Partito Comunista Internazionale

Estrattivismo ed ipocrisia verde Pt.2

Categorie: Australia, Environment, Papua New Guinea

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Le pratiche spietate e distruttive di Rio Tinto si estendono ben oltre la Serbia per la quale, nella parte precedente di questo articolo, abbiamo descritto l’attuale controversia sull’estrazione del litio. 

Una delle macchie storiche più infamanti sulla reputazione dell’azienda fu il massacro del 4 febbraio 1888 in Spagna, quando almeno 13 tra lavoratori ed agricoltori furono assassinati per aver protestato contro i letali fumi emessi dall’azienda, inalati durante le loro estenuanti giornate di lavoro. 

Da allora, la Rio Tinto è rimasta nota per i suoi “eccessi” nella ricerca del profitto, sia all’estero che in patria. In effetti, alcune delle più importanti controversie recenti hanno riguardato le attività di Rio Tinto in Australia e nella più ampia Oceania.

L’incidente della gola di Juukan

Le attività di Rio Tinto in Australia, in particolare nella regione occidentale di Pilbara, sono fondamentali per l’estrazione di minerale di ferro e bauxite. Le miniere di Pilbara sono tra le più grandi al mondo. La distruzione della Gola di Juukan, un sito di immensa importanza culturale e storica per le popolazioni Puutu Kunti Kurrama e Pinikura (PKKP). 

Nel maggio 2020, Rio Tinto ha fatto largo uso di esplosivi per espandere la sua miniera di minerale di ferro Brockman 4, causando la distruzione di due caverne all’interno di Juukan Gorge, nonostante l’azienda fosse pienamente consapevole del patrimonio culturale di 46.000 anni che il sito rappresentava, e che comprendeva numerosi manufatti e prove di un’antica occupazione umana, dimostrate con rilievi del DNA.

Le popolazioni del PKKP hanno cercato di proteggere la Gola di Juukan attraverso la legislazione intesa a proteggere il patrimonio culturale australiano, in particolare l’Aboriginal Heritage Act 1972 dell’Australia Occidentale. Questa legge impone alle aziende di ottenere l’autorizzazione del governo statale prima di intervenire su siti di importanza aborigena. 

Nel 2013, Rio Tinto ha ottenuto il consenso della Sezione 18 ai sensi di questa legge per procedere alla distruzione, nonostante la crescente consapevolezza dell’importanza del sito grazie a successivi studi archeologici. Il PKKP, sostenuto dal Puutu Kunti Kurrama Land Committee, ha avviato una comunicazione diretta con Rio Tinto, presentando ulteriori prove dell’importanza del sito e sollecitando l’azienda a fermare i suoi piani. Nonostante questi sforzi, l’autorizzazione della Sezione 18 non è stata revocata e la distruzione del sito è proseguita.

La decisione di concedere l’autorizzazione alla Sezione 18 è stata presa dal Ministro degli Affari Aborigeni dell’Australia Occidentale, sulla base delle raccomandazioni del Comitato per il materiale culturale aborigeno (ACMC). L’ACMC aveva inizialmente raccomandato di concedere l’autorizzazione sulla base delle informazioni disponibili all’epoca, ma i risultati archeologici successivi non sono stati sufficienti a far revocare la decisione. 

L’incidente ha innescato un’inchiesta parlamentare in Australia, che ha messo in luce le carenze sistemiche del quadro di protezione del patrimonio culturale e ha evidenziato l’impegno inadeguato di Rio Tinto nei confronti del PKKP. A seguito dell’inchiesta, diversi alti dirigenti di Rio Tinto, tra cui l’amministratore delegato, hanno rassegnato le dimissioni e l’azienda si è impegnata a rivedere le proprie pratiche di gestione del patrimonio culturale, anche se queste misure non sono state sufficienti ad affrontare questioni più ampie.

La miniera di Panguna in Papua Nuova Guinea

La miniera di rame di Panguna, situata sull’isola di Bougainville in Papua Nuova Guinea (PNG), era una delle più grandi miniere di rame a cielo aperto del mondo durante il suo periodo di massima attività. Gestita dalla Bougainville Copper Limited (BCL), una consociata di Rio Tinto, la miniera è entrata in funzione nel 1972 ed è diventata rapidamente una fonte di reddito significativa per la PNG, contribuendo in modo sostanziale agli introiti delle esportazioni del Paese. 

Tra il 1972 e il 1989, la miniera ha generato entrate per circa 2 miliardi di dollari. Il governo della PNG, che possedeva una quota del 19,1% della BCL, riceveva circa il 5% di queste entrate che, durante gli anni di massima attività della miniera, costituivano circa il 12-15% del reddito nazionale totale del Paese. Tuttavia, la maggior parte dei profitti è andata a Rio Tinto e ai suoi azionisti, mentre le comunità locali di Bougainville hanno ricevuto benefici minimi.

Tuttavia, l’impatto ambientale e sociale della miniera è stato molto grave. Il processo di estrazione ha prodotto grandi quantità di materiali di scarto, che sono stati regolarmente scaricati nel fiume Jaba, portando a una diffusa contaminazione del sistema fluviale. L’inquinamento ha distrutto la pesca locale, avvelenato le riserve d’acqua e reso inutilizzabili per l’agricoltura vaste aree di terreno, compromettendo il sostentamento di migliaia di abitanti di Bougainville.

Nel 1988 il crescente risentimento culminò in una rivolta armata contro il governo della PNG e Rio Tinto, segnando l’inizio della guerra civile di Bougainville. Il conflitto, durato quasi un decennio, fu inizialmente scatenato dalle richieste dei proprietari terrieri di risarcimento e di una migliore gestione ambientale, trasformandosi rapidamente in una più ampia lotta per l’indipendenza di Bougainville. L’Esercito rivoluzionario di Bougainville (BRA), composto principalmente da proprietari terrieri locali, iniziò a sabotare le operazioni della miniera e ad attaccare le forze governative, provocando una violenta repressione da parte dell’esercito della PNG.

Il conflitto ha provocato la morte di circa 15.000-20.000 persone e un gran numero di sfollati.

Il governo della PNG, con il tacito sostegno di Rio Tinto, ha mantenuto un blocco attorno a Bougainville per gran parte del conflitto, tagliando i servizi essenziali e aggravando la crisi umanitaria.

Naturalmente Rio Tinto ha avuto una responsabilità determinante sia l’impatto ambientale e sociale della miniera di Panguna, sia per lo scatenamento del conflitto.

Nonostante la fine del conflitto nel 1998, Rio Tinto non ha risposto alle richieste di risarcimento o riparazione da parte della popolazione di Bougainville. La miniera è rimasta chiusa dallo scoppio del conflitto e a Bougainville è stata concessa una maggiore autonomia, con discussioni in corso sulla piena indipendenza dalla PNG. I danni ambientali causati dalla miniera persistono e gli sforzi per riabilitare il territorio sono stati minimi.

Coinvolgimento e complicità regionale dell’Australia

Il rapporto dell’Australia con la PNG affonda le sue radici in un passato coloniale che si è evoluto in una dinamica caratterizzata da una significativa influenza australiana sugli affari politici ed economici della PNG .L’Australia che all’indomani della prima guerra mondiale, su mandato della Società delle Nazioni, aveva amministrato la PNG, attraverso aiuti esteri, assistenza militare e investimenti economici, continuò ad esercitarvi il proprio dominio anche dopo la sua indipendenza avvenuta nel 1975. Il coinvolgimento economico dell’Australia nella PNG è fortemente incentrato sull’estrazione di risorse naturali, in particolare attraverso le società australiane del settore minerario. Questo coinvolgimento ha comportato costi ambientali e sociali significativi per le comunità indigene della PNG, come dimostra la miniera di Panguna.

Oltre allo sfruttamento economico, il programma di aiuti esteri dell’Australia esercita una notevole influenza sulle politiche interne della PNG. Gli aiuti sono legati a condizioni che promuovono gli interessi delle imprese australiane, come la privatizzazione dei servizi pubblici e l’incoraggiamento degli investimenti stranieri. Spesso sono i consulenti australiani a modellare le strategie economiche e di sviluppo della PNG, rafforzando ulteriormente il controllo australiano sugli affari interni del Paese.

Questo modello di coinvolgimento imperialista si rispecchia nella complicità dell’Australia nell’occupazione indonesiana di Timor Est e nel successivo genocidio a Timor. Dopo la dichiarazione di indipendenza di Timor Est dal Portogallo nel 1975, l’Indonesia invase e annesse il territorio. La posizione dell’Australia fu di ampia complicità, motivata dal desiderio di mantenere buone relazioni con l’Indonesia e di garantire i propri interessi economici nel Timor Gap, un’area ricca di petrolio del Mare di Timor.

Il genocidio, avvenuto durante l’occupazione indonesiana dal 1975 al 1999, ha provocato la morte di circa 100.000-200.000 persone. Questa cifra comprende sia coloro che sono stati uccisi direttamente dalle azioni militari sia coloro che sono morti per fame, malattie e altre conseguenze del conflitto. La popolazione di Timor Est all’epoca era di circa 600.000-700.000 persone.

Ciononostante, l’Australia ha fornito sostegno diplomatico all’occupazione, ha riconosciuto l’annessione di Timor Est da parte dell’Indonesia e nel 1989 ha firmato con essa il Trattato di Timor Gap che ha consentito lo sfruttamento congiunto delle risorse di petrolio e gas della regione.

La complicità dell’Australia risale al suo coinvolgimento nella purga anticomunista della metà degli anni Sessanta in Indonesia, dove si stima siano state uccise da 500.000 a 1 milione di persone. A seguito di un tentativo di colpo di Stato nel 1965, l’esercito indonesiano, guidato dal generale Suharto, lanciò una campagna contro i sospetti comunisti. L’Australia, insieme ad altre potenze occidentali, sostenne tacitamente queste azioni, considerando lo sradicamento del comunismo in Indonesia come cruciale per contenere i movimenti operai nel Sud-Est asiatico durante la Guerra Fredda. L’intelligence australiana fornì assistenza segreta, comprese le informazioni utilizzate per colpire i sospetti comunisti, e si astenne dal condannare le uccisioni di massa. Questo sostegno era motivato dal desiderio di allinearsi agli interessi strategici degli Stati Uniti e di proteggere gli investimenti australiani.

Una soluzione internazionale ad un problema internazionale

Rio Tinto si presenta con tutta la sua forza produttiva e politica, quasi a determinare il destino di stati e popoli, e sconvolgere per il suo profitto territori e distruggere forme più arretrate di capitalismo nazionale. È una forma di imperialismo, quella della produzione e del commercio, alla quale gli imperialismi politici e militari degli Stati si accordano. Questo è un tratto distintivo comune alle grandi multinazionali, tutte strutture capitalistiche che hanno superato i limiti angusti delle economie produttive nazionali, e sono la forma estrema del capitalismo, la sua struttura più avanzata e definitiva.  

Appaiono porsi al di sopra degli Stati, al di sopra degli stessi blocchi imperialisti.  E in effetti sono, nella nostra dottrina, il punto definitivo dello sviluppo capitalistico, la fine storica di questo sistema che impera alla scala mondiale.  Non c’è altro sviluppo possibile per il capitalismo; dopo questa fase non ci può essere che la catastrofe di una terza guerra mondiale, o l’abbattimento degli Stati capitalistici ad opera della classe antagonista e del suo partito mondiale. Per questo il loro operare in spregio apparente ad ogni legge e regolamento, dà l’impressione di essere senza limiti, e si favoleggia  che a questi giganti del profitto si debbano inchinare gli Stati stessi che di fronte al loro strapotere non possono difendere il capitale nazionale.

Ma è una semplice apparenza. Dietro le multinazionali c’è sempre lo Stato che non è succube, ma anzi le difende e le sostiene. Ma è anche in grado di esprimere un certo grado di controllo sul loro operare e sulla loro crescita e a mantenerle entro binari stabiliti. Oltrepassati questi limiti, lo Stato stesso non esita a intervenire. Per altro durante le guerre queste ipertrofiche produttrici di profitti sono smembrate a favore dei capitali nazionali.

In questo senso gli spiriti belli della piccola borghesia, dei sinceri democratici che pretenderebbero dal capitalismo nella sua più alta espressione “il giusto profitto” e regole giuridiche stringenti, presumono che, in nome di questi stessi santi principi, ne siano limitati gli eccessi. O che lotte limitate e locali contro gli eccessi possano ridurre alla “ragione” ciò che è per sua natura inumano e senza limiti.

La multinazionale Rio Tinto, con tutte le sue nefandezze e violenze, con la spregiudicata indifferenza ai bisogni umani, alla difesa e salvezza della natura, opera come le regole estreme del capitalismo le permettono di operare.  Ma è d’altro canto un esempio lampante dell’illusione piccolo borghese di poter cambiare in qualche modo, o con la legge, o con la pressione popolare, o con tutti gli altri arnesi che mette a disposizione la democrazia, il suo agire.  

Questa è la natura assolutamente anarchica e antiumana del capitalismo, che per la sua necessità intrinseca di funzionamento, produrre profitto, non arretra di fronte a nessun delitto sociale, a nessuna forma di limitazione del suo operare, a stuprare natura e umanità salariata.

Credere che la razionalità, la legge, possa arrestare la marcia mortale dello sviluppo capitalistico con tutte le sue tragedie, lo possa rendere a misura d’uomo, a realizzare solo il “giusto” profitto, è l’altra faccia dell’ideologia piccolo borghese che spera ardentemente che le cose si possano “aggiustare” senza spezzare quella forma produttiva e soprattutto senza rovesciare il suo Stato.