Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 406

Francia, 5 dicembre

Per l’abolizione del capitale e del salariato
Per la dittatura del proletariato

Il 5 dicembre si sono svolte diverse manifestazioni in Francia, le principali a Parigi e a Marsiglia. All’origine si trattava di due manifestazioni diverse, poi confluite: l’una, indetta da un “comitato per la difesa delle libertà”, contro la legge “sécurité globale”, che mira, in nome della sicurezza delle forze dell’ordine, a vietare il filmare o fotografare la polizia in azione; l’altra, che da dieci anni si svolge ogni anno in questa stagione, promossa dai comitati disoccupati e precari della CGT, diretta contro la disoccupazione e la precarietà.

Ambedue le manifestazioni sono finite con violenti scontri con la polizia. A Parigi nella folla c’erano anche i “gilets jaunes”. I “black blocs” hanno dato fuoco alle auto e alle banche.

I compagni partito hanno diffuso il seguente volantino.

* * *

Crisi e disoccupazione sono elementi costanti nella storia del capitalismo. Le crisi sono endemiche, malgrado e a causa dell’immenso sviluppo delle forze produttive.

La pandemia, il Covid che investe il pianeta è un prodotto del capitalismo, del suo sviluppo urbano e produttivo.

Se questa crisi colpisce la piccola borghesia e i piccoli datori di lavoro, le piccole imprese, il piccolo commercio, il turismo, che rappresenta il 10% del PIL mondiale, colpisce ancora più duramente tutta una parte del proletariato, soprattutto i tanti precari che perdono il lavoro.

La disoccupazione è in aumento nei paesi industrializzati, e aumenterà ancora, perché il capitale non riesce più a valorizzarsi sul mercato, né può farlo con altri mezzi, come la speculazione in cui la somma dei benefici e delle perdite si annullano a vicenda.

La crisi non è dovuta a capi “incompetenti” o politici “corrotti”, come dicono sindacati e partiti, di destra e di sinistra. Ignoranti e ladri sono sempre esistiti, e i delinquenti sono sempre stati utili alla società capitalista – il crimine può essere produttivo per il capitale.

Sacrificano i lavoratori in nome della loro economia nazionale, per difendere i loro mercati e la loro produzione, dicono che è importante sviluppare l’industria attraverso l’innovazione tecnologica, accettare sacrifici per salvare posti di lavoro, ecc. Molti lavoratori hanno accettato tutto, per anni, compresi i tagli salariali, solo per vedere la chiusura della loro attività e ritrovarsi disoccupati.

Ma l’unica verità è che troppe merci stanno invadendo un mercato che non riesce ad assorbirle; la produttività cresce, ma con essa aumenta la disoccupazione. I proletari hanno sempre vissuto in una condizione più o meno precaria a seconda della situazione economica. Questa precarietà è – e sarà sempre – la condizione di milioni di esseri umani. Oggi, con la crescente automazione, con una maggiore forza lavoro disponibile, l’occupazione diventa un miraggio e una parte crescente della popolazione diventa superflua per il capitale.

I prezzi delle merci, compreso quello della forza lavoro, crollano in un mercato divenuto internazionale e senza confini, il salario di un operaio francese non riesce a competere con quello di un polacco o di un africano. La concorrenza tra i lavoratori di diversi paesi provoca lo spostamento di interi settori produttivi da un continente all’altro e diventa il seme di una guerra tra poveri.

I capitalisti mantengono questa concorrenza. La disoccupazione è un’arma nelle mani dei padroni e del loro Stato per dividere e fomentare la concorrenza tra i lavoratori. Nel nostro linguaggio chiamiamo i disoccupati Esercito Industriale di Riserva, da cui attinge la borghesia secondo le sue necessità e che può utilizzare per spezzare l’unità dei lavoratori. Questo esercito di riserva può però disertare e contribuire a dare forza alla lotta del proletariato! L’unione di classe è uno strumento per cambiare il ruolo dei disoccupati, da massa amorfa e passiva a esercito di proletari combattivi e organizzati.

I modelli sindacali di organizzazione per categoria devono essere superati in quanto la tendenza generale è quella di un aumento della precarietà proletaria esacerbata dalla concorrenza capitalista. Il localismo delle lotte è imposto dalle dirigenze sindacali, mentre nella società regna flessibilità, precarietà e disoccupazione. Voler limitare le lotte al livello della categoria o dell’azienda è inutile e un tradimento che impedisce l’unità dei lavoratori e li priva di una azione veramente efficace. La difesa degli interessi proletari, delle condizioni di lavoro e di vita è un problema di rapporti di forza: l’organizzazione sindacale si sviluppa e si afferma attraverso la lotta. I metodi di lotta, l’organizzazione le rivendicazioni e le tattiche sindacali devono cercare sempre di unificare i lavoratori, indipendentemente dalla loro categoria professionale e dalle divisioni aziendali. La lotta dipende anche dall’affiancare le forze dei lavoratori fissi, dei disoccupati, dei precari, ecc.

L’inerzia dei sindacati è imposta dalle dirigenze, nelle mani di partiti opportunisti.

Lottare per il sindacato di classe significa attrarvi i precari e i disoccupati attraverso le Camere di Lavoro e i comitati di disoccupati e precari, dove si può sviluppare l’organizzazione intercategoriale. Se vogliamo lottare per un vero sindacato di classe non possiamo ignorare i precari e i disoccupati che crescono ogni giorno di numero.

Il salario aumenta o diminuisce secondo la situazione economica, ma soprattutto per i rapporti di forza tra le classi.

Il tasso di occupazione dei lavoratori è storicamente destinato a diminuire, secondo la legge dell’accumulazione capitalistica. Il lavoro è “liberato” dalle macchine e dai processi produttivi sempre più automatizzati. Questo oggi si traduce in più disoccupazione e intensificazione dei ritmi di lavoro. Ma è anche segno della crisi di un sistema economico antiquato e drogato in cui siamo costretti a vivere.

Il sindacato di classe è necessario, per dare forza e organizzazione alla resistenza dei proletari occupati o disoccupati nella loro quotidiana lotta per la sopravvivenza, ma non basta per ottenere l’emancipazione dei lavoratori. L’emancipazione dei lavoratori passa attraverso il rovesciamento del potere della borghesia – industriale, finanziaria e fondiaria – attraverso la sua espropriazione e il passaggio a una società comunista, della quale il modo di produzione capitalistico ha sviluppato le basi economiche su larga scala socializzando le forze produttive. L’arma indispensabile per raggiungere questo traguardo è l’organizzazione dell’avanguardia proletaria: il partito, depositario del programma del comunismo.


– Diminuzione dell’orario di lavoro e più salario – Salario per i disoccupati – Per il sindacato di classe
– Per il partito comunista internazionale – Per l’abolizione del capitale e del lavoro salariato – Per la dittatura del proletariato.

Gran Bretagna - La stretta del Covid sulla classe operaia

Il Regno Unito è alle prese con la seconda ondata della pandemia di Covid-19. La gestione delle restrizioni sulla popolazione è stata lasciata alle amministrazioni decentrate in Scozia, Galles e in Irlanda del Nord, mentre l’Inghilterra resta sotto il controllo di Westminster.

Il primo blocco a marzo per limitare la diffusione della malattia ha chiuso tutte le attività e i servizi non essenziali. Il governo ha varato misure per concedere un sostegno ai lavoratori regolari licenziati, mentre anche molti padroni si sono affrettati a richiedere questo sussidio in base alla forza lavoro impiegata. Lo Stato avrebbe dovuto pagare l’80% dei salari, fino a un limite fisso, inizialmente fino alla fine di settembre, cosa poi prorogata fino alla fine di ottobre. Ma il ministro del tesoro ha dichiarato che il nuovo provvedimento non sarebbe stato così generoso, e che i licenziati avrebbero ricevuto solo i due terzi dei salari, per lo più pagati dallo Stato. Dopo le lamentele dei datori di lavoro, del Partito Laburista e dei sindacati, il contributo ai licenziati è stato esteso fino alla fine di marzo 2021.

Entro la fine dell’estate i licenziamenti erano già in atto nei settori delle linee aeree, turismo e della distribuzione, poiché il declino dell’attività economica ha portato al fallimento delle imprese. I licenziamenti e i disoccupati stavano aumentando a centinaia di migliaia.

I conservatori e i rappresentanti delle imprese hanno allora lamentato che il blocco nazionale era troppo restrittivo, in quanto alcune aree erano meno colpite dall’epidemia e dunque alcune imprese avrebbero potuto proseguire la propria attività. In seguito a queste lamentele è stato introdotto un approccio localizzato e decentrato riguardo agli spostamenti e ai contatti personali. Ognuno dei quattro Paesi del Regno Unito ha stabilito i propri livelli di restrizioni: l’Inghilterra ne ha tre, la Scozia cinque, il Galles ha optato per un coprifuoco di 17 giorni conclusosi di recente, mentre l’Irlanda del Nord è impegnata ad adottare sue severe misure.

In Inghilterra il sistema dei tre livelli è stato inizialmente applicato all’area della Grande Liverpool, rapidamente esteso al Lancashire centrale, a Manchester, poi, più in generale, a tutto il nord dell’Inghilterra. Londra e altre aree sono state spostate al secondo livello, seguite da altre regioni. Infine Westminster ha ordinato un altro lockdown nazionale di quattro settimane, finito il 2 dicembre.

A ciò in molte regioni si sono aggiunti i test di massa, in alcuni casi con la mobilitazione dell’esercito.

Il piano del governo di un sostegno fino a tutto marzo 2021 è stato accolto con entusiasmo da tutti i settori della classe capitalista, dalle imprese al Partito Laburista ai capi sindacali. Sono state stanziate ingenti somme per mantenere in piedi l’economia (soprattutto i padroni). È per il futuro delle imprese capitaliste che si preoccupano, mentre i lavoratori dovranno arrangiarsi. A pagare tutto, ciò nelle intenzioni del grande capitale, saranno il proletariato e la piccola borghesia. Ma il ministero del tesoro ha già suggerito un congelamento di tre anni delle retribuzioni nel settore pubblico, col pretesto che c’è stato un calo dei salari nel settore privato. Per rimettere in moto l’economia il piano è quello di spingere i disoccupati verso qualsiasi posto di lavoro.

Che fine farà la Brexit è tutt’altro che chiaro, ma la primavera vedrà forse un surriscaldamento, non certo solo del clima ma anche della lotta di classe.

Il gigante Amazon, tolto il profitto, è una anticipazione del comunismo

Alcuni dati per capire di cosa stiamo parlando. Il 27 novembre il New York Times riportava che nei primi 10 mesi del 2020 il colosso delle vendite on-line aveva assunto 427.300 lavoratori portando i suoi dipendenti a 1,2 milioni. Dai circa 350.000 del 2017 la crescita è impressionante, portando l’azienda al terzo posto nel mondo dopo Walmart, gigante della grande distribuzione, che occupa circa 2,2 milioni di lavoratori, e la China National Petroleum con 1,3 milioni. Numeri che dovrebbero bastare a smentire chi sostiene che non esiste più la classe operaia. Amazon è quotata al Nasdaq, la borsa dei titoli tecnologici di New York, con una capitalizzazione di 1,3 miliardi di dollari. Nella lista dei PIL dei vari Stati si troverebbe al tredicesimo posto, vicina a Spagna, Australia, Russia, Corea del Sud e Canada. Sì, la borsa è solo una grande lotteria per ricchi, un castello di carta che il cerino della crisi ridurrà in cenere, ma qui dà il senso delle proporzioni.

Un colosso simile inevitabilmente solleva delle maree, che investono dalla economia mondiale fino a varie emozioni, rancori e ideologie.

L’ultima in ordine di tempo è la “petizione” #NoëlSansAmazon (“Natale senza Amazon”), in cui i sottoscrittori invitano a non usare l’azienda di Jeff Bezos per l’acquisto dei regali, privilegiando invece i negozi di quartiere. Lunga la lista dei firmatari, dal sindaco “socialista” di Parigi, Anne Hidalgo, a diversi intellettuali della “sinistra” francese e personalità del mondo della cultura e della politica. Tra i firmatari c’è anche José Bové, il leader dei “no global” francesi che una ventina d’anni fa divenne celebre per la lotta contro i McDonald’s. La ghiotta occasione non potevano farsela scappare i populisti di qua delle Alpi: Salvini attraverso il suo brillante “staff social-media“ ha “postato” su Facebook e Twitter un “sondaggio” dove chiede ai seguaci se sia “giusto” boicottare Amazon. «I regali li compro sotto casa, piuttosto che con un clic», dice. Mentre Maurizio Gasparri di Forza Italia condivide “totalmente” l’idea, Giorgia Meloni se la prende col Black Friday: «una giornata nera per i nostri imprenditori, compriamo italiano».

Ma anche in Italia i “sinistri” sono sulla stessa lunghezza d’onda e la lista non entrerebbe nelle pagine di questo giornale. Il soccorso alla piccola borghesia ha consenso trasversale.

Le leggi economiche insite nel sistema di produzione capitalistico nel loro svolgersi ineluttabile portano le mezze classi alla rovina, come previsto ampiamente dal marxismo. Se si accetta il capitalismo si deve accettare questo fenomeno, non separabile da questo modo di produzione. La centralizzazione della produzione e di conseguenza della distribuzione non sono fatti del caso o della ingordigia di alcuni, ma sono il prodotto delle leggi della concorrenza e della riduzione di costi.

Se è vero che in certe fasi del ciclo economico, e in alcuni paesi, la forte crescita ha permesso il proliferare e l’ingrassarsi di una piccola borghesia, le crisi, come quella iniziata qualche decennio fa, scatenano una concorrenza sfrenata che portano le aziende più grosse a soffocare le piccole.

La necessità per il capitale di accelerare la creazione del valore ha spinto verso organizzazioni della logistica e della distribuzione sempre più vaste ed efficaci. Amazon è un eccellente esempio di questo processo e riprova della descrizione marxista del capitalismo.

Ma, al di fuori di ogni sentimentalismo e idealismo, per il marxismo lo sviluppo delle forze produttive è un fatto oggettivo, che osserva e descrive. Il suo risultato, anche nei suoi talvolta tragici effetti, è però socialmente positivo. Le forze produttive, nel loro potenziarsi, sempre con maggiore difficoltà riescono a essere contenute all’interno dei vecchi rapporti di produzione e spingono per nuove forme. Questo trapasso è avvenuto nelle epoche storiche che si sono succedute. Anche la futura società comunista potrà usufruire del progresso della tecnica già sviluppata dal capitalismo, non più per accrescere all’infinito l’accumulazione del profitto ma per favorire la soddisfazione delle necessità della specie umana in modo più pieno, soddisfacente, bello, completo e complesso.

Questo passaggio non sarà automatico, necessita di un passaggio politico, della presa rivoluzionaria del potere e della dittatura del proletariato.

Oggi i prodigi della tecnica che anche Amazon impiega sono utilizzati solo per la ricerca sfrenata, quanto inevitabile, del profitto. Ma in essi la società futura è già pronta, a portata di mano. Lo sviluppo di sistemi di comunicazione come internet, della logistica nella distribuzione come in Amazon, l’aumentare della robotica nei processi produttivi e distributivi, prefigurano già una società comunista. Anche se oggi, in mano alla borghesia, non sono altro che strumenti infernali che schiacciano la internazionale classe lavoratrice.

I comunisti quindi non si perdono a “boicottare Amazon”, in una difesa, per altro disperata, dei piccoli commercianti, ma puntano alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro, che internazionalmente sono assai dure, di chi in quella azienda lavora. Contratti precari, ritmi forsennati, ricattabilità perenne sono tipiche dell’infernale mondo di Amazon. I comunisti si rivolgono a quei lavoratori perché si organizzino nella loro difesa, che è la stessa dei lavoratori della Walmart e della China Petroleum, nonché della classe lavoratrice mondiale.

Perché i comunisti sanno che arriverà un giorno in cui per la semplice richiesta di migliorie salariali e delle condizioni di vita e di lavoro il proletariato si troverà a dover fronteggiare sempre più duramente questo sistema e, sotto la guida del suo partito, fino al suo abbattimento.