Sui luoghi della rivolta proletaria danzano i necrofori borghesi
Sotto i piedi del gigante di creta capitalista, la terra di Berlino scotta. È il ricordo dell’altro dopoguerra, quando l’esplosione sociale europea, già vittoriosamente avvenuta a Leningrado e Mosca, si riprodusse minacciosa in un susseguirsi di scoppi, sfortunati bensì ma fecondi di risonanze nella classe operaia internazionale e suscitatori di sgomenti nelle file della borghesia di tutti i Paesi. È, oggi, il ricordo della rivolta berlinese del luglio, primo sintomo del permanere – sotto il velo dell’occupazione e dei controlli – del fermento sociale e della minaccia di nuove esplosioni. È, allora ed oggi, la coscienza che nel cuore dell’Europa si giocano le sorti del capitalismo internazionale, perché è qui che l’industria ha raggiunto i più alti livelli, la concentrazione operaia è fortissima, le tensioni sociali profonde.
Appunto perché questo terreno scotta, alla fine del secondo conflitto mondiale Berlino fu occupata e divisa in quattro zone di controllo: isolati dunque e spezzettati i grandi concentramenti operai, sotto la cappa di una quadruplice ma solidale polizia. E i Grandi scelsero anche allora Berlino e Potsdam per il primo incontro di «pace», quasi a simboleggiare di fronte al potenziale rivoluzionario del proletariato la loro strapotenza di reggitori di un mondo falsamente liberato. Oggi, a otto anni da una liberazione irta di carri armati, hanno scelto ancora Berlino per condurre sul luogo stesso della rivolta operaia schiacciata dai carri armati liberatori la macabra danza dell’incontro «ad altissimo livello».
La ricetta che i necrofori riuniti a Berlino hanno in tasca, e di cui si contendono l’esclusiva, è unica: democrazia; la gara è a chi è più democratico puro. Elezioni libere da un lato; plebiscito dall’altro; su entrambe le sponde, una dannata paura che dai colloqui esca una soluzione che renda possibile la rinascita di un proletariato tedesco unito senza polizie ed eserciti quadripartiti a controllarne le mosse e, se occorre, a spezzargli le reni. La loro paura è quella, non già il terrore tanto invocato della rinascita del militarismo prussiano – di cui l’una e l’altra parte sarebbero ben liete di servirsi per le loro mire imperiali. E danzeranno a lungo per trasformare questa battaglia per cacciar la paura sociale in un’epica lotta per il trionfo degli eterni principii.
Che cosa uscirà da questa danza macabra? Molotov invoca il «ritorno allo spirito di Potsdam», e Togliatti e compagni gli fan coro. Lo spirito di Potsdam è lo spirito della divisione del mondo in sfere d’influenza, dello spezzettamento della Germania, delle riparazioni – il tutto dietro la cortina fumogena della vittoria internazionale della democrazia. Ebbene, questo spirito non ha bisogno di essere rievocato, perché non è mai morto, è lo spirito di questo dopoguerra infame, belante gli eterni principii della eguaglianza, della fratellanza e della libertà, e sanguinante di sfruttamento, di cinismo poliziesco e di guerra. Si mettano o no d’accordo sull’agenda della loro riunione, i necrofori non potranno dare alla Germania e al mondo – in pace o in guerra – che il regime carcerario della loro dominazione imperialistica. Ma qual è il carcere, per quanto perfetto, le cui sbarre non siano saltate ai colpi della rivolta dei detenuti?
Aziendisti del buon Dio
La stampa ha informato di un convegno tenuto a Rapallo fra dirigenti di azienda cattolici, e inaugurato con un discorso dall’arcivescovo di Genova, card. Siri (i neo-porporati si dividono le parti della «apertura sociale»: Lercaro organizza a Bologna preti volanti; Siri reca la sua benedizione ai buoni capi d’azienda decisi a introdurre nella fabbrica un’atmosfera paterna). Il nocciolo delle tesi agitate al convegno è stato la necessità che il supersfruttamento aziendale dell’operaio sia cristianamente abolito, e che l’operaio non più supersfruttato riceva un’equa partecipazione agli utili della grande famiglia dell’azienda.
Mette conto di osservare che rivendicazioni analoghe escono quotidianamente dalla bocca di Di Vittorio e consorti, a ulteriore dimostrazione della convergenza di tutte le correnti «progressiste» borghesi nel comune obiettivo di indorare la pillola dello sfruttamento del lavoro e di legare l’operaio alla fabbrica col fantasma di una gestione familiare e di un regime interno carezzevole.
La storia è vecchia di un secolo, e non vale la pena di tornarci sopra. Ma il fatto che la si ripeta da parte industriale e cattolica e che alla rifrittura si sia creduto necessario di far presenziare un cardinale-arcivescovo (di una delle regioni, inoltre, più battute dal disagio economico e quindi più suscettibili di infezione classista), dimostra – come avevamo osservato in numeri precedenti – che stiamo avviandoci verso un disgustoso periodo di prediche morali e di paternalistiche azioni, di tenerezze verso gli operai, di giri di valzer a sinistra – prologo a nuove e più raffinate fregature.
Come non accordare la benedizione a prospettive di questo genere? Accanto agli attivisti del buon Dio, gli aziendisti del buon Dio. Le messe di La Pira nella fabbrica, e il padrone-chierichetto in direzione!
È l’età dell’oro (l’oro, vogliamo dire, nelle tasche di lor signori).
Morte e miracoli di un "vinto"
Quanto sta accadendo in Germania prova il carattere classista della guerra. Se fosse vero che le guerre scaturiscono da contrasti statali tra le nazioni, le cosiddette «nazioni vinte» dovrebbero subire inevitabilmente decadenza e rovina. Chi al mondo più vinta e sconfitta della Germania? Messa in ginocchio nel 1918, schiacciata al suolo nel ’45, e, per soprammercato, smembrata dai patti di guerra occidentale-russi, dovrebbe figurare oggi, se la dottrina della nazione vinta fosse qualcosa di diverso da una stupidaggine, in coda alla classifica generale degli Stati. Succede, invece, che le cosiddette «nazioni vincitrici» debbano preoccuparsi della insopprimibile vitalità economica e delle minacciose tendenze espansionistiche della due volte vinta Germania.
Nei primi quattro mesi del 1953, la Germania Occidentale ha esportato nel Sud America merci per un valore di 90 milioni di dollari (nel 1952, 104 milioni). La Gran Bretagna, negli stessi paesi e nello stesso periodo, riusciva appena ad esportare per 84 milioni di dollari (l’anno scorso, 145 milioni). Ciò significa che per la prima volta dalla fine della guerra, la Germania ha superato l’Inghilterra sui mercati sud-americani. Relativamente al solo mercato dell’Argentina, il commercio estero tedesco ha superato, per il periodo anzidetto, lo stesso colosso americano. I dati in merito, espressi in milioni di dollari, istituiscono la seguente graduatoria: Germania di Bonn per 30,7; U.S.A. 23,9; e buona ultima, Inghilterra soltanto per 9,6.
Evidentemente, sono gli Stati a dichiarare e condurre le guerre, ma gli Stati stessi obbediscono inevitabilmente a forze superiori che ne determinano l’azione: le forze anonime e impersonali dell’economia capitalista che accomuna tutti gli Stati borghesi. La linea del fuoco e i trattati di alleanza possono ben dividere in opposti campi militari e politici il pianeta intero, le leggi di sviluppo dell’economia capitalista continuano a vigere più rigorose che mai, al di sopra del fronte e delle montagne di morti. Accumulazione e concentrazione del capitale: ecco le leggi storiche dello sviluppo capitalista. La guerra non fa che esaltare il loro imperio, sia negli Stati vincenti che nei perdenti, sia nei vincitori che nei vinti.
Tutti gli Stati belligeranti «vincono» le guerre, i vinti non esclusi. Sembra un paradosso, ma non lo è. Sta a provarlo il fatto che la «vinta» Germania fa mordere la polvere alla «vittoriosa» Inghilterra sui mercati internazionali, e fa scomodare i quattro Grandi. L’enigma si spiega solo con la divisione in classi della società. Che esponenti oscuri e famosi della borghesia tedesca abbiano pagato con la pelle, sui campi di battaglia e sulle forche di Norimberga, non dimostra che la classe borghese tedesca abbia «perso» la guerra. Se le condizioni eccezionali di guerra hanno permesso al meccanismo produttivo tedesco di rafforzarsi, come stanno a provarlo i fatti del dopoguerra, ciò vuol dire che la guerra ha giovato al capitalismo tedesco, come ha giovato ai complessi produttivi capitalistici rivali che si denominano con le sigle U.S.A., U.R.S.S. e Gran Bretagna. Vuol dire che la guerra ha favorito le tendenze organiche alla accumulazione e alla concentrazione della produzione in Germania come altrove. Come si è svolto in pratica il fenomeno? Secondo leggi da un secolo e mezzo riconosciute al capitalismo: compressione del capitale variabile, limitazione drastica delle spese salari, abbassamento brutale del livello di vita delle masse lavoratrici dell’intera Europa. L’azienda «Germania», adoperando la forza armata della Wehrmacht e delle S.S. arruolava gli sterminati eserciti industriali dell’Europa intera, assoggettandole ad un regime di sfruttamento, impossibile in tempi di pace. Col razionamento dei viveri, il modo di vivere da militare, i campi di lavoro forzato e, all’occorrenza, i forni crematori adibiti alla distruzione di bocche da sfamare, il padrone tedesco conduceva il suo affare.
La cosiddetta liberazione, operata dagli eserciti anglo-americani e russo, ricacciando indietro le armate naziste, reintegrava gli antichi padroni nei loro diritti di sfruttamento della mano d’opera locale: gli schiavi salariati francesi ai padroni francesi, gli schiavi salariati italiani ai padroni italiani, e via dicendo. Ma ai capitalisti tedeschi rimaneva ben saldo nelle mani il bottino raccolto da Capo Nord a Capo Passero, dal Golfo di Guascogna al sistema del Caucaso. Che il bottino fosse colossale sta a provarlo il fatto che né i bombardamenti a tappeto né le riparazioni di guerra sono riuscite ad intaccarlo. Ma chi se non il proletariato europeo, ne sopportava le spese?
I sicofanti del capitale affermano che le guerre vengono per tutti. Senza dubbio, nel mostruoso carnaio bellico si mescolano i cadaveri dei proletari e dei borghesi. Ma ciò non smentisce affatto il carattere classista della guerra. Che la guerra serva gli interessi della sola classe borghese, viene provato dal fatto inoppugnabile che sulle tombe dei caduti e sulle case dei sopravvissuti continua a sussistere il modo di produzione capitalista, su cui si fonda la dominazione di classe della borghesia.
Guai a chi si illude di moralizzare la borghesia predicando l’orrore per il sangue e la violenza. L’esempio della Germania che «vinta» risorge ancora più forte di quanto era «vincitrice», santifica la guerra agli occhi della borghesia. Se veramente esistesse il pericolo di «perdere», esso varrebbe a frenare, certamente con energia milioni di volte superiore ai fiati dei predicatori pacifisti, i Governi borghesi. Ma in guerra non perde né lo Stato vittorioso né quello «vinto». Perché mai la borghesia dovrebbe considerare «immorale» la guerra? Per gli sfruttatori tutto ciò che è «redditizio» è morale.
Gilas ha scoperto le carte
I «documenti» apparsi in merito alla riunione del Comitato centrale della Lega dei comunisti jugoslavi da cui è uscito l’allontanamento da tutte le cariche dell’ex-padreterno titista confermano che il suo grave peccato è di aver scoperto le carte prima del tempo; peccato che lo avvicina – per quel poco che se ne sa – a quello del defunto e non compianto Beria in Russia.
Infatti, nel suo discorso, Tito non nega affatto di aver sostenuto, egli e i suoi colleghi del Comitato Centrale, le stesse idee di Gilas. Praticamente, il reo aveva svolto concetti il cui risultato ultimo avrebbe coinciso con la liquidazione del partito e col passaggio ad una forma non meglio specificata di democrazia socialista. Ora, per quel che riguarda il primo punto, Tito ammette di aver «per primo parlato della fine del partito e dello scioglimento della Lega» ma aggiunge di non aver detto «che ciò dovesse avvenire fra sei mesi o fra un anno, ma che questo è un lungo processo». Riguardo al secondo punto, Gilas ha predicato il passaggio ad una democrazia «pura», a una democrazia borghese, e, perfino, una «restaurazione del capitalismo» (e qui si dovrebbe chiedere a Tito in che senso il capitalismo in Jugoslavia non esisterebbe più) come ponte di avvicinamento alle democrazie occidentali, mentre «è esatto che la Jugoslavia si sia avvicinata alle democrazie occidentali, ma non per adottare il loro sistema sociale, bensì per collaborare con esse sul piano della politica estera». E anche qui, è chiaro che Gilas ha soltanto anticipato l’autosmascheramento di un processo inevitabile, non essendo concepibile una «collaborazione sul piano della politica estera» che non si traduca in un avvicinamento sul piano del «sistema politico e sociale».
Ora, per quanto possa sembrare il contrario, l’interesse non solo della Jugoslavia ma dei sostenitori occidentali della Jugoslavia (e aggiungiamo, l’interesse dei suoi sostenitori orientali se Tito fosse rimasto col suo regime nell’orbita sovietica) è che la natura non-socialista, l’essenza capitalista del «socialismo nazionale» jugoslavo, non sia ora denunciata e che non venga perciò meno al fronte occidentale del capitalismo quel pizzico di «sapore sociale» e di «colore rosso» che può guadagnargli le simpatie di strati proletari, e ai dirigenti di Belgrado l’appoggio dei lavoratori all’interno.
Le carte non vanno scoperte anzi tempo. A noi, quel che interessa è che chi le ha in pugno dovrà per forza di cose, presto o tardi, scoprirle. Che siano carte democratiche, borghesi, quindi anticomuniste, l’abbiamo detto ancora quando Tito era «dall’altra sponda», che è per noi sempre una sponda democratica e borghese. L’indisciplina di Gilas è tutta lì: accantonandolo senza sopprimerlo fisicamente, Tito lo ha messo in riserva. Forse insieme con le carte programmatiche, un giorno salterà fuori, ancora fresca, la carta personale Gilas.
Socialismo al 3 per cento
Il ministro delle finanze dell’Afghanistan e l’ambasciatore dell’U.R.S.S. hanno firmato, il giorno 27 gennaio, un accordo in base al quale l’U.R.S.S. accorda un prestito di tre milioni e mezzo di dollari all’Afghanistan.
La notizia era riportata dall’Unità del giorno successivo. Secondo tale giornale la somma verrà impiegata nella costruzione di due grandi silos e di due impianti molitori. L’U.R.S.S. fornirà dei tecnici e riscuoterà un interesse del tre e mezzo per cento, che sarà pagato dall’Afghanistan con l’invio all’U.R.S.S. di cotone, lane e karakul.
Sono anni che lo stalinismo ci rintrona il capo predicando le delizie del «mercato mondiale socialista». Ad ogni occasione, si tratti di un raduno di partigiani della pace o di una dichiarazione di voto a Montecitorio, ci si viene a insegnare che il commercio praticato dalla Russia e satelliti è «socialista» perché esso si svolgerebbe non già secondo le leggi capitaliste, cioè in vista del profitto, ma nel reciproco interesse e aiuto delle parti contraenti. Che grande scoperta! Quasi che il proprietario fondiario che compra macchine dalla Fiat sia «sfruttato» dal capitale industriale! O forse Krupp che oggi è costretto a comprare acciaio da terzi deve ritenersi una vittima del commercio? Poiché ogni capitalista imprenditore compra materie prime da altri capitalisti, e dato che lo scambio delle merci avviene nel «mercato capitalista», se ne dovrebbe concludere che tutti i capitalisti sono… degli sfruttati!…
Quello che gli asini stalinisti non sanno è che lo «sfruttamento capitalista» di cui sessanta volte al minuto si riempiono la bocca, viene operato entro l’azienda, cioè nel mercato della forza lavoro dell’operaio. Krupp e Marinotti intascano il profitto nel momento in cui pagano i salari, che sono solo una parte del valore aggiunto dagli operai alle materie prime lavorate. Quando lanciano sul mercato i loro prodotti non fanno altro che convertire in massa monetaria il sopravalore estorto al salariato.
Ma a compenso della ignoranza della teoria marxista, gli stalinisti sono molto versati nella pratica di cavar denari. I prestiti concessi graziosamente dal governo di Mosca obbediscono rigorosamente alle leggi dell’usura capitalista. L’Afghanistan, che il governo di Mosca tende a raccogliere sotto il proprio mantello protettore, dovrà pagare regolari interessi alle banche moscovite. Un trattamento di favore: appena il tre e mezzo per cento. Ma tra «modesti» interessi, riparazioni di guerra, prelievi delle forze di occupazione, camorra commerciale, ogni giorno Mosca pompa ingenti valori dalle nazioni «amiche». Il non poter imporre lo stesso trattamento cameratesco alle altre nazioni spiega esaurientemente la cosiddetta guerra fredda, il cominform, infine la resistenza rabbiosa all’ingerenza americana.
A meno che...
«In pochi mesi abbiamo assistito al fallimento di De Gasperi, di Piccioni, di Pella e di Fanfani. Ci sembra che basti; a meno che non si voglia porre in liquidazione tutta la classe dirigente che il dopoguerra è riuscito ad esprimere».
Così il Mondo del 2-2. In quell’«a meno che» è la chiave della questione. Il dopoguerra non è riuscito ad esprimere che una classe dirigente fallimentare.
È ora di «porla in liquidazione».
Questioni storiche dell’Internazionale comunista (Pt.1)
I
Sarebbe una goffaggine religiosa dire che la Rivoluzione d’Ottobre esaurita sul terreno storico, sopravviva nelle menti, trasformata in ideale. Come per le persone fisiche non esiste un oltretomba degli avvenimenti, siano essi persino dell’ordine di grandiose pietre miliari nella lotta delle classi. Ma non è men vero che, se effettive cardinali posizioni politiche e sociali andarono distrutte nella sconfitta subita in Russia dal proletariato internazionale, la dottrina rivoluzionaria marxista sopravviveva sicuramente, uscendo indenne dal disastro. Abbiamo detto indenne, non abbiamo detto migliorata, completata, perfezionata. Infatti, se la gigantesca esperienza storica della Rivoluzione di Ottobre, inscindibilmente legata alla battaglia dell’Internazionale Comunista, rimane un prezioso apporto alla fondazione delle premesse delle future lotte rivoluzionarie, ciò non avviene – come pretendono i revisionisti in cerca di punti «sinistrati» del marxismo da ricostruire – perché ne abbia tratto incremento la dottrina marxista la quale non era meno compiuta e completa «prima» della Rivoluzione d’Ottobre che «dopo» – ma certamente perché l’impresa rivoluzionaria del proletariato russo arrecava un’altra decisiva conferma dell’estrema falsità delle ideologie messe in circolazione dai nemici del marxismo.
La Rivoluzione, da quando è apparso (1847) il Manifesto dei Comunisti, che a sua volta era il «bilancio dell’esperienza» dello scontro tra il tramontante mondo feudale e la dominazione borghese, segue, non precede, l’elaborazione teorico-marxista; quando, per usare un’immagine romantica, la folgore rivoluzionaria scoppia, essa non «illumina» il partito comunista, ma sibbene confonde e disperde le costruzioni dottrinarie dei detrattori, dei nemici-amici del revisionismo molto peggiori che i nemici dichiarati, dell’intellettualità borghese. Se l’atto rivoluzionario venisse a dimostrare falsa anche una sola proposizione marxista, esso avverrebbe anche «contro» il marxismo. Ma l’esperienza storica sta lì a dimostrare che è vero il contrario. La Rivoluzione del 1848, da Marx ed Engels vista come doppia-rivoluzione antifeudale e antiborghese, registrò in Francia la vittoria della borghesia, dappertutto la sconfitta del proletariato, ma sicuramente confermò nel fatto una tesi centrale del marxismo, e cioè che l’interclassismo della democrazia borghese è solo menzogna, l’edificio statale essendo lo strumento della dominazione di una classe sulle altre. Di qui il caposaldo programmatico: lo Stato borghese si distrugge, non si conquista. La Comune di Parigi del 1871 provò il falso della dottrina anarchica: alla distruzione dello Stato borghese non può seguire la produzione senza Stato, ma necessariamente la dittatura del proletariato. Ultima nella serie storica, la Rivoluzione d’Ottobre, dimostrò contro il tradimento degli stalinisti che la rivoluzione proletaria non può trionfare in un solo paese.
Chiunque voglia interpretare esattamente. anche senza avere la pretesa di fondare nuovi criteri storiografici, le vicende della Rivoluzione d’Ottobre e della Russia «al tempo di Lenin», non può a meno, crediamo, di prescindere da quanto abbiamo detto fin qui, in stretta dipendenza dal metodo seguito dal nostro movimento. Per riassumere, il punto nostro è questo: la battaglia rivoluzionaria, dalla pubblicazione del «Manifesto», non aggiunge capitoli «nuovi», cioè inediti, non previsti prima, al corpo granitico della dottrina marxista; al contrario distrugge, insieme con le materiali difese statali della borghesia, anche e soprattutto le fortificazioni ideologiche di questa. Non altrimenti concepiamo l’unità tra teoria ed azione, tra programma e movimento politico. Ora ci pare che l’autore del libro «A Mosca al tempo di Lenin», che risponde, al nome del vecchio comunista, giovane per il sentimento rivoluzionario, Alfred Rosmer, guardi la realtà da un punto di vista opposto. Ci pare che Rosmer concepisca la teoria rivoluzionaria, che noi consideriamo anticipatrice sicura dei modi e delle forme del futuro processo storico, come uno strumento contingentemente adattantesi ai «salti» della realtà sociale. I lettori si avvedranno agevolmente che codesto giudizio generale sull’opera di Rosmer, era schizzata nella penultima puntata del «Filo del Tempo». E schiatti chi ci accusa di snocciolare i grani del rosario «altrui». C’è roba «altrui» nel nostro lavoro collettivo di partito?
Ma ritorniamo al libro di Rosmer che, alla stretta dei conti, è un bel libro scritto da un autentico combattente dell’Internazionale Comunista, che riesce, col suo stile semplice ma non freddo, a parlare a quel fondo passionale che impedisce anche al più eccelso teorico marxista di cadere al livello sotto zero del «professore» borghese, pagato per essere tale.
Le inclinazioni non rigidamente marxiste del Rosmer, come appare dal libro suo, sono un’eredità lasciatagli dalla sua formazione intellettuale. Egli stesso ammette che quando si recò a Mosca nel 1920, in qualità di delegato al secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, del cui Comitato Esecutivo doveva divenire membro dal giugno 1920 al giugno 1921, conosceva il marxismo più dalle miserabili contraffazioni messe in giro dai capi opportunisti della Seconda Internazionale, che dalle opere di Lenin (pag. 50). Quando egli avrà tra le mani «Stato e Rivoluzione» e più tardi a Mosca «L’estremismo», solo allora comincerà a guarire dalle convinzioni sindacaliste. Egli apparteneva alle schiere di rivoluzionari che nel 1919-20 aderirono alla Terza Internazionale e al bolscevismo, non a seguito di una convergente esperienza teorica e organizzativa, come accadde per la Frazione Comunista Astensionista rappresentata dal giornale «Il Soviet», sul quale gli scritti di Bordiga svolsero un lavoro parallelo a quello condotto da Lenin in Russia, e come fu il caso del movimento rivoluzionario di Germania culminato nella rivolta della «Lega di Spartaco» di Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg. Rosmer, come molti sindacalisti ed anarchici, si schierò risolutamente dalla parte del comunismo sovietico, perché questi nel dopoguerra apparve alle masse invase dalla febbre rivoluzionaria, il formidabile nemico del socialpatriottismo da cui giustamente si sentivano tradite e sacrificate al macello della guerra imperialista. Tanto più spontanea e profonda doveva essere la loro dedizione alla Terza Internazionale, in quanto il bolscevismo e la Rivoluzione d’Ottobre avevano radicalmente mutato le loro convinzioni sul marxismo, che erano abituati a identificare con le false ideologie degli odiati capi socialdemocratici, corrosi fino al midollo dalla sifilide parlamentare. Il marxismo doveva apparire finalmente nella sua vera essenza di conseguente teorizzazione e pratica attuazione dell’uso della violenza.
Molti rivoluzionari di origine sindacalista, come Rosmer, e anarchici accettarono fervidamente di combattere per l’Internazionale Comunista, perché trovarono in essa il valido strumento di rottura delle incrostazioni opportuniste del movimento operaio. Ma la sfida rivoluzionaria lanciata alla borghesia mondiale, non senza sorpresa, la trovarono scritta, non nella lingua di Bakunin o di Sorel, come avevano creduto fino allora, ma in quella di Marx. Che fossero degli autentici rivoluzionari, desiderosi di lottare per abbattere il capitalismo, lo dimostra il fatto che, senza riserve mentali settarie, abbracciarono e difesero, nelle loro possibilità, il movimento dell’Internazionale Comunista. E sia detto ad onore dei pochi che, come il vecchio Rosmer mantengono fede alla «consegna» ricevuta nel 1920, e della più lunga schiera degli scomparsi.
Il risultato della mancata preparazione teorica e critica alla loro entrata nel campo del comunismo appare da un episodio originale narrato dallo stesso Rosmer nel suo libro, e cioè del suo incontro a Milano con Amadeo Bordiga. Conviene usare le stesse parole, tenuto conto della traduzione, di Rosmer.
«In quei giorni (giugno 1920) egli scrive – era riunito a Milano il consiglio nazionale del partito socialista. Chiesi di Bordiga che supponevo fosse abbastanza vicino alle nostre idee; egli, era il capo della tendenza astensionista e difendeva brillantemente la sua posizione politica nel giornale della sua frazione, Il Soviet. Ma, contrariamente a quanto mi aspettavo, egli tenne subito a distanziarsi nettamente da noi; con quella straordinaria volubilità (traduttore, non volevi dire: prontezza di eloquio?) che ne faceva la disperazione degli stenografi nei congressi, mi spiegò che non era affatto d’accordo con noi; egli considerava il sindacalismo rivoluzionario una teoria erronea, antimarxista e conseguentemente pericolosa. Rimasi sorpreso di quello sfogo inatteso». (pag. 14)
È strano che Rosmer, che pure parla con ammirazione del Soviet, abbia potuto recarsi all’incontro con Bordiga, nutrendo la convinzione di trovare un uomo «abbastanza vicino alle idee» del sindacalismo rivoluzionario. Evidentemente non si trattava, per Bordiga, di uno sfogo estemporaneo; ma solo della incapacità di Rosmer di comprendere (non certo per ragioni diverse dal differente orientamento della sua preparazione teorica) che nessuna posizione sindacalista era compatibile col marxismo, tranne la comune rivendicazione dell’uso della violenza rivoluzionaria, propugnata contro il riformismo.
Sindacalismo rivoluzionario e marxismo
L’equivoco di Rosmer non fu caso isolato nell’immediato dopoguerra. Allora si era abituati, nel movimento operaio ed anche nella politica borghese, ad associare alle formazioni anarchiche e sindacaliste rivoluzionarie ogni idea di opposizione all’opportunismo dei capi della Seconda Internazionale. Infatti, quando pervennero in Europa, filtrando attraverso le maglie della censura militare e deformate dalle abominevoli falsità del giornalismo borghese, le prime notizie sulla Rivoluzione d’Ottobre, molti confusero il bolscevismo con l’anarchismo. Tanto il marxismo era divenuto, per colpa dei socialdemocratici accademicamente fedeli a Marx, sinonimo di opportunismo e di tradimento! In condizioni storiche, diametralmente opposte, non accade a noi, grazie allo stalinismo che pretende di essere un movimento marxista, di venire confusi con gli anarchici (con grande sdegno di costoro)? …
Le posizioni del sindacalismo rivoluzionario, che Rosmer ingenuamente si aspettava di sentire lodare da Bordiga, racchiudevano un nucleo innegabilmente antimarxista, che la Frazione Astensionista aveva combattuto fin dal suo originarsi nel seno del vecchio PSI.
La caratteristica fondamentale del movimento, che ebbe il massimo esponente nel Sorel, era la negazione dell’azione politica e del partito. Più che in una concezione generale della realtà sociale e dello sviluppo storico del capitalismo, la posizione antipolitica scaturiva da un’acre polemica contro la democrazia borghese e le conseguenze corruttrici che essa esercita sulle formazioni politiche operaie. Ma la critica, pur giustificata e acuta, della democrazia, poiché andava disgiunta dalla esatta dottrina della lotta di classe, che è possibile solo se fondata sulle dottrine economiche formulate da Marx, impediva ai sindacalisti di formarsi una giusta nozione dello Stato politico, della lotta politica, del partito. Di conseguenza, la leva del sovvertimento rivoluzionario dello Stato borghese era vista nel sindacato, cui si profetizzava l’assunzione del controllo e della direzione delle lotte insurrezionali. Ma l’insanabile conflitto con il marxismo non si arrestava alle questioni relative alla fase al di qua della conquista del potere. Il rifiuto di riconoscere il ruolo e le funzioni del partito politico comportava necessariamente la confluenza del sindacalismo rivoluzionario nell’anarchismo, in quanto che la conquista violenta del potere veniva identificata con la abolizione dello Stato. All’abbattimento del potere statale borghese succedeva la organizzazione dei produttori autonomi diretti dai sindacati divenuti gestori della produzione.
Chiaro che la posizione originale del marxismo doveva essere rivendicata necessariamente anche nei riguardi dei «nemici del nemico socialdemocratico». Non bastava contrapporre allo sciatto riformismo parlamentare dei socialisti alla Jaurès o alla Guesde. alla Scheideman e alla Kautski, la rivendicazione dell’uso della violenza rivoluzionaria. Il compito di operare la rigida totale discriminazione del programma marxista fu svolto in Italia, fin dal 1918, dal movimento del «Soviet», la prima gloriosa bandiera del comunismo innalzata nella Europa Occidentale, al di qua del «cordone sanitario» di Clemenceau.
Le Tesi della Frazione Astensionista del P.S.I. furono pubblicate dal «Soviet» in due puntate. La prima, comparsa nel numero del 6 giugno 1920, conteneva la parte teorica; la seconda, comparsa nel numero del 27 giugno 1920, la critica delle scuole anti-marxiste. Scegliamo questo testo perché in esso sono condensate, in forma di tesi necessariamente scheletriche, le elaborazioni teoriche e critiche diffuse in circa due anni dal «Soviet». Un semplice confronto di date ci avverte che le posizioni della Sinistra Italiana sono sistemate in stesura organica prima del 2° Congresso dell’Internazionale Comunista (21 luglio-6 agosto 1920) che doveva fissare i famosi «21 punti», cioè le condizioni di ammissione richieste ai partiti che domandavano di aderire alla Internazionale. Prova non certamente unica della concomitanza di sviluppo del lavoro e dell’azione internazionalista in Italia e in Russia. Quando sentiamo dire, secondo le cagliostrate togliattiane, che il Partito Comunista sarebbe stato guadagnato … al marxismo solo dopo la burocratica assunzione dell’ordinovismo alla Direzione! Ma di ciò alla prossima puntata, alla quale diamo appuntamento alle ombre degli scomparsi e ai viventi, autori di dumasiane storie sul P.C. d’Italia.
Riprodurre anche larghi estratti delle «Tesi» è impossibile, senza contare che un lavoro del genere andrebbe oltre lo scopo di delimitare le posizioni marxiste da quelle sindacaliste, al che il passo citato di Rosmer ci dà lo spunto. Benché non sia espressamente nominato l’avversario, il punto 10 della Parte II reca la critica e la condanna del sindacalismo rivoluzionario. Eccolo:
«Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dai comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria né come organi fondamentali dell’economia comunista.
«L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesso mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo, ma come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese. Da altra parte il semplice passaggio della proprietà delle aziende dal padrone privato al sindacato operaio non realizzerebbe i postulati economici del comunismo, secondo il quale la proprietà deve essere trasferita a tutta la collettività proletaria essendo questa l’unica via per eliminare i caratteri dell’economia privata nell’appropriazione e ripartizione dei prodotti.
«I comunisti considerano il Sindacato come il campo di una prima indispensabile esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe».
Qualche criticonzolo potrebbe fare la «pensata» di buttarsi sulla locuzione «economia privata» usata nel testo per impostare il solito gioco: ieri sostenevate il contrario di oggi. Tempo perso! Il punto 12 è là ad avvertire che «il passaggio di intraprese private allo Stato o alle amministrazioni locali, non corrisponde minimamente al concetto comunista». Ciò fatto, ritorniamo al bravo Rosmer, cui riconosciamo almeno il merito di non posare a creatore di «nuove» teorie.
La tesi citata respinge punto per punto tutte le principali posizioni del sindacalismo rivoluzionario: azione economica, sindacato come organo rivoluzionario, abolizione dello Stato come atto insurrezionale, gestione della produzione da parte dei sindacati. Le opposte posizioni comuniste ne risultano per contrasto: supremazia dell’azione politica, partito di classe spoglio di influenze operaistiche, conquista del potere e dittatura del proletariato, organizzazione centrale della produzione e della distribuzione, deperimento dello Stato. Chiaro che l’unico punto comune ma non certamente tale da cancellare la sostanziale inconciliabilità dei programmi, era la rivendicazione dell’uso della violenza, propugnata contro il riformismo.
Non solo ragioni di spazio, ma anche il disegno del presente studio ci impongono di evitare la riproduzione di altri punti, quali l’11° sui Consigli di fabbrica, il 12° sull’aziendismo, il 15° sulla dittatura e infine il 17° sull’anarchismo. Li riscriveremo nelle prossime puntate, venendo a parlare del contrasto sorto tra la Sinistra Italiana da una parte, e l’Ordinovismo e il Comintern dall’altra. In quell’occasione il libro di Rosmer ci fornirà interessanti particolari. Prima di chiudere vogliamo però riportare la tesi n. 6 della prima parte (teoria) del testo:
«Questa lotta rivoluzionaria è il conflitto di tutta la classe proletaria contro tutta la classe borghese. Il suo strumento è il partito politico di classe, il Partito comunista che realizza la cosciente organizzazione di quell’avanguardia del proletariato che ha compreso la necessità di unificare la propria azione, nello spazio al di sopra degli interessi dei singoli gruppi, categorie o nazionalità; nel tempo, subordinando al risultato finale della lotta i vantaggi e le conquiste parziali che non colpiscono l’essenza della struttura borghese. È dunque soltanto l’organizzazione del partito politico che realizza la costituzione del proletariato in classe lottante per la sua emancipazione».
Rosmer è servito. Ci darebbe atto, ne siamo sicuri, se ci leggesse, che lo abbiamo fatto con la stessa mancanza di acidità che si nota nella critica delle posizioni politiche che egli non condivide.
La Sinistra Italiana, ieri organizzata nella Frazione Astensionista e nel Partito comunista d’Italia, oggi continuantesi nel nostro partito, può affermare di avere, nei trentacinque anni trascorsi, tenuto fede al principio di «subordinare al risultato finale della lotta i vantaggi e le conquiste parziali» che facilmente si possono ottenere, barattando con arrivistiche dottrinelle pseudo-marxiste che sembrano premettere notorietà e successo, il duro programma marxista che chiede ai suoi sostenitori solo l’ostinata determinazione di non mollare uno solo dei capisaldi. La Sinistra Italiana non è stata guida di imprese rivoluzionarie, per necessità del corso storico; ma, contrariamene a quanto accaduto alle formazioni politiche travolte nel crollo della Terza Internazionale, cui non scampava lo stesso partito bolscevico, ha saputo trasformare una terribile sconfitta del proletariato internazionale in premessa sicura di ancora più terribile sconfitta della borghesia. E l’ha fatto perché, sull’esempio di Marx e di Lenin, ha tratto dalla sconfitta di una rivoluzione proletaria la conferma della inattaccabilità della teoria marxista e l’ennesima prova del marcio della cultura dominante.
Bilanci americani
I repubblicani possono finalmente vantarsi di aver tenuto fede ad uno dei loro punti programmatici: ridurre il deficit del bilancio americano. Infatti, il bilancio preventivo 1954-55 presentato al Congresso il 21 gennaio contempla una riduzione del disavanzo dai circa 10 miliardi di dollari del bilancio 1953-54 di Truman a 3,3 miliardi, realizzata mediante una riduzione delle spese più che compensante la riduzione del gettito fiscale. A proposito di quest’ultima, sarà subito bene avvertire che gli sgravi fiscali riguardano unicamente le imposte dirette (sul reddito di privati e sui dividendi delle società), mentre le imposte sui consumi risultano leggermente aumentate; quanto alla riduzione delle spese, essa deriva essenzialmente dai tagli operati nel bilancio della sicurezza nazionale. Si direbbe, dunque, che i repubblicani siano meno bellicisti e militaristi dei democratici.
La verità è che la riduzione delle spese per la sicurezza nazionale è legata a quel noto cambiamento strategico per cui lo esercito americano disporrebbe soprattutto di una riserva mobile centrale a base di aerei ultramoderni e di bombe atomiche e affini, da scaraventare all’occorrenza su città e campagne della periferia atlantica senza eccessivo impiego di forze di terra e senza eccessivo rischio per la carne da cannone nazionale. Concentrate le risorse su questo nucleo centrale, si possono sfrondare i rami esterni; ma il quadro della potenza offensiva ed aggressiva americana ne risulta non meno ma più terrificante. D’altro lato, perché arrabattarsi tanto con le forze terrestri di periferia, quando esiste una organizzazione in loco destinata ad arruolare bestiame umano da macello europeo? La «funzione di guida» rivendicata dall’America nel suo settore, come dalla Russia nel proprio, comporta fra l’altro questo: voi «guidati» combatterete, noi svolazzeremo per i vostri cieli scaraventando bombe ultimo modello sul nemico e, come sempre avviene, anche su di voi (ma sempre per il vostro bene).
In compenso, forse, «liberalizzeranno» le importazioni!
Il leone di Castiglia
Un po’ incoraggiato dagli aiuti concessi dagli Stati Uniti, un po’ sfruttando il fermento che regna nel mondo arabo e le sollecitazioni venutegli dal Cairo, il gen. Franco ha fatto fare altrui – al gen. Valino e ai notabili del Marocco spagnolo da un lato, agli studenti madrileni dall’altro – il gesto che non si sente di fare in propria persona: ricordare al mondo le «naturali aspirazioni» della Spagna in Africa settentrionale e a Gibilterra.
Gesti ufficiosi e, per quanto riguarda le manifestazioni anti-inglesi, represse dalla polizia, ma significativi di una situazione che spinge ogni Stato borghese a cercare fuori dei suoi confini quell’ossigeno che stenta a pompare dall’interno. D’altronde, eretto a baluardo della difesa occidentale, Franco può permettersi dei colpi di sonda che non è detto non possano, domani – in circostanze più favorevoli per lui – tradursi in fortunati gesti di forza.
Francia e Inghilterra si sono inalberate. Ma il leone di Castiglia ha dimostrato in due guerre mondiali di essere in realtà una volpe: non farà oggi il gesto di forza; aspetterà domani che gli altri facciano un gesto di debolezza.
Metafisica della terra capitale
Da 1884 a 1847
Non ci vogliamo contentare di sostenere come ultima parola sulla teoria dell’economia agraria quanto Marx scrisse negli ultimi tempi della sua vita, sia nel terzo che nel quarto volume dell’opera sua maggiore incompiuta.
Questa teoria ha forma definita fin da quando si forma il blocco a contorni precisi e netti della dottrina rivoluzionaria, ossia da alcuni anni prima del Manifesto divulgato nel 1848.
E infatti lo stesso Marx ce lo conferma, a ennesima mortificazione di quelli che hanno sempre sostenuta la natura di « continuo cangiamento » nel metodo marxista in genere e negli studi di Carlo Marx in ispecie. E sì che ve ne furono (e non ve ne sono) di non fessi. Intendiamo dire con questa frase un po’ articolata che ve ne sono anche oggi ma son tutti fessi.
Dei defunti ricordiamo Tonino Graziadei, che sapeva il fatto suo (se negli ultimi anni lo avevano ridotto, nel partito di princisbecco, a consulente bibliografico e dottrinale della gran Direzione militante). Egli ha seguitato, da quando era riformista destrissimo a quando si rivelò comunista e da professore poi sempre (come sorrideva contento un giorno a Berlino, quando narrava di avere avuto facile varco alla frontiera declinando la qualità: « Universitäts-Professor!… » a un doganiere che certo avrebbe sbarrato il passo a Carlo Marx in persona!), anche durante il « Ventennio », a stampare un libro all’anno per provare che il terzo volume del Capitale aveva demolito pezzo per pezzo le prime dottrine economiche e soprattutto quella sul plusvalore, essendo poi quella sulla rendita (a dir del Tonino) una inutile esercitazione letteraria…
Alla fine del terzo volume della Storia delle dottrine, nell’interessante paragrafo di confronto tra Rodbertus e Ricardo, Marx ad un certo punto, stanco forse di citare le « bevute » del primo, esclama: « Ho già chiarito in modo completamente [sic!] esatto la moderna rendita fondiaria ». E a pie’ di pagina cita la Misère de la Philosophie, edita a Parigi nel 1847.
Quella fondamentale opera, a cui tante volte abbiamo fatto ricorso, prendendo a punto di partenza gli scritti economici di Proudhon, rappresenta la prima esposizione organica dell’economia marxista e dei principi fondamentali del determinismo dialettico, mentre il Manifesto compilato pochi mesi dopo stabiliva su fondamenta irrevocabili la parte storica e politica.
Non meno spesso abbiamo notato che l’abbattimento dalla base della costruzione proudhoniana fa epoca, in quanto vale a far piazza pulita di innumerevoli e molto posteriori deviazioni che si sono schierate lungo un secolo a cavallo degli stessissimi errori e degli stessi disonoratissimi ismi, di cui torniamo a rammentarvi la serie: ideal – moral – egualitar – liber – liberal – libertar – individual – personal – soggettiv – mercantil – aziend – ISMO.
Ciò venne sottolineato magistralmente da Engels nella sua prefazione del 1884 (dunque dopo 37 anni), da cui anche abbiamo altra volta tratto ottime formule sintetiche per cardinali posizioni, pur con la avvertenza che la terminologia non è ancora quella più elaborata del Capitale, in quanto si parla di valore e di prezzo del lavoro, anziché della forza di lavoro, trattata nella economia salariale (ergo: capitalistica) come una merce.
Economia, morale, logica
Non a caso abbiamo detto che nella critica a Proudhon sono messi a fuoco anche i problemi correntemente detti filosofici. Il caustico proemio ben noto deride l’autore che passava in Francia per un grande filosofo tedesco, in Germania per un grande economista francese.
E’ proprio quando passa a trattare il nostro presente argomento, ossia la proprietà agraria e la rendita, che il Proudhon se ne esce così:
« L’origine della rendita come della proprietà è per così dire extraeconomica: essa risiede in considerazioni di psicologia e di morale che riguardano solo molto da lontano la produzione delle ricchezze ».
Di qui si vede come si stia sulle due sponde dell’abisso. Dobbiamo aiutarci con i dati della scienza psicologica e della scienza (?) morale per chiarire processi economici? E non, all’opposto, brandire la solida chiave del materialismo storico e chiarire con i dati economici le manifestazioni « psicologiche » e gli innumerevoli sistemi di morale?
Quando Marx passa a trattare del dichiarato « metodo economico-metafisico », egli sfotte l’avversario per aver voluto far paura ai francesi, gettando loro sul viso delle frasi quasi hegeliane. Marx ha l’aria di dire: noi abbiamo ben oltrepassato Hegel (forse qualche lettore ricorda la citazione della nota al terzo volume del Capitale [capitolo 37], in cui la definizione data da Hegel della proprietà quale atto di forza e di volontà della persona umana o, come si riecheggia oggi ancora ad ogni passo, prolungamento della persona stessa, è trattata da « nulla di più comico »), ma voi che tanto lo orecchiate, non lo avete mai conosciuto e capito… Ed infatti il testo diceva:
« Noi non facciamo una storia secondo l’ordine dei tempi [ohibò… sarebbe filotempismo], ma secondo la successione delle idee. Le fasi o categorie economiche, si manifestano talvolta contemporaneamente, talvolta no. Ciò nondimeno, le teorie economiche hanno la loro successione logica e una loro serie nell’intelletto ».
Il passo che segue in Marx, utilizzato e da utilizzare ancora in sede di teoria della conoscenza e del pensiero, non liquida solo la parolaia economia di Proudhon, ma mette fuori causa la ragion pura di Kant come la metodologia di Hegel, come uno « spogliarello » che facendo successiva astrazione da tutti gli oggetti e dai loro reali rapporti, lasciando cadere tutti i loro pretesi accidenti, riduce tutto il moto e la vita del mondo reale alla nudità, più che nudità, vacuità, della categoria logica, vivente solo nella ragione; al metodo assoluto che a tutto preesiste.
« Essendo ogni cosa ridotta a una categoria logica, e ogni movimento, ogni atto di produzione, al metodo, ne segue naturalmente che ogni complesso di prodotti e di produzione, di oggetti e di movimento, si riduce a una metafisica applicata. Ciò che Hegel ha fatto per la religione, il diritto, ecc., il signor Proudhon tenta di farlo per l’economia politica ».
Nella critica di Marx e di Engels ai loro contraddittori troviamo sempre un doppio aspetto. Costoro ad ogni passo vantano di avere « scoperto » nuove leggi e verità. Ed allora si prova che, in quanto si tratta di osservazioni e teorie esatte, le stesse erano già state enunciate molto prima da economisti che si appagavano del serio metodo « descrittivo e storico » di solito disprezzato dai novatori, in quanto costoro hanno davvero detto cose originali, si dimostra che novantanove su cento si tratta di madornali errori, di travisamenti della realtà, di deduzioni arbitrarie uscite fuori da vuote costruzioni metafisiche e puntellate su dogmi banali della cultura corrente e su mozioni sdolcinate degli affetti.
Il rinvio di Proudhon alla psicologia, alla morale e all’ordine delle idee, il suo curioso esaminare di ogni processo economico (concorrenza, monopolio, divisione del lavoro, macchinismo, credito, imposte, ecc.) il lato buono e il lato cattivo, è espediente ormai secolare: ma che sentite di diverso in ogni esposizione, magari datata gennaio 1954, di economisti, sia dilettanti che di mestiere? Se la stretta analisi scientifica mostra il venire di un cedimento nella struttura economica, se ogni esame di fatti viene a rendere dubbio che possa, a mo’ di esempio, scongiurarsi la sopravveniente crisi sia col liberare da controlli ed arginamenti le iniziative economiche, private e aziendali, sia col rafforzare il dirigismo e l’intervento dello Stato, quale il rifugio? Il ricorso alle forze dello spirito, all’azione degli uomini probi e di buona volontà, e simili piacevolezza. E non diversamente nel campo opposto il riferire la ripresa della forza rivoluzionaria di classe a ritorni della coscienza: ovunque nei due campi, antimarxismo e sottomarxismo, ossia il rifiuto di vedere negli atteggiamenti mentali il risultato e riflesso determinato dalla materialità del processo economico.
Giù, libero arbitrio, pagliaccio idiota!
Partendo per il suo periplo nell’economia metafisica, anche Proudhon salpa dal porto della realtà e prende una rotta da tempo additata da veri esploratori: stabilisce la distinzione tra il valore di uso e di scambio di ogni oggetto e tenta fondarvi una teoria dei fenomeni del mercato. Non ha ancora evocato mistiche potenze, ma si smarrisce lo stesso per avere trascurato due punti essenziali: la genesi e lo svolgimento storico dello scambio nelle varie epoche, da un lato, il carattere sociale e non individuale del rapporto, dall’altro. E quindi va ad insabbiarsi.
Gli economisti moderni non sono di una spanna più oltre. Supposto un compratore, spinto dal bisogno di fornirsi, poniamo, di patate e un venditore che colloca patate contro denaro, si domandano come spiegare la cifra della transazione. Il primo pensa al valore di uso, al bisogno che lo preme di mangiare, il secondo al valore di scambio, ossia al massimo ricavo di denaro dalle sue patate. Tutto lo sforzo per riportare il problema un po’ fuori del semplice duetto e far comparire almeno in secondo piano la società, la collettività economica, si riduce alla famosa regoletta (« verità che diremmo quasi banali », scrive Marx) dell’offerta e della domanda. Il prezzo scende se vi sono molte patate e scarso appetito di patate, sale se le patate son poche e molti gli appetenti.
Assimilando allora l’abbondanza al valore di uso, il nostro autore chiama questo valore di utilità; e la scarsezza al valore di scambio, lo chiama valore di opinione. E si domanda se tra queste due opposte potenze può stabilirsi un punto di comparazione. Ed egli ne trova infatti uno, l’arbitrio:
« Nella mia qualità di libero compratore, io sono giudice del mio bisogno, giudice della convenienza dell’oggetto, giudice del prezzo che io voglio sborsare. D’altra parte nella vostra qualità di produttore libero voi siete padrone dei mezzi di esecuzione e, di conseguenza, avete la facoltà [?] di ridurre le vostre spese ».
« E’ dimostrato che il libero arbitrio determina l’opposizione tra valore d’uso e valore di scambio. Come risolvere questo contrasto finché esisterà il libero arbitrio? E come sacrificare quest’ultimo a meno di non sacrificare l’uomo? ».
Qui Marx esamina le cose più da presso e da par suo. L’offerta e la domanda sono contemporaneamente da ambo le parti, nel contratto mercantile, e si confrontano due valori entrambi di scambio:
« Il prodotto che viene offerto non è l’utile in sé Nel corso della produzione esso è stato scambiato contro tutte le spese della produzione: materie prime, salari degli operai, ecc., cose tutte che sono valori venali. Il prodotto rappresenta dunque agli occhi del produttore una somma di valori venali (…).
Quanto alla domanda essa sarà effettiva solo a condizione di avere a sua disposizione dei mezzi di scambio. E questi stessi mezzi sono dei prodotti, dei valori di scambio ».
Nell’ipotesi del Proudhon siamo in una società fondata sulla divisione del lavoro e sugli scambi. Ora i mezzi di produzione non dipendono dal libero arbitrio del produttore, sono in gran parte prodotti che gli vengono da fuori… Il consumatore non è più libero del produttore, la sua opinione riposa sui suoi bisogni e sui suoi mezzi, che gli vengono dalle sue condizioni sociali, dipendono dalla organizzazione sociale:
« Sì, l’operaio che acquista delle patate e la mantenuta che compra dei merletti, seguono l’uno e l’altra le loro rispettive opinioni. Ma la diversità di queste si spiega con la differente posizione che occupano nel mondo, la quale è il risultato dell’organizzazione sociale (…) ».
Il signor Proudhon « spinge l’astrazione fino al limite estremo, fondendo tutti i produttori in un solo produttore, tutti i consumatori in un solo consumatore, e stabilendo la lotta fra questi due personaggi chimerici (…) ». « In che consiste, quindi, tutta la dialettica del signor Proudhon? Nel sostituire al valore d’uso e di scambio, all’offerta e alla domanda, nozioni astratte e contraddittorie, quali la rarità e l’abbondanza, l’utile e l’opinione, un produttore e un consumatore, entrambi cavalieri del libero arbitrio ».
Facciamo un fascio di tutti i moderni economisti che fabbricano formule sulla determinazione del prezzo fondata sulle forze in movimento sul mercato: ofelimità, utilità marginale, velocità di circolazione, volume di circolante, quantità di beni da consumo, ecc. e seppelliamoli sotto questa lapidaria frase: cavalieri del libero arbitrio, nella cappella gentilizia di famiglia Proudhon.
Un medico, un banchiere, un professore
Nei precedenti « fili » abbiamo deliberatamente insistito sul molto lavoro fatto da Marx intorno al Quadro economico di Quesnay. Ed abbiamo rilevato il motivo essenziale che mette in alto il Quesnay, di tanto predecessore degli economisti del capitalismo: egli è molto più avanti dell’atto di scambio « molecolare » e della puerile personificazione delle forze economiche. Non l’uomo venditore e l’uomo compratore, ma il gioco della circolazione della ricchezza tra la classe produttiva, la classe redditiera e la classe (a suo credere sterile) dell’industria.
Ed abbiamo fatto il confronto, alla luce del marxismo, tra Quesnay e Ricardo, come massimi esponenti di scuole economiche, mostrando che l’enorme vantaggio del primo per la scoperta dei protagonisti-classi sorpassa quello che segna l’inglese quando stabilisce la portata della produzione industriale e il formarsi anche in essa della plusvalenza nell’impiego dei salariati.
Altra volta poi indicammo i diversi contributi che le scuole delle grandi nazioni dettero alla critica borghese del mondo feudale, di tal che le rivoluzioni borghesi furono, nel comune carattere di classe, a netta sagoma nazionale. La Germania dette la Filosofia, l’Inghilterra l’Economia, la Francia la Politica, atte al tempo e al modo capitalista di produzione.
Come la lotta di classe proletaria si incardina all’inizio sull’intervento nelle rivoluzioni borghesi nazionali (ancora una formulazione in queste stesse pagine di un concetto che tuttavia non pare entrato nel microcefalismo di qualche stenterello ondeggiante) ? Eccola:
« I classici, come Adam Smith e Ricardo, rappresentano una borghesia che, lottando ancora contro i resti della società feudale, non opera che per epurare i rapporti economici dai residui feudali, per aumentare le forze produttive e dare un nuovo respiro all’industria e al commercio. Il proletariato che partecipa a questa lotta, assorbito in questo lavoro febbrile, non ha che sofferenze accidentali, passeggere, che esso stesso considera come tali ».
Così la nuova originale ed integrale dottrina di classe possiede potentemente ed elabora il materiale di questi tre storici afflussi.
E a questo potente scorcio, che dunque non è stato inventato mesi addietro, si riporta Marx nel 1847, quando segue Proudhon nel suo incauto passaggio dal campo dell’economia « all’inglese » a quello della filosofia « alla tedesca ». Don Carlo si è visto prima costretto a parlar molto della scuola di Ricardo per chiarire il gran pasticcio francioso.
Ora, egli dice, « ci si trasporta nella nostra cara patria e ci si costringe a riprendere la nostra qualità di tedeschi, nostro malgrado ». « (…) L’inglese è Ricardo, ricco banchiere e grande economista; il tedesco è Hegel, semplice professore di filosofia all’Università di Berlino ».
E il francese? Trattasi qui di dimostrare che le costruzioni ideologiche sono effetto della società contemporanea all’autore e non del fermentare spontaneo della « ragion pura » sotto il cappello del banchiere o nel cervello del filosofo.
Ecco il contributo di Francia al… pool della rivoluzione borghese. Attenti:
« Luigi XV, ultimo re assoluto [ultimo a morire assoluto e… nel suo letto], che rappresentava la decadenza della regalità francese, teneva addetto alla propria persona un medico che era contemporaneamente il primo economista di Francia. Questo medico, questo economista, rappresentava il trionfo imminente e sicuro della borghesia francese. Il dottor Quesnay [chissà mai come tre volte Tuesnay nell’edizione « Avanti! »] ha fatto della economia politica una scienza; e l’ha riassunta nel suo famoso Tableau économique. Oltre ai mille e uno commenti che sono apparsi su questo Quadro, ne possediamo uno del dottore medesimo. E’ L’analyse du tableau économique, seguita da Sept observations importantes ».
Del magistrale spunto, Marx si avvale per sciorinare sette osservazioni al metodo proudhoniano, di cui la prima è appunto quella cui abbiamo fatto cenno, sulle « categorie » economiche metafisicamente introdotte a scimmiottamento di Hegel. Questi aveva « una formula magica » e non seppe trovare i problemi a cui applicarla. Proudhon pose alcuni di quei problemi ma la formula gli si gelò tra le mani. Tentò un sistema socialista, ma fondò solo una teoria per piccoli borghesi, che maledettamente ne appesta tuttora.
Egualitarismo mercantile
Questa forma di sistema socialista, diffusa come la gramigna e che sta in fondo alla testa di almeno nove e mezzo su dieci di quelli che si dicono marxisti, figlia in modo ibrido da una economia borghese ricardiana e da una filosofia umanitaria enciclopedista.
Pochi brani del testo di Marx e della prefazione di Engels la metteranno in chiaro « nella sua magrezza ». Ricardo e i suoi sono tra gli economisti « fatalisti », che non fanno programmi né per abbattere né per superare il capitalismo: lo pigliano come è senza nemmeno domandarsi dal lato buono e cattivo. In altro passo Marx dice Ricardo cinico. Egli mette Cappelli ed uomini allo stesso livello:
« Diminuite le spese di fabbricazione dei cappelli e il loro prezzo finirà per precipitare al loro nuovo prezzo naturale [ossia dato dalla quantità di lavoro occorrente per un cappello], per quanto la domanda possa aumentare del doppio, del triplo, o del quadruplo. Diminuite le spese per il sostentamento degli uomini, diminuendo il prezzo naturale dell’alimentazione e del vestiario necessari all’esistenza, e vedrete che i salari finiranno con l’abbassarsi per quanto sia potuta aumentare anche considerevolmente la richiesta di mano d’opera ».
Ricardo dunque non aveva nemmeno un capello (sotto il copricapo) lontanamente laburista. Tuttavia esso ci interessa sommamente. Così, nella prefazione, è sintetizzato il suo contributo, fin dai Principles, che sono del 1817. Primo: Il valore di ogni merce è solo e unicamente determinato dalla quantità di lavoro richiesto per la sua produzione. Secondo: Il prodotto della totalità del lavoro sociale è diviso fra le tre classi dei proprietari (rendita), dei capitalisti (profitto) e dei lavoratori (salario).
Ora, una serie di scrittori che possiamo chiamare socialisti « premarxisti » fondarono sulle due proposizioni di Ricardo la teoria egualitaria. Come in Inghilterra, ad esempio, il Bray, in Germania Rodbertus (di cui qui Engels confuta la pretesa di essere stato plagiato da Marx, che seguì tanto diversa via), fondandosi sul sistema dei « buoni di lavoro », proposero che tutto il valore del prodotto sociale fosse espresso non più in denaro, ma in una moneta che indicasse il lavoro in ciascuna merce contenuto e tali buoni fossero assegnati solo a coloro che avevano erogato tempo di lavoro corrispondente. Essi pensavano che così fosse possibile restituire al lavoratore tutto il valore prodotto, o aggiunto ai prodotti, dal suo lavoro e in sostanza soppressi rendite e profitti di capitale.
Non solo questo, sebbene dettato dal proposito umanitario, filantropico di eliminare la miseria e la sofferenza sociale, non è realizzabile, ma non è nemmeno concludente al fine di sostituire alla società capitalista una società meno intessuta di miseria e crudeltà. All’inizio un simile proposito è addirittura reazionario in confronto del libero sviluppo ed accumulazione del capitale privato. In tutti gli scritti di Marx questo è martellato, ma vi sono svolgimenti particolarmente decisivi in questo « Antiproudhon ».
Engels aggiunge, come in altra occasione citato:
« La precedente applicazione della teoria di Ricardo, la quale mostra ai lavoratori come la totalità della produzione sociale, cioè il loro prodotto, appartiene a loro in quanto sono essi i soli effettivi produttori, conduce direttamente al comunismo. Ma essa è – come Marx accenna nel passo sopracitato – fondamentalmente falsa dal punto di vista economico, poiché è una semplice applicazione della morale all’economia (…). Per questo Marx non ha mai fondato su questi fatti le sue rivendicazioni comuniste, bensì sul necessario crollo, che si verifica progressivamente sotto i nostri occhi, delle forme di produzione capitalistiche ».
Engels quindi aggiunge che tale reazione « morale » nelle masse non è affatto priva di effetto storico e anche economico, malgrado la intrinseca falsità dottrinale: come tutte le altre è una ideologia « approssimata », segno precursore di altre ulteriori, soprastruttura di un contrasto di forze positive nel seno della società, e non va certo ignorata o sottovalutata.
Ma nello svolgere la critica della proudhoniana versione di questo limitato socialismo, Marx ha delle costruzioni del più alto interesse, su cui sarà bene ancora un poco sostare, al fine precipuo di rendere chiara la radicale distinzione tra quelle prime istanze e la nostra e di stabilire che la formulazione che supera e abbandona indietro ogni « economismo » di tal genere, non è certo nuova ma addirittura primordiale nella sua ortodossia irriducibile: scopo al quale non si sarà mai dedicato abbastanza tempo, tanto è facile perdere questa bussola per i difficili mari dell’attualità e dell’attività.
Recipe: alcune « pillole
Proudhon chiamava « valore relativo » di una merce quello determinato secondo il tempo di lavoro necessario per riprodurla.
Riduceva la questione sociale alla richiesta di pagare l’operaio nella stessa esatta misura.
Invece Marx gli dimostra che storicamente proprio la misura del valore delle merci giusta il lavoro che Ricardo introduce, e, meglio, scopre, definisce l’economia capitalistica e comporta la formazione di un plusvalore. Vogliamo una ennesima volta ridirla con nostre parole? Se vige lo scambio libero, chi detiene buoni di lavoro-tempo potrà sempre trovare sul mercato della mano d’opera chi lavori poniamo dieci ore non per un buono di dieci ore ma per uno di sei, allorché il valore-tempo di sei ore basti ad acquistare la sussistenza giornaliera, in senso completo, di un lavoratore. Occorre comunque ben altro apparato costrittivo: ma qui non è che un aspetto della obiezione che Marx racchiude in questa salubre « pillola ».
« Il valore relativo, misurato dal tempo del lavoro, è fatalmente la formula della moderna schiavitù dell’operaio, invece di essere, come vorrebbe il signor Proudhon, la « teoria rivoluzionaria » dell’emancipazione del proletariato ».
Presa questa pillola dopo il pasto, si capisce in breve come la teoria del plusvalore ci è indispensabile per l’anatomia della società capitalistica, ma che la nostra rivendicazione programmatica non è: abolizione del plusvalore. Qual è? Marx lo dice! Se lo dice, e lo ridice; e di pillole ve ne abbiamo date!
La metafisica di Proudhon pretende che se in un qualunque tempo si fosse presa a rispettare la legge-miracolo del valore-lavoro, dato che le cose più necessarie si provvedono con meno tempo, automaticamente l’umanità come avverrà dal momento della emissione dei celebri buoni avrebbe avuto tutto il necessario ai bisogni primi di tutti, e progressivamente provveduto a soddisfare bisogni più alti. Pillola, per evitare una tale indigestione di retorica e di utopismo:
« Ma le cose vanno ben altrimenti di come pensa il signor Proudhon. Nello stesso momento in cui sorge la civiltà, la produzione comincia a fondarsi sull’antagonismo degli ordini, degli stati, delle classi, infine sull’antagonismo del lavoro accumulato col lavoro immediato. Senza antagonismo non vi è progresso. Questa è la legge che fino ai nostri giorni la civiltà ha seguito ».
E’ pillola da far danzare il valzer all’ippopotamo. Anzitutto racchiude la dimostrazione che, al suo tempo, ogni modo di produzione, compreso il capitalistico, appunto perché miglior produttore di sopralavoro, ha fatto girare avanti la ruota famosa della storia.
La formula visionaria di Proudhon vale dire che
« poiché al tempo degli imperatori romani nelle piscine artificiali venivano allevate le murene, c’era di che nutrire abbondantemente tutta la popolazione ».
Ma vi è di più; ove si rifletta che in epoca borghese il lavoro accumulato è il capitale, il lavoro immediato è l’opera dei salariati, ne sorge la lapidaria formula della istanza comunista: abolire la dipendenza del lavoro immediato dal lavoro accumulato.
La formuletta 1847 basta a stabilire che nella Russia 1954 non v’è briciola di socialismo. Supponiamo provato che l’operaio russo abbia salario reale più alto di quello occidentale. Siccome è remunerato sul terreno dello scambio di equivalenti, ossia tanto denaro (magari anche tanta parte di oggetti di consumo) contro tante ore di lavoro, sussiste (anche a persone dei capitalisti e proprietari invisibili) la dominazione del lavoro accumulato sul lavoro immediato.
Giù un altro tabloide, in risposta all’ottimismo degli ugualitari. Non è vero che le cose più utili, necessarie, sono quelle a minor prezzo:
« Il prezzo dei viveri è aumentato quasi continuamente, mentre il prezzo degli oggetti manufatti e di lusso è quasi continuamente diminuito (…). Ai nostri tempi [del valore uguale lavoro] è più facile produrre il superfluo che il necessario ».
Qui per Marx non sta poi male un po’ di ideologia del Medioevo: i prodotti agricoli erano relativamente più a buon mercato dei prodotti manifatturati.
Qualche corollario 1954. L’industrializzazione della Russia si fa a ritmo prettamente capitalista dato che vi salgono i prezzi dei prodotti alimentari e vi scendono quelli degli oggetti manifatturati, non escluso il rossetto per le labbra: cannoni e fucili si danno gratis al lavoratore soldato.
Donde la miseria
Se l’utilità è in ragione del basso prezzo, l’acquavite e il tabacco (eh, questo secondo, don Carlo non lo cita: se fosse stato a prezzi proibitivi, il Capitale sarebbe stato trovato tutto scritto) di infima qualità, giovano dunque alle masse? E’ per la utilità che il minimo del prezzo (anche se espresso in tempo di lavoro) decide del massimo di consumo? In guardia!
« No. Il fatto è che in una società fondata sulla miseria, i prodotti più miserabili hanno la fatale prerogativa di servire all’uso della maggioranza ».
Marx non si occupa mai dei caratteri della società comunista Fuori un corno acustico del calibro di quello di Roncisvalle:
« In una società futura, ove fosse cessato l’antagonismo delle classi, ove non esistessero più classi, l’uso non sarebbe più determinato dal minimo del tempo di produzione; ma il tempo di produzione che verrebbe dedicato ai diversi oggetti sarebbe determinato dal loro grado di utilità sociale ».
Occorre spiegare?!
Forse la cura eroica per assimilare un poco di dialettica non è finita, nemmeno per questa « seduta ». Ci siamo serviti di Ricardo, come ci siamo serviti anche di Hegel e anche di Voltaire (e siamo dolenti, ma un festival dei teorici per aumentare la lista dei fornitori di dottrina non lo indiciamo, per quanto possano pullulare i genii incompresi, gli uteri-cervelli in stato di falsa gravidanza), ma se incontriamo ricardiani, hegeliani e volteriani, giù a pestare botte da orbi:
« Servendo di misura al valore di scambio, il tempo di lavoro diviene in tal modo la legge di un deprezzamento continuo del lavoro ».
Ora, non solo non neghiamo che l’economia, retta da tal legge, sia sorta, ma nemmeno che abbia fatto bene a sorgere, o faccia bene dove non era sorta finora (Russia, Cina). Neghiamo – come dialogando con Stalin – che una economia con quella stessa legge chiave sia economia proletaria. Ha davvero tale formula destato magicamente la gamma di gran varietà dei prodotti, vantata dal Proudhon? Nemmeno questo:
« Al contrario, il monopolio, in tutta la sua monotonia, viene al suo seguito ad invadere il mondo dei prodotti, allo stesso modo che invade il mondo degli strumenti di produzione ».
Il monopolio, la dittatura sul consumo delle più stupide merci e servizi, che ad esempio denunziammo nella modernissima prospera America, sono scolpiti da un secolo nella predizione marxista.
La polemica prende un passo infernale e ribadisce la inseparabilità delle due battaglie: destino di catastrofe del capitalismo, programma sociale rivoluzionario del comunismo.
Non vi è nella produzione attuale e non vi sarà mai – non vi sarà più dopo il medievale equilibrio in cui « la produzione seguiva passo passo il consumo » – la proporzionalità tra i diversi settori di consumo che Sismondi, Proudhon ed altri invocano, senza capire che è incompatibile con la distribuzione di mercato, con il dominio della legge di scambio tra valori equivalenti (confessato in Russia, se pure chi lo fa, fa la fine di Beria).
« La grande industria, costretta dagli stessi strumenti di cui dispone a produrre su scala sempre più vasta, non può più attendere la domanda. La produzione precede il consumo, l’offerta fa violenza alla domanda ».
Quale spasso: si scrivono periodici per spiegare questo a Marx: poverino, ai suoi tempi non lo poteva sapere! Non aveva sentito odore di monopolio, di imperialismo. Scrivete pure, scarafaggi dalle zampe tuffate nel calamaio, su queste « pagine bianche »:
« Nella società attuale, con l’industria basata sugli scambi individuali, l’anarchia della produzione, che è fonte di tanta miseria, è contemporaneamente la causa di ogni progresso.
Quindi delle due l’una:
O volete le giuste proporzioni dei secoli passati con i mezzi di produzione della nostra epoca, e allora siete al contempo reazionari e utopisti [e scarrafone disoccupato, aggiungeremo].
O volete il progresso senza l’anarchia; e allora, per conservare le forze produttive, dovete abbandonare gli scambi individuali.
Gli scambi individuali infatti non sono conciliabili se non con la piccola industria dei secoli passati e con il suo corollario di « giusta proporzione », ovvero anche con la grande industria, ma in questo caso con tutto il suo seguito di miseria e di anarchia ».
Vogliamo dunque stupire che dopo così decise formidabili impostazioni, gli aggiornatori di questo mezzo secolo dicano le stesse scarrafonate di quelli del mezzo secolo precedente?
Anche questo lo sapevamo già. Dopo aver provato che il preteso « socialismo » mercantil-laburista non è che una apologia della società borghese, Marx così chiude il paragrafo:
« Si vede così che le prime illusioni della borghesia sono anche le sue ultime ».
Proudhon sulla rendita
Raccogliamo le vele.
Su tali premesse è chiaro che il Nostro sgarrò anche circa la rendita. Come, non importa poi tanto; premeva solo al fine di mostrare che ancora giovanissimo Marx definiva il problema nei termini stessi delle opere più mature.
Dichiarata impossibile una analisi economica della proprietà rurale senza mozioni di sentimento, l’autore, che veniva dall’aver trattato del credito e dei suoi nefasti effetti (in tal campo chi sa perché prevalse lo spirito del Male) si sbraccia per il « riallacciarsi più fortemente alla natura ». Non vi pare un discorso parlamentare sulla riforma fondiaria?
Poi con gran rimbombo di parole vuol presentare la teoria di Ricardo sulla rendita differenziale, faccenda che tratteremo (in ora mattutina) tra breve.
Con la sua brevità Marx spiega che disse Ricardo:
« L’eccedenza del prezzo dei prodotti agricoli sulle loro spese di produzione, ivi compresi il profitto e l’interesse ordinari del capitale, dà la misura della rendita ».
Un tale margine, non solo in certi casi non si verifica, ma evidentemente varia di grandezza tra terra e terra; secondo la fertilità. Ma il sottoporre questi diversi gradi ad analisi quantitativa, è ben altra cosa che ricadere nel concetto della terra, naturale ricchezza, che regala una quota-ricchezza come rendita, non derivata da lavoro umano.
Il problema chiaramente messo da Ricardo è innanzitutto storico:
« La rendita, nel senso datole da Ricardo, è la proprietà fondiaria allo stadio borghese: cioè la proprietà feudale che ha subìto le condizioni della produzione borghese ».
« E’ l’agricoltura patriarcale trasformata in industria commerciale, il capitale industriale applicato alla terra, la borghesia delle città trapiantata nelle campagne ».
Il più grave errore di Proudhon in questo campo sta nel sostenere che la rendita è l’interesse pagato per un capitale che non perisce giammai: la terra. E che mentre il saggio di interesse commerciale decresce, il saggio della rendita fondiaria storicamente aumenta.
Marx ci prova che gli stessi miglioramenti ed investimenti di capitale tecnico sulla terra conducono a un ribasso e non a un rialzo della rendita, pur trovando nell’investimento il loro margine adeguato di profitto, che tende a scendere storicamente come quello di ogni altro investimento industriale.
E poi si chiede: fino a qual punto è giusto chiamare capitale la terra?
« La terra, finché non è sfruttata come mezzo di produzione, non è capitale ».
Ciò vuol dire che sono capitale solo gli impianti eseguiti con lavoro umano sulla terra o le macchine, attrezzi, scorte in sussidio alla sua coltivazione. Ma il reddito di tutto questo è profitto del fittavolo, non rendita del proprietario, sul che Proudhon fa gran confusione.
Quanto alla eternità, anche per la parte in cui la terra diviene un capitale fisso, questo si consuma quanto ogni altro capitale fisso o circolante e va rinnovato ogni anno in una certa quota, non meno che nell’industria non rurale.
Se può parlarsi di un capitale terra, non è in relazione alla rendita dominicale, ma al profitto del fittavolo imprenditore.
La rendita non risulta dall’interesse di un capitale, né come capitale terra né come capitale investito sulla terra. La rendita risulta dai rapporti sociali in cui si fa la coltivazione. La rendita proviene dalla società, non dal suolo.
E quindi, ancora una volta, proprietà e rendita fondiaria possono essere soppresse restando in regime borghese:
« Comprendiamo bene che economisti come Mill, Cherbuliez, Hilditch ed altri abbiano domandato che la rendita sia attribuita allo Stato per servire al pagamento delle imposte ».
Non è socialismo la formula russa: la terra alla Nazione.
Paradisi coloniali
Il Congo è citato ad esempio dalla stampa borghese non soltanto come la grande riserva della «prosperità» belga, ma come la più bella prova delle virtù civilizzatrici del capitalismo. Né possiamo darle torto, una volta stabilito che le «virtù civilizzatrici» della società borghese si sintetizzano nel più alto grado di sfruttamento della forza-lavoro, sia essa negra o bianca.
E valga il vero. Dalla rivista tedesca Pro und Contra (socialista indipendente) togliamo alcune cifre. I grandi padroni del Belgio sono, praticamente, otto grandi compagnie minerarie, ferroviarie ed agricole. Secondo il governatore generale del Congo Ryckmans, negli anni dal 1936 al 1946, le società anonime belgo-congolesi hanno realizzato, con un capitale complessivo di 7,239 miliardi di franchi, un utile complessivo di 7,835 miliardi, godendo inoltre di speciali sussidi statali dell’ordine di 5,835 miliardi a copertura dei rischi. Nel 1951 l’Union Minière du Haut-Katanga, con un capitale di 3 miliardi di franchi, ha ottenuto un utile netto di 2,5 miliardi; la Compagnie Minière des Grands Lacs Africains (capitale 20 milioni), un utile di 27,3 milioni; la Symetain (capitale 85 milioni) un utile netto di 102,5 milioni. Come si vede, un’altra virtù civilizzatrice, un poderoso sviluppo della civiltà, cioè dei profitti.
Questi utili sono realizzati non già con uno sviluppo intensivo della produzione agricola, di cui, comunque, la popolazione indigena potrebbe godere, ma con lo sviluppo di una produzione mineraria esaltata dal riarmo mondiale e dalla produzione di armi atomiche e diverse. Così, la produzione del cobalto è passata, fra il 1938 e il 1951, da 1.166 a 5.149 tonn., quella della casserite da 10.894 tonn. a 17.572, quella del rame da 123.943 a 191.959 tonn.; in poderoso aumento è l’estrazione del carbone (da 41.600 tonn. a 217.900 tonn.) e dei diamanti (da 7 a 10,5 milioni di carati) che formano oggetto di un’intensa esportazione ad opera di grandi complessi capitalistici. La produzione agricola batte invece il passo con la sola eccezione delle piante industriali ed è anche essa fortemente concentrata nelle mani di imprese azionarie che possono permettersi anche il lusso di una politica… sociale a carattere pubblicitario con assistenza medica alla mano d’opera supersfruttata. Il quadro è vecchio; è il quadro delle «magnifiche sorti e progressive» del capitalismo imperialista.
Arrivati tardi
Forlì, gennaio
Nell’estate del 1953, l’on. Longo proclamò sulla piazza principale della nostra città che in Russia non vi erano più prigionieri italiani. Né il rientro in Italia di un primo scaglione di 16 prigionieri ha scosso il morale dei suoi gregari, ormai da tempo avvezzi a digerire ogni mossa e svolta dell’imperialismo russo. Secondo l’opinione generale degli stalinisti, i pochi rientrati sarebbero infatti dei fascisti e criminali di guerra graziati dall’indulgenza del regime di Malenkov. E sia: fossero stati in Italia, la grazia di S. E. Palmiro li avrebbe raggiunti prima. Il destino ha voluto che rimanessero in Russia e, fascisti nel 1943, si mantenessero tali perché, isolati in campi di concentramento, ignoravano che i loro camerati italiani erano prontamente divenuti in maggioranza, antifascisti e, alle dipendenze del C.L.N. o di altro organismo partigiano, si accingevano a farsi decorare per i servigi resi dal generale Alexander. Non ebbero quindi la possibilità di cambiare in tempo gabbana, come tanti di coloro che oggi figurano sui gradini alti e bassi della gerarchia stalinista in Italia. Sono rimasti criminali di guerra, quando potevano divenire eroi della liberazione…
La tesi staliniana sui rientrati ha dunque la stessa consistenza di tutti gli slogans della stessa origine: lotta di classe – ma collaborazione; rivoluzione – ma riforma; internazionalismo operaio – ma Patria; bandiera rossa – ma tricolore; atei – ma religiosi; partigiani – ma pacifisti. Quelli sono, dite voi, «criminali di guerra». E noi abbiamo il diritto di dirvi, quando cantate gli inni nazionali che hanno accompagnato tutte le carneficine, quando inneggiate alla ricostruzione dell’industria nazionale o chiedete di collaborare coi mitragliatori degli operai, quando proclamate di poter salvare la Patria meglio di De Gasperi o Fanfani, abbiamo il diritto di dirvi che assomigliate loro come due gocce d’acqua e meritate il titolo di criminali della classe operaia!
Scuciain
"Terzo tempo sociale"
Superficiale e notoriamente demagogico, Nenni ha uno speciale fiuto per le svolte interne del regime borghese – il fiuto che gli ha permesso, nella sua lunga carriera di piazzaiolo-parlamentare, di mantenersi all’avanguardia dell’interventismo, del fascismo, della democrazia, della repubblica e… del vento del nord. Tutta la recente storia italiana, quando ha avuto bisogno di slogans, si è rivolta a Nenni. L’ultimo, valevole per tutti i partiti, è stato sfornato senza esitazioni, senza battere ciglia: «terzo tempo sociale».
Valido, abbiamo detto, per tutti i partiti: giacché sentite monarchici o togliattiani, saragattiani o democristiani, liberali o missini, repubblicani o socialisti, e la chiave della canzone è sempre quella. Si potrebbe anzi sostenere che, se Fanfani è caduto nonostante le sue qualifiche per propinarci una serie interminabile di provvedimenti sociali e la casa per tutti, la ragione va cercata nell’insufficiente «qualificazione sociale» del suo ministero monocolore. Mentre scriviamo, l’ennesima crisi governativa non è ancora risolta: ma è fin d’ora chiaro che si va, in perfetto parallelismo di giorni con la conferenza berlinese, verso un’orchestrazione in grande stile del «terzo tempo sociale», magari con direttore d’orchestra l’intramontabile Alcide. Né potrebbe essere diverso, essendo fin troppo chiaro che nessun ministero si reggerebbe, in questa fase, senza una spolveratina di zucchero riformista.
Mille volte è stato detto, ma val la pena di ripeterlo, che in queste manovre il capitalismo è infinitamente più piratesco, ipocrita e ruffiano che nell’aperta e spavalda affermazione della sua potenza. Il capitalismo che invoca da se stesso l’«apertura sociale» è il capitalismo che sente il morso della crisi e, per non cadere, mobilita alla sua salvezza tutti gli agenti dell’opportunismo e del tradimento operaio. È il capitalismo corruttore, trasformista, gesuitico, che chiama al soccorso l’ideologia falsamente umanitaria dei riformisti, il produttivismo degli staliniani, il paternalismo cattolico, in una comune opera di imbonimento della classe operaia. Se «terzo tempo sociale» ci sarà, nessun problema sarà risolto per la classe operaia, ma sarà temporaneamente risolto per la classe borghese il problema di cullare nell’illusione di una Patria ansiosa delle sorti dei suoi figli almeno una parte degli operai. Sarà la carota per nascondere il bastone: e, se a Berlino le cose «vanno bene», sarà il preludio al ritorno al governo, in un patetico abbraccio, dei profeti incompresi del rinnovamento sociale della democrazia italiana – i Nenni, i Di Vittorio, i Togliatti.
Lo schieramento borghese è più che mai unitario; le artificiose divisioni di fittizie ideologie si annullano di fronte alla comune ansia di salvare la greppia. La classe operaia dovrà vedere, al di là della facciata, questa realtà unitaria, questa solidarietà profonda di tutti i suoi nemici, e muovere battaglia alla roccaforte dello Stato borghese, protetto dai gendarmi vestiti sia da preti-operai che da laici socialisteggianti.
Vita del Partito
Riunioni
Il 24 scorso, i gruppi di Asti e di Casale si sono riuniti, su invito del primo, per discutere i mezzi più opportuni al fine di un’intensificazione della propaganda nel Piemonte. I suggerimenti usciti da questa riunione – che è un segno confortante della vitalità della nostra organizzazione – saranno attentamente considerati e messi in pratica.
Comunicazioni
Le sezioni che non hanno ancora richiesto le tessere 1954 provvedano rapidamente a farlo.
Ricordiamo ancora come gli ottimi risultati della campagna 1953 di abbonamento, distribuzione per edicole e sottoscrizione pro stampa, devono servire di monito a sviluppare nel corso del 1954 un’analoga azione organizzata.