo avviato al socialismo ciò non costituirebbe un ostacolo, dato che di industrie pesanti e leggere sul pianeta ce ne sono fin troppe, ma a condizione che l’agricoltura, ove la piccola proprietà ha una enorme importanza, fosse trasformata, con l’apporto non mercantile delle industrie straniere, in agricoltura collettiva socialista. Allo stato delle cose, l’abbandono dei napoleonici piani di industrializzazione rappresenta una scottante sconfitta dello stalinismo ungherese. Una ritirata nel campo dell’industrializzazione: ecco il significato della cacciata di Rakosi.

Agricoltura. Il nuovo governo ha autorizzato lo scioglimento di quelle cooperative agricole ove la maggioranza lo richieda. «Questo non significa – diceva l’Unità citata – che il governo non consideri la creazione delle cooperative agricole come la linea fondamentale di sviluppo dell’economia agricola in generale, e come la strada principale da seguirsi per l’elevamento del tenore di vita dei contadini». Sintomatico che non si parli più di socialismo. Ma la platonica riaffermazione della politica cooperativistica, sia pure temperata, in polemica con la decaduta amministrazione Rakosi, dalla promessa di «seguire la linea leninista-stalinista della volontarietà nella creazione delle cooperative agricole», non garantisce che l’economia agricola ungherese si muoverà dalla secolare reazionaria stasi della piccola produzione. A parte il solito truffaldino richiamo al leninismo, cui viene attribuita la identificazione del cooperativismo – che è sempre una forma capitalistica della produzione agricola – con l’agricoltura socialista che si svilupperà nella misura in cui scompariranno le relazioni mercantili tra prodotti industriali e agricoli, a parte la travisazione di rito del marxismo, il governo ungherese non riuscirà, come non è riuscito fino ad oggi, ad organizzare la produzione agricola nelle forme cooperative perché ciò sottintende un elevatissimo grado di sviluppo dell’industria. La volontà dei contadini, e tanto meno del Governo, non c’entra affatto. C’entrano invece le trebbiatrici, le aratrici, le seminatrici, cioè i mezzi meccanici di uso non personale che Budapest non possiede. Una prova che il preteso «mondo socialista» è solo una coalizione politico-militare di Stati, è dato appunto dal fatto che le loro economie si svolgono in compartimenti stagni: da un lato la Russia accresce mostruosamente la sua industria pesante, dall’altro lato i satelliti continuano a vivacchiare retrosamente nelle forme della piccola produzione.

Nel campo dell’artigianato il Governo Nagy ha in programma il sostegno delle piccole imprese private. Così per quel che riguarda il piccolo commercio. Il termine «artigianato» non ha una applicazione precisa, poiché va applicato sia alla bottega del sarto o del calzolaio, sia alle manifatture che occupano decine di operai. Evidentemente si tratta di un altro modo di chiamare vagamente la piccola e media produzione industriale. A conti fatti, il Governo di Budapest non ristabilisce le forme di gestione privata della produzione, che dal 1946, anno di fondazione della Repubblica popolare, non sono state affatto toccate, sopravvivendo intatte. Solo ha stracciato i veli ideologici in cui fino ad ieri tentava di avviluppare la realtà. Di più, si dichiara impotente a costruire quella grande industria così arrogantemente progettata, e indicata come la via verso il socialismo. Ancora, scioglie le cooperative agricole, e si impegna ad appoggiare la proprietà agricola a conduzione familiare riattaccandosi alle più genuine tradizioni della reazione borghese.

Capita spesso, nelle discussioni con operai stalinisti o filo-stalinisti, di riuscire a dimostrare, avendo tracciato i caratteri dell’economia socialista avvenire, che in Russia e nei satelliti la gestione statale dell’industria è solo una forma di capitalismo di Stato. Ma messi con le spalle al muro da incontrovertibili argomentazioni, i nostri oppositori più accaniti finiscono col sostenere che il capitalismo di Stato è un passo avanti nei confronti della gestione privata. Con argomenti apparentemente più consistenti, ma egualmente speciosi, altra gente che crede di essere marxista spaccia la stessa coglioneria. Ora questa impossibile antitesi non solo non regge in sede teorica, ma anche sul piano pratico viene confutata quotidianamente dai fatti. Solo un piccolo settore della produzione, e proprio nei paesi a governi basati su programma nazionalizzatore e dirigista, sottosta alla gestione statale, che poi non impedisce alla speculazione privata di celebrare i suoi saturnali.

Il segnale di marcia indietro a Budapest viene a qualche settimana di distanza da eguali misure di riprivatizzazione adottate dal governo stalinista della Germania orientale. Anche in Germania Est industriali, commercianti, contadini ricchi, enti ecclesiastici sono stati reintegrati nelle loro proprietà. Lo stalinismo si toglie la maschera. Assume di essere fautore di statizzazioni, che spaccia per misure socialiste, ma in pratica non esita a schierarsi con la proprietà privata. Prova questa che tra gestione statale e proprietà privata c’è convergenza, non conflitto.

Le menzogne della Pravda

A qualche giorno dal massacro di Berlino Est, la Pravda pubblicava un lungo afoso articolo che con gergo ragionieristico si intitolava Fallimento della avventura dei mercenari stranieri a Berlino.

Che la Pravda, un tempo giornale della Rivoluzione, sia caduto da un pezzo nelle mani di esosi funzionari ingaggiati per contratto, lo si vede dalle sue inclinazioni verbali. Per costoro la rivolta di Berlino fu nient’altro che un affare andato alla malora nelle mani degli americani, un fallimento infamante. La vergogna del borghese, salumaio o banchiere, non sta nello spillar denari. Quando i conti non quadrano nei registri, e le uscite superano le entrate, le perdite i profitti, allora è il crollo, la vergogna, la suprema umiliazione di venire dichiarato pubblicamente inabile al lucro. Borghese disonorato è il borghese fallito, cioè l’imprenditore che ha sprecato il capitale senza riuscirne a ricavare un profitto. Non è un caso fortuito che l’insulto preferito dai compilatori della Pravda, come dell’Unità, sia appunto: fallito! Un borghese non sa offendere in altro modo il suo prossimo.

Partiti dal presupposto di comodo che la rivolta di Berlino fosse il prodotto di un ingente investimento di dollari, impiegati in spese che andavano dall’acquisto massiccio di servizi di mercenari alla stampa di volantini lanciati da aerei americani sui dimostranti e all’apprestamento di tante bottiglie piene di benzina da caricare interi autocarri, i contabili che scrivono sulla Pravda tiravano le somme. Cento milioni di dollari stanziati dal Congresso americano per il finanziamento di azioni sabotatrici all’interno della Russia e delle democrazie popolari, cinquanta milioni di dollari concessi addizionalmente dal Governo americano a Berlino Ovest, dopo la rivolta, un numero imprecisato di milioni occorsi per mobilitare le braccia dei ”provocatori pagati”, gli autocarri incendiari, gli altoparlanti, gli aerei (non si riesce a comprendere come doveva succedere che i dimostranti ”prezzolati” venissero a trovarsi armati solo di    sassi contro i carri armati russi quando tutti sanno che i magazzini militari americani in Germania rigurgitano di ben più efficaci armi anticarro!…) tanti milioni di dollari nella voce delle spese. Quale l’utile? Zero, gridava la Pravda. Quasi che il fatto di vedere attribuire ai servizi segreti alleati i diritti di autore della rivolta antirussa, non costituisse un enorme vantaggio per la propaganda democratica atlantica e il prestigio degli Stati Uniti, atteggiantesi a protettore e liberatore dei popoli sottomessi a Mosca.

Andando al governo i repubblicani Eisenhower e Foster Dulles proclamarono di ripudiare la politica democratica del ”contenimento” dell’avanzata russa nel mondo e annunziarono che il nuovo governo americano si orientava verso la ”liberazione” dei sudditi di Mosca. Addossando agli scemi funzionari dei servizi segreti americani la ”preparazione” della rivolta di Berlino, la stampa stalinista dava modo alla propaganda americana di vantare un clamoroso successo, e ciò proprio in periodo di scalogna culminato nelle lamentele elevate dalla stampa statunitense per il fiasco elettorale degli atlantici italiani. Qualcuno in U.S.A. aveva deprecato la meschinità dei risultati ottenuti in Italia nonostante la somma di tre miliardi di dollari stanziati per favorire la propaganda della Democrazia Cristiana. Le accuse di Mosca dovevano, attribuendo al dollaro addirittura il potere di spingere alla rivolta enormi masse, far risalire il prestigio del Governo americano. Gli stessi scribacchini che sulla Pravda e sull’Unità avevano schernito gli americani rinfacciando loro lo scacco elettorale di De Gasperi, dovevano nel giro di meno di una settimana rimangiarsi tutto, riconoscendo ai dollari che proprio non avevano potuto convincere all’incruento sacrificio di spostare schede, il potere miracoloso di indurre la gente a lasciarsi stritolare dai cingoli dei carri armati russi!… Il dollaro che non aveva potuto acquistare allo schieramento atlantico i voti del bracciante agricolo di Lucania (il che non significa che votando social-comunista egli abbia fatto i propri interessi) avrebbe dunque comprato la vita stessa dei rivoltosi di Berlino, mossi impavidamente contro i loro oppressori?

La verità è che Mosca ha preferito, anzi ha dovuto, fare il gioco del Governo americano e dei suoi servi, per non dover riconoscere quello che nessun governo capitalista riconoscerà mai, e cioè che la rivolta dei lavoratori scaturisce inevitabilmente sotto qualunque cielo dalla dominazione di classe. Allo stesso modo, i governi democratici atlantici imputano a intrighi e sobillazioni di agenti stranieri le agitazioni che sono suscitate dallo sfruttamento del lavoro salariato. È certo che se la rivolta fosse scoppiata nel settore americano di Berlino, anziché in quello controllato dai generali russi, sarebbero oggi il New York Times, l’Economist, il Tempo ad usare delle argomentazioni ridicole fatte proprio dalla Pravda e dall’Unità.

Ma nella sporca faccenda di gettare il disonore sui coraggiosi operai di Berlino, e farne apparire l’impeto che non esitò ad affrontare i mostruosi carri armati russi come dettato da accaparratori di spie, la Pravda doveva persino superare la Neues Deutschland e l’Unità. Normalmente, i servi zelanti sono sempre più feroci del padrone. L’eccezione segnata dalla Pravda si spiega col sacro timore degli uomini di governo moscoviti di tollerare la benché minima irriverenza al feticcio del lavoro a cottimo. Costoro, sulla scia dei più coscienziosi spolpatori di forza lavoro che l’Occidente capitalista ha prodotto, vegliano a perpetuare le condizioni dei lavoratori russi incatenati al cavalletto di tortura del lavoro stakhanovista. Non potevano confessare alle masse che in un settore dell’impero moscovita, proprio a Berlino Est, i lavoratori in rivolta avevano rovesciato l’idolo rifiutandosi violentemente di accettare strozzinesche maggiorazioni della giornata di lavoro. La privilegiata casta degli stakhanovisti e degli Eroi del lavoro, su cui poggia l’opportunismo collaborazionista russo, non sarebbe apparsa schierata dalla parte della culatta dei cannoni puntati sui rivoltosi di Berlino? Per considerazioni del genere, la Pravda ometteva, nel suo resoconto della insurrezione di Berlino degno di illustrazioni a fumetti, il particolare… insignificante della causa occasionale della violenta azione antigovernativa: la imposizione dell’aumento del rendimento del lavoro. Pure avevano dovuto ammetterlo Neues Deutschland, l’organo del governo stalinista tedesco, e l’Unità. Recentemente lo stesso Di Vittorio doveva ammettere, in una lettera aperta al Tempo, che ”il 16 giugno si svolse a Berlino una pacifica dimostrazione di lavoratori edili, i quali chiedevano una riduzione della ’norma’ di lavoro” (Unità, 29/6). Nel numero scorso abbiamo riportati ampi passaggi dalla Neues Deutschland sullo stesso argomento. Solo la Pravda ignorava l’innegabile fatto, e gettava in pasto ai suoi lettori (ma fino a che punto costoro avranno deglutito?) un vomitorio pastone di insinuazioni e di imposture tendenti a far passare i lavoratori di Berlino insorti contro lo stalinismo per una moltitudine di lanzichenecchi mercenari.

Senza dubbio col denaro si compra anche la vita, ma quella di terzi di fronte ai mandanti assoldatori dei sicari. Scagliandosi armati solo di sassi contro i carri armati russi e non temendo di finirvi sotto, i rivoltosi di Berlino giocavano la propria vita. Si è mai vista gente che si fa pagare per suicidarsi? Solo i gangster della penna venduti alla stampa moscovita possono spacciare simili mostruosità picassiane.

Gli operai berlinesi hanno agito nelle gloriose tradizioni rivoluzionarie del proletariato tedesco e internazionale. Hanno mostrato il corso che la inarrestabile futura rivoluzione anticapitalista dovrà seguire: contro l’imperialismo capitalista di Occidente, contro la schiacciante concentrazione di potere che tende disperatamente a spostare attraverso gli oceani e i continenti il centro mondiale della conservazione borghese, da Washington a Mosca. Quando la fiammata esploderà, i cadaveri putrefatti che stampano la Pravda saranno già stati ridotti al riverbero in vile cenere.

All’OM si "tratta" (di fregare gli operai)

Milano

La necessità capitalista di ridurre i costi di produzione e di aumentare la produttività del lavoro ha portato la Direzione dell’O.M. a ridurre i tempi e i prezzi dei cottimi e, necessariamente, il salario operaio.

Inizialmente l’attacco al salario operaio è avvenuto nel reparto «Macchinario» e immediatamente gli operai di questo sono scesi compatti in sciopero rispondendo no al tentativo di far loro riprendere il lavoro con la solita sporca commedia, da parte degli opportunisti sindacali, che «poi si sarebbe trattato».

Da venerdì 3-7 fino a martedì 7-7 lo sciopero è continuato compatto finché alla sera si è presentato sulla scena il conciliatore di turno che è poi il solito Cinelli coi soliti bagolamenti sul «buon cuore» della Direzione Aziendale che avrebbe lasciato aperta la porta «alla speranza» di una revisione dei cottimi favorevole agli operai dopo «opportuni interpellamenti» con la Direzione Centrale a patto che gli operai «riprendessero il lavoro».

In realtà la porta aperta c’è stata per una cinquantina di operai sospesi. Gli «opportuni interpellamenti» si risolveranno nell’anno del mai e intanto gli operai riprendono il lavoro con 25 o 30 ore in meno nella busta paga.

Si ricordino gli operai di tutto questo e ricordino anche tutti gli altri scioperi finiti allo stesso modo e li segnino pure in conto, qualcuno dovrà ben pagare.

E sappiano, soprattutto, che con la Direzione non si «tratta» ma si lotta contro la Direzione perché è la rappresentante del capitalismo; e sappiano ancora che l’unica impostazione da dare allo sciopero anche locale e parziale, perché esso possa avere un risultato favorevole agli operai è di porre come condizione prima il pagamento e non il recupero delle ore perse nello sciopero condotto ad oltranza e come seconda il tentare immediatamente ed a tutti i costi di estendere lo sciopero ad altri reparti e ad altre aziende perché la condizione di oppressione e sfruttamento del lavoro salariato è uguale, in regime capitalista, per tutti i proletari.

In morte di Antonio d'Alba

In una corsia del manicomio civile di Roma si è spento il 16 giugno, l’anarchico Antonio d’Alba. Muratore, figlio di povera gente, Antonio attentò quando aveva venti anni, il 14 marzo 1912, alla vita di Vittorio Emanuele III. Venne condannato, dopo un processo durato meno di due giorni, a trent’anni di reclusione. Il nazionalismo forcaiolo fu spietato con lui. Ben nove anni dovette espiare nella tomba dei vivi dell’isolamento cellulare. Normalmente, i condannati all’isolamento scontano a periodi la loro terribile pena tollerando il regolamento carcerario che la segregazione si alterni con la vita in comune nel camerone e nel laboratorio. Al coraggioso proletario che aveva osato levare l’arma contro la personificazione del potere statale capitalista, senza peraltro neppure sfiorare la sacra epidermide di «Pippetto» la giustizia cristiana della reazione, ebbra delle buffonesche imprese della guerra di Libia non volle usare nessuna clemenza.

Antonio d’Alba  dovette pagare i nove anni di isolamento dal primo all’ultimo giorno senza interruzione, sepolto vivo nella sua cella non avendo altro rapporto con persone viventi, tranne che con i carcerieri e gli aguzzini che non gli lesinarono le bastonature, il letto di forza, gli insulti. Nel 1921 venne graziato, ma la grazia fu una crudele ironia, perché nove anni di cella gli avevano stroncato la ragione. Dalla cella dovette essere trasferito al Manicomio dove ha finito la sua esistenza.

Noi dissentiamo incondizionatamente dalle ideologie che indirizzarono la coraggiosa azione del giovane rivoluzionario e sostennero la sua volontà indomita di fronte ai giudici e agli ignobili sgherri del carcere di Noto. Ma l’odio violento e irreconciliabile di Antonio d’Alba verso le prepotenze e le infamie della classe dominante e dell’ordine costituito borghese, è, in quanto siamo rivoluzionari, il nostro odio. Troppe istituzioni e apparati di potere vegliano alla conservazione di mostruosi costumi sociali, così contrari alla natura umana e alla ragione, perché si possa biasimare il gesto disinteressato dell’attentato individuale. Alla sorgente della ribellione sta l’oppressione del capitalismo e della società divisa in classi, sta l’odio impulsivo, la spinta cieca al sovvertimento, impressa dal pesante giogo dello sfruttamento, solo al vertice del generale movimento anticonformista cui confluiscono tutti gli sfruttati e gli oppressi, si erge la coscienza. L’anarchismo pretende che ad impersonare la coscienza rivoluzionaria sia idealisticamente l’individuo. Il marxismo sostiene, in irreconciliabile antitesi, che solo il partito perviene collettivamente a farsi una conoscenza esatta del meccanismo dei fatti sociali, fino al punto di poterne prevedere lo sviluppo futuro adeguando alla previsione la propria azione. Un punto fermo della sua elaborazione teorica è il rifiuto della lotta individuale contro la dominazione di classe.

Ma ciò non significa che i rivoluzionari marxisti non stiano dalla parte dell’attentatore, allorché i poteri costituiti, la canaglia giornalistica, i bigotti e i cinici gaudenti formano il disgustoso fronte unico della Innocenza offesa. Al Congresso di Reggio Emilia del partito Socialista, tenuto nello stesso anno dell’attentato d’Alba, Mussolini capo della Sinistra approfittava del gesto dei deputati riformisti Bissolati, Bonomi, Cabrini, recatisi a congratularsi con Vittorio Emanuele per lo scampato pericolo per pronunciare una delle sue solite frasi a effetto. Alludendo al mestiere di Antonio d’Alba egli non sapeva fare di meglio  che giustificare il suo gesto regicida esclamando demagogicamente: «L’attentato è l’infortunio dei re, come la caduta dal ponte di servizio è l’infortunio  dei muratori». Non a caso l’autore di queste abili parole doveva, dieci anni dopo, porsi al servizio della dinastia dei Savoia e del capitalismo. E’ la ideologia dell’attentato, altra faccia del personalismo e del ducismo dei capi, che è un infortunio ma del movimento rivoluzionario, condotto nelle secche dell’opportunismo ogni volta che al programma rivoluzionario si sostituisce il successo contingente di partito, al partito i capi glorificati da vivi, alle classi in lotta il vuoto duellare di «uomini rappresentativi»

La rivoluzione che è liberazione delle forze produttive non è neppure una somma di attentati, un attentato collettivo, che sarebbe sempre un fatto di volontà. Affinché la rivolta sociale contro gli apparati di potere trincerati a difesa dei vecchi rapporti di produzione e di convivenza sociale esploda, occorre che non solo le classi oppresse siano spinte all’azione rivoluzionaria ma che anche i poteri dominanti attraversino una profonda crisi. Cento anni di lotta contro il capitalismo stanno a mostrare che la crisi sconvolgitrice della società non segue il segnale del colpo di pistola o della carica di dinamite lanciata da audaci mani contro rappresentanti della classe dominante.

Una rievocazione del gesto risoluto e del duro calvario di Antonio d’Alba che fosse andata disgiunta dal ribadimento dei contrasti insanabili che ci dividono dall’anarchismo volontaristico e libertario sarebbe stata slealtà. Abbiamo voluto, sia pure con ritardo rendere omaggio alla sua memoria, perché di fronte allo spettacolo penoso del dilagante pantano dell’elettoralismo e del legalitarismo smidollato che sommerge il movimento operaio, chi non vuole lasciarsi soffocare dalla pesante atmosfera dell’opportunismo gode, come di una boccata d’aria fresca, di riandare [al]le tradizioni rivoluzionarie. Infiammati dall’odio irrefrenabile e temerario che non si spaventa del sacrificio e armati della tempra marxista, presto o tardi, ma certamente, i proletari scenderanno sul terreno del duello all’ultimo sangue con la putrida classe borghese.

Massacri a braccio

Data la penuria di guerre guerreggiate in grande stile, il capitalismo internazionale sembra deciso a consumare gli stock di proiettili nelle grandi « operazioni di polizia ».

Mentre in Germania occidentale carri armati e plotoni di esecuzione si tengono in esercizio uccidendo e ferendo operai (e la stampa occidentale versa le obbligatorie lacrime di coccodrillo sulla libertà conculcata), un comunicato United Press annuncia, in data 26 giugno da Nairobi che negli ultimi due giorni le truppe inglesi hanno ucciso 75 « terroristi » Mau Mau. A Nairobi come a Berlino, l’ordine regna.

Il proletariato e i suoi capi

Nel numero di fine aprile del periodico Vie Nuove, capitatomi per caso fra le mani, una cosa mi ha fatto una pena infinita: le « sette espressioni di Togliatti ».

Erano sette fotografie in cui quest’Uomo dall’U maiuscola si compiaceva mostrarsi in sette pose o « espressioni » come i suoi adoratori hanno scritto.

Sì, è questo che mi ha fatto cadere le braccia. Perché? Perché mi ha mostrato la rovina in cui il proletariato è caduto e la difficoltà materiale di vederlo rialzarsi da un abisso di miseria. È mai possibile – mi sono chiesto – che i lavoratori si siano ridotti a cercare la realizzazione delle loro rivendicazioni di classe nell’opera di un uomo che venerano come un’immagine sacra? A nulla è valsa, dunque, l’esperienza del recente passato quando un duce imbattibile nel mostrarsi in vetrina in tutte le pose, si era accaparrato con gli stessi metodi di auto-esaltazione la fiducia anche di lavoratori, che ne hanno pagato il prezzo col sangue sui campi di battaglia terrestri, navali e aerei di tutto il mondo?

Il proletariato non ha dunque avuto la capacità di demolire criticamente i metodi e i mezzi di cui la classe nemica si serve per opprimerlo, fra i quali quello di creare un mito intorno a un uomo è uno dei più sfruttati? E non solo non ha respinto questo metodo squisitamente capitalista, ma l’ha addirittura fatto suo e l’adopera in concorrenza col proprio nemico di classe, nelle stesse forme di eccitazione morbosa e cieca?

Il comizio cui ho avuto la ventura di assistere qui a Messina, e tenuto dallo stesso uomo di cui sopra, da Togliatti, me ne ha dato la prova schiacciante. Un disco fonografico che avesse registrato la cronaca non si diversificherebbe da nessun altro disco da cui si potessero riascoltare le folle deliranti per Mussolini e la voce dei suoi presentatori da baraccone.

Nulla di diverso da allora. Gli applausi più frenetici al grande capo del « partito dei patrioti » si scatenavano allorquando egli esaltava il proprio patriottismo socialistoide: nessuno sentiva un moto di sdegno proletario; e forse nessuno ha fatto caso a quella che è stata la frase più significativa del suo discorso e che riassume veramente la politica dello stalinismo: in parole povere: « accogliete (si rivolgeva agli attuali governanti) in mezzo a voi i rappresentanti della classe operaia, e vedrete diminuire (leggi finire) gli scioperi e le altre manifestazioni antigovernative ».

Questi capi grandi e piccoli, che ci appestano col lezzo ributtante delle loro persone atteggiate a salvatori del genere umano, possono ancora aver partita vinta, oggi che il proletariato si è smarrito nei gorghi dell’opportunismo. Domani, e che sia presto, i grandi capi, i grandi uomini, questi pupazzi tanto ignobili quanto inutili, faranno la fine che meritano.

X.Y.Z.

Democrazia

Il sapore della vittoria elettorale

I partiti cosiddetti di sinistra hanno diffuso tra gli operai la convinzione che i saturnali schedaioli del 7 giugno abbiano segnato una travolgente vittoria… proletaria, e chi vive in fabbrica sa l’euforia da cui, sotto il martellamento della propaganda, molti lavoratori sono stati presi.

Ben altra lezione ne hanno tratta, tuttavia, gli industriali. A Torino, la direzione della R.I.V., con foglio istruzioni 0140, ha annunciato il licenziamento di operai in base « alla fedeltà e attaccamento alla azienda », ai « precedenti disciplinari », al « buon rendimento », alla maggiore o minore assenza dal lavoro, e ad « ogni elemento di informazione » di cui essa disponga, e ha proceduto a sollecitare, per intanto, le « volontarie » dimissioni di elementi ammalati.

La commissione interna protesta. « I lavoratori della R.I.V. – scrive il 7B – vedono che la Ditta non tiene conto della nuova (!) situazione generata dal voto popolare del 7 giugno, che ha sconfitto il governo delle leggi antisindacali, polivalente e della truffa: essi vogliono perciò che la Direzione si adegui (sic!) alle nuove prospettive e non accetteranno che si instauri una specie di legge polivalente alla R.I.V. come sarebbe lo schedamento dei dipendenti e la minaccia per tutti gli indesiderati ». Già, già: vittoria del voto popolare di cui la Direzione… non tiene conto. Strano, vero? Non solo la classe padronale non si tiene sconfitta, ma procede spedita per la sua strada. I vincitori s’inchinano ai… vinti.

Ma ci credono, poi, gli attivisti confederali e del P.C.I., alla « vittoria »? Sentite il linguaggio da vincitori che usano con la direzione: « Le maestranze hanno già espresso la propria volontà affinché… la ditta si metta sulla strada giusta, che è quella della collaborazione e comprensione »! I vincitori chiedono collaborazione e comprensione ai vinti; e i vinti se ne strafottono. È questo, dunque, il succo della vittoria? È così che la scheda ha debellato il nemico? I proletari della R.I.V. facciano il bilancio, e si chiedano se la « truffa » non fosse per caso (e non continui ad essere) quella dei loro dirigenti parlamentari, democratici, legalitari, collaboratori: la truffa delle elezioni presentate come armi di difesa e di offesa della classe operaia. La stessa esperienza è stata fatta dai proletari di Piombino, dove la [parola illeggibile] si è riaperta con un esiguo [parola illeggibile] di operai e senza riammettere i 2000 ex-occupanti.

Dai « bei sogni » elettorali ci si risveglia sempre con la bocca amara.

La democrazia vista alla rovescia

Da quando la « battaglia » elettorale si è conclusa come tutti sanno, i partiti minori del Centro si agitano per dimostrare la propria vitalità, chiaramente morta e sepolta, con un’affermazione dei «valori» ch’essi sarebbero chiamati a riaffermare di contro al partito-succhione al quale hanno semplicemente fatto da piedestallo. Riguadagnare alla democrazia una parte dell’elettorato; salvare la repubblica democratica; andare verso sinistra: ecco il chiodo.

Lasciamo stare quello che i partiti minori faranno nell’avvenire; è chiaro intanto che il loro « compito storico » è di rivalutare una democrazia la cui barca fa acqua da tutti i fianchi. Prendete il Mondo, il tipico giornale liberale-indipendente. Il leit-motiv, il gemito settimanale, è sulla corruzione, la invadenza, la dittatura esercitata dalla D.C. Questa non è democrazia (in sostanza si dice): e nostro compito è di ridar vita alla democrazia vera, quella che il malcostume odierno ha sconciamente deturpata. Ancora: il Mezzogiorno ha portato a galla una nuova fauna politica, quella dei « brasseurs d’affaires », dei nuovi ricchi formatisi sulla speculazione e sul commercio in grande stile, e corruttori del ceppo sano della borghesia manifatturiera e della media e piccola borghesia artigiana. Ripulire, dunque, il « costume politico » del Sud perché la democrazia torni ad essere democrazia.

Tutto vero nella critica: tutto falso nella conclusione positiva. Non c’è democrazia da ricostruire, perché la democrazia non ha mai avuto volto diverso da questo. O che forse la democrazia alla Giolitti era meno corruttrice, invadente, dittatoriale? O che forse la democrazia alla II, III e IV repubblica francese è stata meno il trionfo dei « brasseurs d’affaires », degli speculatori, dei nuovi ricchi? La democrazia, strumento politico borghese, riflette alla perfezione lo stato del regime borghese. Concentrazione, accentramento economico: quindi concentrazione e accentramento politico. Marciume sociale, quindi marciume amministrativo. Capitalismo di Stato, quindi regime dei «brasseurs d’affaires», dei trafficoni, degli appaltatori, dei tecnici della speculazione. La scena è tale e quale in Italia come in America, come in Francia, come in Inghilterra; come, in forme diverse, è in Russia e zone circonvicine. Non c’è niente da rivificare, nella democrazia: è quella che è sempre stata, la serra calda di una sfrenata corsa agli affari. La D.C. non è che la depositaria di questa tradizione: tenetevela, è degna di tutto il passato italico e, poiché tanto vi richiamate al Risorgimento, di tutto [testo illeggibile] di destre e sinistre [testo illeggibile].

[testo illeggibile] sulla democrazia [testo illeggibile] un Te Deum perché [testo illeggibile].

I rivoluzionari della pacificazione

Non contenti di appellarsi periodicamente agli « uomini onesti » o agli « intellettuali sinceri » perché intervengano a favore del tale o tal altro rivoluzionario carcerato come se mai fosse possibile la solidarietà fra difensori e negatori del regime vigente – gli anarchici (vedi Umanità Nova, n. 23, articolo di Vella) chiedono l’amnistia per tutti i carcerati politici e comuni. I rapporti fra le classi, i rapporti di forza: sono per questi rivoluzionari della pacificazione rapporti ideali e morali, e non c’è per essi nulla di straordinario nel « chiedere » allo Stato – la loro bestia nera – di essere clemente verso i suoi avversari. Inutile dire che fra i candidati all’amnistia suggerita dagli anarchici ci sarebbero quegli stessi (anche se pochi) fascisti, di cui vanno continuamente rinfacciando a Togliatti la liberazione – liberazione che nel caso di Togliatti è pienamente giustificata, giacché difensori dello Stato e della Patria sono tanto fascisti quanto staliniani, ma ingiustificabile per i più puri rappresentanti dell’antifascismo teorico e idealistico, gli anarchici. Avremo dunque, fra i tanti consiglieri di moderazione alla borghesia, anche i fedeli di Bakunin? Nulla di strano nè di nuovo, sotto la luce di questo sole progressista! 

E poveri anarchici imprigionati, se la loro sorte dipende da appelli alla clemenza della borghesia, da inviti alla bontà cristiana!

O tempi, o costumi!

Epoca piange: ne ha ben donde. Il Parlamento italiano si è riaperto tra l’indifferenza generale: «nessuno se ne accorge; nemmeno le camionette della Polizia danno nell’occhio». O tempora, o mores! Quasi quasi c’è da rimpiangere gli anni della monarchia, quando c’era almeno la berlina reale trainata da sei cavalli e preceduta dai battistrada in livrea.

Eppure, «è nell’inaugurazione del nuovo Parlamento che il popolo di ieri si trasforma nel popolo di oggi… sono questi i dogmi nei quali bisogna credere in democrazia, o almeno aver l’accortezza di fingere di credere (meno male, ci salviamo con quel ”fingere” perché possano essere indotti a crederci gli altri; e una fede intorno ai dogmi ha sempre bisogno di una liturgia)». Invece, la democrazia italiana si nasconde, ignora le elisabettiane inaugurazioni: che imprevidenza!

La verità è che si nasconde perché ha vergogna di se stessa, perché sa di non poter ingannare nessuno. La liturgia ha bisogno dei suoi sacerdoti; e chi farebbe da sacerdote a questa democrazia? Forse il «popolo» non si accorge del nuovo Parlamento perché, nella sua istintiva saggezza, sa che non si è affatto «trasformato». Del che siamo, con lui, perfettamente convinti.

Sfruttamento della guerra

E’ stata avanzata negli Stati Uniti la proposta di accantonare, insieme a materiale bellico, forti stocks di macchine utensili necessarie alla produzione di questo materiale.

La stessa fonte comunica che in tal modo si ritiene di poter imprimere all’industria delle macchine utensili, ora in crisi, rinnovato impulso. La guerra è veramente – senza neppur bisogno che immediatamente scoppi – la valvola di sicurezza dell’economia capitalistica.

L'era fasulla degli elisabettini

La cerimonia del secolo

Incoronazione di Elisabetta II – Elisabetta la piccola – la ventisettenne regina d’Inghilterra: capolavoro mondiale di imbottitura pubblicitaria, di aspettazione morbosa, di isterica affluenza di spettatori diretti ed indiretti. L’episodio tanto vasto di dimensioni quanto vuoto di contenuto e di effetto storico nuovi, in una società ed in un tempo tanto sconvolti, non ha quasi provocato, tra attori e commentatori politici dei vari circoli o sfere nazionali e internazionali – in ben altre faccende affaccendati, un ritorno di attenzione sul problema della monarchia nella vita moderna.

Repubbliche ce ne sono dappertutto, e una serie di liquidazioni di monarchie è di recentissima data, tanto che le superstiti si conterebbero sulle dita delle due mani, se non si ricorresse ogni tanto a strani re di colore, iniziati all’abito europeo e alle libagioni di champagne o di whisky. Eppure partiti repubblicani, arrivati come nella ineffabile Italietta alla vittoria dopo aver disperso ogni esercito, o in piena lotta iconoclasta come nell’Egitto, ce ne sono tanti, e una pregiudiziale repubblicana ce l’hanno tanti altri, socialisti, pseudo-comunisti, fascisti, cattolici perfino, e poi ci sono gli anarchici: ma non si è sentita una parola meno che riverente non solo per la piccola insignificante protagonista, ma nemmeno per l’istituto che essa rappresentava e per le tradizioni della sua dinastia nazionale, fino a ieri vera signora del mondo. Solo gli irlandesi, a cui non a caso andavano incondizionate le simpatie del vecchio Marx, hanno offerto un attentato-simbolo, nel pezzetto della loro isola che tuttora resta all’ombra della corona di sant’Eduardo.

Non interessa dunque nessuno, in tanto parlare ansioso di prospettive per l’avvenire di questo mondaccio contemporaneo inquieto e sconnesso, domandarsi se, come, e quando, vedremo la rovina di questo istituto, che in senso lato si regge da un millennio, in senso proprio e politico dal 1688, da quasi tre secoli, e fa così da pesante volano di compenso trisecolare nelle frenate e nelle rincorse alternantisi paurosamente nella marcia dinamica del macchinone della storia?

Probabilmente in Gran Bretagna, ove esistono e vigono tutte le leggi possibili, non ne esiste una che commina una pena a chi abbia gridato: abbasso il re, poiché l’ipotesi non è posta o ponibile, nella stessa guisa che i codici di Roma antica non facevano menzione del delitto di parricidio, e quindi non prescrivevano pena. Dal primo dei lords all’ultimo dei pezzenti non ne trovate uno che non abbia sulle labbra la giaculatoria stantia: God save the Queen!

IERI

Inghilterra e Francia

Federico Engels recensiva in modo brillante nel 1850 uno scritto del francese Guizot, ministro del regime monarchico orleanista che la rivoluzione del febbraio 1848 aveva travolto, fondando la Seconda Repubblica.

Il Guizot deplora naturalmente un simile evento, rimbrotta aspramente i suoi connazionali per la loro sete di rivoluzioni, facendone un problema di temperamento nazionale, e pone innanzi ai loro occhi la continuità della monarchia inglese. Anche in Inghilterra, vuol dire il Guizot, la rivoluzione borghese ha pienamente trionfato del feudalesimo, ben prima che in Francia, ed all’inizio è stata repubblicana, ha tagliato la testa del re con Cromwell ed ha fondato un Parlamento, ma, defenestrata la vecchia dinastia, dal 1688 si è ordinata in forma monarchica costituzionale ed ha vissuto un lungo periodo storico con un perfetto accordo delle tre forme: borghesia capitalista dominante, parlamento elettivo, monarchia ereditaria. Persone serie gli inglesi!

Lo stesso schema avrebbe fatto molto comodo alle fortune politiche del sig. Guizot, 1789-1793: abbattimento del feudalesimo, introduzione della democrazia parlamentare, decapitazione del re. 1815-1830: restaurazione (con alquanti zampini inglesi e di re inglesi!) della vecchia monarchia legata alla nobiltà feudale. 1830: rovesciamento della monarchia restaurata e tradizionale, rivoluzione per la costituzione liberale, nuova dinastia modernizzante con Luigi Filippo, più che come sovrano costituzionale, celebre come il «re borghese».

Ma il febbraio 1848 ha spazzato tutto: vecchia e nuova monarchia, dando vita alla repubblica borghese: buon per il signor Guizot e i suoi pari che tale repubblica di classe, dopo aver vinto contro Luigi Filippo e il suo governo grazie all’aiuto del proletariato parigino, nelle sanguinose giornate del maggio, con una repressione tanto feroce che nessuna monarchia ne aveva prima dato il saggio, schiaccia il tentativo dei lavoratori di prendere il potere, dopo di che non solo le teste coronate sarebbero andate in esilio, re nobili o re borghesi che fossero, ma, come gli aristocratici dell’89, i borghesi del 1848 sarebbero stati appesi ai lampioni di Parigi: «ah ça ira, ça ira, ça ira, tous les bourgeois à la lanterne!».

Engels dunque spiega quello che Guizot pur non digiuno di storia non poteva capire. Egli formula con precisione il quesito male enunciato:
«Perché la società borghese in Inghilterra si è sviluppata più a lungo nella forma della monarchia costituzionale, che non in Francia?».

Indubbiamente questo quesito oggi è più stridente nei suoi termini. La monarchia inglese si è pappata senza scosse apprezzabili altri centotre anni, e con essa il capitalismo inglese che nella costruzione di Engels doveva avere da allora pochi decenni di vita al massimo. In Francia la monarchia sotto forma pseudo-napoleonica è ricomparsa dal 1852 al 1871, per essere poi spazzata via da una delle soluzioni classiche: non guerra civile, ma rovescio militare, e, fallito anche allora il nuovo generoso sforzo per attuare – nella Comune – la repubblica operaia, vive tuttora come repubblica capitalista.

Con questi nuovi materiali storici, speriamo che non venga fuori uno dei tanti pestiferi raddrizzatori del marxismo per conchiudere (come del resto in Inghilterra fabiani vecchi e nuovi, laburisti di opposizione e di governo) che non solo la classe borghese, ma anche quella operaia, potrà tenere il potere con tanto di re regina corte e corona al vertice dello Stato.

Le rois s’en vont

Indubbiamente Engels che qui, come altrove Marx, riconosce al diretto nemico politico un certo talento storico nel giovarsi dell’esame delle cause economiche e nel valutare l’azione delle classi sociali, avrebbe una dura rogna da grattare se la denunzia del disorientamento totale in cui gli avvenimenti drammatici del 1848 avevano fatto cadere i Guizot del tempo, dovesse estendersi al disorientamento raccapricciante di tutta la «opinione generale», di tutti i partiti, dopo i drammi che egli non visse, del 1914, 1917, 1939, 1945… Ma i suoi punti fermi restano incrollabili ed incrollati.

Il Guizot aveva il torto di non esaminare
«i rapporti storici e la posizione del tutto diversa delle classi della società nella monarchia francese del 1830 e nella monarchia inglese del 1688»,
limitandosi a tutto risolvere con frasi moralistiche e tirate letterarie per giungere alla solita apologia di una posizione metafisicamente portata fuori del suo luogo e del suo tempo, ossia la tesi che una politica come quella del 1830, ed essa sola
«conserva gli Stati e rafforza le rivoluzioni».
Si capisce che Guizot elogia la rivoluzione del ’30, e depreca quella del ’48.

Il Guizot cerca la ragione della stabilità del regime inglese in un preteso indirizzo di saggia amministrazione civile che sarebbe prevalso dopo il periodo delle guerre contro la Francia di Luigi XIV, spostando l’attenzione dalla politica estera e dagli affari del continente al mantenimento della pace, ad una buona politica economica ed allo sviluppo delle discussioni parlamentari. Oggi ne sappiamo abbastanza su questa storia dello splendido isolamento inglese e sulle incursioni in Europa della più aggressiva bandiera imperialista copiata dalla successiva vicenda mondiale dell’astensione degli Stati Uniti da ogni affare extra americano! Ma Engels aveva anche allora solidi materiali. Comunque allora ed oggi le ragioni geografiche bastano ad escludere che la Francia potesse evitare gli effetti di avere frontiere sulle strisce incendiarie d’Europa su cui tutti i «grandi» veri e falsi hanno guerreggiato: da Annibale a Cesare a Carlomagno a Napoleone I, e giù giù fino a Ike!

«Il signor Guizot, come ministro, si immagina di sostenere sulle spalle l’equilibrio tra la Corona e il Parlamento e l’equilibrio europeo, mentre in realtà egli altro non ha fatto che sottomettere tutto lo Stato francese e la società francese, pezzo per pezzo, agli ebrei finanzieri della Borsa di Parigi».

Aggiornatori, volete un esempio di possibile politica alla Guizot spostata di quel tale secolo? Supponete al potere in un ministero De Gasperi, come distensore interno, e capo premiato di un Congresso europeo di pace, il signor Pietro Nenni.

Le tappe della storia inglese sono ben altrimenti abbozzate da Engels. Nelle guerre contro Luigi XIV si tratta di pura lotta di concorrenza per l’annientamento del commercio francese e della potenza marinara francese. Sotto Guglielmo III di Hannover, il pacifico e saggio re vantato da Guizot, non il popolo guadagna in benessere, ma il «predominio della borghesia finanziaria ottiene la sua prima sanzione con la istituzione della Banca di Stato e con la introduzione del debito pubblico (aggiornatori: quanto dopo la morte di Engels avete scoperto questi fenomeni di collusione capitale-finanza-Stato?), e la borghesia manifatturiera ebbe novello impulso dalla introduzione del sistema protezionista… Sotto la dinastia degli Hannover, l’Inghilterra era ben lungi dal poter condurre una guerra di concorrenza contro la Francia nella forma moderna. Essa non la combatteva più se non nelle Indie occidentali e nell’America, e nel continente si accontentava (osservate quanto Engels si lascia impressionare, lui tedesco, dal famoso grande Re) di assoldare nella guerra contro di essa principi stranieri, come Federico Secondo». Quanto agli affari interni e alle lotte parlamentari, basta paragonare le storie di corruzione sotto l’inglese Walpole con quelle scandalose in Francia sotto Guizot!

Religione e tradizione

Ma su due altri punti il Guizot dava la palma alla capitalistica rivoluzione inglese, ed anche oggi sono molto interessanti per i lettori o televisori della cerimonia incoronante. La rivoluzione inglese ebbe un carattere eminentemente religioso; e non la ruppe quindi con le tradizioni del passato, ed assunse una forma non dissolutrice ma conservatrice, difendendo in parlamento le antiche leggi contro le usurpazioni della Corona.

Le rettifiche giovanili di Engels sono di estremo interesse.

La libertà di pensiero, che faceva al Guizot tanta paura nella Rivoluzione Francese, materialista, atea, volterriana, non fu importata in Francia se non dall’Inghilterra. Locke fu il padre suo, e già in Shaftesbury o Bolingbroke assunse quella forma così ricca di spirito, che più tardi trovò in Francia un così splendido sviluppo. Questo interessante spunto andrebbe sviluppato a fondo in materia di funzione sociale della religione e di critica della suggestiva «prerivoluzione filosofica» che la borghesia europea attuò, come diretto riflesso di una eversione nelle forze di produzione, contro la forma statica della filosofia scolastica, nel Rinascimento in Italia, nella Riforma in Germania, nella Enciclopedia in Francia, nel sensismo e sperimentalismo inglese.

Ai periodi in cui materialmente preme il dirompere di nuovi rapporti economici: commercio oltre i confini e oltremare, espansione dei mercati, sorgere delle grandi manifatture, decadere della piccola produzione locale sia agraria che artigiana, corrisponde questo postulato, espresso in forme svariatissime, della critica alle norme e dottrine della tradizione: esso non è il risultato ma il sintomo precorritore, l’immagine deformata nel cervello e nella coscienza delle generazioni del nuovo mondo che si prepara. Non è dunque per i marxisti una conquista definitiva e irrevocabile in un cammino autonomo delle ideologie umane, sulla quale base, tradotta più o meno artatamente nella organizzazione politica, si fondino gli sviluppi ulteriori; ma è sempre un fenomeno storico di rilievo immenso, che non fu monopolio di francesi o di altro popolo ma accompagnò il capitalismo dovunque. La libertà di pensiero, o il principio della critica individuale, non sono dunque da noi accettati come pregiudiziali o come «assoluti valori», sono anzi considerati come illusioni vuote di contenuto, e sostituite con ben diverse dottrine del determinismo dialettico: tuttavia il conflitto tra quei canoni e la dogmatica feudale esprime la lotta rivoluzionaria della classe capitalista, e la loro vittoria è un trapasso indispensabile anche per noi, giammai un punto di arrivo o un limite per le nostre lotte ulteriori.

Se Locke, citato da Engels come campione della libertà di pensiero inglese, poté tornare in patria solo quando salì al trono Guglielmo d’Orange, dopo la definitiva cacciata degli Stuarts e il crollo della restaurazione (ancora: 1688 inglese vale 1830 francese; Orange sta a Stuart come Orléans sta a Borbone) essendone stato esiliato come segretario di Lord Shaftesbury, Cancelliere col partito rivoluzionario; all’opposto l’autoritario Hobbes vissuto tra il 1588 e il 1679 vede la rivoluzione di Cromwell e la restaurazione, vede cadere la testa di Carlo I e quella del Lord Protettore, e teorizza lo Stato onnipotente, il Leviatano, dio vivente che agisce in questo basso mondo ma con potere illimitato, ed argina la rivolta e il disordine. In questa contesa Marx si schiera con Locke e contro Hobbes, col libertario contro l’autoritario, ma nel quadro del secolo decimonono e nella lotta del proletariato contro il capitalismo Marx non è libertario ma autoritario. Ecco, è questa la dialettica.

La libertà di pensiero è un prezioso utensile della storia, ma uno di quelli che dopo l’impiego si buttan via essendo divenuti inutili e inusabili, come ne sono dati molti esempi nella natura e nella tecnica: l’organo di fecondazione di certi insetti, la capsula d’innesco dei proiettili, l’iniezione con annessa siringa ed ago perfettamente sterili, che si apre, si infigge e poi va nei rifiuti…

Non ci interessa il risultato che l’impiego indipendente della critica moderna e borghese abbia dimostrato che Dio non esiste e distrutto il dogma, ci interessa proprio che siano state infrante le tradizioni, antiche forme sociali che impedivano lo sboccio della crisalide di una società nuova, colle reti di chiese, scuole, corporazioni, vassallaggi terrieri…

Rivoluzioni conservatrici

A riprova che le Rivoluzioni meritano tutto il rispetto anche quando non sanno quello che vogliono, e che noi le misuriamo non col metro della «coscienza» ma con quello della materiale sovversione dei rapporti di produzione e di forza, Engels ribatte qui a Guizot: se la rivoluzione capitalista inglese fu conservatrice, non meno lo fu la vostra Grande rivoluzione francese! Ecco altro di quelli che per i soliti conformisti sono paradossi; che disturbano assai la demagogia del facile successo ed impegnano a fondo allo spinoso maneggio della dialettica.

«La rivoluzione francese incominciò sotto forma altrettanto conservatrice di quella inglese, anzi, sotto una forma ancora più conservatrice. L’assolutismo, specie come in ultimo apparve in Francia (Luigi XIV) era una novità, e contro tale novità si sollevarono i Parlamenti e difesero le antiche leggi, gli us et coutumes della antica monarchia. E se il primo passo della rivoluzione francese fu di far risorgere gli Stati Generali (l’assemblea, come ricordammo, dei delegati dei vari ordini: nobiltà, clero, terzo Stato) addormentatisi fin dal tempo di Enrico IV e di Luigi XIII, la rivoluzione inglese non può addurre nessun fatto di così classico conservatorismo».

Guizot vede nella rivoluzione inglese il solo fatto politico del conflitto di due poteri, Corona e Parlamento, che finalmente si equilibrano e neutralizzano. Ma
«che l’assoggettamento del potere regio al Parlamento sia o non il suo assoggettamento al dominio di una classe, questo Guizot trova superfluo rilevarlo».
Naturalmente per simili filistei il Parlamento rappresenta per definizione il «popolo», e dopo vari secoli siamo nella politica di oggi allo stesso punto.

Che il conflitto tra Parlamento e Corona esprima un conflitto di interessi economici nel primo rappresentati, il Guizot non lo vede, e riduce tutto a lotta di privilegi, a turbolenti fanatismi religiosi…
«Del nesso tra il movimento religioso e lo sviluppo della società borghese non sa dare più esaurienti spiegazioni…; benché non perda mai di vista la rivoluzione francese, non arriva mai alla conclusione semplicissima che il passaggio dalla monarchia assoluta alla costituzionale, non può effettuarsi dovunque che dopo violente lotte, attraverso la trafila della repubblica, e che poi perfino la vecchia dinastia deve far posto, come inutile, ad una linea collaterale usurpatrice».
Il che è tanto attuale, che si scopre come Hitler teneva pronto per rimpiazzare la repubblica di Salò il rampollo del ramo Aosta – a parte il sogno di molti che alla repubblica di Einaudi segua una monarchia, se non del Conte di Caserta… del comandante Lauro.

Si scoccia Engels di correre dietro alle solite buaggini, e dà un cenno veloce della reale sottostruttura nella lotta tra il Parlamento e Carlo Stuart che finì colla definitiva monarchia costituzionale, felicemente incoronante.

Classi e monarchia

Erano cause prossime del gran conflitto: la paura dei grandi possidenti fondiari, sorti non da una nobiltà feudale antica ma dalla usurpazione dei beni ecclesiastici seguita alla riforma protestante trionfante con Cromwell, che con la restaurazione dei cattolici Stuarts quei beni andassero alla Chiesa restituiti,
«il che voleva dire che i sette decimi del terreno inglese avrebbero mutato proprietario»
– l’aborrimento da parte della borghesia commerciale e industriale per il cattolicesimo, che mal si adattava ai suoi traffici (concetto martellato per tutta la sua vita da Marx: protestantesimo vale mercantilismo) – l’indifferenza con cui gli Stuarts vendevano l’industria e il commercio inglese al governo francese, ossia all’unico paese che faceva agli inglesi una concorrenza pericolosa e sotto vari aspetti vittoriosa (altra relazione del materialismo storico: capitalismo vale patriottismo).

La soluzione del «grande rebus» è dunque questa (del rebus del carattere conservatore della rivoluzione inglese, del nostro odierno rebus sulla durezza a morire della monarchia d’Inghilterra). Essa sta nella
«alleanza permanente in cui si trova la borghesia con la maggior parte dei grandi possidenti; alleanza che distingue realmente (non letterariamente come le balle sulla religiosità e la miscredenza, la turbolenza e il lealismo…) la rivoluzione inglese da quella francese, che annientò il grande possesso fondiario col parcellamento. Questa classe dei grandi possidenti collegata con la borghesia, non si trovò, come il gran possesso fondiario francese del 1789, in contraddizione, ma piuttosto in perfetto accordo con le condizioni di vita della borghesia, Il grande possesso inglese non era in realtà una proprietà feudale, bensì una proprietà borghese».

Qui davvero ci si dovrebbe fermare e ribattere una serie di martellate. La sistemazione agraria feudale è questa: un territorio su cui il signore governa e tiene in personale dipendenza i lavoratori della terra, cui vieta perfino il mutar sede. Questi stanno con le loro famiglie in piccole zone parcellate, ma tutti recano una prestazione di prodotto e di lavoro gratuita al signore. Francia 1789, Russia 1917: sopravviene la rivoluzione e sbatte via fisicamente i signori: il servo resta dove è, lavora come e dove lavorava, ma è libero: tutto il prodotto del suo lembo di terra e del suo braccio è suo. Questa forma rivoluzionaria, veramente potente solo nell’epopea francese, ove ricchezza fisica di suolo e di clima e millenaria colonizzazione e bonificazione avevano delineato lotti prosperi come giardini, diviene una tarda fredda ripercussione nelle steppe estensive di Russia, e una scempia copia nelle province arretrate dell’Europa orientale in una fascia dal Baltico all’Egeo dove sopravvivevano ibridamente forme di feudalesimo agonizzante, quando dopo l’ultima guerra cadono sotto il potere del capitalismo statale russo.

Ma la sistemazione agraria borghese è quella in cui una grande zona di terra costituisce una azienda unica sotto un solo padrone che la esercisce con lavoratori a salario già liberi (come in Inghilterra da almeno sei secoli) o con affittaiuoli capitalisti. Questo stesso tipo giuridico va dagli estremi della armentizia estensiva a quelli della grande tenuta meccanizzata a tipo industriale. Non la rivoluzione borghese parcelló queste terre, tanto meno lo farà la rivoluzione proletaria.

Di qui la fesseria gigante nell’applicazione all’Italia, dove De Gasperi e Togliatti teorizzano insieme, e il secondo vorrebbe solo che quantitativamente si attuasse di più la insensata riforma (come vorrebbe che nel campo edilizio si costruisse quantitativamente ancora di più, ma collo stesso indirizzo beota e mariuolo).

Il fondamentale teorema marxista per l’Italia dice così: Nord: siamo in piena grande azienda capitalista dai tempi di Leonardo; e quindi con possesso borghese in grande. Centro: siamo al parcellamento giardinato prima della Francia, ma senza la signoria feudale che fu sgombrata via dal tempo dei Comuni; e quindi medio e piccolo possesso borghese. Sud: il grande possesso, non più feudale non dal tempo di Gioacchino Murat ma da quello… di Federico di Svevia, bensì sovrapposto, salvo alcune zone, «giardinate», ad una coltura primitiva o alla pastorizia, e alla mancata bonifica dovuta all’assenza di uno Stato nazionale forte e potente, forma da secoli un possesso borghese di grande estensione e basso valore, analogo a quello inglese degli ultimi secoli. Una stessa legge borghese disciplina nelle tre Italie il rapporto, senza urto notevole colle legislazioni anteriori al 1865: non resta da fare nessuna riforma antifeudale, come chiedono i giostratori parlamentari da strapazzo. L’agricoltura italiana cambierà quando si rompano i limiti dell’economia e del diritto capitalista e mercantile.

Proprietà e corona

Lo sviluppo della società inglese fu poi descritto magistralmente da Marx nei capitoli sulla Accumulazione iniziale della sua massima opera. Qui Engels da questo scorcio del compromesso tra ricchi terrieri e padroni industriali, che costituì il tessuto della forma politica di monarchia costituzionale.
«Da una parte i proprietari fondiari mettevano a disposizione della borghesia industriale la popolazione necessaria all’esercizio della manifattura, e dall’altro erano in condizioni di dare all’agricoltura quello sviluppo che corrispondeva alle condizioni dell’industria e del commercio. Di qui i loro interessi comuni colla borghesia, di qui la loro alleanza con essa».

«Col consolidamento della monarchia costituzionale finisce dunque, per il signor Guizot, la storia dell’Inghilterra. Ma per contrario, nella realtà, solo col consolidamento della monarchia costituzionale incomincia il grandioso sviluppo e la trasformazione della società borghese in Inghilterra. Dove egli non vede che beata tranquillità e pace idilliaca, si svilupparono in realtà i più violenti conflitti, le rivoluzioni più decisive… Una nuova e più gigantesca borghesia si sviluppa; e, mentre la vecchia borghesia lotta contro la rivoluzione francese, la nuova conquista il mercato mondiale… Essa si conquista una diretta rappresentanza nel Parlamento e se ne vale per annientare gli ultimi avanzi di una forza reale che sono rimasti al possesso fondiario».

Fin qui la chiave di Engels e Marx per sciogliere il rebus dinastico inglese è chiaro. La monarchia è stata espressione dell’alleanza tra i proprietari fondiari e la borghesia manifatturiera commerciale e finanziaria, ed i proprietari fondiari non costituivano un’antica signoria feudale bensì erano usciti dalla espropriazione dei beni della chiesa cattolica, che fu fino alla Riforma pressoché il solo «grande feudatario» inglese. Non sempre le monarchie hanno avuto tale compito storico: in Svezia lottarono fieramente contro la nobiltà e i suoi privilegi, poggiandosi sulla borghesia, e sui piccoli contadini liberi, nel recuperare i beni della Corona. Lotte non dissimili si ebbero nel Regno di Napoli, Stato fortemente unitario che tenne sempre in soggezione i baroni.

Se la vecchia borghesia inglese è in così stretta alleanza con la proprietà terriera, la nuova – che potremmo oggi dire quella della fase imperialista – tende a ridurne i privilegi, nella lotta dei Comuni contro la Camera dei Pari, dei liberali contro i conservatori. Ma intanto sorge una nuova poderosa classe, il proletariato inglese, il primo e più concentrato nel mondo capitalista dell’Ottocento. Qui un nostro contraddittore potrebbe trovare in difetto la conclusione di Engels. Con lo sviluppo del capitalismo e il grandeggiare del salariato si sono poste le basi per una ulteriore gigantesca lotta, che nel 1850 sembrava vicina, e che avrebbe condotto al crollo dell’equilibrio costituzionale inglese. Dobbiamo nel ricostruire essere fedeli:
«L’Inghilterra sotto la protezione della monarchia costituzionale ha sviluppato gli elementi di una rivoluzione sociale, ben più radicali che in tutti gli altri Stati del mondo presi insieme».

Ora, un secolo dopo tale descrizione la monarchia inglese nella forma tradizionale è ancora lì. La tensione della lotta tra proletariato e borghesia sembra ridotta appunto ad una competizione «nella» costituzione, ed il partito della classe operaia che Engels vedeva formarsi contro i due partiti tradizionali, terriero e capitalista, non è che un partito di governo, e nelle parentesi una banale opposizione di sua maestà.

Vi è però l’altro aspetto della questione, che sta a dimostrare che il secolo non è passato senza costrutto. Malgrado le guerre antigiacobine e antinapoleoniche vinte dall’Inghilterra, il grande capitale e il denso proletariato sono diffusi in tutta l’Europa. Malgrado due guerre mondiali, anche ufficialmente vinte dall’Inghilterra, grande capitale e fitto proletariato sono diffusi in tutti i continenti della terra. Il fasto della Coronation, breve parentesi alla odierna britannica astinenza, doveva soprattutto servire a nascondere la chiusura del periodo di pace sociale e di addormentamento del proletariato inglese, chiaramente diagnosticato da Marx ed Engels e Lenin a tante riprese. Il popolo dai cinque pasti, che era solo o quasi a pompare nel serbatoio immane dell’imperialismo intercontinentale, ha deposta la sua posizione di primato davanti all’America, e si riduce alla parte di nobile decaduto della storia.

OGGI

Eddy e Bertie

Sciogliere i rebus colla tecnica di un secolo fa sembra una menomazione ai fanatici lettori dai materiali aggiornati. Diamo quindi loro un tantino di spago. Nell’epoca del suo irrompere nel mondo e nel tempo la classe borghese apportava un vivaio di uomini di ingegno; oggi affoga nel pantano della mediocrità e tiene all’avanguardia del suo lavoro di dottrina e di amministrazione una selezione di rammolliti. Abbiamo tante volte spiegato: per il nostro metodo, le cause del divenire storico sono nelle condizioni degli uomini intesi come collettività e nelle grandi convulsioni di questi dati materiali. Nel periodo cruciale la collettività di avanguardia lancia in avanti e mette in luce, come suoi agenti ed umani utensili, i forti, i validi, i geniali – ma nei periodi di limacciosa stasi e peggio, quando il benefico cataclisma è rientrato mentre certe sue condizioni erano mature, schiera in primo piano uno stato-maggiore di imbecilli. Materiale umano per formare gli uomini di rilievo ve ne è sempre almeno mille volte più numeroso di quello che utilizza la storia. Ma questa solo in dati periodi vi attinge a piene mani. Chi si sente Achille in seno ed è candidato al proscenio, quando nasce in tempo fesso ha sempre un mezzo per «riuscire» e per «sfondare»: fessificarsi. Oggi squisitamente è il tempo in cui la scena politica mondiale è tenuta da fessi o da furbi autofessificati.

Circola tuttavia per il mondo qualche uomo intelligente, e ve ne è uno accoppiato con una donna non meno intelligente: abbiamo nominato Eddy e Wally. I giornalisti mobilitati dal trust dei cervelli castrati hanno chiesto loro se talvolta non rimpiangono il gesto con cui Edoardo VIII nel 1936 lasciò, sul punto di essere incoronato, il trono inglese al fratello Alberto (Giorgio VI) per sposare la divorziata Simpson, e se non rimpiangono l’assenza dalla cerimonia di Westminster. I due hanno francamente riso: sì, lui ha detto, talvolta ci diverte immaginare di essere il Re e la Regina d’Inghilterra! Il giornalista di servizio non ha potuto che apprezzare lo spirito col quale Eddy ha voluto dire che non rimpiange di aver posposto il trono alla Wally. Ma la verità non sta in questo, se non per il pubblico dei rotocalchi. Edoardo non ha rinunziato per sposare Wally, e non intendeva fare della borghese e fine signora la Regina: lo ha fatto perché non si sentiva abbastanza fesso o disposto a fessificarsi.

In uno scritto, che ha dovuto concedere ai giornali per far fronte alle magre entrate del simbolico ducato di Windsor e rimediare alla tirchieria degli amministratori di Palazzo Buckingam, l’ex re tratta dell’incoronazione della nipote. Egli si pone nettamente il problema della sorte storica della monarchia inglese con le crude parole:
«L’incoronazione di mia nipote non potrebbe essere quella dell’ultimo sovrano inglese?».
Egli, che naturalmente per diplomazia non opta per tale ipotesi, attribuisce a tale sensazione la morbosa curiosità americana, e fa seguire tale quesito alla elencazione di tutte le monarchie cadute, a cavallo di due guerre, rilevando che ne restano in Europa, come accennavamo, soltanto sei. Tenta poi un parallelo con l’incoronazione di Vittoria, diciottenne, che regnò dal 1837 al 1901. Ma, buon Edoardo, la formidabile Vittoria non nacque al tempo dell’infessimento sociale.

Non è in questo che ci interessa il testo come «materiale 1953» e quindi di ultima edizione. L’autore ricorda il legame – marxista – tra grande classe terriera inglese e monarchia, e ricorda le perdite di ricchezza, potenza, e prestigio che inesorabilmente tale classe ha subito. Ricorda al proposito una conversazione avuta l’ultima volta che fu a Palazzo col fratello Bertie: Alberto, immalinconito nel ruolo incolore di duca di York, scolorito tra le vecchie tappezzerie dei saloni di S. Giacomo.
«Il declino economico del patriziato terriero inevitabilmente sta finendo per arenare il monarca e la sua corte come una nave su fondali troppo bassi. È un processo che continua inesorabilmente; l’ultima volta che vidi mio fratello Bertie a Buckingam Palace mi disse in tono quasi desolato: se continua così finirò per essere nella situazione poco invidiabile dell’ultimo proprietario di terre di tutto il Regno».

Muoiono i Re di sconfitta o di rivoluzione. Mentre il gettito della preda imperialista ha finora tenuta lontana la rivoluzione dalla Gran Bretagna, e mentre per disgrazia del mondo la sconfitta non l’ha toccata nelle guerre immani recenti, Eddy e Bertie sembrano pensare che i re hanno un terzo modo di morire: di fame.

Il compulsato documento di «fonte informatissima» e di «data aggiornatissima» ci restituisce intatta la tesi di Engels di fronte a Guizot enunciata nel 1850. È qui, o studenti nevrastenici e periferici del mistero storico, o dilettanti dell’ultima pubblicazione, la forza del nostro metodo. Proprio perché siamo nel 1953 giuriamo nelle parole di Engels o di Marx e le riconsideriamo una per una: perché oggi appare quanto veramente potente fosse l’indagine, che quel tempo fremente rese possibile. Vivendo al loro tempo ci saremmo forse permessi di «verificare» prima di credere. Ma oggi la verifica sta in una eruzione di fatti che hanno incendiato il mondo, ed è ridicolo ricercarla tra i tasti della povera nostra macchina da scrivere. Guaglioni, non vi è rimasto niente da verificare. Rigate diritto, righiamo diritto.

È fuori della storia del proletariato moderno ogni movimento che non ha tra i suoi postulati la caduta della potenza inglese, della monarchia inglese.

Cittadini sudditi

La rivoluzione borghese creò la figura illusoria del cittadino sovrano. Deposto il re, o conquistata l’indipendenza, la giovane borghesia predicò al popolo che con essa aveva lottato e in cui tentava di confondere i suoi connotati di classe, che non dovevano esservi più sovrani per diritto ereditario o divino. Ogni cittadino doveva possedere la sua particola di sovranità e servirsene con un meccanismo dagli infiniti aspetti, sancito dalle varie dichiarazioni e costituzioni. Nacque l’epoca del più grande imbroglio della storia, quella della consultazione popolare e del suffragio universale. La lotta che a questo condusse fu parimenti una lotta grandiosa e reale. I meccanismi di delega che ne sorsero nei vari tempi sono davvero ridicoli, ma ciò nulla toglie al peso del trapasso storico. Ad esempio, e tanto per tornare ad Eddy, un espediente curiosissimo (altro che legge truffa) lo propose il Premier liberale Asquith per fare passare il Parlament Bill, che toglieva alla conservatrice Camera dei Lords il diritto di veto sulle leggi finanziarie. Si era nel 1909 ed il re Edoardo VII – che già se ne fregava abbastanza della politica – dovette grattarsi la pera a suggerimento di nominare di un colpo cinquecento nuovi pari di Inghilterra per rovesciare la maggioranza. Ma poi la Camera Alta ebbe a capitolare. Ed oggi un socialista ex-ministro della Corona avrebbe proposto che si tolga ai nobili il privilegio di portare all’incoronazione spada, speroni, baldacchino, ecc., e lo si dia a scienziati, contadini e operai metallurgici che sono «il sale della terra». Già, ma simbolo per simbolo (chi ha sale non dovrebbe aver bisogno di simbolo) meglio porterebbe zappe, falci, martelli e compassi…

In questi giorni è ricorso l’Indipendence Day americano, 4 luglio 1776. È stato da un giornale, americano di lingua, riprodotta in facsimile la Unanime dichiarazione dei tredici Stati Uniti di America firmata da tutti i delegati al Congresso, che sanciva il distacco dalla Corona Inglese. In testa sono riportati due volti: quello del Presidente Giorgio Washington di allora e quello del Presidente di oggi, 177 anni di intervallo tra una faccia di uomo e una di carta.

Al fondatore della repubblica delle stelle non affibbiarono certo nomignoli e non tributarono campagne pubblicitarie con distintivi e canzonette ed altri espedienti ancora più chiassosi e spassosi. Generale anche quello, si considerava sul serio un borghese tra i borghesi e un cittadino non più sovrano degli altri. Il grande fatto storico dette – per Marx – il segnale alla Rivoluzione di Francia, come la guerra civile del 1866, altra storica conquista borghese, lo dette alla rivoluzione proletaria, schiacciata nella Comune.

Ma oggi i cittadini sovrani nel paese tipo, l’America, forse perché la forza stessa dei fatti mette in derisione questo libero arbitrio del povero uomo qualunque, ironizzato in tutte le vignette come «and who» (e chi? come a dire: chi cavolo sei cittadino elettore?), mostrano l’irresistibile libidine di essere cittadini sudditi, vile caratteristica di tutte le epoche di putrefazione di forme sociali vissute troppo a lungo. Con Ike questa sete non se la sono tolta del tutto perché, comunque, malgrado l’orgia di popolarità aveva non meno incensati competitori, prima nel suo partito, poi nella elezione presidenziale. Per sfamare una tale contemporanea morbosa brama passiva, di sottomettersi, di genuflettersi, di farlo a terga voltate se occorre, non basta un Presidente in una rabberciata Casa Bianca, occorre l’Unico o l’Unica alla cui elevazione tutti senza eccezione i componenti di un popolo, tutti senza eccezione i curiosi del globo, spettatori, lettori, ascoltatori, possano entusiasmarsi, assaggiando il piacevole isterico orgasmo della collettiva curiosità imbecille.

La stolta voga del «Big»

Perduta dal capitalismo la magnifica chance di morire dopo la Prima Guerra Mondiale, e dal proletariato quella di soffocarlo sotto gli scudi di una moltitudine di una classe di un partito tremendamente anonimi come nei «delitti di folla», la moderna mentalità borghese perdette l’antica irriverenza e strafottenza che erano valse alla conquista del mondo, e ovunque si cercò dei Capi. Essi stavano agli antichi Re, mandati – secondo la retorica espressione derisa in Guizot – dal Dio Armato, come il pescecane, il parvenu stanno al gran Signore delle epoche pre-borghesi.

Furono, dalla fine circa della prima guerra, chiamati i Big, i Grandi. Non grandi per favolose storie di imprese, ma per trovarsi ai vertici delle piramidi statali di prima grandezza. Come big si presentò lo squallido Wilson, per sistemare l’Europa nel congresso ristretto dei quattro grandi alleati di Versailles. Ma poi i poteri personali o la superstizione di essi prevalsero nei paesi ove la lotta delle classi succeduta alla guerra aveva degenerato, troppo essendo minorato il movimento collettivo operaio dall’inginocchiamento alle borghesi divinità delle patrie negli anni di guerra. Si fece il gioco rovinoso di personalizzare in Lenin lo sforzo immenso del partito rivoluzionario contro l’imperialismo che si andava riassestando, in Lenin dal gigantesco cervello e dall’umile abito, più lontano dal compassato rigore di un Washington di quanto questi lo fosse nella sua semplicità borghese dal fasto dei coronati monarchi, in Lenin che aveva intorno a sé un magnifico gruppo di elementi di primo valore e un partito di migliaia e migliaia di componenti tutti all’altezza di una fase rivoluzionaria della storia.

Questa forma spinta alla idolatria fu disfattista, fosse essa usata tra noi o fuori di noi. Nessuno più di Lenin stesso lottò per disperderla.

Ma poi fu la controffensiva borghese che si polarizzò intorno a singoli condottieri della guerra sociale: duci, führers, conducatores, caudilli, poglavnici, e simile zoologia. Nel tempo della seconda grande guerra ed ancora oggi tutto si affida e si attende da questi storici incontri di big, senza smontarsi per la facilità con cui le persone si sostituiscono, quando ad esempio le elezioni inglesi si alternano nella vittoria di Attlee e di Churchill, quando Truman surroga Roosevelt, Malenkov Stalin, e via via. Il mondo pende sempre dal sorriso che può spuntare o gelarsi sulle labbra di quei pochi eletti, dall’effetto che fa sul loro ventricolo la colazione di gala o la qualità dello «champagne» levato nei calici.

Il congresso della Santa Alleanza faceva con metodo più serio il mondo a fette che questi convegni, il cui elemento decisivo della sorte di uomini a miliardi sarebbe solo la capacità di uno dei grandi di barare al gioco con l’altro. I vincitori di Napoleone (se lo disistimassimo lo chiameremmo «il big») si assisero a Vienna «come delegati della Provvidenza» per governare i popoli, «come rami di una stessa famiglia» applicando «i precetti della Santa Religione». Una tale dottrina rende tuttavia meno idiota il rapporto che si stabilisce tra quattro che deliberano il destino dell’umanità, e i due miliardi e mezzo che come foglie al vento seguono i loro dettati.

Albe e tramonti

Come Lenin può ben spiegare il confronto del determinante maneggio di uomini che fa la storia rivoluzionaria in opposto alla storia reazionaria, se lo confrontiamo coi Capi affibbiati ai pletorici partiti di oggi, poveri ometti che vanno e vengono dagli altari alla polvere, come oggi è di turno quel buon Racocy, che tra tante colpe non ha quella di non aver letto Marx; così possiamo prendere ai due poli dell’epoca borghese il massimo Napoleone, la minima Elisabetta. Fragile donnetta, la allenano per settimane a «sudare» sotto il peso dei sovrapposti mantelli, fanno le prove a dipingerla con un trucco «rosso e crema di pesca» con provini per la televisione e il film a colori, le fanno recitare i passi e la parte della interminabile recita. Deve prender nella manina la spada dello Stato, lo scettro, il globo simbolo dell’impero. Vittoria aveva detto all’arcivescovo: e di questo che ne faccio? Vostra Maestà deve degnarsi di tenerlo!

La Corona di Sant’Edoardo pesa tre chili, ma per fortuna la regia la vuole subito sostituita da quella imperiale, che è un chilo di meno. Formule, preghiere, canti, squilli, cortei, quando tutto è finito la disgraziata è ridotta peggio di un gregario del giro di Francia dopo una tappa sul pavé.

Ma quando il corso Bonaparte, figlio di borghesi e pochi anni prima ufficialetto sforcato di artiglieria, ebbe dinanzi il tremolante Pontefice che aveva per convincerlo alla cerimonia schiaffato in prigione, andò per le spicce; gli tolse la Corona di mano e se la calzò come un qualunque kepi: Dio me l’ha data, guai a chi la tocca! Come un papa, anche un dio poteva ancora servire a quel magnifico utensile dell’avanzata del Capitale. Poi alzò le spalle e volse le terga.

Il «terrific impact»

Le libere cittadine di America fremevano per la trasmissione della cerimonia come se ci vedessero una affermazione di femminismo. Ma donne regine ce ne sono state migliaia di anni prima dell’epoca borghese, ed hanno piegato gli uomini non solo come bellezze ma come sovrane, governatrici e guerriere. Un puro accidente protocollare dà in questo caso al monarca inglese il sesso femminile, e non per la prima volta, e certamente non per ripetere le grandi Elisabette e le grandi Vittorie.

Comunque l’emozione acutizzata da un così vasto e abile battage mondiale, pare che abbia raggiunto estremi patologici, stati di convulsione, fremiti di follia. La civilissima America sembra stare al livello dei popoli orientali nelle sacre orge in cui i fedeli erano spinti ebbri di fanatismo a gettarsi spontaneamente sotto le ruote dell’avanzante Jaggernaut, del carro del Dio.

Questo morboso stato d’animo, l’ennesimo che ci conferma di vivere la maledetta epoca di una società in decomposizione, è stato qualificato dai testimoni come terrific impact. Uno choc di grande violenza, una specie di estasi paralizzante, di concitazione panica, di frenesia da saturnali. Se ne sono occupati gli psicanalisti. L’acme dell’orgasmo ha coinciso col momento in cui Filippo si è inginocchiato davanti alla sposa! Sarebbe stata questa una vittoria sulla virilità, in una guerra dei sessi!

Non un sesso sull’altro ha vinto, deformata visione di una società individualista, anzi limitata all’individualismo, ma il principio stolto della soggezione all’essere eccezionale da parte delle moltitudini prone e ubriache.

Questo tempo di ruffiani e di leccapiedi non troverà fine, se non sorgerà contro di lui un movimento universale e potente, inesorabilmente anonimo, che non annunzierà nomi di capi, che compirà un auto-da-fé feroce dei protocolli cerimoniali.

URSS Società Anonima

Il Consiglio dei Ministri dell’Unione sovietica ha deciso il 24 dello scorso mese il lancio di un nuovo colossale prestito di quindici miliardi di rubli. Cifra veramente impressionante, se si considera che il rublo è circa un quarto di dollaro, e cioè poco meno di 200 lire italiane. Quindici miliardi di rubli, per chi ama la precisione, equivalgono a circa 2300 miliardi di lire.

Prestiti di Stato nei paesi capitalistici sono ordinaria amministrazione. In Italia, la radio svolge addirittura il servizio di pubblicità alle obbligazioni I.R.I.-S.I.D.E.R., invitando gli ascoltatori, miliardari in villeggiatura o disoccupati impegnati nei cantieri-scuola che siano, a sottoscrivere al prestito a favore della siderurgia nazionale. In Russia nulla avviene di diverso. Né il parallelo può dirsi arbitrario visto che se le industrie di grandi dimensioni sono lassù di proprietà dello Stato, in Italia le industrie siderurgiche sono pure esse, in sostanza se non di forma, proprietà dello Stato tramite l’I.R.I.

Lo Stato sollecitatore di prestiti non è dunque una novità al di là della cosiddetta cortina di ferro. Non lo sono neppure le modalità dei prestiti.

Quello di cui ci occupiamo, e che secondo l’«Unità» (29-6) fu superato in appena 3 giorni, essendo stato sottoscritto per la somma di 15.343 milioni di rubli entro il 27 giugno sera, non presenta nessuna differenziazione dallo schema usuale di analoghe operazioni finanziarie eseguite quotidianamente dalle società anonime e dai Ministeri delle Finanze dei paesi di avanzato capitalismo. Chi acquista le cartelle dei prestiti emessi dal Governo di Mosca ha diritto ad interessi annui, a premi, a esenzioni da tassazioni statale e locale. I titoli sono negoziabili, per cui costituiscono l’oggetto di un mercato di valori mobiliari. Prova decisiva questa che il mercantilismo, la trasformazione in merce permutabile con denaro di qualsiasi prodotto del lavoro sociale, ha completato in Russia il suo corso storico sconfinando profondamente nel campo del capitalismo finanziario e parassitario. Essendo abolita la figura giuridica del proprietario privato di grandi industrie, i profittatori dello sfruttamento capitalista del lavoro salariato assumono l’aspetto anonimo ed impersonale dei «rentiers», dei redditieri che vivono tagliando «coupons», avendo a che fare unicamente con le banche in cui vanno a ritirare gli interessi corrisposti dal mutuatario. Fenomeno grandeggiante nella fase imperialista.

In Russia, il mutuatario, colui che scende sul mercato del denaro per ottenere prestiti è lo Stato, che pure secondo la costituzione staliniana è padrone e gestore della grande industria russa, delle miniere, dei trasporti, della terra coltivabile. Secondo l’ormai abusato luogo comune dello Stato padrone, con cui si cerca di estendere a tutto il processo produttivo russo le forme della gestione statale, mentre in effetti, e per diretta ammissione dello stesso Stalin, esse sono limitate al settore della grande industria, lo Stato russo sarebbe un despota economico onnipotente. Invece, i prestiti, specie quelli del dopoguerra lanciati a ritmo serrato ed assommanti ormai ad una cifra enorme di miliardi (il penultimo lanciato nel maggio del 1952 per la somma di 30 miliardi di rubli, seguiva un altro della stessa cifra emesso nel 1951) stanno a dimostrare incontrovertibilmente il contrario. Lo Stato imprenditore è soggetto al capitale finanziario posseduto da privati. Ciò basterebbe da solo a smontare la balorda interpretazione del capitalismo russo come «economia accentrata nell’ambito dello Stato». Di uno Stato che versa un colossale monte di interessi a privati detentori di titoli non può dirsi che «accentri» nelle sue mani, le famose mani dei funzionari, il controllo totalitario delle forze produttive.

Nel Filo del tempo «Socialismo da coupons» (Battaglia Comunista n. 11, 1951) si calcolava che all’epoca il debito pubblico dello Stato russo doveva oltrepassare i cento miliardi di rubli equivalenti a circa ventimila miliardi di lire italiane. Aggiungendo i 30 miliardi del 1952 e i 15 miliardi odierni la già astronomica cifra sale a centocinquantacinque miliardi di rubli equivalenti a circa trentamila miliardi di lire italiane. Tanto deve lo Stato russo ai privati sottoscrittori dei suoi prestiti. A venti anni dall’emissione dei titoli dovrà aver rimborsato i creditori in base ai premi o alla pari, frattanto corrisponde interessi al 5 o al 3,50 per cento. Lo Stato «padrone» di Mosca è in realtà «debitore» di fronte a privati, proprio come avviene nei paradisi capitalisti di Occidente. Sfugge al suo controllo immediato tutto il gigantesco giro di affari che si svolge nell’agricoltura, cooperativizzata o meno, dove produttori, isolati o sindacati nei colcos, dispongono privatamente dei prodotti del suolo, che immettono al consumo tramite il mercato privato. Viene escluso necessariamente dai vari trapassi commerciali (vendita all’ingrosso, trasporto, mediazione, rivendita al dettagliante, ecc.) ove attendono al varco la speculazione e la tesaurizzazione. Non gestisce la piccola e media industria (vedi «I problemi economici del socialismo» di Stalin). Si comprende bene allora come il capitale monetario debba accumularsi in mani di privati, pur uscendo il flusso montante di rubli dalle tipografie della zecca di Stato di Mosca.

Chi sono i sottoscrittori dei prestiti statali russi? Da quali zone sociali lo Stato imprenditore attinge il capitale destinato agli investimenti? È chiaro che costoro costituiscono una sorta di società anonima, che seppure non si organizza nelle forme istituzionali delle società per azioni di tipo tradizionale, ne ripete tuttavia esattamente il sostanziale funzionamento. Si sa che cosa è e come funziona una anonima, ad esempio la Montecatini: un capitale sociale diviso in un numero variabile di quote (azioni), detenute da privati o da Enti, cui viene corrisposto, alla fine dell’esercizio, e detratte le somme destinate alle riserve e alle spese di ammortamento, parti percentuali dell’utile complessivo. In Russia non esistono formalmente società per azioni, ma in pratica coloro che sottoscrivono ai prestiti di Stato, per il fatto che il montante di questi raggiunge ormai cifre colossali, agiscono come veri e propri azionisti, o meglio, come obbligazionisti: raccolgono insieme con apporti di varie dimensioni un capitale, ne affidano l’investimento e la gestione agli Enti economici statali, ricevendone un utile sotto forma di interesse. E quali interessi! Al tasso medio del 5 per cento, le banche di Stato debbono versare a fronte di centocinquantacinque miliardi di rubli, un interesse pari a 7250 milioni di rubli all’anno. Chi intasca tanto?

La questione non è di importanza fondamentale. Per identificare la struttura economica e l’aspetto sociale del «mondo del socialismo», non occorre affatto la rilevazione statistica della classe dominante, non occorre conoscere nomi e consistenza patrimoniale delle persone fisiche che beneficiano dello sfruttamento del lavoro salariato. La classe dominante non si esaurisce nei nomi dei suoi esponenti più famigerati: i Ford, i Morgan, i Krupp, i Brusadelli, che sono essi stessi un prodotto, insieme alla restante massa anonima e impersonale che milita nel campo capitalista, di materiali rapporti di produzione tra capitale e lavoro salariato.

La pretesa che medesime forme di produzione, come il credito e il capitale produttivo di interessi, che sono proprie del capitalismo, possano essere utilizzate a beneficio del salariato, costituisce la menzogna fondamentale delle false dottrine staliniste. L’esistenza della piccola e media produzione, come del commercio privato o di Stato, da cui scaturisce inevitabilmente la tesaurizzazione e il capitalismo, ci dicono inequivocabilmente, senza bisogno di andare a vedere in Russia, chi sono coloro che prestano allo Stato, e incassando interessi accrescono i loro capitali. Ma ammettiamo pure che i sottoscrittori dei prestiti di Stato siano gli operai salariati. Ebbene? L’azionariato operaio è una colonna principale dell’opportunismo nei maggiori paesi capitalisti. La famosa aristocrazia operaia americana può comprare il frigorifero o la Ford, come può, se l’infatuazione piccolo-borghese lo vuole, acquistare, poniamo, le nuove obbligazioni della General Motors. Non c’è dubbio che in Russia esista uno strato meglio retribuito del proletariato, costituito da stakhanovisti, eroi del lavoro, specialisti, che sottoscrive patriotticamente ai prestiti di Stato. Ma, facendo astrazione dal fatto che i salari russi sono classificati secondo una rigorosa scala di valori, ammettiamo pure l’ipotesi inverosimile che l’utile dell’industria statale venga ripartito, tramite salari e gli interessi nell’ambito del lavoro salariato. Sarebbe dunque il socialismo la collaborazione tra Capitale e Lavoro salariato? Certamente, no.

La collaborazione tra Capitale e opportunismo operaio costituisce una forza storica dell’accumulazione capitalista e della costruzione dei possenti centri statali, su cui poggia la dominazione mondiale del capitale. Inghilterra ieri, Stati Uniti oggi, insegnano. Che la Russia non abbia profittato della lezione, proprio non si può dire. Essa tende al primato imperialista, e non lo potrebbe senza drizzare in piedi una gigantesca industria pesante. Il credito è la via obbligata per arrivarci finché dura il regime del lavoro salariato.