Partito Comunista Internazionale

La crisi del Medio Oriente (Pt.2)

Categorie: Middle East and North Africa

Articolo genitore: La crisi del Medio Oriente

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Il moto rivoluzionario riprese con la seconda guerra mondiale. Per alimentare il fronte di guerra dell’Africa settentrionale e sostenere, in seguito, il Corpo di spedizione destinato all’invasione della penisola italiana, gli Alleati trasformarono il Medio Oriente in una gigantesca base di operazione, brulicante di unità britanniche e del Commonwealth, di reparti polacchi, francesi, greci, americani e di altre nazioni. Gli effetti sociali che scaturirono dalla presenza duratura di tale massa di armati sono descritti da una fonte non certamente sospettabile di simpatie, diciamo così, «progressiste», e cioé il Journal of the Royal Central Asian Society.

Riferendosi appunto alla permanenza nella regione delle armate alleate, il suddetto organo così scriveva nel gennaio 1945:

«Ne sono risultati contatti sociali di immensa varietà e diversità, che sono continuati per un lungo periodo di tempo, ed i cui effetti furono tutt’altro che effimeri, e non possono venire trascurati.

«Inoltre i soldati alleati hanno speso ingenti somme di denaro, sia individualmente, sia attraverso contratti militari, somme che nel 1942 e nel 1943 hanno superato, ed in certi casi di gran lunga, gli stanziamenti dei bilanci nazionali. Una gran parte di questo denaro messo in circolazione è andato a finire nelle tasche dei negozianti, dei commercianti e dei grandi e piccoli proprietari terrieri. Questi ultimi poi hanno tratto profitto dalla diminuzione dei traffici d’oltremare e dalla conseguente necessità di aumentare la produzione locale di generi alimentari e di elevare i prezzi per attrarre le merci sui mercati.

«L’altro lato della medaglia è rappresentato dalle difficoltà sofferte dalle altre classi, a causa dell’aumento dei prezzi e della scarsità delle merci. Tutti i gruppi sociali il cui reddito è relativamente fisso, come i salariati che non hanno trovato impiego nelle forze armate, i braccianti, i funzionari dello Stato e gli impiegati, hanno subito le conseguenze del diminuito potere d’acquisto della moneta. I governi hanno tentati, disciplinando la distribuzione dei generi alimentari, e in certi casi offrendo sussidi per mantenere fisso il livello dei prezzi, di scongiurare vere e proprie carestie. Queste misure tuttavia non sono state sufficientemente vaste ed efficaci da opporre un freno al formarsi di grandi ricchezze e all’impoverimento di certi classi: i due estremi sono stati più contrastanti e più spiccati di quanto non si sia mai verificato prima.

Le agitazioni degli operai, sotto forma di scioperi e di dimostrazioni, sono state numerose. Dappertutto, la coscienza delle classi intellettuali si è fatta più sensibile agli appelli della giustizia sociale. Appare chiaro dalla relazione degli osservatori bene informati di ritorno da questi paesi che i problemi sociali destano un interesse quale non si era mai riscontrato; specialmente in Egitto e in Persia.

Si prospetta un periodo cruciale per il Medio Oriente. I redditi di vasti strati della popolazione in particolare degli agricoltori e degli operai che trovavano al lavoro grazie ai contratti militari diminuiranno inevitabilmente, è, a meno che non si escogitino misure adeguate per diventare il pericolo, ci sarà grande disoccupazione. Può darsi che queste condizioni diano luogo a disordini sociali che la guerra stessa ha stimolato “.

Così scriveva nel gennaio 1945, cioè alla fine della guerra mondiale il Journal of the Royal Central Asia Society. A parte una certa terminologia, la efficace descrizione dell’ambiente potrebbe portare la firma di un marxista, giacché le cause degli sconvolgimenti in atto e delle future convulsioni – giustamente previste – non vengono ricercate nel mondo della facile metafisica cui la volgare cultura politica immancabilmente attinge, ma vengono esattamente individuate nella struttura dell’economia sociale. Il Medio Oriente è visto in agitazione permanente, non perché abbiano subito un rimaneggiamento di “valori morali” tradizionali, ma perché la guerra, somministrando una poderosa frustata alle dormienti economia locali, ha provocato sensibili spostamenti nella sovrastruttura sociale. Quel che più nettamente emerge nel quadro storico succeduto la guerra è la dilatazione della sfera della produzione mercantile, cioè della economia di mercato. Che non si tratti di piccola produzione, ma di moderna produzione associata di tipo capitalistico, è dimostrato non soltanto dall’accrescimento degli effettivi proletari, ma dal fatto che la formazione delle classi sociali proprie della società borghese avviene nel quadro dei fenomeni che Marx scoprì e descrisse nella dottrina della ” crescente miseria “.

Il passo della surriportata citazione, nel quale l’autore riferisce che gli estremi dell’arricchimento ad un polo della composita società post bellica presente nel Medio Oriente è dell’impoverimento al polo opposto, sono “più contrastanti e più spiccati di quanto non si sia mai verificato prima“. Quel passo l’abbiamo sottolineato noi, perché riassume da solo tutto il materiale relazionato ne estrae il significato essenziale. Una trasformazione sociale nella quale la concentrazione della ricchezza sociale ( mezzi di produzione di uso collettivo ) si accompagna con l’impoverimento delle classi produttive inferiori, vale a dire con l’espropriazione del piccolo produttore che viene ridotto a possedere sono la forza-lavoro del proprio organismo fisico da immettere nel processo produttivo sociale, non può significare altro che il passaggio del capitalismo, cioè alla forma di società storica in cui i “poveri” sono i proletari ingaggiati dall’imprenditore capitalista. Ma l’industrializzazione e la concentrazione capitalistica, sia pure all’età infantile, non potevano, una volta importata nel “immobile” mondo arabo, che porre la questione della sostituzione dei vecchi reazionari rapporti di produzione. A questa lotta rivoluzionaria tra i “vecchio” semi feudali e dispotico è il “il nuovo” borghese e nazionalista stiamo assistendo. Confusione di aree geografiche e di tempi storici qui non sono possibili: in Asia, in Africa, nei paesi che giacciono ancora al livello coloniale, il ” il nuovo ” verso cui tendere non può essere la dittatura proletari del socialismo. Innalzarsi a tale livello aspettando e, proletariato di Europa e di America, che dal 1917, se non addirittura dal 1871, stiamo fermi e fuori dal campo rivoluzionaria: può spettare anche a quei paesi sono per contraccolpo della rivoluzione occidentale.

La decisa affermazione della natura rivoluzionaria degli avvenimenti che si vanno svolgendo nel Medio Oriente, come in altre regioni dell’Asia dell’Africa può sembrare in contrasto con la chiara nozione dell’enorme potere di controllo di influenza menta dell’imperialismo, di cui non siamo di certo portati a sottovalutare la mondiale potenza. Essendo indiscutibile che le grandi potenze controllano economicamente, e quindi, politicamente, la regione, qualcuno potrebbe rifiutarsi di ammettere l’esistenza di movimenti rivoluzionari nell’ambito di essa per timore di sembrar di abiurare le concezioni marxista dell’imperialismo. Ma di quanto sbaglierebbe! E perché? L’imperialismo, cioè, la moderna fase storica della dominazione capitalistica, incondizionatamente è controrivoluzionario di fronte al proletariato, del quale non può accettare a nessun costo la rivoluzione, ma solo soggiacere ad essa dopo tremenda lotta armata. Ma la stessa incondizionata avversione non può essere dell’imperialismo nei confronti delle rivoluzioni nazionali, le quali possono creare gravi crisi internazionali e fomentare nuove future divisioni del mondo nei blocchi militari intercontinentali, ma non costituiscono una minaccia all’esistenza stessa del capitalismo.

In fondo, una stessa qualità sociale accomuna le vecchie potenze imperialistiche egemoniche e gli Stati nazionali di recente formazione: i rapporti sociali e lo Stato borghese. Per la loro comune origine e natura capitalista, non può esserci contraddizione tra la politica di conservazione dei centri imperialistiche e gli impulsi nazionalistici dei nuovi Stati indipendenti. Né si tratta di una considerazione teorica, giacché la penetrazione americana nel Medio Oriente è la fondazione dello Stato di Israele stanno lì a fornire prove materiali della verità del nostro assunto.

Contrariamente a quanto accaduto al crollo dell’Impero Ottomano, la Gran Bretagna non è riuscita, alla fine della seconda guerra mondiale, a conquistarsi un assoluto predominio nel Medio Oriente. Scemata e quasi del tutto scomparsa e l’influenza della Francia, a seguito dell’elevazione della Siria e del Libano al rango di Stati indipendenti, e specialmente per il generale declino su tutta la linea sofferto dall’imperialismo francese, ma la Gran Bretagna non è rimasta, per questo, la potenza predominante della regione. Ormai la Francia è ridotta in un angolo a mugugnare nei confronti degli alleati-rivali inglese è americano.

Del tutto nuova e la presenza degli stati uniti, i quali soltanto a cominciare dal 1943 – anno in cui gli americani “scoprirono” l’importanza petrolifera della zona – hanno iniziato la subdola erosione delle posizioni britanniche. Né la possente avanzata del capitale americano è avvenuta senza un sordo conflitto con gli Inglesi e, tenuto quanto più possibilmente nascosto, doveva manifestarsi apertamente all’epoca della caparbia opposizione inglese alla campagna del sionismo mondiale della creazione di un ” Centro nazionale ebraico ” in Palestina. Il fermo e costante appoggio, politico e finanziario, concesso dagli stati uniti al movimento nazionale ebraico, rivelò all’epoca il contrasto in atto, successivamente superato, tra le massime potenze anglosassoni. La fondazione dello Stato di Israele che si giovò specialmente del sostegno degli Stati Uniti, stette a dimostrare, oltretutto, una sostanziale diversità nei metodi seguiti rispettivamente dagli inglesi e dagli americani della politica di penetrazione nel Medio Oriente. Infatti, mentre l’Inghilterra si manteneva fedele alla tradizionale impostazione politica tendente all’intesa con le dinastie arabe e alla conservazione dei rapporti sociali esistenti, lo spregiudicato imperialismo americano puntava decisamente sulla carta israeliana e favoriva l’impianto di una moderna repubblica borghese fornendo in tal modo un esempio, non l’uomo nella storia delle sistemazioni nazionali, di come l’imperialismo possa, per i fini della propria politica di conservazione, sblocca rapporti sociali pietrificati e avviare, in zone arretrate, la corsa all’industrializzazione.

È chiaro che qui non si vuole fare una discriminazione tra l’imperialismo americano in inglese a vantaggio del primo. Bisogna intendere la questione dialettica mente, cioè alla luce delle reali contraddizioni capitalistiche. Arrivando buon ultimo nel Medio Oriente e trovando già “piazzati ” cugini britannici, il governo statunitense, chiara sbraita contro gli ” aggressori ” russi, usava gli stessi metodi che costano stanno esperendo, cioè si fabbricava una testa di ponte nella regione da conquistare alla propria influenza. Davanti a gli Stati Uniti non sapeva altra strada. Né doveva risultare un vero e proprio trapianto di capitalismo moderno nelle piaghe desertiche della Palestina, rimaste nell’abbandono per decine di secoli, e doge ritornanti all’antica floridezza dei tempi biblici della bonifica e rimessa a coltura del suolo e l’importazione di una tecnica fra le più progredita del mondo. Bisogna poi tenere presente che nella Repubblica di Israele la rivoluzione industriale capitalista ha raggiunto il limite estremo delle possibilità storiche, costituendo un esempio di ” rivoluzione borghese sino a fondo “, essendo assente ogni traccia di preesistenti rapporti feudali.

Contraddizioni dello stesso ordine di quelle che spingono l’imperialismo americano ad appoggiare la rivoluzione israeliana, costringono la Russia, che pure si atteggia a grande madre di tutti movimenti “progressisti” in atto nelle società soggette a regime semi coloniale, a sostenere l’Egitto che ha compiuto solo a metà una rivoluzione borghese, inquantochè il regime rivoluzionario che in terra oggi al Cairo ha risolto appieno la questione nazionale ottenendo l’evacuazione delle truppe britanniche della zona del canale, ma del tutto trascurato la questione della terra, che continua ad essere posseduta, come al tempo dell’obeso e dispotico Faruk, da una ristretta oligarchia di dati fondisti che sfruttano selvaggiamente il lavoro dei “Fellah” nilotici. Succede così che la Russia costeggia la Repubblica di Israele, la cui agricoltura rassomiglia per via della famosa ” fattorie collettive” ( kibbutz) alla decantata “agricoltura colcosiana” e fornisce armi all’Egitto che perpetua rapporti di produzione e agricoli che appaiono arretrati persino nei confronti dello zarismo. Ma di tali incongruenze si meraviglia chi veramente crede alla diversa composizione sociale degli Stati del blocco americano-occidentale e di quello russo-orientale, e si illude che lo scontro tra le opposte formidabili coalizioni, che oggi stanno scavando abissi di rivalità anche nel Medio Oriente, debba decidere della lotta di classe tra capitalismo e socialismo.

In successivi articoli esamineremo nei dettagli le questioni che stanno bruciando sul posto, e in particolare ci soffermeremo sul conflitto tra Israele e dei Egitto, che tanti tratti in comune presenta con le passate guerra di sistemazione nazionale combattuta nel secolo scorso in Europa. In questo articolo dobbiamo, per ragioni di spazio, guardare panoramica mente di avvenimenti. Ma prima di chiudere vogliamo esporre in cifre la situazione cui è arrivata la sotterranea concorrenza tra inglesi e americani.

Le Nazioni Unite hanno pubblicato recentemente uno studio sulle condizioni economiche del Medio Oriente, e, in particolare di sette paesi della zona: Egitto, Iraq, Iran, Israele, Libano, Siria e Turchia. Da esso si recava che è in atto nella economia di questi paesi una tendenza alla espansione, con particolare evidenza nel settore petrolifero. Risulta, difatti, che nel periodo tra il 1945 e il 1954 le riserve accertate di olio minerale sono passate da circa 5 miliardi a 12 miliardi e mezzo di tonnellate ( dal 40 al 60% delle riserve mondiali), la produzione da 36 milioni a 136 milioni di tonnellate ( dal 9,4 al 19,7 del totale mondiale), l’attività di raffinazione da 41,5 milioni di tonnellate nel 1947 a 67 milioni nel 1954.

Per lo stesso periodo 1945-1954, il totale degli investimenti esteri assomma ad un totale di 3.823.000.000 di dollari. Da tale massa finanziaria le quote destinate al solo settore petrolifero hanno raggiunto la somma di 2 miliardi e 200 milioni di dollari, paria circa 58% del totale. La somma rimanente comprende gli aiuti militari e le donazioni private. Naturalmente alla testa dei Paesi esportatori di capitali figurano le potenze occidentali, e il primo posto è detenuto dagli Stati Uniti che da soli hanno contribuito per 2 miliardi 595 milioni di dollari ( Relazioni Internazionali, e n. 31).

Ne hanno percorso di strada i magnati di Wall Street è soltanto nel 1943 cominciarono ad interessarsi nel Medio Oriente! Nel periodo tra le due guerre, la Gran Bretagna e altri stati europei condussero senza troppo rumore le loro attività di ricerca e coltivazione di giacimenti, finché è sulla zona non si rovesciò il capitale americano, aggravando le condizioni di instabilità sociale che gli inglesi con loro raffinato fiuto politico avevano denunciato sin dalla fine della guerra.

Mentre scriviamo, la grossissima questione del Medio Oriente stalle esame del Consiglio dei Ministri degli Esteri di Stati Uniti, Russia, Francia e Inghilterra. Ma mentre i medici discutono, la malattia progredisce. L’ultimo atto – in ordine di tempo – della serata lotta in corso è costituita dalla firma di un patto di mutua assistenza tra l’Egitto e la Siria. Le parti contraenti hanno creato un comando militare unico, per cui l’organizzazione delle forze armate sarà finanziato da un fondo comune al quale l’Egitto contribuisce per il 65% e la Siria per il 35%. Avvarrà dunque delle armi cecoslovacche e russe serviranno a rafforzare per vie traverse anche l’esercito siriano? Un analogo patto l’Egitto ha concluso il 27 ottobre con l’Arabia Saudita, mentre la Siria e il Libano preparano piene di comune difesa. Ma l’evidente tentativo egiziano di procedere nell’accerchiamento militare della Repubblica di Israele – che al momento attuale dispone di una potenza militare superiore a tutte le forze armate degli stati arabi confinanti – non ha avuto piena riuscita. Infatti, l’Iraq che fin dal principio dell’anno si è definitivamente staccato dall’Egitto, influenza, per i vincoli dinastici che uniscono le monarchie hascemite, la politica della Giordania, che evidentemente pencola, anche per influsso della politica britannica, verso le posizioni occidentaliste.

La corsa gli armamenti continua. Corrono voci che i primi carichi di armi ceche e russe siano stati sbarcati nei porti egiziani e che siano arrivati di già nella zona di Gaza, punto di massimo attrito negli opposti schieramenti israeliano ed egiziano. Da parte sua l’Inghilterra sta rafforzando il dispositivo del Patto di Baghdad: era recente l’annuncio dato dal Daily Mail circa l’invio di aerei a reazione, carri armati e cannoni di tipo recente nel Iraq. ” È questa la nostra risposta alla decisione dell’Egitto di accettare armi dalla Cecoslovacchia e dall’U.R.S.S.” commentava soddisfatte minaccioso il giornale londinese. Il 30 ottobre la radio di Cipro ha annunciato che l’Inghilterra ha fornito alla Giordania 10 caccia a reazione tipo ” Vampire ” che formeranno il nucleo delle nuove forze Giordania. Frattanto il governo di Tel-Aviv fa pressioni sul governo americano per ottenere altri rifornimenti di armi.

Nessuno può dire se cannoni spareranno. Ma certo è che il futuro fronte della terza guerra imperialistica passa già per il Medio Oriente.