Parti Communiste International

Il Programma Comunista 1967/13

Con l’aiuto di Mosca, via libera all’imperialismo americano

Quando ebbe inizio la tensione fra Egitto e Israele (le ostilità non erano ancora cominciate), i minchioni si stupirono – il superminchione Pietro Nenni se ne stupisce e se ne rammarica tuttora – che l’ONU, baluardo e scudo delia « pace » universale, desse una così schiacciante prova d’impotenza. Dimenticavano, se mai l’avevano saputo, che l’ONU è il mulino delle chiacchiere, la valvola di sfogo della retorica pacifista e democratica; che agisce non per virtù propria ma solo in quanto decidano di agire per essa i dittatoriali monopolizzatori del potere economico, politico e militare; e che questi – USA e URSS – faranno pesare tale potere, o vi rinunzieranno, a seconda dei rapporti di forza reciproci e della maturità o meno di quello scontro diretto di cui gli episodi locali di guerra guerreggiata non sono per ora che il lontano preludio. Il gergo d’uso li chiama « superpotenze »: tale è, per la classe dominante mondiale la capacità d’imbottire i crani, che questa designazione può avere tranquillamente corso, come se l’usarla non equivalesse a riconoscere la menzogna della democrazia, dell’eguaglianza degli individui e degli Stati, della libertà di espressione di questa eguaglianza nel voto.

L’ONU lasciò fare perché così conveniva, in perfetto accordo, ai due big che dittatorialmente e fascisticamente controllano il mondo; essi si dichiararono neutrali, ed essa fu neutrale. Poi ordinò la cessazione del fuoco perché così aveva convenuto i big, e il fuoco si spense quando ormai Israele aveva non vinto, ma stravinto. Lasciar fare era stata una prima vittoria americana; la VI flotta aveva provveduto a scoraggiare le velleità di … « aiuto fraterno ai popoli arabi » dell’URSS. Il cessate il fuoco ne fu una seconda: per Israele, frammento di capitalismo pieno in un mondo vanamente aspirante ad emularlo, gioiello della finanza internazionale, polo di attrazione di capitali in cerca d’investimento, il gioco era fatto. Irretita nelle stesse menzogne piccolo-borghesi che formano la trama della sua propaganda ideologica, l’URSS volle l’assemblea, il torneo oratorio, la corte di giustizia: fu una terza vittoria americana, e di Israele. Andato a New York nella veste presunta della pubblica accusa, Kossighin lesse il suo discorso e, sbrigato il fastidioso, propagandistico impegno di onore, si precipitò a trattare d’affari – business is business – con il « superimputato » Johnson, Washington potè registrare la sua quarta vittoria, premessa a quelle che dovevano seguire – lo sgretolamento del « fronte unico » non tanto arabo, quanto mussulmano, la paralisi dell’assemblea, il fiasco delle mozioni di censura.

Da anni si predica la soluzione democratica degli aggrovigliati problemi dei rapporti fra Stati, da anni si addita nell’ONU l’arena della coesistenza pacifica, il superparlamento. Il bilancio lo abbiamo fatto con oltre vent’anni di anticipo; per quella via, su quel binario, il gendarme mondiale dell’imperialismo, l’USA, ha partita vinta – sempre e comunque. La vera tigre di carta, abbiamo detto rivolti a Pechino, è l’antimperialismo piccolo-borghese degli opportunisti; è il pacifismo. Oggi, Washington può giocarsi ai dadi e il Vietnam e il Medio Oriente: il semaforo, per Wall Street come per il Pentagono, per i banchieri come per i generali, segna verde.

* * *

Crolla il mito della democrazia. Crolla il mito dell’« appoggio fraterno ai popoli in lotta contro l’imperialismo » da parte del Cremlino. Non vi è stato e non vi sarà nessun appoggio; quel poco, verbale e taccagno, non era e non è diretto ai « popoli »; era e rimane diretto a un mosaico di Stati. Si è costruito il gigantesco castello di un’unità araba che non esiste per la buona ragione che esistono unità statali divise da reciproci contrasti di interessi, premute dalle inesorabili leggi del mercato mondiale delle materie prime e soprattutto del petrolio, rette da borghesie gelose del loro sacro egoismo: Allah è grande, ma le royalties lo sono mille volte di più; se la stella di Nasser è in declino, può forse salire al cielo quella di Bumedien, quando fra Algeria, Tunisia e Marocco, per tacer della Libia, non si è mai potuto realizzare nemmeno sulla carta la più modesta « unità » del Maghreb? I « popoli » di cui parla Mosca come di punte avanzate nella lotta antimperialista sono delle macchine statali policrome sono classi dominanti borghesi e preborghesi unicamente interessate a difendere il proprio dominio su proletari, semiproletari straccioni e contadini senza terra o poveri di terra, sfruttando le combinazioni e gli intrallazzi del commercio mondiale.

I « popoli » non hanno nessuna parte in questo gioco: se non come carne da cannone. Quelli che Mosca chiama « popoli » e che sono « Stati » possono giurare sul Corano; ma resta il fatto che neppure il boicottaggio delle forniture di petrolio è uscito dalla « comunanza di fede » e dall’apparente convergenza fra classi dominanti insofferenti del giogo imperialista e tuttavia legate da mille fili a questo stesso giogo, croce e delizia insieme per ciascuna di esse. L’« appello ai popoli » non era, non è e non sarà, che un’arma nel gioco delle competizioni mercantili fra grandi potenze: fra gli USA, con l’Inghilterra al seguito, manovranti la leva non solo di Israele, ma dell’Arabia Saudita, del Libano, del Kuwait, della Giordania, magari della Tunisia e del Marocco, e L’URSS in affannosa ricerca di alleati in Siria e in Egitto: fra Parigi, forse agognante a restituire a Londra i mille sgambetti ricevuti durante e dopo le due guerre mondiali, e i suoi ex compagni d’armi nella guerra contro … il fascismo; fra tutti e, magari, lo spettro di un concorrente potenziale, la Cina. E poiché la vittoria nell’ultima partita è toccata al gendarme mondiale yankee, « ignoti mercenari » possono scendere impunemente come novelli marziani nel Congo; oh, regno della pacifica coesistenza: oh, trionfo dell’anticolonialismo piccolo-borghese patrocinato dal Cremlino!

L’indegna commedia che si sta recitando da due mesi mette in aspro rilievo la realtà del dramma sociale di classe. Non si esce dal pantano degli interessi nazionali, dietro cui si nascondono (fin troppo palesi, del resto) interessi mondiali, né con l’arma della diplomazia né con quella degli scontri statali armati. Di là dai confini che l’imperialismo ha tracciato nel Medio Oriente, in Africa, nel resto dell’Asia, c’è una sola forza che possa distruggere il nido di vipere che il regno del Capitale ha creato lungo il suo cammino: la sola forza alla quale il comune giogo sfruttatore conferisce una reale unità, non di razza, non di fede, non di linguaggio, ma di classe, quindi di lotta per la vita o per la morte: il proletariato, la classe sul cui sudore poggia l’orgogliosa potenza di Israele, dal cui sudore sono fecondati i campi di cotone dell’Egitto, il cui sudore mette in moto le pompe che immettono nelle arterie del capitalismo mondiale la linfa nera del petrolio; il proletariato israeliano arabo, berbero, ma soprattutto il proletariato delle metropoli imperialistiche, che le classi dominanti cullano in una prosperità menzognera addormentandole con le briciole del plusvalore estorto ai salariati d’Asia, d’Africa, di America Latina. Da essi, dalla loro fraternità di lotta rivoluzionaria, l’imperialismo sarà ucciso: da essi, o da nessuno. 

I big lo sanno: e ne tremano.

La coda opportunista dell'"Estremismo" filocinese Pt.4

La perla dell’« imponibile della manodopera »

Abbiamo già dimostrato, nei numeri 7-8-10, la funzione di tranquillante sociale svolta dalla tesi filocinese nel settore delle lotte economiche del proletariato e del loro rapporto con l’azione del partito politico di classe. Dobbiamo ora vedere che cosa si nasconde dietro la diplomatica formuletta secondo cui « la questione delle riforme può costituire una trappola per le masse lavoratrici » … e, per logica deduzione, anche non costituirla (si veda il n. 10 del Programma comunista). Ma, prima, è utile tornare molto brevemente sul primo punto per un’ulteriore conferma di quanto abbiamo sostenuto. Non ci stancheremo mai di ripetere che i filocinesi sono dei controrivoluzionari non meno dei Longo e degli Amendola.

Dopo aver detto praticamente che la « formazione della coscienza rivoluzionaria nelle masse » procede di pari passo con la diffusione dell’idea della possibilità di uno stabile miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori in regime capitalistico, il « Programma d’azione » di Nuova unità non precisa nulla sul processo di sviluppo di questa « coscienza rivoluzionaria », e invece fa ruotare la rosa di parole d’ordine immediate attorno a un pilastro veramente significativo: « l’imponibile di mano d’opera ». Che cosa sarà mai, questo imponibile di mano d’opera, se non la forza-lavoro necessaria in un certo processo produttivo, e quindi imposta nella sua quantità dalle leggi dell’economia borghese? In che cosa potrebbe concretarsi il concetto di imponibile se non in un disegno di legge di qualche governo borghese con pruriti sociali oppure in un accordo tra sindacati e aziende, naturalmente sotto il patrocinio dello Stato? In un caso e nell’altro si tratterebbe, da una parte, di un avallo ulteriore fornito al mito controrivoluzionario dello Stato come arbitro imparziale tra le classi in lotta, e, dall’altra, di uno stop all’azione economica del proletariato, che non troverebbe assolutamente in tale parola d’ordine e nella lotta per essa il trapasso, senza soluzione di continuità anche se non immediato, verso obbiettivi e battaglie che preparino l’investimento risolutivo della dittatura borghese.

Possiamo dire senza tema di esagerare che il meccanismo miracolistico dello imponibile di mano d’opera verso cui i filocinesi vorrebbero orientare le lotte operaie non è che l’altra faccia di una medaglia che porta il nome famigerato di « giusta causa » nei licenziamenti … giusta, si badi, per chi sta nella posizione del licenziatore.

Nella concezione marxista, le lotte proletarie per rivendicazioni limitate e contingenti sono l’occasione per il superamento, con l’intervento del partito attraverso la cinghia di trasmissione dell’organizzazione sindacale dei limiti entro i quali il movimento operaio stesso non fa che ribattere le catene della schiavitù salariale. Per i filocinesi, all’opposto, le lotte sindacali si concludono, nonostante tutte le frasi sulla coscienza, in un « istituto », cioè sono un movimento che si cristallizza e si ripiega su se stesso.

La storia delle sconfitte del proletariato insegna che l’opportunismo consiste nel teorizzare la stasi della lotta di classe convogliando il movimento su obiettivi che, sotto le spoglie di un falso intermedismo volto a supplire all’assenza di una crisi rivoluzionaria, aprono solo la strada alla reazione capitalistica. La variante filocinese del fenomeno opportunista consiste nel tentativo di contrabbandare la stasi del movimento operaio, cioè la controrivoluzione trionfante, per « formazione della coscienza rivoluzionaria nelle masse ».

E veniamo alla questione delle riforme. Per trattare questo punto, oscurato da un quarantennio e più di falsificazioni, non possiamo fare a meno di tornare indietro sul filo del tempo.

All’indomani della conquista del potere da parte della borghesia nei principali paesi dell’Europa centro-occidentale, il nuovo regime ha ancora da assolvere un compito storico fondamentale: distruggere i residui economici e politici della vecchia società espandere e generalizzare i nuovi rapporti di produzione, e quindi dare il via alla grande industria ed alla concentrazione del capitale su scala nazionale e internazionale; in una parola. il capitalismo deve gettare le basi materiali della società comunista. Il cammino che conduce la borghesia all’assolvimento di questa funzione non è però rettilineo, ma presenta sinuosità e ritardi notevoli.

Infatti, alla vittoria politica della borghesia, e prima ancora al suo stesso costituirsi in classe, si accompagna un’opera già profonda di distruzione del vecchio sistema di vita. Nel momento in cui le rivoluzioni borghesi vincono, il processo di rovina della produzione artigiana e di dissoluzione dei rapporti feudali nelle campagne è ormai iniziato: artigiani falliti, ex-garzoni, contadini nullatenenti, « liberati » dai propri mezzi di produzione e dalla terra, si assiepano nelle città a costituire un primo nucleo di quello che si appresta a divenire l’irriducibile antagonista del capitale: il proletariato urbano. Un filo rosso corre per tutta la storia delle rivoluzioni borghesi segnando la presenza minacciosa del futuro becchino del capitalismo prima ancora che esso sia definitivamente uscito dal grembo del feudalesimo. Per citare solo l’esempio della grande rivoluzione francese, il proletariato si manifesta da una parte imprimendo un ritmo proprio alla rivoluzione stessa (il terrore che si afferma sull’onda del movimento dei sanculotti e delle « braccia nude » non è altro che la maniera rossa di assicurare il trionfo sulle forze assolutiste) e dall’altro con una prima presa di coscienza sia pure nebulosa dell’opposizione tra il lavoro e il capitale, cui corrisponde il tentativo eroico ma necessariamente sfortunato di Babeuf e degli Eguali. 

Di qui un atteggiamento della borghesia che oscilla continuamente tra due poli: quello dell’abbattimento di ogni possibile inciampo feudale al processo di stabilizzazione, espansione e generalizzazione del nuovo modo di produzione, e quello del rafforzamento, mediante alleanze spurie con le forze reazionarie, delle proprie posizioni nei confronti del giovane proletariato. Questa situazione fa della società europea del secolo XIX (con periodi più o meno lunghi a seconda dei paesi) un organismo simbiotico in cui vecchio e nuovo ora si sorreggono a vicenda, ora si divorano l’uno l’altro.

In tale periodo il proletariato, anche se non può ancora avvertire pienamente che la sua esistenza è la negazione più radicale del sistema sociale capitalistico, comincia però a rendersi conto che la salvaguardia delle proprie condizioni materiali di vita richiede una lotta accanita contro la borghesia. In altri termini, se è già evidente il contrasto fondamentale della società moderna tra il lavoro salariato e il capitale, tra i produttori nullatenenti e l’appropriazione di classe del prodotto, tale contraddizione non ha ancora raggiunto il punto critico in cui lo sviluppo delle forze produttive diviene materialmente inconciliabile con i rapporti di produzione capitalistici; anzi la sopravvivenza di questi ultimi ne postula una distruzione ciclica sempre maggiore.

Nell’arco storico che abbiamo precisato, e con date diverse nei vari paesi, il partito rivoluzionario non può dunque stabilire volontariamente per il proletariato il compito immediato dell’abbattimento dello Stato borghese ma nemmeno può chiudergli le porte in faccia con la scusa che il passaporto della borghesia non è ancora scaduto, e ritirarsi nella contemplazione metafisica della società futura. « Sarebbe del resto assai comodo – scrive Marx a Kugelmann il 17-4-1871 – fare la storia universale se si accettasse battaglia soltanto a condizione di un esito infallibilmente favorevole ».

Ma il partito non può neppure dividere il proprio programma in due tronconi « per tener conto della situazione e del livello del movimento di massa ». Avremmo in tal caso un programma minimo di miglioramenti economici per gli operai, e un programma massimo di sovvertimento dell’ordine costituito da tenere in soffitta in attesa di tempi migliori; questo dualismo ucciderebbe il partito stesso in quanto partito rivoluzionario, perché ogni minimalismo deve implicitamente negare il concetto fondamentale dell’instabilità permanente della condizione operaia in regime capitalista e con ciò la necessità della rivoluzione, riducendo il programma massimo a un artificio per mistificare le masse. Ciò non vuol dire che noi agitiamo un programma massimo contro quello minimo. Sarebbe una caricatura del marxismo ovvero la sua riduzione ad un arbitrario rivoluzionarismo che affiderebbe la chiave della lotta di classe alla convinzione e alla volontà di fare la rivoluzione.

I marxisti autentici non hanno programma minimo, ma non hanno neppure programma massimo: il nostro programma è quello unico e invariante dell’abbattimento violento dello Stato borghese e dell’instaurazione della dittatura comunista. Ancorati ferreamente a tale programma, i comunisti, di fronte ad una situazione oggettiva sfavorevole alla sua diretta e immediata applicazione, si foggiano un piano di intervento negli inevitabili scontri parziali tra il proletariato e la borghesia per portare nel corso della lotta strati sempre più vasti della classe alla consapevolezza della necessità di distruggere il capitalismo e per preparare le migliori condizioni soggettive all’urto supremo col nemico di classe.

Scrive Lenin nella Prefazione alle lettere di Marx a Kugelmann: « La dottrina di Marx ha amalgamato la teoria e la prassi della lotta di classe in un inscindibile tutto. E non è marxista colui il quale, per giustificare ciò che esiste, travisa quella dottrina che constata sobriamente la situazione oggettiva, e si abbassa sino a tendere ad adeguarsi al più presto ad ogni declino temporaneo della rivoluzione, a sbarazzarsi al più presto da ogni « illusione rivoluzionaria » e ad adeguarsi alla raccolta « realistica » delle briciole ». Ed ancora Marx ed Engels nel Manifesto: « I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni indipendenti dalla nazionalità, dell’intero proletariato. nelle varie lotte nazionali del proletariato; e dall’altra per il fatto che sostengono costantemente l’interesse del movimento complessivo attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta tra il proletariato e la borghesia ».

Movimento operaio o riforme dopo la vittoria delle rivoluzioni

Così definite le linee essenziali dell’intervento del partito comunista in una situazione genericamente non rivoluzionaria, quali sono le particolarità di tale azione nella fase successiva alla vittoria delle rivoluzioni borghesi, in cui i rapporti tra le classi antagoniste sono oscurati per il fatto che il capitalismo non si è ancora sviluppato abbastanza, ossia in cui l’immaturità generale del tessuto sociale ostacola il libero dispiegarsi in tutta la sua estensione e profondità della battaglia tra il proletariato e la borghesia nei termini di una negazione radicale del capitalismo stesso e della divisione in classi?

In questa fase il partito può assolvere il compito corrispondente alle condizioni storicamente sfavorevoli per l’azione rivoluzionaria diretta, solo intervenendo nei conflitti che inevitabilmente oppongono la nuova società, vittoriosa ma non consolidata, alle forze feudali e semifeudali, in modo da accelerare la distruzione degli ostacoli ancora frapposti allo sviluppo delle forze produttive e, contemporaneamente, mostrare al proletariato che tale sviluppo potrà essere veramente vantaggioso per la società, e non per una classe, solo nella misura in cui esso non si arresterà ma procederà oltre a rompere gli stessi rapporti di produzione capitalistici. Più chiaramente: Sulla base degli inevitabili scontri economici del proletariato con la borghesia e delle altrettanto inevitabili battaglie contro i residui precapitalistici in cui gli operai spontaneamente si schierano a fianco della borghesia, che per parte sua cerca di impedir loro ogni autonomia di classe attraverso la suggestione dello sviluppo democratico di una società finalmente libera dai ceppi dell’ancien régime, il partito comunista interviene a convogliare il movimento operaio in una lotta generale e permanente per i fini storici autonomi della classe, il cui presupposto e primo risultato è l’organizzazione indipendente dei lavoratori. E non si tratta affatto di una presa di posizione in merito a un conflitto tra gruppi della borghesia con il preteso scopo di ottenere la vittoria di quella « migliore » dal punto di vista della classe oppressa, bensì di un’azione volta ad accelerare lo sviluppo dello scontro delle due classi antagoniste nelle precise circostanze in cui il capitalismo non significa ancora la via immediata compressione delle forze produttive in un limite sempre più intollerabile.

Ad illustrare quanto sopra bastino tre citazioni. Franz Mehring nella Storia della socialdemocrazia tedesca così parafrasa l’ultima pagina di un’opera di Engels del 1865: « Essa [« La questione militare prussiana e il partito operaio tedesco »] si concludeva con queste affermazioni: mantenere innanzitutto organizzato il partito operaio nella misura permessa dalle circostanze; costringere il partito progressista a muoversi effettivamente; spingerlo nella misura del possibile a rendere più radicale il proprio programma e ad attenervisi; bollare e ridicolizzare spietatamente ogni sua inconseguenza e debolezza; … rispondere… alla reazione e ai suoi allettamenti ipocriti con le fiere parole del vecchio canto di Hildebrand: « Bisogna accettare i doni con la spada, lama contro lama ».

La seconda citazione è dalla lettera di Marx a Bolte del 24-11-1871: « … Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia sviluppata sino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche. Ma d’altra parte ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti cerca di far forza su di esse con una pressione dall’esterno è un movimento politico. Per esempio, il tentativo di strappare una riduzione della giornata di lavoro dal capitalista singolo in una sola fabbrica, o anche in una sola industria, con degli scioperi. ecc., è un movimento puramente economico: invece il movimento per strappare una legge delle otto ore, ecc. è un movimento politico. E in questo modo dai singoli movimenti economici degli operai sorge e si sviluppa dappertutto il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva generale socialmente. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa previa organizzazione, essi sono da parte loro altrettanti mezzi dello sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, id est contro il potere politico, della classi dominanti, esso deve ad ogni modo essere preparato a ciò da una agitazione permanente contro l’atteggiamento a noi ostile della politica delle classi dominanti. Altrimenti. rimane un giocattolo nelle loro mani … ».

Uno degli aspetti dell’azione dei comunisti nelle circostanze suddefinite è quello della lotta per le « riforme sociali » – ecco il punto! – cioè per un insieme di misure – dalle leggi sulla libertà di stampa e riunione alla legislazione operaia, dal suffragio universale alla repubblica democratica unitaria ecc., – che a quest’epoca sono effettivamente realizzabili perché precorrono la linea dello sviluppo capitalistico, preparano le basi materiali specifiche per l’urto diretto tra il proletariato e il potere del capitale, e svelano come dietro gli oscillamenti della borghesia sulla strada del suo stesso sviluppo si celi il terrore derivante dalla più o meno chiara consapevolezza che esso dialetticamente avvicina la sua fine.

Ed ecco la terza citazione, dal capitolo XIII del I Libro del Capitale: « Se la generalizzazione della Legislazione sulle fabbriche quale mezzo di difesa fisico e intellettuale della classe operaia è diventata inevitabile, essa, d’altra parte, generalizza e accelera, come già è stato detto, la trasformazione di processi lavorativi dispersi, compiuti su scala minima, in processi lavorativi combinati su scala larga, sociale, e con ciò la concentrazione del capitale e il dominio esclusivo del regime di fabbrica. Essa distrugge tutte le forme antiquate e transitorie, dietro le quali si nasconde ancora in parte il dominio del capitale, e le sostituisce con il suo dominio diretto, senza maschera. Essa rende così generale anche la lotta diretta contro questo dominio. Mentre nelle officine individuali la legislazione sulle fabbriche impone l’uniformità, la regolarità, l’ordine e l’economia, essa aumenta, con l’enorme assillo imposto alla tecnica dai limiti e della regola della giornata lavorativa, l’anarchia e le catastrofi della produzione capitalistica nel suo insieme, l’intensità del lavoro e la concorrenza fra macchine e operai. Insieme alle sfere della piccola industria e del lavoro a domicilio essa distrugge gli ultimi asili di coloro che sono in « soprannumero » e con ciò la valvola di sicurezza di cui finora è munito tutto il meccanismo sociale. Con le condizioni materiali e con la combinazione sociale del processo di produzione essa matura le contraddizioni e gli antagonismi della forma capitalistica del processo di produzione, e quindi contemporaneamente gli elementi di formazione di una società nuova e gli elementi di rivoluzionamento della società vecchia ».

Il lettore a questo punto comprenderà i motivi della lunga digressione compiuta. Non ci ha mossi infatti, il vezzo di una esibizione accademica, ma non siamo neppure abituati a partorire piani d’azione estemporanei alla maniera filocinese. Il nostro metodo consiste nel ritrovare sul filo rosso della dottrina marxista e della storia del movimento operaio i termini della nostra azione presente, e solo dopo aver puntualizzato la questione delle riforme nell’epoca immediatamente successiva alla vittoria politica borghese possiamo dire di possedere gli elementi necessari e sufficienti per rispondere al quesito se siano o meno possibili oggi riforme sociali vantaggiose, nel senso più ampio del termine, per il proletariato.

Marx ed Engels coglievano il carattere positivo delle riforme preconizzate nel fatto che esse portavano avanti l’espansione e universalizzazione del capitalismo, vale a dire la maturazione delle sue contraddizioni, spianando la strada allo sviluppo sulle sue proprie basi della lotta di classe proletaria. Era controrivoluzionaria allora e resta controrivoluzionaria oggi l’opinione che le riforme potessero migliorare stabilmente e progressivamente la condizione di vita degli operai.

Ma diamo pure carte in regola ai paravento di verbalismo « rivoluzionario » dei filocinesi e lasciamo stare per un po’ il contenuto di « socialismo del cucchiaio » del « Programma d’azione » di Nuova unità. Chiediamoci se sono possibili attualmente riforme sociali capaci di sbloccare la situazione controrivoluzionaria e di dare nuovo impulso alla lotta di classe, a parte il fatto che questa posizione è implicitamente negata dalla tesi secondo cui la crisi rivoluzionaria si aprirebbe solo quando l’« internazionale capitalistica » fosse stata sconfitta nelle giungle dei paesi arretrati.

Imperialismo e riforme

Abbiamo già ricordato che con primi del novecento si apre la fase imperialistica del capitalismo, in cui il contrasto tra i rapporti di produzione e le forze produttive è tale che l’incremento di queste ultime è condizionato da uno stato di guerra permanente che sfocia ciclicamente nella loro distruzione su scala sempre più vasta.

Scrive Lenin nell’Imperialismo: « E’ noto a tutti quanto il capitalismo monopolistico abbia acuito tutti gli antagonismi del capitalismo. Basta accennare al rincaro dei prezzi e alla pressione dei cartelli. Questo inasprimento degli antagonismi costituisce la più potente forza motrice del periodo storico di transizione, iniziatosi con la definitiva vittoria del capitale finanziario mondiale. Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un ristretto gruppo di nazioni più ricche e potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente … In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, senonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti … Da tutto ciò che si è detto sopra intorno all’essenza economica dello imperialismo, risulta che esso deve essere caratterizzato come capitalismo di transizione o più esattamente come capitalismo morente ».

E l’agonia del capitalismo si prolunga solo in forza della sottomissione del movimento operaio all’ideologia borghese, operata dai partiti opportunisti. La base materiale dell’opportunismo e del suo predominio in seno alla classe si trova:

a) Nella corruzione di alcuni strati di lavoratori (aristocrazia operaia) mediante la distribuzione delle briciole del sovraprofitto imperialistico; scrive sempre l’Imperialismo che « i capitalisti di uno dei tanti rami industriali, di uno dei tanti paesi, ecc., raccogliendo gli altri monopolisti, hanno la possibilità di corrompere singoli strati di operai e, transitoriamente, persino considerevoli minoranze di essi, schierandole a fianco della borghesia del rispettivo ramo industriale o della rispettiva nazione contro tutte le altre. Questa tendenza è rafforzata dall’aspro antagonismo esistente tra i popoli imperialisti a motivo della spartizione del mondo. Così sorge un legame tra l’imperialismo e l’opportunismo ».

b) Nella formazione di un sottobosco piccolo borghese (funzionari, liberi professionisti intellettuali tanto cari al cuore dei traditori del marxismo, ecc.) che si sviluppa all’ombra dello Stato divenuto ormai in forma sempre più articolata il comitato d’affari della borghesia: « Lo Stato di rentiers – dice Lenin – è lo stato del capitalismo parassitario in putrefazione. Questo fatto necessariamente influisce, in generale, su tutta la situazione politico-sociale dei relativi paesi, e quindi, in particolare, anche sulle due correnti principali del movimento operaio »; e quindi, citando Hobson, ribatte: « coloro che fissano la direzione di questa esplicita politica parassitaria sono i capitalisti: ma gli stessi movimenti esercitano la loro efficacia anche su determinate categorie di operai … Lo stato dominante sfrutta le sue provincie, colonie e paesi sudditi, per arricchire la classe dominante e corrompere le proprie classi inferiori per tenerle così a freno».

Nella fase imperialistica, nessuna riforma sociale può rendere le condizioni generali della società più mature per il socialismo di quello che già sono. Se il capitalismo ha potuto prolungare la sua vita fisica oltre la sua morte come forma storica, lo si deve unicamente al fenomeno opportunista e alla sua egemonia sul proletariato. Lottare contro l’attuale sistema sociale significa dunque lottare spietatamente contro gli opportunisti e contro l’ideologia che li caratterizza: l’idolatria per le riforme come metodo per il parto indolore della nuova società. Scrive Lenin: « Alcuni scrittori … si compiacciono di trascurare il fatto del legame tra l’imperialismo e l’opportunismo nel movimento operaio – fatto che salta specialmente agli occhi in questo momento -, per mezzo di ragionamenti « ufficiali ottimistici » (nel senso di Kautsky e Huysmans) di questo genere: la causa degli avversari del capitalismo sarebbe disperata se appunto il capitalismo avanzato conducesse ad un rafforzamento dell’opportunismo o se appunto gli operai meglio pagati fossero propensi all’opportunismo, ecc., Non bisogna illudersi sul significato di un simile « ottimismo »; è un ottimismo verso l’opportunismo. È un ottimismo che serve l’opportunismo. Di fatto, la particolare rapidità e il carattere particolarmente ripugnante dello sviluppo dell’opportunismo non ne garantiscono la solida vittoria, come la rapidità dello sviluppo di un ascesso purulento su un organismo sano non può far altro che accelerarne la maturazione e liberarne più rapidamente l’organismo. Più pericolosi di tutti, da questo punto di vista, sono coloro i quali non vogliono capire che la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo, è una frase vuota e falsa ».

E tra i nemici peggiori, dallo stesso punto di vista vanno annoverati proprio coloro che, come i filocinesi, fingono di cacciare il riformismo dalla porta e lo fanno rientrare a velocità supersonica dalla finestra, sotto le spoglie ora di un programma minimo per migliorare le condizioni di vita degli operai, ora di un programma di transizione per favorire volontaristicamente il ritorno offensivo del proletariato. Quest’ultima metamorfosi del revisionismo è poi la più sporca perché costituisce la parodia della tattica correttamente applicata dai marxisti subito dopo la vittoria della rivoluzione borghese. La lotta contro l’opportunismo inizia col ripristino organico della dottrina e del programma rivoluzionari come dell’organo che ne è depositario, il partito politico di classe. È una strada lunga, scomoda, ma obbligata: « senza teorie rivoluzionarie non c’è movimento rivoluzionario », afferma Lenin. E tanto valga per gli ingenui che la fretta di fare spinge a lottare contro l’opportunismo riproponendo il giogo opportunista sul movimento operaio.

Il PCI sempre più in basso nel romanticume liberal-democratico

I nazionalcomunisti nostrani si arrabbiano quando li definiamo i difensori più accaniti del regime capitalista. Dovrebbero prendersela con sé stessi perché non manca occasione in cui non facciano a gara con la D. C. e il Governo nell’essere i più ossequienti assertori del … liberalismo. Nei dibattiti parlamentari sulla « nuova » legge di Pubblica Sicurezza, la cosiddetta sinistra ha svolto il ruolo di annacquare l’aceto che il Governo propina non ai cittadini ma ai proletari. Il Terracini non ha fatto altro che rimpiangere il « vero » liberalismo definendo « pseudo-liberale » il periodo pre-fascista, e proponendo di mettere « finalmente la polizia giudiziaria alle dirette dipendenze del pubblico ministero ».

Per i comunisti veri non esiste « pubblica sicurezza », perché non esiste comunità; esiste la sicurezza dello Stato capitalista, perché esiste la classe capitalista come classe dominante; esiste la polizia giudiziaria, perché esiste il diritto, cioè il diritto borghese, della proprietà privata. Che questa polizia dipenda dal magistrato o dal rappresentante del governo è una mera questione di forma, un bizantinismo legale che serve solo a coprire la realtà di classe. I nazionalcomunisti appaiono in tutte queste questioni come degli esperti di archeologia politica, in quanto si affannano a riesumare dalle macerie di un tempo che fu dei campioni di fossili sociali, economici e politici, offrendoli alla classe operaia come modelli da contrapporre alla classe capitalista. Almeno fossero dei « romantici » del socialismo! Sono soltanto degli spregevoli romantici del liberalismo, degli esordi della borghesia controrivoluzionaria. Sono anch’essi per il cosiddetto « Stato di diritto », perché dire Stato significa dire violenza sopraffazione ad opera della classe più forte. La loro illusione sta nel fatto che la squalllida Costituzione repubblicana è un pezzo di carta, e che il grande capitale non vive né di carta né per la carta, ma di plusvalore e per il plusvalore, di sudore e di sangue operaio. Questa illusione essi si affannano a trasmetterla al proletariato perché rincorra anch’esso, a ritroso, le immagini di un tempo falsamente eroico, Ma i proletari hanno da ripercorrere soltanto la loro tradizione, che non è quella dell’« unità d’Italia », ma quella della Comune di Parigi e dell’Ottobre Rosso; che non è quella del liberalismo forcaiolo, ma quella del comunismo rivoluzionario.

I partiti opportunisti compiangono, con stolta sufficienza, il nostro talmudismo, ci additano alle masse operaie come vecchi e superati, capaci soltanto di ricordare il « passato ». Essi sono più « vecchi » di noi perché rimasticano le frasi dell’illuminismo settecentesco – di gran lunga più serio e coerente allora di quanto lo siano gli epigoni di oggi. Soprattutto, sono dei « morti » che camminano, perché hanno indossato i panni di una classe che è nata defunta. Non sanno che pascersi di « leggi » e norme costituzionali, quando sulla classe operaia infuria l’offensiva capitalistica per strapparle il pezzo di pane, per avvilirla con patteggiamenti sindacali ignobili, per aggiogarla al suo venale interesse; non sanno che indicare la « legge », il « diritto », la Costituzione, quando il capitalismo mondiale, armato sino ai denti, moltiplica ordigni di distruzione e di morte e si mette sotto i piedi le leggi, il diritto le costituzioni che egli stesso ha vomitato, seppellendo ogni bel discorso parlamentare, ogni raffinata disquisizione retorica, sotto le raffiche di mitraglia in ogni parte del pianeta.

Non è disarmando la polizia borghese, né – somma ironia! – ponendola al diretto servizio dello Stato, supremo rappresentante del capitalismo, che i proletari otterranno la « sicurezza ». È strappando le armi alla borghesia, e armando la classe operaia per rovesciare il potere statale del capitale, che si risolve il problema. Non attenuando la dittatura capitalistica si scioglie il nodo sociale, ma instaurando la dittatura proletaria.

Chiunque prospetti soluzioni diverse puntella il capitalismo e inganna le masse lavoratrici; chiunque esso sia, anche lo stesso Terracini, cioè un ex comunista.

Un indegno ricatto agli operai

La Federazione provinciale di Roma dei lavoratori legno edili e affini (FILLEA), in concomitanza con l’invio da parte della Cassa Edile di cartoline verdi che l’operaio dovrebbe firmare dichiarando di applicare o comunque di impegnarsi ad osservare integralmente il contratto, l’accordo e gli altri atti normativi « e chiedendo » di poter fruire dei servizi e delle prestazioni della Cassa Edile, ha diffuso un comunicato ai « lavoratori edili » in cui sostiene che « le cartoline rappresentano un impegno da parte del lavoratore a rispettare il Contratto di lavoro, mentre in cambio la Cassa Edile si impegna ad assistere il lavoratore medesimo in caso di malattia, infortunio e in tutte le altre forme integrative e assistenziali presenti e future ». In conseguenza di ciò, « la Fillea-CGIL Provinciale, nell’invitare i lavoratori a firmare e spedire sollecitamente alla Cassa Edile le cartoline in questione, informa che le stesse rappresentano una conquista dell’ultimo contratto di lavoro, in quanto in questo modo le singole imprese si impegnano al rispetto del contratto stesso ».

Non crediamo ai nostri occhi: eppure sta scritto proprio così! La Cassa Edile, cioè, s’impegna a versare parte dei soldi degli operai agli operai stessi alla condizione che essi s’impegnino singolarmente, personalmente e per iscritto, a rispettare il contratto di lavoro che dura tre anni. Almeno si fosse scritto l’opposto, vale a dire che gli operai rispetteranno il contratto se la Cassa Edile s’impegnerà ad effettuare le prestazioni prestabilite agli operai: invece no, è l’inverso!

Così, non solo sindacalisti e politicanti cercano di trascinare la lotta operaia tra la carta da bollo, i contratti, gli avvocati e le preture, ma persino sul piano legale essi stessi, i « rappresentanti dei lavoratori » (come si autodefiniscono), pongono il lavoratore al di sotto del datore di lavoro. Mussolini, almeno sulla carta, dava ad intendere ai proletari che capitale e lavoro stavano sullo stesso piano. Costoro invece, pur di rimanere a galla, invitano l’operaio ad abbassare la schiena, dentro la fabbrica e fuori, e per ottenere questo scopo infame lo ricattano anche: se vuoi beneficiare dei soldi che tu hai depositati nella Cassa Edile, devi prima impegnarti a rispettare i patti che noi sindacalisti abbiamo concordati, in nome tuo, col padrone – ti piacciano o no!

Gli operai edili, che appartengono ai più sfruttati della classe operaia, la cui vita è continuamente in pericolo, che sono mal pagati (anzi, i peggio pagati) quando li pagano, devono rispondere no. Non devono firmare nessuna cartolina, non devono assumere impegni con nessuno, non devono piegare la schiena di fronte a nessuna Cassa Edile, a nessun funzionario, a nessun sindacalista, a nessun padrone. Devono stracciare le cartoline, e chiamare i capoccia sindacali a render conto di queste manovre da mafiosi, degne del peggior gangsterismo fascista.

La Cassa Edile deve effettuare tutte le prestazioni possibili e, in caso di rifiuto, dovrà essere la forza organizzata degli operai ad indurvela. Quanto al rispetto dei contratti di lavoro da parte degli operai, esso sarà possibile solo finché i lavoratori non avranno tanta forza da modificarli a loro vantaggio. I contratti sono degli idoli solo per i padroni e per i loro servi sindacali, non per i proletari, che mercé questi accordi vengono inchiodati alle peggiori condizioni dello sfruttamento capitalista.

I comunisti rivoluzionari per primi non firmeranno nulla, e invitano tutti gli operai coscienti a fare altrettanto!

“Rivoluzione culturale”: rivoluzione borghese Pt.3

Il più rapido esame delle questioni ideologiche sollevate dalla rivoluzione culturale ci porta a ripetere quanto abbiamo già scritto a proposito del conflitto cino-sovietico: il segreto e la soluzione di queste « lotte di idee » non risiedono nella testa di alcuni dirigenti o nella volontà delle masse; al contrario, le lotte di idee e i movimenti di massa traducono degli antagonismi nei rapporti economici e sociali, dei problemi di « cultura materiale » rimasti insolubili nel quadro di un certo regime.

Un bilancio che il maoismo non può fare

Quando si manifestarono i primi dissensi fra Pechino e Mosca, i due protagonisti cercarono di mantenere il conflitto nei limiti di rispettabili discussioni teoriche sulla guerra, la pace e il socialismo. Le divergenze fra partiti essi dicevano, non devono incidere sui rapporti fra Stati. Noi abbiamo subito risposto che le pretese divergenze ideologiche erano soltanto il riflesso di conflitti materiali fra Stati nazionali borghesi. I fatti hanno confermato la nostra analisi. Cina e Russia non riescono più oggi a mantenere al di sopra dei loro rispettivi interessi nazionali gli interessi generali del « campo socialista ».

Sul piano politico, ne è la miglior prova la guerra del Vietnam. Nel campo economico, l’evoluzione di tutti gli Stati dell’Est (e non soltanto della Cina) mostra che essi non tendono affatto a creare un « sistema socialista mondiale », ma che tutte le forze della loro economia nazionale li spingono ineluttabilmente alla più completa integrazione nel mercato mondiale capitalista. È sotto la pressione di questi fatti che tutti i partiti affiliati a Mosca hanno rinnegato il monolitismo dell’epoca staliniana, e si pronunciano senza eccezioni a favore del « policentrismo » di cui Togliatti fu il primo campione. Gli interessi commerciali, la politica nazionale, la diplomazia borghese, hanno avuto definitivamente ragione del falso socialismo. E non è necessario andare in cerca di altri motivi « ideologici » quando si vede fino a che punto i dirigenti di questi paesi siano disposti a passare la mano davanti all’imperialismo dell’altro blocco, perfino a detrimento del loro « prestigio nazionale ».

Paese arretrato che quindi soffre più direttamente dell’ordine stabilito sotto l’egida della coesistenza pacifica, concorrente potenziale pericoloso che i due imperialismi dominanti hanno di volta in volta boicottato, la Cina ha dovuto dare alla difesa dei suoi interessi nazionali la forma di una lotta aperta contro la « cultura » putrefatta del capitalismo mondiale. Ma, su questo terreno, i dirigenti cinesi si sono rivelati impotenti tanto a demolire l’ideologia politica della controrivoluzione russa quanto ad allentare la morsa del dominio materiale esercitato dall’imperialismo americano sull’economia cinese. I dirigenti maoisti sono marxista, e pretendono di aver scatenato, in Cina come altrove, una lotta a morte contro quello che chiamano il « revisionismo moderno ». Ma che cosa intendono con questa parola? Per loro, la data di nascita di questo « revisionismo » risalirebbe al massimo al XX congresso del partito russo; prima, tutto filava liscio come l’olio nella santa famiglia del piccolo padre Stalin; dopo, tutto si sarebbe messo a degenerare. Sembrerebbe, quindi, che la controrivoluzione mondiale abbia le sue radici e la sua ragion d’essere in quel bonaccione di Krusciov, nei suoi viaggi, nelle sue riforme, nei suoi discorsi di congresso. È fargli troppo onore! È attribuire a Krusciov o a Kossighin in Russia, a Liu Shao-chi e a qualcun altro in Cina un ruolo nella storia che il marxismo non ha mai riconosciuto ai « grandi uomini », e a maggior ragione agli omuncoli che la controrivoluzione ha spinto sul proscenio! La « grande rivoluzione culturale » cinese è stata incapace di dire e ricordare ai proletari che cosa fu in realtà la controrivoluzione.

La controrivoluzione del XX secolo, di cui soffre non soltanto la Cina maoista, ma anche e soprattutto il proletariato internazionale, non è entrata d’improvviso in un congresso di partito o nella testa di alcuni dirigenti messisi d’un tratto a « seguire la via del capitalismo ». Essa si è imposta all’umanità con la forza delle armi e in lotte di classe di un’ampiezza internazionale. La controrivoluzione è lo schiacciamento dei proletariati tedesco, russo e cinese dal 1919 al 1927; è la liquidazione della teoria rivoluzionaria e dell’Internazionale Comunista; è la distruzione del partito russo e mondiale con gli enormi mezzi repressivi dello Stato « operaio », è la mobilitazione dei proletari di tutti i paesi nella seconda guerra imperialista. Tutto ciò ha una portata ben diversa dal « revisionismo » lindo e assestatello che un bel giorno sarebbe caduto dal cielo. In realtà, la vera storia della controrivoluzione non comincia, neppure per la Cina, con il conflitto degli anni ’60 fra lo Stato russo e lo Stato cinese. Ora, nelle sue polemiche con Mosca, Mao non ha mai affrontato quella « rivoluzione culturale » che noi soli abbiamo fatta, e di cui osserviamo, al di sopra delle generazioni, la tradizione politica: non ha mai denunciato né la tattica menscevica imposta da Stalin al partito cinese nelle gloriose battaglie proletarie del 1924-27, né la disastrosa influenza della politica dei fronti popolari sulla lotta per il potere fra partito comunista cinese e Kuomintang negli anni ’30, né infine l’aperta collusione dell’imperialismo russo-americano che tentò un’ultima volta alla fine della guerra di ostacolare il movimento nazionale rivoluzionario cinese, raccomandando a Mao di costituire un nuovo governo di coalizione con Ciang Kai-scek. La rivoluzione culturale non ha mai fatto e non farà mai un simile bilancio storico della controrivoluzione in Cina. E si capisce perché. Questo bilancio, quand’anche concernesse la cultura nazionale e la storia nazionale della Cina moderna, dovrebbe essere un bilancio di classe che rimetta in causa le illusioni e la politica della democrazia popolare. È il bilancio che solo potrà fare una classe battuta ma già in procinto di risollevare la testa: un bilancio rivoluzionario della controrivoluzione.

La rivoluzione culturale, momento dello sviluppo capitalistico cinese

Se il « pensiero di Mao » non ha mai saputo abbracciare i problemi della rivoluzione proletaria mondiale, è invece sempre stato più fecondo nella elaborazione dell’ideologia e della politica nazionale dello Stato cinese.

Abbiamo già mostrato che il conflitto cino-sovietico non fu il risultato di una semplice rottura unilaterale di contratti commerciali o di perfide macchinazioni politiche di Mosca contro Pechino. In realtà sono le tendenze profonde delle economie nazionali russa e cinese, come del mercato mondiale, che hanno condotto la Cina prima all’isolamento, poi alla necessità di « contare sulle sue sole forze », di « camminare sulle sue gambe », insomma di affrontare da sola le contraddizioni, i sacrifici e le calamità naturali e sociali dell’accumulazione capitalista.

A partire dal 1955-56 (come abbiamo mostrato nel Programma Comunista, nr. 19-22 del 1966), tutta la politica dello Stato cinese si è sforzata di risolvere all’interno dei confini nazionali le contraddizioni generate dall’economia di mercato nel « campo socialista ». A questa politica si devono la collettivizzazione accelerata e il movimento di « rieducazione del pensiero » dei capitalisti nazionali, poi il « balzo in avanti » e le « comuni popolari ». Di questa politica cinese del « socialismo in un paese solo », la stessa rivoluzione cinese non è che la continuazione e lo sviluppo.

Così, le formule della « rivoluzione culturale » appaiono già nel 1957, anno in cui i risultati del primo piano cinese e l’evoluzione dei rapporti tra paesi socialisti hanno ormai convinto Mao che la Cina potrà contare solo sul suo « capitale umano » per edificare la sua economia nazionale. A quest’epoca, infatti, egli dichiara: « Il nostro paese di 600 milioni di abitanti ha due caratteristiche: è povero ed è bianco, bianco come un foglio di carta. I poveri vogliono che le cose cambino, vogliono lavorare sodo, vogliono la rivoluzione. Il foglio di carta sul quale non è stato scritto nulla si presta mirabilmente agli ideogrammi più nuovi e più belli ». C’è in questo aforisma tutta la « rivoluzione culturale »; e non a caso esso ha trovato posto nell’ultimissima bibbia del maoismo. Vincere la povertà « lavorando sodo » e scrivere i « begli ideogrammi » del comunismo sul foglio bianco del contadino cinese: in ciò consiste la rivoluzione culturale, che associa comunismo e miseria dopo di aver assimilato interessi nazionali e interessi di classe del proletariato.

Mao non pretende soltanto di far entrare le idee del comunismo nel cervello del « povero », ma lo chiama a creare con il suo lavoro le condizioni inesistenti della società futura in un dato paese. Le tesi sulla rivoluzione culturale dichiarano che il suo scopo è di « riformare l’educazione, la letteratura, l’arte, e tutti gli altri rami della sovrastruttura che non corrispondono alla base economica socialista ». Senonché qualche riga dopo queste stesse tesi devono riconoscere che la « base economica socialista » resta da creare e che « la grande rivoluzione culturale proletaria ha per scopo il rivoluzionamento del pensiero dell’uomo, affinché in tutti i campi del lavoro si possano ottenere risultati migliori in quantità, rapidità, qualità ed economia ».

Commentando le tesi, il Quotidiano del popolo, sotto il titolo « Fare la rivoluzione e promuovere la rivoluzione », scrive: « Il movimento per la rivoluzione culturale proletaria e il movimento per la produzione socialista sono reciprocamente collegati. La grande rivoluzione culturale proletaria tende a trasformare in senso rivoluzionario l’ideologia dell’uomo perché si possano ottenere migliori risultati nella produzione. Noi dobbiamo prendere questa grande rivoluzione culturale come fattore chiave, concentrare la nostra attenzione da una parte sulla rivoluzione e dall’altra sulla produzione, per assicurare il buon andamento di entrambe. L’edificazione del socialismo sarà condotta nello stesso tempo sul fronte ideologico e sul fronte materiale. Sul primo, si tratta di riformare le vecchie idee e di elevare il livello di coscienza rivoluzionaria socialista; sul secondo, si tratta di trasformare la natura e di sviluppare la nostra economia nazionale socialista ». (Numero del 7-IX-1966).

L’ideologia del socialismo in un solo paese esce dal groviglio delle sue contraddizioni, dal suo idealismo e dal suo utopismo incurabili, solo quando si colloca sul suo vero terreno: quello dello sviluppo del capitalismo. « Promuovere la produzione », « trasformare la natura », « sviluppare la nostra economia nazionale »: che cos’altro è la «rivoluzione culturale » del Capitale? I risultati perseguiti nei campi della quantità, della rapidità della qualità e dell’economia, che cosa rappresentano di diverso dagli obiettivi universali dell’economia di mercato? Ci si dirà che i dirigenti di Pechino denunziano con vigore la privatizzazione dell’economia sovietica, e che le « guardie rosse » hanno chiesto la soppressione degli interessi che lo stato cinese versa annualmente agli ex capitalisti nazionali divenuti semplici direttori delle loro aziende; ci si opporrà il movimento delle Comuni popolari, presentato sempre come la via maestra che condurrà la Cina arretrata al socialismo. A tutto ciò noi risponderemo con la frase classica con cui, fin dal 1844, Marx respinse il comunismo grossolano, il comunismo della miseria, « questo movimento che tende ad opporre alla proprietà privata la proprietà privata resa comune »:

« Che questa soppressione della proprietà privata non sia affatto una vera appropriazione, lo prova l’astratta negazione dell’intero mondo della cultura e della civiltà, il ritorno all’innaturale semplicità dell’uomo povero e privo di bisogni, che non solo non ha superato la proprietà privata ma non l’ha ancora nemmeno raggiunta » ( Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844).

Se la rivoluzione culturale esprime la continuità della politica che dalle Comuni popolari ha portato la Cina a non contare che sulle proprie forze per edificare la cultura materiale di una nazione moderna, essa contiene nello stesso tempo una confessione, cioè che questo « comunismo » nazionale non ha neppure raggiunto lo stadio del capitalismo altamente sviluppato. Che dire allora della sua ideologia e della sua dottrina, già messe da Marx nel museo delle antichità in un’epoca in cui la cultura materiale e spirituale del capitale non aveva ancora creato alla scala mondiale quelle condizioni economiche e sociali che esigono in modo così imperioso il solo colpo di scopa salutare della rivoluzione proletaria?

[RG-45] Ricapitolazione del lavoro di partito sulla legge marxista della caduta tendenziale del saggio di profitto e sulla analoga tendenza nell'incremento relativo della produzione industriale

II testo che segue (e che avevamo preannunciato nel nr. 11) è il riassunto di un breve rapporto tenuto durante l’ultima riunione generale a Firenze e inteso a riprendere e ripresentare lo svolgimento del lavoro di partito sul tema della caduta tendenziale del saggio di profitto inquadrandolo negli studi di primaria importanza già compiuti sul corso e gli sviluppi della economia capitalista. E’ un testo per necessità incompleto, perché si tratta di dare inizio ad un lavoro da completarsi ed integrarsi con dati statistici, teorici e storici, e destinato ad occupare diverse riunioni, mentre ora ci preme di ricapitolarne i termini essenziali in vista di un ulteriore sviluppo delle nostre ricerche.

Tali ricerche sono particolarmente utili ai giovani compagni o ai nuovi aderenti al partito, che non tutti hanno potuto prendere conoscenza diretta del colossale lavoro di restaurazione teorica in corso da più di 15 anni, quel lavoro, svolto su una linea di costante aderenza al marxismo invariante e alle lotte reali del proletariato internazionale, che ci ha permesso di riaffermare con sonori ceffoni sulle guance dei rinnegati la piena validità del marxismo nell’interpretare tutto il corso storico del modo di produzione capitalistico e di svelare la colossale mistificazione controrivoluzionaria imbastita intorno al ruolo rivoluzionario della Russia d’oggi. Ai fini del presente riassunto seguiremo tre linee: cioè riferiremo la questione alla III sezione del III libro del Capitale (« legge della caduta tendenziale del saggio di profitto ») da una parte, e agli studi su « Il corso del capitalismo mondiale nella esperienza storica e nella dottrina di Marx » e « Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo », pubblicati su « Programma comunista » nel 1957 (oltre che ai brevi resoconti comparsi sul n. 19 del 1956 e sui numeri 3 e 4 del 1957) dall’altra; infine, esporremo guanto ricordato a Firenze sulla reazione del capitalismo, nella sua fase imperialistica, alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Il lettore ricolleghi quanto diciamo al rapporto sul « significato e il valore dei nostri studi sul corso dell’economia capitalistica », apparso nel nr. 10, di cui il testo presente è in certo modo l’appendice.

La legge marxista della caduta tendenziale del saggio di profitto

Come spiegato nel numero 10 del « Programma Comunista » e alla riunione di Firenze durante l’esposizione del tema e l’illustrazione del prospetto sull’economia marxista redatto dalla sezione di Napoli, il saggio del profitto è dato dal rapporto fra plusvalore, o profitto, e capitale complessivo anticipato (cioè capitale costante e variabile) ed è simbolicamente rappresentato dalla formula t = p/k dove k è uguale a c + v, a differenza dal saggio del plusvalore che è dato dal riferire la stessa grandezza p al solo capitale variabile v, e in cui perciò il rapporto simbolico diviene s = p/v. Ora Marx dimostra che tale saggio (o tasso) decresce storicamente e tendenzialmente (vale a dire non in modo semplice e rettilineo, ma attraverso un andamento irregolare) in rapporto all’aumentata composizione organica del capitale; vale a dire, alla relazione all’interno del capitale complessivo anticipato dal capitalista fra la parte costante e quella variabile. Come vedremo, la parte costante tende ad aumentare, aumentando quindi la composizione organica e la grandezza k, cui p va riferito nella determinazione del saggio di profitto; e questo in tal modo decresce. Ciò avviene per l’aumentata produttività del lavoro, per la diminuzione relativa di v, del lavoro vivo che mette in movimento, o valorizza, una maggior quantità di c, capitale morto, capitale costante. Cercheremo ora di chiarire e documentare quanto esposto in modo molto schematico, attraverso citazioni dalla sezione del Capitale sopra citata.

Marx affronta il problema mettendo in particolare evidenza, nello sviluppo della produzione capitalistica, la diminuzione relativa del capitale variabile in rapporto al capitale costante, e quindi al capitale complessivo valorizzato dalla classe proletaria: « Ciò significa soltanto che lo stesso numero di operai e la stessa quantità di forza-lavoro, divenuti disponibili per mezzo di un capitale variabile di una data entità, in conseguenza dei particolari metodi di produzione che si sviluppano nella produzione capitalistica, mettono in movimento, impiegano, consumano produttivamente, durante il medesimo periodo di tempo, una massa sempre crescente di mezzi di lavoro, di macchinario e capitale fisso di ogni genere, di materie prime e ausiliarie e, per conseguenza, un capitale costante di sempre maggiore valore. Questa progressiva diminuzione relativa del capitale variabile in rapporto al capitale costante e per conseguenza al capitale complessivo, è identica al progressivo elevarsi della composizione organica del capitale complessivo considerato nella sua media. Del pari, essa non è altro che una nuova espressione del progressivo sviluppo della produttività sociale del lavoro, che si dimostra per l’appunto nel fatto che, per mezzo dell’impiego crescente di macchinario e di capitale fisso in generale, una maggiore quantità di materie prime e ausiliarie vengono trasformate in prodotto da un eguale numero di operai nello stesso tempo, cioè con un lavoro minore ». (Il Capitale, Ed. Riuniti, 1954, III, I, p. 263). Più oltre, Marx spiega come anche di fronte al dilatarsi del capitale complessivo, il capitale complessivo stesso assorba una parte relativamente minore di pluslavoro e di lavoro vivo, benché lo sfruttamento proletario espresso dal tasso del plusvalore possa aumentare: « La legge del saggio decrescente del profitto, che si esprime con lo stesso saggio del plusvalore o anche con un saggio crescente, dice in altre parole: data una qualsiasi determinata quantità di capitale medio sociale, ad esempio 100, vi è un aumento continuo della parte di esso rappresentata dai mezzi di lavoro, e una continua diminuzione della parte rappresentata dal lavoro vivo. Dato che la massa complessiva di lavoro vivo aggiunto ai mezzi di produzione diminuisce in proporzione al valore di essi, anche il lavoro non pagato e la parte di valore che lo rappresenta diminuiscono in rapporto al valore del capitale complessivo anticipato. Ovvero: una parte sempre più piccola del capitale complessivo impiegato si converte in lavoro vivo, e quindi il capitale complessivo assorbe, in proporzione alla sua entità, una aliquota sempre più piccola di pluslavoro, benché il rapporto tra la parte non pagata e quella pagata del lavoro impiegato possa aumentare al medesimo tempo ». (id., pag. 267).

Poco oltre, in una pagina vigorosa Marx dà la dimostrazione del fatto che la caduta tendenziale del saggio del profitto aggioga sempre più il proletariato alla follia produttiva del capitale, necessariamente spinto appunto dalla caduta del saggio di profitto alla invasione del mondo con le sue merci, cariche di sudore proletario e di profitto per il capitalista, che questi deve realizzare sul « libero mercato »: « Il numero degli operai impiegati dal capitale, dunque la massa assoluta di lavoro che esso mette in movimento, quindi la massa assoluta di pluslavoro che assorbe, e perciò la massa di plusvalore e la massa assoluta del profitto che produce possono quindi aumentare, anche progressivamente, nonostante la progressiva diminuzione del saggio del profitto. Ciò non solo può, ma deve accadere — eccettuale le oscillazioni temporanee — sulla base della produzione capitalistica », (id., pag. 269).

La legge della caduta tendenziale deriva però anche da tutto il complesso fenomeno dell’economia capitalista e dai rapporti produttivi ad essa sottesi, per cui i capitalisti e i loro ideologhi, gli economisti, ne hanno una visione distorta, limitandosi alla superficie o all’apparenza e non volendo né potendo per ragioni di classe esaminare le cause profonde: « Il fenomeno derivante dalla natura stessa della produzione capitalistica, vale a dire che, aumentando la produttività del lavoro, diminuisce il prezzo della singola merce o di una determinata aliquota di merci, che il numero delle merci aumenta, e che la massa del profitto sulla singola merce ed il saggio del profitto sulla somma delle merci diminuiscono, mentre aumenta la massa del profitto sulla somma complessiva — questo fenomeno presenta alla superficie queste sole caratteristiche: diminuzione della massa del profitto per la singola merce, diminuzione del suo prezzo, incremento della massa di profitto sul maggior quantitativo delle merci prodotte dal capitale complessivo sociale o dal singolo capitalista. Da questo fatto viene comunemente dedotto che è il capitalista stesso a gravare a sua libera discrezione il singolo prodotto di una percentuale minore di profitto, coprendosi della perdita mediante la produzione di un maggior quantitativo di merci: concezione che si fonda sull’idea di profitto derivante dalla vendita (profit upon alienation, che a sua volta proviene dalla concezione del capitale commerciale). (id. p. 283).

La condanna storica del modo di produzione capitalistico

Proseguendo nell’esame della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, Marx pone l’accento appunto sulla tendenzialità di tale legge, e in due capitoli della III sezione dimostra che contro di essa agiscono fattori antagonistici (aumento del grado di sfruttamento del lavoro, riduzione del salario al disotto del suo valore, diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante, sovrappopolazione relativa, commercio estero, accrescimento del capitale azionario) e che questi ne rallentano la caduta, altrimenti destinata ad essere ben più rapida: « E così si è visto, in generale, che le medesime cause che determinano la caduta del saggio del profitto, danno origine a forze antagonistiche che ostacolano rallentano e parzialmente paralizzano questa caduta. E se non fosse per quest’azione contrastante non sarebbe la caduta del saggio del profitto ad essere incomprensibile, ma al contrario la relativa lentezza di questa caduta. In tale modo la legge si riduce ad una semplice tendenza, la cui efficacia si manifesta in modo convincente solo in condizioni determinate e nel corso di lunghi periodi di tempo ». (id., p. 293).

Ricordiamo ai teorici odierni dei salari legati alla produttività, della politica dei redditi, del salario « giusto », quanto dimostra Marx in questo passo essenziale: « La caduta tendenziale del saggio del profitto è collegata con un aumento tendenziale del saggio del plusvalore, ossia del grado di sfruttamento del lavoro. Nulla di più assurdo allora che spiegare la diminuzione del saggio del profitto con l’aumento del saggio dei salari, quantunque anche questo fatto possa presentarsi in via eccezionale [ha proprio ragione, il signor Wilson, di vantarsi di non aver mai letto il Capitale e di non cercare ispirazione nel cimitero di Highgatel!]. La statistica sarà in grado di intraprendere una vera analisi sul saggio dei salari per diverse epoche e per diversi paesi solo quando abbia compreso i rapporti che determinano il saggio del profitto. Esso diminuisce non perché il lavoro diviene meno produttivo, ma perché la sua produttività aumenta. L’aumento del saggio del plusvalore e la diminuzione del saggio del profitto non sono che forme particolari che costituiscono l’espressione capitalistica della crescente produttività del lavoro ». (id., p. 294).

Ecco perché il mondo dell’economia, nonostante le montagne di statistiche elaborate e messe a disposizione degli « studiosi » da montagne di uffici-studi, appare sempre più incomprensibile ed oscuro ai capitalisti, e i loro teorici non possono né vogliono riconoscere la diagnosi di Marx, perché il riconoscerla significherebbe ammettere che il capitalismo è solo un modo di produzione storico, e come tale transitorio. La diretta riaffermazione della transitorietà del capitalismo, che equivale a un grido di lotta e di rivolta da parte delle masse sempre più sfruttate ed oppresse (noi giustamente dicemmo che il Capitale non è un libro di studio, ma un programma di battaglia), l’abbiamo nei passi che mettiamo a conclusione di questa prima parte: « D’altro lato, in quanto il saggio di valorizzazione del capitale complessivo, il saggio del profitto è lo stimolo della produzione capitalistica (come la valorizzazione del capitale ne costituisce l’unico scopo), la sua caduta rallenta la formazione di nuovi capitali indipendenti ed appare come una minaccia per lo sviluppo del processo capitalistico di produzione; favorisce infatti la sovrapproduzione, la speculazione, le crisi, un eccesso di capitale contemporaneamente ad un eccesso di popolazione. Gli economisti che, come Ricardo, considerano come assoluto il modo capitalistico di produzione, si rendono conto a questo punto che tale modo di produzione si crea esso stesso dei limiti, ed attribuiscono questi limiti non alla produzione ma alla natura (nella teoria della rendita). L’horror che essi provano di fronte alla tendenza a decrescere del saggio del profitto, è ispirato soprattutto dal fatto che il modo capitalistico di produzione trova nello sviluppo delle forze produttive un limite il quale non ha nulla a che vedere con la produzione della ricchezza come tale; e questo particolare limite attesta il carattere ristretto, semplicemente storico, passeggero del modo capitalistico di produzione; prova che esso non rappresenta affatto l’unico modo di produzione che possa produrre la ricchezza, ma al contrario, giunto a una certa fase, entra in conflitto con il suo stesso ulteriore sviluppo », (id., p. 297). E ancora: « Il limite del modo capitalistico di produzione si manifesta nei fatti seguenti: I) lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio del profitto, genera una legge che, ad un dato momento, si oppone inconciliabilmente al suo ulteriore sviluppo e che deve quindi di continuo essere superata per mezzo di crisi, II) L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato ed al rapporto fra questo lavoro non pagato ed il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto ed al rapporto fra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio del profitto. Essa incontra quindi dei limiti ad un certo grado di sviluppo, che sembrerebbe viceversa assai inadeguato sotto l’altro punto di vista. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto. …Il saggio del profitto costituisce la forza motrice della produzione capitalistica; viene prodotto solo quello che può essere prodotto con profitto, e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto. Di qui l’angoscia degli economisti inglesi di fronte alla diminuzione del saggio del profitto. Il fatto che la sola possibilità allarma Ricardo, dimostra la sua profonda conoscenza delle condizioni della produzione capitalistica. Quello che è più significativo in lui è proprio quanto gli viene rimproverato, ossia di non dare alcuna importanza nel suo studio della produzione capitalistica agli ‘uomini’, per attenersi esclusivamente allo sviluppo delle forze produttive, per quanto grandi siano i sacrifici in uomini ed in valori-capitale che esso comporta. Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale costituisce la missione storica e la ragione d’essere del capitale: é appunto mediante tale sviluppo che inconsciamente esso crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione. Quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo al tempo stesso dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Ed il rapporto quantitativo è tutto qui. Ma vi è in realtà alla base del problema qualche cosa di più profondo che egli appena sospetta. Viene qui dimostrato in termini puramente economici, cioè dal punto di vista borghese, entro i limiti della comprensione capitalistica, dal punto di vista della produzione capitalistica stessa, che quest’ultima è limitata e relativa: che essa non costituisce un modo di produzione assoluto ma semplicemente storico, corrispondente ad una certa, limitata epoca di sviluppo delle condizioni materiali di produzione. » (id., p. 315-16-17).

Questa vibrante maledizione di Marx al mondo della merce, del mercato, della concorrenza o emulazione competitiva, e la rivoluzionaria affermazione del suo carattere transitorio, noi, legati allo stesso filo, rivendicando oggi come allora gli stessi obiettivi, le riprendiamo, buttandole in faccia alla classe dominante.

La caduta tendenziale del saggio d’incremento della produzione

Nel lavoro di partito pubblicato via via sulla nostra stampa, abbiamo ampiamente dimostrato la soggiacenza dell’economia capitalistica alla legge marxista della caduta tendenziale dell’incremento relativo verificandola in base agli indici della produzione industriale. La ragione di tale riferimento, che non è arbitrario, va cercata nella necessità di basarsi su dati statistici universalmente accettati, onde evitare ogni accusa di utilizzazione di dati di comodo: i nostri dati, infatti, provengono generalmente dalle statistiche o dell’ONU o degli istituti di statistica dei diversi paesi in esame. Ora la differenza più apparente fra questi nostri studi e quanto si è visto più sopra, sta nel fatto che Marx, nella sua opera teorica, parla di caduta del saggio del profitto, mentre noi verifichiamo l’efficacia della stessa legge sui dati della produzione industriale. In realtà tale riferimento, nel reperire la tendenza alla decrescenza, è pienamente legittimo e risponde all’esigenza di servirsi di punti di riferimento costanti nella impossibilita di ottenere dati sicuri sulla composizione organica e sulle sue variazioni nell’ambito del capitale sociale complessivo.

Indichiamo con k’ = c’ + v’ il capitale totale anticipato nell’anno 1 e con p’ il plusvalore totale: supponendo che tutto questo plusvalore sia reinvestito invece di essere consumato dai capitalisti (il che evidentemente è un caso teorico estremo) il capitale totale anticipato nell’anno seguente diviene k » = c’ + v’ + p’; la parte variabile di questo capitale (rappresentata da v’ al quale si è appena aggiunta una frazione di p’) produrrà un nuovo plusvalore, p ». Il tasso di profitto per questo secondo anno sarà quindi:

Consideriamo ora le cose sotto l’angolo materiale, e non più dal punto di vista dei valori. La produzione fisica dell’anno 1 può essere raffigurata mediante un indice (l’indice della produzione industriale fornito dai diversi uffici di statistica) che rappresenta lo stock di merci prodotte il cui valore corrisponde appunto a c’ + v’ + p’. Lo stesso ragionamento per l’anno successivo mostra che l’indice delle quantità fisiche corrisponde al valore k » + p », cioè c’ + v’ + p’ + p ». Ora, che cosa si chiama aumento relativo della produzione industriale? L’aumento bruto di un anno su un altro riferito all’anno di partenza; cioè, nel nostro esempio:

Paragonato con ciò che si è detto più sopra, si vede che ciò corrisponde (purché tutto il plusvalore sia capitalizzato e la composizione organica del capitale non cambi da un anno all’altro) a:

Pur non potendosi affermare che esiste identità perfetta fra l’evoluzione storica dell’aumento relativo della produzione industriale e quella del tasso di profitto, date le ipotesi semplificatrici che ci sono state necessarie, si può quindi dire che queste due grandezze sono legate fra di loro, e che l’evoluzione dell’una, che si può facilmente seguire grazie alle abbondanti statistiche di fonte borghese, informa sull’evoluzione dell’altra che la statistica borghese avvolge invece di mistero.

Ecco come, nel n. 17-1957 di Programma Comunista, precisavamo i limiti del riferimento alla sola produzione industriale: « La quantità del prodotto globale industriale non è quella essenziale in uno studio marxista, e per evidenti ragioni, di cui ricordiamo le principali, che risulteranno meglio esaminate nel seguito dello studio. Anzitutto la sola economia industriale è insufficiente allo studio di un modo storico di produzione, in quanto lascia da parte le vicende cronologiche della produzione delle derrate agrarie, che, quando considerata, leva squilli assai meno gloriosi di quelli della produzione dei manufatti, e specialmente ove sia messa in rapporto agli incrementi di popolazione. Questi dall’altro lato, anche per l’industria, andrebbero composti con quelli della produzione globale, formando le tabelle e le curve di indici non per tutto il prodotto, ma per il rapporto di esso alla popolazione dell’anno corrispondente…. Nella produzione industriale capitalista non vie ne nemmeno compresa quella della parte di economia agraria condotta come industria capita lista, ossia da affittuari imprenditori, ed in genere con lavoro in massa di salariati. Un tale criterio andrebbe a vantaggio dell’Inghilterra e anche dell’Italia, ove considerato. E darebbe un’idea maggiore dello sviluppo della forma borghese in molti paesi ultraoceanici.

« Inoltre, l’indice del gettito industriale di manufatti riunisce in sé in modo indistinto lavoro morto e lavoro vivente nel senso di Marx, ossia capitale che attraversa inerte la produzione e ricompare immutato, e capitale più consumo aggiunti ad esso nella produzione della forza lavoro, che a denti stretti da alcuni decenni gli economisti borghesi hanno cominciato a chiamare valore aggiunto, usurpando a fine di falsi la nostra terminologia. Questa confusione, che rimane intatta nella determinazione subdola del ‘reddito pro-capite’ come vi rimarrebbe nella determinazione di indici della produzione globale industriale ridotti a pari popolazione, serve a celare l’esistenza delle classi e il monopolio del lavoro morto, sia esso esercitato da una classe fisica o da uno Stato capitalista e gestore della forma mercantile aziendale, favoreggiatore di classi straniere o indigene ».

Ciò detto, l’obiettivo che le nostre ricerche in questo campo hanno perseguito e perseguono, è chiaro: 1) Dimostrare, sulla scorta degli stessi dati statistici forniti dai borghesi, la piena validità della legge marxista della caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui è implicita anche la condanna storica del capitalismo; 2) Smentire la tesi staliniana secondo cui il carattere socialista della struttura economica sovietica sarebbe dimostrato dagli alti e sempre crescenti ritmi di incremento della produzione in confronto a quelli che si registrano in Occidente provando, statistiche alla mano, che la stessa tendenza alla caduta dei tassi annui di incremento produttivo vige nell’URSS. Dalla tribuna del XX congresso Krusciov gridò che nel 1965, in forza appunto degli alti indici d’incremento della sua produzione, la Russia avrebbe raggiunto l’America. Sin d’allora noi predicemmo l’infondatezza di tale asserzione (e i fatti dovevano darci clamorosamente ragione) e accusammo i post-stalinisti di essere peggiori del loro padre spirituale, perché tutto puntavano sulla pretesa gara economica con l’Occidente capitalistico, mentre Stalin vedeva nei suoi sogni, peraltro deformi, l’armata rossa dell’URSS, economicamente ingigantita, dilagare nelle piaghe di un mondo borghese decadente e asfittico. Le previsioni di Stalin e di Krusciov non si sono avverate, né lo potevano; ed ora sia l’uno che l’altro blocco mondiale soggiace alla legge marxista dell’incremento decrescente, operante ad Est come ad Ovest in quanto unica è la radice economica delle due macchine produttive e statali che, come gendarmi della controrivoluzione, si dividono il controllo sul mondo. Unica sarà anche la crisi da cui, sempre in forza della fondamentale legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, il mondo della merce e del lavoro salariato sarà investito, ad Est e ad Ovest.

Riportiamo a questo proposito alcune citazioni degli studi apparsi in continuità sul nostro giornale in merito al corso delle economie capitalistiche sia in Occidente che in Oriente.

Programma Comunista n. 16-1957: « Si è cercata la prova della forma socialista nella pretesa maggiore produzione ottenuta in Russia, confondendo la massa bruta del prodotto col rapporto tra la quantità sociale ottenuta e lo sforzo sociale impegnato, e confondendo con questo concetto — la cui unità di misura marxista è una sola: il tempo; ossia nel capitalismo al lavoratore resta un quarto della sua giornata, nel socialismo una proporzione drasticamente maggiore, almeno del doppio, e ciò a pari ‘produttività tecnica’, che è un altro paio di maniche — il ritmo di aumento della produzione annua. Si affermò che in questo confronto la Russia batteva lo Occidente. A questa colossale menzogna base di tutta la propaganda staliniana e dei vari discendenti, rispondemmo anche negli scritti detti ‘Dialogato con Stalin’ e ‘Dialogato coi morti’ che era falso il fatto, e la sua spiegazione. Che il capitalismo in generale accelera rapidamente di anno in anno la sua produzione bruta quando è « giovane » quando esce da una guerra, specie se perduta, quando esca da un crisi, ed in generale quando ha l’agio di maciullare di più la forza operaia sotto la macchina salariale. Provato questo guardando verso est, si tratta di provarlo guardando verso ovest. L’avversario è diverso ma dice la stessa cosa: il modo di produzione capitalista è in grado di accrescere il benessere sociale illimitatamente, diminuendo lo sforzo medio, evitando le guerre e le crisi, e quella che da esse aspettiamo, la Rivoluzione. »

Ancora da Programma Comunista n. 17-57: « L’apologia del preteso socialismo sovietico viene da decenni condotta sulla base del confronto tra gli indici di sviluppo della produzione industriale, diffondendo la tesi falsaria che con uno stesso termometro si possa misurare il calore vitale della forma borghese e di quella socialista, ossia sempre più affondando nella dottrina dell’emulazione concorrente tra Stati e ‘sistemi’. »

« La stessa verifica della ‘velocità nella corsa alla produzione’ viene dagli opportunisti applicata alle economie dei diversi paesi per dimostrare che questa gara è vinta dalla moderna Russia, e che di conseguenza, la sua struttura economica è socialista. Partendo dalla dimostrazione che un simile verdetto del giudice di arrivo è contestabile per falsità palese, noi vogliamo giungere a ricordare ai proletari che la velocità folle della corsa al produrre non è che la massima delle vergogne del sistema borghese, e insieme la massima prova scientifica della sua necessaria fine storica, e che questa corsa non sarà accelerata, ma spezzata e frenata, dalla vittoria della rivoluzione socialista ».

Nella univocità della corsa al produrre, possiamo riconoscere come sia unica l’anima capitalista dei due pretesi blocchi contrapposti.

Nel corso degli anni dal ’57 in poi, dimostrammo per i quattro maggiori paesi occidentali (Inghilterra, Francia, Germania, USA), a partire dal 1859, la validità dell’incremento relativo storicamente decrescente e fornendo per la sola Russia un prospetto con partenza dal 1913, il ripetersi dell’analoga legge di decrescenza. Fornimmo poi un altro prospetto raggruppante non più -1 ma 7 paesi (oltre ai quattro sopraccitati, Russia, Giappone ed Italia),e potemmo dimostrare che nel periodo postbellico il ritmo di incremento russo poneva l’industrialismo dell’URSS al solo 8° posto dietro le borghesi Germania e Giappone, smentendo la prova staliniana del carattere socialista della produzione, a meno di voler assegnare un « contenuto » socialista all’economia giapponese o tedesca! Tali riprove ci permettevano di affermare con vigore dinanzi al proletariato mondiale, nello stesso tempo il carattere capitalistico dell’URSS e la soggiacenza del capitalismo mondiale alla legge di decrescenza dell’incremento relativo: legge che, nel concludere il nostro studio, verificammo per il complesso dell’economia capitalistica mondiale. Ripartendo il periodo studiato in quattro cicli della durata rispettiva di 33, 21, 16, 27 anni ottenemmo l’indice medio rispettivamente di 4,9; 5,1; 2,4; 4,1. Questo indice è ancora discontinuo e solo tendenzialmente decrescente, perché in esso agisce come potente freno alla caduta lo sviluppo tumultuoso del capitalismo in Russia. La tendenza alla decrescenza si afferma invece in modo inequivocabile se dividiamo il periodo 1859-1956 in due lunghi cicli di 54 e 43 anni, che danno i due indici di 5 e 3,5 per tutto il mondo.

Così noi commentavamo tali dati: « Nessuna gloriosa industrializzazione è offesa quando le scopriamo nella sua corsa in avanti la legge inesorabile del decrescente incremento, propria di ogni crescenza fisica ed organica ». Tale era ed è la nostra veemente affermazione del carattere « fisiologico » della legge di cui gli stalinisti credevano di aver dato una smentita e che sono stati invece costretti a subire. Programma Comunista, n. 23-1957 « La decrescenza dell’incremento relativo è del resto propria di ogni fenomeno di sviluppo nella natura, e non solo negli esseri organici. Nelle esposizioni orali fu preso l’esempio di una sfera che si ingrossi attorno al suo centro di uno strato di uguale spessore in uguale unità di tempo, come in una metallizzazione galvanica o simile. Dal raggio uno al raggio due al raggio tre. le superfici della sfera divengono uno, quattro, nove, ed i volumi uno, otto, ventisette… La sfera quindi cresce. E in ogni tempo la sua crescita bruta è sempre maggiore; basta fare le sottrazioni: sette, diciannove, trentasette… Ma l’aumento relativo è altra cosa, ossia è l’aumento bruto diviso per il volume (o la massa) precedente. Se faccio i rapporti della nuova serie sette diviso uno; diciannove diviso otto; trentasette diviso ventisette, ecco una bella serie indietreggiarne, che scrivo in cifre decimali: 7,00; 2,38; 1,47; 0,95… La sfera ingrossa? Certo. Il suo peso ad ogni ora che passa aumenta di una maggiore quantità di metallo? Certo. Ma l’incremento percentuale va diminuendo senza posa dal settecento per cento della prima ora al novantacinque per cento della quarta… Pretendendo che la loro industria si gonfiasse violando questa legge i russi hanno detta una prima buaggine; pretendendo che questo sia il sintomo del passaggio dal capitalismo al socialismo, una seconda ancora più scema; e dopo tanto assumono che sono esponenti di un progresso enorme della cultura delle masse! L’incremento della produzione esplode una volta sola nella storia; quando la produzione parcellare cede il posto a quella aziendale di massa. Poi inesorabilmente va rinculando. Quando sorgerà la produzione socialista esploderà invece la riduzione delle ore quotidiane di lavoro, ed il volume di prodotto si fermerà nella moderna follia dei suo aumento. »

Come risulta dalla citazione l’errore dei russi era doppio. Non solo essi pretendevano di aver smentito la legge dell’incremento decrescente, ma sostituivano ad essa una visione gradualista, riformista, antirivoluzionaria, del passaggio dal capitalismo al socialismo. Essi negavano un punto saldo del marxismo: il catastrofismo rivoluzionario. Essi accettavano il « confronto », l’imbelle teoria dei modelli; riaccettavano tutto il ciarpame riformista che la III Internazionale, rompendo violentemente col riformismo socialdemocratico, aveva combattuto; fornivano quindi una prova ulteriore di avere abbandonato le trincee della rivoluzione; di sognare come eterno, progressivo, illimitato, il sistema sociale che parlava attraverso le loro bocche, e di condividere lo stesso horror dei capitalisti inglesi del tempo di Marx di fronte all’abbassarsi del saggio del profitto. Abbandonavano il catastrofismo e la teoria delle crisi che noi abbiamo sempre rivendicati come cardinali in tutto il marxismo, e le cui radici non sono da ricercare in un nostro « pallino » teorico, ma nel carattere stesso della produzione capitalistica, come la vediamo delineata dalle parole di Marx (sempre nella III sez. del III libro): « Il guadagnare questo plusvalore costituisce il processo di produzione immediato che, come si è già detto, non ha altri limiti oltre quelli sopra menzionati. Il plusvalore è prodotto non appena il pluslavoro che è possibile estorcere si trova oggettivato nelle merci. Ma con questa produzione del plusvalore si chiude solo il primo atto del processo di produzione capitalistico, la produzione immediata. Il capitale ha assimilato una quantità determinata di lavoro non pagato. Contemporaneamente allo sviluppo del processo, che si esprime in una diminuzione del saggio del profitto, la massa di plusvalore così prodotta si gonfia all’infinito. Comincia ora il secondo atto del processo. La massa complessiva delle merci il prodotto complessivo, tanto la parte che rappresenta il capitale costante e variabile, come quella che rappresenta il plusvalore, deve essere venduta. Qualora questa vendita non abbia luogo, o avvenga solo in parte oppure a prezzi inferiori a quelli di produzione lo sfruttamento dell’operaio, che esiste in ogni caso, non si tramuta in un profitto per il capitalista e può dar luogo ad una realizzazione nulla o parziale del plusvalore estorto, ed anche a una perdita parziale o totale del suo capitale ». (Capitale, luogo cit. Pag-299-300)

I limiti della dannazione produttiva del capitale

La dannazione produttiva del capitale cozza con violenza contro i limiti del mercato. Il plusvalore deve essere realizzato sul mercato. A questo varco attendiamo il capitale turgido di merci fino a scoppiarne e lo attenderemo per vibrargli il colpo decisivo. Di fronte a un capitalismo giunto alla sua fase estrema, compito del partito non è di soggiacere all’ideologia produttivistica, ma di tagliare violentemente nelle radici materiali di essa. Noi rivendicammo il completo programma marxista anche per la parte « immediata », della sua realizzazione ad opera della dittatura proletaria vittoriosa in più paesi, il cui compito non può essere oggi di accettare il produttivismo o di vantarsi degli alti incrementi della produzione ma di tagliare drasticamente proprio in essa eliminando branche produttive inutili e nocive fonti di sciupio sociale; aumentando i costi di produzione; diminuendo le ore di lavoro; disinvestendo dall’industria; controllando i consumi; esercitando un controllo dittatoriale sui mezzi di comunicazione di massa: agendo cioè, in senso inverso a quello che si fa oggi nell’URSS vantata socialista.

Se, come abbiamo visto la caduta tendenziale del saggio di profitto e dell’incremento relativo della produzione industriale è legge insopprimibile del sistema produttivo attuale, e conseguenza dell’aumentata composizione organica del capitale, dell’asservimento della scienza e della tecnica agli imperativi della macchina produttiva, se tale tendenza batte alle porte del capitale, la sua reazione sarà di cercar di aumentare, la massa del profitto aumentando la massa delle merci prodotte; sarà di inondare tutto il mondo con le sue merci. Il capitale cercherà di reagire alla caduta del suo fuoco vivificatore aumentando lo sfruttamento proletario (aumento del plusvalore relativo), e asservendo vieppiù a sé stesso scienza e tecnica per accrescere ulteriormente la produttività del lavoro; ma, in tal modo, egli potrà solo dare energia alla tendenza naturale all’aumento del rapporto c/v e quindi si ritroverà di fronte agli stessi problemi su scala più vasta. Tale sbocco è presente alla stessa coscienza dei capitalisti, seppure in modo distorto; essi scrivono e dicono che per ogni nuovo posto di lavoro da essi creato (!) sono sempre maggiori gli investimenti di capitale necessario; e lo sono quanto più moderno ed avanzato è il ramo produttivo o la nazione cui si riferiscono. Riconoscono quindi essi stessi la tendenza al dominio del capitale morto all’aumento della produttività del lavoro, alla diffusione necessaria del capitalismo in tutto il mondo. E’ da queste radici che si origina la vitalità del capitale, la sua spinta grandiosa, l’imperativo categorico che gli ordina di produrre, e a cui sta dietro come ineluttabile termine del circolo la necessità di vendere.

Ecco allora sorgere la politica di potenza, il minaccioso imperialismo, il totalitarismo statale la spartizione del mondo, le crisi, le guerre. I caratteri economici dell’imperialismo non sono delle novità; esse rappresentano l’estensione parossistica dei caratteri del capitalismo classico; sono insiti nello sviluppo del modo di produzione capitalistico; sono le risorse del capitalismo per prolungare la propria vita nell’atto in cui le sue contraddizioni divengono sempre più esplosive sempre più incontrollabili, ed ogni crisi, ogni perturbamento mette in discussione la stessa esistenza del sistema.

Ecco come noi descrivevamo il fenomeno. Programma Comunista, n. 17-1957: « La dottrina delle crisi è già in Marx ed egli ravvisò in esse un periodo decennale (gli anni da lui studiati sono all’incirca 1846, 1856, 1866 e ciò sarà esposto in seguito) ma queste crisi del giovane capitalismo sono di incidenza assai minore e hanno più carattere di crisi del commercio internazionale che della macchina industriale. Esse non intaccano la potenzialità della struttura industriale, che oggi si chiama capacita produttiva, e che è il limite della produzione globale se tutti gli impianti esistenti funzionassero in pieno. Quelle erano crisi di ‘chômage’ ossia di chiusura, serrata, delle industrie; queste moderne, crisi di disgregazione di tutto il sistema, che deve dopo faticosamente ricostruire le sue ossature avariate » Lenin intitolò un capitolo conclusivo dell’ Imperialismo proprio a questo suo carattere: « Parassitismo e putrefazione del capitalismo ». Qui troviamo il legame perfetto tra l’oggi e l’ieri, l’identità di posizioni e di programma e quindi l’identità di azione del partito.

Nella fase imperialistica, tutte le contraddizioni del capitalismo si presentano collegate, formando un inestricabile nodo gordiano. Hic Rhodus hic salta. L’imperialismo, nella sua realtà economica e politica, nega con la sua semplice esistenza ogni rivendicazione spuria e riformista e ripropone in tutta la sua evidenza il vigore della teoria e dell’azione marxista viventi nel Partito Comunista internazionale.

Oggi il capitalismo, concluso l’affare della II guerra mondiale, vede richiudersi le sue valvole di sfogo. Si afferma la necessità di dominare ferreamente la spartizione del mondo contro chi la rimette in discussione; si martirizzano i popoli che lottano per l’indipendenza nazionale; mentre 1’antimperialismo piccoloborghese, filorusso o filocinese, che costituisce solo « la buona coscienza » dell’imperialismo reale, dà fondo alle sue batterie pacifiste, democratiche e umanitarie. Se un problema oggi esiste, è quello della rivoluzione comunista in tutto il mondo. Noi non chiudiamo gli occhi di fronte al Vietnam o al Medio Oriente (e constatiamo la ridicola impotenza del pacifismo antimperialista di fronte a queste tragedie infami), al martirio dei popoli ex coloniali all’oppressione economica e militare del cosiddetto Terzo Mondo ma ripetiamo che l’unico vero reale, compito immediato è di lottare per la ricostruzione del partito proletario comunista rivoluzionario in tutto il mondo; unico modo per risolvere, annientando 1’imperialismo, i problemi da esso suscitati. Solo la dittatura rossa nei paesi sviluppati potrà risolvere le questioni nazionali che, imputridiscono sotto il dominio imperialistico. Non vi sono più obiettivi intermedi, riforme da raggiungere, compagni di compagni di strada con cui viaggiare, azioni comuni da condurre; c’è da porre sul piano della storia, come esigenza collettiva, l’avvento su tutto il pianeta di una forma sociale superiore: il comunismo.

[RG-45] Partito rivoluzionario e azione economica Pt.3

L’antica lotta contro l’opportunismo

L’opportunismo, come movimento organizzato per deviare le spinte sociali del proletariato e allontanarle dalla rivoluzione, storicamente nasce con il partito di classe. Le influenze piccolo-borghesi, prima confuse col movimento operaio generico, si separano sotto l’urto e lo scontro delle classi fondamentali della società capitalistica: la borghesia e il proletariato; e tentano un processo autonomo di emancipazione sia dal grande capitale, che dalla massa proletaria. Dapprima questo processo appare come un miscuglio di idee eroiche e umanitarie; poi – dopo lo scontro a fuoco fra Stato ed operai che pone in maniera irreversibile la separazione violenta dei fondamentali gruppi sociali, per l’innanzi affiancati nella lotta comune contro l’assolutismo e l’aristocrazia – si assesta sul rivendicazionismo ottantanovesco, auto-suggestionandosi col clamore delle fatidiche parole di « libertà, fraternità, uguaglianza ».

La grande borghesia aveva già fatto strame di queste suggestioni, e lo dimostrò concretamente col sangue degli operai uccisi sui boulevard parigini, dopo di averli avviluppati nelle trame fitte e soffocatrici del parlamentarismo, nel quale la secolare arte legalitaria e la pratica quotidiana del diritto delle classi possidenti avevano inchiodato il « partito rosso », a proposito di che Marx coniò la celebre frase « cretinismo parlamentare ». Si apriva così l’era nuova della lotta di classe, in cui il proletariato doveva costituirsi in partito politico indipendente e autonomo. Il proletariato, liberatosi, dopo la sconfitta del 1848, dal giogo delle antiche dottrine, dette vita alla sua teoria, al suo programma rivoluzionario. Così non fece né poteva fare la piccola-borghesia pencolante ora da un lato ora dall’altro dello schieramento di classe. Quando gli anarchici, seguaci di Bakunin, intrapresero la guerra contro l’Internazionale, non si limitarono a sferrare attacchi al Consiglio Generale di Londra sul terreno teorico, sebbene le posizioni d’ispirazione proudhoniana fossero piuttosto un guazzabuglio delle idee più disparate, come, per esempio, l’« uguaglianza delle classi », l’« abolizione del diritto d’eredità come punto di partenza del movimento socialista », « l’ateismo come dogma imposto ai membri » dell’associazione e, « come dogma principale (proudhonianamente), astensione dal movimento politico » (lettera di Marx a Bolte del 29-11-1871); ma la portarono sul terreno politico ed organizzativo. Per Bakunin il centro dell’Internazionale, cioè il Consiglio Generale, è così concepito nelle parole del suo rappresentante al Congresso dell’Aja del 1872, Guillaume: « La maggioranza delle federazioni è dunque di avviso di togliere al Consiglio Generale la sua autorità suprema e di non mantenerlo che come un centro di corrispondenza ed un ufficio di statistica. …Noi facciamo da noi – proseguiva Guillaume – e non abbiamo bisogno di un capo, di un’autorità suprema, di un potere qualsiasi, né per la lotta economica, né, se occorresse, per quella politica ». In queste brevi frasi si condensa la pratica dello spontaneismo e dell’immediatismo, ulteriormente sancita nel contro-congresso di Saint-Imer in Isvizzera, una settimana dopo quello dell’Aja, il 15-9-1872.

La risoluzione del Congresso di Saint-Imer suona così: « I delegati di Saint-Imer opinano essere cosa assurda e reazionaria imporre al proletariato una linea di condotta o un programma politico uniforme. Essi non ammettono nessun dogmatismo. Sono, però, d’avviso che le aspirazioni del proletariato non possano avere altro scopo che quello di stabilire un’organizzazione e una federazione economica, assolutamente libera, fondata sul lavoro e sull’uguaglianza di tutti, indipendente in modo assoluto da ogni governo politico », e che « questa organizzazione e questa federazione non possano essere che il risultato dell’azione spontanea da parte del proletariato medesimo, delle corporazioni di arti e mestieri e dei Comuni autonomi ». « La distruzione di ogni potere politico – prosegue la risoluzione – è il primo dovere del proletariato; ogni organizzazione di un potere politico, sedicente provvisorio e rivoluzionario, costituito per arrivare a tale distruzione, non può essere che un inganno di più, e sarebbe assai pericoloso per il proletariato socialista ».

Tali concezioni cozzano inesorabilmente con le secche espressioni di un vecchio proletario francese Vaillant, che all’Aja ripete le posizioni di Marx: « È dunque col solo mezzo della conquista del potere politico che gli operai potranno giungere all’abolizione delle classi, curvando da principio e durante un certo periodo rivoluzionario tutta la società sotto la dittatura del proletariato ».

Al Congresso bakuninista, infine, viene anticipata e teorizzata tutta la pratica successiva dello « sciopero espropriatore » e del « frutto indiminuto del lavoro ». Questa la formulazione: « I delegati di Saint-Imer intendono organizzare la resistenza in vaste proporzioni, considerando lo sciopero come un mezzo prezioso di lotta, benché non si facciano illusione alcuna sui risultati economici. Intravedono in esso un’arma della grande lotta rivoluzionaria e definitiva che, distruggendo ogni privilegio ed ogni distinzione di classe, darà all’operaio il diritto di godere dell’intero prodotto del suo lavoro… ».

Il Congresso anarchico reagiva così ai principi dell’Internazionale, ispirati dallo stesso Marx e oggetto della IX risoluzione del II Congresso di Londra del 1871: « Visti i considerando degli Statuti Generali, ove è detto « l’emancipazione economica dei lavoratori è il grande scopo cui ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo » …; vista la risoluzione del Congresso di Losanna (1867) a quest’effetto: « l’emancipazione sociale dei lavoratori è inseparabile dalla loro emancipazione politica » …; visto che contro questo potere collettivo delle classi possidenti il proletariato non può agire come classe che costituendosi da sé stesso in partito politico distinto, opposto a tutti gli antichi partiti formati dalle classi possidenti; che questa costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale, e farla arrivare alla sua meta suprema: l’abolizione delle classi; che la coalizione delle forze operaie già ottenuta colle lotte economiche, deve servire di leva nelle mani di questa classe nella sua lotta contro il potere politico dei suoi padroni: la conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che nello stato militante della classe operaia il suo movimento economico e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti ».

L’Internazionale Comunista, cioè il partito di classe, dichiarando solennemente l’unione indissolubile tra « movimento economico » e « azione politica », rivendica quella direzione di tutte le lotte del proletariato che gli anarchici e tutti i movimenti opportunistici in generale le negano in principio, o dissociando artificialmente queste due forme di lotta di classe o negando una qualche utilità per la classe all’azione politica stessa, che corromperebbe, piuttosto che aiutare, l’emancipazione socialista del proletariato.

Fin dal suo sorgere, la posizione anarchica, nel negare la lotta politica e il partito di classe fortemente centralizzato, come anche la centralizzazione pur anche delle organizzazioni di resistenza economica, nega nella pratica qualunque reale « emancipazione socialista » della classe operaia. Così pure, negando al partito comunista la guida della classe nella sua lotta immediata, l’anarchismo si identifica con l’opportunismo in genere, e inconsciamente ne persegue gli obiettivi di sabotaggio dell’azione rivoluzionaria. Per converso, si ricava dalle opposte posizioni, quella del Consiglio Generale dell’Internazionale Comunista e quelle del movimento anarchico, come sia altrettanto falso l’atteggiamento che, anziché escludere la diretta influenza dell’azione politica rivoluzionaria del partito di classe sul movimento economico, volesse escludere l’importanza del movimento economico proletario per il partito di classe. Le due false posizioni sono inscindibili, come inscindibile è l’unione indissolubile tra « movimento economico » ed azione politica. Negando l’uno si nega l’altra, e viceversa.

La prova storica di tale principio fu data dalla crescente adesione all’Internazionale delle associazioni operaie di categoria dei singoli paesi, delle società di mutuo soccorso e di resistenza e, in Francia, dalle Camere Sindacali operaie; per modo che, in pratica, si verificò una vera e propria fusione tra organizzazione politica di partito e organizzazione sindacale. Infatti il periodo più fiorente del movimento operaio inglese coincide con la costituzione del partito cartista prima, e dell’Internazionale poi. Durante questi due distinti periodi, le Unioni inglesi aderiscono alla lotta politica del partito di classe e ne seguono le direttive. Quando verrà a mancare tale condizione, non solo il movimento operaio inglese ma anche quello di tutti i paesi si svolgerà essenzialmente in senso riformistico ed anche controrivoluzionario. Non a caso i periodi di decadenza del movimento operaio coincidono con l’estrema debolezza del partito politico di classe e con la scarsa influenza di questo sul proletariato organizzato.

Quando gli operai, soprattutto nell’Europa continentale, formarono le prime associazioni di mutuo soccorso, di previdenza e di assistenza, la borghesia e i governi borghesi mostrarono simpatia per queste istituzioni in quanto allontanavano dalle classi possidenti il crescente peso del « pauperismo ». Allorché, però, le stesse associazioni furono costrette a trasformarsi in organizzazioni di resistenza, in autentici sindacati professionali, e insieme alla questione della cassa per lo sciopero dovettero affrontare la più vasta e complessa questione sociale quella cioè delle condizioni di esistenza delle classi lavoratrici, col crescere del numero dei proletari e di conseguenza delle associazioni, e sotto la spinta caotica e possente dell’industrialismo che coinvolgeva non solo le città ma anche le campagne e il loro assetto retrogrado e da secoli cristallizzato, le classi padronali intravvidero il pericolo che i loro privilegi economici e sociali correvano, ed usarono la forza politica, cioè gli strumenti statali, per combattere quello che, a giusta ragione, chiamavano l’Anti Stato.

Bakunin contesterà scioccamente al Consiglio Generale di Londra di non aver mai organizzato un’agitazione economica, e con tale argomento, peraltro assolutamente falso, tenterà di contrapporre la spontanea lotta delle masse alla dittatura del Centro dell’Internazionale. Come tutti gli anti-marxisti di sempre, inclusi gli stessi deviazionisti dal marxismo ortodosso, egli non riusciva a capire la funzione del partito di classe, e quindi non si spiegava quella che, secondo lui, era un’anomalia; cioè che le masse operaie si trovassero a seguire l’indirizzo del partito comunista, sebbene questi non sembrasse essere l’organo di direzione delle sue lotte immediate e spontanee. Bakunin non capiva, come non capiranno tutti i suoi successori, che non il partito suscita le lotte spontanee degli operai, ma sono le contraddizioni economiche e sociali dell’ordinamento capitalistico a provocarle. Non afferrava che, se spontanee ed istintive erano le reazioni proletarie, il successo delle loro lotte, costituito primieramente dall’organizzazione della classe come prodotto di queste stesse lotte, derivava dall’indirizzo politico, tattico ed organizzativo del partito: derivava, cioè, non da una spinta accidentale, estemporanea, irrazionale, ma da fattori conoscitivi, coscienti, unitari e metodici, che solo il partito può possedere. Tali risultati erano raggiunti dall’azione continua che l’Internazionale estrinsecava fra le organizzazioni operaie attraverso i suoi militanti più combattivi, i quali si trovavano a lottare in esse contro le diverse tendenze. Se nelle campagne inglesi si diffuse finalmente l’ansia dei salariati e dei braccianti agricoli per organizzarsi, ciò si dovette in sommo grado all’azione potente dell’Internazionale e all’eco della sua autorità fra il proletariato urbano e dinanzi ai governi borghesi.

Il partito, guida della classe

La VII Risoluzione della Conferenza di Londra del 17-23 settembre 1871 sui « Rapporti internazionali delle società di resistenza », assegna all’Internazionale questi precisi compiti: « Il Consiglio Generale è invitato ad appoggiare, come pel passato, la tendenza crescente delle società di resistenza di un paese a mettersi in rapporto colle società di resistenza dello stesso mestiere in tutti gli altri paesi. L’efficacia della funzione di questo Consiglio, come intermediario internazionale fra le società di resistenza nazionali, dipenderà essenzialmente dal concorso che queste società presteranno alla statistica generale del lavoro fatta dall’Internazionale. Gli uffici delle società di resistenza di tutti paesi sono invitati a mandare loro indirizzi al Consiglio Generale ». E l’VIII Risoluzione su « I lavoratori agricoli », conferma l’indirizzo generale del partito nel campo delle organizzazioni operaie:

« 1) La Conferenza invita il Consiglio Generale ed i Consigli o Comitati federali a preparare nel prossimo Congresso delle relazioni sui mezzi di assicurare la adesione dei lavoratori agricoli al movimento del proletariato industriale; 2) frattanto i Consigli e Comitati federali dei diversi paesi sono invitati a mandare dei delegati nelle campagne per organizzarvi riunioni pubbliche, far propaganda per l’Internazionale e fondare delle sezioni agricole ». Ed infatti, gli scioperi agrari nell’Oxfordshire, nel Buckinghamshire e nel Lincolnshire – le prime agitazioni agrarie organizzate furono opera dell’Internazionale. Il partito stesso, nel diffondersi del movimento politico, s’incarica di organizzare in ogni dove il proletariato sia urbano che rurale, aiutandolo a costruire le sue organizzazioni di resistenza, per mezzo delle quali unificare la classe e dirigerla. La stessa azione compirà la Sinistra quando sarà chiamata a dirigere il Partito Comunista d’Italia.

In una lettera del 1º gennaio 1870 al Consiglio Federale della Svizzera Romanda, il Consiglio Generale sintetizza i compiti del partito e traccia le linee tattiche della sua azione: « L’Inghilterra sola può servire di leva ad una rivoluzione seriamente economica. È il solo paese, in cui non vi siano più contadini piccolo-proprietari, ed in cui la proprietà fondiaria sia concentrata in poche mani; è il solo paese in cui la grande maggioranza della popolazione consiste in operai salariati; è il solo paese dove la lotta delle classi e la organizzazione della classe operaia per mezzo delle Trade’s Unions abbiano acquistato un certo grado di maturità e di universalità; è il solo paese nel quale, a causa del suo dominio sul mercato del mondo, ogni cambiamento nei fatti economici debba immediatamente reagire sul mondo intero. Se il landlordismo ed il capitalismo hanno la loro sede in questo paese, per contraccolpo le condizioni materiali della loro distruzione sono più mature. Il Consiglio Generale essendo posto nella felice posizione d’aver la mano sopra questa potente leva di rivoluzione proletaria, quale pazzia, anzi quale crimine non sarebbe il lasciarla cadere in mani puramente inglesi! Gli inglesi hanno tutta la materia necessaria alla rivoluzione sociale, ciò che manca loro è lo spirito generalizzatore e la passione rivoluzionaria. Il Consiglio Generale solo può supplirvi; esso solo può accelerare il movimento rivendicativo in Inghilterra, e per conseguenza dappertutto. I grandi effetti che abbiamo già prodotto in questo senso sono attestati dalla stampa la più intelligente e la più accreditata delle classi dominanti; essa ci accusa di aver avvelenato e quasi estinto lo spirito inglese delle classi operaie e d’averlo volto al socialismo rivoluzionario … ».

È saldo nel testo il concetto che una delle condizioni per lo svolgimento rivoluzionario della lotta di classe sino alla vittoria finale, è l’esistenza dell’« organizzazione della classe operaia per mezzo delle Trade’s Unions »; che il partito, sino a Lenin e alla Sinistra Comunista, rivendicherà instancabilmente. Se all’esistenza dell’organizzazione sindacale della classe, esterna al partito, è affidata la premessa obiettiva per il fertile operare del partito stesso, tuttavia il partito, nell’assumersi come uno dei compiti principali quello di penetrare, organizzare e dirigere i sindacati, non rinchiude la sua azione nei confini nazionali, ma, conscio dello sviluppo sociale ed internazionale del capitalismo, considera la sua azione sul piano mondiale anche se, storicamente, possano esistere centri industriali più sviluppati di altri. Infatti, la garanzia che l’azione rivoluzionaria non sarà privilegio della nazione più progredita e sviluppata, l’Inghilterra, è affidata proprio al Consiglio Generale, l’unico che abbia la possibilità di « accelerare » internazionalmente il processo rivendicativo e politico. L’Internazionale non ritiene che la maturità economica inglese, incomparabilmente superiore a quella degli altri paesi, debba essere sicura condizione di successo della rivoluzione nemmeno per la sola Inghilterra, senza la primaria funzione del partito di classe rappresentato dal Consiglio Generale, che infatti dichiara solennemente di voler « accelerare » il « movimento rivendicativo dappertutto ». Altro che « socialismo in un solo paese » di conio staliniano e di costante pratica dell’opportunismo odierno! Implicitamente, le condizioni di maturità della rivoluzione sono considerate non come condizioni speciali della sola Inghilterra, ma come condizioni necessarie per tutti i paesi; si esclude quindi che, nei paesi ove queste non sussistono, o non sussistono in quella misura, si debba rinunciare all’azione autonoma e indipendente del partito di classe, nei modi già storicamente provati. È questa l’anticipata risposta sia alla rivendicazione sindacalista delle « condizioni speciali », sia a quella opposta dall’indifferenza verso il movimento sindacale operaio.

I sempre validi insegnamenti dell’« Ottocento» rivoluzionario

Più volte, e non solo per amore polemico, abbiamo affermato che il secolo scorso contiene il processo completo della rivoluzione proletaria comunista e della controrivoluzione bianca. Negli anni compresi tra il 1848 e il 1871 si assiste alla nascita del partito politico di classe del proletariato, del suo programma rivoluzionario, alla prova del fuoco di questo partito, dei suoi principi, della sua tattica e della sua compagine organizzata; si assiste al complesso intrecciarsi di successi e di battaglie perdute, al farsi e disfarsi dell’organizzazione di partito, alla prima vittoria della storia con la conquista del potere politico nella Comune di Parigi, all’instaurazione della dittatura del proletariato, e alla sanguinosa sconfitta degli eroici comunisti parigini.

In poco più di un trentennio nasce e si sviluppa una nuova classe, la classe operaia e con essa scaturisce e si afferma l’unica dottrina rivoluzionaria del proletariato. Come nulla di nuovo si aggiunge a quello che la classe ha acquisito in teoria, così nulla di nuovo hanno espresso le classi nemiche, le mezze classi fiancheggiatrici del capitalismo, né i partiti politici borghesi né quelli opportunisti.

La breve e schematica trattazione delle vicende durante la storia della Prima Internazionale ci ha messo dinanzi a questioni che ai più oggi sembrano nuove, a deviazioni e interpretazioni teoriche e politiche che gli attuali partiti opportunisti credono di aver scoperte per la prima volta così da propinarle alla classe operaia come « originali » apporti o, peggio, « arricchimenti » della dottrina marxista. Non sfugge a questa regola nemmeno l’orgogliosa e tronfia borghesia, dimentica di biascicare oggi le vecchie giaculatorie mazziniane sulla « collaborazione paritetica fra capitale e lavoro », sulla subordinazione del movimento operaio agli interessi « dell’unità e dell’indipendenza nazionale ».

Si condensa in questo breve periodo storico tutta l’« esperienza » della classe e del partito, cosicché Lenin e il partito bolscevico prima, e la Sinistra Comunista oggi, nell’opera gigantesca di ricostituzione del partito di classe e di restaurazione dottrinaria, trovano necessario e indispensabile riaffermare la piena validità di quella « esperienza » rifarsi ai formidabili insegnamenti di allora.

« Nulla di nuovo » abbiamo da aggiungere a quanto ha detto la classe e sancito il programma storico, e testardamente ripetiamo questa formula elementare ma invincibile ai proletari che seguono ciecamente i partiti del tradimento. Il « nuovo » è costituito solo dal fatto che gli errori e le sconfitte del proletariato costituivano ieri delle frustate che acceleravano il processo di sviluppo delle forze produttive e obbligavano il capitalismo a bruciare le tappe della sua involuzione come modo di produzione sociale. Oggi, errori e sconfitte non solo non accelerano questo sviluppo, ma sono occasioni per il costituirsi di ignobili bande di professionisti politicanti al soldo del capitale, più ignobili se di origini plebee, al solo scopo di porsi alla testa delle organizzazioni operaie per corromperle e deviarle dai fini rivoluzionari.

I governi borghesi, non certo spinti da sentimenti di fraternità, dopo la gloriosa disfatta della Comune di Parigi rinunciano alla « cieca » intransigenza verso le società di resistenza operaie. Favoriscono in Francia la costituzione di « Camere Sindacali » nel tentativo di isolare le masse operaie dall’influenza dell’Internazionale, castigandone l’attività al solo aspetto economico-rivendicativo. In Inghilterra, favoriscono largamente il nascere e l’estendersi dei « Consigli di conciliazione » o « Tribunali d’arbitrato », costituiti pariteticamente da rappresentanti aziendali e sindacali per dirimere in via pacifica tutte le controversie insorgenti tra direzioni d’impresa e maestranze operaie, di cui gli storici e gli economisti del tempo fanno larga apologia come forme esemplari di collaborazione fra capitale e lavoro per l’elevazione delle classi umili, anticipando anche in questo l’era « moderna ». In Germania si fanno promotori addirittura di un sindacalismo di Stato come più tardi l’assolutismo zarista favorirà il sindacalismo poliziesco di Zubatov, e il nazi-fascismo creerà sindacati di regime.

Col decrescere dell’ondata rivoluzionaria, il capitalismo impara la tremenda lezione del periodo 1848-1871, e si avvia ad una politica di « comprensione » delle esigenze operaie, basata essenzialmente sulla separazione del movimento sindacale del partito di classe.

Con il Congresso dell’Aja del 1872, come scriveva Engels a Sorge, l’Internazionale aveva cessato di esistere realmente, e le frazioni che la costituivano dovevano continuare il loro cammino portando fino alle estreme conseguenze la loro assenza di principi, eccezion fatta per la frazione marxista che si svilupperà nel movimento operaio tedesco.

In dieci anni di vita operante della Prima internazionale, le primordiali società di resistenza degli operai urbani ed agricoli si trasformano in potenti organizzazioni di combattimento del proletariato, stringendosi attorno al partito comunista di cui abbracciano il programma rivoluzionario e, in indissolubile legame col partito di classe che le guida all’azione in ogni campo, assurgono a potenze internazionali dinanzi alle quali tremano le potenze statali d’Europa.

La storia dell’Internazionale è un mirabile esempio di congiungimento della classe col partito, ed in questo fertile incontro il « pauperismo » diventa classe, il filantropismo delle Società di Mutuo Soccorso e di previdenza si trasforma in lotta di classe organizzata e cosciente, il movimento economico si intreccia e si fonde con quello politico, al punto che le stesse casse della Internazionale si aprono a sostegno dei singoli reparti dell’armata operaia scioperanti contro i padroni. L’Internazionale è alla testa dell’intero movimento operaio, impronta di sé ogni lotta anche quando non è presente con le sue sezioni e i suoi militi. La guerra fra proletariato e capitalismo si traduce in guerra fra il partito rivoluzionario comunista e tutti gli altri partiti per guadagnare influenza sul movimento operaio. Chi riuscirà a prevalere in questa guerra si sarà assicurata la vittoria nel titanico scontro sociale.

È questa la lezione fondamentale che trae il partito di classe, ma che anche il capitalismo impara. Da questo momento è fatale che qualunque partito operaio, se non si ispira al marxismo rivoluzionario, contribuisca all’affermarsi della politica capitalistica, sostenga gli interessi delle classi ricche, corrompa lo spirito e le aspirazioni delle masse proletarie verso la rivoluzione.

La squallida fine della vertenza alla Bartoletti di Forlì

La vertenza che ha tenuto in sciopero articolato per 85 ore gli operai della Bartoletti di Forlì, e che era stata promossa dalle bonzerie sindacali perché gli operai mostravano il loro disgusto per l’esito balordo dell’ultimo contratto di lavoro dei metalmeccanici non rinnovando più la tessera, si è conclusa come sempre si concluderanno le vertenze artificiosamente rinchiuse nell’ambito di una azienda e fondate sull’articolazione delle lotte.

La cronaca dell’agitazione è rapidamente fatta. Si trattava di ottenere un aumento del minimo mensile garantito del premio di produzione da 13.500 ad almeno 17.000 lire: i sindacati chiedevano poi « una nuova strutturazione del premio di produzione stesso, basata sull’inserimento di strumenti atti al rilevamento dei tempi da mettere a disposizione della commissione paritetica » (quest’ultima divenuta la grande scoperta della « politica sindacale » ultimo grido e mezzo di « ampliamento delle possibilità di intervento del sindacato », come scrive « Il Metallurgico » periodico della FIOM forlivese, numero del 6 giugno).

Il 5 maggio, all’assemblea delle maestranze, le alte gerarchie sindacali propongono di fare 2 ore di sciopero al giorno. Invano un nostro compagno ribadisce l’inefficacia degli scioperi aziendali e, per giunta, articolati e la necessità di collegare quello della Bartoletti agli altri scioperi in atto nella provincia (Becchi, Sacim, Rossi, ecc.): in base ai deliberati bonzeschi, dal 5 al 21 si sciopera 2 ore al giorno, una alla mattina e una al pomeriggio, il vertice assoluto dell’articolazione. Il 22, una nuova assemblea generale constata che la direzione respinge l’aumento del minimo mensile a 17.000; imperterriti, i mandarini sindacali tessono le lodi delle agitazioni articolate e solo per graziosa concessione portano le ore di sciopero da 2 a… 3, mentre con apposito manifesto murale la direzione offre agli invalidi e agli operai che « desiderano » licenziarsi volontariamente entro il 16 giugno 100.000 e 150.000 lire, il tutto in vista di un ridimensionamento dell’azienda. 

In reazione a ciò, il 23 un reparto intero chiede il licenziamento, ma la direzione lo rifiuta. Il giorno dopo non si sciopera; i sindacati hanno tirato fuori la richiesta della ristrutturazione del premio, ottenuta la quale si partirebbe da un premio mensile di L. 17.000.

Dal 26 maggio al 5 giugno gli scioperi, articolati fra il mattino e il pomeriggio, continuano sempre limitati alla Bartoletti, finché, il 6-6, la direzione precisa in un manifesto le offerte seguenti: per il 1967 il premio di produzione sarebbe portato a L. 197.000 all’anno (nel 1966 era di L. 175.000): per il 1968 a L. 205.000; per il 1969, infine, a L. 212.000. Nel 1968 si discuterebbe la parte pratica (tipo di lavorazione): nel 1969 la parte finanziaria. Il nuovo premio entrerebbe in vigore nel 1970.

Alle 16,30 si riunisce una assemblea generale. L’esponente della CISL fa la cronaca delle trattative dei giorni scorsi e conclude di continuare lo sciopero. Anche i bonzi della CGIL e UIL sono d’accordo. Gli scioperi infatti riprendono articolati e limitati all’azienda, fino al 15-6. Il giorno dopo, niente sciopero al mattino: i sindacati trattano. Nel pomeriggio, ennesima assemblea generale: malgrado la delusione degli operai per le richieste fatte dai sindacati, la decisione finale è di scioperare, come infatti avviene dal 17 al 19.

Alla fine l’assemblea vota sciopero.

Il 20 riprendono le trattative e lo sciopero è sospeso. L’indomani, la direzione padronale offre L. 205.000 per il 1967, 209.000 per il 1968 e 216 mila per il 1969. Oltre alle cifre suddette la C. I. aveva però chiesto Lire 12.000, in quanto la direzione dava L. 30.000 circa di arretrati per i primi 6 mesi del 1967, fuori busta, non pagando così i contributi alla Previdenza Sociale, e quei milioni gli operai volevano dividerli fra loro, nella misura appunto di Lire 12.000 circa a testa; inoltre si rivendicavano L. 6.000 per tutte le giornate di sciopero fatte, perché nelle giornate lavorative di poche ore la Direzione non pagava quel tanto che spettava alle maestranze di premio giornaliero. Nelle trattative, un membro della direzione aveva infine portato le L. 6.000 ad 8.000, purché si firmasse subito e alla sera si uscisse alle 18. Il 22 giugno la C. I. va in direzione, e al pomeriggio si viene a sapere che la controparte si è rimangiata tutte le promesse tanto sulle 8000 lire quanto su altri punti. All’entrata delle 14 gli operai indignati non riprendono il lavoro al suono della sirena, ma si portano sotto le finestre degli uffici urlando; qualche alterco scoppia con alcuni membri della Direzione. Alle ore 17, assemblea generale con la presenza degli operai della ex-Forlanini. I sindacalisti dopo aver parlato sulla posizione padronale, chiedono il parere degli operai circa l’ulteriore azione sindacale. Prende la parola un nostro compagno osservando: « Da soli non faremo nulla; non si può tenere 800 operai chiusi per oltre 40 giorni in fabbrica, mentre in altre officine locali, come ad es. il Poltronificio Spazzoli e la Nuova Becchi, si sciopera per miglioramenti economici e riduzioni d’orario; bisogna perciò collegare i loro scioperi col nostro e sostenere così una lotta unica ». Parole al vento …

Il 23 giugno, al mattino, nessuno riprende il lavoro. Al pomeriggio, si lavora solo dalle 14 alle 15.

Sabato 24-6 i sindacati sono convocati all’Associazione Industriali, dove si conclude un accordo nei seguenti termini: concessione di Lire 205.000 per tutto il 1967: di Lire 209.000 per il 1968 e di L. 216.000 per il 1969. In più, L. 10.000 come « mancato guadagno ». Il 26, all’assemblea generale, un esponente della CGIL illustra l’esito delle trattative come sopra spiegato, e rileva che gli operai avevano chiesto Lire 12.000 di contributi previdenziali non versati dal padrone all’INPS per i primi 5 mesi del 1967 più Lire 6.500 di ore di sciopero da conteggiarsi nel premio (totale Lire 18.000). la direzione padronale invece concede L. 10.000 come « una tantum »; così gli impiegati che non hanno scioperato si beccano le 10 mila lire più la paga intera, perché non hanno scioperato, mentre per gli operai l’« una tantum » di Lire 10.000 è come un prestito, perché alla fine d’anno ne saranno detratte L. 7.000 di premio dalle ore di lavoro non effettuate causa lo sciopero.

Infine, il bonzo della C. d. L., d’accordo con gli altri sindacati, chiede per i sindacati il versamento dell’1% sulla busta paga a titolo di quote mensili. I salmi, per loro, finiscono sempre in gloria.

La morale della favola è questa: considerando il danno economico di 85 ore non retribuite di sciopero articolato, gli operai, nonostante la loro combattività, non hanno ottenuto nulla. Infatti la cifra annua di L. 30.000 in più acquistata sul premio di produzione 1967 (cioè L. 205.000 nel 1967 contro L. 175.000 nello scorso 1966) sono state annullate dall’importo delle 85 ore di sciopero non pagate. Se invece queste 85 ore fossero state di lotta ad oltranza, risolvendosi in 15 giorni di sciopero continuato ed esteso alle maestranze della « Nuova Becchi » (600 operai) e di altre aziende metalmeccaniche della zona, dove si lamentano le stesse magagne padronali, è chiaro che si sarebbero strappati miglioramenti economici ben più consistenti.

Vogliono capire una buona volta i bonzi (o fanno finta di non capirlo?) che sul terreno aziendale si fa il giuoco dei padroni invece dell’interesse degli operai? Gli unici ad aver guadagno nella vertenza sono coloro che non hanno scioperato, cioè gli impiegati ed equiparati che percepiranno i miglioramenti economici dell’accordo aziendale senza aver combattuto.

Sono le lotte nazionali per l’aumento del salario base che valgono, non quelle aziendali per l’aumento della parte mobile del salario (premi di produzione, cottimi, superminimi, ecc.); quindi gli operai scontano amaramente la firma di contratti nazionali di categoria balordi sia nella piattaforma rivendicativa, sia nell’irrisorietà degli aumenti salariali, tanto più irrisori se si considera il continuo aumento del costo della vita.

Gli operai della Bartoletti ex Forlanini hanno lottato da soli per ben due mesi e alla fine hanno stretto solo un pugno di mosche. Fra non molto verrà il turno della sconfitta (o della vittoria di Pirro) anche per gli operai delle « Nuova Becchi », e di altre aziende minori locali. Divide et impera è anche il motto dei padroni e delle bonzerie sindacali. La parola degli operai dev’essere l’opposta: Fondere in una tutte le vertenze! Lottare tutti uniti!

Toccato!

La diffusione del nostro « Spartaco » alla vetreria VIS di Pisa ha mandato su tutte le furie i gerarchetti locali del PCI, i quali sono corsi ai ripari distribuendo un volantino per mettere in guardia gli operai contro la … peste rivoluzionaria. Buon segno: la botta ha colpito il bersaglio.

Commentare il volantino è forse inutile, perché le « argomentazioni » sono le solite. Siamo colpevoli di « dividere la classe operaia », noi che ci battiamo perché le agitazioni e gli scioperi non avvengano per reparto, per fabbrica, per località, per categoria, ma si svolgano in una lotta generale di tutti i proletari! Noi che respingiamo l’« articolazione », cioè la disgregazione delle forze operaie, per questi signori saremmo i … disgregatori! E’ esattissimo che proprio per realizzare la vera unità di lotta dei lavoratori, pensiamo e proclamiamo che bisogna liberarsi dalla tutela del riformismo, del pacifismo, del gradualismo, di cui il PCI è oggi l’esponente più dichiarato in mezzo agli operai; e gli autori del volantino ci offrono una ragione di più per ripeterlo quando identificano la difesa del PCI con la difesa della democrazia, cioè del regime borghese. Il resto della sbrodolata non merita che vi si sciupi dell’inchiostro: è la voce della rabbia impotente. Noi non siamo più di quattro gatti, d’accordo: come mai dunque, si lancia un allarme così angosciato? Il gigantesco « partito del popolo » ha dunque i piedi di così fragile argilla, che i nostri … miagolii lo fanno tremare? Ne prendiamo atto: non è la prima volta che « Spartaco » mette i brividi ai potenti, e questi oggi come allora belano: Ma dove prende i soldi, quell’accidente di straccione?

Egregi signori, il vostro sdegno e la vostra paura ci onorano: le vostre codarde insinuazioni sono il secondo della vostra miseria morale, della vostra insicurezza e del vostro terrore del domani. Grazie dell’ammissione!

Azioni... unitarie

Fioccano sempre e dovunque i licenziamenti. Alla «Magrini» di Bergamo, che dipende dalla Montedison, un mese fa 117 dipendenti vennero licenziati. Ebbe subito inizio una lotta – aziendale, disgraziatamente come al solito – che culminò nell’occupazione della fabbrica e, di rimbalzo, nella sentenza di sgombero subito pronunciata dal pretore, avendo l’agitazione assunto « il carattere di una rivolta ».

Ebbene, che si è fatto da parte dei bonzi? Mentre l’azienda proclamava senza veli di non voler trattare con nessuno, anzi di non volere neppur ricevere i « rappresentanti dei lavoratori », le tre centrali rinnovano gli appelli e le preci, e infine … decidono uno sciopero generale cittadino della categoria. Forse a tempo illimitato? Ohibò. Forse di 24 ore? Dio guardi, Di … due ore, dalle 10 alle 12 del 19 giugno! E a che scopo? Per difendere quelle « premesse di valore » che sono « la democrazia, la libertà e la convivenza civile in una società pluralistica» (chi ci capisce, è bravo) nonché a sottolineare la « volontà comune » dei sindacati – tanto comune che, al comizio dello stesso giorno, il rappresentante dell’UILM si rifiuta di prendere la parola (Unità del 20-6)!

Così placata per il momento la collera proletaria, avanti con le interpellanze parlamentari e le sottoscrizioni parrocchiali !!

Vita del Partito: Comunicato 

Nel prendere atto che non vi sono state esitazioni fra i compagni nel rifiutare la firma delle deleghe alle direzioni aziendali, si porta a conoscenza del Partito che le minacce di provvedimenti disciplinari a carico di nostri militanti, agitate in seguito a tale rifiuto da gerarchie superiori locali della CGIL al fine di escludere dai sindacati i comunisti rivoluzionari, sono miseramente cadute, e i compagni sono stati riammessi nella loro organizzazione di categoria per la normale via diretta.

Il merito di questa marcia indietro dei bonzi va ai gruppi sindacali e di fabbrica del Partito, e alle sezioni che li hanno sostenuti non cessando un istante di svolgere la loro attività sui posti di lavoro e fuori; ma va anche ai proletari e perfino a qualche attivista di fabbrica che hanno spalleggiato i nostri compagni nella loro rivendicazione di appartenenza al sindacato senza passare per l’obliqua via della delega, e in aperto dispregio di eventuali e da noi ritenute in ogni caso invalide espulsioni, realizzandosi così, sia pure solo localmente e in forma transitoria, un esempio specifico di solidarietà fra lavoratori contro la strafottenza delle « alte gerarchie », e di collegamento politico fra gli operai comunisti e i loro compagni di lavoro in difesa del sindacato di classe, e contro la politica disfattista dei bonzi.

Le accuse menzognere, secondo cui il rifiuto della delega minaccerebbe la integrità del sindacato operaio e costituirebbe un atto di sabotaggio della unità organizzativa della CGIL vengono così clamorosamente smentite dai fatti, e tale smentita dev’essere un motivo di più per incitare i proletari a seguire l’esempio dei nostri compagni. Va anzi sottolineato che in questa circostanza si è resa manifesta quella frattura fra base operaia e vertici sindacali, fra istinto di classe corroborato dal programma comunista diffuso dai nostri militanti e politica controrivoluzionaria dell’opportunismo, che cinquant’anni di assenza della lotta rivoluzionaria di classe hanno gradatamente scavato.

Il Partito ribadisce contro ogni speculazione la ferma volontà di operare nel sindacato attraverso i suoi organi specifici nell’intento di conquistarlo alla propria influenza, e rigetta da sé, come è nella tradizione ininterrotta della Sinistra, qualunque tentazione di abbandonare e peggio ancora scindere le organizzazioni di difesa economica dei lavoratori, dei cui interessi contingenti e storici di classe e della cui unità di lotta è il solo, al contrario, che possa e voglia assicurare la difesa. Ogni altra interpretazione del rifiuto delle deleghe è falsa e tendenziosa, e chi le diffonde, magari spacciandosi per compagno, opera obiettivamente al servizio dell’opportunismo.

Rimane per fermo che, se si presentassero altri casi di rifiuto al tesseramento sindacale diretto, i compagni non solo vi opporranno energica resistenza, ma dichiareranno di ritenere nullo e inefficace qualunque provvedimento del genere, mentre informeranno subito il centro del Partito e agiteranno la questione in mezzo ai lavoratori partecipando apertamente ad ogni forma di attività sindacale, e intervenendo alle riunioni di lega e di C.d.L. per costringere i dirigenti a spiegare di fronte alla base le vere ragioni di eventuali tentativi di allontanamento dei rivoluzionari comunisti. La parola d’ordine è, oggi come nel 1921 e come sempre: non si cacciano i comunisti dalle organizzazioni operaie!

Rifiuto delle deleghe non significa, inoltre, rifiuto di corrispondere le quote sindacali. Queste dovranno essere versate ai collettori di fabbrica o, in caso di rifiuto di accettarle da parte di questi, gli stessi nostri compagni si incaricheranno di raccogliere le contribuzioni, e di versare alle casse sindacali esigendo regolare ricevuta. Ogni tentativo di sabotare l’espletamento di queste funzioni dovrà essere respinto e prontamente denunziato a tutti gli operai.

I compagni, i simpatizzanti e i lettori proletari della nostra stampa sono rinviati a quanto in essa è stato scritto (in particolare nello « Spartaco ») in merito alla questione delle deleghe, che è solo un aspetto della generale politica controrivoluzionaria dei bonzi e, di conseguenza, si riallaccia a tutto il complesso delle sue manifestazioni multiformi. La lotta per ricondurre il sindacato operaio alle sue origini e tradizioni di classe non può essere divisa in parti: ogni singola iniziativa si inquadra e si inserisce nel piano generale unico della battaglia, che è nostra e solo nostra, contro l’opportunismo.

Questa battaglia è appena all’inizio, e i nostri militanti sanno che essa sarà dura ed esigerà fermezza, disciplina, e la più assoluta decisione contro i tentativi, che certo non mancheranno, di riaprire contro di essi il libro nero delle angherie disciplinari e delle vessazioni.

Come tutto il Partito è impegnato a svolgere unitariamente i compiti di ristabilimento della dottrina, indispensabile arma della lotta rivoluzionaria, così dev’essere chiaro che tutto il partito è chiamato a rendere operanti l’indirizzo e le disposizioni pratiche relative alla lotta in seno al movimento proletario, non ammettendosi l’assurda distinzione fra militanti operai cui il lavoro sindacale spetterebbe in esclusiva, e militanti non operai ai quali sarebbero riservati altri e non meno esclusivi settori di lavoro. Il Partito è unitario quanto è dottrina, tattica ed organizzazione, e tutti i suoi membri, come tutte le sue sezioni, sono tenuti senza deroghe allo svolgimento collettivo dei suoi compiti, garantendone in tal modo l’unità di esecuzione.

Le sezioni provvedano a fare oggetto di lettura nelle loro riunioni il presente comunicato e a renderlo noto agli operai come deve essere pratica costante per la diffusione dei principi e degli scopi immediati e finali della nostra lotta, e per il rinvigorimento e il rafforzamento dell’azione generale del Partito.