Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/19

Non rompeteci le tasche coi sacri confini

Dunque ci risiamo. A Trieste, in un’atmosfera avvelenata da opposti irredentismi, si chiede alla classe operaia di schierarsi in campi irriducibilmente avversi; gli agitatori titisti invocano lo sciopero contro la jattura del ritorno dell’Italia, col suo bagaglio reazionario, a Trieste; gli agitatori staliniani invocano lo sciopero contro la suprema jattura dell’arrivo della Jugoslavia, con un bagaglio non meno reazionario, al Tagliamento; i partiti di centro risfoderano tutto l’arsenale della retorica irredentista e della demagogia patriottarda. Tutti hanno scoperto, e sono pronti a difendere con le armi in pugno, qualche sacro confine: per gli uni, la patria è la Jugoslavia; per gli altri l’Italia; per i terzi (i «comunisti» di Vidali, non soltanto difensori di patrie esistenti, ma creatori di patrie che non esistono ancora) il Territorio Libero. Tutti agitano la bandiera «dell’unione di tutti i cittadini»; tutti denunciano nel cittadino avverso il traditore, il criminale, il candidato alla forca. Così, nella classe operaia triestina, la cui forza era e dovrà tornare ad essere la convergenza nella lotta proletaria, al di fuori di ogni divisione di lingua e di razza, di tutti i lavoratori, gli agenti multicolori dell’imperialismo lavorano a scavare fossati di odio e di vendetta. Frattanto, intorno alla città di San Giusto rulla il selvaggio tam-tam del superpatriottismo di destra, di centro e di sinistra, e Nenni non è meno acceso di Cantalupo o di Anfuso, Togliatti non vibra di patriottici furori meno di Pella e De Gasperi. Dall’altoparlante di Roma e di Belgrado, la classe operaia è chiamata a servire, elastica massa di manovra, i supremi interessi della patria borghese; mentre di qua e di là operai in casacca militare si guardano come schieramenti nemici potenzialmente in guerra, di qua e di là si rinnova l’appello al partigianismo, l’invito ai proletari di prepararsi a un rinnovato massacro in una rinnovata Resistenza.

Abboccherà la classe operaia italiana e jugoslava all’amo di una retorica che, falsa e bugiarda trentacinque anni fa, lo è oggi mille volte di più? Non rompeteci le tasche coi sacri confini da difendere! Nessuno di voi ci crede. Non possono credere gli jugoslavi che la loro soluzione eliminerebbe, con l’appagamento di «legittime aspirazioni nazionali», le cause di attrito derivanti dall’intreccio, sull’estrema sponda orientale dell’Adriatico, di fattori economici, storici, etnici multiformi. Non possono credere i partiti di governo italiani che il ritorno di Trieste e magari della zona B all’Italia significherebbe, finalmente, la pace. Non possono credere gli staliniani che il Territorio Libero sarebbe, quando nascesse, una creatura vitale. Sanno tutti, d’altra parte, che la soluzione non verrà da loro: verrà dalle potenze internazionali di cui, anche quando gridano patria, servono gli interessi di potenza, che sono nello stesso tempo, per loro, l’unica garanzia di vita. Sanno che non c’è soluzione del problema di Trieste nel quadro di una situazione internazionale che lavora di giorno in giorno ad accentuare i contrasti fra blocchi e blocchi, fra Paesi e Paesi, fra grandi e piccoli lembi di terra martoriata. Dietro la delirante demagogia dell’irredentismo jugoslavo e italiano (per tacere della variante staliniano-togliattiana) c’è il vuoto, e, se questi giorni di «passione nazionale» hanno un senso, è solo di scavare solchi nella classe operaia e rinverdire le ideologie dell’unità fra le classi, della democrazia plebiscitaria, della convivenza pacifica nel rispetto dei… trattati, perché opposti interessi economici e di espansione imperialistica possano aprirsi una strada nel mondo e aggiudicarsi nuovi spazi vitali: per le tasche, non per il «cuore».

Non sono in gioco né sacri confini, né care memorie, a Trieste: sono in gioco interessi internazionali di potenza. Non c’è soluzione proposta da cancellerie o da partiti, che valga a sanare una piaga ch’è la piaga stessa del regime capitalista. Operai triestini di lingua italiana o slovena hanno un solo nemico da combattere: il mostro tricipite dell’imperialismo; e hanno da combatterlo insieme. È questa la loro unione sacra, l’unica possibile, l’unica gravida d’avvenire, la stessa che, al loro fianco e per interessi che abbracciano tutti i Paesi, schiererà la classe operaia mondiale, blocco unico che non conosce linee di colore e barriere di nazionalità e di lingua, contro gli interessi unitari di conservazione del regime dello sfruttamento e della guerra.

Un cero a Togliatti

Da qualche tempo, oggi su una delle innumerevoli riviste esuberantemente illustrate per la delizia dei peripatetici e dei rammolliti, domani su uno dei tanti giornali… indipendenti che non sanno più come riempire le pagine a 8, 9 e 10 colonne, viene fuori una «storia» del Partito Comunista, infarcita di luoghi comuni e di notizie spesso sballate.

L’ultima a comparire (sul Tempo di Roma del 4-10) è, nientemeno, «Tutta la storia dell’opposizione di sinistra italiana». Capite? Tutta la storia condensata in pillole come una specialità americana, ed irta – salvo qualche notiziola di cronaca più o meno esatta ed arcinota – di banalità, confusioni e fesserie.

Ma non sono queste che ci preme rilevare. Ci preme rilevare la piena connivenza di codesti pennivendoli col togliattismo. «Se – dice infatti l’ultimo periodo del trafiletto di presentazione, facendo un fascio solo di «bordighismo», trotzkismo e titismo – «se qualcuno pensasse di favorire questi uomini e questi movimenti per ridurre le forze del comunismo, farebbe un calcolo sbagliato. Al posto dei partiti comunisti ortodossi (?) verrebbero altri movimenti comunisti per molti aspetti più terribili dei vecchi partiti comunisti staliniani».

Alla buon’ora! In parole povere si vuol dire: «Signori borghesi, ringraziate il cielo che il Partito Comunista Italiano sia caduto nelle mani di Togliatti, perché, se passasse in quelle di autentici marxisti, la bazza per la borghesia capitalista potrebbe finire. È quindi consigliabile accontentarsi dei partiti comunisti staliniani. Peggio per il proletariato se ne resta schifosamente fregato; questo a noi borghesi non solo non importa ma fa molto comodo. Ci sarebbe quasi da gridare: viva Togliatti, così com’è preferibile osannare a Stalin piuttosto che a Lenin».

Nel che, una volta tanto, – e limitatamente a questo problema – siamo perfettamente d’accordo, con la sola riserva che il P.C.I. di Togliatti non è un partito comunista, e perciò neppure «un pericolo» per la società borghese…

Economia capitalistica, trionfo dello sperpero

Il Ministro inglese dei Rifornimenti Duncan-Sandys ha annunciato recentemente ai Comuni che sono stati realizzati proietti-razzo radiocomandati che volano a 3000 km. l’ora e che sono in grado con il loro cervello elettronico di raggiungere qualsiasi aereo pilotato dall’uomo. Pare che il nuovo missile britannico sia superiore al «Nike» americano che aveva le seguenti caratteristiche: traiettoria radioguidata, comando elettronico a terra, fino a un certo punto del viaggio, in prossimità dell’aereo da colpire: da quel punto il primo cervello elettronico cessa di funzionare e ne entra in azione un secondo, sistemato a bordo del razzo, che agisce autonomo e guida il razzo all’inseguimento dell’aereo – frustrando qualsiasi evoluzione che esso tenti per sottrarsi – fino a colpirlo. Nelle prove di collaudo, 31 apparecchi colpiti su 32 (Il Tempo, 14-9-53). La differenza tra i due sta nella velocità: il Nike non va oltre i 50 km. orari.

I particolari tecnici che teniamo a riportare non servono come riempitivo, ma solo a dare un’idea dell’enorme quantità di lavoro sociale e del complesso di attività industriali che concorrono alla produzione del missile. Ma il loro costo di produzione, già di per sé favoloso, non costituisce la sola spesa in materia. I razzi hanno bisogno di installazioni di lancio fisse e costose. Ma non sono sufficienti ad assicurare da soli la difesa del territorio dalla offesa aerea. Servono per la difesa di obiettivi particolarmente importanti, città, basi aeree o navali, centri industriali. Ma, essendo enormemente costosi, non è possibile sostituiscano completamente l’aviazione da caccia, né le armi a terra. E quali armi! Dovranno essere modernissime, completamente automatiche, a tiro rapidissimo perché aerei a 1000 km. ora rimarranno brevissimi istanti nel loro raggio d’azione. Secondo il gen. G. Boglione, che scrive sul Tempo sopracitato, dovranno essere del tipo del cannone americano Skysweeper, da 75 mm., che compie da solo tutte le operazioni, dal puntamento allo sparo, che effettua con un ritmo di 45 colpi al minuto primo; oppure, per le quote più basse, del tipo delle moderne mitragliere da 30 mm. che sgranano i loro colpi a velocità ancora maggiori. Siffatti problemi il capitalismo riesce sempre a risolverli.

Ma riempiti i magazzini di missili e di cannoni automatici e gli hangar di aerei ultrasonici, sistemate le piste di lancio, la produzione di armi e di attrezzature non è ancora finita. Per una difesa aerea degna di questo nome, una rete di radar che copra tutto il territorio nazionale, e avente la funzione di avvistamento e segnalazione degli aerei nemici, costituisce una spesa indispensabile. Una massa enorme di prodotti! Il lavoro di interi popoli sprecato! Ma che importa, quando è in gioco la… libertà e l’indipendenza dei popoli? Anche la rete radar deve farsi, e si fa. Si costruirà tra breve anche in Germania e Giappone, insieme coi missili e il resto.

Un po’ di conti, necessari per poter farsi una pallida idea della massa inaudita di mezzi di produzione e di forza di lavoro sociale rappresentata da segni monetari che viene ingoiata dalle voragini della produzione inerente, fate attenzione!, al solo campo della difesa antiaerea. Si intende che le cifre sono approssimative per difetto. Un aereo da caccia costa 250 milioni; un complesso radar 600 milioni; una batteria contraerea 300 milioni; una base aerea dai 6 ai 7 miliardi. Il costo di esercizio, cioè le spese occorrenti a far fronte alla manutenzione degli impianti ai rifornimenti, ecc., va dai 150 milioni all’anno per un pilota, ai circa 20 miliardi per uno stormo di 75 aerei. Per la difesa contraerea del territorio nazionale italiano (armi, impianti reti radar, addestramento del personale specializzato, ecc.) il nostro generale prevede una spesa non lontana dai 1000 miliardi. In Italia, la somma resterà, ne siamo sicuri, solo una previsione; ma negli altri paesi (U.S.A., Inghilterra, U.R.S.S.), la preparazione della difesa contraerea è un fatto produttivo che ingoia e sperpera immense ricchezze. E pensare che la difesa contraerea è solo una voce della spesa generale per gli armamenti: rimane l’esercito, la marina, l’aviazione da bombardamento, i trasporti, e via dicendo. Ma forse che solo la industria degli armamenti figura nel ramo parassitario, sperperativo, antisociale, della produzione capitalistica che in quanto tale la rivoluzione proletaria dovrà recidere col ferro e col fuoco? Neppure per sogno.

Se l’ipotesi e l’idiota illusione della pace perpetua nel regno del salariato divenisse realtà, sicché la produzione bellica risultasse non necessaria, ebbene neppure in tale assurda ipotesi la produzione capitalista perderebbe il suo carattere parassitario, pletorico, soffocante. Quel che i predicatori del pacifismo non scorgono sono i risultati di una economia basata sullo sfruttamento e gli ordinamenti sociali borghesi fondati su istituzioni individualistiche, che hanno trasformato la produzione capitalistica in una sorta di cieca e distruggitrice forza naturale che la società borghese più non riesce a controllare. Essa erompe ormai come una inondazione di merci che si può arrestare solo soffocando le sorgenti: la produzione per aziende, il salariato, il mercantilismo. Vigendo questi rapporti di produzione, assistiamo al dilatarsi mostruoso di molti rami produttivi (l’eccesso della produzione siderurgica e metallurgica, automobilistica, aeronautica, dei trasporti in genere, dei combustibili, dei generi voluttuari, ecc.) che costringe le masse lavoratrici a erogare una quantità enorme di forza di lavoro che viene sperperata servendo unicamente a conservare il capitalismo e le disuguaglianze sociali, mentre l’organizzazione borghese della famiglia schiavizza le donne, condannandole a logorarsi nelle abbrutenti faccende domestiche che forme collettivistiche di convivenza dovranno rendere inutili.

Allora si comprende il significato della tesi marxista della liberazione delle forze produttive. Rinserrate nei rapporti di produzione capitalistici, le forze produttive vengono deviate verso fini antisociali, e addirittura sperperano il loro altissimo potere in gigantesche opere di distruzione che minacciano la stessa integrità fisica della specie. Avviene così che la intera popolazione della terra lavora e soffre per produrre una massa che ormai può definirsi paurosa di prodotti, di cui non può che consumare solo una minima parte. Quel che non appare a tutti è che neppure le classi dominanti arrivano a consumare, sotto forma di articoli di lusso (automobili, grandi alberghi, transatlantici, aerei civili, gioielli, ecc.), la massa di prodotti estorta ai lavoratori, in quanto i nove decimi di essa vanno a scomparire nelle fauci del Capitale sotto forma di mezzi di produzione, o a gonfiare di ogni cosa gli arsenali militari… È eloquente di come il prodotto domini il produttore non solo la storia delle dominate di classe. Siamo arrivati al punto che il Capitale è divenuto uno strumento di tortura per gli stessi capitalisti, i quali ciò non di meno non indietreggiano davanti a nessuna nefandezza che possa tenere lontano lo spettro della Rivoluzione.

Allora, liberazione delle forze produttive significherebbe forse la esasperazione delle vigenti tendenze capitaliste alla produzione senza limiti, cui peraltro corrispondono insopportabile sforzo lavorativo e basso tenore di vita delle masse operaie? No, è chiaro. Ciò che scatena le feroci contraddizioni sociali borghesi non è certamente lo squilibrio tra produttività del lavoro e consumo, bensì l’annullamento dei vantaggi dell’accresciuta produttività del lavoro per il progressivo ingrossare della produzione socialmente inutile e dannosa.

La liberazione delle forze produttive deve intendersi, nel senso marxista, come liberazione dai rapporti di produzione capitalistici, come liberazione dei mezzi di produzione dalla loro «precedente qualità di capitale». Ora la qualità del capitalismo consiste appunto nella costrizione delle forze produttive sociali ad esplicarsi entro gli schemi di una produzione che, mentre accaparra tirannicamente e per lunga parte della loro vita fisica le masse lavoratrici, sperpera la loro forza di lavoro in una massa enorme di oggetti che non sono di alcuna utilità sociale, e servono unicamente alla conservazione del mercantilismo capitalista. Aumento incessante del volume della produzione è parola reazionaria, come è provato dal fatto che a sbandierarla sono gli agenti politici del capitalismo, imitati dai falsi rappresentanti delle classi lavoratrici. Quel che dovrà aumentare, sotto la dittatura del proletariato, sarà la produzione utile alla specie umana in corrispondenza con l’enormemente accresciuto complesso dei suoi bisogni. Ma ciò si otterrà riducendo, e abolendo progressivamente, l’enorme campo della produzione antisociale, ereditata dal capitalismo. La liberazione delle forze produttive si effettuerà con l’emancipazione delle tormentose ore di lavoro sociale che il capitalismo incorpora in prodotti che non sono indispensabili, anzi attentano, alla conservazione della specie umana.

Gazzettino del bel mondo

La Regione Siciliana ha scoperto la sua piccola Lourdes: si chiama Siracusa, e i miracoli li fa la Madonna che piange. Ad un corrispondente de La Stampa, uno smaliziato cittadino locale ha fatto però notare che il miracolo maggiore la Madonna l’ha fatto alla stessa Siracusa e quindi alla Sicilia: il denaro ha ripreso a circolare, i negozi vendono, il turismo fiorisce.

Che ci siano sotto i provvedimenti anti-crisi di Pella?

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Il barone di Cuevas ha dichiarato di voler querelare l’Osservatore Romano per la sua accorata condanna del famoso ballo in costume di Biarritz. Ma, ad un giornalista, il barone ha osservato che, se invece di spendere gli stessi quattrini in un ballo, li avesse investiti in automobili o in titoli industriali, nessuno ci avrebbe avuto nulla da ridire.

Non possiamo che convenirne. Ma il trucco dell’alto moralismo borghese è proprio questo: pelare il prossimo è non soltanto permesso, ma meritorio; è peccato farlo sapere.

L’ex diplomatico francese Peyrefitte si è divertito a mettere in piazza l’immoralità, la superficialità, la corruzione, l’idiozia e il dandismo di quel nobile ceto borghese cui si vuole affidato il destino dei popoli.

Il Quai d’Orsay, punto nel vivo, ha risposto accusando l’ex funzionario ribelle delle stesse magagne ch’egli aveva descritto come proprie del gregge dei suoi ex colleghi. Strano modo di difendersi: allo stesso titolo, Peyrefitte potrebbe ritorcere la ritorsione, accusando i diplomatici di essere come lui.

Ma che bel mondo il bel mondo borghese!

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Non si può negare che a Churchill la seconda guerra mondiale abbia fruttato. Oltre a passare alla storia come il leone d’Inghilterra e il redivivo Marlborough, egli incassa annualmente gli incalcolabili diritti di autore della sua storia della carneficina e, come se non bastasse, incasserà ora il Premio Nobel per la letteratura, gemello del Premio per… la pace.

La guerra, come la pubblicità, è l’anima del commercio. E, d’altra parte, non è Nobel il padre della dinamite e, quindi, il bisnonno della bomba atomica?

L’Inghilterra "educa" la Guyana

Quel faro luminoso di democrazia che è l’Inghilterra, oltre che irradiare l’Asia, l’Africa e l’Oceania, invia raggi benefici anche sull’America del Sud. Disgraziatamente però per i 115 milioni di abitanti di quell’immenso continente, i governatori di S.M. britannica hanno potere giurisdizionale solo su un piccolo lembo di terra: la Guiana britannica. Nei giorni scorsi, i circa 450 mila individui che abitano l’unico possedimento territoriale britannico nel continente sud-americano hanno corso pure essi il grave rischio di perdere la tutela paterna del Governo di Londra e la preziosa assistenza finanziaria dei banchieri della City senza la quale le ricche piantagioni di zucchero della Guyana diventerebbero catastroficamente foresta e savana improduttiva. Quando mai è successo infatti che il Governo di Londra non abbia governato colonie e protettorati nell’interesse delle stesse popolazioni indigene?

La Guyana non poteva derogare dalle tradizioni britanniche. Appena è apparso che il semi-governo locale, capitanato dal partito popolare, minacciava di buttare nelle acque del Mar dei Caraibi il Governatore nominato da Londra; appena la popolazione, che nello scorso maggio aveva votato entusiasticamente per il partito popolare capeggiato dall’indiano Jagan, ha manifestato con ciò il suo odio verso gli sfruttatori inglesi e l’aspirazione a vederli uscire per sempre dal paese, il Governo di Londra ha creduto suo dovere stracciare la Costituzione democratico-parlamentare concessa nell’aprile 1952, in base alla quale erano previste elezioni generali e la formazione di un Parlamento di 24 membri, di cui 7 di nomina governativa e 4 d’ufficio compreso il governatore. Il momento propizio doveva prodursi solo in questi giorni, cioè quando il Governo del dott. Jagan ha appoggiato lo sciopero degli sfruttassimi operai delle piantagioni di canna da zucchero. Poiché le piantagioni sono saldamente nelle mani delle compagnie inglesi, solo gli ingenui potevano illudersi che il Governo di Churchill, dell’uomo che è stato proprio in questi giorni insignito del Premio Nobel per la Letteratura, si lasciasse sfuggire l’occasione.

Nella tarda serata il ministro britannico delle colonie annunciava la decisione del governo di inviare nella colonia un contingente di truppe e di navi da guerra allo scopo «di preservare la pace e la sicurezza del popolo». Incrociatori e la portaerei «Implacable» salpavano dalla Giamaica e dalla costa inglese, trasportando numerosi battaglioni di fucilieri di marina e di truppe terrestri in perfetto assetto da guerra. Altre ne continuano a giungervi mentre scriviamo. Ma quale il nemico da fronteggiare o per lo meno da paralizzare con la minaccia armata? Con la perfidia e la sfacciataggine ammantata di rispettabilità che è tipica della diplomazia britannica, il «Colonial Office» e il codazzo giornalistico che è al servizio del Governo di Londra, hanno puntato sull’argomento che ormai serve ai governi atlantici per giustificare le loro sopraffazioni in politica interna o coloniale: lo spettro della quinta colonna moscovita. Invano il dott. Jagan ha tenuto a chiarire che il suo movimento mira ad ottenere l’indipendenza della Guyana, pur accettando di continuare a far parte del Commonwealth britannico, sul modello dell’India. Invano ha negato di avere relazioni politiche con Mosca. A nulla gli è servito dichiarare che le sue simpatie politiche vanno soprattutto al regime del Pandit Nehru. Evidentemente, il Governo di Londra, oltre che difendere la prepotente dominazione economica delle compagnie inglesi sulle piantagioni di canna da zucchero della colonia, ha dovuto premunirsi contro le reazioni della stampa straniera, specialmente di quella americana ispirata dai banchieri di Wall Street che guardano bramosamente ai colossali profitti intascati dai loro degni compari nella City londinese. Perciò, lo strangolamento dei diritti democratici, pure solennemente concessi agli abitanti della Guyana, e l’occupazione militare del paese, dovevano venire presentati come una misura necessaria, atta ad impedire l’instaurazione a Georgetown di una Repubblica popolare ligia a Mosca.

La verità è, invece, che un pugno di ignobili sfruttatori, eredi dei negrieri dei Lloyds londinesi che nei secoli scorsi trassero alti profitti dal traffico di carne umana, razziata o adescata in Africa, India, Indonesia, Cina, succhia ferocemente le energie vitali del multirazziale popolo della Guyana, convogliando nelle banche di Londra le ricchezze della colonia, mentre i lavoratori delle piantagioni vivono in condizioni di vita bestiali. Negri e mulatti, discendenti degli schiavi africani, indiani, indonesiani, i pochi aborigeni ridotti a poche decine di individui, e forti minoranze di malesi, birmani, filippini, ecc., non posseggono nulla e trascorrono la vita faticando nelle piantagioni, in un clima tropicale malsano, insidiati continuamente da serpenti, ragni ed insetti velenosi. I bianchi, inglesi, olandesi, francesi, posseggono tutto e non lavorano, facendo pesare per soprammercato la loro «superiorità razziale». La stessa stampa «atlantica», giornali come Il Tempo, scrivendo sugli avvenimenti della Guyana, hanno dovuto ammettere che le popolazioni di colore vivono in «grande miseria».

Non occorre tirare in ballo le manovre di Mosca, per comprendere il perché del deciso sentimento antibritannico delle masse lavoratrici e degli abitanti di colore della Guyana. Nessun gesuitico ipocrita argomento biascicato dalla esosa diplomazia britannica può convincere le popolazioni di colore della Guyana che espellendo gli odiati proprietari e dominatori di razza bianca e impedendo che le ricchezze tratte dalle piantagioni di canna da zucchero emigrino verso la Gran Bretagna, esse finirebbero col stare peggio che oggi. Nessun argomento, tranne la forza, può tanto. Il governo di Churchill, avendo il tacito consenso dei laburisti, non ha tardato a valersene.

Cogestione: ecco il loro “rimedio”!

Se si esamina quanto accade allo stalinismo al di qua della cortina di ferro, nell’Occidente democratico e atlantico, non si può negare che i fatti sembrano giocare una beffa crudele a suo danno. Infatti accade che le principali rivendicazioni sbandierate dagli stalinisti sotto la denominazione di «riforme di struttura» rimangano lettera morta proprio nei paesi dove il partito stalinista è forte e minaccioso (Italia, Francia), mentre costituiscono ormai un fatto completamente compiuto nei paesi ove lo stalinismo morde la polvere (Inghilterra e Germania).

Le nazionalizzazioni non sono il cavallo di battaglia che ogni deputato del P.C.I. inforca nelle concioni montecitoriane e ogni trombone comiziante fa caracollare nelle adunate oceaniche? Ebbene, le nazionalizzazioni non sorprendono più nessuno in Inghilterra: sono ormai istituzioni tradizionali, perfettamente inquadrate e funzionanti nel modo di produzione capitalista. Né gli stalinisti, partitello da nulla nelle isole britanniche, possono vantare diritti di paternità sulle famose statizzazioni che avrebbero dovuto affossare il più vecchio capitalismo del mondo; essi spettano esclusivamente ai laburisti, agli odiati laburisti così inflessibilmente orientati contro la Russia.

E le insulse teorizzazioni da ciarlatani sulla compartecipazione degli operai alla gestione delle aziende? Alla fine della guerra mondiale, appena dopo la consegna ai capitalisti delle fabbriche difese dai partigiani, i sommi teorici del P.C.I. reclamizzarono clamorosamente la demagogica teoria del «proletariato classe dirigente». Non si trattava altro che di una pedestre risciacquatura delle forcaiole posizioni democratiche e legalitarie della socialdemocrazia d’anteguerra, così duramente battute da Lenin e dall’Internazionale Comunista dei primi anni, nelle ideologie pseudo-rivoluzionarie dell’ordinovismo gramsciano. Ma ai cagliostri laureati del P.C.I. riuscì facile svolgere la tesi traffaldina: conquistato il potere politico tramite la partecipazione al ministero dei partiti comunisti e socialisti, il proletariato non ha più davanti a sé una rivoluzione da compiere, ma sibbene deve prendere la direzione tecnica e amministrativa dell’apparato industriale, agire da classe dirigente della Nazione. Come mezzi di attuazione di questa fondamentale direttiva, furono indicati i famosi Consigli di gestione, nuova edizione degli organismi aziendali ideati e sostenuti nel primo dopoguerra da Gramsci e dagli ordinovisti. Consiglio di Gestione significò appunto, nelle palesate intenzioni del P.C.I., mezzo di attuazione della cogestione, cioè gestione paritetica di capitalisti e operai delle aziende.

Orbene, che è rimasto dell’organizzazione dei Consigli di Gestione in Italia? Quali risultati ha prodotto la campagna per la cogestione? Zero, zero assoluto. Quando non sono disciolti dalle Direzioni aziendali, i consigli di gestione vivono di chiacchiere, ridotti a pure convenzioni verbali della burocrazia di partito del P.C.I. Invece, fatto non inspiegabile, la cogestione è il fatto del giorno nella Germania di Bonn, e, quello che è veramente illuminante, si realizza proprio per volontà dei capitalisti e dei sindacati social-democratici, e se non basta, addirittura per decisione delle Potenze occupanti. Notizie in merito sono fornite dal giornale economico-finanziario 24 Ore di non dubbia ispirazione capitalista.

«Nell’industria pesante (tedesca) – scrive il giornale nella sua edizione del 10 u.s., – è andata in vigore, sia pure in un numero limitato di società anonime e per impulso degli Alleati, quel regime aziendale noto comunemente sotto il nome di «cogestione», che è un caso nuovo nella vita europea: un esempio di collaborazione aziendale strutturale, sulla quale si è impegnata a fondo la serietà dei lavoratori tedeschi, incoraggiati ed assistiti dai sindacati… La grande novità portata nell’industria carbosiderurgica tedesca dalla cogestione consiste anzitutto nella partecipazione paritetica al Consiglio di amministrazione di operai e rappresentanti degli azionisti (cinque di fronte a cinque), più un undicesimo eletto consensualmente. In secondo luogo, lo schema organizzativo delle aziende comporta una direzione tecnica, una direzione commerciale, e una terza, istituita dalla legge 31 maggio 1951, quella Direzione del lavoro, che non ha minore rilievo delle altre e che si riferisce a tutte le questioni relative alle condizioni di lavoro e del personale. L’«Arbeitsdirektor» opera in stretto contatto con le commissioni interne: passa così attraverso la sua mediazione tutto ciò che riguarda salari, norme, proposte produttivistiche, assunzioni e licenziamenti».

Nulla di paragonabile è avvenuto in Italia, ove i Consigli di Gestione non hanno mai ottenuto riconoscimento legale, nonostante le vantate immancabili vittorie quotidiane del P.C.I. e del P.S.I. Prova inconfutabile questa che le cosiddette riforme di struttura, cioè nazionalizzazioni, cogestione, organismi interclassisti dai mille tipi, non vengono attuate ove sono attuate, solo ad opera e per merito dei partiti stalinisti, che ad ogni pié sospinto ne esaltano gli effetti sociali come passi verso il socialismo. In Germania la cogestione è una legge dello Stato! Borghesia capitalistica, sindacati gialli, stampa borghese, sono felici che operai ed azionisti discutano gli affari delle aziende! Occorre dire altro per dimostrare il carattere controrivoluzionario, conservatore, degli organismi interclassisti di gestione delle aziende? 24 Ore, commentando la notizia sopra riportata, rilevava che la cogestione «ha sinora recato, come frutto positivo, una pace sociale». Era proprio della esigenza vitale del capitalismo, della sua indispensabile condizione di vita, che il giornale dei capitalisti lombardi parlava. Pace sociale, cioè collaborazione fraterna tra capitalisti e operai nell’ambito dell’azienda, equivale a dire conservazione del capitalismo, subordinazione del proletariato, delle forze produttive, alle esigenze del Capitale. Il Mondo esaltava la «saggezza» degli industriali tedeschi in confronto alla miopia di quelli italiani.

I sindacati social-democratici tedeschi non si dichiarano soddisfatti dello stadio attuale della cogestione: si lamentano che essa viene applicata solo nelle grandi società anonime del ramo carbosiderurgico. Ma ammettiamo che in uno Stato tutte le aziende fossero assoggettate al regime della cogestione; di più ammettiamo ancora che una successiva radicale statizzazione abolisse l’azionariato, e che di conseguenza il dividendo spartito agli azionisti fosse reinvestito o distribuito ad operai e consumatori sotto forma di ribasso dei prezzi dei prodotti; immaginiamo insomma che venisse ad esistere un capitalismo senza borghesia, cioè l’attuale modo di produzione per aziende e sulla base del salariato e del mercantilismo senza la classe dei proprietari privati. Ebbene, saremmo perciò passati nel modo di produzione socialista? Questo è il punto. E la risposta è decisamente: NO.

Quel che caratterizza il modo di produzione capitalista è, tra l’altro, proprio l’ordinamento aziendale. Esso permane allorché vengono espropriati i proprietari privati e gli azionisti, ma non si abolisce il salariato. Rimane infatti il cerchio invalicabile del bilancio monetario che definisce l’azienda. Chiamare gli operai a cogestire le aziende private o statizzate, o addirittura affidarne la gestione ad un consiglio composto esclusivamente di operai, equivale ad addossare a costoro la responsabilità, che è propria dei capitalisti, di interpretare e soddisfare le esigenze del Capitale che sono: perseguire il massimo profitto, abbassare i costi di produzione, aumentare le vendite dei prodotti, accrescere il potenziale produttivo dell’azienda operando i massimi investimenti possibili. Con o senza capitalisti, con o senza possessori di titoli di proprietà o di valori mobiliari, l’azienda, cioè il complesso sezionale produttivo soggetto alla contabilità in partita doppia, non può perseguire scopi diversi. Cogestendo con Krupp o i suoi successori, gli operai tedeschi assumeranno gli stessi compiti di Krupp. Continuando a fabbricare e vendere merci senza Krupp o i suoi successori, non faranno altro che sostituirsi a Krupp, allo stesso modo che una ragione sociale nuova prende il posto della vecchia. Naturalmente, lo stesso discorso vale per gli operai americani, inglesi, italiani, ecc.

Gli operai dovranno gestire le forze produttive ereditate dal capitalismo, anzi non dovranno ammettere altre classi sociali a partecipare alla gestione, ma non lo faranno lasciando sussistere il salariato e il mercantilismo, e con ciò stesso le aziende, che sono compartimenti stagni in cui si dividono le forze produttive per esclusive ragioni di dominazione sociale, non per motivi tecnici.

Laburisti inglesi e socialdemocratici tedeschi ottengono dai loro rispettivi governi, quando non sono essi stessi a sanzionarle in veste di ministri, quelle riforme di struttura che invano i falsi comunisti di Togliatti chiedono in Italia. Ciò dimostra non che le «riforme di struttura» sono incompatibili con la conservazione del capitalismo, ma soltanto che non «tutti» i governi possono applicarle. Non lo possono quelli che, come in Italia, si trovano ad operare in presenza di una industria congenitamente debole e in condizioni di instabilità sociale. La disperazione di Togliatti e Nenni è che il loro programma pseudo-socialista viene applicato dove gente come loro non conta e proprio da partiti che essi non si stancano di accusare a ragione di servire il capitalismo. Dove essi sono forti, proprio là, le condizioni obiettive del capitalismo ne impediscono l’attuazione. Ma la promessa quotidianamente ripetuta di riuscire ad imporle ai governi basta a mantenere i partitoni e cacciare voti…

Alla gogna: Di pace in… pace

I tre ministri degli Esteri occidentali, melanconicamente riunitisi a constatare come la barca atlantica facesse acqua da tutte le parti, si sono dovuti occupare, fra tanti altri aspetti della deliziosa pace elargita da essi – e dalla Russia in quanto vincitrice con loro della seconda guerra mondiale – al mondo, anche degli incidenti di frontiera fra Israele e Giordania, cioè fra due dei tanti Stati di creazione artificiale che dollari e sterline hanno messo in piedi per concreti interessi di potenza e che si guardano in cagnesco come si conviene a membri della coalizione internazionale della… pace.

Incidenti di frontiera? Se la storia dei sacri confini fa ridere nelle altre parti del mondo, qui il ridicolo raggiunge il grottesco, giacché la sabbia del deserto non ammette frontiere ed entrambe le parti possono affermare a pari diritto di non averle mai superate (o, viceversa, sostenere a pari diritto che l’altra le ha superate). La realtà è, comunque, che la crociata internazionale della democrazia non solo non ha eliminato i contrasti e le cause di contrasto internazionali, ma ha portato all’esacerbazione razzismi, nazionalismi e irredentismi: ha di volta in volta aiutato arabi ed ebrei, scontentandoli entrambi ed eccitandoli l’uno contro l’altro, per poi erigersi ad arbitri di conflitti che il capitalismo non può risolvere senza danneggiare interessi economici internazionali di qua e di là dalle «frontiere» di sabbia.

Finita (?) in Corea, la guerra migra irrequieta per il mondo. La nutre il Capitale.

Il destino delle nazionalizzazioni

Eravamo arrivati, nella documentazione sulla politica nazionalizzatrice del governo boliviano di Paz Estensoro — a edificazione di quanti vedono nelle pratiche nazionalizzatrici il socialismo o quasi, o le salutano come una battaglia perduta dal capitalismo americano, e a conferma della loro piena compatibilità col regime borghese e quindi con l’imperialismo — eravamo arrivati al punto in cui la Bolivia, trovatasi in difficoltà per lo smercio dello stagno nazionalizzato, rivolgeva urgenti appelli a Washington, l’odiata capitale del super-imperialismo, per aiuti finanziari.

Siamo, ora, al terzo atto, sul quale informa Relazioni Internazionali del 10-10-1953. Il 25 settembre è stato concluso fra governo boliviano e la Reconstruction Finance Co. un accordo per l’acquisto da parte U.S.A. di 10 mila tonnellate di stagno prodotto nelle miniere nazionalizzate della Bolivia. Gli Stati Uniti hanno tenuto a dichiarare che l’acquisto (pari ad un terzo della produzione boliviana) non è avvenuto per reali necessità di rifornimento (giacché il programma di costituzione di scorte strategiche negli S.U. è ormai completamente realizzato) bensì unicamente per aiutare il paese sud-americano a superare la grave situazione finanziaria. Dunque, dello stagno gli Stati Uniti potrebbero farne a meno, ma lo comprano per aiutare un regime che, in quanto nazionalizzatore, si vorrebbe antitetico agli interessi americani o, addirittura, rivoluzionario!

D’altronde, anche sul piano economico, l’America non ci perde nulla: ha tirato in lungo le trattative in modo da poter corrispondere per gli acquisti di stagno in Bolivia un prezzo alquanto inferiore, appunto per l’avvenuta realizzazione del piano di scorte, a quello che vigeva al momento della prima richiesta di aiuti da Paz Estensoro. Due piccioni ed una fava: affari e beneficenza. Altro che «nazionalizzazioni, arma anti-imperialista»!

Le vittorie di lor signori

Piombino, ottobre

Quello che i lavoratori piombinesi si attendevano dopo mesi e mesi di lotta accanita e dopo i soliti sbandieramenti sindacali di trionfali vittorie non è avvenuto: l’accordo stipulato per la riapertura della Magona contempla infatti il riassorbimento di soli 800 licenziati sui 2600 dipendenti di prima, la corresponsione di un premio extra contrattuale ai licenziati pensionabili, una certa somma a compenso della produzione effettuata nel periodo dell’occupazione della fabbrica, e l’avvio degli altri lavoratori ai famosi corsi di qualificazione, a lavori pubblici ed altre beffe.

È questa che chiamano vittoria: riassunzioni a singhiozzo e con criteri di discriminazione a favore di ex fascisti, liquidazione a contratto nazionale e non locale, 1800 lavoratori sul lastrico dei… corsi di riqualificazione. Ma la F.I.O.M. si consola: è vero tutto questo, ma “ciò che conta oggi – dice il manifesto alla cittadinanza – è far si che, compatibilmente con le esigenze tecniche [cioè appunto con la tesi padronale…] siano riassorbiti al lavoro i più bisognosi”, e, d’altra parte, continueremo a “combattere [e lo chiamano combattere!] per una nuova economia [!!] come il 7 giugno ha indicato per la salvezza della Magona e della economia nazionale”.

Così, ancora una volta, l’organizzazione sindacale ultrademocratica ha portato un’agitazione imponente di proletari ad arenarsi nelle secche parlamentari e patriottiche. Nulla di nuovo; ma, ogni volta, le mani prudono di più.

Un prodotto del... genio italiano 

In Italia massimo paese produttore di olio d’oliva dopo la Spagna, esiste, come usa dire certa stampa, il problema della adulterazione dell’olio d’oliva. Nell’epoca impostora delle lauree posticce e dei seni finti, c’eravamo illusi che, almeno in Italia, potessimo nutrirci di olio di oliva estratto dalle olive. Ora non più. Audaci innovatori della tecnica, i rivoluzionari che la borghesia preferisce, hanno scoperto un miracoloso procedimento che a costi bassissimi, permette di fabbricare una copia conforme, in quanto a colore, sapore e densità, del vecchio sorpassato olio d’oliva, noto già ai patriarchi del Vecchio Testamento. Quali materie prime siano alla base della nuova industria, ce lo dice un settimanale edito da un’associazione di produttori d’olio napoletani e che si chiama appunto Il commercio partenopeo.

Non abbiamo modo di ottenere il periodico, riproduciamo perciò quanto riportava dell’articolo un quotidiano napoletano, Il Giornale (8-10-53), nella pagina della cronaca:

«Secondo le notizie fornite dal comm. Quarto dell’Olearia meridionale si finirà con l’acquistare per olio d’oliva degli indefinibili intrugli che, soltanto a pensarne la composizione chimica, fanno venire la nausea. Senonché anche all’analisi chimica questi intrugli presentano tutte le caratteristiche dell’olio di oliva…».

«Se in passato, scriveva Il Giornale, le più comuni adulterazioni consistevano nella miscela dell’olio d’oliva col tanto discusso “rettificato B” (od olio di sansa) al più con olio di semi, oggi esse sono ben più marchiane e per giunta dannose. Esistono, infatti, impianti industriali – dicono gli esperti – che consentono la trasformazione degli olii provenienti dalle origini più impensate in olii che facilmente possono confondersi con gli olii d’oliva in quanto assumono pressocché le medesime caratteristiche chimiche. E queste adulterazioni industriali non sono ignorate in Italia dalle autorità competenti (testuale). Ora, i prodotti che, con codesti procedimenti, vengono trasformati in olii “voluti” commestibili, sono i cosiddetti “grassetti animali”, il sego, gli olii di piede di bue, gli avanzi di mattatoio e persino gli avanzi di cucina».

Affermando che le autorità competenti sono al corrente delle schifose manipolazioni, il quotidiano che citiamo non parlava a vanvera. Infatti codeste turpi vuotature di immondezzai vengono fatte transitare alle dogane di ingresso estere, con destinazione apparente la lavorazione dei saponi (!), e corrono il mercato italiano sotto il nome di “olio d’oliva”. Forse oggi ne mangeremo a pranzo e a cena. A chi giova? si domandava Il Giornale e rispondeva: né all’olivicoltura nazionale che viene minacciata di morte dai bassissimi costi dell’infame liquame, né all’Erario, dato che le materie prime della saponeria sono esenti dall’imposta di fabbricazione che è di 6500 lire per quintale, né ovviamente ai consumatori. Ohilà! a chi giova dunque? Mistero dei misteri. O mistero dei ministeri? Associate una banda di filibustieri affaristi ad un ministero, e la Nazione potrà perire benissimo per disfunzioni epatiche.

Non l’abbiamo detto noi

« Ogni tanto – scrive il foglio liberale La Nazione (18-9) a proposito del passaggio di borghesi dall’altro lato della barricata – vale la pena di indicare la decadenza e quindi i possibili motivi della fine violenta d’una società e d’un mondo. Tali motivi bisogna cercarli proprio nelle viscere di quella stessa società e non nella forza e nell’attrazione delle idee ad essa contrarie. Cioè, i motivi dell’attuale decadenza della borghesia devono attribuirsi più che al comunismo alla borghesia stessa ».

Meno male. Se l’avessimo scritto noi – e lo scriviamo da cent’anni e più – l’intellettualità liberale e, in genere, borghese griderebbe allo scandalo.

[RG-9] I fattori di razza e nazione nella teoria marxista (Pt.4)

PARTE TERZA: Il movimento del proletariato moderno e le lotte per la formazione e la libertà delle nazioni

Ostacoli feudali al sorgere delle nazioni moderne

1) L’organizzazione della società e dello Stato feudale si leva come ostacolo alla spinta borghese per la formazione della nazione unitaria moderna pel suo carattere decentrato in senso orizzontale e verticale. Mentre gli «Ordini» riconosciuti hanno ciascuno un proprio diritto e in certo senso non hanno rapporti familiari esterni formando quasi nazioni a se stanti, i distretti feudali a loro volta avendo una economia chiusa anche nel senso della forza umana di lavoro, fanno dei gruppi dei lavoratori servi tante piccole nazioni schiave.

Riassumendo il punto di arrivo della seconda parte di questo rapporto nel tramonto della nazione classica succeduto alla caduta dell’Impero romano, alle invasioni barbariche e al formarsi degli Stati medievali, è bene elencare ancora quali erano gli ingranaggi feudali che impedivano il risorgere storico della nazione. Nazione è dunque un circuito geografico nell’interno del quale il traffico economico è libero, il diritto positivo è comune, e di gran massima vi è una identità di razza e lingua. Nel senso classico la nazione lascia fuori la massa schiava e accomuna in quei rapporti i soli cittadini liberi, nel senso moderno e borghese la nazione comprende tutti quelli che vi sono nati.

Se abbiamo trovato prima della grande tappa storica greco-romana Stati che non erano nazioni, e se ne ritroviamo dopo questa e prima della tappa borghese, non abbiamo mai una nazione senza Stato. Tutta questa trattazione in senso materialista del fenomeno nazionale, si incardina quindi ad ogni passo sulla teoria marxista dello Stato, ed è qui il divario tra i borghesi e noi. La formazione delle nazioni è un fatto storico reale e fisico quanto altri, ma quando è raggiunta la nazione unitaria statalmente, essa è sempre divisa in classi sociali, e lo Stato non è espressione – come per loro – di tutto l’insieme nazionale come aggregato di persone, o sia pure di comuni e distretti, ma è l’espressione e l’organo degli interessi della classe economicamente dominante.

Due tesi sono quindi contemporaneamente vere: l’unità nazionale è una storica necessità e quindi anche una condizione del futuro avvento del comunismo – la raggiunta unità, con il mercato interno unico, la abolizione degli Ordini, il diritto positivo uguale per tutti i sudditi, lo Stato centrale non solo non esclude ma porta alla espressione più potente la lotta della classe operaia contro lo Stato capitalista e la necessità del rivoluzionario abbattimento di esso, e la internazionalità di questa lotta nell’ambito del mondo sociale sviluppato.

L’economia della società feudale è prevalentemente terriera. I componenti l’ordine nobiliare si dividono il possesso di tutta la terra non solo nel senso topografico distrettuale ma soprattutto nel senso della soggezione personale ad essi di gruppi della popolazione contadina. Per i loro privilegi i nobili formano in certo senso una «nazione»: non hanno scambi di sangue con servi o artigiani o

borghesi, hanno un proprio diritto, e giudici dello stesso ordine. Il loro possesso terriero ereditario nella forma pura non è nemmeno alienabile, ma segue un titolo ed investitura che viene dalla superiore gerarchia feudale ed in ultimo con i dati limiti dal re. L’esercizio delle armi è privilegio di tale ordine quanto ai comandi; quando si formeranno truppe di massa, saranno mercenarie e molto spesso di raccolta extranazionale.

La classe dei servi non forma una nazione, non solo in quanto non ha alcuna rappresentanza od espressione centrale, ma in quanto si riproduce in cerchi chiusi e non comunicanti; è giuridicamente dipendente dal signore e con codici variabili da zona a zona o addirittura al suo arbitrio. Il servo non ha per limite fisico la frontiera statale o per limite giurisdizionale il centro statale, ma trova ambi i limiti nel feudo del signore.

Dobbiamo ora dire dell’Ordine ecclesiastico, che nelle varie fasi è vicino al potere poco diversamente dall’ordine nobile. Ma esso non è una nazione e non definisce una nazione, sia perché non può avere continuità genealogica vigendo il celibato dei preti, sia perché il suo limite è extranazionale. La Chiesa cattolica, nel suo stesso nome, è internazionale, per meglio dire è nella dottrina e nella organizzazione interstatale come interrazziale.

Questa particolare sovrastruttura è il prodotto di una economia a isole chiuse. Il servo è il solo che fornisce forza lavoro, e ne consuma una parte sotto forma di una frazione dei prodotti della terra: i suoi bisogni sono talmente limitati che ai prodotti manufatti provvede da sé, essendo del tutto embrionale la divisione del lavoro, ed essendo appena tollerati i primi artigiani (quelli famosi che, mentre i contadini abitano sparsi sulla terra, si accolgono nel borgo ai piedi del castello baronale e diverranno i tremendi, rompiscatole, rivoluzionari borghesi). Il barone e i suoi pochi cagnotti consumano quanto i contadini recano di quota al castello, o producono nei campi signorili con turni di giornate. È chiaro che questa disposizione di larghi prodotti da parte di una piccola privilegiatissima minoranza mano a mano esalta i bisogni e moltiplica la richiesta di articoli manufatti, sebbene le principesse mangino ancora con le mani e cambino la camicia solo nelle grandi occasioni.

Di qui il materiale contrasto, punto di partenza di tutta l’immensa lotta che invocherà paroloni sonanti come Patria, Libertà, Ragione, Critica, Idealità, tra la barriera distrettuale al movimento di persone e cose, e la esigenza del libero commercio interno in tutto lo Stato, e poi universale, che permette al signore di godere della sua ricchezza, ma accelera la corsa verso l’audacia dei mercanti che un giorno baratteranno in denaro la sacra avita terra feudale … Perché si dirà agli illusi di avere ottenuta una Patria allorché nei confini dello Stato vi sarà una Moneta, una Borsa, un Fisco unitario, condizioni per l’erompere delle forze produttive capitaliste.

Localismo feudale e chiesa universale

2) Nella società medioevale la base produttiva ed economica non è nazionale poiché è subnazionale, quanto ad aziende di lavoro e a mercato. La sovrastruttura linguistica, culturale, scolastica, ideologica, non è nazionale in quanto si concentra intorno alla chiesa cristiana di Roma, con dogma, rito e organizzazione universale. Ma non solo nella forza della Chiesa non risiede un mezzo per vincere il particolarismo feudale, in quanto essa appoggia strettamente gli interessi e gli ordinamenti della nobiltà terriera.

Le nazioni classiche avevano già raggiunta la unità del diritto personale e commerciale entro le frontiere politiche perché alla produzione terriera, anche allora fondamentale, si sovrapponeva la possibilità di formazione di ammassi di merci e di moneta grazie alla disposizione del lavoro degli schiavi, e alla clamorosa ineguaglianza, non solo permessa ma tollerata dal diritto romano, del numero di questi posseduto dai vari cittadini liberi, come anche del possesso allodiale della terra.

Dopo la soppressione, che abbiamo già chiarita al lume del determinismo, di questo tipo schiavista di produzione, sarà aperta per altra via – quella borghese – la via al flusso generale delle merci manufatte, e la produzione di esse si leverà di fronte all’agricoltura ancora da pari a pari, per poi sopravanzarla enormemente – ed insensatamente – nel tempo capitalista.

Ma la nazione classica con Roma era divenuta, più che una nazione, una universalità politica territoriale di potere organizzato, su tutto il mondo non barbaro.

La crisi ineluttabile di questo modo di produzione, cui aveva condotto la accumulazione fantastica favorita dal centralismo statale e dalla dittatura di esso sulle province, del possesso terriero e schiavista nelle mani di pochi ricchi strapotenti, aveva facilitato ai barbari avanzanti la riduzione in frantumi di quella organizzazione immensa ed unitaria.

Nel tempo del medioevo tuttavia questa universalità era rimasta sotto una ben diversa forma, nella organizzazione possente della chiesa cristiana di Roma. Non ci occuperemo qui del grande processo storico, decifrabile con le stesse direttive sociali, relativo all’impero di Oriente che resistette per secoli e secoli più dell’occidentale, ma se aveva potuto arginare l’ondata tedesca da nord-est non poté poi resistere a quella mongola da sud-ovest, e cedette per vie essenzialmente analoghe, colla frammentazione di una unità divenuta sempre più simbolica.

Nell’Europa di occidente il premere della esigenza di sviluppo dello scambio mercantile generale contro lo spezzettamento terriero feudale prende le forme di una esigenza per ricostruire il centralismo, che aveva dato al mondo romano classico potenza, ricchezza e sapienza che sembrano tramontate.

Ma la risposta a tale esigenza non poteva essere quella «guelfa», che ponesse contro gli imperi tedeschi del tempo di mezzo, e la loro bellicosa classe dirigente, l’influenza internazionale della chiesa, anche se ciò apparve nel reale rapporto di urto delle forze di classe per le prime cittadelle della nuova classe borghese: i comuni italiani, retti da maestri, artigiani, banchieri, mercanti, che avevano addentellati in tutta Europa.

La chiesa infatti costituisce per tutti gli Stati sorti dallo smembramento dell’impero – dopo i primi secoli di resistenza – una sovrastruttura comune aderente al potere dei baroni feudali e dei loro monarchi. Appunto perché non si tratta di società nazionali, le funzioni di cui parliamo trascendono i limiti delle frontiere politiche. Non vi sono ancora lingue nazionali parlate dal «popolo», ossia «volgari». La lingua dei sacerdoti è ovunque il latino, mentre la massa serva parla dialetti che non si comprendono a poche diecine di chilometri di distanza, fin quando non è lecito viaggiare per trovar lavoro o denaro, ma solo per combattere, al che poco occorre il discorso. Ma il latino non è solo la lingua unica del rito, che sarebbe poco, bensì il solo veicolo della cultura, praticamente la sola lingua che tutti e ovunque possono leggere e scrivere.

Il latino, ed esso solo, viene insegnato ai membri dell’ordine nobile, e ciò vuol dire che la scuola resta, affidata alla chiesa, una struttura interstatale, anche quando cominciano ad esservi ammessi elementi di altre classi, che oltre ai «giovani signori» e ai preti e frati di domani, comprendono pochi figli di borghesi delle città, con esclusione assoluta (non è superata del tutto nemmeno oggi, in province disgraziate di nazioni tanto nobili quanto … Italia e Jugoslavia!) dei contadini sparsi.

Non solo quindi passa per questo setaccio unitario tutta l’alta cultura, si discutono infatti gli stessi temi e testi a Bologna, Salamanca, Parigi o Londra, ma la stessa cultura pratica, e alla fine ne esce tutto l’elemento burocratico, civile, giudiziario, militare che sia: tutta la classe che ha una cultura, non ha ancora se non molto vagamente una «cultura nazionale», e sorgono solo dopo il mille le «letterature nazionali».

Gli stessi borghesi che si fanno le ossa pagano il loro tributo a un tale connettivo sociale, che è una sovrastruttura del tipo produttivo dominante, ma allo stesso tempo è un inevitabile mezzo di lavoro, e se da Firenze il banchiere tratta rapporti fitti di affari con Anversa o Rotterdam, lo fa con una corrispondenza commerciale in lingua latina, anche se avrebbe fatto morire di colpo, un tale latino, Cesare e Cicerone redivivi; non meno che quello della messa.

Tuttavia l’impalcatura ideologica cattolica, malgrado la grandezza di una tale costruzione che va recisamente e senza mezzi termini al di là ed oltre le differenze di sangue, di razza, di lingua tra uomo e uomo, si lega storicamente alla difesa e alla conservazione del tipo feudale di servaggio. La collaborazione comincia alla base tra il curato ed il baronetto, che si spartiscono decime e tributi del contadino sfruttato, la cui soggezione è strettamente connessa al suo legame alla terra e al feudo di nascita. D’altra parte le comunità conventuali e i vasti ordini religiosi, non senza lotta col baronato,

detengono vasti possessi col rapporto produttivo del tutto identico a quello feudale, ed hanno in comune la rivendicazione che tale possesso di suoli, corpi ed anime sia inalienabilmente legato al titolo, aristocratico da un lato, ecclesiastico-gerarchico dall’altro.

Universalismo e centralismo politico

3) Benché in Italia le prime lotte dei borghesi, organizzati in piccole repubbliche comunali ma ancora incapaci di assurgere alla visione di una economia ad organamento interregionale, abbiano trovato con la parte guelfa appoggio nel papato, Dante precorre le forme moderne borghesi invocando nella monarchia la prima forma storicamente possibile di Stato centralizzato, pur non anticipando espressamente la richiesta nazionale, nel suo ghibellino universalismo che teorizzava un potere unico europeo.

Quando Dante scrive il suo trattato De Monarchia egli, di famiglia guelfa, sposa la tesi ghibellina. Nella teoria storica che Dante esprime è fondamentale l’esigenza unitaria di un potere centralista, e l’avversione alle sterili contese tra famiglie dei comuni e piccole signorie. La nuova esigenza universale si appoggia sulla tradizione formidabile dell’impero di Roma, e tralascia e combatte l’universalità della Roma cattolica; ed è per questo che Dante depreca il potere e la direzione politica del papato ed invoca nell’imperatore tedesco un grande monarca che unifichi in uno Stato centrale l’intera Europa: Germania ed Italia, e poi Francia e il resto.

Daremo la dottrina politica di Dante al medioevo, perché non contiene l’esigenza borghese essenziale delle nazionalità separate, o vedremo in essa un anticipo del moderno tempo borghese? Bisogna evidentemente scegliere la seconda tesi. L’istituto della monarchia assoluta sorge, nel seno del medioevo, come la sola forma allora compatibile dello Stato centrale in conflitto col federalismo del baronato e con le sue pretese di autogoverno periferico. Dalla parte di questo sta l’oscurantismo del clero e di Roma; dalla parte delle prime corti, di cui un brillante esempio caro all’Alighieri è quello di Federico di Svevia a Palermo, la via si apre alle nuove forze produttive, al commercio, e quindi all’incoraggiamento alle arti e allo scambio delle idee fuori della dittatura scolastica. Non è certo nazionale il re svevo, ma non è tutta leggenda quella che lo descrive ateo, scienziato, artista, ed è certo che fu fondatore delle prime industrie e manifatture, precursore di forme sociali non contenibili nell’ignoranza retrograda delle aristocrazie, esperte solo nelle armi. La prima forma in cui il capitalismo si contrappone al regime antico terriero è la monarchia centrale in una grande capitale, ove artefici e artisti e scienziati aprono alla vita materiale nuovi orizzonti.

Il trattato latino De Monarchia è una prima manifestazione ideologica di questa moderna esigenza ed in questo senso è rivoluzionario, antifeudale e antiguelfo: il futuro anticlericalismo attingerà ampiamente del resto alle invettive del gran poema contro il Papato. E se l’esigenza chiaramente nazionale non è in Dante esplicita, ed egli vede un’Italia politica unita a spregio dei signorotti locali, ma provincia dell’Impero oltremontano, ciò si deve al fatto che in Italia la borghesia moderna nacque prima, ma con carattere comunale e locale, il che non toglie importanza a questo primo erompere di forze vive dell’avvenire, ma la fece socialmente soccombere, per ragioni inerenti al mutarsi degli itinerari geografici dei nascenti scambi commerciali, prima di assurgere alla visione del potente Stato capitalista unitario a limite nazionale. Ciò non toglie però che nel paese, che doveva essere tra gli ultimi a raggiungere il postulato della nazionalità nella storia moderna, fu Dante stesso ad affermare nella letteratura la lingua volgare italiana, a porre la pietra angolare della diffusione decisiva della parlata toscana contro i cento dialetti che risentivano delle più lontane origini, dalla longobarda alla saracena.

Rivendicazioni rivoluzionarie delle borghesie nazionali

4) Nella spiegazione marxista della storia ogni periodo di passaggio da uno all’altro dei modi di

produzione vede da un lato la classe dominante chiusa a difesa del suo privilegio economico con l’impiego degli apparati di potere e della influenza delle sue ideologie tradizionali, dall’altro la classe rivoluzionaria che lotta contro tali interessi, istituti ed ideologie e in modo più o meno deciso e completo agita nel seno della vecchia società nuove ideologie, in cui si racchiude la sua coscienza delle proprie conquiste e del futuro modo sociale di produzione. Le moderne borghesie sviluppano nelle varie nazioni europee sistemi particolarmente interessanti e suggestivi che sono vere armi di lotta, e tutti girano intorno alla grande rivendicazione di unità e di indipendenza nazionale.

L’inizio dell’età moderna e la fine del medioevo nei manuali di storia si pongono a volte al 1492, a volte al 1305. La prima data è quella della scoperta dell’America, ed è significativa nella storia della borghesia – vera epopea nel tracciato che ne ha dato il marxismo, dalla sintesi impareggiabile del Manifesto a tutte le altre classiche descrizioni – in quanto segnò l’apertura delle vie ultraoceaniche, la formazione della trama del mercato mondiale, il destarsi delle potentissime forze di attrazione che, sotto forma di richiesta di merci manufatte, sollecitò l’avanzata razza bianca alla guerra della superproduzione. Parallelamente a questo svolto poderoso, si spostò il centro del rigoglioso sorgere dell’industrialismo, e precisamente si spostò dall’Italia del centro nord al cuore dell’Europa atlantica, extra mediterranea. Ma il 1305 è la data in cui Dante scrive la Commedia, ed in Italia le rivendicazioni della rivoluzione antifeudale e antichiesastica erano già poste, se pure in funzione di un’area geografica più limitata. Compressa la tradizione di Roma entro i limiti della penisola, e per notevoli che fossero gli apporti di nuovo sangue barbaro, le forme organizzative dei popoli tedeschi trovarono maggiore resistenza ed il regime feudale non ebbe mai vita piena. Restando gli stessi i vantaggi della ubicazione nel bel mezzo dei mari navigabili, ripresero rapidamente i commerci e gli scambi e si sviluppò su nuove basi la divisione del lavoro. Se il sistema dei comuni cadde e sorsero piccole signorie e monarchie autocratiche ereditarie, non per questo prevalse il servaggio terriero, e parte notevole della popolazione restò formata da contadini ed artigiani autonomi, da piccoli e medi commercianti. La borghesia non assurse per tali particolari motivi a classe nazionale, come poté fare solo alcuni secoli più tardi ma in un campo assai più vasto. Mandata indietro dall’Italia, la rivoluzione capitalistica subì un lungo rinvio, ma al XVI, XVII, XVIII secolo poteva guadagnare Inghilterra, Francia e poi Europa centrale.

Così l’avvento di un modo di produzione nuovo tentato in una stretta cerchia può fallire ed essere costretto dalla sconfitta ad attendere intere generazioni. Ma alla sua ripresa storica esso si affermerà in un circuito molto più vasto. E così può ammettersi che la rivoluzione comunista, schiacciata in Francia nel 1871, abbia dovuto attendere il 1917 per tentare la conquista non della sola Francia ma di tutta l’Europa; e che essendo oggi stata sconfitta e svuotata come era stata la ristretta rivoluzione borghese dei Comuni, possa finalmente dopo un periodo di altre generazioni riproporsi come estesa a tutto il mondo e non solo a quello occupato e controllato dalla razza bianca.

Come nel periodo tra il XII e il XV secolo poterono sembrare illusioni disperse dalla storia le rivendicazioni di uguaglianza giuridica dei cittadini, libertà politica, democrazia parlamentare, repubblica, mentre la loro forza non faceva che aumentare per una affermazione storica imponente a scala europea che oggi ci appare cosa ovvia; così nel periodo attuale solo in apparenza possono sembrare sopite e dimenticate le rivendicazioni del proletariato moderno per l’abbattimento violento dello Stato democratico capitalista, la dittatura della classe lavoratrice, la distruzione dell’economia salariale e monetaria.

In tutto quel periodo le classi e i gruppi borghesi, resi più influenti dai mutamenti nelle forze e nella tecnica produttiva e dal fervore degli scambi mercantili, non cessano in ogni occasione di porre le nuove rivendicazioni e di lottare per esse, fin quando perverranno a quella totalitaria di infrangere l’ordinamento feudale e insediarsi al potere.

L’artigiano e il mercante rifiutano di considerarsi come il contadino servo sudditi di un locale nobiluccio: essi si spostano sebbene ciò all’inizio sia anche rischioso, da un distretto all’altro e percorrono tutto il territorio statale chiamati dal loro lavoro e dai loro affari, per facile che sia ai nobili vessarli, e spogliarli di quanto avranno accumulato man mano che masse notevoli di ricchezza si formano nelle mani di individui che sono fuori degli ordini e gerarchie tradizionali. Questi pionieri di un nuovo modo di vivere rivendicano il dirit

nella prima forma essi si dichiarano sudditi del re, per quanto assoluto. Il monarca e la dinastia sono la prima espressione di un potere centrale riferito all’intero popolo e a tutta la nazione. Il legame, cardine del diritto borghese, tra Stato e suddito, tende a stabilirsi direttamente senza essere trasmesso per le frammentarie gerarchie feudali.

Se vogliamo vedere questo trapasso nel campo della base economica, ricorderemo il romanzo dedicato all’episodio «Il Re d’Inghilterra non paga». La grande banca borghese fiorentina dei Bardi anticipò al re in fiorini d’oro una somma colossale per un fondo di guerra: ma il re perduta la guerra non pagò gli interessi né restituì il capitale: la banca fallì e l’economia fiorentina ebbe un colpo enorme. Il vecchio banchiere morì di crepacuore non avendo trovata alcuna giurisdizione davanti alla quale tradurre il debitore sfrontatamente moroso. Nel sistema borghese avrebbe potuto citarlo avanti lo stesso magistrato inglese, e farsi pagare.

In una commedia di Lope de Vega, se vogliamo far cenno alla rivendicazione giuridica, il re fa la figura migliore, ma la rivendicazione è sempre borghese. In un paese di provincia un don Rodrigo del posto rapisce una giovane. Il padre, cui si ride sul viso, va a Madrid e si rivolge al re; questi in incognito lo segue al paese, con scarso seguito e senza armi; si siede come giudice, condanna severamente il comparso signore e libera la giovane con i dovuti indennizzi: il concetto che ogni cittadino trova giudice nel re contro il sopruso del potere distrettuale, traduce la rivendicazione centralista borghese.

Famoso è poi il mugnaio di Sans Souci che a Federico di Prussia, che gli voleva espropriare il mulino per ingrandire il parco del suo castello di delizie, oppose rifiuto, e uscì dall’udienza dicendo: Vi sono dei giudici a Berlino! Il giudice può condannare il re nel nome del re, e questo pare un capolavoro di stile nella concezione borghese del diritto: ma ben presto la stessa borghesia per esigenze rivoluzionarie sarà più risoluta e condannerà i re al taglio della testa.

Mano mano che nell’ambito degli antichi Stati retti dalla nobiltà terriera come nei casi classici di Francia e Inghilterra, cresce rispetto all’economia agricola l’importanza dei commerci e delle manifatture, mano mano che sorgono le grandi banche, i debiti di Stato, il sistema protezionista, il sistema fiscale centrale ed unico, le borghesie invocano maggiori privilegi al potere regale ossia all’amministrazione centrale. Nella sovrastruttura ideologica, e nella agitazione culturale e politica per questi postulati nuovi, tutti questi sistemi unitari sono descritti e magnificati come espressione, non di una dinastia per diritto divino riconosciuta ed investita dai poteri religiosi, ma del popolo tutto, dell’insieme dei cittadini, della nazione, in una parola. Il patriottismo, questo ideale che si era eclissato dopo l’esaltazione nella antichità classica, ridiventa il tema delle civili esaltazioni e ben presto infiamma (partito come è dalle esigenze di trafficanti e fabbricanti) gli intellettuali, gli scrittori ed i filosofi, che alle nuove prementi forze produttive sovrappongono una meravigliosa architettura di principii supremi e di decorazioni letterarie.

Iridescenti sovrastrutture della rivoluzione capitalista

5) Come le condizioni per la lotta rivoluzionaria del moderno proletariato si pongono nel pieno espandersi del modo capitalista di produzione, così la dottrina e il programma della rivoluzione comunista internazionale si costruiscono avendo appieno svolta la critica delle ideologie borghesi, che presero diversi caratteri nazionali in quanto appunto ogni rivoluzione borghese è nazionale, e ha suoi peculiari caratteri nella particolare maniera di costruire quella che Marx definisce «la coscienza che ogni epoca ha di se stessa».

In Italia, come abbiamo indicato, il contenuto economico della forma borghese si presenta precoce, ma insufficiente ad assumere il controllo della società: il contenuto politico, storicamente di prima importanza, si limita al controllo di piccole libere repubbliche cittadine, artigiane, commercianti o marinare. Queste forme non riusciranno storicamente a passare alla costituzione di un potere nazionale. Ma mentre questa prima società borghese sarà riassorbita da quella feudale europea malgrado le sue vittorie militari contro l’imperatore germanico, i suoi effetti nella «sovrastruttura»

ideologica e sovrattutto artistica si faranno sentire nei secoli immediatamente successivi. Il richiamo alle forme politiche della romanità e agli istituti classici di libertà fatto dai cittadini delle prime repubbliche, si riflette, più che nell’organizzazione degli Stati e delle nazioni, nella fioritura della nuova tecnologia e nel grande splendore dell’arte del Rinascimento, che ritrova e ravviva i modelli classici. Parallelamente prendono lo stesso slancio, col ritrovamento e il rinnovato studio dei testi classici, che fornisce materiale ravvivato e reso attuale per le esigenze sociali del tempo, la letteratura e la scienza che si contrappongono al dominio conformista della cultura cattolica e scolastica. Questo moto immenso è dunque il prodotto di un particolare sviluppo dello scontro e del trapasso tra due modi di produzione, la luce dell’esplosione di una nuova società nel seno dell’antica che tuttavia non ha potuto rompere gli ultimi involucri e li ha solo scossi in un terremoto storico; è tutto questo, o quello che meglio si potrebbe sviluppare ed esporre, piuttosto che il risultato di uno strano congresso nelle alcove di spermatozoi avventurati che avrebbero dato contemporanea nascita ad architetti, pittori, scultori, poeti, musici, pensatori, scienziati, filosofi, e così via, tutti di primissima grandezza.

E artisti, poeti e ideologi con opere memorabili e capolavori famosi non mancarono di esaltare, pure in una situazione di politica e sociale servitù, il concetto di patria e di nazionalità italiana, cui lontani imitatori, in verità spesso di calibro assai misero, fecero incessante e anche stucchevole ricorso.

In Germania, ove deve parlarsi, e tante volte si parla nelle invettive di Marx e di Engels di una serie di aborti nel parto della Nazione, si ebbe altro grandioso fenomeno: la Riforma che del resto si diffuse variamente a tutta l’Europa. La lotta sociale di nuovi ceti contro l’antica dominazione dei principi feudali sostenuti dalla chiesa non riuscì a concretarsi in risultati politici, ma nemmeno si limitò in quel primo tempo alla critica di scuole artistiche o filosofiche, bensì si esplicò nello stesso organismo della chiesa e si trasportò sul terreno dei dogmi religiosi. Vediamo qui una fase del frammentarsi della unica chiesa in diverse chiese nazionali che si sottraggono alla normativa di Roma, non solo variando più o meno gli articoli della dottrina mistica, ma soprattutto spezzando i legami con la gerarchia del clero e sostituendo le nuove gerarchie nazionali. Se uno degli aspetti con cui lo Stato nazionale borghese appare nella storia è la lingua nazionale, altro non meno importante è la religione. La manifestazione tedesca fu più imponente nell’aspetto di religione e di Chiesa nazionale. La sostanza era il fremere delle nuove classi: borghesi e maestri artigiani delle città tedesche, come contadini servi delle campagne tedesche, guardavano a Lutero come a quello che li avrebbe guidati alla lotta contro i principi, baluardo dell’ingranaggio feudale e terriero, ma Lutero non solo sconfessò Müntzer che capitanava la vinta gloriosa insurrezione dei contadini contro i piccoli principi, ma non seppe nemmeno condurre questi a vincere i grandi principi.

Se i limiti e i vincoli della società del medioevo furono rotti in Italia solo nella letteratura e in Germania solo nella religione, espressioni di rivoluzioni o immature o schiacciate, nel primo storico caso puro, che è quello dell’Inghilterra, fu investita in pieno nelle sue profonde strutture l’economia sociale. Ivi mentre la produzione agricola per motivi climatici e geografici non avrebbe mai potuto condurre ad alimentare una popolazione intensa, prese uno sviluppo dominante la produzione manifatturiera e industriale, ignota fino allora a qualunque paese. Gli stessi affittaiuoli delle tenute fondiarie accumularono forti capitali pecuniari mentre sempre più numerosi contadini venivano privati della terra e proletarizzati: si formarono assai più intensamente che altrove tutte le condizioni della produzione capitalistica e la borghesia manifatturiera prese grandissima importanza. Nobiltà e dinastia furono battute e, malgrado la breve vita della repubblica rivoluzionaria e l’uccisione di Cromwell, ben presto con una nuova rivoluzione la borghesia prese il potere, nella forma che oggi ancora dura della monarchia parlamentare.

Indiscutibilmente le condizioni geografiche non meno di quelle produttive contribuivano a dare al Regno Unito il carattere di nazione bene opposta a tutte le altre, il confine essendo ovunque il mare. Ma bene Engels notava, nella critica al programma di Erfurt (in cui proponeva per la Germania ancora divisa in staterelli federati la rivendicazione della «Repubblica una e indivisibile») che nelle due isole si trattava di almeno tre nazionalità, con suddivisioni sia di lingua che di razza e anche di religione. Col tempo infatti si staccheranno sostanzialmente gli irlandesi, celti di razza, cattolici, di lingua gaelica, che era quasi scomparsa; e gli scozzesi si sentono ancora molto diversi dagli inglesi, a parte altre infiltrazioni e tradizioni razziali, come nel Galles, e tutti gli effetti del sovrapporsi di invasioni e migrazioni da romani, normanni ed infine sassoni. Un misto dunque di razze, di tradizioni, di dialetti

e di lingue anche letterarie, di religioni e chiese, ma la prima formazione di quel fatto storico che è lo Stato nazionale unitario, e corrisponde all’avvento pieno del modo sociale capitalistico.

In Francia infine l’ossatura dello Stato nazionale si va costruendo nella lotta civile delle classi fra loro. I limiti geografici sono definiti con precisione, salvo la storica oscillazione della frontiera verso il Reno, da mari e da catene di montagne. Un rapido processo ha condotto alla formazione di una lingua unica e di una letteratura che vi aderisce strettamente assorbendo le prime del medioevo e cancellandone le differenze: del resto lo sono state man mano anche le non lievi diversità etnologiche. Non va dimenticato che questa nazione per antonomasia prende lo stesso nome dai Franchi, popolo tedesco che venne dall’est e scacciò o sottomise gli autoctoni galli, o celti. Due popoli dunque di origine non latina, il che non impedì che la lingua uscisse dal ceppo latino. La richiesta dell’unità nazionale non era dunque territoriale ma sociale, e la borghesia ottenne presto di divenire il terzo ordine riconosciuto e di avere rappresentanze negli Stati generali che affiancavano consultivamente il regio potere. Quando questo non bastò, la lotta fu direttamente politica. Non vi era un industrialismo comparabile a quello britannico, e di ciò sono anche espressione le scuole economiche: gli inglesi ci dettero subito la teoria e l’apologia del capitalismo di produzione, la Francia uscì dall’agraria scuola fisiocratica, e passò a quella mercantile che vedeva il valore non nel lavoro produttivo ma nel commercio dei prodotti. Politicamente non vi furono esitazioni: la borghesia francese aspirando direttamente al potere costruì la sua dottrina dello Stato: sovranità non derivante da eredità e da diritto divino ma da consultazione dell’opinione dei cittadini; caduta del dogma e trionfo della ragione, distruzione degli Ordini e delle corporazioni, democrazia elettiva, parlamento e repubblica. L’altra forma nazionale squisita del potere della borghesia era stata gettata d’un blocco dalla fucina della storia.

Nel trapasso dal modo di produzione feudale a quello moderno, dunque, fondamentale base economica è il contrasto delle forze produttive coi vecchi rapporti, e le sovrastrutture politiche giuridiche e ideologiche erompono da questa palingenesi della base economica.

Ma ciò non si riduce ad una formuletta da farmacisti. La borghesia non ha fatto una rivoluzione mondiale ma una gamma, una rosa di rivoluzioni nazionali, e non è detto che le abbiamo già tutte viste.

Dal sommario e scarno scorcio che abbiamo dato potremmo porre in rilievo, ai fini del fondamentale studio delle «aree» geografiche e dei «periodi storici» che facciamo per la rivoluzione borghese, al fine di procedere bene allo studio di quella – non più a colorazioni nazionali, ma ugualmente inserita in limiti di tempo e spazio nella ricchezza della sua dinamica – del proletariato, questa serie di avvicendamento. Italia: arte – Germania: religione – Inghilterra: scienza economica – Francia: politica. L’integrale sovrastruttura della base produttiva capitalista.

Le gesta della borghesia nella storia sono, com’è chiaro, al tempo stesso economiche, politiche, artistiche e religiose. Ma la ricchezza del suo cammino non si può meglio riassumere se non con le parole stesse del Manifesto.

«Ognuno degli stadi della borghesia si accompagnò ad un progresso politico. Casta oppressa sotto il dominio dei baroni, associazione armata ed autonoma nei Comuni, qui repubblica civica indipendente, là terzo Stato tributario della monarchia; poi, al tempo della manifattura, antagonista della nobiltà nelle monarchie assolute o in quelle che governavano con Diete, sempre fondamento cardinale delle grandi monarchie, finisce col conquistare, con lo stabilirsi della grande industria e del mercato mondiale, l’esclusivo dominio politico nei moderni Stati rappresentativi. In questi il potere dello Stato non è che un comitato che amministra gli affari della classe dominante».

«La borghesia lotta senza posa: dapprima contro l’aristocrazia, poi contro quelle parti di essa stessa i cui interessi contrastano coi progressi della produzione industriale, sempre poi con le borghesie straniere». «Essa ebbe sempre nella storia un ufficio sommamente rivoluzionario».

Entrata del proletariato sulla scena storica

6) Con la manifattura e l’industria capitalista si forma la nuova classe sociale dei lavoratori salariati. Vi è una coincidenza storica tra il formarsi di tale classe in masse notevoli e il grande sforzo della borghesia per assumere il potere politico e costituirsi in nazioni. Le masse proletarie, dopo una prima caotica fase di reazione al macchinismo in senso feudale-medievale, trovano la loro via al seguito della borghesia rivoluzionaria, ed è alla scala nazionale che il proletariato trova una unione di classe, non ancora una autonomia di classe.

La storia del tempo moderno è piena di questa lotta contro la nobiltà troppo decentrata e la chiesa troppo universale, per fondare colla vittoria e il potere integrale della borghesia le nazioni moderne. Se il contenuto di classe, e di sovvertimento del vecchio modo produttivo, è – nella spiegazione apportata dal marxismo – uniforme per tutte le borghesie nazionali, non meno chiaro resta nella nostra dottrina che le rivoluzioni borghesi, in quanto nazionali, hanno ognuna una propria originalità e una propria sagoma, con portata maggiore di quella che deriva solo dai successivi tempi storici e dalle diverse località geografiche. E ciò concorre, in pieno accordo col procedere necessario dello sviluppo capitalista, a spiegare come le nazioni così fondate sono solidali tra loro nella lotta contro l’antico regime per ragioni di classe, ma si combattono senza posa come nazioni e Stati.

Con la nuova classe dominante, il terzo Stato borghese, appare intanto, nei primi decenni del secolo decimottavo e anche prima, il nuovo fondamentale elemento sociale: la classe operaia. Le lotte per la conquista del potere contro il feudalesimo e l’alleato clero, e quella per la costituzione delle unità nazionali, sono in pieno sviluppo: gli operai delle città e delle campagne vi partecipano in pieno, anche quando cominciano ad avere organizzazioni di classe e veri e propri partiti politici che vanno anticipando il programma di abbattere il dominio della borghesia.

Al suo apparire il movimento socialista e comunista vero e proprio non solo non ignora la enorme complessità di questo processo e ne costruisce la critica teorica, ma stabilisce le condizioni, i tempi e i luoghi nei quali i proletari daranno ai moti rivoluzionari borghesi e alle insurrezioni e guerre di nazionalità un totale appoggio.

È bene anche qui per la chiarezza, e per soffocare subito i moti di sorpresa di taluni che mostrano sentire queste cose per la prima volta, rifarsi al Manifesto.

«Il proletariato traversa diversi gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia dal suo nascere». E qui Marx ricorda la prima «reazionaria» forma di lotta: incendio di fabbriche, distruzione di macchine, di prodotti esteri, richiesta di ritornare alla condizione medievale di artigiani, già tramontata.

Questo primo trapasso da solo basterebbe a porre giù la ricetta antistorica dei semplicisti: due classi sono date, borghesia e proletariato; che questo lotti contro quella e tutto è fatto. Ma seguitiamo.

«In tale stadio gli operai formano una massa dispersa per tutto il paese e disgregata dalla concorrenza. I loro aggruppamenti in masse non sono ancora la conseguenza di una coesione loro propria, ma dell’unione della borghesia che, pei suoi scopi politici, deve mettere in moto il proletariato, e lo può ancora. In tale stadio i proletari non combattono già i loro nemici (leggi: i borghesi) ma i nemici dei loro nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, la piccola borghesia».

«Tutto il movimento storico è così concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria così ottenuta è una vittoria della borghesia».

Riportiamoci al passo sulle incessanti lotte della borghesia e tra le borghesie nazionali. Esso seguita così: «La borghesia in tutte queste lotte è costretta a fare appello al proletariato, a chiederne l’aiuto, a trascinarlo nel moto politico, dandogli quei mezzi di educazione (tradurremmo: allenamento), che si convertono in armi contro di essa».

Le condizioni di vita del proletariato moderno, «il moderno giogo del capitale, ha cancellato dal proletariato ogni carattere nazionale».

Questo passo che precede il famoso del II capitolo, che ha sempre fatto comodo, citato a freddo, agli opportunisti di tutti i tempi (e perfino ora al più fesso di tutti, quello che prende a modello il governo

di Tito) corrisponde alla esatta tesi storica che abbiamo seguita nella attuale elaborazione riespositiva della questione nazionale. La borghesia ha ovunque carattere nazionale e il suo programma è di dare alla società carattere nazionale. La sua lotta è nazionale e per condurla essa forma la sua unione, che trasmette allo stesso proletariato fin che lo adopera come alleato: la borghesia inizia la sua lotta politica costituendosi entro ogni Stato moderno in classe nazionale rivoluzionaria. Il proletariato non ha carattere nazionale ma internazionale.

Questo non si traduce nel teorema: il proletariato non partecipa a lotte nazionali, ma nell’altro: la borghesia ha il postulato nazionale nel suo programma rivoluzionario, la sua vittoria distrugge il carattere anazionale della società medioevale. Il proletariato non ha nel programma, che attuerà con la sua rivoluzione e con la conquista del potere politico, il postulato nazionale, cui oppone il postulato dell’internazionalismo. L’espressione nazionale borghese ha senso marxista ed è in data tappa storica richiesta rivoluzionaria. La espressione nazione in generale ha senso idealista e antimarxista. L’espressione nazione proletaria non ha nessun senso, né idealista né marxista.

Questo mette a posto quanto riguarda sia la teoria della storia che il contenuto del programma di ciascuna classe rivoluzionaria che in essa combatte.

Lotta proletaria ed ambito nazionale

7) Antiche e nuove deformazioni polemiche hanno confuso la posizione programmatica internazionalista del proletariato comunista con la natura formalmente nazionale di alcune prime tappe della sua lotta. Storicamente il proletariato non diviene una classe e non perviene ad avere un partito politico di classe se non negli ambiti nazionali, ed anche la lotta per il potere la ingaggia in una forma nazionale in quanto tende ad abbattere lo Stato della propria borghesia. Anche un certo tempo dopo la conquista del potere proletario questo può restare limitato ad ambito nazionale. Ma ciò non toglie la contrapposizione storica essenziale tra la borghesia che mira a costituire nazioni borghesi, presentandole come nazioni «in generale», e il proletariato che nega la nazione «in generale» e la solidarietà patriottica, dovendo costruire una società internazionale, per quanto comprenda che fino ad un certo stadio è rivendicazione utile, ma sempre in quanto borghese, quella della unità nazionale.

Quanto alle fasi del passaggio tra la lotta della borghesia per il potere e quella del proletariato, vale il secondo passo cui facevamo cenno.

Il vecchio genosse lo traduce così: «Poiché il proletariato dovrà, in un primo tempo, lottare per conquistarsi il dominio politico, elevarsi a classe nazionale e costituirsi in nazione, così agirà anche esso in senso nazionale, benchè non nel senso borghese». La più vecchia traduzione del Bettini, sulla edizione tedesca del 1891, dice: «Quando il proletariato può conquistarsi il dominio politico, elevarsi a classe nazionale costituirsi in nazione, anch’esso è nazionale, benchè non lo sia nel senso borghese».

Questo passo con altri risente in tutte le traduzioni di un certo errato gradualismo nell’uso dei termini: organizzazione politica, forza politica, dominio politico, potere politico, e infine dittatura. Detto passo segue, nella serie di risposte che nel capitolo «Proletari e comunisti» sono date alle obiezioni borghesi, all’altro non meno famoso: «Si rimprovera inoltre ai comunisti di voler distruggere la patria e la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno». Dopo questa affermazione di principio così radicale, il testo non poteva seguitare: gli operai non hanno nazionalità. È un fatto che gli operai sono francesi, italiani, tedeschi, ecc. Non solo per la razza e la lingua (sappiamo quanto vi sarebbe da ridire), ma per la fisica appartenenza a uno dei territori ove governa lo Stato nazionale dei borghesi, che influisce molto sulle vicende della loro lotta di classe, e sulla lotta anche internazionale. Questo è ben chiaro.

Staccare da questo poche frasi per far dire a Marx che gli operai hanno per programma, dopo rovesciata la borghesia, di fondare nazioni proletarie separate come aspetto essenziale della loro rivoluzione, non solo è trucco, ma al solito vale infliggere al proletariato, nell’attuale sviluppatissimo stadio, i programmi propri della borghesia, per tenerli sotto il dominio della borghesia.

La cosa è ancor più chiara risalendo all’ordine logico e storico, prima della dichiarazione che il proletariato non ha carattere nazionale, nel capitolo precedente: Borghesi e proletari.

Abbiamo riportata la descrizione del primo stadio di lotta del proletariato contro le macchine industriali; e poi dello stadio ulteriore in quanto il proletariato attua una sua prima unione al seguito della borghesia in lotta: dunque di fatto si forma una unione nazionale degli operai, a fine borghese.

Viene poi la descrizione dell’urto tra operai e borghesi in singole aziende e località. Un grande passo è quello che le lotte locali si accentrano in una lotta nazionale, in una lotta di classe.

Si deve qui guardare non ad uno sciocco isolamento nella nazione proletaria, ma, all’opposto, al radicale superamento del federalismo, localista, autonomista, che sempre viene battuto dal marxismo nei reazionari proudhoniani, e in tante altre ulteriori scuole similari. Non è lotta di classe quella che si svolge nel perimetro di Roccacannuccia, o di Torino. Da quando la borghesia ha condotto alla vittoria la sua rivendicazione di unità nazionale, la nostra lotta di classe apparirà la prima volta quando avrà fisicamente confini nazionali. Qui sono le altre parole essenziali: Ma ogni lotta di classe è lotta politica! È la tesi buttata sul volto dei federalisti, degli economisti di tutti i tipi: «Ogni movimento economico è un movimento sociale, ed è un movimento politico»! E se non ci sono più i piccoli poteri decentrati dei nobili, ma quello che la borghesia ha attuato nel suo Stato nazionale centrale, arriviamo alla lotta politica quando abbiamo collegato l’azione dei proletari entro i confini di una nazione. Così in Europa e in Francia i proletari non lottano ancora, e nemmeno come truppa di assalto dei borghesi, quando in Inghilterra una piena forma industriale già li contrappone come classe al padronato e allo Stato britannico.

Non siamo dunque nel campo del contenuto programmatico della lotta proletaria, ma in quello di descrivere da un lato i suoi stadi successivi nel senso del tempo, e dall’altro gli stadi nel senso dello spazio, del perimetro entro il quale le classi lottano e gareggiano (la parola stadio in origine misura non tempi ma lunghezze). Ora la borghesia nella sua lunga lotta ha raggruppato i piccoli rings feudali in un unico stadio nazionale di lotta, ed è giocoforza in esso lottare.

Il passo che segue lo dice in tutte lettere: «La lotta del proletariato contro la borghesia è anzitutto nazionale, ma piuttosto nella forma che nella sostanza (nel contenuto, altrove)». Perché? voi domandate. Marx ha risposto: «Naturalmente il proletariato di un dato paese deve sbarazzarsi innanzi tutto della propria borghesia».

Ed allora gli stadi ossia le successive fasi temperali, si seguono con tutta sicurezza.

Lotta dell’operaio contro la sua azienda in forma primitiva locale.

Lotta politica nazionale della borghesia e vittoria di essa, con la partecipazione degli operai uniti a scala nazionale.

Lotte locali e aziendali degli operai contro i borghesi.

Lotta unitaria del proletariato di un dato Stato nazionale contro la borghesia governante. Essa vale costituzione del proletariato in classe nazionale, organizzazione del proletariato in partito politico di classe.

Distruzione del dominio borghese.

Conquista del potere politico da parte del proletariato.

Da questo punto, sotto l’aspetto contingente formale e costituzionale-giuridico il proletariato, come si costituisce in Stato di classe (dittatura), deve costituirsi in Stato nazionale; e tutto ciò con carattere transitorio.

Ma con ciò non avviene che il proletariato, che non aveva carattere nazionale, lo acquisti come una sua caratteristica storica definitiva (così era invece avvenuto per la borghesia). Carattere e programma del proletariato e della sua rivoluzione restano pienamente internazionali, e il proletariato che primo «si sia anzitutto sbarazzato della propria borghesia» non si contrappone a nazioni in cui questo non sia avvenuto, ma si contrappone alle borghesie straniere seguitando la lotta unitaria al fianco dei loro proletari.

Ed ancora si conclude: il movimento proletario in date fasi storiche lotta per la costituzione delle nazioni ossia favorisce la costituzione in nazione delle borghesie. In questa fase e nella successiva in cui più non si parlerà di alleanza, il postulato nazionale è apertamente dichiarato postulato borghese.

Strategia proletaria nell’Europa del 1848

8) Non già come esposizione di dottrina o come descrizione di processo storico, ma come politica consegna strategica del fondato partito comunista, il Manifesto, nell’ambito dei paesi soggetti alla reazionaria Santa Alleanza, vuole sia dato appoggio insurrezionale ai partiti borghesi che lottano contro lo assolutismo feudale e l’oppressione delle nazionalità, e che nel caso di vittoria borghese segua la rottura dell’alleanza e la rivoluzione operaia.

Preferiamo parlare di strategia e non di tattica, in quanto le questioni che l’incandescente periodo storico in cui fu pubblicato il Manifesto poneva sul terreno, non comportavano soluzioni particolari, locali, contingenti, che potessero variare da luogo a luogo e consentissero successivi mutamenti e alternative di decisioni. Tattica è (come per il caso di eserciti il giudicare se una compagnia è in tali forze da attaccare, tenere la posizione o ritirarsi) il decidere il momento per iniziare uno sciopero locale, poniamo, o anche per dare il segnale della lotta a un gruppo proletario armato di un rione o villaggio. La strategia riguarda la direttiva generale di una campagna di guerra o di una rivoluzione: o ve ne sono le favorevoli condizioni o poco serve, anzi è disastroso mutarla e invertirla nel corso dell’azione generale.

Senza strategia non vi è partito rivoluzionario. Da decenni e decenni i commentatori del Manifesto e di altri nostri testi fondamentali si arrabattano a scusare gli errori strategici che Marx avrebbe commesso nella sua prospettiva dell’azione futura dei comunisti. Infatti nel formidabile testo, e con brevità incomparabile, non è soltanto contenuta la teoria interpretativa del processo storico moderno ed il programma generale della società che dovrà succedere a quella capitalista, ma sono dati precisi riferimenti di tempo e di probabile rapidità, nelle varie zone, dello sviluppo delle lotte e guerre di classe.

Non è possibile che da una visione di insieme delle forze sociali e politiche di Europa si potesse prescindere, quando il tratto saliente di quel periodo storico era quello che, mentre ferveva in pieno il processo formativo delle nazioni, tra le liriche esaltazioni della ideologia borghese, tuttavia una assonanza immediata faceva sì che al moto di Parigi facesse eco quello di Vienna, a quello di Varsavia quello di Milano, ecc., malgrado che ben diverse fossero nelle varie parti di Europa le resistenze dell’agonizzante regime pre-borghese. In quella atmosfera rovente tutto faceva ritenere che quello fosse l’ultimo decisivo attacco che avrebbe travolte le fortezze monarchiche ed imperiali del regime antico, e tolto ogni freno al dilagare del capitalismo.

Ma la eccezionale potenza di quella nostra proclamazione di base sta nella dichiarazione che, mentre tutto il primo piano della scena è tenuto dalla battaglia per la libertà democratica e nazionale, contro le ultime sopravvivenze del servaggio e dell’oscurantismo medioevale, è da circa dieci anni già in atto, nel tessuto della nuova economia capitalista, l’ondata d’urto delle forze produttive contro i rapporti di produzione propri non più del feudalesimo terriero, ma del lavoro salariato e del mercantilismo industriale ed agrario.

Quelli che ancora oggi fanno la corte al gonfiarsi del ritmo produttivo, e fanno, da pretesi rivoluzionari, perfetto coro agli inviti del Capitale ad investire e produrre di più, dovrebbero ricordare la tremenda frase, che già nel 1848 prevede che la borghesia soccomberà perché «la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di esistenza, troppe industrie, troppo commercio»!

La tesi centrale del Manifesto non è dunque quella che nella fase allora in atto l’Europa sarebbe divenuta comunista, ma che in ogni periodo di mutamenti violenti può avvenire la frattura del sistema di rapporti produttivi e che già allora era evidente che i rapporti di tipo capitalista non conducevano ad equilibri, ma a maggiore convellersi entro gli argini delle forze di produzione. Dopo un secolo il volume di tali forze è divenuto ben maggiore, ma è divenuto anche ben altro lo spessore delle lamine

corazzate che rivestono il ventre mostruoso in cui il capitale mondiale le racchiude. Il piccolo borghese non assurge alla dialettica del confronto tra una previsione scientifica e un fatto, non ha nemmeno digerito l’adagio che del senno di poi son piene le fosse, adora quelli che gli parlano terra terra e piede piede, e inorridisce se sente una tesi come questa: alla rivoluzione proletaria eravamo più vicini nel 1848 che nel 1948, come non capirebbe la tesi che è più vicino al cretinismo con la sua laurea che con la sola licenza elementare.

La strategia europea del 1848 vede dunque la classe operaia, nei vari Stati alle prese con due compiti colossali: aiutare a completare la borghese formazione di Stati nazionali indipendenti – tentare di buttare giù il potere delle borghesie già vittoriose come di quelle ancora in cammino.

La storia con le sue vicende e il raffrontarsi delle materiali forze in urto ha allungato i termini di questo processo, ma non ha incrinato il cardine strategico di allora: non si potrà passare a guadagnare il secondo punto se non è vinto il primo, ossia rovesciati gli ultimi ostacoli alla disposizione della società in Stati nazionali.

Il principale ostacolo sta in piedi dal 1815 e fu eretto dopo la caduta di Napoleone: la Santa Alleanza di Austria, Prussia e Russia. La posizione del Manifesto è che non si avrà una Repubblica sociale di Europa se non cade la Santa Alleanza, e quindi si dovrà, coi democratici rivoluzionari del tempo, lottare contro il giogo di questa sui popoli del centro Europa, e nello stesso tempo sbugiardare costoro davanti ai proletari preparandosi all’evento che, assicurata ovunque la borghese liberazione nazionale con le sue democrazie elettive, seguirà la crisi ancora più profonda dei contrasti del modo di produzione capitalista, con gli urti e le esplosioni storiche che esso, al posto della idilliaca uguaglianza dei cittadini nello Stato e nelle nazioni nel mondo, dovrà suscitare.

Se si è solo un poco meno pettegoli e scemi di un politico da stipendio, che sostituisce al corso storico lo spirare del suo mandato elettorale, si vede che una simile veduta di giganti fu confermata integralmente dalla storia, per dura a crepare che fosse la Santa Alleanza, e sebbene più duro ancora, come di assai più infame di essa fosse la vincitrice Civiltà del Capitale.

Il IV capitolo, quello strategico, passa in rassegna, come è ben noto, il compito del partito comunista nei vari Stati. Un breve cenno basta a stabilire che i comunisti in America, Inghilterra e Francia, ossia in paesi di compiuto sistema capitalistico, non hanno rapporti che con partiti della classe operaia, pur criticandone deficienze teoriche ed illusioni demagogiche. Poi vi è la consegna (il cui sviluppo seguiremo in questa parte finale della nostra esposizione) relativa a Polonia e Germania, ossia a paesi sotto regime di Santa Alleanza: qui si consacra l’appoggio a partiti della borghesia: in Polonia a quello che sostiene la emancipazione dei servi agrari e il riscatto nazionale; in Germania ai partiti della borghesia purché lottino contro: monarchia, baronato, e (si rifletta ai traditori moderni) piccola borghesia. Ed è non meno noto e ripetuto da altri documenti che questa proposta di azione comune, armi alla mano, non si stacca un attimo dalla spietata critica ai principii borghesi ed ai rapporti sociali capitalistici, sulla traccia della rivoluzione borghese immediato preludio della rivoluzione proletaria. La storia non smentì questa trama, ma la lasciò da parte: come tante volte dicemmo, fallirono entrambe.

Vita del Partito

Domenica 18-10 si sono riuniti a Forlì i gruppi della stessa città, di Cervia, di Ravenna e di Cesenatico. Dopo aver trattato la questione dei licenziamenti a getto continuo e la questione internazionale orchestrata come sempre da una banda di criminali, si è discusso sul modo di intensificare l’azione chiarificatrice nelle diverse zone. Si è poi proceduto ad una sottoscrizione per la nostra stampa.

Uno scambio di idee e di esperienze sulla diffusione del giornale, sui contatti con le fabbriche e sulle possibilità di irradiamento della nostra propaganda, avverrà, fra compagni piemontesi e lombardi – in prevalenza giovani – a Casale Monferrato, con l’obiettivo sia di inquadrare in modo unitario il nostro lavoro, sia di promuovere il massimo affiatamento fra i gruppi.