Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1954/1

La Casa Bianca ed il Cremlino si sostengono l’una con l’altro

Le sibille del capitalismo guardano preoccupate il 1954. Lo stesso presidente americano si è sentito in dovere di versare ottimismo sulla sensazione diffusa dell’approssimarsi della crisi. Essa è denunciata, in America, dalla sensibile diminuzione del lavoro nelle acciaierie, dalla cessazione dell’attività di alcuni alti forni, dall’aumento della disoccupazione, dalla minor produzione automobilistica negli ultimi mesi, dallo sfavorevole andamento dei corsi azionari (l’indice Dow Jones, che riguarda le più importanti categorie di titoli azionari ha segnato nel corso del 1953 notevoli flessioni e, alla fine dell’anno, dava per i titoli industriali 280,43 contro 289,65 nell’anno precedente – ma la punta inferiore era stata raggiunta poco tempo prima con 255,49 – per i titoli ferroviari 94,38 contro 111,8), e dall’ingorgo chiaramente avvertito nei consumi al termine di un’annata che, dal punto di vista della produzione, ha battuto tutti i record. Anche in Inghilterra, il 1953 è stato un anno di intensa attività economica, ma sul finire si nota che gli elementi favorevoli – rialzo dei valori industriali, ricostituzione delle riserve d’oro e divise, riduzione del tasso di sconto – cominciano ad essere controbilanciati dalle difficoltà di esportazione e da una tendenza all’aggravamento dello squilibrio della bilancia commerciale. La politica francese riflette il cronico marasma della vita economica interna e il costo gigantesco del mantenimento delle posizioni imperiali, soprattutto in Indocina. Infine, sull’industria e sui commerci della Gran Bretagna e della Francia, si proietta l’ombra della poderosa ripresa tedesca.

Di fronte a questa situazione, Eisenhower ha annunciato che, in caso di approfondirsi dei fenomeni di crisi, il governo americano è pronto a fare intervenire « elementi stabilizzatori »: ironia della dialettica storica, i repubblicani, saliti al potere con un programma di smantellamento dei controlli ed interventi dello Stato e di ripresa della libera iniziativa, si dispongono a rimettere in moto il meccanismo « anti-crisi » del New Deal democratico (lavori pubblici, previdenze sociali, aumento delle spese nel bilancio statale). Ma poiché lo stesso esperimento rooseveltiano si è salvato solo grazie al riarmo nel 1934-41 e al conflitto mondiale dopo, e la crisetta 1949 grazie alla guerra in Corea, così la valvola vera è ora cercata dai dirigenti occidentali in altra direzione, nel senso cioè dell’allargamento del mercato mondiale con la ripresa di rapporti commerciali e politici (d’altronde non cessati mai, in una forma o nell’altra) con la Russia. È già significativo che Stassen, direttore dell’Amministrazione delle operazioni estere degli U.S.A., abbia spezzato una lancia a favore dell’allentamento dei controlli sul commercio oriente-occidente per quanto riguarda le merci di importanza non strategica, o di importanza strategica « minore ».

Ma più importante è che l’iniziativa congiunta Malenkov-Churchill per una ripresa di trattative sia ormai uscita dal regno delle possibilità lontane per divenire una realtà pratica. È una spinta economica che, da ambo le parti, muove in quel senso: abbiamo spesso rilevato come il « pacifismo » russo riflettesse una situazione obiettiva di soffocamento e quindi la necessità di rientrare nel circolo del commercio internazionale (vedi Conferenza economica di Mosca); abbiamo anche osservato – e gli avvenimenti ultimi lo confermano – che il marasma occidentale pone per forza di cose il problema di una espansione dei traffici, dell’esportazione di merci e capitali. La tendenza è dunque verso l’accordo. I dirigenti del Cremlino hanno più volte dichiarato che la pacificazione da loro proposta avrebbe sventato la crisi in maturazione nell’Occidente: a parte che potrà sventarla ora per ripresentarla domani in forma aggravata, la loro tesi ha un fondamento reale. Per il proletariato essa significa questo: nel momento che l’ombra della « recession » sgomenta il capitalismo occidentale, Mosca è lì non già per assestargli l’ultimo colpo, ma per offrirgli una via di salvezza, – via di salvezza che, d’altro lato, per la sproporzione esistente nei rapporti di forza fra i due « blocchi », può solo implicare una ribadita sudditanza della struttura economica più debole (quella orientale) dalla più forte. Più la situazione del regime vigente diviene confusa, più lo stalinismo gli tende la mano, gli si offre come salvagente: è la sua storica missione. Qualunque cosa esca dalla conferenza di Berlino, la « pace » fra i due « avversari » di ieri può significare soltanto una somministrazione di ossigeno al regime dello sfruttamento del lavoro e del profitto: al regime della guerra.

Don Peppino superpatriota

Nella conferenza-stampa di fine d’anno, che Di Vittorio tiene ormai regolarmente sul modello dei presidenti del consiglio e di altri illustri uomini di quest’epoca pubblicitaria, e in cui ha condito le roventi minacce alla classe padronale (can che abbaia non morde) con patetici appelli a fronti quasi popolari, poteva mancare la coda patriottica? Ohibò, come chiedere a Vidali, gran gerarca del cominformismo triestino, di rinunciare a levar inni a Oberdan e all’irredentismo o a colpir di invettive appassionate i rinunciatari tipo Sonnino.

Invero – cosa scandalosa per chi ha osannato agli eserciti alleati passeggianti per lo stivale e sparoneggianti con la stessa jattanza dei tedeschi sulla « Patria amata » – è successo che capitali stranieri minacciano di investirsi nei giacimenti petroliferi scoperti in Sicilia, cioè appunto là dove per primi sbarcarono gli « eserciti liberatori », gaffette com’è logico dei finanzieri e degli industriali. Ora, Di Vittorio non è contro il capitale; schifa il capitale straniero, per quanto riteniamo difficile che possa spiegare all’operaio petrolifero siciliano il gran vantaggio ch’egli ricaverebbe dal lavorare per il capitale nazionale invece che per il capitale americano o inglese, dal produrre plusvalore in lire invece che in dollari. Il gran punto non è nel sostantivo, è nell’aggettivo: non è il « capitale » che fa rizzare i capelli patriottici di Don Peppino; è lo « straniero » (già liberatore…).

D’altra parte, Don Peppino, da buon patriota, non è poi molto sentimentale: i capitali stranieri è disposto ad accettarli, purché la direzione dell’attività economica alimentata da quei capitali rimanga « in mani italiane » (e, immaginiamo, il petto gli si gonfiava e gli occhi gli luccicavano).

Strane cose suggerisce il patriottismo, a Di Vittorio come a tutti i patriottardi: vedono l’odiato straniero dovunque, eccetto che nei quattrini. Non olet; non puzza; la patria è patria, il denaro è denaro. Quindi, poiché d’altra parte non siamo (vero, Don Peppi?) contro il capitale in genere, vengano pure i capitali stranieri; però, i padroni restiamo noi! Come chi dicesse, andando a buscar quattrini: Concedetemi un prestito; però io resto libero come prima, il mio orgoglio non me lo toglie nessuno. Delle due l’una: volete capitali stranieri, e allora dovete per forza dipendere da quelli che ve li danno; o rivendicate la « direzione dell’attività economica », e ciò significa soltanto che chiedete al creditore o al finanziatore che vi conceda l’alto onore da lustrascarpe di addossarvi il compito di far fruttare al massimo i suoi quattrini.

Ora, non c’è nessun patriottico governo, in tutta la storia delle « passioni nazionali » della borghesia, al quale non sia stato concesso insieme quel vantaggio e questo onore; tutti si sono indebitati, quando potevano, verso lo « straniero », conservando però la faccia dell’orgoglio e del purissimo onore nazionale; tutti si sono venduti fingendo di rimanere « padroni in casa propria ». Di Vittorio non fa eccezione: purché rechino soldi, benvenuti gli stranieri: dateci la libertà, l’onore, la verginità, e siamo lieti di frustare i proletari perché mettano in valore i capitali non-nazionali (giacché sbagliamo, o questi capitali saranno investiti per cavarne un utile?).

Dopo tutto, non ha chiesto Di Vittorio maggiori investimenti con esenzioni fiscali nel Sud? La C.G.I.L., come la C.I.S.L. e l’U.I.L. e la neonata C.I.S.N.A.L., difendono prima di tutto il capitale, giacché che ne sarebbe, senza capitale, del lavoro? E che ne sarebbe del capitale senza la patria; e che della patria senza Botteghe Oscure?

Federati contro la classe operaia i governi di Occidente ed Oriente

La rivolta operaia del 17 giugno di Berlino-Est, l’unica autentica azione di classe del proletariato dalla fine della guerra ad oggi e la prima violenta ribellione di massa alla tirannia staliniana dagli anni in cui la controrivoluzione antisocialista trionfò in Russia (1924-1926) ad oggi, risuonò come campana funebre nel vasto impero dominato da Mosca. Ma non soltanto in questo. Fin dal momento in cui le potenze imperialistiche vincitrici della guerra mondiale si divisero sui fronti della cosiddetta guerra fredda, noi affermammo che l’inaudita audacia dei governi di Washington e Mosca che, ad onta delle paurose distruzioni materiali e sociali causate dal conflitto, osavano aprire una violenta fase di conflitto e di rivalità, era da spiegarsi con la completa degenerazione opportunista del movimento operaio, ormai impotente a sganciarsi dalle influenze degli Stati.

La rivolta operaia di Berlino-Est, per il fatto provato che si scagliò in principio contro l’impalcatura statale russa di occupazione senza legarsi alle potenze anglo-americane, le quali soltanto alla fine della convulsione riuscirono ad utilizzare dimostrativamente le proprie organizzazioni clandestine, doveva avvertire paurosamente i governi dei Grandi che la prosecuzione della guerra fredda si presentava gravida di incognite. Una valvola di sfogo del capitalismo mondiale non funzionava: lo stalinismo, il supremo inganno della borghesia internazionale passata audacemente al pericoloso gioco di travestire con le forme esteriori della teoria rivoluzionaria proletaria il contenuto inequivocabile dello sfruttamento capitalista, rivelava la sua intima debolezza. Ma le sassaiole dei rivoltosi di Berlino e della Germania orientale russificata, colpendo i carri armati russi lanciati nella repressione, miravano al cuore del capitalismo universale, del capitalismo che in Russia e in America e in Europa ha la stessa medesima funzione di sfruttamento e di oppressione del proletariato lavoratore.

L’odierna pausa della guerra fredda, che sembra preludere ad una rinnovata sistemazione della Russia e delle zone euro-asiatiche da essa controllate nell’equilibrio internazionale facente perno sul governo degli Stati Uniti, segue di sei mesi la rivolta proletaria di Berlino, ma indubbiamente non si può spiegare con un altro avvenimento. La stampa foraggiata dai governi occidentali filoamericani non può comprenderlo perché in molti casi veramente crede all’antitesi dei regimi sociali americano e russo. Se così fosse, se il capitalismo occidentale veramente fosse minacciato di morte dai regimi staliniani, la politica del Governo americano, espressa in termini bellicosi da Foster Dulles, avrebbe dovuto, dopo la rivolta di Berlino, inasprirsi anziché raddolcirsi, proseguire fin verso le estreme conseguenze anziché fermarsi a metà della strada. È successo invece che proprio nel momento di pericolo per il regime di Mosca, i governi di Washington e Londra, specialmente quest’ultimo per opera di Churchill, hanno proceduto ad allentare la stretta che minacciava di strozzare il preteso avversario di oltre cortina. Non si può prevedere se l’odierno periodo di temporeggiamento partorirà un accordo generale, ma se le prossime conferenze internazionali dovessero lasciare il tempo che trovano, ciò non cancellerebbe il fatto inoppugnabile che, all’indomani della rivolta di Berlino, il mondo della controrivoluzione e della guerra ha trattenuto il fiato, ha smesso sia pure temporaneamente le polemiche e i conflitti intestini, permettendo così al Governo di Mosca di prendere importanti provvedimenti di politica interna volti ad allontanare la tremenda pressione esercitata dallo stalinismo al potere sulle masse lavoratrici delle città e delle campagne.

Ipocritamente, i governi occidentali fanno lavorare la loro propaganda sul tema che lo sfruttamento, l’oppressione e la miseria delle masse salariate e dei contadini poveri dei territori occupati da Mosca derivano dalle forme del regime staliniano, spacciato per socialista. In realtà, lo sfruttamento delle classi lavoratrici dei paesi d’oltre cortina innanzitutto si origina dal modo di produzione capitalistico che lo stalinismo sotto le apocrife insegne socialistiche sicuramente perpetua e conserva. In secondo, e non meno importante luogo, sono proprio le condizioni generali dell’imperialismo, caratterizzate dalla divisione del mondo in due blocchi rivali, che esasperano le congenite tendenze alla accumulazione e alla concentrazione del capitale, inscindibili dall’economia capitalistica ovunque essa si svolga, ad occidente come ad oriente della cortina di ferro. Naturalmente, la corsa al riarmo, possibile solo attraverso l’esaltazione della produzione di mezzi di produzione, di beni strumentali, e la conseguente depressione del livello della produzione dei beni di consumo, non poteva essere sopportata con eguale resistenza da tutti i settori del capitalismo mondiale. I paesi storicamente più giovani e economicamente più deboli, oppure di maggiore età storica ma indeboliti dall’usura terribile di due guerre mondiali – e intendiamo alludere all’Inghilterra e alla Russia – per insopprimibile necessità dovevano chinarsi sotto l’intollerabile peso. La rivolta di Berlino doveva rivelare paurosamente che lo sforzo della Russia era arrivato al limite estremo. La politica di intensa accumulazione ottenuta attraverso un furioso sfruttamento della mano d’opera invano mascherato sotto la mitologia stakhanovista, era arrivata al punto critico. Un successivo passo avanti avrebbe portato alla generalizzazione della rivolta nell’impero di Mosca. Toccava all’America costringere i russi a farlo, ma, ad onta di tutte le dichiarazioni di odio allo stalinismo, l’America non ha mosso dito. Eppure non mancavano i mezzi per attizzare il conflitto: Formosa, Trieste, Berlino, Corea, Indocina.

Prova migliore della sostanziale solidarietà dei governi vigenti di fronte alle minacce provenienti dal sottosuolo sociale, non poteva aversi. Per quanti fastidi possa creare al super-Stato americano, lo stalinismo rappresenta, nelle zone meno sviluppate della geografia capitalista, nei punti più deboli della dominazione borghese, la rocca dell’estrema difesa dell’ordine costituito borghese. La rivolta di Berlino vi scagliò contro un pauroso colpo di ariete. Come il sussulto non doveva propagarsi fino alle basi del mostro statale americano? Oggi come oggi la innegabile decadenza della borghesia europea, che a mala pena le classi dominanti di Inghilterra e Germania riescono a dissimulare nel proprio corpo, fa della Russia il principale potere di conservazione e di repressione antioperaia, nell’area continentale che si estende dalle coste orientali dell’Atlantico a quelle occidentali del Pacifico. Ma dietro la Russia si erge l’America. Chi tocca la Russia, mette in pericolo l’America. La Russia atterrata dalla rivoluzione proletaria significherebbe l’America sola in un mondo nemico. Viceversa, il crollo dello Stato americano precederebbe di poco l’esecuzione capitale del gendarme moscovita, impotente al gigantesco compito di reggere un mondo capitalista orfano degli Stati Uniti.

Lasciamo che le prossime settimane soddisfino la morbosa curiosità della gente «politicizzata». Riprenderà la guerra fredda? Succederà un periodo di pace? America e Russia troveranno un accordo? Daranno gli avvenimenti una risposta positiva oppure negativa a codesti quesiti, noi non ci chiuderemo certamente nella torre di avorio degli indifferentisti che pretendono di scoprire eguali effetti nel verificarsi di qualsiasi alternativa prevedibile delle questioni storiche. Ma qualunque sbocco avranno gli odierni sondaggi internazionali, non avremo bisogno di conoscerlo per poter dimostrare che l’accordo – quello reale, quello profondo, scaturente dalla convergenza degli interessi di classe da far prevalere contro il proletariato mondiale – non data da oggi, e neppure dalla rivolta di Berlino, essendo molto più antico, più antico anche della alleanza militare stipulata da Mosca, prima con Hitler, poi con Roosevelt e Churchill durante la seconda guerra mondiale. La Sinistra Comunista Italiana, di cui siamo i continuatori, fin dal lontano 1926 denunciò l’avvenuta involuzione dello Stato operaio russo, la mutilazione definitiva del compito socialista della doppia rivoluzione antifeudale e anticapitalista di Ottobre 1917, la subordinazione dei partiti comunisti alla controrivoluzione staliniana. Da quel tempo data l’inserimento dello Stato russo nella macchina di dominazione del capitalismo mondiale. L’esecuzione del bolscevismo leninista, l’alleanza con il fascismo nazista e successivamente con le democrazie anglo-americane nel secondo conflitto, il graduale rivelarsi del contenuto capitalista dell’economia russa, dovevano rappresentare non prove, ma conferme della prova prodotta dalla Sinistra Comunista a carico del capitalismo russo, circa trent’anni fa.

I sei mesi di respiro che le potenze occidentali, in ispecie gli Stati Uniti, hanno concesso, ad onta della virulenza delle polemiche, al Governo di Mosca, dovevano permettergli di scongiurare il tremendo pericolo di generalizzate rivolte degli schiavi salariati oppressi dallo stalinismo imperante. La rivolta di Berlino aveva posto a Mosca il dilemma: allentare la morsa dello sfruttamento o perire. Oltremodo spaventato, il governo Malenkov non ha perso tempo, ha provveduto a ridurre la produzione dei beni capitali e a rallentare lo sviluppo dell’industria pesante, nello stesso tempo che con opportune concessioni al commercio privato dei prodotti agricoli — altra conferma del capitalismo russo — si adoperava a lenire in qualche modo la miseria delle masse lavoratrici. Ma la temporanea pausa nella produzione di guerra presupponeva un corrispondente atteggiamento temporeggiatore da parte dell’imperialismo americano, altra alternativa non essendo possibile, tranne l’apertura della terza guerra mondiale. I fatti stanno a dimostrare che l’America ha dovuto rassicurare il suo ex alleato indossando la pelle dell’agnello, costrettavi dalla incombente minaccia di crisi di sovraproduzione che la spinge a cercare una nuova valvola di sfogo nel mercato mondiale. Può darsi che la prossima conferenza dei Grandi produca una sistemazione delle questioni che fanno recalcitrare Mosca innanzi alla spinta dell’imperialismo americano, come può darsi di no. Ma qualunque sarà l’esito del convegno, e dei prossimi ai quali sembra esso farà da preludio, una cosa è assolutamente certa per noi: la sostanziale solidarietà antirivoluzionaria tra le Potenze anglo-americane e la Russia. Uniti e pacificati come al tempo degli accordi di Yalta e Potsdam, o violentemente divisi come all’epoca della guerra di Corea, i Governi di Washington e di Mosca sono sempre stati federati contro il proletariato. L’avvenire non smentirà il passato e il presente.

Molti candidati al salvataggio della greppia

I Re Magi ci hanno regalato le dimissioni del governo Pella al termine di una vicenda che ha tutti gli aspetti di farsa propri della più moderna democrazia. Il Governo «transitorio» è caduto, d’altronde, prima ancora che fosse esaurito il famoso periodo di attesa in cui avrebbero dovuto chiarirsi gli orientamenti politici non tanto «nazionali», quanto internazionali, e il suo crollo lascia le cose al punto di prima. Non è nell’ambito della greppia nazionale e montecitoriana che il governo «efficiente» (!!!) invocato da tutti può nascere, non potendo esso esprimere la volontà di un partito di maggioranza dilaniato da contraddizioni interne e tanto incapace di una «apertura a destra» (per timore di perdere voti a sinistra) quanto di una «apertura a sinistra» (per timore di perdere voti a destra), né riuscire a risuscitare una coalizione di centro minata dalle stesse oscillazioni amletiche. La soluzione può venire soltanto da fuori, dagli orientamenti che prenderanno i rapporti fra i due grandi blocchi imperialistici. Se quindi rinascerà un governo, esso sarà per ora provvisorio, personale e spettrale, qualunque sia la «personalità» chiamata a dirigerlo. La farsa non è finita: al massimo, si può dire che è calato il sipario sul suo primo atto.

Ma prima dei Re Magi, la fine dell’anno ha portato alla ribalta una dozzina di candidati alla salvezza del regime, alla conservazione della greppia. Se Pella si è sforzato di accreditarsi come salvatore della Patria; se i gruppi e gli uomini del suo stesso partito che l’hanno rovesciato posano alla stessa parte; se i monarchici hanno fatto sfoggio del loro «disinteresse» di patrioti non ponendo alcuna condizione al proprio inserimento nel carrozzone governativo; dall’altro lato Nenni e Togliatti hanno ripreso i motivi del loro mai assopito frontepopolarismo, chiedendo di essere «messi alla prova» come dirigenti della Nazione. Quando il regime è in crisi, sono essi, le tradizionali riserve, a farsi avanti per tappare le falle e assicurare la pacifica navigazione della galera. Hanno ragione di farlo: capiscono che l’aria internazionale spira nel senso dell’abbraccio. Sentono odore di greppia, preparano caldo il lettuccio a una nuova esarchia. Nessuno può sostenere che, come amministratori del regime borghese, essi siano meno capaci ed «efficienti» di Pella o De Gasperi. Con questi ultimi hanno ristabilito, negli anni più difficili, polizia, esercito, bilancio, industria; con loro hanno amnistiato fascisti, pasteggiato al tavolo degli aiuti americani, invocato la concordia fra le classi e la distensione sociale. Sono i guardiani del gregge degli scontenti: meriterebbero un posto al governo anche solo per avere, da «oppositori», tenuto nella più perfetta legalità le masse proletarie. Non hanno bisogno di essere «messi alla prova»: il capitalismo li ha già provati, continua a provarli anche fuori del baraccone governativo. Dateglielo, un posticino; vi serviranno ancor meglio, e non moriranno di crepacore. D’altronde, non sono forse tutti – a cominciare dalla D.C. coi suoi quattro ultimi punti programmatici – per una «larga politica sociale», cioè per lustrare le scarpe ai proletari facendo gli interessi dei padroni?

Nell’agenda per la riunione di Berlino c’è anche questo piccolo – ma, per gli interessati, elettrizzante – problema.

Ricordando la Comune di Varsavia (Pt.2)

Nella prima puntata (numero 23 del 1953) si sono ricordate le tappe della politica di violenza e sterminio condotta dalla Germania (allora alleata della Russia) in Polonia contro ebrei e «resistenti». Poi avvenne il rovesciamento di fronte.

La Comune di Varsavia dell’agosto 1944, rappresentò nella bestiale carneficina di popoli-armenti che fu la seconda guerra mondiale, l’unico esempio di eroismo collettivo. Infatti non fu lo scontro stritolatore di mostri meccanici strascinantisi dietro moltitudini inebetite e passive che caratterizzò le battaglie degli eserciti; fu l’eroica follia della lotta di uomini armati di bottiglie incendiarie e di bombe a mano contro le colonne motorizzate e blindate della Wehrmacht, di una Wehrmacht resa furiosa per la vittoriosa offensiva del maresciallo Rukossovskj, le cui truppe avanzanti da giugno su un fronte di 400 chilometri erano giunte il 28 luglio alle porte di Varsavia, nello stesso tempo che gli anglo-americani allargavano la testa di ponte in Normandia. Tanto più infame doveva essere il comportamento dei russi, di fronte alla insurrezione proletaria scoppiata entro Varsavia il 1° agosto. più vergognoso ancora della condotta dei nazisti, i quali potettero annegare nel sangue, e quale sangue!, la rivolta, solo per effetto della decisione del Governo di Mosca di bloccare l’avanzata delle truppe di Rokossovskj.

Si ripete la scellerata associazione dell’epoca degli abboccamenti tra Gestapo e N.K.V.D. La lotta entro Varsavia assume aspetti terribili. Rivoltosi indossanti uniformi di S.S. prelevate in un deposito conquistato assaltano di sorpresa le truppe naziste, catturano dei mezzi blindati. I tedeschi usano carri armati «Tigre», cannoneggiano, incendiano interi quartieri bruciando vivi gli abitanti, costringendo uomini e donne e bambini a scendere nelle cantine e ivi li sterminano a colpi di granate. Ma perdono i depositi della Posta centrale, dello stabilimento del gas, della stazione di filtraggio e della stazione ferroviaria principale. Interi quartieri vengono liberati dagli insorti in testa ai quali combatte il proletariato.

Si attende l’arrivo dei russi, la ripresa dell’avanzata di Rokossovskj. Ma, inspiegabilmente, le truppe russe sono ferme. La B.B.C. dà notizie in lingua polacca della insurrezione. Radio Mosca tace. La Luftwaffe bombarda e mitraglia i quartieri occupati dagli insorti. Non un solo aereo russo compare nel cielo della città. E’ chiaro che i russi si assunsero il compito di aiutanti del carnefice nazista.

Solo al quarto giorno della rivolta, il 4 agosto, il partito comunista dà l’ordine ai propri organizzati di partecipare alla rivolta, mettendosi agli ordini del gen. Bor.

Lo stesso giorno i nazisti sferrano un’offensiva, mentre avviene uno scambio concitato di messaggi tra Churchill e Stalin. Il premier inglese, desideroso di sfruttare ai fini della propria politica la sollevazione invita Stalin a correre in aiuto degli insorti. Stalin rifiuta seccamente, denigrando le capacità militari degli insorti che ritiene impotenti a fronteggiare le quattro divisioni corazzate tedesche tra le quali la «Hermann Goering» che difendono Varsavia. L’obiettivo comune dei capi dei governi inglese e russo consiste, ripetiamo, nel neutralizzare l’insurrezione utilizzandola ai propri fini imperialistici. Churchill propone ai russi di prenderla sotto tutela ordinando a Rokossovskj di conquistare Varsavia: Stalin, fedele al principio che il nemico cessa di essere tale solo se morto, ordina a Rokossovskj di bivaccare, lasciando ai nazisti il compito di massacrare i rivoltosi. In Stalin parlava il Bismarck dell’epoca della Comune di Parigi.

Chiusa in una trappola gigantesca di cemento e di acciaio, la Comune di Varsavia non si arrende. Tradita da coloro che credeva alleati sa trovare in sé tanto eroismo da superare anche la delusione, nemico più terribile della stessa paura fisica. I tedeschi distruggono uomini e case con feroce sistematicità: attaccano le strade con bombe incendiarie ed esplosive, unendo il bombardamento aereo col fuoco dell’artiglieria. Fatto il deserto, la fanteria avanza irrorando le macerie crollate su morti e feriti con le vampate dei lanciafiamme. Scagliano contro gli stabili i «Nebelwerfer» bombe di fosforo ed esplosivo a scoppio multiplo. Adoperano per la prima volta i «Goliaths», piccoli carri armati carichi di esplosivo, guidati elettricamente. Sono ordigni formidabili: distruggono ogni cosa. Il 10 agosto aerei alleati tentano di paracadutare armi e munizioni agli insorti, ma i tedeschi convergono il fuoco sulla zona nettamente individuata dai segnali luminosi a terra. Scorrono torrenti di sangue.

Il 13 agosto l’agenzia russa «Tass» diffonde un comunicato in cui si addebita agli esuli polacchi a Londra la responsabilità della rivolta e si smentisce la notizia circa l’esistenza di un collegamento tra partigiani di Varsavia e truppe russe. Ma se fosse vero quanto afferma Mosca, non sarebbe dovere del Governo russo alleato di guerra dell’Inghilterra e protettore di un «Comitato di Liberazione Nazionale» costituito di comunisti polacchi, correre in aiuto della rivolta?

Il 17 la Comune entra in agonia. I tedeschi iniziano una infernale offensiva preparandola con cannoneggiamenti di obici da 600 millimetri, i cui proiettili pesano una tonnellata e mezza. Battuti ferocemente dall’artiglieria terrestre, dai carri armati Tigre, dai Goliath, dagli aerei, gli insorti continuano a lottare. 70 mila uomini della Wehrmacht si scagliano contro i quartieri difesi dai comunisti che hanno con loro donne, vecchi e bambini acquattati come bestie nelle cantine, tormentati dalla fame e dalla sete, continuamente minacciati di morire sotto le macerie dei fabbricati sbriciolati dalle bombe. Per tre giorni gli insorti riescono a sferrare un contrattacco. La lotta raggiunge i limiti della follia. Gli insorti, costretti ad indietreggiare si rifugiano nelle fogne, nei passaggi sotterranei della città. I tedeschi lanciano nei cunicoli granate e bombe a gas, fucilano sul posto i prigionieri. Fino all’ultimo gli insorti attendono l’arrivo delle truppe russe. Invano! Arriveranno tre mesi dopo il massacro…

Il 29 settembre i tedeschi sferrano l’attacco generale contro la Rivolta. Il 3 ottobre, dopo 63 giorni di epici combattimenti, gli ultimi difensori della Comune si arrendono ai tedeschi, i quali in riconoscimento dell’eroico comportamento si impegnano ad applicare la Convenzione di Ginevra, e trattare gli insorti come prigionieri di guerra. Lo stesso boia è soffocato dal sangue. Quindicimila morti giacciono nei quartieri distrutti.

Apparentemente il rifiuto del Governo di Mosca di portare aiuto agli insorti può attribuirsi all’interesse nazionalistico di sbarazzarsi delle forze politiche facenti capo al Governo polacco in esilio costituito dai profughi polacchi a Londra, notoriamente legati all’imperialismo britannico. La cosiddetta guerra fredda scoppiata tra i vincitori del conflitto, e prima ancora, i violenti contrasti scoppiati in Polonia tra gli stalinisti e i partiti filo-occidentali, parrebbero comprovare l’ipotesi. Ma il fatto stesso che l’occupazione militare russa della Polonia garantiva il controllo politico degli stalinisti, come la successiva evoluzione storica doveva confermare, sta a dimostrare che Mosca, lasciando intrappolare gli insorti, contava su ben altro scopo. Il governo di Stalin si prefiggeva di salvare di fronte al proletariato internazionale il suo falso prestigio di agente rivoluzionario. La Comune di Varsavia, voluta e difesa dal proletariato rivoluzionario, doveva morire. Evitando di sporcarsi le mani, il governo russo passava l’infame compito all’esercito nazista.

La fine gloriosa della Comune di Varsavia è una prova sanguinosa del gesuitismo politico del Governo di Mosca, un’accusa provata del compito controrivoluzionario dello stalinismo internazionale. Essa sta a dimostrare che ovunque il proletariato dichiarerà e combatterà nell’avvenire la guerra civile rivoluzionaria contro il capitalismo, si troverà alle spalle, come a Varsavia nell’estate del 1944, o di fronte, come a Berlino nell’estate del 1953, i gendarmi stalinisti della controrivoluzione. Ma la resa dei conti verrà. Allora lo stalinismo dovrà pagare anche i 15.000 caduti della Comune di Varsavia.

Eroi assicurati contro i rischi

La storiografia borghese volta ad inneggiare allo Stato nazionale e all’Esercito permanente, ha trattato duramente i corpi di mercenari che ebbero grande sviluppo nel Rinascimento, soprattutto in Italia. Farsi pagare per ammazzare gente, esercitare le armi per l’unico motivo del lucro e del saccheggio, considerarsi ligio agli ordini esclusivi della potenza statale, grande e piccola, che pagava il soldo, è stato sempre considerato dall’ipocrita cultura ufficiale, pronta però ad esaltare le grandi figure dei condottieri, si chiamassero Muzio Attendolo Sforza e Facino Cane, Francesco Busone detto il Carmagnola e Giovanni delle Bande Nere, come una degradazione della «nobile» arte delle armi. Nessuna meraviglia. Il borghese, sempre pronto a soddisfare i suoi porci appetiti, non può ammettere che il soldato chiamato a morire per lui possa sentirsi guidato da altro motivo che non sia (schiatti chi ci crede!) l’ideale amore di patria, lo spirito di sacrificio. Già, ma come governano il loro stomaco i  militaristi del bel tempo nostro?

Chi vuole essere demagogo a tutti i costi per la sciagurata libidine votaiola deve sparare parole infuocate contro la grama esistenza delle caserme, presentare i poveri militari come altrettanti campioni dello stoicismo eroicamente alle prese con la fame e il freddo. La realtà è che, nonostante i lanciafiamme e le bombe, la guerra è divenuta sotto l’imperialismo un mestiere favolosamente redditizio. Non solo per gli ufficiali e i napoleoni degli Stati maggiori. No, pure per i fantaccini, i proletari in divisa. Spettri delle Conferenze dei partigiani della Pace, sentite quanto andiamo dicendo? Lascerete impunita la tremenda bestemmia? Ahimè, don Gaggero, prete spretato, può bene intascare il Premio Stalin per la pace, ma non può ottenere dal suo Dio che i fatti cessino di esistere, gli spiacevoli fatti che stanno lì a provare come la guerra e la pace armata, sia, per ufficiali e soldati delle maggiori potenze militari, almeno il migliore degli impieghi possibili.

L’esperienza fatta durante l’occupazione alleata ci aveva addottorato abbastanza in materia. Visto che la guerra, quella vera delle bombe e della mitraglia, tutti i popoli di Europa l’hanno provata nel vivo delle carni, di tutto può dubitarsi tranne del fatto che durante e dopo la guerra, coloro che scialavano in mangerie, abiti e letti caldi, e femmine di piacere, erano le truppe di occupazione, i borghesi, i borsari neri e le prostitute di primo rango. Di contro, per molti militari smobilitati, la ripresa delle occupazioni civili rappresentò un effettivo disastro. E non a caso le associazioni combattentistiche e i partigiani  militaristi ultra-imperialistici, fin dopo il massacro, ripresero nuova lena in America, in Inghilterra, in Russia, in Germania, in Francia, in Italia, in Giappone. Per troppa gente la guerra è un mestiere: è naturale quindi che gli interessati lavorino ad organizzare i loro sindacati di categoria. Vero è che hanno anch’essi i loro crumiri: i pacifisti. ma costoro vogliono forse l’abolizione degli eserciti? Ohibò!! pretendono soltanto che la cuccagna militare e post-militare duri indefinitivamente senza la scocciatura della guerra, non comprendono che le copiose mangerie e sollazzi delle truppe in periodo di pace cesserebbero d’incanto se la pace non fosse quella che è: preparazione della guerra.

«Epoca» pubblica interessanti particolari in merito. «Al campo di aviazione di Tripoli – leggiamo – come in molte basi all’estero, la «Air Force» mantiene tra l’altro ancora una batteria di macchine per fare la permanente alle mogli degli ufficiali e sottufficiali, e quasi tutto il necessario arriva per via aerea dagli Stati Uniti: perfino il latte congelato in mattoni. I soldati in Corea ricevono anche nei posti avanzati, nelle trincee a contatto col nemico una razione di gelato due volte la settimana. Comode linee di navigazione aerea e marittima sono gestite dai militari in tutto il mondo, per il trasporto di personale che potrebbe, con minore spesa, viaggiare su linee commerciali».

Ufficiali e sottufficiali degli Stati Uniti non pagano la permanente alle loro donne prelevando il valsente da un «soldo» da mercenari. Non vendono il servizio militare prestato allo Stato, considerano una ignominia farsi pagare da Governi stranieri, posano a puri cavalieri dell’Ideale della Patria, ma quanto sono più avidi e profittatori che i bistrattati armigeri delle «compagnie di ventura», i quali in definitiva facevano man bassa dei beni saccheggiati al nemico. Le caste militari dell’imperialismo divorano masse di ricchezza senza confronti ma distinguendosi da lanzichenecchi medioevali, anzitutto fanno pagare i propri connazionali. Per le classi lavoratrici, le nutrienti fette del reddito nazionale sperperato dal personale degli Stati maggiori e degli eserciti rappresenta pura perdita, non così per il borghese, il quale partecipa immancabilmente alle ruberie dei militari.

E’ sempre «Epoca» che testimonia. «La contabilità è caotica – scrive riferendosi all’amministrazione militare americana – confusa  e obbedisce a norme antiche alcune delle quali risalgono a Giorgio Washington. Un’inchiesta parlamentare ha recentemente scoperto, per esempio, che l’aviazione aveva acquistato senza saperlo (sic!) uniformi sufficienti per sei anni e continuava a comprare. In un solo anno, nel 1953, correggendo questo solo errore (!) si sono risparmiati cento milioni di dollari. Altri milioni di dollari si risparmiarono riducendo l’acquisto dei pezzi di ricambio per i motori, che erano stati ordinati in quantità stravaganti. E’ chiaro, a parte gli eufemismi, che «l’errore» di acquistare uniformi in soprannumero doveva essere commesso almeno da due parti, e cioè dall’amministrazione militare e dai fabbricanti. Sono errori questi che il povero disperato non può commettere, e se ha la fortuna di commettere passa nella ristretta classe dei milionari. Errori che arricchiscono.

Il Segretario della Difesa Charles Wilson, ex-presidente della General Motors, ha annunciato recentemente di voler intraprendere una revisione della contabilità militare. Si calcola che ove si riuscisse ad eliminare gli «errori» summenzionati (chi controllerà i controllori?) si potrebbe risparmiare quasi un miliardo di dollari. Ma le mogli degli ufficiali e dei sottufficiali permetteranno ai loro mariti di convertirsi allo stoicismo finanziario? Secondo «Epoca» un importante organismo militare del Sud (degli Stati Uniti), si è scoperto recentemente, dipendeva da mezza dozzina di comandi diversi e possedeva due volte e mezza le automobili che l’organico gli assegnava. Ogni suo comando gliene consegnava una parte.

L’esperienza che abbiamo dei militari ci fa certi che, alla fine dei conti, Wilson dovrà distogliere il  miliardo di dollari da risparmiare, se le industrie interessate glielo permetteranno, dalle voci della difesa antiaerea degli abitati o dei servizi sanitari. Molto difficilmente potrà togliere alle mogli degli ufficiali e sottufficiali le automobili assegnate in soprannumero ai comandi.

Ma infine che significa, parlando di cose militari, risparmiare? Eravamo abituati ai «cimiteri di automobili» americani, agli ammassi sconfinati di macchine fuori uso o solo danneggiate che i  cittadini americani usano buttar via, convenendo comprarne di nuove. La guerra doveva inaugurare  i «cimiteri di aeroplani». Una foto di «Epoca» ce ne mostra uno esistente in Nuova Guinea. Si tratta di centinaia, se non migliaia, di aerei, evidentemente di tipo superato, che non fu economicamente conveniente trasportare in patria da ferri vecchi. Ma fermiamoci, non scantoniamo nell’argomento dello sperpero di forza-lavoro imposta dalla produzione bellica. Quando le guerre saranno state finalmente soppresse, gli astronomi che sono allenati a maneggiare cifre con diecine di zeri, potranno finalmente fare il consuntivo delle guerre imperialistiche. Oggi, come oggi, il conto è ancora aperto.

Volevamo soltanto,  con la presente nota, mostrare quali oneste persone, al confronto dei militari del tempo imperialista, erano, nonostante tutto, i mercenari, i bravi, i lanzichenecchi del Medio Evo. Costoro armeggiavano per riempire la borsa. Almeno erano sinceri. I borghesi in divisa, sempre pronti a mitragliare la ribellione sociale, fanno lo stesso mestiere, ma pretendono di sacrificarsi per la patria e la ragione ad onta del fatto che sbafano e arraffano a tutto spiano. Non dovendo contare sulla alea del bottino, se ne fregano. Sono eroi assicurati contro i rischi.

Gli attivisti del buon Dio

Mentre a Firenze La Pira preparava il lettuccio alla nuova gestione della Pignone, a Bologna il card. Lercaro sguinzagliava in provincia i «preti volanti», costruiva case per gli sposi novelli, organizzava la Befana per i poveri, e insomma sfidava in attivismo gli attivisti di Dozza. Dove si vede che la faccenda dei preti operai non è soltanto gallica o parigina, ma si ripresenta dovunque l’ordine sociale è minacciato da fermenti di azione proletaria e dal materialismo delle pecorelle smarrite.

L’esperimento farà storia… finché dura la storia del capitalismo.

Candori liberali

La candida anima di Ernesto Rossi sanguina per lo «scandalo» dell’Italcementi che in questi anni ha realizzato profitti astronomici nelle orge della ricostruzione nazionale, dei lavori pubblici, della Cassa del Mezzogiorno, delle diverse catastrofi nazionali (alluvioni ed altre provvidenze del buon Dio) – tutte cose, fra parentesi, a proposito delle quali si è esercitata in pieno la retorica dei «partiti di sinistra», invocanti lo sforzo degli operai per i bei risultati di cui sopra -, si è finanziariamente legata con gli zuccherieri, ha comprato in blocco e a peso tutta una rete di giornali di grande informazione e di provincia, sfrutta prezzi di monopolio, e, mentre fornisce cemento e magari ce lo mette al posto dello zucchero nel caffelatte mattutino, manipola come meglio crede Stato, province, comuni e opinione pubblica. Questo processo d’ingoiamento a grandi lotti dello Stivale, E. Rossi lo chiama «giapponizzazione», e grida all’apocalisse imitato dall’anima tutt’altro che candida (camicia nera…) di Davide Lajolo.

Come se fosse una novità, nella storia del capitalismo internazionale e nazionale, e come se il candore del liberalismo radicale non avesse tuonato invano da un secolo contro questo che è l’estremo frutto (e anche il punto di partenza) di quel migliore fra i mondi possibili che è l’economia liberale! Come se di esperienze di questo genere non fosse nutrita tutta l’esistenza della nostra cara industria, e i De Viti De Marco non ci avessero cantato la stessa canzone cinquant’anni e più addietro, nel periodo d’oro, nel pieno fiore dell’economia «liberale» e del giolittismo. Quanto poi al Giappone, sarebbe esatto dire, all’inverso, che la formazione di gigantesche reti d’interesse abbraccianti molteplici settori della vita economica e politica in quel Paese è stato un processo di «europeizzazione», e, se si vuole, di «italianizzazione», non prendendo il termine in senso geografico ma in senso storico, giacché l’impero del Sol Levante non ha fatto che ricevere dai Paesi civili dell’Occidente capitalistico le forme più moderne e più mature della pirateria borghese e liberale. I cementieri-zuccherieri possono dire d’essere nella miglior tradizione italica ed europea e liberale, e i nostalgici delle virtù della libera concorrenza possono, come cinquant’anni e passa fa, andare tranquillamente a dormire, se, con tutto il loro armamentario di «scienza economica», non l’hanno ancora capito.

Inghilterra docet

«Nell’ottobre 1952 veniva proclamato lo stato di emergenza nel Kenya e cominciava la guerra contro la setta dei Mau-Mau, che con azioni terroristiche rivendicano la liberazione del territorio dallo sfruttamento coloniale inglese. Poche settimane addietro, a Nairobi, si era svolto un processo a carico del cap. Griffiths, durante il quale sono emersi episodi di spaventosa brutalità da parte di militari inglesi e di truppe indigene contro i Mau-Mau e le popolazioni che li sostengono. Anche il cap. Griffiths, reo confesso di omicidio, è stato assolto dai giudici militari, le rivelazioni hanno disgustato ed atterrito l’opinione pubblica internazionale. Fra l’altro, è risultato:

  1. alcuni ufficiali britannici hanno offerto premi in denaro ai loro soldati per l’uccisione di guerriglieri Mau-Mau;
  2. in molti Comandi sono state installate lavagne su cui vengono registrate tutte le uccisioni compiute da ogni uomo del reparto, impegnando i militari nella gara a chi uccide il maggior numero di Mau-Mau;
  3. bombardieri Lincoln della RAF hanno gettato bombe da 250 e da 500 kg. sulla foresta di Aberdare, ove si celano i partigiani. I bombardamenti durano parecchie ore, colpendo indiscriminatamente anche la popolazione civile;
  4. con azioni notturne di rappresaglia sono stati rasi al suolo interi villaggi e massacrati molti innocenti. Decine di migliaia di persone sono state rinchiuse in campi di concentramento.

Alla Camera dei Comuni, i laburisti hanno attaccato il governo per la spietata repressione nel Kenya, ove negli ultimi undici mesi 2822 indigeni sono stati uccisi e 770 feriti. L’on. Endelman, rilevando l’enorme scarto fra morti e prigionieri, si è chiesto se molti di quei morti non siano prigionieri successivamente uccisi. In seguito a queste scandalose «operazioni di guerra» – per cui il Kenya è diventato il simbolo del più cinico e crudele colonialismo – il Governo inglese è stato costretto ad aprire un’inchiesta sul comportamento dell’esercito inglese nella lotta contro i Mau-Mau. Due ufficiali superiori britannici sono partiti in aereo per il Kenya per condurre l’inchiesta. Trattandosi di militari, non è difficile prevedere l’esito dell’inchiesta destinata soprattutto a tranquillizzare la coscienza degli inglesi».

(Da L’Incontro, n. 12)

Fino a quando la "prosperità" tedesca?

Sebbene in misura meno forte che negli anni precedenti, l’economia tedesca ha segnato nel 1953 nuovi, imponenti sviluppi, con un andamento ben diverso da quello degli altri Paesi europei. La produzione nazionale lorda a prezzi costanti è aumentata del 6,5%, e sarebbe cresciuta ancor più senza il declino dovuto a sfavorevoli condizioni atmosferiche dell’attività agricola; il numero dei salariati è salito a 15,8 milioni (aumento del 4% sul 1952), il numero dei disoccupati (ora 1,07 milioni) è diminuito; la produttività supera del 6% il livello 1952. In aumento è il risparmio e gli investimenti sono stati autofinanziati per circa la metà del totale; le esportazioni sono cresciute del 7%, la bilancia commerciale è in attivo (+600 milioni di dollari nei primi 10 mesi dell’anno), si è proceduto ad alleggerimenti fiscali a favore dell’industria e del commercio. È, per il capitalismo tedesco, una piccola età dell’oro.

Durerà, e fin quando? La Germania è avvantaggiata dal ritardo al quale la sua ricostruzione post-bellica è stata costretta: perciò il mercato interno è ancora in espansione e, sui mercati esterni, la Germania gode del privilegio di una maggiore modernità produttiva. Gli investimenti e gli aiuti americani hanno inoltre accelerato il processo di razionalizzazione e di sempre maggior produttività (cioè di sfruttamento del lavoro vivo) di un’industria dall’attrezzatura già poderosa e modernissima. Tuttavia, il margine di saturazione del mercato estero va riducendosi parallelamente a quello del mercato internazionale, e l’ombra di quel milione e più di disoccupati già ora esistente si proietta sul quadro prospero (per il capitalismo) della economia germanica. Anch’essa avrà bisogno di respiro. Si aprirà la corsa ai mercati dell’Est? O i canali della distribuzione si intaseranno? Dietro la prosperità, c’è la minaccia del ristagno. Dietro il ristagno l’ombra della rivolta di Berlino – anche nel settore occidentale.

Il capitalismo - rivoluzione agraria

Facendo il punto

L’intrapresa esposizione dell’essenziale e ricchissimo materiale marxista sulla questione agraria, non essendo ancora giunta alla attualità e nemmeno allo scottante problema politico sulla funzione rivoluzionaria delle masse della campagna, può avere ad alcuni lettori fatto l’impressione di essere troppo densa di teoria economica, la quale non può svilupparsi, sia pure in limiti tutt’altro che vasti, senza qualcuna delle orripilanti “cifre”. Senza cifre non si fa politica e tanto meno rivoluzione.

Per disavventura si è stampato un 10 (in lettere per di più, a rispetto dei maniaci della “musica leggera”) al posto di un 5 nella seconda propinazione, dal titolo Stregoneria della rendita fondiaria, nel passare al capitoletto Interesse e rendita. Ogni lettore avrà tuttavia capito, anche senza avere la competenza del contadino analfabeta, che sa fare conti in modo mirabile. E’ giocoforza (e assai più urgente che scatenare il finimondo attivista) piantare un fisico piede sullo scalino interesse-rendita. Si diceva semplicemente di un terreno che, se ha il valore di acquisto di 1 milione, ha la rendita lorda del 10 per cento e la rendita netta del 5 (mal stampato di nuovo 10) per cento, ossia 100 mila e 50 mila lire. Scalino non troppo arduo per chi si sente pronto a voli di trenta metri dal trapezio della irrefrenabile azione. Il buon bifolco può spiegare il teorema: la rendita netta è minore della lorda, da quando ha accantonato dal grano da vendere quello per farsi il pane, e riseminare.

Tuttavia non potendo servire subito il dessert della politica (sono i Nenni che dettano al cuciniere la formula: le dessert d’abord: noi vi diamo dell’antipasto, anche se sa di forte agrume), ci indurremo a trarvi nel campo della filosofia, valendoci di una fulminea punta di Marx nel capitolo sui fisiocratici, cui abbiamo inteso dare suprema importanza. Avrete così un po’ di respiro: chi dei leggeristi non è filosofo?

Del passo storico in cui appare la rendita agraria capitalista, Marx non tratta solo nella fin qui adoperata Storia delle dottrine economiche, che più propriamente egli avrebbe intitolata Storia delle teorie del plusvalore, come annuncia nel dare la trama del Capitale. Egli ne tratta a fondo in uno dei capitoli di coronamento dell’incompleto terzo tomo, il 47°, dal titolo – appunto – Genesi della rendita fondiaria capitalistica. Questo capitolo racchiude tutta l’analisi che noi abbiamo tratta da comuni ma seri trattati della materia. Esso culmina in una quasi atroce definizione del piccolo contadino proprietario e lavoratore (che citammo alla riunione di Milano):

“La piccola proprietà fondiaria crea una classe di barbari che è per metà al di fuori della società, che unisce tutta la rozzezza delle forme sociali primitive con tutti i dolori e tutta la misère dei paesi civilizzati”.

E non vi è dunque da equivocare col piatto anteporre alla antica barbarie la moderna civiltà! La prima era solo rozza, la seconda è infame. Il seguito del passo sferza del pari la grande proprietà terriera e la grande industria capitalista: alla fine “esse operano in comune”, nello sfruttare fino all’esaurimento il Lavoro e la Terra. Ora questo stesso capitolo contiene l’avvertimento che di colpo risponde alla ovvia domanda dei “pratici”: la rivoluzione operaia non potrà lanciare quei barbari, compagni di sfruttamento e di soggiogamento, contro la civiltà del capitale? Alla risposta arriveremo più oltre, e qui sarà ricco pescaio il materiale di Lenin sulla questione agraria: si pazienti.

“Ogni critica della piccola proprietà fondiaria si risolve in ultima istanza in critica della proprietà privata, come limite e ostacolo per l’agricoltura. Così anche ogni critica contrapposta della grande proprietà fondiaria. Va da sé [sì, da sé, don Carlo; ma se ne sono sudate camicie!] che qui si la astrazione nei due casi dalle riserve mentali di carattere politico. Questo limite e questo ostacolo (…) si esplicano, da una parte e dall’altra, soltanto in diverse forme, e nelle dispute intorno a queste forme specifiche del male, si finisce col dimenticarne la causa ultima”.

E’ vecchia l’immagine, ma ci vuole. Questa manata va in pieno volto, non solo ai rinnegati alla ricerca di rinnovate strutture della spartizione giuridica del possesso terriero, ma anche ai maniaci che, insofferenti dell’opera titanica di raddobbo del potente scheletro della dottrina, in cui la controrivoluzione tenta senza sosta di far penetrare siluri, corrono ad ogni attimo a reclamare, per insostenibile pruriginoso bisogno, la infiocchettatura da pagliaccio delle “considerazioni politiche”. Fossero milioni e noi mezza dozzina, diamo il tergo a costoro, dicendo col fiorentino che Marx ama spesso citare: e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Toccata sulla solita corda

Teoria ed azione. Vecchio diverbio sul valore del loro rapporto. Il preteso contrasto tra esse, nel senso che il dare troppa importanza alla teoria possa compromettere il successo dell’azione, è la peggiore invenzione, è la bestialità centrale di ogni opportunismo. La prima è indispensabile alla seconda, quando anche i tempi di esse si stacchino di mezzi secoli. E’ assurdo, ove il nostro determinismo non sia frottola, che possa darsi l’alternativa tra l’una e l’altra. Se lontanamente si desse, non esiteremmo – schiatti chi vuole – a lasciare andare l’azione, mai la dottrina.

Sono apparse le recensioni di un libro del comunista francese Rosmer: A Mosca al tempo di Lenin. Rosmer è un uomo di massima lealtà: non disprezziamo in un rivoluzionario tale qualità, ma la consideriamo da sola lungi dall’essere sufficiente. Rosmer, vecchio organizzatore sindacale e devoto militante della causa proletaria era un sindacalista del tipo soreliano, oggi è un trotzkista (che del resto ha ripudiato il curioso movimento, che si ammanta di tale vocabolo e non ha capito che il male dello stalinismo è quel contorsionismo, nel quale virtualmente lo supera). Ma se Rosmer fosse mai stato, oltre che un amante della rivoluzione e un amico di Lenin e di Trotsky, un marxista vero, mai avrebbe scritta la definizione che alla memoria di Lenin è un grave seppure involontario oltraggio. “Libri di circostanza”, il Rosmer si è condotto a chiamare gli storici scritti di Lenin!

Non si tratta di frase sfuggita a caso: il Rosmer vede in Lenin il manovratore geniale della rivoluzione comunista, non riesce a vedere il tanto più grande, nell’ormai sicuro bilancio storico, restauratore della dottrina rivoluzionaria. Non può altrimenti sentire un inguaribile volontarista alla Sorel, per cui il sogno supremo è il fascio, aperto ad ogni erba, di tutti i ribelli contingenti, il partito è cosa secondaria, la disciplina inutile intralcio, la teoria un semplice e plastico mito, una mutevole droga che infiammi la folla nella lotta.

Solo così si spiega che Rosmer si lasci andare a dire che l’Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo, fu scritto per fare entrare nella Internazionale i socialisti tipo “due e mezzo” contrari ai 21 punti (in verità non avendo il volume diffidiamo di un tale riferimento: che Lenin per abilità – termine contenuto in una citazione da quel testo – lavorasse per violare le condizioni da lui dettate, non è solo assurdo, ma risulta falso); ed anche che Stato e rivoluzione fu altro libro di circostanza scritto per attirare gli anarchici con la promessa abolizione dello Stato, allorché invece si trattava di colpire a fondo la dimenticanza socialdemocratica di quella marxista tesi e di tutta la integrale ortodossa dottrina.

Sarà appunto nel ricostruire la “politica agraria” storicamente seguita dai partiti marxisti, che sarà dato far vedere quanto Lenin, nel particolare complesso problema russo, sia sempre e solidamente tornato a riaffermare la ortodossa dottrina di Marx nella materia.

Tutto ciò è conforme alla tesi, da noi difesa sistematicamente nella riunione già ricordata del nostro movimento a Milano, che secondo il materialismo storico la dottrina di una classe rivoluzionaria non può che formarsi in un solo blocco e in un dato svolto della storia. In altri termini, solo dati e rari “momenti” del ciclo umano sono quelli in cui, per dirla alla breve, sbocciano nuove verità, si conquistano nuove conoscenze, che divengono patrimonio di una classe, programma di un movimento che estende la sua battaglia e il suo avvento su di un arco misurabile a secoli. Il ponte di questa conquista non ha appoggi intermedi, lancia una sola “volata” sul nemico abisso; e con ciò si vuol ributtare senza pietà la concezione di un nucleo di dottrina “in continua elaborazione”, il che neghiamo sia come apporto dei seguaci, sia – peggio che mai – come utilizzazione degli apporti della “scienza in generale”, della “cultura in generale” attinta alla società e all’epoca che verrà sorpassata e travolta.

Ci rifacciamo di continuo al testo di Marx perché corrisponde, nella sua formulazione di getto (anche se alla immediata e materiale compilazione e paginazione altre mani concorsero), alla utilizzazione di quello svolto fecondo e dinamico della storia, in cui schieramento della classe proletaria e critica della dottrina borghese (fresca ancora della sua rivoluzione) insieme ed inseparabili proruppero dalla materiale base sociale. Non perché Carlo Marx fosse testa più potente di tutti i predecessori e successori, come potrebbe obiettarci chi volesse scalfire la parallela tesi della negazione del compito motore delle personalità.

Tre le vie della conquista di comune dotazione di nozioni da parte della umana collettività. La prima mette il sapere tutto fuori del mondo fisico entro un cervello soprannaturale che ad ogni tanto rivela un fascio della sua luce facendo parlare una umana bocca; e va ammesso in tal caso che può essere di gran sapiente o di umile creatura: la via delle religioni. La seconda considera il sapere conquistato dai cervelli degli uomini viventi che progressivamente accumulano i risultati di un lavoro del pensiero; e ad ogni tanto una personalità di maggior rilievo e potenza fa fare un passo avanti alla comune dotazione di scienza; sicché ogni stagione ne sa di più della precedente: è la via illuminista ed evoluzionista. La terza via, rivoluzionaria, è la nostra. Senza la regìa di una divinità, tuttavia la dottrina come ogni altra forma sociale si vede erompere in una crisi violenta della storia, quando il sottosuolo materiale ne è sconvolto, e si cristallizza in un comune bagaglio di norme di azione che percorre compatto secoli e secoli della storia: non deriva da sforzi soggettivi di uno o più grandi pensatori o condottieri ma da fatti generali del modo di vivere e di produrre collettivo. E così spieghiamo come sociali sovrastrutture le antiche religioni e la stessa filosofia moderna e borghese, seguendo con la massima considerazione l’alto potenziale storico di classe della osservanza dei vecchi miti, della agitazione dei principii moderni di democrazia, libertà ed eguaglianza giuridica, propri delle classi a noi nemiche.

Una mano da Federico

Tutto l’immane lavoro di Marx non solo contiene la dimostrazione fatta con formidabile lavoro di raccolta di materiali, che da un certo punto in poi la teoria sociale non progredisce ma decade inesorabilmente dalle prime luminose visioni (ad esempio dei classici economisti del XVII secolo) ma anche che l’espositore magnifico della nuova teoria non l’ha inventata, ma è felice come il cercatore che trova una pepita, quando dimostra che le sue verità sono contenute, in forma sia pure approssimata, in vecchissimi testi. Tutte le note al Capitale, specie nel primo volume, e tutto il materiale della Storia delle dottrine, hanno questo fine: provare che le conclusioni che sembrano originali sono verità che si impongono a tutti per la evidenza e furono constatate e formulate sempre più da vicino in passato. Si enunciano finalmente in modo organico non quando il genio scende sulla terra, ma quando le condizioni sono mature e concorrono tutte alla apparizione del risultato. Ove tanto non si afferri sarà impossibile convincersi che noi siamo a posto quando affermiamo che il comunismo sarebbe lo stesso apparso se non ci fosse stato il signor Carlo Marx, e quando ci gettiamo come cani arrabbiati contro chi voglia degli scritti di Marx sostituire un rigo, difendendoci con non minore ringhiosità dalla taccia di avere alcunché aggiunto di nostro.

Non diversamente da Marx del resto procedettero i principali enunciatori di fondamentali “rivoluzioni della scienza”. Nella loro polemica e nella generosa lotta contro il soffocamento, sia Galileo che Copernico, ad esempio, fecero lavoro gigantesco su testi antichi e sulla storia della scienza per dedurre prove innumeri che la plausibilità e la certezza del moto dei pianeti attorno al sole era già stata accettata in varie epoche precedenti, come al suo momento il concetto della sfericità della terra. Il sottile dialettico Zenone eleate nell’antica Grecia, coi suoi sofismi, non solo dimostra di avere già dedotto la dottrina matematica infinitesimale, ma assai di più: che questa è insita nella logica, discesa dalla esperienza, secondo la quale ogni uomo incolto saprà bene che la freccia non è ferma in nessun momento anche brevissimo del suo lancio, e che l’uomo, che cammina sulla tolda della nave in senso inverso al moto guardando la sponda, non fa sì che sia negabile il moto della nave e quello del suo corpo: quindi fino da allora con illazione immediata: nemmeno il moto della sponda! e con lei della terra. Einstein verrà a dire che qui in embrione vi è la relatività tutta: quella di Galileo e anche la sua… Con il ciclo della evoluzione biologica e quello della tecnica produttiva, questo risultava il ciclo del “sovrastrutturale” pensiero umano. Per i quali motivi ogni brevetto di diritti d’autore si denega ai precitati signori Zenone, Copernico, Galileo, Einstein… e Marx. Gonfio, pieno della sua Personalità è soltanto il Fesso. Qui verrà Engels coi suoi giri di ruota al povero Dühring: ma prima alcune conferme in queste pagine oggi aperte di Marx.

Proprio nel capitolo che abbiamo citato, Marx mostra in una rapida rassegna di quegli autori stessi, che sarà poi più diffusa nella storia delle dottrine, come la giusta tesi è vista meglio dagli economisti più vicini allo sgorgare del capitalismo dalla ganga feudale, e più si va avanti più la scienza economica ufficiale rinnega le conquistate verità e si compiace di corbellerie.

Il difficile del problema della rendita terriera, Marx dice, sta nel vedere da che nasce questo certo eccedente del profitto dell’azienda agraria sul medio profitto delle aziende in genere, che va a pagare il diritto di monopolio del proprietario fondiario; che esso non deriva da produttività naturale della terra, ma resta una aliquota del valore aggiunto al prodotto per effetto del sopralavoro umano. La rendita non è un di più sul profitto, ma un di meno del profitto, per così dire. Quindi, come seguitiamo a battere, tutto vien da origine di lavoro-valore e non di natura-valore. Ora:

“Per i vecchi economisti, che in generale sono appena all’inizio dell’analisi del modo di produzione capitalistico, ai loro tempi non ancora sviluppato, l’analisi della rendita (…) non presentava difficoltà alcuna (…). Più vicini ai tempi feudali, sostengono in generale che la rendita fondiaria è la forma normale del plusvalore, mentre il profitto (…) appare loro come una parte di questo plusvalore (…). La proprietà fondiaria appare ancora come la condizione fondamentale della produzione (…). Per i fisiocratici la difficoltà è già di altra natura. Essendo di fatto i primi portavoce sistematici del capitale essi cercano di analizzare la natura del plusvalore in generale (…) il capitale che frutta rendita, o capitale agricolo, è per essi l’unico capitale che produce plusvalore, ed il lavoro agricolo da esso posto in movimento è (…) il solo lavoro produttivo (…). Ma che cosa si deve dire dei più recenti scrittori di economia, come Daire, Passy, ecc., che, al tramonto di tutta l’economia classica, addirittura al suo letto di morte, ripetono le più primitive concezioni sulle condizioni naturali del pluslavoro e quindi del plusvalore, e con ciò credono di dire qualche cosa di nuovo e di convincente sulla rendita fondiaria, dopo che questa rendita fondiaria si è da tempo sviluppata [e in fondo, s’intenda, presso gli stessi classici come Ricardo, prima che nello stesso Marx] come forma particolare e parte specifica del plusvalore? E’ appunto una caratteristica dell’economia volgare ripetere cose che erano nuove, originali, profonde e giustificate in un certo grado di sviluppo ormai superato, e ripeterle in un periodo in cui esse sono diventate banali, ammuffite e sbagliate”.

Lungi dunque dall’andare a vedere se finalmente le grandi riviste, i testi universitari e i trattati ufficiali hanno fatto gioco alla dottrina di Marx, noi liquidiamo con questo solo e secco colpo non solo economia ma anche sociologia e filosofia da mezzo ottocento a mezzo novecento.

Quelli che fanno epoca

Engels, chiamato in ballo, è noto come desse importanza immensa alla spiegazione trovata dalla genialità di Marx al famoso Tableau économique di Quesnay, da noi già richiamato. Ciò in un celebre scambio epistolare coll’amico, e in un capitolo dell’Antidühring, provocato dal fatto che il Dühring stesso, convinto di dire cose nuove a proposito di quel Quadro e del Quesnay, ricade crassamente nelle più sorpassate e banali posizioni.

Il Dühring afferma compiere “una impresa che assolutamente non ha precedenti” quando scopre che la dottrina dell’economia è “un fenomeno straordinariamente moderno”. Ma Engels gli rinfaccia che già Marx ha detto: “L’economia politica come scienza a sé prende piede nel periodo manifatturiero”, e che “l’economia politica classica comincia in Inghilterra con Petty, in Francia con Boisguillebert, e ha termine in Inghilterra con Ricardo, in Francia con Sismondi”. Ed Engels:

“Il signor Dühring segue questo cammino che gli è stato tracciato, solo che per lui l’economia superiore comincia solo con i miserabili aborti che la scienza borghese ha messo al mondo dopo la fine del suo periodo classico”.

Dunque anche in Engels è chiaro il concetto che ogni scienza di classe, dopo un brillante ed esplosivo inizio, inesorabilmente declina quando la classe che ne è soggetto da rivoluzionaria diventa conservatrice. Quando il Dühring nella sua Storia critica degli economisti… precedenti arriva a Quesnay e al suo Quadro, lo dichiara incomprensibile, mostrando ignorare che la chiave che a lui sfugge era stata già data da Marx: al che Engels limpidamente riespone, spianando la via a chi trovasse troppo dura la succosa spiegazione di Marx (Dottrine, Cap. XIV), la costruzione del Tableau. Marx procede poi alla effettiva spiegazione critica delle deficienze del Quadro; ma il Dühring, che ne fa aspro governo, aveva cominciato col non capire che cosa il Quadro volesse dire, per lo stesso suo autore.

Non interessa seguire ulteriormente la scrupolosa vivisezione engelsiana delle enormità del signor Dühring, poiché quello che qui ci interessa è la misera fine del metodo dell’aggiornamento, del superamento scientifico di ogni predecessore. I Dühring sono a migliaia, e, come quello, volendo andare oltre Marx, restano al di sotto non solo del geniale Quesnay ma dei più remoti ingenui autori da cui cominciano la sufficiente critica. Il Dühring, all’inizio – difatti – aveva accampato “la pretesa di creare un sistema nuovo non solo sufficiente per l’epoca, ma che faccia epoca esso stesso”. Autori di sistemi nuovi, autori che fate epoca, sarà breve la nostra polemica con ciascuno di voi: la ridurremo a una parola e ad un atto, dopo che vi sarete fatti avanti: dietro-front!

Come degnare di un trattamento meno pedestre simili zibaldoni, quando il ripetuto signor Dühring dopo averne ammannito uno sulla difficoltà di spiegare il profitto dell’affittuario agricolo e il suo rapporto colla rendita del padrone della terra, col loro eventuale coincidere (ed Engels gli contrappone un limpido passo al riguardo di Adamo Smith in cui questa analisi è esaurita, come nei trattati universitari moderni da noi richiamati, al di fuori di ogni dubbio), va a cascare in una conclusione di questa fatta: il guadagno dell’affittuario si fonda sullo sfruttamento della forza di lavoro della terra! e quindi è “una parte di rendita”!

Ora è al di sotto della concezione di Marx: la rendita è una parte specifica del plusvalore totale, quella di Quesnay: la rendita della terra è una parte del plusvalore e quindi del sopralavoro, ma vi è plusvalore e sopralavoro solo nella azienda agraria. E’ ancora al di sotto di quella di Quesnay quella ingenua: la rendita viene dalla fertilità naturale e non da sopralavoro umano. Ma il superamento di Dühring colla formula: forza di lavoro della terra in cui si ha lavoro senza che vi siano braccia umane, ci riporta alla battuta, che non avevamo posto in riferimento a lui: voi dormite e Kinglax lavora! E alla mattina questo sopralavoro scientificamente scoperto in modo da fare epoca si raccoglie ove non è che luce. E soccorrete, pagine da “vient de paraìtre”!

Rendita e capitalismo

La seconda fonte marxista cui siamo passati – ossia il capitolo 47 del terzo tomo del Capitale (non meno di altra che possiamo indicare in quelli del primo tomo sulla accumulazione iniziale e specialmente sulla “genesi dell’affittaiuolo capitalista”) – ci permette di chiarire ancora, ritornandoci prima di proseguire, dato che l’argomento è tanto notevole quanto delicato, questa serie storica: feudalesimo – capitalismo agrario – capitalismo manifatturiero statale – industrialismo privato, il cui ordine andrà assai di traverso ai vari strati di facce oblique.

Bisogna capire che quando il problema moderno della rendita fondiaria si pone, siamo già in piena economia capitalistica. E infatti in tale ambiente lo pone Quesnay. Il prodotto agrario totale (non meno che le condizioni del lavoro agrario: terra ed attrezzi, scorte, ecc.) è tutto già separato dal lavoratore produttivo. I miliardi a cui Quesnay riferisce il prodotto totale nazionale sono tutti cinque ricavati dalla vendita delle derrate e sono nelle mani degli affittuari agricoli e quindi di capitalisti. Tutti i prodotti sono quindi passati dal mercato, nessuno consumato dal diretto produttore (come nella sopravvissuta piccola coltura, come nella economia naturale del feudalesimo). Due quinti di tale denaro sono pagati dagli affittuari come rendita ai proprietari fondiari e quanto al resto della circolazione fra le “tre classi” di Quesnay: produttiva (salariati agricoli e fittavoli), proprietaria e sterile (industriali e loro operai), essa è dimostrata nel Quadro, che qui non esponiamo. Importante è che anche i lavoratori agricoli acquistano i generi di sussistenza con denaro, ma per Quesnay questo avviene “entro la classe produttiva”.

Vi sono quindi 5 miliardi di prodotto lordo agrario, 3 di prodotto netto, di cui 2 formano la rendita dei proprietari, 1 la remunerazione del capitale di esercizio detenuto tutto dai fittavoli nella misura di 10 miliardi, in ragione del 10 per cento: gli altri 2 miliardi compensano le anticipazioni e logorii. Siamo in ogni modo già ai criteri capitalistici:

1) Tutto il prodotto è merce;

2) Tutto il sovraprodotto deriva da sopralavoro, ossia i lavoratori agricoli consumano due e producono cinque;

3)Tutto il profitto sta nelle mani dei fittavoli o capitalisti agrari, che sono però tenuti a stralciarne due terzi a benefizio dei proprietari fondiari: la loro rendita.

Questa concezione che non vede sottrazione di sopralavoro agli operai non agricoli si spiega col prevalere dell’agricoltura sull’industria. Nell’audace ipotesi fisiocratica tutta l’agricoltura ha cessato di essere feudale, ma la produzione industriale è ancora secondaria rispetto a quella agricola. Mano mano che la manifattura e l’industria ingigantiscono il quadro risulta inadeguato. Ma la società descritta è già la società “di Marx” con tre classi che si dividono il prodotto netto: ai lavoratori il salario, ai capitalisti il profitto, siano essi fittavoli o industriali, ai proprietari immobiliari la rendita. Profitto più rendita formano il plusvalore.

In questa società “astratta” non ci sono artigiani e piccoli contadini: in effetti tali classi sono ancora oggi ovunque presenti, ma sono classi “non caratteristiche” della società borghese, classi “superstiti” dei tempi precapitalistici in quanto esistevano anche senza che vi fossero salariati, capitalisti intraprenditori, possessori di terra alla maniera non signorile, ma mercantile e borghese. Ora tutto questo è confermato dal testo di Marx.

Passi espressivi

“La rendita è pagata dal prezzo del prodotto del suolo”, quindi la rendita deve essere spiegata come parte del prezzo pagato sul mercato per la merce-derrata. Ora da questa somma di denaro deve uscire: la ricostituzione del capitale di esercizio per il fittavolo imprenditore – il pagamento di salari agli operai agricoli in misura almeno atta alla loro sussistenza e riproduzione – il guadagno del fittavolo (profitto dell’impresa agraria) – la rendita al proprietario. Quindi pieno mercantilismo e capitalismo.

Per i fisiocrati, come detto, la negazione di produttività al lavoro manifatturiero non toglie che “il capitale produttivo di rendita, ossia il capitale agricolo, produce plusvalore”. Intanto, dunque, si pone il quesito: cosa è la rendita della terra in quanto l’agricoltura è tutta condotta dal capitale, al modo capitalista? Quindi la nostra tesi: il capitalismo nasce agrario e la sua prima dottrina rivoluzionaria è la fisiocratica, embrione di quella dell’economia classica.

Marx anche qui antepone il sistema fisiocratico al sistema monetario, “che non arriva alla concezione del plusvalore”, tuttavia “giustamente proclama come premessa e condizione della produzione capitalistica la produzione per il mercato mondiale e la trasformazione del prodotto in merce, quindi in denaro”:

“Nel suo svilupparsi nel sistema mercantilistico, non è più la trasformazione del valore-merce in denaro, bensì la produzione del plusvalore che decide, ma dal punto di vista superficiale della sfera di circolazione (…) questo plusvalore si presenta come (…) eccedenza della bilancia commerciale”,

ossia come un sovrapprofitto nel giro denaro-merce-denaro svolto sul solo mercato. Se è vero che sono i fisiocratici i primi a riportare l’origine di ogni plusvalore (e quindi di ogni sua accumulazione successiva) nella sfera della produzione, nei mercantilisti troviamo che

“la cosa che esattamente caratterizza i commercianti e i fabbricanti interessati di quel periodo, e che giustamente corrisponde al periodo dello sviluppo capitalistico da essi rappresentato, è che nella trasformazione delle società agricole [aziende, imprese agrarie borghesi] feudali in società industriali, e nella corrispondente lotta industriale delle nazioni sul mercato mondiale, il loro scopo principale è uno sviluppo accelerato del capitale, che si deve raggiungere non per la cosiddetta via naturale, ma attraverso mezzi coercitivi. Vi è un’enorme differenza se il capitale nazionale [accumulazione di moneta nelle casse statali] si trasforma gradualmente e lentamente in capitale industriale, oppure se questa trasformazione viene affrettata mediante l’imposta rappresentata dai dazi protettivi con cui essi colpiscono soprattutto i proprietari fondiari, contadini medi e piccoli e artigiani (…). Il carattere nazionale del sistema mercantilistico non è quindi una semplice frase sulla bocca dei suoi portavoce. Con il pretesto di occuparsi semplicemente della ricchezza della nazione e delle risorse dello Stato, essi praticamente proclamano gli interessi della classe capitalistica e l’arricchimento in generale come fine ultimo dello Stato e proclamano la società borghese contro l’antico Stato di diritto divino”.

Si pensi, nel leggere tali passi, all’attuale processo, che si ripete in fase di due secoli in ritardo, Europa-Russia-Cina, come tratteggiato tra l’altro nel recente rapporto a Firenze. Ribattiamo ancora che quella prima forma di capitalismo avente traguardo l’impresa agricola e non ancora quella manifatturiera ed esportatrice, era già oltre i rapporti delle agricolture preborghesi; e ribattiamo che al solito non mandiamo fuori (honny soit chi pensi a Kinglax) assolutamente nulla di originale.

“Nella economia naturale vera e propria, quando nessuna parte del prodotto agricolo, o solo una parte insignificante, entra nel processo di circolazione, ed ancora soltanto una porzione relativamente insignificante della parte del prodotto che rappresenta il reddito [in natura] del proprietario fondiario, come p. es., in molti latifondi dell’antica Roma, nelle ville di Carlo Magno e più o meno durante l’intero Medioevo, il prodotto ed il plusprodotto dei grandi possessi non consiste semplicemente nei prodotti del lavoro agricolo. Comprende anche i prodotti dell’artigianato industriale. Lavoro agricolo domestico e lavoro manifatturiero, come collaterali dell’agricoltura, che costituisce la base, sono la condizione di quel modo di produzione su cui si fonda questa economia naturale nell’antichità e nel Medioevo europei, come ancora oggi nelle comunità indiane, là dove la loro organizzazione tradizionale non è stata ancora distrutta. Il modo di produzione capitalistico dissolve completamente questo legame, processo questo che si può studiare su larga scala in Inghilterra precisamente durante l’ultimo terzo del XVIII secolo”.

Può essere studiata per i prossimi trent’anni di questo XX secolo nella Cina, aggiungeremo noi. Lo scorcio storico di Marx che cita Cartagine, Roma, la Cina del secolo scorso, tende a stabilire che non vi è vera rendita come nella descrizione di Quesnay che quando vi è prezzo del totale prodotto sul mercato e capitale investito nella impresa rurale, quando ormai la separazione tra agricoltura e manifattura, campagna e città, è un fatto compiuto. Ad un tale stadio il capitale industriale è tuttavia ai primi vagiti di quella che sarà la sua corsa travolgente alla accumulazione e alla concentrazione; ma la rivoluzione capitalista si è avverata come primo campo nelle aziende terriere.

Lavoro – derrate – denaro

In questa forma ancora scarsamente industriale ma con la terra ormai libera e commerciabile: il servo svincolato, il capitale investito nell’agricoltura, il prodotto tutto posseduto dal fittavolo e venduto al mercato, abbiamo già il plusvalore e la marxista rendita fondiaria capitalista, tutta sorta da umano sopralavoro.

Potevamo prima di ciò parlare di rendita? In un certo senso si, e si trattava anche di rendita da sopralavoro, ossia di lavoro altrui sfruttato dal redditiero, ma non di rendita in denaro, ma non – in senso ristretto – di sopravalore, perché questo si cristallizza solo quando tutto il prodotto si trasforma in moneta, ed è una aliquota di questo valore-moneta in cui il prodotto di arrivo si convertì integralmente. Tre magistrali paragrafi lo chiariscono: La rendita in lavoro, La rendita in prodotti, La rendita in denaro.

Rendita in lavoro. Il produttore immediato dispone di un suo campo e degli attrezzi, quindi delle condizioni del suo lavoro. Ma è obbligato dall’ingranaggio sociale a dare, oltre il lavoro nel proprio campo, i cui prodotti consuma colla famiglia, ore nel giorno o giorni nella settimana di lavoro sulla terra del signore. Il sopralavoro è qui evidente, ed immediata la sua analisi e abbiamo un primo germe del futuro sopravalore. Sono le forme sociali del servaggio medioevale ed asiatico. Nella schiavitù antica e nella odierna delle piantagioni la rendita assorbe il profitto e si confonde con esso se ai lavoratori viene corrisposto il solo materiale alimento. Negli altri casi, soddisfatto il suo obbligo di lavoro servile, è possibile che al produttore immediato resti qualche margine sul suo consumo ed anche su quello che in futuro sarà il salario, equivalente del lavoro necessario.

Rendita in natura. Il lavoratore agricolo non presta lavoro (corvée, comandata) ma deve recare al signore o all’ente religioso una quota del prodotto del suo campo (dime, decima). E’ mutata la condizione del produttore immediato nel senso che egli, oltre che delle condizioni del suo lavoro, dispone di tutto il suo tempo di lavoro, sebbene si possa determinare dall’onere del prodotto che deve fornire al signore la quota di sopralavoro che gli è sottratta. Questo tipo di lavoratore resta un servo se è vincolato alla terra ed allora si ha il pieno rapporto personale che definisce il feudalismo, in quanto al signore non importa tanto la estensione della terra cui presiede, ma il numero delle unità lavorative soggette. Si tratta tuttora di economia naturale, non vi è tendenza a smistare dalla campagna il lavoro manifatturiero, tutto il sopralavoro diviene rendita.

Rendita in moneta. Quella quantità di prodotti che il piccolo produttore dava in natura, è ora rappresentata da una somma in denaro. Tuttavia fino a che tra il lavoratore e il proprietario non si interpone un fittavolo, non possiamo ancora parlare di rendita fondiaria capitalista, essendo tuttora vero che la forma prevalente che il sopralavoro prende è rendita terriera. Pagata al particolare o allo Stato questa forma non è facile a sostituire al tributo in prodotti (ancora al tempo di Marx era questo il passaggio per l’Europa orientale: si ricordi l’imposta in natura di Lenin). Solo dopo l’avvento di questa forma, che presuppone un dato sviluppo tecnico e un mutamento delle condizioni e rapporti di lavoro, si comincia a formare il fittavolo capitalista con la espropriazione ed espulsione (=liberazione totale) del contadino, che si trasforma in salariato staccato dalla terra e dagli strumenti di lavoro.

Qui segue l’esame del sistema di colonia (mezzadria) e della proprietà parcellare, che conduce alla citata loro condanna. Ma siamo giunti alla forma sviluppata di rendita capitalista, che ci conferma l’avvenuta rivoluzione sociale, anche prima, in molti paesi, che l’industria si sviluppi:

“Come forma di transizione dalla forma originaria della rendita alla rendita capitalistica possiamo considerare il sistema mezzadrile, o parziario (…). Ma il punto essenziale è che qui la rendita non appare più come la forma normale del plusvalore”.

La rendita pienamente capitalista appare quando il lavoratore immediato non dispone di alcuna delle condizioni di lavoro: né il suolo anche in limitata estensione, né alcun attrezzo o scorta, ma solo la sua forza personale: ed è un salariato. Da questo momento il sopralavoro si divide in profitto e rendita fondiaria, da questo momento la rivoluzione capitalista nel modo di produzione è compiuta.

Philosophie enfin!

Si era promessa un poco di filosofia per alleggerire l’economia, ma si è pur dovuto riepilogare quanto già detto sulle varie teorie tendenti a spiegare il “mistero” della rendita fondiaria. Lo si è fatto senza formule né numeri, ma è stato opportuno ribadire quanto si era dedotto da uno dei testi marxisti con le stesse tesi prese altrove da Marx e da Engels e ciò ad ulteriore confusione di quelli che farneticano su rettifiche di tiro dottrinali avvenute nello stesso corso della vita dei due fondatori del comunismo critico. Non solo la teoria come potremmo darla in un sistema di relazioni matematiche, ma lo stesso rigore terminologico e di formulazione verbale, è istituito in modo definitivo e non revisionabile.

E dunque: nella produzione rurale, sempre che vi è godimento di classi di non lavoratori, tutto questo eccedente si trae da lavoro e non da dono della natura che non costi umano sforzo. Tutto dunque esce dal lavoro totale che crea il prodotto totale. Esso si riduce a prodotto netto, disponibile per il consumo umano, dopo ricostituito quanto di riserve occorre per una nuova annata lavorativa.

Parte del prodotto netto lo consuma il lavoratore immediato per ricostituire la forza produttiva umana. Parte, che chiamiamo sopraprodotto e quindi sopralavoro, lo consuma la classe dei non lavoratori.

Nell’economia naturale il sopralavoro è tutta rendita. Il signore feudale lo preleva in lavoro, quando il lavoratore dà tempo di opera nel campo padronale – lo preleva in natura, quando gli cede una parte del prodotto. Il lavoratore è servo.

Una forma di transizione tra la economia naturale e quella mercantile-capitalistica piena è quella in cui: a) il lavoratore sia libero; b) la rendita si cominci a pagare in denaro (piccolo affitto) o anche in natura (piccola colonia); c) l’azienda sia ancora parcellare (minima coltura) sufficiente alla capacità di lavoro del fittuario o colono. A queste forme può aggiungersi la piccola proprietà emancipata in cui il lavoratore parcellare non deve rendita a nessuno, pure soggiacendo ad oneri vari (imposte, ecc.). Siamo però giunti al punto che gran parte del prodotto arriva al mercato commerciale e si converte in denaro.

Nell’economia agraria capitalista, che in generale precede quella industriale, le piccole particelle di terra sono riunite in unica azienda condotta dal fittavolo imprenditore, che dispone del capitale di esercizio e riduce i lavoratori spossessati del pezzetto di terra a semplici suoi salariati.

L’ideale dei fisiocratici è una società tutta basata su grandi aziende terriere capitalisticamente gestite, con una circolazione di merci e denaro fondata sulla prevalente produzione agraria, di cui la manifattura è un accessorio non produttore di accumulo di ricchezze (per l’erronea supposizione che non vi si genera alcun sopralavoro e sopravalore). Come storicamente, ideologicamente si classifica questa scuola economica? Quale la sua posizione rispetto alle filosofie moderne della Enciclopedia che precorrono la grande rivoluzione borghese? Una corrente opinione (sulla falsariga sbagliata: antitesi agricoltura-industria corrisponde ad antitesi feudalismo-capitalismo, ad antitesi diritto divino – sovranità popolare), conduce i più a vedere nei fisiocratici reazionari difensori dell’antico regime contro le nuove forme rivoluzionarie. E’ questa falsa credenza che Marx abbatte.

Tra i più notevoli fisiocratici, è vero che Quesnay sosteneva la monarchia assoluta, ma la sua critica del sistema parlamentare basato sull’equilibrio di forze e controforze è notevole, perché afferma che conduce alla divisione dei grandi ma all’oppressione dei piccoli. Mercier de la Rivière scrisse che l’uomo in quanto destinato, a vivere in società è destinato a vivere sotto il dispotismo. Ma anche in questa tesi si è forse più avanti e non più indietro dei vaneggiamenti libertari dell’illuminismo. Ma vi sono poi Mirabeau padre e Turgot, uomini politici e ministri radicali e borghesi, che anticipano la rivoluzione. Notevole sotto il profilo sociale è che essi succedono ai sistemi di Colbert, ministro di Luigi XIV e di Law, esponenti sotto il vecchio regime dinastico degli interessi del capitale commerciale e manifatturiero, fautori dell’intervento statale nella economia, del protezionismo, della accumulazione di Stato delle grandi finanze per investimento capitalistico. Una tale politica economica di capitalismo diretto e di Stato condusse a dissesto e fallimento, mentre invece nella forma capitalista la agricoltura francese rifioriva: i fisiocratici esprimono questo stadio e quindi non è che logica conseguenza il fatto che fossero per il libero scambio e il non intervento economico dello Stato, fatto ritenuto dai loro critici coincidenza fortuita.

Ciò non toglie che per Marx il sistema fisiocratico contenga gravi contraddizioni connesse a quella fondamentale: hanno scoperta la plusvalenza ma solo sotto forma di una differenza tra puri valori d’uso, insiti alla materia delle derrate prodotte e di quelle consumate; hanno scoperto che

“la separazione del lavoratore dalla terra e dalla proprietà della terra è la condizione fondamentale per la produzione capitalistica e per la produzione del capitale”,

e che la plusvalenza è eccedenza sul salario pagato in moneta, ma non hanno inteso che ovunque vi è vendita di forza lavoro si verifica plusvalenza e si accumula capitale. Ma in effetti essi accompagnavano la trasformazione del proprietario feudale in capitalista borghese allorquando difendevano la libertà di azione dell’impresa capitalista:

“Si comprende nello stesso tempo come l’apparenza feudale di questo sistema [fisiocratico], così come il tono aristocratico dell’esposizione, dovesse fare di una massa di signori feudali i seguaci entusiasti e i propagatori di un sistema che, essenzialmente, proclamava il sistema borghese di produzione sulle rovine del sistema feudale”.

Precoscienza borghese

Le dette contraddizioni dei fisiocratici “sono contraddizioni della produzione capitalistica mentre si sta aprendo la via per trarsi fuori dalla società feudale e si limita a interpretare la stessa società feudale in modo più borghese, ma non ha ancora trovato la sua forma specifica; pressappoco come la filosofia, la quale dapprima si elabora nella forma religiosa della coscienza, e in tal modo, da un lato annienta la religione come tale, dall’altro si muove positivamente ancora soltanto in questa sfera religiosa idealizzata, risolta in pensiero”.

Questo capoverso rapido e conciso serve di esegesi alla famosa tesi della prefazione alla Critica dell’economia politica: un’epoca di transizione rivoluzionaria non può essere giudicata secondo la coscienza che ha di se stessa.

E’ noto il gran conto che Marx faceva del materialismo classico francese la cui vittoria accompagnò la grande rivoluzione, che ai suoi compiti sociali e politici aggiunse quello, nel periodo rivoluzionario, di “annientare la religione”.

Naturalmente la nostra teoria della rivoluzione borghese, sulla base del materialismo dialettico proletario, è ben diversa da quella che ne dava quel primo materialismo.

Esso aveva negato che la coscienza dell’uomo fosse riempita dagli apporti della divina rivelazione e dovesse secondo questi e per grazia di questi risolvere i quesiti non solo del comportamento individuo ma della vita sociale e del potere pubblico; aveva coerentemente negata la monarchia di diritto divino. Ma in sostituzione di questa fonte spirituale, la coscienza era stata riportata entro l’individuo come base, sia pure raziocinante, delle decisioni di questo sul suo comportamento di privato e di cittadino e sulla scelta libera ed elettiva degli uomini e gruppi di governo. Tale coscienza staccata dalla divinità precedeva sempre tuttavia nella sua forma mentale l’azione umana, era dunque “idealizzata ed ideale “e non cessava di muoversi “in una sfera religiosa”.

Sebbene molti dei classici del materialismo francese fossero proclamati atei, Voltaire, pur fiero nemico dell’autorità dottrinale e civile della Chiesa, era deista; la rivoluzione innalzò veri e propri altari alla “Dea Ragione”. La storia futura doveva poi ribadire la completa riconciliazione della società e dello Stato borghese con le forme ufficiali e dichiarate della religione.

Non è possibile infatti uscire, come si diceva anche in Germania al tempo del borghese anticristianesimo di Feuerbach, dalle brume della religione, se non si detronizza la “coscienza” personale (e la stessa coscienza collettiva) dal suo posto di antesignana e non le si dà, come nel materialismo sviluppato e dialettico, il posto che le compete: di ultima arrivata, di passiva registratrice di eventi che non solo non determinò e provocò, ma non seppe neppure comprendere prima e durante il loro svolgersi.

Una conferma della inadeguatezza e della transitorietà della coscienza di ogni rivoluzione nelle successive sue statiche forme, e quindi una conferma della validità del materialismo storico che vede nella coscienza teorica delle varie classi una sovrastruttura sorta sulla base materiale dei fatti economici, e tuttavia non toglie con ciò importanza allo studio e alla comprensione di tutte le sue successive “scuole” e “sistemi” che divengono altrettante forze storiche, la trae qui Marx dall’esempio dei fisiocratici e della incompiutezza della loro visione, avanzata tuttavia e geniale per quei tempi.

I sistemi che si illudono di contenere la verità assoluta, anche quando sono veri e vitali e non hanno a che fare con elucubrazioni soggettive di smarriti e presuntuosi autori, in tanto sono efficienti in quanto contengono contraddizioni e negazioni potenti di quanto credono loro affermato contenuto:

“L’apparente glorificazione della proprietà fondiaria si rovescia nella negazione economica (di questa) e nell’affermazione della produzione capitalistica”.

Ed infatti i legislatori della Rivoluzione tentarono di giungere fino alla confisca della proprietà terriera da parte dello Stato borghese e questa era stata già pienamente teorizzata da Ricardo, esponente di una forma più avanzata della coscienza borghese, della preminenza del capitalista industriale sul proprietario fondiario.

In tutti questi sistemi però la dottrina non è presentata come coscienza di una classe dominante nella società, ma come un “ideale” per la migliore sorte di tutti gli uomini che la compongono.

Ed infatti, per i fisiocratici francesi,

“i capitalisti sono capitalisti solo nell’interesse del proprietario fondiario, esattamente come l’economia politica, nel suo sviluppo successivo, li fa essere capitalisti solo nell’interesse della classe lavoratrice”.

Gli uni e gli altri credono di fare pura scienza economica ma “si muovono in una sfera idealista alla maniera religiosa”.

Il materialismo dialettico e rivoluzionario del movimento comunista in tanto è potente come teoria e ha nella teoria la prima arma rivoluzionaria, in quanto non lega l’azione umana a nessuna coscienza e ributta ogni demagogia, che si appoggi su questo illusorio e risibile fondamento.

Il programma del partito di classe

Il Partito Comunista Internazionale è costituito sulla base dei seguenti princìpi stabiliti a Livorno nel 1921 alla fondazione del Partito Comunista d’Italia (Sezione della Internazionale Comunista).

1. Nell’attuale regime sociale capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto tra le forze produttive e i rapporti di produzione, dando luogo all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe fra proletariato e borghesia dominante.

2. Gli odierni rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese che, qualunque sia la forma del sistema rappresentativo e l’impiego della democrazia elettiva, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.

3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento senza l’abbattimento violento del potere borghese.

4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito di classe. Il partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e decisa del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici volgendoli dalle lotte per interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta generale per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Il partito ha il compito di diffondere nelle masse la teoria rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali d’azione, di dirigere nello svolgimento della lotta la classe lavoratrice assicurando la continuità storica e l’unità internazionale del movimento.

5. Dopo l’abbattimento del potere capitalistico il proletariato non potrà organizzarsi in classe dominante che con la distruzione del vecchio apparato statale e l’instaurazione della propria dittatura, ossia escludendo da ogni diritto e funzione politica la classe borghese e i suoi individui finché socialmente sopravvivono, e basando gli organi del nuovo regime sulla sola classe produttiva. Il partito comunista, la cui caratteristica programmatica consiste in questa fondamentale realizzazione, rappresenta, organizza e dirige unitariamente la dittatura proletaria.

6. Solo la forza dello Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte le successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale, con le quali si effettuerà la sostituzione al sistema capitalistico della gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

7. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, andrà eliminandosi la necessità dello Stato politico; il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

La posizione del partito dinanzi alla situazione del mondo capitalistico e del movimento operaio dopo la seconda guerra mondiale si fonda sui punti seguenti.

8. Nel corso della prima metà del secolo ventesimo il sistema sociale capitalistico è andato svolgendosi in campo economico con l’introduzione dei sindacati padronali tra i datori di lavoro a fine monopolistico e i tentativi di controllare e dirigere la produzione e gli scambi secondo piani centrali, fino alla gestione statale di interi settori della produzione; in campo politico con l’aumento del potenziale di polizia e militare dello Stato ed il totalitarismo di governo. Tutti questi non sono tipi nuovi di organizzazione sociale con carattere di transizione fra capitalismo e socialismo, né tantomeno ritorni a regimi politici pre-borghesi: sono invece precise forme di ancora più diretta ed esclusiva gestione del potere e dello Stato da parte delle forze più sviluppate del capitale.
Questo processo esclude le interpretazioni pacifiche evoluzioniste e progressive del divenire del regime borghese e conferma la previsione del concentramento e dello schieramento antagonistico delle forze di classe. Perché possano rafforzarsi e concentrarsi con potenziale corrispondente le energie rivoluzionarie del proletariato, questo deve respingere come sua rivendicazione e mezzo di agitazione il ritorno illusorio al liberalismo democratico e la richiesta di garanzie legalitarie, e deve liquidare storicamente il metodo delle alleanze a fini transitori del partito rivoluzionario di classe sia con partiti borghesi e di ceto medio che con partiti pseudo-operai a programma riformistico.

9. Le guerre imperialiste mondiali dimostrano che la crisi di disgregazione del capitalismo è inevitabile per il decisivo aprirsi del periodo in cui il suo espandersi non esalta più l’incremento delle forze produttive, ma ne condiziona l’accumulazione ad una distruzione alterna e maggiore. Queste guerre hanno arrecato crisi profonde e ripetute nella organizzazione mondiale dei lavoratori; avendo le classi dominanti potuto imporre ad essi la solidarietà nazionale e militare con l’uno o l’altro schieramento di guerra. La sola alternativa storica da opporre a questa situazione è il riaccendersi della lotta interna di classe fino alla guerra civile delle masse lavoratrici per rovesciare il potere di tutti gli Stati borghesi e delle coalizioni mondiali; con la ricostituzione del partito comunista internazionale come forza autonoma da tutti i poteri politici e militari organizzati.

10. Lo Stato proletario, in quanto il suo apparato è un mezzo e un’arma di lotta in un periodo storico di trapasso, non trae la sua forza organizzativa da canoni costituzionali e da schemi rappresentativi. La massima esplicazione storica del suo organamento è stata finora quella dei Consigli dei lavoratori apparsa nella Rivoluzione russa dell’Ottobre 1917, nel periodo della organizzazione armata della classe operaia sotto la guida del solo partito bolscevico, della conquista totalitaria del potere, della dispersione dell’assemblea costituente, della lotta per ributtare gli attacchi esterni dei governi borghesi e per schiacciare all’interno la ribellione delle classi abbattute, dei ceti medi e piccolo borghesi e dei partiti dell’opportunismo, immancabili alleati della controrivoluzione nelle fasi decisive.

11. La difesa del regime proletario dai pericoli di degenerazione insiti nei possibili insuccessi e ripiegamenti dell’opera di trasformazione economica e sociale, la cui integrale attuazione non è concepibile all’interno dei confini di un solo paese, può essere assicurata solo da un continuo coordinamento della politica dello Stato operaio con la lotta unitaria internazionale del proletariato di ogni paese contro la propria borghesia e il suo apparato statale e militare; lotta incessante in qualunque situazione di pace o di guerra, e mediante il controllo politico e programmatico del partito comunista mondiale sugli apparati dello Stato in cui la classe operaia ha raggiunto il potere.

Ma è una rivoluzione!

Asti, 30-12-53 

Sabato a mezzogiorno, parte delle maestranze dell’officina Morando si sono fermate e hanno invitato la commissione interna a recarsi dal padrone a chiedere un aumento di paga. La commissione interna, dopo aver discusso a lungo col padrone e non ottenendo nulla di concreto, lo invita ad andar di persona a rispondere alle maestranze, per non essere poi accusata dagli operai di non saper mai approdare a nulla. Infatti, il padrone, sceso in stabilimento, dice di stupirsi che gli operai approfittino del momento in cui l’officina deve disimpegnare urgenti ordinazioni per piantare delle grane, e aggiunge: «Credevo di aver creato una famiglia; invece mi accorgo che è stato tutto inutile. Questa è una rivoluzione!». Ha poi detto che non riconosceva la commissione interna perché in carica da più di un anno e non rieletta con votazioni secondo lo statuto. Fatta presente la concorrenza nazionale e internazionale e l’esistenza di fabbriche di laterizi che lavorano con salari inferiori del venti per cento ai nostri, ha concluso che l’officina non poteva andare incontro a nuovi aumenti di salari a scapito del buon andamento del lavoro, e ha pure accennato anche al fatto che solo una minoranza si era fermata. Conclusione: gli operai al pomeriggio sono tornati al lavoro: vinti ma non domati.

Il corrispondente

Comunicazioni di Partito

Tesseramento

Per errore tipografico, nell’ultimo numero del giornale appare indicata come quota di tesseramento 1954 la somma di L. 100: essa è invece, come l’anno scorso, di L. 200, ferma restando la quota mensile di L. 100. Per il resto, si rinviano federazioni, sezioni, gruppi e compagni isolati al comunicato del n. 23 di «Programma» 1953.

Abbonati

Si avvertono i pochi abbonati che non hanno rinnovato a tutt’oggi l’abbonamento 1953, che salvo versamento effettuato nel frattempo, la spedizione del giornale sarà loro sospesa a partire dal n. 3 di quest’anno (febbraio).

Riunioni

Il 20 dicembre si è tenuta a Trieste la prevista riunione allargata con l’intervento di simpatizzanti desiderosi di ascoltare il rapporto dei due partecipanti al convegno di Firenze. A grandi linee, sono stati trattati i punti svolti dal relatore: teoria marxista dell’imperialismo, mercantilismo, monopolismo, carattere parassitario del tardo capitalismo, mito della libera concorrenza, lotte dei popoli coloniali nel passato, sfruttamento dei popoli di colore in Africa e America, questione asiatica con particolare riferimento alla Cina, alle posizioni tattiche dell’Internazionale e ai traviamenti della politica staliniana. La discussione si è poi allargata investendo le pretese di ripiegamento su posizioni «progressiste» in situazioni sfavorevoli alla ripresa di classe come l’attuale, e alla necessità di una posizione di netta e proclamata autonomia di principii e di obiettivi del proletariato rivoluzionario nelle lotte coloniali.

La riunione si è conclusa con piena soddisfazione degli intervenuti e con l’impegno di proseguire nell’opera di chiarificazione iniziata, e ha dimostrato come, grazie all’apporto della stampa, anche i giovani siano ora in grado di affrontare con sicurezza gli «oscuri» e «difficili» problemi della teoria rivoluzionaria.