Il Partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo Pt. 2
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(segue dal numero precedente)
VERSO LA PROSPETTIVA DI RINASCITA “EX NOVO”
Negli anni ’70 non si era arrestato il processo di ulteriore avvicinamento del bonzume tricolore di tutte le sfumature alle istituzioni e alle esigenze delle aziende capitalistiche e dello Stato che ne amministra gli interessi. Anzi, liquidata la stagione delle lotte, «tale processo proseguì con il consolidamento definitivo del metodo della delega, il rafforzamento dell’apparato burocratico dei sindacalisti di professione, che ormai si consideravano funzionari al servizio dello Stato con regolare stipendio, l’attuazione di una poliziesca regolamentazione dello sciopero, la prassi ormai consolidata di chiudere ogni genere di vertenza contrattuale o aziendale con la supervisione dei ministri statali (in perfetto stile fascista), la cooptazione nel sindacato dei rappresentanti dei poliziotti, la denuncia di terrorismo e filo-terrorismo verso tutti gli operai combattivi, l’accettazione anche formale (quella sostanziale era sempre stata accettata) di postulati capitalistici classici quali il legame tra condizione operaia e guadagni delle imprese, la necessità dell’espulsione di forza-lavoro dalle fabbriche e dell’aumento dell’utilizzazione degli impianti e della produttività del lavoro di cui il sindacato stesso si è fatto garante, l’organizzazione aperta del crumiraggio di fronte a scioperi spontanei di gruppi di lavoratori agenti fuori dal rigido controllo sindacale.
«La struttura sindacale si era sempre più irrigidita: chiusa agli operai, è sempre più in mano ai funzionari statali di carriera. Ciò ha reso ormai impraticabile la strada di una sua eventuale riconquista a una linea di classe […].
«Appariva sempre più evidente ai proletari il contrasto tra le proprie necessità vitali, difesa del salario e del posto di lavoro, e l’atteggiamento apertamente rinunciatario e collaborazionista delle organizzazioni sindacali ufficiali di tutti i colori. […] Dalla situazione che si era andata delineando in questi anni appare ormai chiaro, non solo a noi, ma a strati operai sempre più vasti che nessuna seria difesa delle esigenze più elementari di vita e di lavoro è ormai possibile sotto la tutela delle attuali centrali sindacali e che nessuna azione di lotta condotta conseguentemente sul terreno di classe è possibile, se non al di fuori della loro impalcatura organizzativa. In alcune categorie, gruppi di lavoratori tra i più sfruttati si sono mossi, negli anni recenti per la prima volta in aperto contrasto con le direttive dei bonzi sindacali, riuscendo anche a dar vita a notevoli scioperi e ad esprimere organismi in aperto contrasto con le strutture organizzative dei sindacati confederali (ferrovieri 1975, ospedalieri 1978, assistenti di volo 1979)».
Apparve evidente che la difesa della condizione operaia avrebbe potuto esprimersi soltanto al di fuori e contro le strutture sindacali esistenti. La dinamica del passaggio da una diffusa apatia, alla mobilitazione sul terreno della lotta di classe, si sarebbe svolta in contrapposizione al sindacato di regime, pur avendo uno svolgimento non lineare e anche contraddittorio, con passi avanti e ritorni indietro, non escludendo a priori nemmeno il coinvolgimento a livello locale anche di settori di base della struttura confederale.
La lotta degli ospedalieri è stata emblematica sotto questo aspetto, e la lotta dei 35 giorni della FIAT nell’autunno del 1980, stroncata dal sindacato confederale nel momento in cui stava finalmente per assumere le caratteristiche classiche della vera lotta di classe, non è certo stata meno significativa.
Nel caso degli ospedalieri, lotta che, partita dalla Toscana si era estesa in tutta Italia, i lavoratori in lotta espressero una direzione classista in antitesi all’organizzazione sindacale confederale, che si schierò frontalmente contro il movimento di sciopero, riuscendo alfine a recuperarlo per poi stroncarlo nel finale. Dopo aver trattato e raggiunto un accordo con i rappresentanti dello Stato, i sindacati ufficiali vennero riconosciuti falsamente dal padronato come rappresentanti dei lavoratori in lotta, nello spirito di un vero e proprio sindacato di regime, anche se i suoi funzionari venivano cacciati e respinti dai lavoratori ogni volta che tentavano di far rientrare la mobilitazione.
Alla FIAT la lotta, pur nella sua spontaneità e determinazione, non espresse una forma organizzativa contrapposta al bonzume ufficiale, come per gli ospedalieri o gli assistenti di volo. La CGIL, presente nel comitato di lotta, riuscì a “cavalcare la tigre”, fino al momento in cui lo sciopero non minacciò di trasformarsi in uno scontro aperto contro la polizia, decisa a stroncare i picchetti con la forza per ordine della magistratura. A quel punto, rimanendo la lotta chiusa nel solo ambito aziendale (avendo i sindacati stretto attorno un cordone sanitario), il sindacato trattò la resa, siglando un accordo capestro, che sarebbe stato poi la premessa per i futuri licenziamenti, comunque contestato fortemente nelle fabbriche (vedi l’assalto degli operai alla sede sindacale aziendale).
«Da un punto di vista immediato questo significa indicare ai proletari la necessità di organizzarsi indipendentemente dai sindacati attuali, nella prospettiva della ricostruzione di una rete organizzativa classista, pur nella consapevolezza che questo processo non potrà che essere opera del proletariato stesso e che dunque, fintanto che questo non si schieri sul terreno della lotta di classe in forma generalizzata e non episodica e su di esso abbia un’influenza non marginale il Partito, non può essere da noi avanzata nell’immediato nessuna indicazione di sabotaggio delle azioni attuali, per quanto queste siano indirizzate verso obbiettivi sempre più antioperai, a meno che ci si trovi di fronte ad una esplicita volontà di vasti strati di operai a ribellarsi attivamente a questo indirizzo, né parimenti può essere prospettato l’esplicito appello all’uscita dai sindacati tricolore, mancando oggi un riferimento organizzato alternativo tale da catalizzare la volontà d’azione dei lavoratori».
«Cosa significa “lavorare fin da oggi nella prospettiva del risorgere ex-novo di una organizzazione economica classista”? Non può certo significare l’attesa passiva dei moti spontanei proletari. […] I militanti operai devono perciò lavorare per indirizzare e, quando le condizioni oggettive lo permettono, organizzare gli operai sul terreno di classe. In altre parole, come abbiamo altre volte messo in evidenza, il Partito ha il compito di aiutare concretamente, mettendo a disposizione le sue forze operaie, la tendenza dei proletari ad organizzarsi per la difesa dei propri interessi di classe, facendo tesoro, nell’azione immediata e nell’organizzazione, delle capacità direttive dei suoi militanti che possono derivare dal possesso del bagaglio storico delle passate esperienze di lotta proletaria, che solo il Partito può possedere e, al tempo stesso, importando negli operai la coscienza della precarietà dell’azione di pura difesa economica e la necessità di abbracciare la prospettiva del programma rivoluzionario comunista per la definitiva soluzione storica della loro condizione di sfruttati».
«Altro punto da considerare è l’adesione al sindacato. Relativamente e conseguentemente alla situazione sopra descritta, noi comunisti propendiamo per la non iscrizione ai sindacati tricolore. Questo atteggiamento non deriva da considerazioni di principio, né da propensioni scissioniste in campo sindacale, sempre escluse e combattute dalla Sinistra Comunista, ma dalla semplice constatazione pratica che l’apparato sindacale tricolore, considerato nella sua struttura verticale di organizzazione è ormai, al vertice come nei suoi quadri di base, un organismo burocratizzato e impermeabile all’azione interna di una frazione operaia organizzata autonomamente sul terreno di classe, ma aderente alle strutture sindacali ufficiali, non fosse altro perché non esiste più una vita sindacale interna che permetta un benché minimo lavoro di penetrazione e di influenza tra gli iscritti di base ormai sempre più lontani dall’apparato funzionaristico dei bonzi e dalle stesse strutture di base del sindacato. In queste condizioni, l’iscrizione al sindacato, anche a prescindere dall’aspetto della delega aziendale, in questo senso non è più di alcuna utilità per avere maggior possibilità di lavoro tra gli aderenti di base, possibilità che resterebbe pari a quella verso i non iscritti e si risolverebbe semplicemente alla partecipazione al finanziamento di organismi completamente asserviti al regime capitalistico. Tuttavia, proprio perché questo atteggiamento non è motivato da considerazioni di principio, in eventuali situazioni particolari, più probabilmente riscontrabili nel campo della piccola azienda, ove la non iscrizione al sindacato di un nostro militante dovesse compromettere il suo lavoro in seno agli operai da cui ne potessero sorgere risultati positivi, sarà affrontata dal partito la questione, così come solo al Partito e non al singolo militante spetta una decisione definitiva in situazioni del genere.
«Per quanto riguarda le strutture di fabbrica direttamente elette dai lavoratori, i Consigli di Fabbrica e simili, la questione si pone in termini diversi. Si tratta di organismi nella quasi totalità controllati dai sindacati; anzi, nelle grandi fabbriche, spesso sono vere strutture portanti di questi dentro la fabbrica, la cui gestione paritetica è in mano all’organizzazione esterna e la cui vita interna si svolge in modo spesso sclerotico e apatico, limitandosi ad avallare stancamente le decisioni degli esecutivi, a loro volta emanazione dell’apparato sindacale territoriale. Tuttavia sono pur sempre composti da delegati eletti da lavoratori e a diretto contatto con essi e dunque suscettibili di essere influenzati da avvenimenti che vedessero salire la tensione e la volontà di lotta dei lavoratori. Inoltre, nelle piccole e medie aziende, dove in generale la morsa dell’opportunismo sindacale è meno stretta, spesso i Consigli dei Delegati godono di una certa autonomia e sono più facilmente permeabili a posizioni classiste. Per tutto questo non possiamo escludere a priori un lavoro di propaganda e agitazione al loro interno. In linea di massima, senza dunque anche qui escludere decisioni in senso contrario in casi particolari, siamo per il lavoro interno, alla condizione di essere eletti rappresentanti dai lavoratori che vedono nel militante eletto un operaio combattivo disposto a non transigere nella lotta contro il padronato e, per questo, a battersi contro il colossale ostacolo dell’opportunismo e del collaborazionismo sindacale. Ovviamente anche per questa questione non possiamo redigere casistiche con tanto di soluzioni pronte. Il caso di militanti operai eletti delegati andrà valutato con rigore dal Partito e ogni decisione dovrà tener conto delle circostanze e della situazione in cui l’elezione è avvenuta. In ogni caso l’atteggiamento del nostro militante dovrà essere improntato alla costante dissociazione pubblica di fronte ai lavoratori da ogni decisione del CdF che si discosti dalla reale difesa degli interessi di classe e da ogni iniziativa collaborazionista, aziendalistica, muoventesi nello spirito del “buon funzionamento della fabbrica” e del riconoscimento dei suoi problemi produttivistici, oltre che, ovviamente, dovrà essere teso alla costante denuncia senza sotterfugi e mezzi termini, dell’operato e degli accordi-capestro conclusi dal CdF controllato dall’opportunismo».
Il testo n° 10 conclude indicando la prospettiva futura nella quale l’azione del Partito si svolgerà:
«Non è più possibile infatti, nella fase imperialistica del capitalismo, l’esistenza di un sindacalismo libero, cioè di organismi sindacali i quali, pur non essendo diretti da un indirizzo rivoluzionario, pur essendo nelle mani di partiti riformisti e piccolo-borghesi, possano condurre la lotta sul terreno economico in maniera conseguente. La lotta economica, nell’epoca imperialistica si trasforma molto più rapidamente che per il passato in lotta politica, poiché il suo stesso manifestarsi e il suo generalizzarsi urta contro le basi stesse del regime capitalistico. Di conseguenza qualsiasi organismo sindacale viene immediatamente messo di fronte al problema dello Stato: o accetta di limitare la lotta proletaria nella legalità e con ciò stesso di restringerla e soffocarla a vantaggio della conservazione sociale, o trascende i limiti della legalità borghese e trapassa sul terreno rivoluzionario, il che significa allo stesso tempo estendere, potenziare e generalizzare la battaglia che il proletariato conduce in difesa delle proprie condizioni di vita. Questa situazione fa sì che tutti i partiti e tutti gli indirizzi politici che sono per la conservazione del regime siano allo stesso tempo nemici del manifestarsi ampio e conseguente della lotta economica proletaria e che solo il partito rivoluzionario di classe sia al tempo stesso il sostenitore più accanito di questa lotta. La funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla testa degli organismi sindacali c’è il Partito politico di classe, dice la Piattaforma Politica del 1945, ed in effetti non esiste altra strada.
La deduzione da trarne non è certo che allora il sindacato non è più necessario e che la lotta sindacale non può più esistere. È un’altra e opposta: i proletari torneranno alla lotta per la difesa delle condizioni economiche e in essa ricostruiranno gli organismi adatti a questa difesa, i sindacati di classe; questi organismi, per definizione aperti a tutti i proletari, per definizione organizzanti la massa dei proletari su basi non di coscienza, ma di necessità materiali, si troveranno posti dalla situazione stessa di fronte all’alternativa: o soggiacere di nuovo al controllo e all’influenza dello Stato, il che equivale al controllo e all’influenza dei partiti opportunisti, borghesi e piccolo-borghesi o viceversa spostare la loro azione sul terreno della illegalità, sottomettendosi all’unico indirizzo politico veramente illegale, quello del partito politico di classe. Nella nostra visione dunque l’esistenza dei sindacati di classe nell’epoca imperialistica ha un’importanza ancora maggiore di quella che poteva avere in epoche passate: se nel passato fu possibile dirottare la lotta del proletariato sul terreno economico dall’obbiettivo delle massime conquiste rivoluzionarie, farne addirittura una remora contro di esse, questo non è più possibile nell’epoca imperialistica: in essa il trapasso da sindacato di classe a sindacato rosso influenzato e diretto dal partito è molto più immediato e deve avvenire sotto pena che gli organismi economici proletari perdano i loro stessi connotati di classe, cioè abdichino alla stessa funzione elementare per cui sono sorti. All’interno degli organismi economici che la classe sarà costretta ad esprimere nel ritorno alla battaglia, si combatterà la lotta tra tutti quelli che vorranno mantenerne l’azione nei limiti della legalità borghese, e con ciò stesso spegnerla, e soffocarla e l’indirizzo del Partito che, spingendo al potenziamento e alla generalizzazione della lotta proletaria, trascinerà con ciò stesso questi organismi sul terreno rivoluzionario».