Lo stalinismo raccatta le bandiere borghesi
Quando Nenni teorizzò il socialismo come sviluppo della democrazia e l’internazionalismo come sviluppo (pacifico, come no?) del patriottismo, l’illustre camaleonte anticipava le dichiarazioni del suo novello padre putativo, il generalissimo Stalin, dalle cui mani non invano aveva ricevuto la medaglia di super-partigiano della pace.
Bisogna comunque riconoscere che, nel suo demagogico fiuto, Pietrone è rimasto alquanto indietro riscetto allo spudorato cinismo del maestro. Chiudendo il XIX Congresso del P.C. russo (non più bolscevico: in questo almeno la sincerità ha vinto), il generalissimo ha infatti gridato a tutto il mondo che i suoi « comunisti » non solo non rinnegano democrazia e patriottismo, ma raccolgono queste due bandiere-gettate nel letamaio dalla borghesia, e sono pronti ad agitarle dovunque: « La bandiera delle libertà democratico-borghesi la borghesia l’ha buttata a mare; io penso che tocca a voi di risollevarla e portarla avanti… La bandiera dell’indipendenza nazionale e della sovranità nazionale e stata gettata a mare e non vi è dubbio che questa bandiera toccherà a voi di risollevarla e portarla in avanti… se volete essere i patrioti del vostro Paese, se volete essere la forza dirigente della nazione ». Quanto a Palmiro Togliatti, egli ha fatto eco in Parlamento invocando dal buon Dio la cacciata dello straniero. Quanto prima, anche la bandiera della parrocchia sarà raccolta dallo stalinismo.
Dunque, nell’atto stesso in cui si riconosce che la borghesia ha buttato la maschera delle libertà costituzionali e ha fatto getto delle famose idealità nazionali con cui per un secolo ci aveva riempite le tasche, non se ne conclude già che, finalmente, la via è spianata ad un’offensiva della classe operaia, ma, al contrario, che il proletariato deve far suoi i programmi che sono da un secolo egregiamente serviti a spezzargli la spina dorsale; volgersi indietro a difendere e « portare avanti » il cadavere della tradizione capitalista. Lo stalinismo, che vanta il controllo della sesta parte socialista d’el mondo, addita al socialismo ‘a missione di conservatore dei musei borghesi.
Le dichiarazioni di Stalin condensano in due frasi di una spregiudicatezza davvero encomiabile tutto l’armamentario dei Partiti del tradimento, Reazionario nei confronti dello stesso regime capitalista, il richiamo alle ideologie democratiche e patriottiche – a quelle ideologie la cui fine dovrebbe strappare al proletariato non lacrime, ma grida di esultanza – conserva tutta la sua funzione come arma di disorientamento e di corruzione della classe operaia. E’ questo il vervigio che lo stalinismo rende ai centri dominanti dell’imperialismo, la contropartita del suo riconoscimento ufficiale nella società dello sfruttamento e della guerra.
Mai era stato proclamato con tanta chiarezza e da un pulpito così alto il trionfale passaggio dei partiti legati a Mosca nel campo della conservazione capitalistica; mai la controrivoluzione aveva celebrato in modo più cinico il compimento della sua opera assassina. Il massacratore della vecchia guardia bolscevica dichiara oggi apertamente che Marx e Lenin sono degni di un unico, gigantesco rogo, in nome della « libertà » e della « patria » ch’essi instancabilmente fustigarono. Chiama i proletari a venerare le icone che da un secolo benedicono il dominio del capitale o il regno permanente della guerra. Grida al movimento operaio: Che tu sia finalmente seppellito!
La borghesia non poteva togliersi la maschera senza cassarla ai suoi servi annidati in campo proletario: Stalin aveva mille ragioni di raccoglierla. La borghesia continuerà indisturbata il suo cammino verso un sempre più spietato e internazionalizzato totalitarismo: lo stalinismo e coprirà la retroguardia. La riscossa proletaria li travolgera insieme. Sia lode alla sincerità di Stalin.
Il Giappone, come prima
Com’è noto, la politica ufficiale americana in Giappone ebbe i suoi pilastri, sul piano economico, in una serie di provvedimenti diretti a «deconcentrare» i complessi industriali, a sopprimere i monopoli e a riorganizzare «democraticamente» le società per azioni. Tali provvedimenti avrebbero dovuto eliminare il pericolo di un nuovo espansionismo nipponico…
Che tuttavia si trattasse di pure baggianate propagandistiche apparve ben presto chiaro, e la situazione è oggi che — leggi o no — il processo di concentrazione è ricominciato sotto la spinta, inevitabile e favorita dalla stessa America, della necessità strutturale di vendere sul mercato mondiale, e quindi di affrontare la concorrenza con la massima concentrazione di mezzi finanziari e con una produzione razionalizzata; in serie, a bassi costi.
Non stupisce quindi di leggere su Le Monde (19-10), che nel campo delle acciaierie, le tre grandi aziende la cui partecipazione alla produzione di acciaio sommava nel 1937 al 97,8%, per scendere nel 1949 all’88,5%, vi contribuivano nel 1951 per il 93,2%; nel campo delle costruzioni navali, la percentuale della produzione di sei grandi aziende sulla produzione complessiva scese dal 91,7 nel 1937 al 61,7 nel 1949 e risale al 73 nel 1951; quella di dieci grandi società carbonifere supera nel 1951 la percentuale del 1937 (62,9% contro il 60,6) e così via.
D’altra parte, i famosi «zaibatsu», le grandi società finanziarie tentacolari che, prima della guerra, controllavano praticamente l’industria, le miniere, i trasporti e il commercio estero giapponese — le quattro banche Mitsui, Mitsubishi, Sumitomo e Yasuda —, e che la legislazione americana «antitrust» pretese di sciogliere, sono ritornate sulla scena non soltanto coi loro tradizionali nomi, ma coi tradizionali legami in campo finanziario, manifatturiero, minerario, chimico ecc.
E lo stesso processo verificatosi in Germania, inevitabile per la necessità di mantenere — anche a fini di stabilità sociale — un minimo di attività produttiva nei due Paesi vinti, sia per l’urgenza americana di sfruttare ai fini del potenziamento bellico l’apparato industriale dei maggiori centri di produzione dell’«area del dollaro», sia infine per l’impossibilità generale di disfare con misure d’ordine amministrativo il processo storico dell’evoluzione capitalistica.
Che è un’altra conferma del marxismo.
I costi della conservazione
Una delle delizie italiane è, notoriamente. l’alto costo della distribuzione o, in altre parole, la fortissima maggiorazione di prezzo che subiscono i prodotti nel loro tragitto dal luogo di produzione al consumatore ultimo, cioè a noi (quando riusciamo a comprarli): costo dei trasporti, utili dei grossisti ecc. ecc. E’ questo uno degli effetti della nostra arretratezza economica, aggravato dal fatto che negli ultimi anni il numero degli esercizi commerciali (soprattutto di piccola grandezza) degli ambulanti e in genere degli intermediari si è moltiplicato all’infinito in conseguenza degli sforzi di una quantità di gente che, licenziata dalle industrie o messa nell’impossibilità di entrarvi, deve pur cercare in qualche modo di campare vendendo e rivendendo. E, sulla Stampa del 16-10 scrive, a commento. il Di Fenizio:
« Non speriamo miracoli. L’alto onere in Italia dell’intermediazione, altro non è, in definitiva, che il costo sociale di una popolazione esuberante e non specializzata; in più parte di una collettività a scarsa formazione di capitale. Onde le occupazioni dette « terziarie » son quasi d’obbligo ad evitare sovvertimenti ».
Non faremo anche noi lo scandalo sul costo di distribuzione, scandalo che gli industriali amano gonfiare per purgarsi dei peccati propri. Constatiamo che, fra i tanti costi che il consumatore -. e in particolare il consumatore proletario – paga per mantenere in piedi la baracca di una società incapace – pur col gigantesco sviluppo delle forze produttive – di nutrire i suoi amati e figli », c’è anche questo: su ogni « bene di consumo » comprato, Pantalone paga un premio di assicurazione a favore dell’ordine della proprietà e del capitale.
Ragione per cui non solo non « speriamo in miracoli »: ma siamo certi che i costi di distribuzione non diminuiranno. La società borghese ci fa pagare questo ed altro, pur di mantenersi!
Dietro la facciata della proprietà americana
La classe dominante americana va orgogliosa dei successi ottenuti non solo nel procurar lavoro quasi a tutti, ma nell’aver assicurato a chi lavora un livello medio di vita che non ha confronti in nessun altro Paese del mondo. E se ne vanta come se, tutto questo, fosse un suo grazioso dono alla massa dei lavoratori.
La verità è ben diversa. Gli Stati Uniti hanno potuto, per ragioni che abbiamo spesso analizzato, moltiplicare il volume della produzione e, di conseguenza, i mezzi di vita a disposizione dei propri cittadini; ma, in questo gigantesco sviluppo, chi lavora, chi, insomma, « produce », non solo non ha ricevuto nessun gratuito dono, ma, al contrario, è stato continuamente defraudato. Nulla di nuovo, nella società borghese, d’accordo; ma tanto più significativo cd appariscente là dove sembra – e si vuol fare apparire – che la prosperità sia un « bene comune » di proletari e sfruttatori.
Prendiamo i dati ufficiali. Dal 1848 al 1929 – cioè nella prima, ininterrotta ondata di ascesa del capitalismo U.S.A. -; la « quota spettante al lavoro manuale sul valore aggiunto alla produzione » è scesa dal 51 % al 38,2 %: in particolare, nel periodo di maggiore espansione industriale – il può andare a vantaggio l’aumentano del 24%. La stessa constatazione viene espressa in altro modo così: il prodotto nazionale lordo cresce (1927-29) del 10%; il salario reale del 5% appena.
Prendiamo il secondo periodo di espansione in fase economica normale (prescindendo cioè dalla situazione eccezionale di guerra), il 1945-48: i profitti (al netto delle tasse) salgono da 8,5 a 21,2 miliardi di dollari; l’indice del salario reale scende da 152,5 a 129,2. I profitti lordi risultavano nel 1948 aumentati del 40 % sul 1946; i profitti netti del 50 %; l’aumento della produttività per operaio del .4%; l’aumento dei salari è stato più che compensato dell’aumento dei prezzi.
La produttività americana aumonta in media del 3 % all’anno: in altre parole, l’operaio produce nell’unità oraria sempre di più (si badi che la percentuale si riferisce alla media; nella grande industria si arriva ad aumenti reali di gran lunga più forti); di questa produzione crescente la forza-lavoro riceve proporzionalmente sempre meno, il capitale sempre più. E del resto, di chi può andare a vantaggio l’aumento della produttività – o teorici stalinisti dello stimolo alla produzione – se non di chi si appropria il prodotto?
La conclusione è che più la classe operaia americana « sta bene », più partecipa in valori monetari assoluti alla prosperità « generale », più il tasso del suo sfruttamento cresce. A prescindere, s’intende, dall’instabilità di una situazione che si regge su un predominio economico mondiale e, per buona parte, sulla produzione di guerra …
All’insegna di Di Vittorio il normalizzatore
Di Vittorio ha illustrato all’Agenzia Inso (vedi Unità del 16- 10) un suo « progetto di statuto per i diritti dei lavoratori nelle fabbriche ». Il progetto vale davvero un perù.
Esso parte dalla constatazione che la classe padronale va a poco a poco rubando all’operaio le « ore di libertà » che questi passa nella fabbrica, impedendogli di riunirsi coi suoi compagni di lavoro, di discutere di politica, di diffondere stampa, di distribuire tessere sindacali e raccogliere quote ecc., e mira ad assicurare ai lavoratori – in quelle ore – il libero esercizio dei loro a diritti ai cittadini », Ascoltate:
” Ciò che ogni datore di lavoro ha diritto di pretendere dall’operaio è che questi adempia scrupolosamente ai propri compiti professionali durante le ore di lavoro, senza distrarsi da questi compiti per motivi estranei al lavoro.
” All’infuori dell’adempimento di questo dovere, indiscutibile, il padrone non ha alcun potere di esigere altro dai lavoratori. Non si può ammettere, cioè, che un datore di lavoro si arroghi l’arbitrio di annullare o di mutilare le libertà fondamentali dei cittadini durante tutto il tempo che i cittadini lavoratori, per ragioni del loro lavoro, sono costretti a trascorrere nell’ambito aziendale ».
Dunque, servi fedelissimi alla macchina, ma con diritto di svagarsi nelle ore d’intervallo: lo statuto dei « diritti dei lavoratori » è, in realtà, uno statuto sindacale « dei loro doveri ». Immaginiamo che, approvato il progetto, la C.G.I.L. promuoverà scioperi e agitazioni… nelle ore di mensa.
E’ del resto lo spirito animante tutto lo statuto, che – come tutti i piani della benemerita C.G.I.L. – mira a fare, meglio dei padroni, l’interesse dei padroni.
« E poiche questi abusi padronali danno luogo ad agitazioni e scioperi, la nostra proposta si spiega e si giustifica cerchè con essa si tende ad evitare sia gli abusi, sia le agitazioni che ne conseguono, ristabilendo così una situazione normale nelle aziende ».
Lo « statuto dei diritti », arma antisciopero …
« Scrupoloso adempimento dei compiti professionali nelle ore di lavoro », « diritto di mormorare » nelle ore di riposo, pacificazione interna della fabbrica: non vi sembra la traduzione aziendale della staliniana « pacifica concorrenza »?
Del resto, al Congresso della Federbraccianti, Di Vittorio non ha forse invocato « moderazione » nelle agitazioni contadine e invitato i proprietari ad unirsi ai giornalieri nella comune lotta contro «l’arretratezza»? La pace nelle campagne, la pace nelle fabbriche: l’Italia una sola colomba …
Sotto, dunque, padroni, scrollatevi di dosso la miopia e la grettezza tradizionali e, consapevoli del vostro stesso interesse ben inteso, raccoglietevi intorno alla bandiera di Di Vittorio il normalizzatore! E voi, operai, preparate a lui e consorti la fine che meritano i servi e le guardie giurate del Capitale!
Le “riforme” di Naguib
Chiamato al potere per dare alle masse contadine e operaie il contentino di una rivoluzione apparente, risoltasi in un cambio della guardia al Capitale, Naguib «riforma». Qual’é, oggi, il regime borghese che non «riformi»?
Com’è noto, il punto dolente della situazione sociale egiziana è lo stato di estrema miseria del piccolo contadino, il fellah. La situazione è questa: circa 2 milioni di fellah possiedono in media 1 feddan di terra, uguale a 0,4 ettari: essi costituiscono il 72% dei «proprietari terrieri» d’Egitto e possiedono il 13% della terra lavorabile. Vi si aggiungono da 1,5 a 2 milioni di fellah senza terra che lavorano come braccianti o come fittavoli su terre padronali; poiché d’altra parte si calcola che l’appezzamento minimo necessario per assicurare la nuda vita a una famiglia contadina sia di 3-4 feddan, è chiaro che i 2 milioni di «piccoli proprietari» devono lavorare anch’essi, per buona parte del giorno, come braccianti o come affittuari. Vi è poi uno strato superiore di proprietari agricoli con più di 50 feddan: essi costituiscono lo 0,4% per cento dei proprietari terrieri e possiedono il 35% della terra. Infine, 200 proprietari detengono una media di 200 feddan a testa, mentre il rimanente è proprietà di istituzioni «religiose, culturali o benefiche» (1).
La riforma di Naguib stabilisce che non si possano possedere più di 200 feddan a testa: il suolo eccedente questo limite sarà confiscato dietro indennità (in titoli di Stato con interesse al 3 1/4%) e rivenduto ai piccoli fellah che lo pagheranno in 30 anni. Ora, l’esproprio contemplato dalla legge — quando anche questa fosse rigorosamente applicata — metterebbe «a disposizione dei fellah» un totale di circa 725.000 feddan, sui quali potrebbero stabilirsi al massimo 360.000 famiglie, il 10% delle famiglie dei fellah.
La riforma darebbe dunque ai contadini un quadratino di terra appena sufficiente per la fossa e, nello stesso tempo, metterebbe il fellah — obbligato a pagare ratealmente il suolo confiscato, e per farlo rendere, a investire denaro in attrezzi, concimi ecc. — in balia degli usurai. D’altra parte, la disposizione per cui, nelle terre ad affitto, il canone annuo non deve superare un terzo del prodotto è puramente illusoria, perché chi ha in mano capitale e prodotto detterà legge al fellah affamato e privo di appoggio. E taciamo, poi, degli imbrogli connessi a riforme agrarie del genere, grazie ai quali la terra è regolarmente tornata nelle mani della stessa classe o della borghesia cittadina.
E il proletariato industriale? Su questo punto, Naguib il riformatore tace. Ma il proletariato industriale, gravemente colpito soprattutto dalla crisi cotoniera, sa solo che il «nuovo regime» ha spietatamente colpito gli scioperanti e, fra i suoi primi atti di governo, ha fortemente aumentato le imposte indirette (tabacchi ecc.) e i dazi ad valorem. La classe che ha in mano la rete dei commerci interni ed esteri, le banche, il mercato ipotecario (e potrà quindi sfruttare a sangue il contadino e «libero proprietario» non meno e forse più dei grandi proprietari terrieri) e la industria, non è stata toccata, tanto più che il capitale è, in Egitto, per il 40-50% in mano a stranieri e gli investimenti esteri riguardano per 3/4 attività extra agricole. La «riforma agraria» se avverrà, si risolverà anzi – sia per le necessità di sfruttamento delle nuove proprietà contadine, sia per la bonifica di terre non coltivate — in un utile netto delle banche di credito e ipotecarie e, in particolare, del capitale estero, cui sarà necessario ancor più di prima ricorrere.
E allora? Allora Naguib ha procurato di eliminare la schiavitù dello sfruttamento della classe che lavora e il vistoso bubbone della corruzione di singole cricche, per rendere possibile la continuazione indisturbata dell’estorsione generale del plusvalore, dietro le apparenze di un «miglioramento delle condizioni di vita degli oppressi».
Prestami dei fiorini ed avrai il socialismo
In Ungheria – si legge nell’edizione ligure dell’Unità del 5-10 – un terzo « prestito della pace » è stato lanciato per l’ammontare di 1300 milioni di fiorini in buoni rimborsabili in 15 anni. La somma raccolta servirà a costruire la pace e, manco a dirlo, il socialismo.
In Italia, gli staliniani furono, ai tempi, i più accaniti propagandisti del prestito della «ricostruzione», cui invitarono (e il termine è fin troppo dolce) a sottoscrivere i proletari. La parola ebbe il suo magico effetto: coi quattrini carpiti alla buona fede degli operai si ricostrui… l’apparato statale di dominazione e di oppressione del capitalismo.
Analogamente, lo stalinismo ungherese gioca, ora, sulla buona fede dei proletari locali, sbandierando l’ingannatrice parola della « pace ». Le parole cambiano: la zuppa rimane la stessa.
Quanto al socialismo, curioso modo di distruggere l’ «economia mercantile e monetaria » quello che fa appello ai prestiti e li dichiara rimborsabili – in moneta e con gli interessi — fra quindici anni!
I badogliani tedeschi
Tutte le propagande di guerra si fondano su un mito. Quella tedesca si baso sul mito della monolitica unità politica della Nazione tedesca della leggendaria lealtà militare della razza teutonica. In realta, l’hitlerismo ripeteva esasperandoli tutti i motivi e le superstizioni criminose del pangermanismo. Purtroppo, gli avvenimenti accaduti durante tutta la seconda guerra mondiale, dalla cinica metamorfosi petainista della borghesia dominante di Francia, al formarsi dei vari governi «quisling» in Belgio. Olanda, Norvegia, ecc., al fatto più clamoroso della guerra – il capovolgimento del fronte operato dalla borghesia italiana – valsero ad accreditare il mito della assoluta superiorità della classe dominante e dello Stato tedesco in materia di dirittura morale, intransigenza politica, fedeltà agli ideali. Crebbe e ingigantì la leggenda della Nazione tedesca incorruttibile ed incorrotta in un mondo di traditori e di rinnegati. Nè si tratto di una infatuazione da ragazze vanesie, se per tale enorme balla ci fu gente disposta a prendere le fucilate, se ci fu la Repubblica di Sato, i cui stanati epigoni tentano di perpetuare la tedescomania di ieri l’altro.
La realti fu ben diversa come sempre accade nella storia delle borghesie. Innanzitutto, la decantata razza germanica sviluppò le famose doti guerriere solo negli uitimi decenni della sua esistenza millenaria. Se ci si rifa alle guerre di Napoleone I, tanto per restare nell’epoca contemporanea, risulta che i miserelli antenati dei tremendi soldati di Guglielmo II e di Hitler non riuscirono ad altro che a riscuotere formidabili sconfitte sui campi di battaglia, facendo vergognare poeti e filosofi di essere nati in Germania, cio per via della fiacchezza, della ignavia e viltà del pubblici poteri di fronte all’invasore. Non parliamo neppure di quello che successe dopo la guerra dei Trent’anni! Certamente la vita più miserabile che si conosca fu quella della borghesia tedesca sotto il tallone, prussiano. Solo nella misura in cui sviluppava la grande industria, dopo il 1870, la borghesia tedesca cominciò a ritenersi il prodotto più eletto del genere umano.
Ciò non valse nei decenni scorsi, non valse durante la seconda carneficina, non vale oggi, a ridare il senno agli ammiratori fanatici dello Stato tedesco. Ma i fatti stanno li a demolire spietatamente miti nazionalistici. Si disse: la Germania vincerà perchè i soldati tedeschi sono imbattibili. Vinsero invece le concentrazioni industriali e tecniche più forti di quelle utilizzabili dalla Germania nazista. Si dissę: tutti tradiscono, i tedeschi no. Nell’estate del 1944, promotori altissimi ufficiali dello Stato Maggiore, cioè la quintessenza concentrata della conservazione capitalistica, fu organizzato e consumato l’attentato contro Hitler, in vista di ripetere nei confronti del partito nazista quanto già effettuato felicemente dalla borghesia italiana, il 25 luglio 1943. Oggi, emergono dai verbali del processo aperto in Germania per fare luce sulle circostanze dell’impiccagione dell’ammiraglio Canaris, altri edificanti particolari del doppiogiochismo teutonico. Innanzitutto, rimane un fatto unico che alla testa delle manovre sotterranee dirette a prendere contatti col Governo inglese, contro cui la Germania era in guerra, si trovassero proprio coloro che avevano il compito di combatterle, e cioè l’ammiraglio Canaris e i suoi più diretti collaboratori, rispettivamente capo e alti ufficiali del, servizio di controspionaggio tedesco. Un po’ troppo forte per i modelli mondiali della lealtà militare! Per tornare al processo, un ex ministro del governo bavarese ed ex ufficiale agli ordini di Canaris, ha rivelato che egli fin dal 1939 e durante il 1940, cioè in pieno conflitto, era stato incaricato di prendere contatti con il governo inglese, ricevendo nella bisogna l’appoggio del Vati- cano. Che la congiura dei « badogliani » tedeschi dei doppiogiochisti, contro il nazismo e per il «nemico» del proprio paese, fosse molto estesa, stanno a testimoniarlo le stragi di ufficiali, tra cui Rommel e di politicanti « resistenti » perpetrate dalle milizie naziste rimaste fedeli ad Hitler. Nè quanto sta facendo la borghesia di Germania di fronte agli occupanti anglo-americani e russi vale a rialzare il crollato mito della superiorità tedesca.
Come le altre la borghesia tedesca in pace e in guerra, ha tenuto di mira solo il suo interesse di classe la questione vitale della propria conservazione e quando si è trovato a scegliere tra la rovina e il tradimento ha scelto sempre il tradimento strafregandosene degli ideali di cartapesta dati in pasto alle folle destinate al macello. In Italia, in Germania, in Giappone persino nel paese degli aviatori-suicidi sorse il « badoglismo », prudentemente pilotato dalla Corte, e solo per poco Hiro Hito non riusci a ripetere il gesto di Vittorio Emanuele III nei confronti del fascismo – la borghesia dominante tramava il capovolgimento del fronte, nello stesso tempo che mandava al macello i popoli. Prova lampante che la guerra imperialista è un affare interno , del capitalismo.
Purtroppo, altri idoli si sostituiscono a quelli infranti, altri miti a quelli svergognati dagli stessi avvenimenti. I proletari del mondo ritorneranno ad idolatrare il « migliore soldato » il o «il più leale combattente »? Per fare le guerre occorzano le armi ma per far sparare le armi occorrono tali leggende. Non esistono soldati migliori o peggiori, ma solo proletari più o meno avvelenati dalla borghesia, la quale serve un solo ideale: il suo interesse di classe.
L’ultima trovata trotzkista
Nella loro affannosa ricerca di qualcosa da « difendere » – non il programma comunista, calpestato e deformato, non lo schieramento di principii e di azione del proletariato rivoluzionario; no, no, qualcosa da difendere dentro la società borghese e perciò fuori del solco del movimento operaio: la democrazia, i diritti civili, la repubblica e via discorrendo – , i trotzkisti sono arrivati a scoprire un rampino fresco fresco al quale aggrapparsi: la… purezza delle consultazioni elettorali.
Proprio così, Secondo Bandiera Rossa, la « truffa elettorale » non consiste già nel principio e nelle pratica delle elezioni in regime borghese, nè perciò si tratta – oggi più che mai – di martellatore nella coscienza dei proletari che il ricorso all’urna è un supremo inganno per loro e un mezzo di conservazione per i loro sfruttatori: la truffa sta nel mancato rispetto delle regole del gioco, nell’abbandono della proporzionale. Ristabilito nella sua purezza questo… eterno principio, e le elezioni non saranno più una truffa, il loro responso diventerà sacro come quello della Sibilla.
Difendere, dunque, la proporzionale. Così, una volta di più, gli « antistaliniani » trotzkisti si accodano ai più schietti rappresentanti della controrivoluzione annidata nel seno della classe operaia, gli stalinisti. Hanno « difeso » la democrazia, la Costituente, le libertà civili, il minimo vitale; difendono « condizionatamente » Russia e Cina (ed è un difendere, inutile dirlo, da pennaioli); ora difenderanno la proporzionale, metteranno qualche oratore di più a presidio della verginità elettorale, a sua difesa contro gli attacchi degli stupratori.
Ahimè, Trotzki, dagli amici ci guardi Iddio!
L’ANZUS o l’integrazione del pacifico
Cinque lettere, tre nazioni, la fine dell’egemonia navale dello Impero inglese. Vi pare poco? La sigla, che pare la marca dell’ultimo tipo di calze di nylon, significa Australia + Nuova Zelanda + Stati Uniti, ma l’addizione delle potenze statali è solo eufemistica. In realtà, l’A.N.Z.U.S., o Consiglio del Pacifico, che sarebbe poi l’equivalente, fatte le debite proporzioni, del Patto Nord-Atlantico, segna il punto di arrivo del processo di decadenza imperiale della Gran Bretagna nei quinto continente, e il passaggio del bastone di comando imperialistico nelle mani degli ammiragli di Washington.
Le cause profonde della decadenza degli imperi, e non solo di quelli dell’epoca capitalista, restano sotterrate nel sottofondo delle forze di produzione, tumultuosamente sviluppantisi. Difficile, se non impossibile, quindi fissare le date di nascita, di agonia e di morte dei concentramenti imperiali, di cui tanto si dilettano gli storici borghesi. Però, se proprio si desiderasse una data che segnasse il momento critico in cui la curva della potenza inglese nel Pacifico ha preso a precipitare, si dovrebbe citare la caduta di Singapore per mano delle armate di invasione nipponiche, avvenuta nel febbraio del 1942. Non è esagerato dire che a Singapore l’imperialismo britannico combatte l’ultima battaglia per difendere la conservazione del suo predominio sul Pacifico. L’A.N.Z.U.S. sta a significare appunto che l’impotenza inglese non solo a vincere le prime battaglie della seconda guerra mondiale in Asia, ma anche a ritornare da sola a riconquistare il perduto, rappresenta ormai il dato di fatto su cui l’Australia e la Nuoza Zelanda, Stati oceanici di razza bianca, fondano la loro politica estera. A.N.Z.U.S. significa sfiducia dei governi di Australia e la Nuova Zelanda, ex colonie della Corona di S. M. Britannica, e odiernamente membri del Commonwealth britannico, verso la potenza navale inglese, verso la capacità del Governo di Londra di rintuzzare le minaccie, reali o potenziali, portate dal non morto espansionismo del Giappone e le ipocrite crociate di liberazione nazionale del «comunista» governo di Mao Tse Tung. E’ noto infatti che l’A.N.Z.U.S. è stato richiesto da Australia e Nuova Zelanda come contropartita alla accettazione del Patto militare nippo-americano. Immaginate se Washington si sia fatto pregare troppo.
L’Inghilterra risulta esclusa dal Consiglio del Pacifico. Pare che a imporre tale discriminazione sia stata proprio l’Australia, ciò secondo radio Londra, la quale ovviamente non può sfogarsi, come vorrebbe, con gli Stati Uniti. Perchè, a occhio e croce, si capisce subito che l’anglo-fobia del Governo di Camberra è stata una recita a soggetto sollecitata da Washington per salvare la faccia dell’alleanza, operante in altre parti del mondo, tra U.S.A. e Gran Bretagna.
L’imperialismo intende solo il linguaggio della forza. Non poteva toccare all’Inghilterra il dominio su mari e continenti che non seppe neppure riconquistare, dovendo adattarsi a svolgere una parte secondaria nelle gigantesche operazioni aero-navali che riportarono il dominio dell’imperialismo bianco in Oceania. Americane furono allora e sono ora le portaerei e le fortezze volanti di stanza sul Pacifico, americana deve essere la « protezione » politico-militare della zona del Pacifico.
Attenti a Stalin il filotempista
Caro Programma Comunista.
reduce dalla laboriosa lettura del recente saggio del maresciallo Giuseppe Stalin intitolato «Problemi economici del socialismo della U.R.S.S. », che, sotto la direzione di Palmiro Togliatti, la rivista Rinascita ci ha tradotto dal russo, sento il bisogno imperioso, indovina di che?, di ringraziarti per la affettuosa accoglienza che hai immancabilmente tributato, sulla indimenticabile Battaglia Comunista, e sul presente foglio che ne assicura la continuità programmatica, ai « Fili del tempo ». Qualcuno potrà stupirsi dell’accostamento, ma solo se non avrà letto l’ultima fatica letteraria del maresciallo. Fatto sta che Giuseppe Stalin, massimo teorico del Cominform, è, per chi non se ne fosse mai accorto, un perfetto … filotempista. Gia, un filotempista proprio come noi, seppure, s’intende, per obiettivi e scopi diametralmente opposti ai nostri, fatte le debite proporzioni tra il comandante in capo di eserciti e polizie abnormi e noialtri miserelli…
La verità è che Stalin, nel suo saggio, si richiama ad ogni passaggio, dal principio alla fine, ai testi. I « polverosi » testi, di quella che qualcuno spiritosamente ama definire la « paleontologia » marxista. Anche lui, guarda un po’, dispone il contesto delle argomentazioni e il materiale dei fatti su un «Filo del tempo », il « suo », s’intende, quello che a lui e alla Direzione del P.C. russo è imposto dalla insopprimibile esigenza di definire i caratteri e il contenuto della economia russa. Brani da Marx, da Engels, da Lenin, citazioni delle fondamentali posizioni del marxismo, invocazioni all’autorità dei classici, tu ne trovi, nello staliniano saggio, quante ne vuoi. Lo scopo? Dimostrare che l’« oggi », tangibile in Russia e governato dal Politburo, pardon, volevo dire, Presidium, traduce nella viva materia storica le previsioni scientifiche del materialismo storico marxista, cioè appunto l’« ieri » del movimento operaio rivoluzionario.
Noi sappiamo grazie alla martellante azione del « nostro » filotempare, che neppure le armate atomiche e le onnipotenti polizie del Capp del Cremlino dispengono del potere di risaldare il « filo» tra la rivoluzione bolscevica d’Ottobre e l’odierno regime di « industrialismo di Stato » che vige in Russia. A suprema ironia degli affossatori del marxismo, arroccati sul vertice di formidabili apparati totalitari di potere, sta di fatto che ogni tentativo in tale senso è destinato a naufragare finché esista un solo proletario che sappia « leggere » i testi marxisti.
Chi ti scrive ad esempio, pur non possedendo neppure il potere di un caporale, leggendo l’augusta prosa del più potente dei marescialli viventi, provava una paura ben diversa da quella inspirata normalmente dai potentati della terra, perchè, te lo dico francamente, era provocata dalla profonda consapevolezza che, sincerità innanzi tutto, beh, le avrei bevute a garganella le falsificazioni di Peppone, se non fossi stato imbottito, da quel fanatico che sono, delle cose dette e ridette (alla faccia degli impazienti cercatori di novità) nei nostri « Fili del tempo ». La constatazione di essere scampato ad un pericolo mortale (politicamente parlando) mi ha fatto molto più piacere che non quella che neppure le argomentazioni di Stalin in persona riescono ormai a fare fesso me, che pure sono una recluta del movimento operaio.
Immagina, caro Programma, come ce la passeremmo (permetti che faccia un’ipotesi) se ora dovessimo affrontare gli agit-prop del P.C.I., non parliamo neppure dei tronfi bonzetti federali, rimpinzati delle proposizioni or ora sfornate da Stalin. Che sarebbe successo se avessimo dato retta a coloro che guardano al lavoro svolto nei « Fili » e nelle riunioni di studio di Napoli, Firenze, Milano, soprattutto di quelle di Napoli e di Roma, come ad una specie di passatempo letterario e infruttuoso virtuosismo di archivisti? Sarebbe accaduto, è facile immaginare che un’enorme confusione si sarebbe creata nei nostri crani, tale che nessun genio dell’azione della « politique d’abord » ce l’avrebbe levata. E a me pare che un movimento quale il nostro può benissimo resistere e durare senza poter mandare deputati alla Camera e segretari alle Leghe di mestiere, ma difficilmente può evitare di sbandarsi e scomparire se la confusione teorica si impadronisce di esso. E allora, dunque? Il lavoro di riordinamento teorico, intrapreso con i « Fili », per debellare l’infatuazione attivista che minacciava di liquidarci, deve ritenersi solo opera di « studio » elucubrazione solitaria di chiesuole di pensatori, siccome pretendono certuni? Oppure, per toccare un altro tasto, possiamo dire di aver perso il nostro tempo assimilando quanto detto, con instancabile pazienza, nel centinaio di « Fili del tempo », pubblicati dal 1948 ad oggi? Che abbiamo sopportato invano la fatica di lunghe sedute attorno a non comodi tavoli di lavoro rileggendo collettivamente capitoli fondamentali del « Capitale » di Marx? Coloro che presuppongono in se stessi, non si sa con quanta arbitrarietà, tempre di condottieri di abili manovre o di scopritori di indissepolti tesori teorici, si sono lagnati solo di non potere tapparci la bocca. Ma ora vorrei vederli alla prese con la formidabile scartoffia spedita da Mosca, se ci fossero riusciti … Che è, che non è; sta di fatto che Peppe Stalin ha centrato la sua esposizione proprio, guarda coso, sull’abile ed insidiosa falsificazione dei capisaldi teorici marxisti, di cui assiduamente abbiamo letto nei « Fili », e discusso nelle riunioni di lavoro. Segno che Stalin sa molto meglio di certi rivoluzionari da strapazzo su quali denti batte la lingua … della critica rivoluzionaria …
E con ciò, caro direttore, ho finito. Sicuro che mi ospiterai in qualche pagina ti saluto caramente,
Il tifoso dei « Fili del tempo »
“Casa mia…”
Si legge sulla Stampa del 18-10 che secondo un raffronto statistico pubblicato dalla « Svimez », la popolazione dell’Italia meridionale è aumentata, fra il 1916 e il 1951, del 20 per cento, mentre il numero delle a stanze disponibili » (baracche – e aggiungiamo noi grotte e tane comprese) vi è cresciuto appena del 13 per cento: quanto a Napoli città, ad un aumento della popolazione del 21 per cento si contrapporrebbe un aumento dei vani « disponibili » del solo 4,5.
Queste statistiche che vorrebbero gettare un grido di allarme, servono in realtà a mascherare una realtà ben più cruda. Anche prendendole per buone e chiaro che la « disponibilità » dei vani (baracche ecc. comprese) è del tutto teorica, giacché i locali di nuova costruzione sono, per il grosso della popolazione inavvicinabili e quindi la disponibilità reale si riduce a percentuali assai più misere mentre l’aumento della popolazione è sopportato per una percentuale schiacciante proprio dalle grandi masse. Il fenomeno è dunque ben più tragico, e la statistica – come le consorelle rilevazioni del « reddito medio » e di altre illustri balle – serve solo a ovattarlo.
Quanto poi al divario fra le due curve al Nord e al Sud (la popolazione dell’Italia centro-settentrionale è aumentata del 13 per cento, la disponibilità dei vani del 18 per cento, cioè in un rapporto esattamente inverso a quello presentato dal Mezzogiorno), analoga constatazione: a parte l’arbitrarietà, del raggruppamento sotto un’unica voce delle regioni settentrionali e delle centrali (che per buona parte si assimilano, come ambiente economico-sociale, al sud), è chiaro che le medie attenuano la portata del distacco non solo perche nel nord il tenore di vita più elevato facilita maggiormente l’accesso alla casa (a prescindere dalla minor pressione demografica), ma perché il sud ha da rimontare una situazione di partenza molto più grave del settentrione, e il sovraffollamento delle abitazioni, oltre a risalire all’anteguerra, è reso ancor più acuto dal maggior volume delle distruzioni nel corso del conflitto.
Mettete a raffronto gli indici della produzione industriale ed agricola – che hanno superato il livello anteguerra – e questi, d’altronde ingannevoli, dati sugli sviluppi della costruzione edilizia per le masse produttrici, ed avrete un quadro di quella « ricostruzione nazionale » per cui osannarono insieme alla pacificazione fra le classi e cavarono insieme sudore e quattrini ai proletari, democristiani e stalinisti, liberali e socialdemocratici, repubblicani ed altra fauna politica italiana.
Dialogato con Stalin (Pt.2)
GIORNATA SECONDA
Tema principale della prima giornata di discussione dei temi su cui Stalin ha dato risposta alle nostre trattazioni e chiarificazioni marxiste, per la precisa definizione della attuale economia in Russia, fu il contestare che possa esservi compatibilità tra produzione di merci ed economia socialista. Per noi ogni sistema di produzione di merci nel mondo moderno, nel mondo del lavoro associato, ossia del raggruppamento dei lavoratori in aziende di produzione, definisce economia capitalista.
Nel seguito verremo sulla questione degli stadii dell’economia o meglio dell’organizzazione socialista, e sulla distinzione tra forma inferiore e superiore del comunismo. Premettiamo ora che al centro della nostra dottrina (per venir sul terreno storico, uscendo dalle definizioni di sistemi «immobili» e quindi astratti) sta la dichiarazione che il passaggio da economia capitalista a socialismo non avviene in un colpo solo, ma in un lungo processo. Va quindi ammesso che possa esservi coesistenza di settori ad economia privata con settori ad economia collettiva, di campi capitalistici (e precapitalistici) con campi socialistici, e per assai lungo periodo. E fin d’ora precisiamo: ogni campo o settore in cui circolano merci, che riceve o vende merci (e tra queste la forza umana di lavoro) è ad economia capitalista.
Ora Stalin dichiara nel suo testo (noto oggi in esteso ed in originale) che il settore agrario russo è mercantile – e conferma che è ad economia privata anche come possesso di dati mezzi di produzione – e tenta di sostenere che il settore industriale (grande industria) non produce merci se non quando fabbrica beni di consumo e non «strumentali»; tuttavia vuole affermare che non solo il settore grande industria, ma il complesso dell’economia russa, può definirsi socialistico, sebbene sopravviva largamente la produzione mercantile.
Abbiamo ampiamente risposto su tutto ciò ricordando il nostro copioso materiale di ricerca sui testi di base del marxismo e sui dati della storia economica generale, e di questo ultimo secolo, ed oggi dobbiamo passare alla questione delle «leggi economiche» e della «legge del valore».
CHIARI E SCURI
Ma prima occorre rilevare dal testo in esame il fatto che, davanti ad obiezioni che ricorrevano ad Engels per stabilire che allora si esce dal capitalismo quando si esce dal mercantilismo, ivi si supera il primo ove si supera il secondo, Stalin si limita a cercare di leggere diversamente un solo passo, laddove la tesi è da Engels sviluppata
(servendosi magnificamente, magistralmente, allo scopo dello … stalinista Dühring) in tutta la parte «Socialismo», e nei capitoli, dove abbiamo tante volte attinto citazioni: Teoria, Produzione, Distribuzione.
Il passo di Engels dice: «Con la presa di possesso da parte della società dei mezzi di produzione è eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori».
Il distinguo forse (forse) può passare per abile, ma dottrinalmente, è sbagliato. Engels, osserva Stalin, non dice se si tratta del possesso di tutti i mezzi di produzione o, di una parte. Ora solo la presa di possesso sociale di tutti i mezzi di produzione (industria grande e piccola, agricoltura) permette di abbandonare il sistema di produzione di merci. Caramba!
Abbiamo con Lenin (e Stalin) sudato, intorno al 1919, settemila camicie a far entrare nella dura testa di socialdemocratici e libertari che i mezzi di produzione non si potevano conquistare in un giorno per colpo di bacchetta magica, e che proprio per questo, e solo per questo, ci voleva Suo Terrore la Dittatura; ora stamperemmo manuali di Economia Politica per ammettere l’enormità che tutti i prodotti perderanno il carattere di merci in un colpo solo, nel giorno in cui un funzionario salito al Kremlino sottoporrà alla firma dello Stalin di quel tempo lontano il decreto che espropria l’ultima gallina dell’ultimo componente dell’ultimo kolkhos.
In un altro luogo Engels parla del possesso di tutti i mezzi di produzione, e quindi ci sentiamo narrare che la sopraddetta formula di Engels «non si può considerare del tutto chiara e precisa».
Per le corna del profeta Abramo, questa è forte! Proprio Federico Engels, il riflessivo, il sereno, il definitivo, il cristallino Federico, il primatista mondiale di paziente raddrizzamento di gambe ai cani e di storture dottrinarie, l’inarrivabile, per modestia e per valore, secondo del burrascoso Marx, che talvolta per il corruscar dello sguardo e del linguaggio viene trovato tenebroso, e nella stessa strapotenza è forse – forse – più falsificabile; il Federico, la cui prosa scorre limpida senza urti come l’acqua della fonte, e che per naturale dono, oltre che per esercitato rigore di scienza, non omette nessuna parola necessaria, né alcuna ne aggiunge superflua, vien tacciato di difetto di precisione e di chiarezza!
Carte in regola: qui non siamo nell’orgbureau e nel comitato di agitazione, ove forse, o ex compagno Giuseppe, avreste potuto guardare Federico da pari a pari. Qui siamo a scuola di principii. Dove è che si dice della presa di possesso di tutti i mezzi? Dove si parla di merci, forse? Mai più. Questa, Engels ricorda fin «dalla comparsa storica del modo di produzione capitalistico si è più o meno, oscuramente presentata come ideale futuro dinanzi agli occhi di individui o di sette». Non giochiamo tra chiarezza e oscurità. Appunto per noi non è più questione di ideale ma di scienza.
E se più oltre Engels riparla della società padrona di tutti i mezzi di produzione, è proprio nel passo che tratteggia l’insieme di rivendicazioni, che a fondo trattammo nella ricordata riunione a Roma, in quanto solo con tale risultato si arriverà alla emancipazione di tutti gli individui. Engels qui mostra come le richieste: annullamento della divisione tra città e campagna, tra lavoro intellettuale e manuale, della divisione sociale e professionale del lavoro (Stalin ammette le prime due ma pretende con altro grave sbaglio in dottrina che questo problema non sia stato posto dai classici del marxismo!!) siano già proposte dagli utopisti e vigorosamente da Fourier e da Owen, con limitazione a tremila anime dei centri abitati, con assoluta alternanza di occupazioni manuali e intellettuali per lo stesso individuo. Engels dimostra come tali giuste e generose richieste mancassero della dimostrazione che apporta il marxismo: ossia della loro possibilità sulla base del grado di sviluppo delle forze produttive oggi raggiunto (e ormai superato) dal capitalismo. Si tratta qui di anticipare la suprema vittoria della rivoluzione, si descrive quella «organizzazione in cui il lavoro non sarà più un peso ma un piacere», e si ricorda la esauriente dimostrazione già da noi illustrata – e classica, perdio! – nel XII Capitolo del Capitale sulla distruzione della divisione del lavoro nella società e del dispotismo nell’azienda, abbruttitore dell’uomo; riguardi nei quali Stalin o Malenkov non possono narrare di aver fatto alcun passo, poiché invece, come Stakhanovismo e Sturmovscina (dialettica reazione al primo di poveri bruti schiacciati nell’azienda divinizzata) stanno a provare, la marcia è nella direzione del più pesante capitalismo.
Dove mai quei passi autorizzano a dire che, per costruire questo edificio immenso della società futura, ogni colpo di piccone non debba distruggere una posizione del mercantilismo, travolgendone una dopo l’altra le ammorbanti trincee?
Non possiamo di certo ripetere qui a Stalin quegli interi capitoli, e al solito citeremo i passi centrali, perché chiarissimi e indiscutibili, e non per accettarli cum grano salis. Sappiamo come quei granellini sono diventati montagne, per antica esperienza.
Engels: «Lo scambio di prodotti di uguale valore, espresso da lavoro sociale, l’uno con l’altro – quindi la legge del valore – è appunto la legge fondamentale della produzione delle merci, quindi anche della forma più elevata
di essa, della produzione capitalistica». Segue il notissimo richiamo che Dühring, con Proudhon, concepisce la società futura come mercantile, e non si avvede che con questo descrive una società capitalistica. Immaginaria, dice Engels. Stalin ne descrive, in testo non disprezzabile, una reale, modestamente diciamo noi.
Marx: «Immaginiamoci una associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e usino secondo un piano prestabilito le loro numerose forze individuali come una sola e identica forza di lavoro sociale». A Napoli commentammo parola a parola, mostrando che questo iniziale paragrafo è tutto un programma rivoluzionario. Si ritorna a Robinson, da cui si è partiti. Che vuol dire? Il prodotto di Robinson non era merce ma solo oggetto di uso, non essendo nato – of course – lo scambio. «Tutto ciò si riproduce qui socialmente ma non individualmente». Qui; nella detta associazione comunista. Il solo manuale che ci occorre è il manuale per imparare a leggere! E si legge: di nuovo il prodotto del lavoro cessa di essere merce quando la società è socialista. E Marx passa a paragonare questo stato di cose (il socialismo) colla produzione mercantile, mostrando che questa è il suo dialettico, perfetto, feroce e inconciliabile contrario.
SOCIETA’ E PATRIA
Eppure prima di abbordare il punto delle leggi dell’economia, occorre ancora dire qualcosa sulla staliniana versione della presentazione del programma socialista scolpita da Engels in quei capitoli. Ne è tanto più il caso in quanto Stalin, nel confutare opinioni di diversi economisti russi, lungi dal tentare oltre intacchi e revisioni del classico testo, ne riporta interi brani, esprimendo aspra condanna di partito per ogni violazione della completa ortodossia in tale materia.
In tutti gli sviluppi della fondamentale sua esposizione Engels parla di appropriazione dei mezzi di produzione (e, notiamolo mille volte, in rapporto a ricerche che in materia abbiamo dedicato in questo foglio e in Prometeo soprattutto dei prodotti, che oggi dominano il produttore e perfino il compratore: talché noi definiamo il capitalismo, meglio che come sistema della negata disposizione dei mezzi produttivi al produttore, come sistema della negata disposizione dei prodotti) sempre da parte della Società.
Nella parafrasi moscovita la «società» scompare, e al suo posto si parla e riparla del passaggio degli strumenti produttivi allo Stato, alla Nazione, e quando si vuole proprio commuovere al Popolo – nei discorsi poi di chiusura suscitanti le ovazioni di rito alla Patria socialista!
Fatto il bilancio della descrizione staliniana, non senza riconoscerle il pregio di essere brutalmente aperta (si perde il pelo … con quel che segue), la presa di possesso degli strumenti produttivi appare puramente giuridica, in quanto ogni suo effetto si limita alle pagine dello Statuto dello artel agricolo statale o dell’ultima (in revisione) Carta costituzionale dell’Unione, per ciò che riflette la terra, e il grande macchinario e attrezzaggio dell’agricoltura, in quanto alla declamatoria sulla proprietà legale non segue la disposizione economica dei prodotti agrari, divisi tra kolkhos collettivi e singoli colcosiani. È, tale presa di possesso, effettiva solo per la grande industria, perché solo dei prodotti di questa lo Stato dispone, ed anzi rivende quelli che sono prodotti di consumo. Non esiste, la presa di possesso pubblica, non solo per i prodotti ma nemmeno per i mezzi di produzione, rispetto alla media e piccola industria, rispetto alle aziende commerciali, rispetto al minore attrezzaggio della incoraggiata coltura agraria familiare e parcellare. Poco dunque, malgrado le immense officine e le gigantesche opere di pubbliche costruzioni, sta veramente nelle mani e sotto il controllo della Repubblica, che si dice socialista e sovietica, poco è stato veramente statizzato, nazionalizzato in pieno. La dimensione relativa del demanio, rispetto a tutta l’economia, forse in alcuni Stati borghesi è maggiore.
Ma chi, ma quale ente e quale forza ha nelle mani ciò che alle mani private dopo la rivoluzione venne strappato? Il popolo, la nazione, la patria! Mai Engels e Marx usarono queste parole. «La trasformazione in proprietà dello Stato non sopprime l’appropriazione capitalistica delle forze produttive» Engels nel citato capitolo afferma.
Quando sarà la società ad operare la disposizione dei prodotti, sarà chiaro che questa è la società senza classi, che ha superato le classi, e fino a che le classi esistono sarà la società organizzata «di una sola classe» in vista dell’abolizione delle classi tutte, e di quella sola per dialettica conseguenza. Qui si innestò la magistrale chiarificazione della dottrina marxista dello Stato, cristallizzata fino dal 1847. «Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e trasforma prima di tutto gli strumenti di produzione in proprietà dello Stato (parole di Marx nella citazione). Ma con ciò esso stesso si annulla come proletariato, con ciò si sopprime ogni differenza e contrasto di classe, e si abolisce anche lo Stato». Ed allora, e in questo modo, e solo su questa via maestra, è la società che vediamo agire, disporre finalmente delle forze produttive e di ogni prodotto e risorsa.
Ma il popolo, che diavolo è questo? Una ibridazione tra classi, un integrale di succhioni e di schiavi, di professionisti dell’affare e del potere con le masse di affamati e di oppressi. Il popolo lo consegnammo, fin da prima del 1848, alle leghe per la libertà e la democrazia, il pacifismo e il progressismo umanitario. Il popolo non è soggetto di gestione economica, ma solo oggetto di sfruttamento e di inganno, nelle sue pietosamente famigerate «maggioranze».
E la nazione? Altra necessità e condizione base per la costruzione del capitalismo, esprime lo stesso miscuglio delle classi sociali non più nella scipita espressione giuridica e filosofica, ma in quella geografica etnografica o linguistica. Anche la nazione non si appropria di nulla: derise Marx in passi famosi le espressioni di ricchezza nazionale, e di reddito nazionale (importante questo nell’analisi di Stalin sulla Russia) e dimostrò come allora la nazione si arricchisce, quando il lavoratore è fregato.
Se le rivoluzioni borghesi e il dilagare dell’industria moderna al posto dei sistemi feudali in Europa e di ogni altro sistema nel mondo, si dovette fare non in nome della borghesia e del capitale, ma in nome dei popoli e delle nazioni, se questo fu necessario e rivoluzionario trapasso per la visione marxista, se ne deduce la perfetta coerenza, nelle consegne di Mosca, tra la defezione dal fronte della economia marxista, e il ripiegamento dalla «categoria» proletaria, rivoluzionaria e internazionalista di società, usata nei testi classici, alle categorie politiche proprie della ideologia e della agitazione borghese: democrazia popolare ed indipendenza nazionale.
Nulla quindi da stupire che dopo 26 anni si ripeta la sguaiata consegna davanti alla quale e per sempre tagliammo il ponte: raccogliere le bandiere borghesi che, già in alto al tempo di Cromwell, di Washington, di Robespierre o di Garibaldi, sono poi cadute nel fango, e che invece la marcia della rivoluzione deve affondarvi senza pietà, opponendo la società socialista alle menzogne ed ai miti dei popoli, delle nazioni e delle patrie.
LEGGE E TEORIA
La discussione si è portata anche sul confronto delle leggi della economia russa con quelle stabilite dal marxismo per la economia borghese. Il testo in questione si batte dialetticamente su due fronti. Alcuni dicono questo: ove la nostra economia fosse già socialista, noi non saremmo più deterministicamente avviati sull’inesorabile binario di dati processi economici, ma potremmo modificare il percorso: ad esempio nazionalizzando il kolkhos, sopprimendo lo scambio mercantile e la moneta. Se ci provate che questo è impossibile, lasciateci dedurre che viviamo in una società ad economia del tutto capitalistica. Che cosa si guadagna a fingere il contrario? Questi ingenui ricercatori evidentemente non sono elementi «politici» attivi: la riprova è che in tale caso una facile purga li avrebbe messi in condizione di non scocciare. Si tratta solo di «tecnici», di esperti dell’attuale ingranaggio produttivo, che sono il tramite solo per il governo centrale per capire se il macchinone va o si incanta; e se avessero ragione non servirebbe nulla il farli tacere: in una forma o nell’altra la crisi si presenterebbe. La difficoltà che oggi è sorta o meglio è venuta alla luce, non è di natura accademica, critica, o tampoco «parlamentare», perché a ridere di queste punzecchiature basta essere non diciamo un Hitler ma l’ultimo dei de Gasperini. La difficoltà è reale, materiale, sta nelle cose e non nelle teste.
Per poter rispondere bisogna sostenere, da parte del centro di governo, due punti: il primo è che anche in economia socialista gli uomini devono obbedire a leggi proprie dell’economia che non si lasciano trasgredire – il secondo è che queste leggi, se anche nel periodo futuro del comunismo perfetto saranno tutte e del tutto diverse da quelle del tempo capitalistico, stabilite da Marx, nel periodo socialista sono alcune diverse da quelle, alcune comuni alla produzione e distribuzione capitalistica. Ed allora, individuate le leggi che appaiono insormontabili, occorre, pena la rovina, non ignorarle e soprattutto non andare contro di esse.
È sorto poi il problema speciale per quanto essenziale: tra queste, la legge del valore si applica o meno nella economia russa? E se sì, non è capitalismo schietto ogni meccanismo che agisce secondo la legge del valore? Alla prima domanda risponde Stalin: sì, da noi la legge vige, per quanto non su tutto il giro dell’orizzonte. Alla seconda: no, vi può essere una economia che, pur non essendo capitalista, rispetta la legge del valore.
In tutto il solenne documento teoretico ci pare che la sistemazione sia alquanto difettosa, e soprattutto comoda per gli avversari polemici del marxismo, per quelli che usano armi «filosofiche» e avranno buon gioco a proposito della sommaria assimilazione tra l’effetto delle leggi naturali e di quelle economiche sulla specie umana, e per quelli economici che ansiosamente da un secolo anelano alla rivincita su Marx, che volevano chiuderci nel cerchio: inutile, alle leggi della resa economica e della concorrenza degli interessi come noi le vediamo, non potrete mai sfuggire.
Dobbiamo distinguere tra teoria, legge, e programma. Ad un certo punto Stalin si lascia andare a dire: Marx non amava (!) astrarsi dallo studio della produzione capitalistica.
Nell’ultima riunione del nostro movimento, il 6 e 7 settembre a Milano, uno dei temi principali è stato il dimostrare che ad ogni passo Marx mostra la finalità, non di descrivere freddamente il fatto capitalista, ma di avanzare il proposito e il programma della distruzione del capitalismo. Non si trattò soltanto di battere quella vecchia sudicia leggenda opportunista, ma di mostrare che tutta l’opera ha natura di polemica e di combattimento, e quindi non si perde a descrivere il capitalismo e i capitalismi contingenti, ma un capitalismo tipo, un sistema capitalistico, sissignori, astratto, sissignori, che non esiste, ma che corrisponde in pieno alle ipotesi apologetiche degli economisti borghesi. Quello che importa è infatti l’urto – urto di classe, urto di parte, non banale diatriba di scienziati – tra le due posizioni: quella che vuole provare la permanenza, la eternità della macchina capitalista, e quella che ne dimostra la prossima morte. Sotto questo profilo conviene al rivoluzionario Marx ammettere che davvero gli ingranaggi siano perfettamente centrati e lubrificati dalla libertà della concorrenza, dal diritto per tutti a produrre e a consumare secondo le stesse regole. Questo nella vera storia del capitale non fu, non è, e non sarà, e i dati di partenza sono enormemente più favorevoli alla nostra dimostrazione: tanto meglio. Se per farla corta, il capitalismo fosse arrivato a campare l’altro secolo restando scorrevole e idillico, la dimostrazione di Marx crollava: splende di potenza in quanto il capitalismo vive sì, ma monopolista, oppressore, dittatore, massacratore, e i suoi dati economici di sviluppo sono proprio quelli che doveva avere partendo dall’iniziale tipo puro; giusta la nostra dottrina, contro quella dei suoi serventi.
In questo senso, per tutti gli dei, Marx sacrificò una vita per descrivere il socialismo, il comunismo, e ci sentiamo di dire che se si fosse trattato soltanto di descrivere il capitalismo, se ne sarebbe altamente fregato.
Marx studia e sviluppa dunque sì le «leggi economiche» capitaliste, ma in un modo tale, che si sviluppa in pieno e in dialettico contrapposto il sistema dei caratteri del socialismo. Ha dunque queste leggi? Sono diverse? E quali allora?
Un momento, prego. Al centro della costruzione marxista noi poniamo il programma, che è momento ulteriore al freddo studio di ricerca. «Abbastanza i filosofi hanno spiegato il mondo, si tratta ora di cambiarlo». (Tesi su Feuerbach, ed ogni colto fesso aggiunge: giovanili). Ma prima del programma e anche prima della indicazione delle leggi scoperte, occorre stabilire l’insieme della dottrina, il sistema di «teorie».
Alcune Marx le trova belle e fatte nei suoi stessi contraddittori, come la teoria del valore di Ricardo, ed anche la teoria del plusvalore. Queste – non intendiamo dire che Stalin non l’abbia mai saputo – sono cose diverse dalle da lui a fondo trattate «legge del valore» e «legge del plusvalore» che, per non confondere i meno provetti, sarebbe meglio dire: «legge dello scambio tra equivalenti» e «legge della relazione tra saggio del plusvalore e tasso del profitto».
La distinzione che ci preme chiarire al lettore vige anche nello studio della natura fisica. Teoria è una presentazione dei processi reali e delle loro corrispondenze che vuole facilitare la loro comprensione generale in un certo campo, passando solo dopo alla previsione ed alla modificazione. Legge è la espressione precisa di una certa relazione tra due serie di fatti materiali in particolare, che si vede costantemente verificarsi, e che come tale consente di calcolare rapporti sconosciuti (futuri, signori filosofi, o presenti o passati non vuol dire: ad esempio una certa legge se ben studiata mi può permettere di stabilire quanto era il livello del mare al Tempio di Serapide mille anni fa: sola differenza che non mi potete controllare, come avveniva per quello delle tante code di asino tra la Terra e la Luna). Teoria è faccenda generale, legge faccenda ben delimitata e particolare. La teoria è in genere qualitativa e stabilisce solo definizioni di certe entità o grandezze. La legge è quantitativa, e ne vuole raggiungere la misura.
Un esempio fisico: nella storia dell’ottica si sono alternate con vario successo due «teorie» della luce. Quella della emissione dice che la luce è l’effetto della corsa di minime particelle corpuscolari, quella della ondulazione dice che è l’effetto della oscillazione di un mezzo fisso in cui si trasmette. Ora la più facile legge dell’ottica, quella della riflessione, dice che il raggio incidente sullo specchio fa con questa lo stesso angolo del raggio emesso. Verificata mille volte tale legge, il giovane galante sa dove mettersi per vedere la bella di fronte intenta alla toilette: il fatto è che la legge si concilia con tutte e due le teorie, e sono stati altri fenomeni ed altre leggi che hanno determinata la scelta.
Ora secondo il testo avverrebbe questo: la «legge dello scambio tra valori equivalenti» si concilia tanto colla «teoria» di Stalin che dice: vi sono forme mercantili in economia socialista, quanto colla teoria (modestamente) nostra che dice: se vi sono forme mercantili e grande produzione, si tratta di capitalismo. Verificare la legge: facile, si va in Russia e si vede che si scambia in ru
scambio equivalente vige. Vedere quale è la vera teoria è un poco più complicato: noi deduciamo: siamo in pieno, schietto e autentico capitalismo; Stalin fabbrica una teoria – appunto: le teorie si inventano, le leggi si scoprono – e dice in barba a babbo Marx: dati fenomeni economici del socialismo avvengono normalmente secondo la legge di scambio (detta legge del valore).
NATURA E STORIA
Prima di venire al punto; quali sono in Marx le leggi dell’economia capitalista, e quali di esse sono «discriminanti» tra capitalismo e socialismo, quali (eventualmente) comuni ai due stadii, va rilevata la troppo corrente assimilazione tra leggi fisiche e leggi sociali.
Combattenti e polemisti come dobbiamo essere alla scuola di Marx, non dobbiamo sciogliere un tale quesito con tono scolastico, ed insistere sulla analogia teorica, al fine «politico» di evitare che ci si dica: se le leggi sociali non sono poi così infrangibili come la legge ad esempio di gravità, sotto a levarne di mezzo taluna.
Come dimenticare che tra il colosso Marx e la schiera dei botoli prezzolati nelle università del capitale si svolge la lotta intorno al punto che le leggi della economia borghese «non sono leggi naturali», e quindi ne potremo e ne vogliamo spezzare il cerchio? È vero che lo scritto di Stalin ricorda che in Marx le leggi della economia non sono «eterne», ma ve ne sono proprie di ogni stadio ed epoca sociale: schiavismo, feudalismo, capitalismo; ma egli vuole poi giungere a dire che «certe leggi» sono a tutte le epoche comuni, e vigeranno anche nel socialismo, che avrà anche lui una sua «economia politica». Stalin deride Jaroscenko e Bucharin che avrebbero detto che alla economia politica succede una scienza dell’organizzazione sociale, e Stalin, pungente, ribatte che questa nuova disciplina, abbordata da economisti russi pseudo-marxisti e timorosi della polizia zarista, è invero una «politica economica», di cui ammette la necessità come cosa diversa. Ebbene, pensiamo questo: se nel socialismo si avrà una scienza economica lo discuteremo, messi i termini al loro posto; ma quando vi è ancora una politica economica (come deve essere sotto la dittatura proletaria, anche) lì sono presenti classi rivali, lì non si è al socialismo ancora arrivati. E ci dobbiamo alla Lenin ridomandare: chi ha il potere? E quindi: lo sviluppo economico – che è, siamo d’accordo, gradato – in che direzione va? Le sue leggi cel diranno.
Quanto al problema generale delle leggi della natura e della storia esso deve trovar posto nelle trattazioni della nostra rivista teorica, ove si risponde agli attacchi che il marxismo riceve – dato che su mille scrittori novecentonovantanove ne considerano Mosca come la sede ufficiale – a proposito della banalità della espressione data alla teoria (questa è una teoria e non una legge) del materialismo storico, a proposito dei problemi di determinazione e volontà, causalità e finalità. La posizione originale di Marx è sempre quella (tanto poco compresa e tanto scomoda a chi fa la politica del successo opportunistico) sempre quella della diretta battaglia tra le classi opposte e del loro antagonismo storico, che a volte adopera la macchina da scrivere a volte la mitragliatrice – non si dice più la penna e la spada. Per noi la borghesia quando vinse condusse avanti il metodo scientifico critico e lo applicò con audacia dopo il campo naturale a quello sociale. Scoprì e denunziò teorie oggi nostre: quella del valore (il valore di una merce è dato dalla quantità e tempo di lavoro sociale che occorre a riprodurla) e del plusvalore (il valore di ogni merce contiene capitale costante, capitale variabile, plusvalore: le prime due sono restituzioni, il terzo guadagno). E disse trionfante: se voi ammettete (e lo ammette la stessa scienza di un secolo dopo) che le stesse fisiche leggi valgono per la nebulosa primitiva e per la nostra terra di oggi, dovete ammettere che agli stessi rapporti sociali obbediranno tutte le società umane future, dato che l’intervento di Dio o del Pensiero puro lo espelliamo d’accordo da ambo i campi. Il marxismo consiste nel dimostrare scientificamente che invece nel cosmo sociale si svolge un ciclo che spezzerà le forme e le leggi capitalistiche, e che il cosmo sociale futuro sarà regolato diversamente. Dato che a voi non importa per effetti «politici» interni ed esteri castrare e banalizzare fino al ridicolo questa potente costruzione, fateci finalmente la grazia di abbandonare gli aggettivi di marxisti socialisti e comunisti, chiamatevi economisti, populisti, progressisti: vi sta a pennello.
MARX E LE LEGGI
Engels riconosce a Marx di essere il fondatore della dottrina del materialismo storico. Marx dichiara che l’apporto dato da lui nella applicazione della dottrina al mondo attuale non consiste nell’avere scoperto la lotta tra le classi, ma nell’avere introdotto la nozione della dittatura proletaria.
La dottrina si svolge così fino al programma di classe e di partito, fino alla organizzazione della classe operaia per la insurrezione e la presa del potere. Su questo cammino gigantesco si trova l’indagine sulle leggi del capitalismo. Due sono le vere e principali leggi stabilite nel Capitale. La legge generale dell’accumulazione capitalistica, risultato del primo tomo, e quella che va sotto il nome di miseria crescente – tante volte da noi trattata – che stabilisce come col concentrarsi del capitale in grandi ammassi cresce il numero dei proletari e dei «senza riserve» – e spiegammo mille volte che ciò non vuol dire che decresce il livello dei consumi e del tenore reale di vita dell’operaio. Nel II e nel III volume del Capitale, che nella nostra rivista saranno oggetto di un’esposizione organica come fu per il primo, è svolta la legge della riproduzione del Capitale. Secondo questa una parte del prodotto e quindi del lavoro deve essere dal capitalista accantonata per riprodurre i beni capitali degli economisti, ossia le macchine logorate, le fabbriche, ecc. Quando il capitale destina a tale accantonamento una più alta quota, esso «investe», ossia aumenta la dotazione di impianti e strumenti produttivi. Le leggi di Marx sul modo come si ripartisce il prodotto umano tra consumi immediati e investimenti strumentali, tendono a provare che fino a che resterà in piedi lo scambio mercantile e il sistema salariale, il sistema andrà incontro a crisi e rivoluzioni.
Ora la prima legge non si può certo applicare alla società socialista poiché questa si organizza appunto per far sì che la riserva sociale sia una garanzia individuale per tutti, pur non appartenendo a nessuno né essendo divisa (come nel precapitalismo) in tante piccole quote. La seconda legge, dice Stalin, persiste e pretende che Marx lo abbia previsto. Il marxismo stabilisce soltanto, e tra l’altro nel famoso passo della critica al programma di Erfurt, che un prelievo sociale sul lavoro individuale ci sarà anche in regime comunista, per provvedere alla conservazione degli impianti, ai servizi generali, e così via. Non avrà carattere di sfruttamento proprio in quanto non sarà fatto per la via mercantile.
Il punto centrale di tutto questo sta in ciò. Stalin con preziosa ammissione dichiara che, vigendo anche nella industria di stato la legge del valore, quelle industrie funzionano sulla base del rendimento commerciale, della gestione redditizia, del costo di produzione, dei prezzi ecc. Per l’eccetera scriviamo: remunerativi. Inoltre egli dichiara che il programma avvenire è di accrescere la produzione degli strumenti di produzione. Ciò vuol dire che i «piani» del governo sovietico per industrializzare il paese richiedono che più che oggetti di consumo per la popolazione si producano macchine, aratri, trattori, concimi, ecc., ecc., e si facciano colossali opere pubbliche.
Per la prossima riunione del nostro modesto movimento avevamo già studiato un suggestivo argomento: piani ne fanno gli Stati capitalistici e ne farà la dittatura proletaria. Ma il primo vero piano socialista si presenterà (intendiamo quanto ad immediato intervento dispotico: Manifesto) finalmente come un piano per: crescere i costi di produzione, ridurre la giornata di lavoro, disinvestire capitale, livellare e quantitativamente e soprattutto qualitativamente il consumo, che in anarchia capitalistica è per nove decimi distruzione inutile di prodotto, solo in quanto ciò risponde alla «gestione commerciale redditizia» e al «prezzo remunerativo». Piano dunque di sottoproduzione, di drastica riduzione della quota prodotta di beni capitali. Spezzeremo facilmente la legge della riproduzione, se finalmente la Sezione II di Marx (che fabbrica alimenti) riuscirà a mettere knock-out la Sezione I (che fabbrica strumenti). L’orchestra attuale ci ha già rotto i timpani.
Gli alimenti sono per gli operai, gli strumenti per i padroni. Facile dire che essendo il padrone lo stato operaio, i miseri lavoratori hanno interesse «ad investire» e a fare metà giornata per la Sezione I! Quando Jaroscenko riduce la critica di questa tendenza all’aumento fantastico della produzione di strumenti, alla formula: economia per il consumo e non per la produzione, cade nella banalità. Ma vi cade altrettanto il ricorso, per far passare il contrabbando dell’industrialismo statale sotto la bandiera socialista, a formole di agitazione come: chi non lavora non mangia; abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quasi che lo scopo della classe sfruttata fosse quello elegantissimo di assicurarsi di essere sfruttata da sé stessa.
In realtà, e anche stando alle analisi del solo mondo economico interno, la economia russa applica tutte le leggi del capitalismo. Come si può aumentare la produzione di beni non da consumo senza proletarizzare gente? Dove la prendono? Il percorso è lo stesso della accumulazione primitiva, e spesso i mezzi sono ugualmente feroci di quelli descritti nel Capitale. O saranno colcosiani che resteranno senza la mucca, o pastori erranti dell’Asia strappati alla contemplazione delle vaghe stelle dell’Orsa, o servi feudali della Mongolia. Certo che la consegna è: più beni strumentali, più operai, più tempo di lavoro, più intensità di lavoro: accumulazione e riproduzione progressiva del capitale a ritmo d’inferno.
L’omaggio che a dispetto di una schiera di scemetti rendiamo al «grande Stalin» è questo. Appunto in quanto si svolge il processo di una accumulazione capitalista iniziale, e se veramente questo arriverà nelle province della immensa Cina, nel misterioso Tibet, nella favolosa Asia Centrale da cui uscì la stirpe europea, questo sarà
rivoluzionario, farà girare avanti la ruota della storia. Ma non sarà socialista, bensì capitalista. Occorre in quella gran fetta del globo la esaltazione delle forze produttive. Ma Stalin ha ragione, quando dice che non è di Stalin il merito, ma delle leggi economiche, che gli impongono questa «politica». Tutta la sua impresa sta in una falsificazione di etichetta: anche questo, espediente classico degli accumulatori primitivi!
In Occidente invece le forze produttive sono già molte volte di troppo e il loro mareggiare rende gli Stati oppressori, divoratori di mercati e di terre, preparatori di carneficine e di guerra. Lì non servono piani di aumento della produzione ma solo il piano della distruzione di una banda di malfattori. E soprattutto della immersione nella melma della loro puzzolente bandiera di libertà e di parlamentarismo.
SOCIALISMO E COMUNISMO
Chiuderemo l’argomento economico con una sintesi degli stadii della società futura, su cui il «documento» (eccola la parola che ronzava nei tasti!) di Stalin reca un poco di disordine. France Press lo ha accusato di aver plagiato dallo scritto di Nicola Bucharin sulle leggi economiche del periodo di transizione. Ma questo scritto Stalin più volte cita, valendosi anzi di una critica che Lenin ne fece. Bucharin ebbe il grande merito, quando ebbe incarico di preparare il Programma del Comintern, rimasto poi progetto, di porre in rilievo il postulato antimercantilista della rivoluzione socialista, come cosa di primissimo piano. Seguì poi Lenin in una analisi del trapasso «in Russia» e nel riconoscimento che si dovevano subire forme mercantili, sotto la dittatura proletaria.
Tutto si chiarisce ove si rilevi che lo stadio di Lenin e Bucharin viene prima dei due stadi della società comunista di cui parla Marx e che Lenin illustra nel magnifico capitolo di «Stato e Rivoluzione».
Questo prospetto potrà ricapitolare, dunque, il non semplice argomento dell’odierno dialogo.
Stadio di trapasso. Il proletariato ha conquistato il potere politico e deve porre le classi non proletarie fuori della legge appunto perché non può «abolirle» di un colpo. Ciò vuol dire che lo Stato proletario vigila su una economia che in parte, sempre decrescente, non solo ha distribuzione mercantile, ma forme di privata disposizione e sui prodotti e sui mezzi di produzione, sia sparpagliati che agglomerati. Economia non ancora socialista, economia di transizione.
Stadio inferiore del comunismo, o se si vuole del socialismo. La società ha già la disposizione dei prodotti in generale e ne fa l’assegnazione ai suoi membri con un piano di «contingentazione». A tale funzione non provvede più lo scambio mercantile e la moneta – non si può passare a Stalin come prospettiva di una forma più comunista il semplice scambio senza moneta, ma sempre con la legge del valore: sarebbe una specie di ricaduta nel sistema del baratto. È invece l’assegnazione dal centro senza ritorno di equivalente. Esempio: scoppia una epidemia di malaria e si distribuisce nella zona chinino gratis, ma nella misura di un solo tubetto per abitante.
In tale stadio occorre non solo l’obbligo al lavoro, ma una registrazione del tempo di lavoro prestato e l’attestato di questo, il famoso buono tanto discusso da un secolo che ha la caratteristica di non potere andare a riserva, sicché ad ogni conato di accumulazione risponde la perdita di una quota lavoro senza equivalente. La legge del valore è seppellita. (Engels: la società non attribuisce nessun «valore» ai prodotti).
Stadio del comunismo superiore, che non abbiamo difficoltà a dire del pieno socialismo. La produttività del lavoro è tale che per evitare lo sperpero di prodotto e di forza umana non occorre (salvo casi patologici) né coazione né contingentamento. Prelievo libero per il consumo a tutti. Esempio: le farmacie distribuiscono chinino gratis senza limite. E se taluno ne prende dieci tubetti per avvelenarsi? Evidentemente è tanto fesso, quanto quelli che scambiano per socialista una fetida società borghese.
In quale stadio dei tre è Stalin? In nessuno. È in quello della transizione non dal, ma al capitalismo. Quasi rispettabile, e non suicida.
Marxisti loro malgrado
Il supremo mondo della cultura borghese, da Benedetto Croce fino all’ultimo scaccino delle sacrestie giornalistiche, è permanentemente schierato a combattere il marxismo, a dimostrare caduti i principii del materialismo storico e sorpassata la prospettiva programmatica. Ma migliore prova dell’esattezza del determinismo non si potrebbe avere trascurando quanto essi stessi sono costretti a dire e scrivere circa le cause di determinati avvenimenti storici, Per evitare di cadere nel ridicolo, debbono allora, non possono che dover ripetere, sia pure a denti stretti, sia pure bestemmiando in cuor loro, quanto i marxisti vanno sostenendo dall’epoca del Manifesto.
Ora è la volta di Oreste Mosca, il pretenzioso « esperto » di problemi economici e politici, fondista dei più diffusi fogli borghesi, di « confessare » l’interpretazione materialista, cioè marxista, delle cause delle guerre. Citiamo un passo del suo articolo: « La terza guerra » pubblicato sul Tempo del 4-10:
« C’è ancora qualche cervello debole che ritiene essere stata la prima guerra mondiale provocata dalla revolverata di Gavrilo Princip (Princip è il nome dell’autore dell’attentato di Sarajevo che fu la causa occasionale della prima guerra imperialista). Con o senza colpi di pistola il conflitto sarebbe scoppiato lo stesso perche la rivalità tra la Germania e l’Inghilterra dominava il primo decennio del secolo. E parimenti con o senza il corridoio di Danzica sarebbe ugualmente scoppiata la seconda guerra mondiale … Danzica? Ma che Danzica! Sapete quali furono le vere tappe della guerra del 1939? Quelle che conpiva quel bravo e valoroso dott. Schacht, che creo il nuovo marco oro, che se la cavò benissimo a Norimberga, e che oggi sta andando per il mondo prodigando consigli a Mossadeq e al generale Naguib. Quel mago delle finanze, tra il 1934 e il 1939, quando il commercio internazionale era quasi finito, girava imperterrito per l’Europa centrale e balcanica, stipulando magnifici patti bilaterali e scambi compensati. Andava in Romania e comprava tutto il grano contro macchine tedesche, in Bulgaria e s’accapparava tutto il tabacco e l’essenza di rose contro prodotti chimici e ferramenta tedeschi; ma facendo cosi, metteva in moto opifici ad Amburgo, a Francoforte. e a Berlino e faceva chiudere fabbriche a Londra, a Manchester e a Liverpool».
Oreste Mosca concludeva il suo articolo, scritto sotto l’influenza delle impressioni provocate dal famoso articolo di Stalin su Bolscevik preconizzando che l’ora « veramente pericolosa » per il mondo, verrà allorché si verificherà la previsione di Stalin, secondo cui tra breve il blocco russo non solo non avrà più bisogno dell’aiuto dei Paesi capitalistici, ma potrà lanciare sul mercato mondiale i prodotti che avrà in eccedenza. L’illustre pubblicista, onore e vanto dell’anti-marxismo, a parte l’inevitabile mitologica personificazione delle forze economiche tedesche nella figura del dott. Schacht, doveva, proprio lui, fare ciò che con buffonesca ironia rimprovera ai marxisti, e cioè recitare, bongré malgré, il versetto della Bibbia marxista riguardante le cause delle guerre. Ammettere cioè che la guerra delle armi e degli eserciti è lo sbocco inevitabile della guerra delle merci e dei commessi viaggiatori dei grandi trusts. Anche la Russia di Stalin sarà inevitabilmente trascinata nella guerra commerciale, partecipando così alla realizzazione delle premesse del terzo conflitto mondiale? Già previsto, egregio sig. Mosca, senza i vostri lumi, senza le ammissioni prezicse del maresciallo Stalin.
Ma che pensare di questi giornalisti borghesi? Sanno molto bene che la guerra è quello che e, l’ultimo atto delle feroci lotte scatenantisi nell’interno della borghesia internazionale, disperatamente tesa nello sforzo di controllare le forze anarchiche di un sistema di produzione – quello capitalista – che, infischiandosi completamente di tutte le disquisizioni idiote sullo spirito, sulla coscienza, sull’intelligenza dei dottrinari borghesi, e degli Oreste Mosca di tutte le redazioni del pianeta, schiaccia continuamente tutti i piani della classe sociale – la borghesia – da esso stesso invocata, distruggendo imperi nello stesso tempo che ne trae altri dal deserto pre-industriale, “accumulando ed acutizzando sempre, inarrestabilmente, le premesse di nuovi contrasti, di nuove crisi commerciali, di nuovi conflitti. Sanno tutto ciò, ma, prendendo il là da S. Santità, continuano con impagabile faccia tosta a biasimare il « materialismo ateo » dei comunisti. Non saremo noi a stupirci, o, peggio ancora, a indignarci. Chi è determinista non può non capire che la cultura borghese, da Croce all’ultimo Mosca, non può fare e dire diversamente. Si può pretendere che la classe dominante anteponga la « Verità » alla disperata lotta per sopravvivere? Però, che delizia assaporare la disperazione dei borghesi messi di fronte alle forze endogene del sistema che hanno essi stessi utilizzato contro il feudalesimo e che si rifiutano ora di piegarsi alla volontà dei Guglielmoni, dei Pepponi, dei Truman ..