Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/6

Al di là della leggenda staliniana

Lenin aveva scritto in «Stato e rivoluzione» che la classe dominante, dopo aver combattuto in vita i rivoluzionari corre dopo morte a trasformarli in icone. Stalin ha imbalsamato Lenin, e del suo mausoleo ha fatto, ancora vivo, il piedistallo alla sua leggenda. Ora che anch’egli se n’è andato, l’adulazione, il mito, la iperbole della deificazione, raggiungono le vette del parossismo, sia nel campo filorusso sia in quello filo-americano, entrambi interessati a mantenere nella classe operaia il culto delle santità false e bugiarde, l’adorazione del capo fuori dall’adesione a una continuità di programma che il capitalismo teme perché è il programma della sua distruzione.

Non cederemo dunque alla tentazione di smontare la leggenda di Stalin «capo del comunismo» o «benefattore del genere umano» né a quella di tessere romanzi d’appendice intorno alla sua vita di tecnico del massacro della vecchia guardia bolscevica. Abbiamo già scritto che la «ferocia di Stalin» (e in questo bel mondo bellico e post bellico, chi è senza ferocia scagli la prima pietra), è la ferocia della controrivoluzione; che la controrivoluzione ha sempre i suoi boia, comunque essi si chiamino, strumenti ciechi e servili della sua legge, e che al proletariato non la figura fisica e temporale dell’esecutore interessa ― come oggetto di odio e di lotta ― ma la classe, la forza storica reale che ha ordinato e ordina, finché sarà in vita, l’esecuzione dell’avversario. Non facciamo, a rovescia, il giochetto della classe dominante, non eleviamo come questa un monumento alla «grandezza» dell’uomo, un monumento alla sua infamia. Infame è il capitalismo; infame la colonna sulla quale i suoi falsi eroi si ergono. La gigantesca battaglia internazionale che si combatté dal 1925 in avanti fra le pattuglie sempre più esigue del proletariato rivoluzionario e lo stalinismo va ben oltre le figure dei personaggi che portò di scena: era la lotta senza quartiere  fra rivoluzione e controrivoluzione, fra proletariato e borghesia, fra l’Ottobre rosso e il capitalismo ancora saldo, nonostante le tempeste del primo dopoguerra, nei suoi gangli vitali dell’Occidente europeo e americano. Questa lotta si scelse uomini e strumenti, portò in primo piano le figure che meglio rispondevano alle sue esigenze, abbatté quelle che non le servivano, continua, oggi, a sostituir persone a persone, senza che il dramma cessi.

Perciò, abbiamo detto, non è la scomparsa di una di queste figure a cambiare di un millimetro lo schieramento di forze obiettive sullo scenario internazionale delle lotte di classe. Morto Stalin rimane lo stalinismo, questo raffinato prodotto della controrivoluzione capitalistica, questa terza edizione della corruzione opportunistica del movimento proletario, mille volte più rovinosa per quest’ultimo, delle antiche corruzioni riformistiche. Il capitalismo vittorioso su scala mondiale nell’epica lotta dell’altro dopoguerra fu vittorioso in Russia attraverso questa nuova e virulenta forma d’infezione revisionista; e fu vittorioso non soltanto nel senso di interrompere e invertire l’ondata rivoluzionaria ma di aprire alla sua espansione mondiale i giganteschi spazi dell’Asia. Stalin non ha fatto che servire questo poderoso gioco di dilatazione mondiale del regime borghese nelle torpide estensioni dell’Oriente, e di smantellamento del movimento proletario in Occidente.

Il fenomeno è storico e ha radici e natura obiettive. Ogni rivoluzione vittoriosa ma rimasta chiusa in ambiti nazionali è condannata a morire e a generare dal suo seno ― per la pressione esterna dell’ambiente capitalista ― la mala pianta dello stalinismo (o come diavolo si chiamerà domani in obbedienza a dure esigenze di espressione). Il mancato sviluppo di questo germe non è condizionato da virtù o da debolezze di uomini, ma da situazioni obiettive da un lato e dal grado di autodifesa ― nel senso della rabbiosa conservazione della propria continuità programmatica ― che il partito della rivoluzione avrà sviluppato nelle sue stesse file, dall’altro.

Perciò, se per un partito rimasto fedele al programma della rivoluzione e della dittatura proletaria il compito permanente rimane la lotta contro l’inquinamento staliniano, come ieri la lotta contro l’inquinamento socialdemocratico, la vittoria sullo stalinismo non sarà consumata sul piano della convinzione individuale o della «coscienza», ma solo su quello dei rapporti di forza. La morte dello stalinismo è legata alla morte del regime borghese, al crollo dei centri mondiali su cui si regge la sua dominazione in tutti i paesi: la sua vita ― per quel tanto che gli sarà concessa ― è assicurata finché la struttura internazionale del regime borghese rimane intatta.

Cambieranno i nomi, cambieranno le forme esteriori; il fenomeno è, purtroppo, ancora vivo e vitale. Alla leggenda di Stalin e dello stalinismo, creata ad arte per ubriacare i cervelli operai con tutto ciò che può servire ad annebbiare la visione dei rapporti sociali, noi contrapponiamo la limpida visione dello scontro storico fra le classi. La posta della battaglia non è la testa di un uomo, è la testa e il corpo del capitalismo.

Crisi siderurgica e proposte di nazionalizzazione

Una prova inconfutabile della giustezza della posizione critica che rifiuta, pur sostenendo incondizionatamente il principio della lotta di classe, di identificare il capitalismo con le persone fisiche transeunti dei titolari della proprietà privata delle aziende, è fornita dall’opposizione del ceto padronale siderurgico alle proposte di nazionalizzazione delle industrie dell’I.R.I. del F.I.M. e della Cogne, che i partiti e la centrale sindacale dello stalinismo nostrano vanno elettoralmente sbandierando. La Confindustria, i partiti borghesi, la stampa fiancheggiatrice, nonostante le testimonianze spietate dei fatti che stanno lì a provare – come mostrano altrove – che l’industria siderurgica è controllata quasi del tutto dallo Stato, conducono ostinatamente – e non da oggi – una contro-campagna politica e giornalistica, respingendo, quasi fosse una condanna di morte del capitalismo, i progetti di statizzazione accarezzati dalle sinistre socialista e comunista. E poiché il governo democristiano, inutile dire, si rende interprete e sostenitore della politica padronale, l’opposizione unanime della Confindustria e del Governo favorisce il gioco dei social-stalinisti tendente a presentare le proposte nazionalizzazioni come una specie di ariete puntato contro le difese di classe del capitalismo, e suscettibile di aprire la via all’irruzione di rapporti di produzione socialisti.

Così si affrontano, in sostanza, le opposte posizioni sul terreno dottrinario e su quello pratico della lotta dei partiti. Nulla di nuovo, invero. Il riformismo svolge in ogni epoca il compito di offrire all’impeto delle masse, per necessità sociale portate all’odio verso il capitalismo, dei falsi bersagli, i quali non sarebbero tali se le pretese «innovazioni rivoluzionarie» del riformismo non ottenessero il prezioso ostinato rifiuto delle espressioni politiche ufficiali della conservazione borghese. Ma non si deve però credere che il conflitto tra la pressione riformistica e la caparbia resistenza dei ceti possidenti e proprietari, sia qualcosa di artificiale o di voluto, quasi una distribuzione concertata delle parti. Lasciamo tali fantasie a chi ama considerare la politica e l’urto dei partiti dal punto di vista dell’intrigo più o meno tenebroso. Riteniamo, invece, che si è nel vero attribuendo una perfetta buona fede ad entrambi i contendenti: ai dottrinari e politici classicheggianti della borghesia che paventano la fine del capitalismo per «morte da statizzazione»; ai falsi marxisti e ai politicanti del social-stalinismo che spacciano con eguale ragionamento dei loro «avversari di classe» la stessa tesi.

La battaglia pro e contro la statizzazione della industria siderurgica e meccanica italiane, che, dai convegni della F.I.O.M. (recente quello tenuto a Piombino) dovrà passare all’aula di Montecitorio, dove giace il progetto di legge presentato dai gruppi socialista e comunista, e ai comizi elettorali, costituisce un esempio clamoroso di come le determinazioni volontarie dei raggruppamenti umani che rappresentano la classe dominante e, in generale, le esigenze della conservazione sociale, possano non coincidere con le esigenze reali poste dall’obiettivo sviluppo dell’organismo economico, su cui poggiano le basi della dominazione di classe della borghesia stessa. Infatti le riordinazioni delle aziende private, parastatali e statali, che affollano i settori siderurgico e meccanico, in un unico centralizzato organismo statale gioverebbe agli interessi generali del ramo, eliminando il frazionamento della direzione tecnica ed economica, come rivendica a ragione l’opposizione social-comunista. Un’altra cosa ancora sta a dimostrare la rivendicazione nazionalizzatrice e cioè che le esigenze obiettive della produzione e della evoluzione storica del capitalismo possono trovare potenti portavoce in raggruppamenti sociali e politici quali gli strati intellettuali della piccola borghesia e i partiti pseudo proletari, ma senza che questi agenti riescano a chiarire a se stessi la reale portata della loro azione; anzi, con la aggravante di una confusione di concetti che li porta a giudicare la loro azione e le loro rivendicazioni alla stregua di un movimento e di obiettivi storici posti fuori e contro i vigenti ordinamenti sociali. Sappiamo che la statizzazione delle aziende lascia inalterato il carattere capitalistico della produzione e dei rapporti sociali in cui essa si svolge, ma non lo sanno la stragrande maggioranza di borghesi grossi e piccini ed i proletari seguaci dei partiti stalinisti, i quali sono convinti che le nazionalizzazioni sono «riforme di struttura» atte ad instaurare il socialismo. Ne consegue il fatto, solo apparentemente curioso che gli unici ad avere esatta coscienza della reale portata delle nazionalizzazioni sono coloro che, come noi, rifiutano di partecipare alla polemica pro

o contro le nazionalizzazioni ed altre misure di gestione statale, assumendo essere il socialismo un tipo di produzione svolgentesi sulla negazione rivoluzionaria sia del privatismo sia dello stalinismo.

È un argomento questo che si presta molto alla polemica contro coloro che si impuntano smarriti ogni volta che sfugge al loro esame miope la percezione delle persone fisiche della classe dominante (vedi Russia) e giungono a negare il carattere capitalistico della produzione quando non sono visibili le figure sociali che tradizionalmente indicano il capitalista lo sfruttatore. In Italia le figure dei capitalisti sono visibilissime come le immagini del cinema. La classe dominante è facilmente individuabile ma è pure chiaro come la luce del sole che le sue esigenze vitali sono espresse proprio da coloro che si atteggiano a nemici mortali di essa. La nazionalizzazione dei complessi siderurgici a partecipazione mista di capitali privati e statali dell’IRI, del FIM, della Cogne rispecchia una esigenza reale della conservazione capitalistica, ma viene avversata fanaticamente proprio dagli esponenti del capitalismo industriale e bancario. Segno eloquente che la essenza reale del capitalismo va ricercata non partendo dalle persone fisiche costituenti la classe dominante, che è essa stessa effetto e non causa dell’impiantarsi e svilupparsi dei rapporti capitalistici di produzione, ma fondandosi sull’esame dei connotati del sotterraneo meccanismo produttivo.

Quali mutamenti porterebbe la nazionalizzazione della siderurgia italiana nella produzione capitalistica e nei rapporti sociali che da essa derivano? Non altrimenti si pone la questione. Non si pone cioè partendo dagli sconvolgimenti più apparenti che reali, che la espropriazione degli azionisti e obbligazionisti delle imprese siderurgiche e meccaniche da nazionalizzare provocherebbe nella sovrastruttura sociale, nella classe capitalistica. Naturalmente, la propaganda socialstalinista insiste soprattutto su questo demagogico tasto. Le sole rivoluzioni che il riformismo sa rivendicare sono appunto le rivoluzioni nella sovrastruttura, i rimpasti nel materiale umano di cui contingentemente si compone la classe dominante che lasciano inalterata la base dei materiali impersonali rapporti di produzione. Il riformismo, legalitario o insurrezionale che sia, pretende di operare degli spostamenti nei rapporti di forza tra le classi. In realtà, riesce solo, quando ci riesce, a modificare lo schieramento della classe dominante, col risultato altamente disfattistico di mimetizzare agli occhi del proletariato il suo nemico di classe.

Il progetto di legge delle sinistre che stiamo esaminando perpetua egregiamente la tradizione riformistica, eccedendo in peggio. Innanzitutto, la nazionalizzazione delle aziende siderurgico-meccaniche controllate dall’IRI, dal FIM e della Società Naz. Cogne, non farebbe che accelerare un processo di concentrazione già in atto e porterebbe, sotto il profilo giuridico, solo ad un cambiamento quantitativo, dato che la maggioranza delle partecipazioni azionarie nel ramo meccano-siderurgico è detenuta dallo Stato. I professori di teoria del P.C.I. si affannano a dimostrare che l’IRI non costituisce ancora una forma di nazionalizzazione, ma solo una «holding», una società di investimento, ecc. Rimane comunque il fenomeno effettivo, tipico del protezionismo statale italiano, di un ibrido di privatismo e statalismo, una nazionalizzazione a metà, che basta almeno a rendere equivoca la linea di demarcazione, o la cortina di ferro, che dovrebbe separare i detrattori e gli esaltatori della gestione privata.

Troppo lungo sarebbe illustrare la portata del trasferimento dei capitali al proposto Ente, cui l’art. l del progetto impone persino il nome di battesimo: Azienda Nazionale per l’Industria Siderurgica e Meccanica. Diamo in altra parte del giornale un quadro della situazione, prendendo a base le Tabelle allegate agli art. 2, 12, 13. È chiaro che la concentrazione di queste aziende, che assommano complessivamente a 65, di cui talune già raggruppate in organismi consorziali (come le aziende controllate dalla Finsider), nell’ambito della proposta Azienda Nazionale non tocca minimamente i caratteri «essenziali» del modo di produzione capitalista, ma solo riforma i rapporti esterni di organizzazione e di amministrazione.

Ciò varrà a ridurre i costi di produzione? Può darsi. Ma l’interesse di classe del proletariato non consiste nel perfezionare la produzione capitalista afflitta dai suoi mali cronici, ma nel distruggerla. La prova lampante che non si uscirebbe, con le nazionalizzazioni, dall’ambito di una volgare «rivoluzione nella sovrastruttura» è fornita dal contenuto degli art. 3 e 4. Qui non siamo neppure di fronte ad una proposta di confisca, che poi costituisce una misura di espropriazione frequente nella pratica dei governi borghesi. Non solo si prevede il pagamento degli indennizzi mediante obbligazioni

liberamente negoziabili, emesse dalla costituenda Azienda Nazionale o garantite dallo Stato, e fruttifere dell’interesse annuo del 5%. Ma si assume (art. 3) che «l’ammontare dell’indennizzo è determinato moltiplicando il numero delle azioni di ogni singola società per il valore delle azioni stesse calcolate» in base alla media delle quotazioni per il periodo 1 luglio-31 dicembre 1952.

Praticamente i furiosi nazionalizzatori nostrani sono così premurosi verso gli interessi dei proprietari privati da preoccuparsi, come i loro confratelli laburisti, di predisporre norme legali al fine di rimborsarli fin dell’ultimo centesimo.

Completiamo l’esame delle innovazioni istituzionali che, sotto la ragione sociale della Azienda Nazionale, dovrebbero permettere di strappare la siderurgia e la meccanica nazionale dalle grinfie dei «gruppi monopolistici». A chi toccherà la direzione e l’amministrazione del complesso aziendale nazionalizzato è detto nell’art. 6. Sarà naturalmente «un Consiglio di amministrazione, composto da un Presidente e 22 consiglieri nominati dal Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio dei Ministri». Si sa come codeste autorità non abbiano nulla a che vedere con i famigerati «gruppi monopolistici!». Dei 22 consiglieri solo 6 sarebbero nominati dalle organizzazioni sindacali degli operai, i rimanenti da vari Ministeri, dalla Confindustria, dalla Confida e via dicendo! Anche ammesso che i 6 delegati delle confederazioni sindacali fossero degli operai coscienti e non già sventurati strumenti del riformismo e della controrivoluzione (vedi C.G.I.L., C.I.S.L., C.I.S.M.A.L., ecc.) non si sa come la classe operaia potrebbe imporre, ammesso che l’interclassismo non fosse quella truffa che è, soluzioni proprie ai «problemi» della siderurgia e della meccanica italiana. Meglio non parlare della «commissione parlamentare di vigilanza» che, composta di 4 deputati ed altrettanti senatori, dovrebbe vegliare sull’Amministrazione dell’Ente, disponendo però praticamente solo di potere consultivo! Significa ciò che l’effettuazione delle proposte misure di nazionalizzazione non solo non danneggerebbe gli interessi particolari degli ex-azionisti, come si è già visto, ma neppure scalfirebbe l’interesse generale della borghesia italiana la quale, tramite il Governo, conserverebbe il pieno controllo dell’industria siderurgica e meccanica. Allora a che deve riferirsi la nebulosa frase «dell’interesse pubblico» cui la nazionalizzazione mirerebbe? Mai più che in questo caso è chiaro che dietro l’interesse pubblico sta il capitalismo.

Ma vogliamo pure ammettere che o raggiungendo il 50 % più uno dei voti alle prossime elezioni (il che è assolutamente impossibile), o portato al potere sulle punte delle baionette russe (il che è improbabile), il P.C.I. possa costituire un governo uscito tutto da via Botteghe Oscure; che le obbligazioni degli azionisti siano confiscate; che al consiglio di Amministrazione della Azienda Nazionale per la Siderurgia e la Meccanica vadano a sedere i tecnici economici del genere di Sereni, Scoccimarro, Pesenti ed altri illustrissimi scienziati. Tale cambio di potere, presso la Direzione del P.C.I.. ha valore di rivoluzione anticapitalista. Lo crede in buona fede anche la stragrande maggioranza della piccola, media e grande borghesia, convinta non meno fermamente che le aziende statizzate dell’U.R.R.S. rappresentino il tipo di produzione proprio del socialismo. Sarà invece un’altra innocua rivoluzione nella sovrastruttura localizzata ancora una volta ai rapporta interni della classe dominante. Non muterebbero infatti i compiti che il progetto di legge social-comunista assegna alle industrie nazionalizzate (art. 5), visto che essi non si allontanano di un millimetro dai criteri produttivi in vigore nei paesi ove lo stalinismo è organizzato in regime dominante.

Indipendentemente, dunque, dalle sigle del regime al potere, l’Azienda Nazionale, ecc., ecc., se divenisse realtà, non potrebbe che espletare i compiti assegnatile dall’art. 5: a) aumento della produzione mediante l’ammodernamento degli impianti esistenti e la costruzione di nuovi; b) riduzione dei prezzi, che è quanto dire dei costi di produzione.

Tutta quanta la strombazzatura propagandistica della FIOM sulla proposta di nazionalizzazione verte sul punto che la causa delle chiusure di aziende e dei licenziamenti di massa effettuati nel campo siderurgico deve ricercarsi nel Piano Schuman e nel Piano Sinigallia adottato dalla Finsider. La verità è che, anche senza il Piano Schuman, la siderurgia italiana avrebbe dovuto dare mano lo stesso al colossale rimaneggiamento delle attrezzature esistenti per le insopprimibili conseguenze della concorrenza internazionale, situazione non di oggi per un’industria cresciuta in regime di protezione e di autarchia, tipicamente parassitaria, e oggi incapace di concorrere con più moderne e attrezzate siderurgie straniere (si legge ora che la Spagna, in parte con aiuti esteri, costruirà un grande centro

siderurgico basato sullo sfruttamento dei minerali locali). Col Piano Sinigallia, che tende a dare alla Finsider il 60 % della produzione siderurgica italiana, mira, da una parte, ad operare un vasto taglio chirurgico nelle spese di ammortamento, il che sta ottenendo sia con la liquidazione di aziende periferiche sia con il disarmo di rami tecnicamente superati del suo potenziale produttivo (smobilitazioni, ridimensionamenti, riduzione della giornata lavorativa, ecc.); e, dall’altra parte, ad intensificare gli investimenti fruttiferi (introduzione di macchinario nuovo). Ciò si chiama, in linguaggio capitalista, incremento della produzione e abbassamento dei costi di produzione, in vista di allargare le capacità di assorbimento del mercato interno ed estero (esportazione di prodotti meccanici). Altra via non esiste. Né si può dire che la siderurgia nazionale sia in regresso, anzi dal 1938 al 1952 la produzione dell’acciaio è salita da 2.322.856 tonnellate a 3.535.121 tonn., con un tasso di incremento del 34,2%. I nostri capitalisti possono ritenersi soddisfatti. Ma per il proletariato il progresso della siderurgia ha significato disoccupazione, fame, miseria come sempre accade quando la macchina sostituisce l’operaio in vista dell’abbassamento dei costi di produzione.

Ora quali compiti sono attribuiti nel progetto di nazionalizzazione alla ipotetica Società Nazionale per la Siderurgia e la Meccanica? L’abbiamo visto: esattamente gli stessi compiti prefissati nel famigerato Piano Sinigallia: aumento della produzione e abbassamento dei costi di produzione. Tuttavia, ripetiamo, la nazionalizzazione viene presentata dal Gruppo parlamentare e dai demagoghi del P.C.I. come una panacea per la disoccupazione. Delle due, l’una; o la vagheggiata Società Nazionale, ecc. procederà ad ammodernare gli impianti e quindi a rendere esuberanti vaste aliquote di salariati; oppure arresterà l’attuale corsa frenetica alla concentrazione e allora si fermerà la emorragia dei licenziamenti, ma non si potrà parlare di aumento della produzione e abbassamento dei costi. Però esiste, fuori dal campo economico e finanziario in cui si svolge l’attività siderurgico-meccanica, un mezzo capace di superare artificialmente contraddizioni così insanabili; l’intervento esterno della finanza statale. Perciò, l’art. 16 prevede uno stanziamento da parte del Tesoro di 100 miliardi di lire. Praticamente, si propone di fare pagare ai contribuenti, cioè alle classi operaie e contadine, il passivo della nazionalizzata siderurgia. Ma non è forse vero che da cinquant’anni non accade nulla di diverso in Italia? Se esiste in Italia qualcosa di innaturale, di artificiale, di covato nella incubatrice dello Stato, questo è appunto la siderurgia, le cui fonti di materie prime (ferro e carbone) risiedono all’estero.

La nazionalizzazione della industria siderurgica e meccanica equivarrebbe alla estensione del Piano Iri-Finsider, voluto quindi dallo Stato, a tutto il campo della siderurgia e meccanica nazionale. Altro che passo verso il socialismo! Il socialismo è ben diversa cosa che la pianificazione della produzione, cui la borghesia ricorre permanentemente.

In un prossimo articolo vedremo quali misure il futuro governo operaio italiano dovrà prendere, nell’ambito dello sconvolgimento dei rapporti capitalistici, nei confronti della siderurgia e della meccanica.

Il caro Krupp

Il povero Krupp ci strappa davvero le lacrime. Per punirlo delle sue malefatte, l’Alta Commissione alleata ha deciso di liquidare e smembrare il gigantesco complesso industriale di sua proprietà. Le partecipazioni carbonifere e siderurgiche dei Krupp saranno vendute a membri estranei alla famiglia, sia attraverso una speciale holding, sia direttamente (fra l’altro, un gruppo finanziario francese sarebbe disposto ad acquistarne un buon pacchetto); il ricavato sarà attribuito al capo-famiglia Alfred Krupp, il quale, dopo aver distribuito ad altri membri 11 milioni di marchi ciascuno, si terrà il resto (equivalente a parecchi e svariati miliardi di lire) impegnandosi a rinunciare ad ogni attività nei settori siderurgico, carbonifero e dei minerali di ferro. Come fare a vivere, il povero Alfred Krupp? È vero che potrà investire i suoi capitali in altri rami industriali, magari più redditizi del siderurgico; è vero che potrà investirne una parte in rami siderurgici stranieri (perché non francesi, già che ci siamo?): tuttavia, dobbiamo riconoscere che è, la sua, una bell’umiliazione. Commerciare in prodotti chimici invece che in laminati, profilati e antracite, ohibò! Riscuotere coupons di volgari titoli non siderurgici, oh, che miseria!

D’altra parte, la causa della pace meritava questi e altri sacrifici, e il «premio Stalin» 1953 spetta di diritto, dopo Pietro Nenni, ad Alfred Krupp. Sparito lui dal controllo della siderurgia tedesca, finita la guerra: i capitalisti che ne rileveranno le azioni, sono, come dicono gli staliniani, «capitalisti onesti», magari partigiani della pace e frequentatori dei relativi congressi internazionali. Possiamo dormire tranquilli. Sia lodata la generosa rinuncia di Alfred Krupp a scatenare il terzo conflitto mondiale.

Il fedelissimo

Dall’alto dei cieli, il generalissimo può volgere sguardi teneramente compiaciuti alla sesta parte del globo: fedeli nella vita, i suoi gregari gli sono fedeli nella morte; campano il necessario per chiuder gli gli occhi, e lo seguono nell’oltretomba come le vedove del maharajah.

D’altronde, Gottwald aveva condensato in pochi anni la carriera di divoratore dei fratelli che il Maestro aveva impiegato quattro lustri a portare a termine: vivo, rischiava di battere i record del « più gran genio dell’umanità »; morto, avrà la sua particella di gloria accanto all’inarrivabile.

Bombe elettorali

Baruffe a Trieste: dimostranti missini feriti dalle loro stesse bombe e caduti al grido di «viva l’Italia». Baruffe a Roma: missini e comunisti alle prese davanti all’altarino di Stalin.

Cose serie? Niente paura: siamo all’antivigilia elettorale.

La polizia – cioè il governo locale o nazionale – si è distinta in entrambi i casi per la sua «moderazione», o, in altre parole, per la sua assenza. Perché, infatti, sarebbe dovuta intervenire? Si fosse trattato di operai licenziati o di contadini cenciosi, l’economia in jeeps e sfollagente sarebbe stata deliziosa; ma qui si trattava di bravi figli di papà, di giovani un po’ esuberanti ma ben vestiti, e la baruffa, tutto sommato, andava a esclusivo vantaggio della Patria e del suo regime parlamentare.

Ve le immaginate, infatti, le elezioni nella morta gora di oggi, nella povertà di idee e di convinzioni ch’è il denominatore comune di tutti i raggruppamenti politici? Eh no, un sasso gettato sullo stagno è come il lubrificante per un ingranaggio arrugginito. Meglio ancora se il sasso è una bomba.

Nessuno ci perde; tutti ci guadagnano. I missini, l’aureola del martirio irredentista. I socialcomunisti, uno spauracchio da agitare. Il governo, il ritorno all’ovile dei benpensanti. Tutti, un’iniezione di attivismo. Per le bombette ad uso elettorale, non è richiesto il porto d’armi. Non c’è rastrellamento, per i depositi di polvere da scheda.

L’Europa nella giungla dei nazionalismi Pt.2

Nella prima puntata, esaminando le premesse e i risultati delle riunioni europee di Roma, si mettono in luce le resistenze che la proposta americana di integrazione europea – sinonimo a sua volta di riarmo e potenziamento economico della Germania – hanno sollevato in alcuni partiti tedeschi e in Francia. L’argomento è sviluppato nelle colonne che seguono.

Per comprendere appieno la vastità e la profondità dell’opposizione “costituzionale” alla C.E.D. alimentata in Francia, basti dire che il governo Mayer si regge su un compromesso intervenuto fra democristiani, radicali e gollisti, in base al quale il Governo francese ha dovuto procedere alla revisione della C.E.D. proponendo una serie di “protocolli aggiuntivi”, che mirano a porre la Francia in una posizione di superiorità e privilegio di fronte agli altri 5 membri firmatari della C.E.D. Si tratta di questo: la Francia intende farsi attribuire il diritto di ritirare ogni volta che le esigenze della difesa dei territori oltremare (Indocina, Tunisia, Madagascar, ecc.) lo richiedano, contingenti di truppe francesi assegnate alla C.E.D. Il Trattato prevede sì che ogni Stato firmatario possa mantenere fuori della C.E.D. contingenti militari da utilizzare sia per il presidio del territorio nazionale sia per la difesa dei territori d’oltremare. Ma la pretesa della Francia di aver riconosciuto dagli altri Stati il diritto di servirsi anche delle truppe francesi del futuro “esercito integrato europeo” per le sue operazioni di polizia nelle colonie, suscita le violente reazioni dei tedeschi. Non certo perché a Bonn si abbia a cuore la vita dei ribelli indocinesi o dei nazionalisti tunisini o marocchini, ma per il semplice fatto che, se i “protocolli aggiuntivi” di Parigi fossero approvati, la C.E.D. si trasformerebbe in una succursale dell’esercito francese, realizzando la “politique de grandeur” sognata da De Gaulle. Inutile dire che una Francia militarmente predominante significherebbe per la Germania la perdita di ogni speranza di armarsi e di battere i pugni sul tavolo reclamando la restituzione della Saar, l’abolizione della frontiera Oder-Neisse, e via dicendo. Qualcuno ha osato dire che nella recente conferenza della C.E.D. a Roma sarebbe toccato a De Gasperi il compito di fare da mediatore nelle controversie franco-tedesche. Ci sbagliamo o è vero che due volte l’Italia ha preteso di fare da mediatrice, e per due volte ha lasciato le cose come le aveva trovate?

Se la Francia dimostra con il suo atteggiamento verso la C.E.D. di condurre la sua politica con doppiezza, la Gran Bretagna sembra ostentare, in tutto il gigantesco intrigo della C.E.D., una linea politica cristallina. Ma si tratta solo di un capolavoro di perfida dissimulazione. I maggiori guai per Washington sembrano provenire da Parigi e da Bonn. Invece, la potenza occulta che li suscita siede sul Tamigi. Se ne vennero belli belli gli Inglesi a dichiarare, al momento della firma della C.E.D., che la combinazione non li interessava, ma che nemmeno li danneggiava, anzi promisero di stabilire una collaborazione tecnica dall’esterno con la costituenda C.E.D. Ovviamente a Londra l’unificazione dell’Europa continentale non promette nulla di buono. Già da sola, e priva di esercito, la Germania di Bonn ostacola il commercio estero britannico, manda delegazioni commerciali al Cairo, il dott. Schacht a Teheran. Dare una mano ad allentare la tensione franco-tedesca significherebbe per Londra scavarsi la fossa con le sue proprie mani. Perciò, a qualche mese dalla Conferenza di Roma, le autorità britanniche di occupazione “scoprivano” la cospirazione nazista di Neumann e soci in Germania, dando alimento alla accesa campagna antitedesca condotta in Francia dalla estrema destra gollista fino ai radicali. Non per nulla, nello stesso giorno in cui Mayer e Bidault discutevano a Londra con i capi di quel governo, si costituiva in seno alla Camera dei Deputati francesi (14 febbraio scorso), un “Comitato di lotta” contro la ratifica del Trattato della C.E.D., cui partecipavano deputati di tutte le tendenze, esclusi i comunisti i quali fanno… opposizione a sé.

Non basta. Londra, mentre si dichiara favorevolmente neutrale alla C.E.D., fa circolare un piano di coalizione militare che rappresenta proprio il contraltare della C.E.D. Londra propone, per ora solo in via ufficiosa, di costituire una grande alleanza di tipo classico, cioè priva di autorità (Stato maggiore) supernazionale, cui dovrebbero partecipare l’Impero Britannico, la Repubblica Francese, la Germania occidentale, l’Italia, i tre paesi del Benelux, la Norvegia, la Danimarca, la Turchia, la Jugoslavia e la Grecia, cioè tutti i paesi atlantici d’Europa, tranne il Portogallo. Questo piano, esistendo già il Patto Atlantico, sarebbe un inutile doppione; ma, evidentemente, con esso Londra tende ad appoggiare le già forti opposizioni francesi alla C.E.D., il che è quanto dire al riarmo tedesco.

Quasi non bastasse la tremenda confusione, l’Olanda proponeva alla sessione di Roma della C.E.D., nientemeno che un piano per la costituzione di un mercato e di una moneta unica per i paesi firmatari. Per avere un’idea dei risultati pratici che normalmente conseguiscono siffatte iniziative, basti dire che la tanto strombazzata unione doganale italo-francese non è andata oltre l’unificazione… delle tariffe postali: un francobollo per Milano o per Parigi costa in ogni caso L. 25! Tuttavia il ministro olandese Beyen ha avuto il coraggio (o faccia tosta) di dichiarare a Roma che il piano proposto dal suo governo mira alla costituzione della Comunità economica europea! Ma non credete che la sia finita. È allo studio un altro piano internazionale, propugnato soprattutto da De Gasperi che si chiama C.E.P. e mira, né più né meno, alla Comunità europea politica! Da cinquant’anni ormai il ceto politicante della borghesia si è assunto il compito di mascherare le contraddizioni interne del capitalismo, inestirpabili perché connaturate al modo di produzione e alla dominazione di classe, sbandiemando utopistiche ricette per l’abolizione delle frontiere e dei nazionalismi. Ma due guerre mondiali stanno lì a testimoniare che, finché il capitalismo ha vita, le rivalità nazionalistiche e quindi le cause della guerra si perpetuano.

La Conferenza di Roma si chiudeva con un nulla di fatto. La Francia non accettava affatto di ritirare i “protocolli aggiuntivi”. La Germania fingeva di credere, insieme con gli altri Stati firmatari della C.E.D., che la Francia darà ad essi solo valore “esplicativo”. Ma, per mascherare il nulla di fatto, si procurava di mettere altra carne a cuocere nella cucina della demagogia, accettando di “sottoporre a studio” la proposta olandese. Tutto qui.

Quali sviluppi sono prevedibili? Di certo c’è che gli Stati Uniti conservano formidabili mezzi di coercizione, dato che tutti gli Stati firmatari o non della C.E.D. hanno pressanti richieste da porre a Washington: l’Inghilterra, che accarezza il piano della convertibilità della sterlina in dollaro e in oro ha bisogno di ottenere il pareggio della bilancia commerciale con gli U.S.A. e un forte aiuto in dollari per portare a realizzazione il piano finanziario da cui attende i mezzi per risalire al rango di Grande; la Francia solo con l’aiuto militare e finanziario, oltre che politico, degli U.S.A., può sperare di intensificare la repressione in Indocina e conservare le colonie e i protettorati del Nord-Africa; la Germania deve assecondare la politica americana in vista della completa abrogazione dello stato di occupazione alleata; l’Italia ha bisogno dell’appoggio americano che solo può controbilanciare la politica filo-jugoslava di Londra, ecc. Quale contropartita si farà pagare l’America?

Intanto la Comunità Europea di Difesa, anche se passasse a realizzazione pratica, non eliminerebbe le cause della guerra. Tutt’al più le trasferirebbe dall’interno della preconizzata comunità sul piano dei rapporti esterni di essa col blocco russo. A ciò mira appunto la politica americana. Finché l’Europa occidentale è divisa permangono le premesse del fallimento del Patto Atlantico e del conflitto tra gli Stati firmatari, in cui Mosca ardentemente spera per ripetere lo stesso gioco della seconda guerra mondiale. Ancora una volta, la politica di Washington e quella di Mosca divergono nei mezzi, ma convergono nell’obiettivo: la guerra.

In nozze peronismo-stalinismo

Lo stalinismo nostrano non manca, ogni volta che gli se ne presenta l’occasione, di tuonare contro il regime corporativo e fascista di Perón: lo stalinismo argentino fa lega col generale. È un piccolo saggio di… internazionalismo in edizione moscovita.

«Nuestra Palabra», organo del P.C. argentino, intitola il suo articolo di fondo del 2 dicembre 1952: «L’unità di peronisti e comunisti irrita gli yankees». Difendendosi con sdegno dall’accusa di «infiltrazione» nella C.G.T. peronista, l’organo staliniano dichiara che non di manovra tattica si tratta ma di aperta alleanza: gli staliniani «danno il loro pieno appoggio alla commissione interna sul posto di lavoro, al sindacato nella rispettiva industria e alla centrale operaia» della C.G.T. Infatti, gli obiettivi degli operai comunisti «sono precisamente gli stessi ai quali anelano gli operai peronisti: lotta contro l’imperialismo e la oligarchia (dal che si vede che Perón non è né un imperialista né il rappresentante di un’oligarchia capitalista), difesa della sovranità nazionale minacciata»; e perseguono la meta del «fronte unito nazionale di lotta contro l’imperialismo». Che cosa è questo fronte? «L’alleanza degli operai e contadini con la piccola borghesia urbana e agraria e con la borghesia nazionale. Nel nostro Paese… la base di tale alleanza è l’unità stretta fra peronisti e comunisti; è questo il punto di sviluppo del fronte nazionale… Questa alleanza si svolge in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato, dentro la C.G.T.».

Si dirà che si tratta di un’«alleanza dal basso»? Per nulla. Lo stesso organo, al numero del 9 dicembre 1952, articolo di fondo, mena vanto dell’apporto dato dal P.C. argentino all’elaborazione del secondo piano quinquennale governativo, a proposito del quale «è giunto alla conclusione che gli aspetti relativi alle questioni economiche sono in generale progressisti». Infatti, lo sviluppo previsto della produzione industriale, agricola, mineraria, ecc., significa «progresso per il Paese», l’industrializzazione significa «indipendenza economica nazionale e benessere operaio e popolare»: «in tutti i modi, è sicuro che i comunisti provvederanno affinché gli operai, i contadini, le masse lavoratrici in generale lottino uniti per la realizzazione degli aspetti positivi del piano, e nel corso della lotta sarà possibile ottenere che essi siano allargati… L’unità di tutti i lavoratori e di tutti gli uomini e le donne progressisti, dei peronisti e dei comunisti in primo luogo, permetterà d’infrangere le resistenze e di assicurare l’esito del secondo piano quinquennale».

Così, stalinismo e fascismo (progressista) argentino marciano di conserva contro… l’imperialismo!

Isterismi militaristi dall’Inghilterra

Nella storia dell’imperialismo, spetta agli Stati economicamente inferiori di svolgere una politica incendiaria di sfrenato nazionalismo, e perciò di idolatria, congiunta a voluta esagerazione, del potere militare. E si capisce perché. Se è vero che la divisione del mondo e la supremazia di determinati centri di potenza politica risulta, ogni volta, da una revisione dei rapporti di forza tra le Potenze rivali, operata attraverso l’impiego della forza materiale, non meno vero è che tocca agli Stati messi in condizioni di inferiorità di rivendicare una nuova spartizione delle influenze imperialistiche. Aggressore fu proclamata la Germania guglielmina che, nel 1914, pretese di modificare l’equilibrio mondiale che l’Inghilterra aveva instaurato adoperando appunto gli stessi mezzi di costrizione materiale cui gli eserciti del Kaiser dovevano ricorrere, sebbene infruttuosamente. Il Trattato di Versailles codificò le condizioni imposte dalle Potenze vittoriose. Nella seconda guerra mondiale, postasi come un tentativo di modificare a vantaggio della Germania l’equilibrio di forze in Europa, spettò alla Germania di inscenare, durante gli anni della preparazione bellica, una mastodontica parata militare di quotidiana rappresentazione. La seconda edizione del militarismo prussiano portò argomenti alla tesi guerrafondaia dell’«aggressione», che fu fatta propria non solo dalle Potenze imperialistiche di occidente, ma anche dalla Russia e dai partiti «comunisti» da essa ispirati.

Venendo a parlare dell’infatuazione militarista che sta pervadendo l’Inghilterra, non intendiamo certo fare nostra siffatta tesi. Meno che mai essa regge nei confronti dell’Inghilterra di oggi, che, essendo stata pur essa un fattore dell’odierno equilibrio mondiale, lotta disperatamente per ottenerne una correzione a suo vantaggio. Non siamo più di fronte alla politica tradizionale dell’aggressore; è l’ex aggredito di ieri che tenta di disfare ciò che con le sue stesse mani, e col sangue di milioni di uomini, contribuì a creare. Sarebbe allora l’Inghilterra aggressora di se stessa, delle artificiose costruzioni internazionali che, fra gli altri, recano il marchio di fabbrica britannico? Eppure il militarismo inglese è un fatto. Espressioni megalomani che deliziarono le bocche di Guglielmo II e di Hitler, «aggressori militaristi» per antonomasia, risuonano nelle bocche dei ministri britannici noti finora tutt’al più come perfidi dissimulatori e ladri gentiluomini.

Il 24 febbraio, il ministro della Guerra di S. M. Britannica, Anthony Head, in un «memorandum» allegato al bilancio preventivo dell’esercito per l’anno 1953-54, dichiarava testualmente: «Con la fine di questo anno, la fanteria britannica sarà superiore alle fanterie di ogni altro paese per potenza e modernità di armamenti». I fanti britannici saranno messi in grado di controbattere la minaccia dei carri armati mediante un nuovo cannone anticarro. Si tratta di un cannone di scarso peso, assolutamente privo di rinculo e di estrema manovrabilità. Il Ministro Head non esitava a definire la nuova arma «il più potente cannone anticarro che esista al mondo». È ora in distribuzione ai vari reparti anche una nuova granata anticarro, che, sebbene pesi soltanto cinque etti e mezzo, ha «una capacità distruttiva pari a quella dei più pesanti cannoni anticarro dell’ultima guerra». Anche nel campo delle armi individuali, annunciava il ministro, la Gran Bretagna sta compiendo dei progressi enormi ed un nuovo fucile mitragliatore – che rimpiazzerà lo Sten – sta già uscendo dalle fabbriche militari. Non basta. Il carro armato «Centurion», che i britannici ritengono superiore «ad ogni altro mezzo corazzato», viene continuamente perfezionato, e diventerà «la spina dorsale» dell’esercito britannico. «Corazze per la protezione del torso» verranno distribuite ad ogni militare, e ogni unità verrà dotata di sensibilissimi apparecchi per l’immediata identificazione delle sostanze radioattive. Il memorandum segnala inoltre «grandi progressi nella costruzione di armi radiocomandate», armi che «saranno immensamente superiori ai modelli ortodossi ora impiegati»: si avranno inoltre per la fine del 1953 nuovi mezzi corazzati per il superamento dei fiumi sotto il fuoco nemico, nuovi pontoni mobili, nuovi mezzi da sbarco.

Per assicurare al Regno Unito cotanti primati bellici il Ministro chiede lo stanziamento di 526 milioni di sterline, 34 milioni in più che nell’anno 1952-53, pari a più di 880 miliardi di lire. Ma non deve credersi che lo sforzo bellico massimo sia quello dell’esercito. Il governo inglese per non sottrarre materie prime alle industrie «civili» e quindi evitare un calo delle esportazioni, attuerà per la fanteria la politica già seguita per l’aviazione. Nell’aria, con i suoi possenti bombardieri e i suoi formidabili caccia, entrambi a reazione, l’Inghilterra è riuscita a costituire una temibilissima e ultramoderna aviazione, almeno a quanto informa la stampa. Ma la produzione aviatoria ha avuto di mira la «qualità» piuttosto che la «quantità», limitandosi a costruire dei prototipi per la produzione di massa, cui si tiene pronta l’industria che ora lavora per consumi «civili».

La pubblicità che il governo britannico fa al potenziamento militare ha valore di sintomo. Tradizionalmente, l’Inghilterra ha sopportato pazientemente le sfottiture dei giornali umoristici del mondo intero, per i quali il «cliché» del fante inglese, del «tommy» paffuto e un tantino fifone, costituiva una rendita. La diplomazia inglese ha sempre ostentato, all’epoca della supremazia mondiale britannica, di trattare da fenomeni neuropatologici le manifestazioni isteriche del militarismo, salvo a sfoderare il più feroce sciovinismo sul terreno dei fatti. Oggi, mentre il declino non accenna ad arrestarsi (l’ultimo artiglio strappato al leopardo britannico si chiama Sudan), la «perfida Albione» tende a tirare fuori il ghigno truce del militarismo spaccone, a fare collezione di brevetti di invenzioni belliche. Ahimé! Se il gioco di sostenere la parte dell’eterna «aggredita», non rende più, segno è che qualcosa è cambiato: da custode arcigna dell’ordine costituito internazionale, Londra passa, nella schiera dei «turbolenti», delle forze statali che ne chiedono la revisione facendo balenare le armi.

L’Inghilterra molto ha perduto dell’antico prestigio e dell’antica possanza economica e militare, ma ne possiede ancora quanto basta a capeggiare il ricatto internazionale contro i predominanti Stati Uniti. Perciò gode delle lusinghe sotterranee dei russi che sperano nella divisione degli alleati atlantici, per poter vendere al momento giusto agli uni o agli altri l’alleanza della coalizione Russia-Cominform, come già fecero durante la seconda guerra mondiale legandosi prima col nazifascismo, poi con le democrazie anglo-americane.

Raccomandabile la Cina demo-popolare

Tale è il controllo esercitato dai partiti controrivoluzionari sulle masse, che essi possono concedersi il lusso di narrare senza arrossire cose che pur dovrebbero servire a smascherarli.

L’Avanti dell’11 marzo riferisce un colloquio del suo corrispondente col più grande industriale cinese, a Shanghai. Non crediate si tratti di un piccolo industriale, un pesciolino da nulla vivente ai margini dell’«economia socialista», oh no. Sentite il dialogo:

«– Posso domandarle quante fabbriche ha?

– Diverse – rispose. Evidentemente non desiderava dare cifre precise. Tuttavia insistetti.

– Allora forse può dirmi quanti operai sono alle sue dipendenze.

– Sessantamila – rispose senza esitare».

Sessantamila operai: non c’è male, per un industriale in regime di… costruzione del socialismo. E credete che sia malcontento del regime? Tutt’altro: dopo i primi guai del post-rivoluzione e del dopoguerra, egli ha ottenuto un prestito dal governo, ha riaperto le fabbriche, ed ora l’ingranaggio «gira alla perfezione». In pochi anni il prestito è stato restituito: «i guadagni non sono colossali ma rilevanti»; le tasse sono «meno alte che in altri paesi», e, richiesto se può condurre una vita di agio, l’industriale dichiara di aver moglie e cinque bambini, «una bella casa, molte comodità» e, a parte questo, molte soddisfazioni.

«In fin dei conti quel che conta per noi, sono le condizioni di lavoro. E debbo riconoscere che le condizioni attuali sono migliori di quelle di una volta. Sono membro di diverse commissioni tecniche, vengo interpellato frequentemente dalle autorità governative, sono stato eletto consigliere comunale di Shanghai. Nel caos del 1949 quando decisi di non scappare ad Hong Kong con i miei fratelli ma di rimanere a casa mia non avrei mai pensato che avrei potuto godere di condizioni così favorevoli».

Dunque, nessuna «condizione di lavoro», per un industriale, è più favorevole che in regime di democrazia popolare. E domani? Domani «socializzeranno tutto. A me spetterà un posto di direttore». Spiacente? Non entusiasta: ma insomma, «è nell’ordine naturale delle cose».

Gli operai che sognano l’avvento di Mao-Tse-tung si preparino ad avere ancora Valletta a capo dei suoi sessantamila dipendenti.

Oh gran virtù dei sindacati americani

L’organizzazione sindacale americana, dopo aver appoggiato i democratici durante le elezioni, si è bellamente allineata dietro Eisenhower. Nessuno più lealista verso il governo che i sindacati… operai. George Meany, presidente dell’AFL ha dichiarato: “il primo compito di ogni americano è di adempiere al proprio dovere civico, prima di qualsiasi altro dovere che gli si potrebbe presentare… il secondo è il problema di mantenere l’economia americana nell’efficienza necessaria per produrre ciò di cui abbiamo bisogno per essere militarmente forti e per mantenere i nostri alleati pure militarmente forti, e nel contempo far sì che il tenore di vita nel nostro paese rimanga al più alto livello possibile in modo che il popolo, nel fronte interno, dia il suo contributo alla grande causa della libertà umana”. Dunque: rispettare le leggi, collaborare al riarmo, assicurare agli operai le briciole indispensabili per rendere gradito l’affitto della propria pelle ai dirigenti: uin bel programma sindacale davvero!

A tal fine è stato affidato ad Eisenhower, come ministro del lavoro, Martin P. Durkin, presidente della “Plumbers and Pipe Fitters’ Union”, aderente all’AFL dal 1941 segretario-tesoriere della Internazionale (Stati Uniti e Canada) della categoria e dal 1943 presidente della stessa. Leggiamo nel Notiziario Internazionale del Movimento Sindacale Libero (!): “Il presidente dell’AFL George Meany ha detto che Eisenhower ha fatto una splendita scelta aggiungendo che Durkin è magnificamente qualificato in virtù della sua esperienza e della sua preparazione e che saprà ispirare fiducia nelle file del movimento operaio sindacale”.

Non ne dubitiamo: senza questa fiducia nel suo ministro del lavoro, come potrebbe Ike abolire il controllo sui prezzi e spingere in avanti, stakanovizzandola, la produzione di guerra?

Malenkov- Stalin: toppa, non tappa

L’Ottobre 1917 russo non ha potuto darci il collegamento: prima guerra mondiale – rivoluzione proletaria internazionale. è stato parimenti uno svolto storico immenso, dando il segnale ad una massiccia rivoluzione capitalista non solo nella Russia Europea ma in tutta l’Asia. Dopo 36 anni di sviluppo è costruita nelle regioni occidentali di tale immenso teatro la piena rete di produzione e distribuzione capitalistica-mercantile; è in corso nelle regioni orientali la lotta rivoluzionaria di rottura delle forme feudali, e perfino patriarcali e barbare, dalla quale lo stesso risultato dovrà prorompere. L’area europea del blocco Russia Asia ha completato le premesse per lo sviluppo di un capitalismo adulto, e alla data di morte di Stalin esce dalla minore età – l’area asiatica, a capitalismo nella fase intrauterina in parte, ed infantile in altra, tende convulsa verso lo stesso risultato, tuttora lontano.

Ogni più rapida avanzata verso il socialismo era legata alla rivoluzione della classe lavoratrice in Germania, Inghilterra, America e pochi altri paesi, che non si è verificata: nel momento attuale il cammino verso di essa è seminato di remore e di ostacoli. Ma anche quella prima, sebbene meno decisiva, è una avanzata grandiosa verso il socialismo.

IERI

Capitalismo, avanti!

Lenin nel 1905 invocava senza reticenze la rivoluzione borghese russa. E ripeteva i richiami elementari al marxismo davanti ai soliti, e ancora oggi pullulanti, pasticcioni che, dall’imparaticcio sulle condizioni di un industrialismo e macchinismo avanzato come sola base di un’azione proletaria, concludevano che in Russia operai e marxisti dovevano disinteressarsi in ogni rivoluzione. «Costoro (erano allora i menscevichi del partito socialdemocratico russo) – scrive egli in Due Tattiche del luglio 1905 – comprendono in modo radicalmente errato il senso ed il significato della categoria: rivoluzione borghese. Nei loro ragionamenti si affaccia costantemente l’idea che la rivoluzione borghese sia una rivoluzione che possa dare soltanto ciò che è vantaggioso alla borghesia. Nulla è più errato di siffatta idea. La rivoluzione borghese è una rivoluzione che non esce dal quadro del regime economico e sociale borghese, vale a dire capitalista. La rivoluzione borghese esprime la necessità di sviluppo del capitalismo (…) Questa rivoluzione esprime quindi gli interessi di tutta la classe operaia, non soltanto della borghesia». E più oltre: «In paesi come la Russia, la classe operaia soffre meno del capitalismo che della insufficienza dello sviluppo del capitalismo»: vogliamo raccomandare di bene intendere: la forma capitalista economica esisteva già sotto lo Zar, ma troppo poco sviluppata, e questa era condizione controrivoluzionaria. Occorreva la vittoria della rivoluzione borghese in Russia, per lottare contro quella condizione negativa di poco sviluppo. Come vedremo la stessa esisteva anche dopo la rivoluzione proletaria del 1917, e… sotto Lenin. Sotto Stalin fu vinta. La rivoluzione ha sempre ragione, i controrivoluzionari sempre torto. Lenin descrisse il processo come lo vide e previde; Stalin lo descrisse vuotamente come processo già nello stadio socialista. Ciò non importa essenzialmente. In tutto il corso si trattava della via, in Oriente e nel mondo, verso il socialismo. Chi veramente è una pezza da piedi è chi chiede di sviluppare capitalismo nei paesi d’Occidente, dove esso da tempo ha passato l’arco, dalla maturità alla vecchiaia, ed è troppo sviluppato! In questo stesso testo, concordano le due ali sulla esigenza della rivoluzione socialista in Europa, come acceleratrice della rivoluzione socialista anche in Russia, Lenin, oltre a vedere con geniale limpidità la precedente accelerazione alla rivoluzione occidentale da quella russa, borghese, democratica, appoggiata, anzi condotta, dal proletariato, stigmatizza come balorda la espressione, per l’Europa, di una certa maturità delle condizioni necessarie alla realizzazione del socialismo.

Nel 1905, per Lenin, avevano raggiunta la «maturità generale». E citiamolo anche dentro la parentesi con cui ci siamo permessi di togliergli un momento la parola: «Non dobbiamo temere la vittoria nella rivoluzione democratica russa, perché questa ci permetterà di sollevare l’Europa; e il proletariato socialista europeo, dopo avere abbattuto il giogo della borghesia, ci aiuterà a sua volta a fare la rivoluzione socialista

Vieni, rivoluzione borghese

«In Russia la classe operaia è quindi assolutamente interessata (sempre Lenin; sempre 1905) allo sviluppo più largo, più rapido, più libero, del capitalismo. Ad essa è assolutamente vantaggioso eliminare tutti i residui del passato, che ostacolano lo sviluppo largo, libero e rapido del capitalismo (…) La rivoluzione borghese presenta quindi per il proletariato i più grandi vantaggi (corsivi del testo: ed. Mosca, in Italiano). La rivoluzione borghese è assolutamente necessaria, nell’interesse del proletariato (…) Questa conclusione può sembrare nuova, strana o paradossale unicamente a coloro (pss, pss, pss…) che ignorano l’abicì del socialismo scientifico! E da questa conclusione deriva, tra l’altro, la tesi che la rivoluzione borghese è, in un certo senso, più vantaggiosa per il proletariato che per la borghesia». Qui e in altri capitoli è più volte trattato il tema a noi familiare: borghesie risolute e conseguenti nella loro rivoluzione, come la francese del 1789 – borghesie storiche torpide e vili, come la tedesca nel 1848. In Russia la borghesia teme più che in ogni altro caso la sua rivoluzione: non ha poi torto, se si tratta di appiccare fuoco all’Europa e con ciò al capitalismo mondiale. Ed allora, crudamente, Lenin stabilisce che il proletariato farà lui la rivoluzione democratica e borghese, e ciò anche se non potrà passare a costruire alcunché di economia socialista. Non è nostra illazione: «non possiamo uscire dal quadro democratico borghese della rivoluzione russa». Resta in questo quadro la formula di Lenin: dittatura democratica del proletariato e dei contadini. Questa vittoria «non farà affatto ancora della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista (…) non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma nondimeno questa vittoria avrà un’importanza immensa per lo sviluppo futuro della Russia e del mondo intero».

Tutto questo compiutamente avvenne. Lenin nel 1917 non cambiò nulla, come è comune andazzo dire, nella sua visione storica. Non un rigo di quanto è qui riportato contraddice la teoria dell’imperialismo nei paesi a grande capitalismo, della necessità della guerra tra essi, della trasformazione di tale guerra in guerra civile interna e in rivoluzione sociale proletaria. Le date devono andare, e andranno, a posto. Lenin dal 1917 al 1923 lavorò non sul solo piano russo, ma sul piano mondiale, della rivoluzione mondiale; e attendeva che questa venisse a saldare i compiti capitalistici con quelli socialistici della rivoluzione che in Russia, con le sue forze, il proletariato aveva compiuto.

Fondamentale è in Lenin l’alleanza con i contadini. Appunto in quanto nelle vere rivoluzioni della borghesia questa – come Lenin dimostra in cento luoghi – cerca l’unità con i contadini sul terreno delle libertà e della democrazia. Questo era altro fardello che il proletariato russo doveva assumersi, e si assunse, una volta che la borghesia lo lasciò cadere. Ma nella fase di rivoluzione socialista non può esservi, Lenin dice: «unità di volontà» tra operai e contadini.

Ecco qui un’altra prova che lo stadio sociale descritto oggi da Stalin non è socialista, essendovi un obiettivo presentato come comune agli operai dell’industria e alla classe contadina, ancora in grande parte chiusa nei limiti della piccola coltura familiare. Il colmo sta nel trasporto di quelle formule «popolari», che Lenin spiega e difende con cristallina applicazione del marxismo per la Russia del 1905 e del capitalismo poco sviluppato, ai paesi dell’Occidente d’Europa e d’America, operata dai partiti delegati di Mosca.

N.E.P. e forme borghesi

Quando, nel 1921, Lenin pronunzia il discorso famoso sulla Imposta in natura, che come si suol dire liquidò il periodo del «comunismo di guerra», egli si riporta ad una classica descrizione del quadro sociale russo che aveva tracciata – tiene a stabilirlo – fin dal 1918. Come è falso che Lenin abbia visto una rivoluzione «nella sola Russia» con orizzonti più vasti di quelli che le dava nel 1905, così è falso che abbia poi, messo alla prova, ridotti tali orizzonti e deposta la illusione balenatagli nel 1917, quando giunto al potere avrebbe detto Es schwindelt mir (mi gira la testa), di attuare di colpo il comunismo integrale. Queste sono leggende e buaggini di romanzatori che tutto fanno dipendere dalle virtù spirituali del capo – e meno male quando argomentano sul tipo di condimento dei piatti che preferisce… Tutto si è svolto in modo che perfettamente si è inquadrata sulla impersonale visione della scuola marxista circa i caratteri degli svolgimenti storici e delle forze sociali in gioco.

Nel 1918-1921 Lenin, uomo che ha sempre guardato la realtà quale era, ride all’idea che i rapporti sociali russi siano divenuti socialisti in tutto o in parte predominante. Si tratta di ben altro. «Il Capitalismo di stato sarebbe un passo avanti rispetto alla attuale situazione della nostra Repubblica Sovietica». è proprio la autocitazione che comincia così. Lenin procedeva senza alcuna cerimonia con le teste vuote. «M’immagino con quale nobile sdegno qualcuno indietreggia a queste parole!». Non siamo nella Repubblica Socialista Sovietica?! Ora, Lenin spiega tutto: attenti. «L’espressione Repubblica Socialista Sovietica significa l’intenzione del potere sovietico di realizzare il passaggio al socialismo; non significa affatto il riconoscere che siano socialisti gli attuali ordinamenti economici».

Non resistiamo al desiderio di interpolare: il fatto che nel periodo di Stalin si dichiari che ormai gli ordinamenti economici russi sono socialisti, non significa che al passaggio si sia arrivati, ma solo che l’intenzione se ne è andata, e con essa il potere sovietico, ossia il potere dei lavoratori.

Torniamo al 1921. Quali gli elementi delle diverse forme economico-sociali presenti in Russia?

1) Economia contadina patriarcale, cioè in parte economia naturale.

2) Piccola produzione mercantile.

3) Capitalismo privato.

4) Capitalismo di Stato.

5) Socialismo.

Ma, domanda Lenin, quali elementi, predominano? E risponde: «È chiaro che in un paese a piccola economia contadina predomina, e non può non predominare, l’elemento piccolo borghese; la maggioranza, la stragrande maggioranza degli agricoltori, è costituita da piccoli produttori di merci».

Domanda successiva: tra quali gradi si svolge la lotta? Tra il quarto e il quinto, ossia tra Capitalismo di Stato e Socialismo? Certo che no, dice egli, non uso ad esprimersi con mezze parole. «La piccola borghesia e il capitalismo privato lottano insieme contro il Capitalismo di Stato, come contro il socialismo».

Tutta la dimostrazione di Lenin serve a difendere la misura della nuova politica economica: passaggio dalle requisizioni forzate del grano, ad una moderata imposta che il contadino produttore paga in natura, autorizzando, come dal 1921 fu fatto, che il resto del grano prenda la via del libero commercio. Ossia una concessione, un passo indietro, non solo del socialismo, ma dello stesso capitalismo di stato rispetto alla piccola economia contadina e mercantile.

Questo ripiegamento, dice Lenin nel 1921, non è pericoloso, o almeno non significa sconfitta nel cammino verso il socialismo, per due ragioni: Primo: il potere dello Stato è nelle mani degli operai e del partito comunista. Secondo: facciamo assegnamento sulla rivoluzione fuori di Russia.

Ma non va dimenticato che «l’elemento piccolo borghese è il principale nemico del socialismo». Lenin svolge a fondo la dimostrazione che per le stesse ragioni tale elemento di piccola agricoltura, piccolo commercio, piccola produzione, è sempre contro lo stesso capitalismo di stato, qualunque lo Stato sia. Battere questo elemento non è solo un problema politico e di forza; è soprattutto problema tecnico e economico: passare dalla piccola produzione alla produzione in grande.

Si dice di solito che nel periodo, molto successivo, del 1928, le misure agrarie di Stalin hanno battuto nuovi ricchi, grossi contadini, ed anche piccoli contadini. Si è verificato che il grado 4 di Lenin, capitalismo di stato, ha riguadagnata la battaglia contro i gradi 2 e 3, che costrinsero al tempo di Lenin a rinculare nella N.E.P. Ma ciò è avvenuto a ben altro patto: che la vittoria del punto 4 non fosse vittoria del punto 5: socialismo. Infatti la condizione politica nazionale e internazionale è caduta.

Socialmente questa «rottura tra 4 e 5» la abbiamo dimostrata con le enunciazioni di Stalin sulle forme commerciali e il vigere della legge del valore, in tutta la sfera della produzione e distribuzione. Storicamente però, ai fini del cammino socialista, che la Russia non poteva né può fare da sola, è bene che il capitalismo di stato abbia battute le forme 1, 2, 3, ossia le forme di piccola economia, che preoccupavano Lenin. Non lo ha fatto nemmeno del tutto, poiché solo il grandindustrialismo di Stato è completo, ed anche per questa riprova non siamo all’inizio del passaggio al socialismo, condizionato, dall’altro lato, da un potere politico proletario, ormai mancante.

Le poche briciole socialiste, i «pezzetti» di Lenin al punto 5, si sono a loro volta disciolti nel capitalismo di stato. Sebbene, altra volta lo provammo, sporadici casi delle forme socialiste e comuniste si possono trovare anche in pieno regime borghese e di privato capitalismo.

Atto di nascita del «Capitalismo»

A Lenin piaceva farsi capire, e quindi si spiega con un esempio a proposito della «categoria» del capitalismo di stato. Secondo certi tipi spassosamente «categoriali» il capitalismo di stato è nato dopo la Seconda Guerra Mondiale in quanto (un giorno che le categorie avevano alzato il gomito) l’economia entrò nello Stato! Il boscaiolo un dì con la bramosa scure in testa, tentò di penetrare nella vergine foresta…

Facciamoci un po’ di buon sangue con l’autorità di Vladimiro. «Riportiamo innanzitutto un esempio più che concreto del capitalismo di stato. A tutti è noto (meno che a quelli che hanno il primato del cocktail critico-dialettico-filosofico-deterministico-volontaristico-coscientistico) quale sia questo esempio: la Germania. Qui abbiamo l’ultima parola della tecnica moderna della grande industria capitalistica e di una organizzazione sistematica». Alt un momento!

Lo scritto è del 1918, marzo-maggio 1918, ossia prima della fine della Prima Guerra Mondiale. Lenin non ebbe bisogno di aspettare altro modello squisitamente perfetto: la Germania nazista della seconda guerra. Ne sapeva già abbastanza. Adesso vedete un po’ di digerire un parallelo formidabile, veramente dialettico nel senso grande di Marx. Smettete di ridere su quelli che dicono che dopo il 1945 tutto è mutato dato che si ha a che fare con il capitalismo di Stato e non più con quello privato; dato che la volubile damigella Economia ha finito di fare anticamera… e fate attenzione a cose serie.

Dopo quelle parole «organizzazione sistematica» Lenin aggiunge: «sottoposta all’imperialismo della borghesia e degli junkers», poi dice: «omettete queste parole (già fatto, maestro) e mettete in luogo di quello Stato capitalista e junkers un altro qualunque Stato, e arrivate allo Stato proletario: allora avrete ottenuto (fittiziamente) la somma di tutte le condizioni che offre il socialismo» (Noi avremmo tradotto l’ignota parola della ignota lingua russa: che richiede il socialismo).

Sentite quali sono le due condizioni, e sentite che scherzo ha fatto la storia. «Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica della grande industria capitalista, organizzata secondo l’ultima parola della scienza moderna». E una. «Il socialismo è inconcepibile senza il dominio del proletariato nello Stato». E due.

Succedono nel testo talune botte a quelli che non capiscono questa o quella, o tutte e due: socialdemocratici, anarchici e simili. Poi viene il passo dei pulcini. «La storia (dalla quale, eccettuati i menscevichi a cervello più ottuso, nessuno aspettava che essa desse, senza intoppi, tranquillamente, facilmente e semplicemente il socialismo integrale) ha preso un corso così particolare che ha generato verso il 1918, due metà spaiate di socialismo, l’una accanto all’altra, esattamente come due pulcini sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale».

Il pulcino Germania «incarna la realizzazione materiale delle condizioni economico-produttive del socialismo» – il pulcino Russia «incarna le condizioni politiche (…) La vittoria della rivoluzione proletaria in Germania spezzerebbe subito con enorme facilità il guscio dell’imperialismo, e realizzerebbe la vittoria del socialismo mondiale». Notate, anche in questo caso, mondiale. Non nazionale. «Se in Germania (come è stato), la rivoluzione ritarda a scoppiare, il nostro compito è di imparare (corsivo in Lenin) il capitalismo di Stato dai tedeschi, di assimilarlo con tutte le forze, di non risparmiare i metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione dell’occidentalismo da parte della barbara Russia.»

Anche dal capitalismo privato che oggi predomina in Russia, dice Lenin, si va al socialismo per la stessa strada del capitalismo di Stato. Egli ricorda che anche nel 1917, sotto Kerensky, propose il «capitalismo monopolista di stato» in quanto esso è l’anticamera per il socialismo. Questo testo sarebbe parimenti probante a proposito della solenne asinata dell’antifascismo, che avanzò le parole di piccolo capitalismo ed economia popolare liberale contro il monopolismo e statalismo capitalista! Ed è questa cantonata politica che fece passare in giudicato che era morto il pulcino del mezzo uovo russo, ossia il carattere proletario dello Stato di Mosca. La storia, Niobe rivoluzionaria, deve ancora concepire il germe completo.

Per ora annotiamo che razza di lancia spezza questo giostratore gigante, a sbalordimento dei superstiti faciloni, semplicioni, e sicumeroni, che forse riusciranno a rifugiarsi in igienico silenzio, per la teoria della tendenza al capitalismo in Russia. «È una completa assurdità teorica impaurire gli altri e sé stessi a causa della “evoluzione” verso il capitalismo di stato (virgolato e corsivo in originale)».

Fiamma dell’elettrificazione

Che cosa propone allora Lenin? L’elettrificazione. In presenza di milioni e milioni di piccoli produttori rurali, e con un’industria fracassata, noi non abbiamo altro mezzo di realizzare lo scambio tra derrate e manufatti, che il mezzo borghese. «Sarebbe una stupidaggine e un suicidio (…) tentare di impedire, di proibire assolutamente ogni sviluppo dello scambio privato, non statale, cioè del commercio, cioè del capitalismo (…) L’ultima politica possibile non è il tentare di proibire o impedire lo sviluppo del capitalismo, ma lo sforzarsi di incanalarlo nel capitalismo di stato».

Si può concepire l’ulteriore passaggio al socialismo? Sì, è la risposta di allora, ma ad una condizione. «Questa condizione è l’elettrificazione (…) Ma noi sappiano che essa ha bisogno di almeno dieci anni per i soli lavori più urgenti: si può pensare alla riduzione di un tale termine soltanto nel caso del trionfo della rivoluzione proletaria in paesi come Inghilterra, Germania, America».

Anche in questo avviene quello che lo stesso scritto dice per le deduzioni precedenti: «Vi è una serie di errori rispetto agli spazi di tempo. I termini risultarono molto più lunghi di quanto allora si supponeva». Non bastarono 18 anni fino alla guerra mondiale, e frattanto la condizione «politica» si capovolse del tutto. Ma, diceva Lenin, quello che importa è la chiara impostazione.

«Il capitalismo è un male in rapporto al socialismo. Il capitalismo è un bene in rapporto al periodo medioevale, in rapporto alla piccola produzione, in rapporto al burocratismo legato allo sparpagliamento dei piccoli produttori (…) Il capitalismo è in un certo modo inevitabile come prodotto della piccola produzione e dello scambio, e noi dobbiamo utilizzare il capitalismo».

Questa serie di testi non potrebbe essere più categorica: i piani di elettrificazione, i piani quinquennali seguiti, non si possono chiamare piani di costruzione del socialismo; al più piani di costruzione del capitalismo, per l’avviamento al socialismo. Ma questo successivo trapasso dipende non da condizioni volontariste, bensì dall’insieme dei rapporti determinanti sul teatro mondiale, la relazione tra i tipi economici e le forze politiche e militari, l’azione degli Stati e delle classi sociali. Intanto: «è ridicolo chiudere gli occhi su questo: la libertà di commercio è capitalismo, il capitalismo è speculazione».

Sullo stesso argomento verte «l’ultimo articolo» scritto da Lenin il 2 Marzo 1923. Il titolo è: Meglio meno, ma meglio, in quanto amaramente conclude sullo sperpero e la disamministrazione proprie da allora, e poi sempre peggio, dell’apparato russo di stato.

Ecco l’ultimo bilancio lasciato da Lenin, ben più notevole che i famosi testamenti sulle virtù e difetti dei capi: «Il carattere generale della nostra vita odierna è il seguente: noi abbiamo distrutto la industria capitalistica, ci siano sforzati di distruggere dalle fondamenta gli istituti medioevali, la proprietà dei latifondisti, e su questa terra abbiamo creato la piccola e piccolissima proprietà dei contadini, i quali seguono il proletariato per la fiducia che hanno riposto sui risultati della sua opera rivoluzionaria. Ci è tuttavia difficile reggerci su questa fiducia fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti». E qui Lenin si domanda, con una analisi della situazione internazionale, se avremo la fortuna che l’imperialismo ci dia «una proroga», ossia la fortuna di un nuovo conflitto mondiale. La sola speranza di resistere fino allora, dice Lenin, dato anche che noi e l’Oriente «non abbiamo un grado sufficiente di cultura per passare direttamente al socialismo, sebbene possediamo per questo le premesse politiche» sta «nello sviluppo della nostra industria meccanizzata, nella elettrificazione, nella estrazione idraulica della torba, nel condurre a termine la centrale elettrica del Volkhov, eccetera (…) Solo allora saremo in grado di passare da un cavallo all’altro, ossia dalla povera razza contadina, dal ronzino dell’economia adatta ad un paese contadino rovinato, al cavallo della meccanizzazione e dell’elettrificazione, che occorre al proletariato».

I piani di oggi – impostati certamente troppo in grande per una tempestiva resa che spianti dalle radici l’economia frammentata, e gonfiati non meno certamente perché troppi interessi non collettivi e di classe vi mangiano attorno – sono ben altro che la modesta centrale del Volkhov! La rete tecnico-meccanica e l’istruzione popolare si diffondono: ma che ne è delle «premesse politiche»?

L’incubatrice spenta

Di tanti milioni di kilowatt non si sono potuti derivare pochi watt per la lampada della incubatrice, dove attendeva il pulcino del potere rivoluzionario, chiuso nell’uovo inconsultamente deposto dalla storia fuori dal nido caldo della grande elettromeccanica capitalistica. Noi già lo vedevamo sviluppato nel magnifico Gallo che, all’alba levata da Oriente, avrebbe cantata la Giornata della guerra civile mondiale. Ma il germe, circondato dal gelo del pacifismo di classe e della convivenza fraterna tra lavoratori e capitale, morì dopo poco tempo. Al suo posto hanno allevato il mostruoso seppur succulento Cappone del capitalismo di stato .

L’ultimo articolo, in cui per l’ultima volta Lenin gettava il rivoluzionario guanto di sfida di Carlo Marx alla lebbra sociale della produzione minuta, ed esprimeva l’ansia rivoluzionaria che si accompagna ad ogni sua sconfitta, per quanto possa portare il marchio tecnico sociale e politico capitalista, è dunque del 2 Marzo – ed il 21 gennaio 1924 egli moriva.

Stalin è morto il 5 marzo 1953 e l’ultimo suo scritto è del 22 Maggio 1952. Esso è diretto contro alcuni compagni – suoi – «i quali affermano che, siccome la società socialista (leggi: l’odierna società russa) non liquida le forme mercantili di produzione, dovrebbero da noi ripristinarsi tutte le categorie economiche proprie del capitalismo».

Crediamo di avere sulla scorta di Marx e di Lenin dimostrato in modo irrefutabile che quei tali avevano ragione. Le categorie economiche dell’economia russa sono tuttora capitalistiche, ed è solo la terminologia ufficiale che va cambiata. Il solo fatto che si sia adoperato uno scritto teorico e non una condanna a morte mostra che non è lontana la tappa della confessione.

Cosa avrebbe potuto fare Lenin? Nulla, assolutamente. Egli non ha mai esitato a confessare la verità. Egli, con noi, attenderebbe che la storia generi un altro pulcino, nel luogo giusto. Va però dato atto a Stalin, in sede di elogio funebre, fin quando queste balorde usanze non saranno messe via, che oggi sarebbe, dopo i piani quinquennali in serie, anche la Russia, capitalistica, un luogo giusto, e tra non molto il paese sterminato dei galli. Questo è grandioso.

OGGI

Il canto giallo

L’ardente Trotzky, il tribuno della rivoluzione in permanenza, in un discorso indimenticabile sulla Cina, trasposea questa il famoso vaticinio: la rivoluzione russa sarà socialista o non sarà. Meno letteraria è la nostra odierna posizione : la rivoluzione russa è stata capitalista, ma è stata. La rivoluzione socialista dovrà essere non russa né cinese, ma universale. Domani potrà essere anche russa, anche cinese.

I fatti storici di cui la Cina è stata teatro nell’ultimo trentennio sono di portata formidabile, non inferiori a quelli del periodo rivoluzionario e napoleonico che saldò la fine del secolo decimottavo e il principio del decimonono, ed umiliò per sempre le momentanee restaurazioni europee. Vediamo con piacere che non si tenta quasi mai più di parlare per l’Asia di rivoluzione socialista: come tale sarebbe un funerale di terza classe; come quello che è rappresenta il sorgere di un nuovo mondo. Scegliamo un articolo di Gaetano Tumiati – per quanto non possiamo soffrire gli inviati di ritorno dal viaggio – nel filostalinistico Avanti!

Non contestiamo in principio che in Cina ci possano essere marxisti, come il teorico Liu-Shao-Chi, sebbene ci lasci perplessi la sua affermazione di parlare a ben cinque milioni di comunisti, che sarebbero già troppi, per avere già fatta in tutto il mondo la nostra rivoluzione.

Comunque egli correttamente dice: le nostre forze rivoluzionarie non sono costituite da operai ma da contadini, la nostra lotta non è contro i capitalisti cinesi, bensì contro l’oppressione imperialista straniera e contro i residui del feudalismo (medioevale, aggiunge il traduttore, ma lì il feudalismo è antico e moderno). Allora non più gli operai, che sono pochissimi, ma i marxisti e comunisti cinesi «dovevano sostituirsi alla borghesia nel compito di combattere il feudalismo». Vada, e vada pure questo: «Una rivoluzione francese con un secolo e mezzo di ritardo». Secondo lo scrittore questa rivoluzione, in quanto diretta da marxisti, sarebbe diversa tanto dalle rivoluzioni borghesi che da quelle proletarie. Ma è chiaro che il «partito comunista dominante» si dedica ai compiti «che sarebbero spettati ad una borghesia illuminata: favorire l’industria privata, la piccola proprietà terriera e il libero commercio». Tuttavia si ammette che la borghesia e i contadini considerano l’attuale stato di cose come definitivo, mentre i comunisti lo considerano come un ponte tra il feudalesimo e il socialismo futuro.

Dalla Bastiglia alla Muraglia

È ovvio che è un poco sospetta questa ortodossia marxista che, per determinare il carattere di classe di una rivoluzione, di un potere, di un partito, di un governo, si affida non ai dai sociali, non al carattere del trapasso a cui si lavora, ma alle opinioni «scientifiche», alle intenzioni e alle tendenze spirituali dei componenti il governo. Non essendoci una borghesia con coscienza e forza propria di classe, i marxisti si mettono loro a fare gli «illuministi», ossia a recitare la parte romantica che spetta alla prima borghesia. Ma il marxismo consiste proprio nel negare che la questione storica si risolva illuminando le teste, e non con una fisica contesa di forze. Ed è del tutto illuminata la borghesia imperialista occidentale, con cui si vuole lottare e che fa i migliori affari coi locali, favoriti, capitalisti privati. Poiché i borghesi non sono patrioti, come al tempo della Bastiglia, di Valmy di Jemappes, facciamo i patrioti noi marxisti! In Cina, in un certo senso, la cosa è probabile, ma il fatto è che internazionalmente si è preso ad insegnare questo anche ai proletari d’Occidente, di Francia «in anticipo di un secolo e mezzo».

Ora la borghesia c’era e sosteneva Chang-Kai-Shek e Mosca ha riconosciuto questi fino al tempo di Yalta. Intanto, all’ordine di Chang di marciare (coi cannoni e le munizioni avute da Mosca) contro i pochi comunisti, dal 1927 le armate rosse ribelli combattono e, dopo una Lunga Marcia di ben due anni dal Kiang-si, ossia da non lungi Canton, per riparare verso la Muraglia e la Mongolia, impiegarono contro i giapponesi e sudisti dodici anni, dal 1934 a tutto riconquistare. Va risolto il problema chi sia in tutto questo Napoleone: Chang o Mao.

Il punto è questo. La rivoluzione cinese è una rivoluzione borghese in quanto condotta contro i feudatari con l’azione delle masse contadine, e con una risolutezza di azione che fa ricordare l’elogio di Lenin e di Marx ai francesi: «Il 4 agosto 1789, tre settimane dopo la presa della Bastiglia, il popolo francese in una sola giornata ebbe ragione di tutti gli obblighi feudali». Ma, secondo gli stalinisti, le sue differenze dalla rivoluzione russa ribadiscono che questa deve chiamarsi socialista. Sarebbero due: «1) La rivoluzione cinese è stata portata a termine dalle masse contadine mentre il marxismo-leninismo attribuisce la funzione di leader sempre alla classe operaia. 2) In Cina esiste ancora la classe borghese, le industrie non sono state nazionalizzate e, nelle campagne, non si è arrivati alla collettivizzazione dell’agricoltura ma soltanto alla piccola proprietà».

A parte il fatto che il colcos non è collettivizzazione dell’agricoltura, ma agricoltura cooperativa, mista alla famigliare, che Lenin classifica come seconda forma del capitalismo di stato (concessioni – cooperazione – commercio dei prodotti di Stato – affitto di aziende di Stato) adatta alla produzione rurale – si può tenere per buono nelle grandi linee lo stato di fatto, e applicare alla Cina post-rivoluzionaria lo schema di Lenin. Avremo le forme: 1) Economia naturale e patriarcale; 2) Piccola produzione mercantile; 3) Capitalismo privato. Mancano dunque rispetto alla Russa 1918, altre due forme: capitalismo di stato – socialismo, anche a pezzetti. Lo Stato politico e militare è non meno forte e concentrato che nella Russia: a questo si ridurrebbero dunque gli epiteti, a repubbliche e a partiti, di socialista e comunista?

Comunque non può nascere nemmeno in dieci anni un capitalismo concentrato come capitalismo di stato e bisogna attendere che ci si arrivi per la via «normale» in cui l’Europa, se anticipava sulla Russia un secolo, anticipa sulla Cina varii secoli; ossia la via della piccola produzione mercantile sostituita al feudalesimo. Non si dimentichi tuttavia lo smagliante esempio del Giappone capitalista e meccanizzato, anche prima di avere liquidato il feudalesimo agrario. Lenin confrontava le province: gettate uno sguardo alla carta della Russia! Esclamava: poche strade e cattive, poche ferrovie, occorre uno sforzo per andare avanti, al grande capitalismo! Altro che socialismo.

In Cina, e altra volta riportammo i dati, siamo come strade e ferrovie ancora più indietro. La decentrazione feudale non favoriva le reti di comunicazione. I grandi imperi – cominciamo, per far ingiallire anche i bianchi, da Roma antica – si fondarono su reti poderose di strade, costruite da capitalismi di stato, come fu per le ferrovie della Russia di Occidente. Per la Cina, già il capitalismo privato è un passo avanti. Se Liu-Shao-Chi lo dice, ne ha il diritto.

Il marxismo ci insegna dunque che siamo in presenza di due rivoluzioni borghesi. Evoluto marinaio russo o povero soldataccio cinese, divoratore bianco o giallo di letteratura marxista, se vi han dato una mano non l’hanno data per il vantaggio della borghesia, ma per quello della classe operaia e del socialismo di domani. La rivoluzione cinese borghese è una rivoluzione venuta al giusto tempo della sua area continentale, come lo fu la rivoluzione francese.

La rivoluzione russa capitalista è una rivoluzione giunta in ritardo rispetto al tempo della sua area continentale: ha bruciato le tappe arrivando al capitalismo di Stato. Nessuna delle due è socialista. Tutte e due tessono al capitalismo mondiale il suo lenzuolo funebre.

Oltremonte ed oltremare

Date dunque uno sguardo alla carta della Cina. Più arretrata come tessuto tecnico moderno, è ben più popolata della Russia, nella media. Con distanze interne non meno immense, ha uno sviluppo di coste molto maggiore, assoluto e relativo sui mari navigabili e caldi.

Vissuta per millenni frammentata in unità economiche sociali e governative molteplici, ha preso lo slancio formidabile della costruzione del mercato interno capitalistico, ordinandosi in uno Stato unitario, e Mao sarebbe un grande simbolo anche se stesse all’altezza non del Bonaparte, ma di Luigi XIV. La rapida crescita del capitalismo interno non può essere ora che in ragione dell’intreccio col mercato internazionale. Ora qui la carta parla; e qui sono solidi motivi marxisti, di determinismo dei fatti materiali, che se ne fregano dei capi storici e delle guide invincibili, dall’al di qua e dall’al di là. La Russia aveva una sola linea di osmosi col mondo della scienza e della tecnica capitalista, ed era la frontiera di Ovest, sulla quale ha eseguito drammatiche rese e travolgenti avanzate, ha saputo «imparare» come Lenin dispose e predare come Stalin realizzò, e sulla quale ha passato patti di oro e di sangue col supercapitalismo anglosassone, padrone del resto del mondo.

Ma non può servire al modernamento della immensa Cina la frontiera di Mongolia e di Manciuria lunga sì, ma con così rari varchi che è una cortina posta dalla natura. Invece la bella lunghissima variata costa sui mari del Sud e dell’Est, inaugurata da secoli al traffico coi bianchi, arredata già di non poche attrezzature proprie alla navigazione, offre lo scalo preferito alle merci e ai capitali di Occidente.

Prima Asia! hanno detto in America i maggiori del capitalismo imperiale. E se la Cina uscita dalla rivoluzione cerca come affrettare la sua marcia verso il capitalismo privato, che non può ancora connettere in un unico blocco manovrato da un ferreo governo militare, come la Russia ha potuto, sarà alle economie di Occidente che dovrà appoggiarsi. Il Giappone anticipò la sua stupefacente evoluzione verso i tipi europei di produzione in quanto era un’isola tutta accessibile dal mare ed aperta al fervore più alto degli scambi.

Come l’Inghilterra col suo marinismo si gettò contro la Francia giacobina, così fece il Giappone contro la Cina alla sua rivoluzione borghese. Ma queste lotte e questi scontri formidabili non condussero che al dilagare ovunque, irresistibilmente, e sia pure con onde alternate, delle forme moderne, nuove, rivoluzionarie. Poiché l’argomento su cui si fonda la nostra ostinata speranza è quello di Lenin, nell’ultimo scritto di sua vita. L’esito della lotta finale può essere previsto, considerando che il capitalismo stesso educa ed esercita alla lotta l’enorme maggioranza della popolazione della terra. La guanciata è a voi, o partigiani della pace.

Il capitalismo di Stato in Italia

Lo Stato italiano adempie alla funzione di imprenditore capitalista nelle forme fondamentali della gestione in proprio (Ferrovie, Manifattura Tabacchi, E.N.I., Fabbriche d’armi, ecc.) e del controllo indiretto effettuato mediante partecipazioni azionarie al capitale sociale di imprese private. Esistono altre forme intermedie date dalla fusione di capitale di proprietà dello Stato, o raccolto e reso disponibile dallo Stato, e dalla privata impresa (sfruttamento del sottosuolo, concessioni di reti ferroviarie, telefoniche, ecc., Piano Fanfani per la costruzione di case, Cassa del Mezzogiorno, ecc.).

Sarà interessante in seguito stabilire e documentare in che proporzione il settore statale e parastatale si pone, nel quadro generale del meccanismo produttivo italiano, di fronte al settore puramente privato, caratterizzato cioè dalla coincidenza nell’azienda considerata della proprietà del capitale e dell’impresa. Si vedrà come molto ristretto sia il campo della cosiddetta «iniziativa privata» la quale, anche se giuridicamente riconosciuta, non può sfuggire ai controlli che lo Stato esercita centralmente sulla bilancia dei pagamenti, e cioè sul traffico per e dall’estero delle merci, influenzando tutto il mercato nazionale.

In questa nota ci interessa solo di mostrare il quadro dei controlli che lo Stato di Roma, sempre pronto per bocca dei suoi esponenti a condannare i regimi totalitari, esercita nei rami della siderurgia, della meccanica e dell’industria mineraria.

Il capitale statale partecipa alla gestione della produzione nazionale attraverso un organo istituzionale appositamente congegnato, l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale). L’I.R.I., secondo recenti dichiarazioni del Ministro dell’Industria, controlla il 17 per cento del complesso dei capitali delle società anonime, operanti nel campo estrattivo, radiofonico, siderurgico, metalmeccanico, cantieristico ed elettrico. Tale percentuale dice poco, se non si considera la massa degli impianti e le dimensioni della produzione su cui l’I.R.I. accampa diritti. Nelle aziende I.R.I., sempre secondo il Ministro, lavorerebbe solo il 6 per cento della mano d’opera impiegata nell’industria, ma, essendo in presenza di capisaldi produttivi in cui si registra il più alto grado di concentrazione tecnica della produzione, e quindi di produttività, risulta che, pur pagando meno salari che il settore privato, l’industria statale o controllata dallo Stato accentra in sé una vasta percentuale della produzione nazionale.

Valga a documentare quanto sopra il seguente specchietto illustrante le partecipazioni dell’I.R.I. per il ramo siderurgico, meccanico e minerario:

Fuori del settore siderurgico la Finsider detiene le seguenti partecipazioni: negli impianti elettrici e chimici Terni; nell’impianto chimico S.M.A. (Soc. Meridionale Azoto, Bagnoli); nella Ferromin, soprariportata; nella Rejna (fabbricazione molle metalliche) attraverso l’Ilva.

La Società Nazionale Cogne sta fuori delle Società Finanziarie Finsider e Finmeccanica, come dal F.I.M. (Fondo per il finanziamento dell’industria meccanica). L’abbiamo inclusa nello specchietto, dato che il suo capitale è interamente di proprietà dello Stato.

All’I.R.I. furono trasferite nel 1951 le interessenze possedute nel Mezzogiorno dal F.I.M., attualmente in fase di liquidazione.

Come abbiamo avvertito, le partecipazioni dello Stato al capitale delle società anonime del ramo siderurgico, meccanico e minerario, come le gestioni dirette dello Stato in tale campo, costituiscono solo un settore del capitalismo di Stato in Italia. L’opportunismo dei falsi partiti marxisti pretende, travisando certe affermazioni di Lenin, che il passaggio dalla piccola proprietà al capitalismo di Stato costituisca un fenomeno rivoluzionario, o quanto meno acceleratore dell’urto rivoluzionario. Ciò può essere vero nel caso di capitalismi nascenti che, senza l’intervento dello Stato, penerebbero molto a bruciare le tappe della concentrazione dei mezzi di produzione, ma è un tradimento del socialismo quando si pretende di favorire il processo della statizzazione economica in Nazioni, come l’Italia, nella cui economia già da tempo si è sviluppato largamente il capitalismo di Stato, sicché il successivo intervento del potere operaio non può essere che l’avvio, in coordinazione con la lotta di classe sul piano internazionale, della produzione e della distribuzione verso le forme non mercantili del socialismo.

Multe e... stalinismo

Nella città di Forlì, come del resto in ogni altra città della nuova repubblica, costruita con la collaborazione dei partiti di massa, che si autodefiniscono proletari, la unione fra i vecchi collaboratori deve necessariamente continuare; non vi sarebbe alcun motivo di rompere oggi la sacra unione di ieri. Perciò è del tutto logico, tanto per ricordare un fatto particolare, che poliziotti e guardie rosse montino insieme di sentinella la salvaguardia del privilegio borghese. Così come è perfettamente logico che vigili urbani di marca e provenienza stalinista tutelino l’ordine pubblico e magari la perfetta viabilità contro qualunque trasgressore. Il fine supremo diviene quella tutela, contro chiunque attenti al bene da loro difeso, non importa se il disattento «violatore» di un semaforo posto all’incrocio di due deserte vie sia un proletario disoccupato, il quale è ben tenuto, prima che a mettere qualcosa sotto i denti, a pagare la multa trionfalmente impostatagli dal vigile stalinista in agguato! Di che lamentarsi? È soltanto necessario riconoscere le vere e reali funzioni di uomini e di partiti.

Accadde che il nostro compagno non volle pagare la multa: spiegò che non aveva un soldo, che il semaforo era stato sì violato, ma che la violazione del suo stomaco è all’origine di questo… terribile delitto e che se avesse avuto l’automobile e lo stomaco pieno avrebbe certamente potuto far convergere tutta la sua attenzione sullo splendido disco rosso. Nulla da fare: gli zelantissimi tutori della viabilità hanno brancato la loro preda e non la mollano: la minacciano, anzi, finché il nostro compagno, solo contro molti, reagisce e ne nasce il tafferuglio con conseguente arresto, processo, condanna.

L’urbano vigile staliniano può sorridere soddisfatto, può congratularsi con se stesso per tali mirabili prodezze: noi riconosciamo che è giusto che così sia. Il compito di ogni buon staliniano è quello di «criticare» democraticamente il governo nero e però di servirlo devotamente per il suo personale tornaconto e per quello dei suoi padroni: purché il proletariato ne esca sconfitto, in qualunque occasione, non importa se importante o trascurabile, la suprema legge di difesa dell’ordine borghese sarà rispettata: e questo è ciò che conta.

A Trieste come volevasi dimostrare

In una corrispondenza pubblicata nel n. 4 di questo foglio, era chiaramente previsto l’esito al quale le organizzazioni sindacali avrebbero condotto l’agitazione nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico. Come volevasi dimostrare, tutto si è risolto nel più smaccato compromesso.

Già una prima volta i sindacati avevano cercato di raggiungere la soluzione da loro auspicata mediante un referendum. Questo poggiava sull’alternativa: accettare le trattative con la parte avversa, romperle e inasprire la lotta. Le condizioni sulle quali trattare erano ignote, e gli operai subodorarono che i negoziati si sarebbero trascinati alle calende greche: la risposta fu categorica, i votanti si espressero per il 70 per cento a favore della continuazione della lotta e della rottura delle trattative con la parte padronale. I sindacati accusarono il colpo, e, intervenuta una mossa «conciliativa» dell’Ufficio del Lavoro, decisero: Nuovo referendum! (Dove si vede che non il referendum decide, ma i sindacati deliberano a seconda che il referendum fa loro comodo o no).

La mossa è riuscita: i votanti si sono espressi per la ripresa delle trattative. Diversi fattori hanno giocato nel senso voluto dalle organizzazioni sindacali: anzitutto, le misure disciplinari sono, nella nuova proposta (cioè sulla carta), «addolcite», poiché riguardano unicamente i recidivi nelle assenze ingiustificate e il «cumulo» dei ritardi è ridotto da un anno a sei mesi, mentre il termine di comunicazione dei nominativi dei colpiti dal provvedimento è allungato da sei a nove mesi; in secondo luogo, dopo un lungo periodo di agitazione, gli operai meno educati alla lotta di classe si sono lasciati abbacinare dal miraggio delle ore straordinarie che, dall’inizio della vertenza, erano state sospese; infine, gli attivisti sindacali e di partito hanno ben lavorato a rabbonire gli operai in agitazione.

Lo stratagemma sindacale è stato, non c’è che dire, abile: decurtando il salario con la sospensione delle ore straordinarie, esse hanno, fin dall’inizio, lavorato a spezzare la volontà di lotta dei proletari nell’atto stesso che fingevano di sostenerla: sapevano che, alla fine, l’immaturità di classe avrebbe prevalso, spingendo i dimostranti a piegare la schiena. Così, l’arma diretta contro i padroni si è ritorta contro i lavoratori: la grande battaglia dei C.R.A. è finita, come volevano i sindacati, nel pateracchio. Nulla di nuovo, d’accordo; ma, dopo l’esempio di compattezza e decisione che i lavoratori avevano dato, la constatazione del tradimento sindacale è ancora più penosa e schiacciante.

Il corrispondente

Coesistenze

Da una parte e dall’altra della cortina di ferro, i reggitori del mondo si affannano a proclamare la pacifica coesistenza fra i popoli; e pare che Malenkov abbia a cuore, del testamento di Stalin, soprattutto questo codicillo.

Ma la coesistenza è piuttosto, una coabitazione quella tal guerra fredda che i coinquilini post-bellici conoscono fin troppo bene.

Coesistono; ma ogni tre o quattro giorni, un aereo dei due a coesistenti » precipita al suolo abbattuto dall’altro.

Coesistono, ma non si stancano di produrre e sperimentare bombe atomiche non certo per trastullare in giochi innocenti i propri figli o quelli del coinquilino.

Coesistono, e in nome della coesistenza, in Corea o in Indocina, i fanti si scannano. Coesistere, in regime capitalista, significa sbranarsi nella stessa, galera dalle ferree sbarre.