Danzica e Torino. La lezione Polacca agli operai occidentali
Nel numero precedente del nostro giornale avevamo temuto la peggiore soluzione possibile per lo sciopero degli operai polacchi del 2 agosto di quest’anno, cioè la soluzione cosiddetta democratica.
La fregatura democratica c’è stata ed è in pieno svolgimento la manovra complessiva di tutte le forze antioperaie, capeggiate dal binomio Stato-Chiesa, per ripulire i falsi «sindacati liberi», in via di costituzione, di quei proletari che hanno creduto sinceramente di acquisire la libertà della loro azione di classe, liberandosi, sotto la spinta poderosa dello sciopero, dalla dittatura del sindacato unico e del partito unico di Stato. Dialetticamente l’illusione degli operai polacchi potrà essere un formidabile incentivo per la creazione del vero partito politico di classe, il partito comunista rivoluzionario né nazionale né obbediente a Mosca, qualora dal proletariato si enuclei una analisi seria e oggettiva dello sciopero e delle forze politiche che ne sono state coinvolte. Allora, quella che non esitiamo a definire oggi una sconfitta politica degli operai polacchi, potrà costituire la base di partenza della riscossa operaia, domani.
LA LEZIONE POLACCA AGLI OPERAI OCCIDENTALI
In queste settimane di acuta offensiva capitalistica contro gli operai italiani, che ha preso le mosse dalla minacciata espulsione dalla produzione di decine di migliaia di operai della Fiat, i giornali di informazione, l’Unità compresa, riferiscono che sempre più spesso sulle bocche degli scioperanti italiani affiora, come una minaccia, la parola << Danzica», alludendo al movimento di lotta degli operai polacchi.
Gli operai italiani sembrano aver capito che per contrastare la pressione del capitalismo sia necessario un movimento di lotta, di azione, di sciopero potenti, appunto come quello polacco. Ne siamo convinti anche noi che, per frenare la minaccia borghese, sia necessaria la mobilitazione generale dei lavoratori. Ma, obbiettivamente, gli operai italiani e occidentali sono costretti ad opporsi alla democrazia, a lottare contro la falsa libertà di cui si ammanta la democrazia. Gli operai italiani guardino alla mobilitazione di « Danzica », ma saranno costretti ad andare oltre << Dan-zica », cioè oltre le illusioni democratiche, perché la <<< Danzica » in
Italia e in Occidente non può che equivalere alla lotta aperta e diretta contro lo Stato democratico, contro il regime democratico del capitalismo. In Occidente, in Italia, quindi, << oltre Danzica >> vuol dire oltre i sindacati di regime, le Centrali tricolore, oltre la sinistra democratica di regime, oltre i falsi partiti operai.
A Danzica come a Torino non sono in gioco il potere politico e il privilegio economico, ma l’assetto politico più confacente alla stabilità del capitalismo. Non capire queste elementari questioni significa perdere l’orientamento classista e sbandare nell’operaismo e nel sindacalismo, risorse di conservazione sociale, su cui contano le classi privilegiate, quando si accorgono di non poter padroneggiare direttamente il proletariato. I partiti cercano di utilizzare le lotte economiche operaie per premere sui governi, non certo per schierare in linea di battaglia i lavoratori contro il sistema capitalistico. Anche il vecchio PSI, dopo Livorno 1921, manovrava la CGdL, sindacato di classe, e gli scioperi come pressione per entrare nel governo borghese e se l’evento non ci fu lo si dovette all’opera e all’azione della Sinistra Comunista. Oggi è il turno del PCI, che mette nelle mani degli operai in sciopero la bandiera: « Il PCI al governo ».
Con questo non vogliamo affatto negare le rivendicazioni economiche dei lavoratori, la loro determinazione ad opporsi ai licenziamenti e a difendersi dalla pressione padronale. Ma va riconosciuto – e i fatti sono una chiara dimostrazione – che la chiave risolutiva sta nella direzione politica della potente energia espressa dalla classe operaia. Cioè, in termini attuali, le lotte operaie devono essere indirizzate a salvare la Fiat , ovvero la struttura capitalistica della produzione in generale, e a cambiarne la direzione politica, ovvero il governo centrale dello Stato; o, al contrario, devono essere indirizzate ad abbattere lo Stato politico della borghesia e qualsiasi governo lo rappresenti, per sostituirli con uno Stato e un governo operaio, di classe, col quale dare corso alla trasformazione economica per liberare il lavoro dal giogo del capitale, e i lavoratori dalla schiavitù capitalistica?
Sino a quando gli operai si faranno guidare dai sindacati di regime e dai partiti di regime, in particolare dai falsi partiti operai, non saranno mai in grado di mettere in discussione la questione del potere politico. Passeranno i goveni, i blocchi politici gli uomini illustri, ma la classe operaia resterà una classe sfruttata.
Il risultato positivo, duraturo delle lotte operaie sta nell’insegnamento che la classe acquisisce per attrezzarsi contro il potere capitalistico. Durante le grandi crisi economiche, tutte le « conquiste >> degli operai vengono messe in discussione, dal <<<< diritto >> al lavoro al salario alla pensione, dal << diritto >>> alla casa, alla salute alla sopravvivenza stessa dei proletari. Il sistema capitalistico dimostra così di non essere più in grado di sopravvivere e le proposte equivoche di un « nuovo modo di produrre », di una « riforma del salario », e sconcezze simili, non fanno che ritardare la soluzione del problema dei problemi: chi deve disporre del frutto del lavoro?
L’assenza del partito politico rivoluzionario di classe alla testa del proletariato è la condizione negativa, per cui gli operai cadono preda di mille illusioni per mezzo delle quali il capitalismo ne dirotta la direzione e la potenza. Ma non sarà facile né semplice per gli operai capire che il PCI al governo, che le Centrali sindacali tricolore assunte alla dignità della <<< programmazione economica», non li faranno avanzare di un solo centimetro verso la conquista del potere politico. Non basterà nemmeno che PCI e Centrali consumino le più colossali nequizie, per illuminare la classe operaia nella giusta direzione rivoluzionaria. Il compito dei comunisti veri è proprio quello di anticipare il percorso che sta davanti agli operai, di svelare la funzione e le finalità anti-operaie e anticomuniste dei falsi partiti e sindacati operai, del regime presente, perché prima che il grosso della classe si sposti sulla strada della rivoluzione anticapitalista, è indispensabile che un forte nucleo, una consistente avanguardia proletaria si rendano consapevoli della necessità di marciare verso l’abbattimento del potere delle classi privilegiate.
E’ in questo modo che ci si lega alle masse proletarie, e non tacendo la verità sul loro stato politico, sulla direzione antioperaia dei loro sindacati e dei loro partiti ufficiali. I comunisti devono svelare ciò che si nasconde dietro l’attitudine, ora di <<< destra >> ora di << sinistra », а volte persina << radicale » e « barricadiera », dei sindacati e dei partiti comunsocialisti. Svelare non solo con le parole, ma anche con l’attività e l’azione, la verità nuda e cruda, è il primo passo per legarsi alle masse. Tacere che il PCI utilizza le lotte operaie per premere sui partiti governativi col dichiarato scopo di affincarli nel governo dello Stato capitalista, onde mettere al servizio dello Stato la sua forza politica per svilire le lotte operaie, per riportare i lavoratori ad accettare « sacrifici », tali da tenere in vita il meccanismo di sfruttamento capitalistico; tacere questa verità lapalissiana per dei comunisti rivoluzionari significherebbe commettere un delitto. Va chiarito in ogni momento che il << nuovo governo », che il << nuovo assetto politico >> auspicati dal PCI e dai sindacati tricolore, non sono orientati verso, non diciamo la demolizione del potere politico delle classi superiori, ma nemmeno verso l’indebolimento del loro potere. Anche Walesa, il partito cattolico, il partito contadino, il famigerato KOR polacchi, hanno sputato sul partito unico e sul sindacato unico, sul governo totalitario, col risultato che il <<< nuovo >> ha irrobustito le vecchie catene della schiavitù capitalista sul proletariato polacco. Solo i comunisti rivoluzionari potevano svelare l’insidia velenosa che si nascondeva nelle direttive politiche dei < riformatori democratici ». Così, nelle mani dei < democratici >», un potente sciopero, che poteva essere assai più potente ed esteso, è stato fatto dirottare a bandiere spiegate nei meandri ministeriali, nel legalitarismo statale, nel << salvataggio »della << economia della patria ».
Constatato l’insuccesso politico del grande sciopero, va, però, rilevato il successo economico, almeno sulla carta, raggiunto dalla mobilitazione operaia. Non è da escludere che le promesse strappate al governo vengano realizzate, stanti le sovvenzioni finanziarie della solidadarietà degli Stati imperialistici dei due blocchi, il cui significato politico sorpassa il valore economico, significato di solidarietà sociale tra Stati dello stesso segno, cioè capitalistici, dinanzi alla minaccia potenziale degli operai. Questa solidarietà economica e sociale tra Stati e la manovra di diversione democratica attestano la capacità del capitalismo a controllare il proletariato, quando la classe operaia è priva della sua guida rivoluzionaria. Ciò implica che, in caso di pericolo per l’esistenza stessa del dominio capitalistico, gli Stati siano disposti ad abbandonare le rispettive giurisdizioni nazionali politiche e ideologiche per intervenire con la forza delle armi a sostegno dello Stato minacciato dalla sollevazione proletaria. Di converso, è d’uopo contrapporre alla solidarietà internazionale del capitalismo la solidarietà internazionale del proletariato, come è altrettanto necessaria la solidarietà nell’ambito nazionale di tutte le categorie operaie di fronte alla forza statale unitaria del capitalismo. Internazionalismo e solidarietà non tanto a parole, quanto e soprattutto nell’azione e nella organizzazione, sono lezioni per i proletari di sani nose di ogni paese, ribadite dallo sciopero polacco. Tanto più utili nell’Occidente industrializzato queste lezioni, quanto più i rispettivi stati occidentali dispongono di mezzi e di organizzazione superiori rispetto alla Polonia e paesi simili.
L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.1
Questo lavoro è un primo riordino degli studi del Partito svolti nell’arco di un intero ventennio sulla “questione cinese”; il materiale, quindi, non è derivato da apporti diversi, ma da una vera e propria opera collettiva ed anonima che rifugge la moda dei nomi ad effetto.
Ultimi avvenimenti cinesi
L’ultima sessione dell’Assemblea nazionale cinese ha visto la nomina di Zhao Ziyang al posto di Hua Guofeng come primo ministro. Non è stato un semplice cambio di uomini, ma l’avvenimento è l’ultima vittoria dell’ala cosiddetta “pragmatica e moderata” sulla fazione “maoista” all’interno del PCC e della struttura statale cinese.
Ha fatto da corollario alla nomina di Zhao, la decisione dell’Assemblea Nazionale di sopprimere parte dell’articolo della Costituzione riguardante le “libertà”; il dàzibào, simbolo della Rivoluzione Culturale e che trovò una codificazione anche nella raccolta di norme fondamentali della Repubblica Popolare, è proibito, la misura amministrativa segue la messa in cantina di tutte quelle gigantografie di Mao e compagni che costituirono per molti imbecilli di sinistra d’Occidente il simbolo vivente del socialismo cinese.
In campo economico invece il fatto più rilevante è stata la decisione di aumentare l’estensione degli appezzamenti “privati” dei contadini: essi potranno raggiungere la rata del 10% delle terre coltivabili della squadra.
Tale misura segue quelle, su cui già ci siamo soffermati, di “riaggiustamento” della conduzione tecnica delle imprese industriali con il varo di un sistema di conduzione simile all’autogestione jugoslava e, in campo agrario, di tolleranza dei mercati rurali dove i contadini vendono le eccedenze dei loro appezzamenti privati.
Al partito di classe spetta spiegare non solo queste misure di amministrazione economica contingente, ma anche l’intero scontro fra la linea radicale e quella moderata, tenendo ben fermo che nessuna corrisponde alla difesa dell’integrale programma marxista, ma alle esigenze di edificazione economica capitalista di un paese arretrato che è tradimento presentare come socialista, anche se l’impiantarsi del modo produttivo capitalistico in Cina è formidabile passo in avanti della storia.
APPUNTI SULLA STORIA DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE
Il periodo della conquista del potere
Il 1° ottobre 1949 fu proclamata a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. La proclamazione fu opera di una Conferenza politica consuntiva, riunita da varie settimane nella capitale e che comprendeva ad un tempo i rappresentanti del Partito Comunista Cinese e quelli di partiti schiettamente borghesi che nel periodo della guerra civile si erano però staccati da Jiang Jieshi (Chiang Kai-Shek) con il volgere della guerra civile a favore delle truppe maoiste.
La Conferenza Politica Consuntiva adottò un Programma comune che, a distanza di 25 anni, riprese il programma che fu quello di partenza del Guo-min-dang e di Sun Yat-sen, per una Cina borghese di sinistra che ha rinunciato al passaggio ad una rivoluzione socialista e che spaccia, come nella Russia staliniana, per socialismo un capitalismo di Stato che non solo si limita alla struttura industriale, e inizialmente solo al 50%, lasciando al privato borghese il resto: alla borghesia, la quarta classe del blocco nazionale.
«Art. 26 – Il principio fondamentale della costruzione economica della Repubblica Popolare Cinese è l’applicazione di una politica che curi tanto gli interessi privati che gli interessi pubblici, che avvantaggi tanto i padroni che i lavoratori, che incoraggi il mutuo aiuto fra la città e la campagna, e lo scambio di merci fra il nostro paese e i paesi stranieri, in vista del fine di far sviluppare la produzione e far fiorire l’economia. Lo Stato deve coordinare e regolamentare l’economia di Stato, l’economia delle cooperative, l’economia individuale dei contadini e degli operai manuali, l’economia del capitalismo privato e l’economia del capitalismo di Stato (…) in modo che tutte le componenti economiche-sociali possano avere il loro ruolo particolare, compiere la loro funzione, e cooperare fra loro sotto la direzione dell’economia di Stato per lo sviluppo dell’economia sociale nel loro complesso».
Non si stropiccino gli occhi coloro che orfani del Grande Timoniere vedono in Deng lo stregone che ha evocato le malefiche forze del capitalismo nella socialista Cina; la Repubblica Popolare Cinese nasce con un chiaro programma di sviluppo nazional-borghese, non è Deng che ha tradito il socialismo proprio in quanto lo stesso Mao è stato semplice campione di una Cina grande, forte, industriale, borghese.
L’articolo 1 del Programma Comune definisce lo Stato Cinese come una nuova democrazia, una democrazia popolare «diretta, dalla classe operaia, fondata sull’alleanza degli operai e dei contadini, e che unisce le diverse classi democratiche (piccola borghesia e capitalisti nazionali) e le diverse minoranze nazionali del Paese».
Ma la democrazia popolare non era diretta dagli operai.
L’avvicinarsi degli eserciti contadini alle città se fu un formidabile acceleratore per il “fronte unito” mille volte voluto da Mao fra il PCC e i “veri democratici” del Guo-min-dang, fu nel contempo atteso con indifferenza ed apatia dagli operai dei grandi agglomerati costieri di Shanghai, Hankuo, Canton, certo memori della grande disfatta del 1927 alla quale aveva dato il suo contributo anche la oscillante direzione staliniana dell’Internazionale e del PCC. Mao e l’intero PCC sanno bene che una sollevazione autonoma del proletariato urbano infrangerebbe di un colpo “fronte unito” e Cina borghese, Guo-min-dang e PCC.
Si legge nel “Telegramma al Comando del Fronte di Luoyang dopo la riconquista della città” (Mao, Opere scelte, IV, pag. 253-4):
«Per quanto riguarda la politica nelle città, bisogna fare attenzione ai seguenti punti:
«1) Essere molto prudenti nella liquidazione degli organismi del regime del Guo-min-dang, arrestare solo i principali reazionari e non coinvolgere troppe persone.
«2) Precisare la definizione del capitale burocratico; non tutte le imprese industriali e commerciali dei membri del Guo-min-dang vanno classificate come capitale burocratico e perciò confiscate (…) È rigorosamente proibito colpire qualsiasi impresa condotta dalla borghesia nazionale.
«3) Impedire alle organizzazioni contadine di entrare in città per arrestare i proprietari fondiari e regolare i conti con essi (…)
«4) Entrando in città non lanciare con leggerezza parole d’ordine di aumento dei salari e di riduzione delle ore di lavoro. In tempo di guerra è già molto se la produzione può continuare, e se le ore di lavoro e il livello dei salari possono rimanere invariati. La possibilità in futuro di una equa riduzione delle ore di lavoro, di un equo aumento dei salari dipende dalle condizioni economiche, vale a dire dallo sviluppo delle imprese».
Ugualmente il 3 maggio 1949 il Comando militare dell’Armata di Liberazione, poco prima del suo ingresso a Shanghai, Hankou e Canton, pubblicò un proclama:
«Si domanda agli operai e agli impiegati di tutte le categorie, che la vita del Paese prosegua nella normalità. I funzionari del Guo-min-dang e di tutti gli altri corpi politici e amministrativi, come la polizia, devono occupare il proprio posto, obbedire agli ordini dell’Armata Popolare di Liberazione, e del Governo Popolare».
Agli operai che dovevano costituire, secondo il “Programma Comune” la direzione della “democrazia nuova” il PCC sapeva dire solamente «continuare il lavoro come abitudine», nello stesso giorno in cui la pretesa rivoluzione socialista prendeva il potere, nello stesso giorno in cui ai gendarmi, alla burocrazia, alla magistratura si ordinava di rimanere al loro posto, di «assumersi la responsabilità della custodia di tutti i beni e degli archivi dei loro uffici»!
Rivoluzione, anche quella borghese s’intende, è prima di tutto la rottura del vecchio apparato governativo, statale, amministrativo poliziesco e giudiziario. Nel 1949 il PCC non solo annunciava alle masse operaie che la loro rivoluzione aveva da venire, ma che anche da un punto di vista borghese altro non si faceva che riprendere il programma del Guo-min-dang del 1924 il cui programma era stato tradito da Jiang Jieshi, Il PCC sarebbe rimasto in questi confini borghesi!
Costituzione della Federazione Pancinese del Lavoro
Contemporaneamente alla costituzione del “fronte unito” fra PCC e gli elementi dissidenti del Guo-min-dang, che portò alla Conferenza Politica Consultiva riunita a Pechino dal settembre 1949, Mao realizzò al Congresso di Harbin (agosto 1949) la riunificazione sindacale indispensabile per salvaguardare la futura collaborazione fra capitale e lavoro. Si fusero la “Confederazione dei Sindacati delle regioni libere” legata al PCC e l’ “Associazione cinese del lavoro” diretta da elementi dissidenti del Guo-min-dang. Ricostruita la “Federazione pancinese del lavoro”, il Congresso di Harbin raccomandava, nelle regioni sotto la dominazione del Guo-min-dang, «di fare distinzione fra i trust del capitale burocratico e i capitalisti nazionali». Infine, e soprattutto, per le regioni liberate, il Congresso dichiarava:
«Le contraddizioni fra i lavoratori e i padroni esistono tuttora nelle imprese private, ma, poiché i primi occupano i posti di direzione dal punto di vista politico, i lavoratori sono garantiti da una oppressione e uno sfruttamento eccessivi. Di più, l’esistenza e lo sviluppo di imprese private produttive costituiscono un vantaggio per la classe operaia. In ragione di queste nuove condizioni, il movimento sindacale, nelle regioni liberate, dovrà essere guidato da una politica e da dei principi completamente nuovi (…) In quanto membri della classe politica dirigente, i lavoratori devono prendere le loro responsabilità per sviluppare l’industria e per eseguire e anche migliorare i loro obbiettivi produttivi. Nell’industria privata, i lavoratori hanno egualmente il compito di eseguire il programma di produzione elaborato dal padrone, di rispettare gli accordi conclusi fra loro e il padrone e di rispettare la politica governativa che ha per scopo di proteggere l’industria e il commercio privato».
Tale politica di “nuovi principi” portò subito dopo l’avvento del nuovo governo ad una diminuzione dei salari e la detrazione di alcune assistenze sociali nelle imprese nazionalizzate. Gli scioperi che seguirono immediatamente portarono ad un blocco quasi totale della produzione, e verso la fine della primavera del 1950 la situazione economica divenne disastrosa.
Nel giugno 1950, quando il Governo Popolare Centrale emana la “Legge Sindacale”, inizia una vera e propria campagna per conquistare ai Sindacati la disciplina dei lavoratori:
«Il Partito si è reso conto della propria inefficienza in quanto cinghia di trasmissione, o della deplorevole mancanza di comunicazione fra i Sindacati e gli operai». (“Quotidiano Operaio”, editoriale del 6 agosto 1950).
Politica “operaia” del nuovo Governo Popolare
Di fronte alle difficoltà della situazione economica (inflazione, disorganizzazione del mercato, chiusura delle officine), il Governo prese una serie di misure destinate a ridare fiducia ai “capitalisti nazionali” imbrigliati e stemperare le rivendicazioni immediate dei lavoratori.
Del resto sia il Programma comune, augurante «la prosperità e la potenza della Cina», sia la Legge Sindacale in cui si auspicava «la politica di sviluppare la produzione e di incrementare sia il lavoro sia il capitale, ed opporsi (…) ad ogni atto nocivo alla produzione», erano ambedue decreti che mirabilmente rappresentavano le aspirazioni nazionali borghesi della Democrazia Popolare di Pechino, che, linea nera o rossa che si voglia, già allora inchiodò il proletariato cinese alla accumulazione originaria del Capitale.
Furono create delle imprese commerciali di Stato per approvvigionare le officine di materie prime e nello stesso tempo per lenire gli effetti dell’inflazione nelle città. Nello stesso tempo però, il Governo permise l’aumento dei prezzi al dettaglio in modo che il piccolo commercio non fosse rovinato.
Leggiamo nel Rapporto di P’an Han-nien, vicesindaco di Shanghai, fin dal 1950:
«Le imprese commerciali di Stato riducono il numero dei negozi di vendita al dettaglio, limitano i tipi di prodotti destinati alla vendita al dettaglio e aumentano la differenza fra i prezzi all’ingrosso e i prezzi al dettaglio (questa differenza è portata dal 2 al 5% per il riso, dal 2,5 al 6,5% per l’olio di arachide, dal 2 al 6% per il sale e dal 12 al 15% per lo zucchero), in modo da permettere ai dettaglianti dei profitti sufficienti. Questo dimostra – aggiunge il vice di Ch’en Yi – che combattendo la speculazione e l’accaparramento, le imprese di Stato desiderano ugualmente assicurare i profitti necessari alle imprese private, per permettere loro di lavorare in tutta tranquillità e onestà» (3° Congresso Popolare di Shanghai).
Dallo stesso rapporto si traggono precise indicazioni sulla “politica operaia” del nuovo Governo. A Shanghai, l’Ufficio del lavoro riesce ad imporre agli operai l’abbassamento dei salari, i licenziamenti senza indennità, il lavoro per una giornata, quando un’impresa poteva dimostrare la necessità di queste misure.
«Dopo la liberazione di Shanghai fino alla fine del maggio 1950, l’Ufficio del lavoro si è interessato di 9.027 casi di “conflitti” fra lavoro e capitale, 4.436 di questi casi si sono registrati nel corso degli ultimi sette mesi del 1949, e il resto i primi cinque mesi di quest’anno. Il problema era di difficile soluzione. Ma dopo la pubblicazione delle decisioni della Confederazione dei Direttori degli uffici del lavoro, convocata dal Governo centrale popolare, i rapporti fra lavoro e capitale sono sensibilmente migliorati».
Ed ecco come:
«Gli operai hanno ridotto le spese delle industrie nei loro confronti con l’adozione dei seguenti metodi: riduzione dei loro salari e delle spese per i loro alimenti, messa in opera di un piano di austerità, licenziamento temporaneo o parziale del personale, applicazione di un sistema di lavoro fondato sull’avvicendamento. Essi si ingegnano nello stesso tempo di accrescere la produzione e di diminuire i prezzi di costo dei prodotti, prolungando l’orario di lavoro, aumentando l’intensità del lavoro ed economizzando le materie prime».
Per finire il capitoletto, un balzo in avanti, 23 ottobre 1966, autocritica di Liu Shaoqi: «Nella primavera del 1949 parlai delle molte cose avvenute durante il periodo di lavoro urbano dei quadri direttivi di Tientsin. Proposi che certi metodi eccessivamente violenti contro le industrie borghesi e il commercio borghese dovevano essere posti sotto controllo, e così anche l’eliminazione dei dirigenti feudali urbani. Ciò nondimeno in un certo numero di discorsi commisi degli errori di spontaneismo di sinistra».
Chi vede nell’attuale politica di Pechino di conciliazione con la borghesia nazionale ed internazionale, la svolta dei destri Denghisti è servito: non solo niente di nuovo rispetto a trenta anni fa, ma di più, tale politica ha come vate Mao e 17 anni dopo Liu Shao deve discolparsi di essere stato a suo tempo sinistro, spontaneista e barricadero !
Le questioni poste dai sussulti imperiosi delle forze sociali risvegliatesi prepotentemente in quello che fu l’impero di Mezzo, non si rivelano nella loro crudezza ed anche complessità con l’uso di sciocche e infeconde formule idealistiche. Solo la lettura dialettica marxista della lotta di classe spiega i sommovimenti sociali e politici, in Cina come ovunque.
Anche in Polonia i neonati "sindacati liberi" sabotano lo sciopero generale
La sconfitta subita da Lech Walesa e dalla sua politica collaborazionista nella riunione che si è tenuta il 20-10 a Katowice dimostra a chiare lettere che gli operai polacchi non sono disposti a svendere la loro lunga lotta per un po’ di fumo patriottardo, anche se benedetto dal primate di Polonia in persona. I rappresentanti della base operaia, ed in particolare quelli di Danzica, cuore e motore dello sciopero di agosto, si sono pronunciati decisamente per lo sciopero generale, per rispondere con i fatti al tentativo di insabbiamento della procedura di riconoscimento del loro sindacato nato dalle recenti agitazioni. E’ evidente come gli operai polacchi vedano nell’azione diretta l’unica maniera per rispondere da pari loro, e su un terreno a loro congeniale, alle manovre bizantine nelle quali i burocrati di Varsavia sono maestri.
Ma tale reazione non è solo diretta contro le resistenze dell’apparato statale e di partito; anche la direzione di «Solidarietà», cioè il Comitato di Coordinamento ed il leader carismatico Lech Walesa, corrono il rischio di perdere il controllo finora esercitato sulla base operaia, dopo essersi per un po’ illusi di poter dare libero sfogo alla loro fregola collaborazionista. Lo stesso cardinale Wyszynski si era pronunciato in favore della moderazione sindacale, desideroso di non interrompere il processo di distensione fra Stato e Chiesa cattolica iniziatosi dopo le dimostrazioni di buona volontà patriottica di quella durante lo sciopero; e tale intervento avrebbe dovuto sostenere proprio le posizioni di Walesa.
Il compito del sindacato secondo il Comitato di Coordinamento è ben illustrato dalle dichiarazioni dei suoi capi, molti dei quali sono famosi intellettuali; uno di questi, Kuczynski, un economista,
ha dichiarato che il sindacato si troverà di fronte le richieste di milioni di singoli operai, cosa che finora è accaduta allo Stato, e che, se il sindacato stesso avrà a cuore le condizioni dell’economia nazionale, sarà esso a sobbarcarsi il compito di «frenare le aspirazioni popolari»; molto dipenderà da come le autorità tratteranno i sindacati, continua il dirigente del Comitato nel discorso riportato dal Financial Times del 16-10: più saranno i conflitti che si verificheranno in questo momento di autoorganizzazione dei sindacati, e maggiore sarà la spinta del sindacato a chiedere concessioni (tradotto, significa che gli operai in lotta chiedono di più e sono più intransigenti dei rappresentanti degli operai non in lotta, al tavolo delle trattative); se le autorità saranno tolleranti e rispetteranno l’indipendenza dei sindacati, continua il fetentone, allora emergerà una «leadership» sindacale che terrà conto delle realtà economiche. Insomma, cari borghesi, lasciateci lavorare. La conclusione non è nuova per noi occidentali: «C’è una grande possibilità di cooperazione con il governo per riuscire a portare il paese fuori dalla attuale crisi economica».
Non serve soffermarsi sul dettaglio delle discussioni intercorse tra governo (attraverso un tribunale) e sindacati: si tratta di riconoscimenti giuridici che qualsiasi mobilitazione operaia rende superflui, in quanto abbiamo visto in agosto come gli operai in sciopero «illegalmente» abbiano costretto un legalissimo rappresentante dello Stato a recarsi in fabbrica a trattare con loro direttamente, senza colloqui segreti e patteggiamenti equivoci (fra l’altro, che ne pensa il buon Lama di questa innovazione Baltica, reggerebbero all’esame operaio le transizioni più o meno lecite condotte sulla pelle degli operai della Fiat e di tutta l’
Italia?). Gli operai polacchi vogliono solo affermare la loro volontà di non essere presi in giro, vogliono affermare attraverso il riconoscimento legale fatto subito e bene la loro forza organizzativa, di fronte a tutta la Polonia e di fronte all’Europa, soprattutto dell’Est. E che le loro lotte hanno avuto un’eco lo dimostrano le lotte condotte nelle miniere della Cecoslovacchia dai locali minatori, dei quali per ora le poche notizie dicono solo che gli scioperi sono terminati una settimana fa e che i capi sono stati «duramente repressi».
Comunque in Polonia il potere ha tratto lezione da quanto vaticinato dal neobonzo summenzionato: la riunione non aveva potuto esprimere un voto perché Walesa («l’umile servitore di coloro che mi hanno dato la loro fiducia», come ama definirsi), forte ancora di un certo ascendente su molti delegati, aveva preferito lasciare la riunione piuttosto che accettare una votazione che l’avrebbe visto ufficialmente in minoranza; in tal modo ogni decisione è stata rinviata a lunedì prossimo. Ma nel frattempo, come per incanto, tutti gli ostacoli al riconoscimento sono scomparsi, e pare che venerdì prossimo avverrà la cerimonia della firma, durante la quale il bravo Walesa potrà sfoggiare qualche nuova penna, magari stavolta con sopra falce e martello, tanto per non fare parzialità.
Noi non possiamo che rallegrarci della combattività dei compagni operai di Polonia, esempio per gli operai di tutto il mondo, augurando loro di riuscire a sfuggire alle trappole della borghesia polacca e dei suoi servi, e di mantenersi estranei ai problemi riguardanti l’economia nazionale, economia degli sfruttatori, in attesa di unirsi al moto che ci auguriamo montante a breve scadenza degli oppressi di tuttii i paesi contro i loro oppressori.