Il nostro disfattismo rivoluzionario contro il militarismo dilagante in Europa. Il nemico è in casa nostra!
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Il tentativo dell’imperialismo americano di impantanare la Russia in un brutale scontro militare in Ucraina e di piegarla economicamente con le sanzioni si è scontrato con la dura realtà di una guerra che la Russia sta vincendo sul campo, facendo prevalere a Washington la convinzione della necessità di non andare oltre con l’impegno militare e finanziario sul fronte ucraino per volgere lo sguardo, e le risorse, verso il fronte asiatico contro l’imperialismo cinese.
La possibilità di un accordo tra americani e russi è ostacolata, con gradazioni diverse, dagli europei, fermi alla precedente linea dettata dalla vecchia amministrazione Biden, di condurre la guerra fino alla sconfitta della Russia. Questa linea si era imposta nelle capitali europee anche contro gli interessi degli stati europei del mantenimento di buone relazioni con la Russia, in particolare della Germania che aveva visto crescere la sua potente industria anche grazie all’accesso a risorse energetiche a prezzi contenuti. Ora, dinanzi alla prospettiva di un accordo con Mosca che, data la prevalenza militare russa sul fronte ucraino, assomiglierebbe ad una vera e propria “resa”, non resta ai borghesi d’Europa, già sconfitti sul fronte economico avendo dovuto rinunciare ai bassi prezzi dell’energia russa per rifornirsi altrove a prezzi più elevati, per continuare con la guerra alla Russia, all’inseguimento della vecchia illusione di sconfiggerla militarmente per depredarla delle sue ricchezze e invadere i mercati dell’est.
Prime “radiose giornate”
Nella fase attuale della guerra russo-ucraina, dopo che gli americani hanno iniziato a sfilarsi dal conflitto, a spingere gli ucraini a morire sul campo di battaglia sono principalmente gli europei, e l’atteggiamento di Zelensky riflette nient’altro che l’opposizione degli europei all’accordo con la Russia: l’Ucraina, che finora è stata utilizzata e si è prestata in questa guerra, sul punto di essere abbandonata dagli americani, si aggrappa con disperazione alla fragile mano tesa dagli europei.
Il rischio che corrono a Kiev e le altre capitali europee è alto, data la concreta possibilità di uno sfaldamento del fronte interno ucraino. In tal modo, appare evidente come nella guerra imperialista il vero nemico di qualunque Stato borghese non è tanto l’esercito del paese nemico ma il proprio proletariato che, come nell’Ottobre, nel pieno del primo conflitto mondiale, potrebbe trasformare la guerra tra Stati in guerra tra classi, fino all’abbattimento del potere borghese.
E così, mentre l’apparato statale ucraino è costretto ad utilizzare brutali metodi per soggiogare i propri proletari e trascinarli a forza al fronte, anche le borghesie europee si trovano a combattere una battaglia interna contro il proprio proletariato, al quale si chiedono sacrifici per fermare “l’aggressione” russa.
Non stupisce quindi che, in Europa, a sostegno della continuazione della guerra, già si sono intraviste delle “radiose giornate”, con le prime manifestazioni del campo interventista, come quella di Roma del 15 marzo. Il bellicismo degli Stati europei ha una massa di manovra costituita dagli strati parassitari piccolo borghesi che sono foraggiati dalle prebende della rapina imperialista, per i quali meno Europa significa nient’altro che una ridotta capacità degli imperialismi europei di saccheggiare il resto del mondo e provvedere al loro mantenimento parassitario.
La linea bellicista delle classi dominanti dei vari paesi europei trova quindi la sua manovalanza in quei ceti parassitari piccolo borghesi che avvertono sempre più vicino il deterioramento della loro posizione sociale e che esprimono tale condizione nel cosiddetto “europeismo”, il pio desiderio di “più Europa”, ad una maggiore unità politica dei paesi membri dell’UE, accampando versioni diverse, ma tutte riducibili all’ideologia piccolo borghese e reazionaria, frutto dell’illusione delle mezze classi che mosse dal terrore di sprofondare nelle file del proletariato, si legano al carro del proprio imperialismo, mostrando quindi tutto il loro carattere reazionario.
Come dimostra la partecipazione della CGIL alla manifestazione del 15 marzo, anche l’opportunismo fa propria la reazionaria ideologia europeista, a ulteriore conferma di quelle nostre classiche posizioni sull’imperialismo magistralmente delineate da Lenin: “L’imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di alimentare, foggiare e rafforzare l’opportunismo”.
Il significato del riarmo in Europa
Ma la propaganda europeista, col nauseante dibattito sulla “difesa comune”, e la stessa posizione antimarxista di sedicenti comunisti che blaterano di un presunto imperialismo europeo trovano un’ennesima conferma dell’impossibilità di un’unione politica degli Stati borghesi d’Europa proprio nella questione del riarmo europeo, che non può essere che il riarmo dei singoli Stati.
Il progetto di riarmo europeo è stato annunciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo scorso 4 marzo e poco dopo accettato dal Parlamento europeo. Tale piano è articolato in 5 punti, di cui il principale riguarda la possibilità concessa ai paesi membri dell’UE di scorporare le spese destinate alla difesa dal deficit del Patto di stabilità e crescita, fino all’1,5% del prodotto interno lordo. In tal modo, secondo le stime degli analisti, la deroga al Patto di stabilità potrebbe portare a circa 200-250 miliardi di investimenti all’anno nella difesa, con la stima di arrivare a 650 miliardi di spesa in armi in 4 anni, ai quali andrebbero ad aggiungersi 150 miliardi di finanziamenti UE. La spesa militare in rapporto al PIL crescerebbe quindi dall’attuale dall’1,9% al 3% nel 2028.
Appare evidente come questo piano di riarmo concepito in ambito UE rimanga all’interno dei confini nazionali in cui è divisa politicamente l’Europa: gli Stati europei si riarmano, ma ognuno per conto proprio. A far la parte da leone ci penserà la Germania che subito ha aderito alla possibilità di scorporare dal deficit pubblico le spese per la difesa, accantonando lo sbandierato rigore fiscale per dar avvio ad un piano di riarmo che permetterebbe la riconversione bellica della propria industria in crisi. Già lo scorso 18 marzo il parlamento tedesco aveva approvato un grande piano di investimenti attraverso la modifica delle regole costituzionali di bilancio per favorire il riarmo del paese, con investimenti in difesa e infrastrutture. Secondo le stime si arriverebbe fino a 1.000-1.500 miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni.
Il riamo tedesco segna la fine dell’Europa così come uscita dalla seconda guerra mondiale, in quanto la capacità di spesa tedesca non avrebbe concorrenti. Un punto fondamentale sul quale bisogna fare chiarezza, sia contro la propaganda europeista che contro posizioni antimarxiste di sedicenti comunisti, è che il nemico che il proletariato d’Europa si troverà davanti, se oggi può fare sfoggio della bandiera blu stellata dell’UE, saranno le borghesie nazionali dei tanti paesi europei, che se possono trovare un allineamento di interessi che le spinge, più o meno, ad accordi e a marciare unite in talune fasi, sempre in virtù della difesa dei propri interessi nazionali, potranno anche lanciarsi l’una contro l’altra, come nel secolo scorso.
Niente di nuovo per il Partito, ma solo conferma delle nostre classiche valutazioni: “L’Europa (e il mondo) non potranno dirsi veramente uniti che quando la rivoluzione proletaria avrà abbattuto gli Stati nazionali e instaurato un potere proletario internazionale. In attesa di ciò, tutta la propaganda riformista e megalomane dell’Europa Unita si scontrerà contro i limiti e le contraddizioni di natura obiettiva del modo di produzione capitalistico, e non basteranno le solenni firme di ambasciatori e di ministri a superarle” (Da “Il Programma Comunista” nn. 11 e 12 del 1962).
I limiti del militarismo degli europei
I piani di riarmo in Europa inevitabilmente non riguarderanno solo l’accrescimento in armamenti ma esigeranno anche una massa di soldati che imbraccerà quelle armi o, meglio, la carne da cannone da mandare al fronte.
Da questo punto di vista, la guerra in Ucraina ha fatto pulizia di tutte le teorizzazioni sulla guerra del futuro, ipertecnologica che poteva contare su un numero ridotto di militari. Dai fronti di guerra in Ucraina giunge la lezione che la guerra moderna ha bisogno di eserciti di massa.
Ciò fa apparire i piani di riarmo degli europei alla stregua di “tigri di carta”, minacciosi per le ingenti risorse economiche messe in campo per spese in armamenti ma fragili per l’incapacità di poter far affidamento su masse di uomini da mandare al macello.
Ne è un esempio la vicenda dei cosiddetti “volenterosi”, quei paesi europei capeggiati da britannici e francesi che vorrebbero mandare truppe in Ucraina, ma non possono, a causa delle titubanze nel resto dell’Europa, della prevedibile opposizione interna che monterebbe con il crescere delle bare rientranti dal fronte ucraino e soprattutto dell’attuale impreparazione a reggere lo scontro con la macchina bellica russa.
Sui piani di riarmo incombe il grave ostacolo rappresentato proprio dalle attuali dimensioni degli eserciti europei, costituiti da poche decine di migliaia di uomini, senza una rosea aspettativa di una loro rilevante crescita numerica. Sono gli stessi analisti al soldo della borghesia che delineano la fosca prospettiva di combattere conflitti come quello in Ucraina con un personale numericamente insufficiente. A rendere ancora più concreto tale minaccioso scenario per gli imperialismi europei, vi sarebbe un combinato di fattori puramente demografici, legati al declino della popolazione europea, vecchia e con le culle sempre più vuote, e fattori di tipo morali, con l’assenza del fervore ideologico sul quale far leva per costruire un fronte interno interventista e poter mobilitare masse di uomini.
E non saranno certo alcuni espedienti che sono emersi nell’attuale conflitto ucraino a poter risolvere il problema di costruire un esercito di massa all’altezza dello scontro che si prospetta all’orizzonte, come il ricorso all’arruolamento femminile, dei carcerati e dei mercenari.
Il riarmo europeo presto porrà la questione del “chi” sarà mandato a farsi ammazzare.
La borghesia e i suoi lacchè hanno bene in mente la posta in gioco: da un lato corrono il rischio di impegnarsi in logoranti guerre senza masse di uomini sufficientemente numerose e, dall’altro, quello di ritrovarsi con sconvolgimenti sociali interni nel tentativo di mobilitare le forze necessarie.
Lezioni della guerra in Ucraina
Mentre oggi le borghesie europee imboccano la strada di ingenti spese in armamenti, i cui costi saranno caricati addosso ai proletari, che vedranno peggiorare in modo sensibile le loro condizioni di vita, il domani è possibile intravederlo nella sorte attualmente riservata ai proletari ucraini e russi, spediti al massacro nella guerra imperialista.
Sulla base di notizie riportate da un gruppo antimilitarista di Kharkiv, nella seconda metà del 2024, l’esercito ucraino si stava avviando verso una perdita di capacità di combattimento e un collasso totale al fronte. In particolare, la minaccia di un collasso al fronte si era aggravata con il nuovo atteggiamento prevalso negli Stati Uniti, volto alla sospensione degli aiuti militari. Durante l’inverno, però, è arrivato un inasprimento in termini di disciplina che hanno riportato la situazione sotto controllo.
Contro lo sfaldamento dell’esercito agiscono anche le condizioni economiche, dovute alla mancanza di opportunità di lavoro per chi abbandona l’esercito, costringendo molti di quelli che erano andati via a ritornare.
Lo Stato ucraino riesce per ora a mantenere il controllo del fronte attraverso un combinato di repressione e pressioni economiche: da una parte la pena di morte per i disertori e dall’altra la fame che costringe i fuggitivi a rientrare nell’esercito per mancanza di lavoro.
La disobbedienza di intere unità militari in Ucraina è ormai un lontano ricordo, di quei primi mesi di guerra quando erano circolati numerosi video realizzati dai soldati stessi che rifiutavano di eseguire gli ordini dei capi militari, e non vi è alcuna seria minaccia per il regime da parte dei civili insoddisfatti.
Non mancano, comunque, episodi di opposizione alla continuazione della guerra in corso che fuoriescono dallo schema della rivolta individuale e che rappresentano una forma embrionale di una lotta organizzata.
Ad esempio, a fine maggio, nella regione di Khmelnytskyi, la popolazione locale si è opposta alla mobilitazione forzata, assaltando e circondando l’auto dei reclutatori che avevano catturato un uomo per portarlo al fronte. Sono le stesse autorità incaricate del reclutamento nella regione che hanno rilasciato un insolito comunicato in merito ai fatti accaduti: “Secondo le informazioni disponibili, il veicolo è stato danneggiato e le azioni dei cittadini mostravano segni di resistenza organizzata all’esercizio delle funzioni ufficiali da parte di rappresentanti delle Forze Armate ucraine”.
Quindi se nonostante la grave situazione nell’esercito ucraino, l’apparato statale con i suoi organi di repressione ha, almeno per il momento, evitato il collasso del fronte, mandare forzatamente uomini al fronte e trattenere tutti quegli elementi poco affidabili, potrebbe avere delle ripercussioni ben più negative di lasciar scappare qualche soldato, favorendo la possibilità di rivolte militari e tra la popolazione.
Disfattismo rivoluzionario
Nonostante dal punto di vista di classe l’attuale situazione possa apparire senza un concreto sbocco rivoluzionario, il Partito del proletariato ha ben presente dalle lezioni apprese nel fuoco degli scontri di classe del passato che il vero limite dell’imperante militarismo è al suo stesso interno, cioè nella necessità di inquadrare militarmente milioni di proletari per fini bellici ma che, se organizzati e guidati dal Partito, potrebbero volgere le armi in pugno contro il proprio Stato.
Già Engels nell’Antiduhring analizzando la guerra franco-prussiana aveva formulato in maniera impeccabile come dal militarismo stesso nasca la possibilità della rivoluzione.
“L’esercito è diventato fine precipuo dello Stato e fine a se stesso; i popoli non esistono più se non nel fornire e nutrire i soldati. Il militarismo domina e divora l’Europa. Ma questo militarismo reca in sé anche il germe della sua propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impiegare ogni anno più denaro per esercito, marina, cannoni, ecc., e quindi ad affrettare sempre di più la rovina finanziaria; dall’altra a prendere sempre più sul serio il servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, a familiarizzare tutto il popolo con l’uso delle armi e a renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte ai signori della casta militare che esercitano il comando. E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l’esercito dei principi si muta in un esercito del popolo; la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo. Ciò che non poté compiere la democrazia borghese del 1848, precisamente perché era borghese e non proletaria, cioè dare alle masse lavoratrici una volontà il cui contenuto corrisponda alla loro condizione di classe: questo sarà infallibilmente realizzato dal socialismo. E ciò significa far saltare in aria dall’interno il militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti”.
Non siamo qui nel campo delle geniali elaborazioni dei nostri maestri, ma è la reale esperienza del proletariato nella sua lotta contro il nemico di classe, in cui le vicende della guerra franco-prussiana e dello schiacciamento della Comune segnano una lezione storica di fondamentale importanza, che Lenin e il suo Partito restaureranno dal punto di vista dottrinario e metteranno in pratica nell’Ottobre. Nel fuoco della guerra imperialista l’appello al disfattismo fu l’azione di tutte quelle correnti che in Europa erano rimaste saldamente ancorate al marxismo, incontrando terreno favorevole in Russia, dove la diserzione e la ribellione organizzata contro i comandanti militari rappresentò la base dalla quale si scatenò la lotta rivoluzionaria fino alla presa del potere.
Mentre i piani di riarmo degli Stati europei segnano il presente e il futuro dei proletari d’Europa, anche oggi, come nel secolo scorso, i proletari si ritrovano davanti la prospettiva di fare da carne da cannone nella guerra che si avvicina. “Il nemico è in casa nostra!” fu il grido degli internazionalisti contro il primo macello mondiale. Come allora, anche oggi, questo nemico è la borghesia del proprio paese che attraverso il brutale apparato statale saldamente nelle proprie mani tiene sottomesso il proletariato e getterà i proletari a milioni nella guerra già più volte annunciata.